C’ERA DUE VOLTE di Franck Thilliez

Guardare a mezzanotte la baia di Authie significava vedere solo un infernale pozzo di inchiostro. Si sentiva circolare l’acqua che sfregava le pietre con un mormorio sottile. Ovunque, in quella gigantesca distesa di sabbia, la marea poteva circondarti in pochi minuti e le correnti afferrarti per poi trascinarti verso il largo, sfinirti, annegarti.

Trama

Nel 2008, in un piccolo paese di montagna, il tenente Gabriel Moscato è alla disperata ricerca della figlia, diciassettenne piena di vita scomparsa da un mese. Uniche tracce la sua bicicletta, i segni di una frenata e poi più nulla. Deciso a indagare sull’hotel due stelle dove la ragazza aveva lavorato l’estate precedente, Moscato si stabilisce nella stanza 29, al secondo piano, per esaminare il registro degli ospiti. Legge attentamente ogni pagina, prima di addormentarsi, esausto dopo settimane di ricerche infruttuose. All’improvviso, viene svegliato da alcuni suoni attutiti. Quando si avvicina alla finestra, si rende conto che piovono uccelli morti. E ora è nella stanza 7, al pianoterra dell’hotel. Si guarda allo specchio e non si riconosce; si reca alla reception, dove apprende che è il 2020 e che sono dodici anni che sua figlia è scomparsa: la memoria gli ha giocato uno scherzo crudele. Quello stesso giorno il corpo di una giovane donna viene trovato sulla riva del fiume Arve…

Un nuovo, geniale rompicapo dal re del thriller francese Franck Thilliez, che compone un vero e proprio puzzle disseminato di trappole, imperdibile per tutti gli amanti della suspense.

Una chicca per i lettori che hanno amato Il manoscritto: ritroverete in C’era due volte una vecchia conoscenza, che tornerà a fare capolino in queste pagine creando uno stupefacente gioco di specchi fra i due romanzi.


Recensione

Una nuova dimensione di lettura, quella che ha inaugurato Franck Thilliez, scrittore francese che ha scalato le classifiche di vendite con i suoi ultimi romanzi, Il Manoscritto e Il sogno , ai quali fa seguito il nuovo, attesissimo, C’era due volte.

Leggere non è sufficiente. Occorre soffermarsi, intuire quale particolare potrebbe essere significativo, tenere gli occhi aperti, pronti a raccogliere le sfide che il geniale autore ci lancia dalle sue pagine. I suoi libri sono scatole cinesi, con al loro interno veri e propri rompicapo, la cui soluzione è cruciale per scoprire l’enigma che si cela nel libro. Giochi enigmistici, indovinelli e la ricerca ossessiva di una  efficace chiave di lettura. Un meccanismo millimetrico, quasi un algoritmo che, se applicato alle pagine del libro, porta il lettore a strabilianti conclusioni. Per i lettori testardi e curiosi, la lettura dei thriller di Thilliez è una sorta di allucinazione. Non ci si stacca dalle pagine finchè tutto non è chiaro. Insomma, la lettura è una partita a scacchi con l’autore stesso: bisogna anticipare le sue mosse, intuire i suoi scopi nascosti, entrare nella sua mente, cogliere ogni particolare. E mentre gli ingranaggi nella nostra testa lavorano a tutta velocità, la trama elaborata, sconvolgente, cruda, ci culla in un sonno ipnotico, popolato da creature deviate che trasudano dalla loro pelle tutto il male del mondo. I libri di Thilliez sono trappole mortali dove cadi di tua sponte, vertigini che attirano il lettore in un vortice di follia in cui lasciarsi andare per ricercare il fondo, il limite. Il male assoluto, inimmaginabile ma anche possibile. Perché gli abissi della nostra coscienza sono davvero insondabili e questo genialissimo autore ne dà ampia dimostrazione con i suoi scritti.

Non scriverò niente della trama, né che il libro riporta il lettore nei luoghi descritti la Il manoscritto. C’è un evidente parallelismo con il romanzo che ha visto la luce nel 2018, per cui non lanciatevi nella lettura di “C’era due volte” senza prima leggere Il manoscritto. Solo così potrete cogliere le giuste sfumature e comprendere alcune delle scelte narrative di Thilliez. I temi cari all’autore tornano alla luce: le aberrazioni della memoria, le devianze della mente, il doppio, la ricerca del romanzo dentro al romanzo. E attraverso queste leve, l’autore lascerà un velo sottilissimo sopra ai suoi intenti narrativi, che potrete intravedere oppure vedere chiaramente.

Cosa ho visto io? Abbastanza. Ma non vi nascondo che ho riletto Il Manoscritto e che ho sfogliato C’era due volte tante di quelle volte, perché alcuni interrogativi sono particolarmente pressanti e decisamente cruciali, tanto da avermi tenuto sveglia a lungo. Uno in particolare, che non posso svelarvi, legato all’identità di un personaggio chiave.

Detto, o meglio, non detto questo, concludo la mia arringa dichiarando il signor Franck Thilliez geniale, machiavellico, disturbante, meraviglioso, sublime e sottilissimo creatore di incubi. Indimenticabile, necessario, unico, strabiliante, oscuro, manipolatore, ipnotico.

E descrivo i suoi romanzi con gli stessi aggettivi. Non rinunciate al piacere sottile delle loro lettura, un piacere che confina con il dolore e la paura. Un piacere sadico, che confonde e irretisce ma che illumina e crea dipendenza. Non sottraetevi alle morbose atmosfere che Thilliez sa creare nei suoi romanzi, dove gli incubi più abbietti si stemperano nei paesaggi selvaggi e indomiti della Francia del nord, nelle tempeste e nel vento colmo di salsedine, nella spuma inquieta delle onde, che creano e cancellano al ritmo delle maree. Dove i personaggi più disturbati e sordidi si ammorbidiscono con il dolore della perdita, con la malinconia dei ricordi, con l’amore ossessivo e sconfinato di un padre verso i suoi figli. E dove c’è spazio anche per la vendetta, la rivalsa, il desiderio di annientare chi ci ha fatto soffrire. Una giostra in cui ogni sentimento gira su se stesso e crea vortici che conducono verso l’abisso. Thilliez non si esaurisce certo nella forza dei suoi rompicapo. Thilliez è un fine conoscitore dell’animo umano, un fine interprete delle sue pulsioni e l’illuminato profeta che predice l’orrore che nasce dalla perdita.


L’autore

Franck Thilliez è nato ad Annecy, è un ingegnere informatico. Grande cultore di film thriller, nel 2004 pubblica il suo primo libro Train d’enfer pour Ange rouge. Ha vinto i premi Les Prix des lecteurs «Quais du Polar» 2006 e Prix SNCF du Polar 2007 con il libro La Chambre des morts. Giallista di grandissimo successo, nel 2020 è stato tra i cinque autori più venduti in Francia in assoluto. Attualmente vive tra Pas-de-Calais, Antille e Guyana. Fazi Editore ha pubblicato Il manoscritto nel 2019 e Il sogno nel 2020.


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: DarkSide
  • Traduzione: Federica Angelini
  • Genere: narrqativa straniera
  • Pagine: 480

BUONANOTTE, SIGNOR TOM di Michelle Magorian

“Notte”, ripetè e scomparve giù per la scala a pioli, richiudendo la botola. Willie intrecciò le dita delle mani dietro la testa e guardò il vetro obliquo della finestra. La pioggia ci scorreva sopra in minuscoli rigagnoli ludici. Si accoccolò sotto il tepore delle coperte. Non avrebbe mai pensato che un giorno avrebbe apprezzato la pioggia, e invece adesso gli piaceva. L’ultima cosa di cui si rese conto prima di scivolare nel sonno fu il tic , tic, tic delle gocce che picchiettavano sulle tegole sopra la sua testa.

Trama

Per la prima volta nelle librerie italiane, Buonanotte, signor Tom è un classico moderno che figura tra i cinquanta libri più amati di sempre dagli inglesi. Adattato più volte per il cinema e il teatro e vincitore, fra gli altri riconoscimenti, della Carnegie Medal, è un commovente romanzo dalle atmosfere dickensiane che conquisterà grandi e piccoli.

Nel 1939, allo scoppio del secondo conflitto mondiale, nel timore dei bombardamenti tedeschi il governo inglese decide di evacuare migliaia di bambini dalle città e di sistemarli in campagna presso le famiglie disposte ad accoglierli. Uno di questi bambini, Willie Beech, trova alloggio presso Tom Oakley, un uomo di mezza età che vive solo, dopo la morte della moglie, nel villaggio di Little Weirwold. Il piccolo è traumatizzato: si spaventa per un nonnulla, bagna il letto tutte le notti e ha il corpo ricoperto di lividi e cicatrici. Con il tempo, le attenzioni costanti e l’affetto del signor Oakley consentono a Willie di riacquistare stabilità e serenità, ma anche di inserirsi felicemente a scuola e stringere legami di amicizia con i bambini del villaggio. L’incanto della nuova vita si infrange però quando la madre costringe Willie a tornare a Londra. Tom, inquieto per la mancanza di notizie, decide di andare in città per sincerarsi delle condizioni del bambino. Riesce a trovarlo dopo una serie di peripezie, ma fa una terribile scoperta…


Recensione

C’è davvero bisogno, ogni tanto, di leggere un libro come questo. Che ti rimetta in pace con l’umanità intera e ti avvicini all’idea che il mondo, in fondo, non è luogo così terribile in cui vivere.

“Buonanotte, signor Tom” è considerato un classico moderno. Anche se scritto in epoca relativamente recente, conserva il gusto dei libri di una volta, che diffondono buoni sentimenti e che hanno il potere di rasserenare gli animi. Un libro abitato da bambini e adatto a loro, ma buono da leggere anche per gli adulti, che potranno beneficiare della scrittura semplice, efficace e ben oliata della Magorian.  Una lettura piacevole, rilassante,  a tinte pastello, dalla quale non ci si può che attendere un lieto fine. Un romanzo al passato e sul passato, con una classica struttura ad episodi.

Un tuffo in un passato ormai lontanissimo, in cui, spesso, tra bambini e adulti c’era un confine a volte complicato da attraversare, in cui ignoranza, pudore e pessime convinzioni facevano a gara per caratterizzare il rapporto tra genitori e figli, ma anche più in generale, tra adulti e bambini, segnato da durezza,incomprensione e intolleranza.

Tom e Willie sono entrambi soli e spezzati dagli eventi della vita. Il primo ha perso la giovane moglie e il figlio che portava in grembo tanti anni or sono e si è chiuso nel suo dolore.  Il secondo è un bambino che non ha mai conosciuto l’amore né mai ha ricevuto attenzione dalla madre. Piegato dalle punizioni e indurito dall’assenza di qualsiasi contatto fisico, pensa di essere un bambino cattivo, meritevole di tutte le sue disgrazie.

L’incontro tra i due è provvidenziale. La vicinanza prima e l’amore poi saranno sufficienti a guarire entrambi dai loro malesseri, in un crescendo di eventi grandi e piccoli che non potranno che deliziare il lettore,  trasportato in un soffio nel cuore della campagna inglese, grondante di pioggia, dentro a piccoli centri dove tutti si conoscono per nome e dove la solidarietà è un valore da prendere molto sul serio. Un periodo, quello, in cui manca del tutto l’attenzione alla crescita armoniosa del bambino, alla sua realizzazione, al suo sviluppo emotivo. Del resto, c’è anche altro cui pensare. La guerra incombe e con essa la paura dei bombardamenti, della povertà, della fame.

“Buonanotte, signor Tom è il romanzo perfetto della buonanotte, appunto. Buono da leggere ad un bambino sotto le coperte, ai suoi sogni, che premono, gioiosi, sulle sue palpebre, inducendolo al sonno.

Un romanzo dove il bene trionfa, una medicina per i nostri tempi frenetici e densi di priorità, di diritti, di sensibilizzazione verso i mille malesseri del nostro tempo, da sembrare inutili, inconsistenti e svuotati da ogni significato. Tempi che hanno bisogno che si getti uno sguardo al passato, per rallegrarci delle nostre conquiste e per ricordarci l’enorme potere delle cose semplici.


L’autrice

Michelle Magorian nasce a Portsmouth nel 1947. Studia recitazione e mimo, poi si specializza in Film Studies alla London University e comincia a recitare. Nel frattempo scrive racconti, uno dei quali costituirà l’ossatura del suo romanzo più celebre, Buonanotte, signor Tom. La storia è stata adattata in forma di musical, di pièce teatrale e di film. Tra gli altri libri dell’autrice ricordiamo A Little Love Song, Just Henry e Back Home.


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Traduzione: Arianna Pelagalli
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine

CARA ROSE GOLD di Stephanie Wrobel

Indovina indovinello: se ho passato due decenni ad abusare di mia figlia, perché lei si è offerta di venire a prendermi, oggi?

Trama

Una madre che non dimentica. Una figlia che non perdona. Un gioco molto pericoloso.

Durante i primi diciotto anni della sua vita, Rose Gold Watts ha creduto di essere gravemente malata: era allergica a qualsiasi cosa, era costretta a portare una parrucca, si spostava utilizzando una sedia a rotelle. Nonostante il sostegno della piccola comunità di Deadwick, che ha organizzato raccolte fondi e offerto spalle su cui piangere, nonostante tutti i medici consultati, gli esami effettuati e gli interventi subiti, nessuno è mai riuscito a capire cosa non andasse in lei. Fino al terribile giorno in cui è emersa la verità più spaventosa: era tutta una messinscena architettata dalla madre.

Dopo aver scontato cinque anni di prigione per abuso di minore, Patty Watts non ha un posto dove andare e implora sua figlia di accoglierla. I vicini non l’hanno perdonata e sono scioccati quando Rose Gold accetta.

Patty insiste, non vuole altro che una riconciliazione, ha perdonato la sua piccola cara che l’ha tradita testimoniando al processo contro di lei. Ma la ragazza conosce sua madre: Patty Watts non è una che lascia correre. Sfortunatamente per lei, Rose Gold non è più una bambina indifesa, ed è da molto tempo che aspetta questo momento… È l’ora della resa dei conti: sarà un duello spietato, combattuto a colpi di bugie e condotto da due abilissime manipolatrici.

Finalista all’Edgar Award, tradotto in sedici paesi e in testa alle classifiche di vendita, Cara Rose Gold, raffinato thriller psicologico che ha come sfondo la provincia americana più cupa, è lo sbalorditivo romanzo d’esordio di Stephanie Wrobel.


Recensione

La provincia americana più profonda. Un piccolo centro, gente semplice che sa guardarsi alle spalle, che parla troppo ma che è anche capace di non vedere. Vivere ai margini della povertà. Sopravvivere  grazie ad espedienti, badando bene di non superare il labile confine tra la pietà e la solidarietà. Scarse speranze. Aspettative fiacche. Contare solo su se stessi e sulla fortuna, che ogni tanto può giungere a cambiare un destino che nasce già segnato.

Dentro a questo quadro desolato troviamo Patty e Rose Gold. La prima è una madre single. La seconda è la figlioletta, sulla quale si concentrano tutte le sventure del mondo. Gracile, debole, un fuscello che sembra spezzarsi con niente. Una salute che si disfa con un alito di vento. Minata da vaghe intolleranze che la imprigionano in una gabbia che assomiglia sempre più alla denutrizione. Così malaticcia da non poter frequentare la scuola. Sola, in balia dell’affetto della madre, instancabile paladina del benessere della figlia. Patty, che ha studiato da infermiera. Patty, che frequenta solo medici nella speranza che trovino una cura per la sua bambina. Patty, che sembra vivere solo in quei luoghi che invece negano vita e vitalità alla figlioletta. Patty, che adora essere una supermamma, sempre presente, sempre in prima linea, costantemente votata al sacrificio di sé per il bene di Rose Gold.

Potrebbe non esserci niente di dissonante, nella storia di Patty e di Rose Gold. Eppure, pagina dopo pagina, la figura di Patty si tinge di tinte scure. Manipolatrice? Disturbata da manie di controllo? Creatrice dei disturbi della figlia al solo scopo di ottenere un po’ di attenzione? Oppure solo una madre troppo apprensiva, preoccupata della salute della figlioletta?

Sta di fatto che un giorno Rose Gold parla e l’intera comunità insorge contro Patty. Il processo, la condanna, il carcere. Rose Gold sembra rifiorire. Non vomita più, mette su peso, trova un lavoro. I suoi capelli, che la madre rasava a zero, crescono.

La piccola Rose Gold si è destata dal suo sonno. Ma è divisa tra odio e senso di colpa verso quella madre che la insidiava ma che tuttavia era il suo unico affetto. Ora che Rose Gold è libera, subisce il dolore della solitudine, dell’insicurezza e della cattiveria dei suoi simili.

Cinque anni passano in fretta e Patty esce di prigione. Rose Gold sembra averla perdonata. Fino a quando accadono strane cose. In fondo, il più debole è probabilmente sottovalutato. Ma se invece il fuoco covasse sotto la cenere e l’incendio fosse ad un palmo dallo scatenarsi?

Cara Rose Gold è un romanzo delle apparenze. Uno specchio perfido e infido che mostra solo ciò che vuol fare vedere e che nasconde verità che mai immagineremmo. Il lettore cercherà un confine. Si affannerà per trovare la vera chiave di lettura per aprire il cuore di Patty e di Rose Gold, che a fasi alterne si scambiano il ruolo di vittima e di carnefice.  Non si tratta di trovare il cattivo o il colpevole. Si tratta di intravedere chi delle due è più malvagia, più furba, più calcolatrice dell’altra. In una sfida continua, che non troverà soluzioni fino alle ultime pagine.

Il romanzo è condotto magistralmente sopra il filo sottile che divide l’amore dalla follia. La cura dall’odio. Il bene dal male. Madre e figlia sono descritte in modo da confondere il lettore, irretito dall’esigenza di condannare e dal desiderio di assolvere. Verità e menzogna abitano nei recessi insondabili delle due protagoniste, la cui condotta è costantemente dubbia, doppia e subdola. Chi dice la verità? Chi mente, delle due?

Stephanie Wrobel costruisce un piccolo capolavoro noir sulla figura materna, spogliata da ogni retorica e mostrata nuda e cruda ai suoi lettori. Del resto, l’amore è di per sé un sentimento eccessivo, in nome del quale chiunque può essere capace di gesti innominabili.

La Wrobel , al suo clamoroso esordio letterario, fa scuola sull’arte di fingere, mostrarsi per ciò che non siamo, sull’abilità di far abbassare le difese di chi ci sta di fronte. L’inganno delle apparenze, la trappola delle illusioni, le maschere che sappiamo indossare, sono tutti tranelli che sanno confondere l’avversario. Recitare un copione, mostrarsi diversi da come siamo sono lusinghe che tracciano sentieri inesplorati e spaventosi, ma non per l’autrice, che si addentra in territori pericolosi, senza rischiare niente, dove solo i migliori autori di noir potrebbe provare a infilarsi.

Un romanzo strepitoso, indimenticabile, magnifico. Da leggere assolutamente.


L’autrice

Stephanie Wroblel è cresciuta a Chicago ma vive nel Regno Unito con il marito e il cane Moose Barkwinkle. Ha conseguito un MFA presso l’Emerson College e ha pubblicato alcuni racconti su «Bellevue Literary Review». Prima di dedicarsi alla narrativa, ha lavorato come copywriter creativa presso varie agenzie pubblicitarie. Cara Rose Gold è il suo sorprendente esordio. Di prossima pubblicazione sempre per Fazi Editore il suo secondo romanzo, This Might Hurt.


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Darkside
  • Traduzione: Donatella Rizzati
  • Pagine: 284

SERVO E SERVA di Ivy Compton Burnett


“George, io mi arrendo con te” disse Bullivant. “L’abisso fra noi due è troppo vasto. Per troppo tempo ho cercato di colmarlo, ma invano. Ora basta. Prendo atto del mio fallimento. D’ora in avanti ognuno per la sua strada. Saremo fisicamente vicini, lavoreremo insieme, ma in spirito siamo lontani. Non avevo misurato correttamente la nostra distanza”.
George, a cui il tutto appariva piuttosto esagerato, guardò Bullivant lasciare la stanza col passo di uno che ha compiuto un gesto estremo. Guardò la cuoca, o meglio la sua schiena, e Miriam, che non osò ricambiare il suo sguardo ben sapendo che la cuoca aveva gli occhi anche sul retro della testa, sebbene al momento si rifiutassero di incontrare lo sguardo di George. Capì che in futuro avrebbe dovuto contare solo su stesso.


Trama

Dopo Più donne che uomini e Il capofamiglia, accolti con grandissimo entusiasmo, prosegue la pubblicazione di Ivy Compton-Burnett, autrice fondamentale del Novecento inglese amata dai più grandi scrittori.

Il pater familias Horace Lamb, nobile tirannico, sadico e avaro, trascorre le giornate vessando la servitù e i numerosi figli (ma non la consorte: fra i due è lei quella ricca). Insieme a lui e alla moglie Charlotte vive il cugino Mortimer, uomo al contrario molto pacifico, che non si è mai sposato, è nullatenente ed è segretamente innamorato di Charlotte, la quale altrettanto segretamente lo ricambia. Quando la donna parte per un lungo viaggio in America l’equilibrio della casa traballa: il nuovo precettore dei bambini, Gideon, la sua opprimente madre Gertrude e la remissiva sorella Magdalen entrano con prepotenza nelle dinamiche familiari e rimescolano le carte in tavola… E nel consueto gioco di sotterfugi, cattiverie e dialoghi avvelenati che come sempre domina le pagine di Compton-Burnett, la servitù si riserva questa volta un ruolo di rilievo, conquistando a poco a poco la scena e assurgendo al ruolo di irriverente protagonista. Patrimoni e matrimoni, tradimenti e crudeltà quotidiane: Ivy Compton-Burnett al suo meglio, in un romanzo che, insieme a Il capofamiglia, lei stessa considerava il suo preferito.


Recensione

I romanzi di Ivy Compton Burnett sono boccate d’ossigeno dentro alle nubi tossiche del presente. Quadri vivaci di un passato affatto remoto sebbene ormai lontanissimo dalle nostre abitudini di vita. Riflessi di un modo di vivere ormai perduto, in cui la famiglia è un’isola in un mare incerto e tempestoso. Un’isola con il suo microclima, la sua vegetazione. In cui sole o nuvole sono derivazioni degli umori del suo capofamiglia. Una famiglia allargata, dai cui rami dipendono molti altri parenti e che coinvolge ed è coinvolta anche dalle dinamiche della servitù. L’occhio e il cuore di questa illuminata autrice abbracciano con grande chiarezza le dinamiche familiari della seconda metà dell’ottocento inglese, cavalli indomiti e imprevedibili, ma sempre tenuti a freno dalle briglie del padrone.

In “Servo e serva” siamo al cospetto di una famiglia borghese in cui troneggia la figura del padre, Horace, dispotico e terribilmente avaro. Sadico, crudele, manipolatore, tiene in pugno i figlioletti, malvestiti, malnutriti e decisamente tiranneggiati, ma lascia indenne la moglie, Charlotte, perché ricca, la vecchia zia Emilia e in qualche misura anche il cugino, Mortimer, sebbene sia privo di sostanze e viva praticamente a spese della famiglia.

La servitù, una cuoca devota e petulante, un maggiordomo saggio e lungimirante e due giovani sguatteri prelevati da un orfanotrofio, completano il quadro familiare. I quattro sono il sottobosco familiare. A conoscenza di qualsiasi avvenimento accada in casa, assorbono ed in qualche modo guidano le vicende familiari, come un pubblico erudito in platea, che osserva, commenta e giudica.

Lo spaccato familiare è descritto con vivacità dall’audace penna della Burnett, che governa con slancio e precisione i dialoghi, fitti, colorati, vividi e ironici. La narrazione in realtà è fatta esclusivamente di dialoghi; la voce dei personaggi è viva, reale e riesce a fare a meno dell’intervento del narratore senza che la trama debba perdere di efficacia. Questa caratteristica è unica e davvero significativa e se da un lato è sintomo di un grandissimo talento narrativo, dall’altro a volte rende più difficile seguire il filo della narrazione. Leggere la Burnett è un esercizio di concentrazione; non ci si deve distrarre perché si rischia di perdere il filo del discorso. La lettura, in ogni caso, è un’esperienza irripetibile e assai gratificante per il lettore, immerso in un disegno perfetto di parole, suoni ed espressioni che descrivono l’essenza di un mondo ormai lontano per abitudini, costume e consuetudini.

La trama è intessuta a partire dalla figura di Horace, quasi una caricatura nella sua aberrante meschinità, che è lampante e terribilmente iniqua ma anche così carica di ironia da sconfinare nel ridicolo. La sua condotta, le sue parole, l’atteggiamento assurdo nei confronti dei figlioletti è un ricamo perfetto che strappa più sorrisi che biasimo. Horace è un tripudio di bassezze, che trasforma in pillole di saggezza per i suoi interlocutori con una capacità disarmante. Una figura assurda e geniale, che poteva uscire solo da una penna altrettanto geniale. Il destino di Horace è un destino parimenti assurdo e incredibile, determinato, come causa e come effetto, dall’odio che induce in chi gli sta davanti. Illuminato da sprazzi di disarmante lucidità e da altrettante dimostrazioni di ottusità, Horace è una figura meravigliosamente costruita, sempre al centro di congetture, un magnete che attira avversione ma anche rispetto per il suo ruolo e timore per le sue rappresaglie e che finisce per essere il simbolo di una società che si mostra per ciò che non è. Horace è una lugubre fenice, che risorge immancabilmente dalle sue ceneri, suscitando sdegno e rassegnazione in chi gli sta intorno.

La strampalata famiglia non è indenne da minacce volte a destabilizzarla, come del resto anche la servitù, che ha i suoi punti deboli nei due sguatteri, che con la loro goffaggine finiscono tuttavia per essere la bocca della verità, capaci di vedere con chiarezza i lati oscuri di Horace. Famiglia e servitù rappresentano perfettamente gli umori e i costumi della classe sociale alla quale appartengono e i loro punti di vista descrivono i diversi modi di vedere e di intendere le cose, restituendo al lettore un quadro realistico ed illuminante dei modi di pensare del tempo.

“Servo e serva” è un magistrale viaggio indietro nel tempo, costruito con una prosa eccellente, con un linguaggio ricco e ironico e una verve unica, che l’autrice padroneggia dalla prima all’ultima pagina. Vizi e virtù dell’epoca in un racconto a due voci, in cui anche la classe lavoratrice dice la sua facendosi interprete lucida della realtà. Una lettura imperdibile più adatta agli amanti del periodo storico e ai cultori del fraseggio, meraviglioso specchio di un’epoca irripetibile.


L’autrice

Scrittrice britannica nata a Londra, sesta di dodici figli di un noto medico omeopata. Una vita familiare infelice le fornì materiale per i venti romanzi che scrisse, tutti di matrice autobiografica e incentrati sul tema del dispotismo familiare. Premiata e apprezzata da autori di grande prestigio, trascorse un’esistenza piuttosto appartata rifuggendo la fama. Fazi Editore ha pubblicato Più donne che uomini nel 2019 e Il capofamiglia nel 2020. Nei suoi diari, Virginia Woolf definiva la propria scrittura «di gran lunga inferiore alla verità amara e alla grande originalità di Miss Compton-Burnett».


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Traduzione: Manuela Francescon
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 353

SORELLE di Daisy Johnson

 
Se il cervello è una casa con tante stanze, allora io vivo nello scantinato. E’ buio e silenzioso. A volte sento qualcosa che si muove sopra alla mia testa, come dell’acqua che scorre nei tubi o qualcosa che viene digerito lentamente. A volte c’è una luce forte e riesco a vedere dove vivo. Tutti gli angoli e gli scompartimenti del sottoscala, ogni piccolo spazio. Le pareti sono umide al tatto. Ho dovuto farmi piccola per entrarci, allungarmi come le bisce che crescono nell’erba vicino alla spiaggia.
Se il cervello è una casa con tante stanze, in ognuna ci abita Settembre. Le stanze sono grandi come chiese e lei si gonfia come un pallone per riempirle, i suoi pensieri fanno rumore come le sirene antinebbia e suonano in tutte le  stanze come  campane. Non so che aspetto hanno le sue stanze, ma quando me le immagino somiglianti alla spiaggia, con la bassa marea, chilometri di sabbia, acqua a non finire. Certe volte ripenso al formicaio e capisco che è come qui, con tutte le pareti che si schiacciano, le gallerie che crollano un momento dopo che sono strisciata fuori.

Trama

Le sorelle adolescenti Luglio e Settembre sono strette da un legame simbiotico forgiato con una promessa di sangue quando erano bambine. Vicine quanto possono esserlo due ragazze nate a dieci mesi di distanza, a volte è difficile stabilire dove finisca l’una e cominci l’altra. Abituate all’isolamento, non hanno mai avuto amici: bastano a se stesse. Ma un pomeriggio a scuola accade qualcosa di indicibile. Qualcosa da cui non si può tornare indietro. Alla disperata ricerca di un nuovo inizio, si trasferiscono con la madre dall’altra parte del paese, sul mare, in una vecchia casa di famiglia semiabbandonata: le luci tremolano, da dietro le pareti provengono strani rumori, dormire sembra impossibile. Malgrado questo inquietante scenario, a poco a poco la vita torna ad assumere una parvenza di normalità: nuove conoscenze, falò sulla spiaggia… Luglio si accorge però che qualcosa sta cambiando, e il vincolo con la sorella inizia ad assumere forme che non riesce a decifrare. Ma cos’è successo quel pomeriggio a scuola che ha cambiato per sempre le loro vite? Ricco di tensione e profondamente commovente, il secondo romanzo della talentuosa Daisy Johnson penetra a fondo nelle zone più oscure dei legami affettivi, raccontando una conturbante storia d’amore e invidia tra sorelle che i fan di Shirley Jackson e Stephen King divoreranno.


Recensione

Un rapporto simbiotico in cui si è innestato un piccolo tarlo. La boccuccia ossuta, rosicchia pianissimo ma è inesorabile e morde, consuma, erode, spacca.

Tutto sembra bello e idilliaco, le due sorelline quasi coetanee, una dai capelli come fili di seta, indomita, volitiva, curiosa. L’altra più scura e incerta, quasi un’ombra che segue la sorella maggiore come se fosse una sua espansione corporea.

Insieme, quasi una sola anima in due corpi dissimili. Inseparabili, unite, indivisibili. In quella perfezione, in quella apparente dolcezza, si scopre una crepa. Che si allarga, che contagia, che distrugge.

Settembre e Luglio sono nate a dieci mesi di distanza. Il loro è un rapporto escludente e chiuso, in cui a nessuno è concesso di affacciarsi, neanche alla madre, una figura sfuggente, intrappolata nel malessere e nel lutto. Settembre e Luglio non hanno amici. Bastano a se stesse. Crescono dentro ad un mondo solo loro, fatto di codici, di giochi inventati, di una complicità quasi patologica che diventa mania, suggestione, dipendenza.

Settembre è crudele e manipolatrice. Luglio la asseconda, sempre un passo indietro. Sempre pronta a giustificare la sorella, ad accontentare ogni suo capriccio, ad obbedire ad ogni suo ordine e a sottostare ad una sistematica pressione che mina il suo equilibrio e riduce inesorabilmente la sua volontà. Ma Luglio senza Settembre è come se non esistesse. Un amore asfittico la lega a lei, alla quale non sa negarsi. Settembre è luce ma è anche buio. Una malattia alla quale Luglio a volte vuole sottrarsi, pur sapendo che soccomberà alla sua virulenza. Tra le due sorelle c’è un rapporto malato, del quale si intravede, tra le pagine, la terribile carica pestilenziale e il potenziale distruttivo che porta con sé.

Follia e accondiscendenza descrivono un rapporto di sudditanza psicologica in cui la malvagità, le gelosie e il desiderio di esclusione prolificano indisturbati. Follia e accondiscendenza che vestono i panni rassicuranti dell’affetto, della complicità. Attorno alle due sorelle solo assenza, e una casa misteriosa, quasi una creatura dotata di una vita propria, che nasconde ricordi dolorosi.

Finchè qualcosa accade. E rompe ogni equilibrio. Dopodichè ci sarà solo caos. Dopodichè una nuova esistenza dovrà trovare sfogo, collocazione, motivazione.

La scrittura di Daisy Johnson è un pozzo di incertezza e di sospetto. E’ subdola e abbacinante e attira il lettore nelle sue trappole. La curiosità che desta in chi legge è una spirale che si attorciglia ai pensieri. Il malessere che suscita è sempre più stordente poiché una viscida sollecitudine si fa strada tra le ciglia.

“Sorelle” è un grandioso ritratto delle molteplici sfaccettature dei rapporti familiari in cui ritroviamo le innocue complicità che lo caratterizzano ma anche dinamiche che sfuggono a qualsiasi classificazione, proprio perché esclusive, escludenti e tremendamente personali. Rapporti in cui entrano in gioco forze opposte ed esplosive, comandate da sentimenti imbizzarriti e indomabili. Rapporti spesso blindati, incomprensibili, dove amore, possesso e abnegazione si mescolano e assumono sfumature imperscrutabili.

Un groviglio assai complesso e difficile da descrivere, che tuttavia Daisy padroneggia e ipnotizza con un potere quasi magico. Un groviglio che si scioglierà inaspettatamente, in un epilogo che lascia attoniti e, forse, anche sollevati. Una ferita inferta con premeditazione, con mano decisa a squarciare l’impenetrabile cortina che avvolge i rapporti familiari fino a farne brandelli.


L’autrice

Nata nel 1990, nel 2016 ha pubblicato la raccolta di racconti Fen, grazie alla quale ha vinto l’Harper’s Bazaar Short Story Prize, l’A.M. Heath Prize e l’Edge Hill Short Story Prize. Attualmente vive a Oxford. Fazi Editore ha pubblicato Nel profondo, il suo romanzo d’esordio finalista al Man Booker Prize, nel 2019.


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Traduzione: Stefano Tummolini
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 202

UN ESPERIMENTO D’AMORE di Hilary Mantel


Nella nostra generazione, cresciuta negli anni Sessanta, abbiamo sviluppato in fretta una doppia vita. Eravamo donne vestite da bambine, atee che andavano a Messa, vergini in via ufficiale e libertine de facto. Non era un inganno; era dualismo. Ci siamo cresciute dentro. Carne e spirito, ambizione e umiltà.

Trama

Carmel McBain è figlia unica di genitori cattolici di origine irlandese appartenenti alla classe operaia. Rispetto a ciò che la vita nella loro desolata cittadina ha da offrire, sua madre per lei aspira a qualcosa di più: ha grandi ambizioni per la figlia, ed è determinata a superare le rigide barriere sociali dell’Inghilterra. E così spinge Carmel a ottenere una borsa di studio per la scuola del convento locale e poi a sostenere gli esami per un posto alla London University. E Carmel non la delude. Ma il successo ha un prezzo non indifferente: Carmel comincia un viaggio solitario che la porterà il più lontano possibile da dove è partita, sradicandola dai legami di classe e luogo, di famiglia e di fede. In fondo, sradicandola da se stessa. Nella Londra di fine anni Sessanta, sperimentando un passo alla volta la libertà, si confronterà con preoccupazioni del tutto nuove – sesso, politica, cibo e fertilità – e si troverà coinvolta in una grottesca tragedia.

Un romanzo inedito di Hilary Mantel: l’autrice della monumentale trilogia sui Tudor si allontana dalla narrativa storica per addentrarsi in territori squisitamente contemporanei raccontando luci e ombre dell’amicizia al femminile fra complicità, gelosie, crudeltà autoinflitte. Con l’acume che la contraddistingue Hilary Mantel esamina la grande sfida imposta dalla società alle giovani donne: ragazze che desiderano il potere degli uomini ma temono di abbandonare ciò che è appropriato per loro, mentre vengono spinte a eccellere, ma sempre senza emergere troppo.


Recensione

Essere donne è una sfida esaltante ma estremamente faticosa. Lo è adesso come lo era qualche decennio fa, quando la liberazione sessuale iniziava a farsi strada e il movimento femminista era all’apice della lotta contro il preconcetto e le convenzioni.

Mai come in questo frizzante e amaro romanzo si ha la percezione chiara di cosa potesse significare crescere alla fine degli anni sessanta. Stare in bilico tra ambizione e consuetudine, tra dogmi religiosi e pulsioni di vario tipo, non ultime quelle legate al sesso.

Attraverso la forma colloquiale e intima del diario, Carmel racconta la sua vita, dai primi anni dell’infanzia fino all’università, passando per gli anni critici e incerti della pubertà, dell’adolescenza e della prima giovinezza.

Siamo alla fine degli anni sessanta e il mondo è in fermento: i giovani hanno attraversato la fase della contestazione, le ragazze hanno indossato jeans e minigonne, abbracciato fedi politiche nuove, infilato sigarette tra le labbra. Hanno scoperto di avere un corpo attraverso il quale cogliere il piacere. Grazie al quale hanno imparato ad esercitare un potere indicibile nei confronti dell’altro sesso. Si sono affacciate a nuove concezioni di vita, in cui la necessità di una cultura si fa pregnante. Dove l’ambizione a ricoprire professioni cruciali è del tutto normale. Frequentano l’università, fanno l’amore, prendono le prime pillole anticoncezionali, perché il sesso, seppure imprescindibile, ha pur sempre in sé il terribile spauracchio di una gravidanza indesiderata. Le ragazze prendono la pillola e non sanno esattamente come nascono i bambini, perché di questi argomenti ancora non si può parlare liberamente.

Le giovani donne del tempo sanno di aver tra le mani un enorme potere ma non sanno ancora bene come usarlo a loro beneficio. Perché i retaggi del passato sono macigni da spostare e con essi le credenze religiose, dettami che vogliono soffocare le naturali inclinazioni giovanili e che invece finiscono per renderle ancora più attraenti.

L’autrice srotola la vita di Carmel con grande accuratezza, decisa a fornirci l’esatto quadro familiare e sociale della protagonista. Cresciuta in una famiglia appena poco più che indigente, con una madre burbera e assediata dal bisogno di primeggiare e un padre inesistente, che passa il tempo libero a comporre puzzle e che cesserà di guardare Carmel come figlia a partire dal suo menarca.

Carmel dovrà fare proprie le manie di grandezza della madre. Frequenterà una scuola cattolica grazie a una borsa di studio, che otterrà per compiacerla e andrà all’università per gli stessi motivi, decisa a essere una brava studentessa. Nella vita di Carmel e delle sue compagne non c’è che lo studio e il bisogno di essere sempre all’altezza delle aspettative. Ma la loro è un’ambizione castrata dalla consapevolezza che comunque dovranno trovarsi un marito, crescere i figli e aspirare al massimo a fare l’insegnante o l’infermiera. Perché alla fine non si sfugge al destino di essere femmina, anche se si ha una laurea.

La vita universitaria, tuttavia, offre a Carmel e alle altre una via di fuga dal loro passato familiare. L’aria che respirano sa di libertà e con essa arriveranno la politica, la trasgressione, il sesso, la contraccezione.

E’ un’aria piena di ossigeno ma anche di inquietudine e di difficoltà a ritrovarsi e a riconoscersi. Ognuna di loro troverà il suo antidoto all’incertezza e all’ignoranza e la scoperta non sarà indenne da traumi. Il prezzo da pagare per un soffio di indipendenza sarà altissimo e i risvolti delle dinamiche che si creeranno tra le compagne saranno tragici e grotteschi.

Se ne ricava un senso di impotenza. Come se una molla potentissima ci trascinasse comunque indietro, al punto di partenza, nonostante gli sforzi enormi per allontanarsene.

Hilary Mantel costruisce una storia che lascia l’amaro in bocca, nonostante spesso ci faccia anche sorridere. Difficile non ritrovarsi nei drammi esistenziali di queste ragazze degli anni Sessanta, perché sono gli stessi drammi che in qualche misura chi è un po’ più grande ha in qualche modo vissuto.

Mi riferisco alla crudele dicotomia che emerge dall’ osare senza volerlo fare davvero. Dal cambiamento che eccita e che spaventa al tempo stesso. Dalla voglia di tagliare con il passato e dal timore di infrangere tabù difficili da sradicare, quelli che poi ti bruciano e ti annientano.

La storia delle donne è spesso un percorso a dente di sega: un passo avanti e due indietro; quell’incedere faticoso e malato che alla fine ti fa desistere. Che ti riporta verso il matrimonio, i figli e la sicurezza di una casa, le cui pareti sono gabbie dorate dalle quali guardare senza essere viste.

Carmel ripensa alla sua vita proprio da quelle sbarre e la fa con amarezza,  con un senso di incompiuto e di inutilità. Le lacrime, il dolore, la perdita sono tutte cose da mettere in conto, per poi tirare una somma.

E in questa somma sta la grandezza e l’inutilità di essere donna. Stanno i tentativi fatti per mordere la vita, dove è più tenera e succosa. Sta una vittoria o una sconfitta. A seconda se le braccia robuste e graffianti dell’abitudine sono riuscite a trascinarci in gabbia oppure no. A seconda se abbiamo dato motivo al rimpianto di farsi grande e schiacciante.

Con una prosa asciutta e a tratti ironica e crudele,  Hilary Mantel ci consegna il testamento di Carmel McBain, che visse una giovinezza coraggiosa e appagante, che vide parecchi sogni infrangersi e la sua ingenuità sgretolarsi sotto i colpi della realtà. Lei si salvò, in qualche modo, dai graffi delle sue esperienze ma vide soccombere più di una persona.

Un ritratto di una società bigotta che tenta con ogni mezzo di non farle vedere l’orizzonte, inducendola a tenere lo sguardo a terra, perché la luce non giunga ad accecarla. Che la luce divampi, però, dipende solo da noi, questo ci è sempre stato chiaro. Carmel è tutte noi.


L’autrice

Nata nel Derbyshire nel 1952, Hilary Mantel ha scritto tredici romanzi, fra i quali spicca la fortunata trilogia sulla dinastia Tudor, composta da Wolf Hall, Anna Bolena, una questione di famiglia (entrambi insigniti del Man Booker Prize) e Lo specchio e la luce. Dai primi due volumi la BBC ha tratto l’apprezzata serie tv Wolf Hall, che ha vinto il Golden Globe 2016 come miglior miniserie. Oltre alla trilogia, Fazi Editore ha pubblicato anche La storia segreta della Rivoluzione, imponente opera in tre volumi sulla Rivoluzione francese, Al di là del nero, una commedia nera di ambientazione contemporanea, e Otto mesi a Ghazzah Street, romanzo di stampo autobiografico ambientato nel mondo saudita.


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Traduttrice: Giuseppina Oneto
  • Data di uscita: 6 maggio 2021

QUELLO CHE NON SAI di Susy Galluzzo


“Ho una figlia. Sei sorpresa, vero? Eri così contraria alla mia scelta di non avere figli per via della carriera. Dicevi che era una decisione di Aurelio, non mia.
Già, sono madre anch’io. E tu sei nonna. Contenta? Si chiama Ilaria, ha tredici anni, compiuti a marzo. E’ la mia vita.
E’ anche la mia morte”

Trama

Cosa succede quando non si ha più voglia di essere una madre?

Cosa può fare una donna stretta tra gli obblighi familiari e la sua vita di prima?

Michela, detta Ella, ha passato gli ultimi anni a crescere la figlia Ilaria, dedicandosi a lei in ogni momento anche a scapito del suo lavoro di medico e del rapporto con il marito Aurelio. Ella conosce tutte le manie e le ansie di Ilaria, sa quanto è brava a tennis ma anche quanto le è difficile concentrarsi a scuola. Dopo un allenamento, Ilaria si distrae guardando il cellulare, ferma in mezzo alla strada, mentre una macchina avanza veloce verso di lei. Ella non fa niente per avvisarla: rimane immobile a osservare la figlia che, salva per un soffio, se ne accorge. In quell’istante, inevitabilmente, tra loro si rompe qualcosa. Ella così inizia a sfogarsi scrivendo un diario rivolto alla propria madre, morta quindici anni prima: pagina dopo pagina, racconta delle crepe che si allargano fino a incrinare in modo irreversibile i delicati equilibri familiari, si addentra nei propri ricordi per riportare a galla vecchi e nuovi conflitti, rimpianti e sensi di colpa, per trovare infine la forza di affrontare la verità e ricominciare. Viaggio negli equilibri precari di una famiglia all’apparenza perfetta, Quello che non sai è un romanzo sulla maternità e sul timore di non essere mai all’altezza. Attraverso la storia di un distacco necessario, narrata in un crescendo di sentimenti contrastanti, l’autrice inscena il fallimento personale della protagonista cambiando continuamente prospettiva in un gioco psicologico complesso e molto appassionante.

Un libro intenso che affronta un tema tabù con grande abilità e coraggio meditando in maniera profonda sul lato oscuro che è in ognuno di noi e su quello che una donna non confesserebbe mai, neppure a se stessa.


Recensione

Perché non si è mai disposti ad accettare che una madre non sia perfetta? Perché è così difficile perdonarle un errore? Perché chi è madre deve incarnare un ideale e conformarvisi completamente? Senza ma, senza se? Senza attenuanti, senza scuse né proroghe?

 Perché la madre è per definizione una figura che confina con il sacro. Perché la madre ha un piede sulla terra e l’altro in cielo, tra le nuvole, là dove tutto è perfetto, giusto, scritto.

Una madre è ciò che conosciamo di più vicino a Dio. Perché una madre dà la vita. E con il suo gesto, il più nobile, il più elevato, il più meraviglioso, si consacra e si immola sull’altare della perfezione.

E quell’altare, che la innalza e la glorifica, è tanto alto ma tanto spaventoso, perché verrà un giorno in cui la madre  cadrà. E la caduta sarà rovinosa. Sarà implacabile, imperdonabile, indimenticabile. Cadrà forse per sbaglio. Per superficialità,  leggerezza. O cadrà forse per scelta, perché non potrà più portare sulle sue spalle un fardello così pesante e spietato. Il fardello di essere perfetta. Di non poter sbagliare. Di non poter dire, di non poter ammettere che forse ha bisogno di una pausa. Di staccare un attimo. Di ritrovare uno spazio suo. Dove il frutto del suo seno non ci sia. Dove il frutto del suo seno dorma profondamente, sia affidato ad altri, sia altrove, sia lontano da lei.  

Ecco Michela, dunque. La madre che non ha saputo essere perfetta. Quella che è caduta.  Quella che non poteva che cadere.

Michela, una donna che per allinearsi tra le file delle donne-madri, per assolvere a questo compito divino, ha rinunciato a tutto. Michela ha perfino rinunciato al suo nome, perché suo marito, l’irreprensibile Aurelio, la chiama con un nomignolo, Ella.

Ella non è una madre infelice. Ma è una donna incompleta. Ha perduto il suo ruolo ed è diventata esclusivamente la madre di Ilaria, una bambina complicata, insicura. Ella si è fatta scudo a lenire le paure della figlia. A poco a poco è diventata una sua appendice. Il bersaglio di ogni suo capriccio.

Ella è la madre cattiva, mentre Aurelio è il padre buono, quello che alla sera prende solo il bello della figlia, lasciando alla moglie tutto il resto. Ella non può che constatare il suo fallimento. Come donna, come moglie, come medico, come madre. Ella che subirà il distacco, inesorabile ma anche portatore di una rinascita.

Questa è la storia.

Cosa rende questo romanzo una meravigliosa parabola sull’essere madre? La franchezza, la dolorosa ammissione  che una madre a volte dice basta e vuole essere madre a modo suo. Senza dettami, costrizioni o modelli a cui fare riferimento. Senza essere giudicata se rimpiange la sua vita di prima. Prima di essersi messa in fila a ricevere il dono e ad esserne giudicata indegna. Prima, quando era solo una figlia. La figlia felice di una madre perfetta, alla quale non è riuscita ad assomigliare.

In “Quello che non sai” non c’è una sola madre imperfetta. Ce ne sono altre, con le loro fragilità che combattono come meglio possono, ma non senza soffrire o far soffrire. Ci sono madri che rimangono intrappolate in quell’infido limbo in cui si è madri ma ci si sente ancora figlie, da cullare. Un occhio al futuro, che spaventa. L’altro al passato che è un nodo alla gola che non si scioglie.

Susy Galluzzo ci regala un romanzo capace di dilaniare, di farti a brandelli. Efficace nel linguaggio, irreprensibile nella prosa, diretta, franca, disincantata. La prosa di una donna che racconta di un’altra donna, in un microcosmo che non si fa alcuna fatica ad immaginare e a rispecchiarsi.

Una donna chiusa in una morsa. E in mezzo, una voce che non si fa cruccio nell’interpretare i suoi moti interiori. Che non ha paura di mostrare i suoi sentimenti, che non teme il giudizio, alla quale non importa di essere additata. Un voce di donna, che dà voce a chi è alla gogna. E la cura, la lambisce con parole di conforto, la culla, la difende e la assolve.

Una lettura che è un diario. Pagine che trasudano la necessità di conforto ed anelano ad una assoluzione che sia plenaria, senza purgatorio. E davanti, noi lettori, che abbiamo il compito di raccogliere questa voce e di farla vibrare perché sia ascoltata.

Con una chiarezza di intenti senza pecche, con la forza dirompente di una confessione, “Quello che non sai” ci travolge in un turbinio di emozioni. Un’opera irrinunciabile. Che non lascia niente di non detto. Che non teme di dire ciò che più spaventa. Che distrugge e ricostruisce l’immagine di una donna. Quella che ci ha partorito. Quella che ci ha reso ciò che siamo. Che ci ha deluso. Che ci amato. La nostra voce. Incerta, unica. Un sussurro che inchioda e offende e chiede perdono.


L’autrice

Susy Galluzzo è nata in Calabria ma vive a Roma da molti anni. È laureata in Giurisprudenza e svolge la professione di avvocato. Ha iniziato a scrivere questo libro dopo la scomparsa della madre.


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Genere: narrativa italiana
  • Pagine: 268

DUE SULLA TORRE di Thomas Hardy


Una donna esperta che risveglia la passione di un giovanotto proprio nel momento in cui lui cerca di brillare intellettualmente commette quasi un crimine.

Trama

Abbandonata dal marito, un ricco proprietario terriero, Viviette Constantine si innamora di Swithin St. Cleeve, di ben nove anni più giovane di lei, bellissimo, colto e gentile figlio di un curato di campagna. Swithin è un astronomo e lavora in cima a una torre dove trascorre tutto il suo tempo a studiare gli astri e i fenomeni celesti. Il romanzo – ambientato nella campagna dell’amato Dorset – narra la storia del loro amore, che si sviluppa in un intreccio intinto nelle forti passioni del genere “sensazionale”: morti presunte, adulterio, matrimoni segreti, angosciosi patemi riguardo alle convenienze sociali, gravidanze inopportune, nozze riparatrici, cuori spezzati da dolori cocenti e felicità improvvise. Al tempo della prima pubblicazione furono proprio questi elementi della trama, ritenuti peraltro poco congrui con la letteratura “seria”, a far sì che il romanzo attirasse numerose critiche negative e accuse d’indecenza. In seguito, l’evolversi dei costumi ha permesso di apprezzare nuovamente il delicato equilibrio o il voluto contrasto tra il troppo umano delle vicende sentimentali dei protagonisti e la sublime freddezza dei corpi celesti studiati da Swithin con tanta passione e di ascrivere questo romanzo, il nono, fra i migliori della produzione di Hardy.


Recensione

Riscoprire uno dei capolavori di Thomas Hardy è un atto di enorme clemenza verso il genere umano. Non solo per quella frangia di lettori che hanno una inclinazione verso i romanzi inglesi della seconda metà del XIX secolo. No, è un dono per tutti i lettori del nostro tempo, il cui occhio e il cui cuore si è ormai disabituato al linguaggio forbito , alle abitudini, ai modi e alle convinzioni di un’epoca che mai come adesso appare lontana anni luce dalla nostra visione di vita.

In “Due sulla torre” emerge prepotente il delicato e complesso equilibrio tra uomini e donne di quel tempo. Un equilibrio precario, in cui impattano molteplici e imperscrutabili variabili quali l’età, la condizione sociale, il desiderio di raggiungere il prestigio, nella piena  convinzione che il matrimonio sia qualcosa cui cedere facilmente se la passione è impellente e insopprimibile. Ma al tempo stesso anche un atto dal quale cercare di trarre il massimo vantaggio, poiché unico mezzo di realizzazione e sostentamento per la donna.

Ed ecco che lui, il nostro bel Swithin St. Cleeve, dai capelli color del lino e dalle origini popolane, attraente quanto ingenuo, giovanissimo e ambizioso astronomo, si imbatte in lei, Viviette Constantine , donna già matura, sposata e benestante, annoiata da una vita fatta di solitudine. La scintilla che scocca tra loro è  inevitabile e inopportuna. Per lui, che verrebbe sminuito nel suo amor proprio e nel suo personale decoro se cedesse alle lusinghe della donna. Per lei, che si unirebbe ad un uomo troppo giovane, senza una posizione e palesemente senza mezzi.

Niente tuttavia tiene a freno i due innamorati, entrambi ingenuamente vittime dei loro ardori. Questo amore insano è destinato a rimanere segreto.

Da questo spunto nasce tutta l’intera costruzione narrativa di Hardy, in un miracoloso meccanismo di causa ed effetto. Il sotterfugio, perseguito con potente convinzione dai due malcapitati, è fonte di infinite difficoltà, di malintesi, di bugie, di occasioni perse, di intrighi e di incredibili acuti del Caso.

I due, che nutrono verso l’altro una forma assai testarda di ossessione e che sono, al tempo stesso, deboli e inefficaci nel perseguire i loro scopi, finiscono per tendere pericolosamente al grottesco, vittime e artefici dei  mezzi che utilizzano per portare avanti una relazione destinata a indebolirsi sotto i colpi di un destino assai capriccioso e finanche comico, per certi versi.

L’esasperazione del malinteso e della coincidenza come mezzi per ingarbugliare una trama di per sé piuttosto semplice, è portato avanti dall’autore con enorme efficacia. Grazie a questo, la lettura diventa immediatamente fluida, curiosa e interessante.

Il romanzo diventa subito un ritratto meraviglioso di un’epoca in cui i rapporti umani sono avviluppati da un feroce conformismo, da una buone dose di ignoranza, dall’accettazione che il mero calcolo economico giustifichi un unione tra uomo e donna. Superstizione, divario sociale, leggerezza, ingenuità, romanticismo e calcolo regnano incontrastati e fanno a gara a rendere difficile e inutilmente complicata la vita degli uomini e delle donne. Il candore e l’ingenua infatuazione di lui, che cozza sorprendentemente con la sua passione per la scienza, l’infatuazione e la paura di invecchiare di lei sono micce tremende accanto al fuoco. I grotteschi malintesi che subiscono e i pregiudizi a cui sottostanno i due protagonisti sono macigni pesantissimi che è impossibile spostare dalla loro strada.

Che dire di più? “Due sulla torre” non si può raccontare. Si deve leggere. Va assaporato. Va vissuto.

Bello e intricato, romantico e grottesco, avviluppato in una trama che finisce per convergere in un finale inaspettato ma terribilmente coerente.

In fondo è legittimo provare compassione per i due sfortunati amanti, che, forse, in un mondo più vero ed autentico avrebbero subito molte meno vicissitudini. Ma vita è un romanzo, giusto? E senza sacrificio la ricompensa è meno dolce, almeno così si dice….


L’autore

Poeta e romanziere inglese, nasce a Higher Bockhampton, nel Dorset, vicino Dorchester, il 2 giugno 1840. All’età di ventidue anni si trasferisce a Londra e inizia a scrivere poesie che hanno come tema la vita rurale. Non riuscendo ad arrivare al pubblico con la poesia, decide di tentare maggior fortuna con la narrativa. Il suo primo successo fu Via dalla pazza folla, del 1874, cui seguirono Il ritorno al paese nel 1878 e Il sindaco di Casterbridge nel 1886. Dopo lo scalpore suscitato da altri suoi due libri pubblicati tra il 1891 e il 1895 (Tess dei d’Urberville e Jude l’oscuro), in cui derideva le convenzioni dell’epoca vittoriana, Hardy dedicherà il resto della sua vita alla composizione di poesie. Muore a Dorchester l’11 gennaio 1928. Fazi Editore ha pubblicato Nel bosco (2015), Via dalla pazza folla (2016), Due occhi azzurri (2017), Sotto gli alberi (2018), Estremi rimedi (2019) e Due sulla torre (2021).


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Traduzione: Chiara Vatteroni
  • Genere: classico
  • Pagine: 465

POTENZA E BELLEZZA di Elido Fazi

“Se questo fosse vero, e cioè che il paradigma per valutare la felicità degli Stati è la Bellezza e non la Potenza, probabilmente non esisterebbe un popolo più felice di quello degli Italiani”.

Trama

In un’afosa giornata di luglio del 1796, a Bologna, due uomini s’incontrano per combinare un matrimonio. Il primo è Costantino, un inquieto agricoltore del Piceno, che oltre a essere sensale di nozze produce fucili e sciabole. Il secondo è Monaldo, giovane conte di Recanati, mite e ben educato, che aspira solo a metter su famiglia e a coltivare i suoi studi. Intanto la città è in fermento per l’arrivo di un certo Bonaparte, il “generalino francese” che a soli 26 anni ha già sconfitto i Piemontesi e gli Austriaci. L’Italia è fragile e divisa, e dietro alla bandiera della “Libertà” si cela il desiderio di conquista dell’ennesimo invasore straniero. Quanto tempo passerà prima che i Francesi arrivino anche nelle Marche? E chi difenderà il papa? Costantino è pronto a imbracciare le armi e già si prepara ad arruolare un piccolo esercito di insorgenti tra i montanari delle sue terre. Monaldo invece è più cauto: da poco è entrato a far parte del Consiglio Comunale di Recanati e il suo primo desiderio è quello di salvaguardare la sua famiglia e la sua città. Ma la Storia travolge tutto e tutti. Mentre la guerra infuria in Europa, sconvolgendone l’assetto politico, la quiete delle Marche è scossa insieme agli animi dei suoi abitanti. Tra questi anche i figli di Costantino e Monaldo, che condividono lo stesso nome di battesimo. Il primo Giacomo, ardimentoso come il padre, ne seguirà le orme entrando nella resistenza, mentre il secondo, geniale fin dall’infanzia, è destinato a lasciare il segno nella letteratura italiana e nel pensiero politico del suo tempo…

In Potenza e Bellezza, Elido Fazi racconta due storie parallele. Da un lato, seguendo la parabola di Napoleone e rivelando l’uomo nascosto all’ombra dell’imperatore, denuncia con lucidità e minuzia la follia del potere, che non può mai saziarsi perché si nutre solo di se stesso. Dall’altro, attraverso un ritratto intimo e appassionato delle Marche e della sua gente, evoca la gioia e la pienezza che riceviamo in dono dalla natura, dalla poesia, dall’arte, e che dovremmo custodire come il nostro tesoro più prezioso. Perché, come scrive Giacomo Leopardi a soli 17 anni, nell’Orazione per la Liberazione del Piceno, «Se questo fosse vero, e cioè che il paradigma per valutare la felicità degli Stati è la Bellezza e non la Potenza, probabilmente non esisterebbe al mondo un popolo più felice di quello degli Italiani».

Recensione

Non è frequente leggere un romanzo storico tanto accurato quanto  “Potenza e bellezza” di Elido Fazi.

Tanto che ho spesso la netta sensazione che chiamarlo “romanzo” sia profondamente riduttivo. Perché, ad essere sinceri, vi è davvero poco dell’elemento narrativo in questa opera, se paragonato alla mole ragguardevole di nozioni storiche vi che troviamo.

Elido Fazi, coadiuvato da una penna particolarmente ispirata e profondamente erudita, offre al suo lettore un quadro preciso della nostra penisola negli ultimissimi anni del secolo XVIII quando un giovane generale, una sorta di parvenu, stravolge gli equilibri politici dell’intera Europa.

Non è nobile, non è particolarmente bello, non vanta antenati importanti. E soprattutto è di nazionalità francese per un puro caso, dato che la Corsica, che gli ha dato i natali 26 anni prima, è da poco stata annessa alla Francia, nazione della quale a stento egli  padroneggia il linguaggio.

Napoleone Bonaparte ha una storia che affascina chiunque si affacci a conoscerla.

Assetato di potere, asservito alla guerra, soggiogato dai fremiti della battaglia. Insensibile alle sorti del suo nemico, paranoico verso chi lo ostacola, una macchina distruttiva che stritola nei suoi potenti ingranaggi chiunque vi si avvicini.

“Potenza e bellezza” celebra l’intera sua esistenza, dalla sua gloriosa ascesa fino agli abissi della sua caduta.

Un ritratto inedito e impietoso di un uomo che ha dato tutto se stesso alla sete di conquista.

Una sete che non si placa facilmente, che si nutre del sangue del nemico. Sangue, che più se ne beve, più si brama.

In quegli anni l’Europa è abbacinata dagli ideali della Rivoluzione Francese. La libertà è un miraggio per l’intera penisola, divisa tra tanti padroni, priva di una identità nazionale. Napoleone giunge in Italia come un liberatore. Dispensatore di quella libertà di cui in molti, forse troppi, si riempiono la bocca.

Purtroppo, appare quasi subito evidente che non c’è libertà, ma solo la sostituzione di un nuovo padrone con il vecchio. I francesi in realtà portano morte, violenza, mentre razziano con inusitata cupidigia ogni opera d’arte in cui si imbattono. L’Italia è depredata di tutte le sue bellezze artistiche, che prendono il largo verso la Francia. Persino il Papa sente su di sé la minaccia che deriva dalle scorribande dei francesi,  il cui furore sembra impossibile da frenare.

L’autore si focalizza sulla vicenda storica delle Marche, regione che all’epoca appartiene allo Stato della Chiesa.

In quella terra verdeggiante, dove la campagna declina dolcemente verso l’Adriatico, nessuno è disposto ad accettare il dominio del nuovo padrone. Mentre Costantino, abile artigiano costruttore di spade e di coltelli, organizza una sorta di resistenza popolare, Monaldo, giovane conte che rifugge la violenza e che esita a prendere una posizione precisa per timore di perdere i suoi privilegi, costruisce una fortezza intorno alla sua famiglia, in seno alla quale cresce, sognante e curioso, il piccolo Giacomo Leopardi, che fin dalla tenera età appare destinato a grandi cose.

Costantino e Monaldo interpretano gli opposti di un modello che racchiude in sé l’animo italico. Impavido, assetato di libertà, disposto alla morte pur di difendere la sua terra.

I loro destini sono entrambi stravolti dalla Storia, in modo indelebile.

Costantino, Monaldo e i rispettivi figli rappresentato lo strenuo baluardo della Bellezza, quella musa che ispira da sempre il popolo italiano. Che lambisce ogni ferita, curandola dalla febbre. Che fa sopportare qualsiasi angheria. Perché la Bellezza tutto può. Consolare, curare, guarire. La Bellezza rende la vita degna di essere vissuta ed eleva l’anima verso il Paradiso.

La Bellezza può addirittura neutralizzare i graffi che l’esercizio del potere perpetra sugli animi, incattivendoli e rendendo cieco chi impugna la spada verso il debole.

Nell’afrore delle vicende storiche di quegli anni, in cui la Potenza imperversa seminando morte e distruzione,  e si nutre della sua stessa carne e del suo stesso sangue, altra cura non c’è se non quella che deriva dal perseguire l’ideale della Verità e della Bellezza.

Verità e Bellezza salveranno l’uomo dalle sue miserie. Questo è ciò che il giovane Giacomo crede fortemente.

Noi, oggi, possiamo forse tirare le somme e stabilire il vincitore e il vinto. Se la Potenza, con le sue crudeli necessità, o la Bellezza, con i suoi balsami lenitivi, a sollevare la nostra anima dalla schiavitù del corpo.

Giacomo probabilmente non lo saprà mai. Mi piace pensare che egli abbia puntato la posta più alta sulla Bellezza, che ha perseguito e celebrato meravigliosamente con i suoi versi immortali, vincendo di gran lunga la sua personale battaglia. E che la sua penna, mai stanca, sia stata la cura più efficace. Una penna che continua a vivere e a dispensare Bellezza in chi la legge.

“Potenza e bellezza” è un romanzo che da solo cura le ferite inferte alla nostra identità nazionale, oggi più che mai bistrattata e asservita a mille prepotenti padroni. Una lettura che si rivelerà illuminante e portatrice di coraggio e di un sentimento che assomiglia fortemente all’orgoglio. Un rullio di tamburi che pian piano diventerà più forte ed imperioso, a ricordarci di quanto l’italica fierezza sia stata in passato impavida e indistruttibile. Un tempo, nemmeno troppo lontano, in cui il popolo si batteva con ogni arma a disposizione per la sua libertà.

Un tempo in cui l’Italia era solo un embrione. Un’idea, un sogno, nella testa e nel cuore dei suoi abitanti.

Di romanzi così trovo ce ne sia un gran bisogno. Grazie a letture così si può davvero essere grati di poterci definire gente d’Italia.

L’autore

Elido Fazi si laurea in Economia e Commercio presso l’Università La Sapienza”di Roma e nel 1977 consegue un Master in Economia presso l’Università di Manchester. Nel 1979, dopo due anni presso la Ford of Europe di Londra, entra alla Business International Corporation, per la quale dall’86 dirige la sede italiana. Nel 1989 viene nominato Vice Presidente di Business International/The Economist Intelligence Unit, con responsabilità per i paesi mediterranei. Nel 1993 fonda Business International, società a capitale italiano che gestisce il marchio Business International di proprietà dell’Economist Group con un accordo di licensing. Nel 1994 fonda la casa editrice, Fazi Editore. Ha tradotto e pubblicato il poema in versi La caduta di Iperione (1995), e ha scritto due romanzi ispirati alla vita di John Keats, L’amore della luna (2005) e Bright Star (2010). Con Paolo C. Conti, ha pubblicato il pamphlet Euroil. La borsa iraniana del petrolio e il declino dell’impero americano (2007). Di grande successo fu la collana One Euro, in cui pubblicò La terza guerra mondiale? La verità sulle banche, Monti e l’Euro (2012) e La terza guerra mondiale? libro secondo – Chi comanda, Obama o Wall Street? (2012). Con Gianni Pittella (vice presidente del Parlamento Europeo) ha pubblicato Breve storia del futuro degli Stati Uniti d’Europa (2013).

  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Genere: romanzo storico
  • Pagine: 453


QUEL PRODIGIO DI HARRIET HUME di Rebecca West

Nessun uomo al mondo al quale lei avesse fatto concessioni indulgenti si sarebbe in cuor suo levato il cappello più velocemente di lui per inginocchiarsi. Ma un uomo deve farsi strada nel mondo! Santo cielo, lei non lo capiva!

Trama

Harriet Hume, affascinante pianista squattrinata, mistica e stravagante, è l’essenza della femminilità; Arnold Condorex, spregiudicato uomo politico imbrigliato in un matrimonio di convenienza con la figlia di un membro del Parlamento, è un ambizioso calcolatore senza scrupoli. I due si amano: sono opposti che si attraggono, e nel corso degli anni si incontrano e si respingono, in varie stagioni e in vari luoghi di Londra, come legati da un filo sottile che non si spezza mai. La loro relazione si dipana tra il realismo dell’ambientazione cittadina e l’incanto magico della fiaba: le doti musicali di Harriet sconfinano in una stregoneria allegra e un po’ pasticciona, che le permette di leggere nel pensiero dell’amato. Quando Arnold se ne rende conto, diventa ostaggio di questo dono sovrannaturale, grazie al quale Harriet può svelare le macchinazioni politiche alle quali lui è ricorso per anni – e che ancora continuerebbe volentieri a imbastire – per fare carriera. La donna costringe l’amante a fare i conti con se stesso: Harriet è la coscienza di Arnold, la sua parte migliore; è l’integrità, il rifiuto di ogni compromesso, è tutto ciò che Arnold non può manipolare, come ha fatto con la politica e con il matrimonio.

Quel prodigio di Harriet Hume racconta la vittoria dell’amore e della bellezza sull’eterna esigenza maschile di dominio, con uno stile tanto poetico quanto la Londra che celebra, e l’aggiunta di una componente fantastica che dona a queste pagine un tocco magico. La penna di Rebecca West al suo meglio: il brio, la finezza psicologica e il lirismo descrittivo dell’autrice concentrati in un romanzo delizioso.

Recensione

Inutile dire che non sapevo cosa aspettarmi da questo romanzo, non avendo mai letto niente di Rebecca West. Ancora più inutile, probabilmente è dirvi che sono rimasta a dir poco abbacinata da questo romanzo che, non si dimentichi, è stato scritto negli anni quaranta del novecento. Da ogni punto di vista, quindi, un secolo fa!

La figura di Harriet Hume, protagonista indiscussa dell’opera, risalta magnificamente con la sua esuberante quanto candida stravaganza. Una sorta di fata, inconsapevole del suo fascino e soprattutto del suo modo di essere inconsueto e del tutto fuori dalle righe.

Oggi, forse, Harriet non risulterebbe così. Sarebbe probabilmente una donna ordinaria, pur nella sua scanzonata leggerezza. Ma questa figura contestualizzata nel tempo ma anche nello spazio (la Londra bacchettona dei “sir”, degli uomini d’affari e delle signorine in abito di seta) risulta essere effettivamente un prodigio oltre che il frutto inconsueto di un romanzo che  di per sé non rispecchia neanche un po’ i dettami dell’epoca, in cui la figura femminile  si muove, timida e a volte incomprensibile, in uno spazio strettissimo.

Signorine di buona famiglia, timorate di Dio e velate da un alone di virginale ingenuità  da un lato e donne di facili costumi dall’altro. Figure, quest’ultime, che sempre sono apparse  un’aberrazione della natura femminile  e mai frutto di una scelta o di una inclinazione.

Harriet Hume, a ben vedere, non appartiene né all’una né all’altra schiera. Anche se la West (o il traduttore?) la apostrofa spesso con il poco edificante aggettivo “sgualdrinella”,  Harriet si colloca al centro. Né carne, né pesce. E forse è proprio questo il suo peggior difetto. Oppure la sua terribile sventura; perché all’epoca probabilmente non c’era un epiteto che potesse descrivere una donna come Harriet, che infatti la si definisce con un siffatto e poco edificante aggettivo.

Questo suo stare in mezzo, né madonna, né meretrice, è fonte di grande frustrazione per Arnold Condorex, uomo ambizioso, senza un patrimonio e una famiglia, corroso dal bisogno insopprimibile di “farsi strada nel mondo”. Arnold è il classico arrampicatore sociale. Senza scrupoli quando si tratta della sua carriera quanto invece puritano e succube del giudizio degli altri nella vita privata.

La West tratteggia il coprotagonista del romanzo con ben poca benevolenza. Apparentemente solidale con il suo disagio, derivante dall’indecisione di lasciarsi andare in una relazione seria e duratura con Harriet oppure di evitarla come la peste sminuendone le sua indubbie qualità, l’autrice affonda a mio parere la lama mostrando l’incapacità di Arnold di mostrarsi al di sopra della morale comune.

Arnold è indubbiamente attratto da Harriet e non solo per la sua leggiadria e per la sua indiscutibile avvenenza. E’ attratto da lei anche per la sua arrendevolezza. Per la fantasia con cui racconta le sue fiabe e per l’affabile dono di condurlo con sé in luoghi fantastici e meravigliosi, fatti di piante, fiori, signorine in ghingheri e sottili ed innocenti magie. Per il suo ingenuo candore e per la fiducia, del tutto malriposta, nella comprensione e nella solidarietà del genere umano.

Harriet è tutto ciò che una donna di quel tempo non dovrebbe essere. Indipendente, incurante del giudizio altrui, candida, celestiale, dissacrante, spensierata. Arnold è del tutto irretito da questo uragano di donna, che pur esile ed eterea, riesce a dire e a fare cose che nessuno potrebbe neanche lontanamente immaginare.

Senza considerare che questa meravigliosa creatura non smette mai di mettere Arnold davanti alle sue scelte di vita. E’ in questo modo che lo spessore morale di Harriet si mostra lontanissimo dall’opportunismo e dalla grettezza di Arnold, che ha sacrificato la sua integrità ed anche la sua felicità privata alla carriera, che porta avanti con mezzi poco ortodossi e davvero discutibili.

Arnold è esattamente preda del pregiudizio. Mentre circonda Harriet di dolcezza, amore e venerazione, non resiste alla tentazione di sminuirla, persino come pianista, professione che svolge invece con grande perizia e talento. Arnold non può evitare di ritenere che la Donna , quella creatura eterea e senza volontà, fatta solo per abbellire la vita di un uomo, debba sovrastare la Pianista.  Arnold finisce per demolire quest’ultima figura e utilizza un linguaggio tendenzioso per sgretolare l’autostima di Harriet (ma senza mai riuscirci, badate bene!). Herriet è una sfacciatella, una paperella, uno zuccherino, una piccola bugiarda.

Ma la nostra Harriet è un personaggio imperturbabile. I poco edificanti epiteti le scivolano addosso perché lei è consapevole che ciò che viene additato come un suo limite o difetto è  in realtà proprio quello che  le dà un enorme potere sugli uomini.  Che la adorano ma che si vergognano di lei.

Mi voglio soffermare un attimo sulla valenza dell’opera in un epoca ancora profondamente maschilista, in cui la donna è solo un gingillo da appendere all’occhiello della giacca. Oggi l’audacia di Rebecca West è forse anche più evidente rispetto al passato, quando tutto ciò che era eccentrico era da correggere a tutti i costi, perché sbagliato o dannoso. Oggi possiamo permetterci di sorridere di fronte agli incontri -scontri dei protagonisti. Ed Harriet ci appare finalmente per quello che è: un’adorabile signorina in abito di mussola, dall’espressione svagata o meravigliata, dalla fervida fantasia e fermamente convinta che il mondo sia un luogo magnanimo in cui vivere, un luogo dove conta l’essere e non l’apparire.

Un ultimo passaggio sul linguaggio della West. Che dirne? La sua prosa è un fiume in piena! Straripante, colma di parole, quasi una poesia ininterrotta dove manca solo la rima baciata.

Una prosa che nasce logorroica, della quale non è facile seguire il filo conduttore, tanto è ricca e piena di immagini. I dialoghi della West sono veri e propri monologhi che una mente non allenata fatica a seguire e a comprendere. “Quel prodigio di Harriet Hume”  va letto in religioso silenzio, concentrati ed aperti ad un linguaggio al quale non siamo più abituati.

Vi confesso che a tratti ho fatto fatica a seguire il filo del discorso e mi sono persa. Questo pregio sintattico è forse anche il limite di questo romanzo, che reputo non fruibile da tutti. Sicuramente non a chi ha fretta di giungere alla fine di un capitolo. E nemmeno a chi predilige il linguaggio scarno e senza fronzoli.

In questo romanzo i fronzoli sono ovunque. E sono rigogliosi, colorati, quasi psichedelici.

Il linguaggio della West è opulento, aulico, formale ma anche scherzoso. E dissacrante, ironico e sprezzante verso chi vive ingabbiato nel pregiudizio e nel perbenismo, quegli stessi “mostri” che sopravvivono tuttora.

“Quel prodigio di Harriet Hume” è un vero e proprio viaggio che tocca mille porti e rincorre i percorsi più panoramici ma anche i più tortuosi. Un viaggio virtuoso e illuminante, che rifarei ancora.

  • Casa editrice: Fazi Editore
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 262