AMORE E FURIA di Samantha Silva

… ma sarei vissuta per reclamare quella gioia che mi spettava di diritto: la fiera, indomita, fosca, ribelle ed eccelsa gioia dell’essere umani.

Trama

30 agosto 1797. La levatrice Parthenia Blenkinsop ha fatto nascere innumerevoli bambini nel corso della sua carriera, ma quando arriva alla porta di Mary Wollstonecraft si stupisce di vedere sulla soglia la sua cliente con un sorriso rilassato, che non tradisce alcun terrore per ciò che l’attende. Le cose, però, non vanno come previsto: il parto presenta delle complicazioni e in breve Mrs Blenkinsop si trova a temere sia per la madre che per la fragile creatura appena venuta alla luce. Nei difficili giorni che seguiranno, per tenere in vita la sua bambina e darle una ragione per lottare, Mary tesserà il racconto della sua breve e avventurosa esistenza, spesa a battersi in nome dell’uguaglianza e della libertà. Figlia di un uomo violento e dispotico nei confronti della moglie e della famiglia, fin da ragazzina Mary cerca un’emancipazione economica che l’allontani il più possibile dal padre. Il riscatto sembra arrivare prima grazie all’amicizia dell’altolocata Jane Arden, e successivamente nel legame con Fanny Blood, con cui apre una scuola. Il suo scopo è quello di insegnare alle ragazze a coltivare sia il corpo che la mente, così da diventare indipendenti e contribuire alla nascita di un mondo in cui le mogli possano difendersi dalla tirannia dei mariti, oppure vivere alle proprie condizioni senza vedere il matrimonio come l’unica speranza per garantirsi un futuro. Assidua frequentatrice dei circoli liberali, nei quali farà la conoscenza del filosofo Richard Price, Mary consolida la sua figura tra i pensatori dell’epoca grazie a un’opera sorprendente e all’avanguardia, Sui diritti delle donne, considerata il primo manifesto femminista della Storia. Attraverso l’alternarsi delle voci di due protagoniste che, seppur in modi diversi, hanno messo la propria vita a servizio delle altre donne, pagina dopo pagina si costruisce il potente racconto di una madre disposta a tutto per consegnare nelle mani di sua figlia un mondo in cui sia possibile provare a vivere come ogni creatura desidera: libera.
Con una prosa radiosa e avvincente Samantha Silva rende omaggio alla folgorante esistenza di Mary Wollstonecraft, pioniera del femminismo e madre della romanziera Mary Shelley. Due donne che hanno cambiato il volto della letteratura.


Recensione

Mary Wollstonecraft è una figura emblematica nella storia dell’emancipazione femminile.

Nata e cresciuta in una famiglia povera e schiacciata dall’alcolismo del padre, Mary sviluppa fin da piccola una visione assai critica della società patriarcale e decisamente contraria all’istituzione del matrimonio, inteso come una gabbia che intrappola la donna, la sottomette all’uomo e la svilisce di ogni potenzialità creativa e intellettiva.

Le sue opere furono ardite, innovative, scandalose e del tutto anacronistiche per la società ed il pensiero del tempo. Eppure costituirono e sono tuttora i capisaldi del femminismo, inteso come pensiero  volto ad affermare l’individualità della donna, essere pensante e anima sensibile, e non più solo un gingillo per sollazzare l’esistenza dell’uomo. 

L’opera di Samantha Silva, lungi dal voler essere una biografia tour court, è la storia romanzata di questa donna, che precorse il tempo e lo spazio per rivendicare il diritto della donna a scegliere, ad educare il proprio pensiero critico, a determinare il suo destino anche senza un uomo al suo fianco.

La narrazione confonde storia e finzione in un gioco sottile, condotto in punta di penna, a sviscerare il pensiero della protagonista, che parla in prima persona della sua vita, delle passioni e della idee eversive che troppo spesso la relegarono a un ruolo di dubbio valore. 

Due i piani narrativi, quello di Mary e quello della sua levatrice, una donna semplice stregata dal potere ipnotico che Mary sprigiona, con il suo modo di vivere, di vedere e di percepire l’ambiente e la società. 

Un racconto a due voci che riesce senza sforzo nell’intento di rappresentare la genesi del pensiero femminista e l’enorme difficoltà di camminare controcorrente in una società gretta e intransigente .

Ciò che percepiamo dalla lettura è la profonda bellezza e l’enorme sconforto che trasuda da Mary, essere tormentato, solo, ma anche solido baluardo di un pensiero embrionale che promette di spaccare la roccia più dura con la perseveranza e la passione.

Il ritratto che esce della societa di fine del XXVIII secolo è un piccolo capolavoro di realismo e di impietosa e cruda aderenza alla verità storica.

Quasi impossibile immaginare come Mary possa aver scardinato le convinzioni dell’epoca senza essere schiacciata. Eppure lo ha fatto. Da sola, contro tutto e tutti. E il testamento struggente che lascia alla figlioletta è qualcosa di così forte da sbalordire e così sentito e coinvolgente da lasciare il segno.


L’autrice


Samantha Silva è una scrittrice e sceneggiatrice che vive in Idaho. Si è laureata alla Johns Hopkins University’s School of Advanced International Studies, e ha studiato per un periodo nella sede di Bologna, in Italia. I suoi racconti e i suoi saggi sono apparsi su One Story e LitHub. Un cortometraggio, The Big Burn, che ha scritto e diretto, è stato presentato in anteprima al Sun Valley Film Festival nel 2018. Attualmente sta lavorando all’adattamento per il teatro del suo romanzo di debutto, Mr. Dickens and His Carol.


  • Casa Editrice: Neri Pozza
  • Traduzione: Daria Restani
  • Genere: biografia
  • Pagine: 320

AvVinti E VINCITORI di Giovanni Endrizzi

“Buona fortuna…” Gli disse solo questo, con un sorriso affaticato e gli occhi lucidi.
Lui se la vide sfuggire, come un palloncino in cielo, e non riuscì a pensare, né a dire nulla. Solo diversi a anni dopo, provò a scrivere una poesia su quel momento.


“Rosso come lo aspettavo
Rosso come lo volevo.
L’ho stretto tra le mani
L’ho avuto tutto mio.
Lo vedono i miei occhi
Le dita lo ricordano.
A un metro da me
È perduto ormai.
Nel cielo va,
io rimango.

Trama

Come è possibile vincere sul destino? Da chi e da cosa dipende che ciascuno di noi possa conquistare la felicità? Questi sono i dilemmi esplorati in questo romanzo. È il racconto di un racconto: fu Patella, un vecchio pescatore di spugne, a rivelare le vicende del protagonista: ci accompagna a scoprire un bambino, nato da una famiglia modesta, con gli occhi sorridenti e innamorato del mondo. Crescendo si ritroverà ad essere «un giovane solo, alla guida della sua vita, senza patente e con un disperato bisogno di raggiungersi». «Noi lo chiameremo Nik» disse Patella. «Sai, Nik nella lingua dei Paesi Baschi, significa “io”. Voglio che tu pensi: “Nik potevo essere io”… E poi questo nome ricorda Nike, la dea greca della vittoria…». Questa vicenda racconta proprio questo: la sostanza di cui sono fatte le “vittorie”, quelle vere; e l’illusione che rigonfia le “vincite”, quelle false. È la storia di come le storie possono cambiare; di come ci sia sempre un finale da conquistare.


Recensione

Un romanzo sulle possibilità che la vita ci offre e che noi dovremmo cogliere a piene mani. Consapevolmente e con la voglia di realizzare qualcosa di vero e di duraturo, per noi stessi, prima che per gli altri. Nella  certezza che realizzare se stessi sia il motivo più forte e più giusto per fare del bene a chi ci sta intorno.

Dentro alle pareti confortevoli e conosciute del racconto di una vita, Giovanni Endrizzi racchiude un insegnamento fondamentale,  che è rivolto essenzialmente ai giovani, coloro che sono più forti nel corpo ma maggiormente vulnerabili nello spirito. Coloro che spesso hanno bisogno di una guida e di una motivazione che li spinga entro gli argini di una vita vera e valida.

Endrizzi ne ha viste molte, dal suo punto di osservazione privilegiato ed è quindi voce autorevole nel campo mutevole e incerto degli anni della formazione.  Con la sua opera pare volerci dire che la determinazione, l’impegno, la volontà e la guida sicura di un amico possono fare miracoli e condurre chi è ancora giovane verso le sponde tranquille di un mare di possibilità per crescere e per realizzarsi.

L’autore si serve di un vecchio pescatore di spugne che racconta la storia di Nik, un ragazzo che la sorte ha dotato di energia, intelligenza, bellezza e passione. Per lo sport, per la musica, per le sfide in genere, che può vincere senza grossi sforzi. Ma come spesso accade negli anni dell’adolescenza, Nik non sa di possedere queste qualità. Non è pienamente consapevole delle sue potenzialità. Si sente insignificante, goffo, sfigato. E finisce per essere demotivato, impaurito, ma la tempo stesso pieno di rabbia e di frustrazione.

Nik cerca un appiglio che lo salvi dalle sue paure ma finisce per aggrapparsi alla spalla sbagliata. E distruggerà, una dopo l’altra, tutte le cose belle che gli sono capitate sul proprio cammino. Saprà perfettamente di rompere un delicato meccanismo che non potrà più ricomporsi, ma non sarà capace di fermarsi. E alla distruzione seguirà la sconfitta, inevitabile.

Poi, come per magia, nella seconda parte del libro, l’autore corre ai ripari e ci mostra in quali modi Nik avrebbe potuto porre rimedio alle sue incertezze. Utilizzando la volontà, la pazienza, la fantasia, l’amore per se stesso e per la vita, in generale.

Ecco che il racconto della storia di Nik diventa una sorte di manuale di istruzione per crescere e per vivere a piena la vita, che è crudele, mutevole e camaleontica, ma anche tenera, accondiscendente e piena di seconde possibilità. Un romanzo crudo e dolente sugli abbagli della gioventù, ma anche denso di vie di fuga, insegnamenti e materna sollecitudine, che insegna a vivere una vita che appare infida ma che in realtà può essere facilmente governata dal buon senso e dalla volontà.

Nik in fondo è uno di noi, che si perde negli anni cruciali e non si lascia aiutare da chi potrebbe farlo. Una sorta di Giovane Holden di casa nostra, con le stesse incertezze e la stessa voglia di controvertire un mondo che gli appare troppo vasto e troppo piena di insidie. Un Holden italiano a cui bisogna insegnare che nella vita non importare collezionare vincite ma realizzare una sola vera vittoria contro ciò che ci allontana dalla felicità. Al quale occorre ricordare che un finale si può sempre cambiare e che ognuno di noi si può meritare un lieto fine.

Endrizzi costruisce questo romanzo avvalendosi di una prosa sicura e senza pecche. Il romanzo ha a mio parere un grosso potenziale come romanzo di formazione, ma ha anche il limite di essere ambientato in un periodo ormai lontano (gli anni ottanta, direi) e che probabilmente appare straniero agli occhi di un adolescente di oggi. Rimane tuttavia una bella lettura, illuminante e dotata di una grande spinta motivazionale.


L’autore

GIOVANNI ENDRIZZI (1962) ha vissuto fino ai 18 anni nell’entroterra agrario del litorale veneto. Dopo il Liceo classico ed alcuni anni alla Facoltà di Scienze Agrarie, da studente lavoratore, si è diplomato Educatore Professionale. Dal 1992 lavora nei Servizi per le Tossicodipendenze delle ASL di Verona e poi di Rovigo, occupandosi di alcolismo e tossicodipendenza, anche in carcere; svolge, inoltre, attività di prevenzione dell’uso di alcol e droghe, e del bullismo, dalle scuole elementari alle superiori. Circa dieci anni fa, arriva a scoprire che in una seconda media un terzo dei ragazzi praticava, non solo occasionalmente, giochi d’azzardo: crea moduli di prevenzione specifici, e farà parte della prima equipe di trattamento attivata dal Ser.T. Eletto Senatore delle Repubblica nel 2013, porta la sua esperienza nell’attività parlamentare ed è primo firmatario di proposte di legge in materia, tra cui l’introduzione del divieto totale di pubblicità. Dal 2019 è membro della Commissione Bicamerale Antimafia dove coordina il IV Comitato sui rapporti tra mafie e gioco d’azzardo, legale ed illegale. In questo libro, l’autore ha scelto il racconto come strumento per divulgare la più preziosa consapevolezza che ha maturato: l’azzardo è un furto di felicità.


  • Casa Editrice: IOD Edizioni
  • Genere: narrativa – romanzo di formazione
  • Pagine: 211

LA CASA SENZA RICORDI di Donato Carrisi

Il ragazzino varcò la soglia quando era da poco passata la mezzanotte. Per prima cosa, si guardò intorno, forse domandandosi il motivo del suono che sentiva in sottofondo, ma senza lasciar trasparire alcuna reazione. Indossava un maglioncino a rombi con sotto una camicia chiara, pantaloni di flanella e un paio di adidas consumate. Il caschetto biondo gli scendeva sulla fronte fin quasi a coprirgli gli occhi azzurri, i tratti del viso erano delicati, quasi efebici, forse per via dell’incarnato lattiginoso. Pur essendo alle soglie dell’adolescenza, su di lui non vi erano tracce di pubertà.

Trama

Un bambino senza memoria viene ritrovato in un bosco della Valle dell’Inferno, quando tutti ormai avevano perso le speranze. Nico ha dodici anni e sembra stare bene: qualcuno l’ha nutrito, l’ha vestito, si è preso cura di lui. Ma è impossibile capire chi sia stato, perché Nico non parla. La sua coscienza è una casa buia e in apparenza inviolabile. 
L’unico in grado di risvegliarlo è l’addormentatore di bambini. Pietro Gerber, il miglior ipnotista di Firenze, viene chiamato a esplorare la mente di Nico, per scoprire quale sia la sua storia. 
E per quanto sembri impossibile, Gerber ce la fa. 
Riesce a individuare un innesco – un gesto, una combinazione di parole – che fa scattare qualcosa dentro Nico. Ma quando la voce del bambino inizia a raccontare una storia, Pietro Gerber comprende di aver spalancato le porte di una stanza dimenticata. 
L’ipnotista capisce di non aver molto tempo per salvare Nico, e presto si trova intrappolato in una selva di illusioni e inganni. Perché la voce sotto ipnosi è quella del bambino. 
Ma la storia che racconta non appartiene a lui.


Recensione

Come si gestiscono le aspettative  su un libro  per il quale tutti urlano al miracolo? Per l’autore sono probabilmente pesi da trascinare, perché nello stesso modo e con la stessa velocità con cui queste ti portano alle stelle, ugualmente possono trascinarti in basso quando e se fossero disattese. Tutto il mondo ti aspetta, tutto il mondo ti guarda e tutti, nessuno escluso, si sentiranno in dovere di dire la loro.

Per il lettore sono invece specchi ingannevoli: ti spingono a comprare subito  e non conoscono mezze misure: il romanzo in questione, probabilmente, sarà osannato o discreditato, senza intercessioni.

E ora vi chiederete: perché questo preambolo? E io vi rispondo senza indugio: il cappello è propedeutico ad introdurre i miei pensieri sull’ultimo romanzo di Donato Carrisi, La casa senza ricordi.

Le aspettative mi hanno spinto a voler leggere subito questo romanzo. Le stesse aspettative mi hanno spinto a cedere il passo, come già accaduto per Io sono l’abisso, ad una visione disincantata della mia esperienza di lettura. Alla fine, ho lasciato che le mie impressioni sedimentassero e mi sono chiusa in una sorta di splendido isolamento, per lasciare intatti e vergini i miei pensieri, senza contaminazioni esterne.

E adesso, però, è giunta l’ora di rompere gli indugi e di parlare. Carrisi cede alla lusinga di dare in pasto al lettore una sorta di sequel de La casa delle voci. Scelta condivisibile, dal momento che quest’ultimo è stata un’ottima prova per l’autore, che si addentra con maestria nei meandri dei ricordi e delle suggestioni, mediante una full immersion  nel mondo affascinante e subdolo dell’ipnosi. Ricicla il buon Pietro Gerber, ipnotista infantile e lo mette al centro di una caso mediatico forte, che ha a che fare con la sparizione di un bambino. Il bimbo racchiude un enorme mistero e affaccia il lettore sugli abissi di una infanzia abusata, che sembra uscita da un incubo. La storia è interessante, il mistero fitto e ammorbante. La prosa bella, pulita, sordida e nebulosa quanto basta per catturare il lettore e tenerlo in pugno fino alla fine. Carrisi si conferma un manipolatore di pubblico, che sa perfettamente quali tasti premere per ottenere l’attenzione del lettore. Carrisi è l’affabulatore, quando quest’ultimo è perlatro la figura chiave del suo romanzo. Scelta piuttosto curiosa, vero?

Ed ecco, insomma, il rovescio della medaglia: lo stesso lettore che lo osanna è pronto, al tempo stesso, ad analizzare il romanzo parola per parola, allo scopo di trovare il punto debole, l’anello mancante, la falla, l’errore.

Carrisi ha creato un ottimo espediente e costruisce una trama coinvolgente, lasciando che la lettura sia fluida,  scorrevole e esaltante. I suoi argomenti, il ricorso a piani temporali diversi, i suoi personaggi misteriosi, cultori di una scienza abbacinante ed enigmatica come l’ipnosi, sono tutto tasselli vincenti.

Ma, ecco le note dolenti, la trama a tratti si mostra debole, addirittura inverosimile.  E la conclusione del libro mi è apparsa troppo sospesa, tanto da dover ricorrere ad un personaggio chiave de La casa delle voci che si accolla l’onere di dare una spiegazione al lettore su ciò che sta accadendo.

Troppi interrogativi da sciogliere e l’impressione di un finale senza fine, che non crea aspettativa sull’epilogo di questa storia, ma solo frustrazione nel lettore, che rimane con un pugno di mosche a guardarsi intorno in cerca di un suggerimento.

Si, lo so. Con Carrisi sono intransigente. Mentre ammiro estasiata la sua capacità di ricamare con le parole e di creare atmosfere morbose, al contempo so di essere critica e puntigliosa all’ennesima potenza. Perché da Carrisi pretendo molto. Carrisi non può mirare alla sufficienza. Carrisi deve puntare in alto e ottenere il massimo dei voti e anche la lode, nel caso. Di Carrisi non possiamo dire:” bravo, ma potrebbe fare di più” come un professore intransigente direbbe del suo migliore alunno, quello più brillante, quello più dotato.

Quindi, e concludo: bene, benissimo la prosa accattivante e splendida. Bene, benissimo la scelta di argomenti che creino inquietudine e curiosità nel lettore. Bene, cavalcare l’onda di un successo precedente (la fanno tutti, ormai, per cui, per par conditio, dobbiamo concenderlo anche al Maestro).

Ma benino la latitanza di coerenza. Benino, il finale affrettato. Benino la figura del protagonista, che si trova a lavorare con una sorta di ventriloquo, paventando al lettore una fattispecie che non credo sia replicabile nella realtà (lo spauracchio dello spoiler non mi fa essere maggiormente precisa…).

Di Carrisi viene detto che scrive sceneggiature e non romanzi. Che vede un cinema buio invece di tante pagine bianche da riempire. Sicuramente Carrisi è uno che sa governare la penna e ha un’immaginazione feconda. Sa pungere la curiosità del lettore e sa ammaestrarlo come vuole. Si è fatto un nome e sa sfruttare magistralmente tutte le opportunità che ne derivano.

Sfornare un romanzo all’anno non è cosa da poco.  Come essere sempre all’altezza delle aspettative, giust’appunto. Ma che se ne parli bene, che se ne parli male, l’importante è parlarne. 

E di Carrisi, nessuno si è ancora stancato di parlare.


L’autore

Donato Carrisi è nato nel 1973 a Martina Franca e vive fra Roma e Milano. Dopo aver studiato giurisprudenza, si è specializzato in criminologia e scienza del comportamento.

Scrittore, regista e sceneggiatore di serie televisive e
per il cinema, è una firma del Corriere della Sera. È l’autore dei romanzi bestseller internazionali
(tutti pubblicati da Longanesi) Il suggeritoreIl tribunale delle animeLa donna
dei fiori di cartaL’ipotesi del maleIl cacciatore del buioLa ragazza nella nebbia – dal
quale ha tratto il film omonimo con cui ha vinto il David di Donatello per il miglior regista
esordiente –, Il maestro delle ombre, L’uomo del labirinto – da cui ha tratto il film
omonimo – , Il gioco del suggeritore e La casa delle voci.
Ha vinto prestigiosi premi in Italia e all’estero come il Prix Polar e il Prix Livre de Poche in Francia e il Premio Bancarella in Italia. I suoi romanzi, tradotti in più di 30 lingue, hanno venduto milioni di copie.


  • Casa Editrice: Longanesi
  • Collana: La Gaja Scienza
  • Genere: thriller

LA FAMIGLIA DEL PIANO DI SOPRA di Lisa Jewell


Fa fatica a individuare la linea di demarcazione, il punto in cui una si trasforma nell’altra. La prima volta che la madre adottiva l’ha presa in braccio, probabilmente. Ma lei non era senziente, non aveva coscienza del passaggio da Serenity a Libby, del silenzioso intrecciarsi dei fili di cui fatta la sua identità.

Trama

Cheyne Walk è una delle strade più eleganti di Chelsea, il quartiere in cui vive la buona società londinese. I suoi appartamenti, tuttavia, non sono soltanto la quinta di una vita ricca e spensierata, ma costituiscono a volte anche il teatro di raccapriccianti ritrovamenti. Come quello che si spalancò davanti agli occhi degli agenti di polizia accorsi al numero 16 di Cheyne Walk, dopo una telefonata anonima che segnalava un possibile triplice suicidio. Sul pavimento della cucina giacevano i corpi dei coniugi Martina e Henry Lamb e di un terzo uomo non identificato. In una camera al primo piano, c’era una bambina di circa dieci mesi in buone condizioni di salute, con una zampa di coniglio sotto la copertina della culla. Stando alle dichiarazioni dei vicini, da alcuni anni in quella casa abitavano molti bambini e diversi adulti, tutti misteriosamente svaniti nel nulla, compresi i due figli maggiori dei Lamb.

Una vicenda di cronaca nera irrimediabilmente consegnata al passato per Scotland Yard, una ferita tragicamente riaperta per Libby, ovvero Serenity Lamb, la bambina che venticinque anni prima era stata adottata dai signori Jones, diventando Libby Jones.

La giovane donna ha ereditato la casa di Cheyne Walk e, con lei, il suo spaventoso passato, un passato fatto di indagini senza sbocco, tracce di sangue e DNA sconosciuti, messaggi e strane scritte sui muri, pannelli segreti e un orto di piante officinali, alcune delle quali erano state usate per il palese suicidio collettivo dei suoi genitori.

Cos’è accaduto davvero tra quelle mura? Che fine hanno fatto gli altri abitanti della casa di Chelsea? E, soprattutto, in che modo quei drammatici eventi hanno a che fare con gli strani rumori che Libby sente provenire dal piano di sopra, benché sia certa di essere sola in quella strana e tetra dimora? Avvincente, claustrofobico thriller psicologico, che, tra suspense e colpi di scena, riesce a tenere il lettore inchiodato alla pagina, La famiglia del piano di sopra costituisce una splendida conferma del talento dell’autrice di Ellie all’improvviso.


Recensione

Ci sono libri che infondono in chi li legge umori, odori, sensazioni. Che creano delle atmosfere che sembrano vivere di vita propria, che sentiamo sulla pelle come vividi sudari. Come se aprendo le pagine venissimo risucchiati nell’universo parallelo contenuto in esse.

“La famiglia del piano di sopra” è uno di questi libri. Immediatamente ti rapisce, quasi con violenza. E sei costretto ad entrare in un imbuto, denso di sensazioni che si incollano sulla pelle. Sei costretto ad addentrarti in un tunnel sempre più stretto e claustrofobico finché non desideri più uscirne. Indugi in una palude che ti spinge verso il basso ma sei troppo curioso per metterti in salvo, per tentare di fuggire.

Una lettura nera come l’inferno che tratta il tema della manipolazione psicologica con enorme maestria. Una condizione che diventa l’anticamera dell’inferno per 4 ragazzini, che si trovano a convivere con il folle disegno di un uomo visionario.

La trama è condotta su due piani temporali; i capitoli si alternano tra presente e passato. Il presente è quello di Libby e di Lucy, coinvolte entrambe dagli eventi che si svolsero nella casa di Cheyne Walk; il passato è il racconto in prima persona di Harry Lamb, anch’esso poco più che un bambino all’epoca dei fatti. Passato e presente si incastrano perfettamente per ricostruire anni di prostrazione e di dolore e per scoprire la verità.

Tutto il romanzo gira intorno alla morte misteriosa dei coniugi Lamb e di un terzo sconosciuto e alla scomparsa dei 4 ragazzini. Quando la polizia varcherà la soglia della bellissima villa sul Tamigi troverà i tre cadaveri e una bimba di 10 mesi in ottima salute, Serenity. Omicidio, suicidio, follia collettiva sfociata nel più aberrante dei gesti? Che fine ha fatto la famiglia Lamb, un tempo ricca e ben in vista nella società londinese? E chi sono le misteriose figure che negli ultimi anni occupavano la casa, un tempo magnifica magione e oggi ridotta a scheletro buio e spoglio? Quali veleni hanno impregnato le pareti di Cheyne Walk? Pareti come prigioni, che hanno sottratto ai suoi abitanti la luce e il calore del sole.

Si brancolerà nel buio per decenni e il mistero della villa spoglia e dei suoi abitanti scalzi e vestiti di semplici sai neri rimarrà tale per molto tempo. Il come e il perché di quelle morti e di quelle sparizioni sarà un vero rompicapo, dove mistero, superstizione, magia, alchimia, manipolazione e suggestione giocheranno il ruolo principale.

I temi trattati sono calamite per chi legge e la trama è una tela inespugnabile in cui cadere inermi ad attendere la dolce morte che porrà fine al peggiore degli incubi. Una lettura magnificamente costruita per irretire il lettore e una prosa che è un martello pneumatico, incessante e cadenzato, che batte inesorabile dove fa più male.

L’unica sbavatura, a mio avviso, si riscontra nel finale, che per stessa ammissione dell’autrice, stentava ad uscire fuori dalla sua penna. Vi ho letto come un repentino cambiamento di registro, che ha finito per confondermi. Inutile e pernicioso tocco di luce dentro ad un cielo fitto di nuvole burrascose. A volte è preferibile rimanere tra i flutti e i gorghi, invece di godere di un’improvvisa schiarita che ci coglie impreparati. Ma questo è un mio pensiero ed è senz’altro un peccatuccio veniale. Il romanzo è e rimane una chicca. Un vero e proprio gioiello noir in cui perdersi. Segno che è davvero impossibile inseguire la perfezione, ammesso che esista.


L’autrice

Lisa Jewell è nata e cresciuta nel nord di Londra, dove vive ancora con il marito e le due figlie. Il suo primo libro, Ralph’s Party, è stato il romanzo d’esordio più venduto del 1999. Ha scritto numerosi altri romanzi che sono entrati nella classifica dei bestseller del Sunday Times. Con Neri Pozza ha pubblicato Io ti ho trovato (2017) e Ellie all’improvviso (2018).


  • Casa Editrice: Neri Pozza
  • Traduzione: Annamaria Biavasco e Valentina Guani
  • Genere: noir
  • Pagine: 334

LA MIA PROPRIETA’ PRIVATA di Mary Ruefle


La vecchiaia felice arriva a piedi nudi e porta con sé grazia e parole gentili, e maniere che la cupa giovinezza non ha mai nemmeno conosciuto.

Trama

In questo libro, Mary Ruefle, tra le maggiori poetesse e artiste americane, raccoglie pensieri, riflessioni e visioni sull’amore, sull’arte, la felicità e il tempo. A metà tra memoir e diario, La mia proprietà privata è una scatola magica, che una volta aperta mostra incredibili meraviglie: un sogno bizzarro dove Dio ti chiede quale vestito deve indossare; la solitudine sconfinata di una foresta coperta di neve; un romanzo scritto su centoquattro piatti da portata di cui ne rimane solo uno. Sono oggetti preziosi raccontati con una voce poetica intrisa di umorismo e disincanto, ma anche di fiducia e tenerezza; attraverso di loro, l’autrice ci accompagna nel mondo che conosciamo per mostrarcelo con occhi nuovi, in una libera associazione di parole e sentimenti che parte dal quotidiano per abbracciare il senso profondo dell’esistenza.

Fotografie e musica, neve e nuvole, tutto ci immerge nella trama del romanzo di noi stessi, e una tristezza che si tramuta in gioia tinge di colori speciali ogni frammento, lava la nostra mente e i nostri occhi, ci fa capire e sentire di poter essere capiti. La proprietà privata che Mary Ruefle ci offre non è che la nostra libertà, illuminata dalla saggezza dell’esperienza.

Questo libro è per chi si domanda dove vanno a finire le nuvole, per chi crede che nei versi dei poeti siano racchiusi il passato, il presente e il futuro, per chi almeno una volta ha desiderato di diventare invisibile, e per chi conosce la meraviglia delle piccole cose, l’incanto che può provocare un semplice foulard trasportato dal vento nel cielo color lavanda.


Recensione

Pezzi di vita. Sprazzi di luce. Pensieri, sensazioni, consapevolezze, ricordi, desideri. Voci che si mescolano, si sovrappongono. Senza capo, né coda. Senza un ordine, senza un filo conduttore. Niente che faccia pensare alla vana esigenza di raccontare una storia. Niente di più intimo, niente di più personale che un mosaico di pensieri che si srotolano in prosa ma che virano con forza verso la poesia.

“La mia proprietà privata” allude a qualcosa che sgorga dall’interno e sommerge ciò che sta intorno. Parole come acqua che scorre verso il mare, inarrestabile. Tutto ciò che vi si legge è privato. Una concessione che l’autrice fa al suo pubblico, una chiave di accesso dentro ad un universo di pensieri e di parole nate dalla sensibilità di chi ha fatto della poesia la sua vita.

Vi troviamo digressioni sui temi che più assillano l’uomo come la vita, l’amore, la casualità degli eventi, il tempo che passa.  Parole che sono perle ma anche pietre. E in entrambi i casi, sono chiavi di lettura della vita e delle sue bizzarre visioni. Un abbecedario, una legenda, un libretto di istruzioni per vivere e per comprendere.

Frammenti di una vita. E toni allegri, compassati, melanconici, frivoli, sfrontati. In fondo siamo proprio noi lettori lo specchio in cui si riflette la voce dell’autrice. Noi, gli interpreti perfetti di questi racconti, che decidiamo, in assoluta autonomia se il tono di una pagina è triste oppure no, Se è nostalgico, rancoroso, rabbioso o sognante. Noi lettori siamo la cartina di tornasole.

E’ con questa estrema libertà che Mary Ruefle si dona a noi e ci concede di interpretare i suoi racconti. Di farli nostri. Lei davanti, noi un passo indietro, come timidi scolari ingordi di imparare. Lei sublime interprete di vita, noi semplici spugne che assorbono la linfa che cade dalle pagine. E dalle pagine di Mary c’è tanto da imparare. Le piccole cose. I pensieri innocenti. Vedere nel cuore delle cose. Chiamarle con il loro nome, senza averne paura.


L’autrice

Mary Ruefle (1952) è una poetessa, artista e saggista americana, insegna al Vermont College e alla University of Iowa. Paragonata a Emily Dickinson, ha pubblicato diverse raccolte di poesia e l’ultima, Dunce (Wave Books, 2019), è stata finalista al National Book Award e al Pulitzer Prize. Autrice di culto negli Stati Uniti, collabora con quotidiani e riviste ed è stata inclusa nelle antologie Best American Poetry, Great American Prose Poems (2003), American Alphabets: 25 Contemporary Poets (2006) e The Next American Essay (2002).


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Traduzione, Gioia Guerzoni
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 119

SERVO E SERVA di Ivy Compton Burnett


“George, io mi arrendo con te” disse Bullivant. “L’abisso fra noi due è troppo vasto. Per troppo tempo ho cercato di colmarlo, ma invano. Ora basta. Prendo atto del mio fallimento. D’ora in avanti ognuno per la sua strada. Saremo fisicamente vicini, lavoreremo insieme, ma in spirito siamo lontani. Non avevo misurato correttamente la nostra distanza”.
George, a cui il tutto appariva piuttosto esagerato, guardò Bullivant lasciare la stanza col passo di uno che ha compiuto un gesto estremo. Guardò la cuoca, o meglio la sua schiena, e Miriam, che non osò ricambiare il suo sguardo ben sapendo che la cuoca aveva gli occhi anche sul retro della testa, sebbene al momento si rifiutassero di incontrare lo sguardo di George. Capì che in futuro avrebbe dovuto contare solo su stesso.


Trama

Dopo Più donne che uomini e Il capofamiglia, accolti con grandissimo entusiasmo, prosegue la pubblicazione di Ivy Compton-Burnett, autrice fondamentale del Novecento inglese amata dai più grandi scrittori.

Il pater familias Horace Lamb, nobile tirannico, sadico e avaro, trascorre le giornate vessando la servitù e i numerosi figli (ma non la consorte: fra i due è lei quella ricca). Insieme a lui e alla moglie Charlotte vive il cugino Mortimer, uomo al contrario molto pacifico, che non si è mai sposato, è nullatenente ed è segretamente innamorato di Charlotte, la quale altrettanto segretamente lo ricambia. Quando la donna parte per un lungo viaggio in America l’equilibrio della casa traballa: il nuovo precettore dei bambini, Gideon, la sua opprimente madre Gertrude e la remissiva sorella Magdalen entrano con prepotenza nelle dinamiche familiari e rimescolano le carte in tavola… E nel consueto gioco di sotterfugi, cattiverie e dialoghi avvelenati che come sempre domina le pagine di Compton-Burnett, la servitù si riserva questa volta un ruolo di rilievo, conquistando a poco a poco la scena e assurgendo al ruolo di irriverente protagonista. Patrimoni e matrimoni, tradimenti e crudeltà quotidiane: Ivy Compton-Burnett al suo meglio, in un romanzo che, insieme a Il capofamiglia, lei stessa considerava il suo preferito.


Recensione

I romanzi di Ivy Compton Burnett sono boccate d’ossigeno dentro alle nubi tossiche del presente. Quadri vivaci di un passato affatto remoto sebbene ormai lontanissimo dalle nostre abitudini di vita. Riflessi di un modo di vivere ormai perduto, in cui la famiglia è un’isola in un mare incerto e tempestoso. Un’isola con il suo microclima, la sua vegetazione. In cui sole o nuvole sono derivazioni degli umori del suo capofamiglia. Una famiglia allargata, dai cui rami dipendono molti altri parenti e che coinvolge ed è coinvolta anche dalle dinamiche della servitù. L’occhio e il cuore di questa illuminata autrice abbracciano con grande chiarezza le dinamiche familiari della seconda metà dell’ottocento inglese, cavalli indomiti e imprevedibili, ma sempre tenuti a freno dalle briglie del padrone.

In “Servo e serva” siamo al cospetto di una famiglia borghese in cui troneggia la figura del padre, Horace, dispotico e terribilmente avaro. Sadico, crudele, manipolatore, tiene in pugno i figlioletti, malvestiti, malnutriti e decisamente tiranneggiati, ma lascia indenne la moglie, Charlotte, perché ricca, la vecchia zia Emilia e in qualche misura anche il cugino, Mortimer, sebbene sia privo di sostanze e viva praticamente a spese della famiglia.

La servitù, una cuoca devota e petulante, un maggiordomo saggio e lungimirante e due giovani sguatteri prelevati da un orfanotrofio, completano il quadro familiare. I quattro sono il sottobosco familiare. A conoscenza di qualsiasi avvenimento accada in casa, assorbono ed in qualche modo guidano le vicende familiari, come un pubblico erudito in platea, che osserva, commenta e giudica.

Lo spaccato familiare è descritto con vivacità dall’audace penna della Burnett, che governa con slancio e precisione i dialoghi, fitti, colorati, vividi e ironici. La narrazione in realtà è fatta esclusivamente di dialoghi; la voce dei personaggi è viva, reale e riesce a fare a meno dell’intervento del narratore senza che la trama debba perdere di efficacia. Questa caratteristica è unica e davvero significativa e se da un lato è sintomo di un grandissimo talento narrativo, dall’altro a volte rende più difficile seguire il filo della narrazione. Leggere la Burnett è un esercizio di concentrazione; non ci si deve distrarre perché si rischia di perdere il filo del discorso. La lettura, in ogni caso, è un’esperienza irripetibile e assai gratificante per il lettore, immerso in un disegno perfetto di parole, suoni ed espressioni che descrivono l’essenza di un mondo ormai lontano per abitudini, costume e consuetudini.

La trama è intessuta a partire dalla figura di Horace, quasi una caricatura nella sua aberrante meschinità, che è lampante e terribilmente iniqua ma anche così carica di ironia da sconfinare nel ridicolo. La sua condotta, le sue parole, l’atteggiamento assurdo nei confronti dei figlioletti è un ricamo perfetto che strappa più sorrisi che biasimo. Horace è un tripudio di bassezze, che trasforma in pillole di saggezza per i suoi interlocutori con una capacità disarmante. Una figura assurda e geniale, che poteva uscire solo da una penna altrettanto geniale. Il destino di Horace è un destino parimenti assurdo e incredibile, determinato, come causa e come effetto, dall’odio che induce in chi gli sta davanti. Illuminato da sprazzi di disarmante lucidità e da altrettante dimostrazioni di ottusità, Horace è una figura meravigliosamente costruita, sempre al centro di congetture, un magnete che attira avversione ma anche rispetto per il suo ruolo e timore per le sue rappresaglie e che finisce per essere il simbolo di una società che si mostra per ciò che non è. Horace è una lugubre fenice, che risorge immancabilmente dalle sue ceneri, suscitando sdegno e rassegnazione in chi gli sta intorno.

La strampalata famiglia non è indenne da minacce volte a destabilizzarla, come del resto anche la servitù, che ha i suoi punti deboli nei due sguatteri, che con la loro goffaggine finiscono tuttavia per essere la bocca della verità, capaci di vedere con chiarezza i lati oscuri di Horace. Famiglia e servitù rappresentano perfettamente gli umori e i costumi della classe sociale alla quale appartengono e i loro punti di vista descrivono i diversi modi di vedere e di intendere le cose, restituendo al lettore un quadro realistico ed illuminante dei modi di pensare del tempo.

“Servo e serva” è un magistrale viaggio indietro nel tempo, costruito con una prosa eccellente, con un linguaggio ricco e ironico e una verve unica, che l’autrice padroneggia dalla prima all’ultima pagina. Vizi e virtù dell’epoca in un racconto a due voci, in cui anche la classe lavoratrice dice la sua facendosi interprete lucida della realtà. Una lettura imperdibile più adatta agli amanti del periodo storico e ai cultori del fraseggio, meraviglioso specchio di un’epoca irripetibile.


L’autrice

Scrittrice britannica nata a Londra, sesta di dodici figli di un noto medico omeopata. Una vita familiare infelice le fornì materiale per i venti romanzi che scrisse, tutti di matrice autobiografica e incentrati sul tema del dispotismo familiare. Premiata e apprezzata da autori di grande prestigio, trascorse un’esistenza piuttosto appartata rifuggendo la fama. Fazi Editore ha pubblicato Più donne che uomini nel 2019 e Il capofamiglia nel 2020. Nei suoi diari, Virginia Woolf definiva la propria scrittura «di gran lunga inferiore alla verità amara e alla grande originalità di Miss Compton-Burnett».


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Traduzione: Manuela Francescon
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 353

REGINA ROSSA di Juan Gómez-Jurado


Poi si ferma, perché riscopre una verità universale che dimentica ogni giorno quando va a dormire. Il mondo è gestito dai mediocri, dagli egoisti e dagli idioti. In particolar modo da questi ultimi.

Trama

Primo capitolo di una trilogia che domina le classifiche spagnole da anni, Regina Rossa è un vero e proprio fenomeno. Preparatevi a conoscere Antonia Scott, la nuova regina del thriller spagnolo.

Antonia Scott è speciale. Molto speciale. Non è una poliziotta né una criminologa. Non ha mai impugnato un’arma né portato un distintivo. Eppure ha risolto dozzine di casi. Ma è da tempo che non esce dalla sua soffitta a Lavapiés. Dotata di un’intelligenza straordinaria, è stanca di vivere: ciò che ha perso contava molto più di ciò che l’aspetta là fuori. Jon Gutiérrez, quarantatré anni, omosessuale, ispettore di polizia a Bilbao, è nei guai: su Internet circola un video in cui, nell’intento di aiutare una giovane prostituta, introduce nell’auto del suo protettore una dose di eroina sufficiente a mandarlo dritto in prigione. A farli conoscere è Mentor, la misteriosa figura a capo dell’unità spagnola di Regina Rossa: un programma segreto volto alla cattura di criminali di alto profilo in Europa. Così, loro malgrado, Antonia e Jon si trovano a collaborare a un caso spinoso: il cadavere di Álvaro Trueba, il figlio della presidentessa della banca più grande d’Europa, è stato ritrovato in una villa immacolata con un calice pieno di sangue in mano. La stessa notte, anche Carla Ortiz, figlia di uno dei più ricchi imprenditori del mondo, è scomparsa. Entrambe le famiglie hanno ricevuto una telefonata da un uomo che dice di chiamarsi Ezequiel, ma non vogliono rivelare i dettagli della conversazione avuta con lui: evidentemente, ci sono dei segreti così grandi da non poter essere sacrificati nemmeno in nome di un figlio. Chi è Ezequiel? Si tratta di uno psicopatico o dietro c’è qualcosa di più? Per Antonia e Jon scatta così una disperata corsa contro il tempo, tra false piste, pestate di piedi e trappole mortali, attraverso i meandri più oscuri di Madrid.


Recensione

“Regina rossa” irrompe sulla scena e dopo niente sarà come prima.

Una storia potente, reale, che porta il lettore nel cuore della vicenda. Una donna spezzata, che non vuole tornare a vivere e indugia in un limbo ovattato, accanto all’uomo che ha amato, ridotto ad una spoglia vivente. Un programma che rischia di saltare, perché lei, la Regina Rossa, è chiusa in se stessa e prostrata dal rimorso.

Antonia Scott ha una storia complicata alle spalle. Già dalla sua infanzia ha fatto i conti con la morte e con l’assenza. Poi è arrivato l’incarico nel programma Regina Rossa, una squadra di eccellenza volta a risolvere casi complessi e pericolosi per l’incolumità dell’Europa. Che Antonia ha padroneggiato con successo. Ma ogni medaglia ha il suo rovescio e per Antonia il successo e la consacrazione hanno portato un conto salato, che può correggere ed attenuare solo con l’aiuto della chimica.

Antonia è piccola di statura, poco appariscente. Nervosa, veloce, intelligente. L’essere umano più intelligente del pianeta. Il suo cervello è una macchina da guerra. Ma in lei qualcosa si è rotto irrimediabilmente.

A rimetterla in pista ci pensa Jon Gutiérrez, poliziotto, grande e grosso, omosessuale, cuore tenero, carriera compromessa proprio dalla sua sensibilità, che lo ha portato ad un passo falso. Jon sarà costretto a lavorare con Antonia ad un caso spinoso. Il male che dovranno fronteggiare ha qualcosa di disumano. Il dolore, la crudeltà, l’efferatezza che dovranno combattere non hanno uguali. Sarà una corsa contro il tempo, contro i demoni della follia. Un rompicapo che non trova soluzione e che verrà a galla a poco a poco, a svelarsi in tutta la sua carica pestilenziale.

Inutile dire che le spire di questo romanzo sono trappole mortali. Che la trama è un vortice di suspense. Che la prosa è un tamburo che rulla ossessivo e ipnotico dentro la testa. L’autore trascina il lettore sulla scena e lo coinvolge emotivamente a trecentosessanta gradi. Leggi e non riesci a staccarti dalle pagine. Leggi e senti un legame fortissimo verso i personaggi, spogliati di qualsiasi fronzolo, nudi nella loro disarmante umanità e nelle loro debolezze.

Sappiamo come sia complicato confezionare un buon thriller. Occorre coerenza, realismo, equilibrio. Una storia potente, dei protagonisti carismatici e autentici, che siano speciali senza essere supereroi. Occorre tenere la penna in bilico tra una manciata di esigenze opposte, senza che nessuna vada a sovrastare l’altra.

Juan Gómez-Jurado è riuscito in tutto questo ed ha compiuto un vero miracolo. “Regina rossa” è davvero un thriller imperdibile. Un thriller completo, che contiene molte altre storie al suo interno, che non si accontenta di rimanere chiuso dentro al suo nucleo, ma che si espande, si completa con le storie di vita dei suoi protagonisti, attraverso flashback e discese nella psiche dei personaggi, che si lasciano penetrare dal lettore, senza veli e senza reticenze. Un thriller che si bea di una prosa senza pecche, condotta al tempo presente, che non tralascia alcun particolar pur rimanendo accattivante ed emotivamente coinvolgente. Una scrittura che pretende l’attenzione del lettore e la ottiene senza sforzo alcuno.

Un plauso a Fazi Editore che ha portato in Italia questo gioiello e che ci regalerà anche i successivi due capitoli di una trilogia che ha fatto il vuoto intorno a sé e che si è portata in cima alle classifiche di tutto il mondo.

In chiusura ed in estremissima sintesi: non fatevelo scappare!


L’autore

Juan Gómez-Jurado è nato a Madrid nel 1977, è un giornalista e un romanziere tradotto in quaranta lingue. La trilogia composta da Regina Rossa, Lupa Nera e Re Bianco ha avuto un successo clamoroso, con oltre un milione di copie vendute, e l’ha consacrato come l’autore di thriller spagnolo più venduto di sempre, nonché come uno dei massimi esponenti del genere a livello internazionale.


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Darkside
  • Traduzione:
  • Elisa tramontin
  • Pagine: 438

SORELLE di Daisy Johnson

 
Se il cervello è una casa con tante stanze, allora io vivo nello scantinato. E’ buio e silenzioso. A volte sento qualcosa che si muove sopra alla mia testa, come dell’acqua che scorre nei tubi o qualcosa che viene digerito lentamente. A volte c’è una luce forte e riesco a vedere dove vivo. Tutti gli angoli e gli scompartimenti del sottoscala, ogni piccolo spazio. Le pareti sono umide al tatto. Ho dovuto farmi piccola per entrarci, allungarmi come le bisce che crescono nell’erba vicino alla spiaggia.
Se il cervello è una casa con tante stanze, in ognuna ci abita Settembre. Le stanze sono grandi come chiese e lei si gonfia come un pallone per riempirle, i suoi pensieri fanno rumore come le sirene antinebbia e suonano in tutte le  stanze come  campane. Non so che aspetto hanno le sue stanze, ma quando me le immagino somiglianti alla spiaggia, con la bassa marea, chilometri di sabbia, acqua a non finire. Certe volte ripenso al formicaio e capisco che è come qui, con tutte le pareti che si schiacciano, le gallerie che crollano un momento dopo che sono strisciata fuori.

Trama

Le sorelle adolescenti Luglio e Settembre sono strette da un legame simbiotico forgiato con una promessa di sangue quando erano bambine. Vicine quanto possono esserlo due ragazze nate a dieci mesi di distanza, a volte è difficile stabilire dove finisca l’una e cominci l’altra. Abituate all’isolamento, non hanno mai avuto amici: bastano a se stesse. Ma un pomeriggio a scuola accade qualcosa di indicibile. Qualcosa da cui non si può tornare indietro. Alla disperata ricerca di un nuovo inizio, si trasferiscono con la madre dall’altra parte del paese, sul mare, in una vecchia casa di famiglia semiabbandonata: le luci tremolano, da dietro le pareti provengono strani rumori, dormire sembra impossibile. Malgrado questo inquietante scenario, a poco a poco la vita torna ad assumere una parvenza di normalità: nuove conoscenze, falò sulla spiaggia… Luglio si accorge però che qualcosa sta cambiando, e il vincolo con la sorella inizia ad assumere forme che non riesce a decifrare. Ma cos’è successo quel pomeriggio a scuola che ha cambiato per sempre le loro vite? Ricco di tensione e profondamente commovente, il secondo romanzo della talentuosa Daisy Johnson penetra a fondo nelle zone più oscure dei legami affettivi, raccontando una conturbante storia d’amore e invidia tra sorelle che i fan di Shirley Jackson e Stephen King divoreranno.


Recensione

Un rapporto simbiotico in cui si è innestato un piccolo tarlo. La boccuccia ossuta, rosicchia pianissimo ma è inesorabile e morde, consuma, erode, spacca.

Tutto sembra bello e idilliaco, le due sorelline quasi coetanee, una dai capelli come fili di seta, indomita, volitiva, curiosa. L’altra più scura e incerta, quasi un’ombra che segue la sorella maggiore come se fosse una sua espansione corporea.

Insieme, quasi una sola anima in due corpi dissimili. Inseparabili, unite, indivisibili. In quella perfezione, in quella apparente dolcezza, si scopre una crepa. Che si allarga, che contagia, che distrugge.

Settembre e Luglio sono nate a dieci mesi di distanza. Il loro è un rapporto escludente e chiuso, in cui a nessuno è concesso di affacciarsi, neanche alla madre, una figura sfuggente, intrappolata nel malessere e nel lutto. Settembre e Luglio non hanno amici. Bastano a se stesse. Crescono dentro ad un mondo solo loro, fatto di codici, di giochi inventati, di una complicità quasi patologica che diventa mania, suggestione, dipendenza.

Settembre è crudele e manipolatrice. Luglio la asseconda, sempre un passo indietro. Sempre pronta a giustificare la sorella, ad accontentare ogni suo capriccio, ad obbedire ad ogni suo ordine e a sottostare ad una sistematica pressione che mina il suo equilibrio e riduce inesorabilmente la sua volontà. Ma Luglio senza Settembre è come se non esistesse. Un amore asfittico la lega a lei, alla quale non sa negarsi. Settembre è luce ma è anche buio. Una malattia alla quale Luglio a volte vuole sottrarsi, pur sapendo che soccomberà alla sua virulenza. Tra le due sorelle c’è un rapporto malato, del quale si intravede, tra le pagine, la terribile carica pestilenziale e il potenziale distruttivo che porta con sé.

Follia e accondiscendenza descrivono un rapporto di sudditanza psicologica in cui la malvagità, le gelosie e il desiderio di esclusione prolificano indisturbati. Follia e accondiscendenza che vestono i panni rassicuranti dell’affetto, della complicità. Attorno alle due sorelle solo assenza, e una casa misteriosa, quasi una creatura dotata di una vita propria, che nasconde ricordi dolorosi.

Finchè qualcosa accade. E rompe ogni equilibrio. Dopodichè ci sarà solo caos. Dopodichè una nuova esistenza dovrà trovare sfogo, collocazione, motivazione.

La scrittura di Daisy Johnson è un pozzo di incertezza e di sospetto. E’ subdola e abbacinante e attira il lettore nelle sue trappole. La curiosità che desta in chi legge è una spirale che si attorciglia ai pensieri. Il malessere che suscita è sempre più stordente poiché una viscida sollecitudine si fa strada tra le ciglia.

“Sorelle” è un grandioso ritratto delle molteplici sfaccettature dei rapporti familiari in cui ritroviamo le innocue complicità che lo caratterizzano ma anche dinamiche che sfuggono a qualsiasi classificazione, proprio perché esclusive, escludenti e tremendamente personali. Rapporti in cui entrano in gioco forze opposte ed esplosive, comandate da sentimenti imbizzarriti e indomabili. Rapporti spesso blindati, incomprensibili, dove amore, possesso e abnegazione si mescolano e assumono sfumature imperscrutabili.

Un groviglio assai complesso e difficile da descrivere, che tuttavia Daisy padroneggia e ipnotizza con un potere quasi magico. Un groviglio che si scioglierà inaspettatamente, in un epilogo che lascia attoniti e, forse, anche sollevati. Una ferita inferta con premeditazione, con mano decisa a squarciare l’impenetrabile cortina che avvolge i rapporti familiari fino a farne brandelli.


L’autrice

Nata nel 1990, nel 2016 ha pubblicato la raccolta di racconti Fen, grazie alla quale ha vinto l’Harper’s Bazaar Short Story Prize, l’A.M. Heath Prize e l’Edge Hill Short Story Prize. Attualmente vive a Oxford. Fazi Editore ha pubblicato Nel profondo, il suo romanzo d’esordio finalista al Man Booker Prize, nel 2019.


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Traduzione: Stefano Tummolini
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 202

IL NASO di Nikolaj Gogol


 Spense la luce della stanza e continuò a riflettere che il suo era davvero un caso incomprensibile, diavolo. Se avesse perduto un bottone, un cucchiaino d’argento, un orologio o qualcosa di simile, si sarebbe potuto capire. Ma perdere, che cosa? Il naso? Diavolo! E a chi era sparito il naso?

Trama

In una San Pietroburgo che può essere intesa come attuale, il 25 marzo di un anno imprecisato, il barbiere Ivan Jakovlèvič trova un naso umano in una pagnotta. Se ne vuole disfare e su un ponte lo getta nelle acque del fiume Neva. Il maggiore Kovalèv si sveglia e non trova più il naso dove dovrebbe stare, in mezzo al volto. Esce da casa e vede il suo naso – lo stesso del barbiere – salire in carrozza. Segue il naso in una chiesa. L’avvicina. Parla con il suo naso antropomorfizzato. Il naso gli gira le spalle e se ne va. Kovalèv lo rincorre ed esce in strada. Il naso è scomparso. Kovalèv si fa accompagnare in carrozza dal capo della polizia, non lo trova, risale in vettura, si fa portare a un giornale dove vorrebbe pubblicare un annuncio. Non riesce a farlo e se ne va. Si reca dal commissario del quartiere. Non ne cava nulla anche là. Rincasa, è il tramonto. Mentre riflette, sopraggiunge trafelato un funzionario di polizia, gli porge il naso. L’hanno ritrovato! Sì, ma Kovalèv non riesce a riattaccare il naso. Chiama in aiuto un medico che abita nello stesso palazzo. Anche il medico desiste. È dunque impossibile riattaccare il benedetto naso? Il giorno dopo, Kovalèv scrive una lettera all’ufficialessa che riteneva fosse la responsabile della sparizione del naso. Le chiede di metterlo in grado di riattaccarlo… Intanto, la notizia del naso si è diffusa per l’intera città di San Pietroburgo. Siamo ormai arrivati al 7 aprile e riuscirà mai il nostro Kovalèv a rivedere in uno specchio il proprio organo dell’olfatto?


Recensione

Sospeso ironicamente tra il serio e il faceto, tra la favola e il racconto di denuncia, “Il naso” è un classico nella produzione letteraria di Nikolaj Gogol, poeta, scrittore e drammaturgo russo. Un racconto che spesso trova spazio nelle antologie scolastiche come esempio perfetto dei risultati esaltanti che si possono ottenere mescolando satira e surreale.

La storia è nota: un funzionario della Russia ante rivoluzione perde il suo naso in circostanze misteriose e con esso anche la sua credibilità, qualità che reputa indispensabile per mantenere il suo status di privilegiato. Solo affrontando diverse traversie riuscirà a riappropriarsene e a salvare la sua reputazione, debole e vacillante attributo che trova fondamento nell’arretratezza e nella superstizione della società russa di allora.

Le figure che attraversano il racconto, al lordo di quella del malcapitato Kolalèv, sono meravigliosi esempi di un periodo storico chiuso e retrogrado: il barbiere, donnaiolo impenitente, bugiardo e dedito all’alcol, l’ufficialessa superiore Palageja, tirannica matrona così temuta da kolalèv, i poliziotti, ciechi e corrotti, depositari di ogni forma di ingiustizia e di irragionevolezza e tutte le altre comparse, che esistono solo per ribadire che in Russia, ai tempi dello Zar, si è in balia di mille variabili impazzite, che non si possono in alcun modo governare, né  comprendere.

Gogol utilizza queste bieche e strampalate comparse per tratteggiare la società dell’epoca, noncurante delle minacce e delle pressioni che colpiscono anche la sua persona, così come quella di Kolalèv.

Ne esce un inno feroce e geniale del senso del ridicolo che spesso imprigiona l’uomo, vittima e a volte artefice dei capricci di un sentire così sottile e perfido come è la sensazione e il timore di rendersi, appunto ridicoli.

L’uomo è disposto a tutto pur di non cadere in un simile vespaio. Si illude, nega l’innegabile e cerca di riprendersi il proprio naso, che fugge improvvisamente per vestire i panni di un uomo in tutto e per tutto simile al suo stesso proprietario e ugualmente folle e irrazionale.

Con il naso finalmente tornato al suo posto ogni pericolo è scampato. Tutto si piò affrontare se si possiede un naso. Tutto diventa accettabile. Tutto si aggiusta, basta crederci.


  • Casa editrice: 13Lab Milano
  • Collana: MyosotiS
  • Genere: classico della letteratura russa
  • Traduzione: Giovanni Nebuloni
  • Pagine: 121

I RICORDI NON FANNO RUMORE vol 2 di Carmen Laterza


L’altra sera pensavamo insieme a quante vite ci sono in una sola, a come c’era sembrato eterno il tempo della guerra e senza speranza. Eravamo bambini e quello era l’unico modo che conoscevamo, senza sole. Ma forse è anche per quello che adesso tutto ci stupisce e ci sembra un miracolo.

Trama

Bianca è cresciuta, lavora a Pavia come cameriera nella casa della signora Cattaneo e nel tempo libero frequenta un corso di taglio e cucito. Un giorno al mercato conosce Arturo, un ragazzo sorridente e baldanzoso che la corteggia regalandole un fiore ogni volta che la incontra e la conquista con il suo ottimismo nei confronti della vita. Bianca e Arturo sono giovani e innamorati: si sposano e partono per la Svizzera, dove li attende un lavoro sicuro e la possibilità di costruire una famiglia insieme.

Dopo un’infanzia segnata dalle difficoltà della guerra e dall’aridità degli affetti, Bianca vive finalmente con serenità e guarda al futuro con speranza e determinazione. Anche quando le difficoltà della vita quotidiana in una terra straniera si rivelano maggiori del previsto, anche quando i soprusi che lei e Arturo devono sopportare come immigrati italiani in Svizzera rischiano di frenare l’entusiasmo o limitare i progetti, Bianca non cede allo sconforto e continua a guardare oltre, nel punto in cui – lei lo sa – la porterà la perfezione del loro amore.

Solo un nodo rimane irrisolto e doloroso nel suo cuore: l’inspiegabile abbandono da parte della madre tanti anni prima e la sua scomparsa misteriosa.

Con questo nuovo romanzo Carmen Laterza porta dunque avanti la storia di Bianca sullo sfondo di tempi e spazi nuovi, tra il laborioso dinamismo dell’Italia del dopoguerra in piena ricostruzione e la puntuale operosità delle fabbriche svizzere; ma uguale resta l’incredibile profondità, umana e narrativa, dei suoi personaggi femminili, straordinari modelli di forza e resilienza.


Recensione

Una storia semplice, che ci riporta indietro nel tempo, quando l’Italia e gli italiani si ridestavano dalle rovine della guerra e iniziavano a volgere lo sguardo al futuro, leccandosi le ferite ancora doloranti inflitte da orrori, perdite, paura e incertezza. La voglia di riscattarsi, il desiderio di essere felici, di realizzarsi, di sollevarsi dalla povertà e dall’ignoranza. Un periodo storico denso di speranza, l’anticamera del boom economico che travolgerà l’Italia poco dopo, segno tangibile dell’incredibile forza del popolo e della sua voglia di cambiare pagina.

La saga familiare di Carmen Laterza ha il sapore della speranza e l’ingenuità della giovinezza. Profuma di passato, di anni in cui bastava poco per essere felici. Un profumo che esala dalle pagine e che avvolge Bianca e chi gli sta vicino.

In questo secondo volume Bianca si affaccia all’età adulta. La perdita della madre, che crede ormai lontana e irraggiungibile, ha reso la sua adolescenza difficile, inghiottita dalle paludi dell’incertezza. Nonostante tutto però Bianca ha costruito la sua piccola esistenza: ha un lavoro e la vita le ha regalato nuovamente la vicinanza di Maria, l’amica d’infanzia che aveva lasciato a Milano durante la guerra.

Quando anche l’amore si affaccia nella sua vita, Bianca intravede i riflessi abbacinanti della felicità. Una nuova esistenza la aspetta in Svizzera. Ma anche nuove difficoltà, quelle che molti emigranti affrontano in quegli anni difficili: il sogno di potersi integrare, i pregiudizi, l’indigenza, sono spilli che pungono il suo cuore, che oscilla incerto tra la speranza e un inquieto senso di incompletezza, che nasce dalla consapevolezza di aver perduto per sempre l’affetto della madre, della quale non sa più niente.

La scrittura di Carmen Laterza è molto coinvolgente. La storia che costruisce rappresenta le nostre radici e ritaglia un vivido angolo di vita dentro alla nostra storia recente.

Le vicende di Bianca si sposano con il nostro vissuto e leggerle è un po’ come respirare un’aria familiare. Bianca incarna i sentimenti e i desideri delle donne italiane del dopoguerra. Donne che lottano contro una vita difficile, spesso relegate ai margini, discriminate e costrette a fare i conti con quei pregiudizi di genere che a lungo terranno la donna lontana da opportunità e considerazione sociale. Donne che appaiono deboli e spesso sopraffatte da destini avversi, ma che sanno sfoderare una forza dirompente che rompe gli argini dell’indifferenza e delle avversità.

Con grande maestria Carmen Laterza governa la trama e sa toccare i tasti giusti per incuriosire il lettore e lasciarlo in sospeso. L’autrice offre al lettore quello che mediamente desidera leggere: una storia pulita, in cui i buoni sentimenti vincono sulle avversità, attraverso un percorso sofferto e irto di ostacoli.

Sul finire di questo secondo capitolo sono diversi i nodi cruciali che rimangono da sciogliere. Ma non c’è niente da fare. Il libro finisce e il lettore può solo speculare su ciò che potrebbe accadere nel capitolo successivo. Io mi sarei fatta una mia idea… chissà se è quella giusta…

Arrivederci Bianca!


L’autrice

CARMEN LATERZA è nata e cresciuta a Pordenone, dove vive tuttora. Laureata in Lettere a indirizzo musicologico e diplomata in Pianoforte, per più di vent’anni ha lavorato come editor e ghostwriter, scrivendo e correggendo per gli altri testi di ogni tipo. Nota sui social con il nome di Libroza, a lungo ha fatto divulgazione sui temi della Scrittura Creativa e del Self Publishing.

Ora si dedica esclusivamente ai propri libri, che pubblica in modo indipendente con il marchio Libroza.


  • Libro autopubblicato (Libroza)
  • Genere: narrativa italisns
  • Pagine: 342