NELLE SUE OSSA di Maria Elisa Gualandris


Un delitto è come uno strappo che rompe l’equilibrio del cosmo, altera l’armonia delle proporzioni del creato ed è come se le leggi di bontà, verità e giustizia che ci tengono in piedi dovessero correre ai ripari; come le piastrine, che chiudono le ferite e bloccano l’emorragia, permettendoci di sopravvivere.

Trama

Durante un restauro, nella cantina di una villa sul lago vengono trovate ossa umane. Sono lì da almeno quarant’anni e nessuno ha idea di chi possano essere. La giornalista Benedetta Allegri si imbatte nella vicenda e spera che possa essere l’occasione per rilanciare la sua carriera precaria. Aiutata dall’affascinante commissario Giuliani, scopre che le ossa sono di Giulia Ferrari, una studentessa scomparsa nel 1978 che nessuno ha mai veramente cercato. La procura ha fretta di archiviare il caso e cerca di far ricadere la colpa su quello che all’epoca era il fidanzato della ragazza.

Benedetta, però, intuisce che la sua tranquilla cittadina di provincia nasconde molti segreti ed è pronta a tutto pur di giungere alla verità e ottenere giustizia per Giulia.


Recensione

E’ stato davvero piacevole leggere questa opera prima. Una storia che incuriosisce, che affonda le sue radici nel passato, una nutrita platea di personaggi che hanno permesso di leggere tante piccole storie dentro la storia principale, una prosa asciutta eppure coinvolgente. E poi lei, Benny, una protagonista davvero ottimamente costruita, che incarna meravigliosamente una generazione alla ricerca del suo posto nel mondo.

Come avrete capito, questo romanzo è davvero un piccolo scrigno di tesori. Ma andiamo con ordine.

Benny, al secolo Benedetta Allegri, è una giovane donna con la passione per il giornalismo, in particolare per la cronaca nera. Come spesso accade, passione e soldi non vanno di pari passo: Benedetta è una precaria. Vive sempre in bilico, tra bollette da pagare ed un futuro che si fa sempre più incerto. Costantemente costretta a dover dimostrare il suo valore, sta perdendo quello smalto e quella voglia di emergere a tutti i costi che in passato l’ha portata a mettere impegno e sacrificio davanti a tutto. L’incertezza, si sa, è contagiosa e Benny inizia a vacillare anche nella vita privata. Il rapporto con il suo ragazzo si sta sfilacciando e tutta la sua vita va a pezzi. Una vita che Benedetta dovrà ricostruire pezzo per pezzo, con coraggio, pazienza e intraprendenza.

Le ossa. In un thriller le ossa sono sempre l’avvisaglia di un passato misterioso che deve venire alla luce. Scavare nei misteri del passato è sempre un’ottima idea in un thriller, perché incuriosisce e dona alla lettura quel brivido che non può mancare. E mentre i segreti affiorano, inevitabilmente la posta in gioco si fa alta. Mentre i tasselli della storia vanno finalmente al loro posto, le anime tormentate troveranno pace e la verità riporterà la quiete a chi ha sofferto o è stato ingiustamente accusato di qualcosa che non ha commesso.

I personaggi. Il pianeta Benny ha diversi satelliti che le ruotano intorno. La sorella, che sta vivendo un momento di particolare tensione con il marito; i suoi amici più intimi, anch’essi alle prese con la loro vita, in cui insoddisfazione e incertezza sono in agguato; le persone che sono coinvolte nelle indagini, che permetteranno a Benedetta di togliere i veli che oscurano la vicenda sulla quale sta indagando. Ed infine, il commissario Giuliani, affascinante e misterioso, che le fa la corte e al tempo stesso cerca di tenerla alla larga dalle indagini.

Il risultato finale è un bel thriller, dove tensione e realtà di mescolano a danno vita ad un libro che si legge molto bene, che incuriosisce e che riesce anche a scendere nell’intimità della sua protagonista.

Un romanzo che è anche una sorta di diario, raccontato in prima persona e capace di scendere dentro alla vita di una giovane donna, che combatte per difendere il suo lavoro, per essere indipendente e per capire qual è la direzione che deve prendere la sua vita. Ed anche ben scritto, grazie ad una prosa efficace e semplice, che riesce a tenere alta l’attenzione del lettore e alla capacità di creare un insieme variegato e coerente che la dice lunga sulle capacità narrative dell’autrice, per la quale scrivere non è certo cosa nuova.

Insomma, la Gualandris ha fatto un ottimo lavoro! Buona la prima e chissà… magari sentiremo ancora parlare di Benedetta Allegri….


L’autrice

Maria Elisa Gualandris è laureata in Filosofia all’Università Cattolica di Milano, vive sul Lago Maggiore ed è una giornalista professionista. Scrive di cronaca nera e giudiziaria per diversi media locali. Ogni mattina conduce il programma “Giornale e Caffè” su Rvl La Radio. Nel 2016 ha creato il blog I libri di Meg per condividere la sua passione per la lettura. È stata finalista al concorso “GialloStresa” nel 2013 con il racconto Pesach, pubblicato nell’antologia Giallolago (Eclissi). Nelle sue ossa è il suo primo romanzo.


  • Casa Editrice: Bookabook
  • Genere: thriller
  • Pagine 311

OCCHI DI FERROFILATO (fresco di stampa) di Mauro Galliano


Iniziare un’autobiografia, quando sai che tanti ti leggeranno, può essere un’arma a doppio taglio affilatissima. Potresti sorprendere in un senso o nell’altro facendo ricredere chi aveva un’idea diversa sul tuo conto.

Trama

Ferrofilato è un ragazzino allegro e con una voglia di vivere da far invidia al mondo, che tra un calcio a un pallone e qualche brutto voto a scuola, si ritrova nel pieno dell’adolescenza ad affrontare un mostro che gli cambierà il resto della vita: la sclerosi multipla. All’inizio si sente come se fosse imprigionato in una scatola, senza aria e con la paura che gli avvolge l’anima, ma poi si rimbocca le maniche per vivere la sua vita malgrado le difficoltà. Nonostante la malattia, subdola e vigliacca, Ferrofilato non smette di desiderare di vivere la sua vita nel migliore dei modi assaporandola e non precludendosi niente, spingendo il piede sull’acceleratore fino alle estremità degli angoli più alti. Alle soglie del “trentennale” della sua malattia, il nostro Ferrofilato viene raccontato tramite i sentieri della sua vita, attraverso le varie fasi, prima e dopo l’ingresso della stronza. Si scoprirà un Ferrofilato migliorato nell’affrontare la malattia che rappresenterà una linea continua tracciata che il nostro protagonista, anche se a fatica, proverà a scavalcare con tutte le sue forze. Questo libro ha l’intenzione e non la presunzione di dare uno stimolo a chi, come il protagonista, convive con la disabilità fisica e dell’anima, uno stato che invoglia a gettare la spugna, proprio com’è capitato a Ferrofilato, che con le unghie e con i denti, giorno dopo giorno, lotta contro una montagna sempre troppo alta per lui, un mostro che va guardato dritto negli occhi per non farsi schiacciare.


Recensione

Cosa scatta in noi quando la vita ci sfida, ci mette alla prova?

Quando la luce vira improvvisamente al buio e ci sentiamo soli con un mostro da combattere che non ne vuole sapere di soccombere?

Se siete fortunati, potrebbe accadervi come a Ferrofilato, un ragazzino smilzo come il filo di ferro che vive con la sua famiglia in una Napoli multietnica e variopinta.

Ferrofilato, al secolo Tommaso, si trova la malattia addosso così, da un giorno all’altro. Il suo piccolo mondo crolla. Incredulità, rabbia, rassegnazione. Rifiuto, lacrime, preoccupazione.

Poi un giorno Ferrofilato decide che deve combattere la sua battaglia e scende in campo. A schivare colpi bassi. Ad anticipare le mosse della malattia. A cercare un sorriso tra le pieghe amare del suo volto, quando le cose si mettono male.

“Occhi di Ferrofilato” è una biografia che scorre incerta sul tono giusto da tenere. Dissacrante? Lamentoso? Sorprendente? Ironico? Alla fine in questo romanzo c’è un pizzico di tutto questo e chi lo legge potrà decidere in autonomia quale aspetto privilegiare, a seconda della sua sensibilità.

“Occhi di Ferrofilato” assomiglia ad una favola, che fa sorridere e che dona al lettore la sua morale. Leggendola il lettore cercherà affannosamente un lieto fine, perché Ferrofilato si merita di vincere e anche di gran lunga, sul suo avversario. Ma è anche una fotografia vera, reale e tangibile di un dramma personale.

Scrivere di simili esperienze non è certo facile, ma Mauro Galliano lo sa fare molto bene. Lontano dal voler suscitare commiserazione e tremendamente prossimo al riderci su, anche se con quel pizzico di amaro in bocca che hanno tutte le storie vere.

Un libro che non si accontenta di rimanere imprigionato nella vita del protagonista, ma che straripa, come un fiume in piena, per raccontare tanti aspetti curiosi della vita di una famiglia,  specchio che riflette una genuina e meravigliosa italianità, con un affresco divertente, dissacrante e vivo.

Un libro che è facile da leggere ma difficile da assimilare. Una storia di vita vissuta e un grande esempio di coraggio e di fiducia.


L’autore

Mauro Galliano è nato a Napoli, dove vive, nel 1973, si laurea alla facoltà di architettura dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II” ed esercita la libera professione ma nel tempo libero si dedica alla scrittura che diventa per lui una vera passione. Un bel giorno decide di far conoscere i suoi pensieri e pubblica il suo primo romanzo: Occhi di Ferrofilato (L’Erudita, 2018). Scrive racconti che sono stati inseriti in alcune antologie.

Vive con sua moglie Maddalena e una tenerissima meticcia nera di nome Piuma che ha portato nella loro vita tanta leggerezza.


  • Casa Editrice: Pan di Lettere
  • Genere: narrativa autobiografica
  • Pagine: 117

UN BACIO PRIMA DI MORIRE di Ira Levin


Riaprì gli occhi e vide il suo fazzoletto gonfiarsi ora che il vento lo sollevava sulla ruvida superficie della pietra. Lo agguantò. Girò su se stesso, corse verso la porta delle scale, prese il cappello e valigia in una mano e aprì la porta delle scale, prese cappello e valigia in una mano e aprì la porta coprendo la maniglia con il fazzoletto. Oltrepassò velocemente la soglia, riaccostò la porta e ripulì la maniglia interna. Si voltò e si precipitò giù per la rampa di scale.

Trama

I destini di una ricca famiglia newyorkese e di un arrampicatore sociale piacente e spregiudicato si intrecciano quando Dorothy, la figlia più giovane del magnate del rame Leo Kingship, si innamora di un compagno d’università di qualche anno più grande. Qualcosa va storto, però, perché Dorothy resta incinta prima del matrimonio, e i due ragazzi sono costretti a rivedere i loro piani per il futuro. Quello che Dorothy non sa è che i piani del suo fidanzato sono già fin troppo dettagliati, e inclinano pericolosamente dalla parte del denaro più che da quella dell’amore…

Un bacio prima di morire è il primo romanzo nato dalla penna (e dal genio) di  Ira ­Levin, l’autore di Rosemary’s Baby. Accolto alla sua pubblicazione, nel 1953, dagli elogi del New York Times e del New Yorker, fu premiato l’anno seguente con un prestigioso Edgar Allan Poe Award; nel corso degli anni la sua perfetta trama «hitchcockiana» ha ispirato due fortunate trasposizioni cinematografiche, la più recente, nel 1991, con Matt ­Dillon, Sean Young e Max von Sydow.


Recensione

Sono uscita dalla lettura di questo romanzo semplicemente estasiata. Dalla genialità della trama, dalla narrazione serrata, dalla audacia della storia, dall’accuratezza con cui l’autore costruisce l’impianto del romanzo, incentrato sulle deviazioni del narcisismo e della sete di denaro.

“Un bacio prima di morire” è costruito intorno ad un giovane uomo, la cui figura è centrale nel romanzo. L’autore lo tratteggia nei primi capitoli, dedicandogli una brevissima biografia che si rivelerà cruciale per comprendere i suoi moti interiori e tutto lo sviluppo successivo della storia.

Avvenenza, opportunismo e una madre adorante e accondiscendente, faranno sì che il nostro giovane aspiri ad una vita migliore, tra gli agi e la ricchezza. L’intelligenza non gli manca e nemmeno la capacità di sapersi ingraziare chi si dimostri capace di garantirgli un’esistenza facile, senza sudore e fatica, circondato da prestigio e riconoscimento sociale.

Con queste premesse la storia prende vita. Il nostro protagonista è un demone travestito da angelo. E’ capace di atteggiarsi in modi che confondono completamente i suoi intenti. Manipolatore eccelso, capace di leggere alla perfezione dentro gli altri, di vedere chiaramente le loro debolezze e di intuire le fragilità di chi ha di fronte, affondando con maestria laddove la carne è più debole.

Refrattario alla fatica e convinto che sia suo diritto accedere di diritto alla ricchezza e al prestigio sociale, non censura alcun mezzo che sia idoneo al raggiungimento dei suoi scopi. Sfrontato, audace, folle, impavido, spavaldo. Folle, visionario, senza alcun freno né filtro. Spietato, implacabile, crudele, senza scrupoli. Una personalità per certi versi affascinante ma inevitabilmente deviata. Avulso da ogni forma di indulgenza, compassione, empatia, rimorso. Eppure accattivante, candido, un’anima per certi versi semplice ma subdola e implacabile. Che non si scoraggia, che tenta, ritenta e insiste fino a che la sua preda non cade nella trappola. Un personaggio da incorniciare, che, seppur disdicevole nei suoi atteggiamenti, non si riesce del tutto ad odiare. Perché, inevitabilmente, desideriamo che non si arrenda, per vedere fino a che punto potrà spingersi nelle sue incredibili e perfide macchinazioni e per sapere se, in ultima analisi, la farà franca e si redimerà dai suoi peccati.

L’ambientazione, nell’America degli anni a cavallo tra il quaranta e il cinquanta del novecento, dopo la guerra e nell’impeto abbacinante della “beat generation”, è l’altro acuto del romanzo. I personaggi si muovono nell’ambiente universitario americano, dove i vagiti della liberazione sessuale si fanno timidamente sentire ma che sono tuttavia soffocati dal perbenismo che comunque imperversa ancora. E’ un momento topico per l’America, che dovrà decidere se lasciarsi andare alla liberazione sessuale, al femminismo e alla lotta per i diritti umani oppure lasciarsi trattenere nelle paludi della tradizione. I fatti narrati si inseriscono perfettamente in questo momento storico e saranno la miccia che innescherà l’incendio.

La trama non può essere accennata perché il rischio di anticipare qualcosa è altissimo. Vi basti tuttavia pensare ad una storia che risucchia dentro ai suoi tentacoli, un vortice dal quale ci si libera solamente con la morte.

Ira Levin, con questa sua opera prima, anticipa al pubblico le sue doti narrative, che saranno definitivamente consacrate con i suoi successivi romanzi. Con incursioni nel genere giallo, nel thriller psicologico e nel romanzo di formazione, “Un bacio prima di morire” è una vera e propria perla che fa scuola, sia per i colpi di scena che per la tensione narrativa che esprime. Difficile trovare simili gemme nel panorama letterario internazionale, senza scomodare mostri sacri quali Ellery Quenn e Agatha Christie. Facile invece innamorarsi e lasciarsi rapire da questa pagine cariche di suspense, che non si faranno dimenticare facilmente.


L’autore

Ira Levin (1929-2007) è stato un romanziere e drammaturgo statunitense. Tra i suoi libri: Rosemary’s Baby, I ragazzi venuti dal Brasile (entrambi già pubblicati da BIG SUR), Un bacio prima di morire, La donna perfetta, Questo giorno perfetto. Elogiato da scrittori come Chuck Palahniuk, Stephen King e Truman Capote, nella sua lunga carriera letteraria ha vinto il Prometheus Award e, per tre volte, l’Edgar Allan Poe Award.


  • Casa Editrice: Edizioni Sur
  • Collana: BigSur
  • Traduzione: Daniela De Lorenzo
  • Genere: thriller
  • Pagine: 347
  • Prima edizione: 1953

LORO di Roberto Cotroneo


Il nostro tempo, il tempo che scorre mentre viviamo, prima c’è, poi non c’è più. Ma il prima e il dopo non sono nulla in quei momenti. Non esistono.
Per questo il silenzio era mortale, perché era eterno, inafferrabile e al tempo stesso concreto, presente, profondamente corrotto: quello che stavo vedendo era orribile.



Trama

Può il memoriale di una giovane donna sconvolgere a tal punto da turbare persino coloro che si avventurano abitualmente nei recessi piú oscuri della mente?

È quanto accade in queste pagine, nelle quali Margherita B. narra dei fatti accaduti nel 2018, quando prende servizio, stando alle sue parole, come istitutrice presso una famiglia aristocratica, gli Ordelaffi, in una magnifica villa progettata da un celebre architetto alle porte di Roma: la casa di vetro.

Il compito che le viene affidato è prendersi cura delle gemelline Lucrezia e Lavinia. Nella casa di vetro, tutto sembra meraviglioso quell’estate. Ogni cosa è scelta con gusto, con garbo, con dedizione. Le gemelle, identiche, sono una meraviglia di educazione e di talento. Lucrezia ama il pianoforte, Lavinia l’equitazione. Ma pochi giorni dopo l’arrivo di Margherita cominciano a rivelarsi presenze terrificanti. Sono loro, dicono le bambine, gli antichi ospiti della casa, tornati per riportare in luce l’orrore.

Romanzo fitto, intenso, con personaggi indimenticabili, Loro rivisita le ossessioni che da anni segnano la narrativa di Roberto Cotroneo: il tema della verità e dell’ambiguità, del bene e del male, della violenza, del sacro e della felicità, quando brucia fino a farsi cenere. Le sue pagine, oscure e strazianti, si muovono per territori sinistri, e indagano soprattutto quella terra di nessuno che è la nostra mente.

Un romanzo che, nel suo finale del tutto imprevedibile, è un omaggio alla grande letteratura e, nello stesso tempo, un racconto nitido che si muove dentro uno scenario torbido e sa guardare oltre l’ignoto. Alla fine, a prevalere saranno il fallimento di ogni ragione e il trionfo di un mondo che non è di questo mondo.


Recensione

Apro le pagine del libro e un vortice mi spinge dentro. Una maligna forza di gravità mi trattiene. E’ la morbosa curiosità, il gelo che scorre lieve tra le scapole, il desiderio di scoprire cose inenarrabili.

Ciò che vive e pulsa in ognuno di noi. La vertigine di conoscere l’orrore. Ciò che non è di questo mondo ma di un altro mondo parallelo, in cui forze e forme di vita sconosciute giocano con i nostri sensi, acuendoli, portandoli al parossismo.

“Loro” è una calamita subdola. Ti attira dentro ad una storia totalizzante, in cui l’autore mischia tutti gli ingredienti per renderla irresistibile. Il mistero, il sovrannaturale, il doppio. Personaggi subdoli, la cui stessa natura è messa in dubbio. Una casa fatta di vetro, dove tutti vedono tutto e nessuno si può nascondere, neanche dai propri pensieri. Due gemelle enigmatiche, che sembrano essere dotate di poteri sconosciuti. Bellissime ma anche terrificanti, le cui mani sembrano tenere le fila dei destini di tutti gli abitanti della casa.

E poi l’onnipresente alone di una presenza oscura, la cui leggenda si intreccia con il destino della casa.

Tutto il romanzo è permeato dal tema del sovrannaturale. Che riduce la mente di chi ci si imbatte in un groviglio di pensieri sconnessi.

Margherita, giovane istitutrice delle straordinarie e talentuose gemelle della casa di vetro, dovrà fare i conti con la parte metafisica del suo intelletto, combattendo giornalmente con l’orrore che si para davanti ai suoi occhi. Il suo diario trasmette magnificamente le sensazioni che faranno presa sulla sua mente.

Come in un romanzo d’altri tempi, la casa trasuda mistero. Le sue origine controverse, il suo passato di morte spingono la protagonista ad affacciarsi sull’abisso. Ciò che vedrà, le presenze eteree e sovrannaturali che affollano la sua vista, la faranno precipitare in un buco nero, dal quale è impossibile fuggire. Margherita è sola dentro all’incubo.  Le suggestioni, le apparizioni sono forse un cruccio della mente?

Roberto Cotroneo è assolutamente perfetto nel dipanare una vicenda che cammina in bilico tra suggestione e realtà. L’autore incanta con la sua prosa evocativa e abbacinante e indebolisce gli argomenti della ragione, fino a ridurla in cenere. Il romanzo, in fondo, annichilisce il raziocinio ed esalta fino al parossismo il sovrannaturale, sovvertendo i nostri istinti di esseri pensanti e razionali. Questo scarto direi che è il nucleo del romanzo; e sarà la ragione a soccombere, liberando le briglie che da sempre l’uomo utilizza, più o meno scientemente, per sopire il mondo invisibile che sta oltre, dietro tutto ciò che da sempre è considerato vero. Le cose dell’altro mondo prendono il sopravvento e insinuano nel lettore orrendi scenari, che forse abitano solo nella nostra mente, specchio incerto e labile delle nostre credenze e delle nostre suggestioni.

Il finale del romanzo, che è un coup de théathe in piena regola, è l’apoteosi dell’imprevedibilità della mente umana, catalizzatrice delle nostre emozioni più vivide e della nostra immaginazione più fervida. Ed è anche l’apoteosi di quella consapevole follia che ci rende unici ma anche estremamente vulnerabili e imprevedibili.

“Loro” si nutre delle nostre ataviche paure verso tutto ciò che non è di questo mondo, ma di altri, imperscrutabili, affascinanti e terrificanti mondi. Mondi di cui vorremmo sapere di più, che vorremmo rendere conosciuti, ma che ci spaventano e minano tutte le nostre certezze, quelle che ci fanno andare avanti, alle quali ci aggrappiamo per sopportare un’esistenza fin troppo ordinata e ordinaria, ma che basta davvero poco per scardinare.

Con una prosa affabulatrice e ipnotica, Cotroneo scruta dentro alle nostre paure e le fomenta con il potere assoluto della suggestione, che la sua penna sa bene come manovrare. Il bene e il male, il desiderio di prevalere, l’ambiguità dell’amore, la manipolazione delle nostre credenze, sono temi che l’autore tratta con grande maestria, confezionando un’opera che difficilmente passerà inosservata e che rimarrà salda nella memoria del lettore.

Dopo, non vi sarà che il dubbio a crogiolare dentro di noi. E la consapevolezza che a volte i fantasmi esistono, fuori e dentro alla nostra mente.


L’autore

Roberto Cotroneo è un giornalista, fotografo, scrittore e critico letterario italiano. Ha diretto per molti anni le pagine culturali dell’Espresso. Scrive per il Corriere del Ticino. Nel 2003 esce per Mondadori Chiedimi chi erano i Beatles. Lettera a mio figlio sull’amore per la musica, un racconto sulla musica vista attraverso storie, ricordi, pensieri e grandi suggestioni. È stato finalista al Premio Campiello nel 1996 con Presto con fuoco. Nel 1999 vince il premio Fenice-Europa con il libro L’età perfetta. Nel tempo libero ama suonare il pianoforte.


  • Casa Editrice: Neri Pozza
  • Genere: noir
  • Pagine: 191

IL BUIO NON FA PAURA di Pier Lorenzo Pisano

 
La piccola famiglia si alza in piedi, e non lo sa ancora che si è spaccata, non lo sanno ancora che sono rimasti soli, papà corre fuori, il fucile in mano, e lascia i bambini a boccheggiare.
Gabriele si affaccia alla finestra e non vede niente, vede la sagoma di papà che svanisce e poi solo la notte, non sbatte nemmeno le palpebre pur di abituarsi al buio, ha gli occhi spalancati ma non riesce a vedere, cominciano ad arrossarsi, cominciano a piangere, ma il nero resta illeggibile e freddo, com’è possibile, non c’è più nulla, si sporge ancora dalla finestra, i piedi non toccano terra, la testa e le spalle sono fuori, e ancora niente.

Trama

Gabriele ha due fratelli, e vive con la mamma e il papà in un piccolo paese di montagna. I tre ragazzini crescono spensierati tra giochi e corse nei campi quando, una sera, la madre va nella stalla a prendere il latte per Gabriele e viene inghiottita dal buio. I bambini si trovano così ad affrontare la sua assenza e lo strazio del padre, mentre in paese circola voce che di notte una bestia terribile sta uccidendo gli animali. Una sera Gabriele segue il padre e gli uomini nella caccia al mostro, e si trova improvvisamente da solo, al buio nel bosco, finché una spaventosa creatura d’ombre gli si avvicina, lo raccoglie e lo abbraccia. Da quel momento Gabriele dovrà lottare per salvare quella creatura contro un mondo di adulti che non può ascoltarlo, e che nell’odio trova la sua dimensione di comunità.

Il buio non fa paura è una favola nera, allo stesso tempo arcaica e moderna, cruda e sognante, cinematografica e sensoriale, sul dolore della perdita e sulla magia dei desideri. Pier Lorenzo Pisano racconta di bambini e incubi, di natura e mistero, e riesce a illuminare l’immenso potere dell’innocenza, che può scardinare la realtà e indicare il senso ultimo delle nostre speranze e paure.

Questo libro è per chi fa il bagno nell’acqua gelata del torrente, per i ricordi che si stanno coprendo di una polvere dorata, per chi ha amato Io non ho paura di Niccolò Ammaniti, e per chi riesce a vedere navi, città e tempeste di sabbia nei granelli di polvere sul pavimento, e poi gli basta chiudere e riaprire gli occhi per costruire nuovi mondi immaginari.


Recensione

Scendere nelle profondità dell’animo di un bambino. Toccare le sue mani, asciugare le sue lacrime.

Lui, così piccolo e perduto. Le sue fragilità, i suoi pensieri, semplici e straordinari al tempo stesso.

La sua sensibilità, che è fragile cristallo ma anche roccia di basalto. Le sue gambette secche. La sua figura quasi eterea, che porta sulle spalle il dolore più grande, più inspiegabile, più crudele e dilaniante del mondo.

La voglia di accogliere nelle mie braccia Gabriele e i suoi fratelli non cessa, pagina dopo pagina. E in fondo al mio stomaco cova un dolore sordo. E’ un dolore universale, il dolore della perdita. E’ il graffio profondo della solitudine. La mancanza delle braccia materne, del suo sussurro sul collo, lieve e dolcissimo. Quella voce che da sola cura più di una medicina. Quelle labbra che nascondono il segreto della musica più struggente e che sono capaci del più magnifico tocco del mondo. Che guarisce, che rinfresca, che solleva, che ammansisce, che induce il sonno ed il sogno.

Pier Lorenzo Pisano ha scritto pagine di incommensurabile bellezza. La sua penna è una interprete perfetta del mondo interiore di un bambino che perde sua madre. Un bambino che desidera con tutto se stesso che sua madre faccia ritorno. Un bambino, alla ricerca di un motivo per cui sua madre sia scomparsa così, dall’oggi al domani, senza spiegazioni, senza un perché. Un bambino che non si rassegna ed è capace di tratteggiare un altro mondo possibile, in cui sua madre continui ad esistere.

La prosa asciutta, i meccanismi narrativi semplici, lontani anni luce da virtuosismi e sbavature. Un ambiente primitivo, povero e chiuso in cui ognuno pensa a se stesso. La meraviglia e la crudeltà della natura, fredda e senza pietà. Un mondo arcaico, in cui il bosco nasconde segreti imperscrutabili e in cui i sentimenti sono spigolosi, senza fronzoli, essenziali. Un mondo lontano che non si fa remore a lasciare che un bambino si perda nei suoi pensieri, senza una guida. Un mondo in cui non c’è salvezza eccetto che quella che deriva dalla forza.

“Il buio non fa paura” è un romanzo da leggere tutto di un fiato. Bisogna lasciarsi permeare dalla tristezza e dal dolore sordo di ciò che non capiamo, lasciarsi inondare da questa marea densa e ottenebrante. E acuire la nostra capacità di comprendere i meccanismi spesso sconosciuti che si muovono incerti per riparare quello che si è irrimediabilmente rotto.

Come in una favola Gabriele si aggrappa ad un incantesimo e lo difende da tutto e da tutti. Una magia che si modella con il buio e che la luce del sole dissolve e cancella. Un incantesimo che la sua mente di bambino crea per difesa da ciò che è troppo enorme da sopportare.

Un romanzo breve e crudele, ma anche dolcissimo e intriso di ingenuità e di candore. Un romanzo che racconta le alchimie attraverso le quali la nostra mente prova a salvarci dall’insopportabile.

Perché per un bacio e un abbraccio materno si possono davvero affrontare mille demoni. Perché per assaporare la dolcezza di un ricordo si è sempre pronti a ingannare e ad ingannarci, a mentire e a credere nell’impossibile.


L’autore

Pier Lorenzo Pisano (Napoli, 1991) è regista e autore di cinema e teatro, diplomato in regia presso il Centro Sperimentale di Roma. Il suo cortometraggio d’esordio, Così in terra, è stato selezionato in concorso al 71° Festival di Cannes e in più di cinquanta festival internazionali. I suoi testi teatrali sono tradotti in dodici lingue e rappresentati in teatri e festival europei. Ha vinto numerosi premi tra cui il Premio Solinas, il Premio Riccione-Tondelli, il Premio Hystrio. Il buio non fa paura è il suo romanzo d’esordio, tra i finalisti del Premio Calvino 2020.


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Genere: narrativa
  • Pagine:
  • 171

LA REGINA SENZA CORONA – diario di una quaranta(4)ena di Anna Nigro

Difficile dire cosa si scatena in una persona quando tutto un filone che include un amore, una rete di relazioni oltre il lavoro e anche una vita sociale partecipata lo avevi volutamente accantonato in un lato remoto come un ricordo di una vita che è stata.

Trama

Per quaranta giorni, durante il lungo periodo dell’isolamento a causa del Covid-19, la Regina senza corona affida a un diario le sue riflessioni: non solo la quotidianità, le piccole cose di ogni giorno, il nuovo modo di impostare il lavoro e di riempire il tempo, ma anche un dialogo con il Signor Tempo Passato, che la porta a rivivere situazioni e momenti che non sembravano così importanti e ora, invece, sono luoghi meravigliosi in cui trovare un rifugio, un profumo, un sorriso. Un testo profondo e toccante, arricchito di una piacevole ironia; una storia che ci racconta qualcosa di tutti noi, che ci ricorda che la vita era preziosa anche prima che ne scoprissimo la fragilità.


Recensione

Se c’è una regina, sicuramente leggeremo una bella favola, direte voi. Se la regina è senza corona, la favola probabilmente sarà una storia dei giorni nostri, maggiormente aderente alla realtà. Se poi la corona non è un ornamento d’oro e diamanti ma allude al famigerato virus che da mesi ci tiene in scacco, allora bisognerà ammettere che siamo di fronte a qualcosa di diverso.

Questo racconto è un diario di bordo di una donna che si trova in qualche modo costretta a fare i conti con se stessa, ai tempi della pandemia da Covid 19. Sola, con l’esclusiva compagnia dei ricordi e la consapevolezza che ciò che in passato le è parso ordinario e poco significativo è invece diventato qualcos’altro. Qualcosa di più importante, da difendere e da preservare.

Ed ecco che l’autrice ha l’occasione di ripensare alla sua vita. Ai tempi più lontani in cui abitava in un piccolo centro del meridione, circondata dal calore della famiglia e dalla consolante ripetizione di antiche tradizioni popolari. Fino ai tempi più recenti, in cui un amore è sbocciato, è cresciuto meraviglioso e coinvolgente e poi è morto, per una di quelle ragioni inspiegabili, che non hanno un nome ma che inevitabilmente decidono la fine di una relazione.

L’autrice utilizza la terza persona singolare per narrare questo piccolo spazio temporale, rivolgendosi alla Regina senza Corona, al Signor Tempo passato e al signor Tempo presente. Un escamotage azzeccatissimo, che dona ironia anche dove non ci si aspetta e che cela dietro a questo pseudonimo l’identità stessa dell’autrice.

Facile riconoscersi nella malinconica Regina, che narra l’allegria di un passato lontano senza compiacimento, l’amarezza di un passato più recente senza rancore e l’incredulità che scaturisce da un presente inaspettato e spiazzante.

Ne emerge il lucidissimo quadro di una donna che vive la sua condizione con accettazione, compostezza e grande dignità. Con queste doti, che sono più rare di ciò che si crede, la nostra cara Regina passerà indenne il lockdown e si dirà pronta a ripartire, con slancio e fiducia.

Un racconto che a tratti ci fa sorridere e a tratti ci rende malinconici. Che ci rammenta come stavamo in quel lontano marzo e aprile del 2020, affacciati ai nostri balconi, impastando improbabili pizze, facendo ginnastica, confrontandoci con i tentacoli del lavoro agile e aspettando ogni sera il bollettino di quella guerra a salve, ma non per questo meno dolorosa.

Un racconto che si legge di un fiato, coinvolgente come sanno essere le storie vissute e bello come sono le storie in cui ci riconosciamo.


L’autrice

Anna Nigro nasce il 23 Luglio del 1976 a Watford, in Inghilterra. Quando ha tre anni, la famiglia si trasferisce in Italia, a Savignano Irpino, un piccolo paese dell’Irpinia, dove vive fino ai trentacinque anni. Si è diplomata al Liceo Scientifico Parzanese di Ariano Irpino (1995) e ha conseguito delle qualifiche professionali dopo una breve esperienza universitaria alla Facoltà di Giurisprudenza di Foggia. Dal 2012 vive stabilmente in Lombardia, dove lavora come impiegata amministrativa in un’azienda che tratta accessori di moda – piccola pelletteria. Ha vari interessi tra cui la scrittura e la fotografia.


  • Casa Editrice: Albatros
  • Genere: narrativa
  • Pagine: 71

URLA SEMPRE, PRIMAVERA di Michele Vaccari


Non lo posso sapere, ci vorranno mesi per accettarlo, ma gli Animali sono venuti qui perché sono il tuo esercito. Sembrano una famiglia, ma come quella che potrei formare io, senza generi, senza distinzioni: cinghiali, cavalli, pecore, aquile e un coniglio grande come un bulldog.
Ci osserviamo per qualche secondo.
A un certo punto, quello più grosso tra gli ungulati, credo la madre, si avvicina, spinge il suo muso sulla mia gamba, mi invita a salirle in groppa. Almeno, questo è quello che capisco.
Appena sente che mi sto tenendo e non ho più nulla da perdere, fa un suono col muso che dalla reazione dei suoi compagni comprendo essere un via libera.
Basta un attimo.
Nessuno saprà mai più niente di me.


Trama

Per Zelinda il presente è il 2022, e Genova, la sua città, è messa a ferro e fuoco come nel G8 del luglio 2001. Procreare è diventato un reato, e per Zelinda l’ultima ribellione è la fuga, per mettere in salvo la bambina che porta in grembo a costo della sua stessa vita. Per il Commissario Giuliani il presente è l’8 settembre 2043, quando viene chiamato a indagare sulla morte di un uomo centenario che ha cambiato le sorti del paese. Per Spartaco il presente è sua nipote Egle, la figlia di Zelinda: lui, partigiano, queer, militante, dovrà addestrarla a combattere per se stessa e per gli Orfani del bosco, i bambini sopravvissuti. Presente, passato e futuro entrano senza bussare nella vita di Egle che, depositaria di una storia familiare e di un potere legato ai sogni, è l’unica in grado di immaginare il cambiamento. Nella Metropoli che è diventata l’Italia, un’oligarchia di uomini anziani, la Venerata Gherusia, ha cancellato istruzione e scienza, avvelenato terre e città, e i cittadini devono scegliere di estinguersi. Ma la scintilla del sogno è così potente da piegare la realtà, aprendo la strada alla rivoluzione.

Scritto in una lingua indomabile, Urla sempre, primavera è un romanzo vertiginoso, da leggere come un libro d’avventure. Una storia d’amore e lotta, un sogno lucido e folle dove la natura si supera dando vita a una nuova umanità.


Recensione

Un filo lega tre generazioni. Sono genovesi. Sono ribelli. Credono nella libertà, nella lotta, nel potere della Rivoluzione. La Rivoluzione, un atto belligerante, fatto di audacia e di sfida. L’atto che ribalta l’oggi e lo trasforma nel domani. L’atto che si nutre di sangue e che col sangue lava le colpe degli altri. E che pulisce le ferite di chi la Rivoluzione la fa, la diffonde, la protegge. Un atto che è catarsi, che è affermazione di un popolo, per il popolo.

Cento anni di storia. Da settembre a settembre di cento anni dopo, per arrivare al 2043, quando Genova è preda di una vegetazione fitta, impenetrabile, in cui si celano bambini perduti, animali abbandonati e Egle, colei che può manipolare i sogni.

Egle è una sorta di Messia moderno. Colei che può sovvertire l’ordine delle cose.  Con il suo esercito di animali e con l’anima del nonno, ex partigiano, la cui storia parte nel 1943, di settembre, il giorno otto.

Nel 2043, come cento anni prima, c’è un nemico da battere in nome della libertà. Qualcuno ha seminato terrore e inculcato nelle persone false credenze. Ha distrutto la vita, dando la caccia alle madri, streghe che sovvertono l’ordine con l’atto più ardito di tutti, quello di dare la vita. Ha allontanato le persone, approfittando di nuove e virulente malattie. Le ha piegate, con la violenza e l’assenza della Legge.

Ha screditato la scienza e ha allontanato gli animali, disperdendoli e riducendoli a schiavi di nuove forme di selvaticità. Ha cancellato la lingua per dare spazio a espressioni gergali e sgrammaticate, che offendono l’intelligenza umana.

Genova non è che l’ombra di se stessa. Zelinda, che è incinta di Egle, deve nascondersi. La Milizia è sulle sue tracce e presto la stanerà. Ma lei si sta preparando. Per Egle.

Egle dovrà sopravvivere nel bosco, come una nuova Biancaneve scacciata dal castello. Zelinda le lascia le tracce affinché possa usare la sua arma più potente, il sogno.

Egle è la catarsi. E’ colei che vendica la madre e il nonno e gli Uomini, tutti. Lo farà da sola, rinunciando all’efficacia della coralità. Riprendendosi ciò che l’umanità ha nelle vene e nei pensieri.

“Urla sempre, primavera” è un atto di Fede e un grido che risuona nelle orecchie, a risvegliare la nostra ribellione, sopita da anni di lavaggi del cervello.

Una storia che sta a metà tra la fantasia e la realtà, in un limbo minaccioso che ci sorride per confonderci. Una storia, che nasconde il suo veleno nell’oro che riempie le mani. Una storia che ridisegnala Storia, quella vera e per la quale è difficile stabilire un punto di partenza. Un cerchio, forse, che si chiude l’otto settembre 2043, sulle colline sopra Genova, in una data che è un emblema. Un punto di partenza ma anche la potenziale morte di tutto.

Sogno e Rivoluzione. In “Urla sempre, primavera” emerge prepotente quanto questi due concetti siano legati. Causa ed effetto, l’una dell’altra. Senza sogno non c’è Rivoluzione. E senza Rivoluzione il sogno è destinato a morire.

Un’opera pretenziosa, già nella sua struttura. Fatta di pagine bianche e pagine grigie, di salti temporali, di voci narranti che provengono dal passato e dal futuro. Capitoli che sono storie a se stanti, che solo seguendo il filo di un sogno si sovrappongono e si intrecciano, a disegnare un quadro estremamente suggestivo, che evoca una scintilla di vita, salda e splendente anche nelle avversità più abbiette.

Perché in fondo, “Urla sempre, primavera” è un grido di speranza. Un faro nella notte, che afferma quanto sia difficile sopire la voglia di libertà nell’Uomo che, anche quando sembra perduta, cova sotto la cenere in cerca di una pagliuzza attraverso la quale far divampare l’incendio.

“Urla sempre, primavera” è una ricostruzione storica dell’Italia del dopoguerra in cui l’anarchia degli avvenimenti disegna un quadro perfettamente plausibile. Vaccari è superbo nel rappresentare il concetto del “cosa sarebbe successo se…” e anche tremendamente crudele nel disegnare gli scenari futuri, in cui l’Uomo è svuotato dell’anima e ridotto ad un ammasso di carne in cui la paura fa scempio. Visionario o realista, l’autore estremizza alcuni atteggiamenti che già insidiano la società attuale e ha il coraggio di trarre delle conclusioni che ci spaventano, ci sembrano impossibili ma ci fanno riflettere. Poi, come d’incanto, ci dona la speranza, nei panni di qualcuno che potrà salvarci. Senza l’ausilio della forza. Senza un potere sovrannaturale, ma con qualcosa che hanno tutti, dalla nascita. Con un esercito di emarginati e con la complicità della Natura, che nasconde i soldati e fornisce le armi per combattere.

“Urla sempre, primavera” non è certo una lettura facile. Richiede concentrazione e coraggio e voglia di scendere negli abissi della nostra storia, dentro ad un declino di cui siamo responsabili tutti, ognuno per la sua parte. Ed è un inno alla ribellione. Una esortazione ad aprire gli occhi e a tirare delle conclusioni.

Non è una lettura di evasione. E’ una lettura disperata, che fa male. Ma è la nostra storia, alla quale bisogna dare un epilogo diverso. E’ la storia di “cosa potrebbe succedere se…”. E’ un inno alla lotta, alla ribellione, alla libertà di pensiero e alla consapevolezza che ogni piccolo gesto può avere conseguenze enormi. Ogni gesto, ogni frase, ha in sé un’enorme cassa di risonanza che spande le sue eco alle generazioni future. Ogni fiato, ogni gesto è una miccia, che può scatenare l’inferno o spegnere le fiamme.

Che ognuno sia la piccola Egle, cresciuta da sola nei boschi, insieme agli Orfani e agli Animali e con il ricordo del suo nonno partigiano. Egle, che impara dal passato e costruisce per il futuro, nelle colline sopra Genova, che mai come in quest’opera rappresenta la lotta e la ribellione. Genova, accesa dalla voglia di cambiare ma ridotta a cenere dopo che la paura ha vinto sulla volontà. Genova, inghiottita dagli alberi, devastata dal sangue e zittita dagli imbonitori. Genova, che è il mondo intero, un mondo che spaventa. Un mondo da non dimenticare. Un mondo da cambiare. Da sognare.  Da ricostruire.


L’autore

Michele Vaccari (Genova, 1980) si occupa di editoria, cinema e comunicazione. Ha coordinato la scrittura del film e del documentario per il progetto Making(of)Love, in uscita per Sky ad aprile 2021. Ha pubblicato Italian Fiction (ISBN 2007), Giovani nazisti e disoccupati (Castelvecchi 2010), L’onnipotente (Laurana 2011), Il tuo nemico (Frassinelli 2017) e Un marito (Rizzoli 2018).


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Genere: narrativa
  • Pagine: 439

L’AMANTE SEGRETO DI MADAME CURIE di Irène Frain

 
Si erano fissati. Lei non aveva avuto paura di essere come nuda davanti a lui. E lui non aveva abbassato gli occhi. Questo era già essere amanti.
Non hanno combattuto contro il desiderio, l’idea non li ha neppure sfiorati – si è semplicemente capaci di avere un0idea, in quei momenti, un pensiero? Tutto è andato da sé. Si sono arresi di fronte all’evidenza, una verità sospettata da anni, ma che non avevano potuto, o voluto, riconoscere. Adesso la verità si imponeva. Marie ha capito che il ritorno alla vita passava attraverso Paul, che avrebbe fatto l’amore con lui e che non avrebbe avuto senso un uomo che non avesse conosciuto Pierre, che non fosse stato amato da Pierre da lui e che lui non avesse amato. Paul nello stesso istante, si è sentito giustificato nella sua condizione di uomo e di essere vivente. Le loro esistenze, improvvisamente, sono parse ai loro occhi decifrabili. Non erano sopravvissuti per niente. Quell’istante li aspettava.

Trama

Il 4 novembre 1911, a Parigi, su un giornale a grande tiratura compare un titolo in prima pagina: Histoire d’amour. Madame Curie et le professeur Langevin. Marie Curie ha dunque un amante? La stampa e l’opinione pubblica s’infiammano. Tribunali, duelli, lettere rubate: lo scandalo è enorme. Comunque, sì, è vero, Marie Curie ha un amante. Vedova da cinque anni di Pierre Curie – insieme al quale ha scoperto il radio e ricevuto il primo premio Nobel -, si è innamorata di un uomo sposato: Paul Langevin, amico di Einstein e scienziato eccezionale quanto lui.

Ma, sebbene nella vicenda il “traditore” sia soltanto Paul, che ha moglie e quattro figli, è soprattutto lei a essere presa di mira. Icona della scienza in tutto il mondo, sta per ricevere un secondo Nobel e la sua candidatura all’Accademia delle Scienze è oggetto di pesanti polemiche tra i cattedratici e non solo. Ora si scopre che è anche capace di amare. Amare e basta, al di là di ciò che impongono la morale o la pubblica decenza: tutto questo è intollerabile. Il 7 novembre, il premio le viene consegnato, ma sui giornali francesi nemmeno una riga, o quasi. La notizia di quei giorni è invece che la moglie di Langevin è ricorsa al tribunale per ottenere la separazione dal marito e la custodia dei figli.

Che cosa unisce davvero il giovane, aitante scienziato dai baffi a manubrio e l’intransingente “polacca” che ha consacrato l’esistenza alla ricerca, a sprezzo della propria salute? Come convivono in lei il ricordo di Pierre e il sentimento verso Paul? Con L’amante segreto di Madame Curie Irène Frain ha interrogato archivi dimenticati, foto sconosciute, luoghi inesplorati. Ha messo insieme i tasselli di un’indagine avvincente via via trasformatasi nelle pagine di uno splendido romanzo biografico. E ha magistralmente ricostruito – sullo sfondo della società francese d’inizio Novecento e di uno scandalo mediatico d’inattesa modernità – il ritratto di una donna pronta a rischiare per amore tutto quello che il mondo le ha riconosciuto.


Recensione

Una ricostruzione minuziosa, coinvolgente, generosa e illuminata, quella di Irène Frain, che ci regala una elegante ed emozionante incursione nella vita di Mania Sklodowska, diventata poi Marie Curie, personaggio chiave del mondo scientifico dei primi del Novecento, colei che scoprì il “polonio” e il “radio”, Premio Nobel con il marito Pierre Curie per la Fisica nel 1903 e Premio Nobel nel 1911 per la Chimica.

Un personaggio chiave, non solo per l’eccezionalità delle sue scoperte scientifiche, ma anche e soprattutto per aver sancito irrevocabilmente il diritto della donna a dire la sua in campi storicamente riservati esclusivamente agli uomini, come quello scientifico.

Una vita che ha di per sé le caratteristiche di un romanzo. A cominciare dai suoi primi passi in Francia, come studentessa di Fisica e Matematica alla Sorbona, stretta nell’indigenza e nel disagio del suo status di straniera. L’incontro con Pierre Curie, l’amore e la condivisione della passione totalitaria per le scienze. La vita divisa tra insegnamento e laboratorio. Il lavoro, che sfinisce ma che appassiona. L’ossessione per lo studio e la sperimentazione. L’atteggiamento austero, quasi glaciale, di chi deve dimostrare ogni giorno di poter stare dove sta.

E poi il successo, il Nobel, la notorietà. Lei, vista come la semplice assistente del marito. Perché si stenta a credere che una donna possa aver avuto un simile merito: Che il Nobel sia, insomma, solo farina del suo sacco. L’opinione pubblica del tempo non è pronta ad accettare una donna-scienziato e fa fatica ad incasellare Madame Curie in luoghi che non siano il focolare domestico.

Quando Marie si troverà sola e prostrata dal lutto per Pierre, sarà proprio la scienza e il lavoro ottenebrante ed esigente a salvarla dalla follia. Finché una nuova follia non attraversa la vita di Marie. Una follia e una nuova ossessione, chiamata Paul Langevin. L’allievo di Pierre, il più brillante. L’allievo che ha amato Pierre con tutto se stesso e che Pierre ha amato a sua volta.

Della storia di questo amore proibito non si sa molto, solo ciò che traspare da una corrispondenza che fu trafugata ai due amanti e data in pasto ai giornalisti dell’epoca e da pochissime testimonianze indirette.

Irène Frain è magistrale nel dare voce a questa appassionata relazione. L’autrice ricostruisce questa relazione in modo minuzioso, facendo affidamento su pochissimi indizi, che tuttavia riesce a trasformare in testimonianze di un amore totalizzante e sofferto. Immaginando i due amanti nel loro bilocale a Parigi, in cui consumano il loro amore tormentato. Immaginando le loro conversazioni. Gli umori, i sentimenti, le sensazioni, i timori, l’estasi.

La grandezza di quest’opera sta proprio nella capacità interpretativa di vicende che non sono mai state di dominio pubblico. Vicende nebulose, che si intrecciano al desiderio di offuscare la figura di Marie Curie e il suo genio.

Ne escono pagine toccanti, che descrivono il tumulto interiore di questa straordinaria donna, che divide la sua vita tra il laboratorio e l’appartamentino in cui si consuma il suo amore proibito.

Un amore osteggiato dalla mentalità dell’epoca, ma anche dalla Legge. Un amore che rischierà di infangare la figura accademica di Marie, proprio nei giorni che precederanno la vincita del Nobel per la Chimica del 1911.

La penna di Irène Frain è leggiadra ed estremamente evocativa. Capace di ricreare un romanzo dentro a due vite reali, attraverso la cura maniacale ed appassionata dei loro aspetti emotivi e psicologici, complice la puntuale ricostruzione della società francese dell’epoca, con i suoi pregiudizi.

L’utilizzo del tempo presente e le frequenti incursioni nella Storia, quella vera e documentata, rendono la lettura gratificante e coinvolgente. La lettura scorre via, pagina dopo pagina; solo quando l’autrice inserisce un fatto documentato, ad interrompere brevemente la narrazione, si ha la netta percezione che stiamo leggendo una biografia e non un romanzo.

Una biografia appassionata, che scandaglia gli aspetti meno noti della vita di questa grande scienziata e che le restituiscono quell’umanità, fragilità e spessore che spesso vengono tolti a personaggi di tale calibro. Una ricostruzione dell’epoca che rende evidente quanto la figura di Marie Curie cozzasse con l’ideale femminile dell’epoca: una donna votata alle scienze, poco presente alle figlie, la cui vita si svolgeva costantemente fuori dalle mura domestiche, incurante del proprio aspetto, sul quale non avrebbe dovuto fare affidamento per essere credibile e che, probabilmente, sarebbe stato considerato un ostacolo ulteriore nel suo percorso già irto di difficoltà. Una donna bella che non sapeva di esserlo e affascinante seppure non facesse niente per evidenziare la propria avvenenza e la propria femminilità. Una donna capace di vivere passioni totalizzanti, forte nel cogliere le sfide, lucida nell’inseguire i propri sogni ma anche sola e incompresa. Una donna perduta dentro ad una sorta di sdoppiamento, quello, dicotomico, tra passione e intelletto. Una contrapposizione che ha segnato la sua vita e quella di numerose altre donne che hanno vissuto in altre epoche. Un conflitto che, a ben vedere, costituisce l’ossatura dell’essere donna, oggi come ieri, una condizione da sempre intrappolata dentro a una gabbia dorata, piena di brucianti contraddizioni.


L’autrice

Irène Frain, scrittrice e giornalista, è nata in Bretagna nel 1950. Tra i suoi romanzi più conosciuti in Francia: Le Nabab (Lattès, 1982), Secret de famille (Lattès, 1989), Devi (Fayard/Lattès, 1993) e Le Naufragés de l’île Tromelin (Michel Lafon, 2009). In Italia, ha già pubblicato il saggio La felicità di fa l’amore in cucina e viceversa (Ponte delle Grazie, 2004) e il romanzo Beauvoir in love (Mondadori, 2014).


  • Casa Editrice: Gremese
  • Genere: biografia
  • Traduzione: Carlo Floris
  • Pagine: 335

IL TAGLIO DELL’ANGELO di Claudio Coletta

Hai ragione”, disse Lorenzo divertito, “a volte l’apparenza delle cose confonde il giusto ordine di importanza. Succede anche a noi medici, corriamo dietro a un sintomo e perdiamo di vista la natura vera del male. E’ uno degli errori più gravi che possiamo commettere”.
Dire la stessa cosa di un investigatore, per esperienza”.
“Lo vedi che i nostri mestieri si assomigliano? L’ho sempre pensato, ed è per questo che chiamo te, quando ho bisogno di aiuto”.
“Allora la colpa è mia”, commentò Domenicucci con grande serietà, “che ti ho dato retta ancora una volta”.

Trama

Un medical thriller costruito alla perfezione, i cui protagonisti dovranno fare i conti con la propria coscienza, prima di poter affrontare la verità.

Una notte, il cadavere di un uomo viene ritrovato impiccato a una gru in un cantiere della metropolitana di Roma. Lorenzo Baroldi, primario di Medicina in un grande ospedale della capitale, non segue la cronaca, specialmente ora che la maggior parte del suo tempo è occupata dalla burocrazia e non ha neanche modo di seguire i suoi pazienti come vorrebbe. Nel reparto, poi, è appena capitato un caso che ha scosso la sua coscienza di medico, un ragazzo di colore morto all’improvviso in maniera sconcertante e inspiegabile. A questo strano evento Baroldi ne collega altri sentiti riportare dai suoi colleghi, episodi troppo simili tra loro per non avere qualcosa in comune, tutti decessi di giovani africani apparentemente in buona salute. Il dottor Baroldi vuole vederci chiaro, soprattutto quando emerge un collegamento fra queste morti misteriose e la recente scomparsa di un biologo. Ma non può farlo da solo e per questo chiama in aiuto un suo vecchio amico, l’ispettore di polizia Nario Domenicucci, lo stesso con cui in passato ha condiviso una pericolosa indagine al Policlinico, quando ancora era uno studente di Medicina. In questo nuovo romanzo pieno di tensione, Claudio Coletta affronta temi delicati e di grande attualità confermandosi un autore raffinato e capace di dar vita a meccanismi narrativi complessi, per un giallo d’ambientazione ospedaliera in cui la trama è soppesata con la cura e l’equilibrio di un classico.


Recensione

L’abbacinante ebrezza dei contrasti. Il bene e il male. Il lecito e l’illecito. Il giusto e l’errato.

Perdersi in questi labirinti, nel dilemma della scelta che incalza. Una decisione da prendere, una via da imboccare, giunti al bivio. Una opinione da esprimere, da affermare.  Ci capita spesso, vero?

Cosa comanda le nostre scelte quando le opzioni in gioco sono entrambe giuste, legittime, buone?

Il tema della scelta è al centro di questo libro. Ed è un medico che deve scegliere. Un uomo di scienza, che dovrebbe avere in pugno tutte le risposte giuste. Ma che invece decide di intraprendere la via più ardua, quella piena di insidie, quella pericolosa ma anche bellissima e affascinante della ricerca della verità.

Una richiesta che giunge dalla voce di chi siede ai margini del mondo, inutile essere umano, pedina di un gioco crudele. Un essere umano che non desta alcun interesse. Al contrario, suscita sdegno e rabbia e indifferenza.

Eppure Lorenzo Baroldi, un uomo che dalla vita ha avuto tutto, decide di scavare a fondo per scoprire i motivi di alcune morti. E si imbatte in un muro di gomma, in cui tuttavia inciderà una fenditura. Dalla quale esce la luce.

Il senso di umanità, di dovere verso la scienza medica, lo porterà a scoprire una verità scomoda e crudele, che ribadisce, se mai ce ne fosse bisogno, la forza di una casta nei confronti dei deboli. Di chi cerca disperatamente il suo posto nel mondo e che pur di averlo si mette in gioco, puntando la sua unica moneta su un solo numero. Sperando che esca. Sperando che la roulette della vita sia magnanima, che gli possa restituire quel briciolo di buona sorte di cui ha disperatamente bisogno. Una volta sola e poi più. Dopo continuerà da solo a lottare, per una vita migliore.

“Il taglio dell’angelo” già nel titolo allude alla imparzialità del destino. Allude al concetto di uguaglianza tra tutti gli uomini, che solo il destino, che è ingovernabile, governa. Senza favori, senza vantaggi per nessuno.

L’immagine che l’autore invoca nel romanzo è quella dell’Arcangelo Gabriele che sfodera la spada in cima alla tomba dell’Imperatore Adriano, simbolo del paganesimo. Un gesto che fece cessare l’epidemia di peste che imperversava a Roma, alla fine del sesto secolo. Un gesto che, proprio come la peste, che falcia ricchi e poveri, colpevoli e innocenti alla stessa maniera, è imparziale.

Il dilemma che il protagonista dovrà sciogliere, l’ennesima scelta da compiere, mina le fondamenta di questo assunto. Non esiste un uomo che possa contare sul taglio dell’angelo, sull’imparzialità del destino o sulla giustizia di un Dio che ci sovrasta e ci consola, ma tante pedine che il destino ha assegnato in luoghi diversi, dove splende il sole oppure imperversa l’uragano.

Esiste però un uomo che può denunciare questa disparità e lottare affinché le differenze si assottiglino sempre più. Una crociata stancate, pericola, spesso vana. Ma che restituisce la consapevolezza di vivere in un mondo ingiusto, in cui la legge del più forte miete da sempre vittime innocenti. Un mondo ingiusto che tuttavia possiamo provare a cambiare, denunciando, sfondando muri ostili, rinunciando alla nostra intoccabile comodità.

“Il taglio dell’angelo” è un thriller disseminato di personaggi positivi, di uomini e donne che mettono i loro principi avanti a tutto. Una lettura appassionante, che non teme di mettere a nudo verità scomode e che scandaglia il fenomeno dell’immigrazione clandestina con compassione e sentimento. Un libro ben scritto, che ci riconcilia con la nostra natura di essere umani fallaci ma pieni di buone intenzioni.

Claudio Coletta mette al servizio del lettore le sue competenze mediche e ci emoziona con il suo desiderio di raccontare le complessità dell’esistenza nelle sue infinite declinazioni. Il risultato è un ottimo thriller, dai ritmi incalzanti, in cui l’uomo si riappropria della sua umanità e la mette al servizio della verità.

Una lettura terapeutica, che qualifica la professione medica mettendola nella giusta luce: quella di chi predilige l’uomo alla malattia, il male e la sua natura al sintomo da curare.


L’autore

Claudio Coletta è cardiologo e docente a contratto presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. È stato membro della giuria internazionale del Rome Film Fest nel 2007. I suoi romanzi precedenti, pubblicati tutti con Sellerio, sono Viale del Policlinico (Premio Azzeccagarbugli opera prima 2011), Amstel blues (2014), Il manoscritto di Dante (2016) e Prima della neve (2019).


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: DarkSide
  • Genere: thriller
  • pagine: 196

UN LUPO NELLA STANZA di Amélie Cordonnier


Sembrava stesse aspettando lei. L’ha notato per caso dopo aver riaccompagnato a casa Daphné a pomeriggio inoltrato. Era esposto in vetrina. E il negozio era aperto di domenica. Doppio miracolo. Un pigiama grigio a pois bianchi delizioso, con muffole integrate alle maniche. “E’ una tutina antigraffio in caso di varicella o eczema” le ha spiegato la commessa prima di mostrarle dei body concepiti con lo stesso sistema. Esther li ha trovati troppo carini. E allora ne ha comprati tre per tipo. Taglia nove mesi. Perfetti per nascondere le mani di Alban anche in casa. E decisamente meno sospetti dei guanti.

Trama

Lei è felice e appagata: ha un bel lavoro e un marito amorevole, è madre di Esther e, da pochi mesi, anche di Alban. Un giorno nota una macchiolina scura sul collo del piccolo e, preoccupata, chiede consiglio al pediatra che la tranquillizza: è solo una leggera pigmentazione. Ma le macchioline aumentano, e l’inquietudine cresce. Fino al responso, definitivo e spiazzante: Alban è mulatto. Incredula, si rivolge a suo padre per essere rassicurata: e l’uomo, dopo trentacinque anni, trova il coraggio di ammettere una verità che le toglie di colpo ogni certezza, lasciandola impreparata e sola ad affrontare i pregiudizi che lei stessa non sapeva di nutrire. E mentre la pelle di Alban cambia colore, dentro di lei infuria una terribile resa dei conti con quel bambino, simbolo delle bugie in cui è stata cresciuta e dell’amore che le è stato negato.

Con una lingua ritmata e sonora, Amélie Cordonnier scrive un romanzo incalzante come un thriller, in bilico tra dramma e commedia; e mette in discussione i miti fragili dell’amore materno e dell’identità, illuminando il momento in cui la paura di non essere accettati si placa come un lupo ammansito, per cedere il posto a una nuova tenerezza.

Questo libro è per chi vorrebbe trovare una parola per definire il “silenzio degli odori”, per chi ha amato l’atmosfera raffinata e irriverente di Cena tra amici, per chi ogni volta aspetta di essere sull’uscio di casa per confessare i suoi pensieri più profondi, e per chi vive nella fiducia che, anche dopo le notti più buie e spaventose, l’alba torni sempre al suo posto.


Recensione

Un libro sulla maternità, direte voi. Si, ma non solo. In questo romanzo essere madri è solo un mezzo, probabilmente quello più efficace, di arrivare al cuore della questione: l’identità.

Un tema dirompente, che ci tocca tutti da vicino. Che riguarda noi stessi, ma anche chi ci sta accanto.

In questo romanzo la voce potente di Amélie Cordonnier ci conduce ad esplorare i danni e le conseguenze della consapevolezza, che giunge improvvisa a confonderci, di non essere chi crediamo di essere e di dover accettare che un nostro figlio sia il frutto capriccioso di una confusione, di un miscuglio pericoloso e arbitrario.

Un lampo in un cielo che credevamo sereno. Una spada che penzola, inesorabile e beffarda, sulla nostra testa. Un romanzo che ci lascia attoniti e impreparati. Che parla della morte di un amore, quello più forte e più istintivo, che c’era, forte, invincibile, conosciuto e riconoscibile, è ad un tratto non c’è più. E non solo. Accanto a questa assenza, c’è il rifiuto, la paura, l’aberrazione. E il terrore di dover gestire questo coacervo di emozioni negative e malvagie.

Il ritmo è di quelli che non lascia scampo. Cadenzato, ossessivo, incalzante. Un flusso incessante di parole, una voragine di pensieri che corrono come luce. Pensieri vorticosi risucchiati dall’ occhio di un ciclone che induce a cadervi, nell’arrendevole rassegnazione di chi fronteggia qualcosa di enorme e di inaccettabile.

“Un lupo nella stanza” è un racconto intimo e doloroso. Un calvario, potrei definirlo, che una madre affronta da sola con i demoni del suo passato e con il peso di una rivelazione che riguarda la sua vita.

Una donna e una madre istruita, realizzata, aperta, ragionevole, intelligente. Una madre attenta, affettuosa, organizzata, consapevole, determinata. Eppure cadrà nel tranello del pregiudizio, della paura di non essere capace di amare, nel rifiuto dell’evidenza. E sarà vergogna. Vergogna di avere paura e vergogna di avere vergogna. Sarà un imbuto stretto e asfissiante, che ci chiama e in cui cadiamo a peso morto. Non si può risalire lungo quelle sue pareti scivolose e irte. Gli sforzi sono enormi e inutili. Le unghie si spezzano, il fiato manca, i muscoli bruciano dallo sforzo, inutile e sfiancante.

Inutile dire che questa lettura mi ha schiacciata e presa in ostaggio. Leggere questo romanzo è stato difficile, eppure non riuscivo a staccarmi dalle sue pagine. Perché immedesimarsi nella madre di Esther e di Alban è stato fin troppo facile. Non è stato solo l’accettazione della diversità di Alban, ma anche e soprattutto interiorizzare gli eventi di un passato molto lontano, che in qualche modo hanno minato le fondamenta della sua vita, che lei sapeva solide e ferme. E che invece sono improvvisamente diventate sabbie mobili, ad inghiottirla, tirarla giù, verso una morte orribile ma al tempo stesso desiderata.

Poi, ad un certo punto, lei ha cessato di cadere. Si è scossa dal fango che attanagliava la sua gola. Ha lavato i capelli che sono tornati morbidi ad incorniciare uno sguardo che è di nuovo limpido, anche se lambito da un’ombra di stanchezza. Il lupo, che ringhiava minaccioso da una distanza ravvicinata, ad un tratto si è ammansito. Non più il rifiuto, ma l’accettazione e la forza che ritorna nelle vene, a darci la volontà di lottare contro il pregiudizio.

Rifletto se sia un istinto che ci salva dai vortici dei nostri pensieri cattivi.

Ma capisco che un epilogo salvifico è ciò di cui avevo bisogno. Per riappropriarmi della fiducia verso la figura materna. Eternamente messa alla prova. Costantemente sotto giudizio. Mai perfetta. Sempre discutibile. Sotto accusa, sotto assedio, sotto pressione.

La madre di Esther e di Alban non sfugge a questa gogna. Ma lei si salva da sola. Affidandosi all’istinto. Mettendosi nelle mani di una legge vecchia come il mondo, che a volte condanna ma che in questo caso salva.

Una storia che spacca le coscienze, che si insinua come un tarlo nella nostra vita, dentro alle nostre convinzioni, crepando le nostre labili certezze. E non possiamo evitare di chiederci “io cosa avrei fatto? Come avrei reagito?”.

Amélie Cordonnier ci regala una parabola sull’accettazione, che suona quasi biblica. Una storia forte, da leggere tutta di un fiato. Che fa riflettere sui tarli che la maternità trascina con sé e sulla necessità, per una madre, di ergersi a baluardo della sua progenie. Nel bene e nel male.


L’autrice

Amélie Cordonnier è una giornalista e scrittrice francese, responsabile della sezione culturale della rivista Femme Actuelle. Un lupo nella stanza è il suo secondo romanzo, dopo l’esordio con L’amore malato (Gremese 2020).


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Traduzione:
  • Francesca Bononi
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 254