DRESS CODE ROSSO SANGUE di Marina Di Guardo

Accarezzò quel volto nella foto, gli mandò un bacio, ormai era diventata un’abitudine. Non ti lascerò andare nell’ignonimia. Quella riflessione, sorta dentro di lei quando aveva rivisto il biglietto che Franco le aveva scritto, aveva il sapore di un feuilleton ottocentesco, ma in cuor suo, risuonò di forza e verità.
A letto, tirò il piumino fin sopra alla testa. Era una tiepida notte di primavera, ma il freddo non l’abbandonò fino al mattino.

Trama

Cecilia Carboni ha venticinque anni e per buona parte della vita si è ritrovata a seguire, suo malgrado, i diktat imposti dal padre Alberto, uno dei più quotati avvocati milanesi. Proprio per volere suo, si è laureata in Giurisprudenza e ha iniziato il praticantato nello studio legale di famiglia. Il suo futuro sembra già delineato, quando un giorno le viene rivolta una proposta allettante: lavorare nel prestigioso showroom di Franco Sartori, uno degli stilisti più celebri al mondo. Lei, da sempre appassionata di moda, per una volta non ha esitazioni, e sceglie di darsi finalmente la possibilità di decidere da sola della propria vita, senza tener conto del parere degli altri, compreso quello del fidanzato Andrea, avvocato a sua volta e collaboratore di Alberto. La scelta si rivela azzeccata: Cecilia è brava, chiude contratti importanti, tanto che brucia le tappe, fino ad assumere un ruolo di rilievo alla Maison Sartori, nonostante Georgette Lazare, direttrice dello showroom, le remi contro. Ma il destino ha in serbo per lei amare sorprese. Franco Sartori viene trovato assassinato in un cascinale in rovina. E chiuso in una custodia di seta dei suoi abiti da sera, ha una croce rovesciata incisa sul petto e, circostanza ancora più sconvolgente, il suo corpo è collocato dietro una sorta di altare allestito con gli inconfondibili elementi di una messa nera. Per Cecilia è l’inizio di una caduta verticale agli inferi. Sono le convulse settimane delle vendite primaverili, e lo showroom si popola non solo di clienti, ma anche di poliziotti, misteri, segreti insospettabili e purtroppo anche di nuove vittime, ancora in contesti inquietanti. Chi c’è dietro gli omicidi? E se fosse proprio Cecilia la prossima nella lista? L’abisso è pronto a inghiottirla, svelando verità che mai avrebbe immaginato. Con il suo nuovo thriller, Marina Di Guardo questa volta ci porta tra le mille luci (e ombre) del jet set milanese, dentro ai locali più esclusivi e ambigui della città della moda e giù in fondo al cuore, a volte nerissimo, dei suoi protagonisti.


Recensione

L’ambiente roboante, dinamico e abbacinante della moda non è affatto sconosciuto a Marina Di Guardo, brillante autrice di thriller con un rilevante trascorso come vicedirettrice di un importante showroom. L’autrice si serve della sua esperienza per regalare al lettore un vivace spaccato di vita tra le mura di un atelier, ove modelle filiformi si muovono sinuose tra i buyers e venditori poliglotti e multitasking conducono trattative e piazzano capi di abbigliamento sul mercato internazionale per cifre da capogiro.

La moda costruisce habitat polifonici, multicolore, frizzanti e per certi versi spietati. Perchè la moda, prima di essere apparenza, è sostanza, intrisa di lacrime, sudore, sacrificio, perfezione, sogno. La moda rappresenta la favola che sopravvive dentro agli uomini e alle donne, ecco perché deve rasentare un ideale di compiutezza, di meraviglia. E per questo ideale  si sacrifica tutto, tanto è forte il richiamo della bellezza.

In nome della bellezza si è pronti a sacrificare molto, a volte anche un ideale, a volte anche la propria pelle. Ma anche in nome della ricchezza, del potere si può sacrificare tutto, o quasi. Tutto, si, purchè si possa continuare a stare sulla breccia.

La storia di Cecilia è un po’ una storia così. Lei ha rinunciato al lavoro nel prestigioso studio del padre per inseguire il sogno un po’ irrazionale di lavorare nell’ambiente della moda. Il padre non glielo ha mai perdonato. La madre è assente, presa dalla sua vita inconsistente e superficiale.

Cecilia è sola e può contare solo sull’appoggio di un buon amico e del fidanzato, partner nello studio del padre, bello come un Dio ma con la tendenza a voler pilotare la vita di Cecilia. Il lavoro le dà grandi soddisfazioni, finchè una disgrazia si abbatte come un fulmine sull’atelier. Il piccolo mondo di Cecilia si sgretola. La rabbia, la delusione, il dolore della perdita saranno le molle che la spingeranno ad indagare in silenzio sulle morti inspiegabili e crudeli che si sono abbattute sulla casa di moda milanese.

Il romanzo è un thriller incalzante, disseminato di sangue e di morte. Irto di personaggi sospetti  e di misteri da sciogliere. In un crescendo di sconcertanti scoperte, Cecilia verrà a contatto con una realtà inaspettata, fino all’epilogo finale, che sconvolgerà molte nostre convinzioni.

Un gioco di specchi, un mix di apparenza e di sospetto che Marina Di Guardo conduce con sicurezza e grande spolvero di prosa, sempre brillante, accattivante e stimolante per il lettore, che si troverà senza volerlo a scandagliare la vita della protagonista e dei suoi colleghi, intrappolati nella morsa di un lavoro all’apparenza luccicante ma anche schiacciato dall’intransigenza della perfezione, che mai come in questo romanzo appare come un tiranno subdolo e inviso. L’autrice ci ha abituato a dei finali inaspettati e anche in questo suo ultimo lavoro non ci delude. Una grande sorpresa attende al varco il lettore, che vedrà disattese parecchie delle sue aspettative. La Di Guardo è brava a sviarci e a costruire illusioni a uso e consumo dell’inconsapevole lettore, costretto a passare, senza soluzione di continuità, dalla delusione alla presa di coscienza che le cose, come nella vita, raramente vanno come ci saremmo aspettati.


L’autrice

Marina Di Guardo è nata a Novara ma ha origini siciliane. Vive tra Cremona e Milano. Prima di dedicarsi alla scrittura, ha lavorato come vicedirettrice dello showroom di Blumarine. Ha esordito nella narrativa con il romanzo “L’inganno della seduzione”, poi seguito da “Non mi spezzi le ali”. Il passaggio definitivo al thriller risale al 2015, quando pubblica nella collana digitale Zoomfiltri di Feltrinelli, curata da Sergio Altieri, “Bambole gemelle” e “Frozen bodies”. Con Mondadori ha pubblicato “Com’è giusto che sia”(2017), “La memoria dei corpi”(2019) e “Nella buona e nella cativa sorte” (2020).


  • Casa Editrice: Mondadori
  • Genere: thriller
  • Pagine: 321

LA CASA SENZA RICORDI di Donato Carrisi

Il ragazzino varcò la soglia quando era da poco passata la mezzanotte. Per prima cosa, si guardò intorno, forse domandandosi il motivo del suono che sentiva in sottofondo, ma senza lasciar trasparire alcuna reazione. Indossava un maglioncino a rombi con sotto una camicia chiara, pantaloni di flanella e un paio di adidas consumate. Il caschetto biondo gli scendeva sulla fronte fin quasi a coprirgli gli occhi azzurri, i tratti del viso erano delicati, quasi efebici, forse per via dell’incarnato lattiginoso. Pur essendo alle soglie dell’adolescenza, su di lui non vi erano tracce di pubertà.

Trama

Un bambino senza memoria viene ritrovato in un bosco della Valle dell’Inferno, quando tutti ormai avevano perso le speranze. Nico ha dodici anni e sembra stare bene: qualcuno l’ha nutrito, l’ha vestito, si è preso cura di lui. Ma è impossibile capire chi sia stato, perché Nico non parla. La sua coscienza è una casa buia e in apparenza inviolabile. 
L’unico in grado di risvegliarlo è l’addormentatore di bambini. Pietro Gerber, il miglior ipnotista di Firenze, viene chiamato a esplorare la mente di Nico, per scoprire quale sia la sua storia. 
E per quanto sembri impossibile, Gerber ce la fa. 
Riesce a individuare un innesco – un gesto, una combinazione di parole – che fa scattare qualcosa dentro Nico. Ma quando la voce del bambino inizia a raccontare una storia, Pietro Gerber comprende di aver spalancato le porte di una stanza dimenticata. 
L’ipnotista capisce di non aver molto tempo per salvare Nico, e presto si trova intrappolato in una selva di illusioni e inganni. Perché la voce sotto ipnosi è quella del bambino. 
Ma la storia che racconta non appartiene a lui.


Recensione

Come si gestiscono le aspettative  su un libro  per il quale tutti urlano al miracolo? Per l’autore sono probabilmente pesi da trascinare, perché nello stesso modo e con la stessa velocità con cui queste ti portano alle stelle, ugualmente possono trascinarti in basso quando e se fossero disattese. Tutto il mondo ti aspetta, tutto il mondo ti guarda e tutti, nessuno escluso, si sentiranno in dovere di dire la loro.

Per il lettore sono invece specchi ingannevoli: ti spingono a comprare subito  e non conoscono mezze misure: il romanzo in questione, probabilmente, sarà osannato o discreditato, senza intercessioni.

E ora vi chiederete: perché questo preambolo? E io vi rispondo senza indugio: il cappello è propedeutico ad introdurre i miei pensieri sull’ultimo romanzo di Donato Carrisi, La casa senza ricordi.

Le aspettative mi hanno spinto a voler leggere subito questo romanzo. Le stesse aspettative mi hanno spinto a cedere il passo, come già accaduto per Io sono l’abisso, ad una visione disincantata della mia esperienza di lettura. Alla fine, ho lasciato che le mie impressioni sedimentassero e mi sono chiusa in una sorta di splendido isolamento, per lasciare intatti e vergini i miei pensieri, senza contaminazioni esterne.

E adesso, però, è giunta l’ora di rompere gli indugi e di parlare. Carrisi cede alla lusinga di dare in pasto al lettore una sorta di sequel de La casa delle voci. Scelta condivisibile, dal momento che quest’ultimo è stata un’ottima prova per l’autore, che si addentra con maestria nei meandri dei ricordi e delle suggestioni, mediante una full immersion  nel mondo affascinante e subdolo dell’ipnosi. Ricicla il buon Pietro Gerber, ipnotista infantile e lo mette al centro di una caso mediatico forte, che ha a che fare con la sparizione di un bambino. Il bimbo racchiude un enorme mistero e affaccia il lettore sugli abissi di una infanzia abusata, che sembra uscita da un incubo. La storia è interessante, il mistero fitto e ammorbante. La prosa bella, pulita, sordida e nebulosa quanto basta per catturare il lettore e tenerlo in pugno fino alla fine. Carrisi si conferma un manipolatore di pubblico, che sa perfettamente quali tasti premere per ottenere l’attenzione del lettore. Carrisi è l’affabulatore, quando quest’ultimo è perlatro la figura chiave del suo romanzo. Scelta piuttosto curiosa, vero?

Ed ecco, insomma, il rovescio della medaglia: lo stesso lettore che lo osanna è pronto, al tempo stesso, ad analizzare il romanzo parola per parola, allo scopo di trovare il punto debole, l’anello mancante, la falla, l’errore.

Carrisi ha creato un ottimo espediente e costruisce una trama coinvolgente, lasciando che la lettura sia fluida,  scorrevole e esaltante. I suoi argomenti, il ricorso a piani temporali diversi, i suoi personaggi misteriosi, cultori di una scienza abbacinante ed enigmatica come l’ipnosi, sono tutto tasselli vincenti.

Ma, ecco le note dolenti, la trama a tratti si mostra debole, addirittura inverosimile.  E la conclusione del libro mi è apparsa troppo sospesa, tanto da dover ricorrere ad un personaggio chiave de La casa delle voci che si accolla l’onere di dare una spiegazione al lettore su ciò che sta accadendo.

Troppi interrogativi da sciogliere e l’impressione di un finale senza fine, che non crea aspettativa sull’epilogo di questa storia, ma solo frustrazione nel lettore, che rimane con un pugno di mosche a guardarsi intorno in cerca di un suggerimento.

Si, lo so. Con Carrisi sono intransigente. Mentre ammiro estasiata la sua capacità di ricamare con le parole e di creare atmosfere morbose, al contempo so di essere critica e puntigliosa all’ennesima potenza. Perché da Carrisi pretendo molto. Carrisi non può mirare alla sufficienza. Carrisi deve puntare in alto e ottenere il massimo dei voti e anche la lode, nel caso. Di Carrisi non possiamo dire:” bravo, ma potrebbe fare di più” come un professore intransigente direbbe del suo migliore alunno, quello più brillante, quello più dotato.

Quindi, e concludo: bene, benissimo la prosa accattivante e splendida. Bene, benissimo la scelta di argomenti che creino inquietudine e curiosità nel lettore. Bene, cavalcare l’onda di un successo precedente (la fanno tutti, ormai, per cui, per par conditio, dobbiamo concenderlo anche al Maestro).

Ma benino la latitanza di coerenza. Benino, il finale affrettato. Benino la figura del protagonista, che si trova a lavorare con una sorta di ventriloquo, paventando al lettore una fattispecie che non credo sia replicabile nella realtà (lo spauracchio dello spoiler non mi fa essere maggiormente precisa…).

Di Carrisi viene detto che scrive sceneggiature e non romanzi. Che vede un cinema buio invece di tante pagine bianche da riempire. Sicuramente Carrisi è uno che sa governare la penna e ha un’immaginazione feconda. Sa pungere la curiosità del lettore e sa ammaestrarlo come vuole. Si è fatto un nome e sa sfruttare magistralmente tutte le opportunità che ne derivano.

Sfornare un romanzo all’anno non è cosa da poco.  Come essere sempre all’altezza delle aspettative, giust’appunto. Ma che se ne parli bene, che se ne parli male, l’importante è parlarne. 

E di Carrisi, nessuno si è ancora stancato di parlare.


L’autore

Donato Carrisi è nato nel 1973 a Martina Franca e vive fra Roma e Milano. Dopo aver studiato giurisprudenza, si è specializzato in criminologia e scienza del comportamento.

Scrittore, regista e sceneggiatore di serie televisive e
per il cinema, è una firma del Corriere della Sera. È l’autore dei romanzi bestseller internazionali
(tutti pubblicati da Longanesi) Il suggeritoreIl tribunale delle animeLa donna
dei fiori di cartaL’ipotesi del maleIl cacciatore del buioLa ragazza nella nebbia – dal
quale ha tratto il film omonimo con cui ha vinto il David di Donatello per il miglior regista
esordiente –, Il maestro delle ombre, L’uomo del labirinto – da cui ha tratto il film
omonimo – , Il gioco del suggeritore e La casa delle voci.
Ha vinto prestigiosi premi in Italia e all’estero come il Prix Polar e il Prix Livre de Poche in Francia e il Premio Bancarella in Italia. I suoi romanzi, tradotti in più di 30 lingue, hanno venduto milioni di copie.


  • Casa Editrice: Longanesi
  • Collana: La Gaja Scienza
  • Genere: thriller

L’ANIMA SEMPLICE. SUOR GIOVANNA DELLA CROCE di Matilde Serao

Era una donna dall’apparenza vecchissima; la pelle del suo volto, fra giallastra e brunastra, aveva i solchi che vi possono mettere, forse settantacinque e più anni di vita, ma di vita tormentata, torturata, fra tutti gli stenti. Cento storie di tristezza di leggevano in quel volto di decrepita, attraversato da tutte le tracce che lo sconvolsero.

Trama

Dopo trentacinque anni di vita claustrale nel Monastero di Suor Orsola Benincasa, le monache dell’Ordine delle Trentatré si vedono costrette a rompere il giuramento e a far ritorno nel mondo a causa di un provvedimento dello Stato che determina la requisizione dei beni ecclesiastici.Siamo a Napoli e Suor Giovanna della Croce, appena sessantenne, si ritrova spogliata della vita monacale, costretta a soggiornare a casa della sorella e a sopravvivere con una misera pensione passatale dal Governo che la porterà a cercare dei piccoli impieghi, nonostante l’età avanzata, per poter tirare avanti. In questo romanzo, però, non viene solo narrata la storia di Suor Giovanna della Croce, ma la storia di una Napoli povera e di uno Stato che non si preoccupa affatto delle donne sole. In queste pagine vengono tratteggiate le vite di diverse figure femminili: un’adultera scoperta dal marito, una madre impazzita dopo aver dato alla luce il primogenito, un’altra che, invece, si sfianca ogni santo giorno per poter dare al figlio la possibilità di studiare medicina e, infine, una giovane ragazza la quale, nonostante non abbia nulla a che fare con l’Ordine Ecclesiastico, vive una vita da reclusa a causa del fidanzato troppo geloso e violento ma che non vuole assolutamente lasciare, convincendosi che “Il maltrattamento è prova di bene” anziché rischiare di tornare a vivere per strada. Quella della Serao è una narrazione capace di entrare nel cuore di chi legge attraverso una scrittura che possiamo per certi versi definire verista. Il clou del romanzo, però, lo si trova nell’ultimo capitolo dove il contrasto tra povertà e alta società viene maggiormente evidenziato e dove vediamo la nostra protagonista ridotta, ormai, a essere l’ombra di se stessa in attesa di una morte che potrà finalmente liberarla da tutto il male di questo malato mondo.


Recensione

Un classico della letteratura italiana di fine ottocento torna a vivere nuova vita grazie alla casa editrice 13Lab, non nuova a esperimenti del genere. Stavolta è la volta di un’autrice napoletana, che in vita non lesinò di esaltare la sua napoletanità  e che osò affondare la sua penna nel vivo della società del tempo, evidenziandone le aberrazioni e le ingiustizie.

Il romanzo è la storia di una suora appartenente all’ordine delle Sepolte Vive, che, insieme alla consorelle, si trova a dover abbandonare il convento dopo moltissimi anni di clausura, a causa dell’esproprio dei beni ecclesiastici a favore dell’autorità temporale. La Serao ne descrive le disavventure, i tormenti, il senso di straniamento che segue il ritorno forzato in società dopo molti anni trascorsi nella totale devozione religiosa e nella solitudine. Sola, senza mezzi, costretta ad elemosinare un posto per vivere presso la sorella che in gioventù le rubò l’amore della vita. Senza più un motivo per vivere, strappata alle sue abitudini e al conforto dei riti dettati dalla religione.

Suor Giovanna della Croce incarna il destino di tutte le donne di quel tempo, private della loro identità e spogliate di ogni diritto se non hanno una fede la dito. E con lei la Serao introduce altre derelitte, donne di facili costumi, donne maltrattate, senza un tetto sulla testa, pazze o presunte tali. Ne esce il desolante quadro di una società incapace di difendere i più deboli, che ghettizza chi è povero e che lo spinge ai margini della decenza e della moralità. Ed ecco che la forza morale, la fede e la resilienza tipica del mondo femminile prende il sopravvento. Suor Giovanna della Croce non si abbatte, si rimbocca le maniche e svolge i lavori più umili, diventando un esempio di operosità e di spirito di adattamento. Ma nonostante ciò, ella soccomberà alla sua sorte, che vedrà prima il taglio della piccola pensione che le spetta e dopo, l’incedere inesorabile del’età, che la renderà inabile al lavoro.

Una parabola discendente, che segna il destino della suora senza che possa opporvisi. Una storia senza repliche, né speranza, neanche quella legata ad una giustizia divina, che sembra latitare, insieme al diritto all’assistenza e alla dignità. Una destino che accomuna Suo Giovanna ad una schiera multicolore e variegata di derelitti, di dimenticati e di senza speranza.

Triste a dirsi, ma certe cose non cambiano mai e ancora oggi il tema dell’inclusione e della pari dignità di ogni essere umano pare latitare. Una storia antica ma attualissima, che riesce a infilarsi nei meandri della mente umana, privata di un appiglio per vivere una vita dignitosa e autosufficiente. Una lettura scorrevole, appassionante ma anche dolorosa. La prosa di Matilde Serao non fa sconti, va dritta al punto e non teme mai di toccare argomenti scabrosi e scomodi. E mentre denuncia un sistema disumano riesce al contempo a elevare al quadrato la sensibilità e l’indagine psicologica sui personaggi, colpiti malamente dal pugno umiliante dell’ingiustizia sociale, alla quale si ribellano, contro la quale lottano  nonostante siano consapevoli che le fauci fameliche della società si abbatteranno su di loro, dilaniando le loro carni, scoperte e fragili.

L’autrice

Matilde Serao nasce a Patrasso, in Grecia, il 7 marzo del 1856 e muore a Napoli nel 1927, l’anno dopo essere stata candidata al Premio Nobel per la letteratura.  Scrittrice di prestigio, tra le più prolifiche di sempre della letteratura italiana, con oltre settanta opere al suo attivo, è passata alla storia anche per essere stata la prima donna italiana a fondare e dirigere un giornale.


  • Casa Editrice: 13Lab
  • Genere: classico
  • Pagine: 252

I VESTITI CHE NON METTI PIU’ di Luca Murano

Questo penso guardandoti dormire nella minuscola casa di Firenze, troppo piccola per noi due giganti. E mentre la città si addormenta docile e l’odore umido del fiume entra nella stanza avvolgendo i muri, io sbircio dalle persiane le case davanti, mi immagino le vite altrui, e mi rammarico un po’ di saper empatizzare così poco con l’altra metà del mondo là fuori.

Trama

Chi siamo quando nessuno ci osserva? Possiamo davvero sentirci al sicuro? È realmente plausibile, in tali circostanze, riuscire a indossare e sfoggiare la parte più limpida di noi stessi? I protagonisti dei racconti che compongono la presente silloge prendono vita tra le pagine col desiderio di rispondere a queste domande, compiendo azioni apparentemente insignificanti e che invece restituiscono alle storie autenticità e tutta la grazia che può nascondersi dietro le banalità, le paure, le sofferenze e le speranze di cui sono intrinseche le loro esistenze. Una raccolta di outfit dimenticabili, ma di reazioni e gesti indimenticabili perché radicati in profondità in ognuno di noi. Uomini e donne sull’orlo della perdizione, studenti squattrinati, scrittori precari, giocatori d’azzardo, genitori sciagurati e  figli egoisti che, con ironia e disincanto, scavano a fondo nella loro interiorità solo per scoprirsi vulnerabili, fallibili e, proprio per questo, umani.


Recensione

L’incontro con la penna di Luca Murano è stato un evento  fortuito. Come spesso accade quando le aspettative sono neutre, il risultato è stato dirompente e mi sono ritrovata presto avviluppata ai suoi rocamboleschi, estemporanei, curiosi, strampalati racconti.

La silloge, poco più di 120 pagine fitte di fatti, cose, persone e personaggi, ha il grande pregio di non annoiare e di trasportare il lettore al traguardo senza alcuno sforzo, complice la prosa scorrevole e illuminata da spruzzi (sprazzi) di ironia e di sottile sarcasmo. I personaggi che Luca Murano introduce sono uomini e donne comunissimi, in cui rispecchiarsi e in cui rivedere vicini di casa, passanti, gente incontrata per caso e per pochi attimi, ma che ha lasciato inspiegabilmente un’impronta dentro di noi.

Gente comune, che ha dalla sua la follia della normalità e l’aberrazione delle passioni, che se sufficientemente forti o incalzanti, ci portano ad azioni o pensieri fuori dagli schemi. Leggere queste vite, annusare dentro ai loro cassetti, curiosare nel loro passato e sbirciare in un presente che brilla di normalità è stato un viaggio piacevole e un’occasione anche per riflettere sulle cause e gli effetti dei nostri comportamenti. E sui desideri più o meno inconfessabili che animano le nostre esistenze, che solo nell’acuto di una passione o di un particolare evento possono sperare di sottrarsi alla banalità.

Se ne ricava un senso di complessità della vita che sfugge da ogni previsione, poiché controverte l’assioma secondo il quale la normalità di una vita senza scossoni sia indegna di essere raccontata. Ed ecco che in questo inatteso postulato sta la forza dei racconti di Murano, nel dimostrare che chiunque possa ambire a essere protagonista di una storia che non annoia, ma, al contrario, appassiona e fa riflettere.

I protagonisti di questi racconti sono tutti trafitti da fatti o situazioni che sono loro accadute senza che ne abbiano ravvisato un motivo o una spinta. Si ritrovano nel mezzo ad un guado e devono decidere se andare avanti o tornare indietro. Se affrontare i flutti gelidi e la corrente infida, oppure tornare in fretta a calzare scarpe asciutte e confortevoli. L’autore non si intromette mai a suggerire, indicare, commentare. Lascia che i suoi personaggi trovino la strada da soli, limitandosi a raccontare. Fornendo al lettore uno schizzo, un flash, un attimo di vita, circoscritto nella solennità del presente e avulso dall’incontrovertibilità del passato e dall’incertezza del futuro.

E il lettore, invece, cosa fa? Guarda, empatizza, condanna, registra, ricorda, confronta, assolve. In altre parole, si ritrova, il più delle volte, nei panni del protagonista di turno. In un esercizio di ricognizione della propria vita, in parallelo alla vita del personaggio. E, molto più semplicemente, si diverte a leggere, punto nella sua curiosità e nel suo inconfessabile desiderio di giudicare il prossimo.


L’autore

Luca Murano è nato nel 1980 a Sant’Angelo Lodigiano (LO). Dal 2009 vive in Toscana, dove si occupa di logistica. Oltre a curare Vai Come Sai, il suo blog di scrittura, negli anni ha pubblicato diversi racconti su riviste letterarie indipendenti. Nel 2018 ha esordito nel mondo dell’editoria con Pasta fatta in casa. Sfoglie di racconti tirate a mano.


  • Casa Editrice: Dialoghi
  • Genere: racconti
  • Pagine: 127

SULLE ORME DEL BRIVIDO di Gianluca Arrighi

A volte, nel destarci da un sonno profondo, sappiamo con assoluta certezza che qualcosa ci ha svegliati, ma non sappiamo cosa. Geltrude sapeva, con altrettanta certezza, che qualcosa l’aveva indotta ad alzare gli occhi dal libro. Ascoltò, come già aveva fatto in precedenza quella sera, con orecchio teso al profondo pulsare del suo sangue. Niente, non si udiva nessun rumore.

Trama

Questa antologia riunisce alcuni dei racconti più belli scritti da Gianluca Arrighi.

Vi si ritrovano l’atmosfera e la suspense che caratterizzano tutte le opere del grande autore romano, dove trame e personaggi s’infiammano in un incastro perfetto. L’indagine di Arrighi si addentra come sempre tra i meandri dell’animo umano, colto nella sua metà oscura e nella sua profondità insondabile. Ogni racconto è un piccolo gioiello che accompagna il lettore in un indimenticabile viaggio… sulle orme del brivido.


Recensione

Gli uomini e le donne che popolano questa raccolta di racconti noir sono uomini e donne tormentati, dal passato crudele o dal presente incerto, confuso, doloroso. Leggendo le loro storie sembra di incombere sulle loro vite senza averne il diritto. Perché osserviamo i loro tormenti e le loro ossessioni da una posizione privilegiata, che ci consente di vedere chiaramente dentro di loro senza essere visti.

Ma sono, allo stesso tempo, uomini e donne normalissimi, che hanno avuto lo sfortuna di incappare in vicende complicate, sanguinose, assurde o pericolose. Oppure uomini e donne che il destino ha forgiato malamente, rendendoli simili a creature inquiete o malvagie.

Intorno a loro, la vita, con i suoi tranelli, le sue opportunità e i suoi sgambetti. E dentro, l’incertezza, la paura e l’obbligo di vivere, secondo i canoni che la società ci impone.

Un caleidoscopio, un collage di varia umanità, che Gianluca Arrighi compone in un tutt’uno armonioso e gradevolissimo da leggere. Racconti brevi si alternano a storie più strutturate. Dentro le trame c’è un mistero da sciogliere ma anche altro. Lo studio della natura umana, delle sue pulsioni, degli insondabili meccanismi di causa e effetto, che scatenano gesti incomprensibili o insensati, che delineano un comportamento contrario alla legge, alla morale, al buon senso. I protagonisti sono sapientemente descritti per apparire diversi da ciò che sono in realtà, o per circoscrivere comportamenti inaspettati ma, in fondo, comprensibili, poiché si tratta di evidenziare sentimenti che possiamo facilmente condividere ma che sfociano, talvolta, in reazioni esagerate, condannabili ma comunque anche comprensibili.

E’ innegabile che la lettura di una silloge si opponga ai meccanismi legati alla monotonia o alla noia. La lettura, al contrario, si mostrerà esaltante e scorrevolissima, dotata di una luce vivace e anche consolatoria, per certi versi, poiché negli atteggiamenti dei protagonisti, ancorché contrari alla morale comune, noi lettori ci riconosceremo facilmente, ricavandone un senso di appagamento e una sorta di giustificazione per i nostri piccoli peccatucci, che vigliaccamente collochiamo in un limbo dai confini nebulosi, senza mai condurli verso l’illecito.

Quanto sopra, brilla ancora di più grazie alla penna dell’autore, che è soave, semplice, e fluida. Una penna che trova la sua naturale inclinazione proprio nell’arte di raccontare, come se i racconti della silloge fossero non altro che storie da leggere alla sera, davanti al camino, con l’intento più o meno palese, di spaventare gli astanti o di sollevare il loro raccapriccio.

Quindi, per concludere, un suggerimento: fatevi un regalo, lasciatevi suggestionare dai racconti di Gianluca Arrighi. Non ve ne pentirete.


L’autore

Gianluca Arrighi è considerato uno dei maggiori autori del romanzo giallo contemporaneo. Criminalista di successo, ha pubblicato i romanzi Crimina romana (2010), Vincolo di sangue (2012), L’inganno della memoria (2014), Il confine dell’ombra (2017), Oltre ogni verità (2018), A un passo dalla follia (2019), Intrigo in Costa Verde (2020). È inoltre autore di numerose novelle noir pubblicate dai principali quotidiani e settimanali nazionali.


  • Casa Editrice: Edizioni MEA
  • Genere: giallo / thriller
  • Pagine: 267

LA MAMMA SI E’ ADDORMENTATA di Romy Hausmann

Nel bosco la notte è senza contorni, non posso più correre, solo procedere passo dopo passo, con le braccia tese in avanti. E’ come se mi avessero bendato gli occhi per poi farmi girare due volte su me stessa. Avanzo a tentoni tra gli ostacoli, da un tronco d’albero all’altro. Sotto i miei piedi sento i ramoscelli spezzati e le foglie scricchiolare; nelle orecchie il sangue sta scrosciando come l’acqua in uno scarico.

Trama

Era solo una ragazzina di quindici anni quando è stata condannata per un crimine atroce, di cui si è sempre dichiarata innocente. Adesso Nadja è una donna adulta e ha ormai scontato la sua pena. Non chiede altro che una vita normale, e quel lavoro anonimo come assistente in uno studio di avvocati sembra l’unico modo per tenere a bada gli incubi e il panico che la assale all’improvviso. Un’esistenza grigia e ripetitiva che però la fa sentire protetta. Ma un giorno, inaspettatamente, la morte rientra di nuovo nella sua vita. Laura, la moglie del suo capo, l’unica persona che le abbia mai dimostrato amicizia, ha commesso un tragico errore, un errore che è finito nel sangue. Adesso potrebbe perdere tutto: suo marito, sua figlia, le sue sicurezze. Nadja sa bene che cosa significhi. Ma sa anche che aiutarla la renderebbe sua complice. Mentre si dirige nei boschi dello Spreewald con un carico inquietante nel bagagliaio della macchina, non può certo immaginare che quel luogo popolato di oscure leggende diventerà teatro di una caccia spietata. Qualcuno sta cercando di trascinarla in un gioco perverso e Nadja capirà ben presto che il suo passato sanguinoso potrebbe fare di lei la vittima perfetta. O l’assassina perfetta. Chi si è macchiato di una colpa potrà mai essere libero? Ancora una volta Romy Hausmann ci regala un thriller che porta alla luce i lati più insidiosi della psiche umana.


Recensione

Due racconti in parallelo, che sembrano non incontrarsi mai. Due storie maledette, che non sembrano essere capaci di deviare verso un lieto fine.

Una passione insana, travolgente, ossessionante. Alla quale lei, Nelly, non sa sottrarsi, e che per lui, Paul,  è come la tela di un ragno, tessuta con malcelata innocenza ma pronta a chiudersi sulla preda.

E un disagio che affiora sempre più evidente, tra le pareti di un appartamento sporco e senza luce. Una madre distratta  e una bimba, Nadja, che tenta di sopire, di celare, senza riuscirci, tutte le sue mancanze. Per amore del fratellino. Per salvarlo e per salvarsi.

Un avvocato di successo sarà l’anello che metterà in relazione i due scenari, attraverso una storia nera come la notte, in cui l’inganno e la mistificazione giocano il ruolo principale.

Il risultato è un thriller che tiene il lettore costantemente sulla corda. Che porta la tensione al parossismo per stemperarla, subito dopo, attraverso un cambio di scena repentino. Un balzo tra uno scenario e l’altro. Tra due storie in cui crudeltà e cinismo corrono sul filo del rasoio.

La legge, per mezzo dei suoi tutori, appare come una creatura camaleontica e viscida. La legge si presta ad adattarsi agli scopi dell’uomo. Sa tutti dei suoi vizi. Sa come aggirare la colpa e come assolvere.

Ma siamo proprio sicuri che l’arguzia dell’uomo e il suo deplorevole doppiogioco siano in grado di deviare il corso della giustizia? Siamo proprio sicuri che chi ci appare debole e vulnerabile sia destinato a soccombere?

“La mamma si è addormentata” è un romanzo che serba molte sorprese. E che soggiace, in ultima istanza, alla convinzione che il bene debba sempre prevalere sul male.

In un continuo cambio di scena e attraverso alterne vicende al cardiopalma, Romy Hausmann mostra al mondo il suo talento narrativo. Le sue atmosfere, i suoi personaggi, il gioco delle apparenze che sa creare senza sforzo, sono calamite per il lettore, che sarà ammaliato dal susseguirsi ossessivo delle vicende.

La scrittura di Romy Hausmann è brillante, suadente e ipnotica. L’impianto narrativo che costruisce è un capolavoro di perfezione in cui si alternano i due piani narrativi e le lettere che Nadja, ormai adulta, scrive al fratello, nel tentativo di spiegargli cosa successe la notte che la loro madre si addormentò nel sonno irrevocabile della morte.

L’innocenza perduta, la voglia di riscatto da un lato. Il desiderio di essere amato, la follia che ci fa credere di poter deviare i corso degli eventi, l’impossibilità di ottenere un processo giusto,  dall’altro.

La Hausmann è bravissima a farsi interprete delle pulsioni umane, spesso innocue ma talvolta, invece, talmente avverse da creare fratture insaldabili.

Una storia distorta, cattiva, che mostra al lettore il nero che può celarsi dietro alle apparenze. Una storia nera, in cui non si salva nessuno. Nessuno, quando, forse, sarebbe bastato così poco per correggere il corso degli eventi. Ma l’uomo è così. Codardo, insincero, avido. E soccombe, alla sua codardia, alla sua falsità, alla sua avidità. Una storia che soppesa il passato e decide che è enorme, ingombrante, incancellabile.

Difficile sottrarsi ad un destino segnato. Facile farsi abbacinare dalle illusioni. Meraviglioso perdersi nel labirinto creato da una penna illuminata, in cui soccombere, in cui rassegnarsi e perdersi.


L’autrice

Romy Hausmann (1981) ha lavorato come caporedattrice di una casa di produzione televisiva a Monaco e poi come libera professionista per la tv. Vive con la sua famiglia in un cottage nei boschi vicino a Stoccarda. Il suo romanzo d’esordio, La mia prediletta (Giunti 2020), è stato un grande bestseller internazionale, rimasto per mesi al 1° posto della classifica dello Spiegel e opzionato per un film di prossima uscita. Un successo confermato dal suo secondo thriller La mamma si è addormentata. I libri di Romy Hausmann sono tradotti in 24 Paesi.


  • Casa Editrice: Giunti Editore
  • Traduzione: Alida Daniele
  • Genere: thriller
  • Pagine: 346

L’AMORE MALATO di Amélie Cordonnier

Perché le parole sono lame che tagliano ciò che hai di più fragile. E anche di più prezioso. La tua allegria, la fiducia in te stessa. La voglia di camminare a testa alta, la certezza che tutto è ancora possibile.

Trama

«La violenza delle parole è meno grave dei pugni solo perché non lascia lividi?»

L’amore malato è l’esordio letterario che ha conquistato e turbato migliaia di lettori francesi.

Per sette anni ha creduto che Aurélien ne fosse finalmente uscito. E poi, senza preavviso, una mattina di settembre, l’incubo ha ripreso vita. Aurélien, che pure sostiene di amarla, ha ricominciato a vomitarle addosso insulti con una violenza inaudita, della quale ha reso spettatori anche i due figli. Caduta l’illusione del cambiamento, da quel giorno lei ha preso l’abitudine di annotare le oscenità e le offese che Aurélien le rivolge, per tenerne traccia e insieme provare a disinnescarle, nella patetica speranza che vadano a incrostarsi nelle note dello smartphone invece che nella sua anima. Ma ora, non è più disposta a sopportare tutto questo.

Restare? Andarsene? Il 3 gennaio compirà quarant’anni, e nel disperato tentativo di aggrapparsi a qualcosa che le dia la forza necessaria, si impone di prendere una decisione proprio entro quella data. Due settimane per ripercorrere i ricordi, le speranze, la disillusione, nell’imminenza di un Natale che a quell’angoscia aggiunge lo stridore delle inevitabili cerimonie familiari. Con una scrittura nervosa e asciutta che mantiene una distanza quasi documentaria dal racconto – a partire dal «tu» usato per la protagonista in luogo della prima persona singolare –, Amélie Cordonnier mette in scena la storia di un amore malato. Una di quelle storie di violenza coniugale che distruggono una donna pur senza lasciarle lividi sulla pelle.


Recensione

Una crepa, quasi invisibile, possiede comunque la forza per irrompere e per rompere gli argini. Mina una certezza, la rende fragile, incerta, vulnerabile. Come una goccia che a poco a poco scava la roccia, la crepa diventa frattura, e la frattura diventa lesione insaldabile.

Il tempo corrompe le cose. E l’aberrazione scardina il bene. A volte in modo impercettibile ma costante. A volte in maniera dirompente, come un terremoto che sfalda la crosta terrestre.

Un amore si guasta, si veste di gesti sbagliati, devia verso il dolore, si disintegra. Si macchia per il desiderio nascosto di annientare l’altro, di ridurlo in cenere, di minare la sua indipendenza e la sua forza interiore. Un attimo colpisce, l’attimo dopo è nuovamente pronto a chiedere perdono. A credere che tutto possa essere dimenticato, con un colpo di spugna. Mai avvenuto. Senza rancore. Con la pretesa assurda di un perdono che costa moltissimo a chi dei due deve dispensarlo. Un’altalena che distrugge, specialmente se i bambini ascoltano e vedono.

La ricerca di un motivo, che non c’è quasi mai. Il desiderio di fuggire e quello di rimanere. Voler dimenticare ma non esserne capaci. Fremere nell’attesa della tempesta che verrà, perché verrà, è certo, anche se il sole brilla nel cielo. La prima goccia di pioggia scatenata da motivi futili, incomprensibili. Perché meritarsi questo? Perché buttarsi via dietro ad un uomo che non sa apprezzare la dolcezza, la forza e la dirompente energia di una donna innamorata?

Amelie Cordonnier ha esordito nel 2020 con questo romanzo, potente, crudo e dilaniante. Una storia con i piedi per terra, che non cede mai al luogo comune, che non cerca perdono, né commiserazione, ma si limita a presentare al lettore una situazione familiare che all’apparenza non ha niente di insolito. Nelle abitudini, nell’intimità di una giovane famiglia si insinua la crepa, quella che spacca, quella che uccide.

Non vi è violenza fisica, non vi sono lividi. C’è una inesorabile lotta intestina che rompe l’equilibrio di una donna, distruggendo la sua identità.

E’ tutto molto insolito. E’ tutto molto normale. Dipende da quanto siamo disposte a fa passare. Dalle volte che decidiamo di lasciar perdere. Dall’intensità del nostro legittimo desiderio di stare bene e di far stare bene chi amiamo.

La Cordonnier trova senza sforzo la giusta chiave di lettura, attraverso un fraseggio intimo, diretto, rivolgendosi alla protagonista con la seconda persona singolare, quasi a ricordarle i gesti che ha fatto, quelli che ha subìto. Le sue scelte, il suo dolore, la fatica immane di condividere con altri la sue esperienza di violenza domestica. La guida, le tiene la mano, la conforta e la esorta a farsi valere. Mantenendo un contegno quasi distaccato, raccontando senza commentare.

Quello che ci consegna è una testimonianza, che lascia traboccare la volontà di difendersi da chi ci offende.  Un percorso di accettazione, che sfocia nella presa di coscienza di dover rompere gli schemi per difendere la propria identità. Un grido che scoperchia un vaso di dolore e che ci ricorda come sia facile colpire e fare male.


L’autrice

Amélie Cordonnier è giornalista dal 2002. Dopo aver lavorato per l’emittente Europe 1, nonché per il quotidiano «La Tribune» e il settimanale «Le Journal du Dimanche», dal 2014 è diventata responsabile della sezione Cultura della rivista «Femme Actuelle». L’amore malato (Trancher, 2018) è il suo primo romanzo, cui è seguito nel 2020 Un loup quelque part, entrambi pubblicati in Francia da Flammarion.


  • Casa Editrice: Gremese
  • Collana: Narratori francesi Contemporanei
  • Traduzione: MAria Stella Tataranni
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 172

C’ERA DUE VOLTE di Franck Thilliez

Guardare a mezzanotte la baia di Authie significava vedere solo un infernale pozzo di inchiostro. Si sentiva circolare l’acqua che sfregava le pietre con un mormorio sottile. Ovunque, in quella gigantesca distesa di sabbia, la marea poteva circondarti in pochi minuti e le correnti afferrarti per poi trascinarti verso il largo, sfinirti, annegarti.

Trama

Nel 2008, in un piccolo paese di montagna, il tenente Gabriel Moscato è alla disperata ricerca della figlia, diciassettenne piena di vita scomparsa da un mese. Uniche tracce la sua bicicletta, i segni di una frenata e poi più nulla. Deciso a indagare sull’hotel due stelle dove la ragazza aveva lavorato l’estate precedente, Moscato si stabilisce nella stanza 29, al secondo piano, per esaminare il registro degli ospiti. Legge attentamente ogni pagina, prima di addormentarsi, esausto dopo settimane di ricerche infruttuose. All’improvviso, viene svegliato da alcuni suoni attutiti. Quando si avvicina alla finestra, si rende conto che piovono uccelli morti. E ora è nella stanza 7, al pianoterra dell’hotel. Si guarda allo specchio e non si riconosce; si reca alla reception, dove apprende che è il 2020 e che sono dodici anni che sua figlia è scomparsa: la memoria gli ha giocato uno scherzo crudele. Quello stesso giorno il corpo di una giovane donna viene trovato sulla riva del fiume Arve…

Un nuovo, geniale rompicapo dal re del thriller francese Franck Thilliez, che compone un vero e proprio puzzle disseminato di trappole, imperdibile per tutti gli amanti della suspense.

Una chicca per i lettori che hanno amato Il manoscritto: ritroverete in C’era due volte una vecchia conoscenza, che tornerà a fare capolino in queste pagine creando uno stupefacente gioco di specchi fra i due romanzi.


Recensione

Una nuova dimensione di lettura, quella che ha inaugurato Franck Thilliez, scrittore francese che ha scalato le classifiche di vendite con i suoi ultimi romanzi, Il Manoscritto e Il sogno , ai quali fa seguito il nuovo, attesissimo, C’era due volte.

Leggere non è sufficiente. Occorre soffermarsi, intuire quale particolare potrebbe essere significativo, tenere gli occhi aperti, pronti a raccogliere le sfide che il geniale autore ci lancia dalle sue pagine. I suoi libri sono scatole cinesi, con al loro interno veri e propri rompicapo, la cui soluzione è cruciale per scoprire l’enigma che si cela nel libro. Giochi enigmistici, indovinelli e la ricerca ossessiva di una  efficace chiave di lettura. Un meccanismo millimetrico, quasi un algoritmo che, se applicato alle pagine del libro, porta il lettore a strabilianti conclusioni. Per i lettori testardi e curiosi, la lettura dei thriller di Thilliez è una sorta di allucinazione. Non ci si stacca dalle pagine finchè tutto non è chiaro. Insomma, la lettura è una partita a scacchi con l’autore stesso: bisogna anticipare le sue mosse, intuire i suoi scopi nascosti, entrare nella sua mente, cogliere ogni particolare. E mentre gli ingranaggi nella nostra testa lavorano a tutta velocità, la trama elaborata, sconvolgente, cruda, ci culla in un sonno ipnotico, popolato da creature deviate che trasudano dalla loro pelle tutto il male del mondo. I libri di Thilliez sono trappole mortali dove cadi di tua sponte, vertigini che attirano il lettore in un vortice di follia in cui lasciarsi andare per ricercare il fondo, il limite. Il male assoluto, inimmaginabile ma anche possibile. Perché gli abissi della nostra coscienza sono davvero insondabili e questo genialissimo autore ne dà ampia dimostrazione con i suoi scritti.

Non scriverò niente della trama, né che il libro riporta il lettore nei luoghi descritti la Il manoscritto. C’è un evidente parallelismo con il romanzo che ha visto la luce nel 2018, per cui non lanciatevi nella lettura di “C’era due volte” senza prima leggere Il manoscritto. Solo così potrete cogliere le giuste sfumature e comprendere alcune delle scelte narrative di Thilliez. I temi cari all’autore tornano alla luce: le aberrazioni della memoria, le devianze della mente, il doppio, la ricerca del romanzo dentro al romanzo. E attraverso queste leve, l’autore lascerà un velo sottilissimo sopra ai suoi intenti narrativi, che potrete intravedere oppure vedere chiaramente.

Cosa ho visto io? Abbastanza. Ma non vi nascondo che ho riletto Il Manoscritto e che ho sfogliato C’era due volte tante di quelle volte, perché alcuni interrogativi sono particolarmente pressanti e decisamente cruciali, tanto da avermi tenuto sveglia a lungo. Uno in particolare, che non posso svelarvi, legato all’identità di un personaggio chiave.

Detto, o meglio, non detto questo, concludo la mia arringa dichiarando il signor Franck Thilliez geniale, machiavellico, disturbante, meraviglioso, sublime e sottilissimo creatore di incubi. Indimenticabile, necessario, unico, strabiliante, oscuro, manipolatore, ipnotico.

E descrivo i suoi romanzi con gli stessi aggettivi. Non rinunciate al piacere sottile delle loro lettura, un piacere che confina con il dolore e la paura. Un piacere sadico, che confonde e irretisce ma che illumina e crea dipendenza. Non sottraetevi alle morbose atmosfere che Thilliez sa creare nei suoi romanzi, dove gli incubi più abbietti si stemperano nei paesaggi selvaggi e indomiti della Francia del nord, nelle tempeste e nel vento colmo di salsedine, nella spuma inquieta delle onde, che creano e cancellano al ritmo delle maree. Dove i personaggi più disturbati e sordidi si ammorbidiscono con il dolore della perdita, con la malinconia dei ricordi, con l’amore ossessivo e sconfinato di un padre verso i suoi figli. E dove c’è spazio anche per la vendetta, la rivalsa, il desiderio di annientare chi ci ha fatto soffrire. Una giostra in cui ogni sentimento gira su se stesso e crea vortici che conducono verso l’abisso. Thilliez non si esaurisce certo nella forza dei suoi rompicapo. Thilliez è un fine conoscitore dell’animo umano, un fine interprete delle sue pulsioni e l’illuminato profeta che predice l’orrore che nasce dalla perdita.


L’autore

Franck Thilliez è nato ad Annecy, è un ingegnere informatico. Grande cultore di film thriller, nel 2004 pubblica il suo primo libro Train d’enfer pour Ange rouge. Ha vinto i premi Les Prix des lecteurs «Quais du Polar» 2006 e Prix SNCF du Polar 2007 con il libro La Chambre des morts. Giallista di grandissimo successo, nel 2020 è stato tra i cinque autori più venduti in Francia in assoluto. Attualmente vive tra Pas-de-Calais, Antille e Guyana. Fazi Editore ha pubblicato Il manoscritto nel 2019 e Il sogno nel 2020.


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: DarkSide
  • Traduzione: Federica Angelini
  • Genere: narrqativa straniera
  • Pagine: 480

BUONANOTTE, SIGNOR TOM di Michelle Magorian

“Notte”, ripetè e scomparve giù per la scala a pioli, richiudendo la botola. Willie intrecciò le dita delle mani dietro la testa e guardò il vetro obliquo della finestra. La pioggia ci scorreva sopra in minuscoli rigagnoli ludici. Si accoccolò sotto il tepore delle coperte. Non avrebbe mai pensato che un giorno avrebbe apprezzato la pioggia, e invece adesso gli piaceva. L’ultima cosa di cui si rese conto prima di scivolare nel sonno fu il tic , tic, tic delle gocce che picchiettavano sulle tegole sopra la sua testa.

Trama

Per la prima volta nelle librerie italiane, Buonanotte, signor Tom è un classico moderno che figura tra i cinquanta libri più amati di sempre dagli inglesi. Adattato più volte per il cinema e il teatro e vincitore, fra gli altri riconoscimenti, della Carnegie Medal, è un commovente romanzo dalle atmosfere dickensiane che conquisterà grandi e piccoli.

Nel 1939, allo scoppio del secondo conflitto mondiale, nel timore dei bombardamenti tedeschi il governo inglese decide di evacuare migliaia di bambini dalle città e di sistemarli in campagna presso le famiglie disposte ad accoglierli. Uno di questi bambini, Willie Beech, trova alloggio presso Tom Oakley, un uomo di mezza età che vive solo, dopo la morte della moglie, nel villaggio di Little Weirwold. Il piccolo è traumatizzato: si spaventa per un nonnulla, bagna il letto tutte le notti e ha il corpo ricoperto di lividi e cicatrici. Con il tempo, le attenzioni costanti e l’affetto del signor Oakley consentono a Willie di riacquistare stabilità e serenità, ma anche di inserirsi felicemente a scuola e stringere legami di amicizia con i bambini del villaggio. L’incanto della nuova vita si infrange però quando la madre costringe Willie a tornare a Londra. Tom, inquieto per la mancanza di notizie, decide di andare in città per sincerarsi delle condizioni del bambino. Riesce a trovarlo dopo una serie di peripezie, ma fa una terribile scoperta…


Recensione

C’è davvero bisogno, ogni tanto, di leggere un libro come questo. Che ti rimetta in pace con l’umanità intera e ti avvicini all’idea che il mondo, in fondo, non è luogo così terribile in cui vivere.

“Buonanotte, signor Tom” è considerato un classico moderno. Anche se scritto in epoca relativamente recente, conserva il gusto dei libri di una volta, che diffondono buoni sentimenti e che hanno il potere di rasserenare gli animi. Un libro abitato da bambini e adatto a loro, ma buono da leggere anche per gli adulti, che potranno beneficiare della scrittura semplice, efficace e ben oliata della Magorian.  Una lettura piacevole, rilassante,  a tinte pastello, dalla quale non ci si può che attendere un lieto fine. Un romanzo al passato e sul passato, con una classica struttura ad episodi.

Un tuffo in un passato ormai lontanissimo, in cui, spesso, tra bambini e adulti c’era un confine a volte complicato da attraversare, in cui ignoranza, pudore e pessime convinzioni facevano a gara per caratterizzare il rapporto tra genitori e figli, ma anche più in generale, tra adulti e bambini, segnato da durezza,incomprensione e intolleranza.

Tom e Willie sono entrambi soli e spezzati dagli eventi della vita. Il primo ha perso la giovane moglie e il figlio che portava in grembo tanti anni or sono e si è chiuso nel suo dolore.  Il secondo è un bambino che non ha mai conosciuto l’amore né mai ha ricevuto attenzione dalla madre. Piegato dalle punizioni e indurito dall’assenza di qualsiasi contatto fisico, pensa di essere un bambino cattivo, meritevole di tutte le sue disgrazie.

L’incontro tra i due è provvidenziale. La vicinanza prima e l’amore poi saranno sufficienti a guarire entrambi dai loro malesseri, in un crescendo di eventi grandi e piccoli che non potranno che deliziare il lettore,  trasportato in un soffio nel cuore della campagna inglese, grondante di pioggia, dentro a piccoli centri dove tutti si conoscono per nome e dove la solidarietà è un valore da prendere molto sul serio. Un periodo, quello, in cui manca del tutto l’attenzione alla crescita armoniosa del bambino, alla sua realizzazione, al suo sviluppo emotivo. Del resto, c’è anche altro cui pensare. La guerra incombe e con essa la paura dei bombardamenti, della povertà, della fame.

“Buonanotte, signor Tom è il romanzo perfetto della buonanotte, appunto. Buono da leggere ad un bambino sotto le coperte, ai suoi sogni, che premono, gioiosi, sulle sue palpebre, inducendolo al sonno.

Un romanzo dove il bene trionfa, una medicina per i nostri tempi frenetici e densi di priorità, di diritti, di sensibilizzazione verso i mille malesseri del nostro tempo, da sembrare inutili, inconsistenti e svuotati da ogni significato. Tempi che hanno bisogno che si getti uno sguardo al passato, per rallegrarci delle nostre conquiste e per ricordarci l’enorme potere delle cose semplici.


L’autrice

Michelle Magorian nasce a Portsmouth nel 1947. Studia recitazione e mimo, poi si specializza in Film Studies alla London University e comincia a recitare. Nel frattempo scrive racconti, uno dei quali costituirà l’ossatura del suo romanzo più celebre, Buonanotte, signor Tom. La storia è stata adattata in forma di musical, di pièce teatrale e di film. Tra gli altri libri dell’autrice ricordiamo A Little Love Song, Just Henry e Back Home.


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Traduzione: Arianna Pelagalli
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine

LA VOCE DENTRO di Frances Leviston

Più lo lavori, più il feltro si restringe. I bordi diventano ondulati, irregolari; si increspa, e gli avvallamenti si riempiono di schiuma. Pensi che sia rovinato, e a volte è così; ma altre volte si sta solo avvicinando alla sua nuova forma. Versi altra acqua per sciacquare la schiuma e poi, quand’era relativamente pulito, lo metti ad asciugare su un grande telaio, in inglese “tenter”, da cui deriva l’espressione “to be on tenterhooks”, che significa “essere sulle spine”.

Trama

Le dieci protagoniste di questo romanzo in quadri si chiamano tutte Claire. Hanno età e vite diverse, ma le loro storie costruiscono il ritratto di un’unica donna riflessa in uno specchio frantumato. Claire è una presentatrice televisiva che manda all’aria la sua prima intervista importante; Claire assume un’assistente robot di nome Patience perché si prenda cura della madre anziana al posto suo, ma poi viene divorata dalla gelosia; Claire è una danzata assente e distaccata, che affida a un diario le sue insospettabili avventure sessuali; e Claire è una figlia in rotta con la madre, che decide di affrontare per l’ultima volta affidando il suo grido di rabbia a un inquietante burattino.

Con una lingua elegante e musicale, e pennellate che vanno dal grottesco all’horror, Frances Leviston racconta il momento, doloroso e liberatorio, in cui una donna decide di deviare il corso della propria vita, lasciandosi alle spalle quella voce interiore che nasce dal rapporto col materno. Come moderne Cassandre, le sue protagoniste si ritrovano in un mondo che non ha i tratti familiari del passato, ma non per questo rinunciano a seguire la natura profetica delle loro fantasie, infiniti corridoi da percorrere senza paura di trasgredire le regole e s dare l’autorità.

Questo libro è per chi coltiva lamponi in un orto d’estate, per chi ha viaggiato in tutta Europa tra le pagine di Tutto quello che è un uomo, per chi di fronte a un pianoforte chiuso si copre le orecchie per proteg­gersi dal silenzio, e per chi ha dipinto una cifra in più sul quadrante dell’orologio, per vivere in un’ora inventata dove non invecchiare mai.


Recensione

Portano lo stesso nome. Sono donne che vivono tutte un dissidio interiore, che transitano in un’esistenza che si contorce su se stessa, a stravolgere, a fraintendere, a supporre qualcosa che si rivela trascendente, sconosciuto, irreale, fastidioso.

Dieci vite, dieci storie di lotta, contro nemici spesso incorporei, che stanno dentro, al riparo, nascosti bene dalle vesti esterne, dai pensieri altrui, dalle convenzioni.

Claire, questo è il nome che ricorre. Luce, faro, trasparenza, in netto contrasto con il buio che incombe su ognuna di loro. Ogni Claire è stretta in un dolore, che non riesce a neutralizzare con la sola forza di volontà.

L’umore che prevale in questa raccolta è la rassegnazione, la resa. Ed anche la sconfitta. Una sconfitta che non porta dolore, ma solo la constatazione di un destino avverso, proteso verso il fallimento come un male inevitabile.

Ogni Claire ha una storia familiare insolita, che la porta ad incrinare l’idea di coesione, di solidarietà che il concetto di nucleo familiare pretende. Ogni Claire ha in testa un’idea felice, un intento virtuoso, che tuttavia, altrettanto puntualmente naufraga e implode.

Non conta l’età, il ceto, la provenienza, la situazione. Claire, quale che sia la donna di uno dei dieci racconti, combatte con un’ombra, uno spauracchio. E inevitabilmente perde.

Frances Leviston ha grande dimestichezza con le parole. La sua penna è svelta, arguta, ammiccante. Tesse in scioltezza lessici che allungano le loro braccia verso l’estasi e il tripudio della poesia, affrancandosi dalla schiavitù della metrica. Il senso di asfissia è latente, ma ammicca dalla prosa densa di significati sottili e dalle atmosfere stantie e opprimenti di vite disilluse, che si rassegnano a rimanere banali e attanagliate da un senso di sconfitta.

Così è la Claire che manda a monte un sogno, o la Claire che si ritrova a competere con un robot. Quella che si scontra con l’inconsistenza e le insidie di un personaggio immaginario o quella che va incontro a un ricordo disturbante e mai dimenticato. Claire ha spesso un rapporto conflittuale con sua madre. Claire soffre per l’incapacità di trattenere un amore o di provocarlo.

I quadri che disegna la Leviston sono acquarelli delicati ma anche dipinti a tinte forti, aggressivi e sfrontati. Dipinti in cui rispecchiarsi, in cui lenire i nostri malumori e le nostre delusioni. Un romanzo che permette al lettore di praticare la consolazione di un “mal comune, mezzo gaudio”. Che lo lambisce con l’idea che l’infelicità è democratica e distribuita tra gli abitanti della terra con una sbalorditiva perequazione.

Un’incursione nel disturbante mondo privato degli altri, che a volte può sembrare un prato sempre verde, ma che spesso è una brughiera battuta dal vento, che spettina i capelli e lascia il capo scoperto, nudo.


L’autrice

Frances Leviston è una scrittrice e poetessa inglese, e insegna alla University of Manchester. Le sue raccolte di poesie, Public Dream e Disinformation, sono state candidate al T.S. Eliot Prize, al Forward Prize for Best First Collection, al Jerwood ­Aldeburgh First Collection Prize e al Dylan Thomas Prize. La voce dentro è stato inserito dal Guardian tra i migliori libri del 2020. NNE pubblicherà anche il suo prossimo romanzo.


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Collana: La Stagione
  • Traduzione: Ada Arduini
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 249