DUE SULLA TORRE di Thomas Hardy


Una donna esperta che risveglia la passione di un giovanotto proprio nel momento in cui lui cerca di brillare intellettualmente commette quasi un crimine.

Trama

Abbandonata dal marito, un ricco proprietario terriero, Viviette Constantine si innamora di Swithin St. Cleeve, di ben nove anni più giovane di lei, bellissimo, colto e gentile figlio di un curato di campagna. Swithin è un astronomo e lavora in cima a una torre dove trascorre tutto il suo tempo a studiare gli astri e i fenomeni celesti. Il romanzo – ambientato nella campagna dell’amato Dorset – narra la storia del loro amore, che si sviluppa in un intreccio intinto nelle forti passioni del genere “sensazionale”: morti presunte, adulterio, matrimoni segreti, angosciosi patemi riguardo alle convenienze sociali, gravidanze inopportune, nozze riparatrici, cuori spezzati da dolori cocenti e felicità improvvise. Al tempo della prima pubblicazione furono proprio questi elementi della trama, ritenuti peraltro poco congrui con la letteratura “seria”, a far sì che il romanzo attirasse numerose critiche negative e accuse d’indecenza. In seguito, l’evolversi dei costumi ha permesso di apprezzare nuovamente il delicato equilibrio o il voluto contrasto tra il troppo umano delle vicende sentimentali dei protagonisti e la sublime freddezza dei corpi celesti studiati da Swithin con tanta passione e di ascrivere questo romanzo, il nono, fra i migliori della produzione di Hardy.


Recensione

Riscoprire uno dei capolavori di Thomas Hardy è un atto di enorme clemenza verso il genere umano. Non solo per quella frangia di lettori che hanno una inclinazione verso i romanzi inglesi della seconda metà del XIX secolo. No, è un dono per tutti i lettori del nostro tempo, il cui occhio e il cui cuore si è ormai disabituato al linguaggio forbito , alle abitudini, ai modi e alle convinzioni di un’epoca che mai come adesso appare lontana anni luce dalla nostra visione di vita.

In “Due sulla torre” emerge prepotente il delicato e complesso equilibrio tra uomini e donne di quel tempo. Un equilibrio precario, in cui impattano molteplici e imperscrutabili variabili quali l’età, la condizione sociale, il desiderio di raggiungere il prestigio, nella piena  convinzione che il matrimonio sia qualcosa cui cedere facilmente se la passione è impellente e insopprimibile. Ma al tempo stesso anche un atto dal quale cercare di trarre il massimo vantaggio, poiché unico mezzo di realizzazione e sostentamento per la donna.

Ed ecco che lui, il nostro bel Swithin St. Cleeve, dai capelli color del lino e dalle origini popolane, attraente quanto ingenuo, giovanissimo e ambizioso astronomo, si imbatte in lei, Viviette Constantine , donna già matura, sposata e benestante, annoiata da una vita fatta di solitudine. La scintilla che scocca tra loro è  inevitabile e inopportuna. Per lui, che verrebbe sminuito nel suo amor proprio e nel suo personale decoro se cedesse alle lusinghe della donna. Per lei, che si unirebbe ad un uomo troppo giovane, senza una posizione e palesemente senza mezzi.

Niente tuttavia tiene a freno i due innamorati, entrambi ingenuamente vittime dei loro ardori. Questo amore insano è destinato a rimanere segreto.

Da questo spunto nasce tutta l’intera costruzione narrativa di Hardy, in un miracoloso meccanismo di causa ed effetto. Il sotterfugio, perseguito con potente convinzione dai due malcapitati, è fonte di infinite difficoltà, di malintesi, di bugie, di occasioni perse, di intrighi e di incredibili acuti del Caso.

I due, che nutrono verso l’altro una forma assai testarda di ossessione e che sono, al tempo stesso, deboli e inefficaci nel perseguire i loro scopi, finiscono per tendere pericolosamente al grottesco, vittime e artefici dei  mezzi che utilizzano per portare avanti una relazione destinata a indebolirsi sotto i colpi di un destino assai capriccioso e finanche comico, per certi versi.

L’esasperazione del malinteso e della coincidenza come mezzi per ingarbugliare una trama di per sé piuttosto semplice, è portato avanti dall’autore con enorme efficacia. Grazie a questo, la lettura diventa immediatamente fluida, curiosa e interessante.

Il romanzo diventa subito un ritratto meraviglioso di un’epoca in cui i rapporti umani sono avviluppati da un feroce conformismo, da una buone dose di ignoranza, dall’accettazione che il mero calcolo economico giustifichi un unione tra uomo e donna. Superstizione, divario sociale, leggerezza, ingenuità, romanticismo e calcolo regnano incontrastati e fanno a gara a rendere difficile e inutilmente complicata la vita degli uomini e delle donne. Il candore e l’ingenua infatuazione di lui, che cozza sorprendentemente con la sua passione per la scienza, l’infatuazione e la paura di invecchiare di lei sono micce tremende accanto al fuoco. I grotteschi malintesi che subiscono e i pregiudizi a cui sottostanno i due protagonisti sono macigni pesantissimi che è impossibile spostare dalla loro strada.

Che dire di più? “Due sulla torre” non si può raccontare. Si deve leggere. Va assaporato. Va vissuto.

Bello e intricato, romantico e grottesco, avviluppato in una trama che finisce per convergere in un finale inaspettato ma terribilmente coerente.

In fondo è legittimo provare compassione per i due sfortunati amanti, che, forse, in un mondo più vero ed autentico avrebbero subito molte meno vicissitudini. Ma vita è un romanzo, giusto? E senza sacrificio la ricompensa è meno dolce, almeno così si dice….


L’autore

Poeta e romanziere inglese, nasce a Higher Bockhampton, nel Dorset, vicino Dorchester, il 2 giugno 1840. All’età di ventidue anni si trasferisce a Londra e inizia a scrivere poesie che hanno come tema la vita rurale. Non riuscendo ad arrivare al pubblico con la poesia, decide di tentare maggior fortuna con la narrativa. Il suo primo successo fu Via dalla pazza folla, del 1874, cui seguirono Il ritorno al paese nel 1878 e Il sindaco di Casterbridge nel 1886. Dopo lo scalpore suscitato da altri suoi due libri pubblicati tra il 1891 e il 1895 (Tess dei d’Urberville e Jude l’oscuro), in cui derideva le convenzioni dell’epoca vittoriana, Hardy dedicherà il resto della sua vita alla composizione di poesie. Muore a Dorchester l’11 gennaio 1928. Fazi Editore ha pubblicato Nel bosco (2015), Via dalla pazza folla (2016), Due occhi azzurri (2017), Sotto gli alberi (2018), Estremi rimedi (2019) e Due sulla torre (2021).


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Traduzione: Chiara Vatteroni
  • Genere: classico
  • Pagine: 465

POTENZA E BELLEZZA di Elido Fazi

“Se questo fosse vero, e cioè che il paradigma per valutare la felicità degli Stati è la Bellezza e non la Potenza, probabilmente non esisterebbe un popolo più felice di quello degli Italiani”.

Trama

In un’afosa giornata di luglio del 1796, a Bologna, due uomini s’incontrano per combinare un matrimonio. Il primo è Costantino, un inquieto agricoltore del Piceno, che oltre a essere sensale di nozze produce fucili e sciabole. Il secondo è Monaldo, giovane conte di Recanati, mite e ben educato, che aspira solo a metter su famiglia e a coltivare i suoi studi. Intanto la città è in fermento per l’arrivo di un certo Bonaparte, il “generalino francese” che a soli 26 anni ha già sconfitto i Piemontesi e gli Austriaci. L’Italia è fragile e divisa, e dietro alla bandiera della “Libertà” si cela il desiderio di conquista dell’ennesimo invasore straniero. Quanto tempo passerà prima che i Francesi arrivino anche nelle Marche? E chi difenderà il papa? Costantino è pronto a imbracciare le armi e già si prepara ad arruolare un piccolo esercito di insorgenti tra i montanari delle sue terre. Monaldo invece è più cauto: da poco è entrato a far parte del Consiglio Comunale di Recanati e il suo primo desiderio è quello di salvaguardare la sua famiglia e la sua città. Ma la Storia travolge tutto e tutti. Mentre la guerra infuria in Europa, sconvolgendone l’assetto politico, la quiete delle Marche è scossa insieme agli animi dei suoi abitanti. Tra questi anche i figli di Costantino e Monaldo, che condividono lo stesso nome di battesimo. Il primo Giacomo, ardimentoso come il padre, ne seguirà le orme entrando nella resistenza, mentre il secondo, geniale fin dall’infanzia, è destinato a lasciare il segno nella letteratura italiana e nel pensiero politico del suo tempo…

In Potenza e Bellezza, Elido Fazi racconta due storie parallele. Da un lato, seguendo la parabola di Napoleone e rivelando l’uomo nascosto all’ombra dell’imperatore, denuncia con lucidità e minuzia la follia del potere, che non può mai saziarsi perché si nutre solo di se stesso. Dall’altro, attraverso un ritratto intimo e appassionato delle Marche e della sua gente, evoca la gioia e la pienezza che riceviamo in dono dalla natura, dalla poesia, dall’arte, e che dovremmo custodire come il nostro tesoro più prezioso. Perché, come scrive Giacomo Leopardi a soli 17 anni, nell’Orazione per la Liberazione del Piceno, «Se questo fosse vero, e cioè che il paradigma per valutare la felicità degli Stati è la Bellezza e non la Potenza, probabilmente non esisterebbe al mondo un popolo più felice di quello degli Italiani».

Recensione

Non è frequente leggere un romanzo storico tanto accurato quanto  “Potenza e bellezza” di Elido Fazi.

Tanto che ho spesso la netta sensazione che chiamarlo “romanzo” sia profondamente riduttivo. Perché, ad essere sinceri, vi è davvero poco dell’elemento narrativo in questa opera, se paragonato alla mole ragguardevole di nozioni storiche vi che troviamo.

Elido Fazi, coadiuvato da una penna particolarmente ispirata e profondamente erudita, offre al suo lettore un quadro preciso della nostra penisola negli ultimissimi anni del secolo XVIII quando un giovane generale, una sorta di parvenu, stravolge gli equilibri politici dell’intera Europa.

Non è nobile, non è particolarmente bello, non vanta antenati importanti. E soprattutto è di nazionalità francese per un puro caso, dato che la Corsica, che gli ha dato i natali 26 anni prima, è da poco stata annessa alla Francia, nazione della quale a stento egli  padroneggia il linguaggio.

Napoleone Bonaparte ha una storia che affascina chiunque si affacci a conoscerla.

Assetato di potere, asservito alla guerra, soggiogato dai fremiti della battaglia. Insensibile alle sorti del suo nemico, paranoico verso chi lo ostacola, una macchina distruttiva che stritola nei suoi potenti ingranaggi chiunque vi si avvicini.

“Potenza e bellezza” celebra l’intera sua esistenza, dalla sua gloriosa ascesa fino agli abissi della sua caduta.

Un ritratto inedito e impietoso di un uomo che ha dato tutto se stesso alla sete di conquista.

Una sete che non si placa facilmente, che si nutre del sangue del nemico. Sangue, che più se ne beve, più si brama.

In quegli anni l’Europa è abbacinata dagli ideali della Rivoluzione Francese. La libertà è un miraggio per l’intera penisola, divisa tra tanti padroni, priva di una identità nazionale. Napoleone giunge in Italia come un liberatore. Dispensatore di quella libertà di cui in molti, forse troppi, si riempiono la bocca.

Purtroppo, appare quasi subito evidente che non c’è libertà, ma solo la sostituzione di un nuovo padrone con il vecchio. I francesi in realtà portano morte, violenza, mentre razziano con inusitata cupidigia ogni opera d’arte in cui si imbattono. L’Italia è depredata di tutte le sue bellezze artistiche, che prendono il largo verso la Francia. Persino il Papa sente su di sé la minaccia che deriva dalle scorribande dei francesi,  il cui furore sembra impossibile da frenare.

L’autore si focalizza sulla vicenda storica delle Marche, regione che all’epoca appartiene allo Stato della Chiesa.

In quella terra verdeggiante, dove la campagna declina dolcemente verso l’Adriatico, nessuno è disposto ad accettare il dominio del nuovo padrone. Mentre Costantino, abile artigiano costruttore di spade e di coltelli, organizza una sorta di resistenza popolare, Monaldo, giovane conte che rifugge la violenza e che esita a prendere una posizione precisa per timore di perdere i suoi privilegi, costruisce una fortezza intorno alla sua famiglia, in seno alla quale cresce, sognante e curioso, il piccolo Giacomo Leopardi, che fin dalla tenera età appare destinato a grandi cose.

Costantino e Monaldo interpretano gli opposti di un modello che racchiude in sé l’animo italico. Impavido, assetato di libertà, disposto alla morte pur di difendere la sua terra.

I loro destini sono entrambi stravolti dalla Storia, in modo indelebile.

Costantino, Monaldo e i rispettivi figli rappresentato lo strenuo baluardo della Bellezza, quella musa che ispira da sempre il popolo italiano. Che lambisce ogni ferita, curandola dalla febbre. Che fa sopportare qualsiasi angheria. Perché la Bellezza tutto può. Consolare, curare, guarire. La Bellezza rende la vita degna di essere vissuta ed eleva l’anima verso il Paradiso.

La Bellezza può addirittura neutralizzare i graffi che l’esercizio del potere perpetra sugli animi, incattivendoli e rendendo cieco chi impugna la spada verso il debole.

Nell’afrore delle vicende storiche di quegli anni, in cui la Potenza imperversa seminando morte e distruzione,  e si nutre della sua stessa carne e del suo stesso sangue, altra cura non c’è se non quella che deriva dal perseguire l’ideale della Verità e della Bellezza.

Verità e Bellezza salveranno l’uomo dalle sue miserie. Questo è ciò che il giovane Giacomo crede fortemente.

Noi, oggi, possiamo forse tirare le somme e stabilire il vincitore e il vinto. Se la Potenza, con le sue crudeli necessità, o la Bellezza, con i suoi balsami lenitivi, a sollevare la nostra anima dalla schiavitù del corpo.

Giacomo probabilmente non lo saprà mai. Mi piace pensare che egli abbia puntato la posta più alta sulla Bellezza, che ha perseguito e celebrato meravigliosamente con i suoi versi immortali, vincendo di gran lunga la sua personale battaglia. E che la sua penna, mai stanca, sia stata la cura più efficace. Una penna che continua a vivere e a dispensare Bellezza in chi la legge.

“Potenza e bellezza” è un romanzo che da solo cura le ferite inferte alla nostra identità nazionale, oggi più che mai bistrattata e asservita a mille prepotenti padroni. Una lettura che si rivelerà illuminante e portatrice di coraggio e di un sentimento che assomiglia fortemente all’orgoglio. Un rullio di tamburi che pian piano diventerà più forte ed imperioso, a ricordarci di quanto l’italica fierezza sia stata in passato impavida e indistruttibile. Un tempo, nemmeno troppo lontano, in cui il popolo si batteva con ogni arma a disposizione per la sua libertà.

Un tempo in cui l’Italia era solo un embrione. Un’idea, un sogno, nella testa e nel cuore dei suoi abitanti.

Di romanzi così trovo ce ne sia un gran bisogno. Grazie a letture così si può davvero essere grati di poterci definire gente d’Italia.

L’autore

Elido Fazi si laurea in Economia e Commercio presso l’Università La Sapienza”di Roma e nel 1977 consegue un Master in Economia presso l’Università di Manchester. Nel 1979, dopo due anni presso la Ford of Europe di Londra, entra alla Business International Corporation, per la quale dall’86 dirige la sede italiana. Nel 1989 viene nominato Vice Presidente di Business International/The Economist Intelligence Unit, con responsabilità per i paesi mediterranei. Nel 1993 fonda Business International, società a capitale italiano che gestisce il marchio Business International di proprietà dell’Economist Group con un accordo di licensing. Nel 1994 fonda la casa editrice, Fazi Editore. Ha tradotto e pubblicato il poema in versi La caduta di Iperione (1995), e ha scritto due romanzi ispirati alla vita di John Keats, L’amore della luna (2005) e Bright Star (2010). Con Paolo C. Conti, ha pubblicato il pamphlet Euroil. La borsa iraniana del petrolio e il declino dell’impero americano (2007). Di grande successo fu la collana One Euro, in cui pubblicò La terza guerra mondiale? La verità sulle banche, Monti e l’Euro (2012) e La terza guerra mondiale? libro secondo – Chi comanda, Obama o Wall Street? (2012). Con Gianni Pittella (vice presidente del Parlamento Europeo) ha pubblicato Breve storia del futuro degli Stati Uniti d’Europa (2013).

  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Genere: romanzo storico
  • Pagine: 453


QUEL PRODIGIO DI HARRIET HUME di Rebecca West

Nessun uomo al mondo al quale lei avesse fatto concessioni indulgenti si sarebbe in cuor suo levato il cappello più velocemente di lui per inginocchiarsi. Ma un uomo deve farsi strada nel mondo! Santo cielo, lei non lo capiva!

Trama

Harriet Hume, affascinante pianista squattrinata, mistica e stravagante, è l’essenza della femminilità; Arnold Condorex, spregiudicato uomo politico imbrigliato in un matrimonio di convenienza con la figlia di un membro del Parlamento, è un ambizioso calcolatore senza scrupoli. I due si amano: sono opposti che si attraggono, e nel corso degli anni si incontrano e si respingono, in varie stagioni e in vari luoghi di Londra, come legati da un filo sottile che non si spezza mai. La loro relazione si dipana tra il realismo dell’ambientazione cittadina e l’incanto magico della fiaba: le doti musicali di Harriet sconfinano in una stregoneria allegra e un po’ pasticciona, che le permette di leggere nel pensiero dell’amato. Quando Arnold se ne rende conto, diventa ostaggio di questo dono sovrannaturale, grazie al quale Harriet può svelare le macchinazioni politiche alle quali lui è ricorso per anni – e che ancora continuerebbe volentieri a imbastire – per fare carriera. La donna costringe l’amante a fare i conti con se stesso: Harriet è la coscienza di Arnold, la sua parte migliore; è l’integrità, il rifiuto di ogni compromesso, è tutto ciò che Arnold non può manipolare, come ha fatto con la politica e con il matrimonio.

Quel prodigio di Harriet Hume racconta la vittoria dell’amore e della bellezza sull’eterna esigenza maschile di dominio, con uno stile tanto poetico quanto la Londra che celebra, e l’aggiunta di una componente fantastica che dona a queste pagine un tocco magico. La penna di Rebecca West al suo meglio: il brio, la finezza psicologica e il lirismo descrittivo dell’autrice concentrati in un romanzo delizioso.

Recensione

Inutile dire che non sapevo cosa aspettarmi da questo romanzo, non avendo mai letto niente di Rebecca West. Ancora più inutile, probabilmente è dirvi che sono rimasta a dir poco abbacinata da questo romanzo che, non si dimentichi, è stato scritto negli anni quaranta del novecento. Da ogni punto di vista, quindi, un secolo fa!

La figura di Harriet Hume, protagonista indiscussa dell’opera, risalta magnificamente con la sua esuberante quanto candida stravaganza. Una sorta di fata, inconsapevole del suo fascino e soprattutto del suo modo di essere inconsueto e del tutto fuori dalle righe.

Oggi, forse, Harriet non risulterebbe così. Sarebbe probabilmente una donna ordinaria, pur nella sua scanzonata leggerezza. Ma questa figura contestualizzata nel tempo ma anche nello spazio (la Londra bacchettona dei “sir”, degli uomini d’affari e delle signorine in abito di seta) risulta essere effettivamente un prodigio oltre che il frutto inconsueto di un romanzo che  di per sé non rispecchia neanche un po’ i dettami dell’epoca, in cui la figura femminile  si muove, timida e a volte incomprensibile, in uno spazio strettissimo.

Signorine di buona famiglia, timorate di Dio e velate da un alone di virginale ingenuità  da un lato e donne di facili costumi dall’altro. Figure, quest’ultime, che sempre sono apparse  un’aberrazione della natura femminile  e mai frutto di una scelta o di una inclinazione.

Harriet Hume, a ben vedere, non appartiene né all’una né all’altra schiera. Anche se la West (o il traduttore?) la apostrofa spesso con il poco edificante aggettivo “sgualdrinella”,  Harriet si colloca al centro. Né carne, né pesce. E forse è proprio questo il suo peggior difetto. Oppure la sua terribile sventura; perché all’epoca probabilmente non c’era un epiteto che potesse descrivere una donna come Harriet, che infatti la si definisce con un siffatto e poco edificante aggettivo.

Questo suo stare in mezzo, né madonna, né meretrice, è fonte di grande frustrazione per Arnold Condorex, uomo ambizioso, senza un patrimonio e una famiglia, corroso dal bisogno insopprimibile di “farsi strada nel mondo”. Arnold è il classico arrampicatore sociale. Senza scrupoli quando si tratta della sua carriera quanto invece puritano e succube del giudizio degli altri nella vita privata.

La West tratteggia il coprotagonista del romanzo con ben poca benevolenza. Apparentemente solidale con il suo disagio, derivante dall’indecisione di lasciarsi andare in una relazione seria e duratura con Harriet oppure di evitarla come la peste sminuendone le sua indubbie qualità, l’autrice affonda a mio parere la lama mostrando l’incapacità di Arnold di mostrarsi al di sopra della morale comune.

Arnold è indubbiamente attratto da Harriet e non solo per la sua leggiadria e per la sua indiscutibile avvenenza. E’ attratto da lei anche per la sua arrendevolezza. Per la fantasia con cui racconta le sue fiabe e per l’affabile dono di condurlo con sé in luoghi fantastici e meravigliosi, fatti di piante, fiori, signorine in ghingheri e sottili ed innocenti magie. Per il suo ingenuo candore e per la fiducia, del tutto malriposta, nella comprensione e nella solidarietà del genere umano.

Harriet è tutto ciò che una donna di quel tempo non dovrebbe essere. Indipendente, incurante del giudizio altrui, candida, celestiale, dissacrante, spensierata. Arnold è del tutto irretito da questo uragano di donna, che pur esile ed eterea, riesce a dire e a fare cose che nessuno potrebbe neanche lontanamente immaginare.

Senza considerare che questa meravigliosa creatura non smette mai di mettere Arnold davanti alle sue scelte di vita. E’ in questo modo che lo spessore morale di Harriet si mostra lontanissimo dall’opportunismo e dalla grettezza di Arnold, che ha sacrificato la sua integrità ed anche la sua felicità privata alla carriera, che porta avanti con mezzi poco ortodossi e davvero discutibili.

Arnold è esattamente preda del pregiudizio. Mentre circonda Harriet di dolcezza, amore e venerazione, non resiste alla tentazione di sminuirla, persino come pianista, professione che svolge invece con grande perizia e talento. Arnold non può evitare di ritenere che la Donna , quella creatura eterea e senza volontà, fatta solo per abbellire la vita di un uomo, debba sovrastare la Pianista.  Arnold finisce per demolire quest’ultima figura e utilizza un linguaggio tendenzioso per sgretolare l’autostima di Harriet (ma senza mai riuscirci, badate bene!). Herriet è una sfacciatella, una paperella, uno zuccherino, una piccola bugiarda.

Ma la nostra Harriet è un personaggio imperturbabile. I poco edificanti epiteti le scivolano addosso perché lei è consapevole che ciò che viene additato come un suo limite o difetto è  in realtà proprio quello che  le dà un enorme potere sugli uomini.  Che la adorano ma che si vergognano di lei.

Mi voglio soffermare un attimo sulla valenza dell’opera in un epoca ancora profondamente maschilista, in cui la donna è solo un gingillo da appendere all’occhiello della giacca. Oggi l’audacia di Rebecca West è forse anche più evidente rispetto al passato, quando tutto ciò che era eccentrico era da correggere a tutti i costi, perché sbagliato o dannoso. Oggi possiamo permetterci di sorridere di fronte agli incontri -scontri dei protagonisti. Ed Harriet ci appare finalmente per quello che è: un’adorabile signorina in abito di mussola, dall’espressione svagata o meravigliata, dalla fervida fantasia e fermamente convinta che il mondo sia un luogo magnanimo in cui vivere, un luogo dove conta l’essere e non l’apparire.

Un ultimo passaggio sul linguaggio della West. Che dirne? La sua prosa è un fiume in piena! Straripante, colma di parole, quasi una poesia ininterrotta dove manca solo la rima baciata.

Una prosa che nasce logorroica, della quale non è facile seguire il filo conduttore, tanto è ricca e piena di immagini. I dialoghi della West sono veri e propri monologhi che una mente non allenata fatica a seguire e a comprendere. “Quel prodigio di Harriet Hume”  va letto in religioso silenzio, concentrati ed aperti ad un linguaggio al quale non siamo più abituati.

Vi confesso che a tratti ho fatto fatica a seguire il filo del discorso e mi sono persa. Questo pregio sintattico è forse anche il limite di questo romanzo, che reputo non fruibile da tutti. Sicuramente non a chi ha fretta di giungere alla fine di un capitolo. E nemmeno a chi predilige il linguaggio scarno e senza fronzoli.

In questo romanzo i fronzoli sono ovunque. E sono rigogliosi, colorati, quasi psichedelici.

Il linguaggio della West è opulento, aulico, formale ma anche scherzoso. E dissacrante, ironico e sprezzante verso chi vive ingabbiato nel pregiudizio e nel perbenismo, quegli stessi “mostri” che sopravvivono tuttora.

“Quel prodigio di Harriet Hume” è un vero e proprio viaggio che tocca mille porti e rincorre i percorsi più panoramici ma anche i più tortuosi. Un viaggio virtuoso e illuminante, che rifarei ancora.

  • Casa editrice: Fazi Editore
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 262