UNA VITA DI TROPPO di Antonio Falco


<<Il Maresciallo alzò la destra aperta, come per ringraziarlo, anche se stava seriamente pensando di chiudere quattro dita e lasciare il medio alzato, gesto che non sarebbe stato carino specialmente davanti a dei civili. Pensò alla divisa che portava e ignorò i modi del medico legale, seguendo lui stesso il consiglio che aveva appena dato all’appuntato>>

Trama

Chico, studente quindicenne appassionato di informatica, assiste al rapimento di un giornalista antimafia protetto dalla scorta. Sul fatto indaga la Squadra T, nucleo di eccellenza della Questura di Torino. Contemporaneamente, in un laghetto ghiacciato nei dintorni di Bardonecchia, viene trovato il cadavere di una donna. Sul presunto omicidio indaga la locale stazione dei Carabinieri, diretta dal maresciallo Calitri. Per entrambi i casi gli indizi sono pochi e complicati da depistaggi e segretazioni ma, mettendo insieme labili tracce e strane coincidenze, gli inquirenti scopriranno che sono collegati da un sottile filo di mistero.


Recensione

Ormai posso dire di conoscere questo autore piuttosto bene. Ho letto tutte le sue opere, fin dai suoi esordi, nel 2017 e ho assistito alla sua crescita personale come scrittore, dopo che il suo timido affacciarsi nel mondo per certi aspetti crudele dell’editoria è divenuto consapevolezza di poter stare sugli scaffali di una libreria accanto ai grandi nomi della letteratura thriller.

Faccio un breve recap su Antonio Falco, ad uso e consumo di chi legge di lui per la prima volta.

Antonio sa come tenere la penna e come manovrarla. La sua è una passione genuina e solida per la parola scritta, verso la quale si confronta con il rispetto e la cura che solo un animo appassionato può fare.

La sua scrittura scivola come olio e si dipana senza scossoni, sciolta, fluida e sempre bella e curata. Mai forzata, mai adulterata da incursioni atte a mascherare lacune o incertezze.

Leggerla è un piacere vero. E all’occorrenza, troviamo anche quel pizzico di ironia che ci fa sorridere e che alleggerisce le sue trame rendendole leggere anche quando si parla di morte.

Come dicevo, Antonio Falco ha affinato nel tempo la sua tecnica narrativa. Lo dimostra questo suo ultimo romanzo, un tomo di 560 pagine che tuttavia si legge con facilità e leggerezza. Un romanzo con una trama molto articolata, che su dipana su due piani narrativi e che coinvolge l’intero novero di personaggi che nel tempo sono usciti dalla sua penna che, magicamente, si incontreranno tra queste pagine e collaboreranno per sciogliere un mistero assai intricato.

Accanto al Maresciallo Calitri, già conosciuto in “Ultime volontà di Musini Arturo” e nel racconto lungo “Misterioso omicidio di un terrapiattista”, troviamo la Squadra T al completo, introdotta dall’autore nel romanzo “La stella a sei punte”. Due modi di investigare distanti tra loro, due realtà molto diverse per storia e per caratteristiche. Calitri, uomo del sud trapiantato a Bardonecchia, è una persona acuta, un attento osservatore del mondo, un uomo molto pratico, legato alla sua famiglia e abituato a lavorare in un ambiente piuttosto sonnolento, dove non accade mai nulla. Circondato da sottoposti ai quale fa anche un po’ da padre, è schietto, umile e abituato ad adattarsi alle esigenze del suo lavoro con i pochi mezzi a disposizione.

La squadra T invece è composta da professionisti, scelti con cura per occuparsi dei casi più difficili. Dotata di tutti i mezzi conosciuti per condurre un’indagine, la squadra T ha come sede Torino e non si scomoda certo per i piccoli reati o le infrazioni di cui deve occuparsi quotidianamente Calitri. E poi, nel caso vi fosse sfuggito, Calitri appartiene all’Arma dei Carabinieri mentre la Squadra T alla Polizia di Stato, due corpi tra i quali solitamente vi è molta competizione.

Eppure in “Una vita di troppo” vedremo le due compagini collaborare proficuamente fino a giungere alla conclusione del caso.

Un caso difficile e molto complicato, che mano a mano che l’indagine va avanti mostrerà diverse facce e anche diverse diramazioni, che naturalmente convergeranno in una sola direzione.

Un caso che porterà in scena moltissimi personaggi in un disegno complesso ma coerente, che pagina dopo pagina permetterà al lettore di fare diverse congetture riguardo ai fatti oggetto dell’indagine.

Tenere le fila dell’intero circo di personaggi non è cosa semplice, ma Antonio Falco riesce nell’impresa di controllare tutto e tutti e apporta coerenza ad un castello narrativo davvero corposo.

La trama si dimostrerà interessante e l’attenzione del lettore non scemerà mai, né subirà contraccolpi.

Quando giungeremo alle ultime pagine tutti i tasselli andranno al loro posto a mostrare la storia senza veli, così come l’autore l’aveva concepita fin dall’inizio.

Insomma , un ottimo lavoro per Antonio Falco, che ormai non ha più niente da temere come autore, avendo ampiamente dimostrato di essere all’altezza di una narrazione complessa e articolata.

Ciò che più mi piace nella scrittura di Antonio Falco è proprio la sua leggerezza e la sua umiltà. Antonio scrive in punta di piedi (o forse dovrei dire di dita?!) senza la pretesa di essere per forza apprezzato. Senza essere pienamente consapevole delle sue prerogative, come se fosse un parvenu della letteratura, un fuoco fatuo che presto si spegnerà. Perché Antonio, mi permetto di dire, scrive in primo luogo per se stesso e poi anche per il pubblico. Senza mercificarsi. Solo per il piacere di scrivere, di dare vita, di inventare storie.

Ed invece ecco che accade proprio l’esatto contrario, perché i romanzi di Antonio sono belli e piacciono. E sono belli e piacciono proprio perché sgorgano genuini da una penna che ricama per il gusto di farlo e non per ottenere un riconoscimento.

Spero di avervi invogliato alla lettura, ma prima ancora, alla conoscenza di questo autore.

Leggete le sue opere e se vi piacciono, parlatene. Vuoi vedere che Antonio Falco dovrà ammettere con se stesso di essere un bravo scrittore, oltre che un bravo informatico e un ottimo ciclista?


L’autore

Antonio Falco è nato nel 1973 a Torino, dove vive. Laureato in Scienze dell’educazione, lavora come informatico presso l’Università degli Studi. Marito, papà e ciclista amatoriale ha coltivato fin da bambino la passione per la lettura e i libri, trasformatasi col tempo nel desiderio di scrivere. Con il Ciliegio ha pubblicato Il cane che avrebbe dovuto chiamarsi Fido (2017) e La stella a sei punte (2018) e Ultime volontà di Musini Arturo.


  • Casa Editrice: Il Ciliegio
  • Genere: thriller
  • Pagine: 560

RAGAZZA, DONNA, ALTRO di Bernardine Evaristo



Io non sono una vittima, non trattarmi mai come una vittima, mia madre non mi ha cresciuta per farmi diventare una vittima.

Trama

È una grande serata per Amma: un suo spettacolo va in scena per la prima volta al National Theatre di Londra, luogo prestigioso da cui una regista nera e militante come lei è sempre stata esclusa. Nel pubblico ci sono la figlia Yazz, studentessa universitaria armata di un’orgogliosa chioma afro e di una potente ambizione, e la vecchia amica Shirley, il cui noioso bon ton non basta a scalfire l’affetto che le lega da decenni; manca Dominique, con cui Ammaha condi­vi­so l’epoca della gavetta nei circuiti alternativi e che un amore cieco ha trascinato oltre­oceano…

Dalle storie (sentimentali, sessuali, familiari, professionali) di queste donne nasce un romanzo corale con dodici protagoniste: etero e gay, nere e di sangue misto, giovani e anziane; impiegate nella finanza o in un’impresa di pulizie, artiste o insegnanti, matriarche di campagna o attiviste transgender. Cucite insieme come in un arazzo, le loro vite (e quelle degli uomini che le attraversano) formano un romanzo anticonvenzionale e appassionante che rilegge un secolo di storia inglese da una prospettiva inedita e necessaria.

Recensione

Ragazza, donna, altro è un libro che non si dimentica.

Particolare, nella forma e nella sostanza. Un librone, che si presenta al lettore infrangendo una delle regola imprescindibili della punteggiatura: non vi sono punti alla fine delle frasi. Solo un rientro più marcato a sinistra del testo che inizialmente è piuttosto destabilizzante.

La sostanza, invece, è tutta un’altra storia. Di sostanza in “Ragazza, donna, altro” ce n’è da vendere. Un libro, denso, vischioso, pesante, affollato. Un libro pieno di storie e di Storia, che a tratti sorprende e a tratti fa ammutolire per la semplicità con cui presenta al mondo intero la sottile e cruda questione del colore della pelle. Un colore che vira tra il bianco e il nero e che all’interno racchiude una moltitudine di sfumature che sono infinite, quasi indistinguibili ma che hanno dettato e dettano ancora una sorta di graduatoria di gradimento per chi queste sfumature le porta addosso. Un romanzo in cui si parla di razze e di razzismo senza ipocrisia, senza veli e senza vergogna.

Il romanzo ha una struttura quasi geometrica. Quattro parti, ognuna delle quali dedicata a tre donne. Una quinta parte che racchiude l’epilogo, l’apoteosi di come il caso possa far accadere l’impossibile.  Una lezione su come tutto nella vita abbia un senso e sulla circolarità della vita, che spesso ci riporta all’inizio del percorso, con una danza ipnotica e insopprimibile. Dodici donne le cui vite non si possono semplicemente racchiudere in una definizione di genere. Non sono solo donne o ragazze, ma anche altro. E in questo avverbio c’è il mondo intero, senza esclusioni, in una definizione che lascia spazio ad una interpretazione del tutto personale. Un romanzo, quindi, che vuole comprendere il tutto. Tutto quello che il lettore desidera ricomprendervi. Senza limiti o preclusioni.

Impossibile non assorbire le storie di queste dodici donne, che catturano e sorprendono.

Storie semplici, illuminanti e dolorose al tempo stesso. Storie di scoperte, rivincite, cambiamenti, emancipazione, volontà, sopruso, violenza, riscatto. Storie che ti entrano sotto pelle, nelle quali rivedersi senza tuttavia riuscirci a pieno. Chi non ha nelle sue cellule il grido di dolore dello schiavo strappato dalla sua terra con la violenza e privato di ogni dignità,  non potrà mai sentire interamente su di sé il dolore di queste donne, che si difendono dai graffi della vita con stoica rassegnazione, indurendo con le lacrime la propria corazza contro l’ignoranza. Donne che insegnano ai figli a non soccombere, a sopportare. Che li vogliono istruiti e realizzati ma mai dimentichi delle proprie radici.

Le donne di Bernardine Evaristo sono diversissime tra loro ma le accomuna la volontà di affermarsi come persone, benché povere o vecchie o emarginate o sole. Spesso si accompagnano ad uomini che non le meritano, ma capita anche che si imbattano in uomini che le salvano e che danno un senso alla loro vita.

Impossibile non amarle e non essere solidali con loro. Attraverso i loro occhi il lettore vive un secolo di storia inglese, che inizia con lo stridore del periodo coloniale e finisce ai giorni nostri passando per guerre, lotta per l’integrazione, femminismo e rivendicazione dell’identità sessuale.

Una storia che comunque vede queste donne vincenti. Instancabili inseguitrici di un’inossidabile idea di giustizia sociale, fermamente orientate a realizzarsi, lottatrici senza paura per vedere affermati i loro diritti, che sono, in ultima analisi, i diritti di ogni creatura vivente.

Se è vero che il dolore di una razza intera si riverbera sui posteri e li dota di una forza inesauribile, non stupisce che le donne di questo romanzo siano creature meravigliosamente libere e infinitamente piene di grazia e di bellezza. Una forza che forse manca agli altri,  alle razze stanche e vecchie, irretite da secoli di prepotenza e di furore. Vittime dei loro stessi pregiudizi, schiave delle convenzioni, derubate della voglia di affermarsi. Razze senza scopo, che si sono prese tutto con la forza e che non sono più capaci di lottare.

Le donne di questo romanzo si amano e basta. Tutte quante, giovani, vecchie, etero, lesbiche, donne di successo e donne delle pulizie, donne emancipate e donne ancorate alle tradizioni, hanno dentro una luce che manca spesso ai più.

Incredibili eroine dei nostri tempi, stravaganti trasformiste, spudorate provocatrici, geniali artiste, seguaci dell’idea dell’amore a tutti i costi, nascondono tutte un dolore o un segreto da non rivelare, per non sembrare deboli. Donne la cui pelle ha tutte le sfumature dell’ebano e tutti gli odori della loro storia.

Donne che nascondono un mondo intero dentro di sé, che spesso è davvero impossibile immaginare.

Un mondo che Bernardine Evaristo riesce a rappresentare in un caleidoscopio di colore, dolcezza, forza e candore, regalandoci un indimenticabile affresco delle donne nere europee di oggi, in un coro di voci diverse, da ascoltare in silenzio.

L’autrice

Bernardine Evaristo è nata a Londra nel 1959 da madre inglese e padre nigeriano. È autrice di otto romanzi (fra cui Mr. Loverman, Playground 2014) e di testi teatrali e critici, ed è da sempre impegnata in campagne per l’inclusione e la visibilità degli artisti di colore. Ragazza, donna, altro, vincitore del Man Booker Prize e di un British Book Award, finalista all’Orwell Prize per la letteratura politica e al Women’s Prize for Fiction, nel Regno Unito è stato il primo libro di una donna di colore ad arrivare in testa alla classifica della narrativa tascabile.

  • Casa Editrice: Sur Edizioni
  • Genere: narrativa straniera
  • Traduzione: Martina Testa
  • Pagine: 520

GLI ANSIOSI SI ADDORMENTANO CONTANDO LE APOCALISSI ZOMBIE di Alec Bogdanovic

Il pro-pro-nipote di Bruf è un trentenne sfigato, vive con i suoi
che oramai cominciano a perdere colpi. Del suo vecchio gruppo
di amici non sente più nessuno, la stessa cosa vale per il resto
della famiglia. Quando fai una roba del genere la voce inevita-
bilmente si diffonde e nessuno riesce più a trattarti come prima.
All’inizio pensavo valesse l’adagio di Jung, che la gente tendes-
se a odiare le persone che presentano quei tratti della personali-
tà di cui si vergognano. Così immaginavo che anche loro aves-
sero un piccolo mostro depresso, impotente e mutilato che gli
ribolliva dentro. Mi resi conto che non era proprio così: non mi
odiavano. Tantomeno mi volevano bene, avevano soltanto con-
statato che ero socialmente inutile se non dannoso, una bomba
pronta a scoppiare.

Trama

La depressione è il male della nostra epoca. È la malattia più diffusa al mondo ed è la più temuta dopo il cancro. Il nostro anti-eroe ci si imbatte nell’adolescenza e cerca di liberarsene con la disciplina e il metodo di un ricercatore, peccato che la cavia da laboratorio sia lui stesso. Finirà così per autocondannarsi a un’interminabile escalation di sfortune e miserie umane: queste daranno corpo a un romanzo di formazione in cui tragedia e commedia si intersecano e fondono fino a diventare del tutto indistinguibili.

Recensione

Apprezzo molto chi osa proporre letture fuori dal coro.

Essere originali è un indubbio pregio, ma è anche una insidia che se non è ben gestita, può rivelarsi un’arma a doppio taglio.

Alec Bogdanovich, a mio avviso, ha coraggio e, dalla sua, una mente analitica e la capacità di costruire schemi di causa ed effetto con i quali assoggettare le problematiche che egli stesso desidera sviscerare.

La genialità dei suoi assiomi riguardanti la genesi dell’ansia nell’uomo e la modalità per curarla e azzerarla cozzano tuttavia con un linguaggio che ho trovato a tratti esageratamente dissacrante. Qualcosa, in fondo, ha pizzicato le corde della mia sensibilità, pungendola sul vivo. Facendomi storcere il naso e spolverandomi addosso un sentimento che a tratti assomiglia all’irritazione.

E questo Alec lo sa bene. Lo ha previsto e lo ha voluto, di proposito. Alec vuole pungerci nel tenero. Addirittura si prende gioco di noi lettori, spingendosi oltre la morale e il perbenismo. Sa che le Recensitrice non aspetta altro che bannarlo. Criticarlo. Stroncarlo. Uno spauracchio dipinto come una mostruosità informe, richiamata persino mediante l’accostamento ad uno dei mostri che affollavano l’immaginazione dei boomers, vale a dire la balena di Pinocchio.

Dunque. Se siete disposti a lasciare che Alec vi porti in giro al guinzaglio e che ogni tanto vi strattoni un po’, potete affrontare la lettura di questo manuale di istruzione per “millenials” ansiosi. 

Alec Bogdanovic racconta le gesta tragicomiche di un ragazzo nato negli anni 90. I suoi primi passi nel mondo, le sue difficoltà ad inserirsi nella cerchia dei suoi coetanei, la sua sessualità contorta e conturbante, che lo vede impotente prima e iperdotato poi. La difficoltà di amare senza provocare dolore. La delirante pretesa di interrompere la spirale che vede l’ossitocina, l’ormone dell’empatia, capitolare suo malgrado ed innescare la depressione.

Si, perché Alec è ansioso. Di quell’ansia che nel Pleistocene ti salva la vita ma che oggi te la rende impossibile e insulsa.

Alec conosce alla perfezione i meccanismi dell’ansia. Le sue cause e i suoi effetti. E con essi gioca. Compone un puzzle dove ogni casella è il tentativo di governare la tachicardia e il panico. E per governare questi capricci dell’anima non esita a compiere gesti incredibili, eclatanti e smisuratamente egoisti.

Ma ogni volta è un fallimento.

Alec è un menestrello del nostro tempo, che canta una storia senza lieto fine. Canta con tutto il suo impegno. Canta e non si stanca di cercare soluzioni al suo annoso problema. Perché la sua mente è un meccanismo perfettamente oliato e sufficientemente cinico da scovare soluzioni che non contemplano la felicità di chi incontra sulla sua strada.

Le donne della sua vita sono grottesche e inutili. Oggetti senza un senso, da usare e da plasmare. Tutte, tranne Marina, il primo amore, sono etichettate con epiteti spesso poco edificanti per il genere femminile.

E nessuna potrà comunque salvare Alec dai suoi mali. L’unica dimensione che gli risulterà accettabile sarà una sorta di relazione a distanza. Distante anni luce dall’essere accettata e accettabile.

A salvarlo, almeno in parte, arriverà, inaspettata e benedetta, la pandemia. La catastrofe di un virus che impone il distanziamento sociale è il più grande livellatore sociale mai concepito.

Tutti chiusi nel loro piccolo mondo, soli e disposti a credere che fuori, zombie famelici possano contagiarci e condurci alla catastrofe. E così, nella follia generale, gli Alec di questo mondo potranno riappropriarsi di una fetta di normalità, quella che credevano persa per sempre.

Una conclusione allegorica che mi vanto di ritenere sia stata, invece, la genesi di questo romanzo, ironico, dissacrante, nero e dirompente. La storia, strampalata e geniale, di un antieroe del nostro tempo.

L’autore

Alec Bogdanovic è uno scrittore italiano. Nato a Sofia il Primo Gennaio 1992, Alec perde i genitori in tenera età in seguito a due circostanze separate. Il padre adottivo e zio materno, Lyudmil, è un militare che lavora all’ambasciata bulgara a Roma, dove Bogdanovic si trasferisce all’età di 6 anni.

Alec passa un’adolescenza turbolenta in periferia, frequenta bande di strada restando coinvolto in piccoli reati che, grazie all’influenza del padre adottivo, non hanno conseguenze. In questo periodo Bogdanovic comincia ad appassionarsi alla scrittura, prima di testi rap e poi di monologhi teatrali, lasciando però naufragare presto entrambi i progetti.

Dopo essersi diplomato a fatica come perito agrario, contro la volontà del padre, continua gli studi in università mentre si mantiene lavorando come barista. Studia prima Scienze Politiche, poi Psicologia e infine Statistica, in cui riesce finalmente a laurearsi con 110 e lode con una tesi sull’analisi dei Big data.

Dopo aver lavorato per un breve periodo in una Big Four, si licenzia per cominciare a frequentare il corso di sceneggiatura al Centro Sperimentale di Cinematografia, non arrivando a completare gli studi.

Comincia allora a collaborare per diverse piccole case editrici, prima come traduttore e correttore di bozze, in seguito come editor.

Nel 2020 debutta col suo primo romanzo, Gli Ansiosi si Addormentano Contando le Apocalissi Zombie, edito dalla Rogas Edizioni.

  • Casa Editrice: Rogas
  • Genere: narrativa
  • Pagine: 124

LA CITTA’ DEI VIVI di Nicola Lagioia


«Tutti temiamo di vestire i panni della vittima. Viviamo nell’incubo di venire derubati, ingannati, aggrediti, calpestati. Preghiamo di non incontrare sulla nostra strada un assassino. Ma quale ostacolo emotivo dobbiamo superare per immaginare di poter essere noi, un giorno, a vestire i panni del carnefice?»
E’ sempre: ti prego, fa’ che non succeda ame. E mai: ti prego, fa che non sia io a farlo.

Trama

Nel marzo 2016, in un anonimo appartamento della periferia romana, due ragazzi di buona famiglia di nome Manuel Foffo e Marco Prato seviziano per ore un ragazzo piú giovane, Luca Varani, portandolo a una morte lenta e terribile. È un gesto inspiegabile, inimmaginabile anche per loro pochi giorni prima. La notizia calamita immediatamente l’attenzione, sconvolgendo nel profondo l’opinione pubblica. È la natura del delitto a sollevare le domande piú inquietanti. È un caso di violenza gratuita? Gli assassini sono dei depravati? Dei cocainomani? Dei disperati? Erano davvero consapevoli di ciò che stavano facendo? Qualcuno inizia a descrivere l’omicidio come un caso di possessione. Quel che è certo è che questo gesto enorme, insensato, segna oltre i colpevoli l’intero mondo che li circonda.

Nicola Lagioia segue questa storia sin dall’inizio: intervista i protagonisti della vicenda, raccoglie documenti e testimonianze, incontra i genitori di Luca Varani, intrattiene un carteggio con uno dei due colpevoli. Mettersi sulle tracce del delitto significa anche affrontare una discesa nella notte di Roma, una città invivibile eppure traboccante di vita, presa d’assalto da topi e animali selvatici, stravolta dalla corruzione, dalle droghe, ma al tempo stesso capace di far sentire libero chi ci vive come nessun altro posto al mondo. Una città che in quel momento non ha un sindaco, ma ben due papi.

Da questa indagine emerge un tempo fatto di aspettative tradite, confusione sessuale, difficoltà nel diventare adulti, disuguaglianze, vuoti di identità e smarrimento. Procedendo per cerchi concentrici, Nicola Lagioia spalanca le porte delle case, interroga i padri e i figli, cercando il punto di rottura a partire dal quale tutto può succedere.

Recensione

Questo non è un romanzo facile. Questa è storia, cronaca nera. E’ buio, è morte, è dolore. E’ perdita, rassegnazione, ottundimento. E’ tutto ciò che noi, al sicuro nelle nostre case, non siamo stati in grado di vedere o di immaginare. Né prima, né adesso e forse mai.

Quando si parla di morte, di assassinio, di violenza in ogni sua forma è facile costruire barriere dietro le quali nascondersi. La morte violenta, voluta, subita o solo pensata, è qualcosa che tocca gli altri. E che quando lo fa provoca quello sdegno che in genera dura lo spazio di pochi giorni. E poi si dimentica.

Certo che sapevo della morte assurda di Luca Varani. Certo che mi ricordavo l’incredulità. Quel senso di orrore che brucia come una lama sulla pelle. Ma, come spesso accade, avevo archiviato la vicenda, evitando di addentrarmi troppo nei suoi sordidi meandri.

Ciò che ha scritto Nicola Lagioia con “La città dei vivi” lascia il lettore smarrito. Lagioia ha scoperchiato una pentola lasciando fluire fuori il veleno di una generazione perduta. Un reportage preciso, circostanziato, ottimamente ricostruito delle vite dei due carnefici e di quella della vittima. Di tutto ciò che le rendeva degne ma anche complicate. Deludenti, faticose. Irte di problemi grandi e piccoli, tipici di chi cerca il suo posto nel mondo ma è bendato e brancola nel buio.

Il libro ha il taglio del romanzo. I capitoli si succedono e alternano un registro narrante in terza persona al punto di vista dell’autore che, ossessionato dalla vicenda, ce la racconta in modo puntuale e minuzioso, senza tralasciare i riferimenti alla sua vita privata che in qualche modo si intreccia a quella della nota vicenda giudiziaria.

La scrittura è un meccanismo di precisione e contiene molti elementi tipici del reportage giornalistico. Ma non evita mai di essere prosa romanzata, con i virtuosismi e la capacità evocativa che tanto toccano le corde della nostra emotività.

Lagioia non punta mai il dito, nonostante non risparmi mai al lettore una visione cruda degli avvenimenti, senza filtri né censure. Ciò che se ne ricava è un senso potente di sconfitta. Che colpisce tutti, nessuno escluso. I vecchi che non concedono ai giovani un margine di errore. Perché li vogliono realizzati, incasellati e preferibilmente conformi ad uno standard che sia accettato da tutti. E i giovani, che faticano a crescere, a capire chi sono. Che subiscono la stratificazione sociale. Che vogliono tutto. Che sono avvezzi al conforto di alcol e droghe. Che cercano scappatoie per l’impazienza di riuscire in qualcosa. Che annegano nella confusione. Sempre in cerca di un colpevole a cui attribuire le genesi di ogni fallimento e di ogni inquietudine.

Tra padri e figli la comunicazione vacilla. E’ debole, oppure manca del tutto.  La carenza di uno scambio emotivo è una falla enorme dove la gravità getta ogni parola non detta. E il pozzo è fondo è buio.

Non so dire se la lettura de “La città dei vivi” sia una lettura necessaria. Di certo è una lettura coraggiosa ed è, anche, una chiave di lettura del presente, un monito a non tapparsi gli occhi. A vigilare, perché la follia non prenda il sopravvento sulla ragione.

Insieme alla ricostruzione dei fatti che culminarono con la giornata del 4 marzo 2016 Lagioia racconta le notti di Roma, fatte di trasgressioni e di sballo.  Notti che non si consumano, impiegate a dimenticare chi siamo. Notti inutili, cattive, dove i ragazzi si spostano come correnti di un fiume nero e maleodorante alla ricerca dell’oblio. Roma ne esce orfana della sua gloria. Decadente, disfatta e portatrice di sventure. Una città che cade in rovina, offuscata dalla corruzione e dal malaffare. Eppure bella da mozzare il fiato e ostaggio dei fasti del suo passato. Roma appare meravigliosa, di un fulgore imperituro che è pari solo al suo decadimento. Indimenticabile e splendente, grazie ad una bizzarra legge che compensa sporcizia e orrore con una bellezza che non sfiorisce.

“La città dei vivi” è un luogo in cui si sopravvive solo se si riesce a dire di no. Ma se la volontà vacilla, si muore. Non necessariamente nel corpo, come Luca Varani. Si muore dentro, come Manuel e Marco e le loro famiglie rispettabili. E si continua, nonostante tutto a vivere. E a sperare in un perdono che non è detto che venga a ungerci le labbra.

“La città dei vivi” è l’apoteosi del caso, che decide, in un soffio, da che parte starai. Se sarai vittima o sarai il carnefice. Perché appartenere all’una o all’altra categoria, spesso, è del tutto aleatorio. Del libero arbitrio, della volontà, non resta che un debole spauracchio. Oggi ti sei salvato e dormi incolume nel tuo letto d’infanzia. Domani, chissà dove sarai. Potrai giacere nel tuo stesso sangue oppure essere la mano che ha lanciato il sasso. E Roma starà immobile a guardarti, con il suo occhio languido e miope.

  • Casa editrice: Einaudi Editore
  • Genere: narrativa noir / reportage
  • Pagine: 459

IL GIOVANE HOLDEN di J.D. Salingen

“È buffo, con le ragazze. Ogni volta che gli nominate un autentico bastardo – mediocríssimo o presuntuosissimo e via discorrendo – quando lo dite a una ragazza, lei vi racconta subito che ha il complesso d’inferiorità. Può anche darsi che ce l’abbia, ma questo non gli impedisce di essere un bastardo, dico io.”

Trama

Il libro narra le vicende del giovane Holden Caulfield, adolescente sedicenne americano proveniente da una famiglia benestante, impetuoso e incosciente che è espulso dal college Pencey a causa del suo rendimento scolastico troppo basso. Avendo paura delle conseguenze e non volendo comunicare la dolorosa notizia dell’ennesima espulsione ai suoi genitori, decide di prendersi un po’ di “libertà” prima delle vacanze natalizie. Prima di allontanarsi dall’Istituto, decide di passare a salutare il suo professore di storia Spencer, ma capisce di non aver fatto bene poiché il prof. Spencer lo sgrida e lo riprende per il suo comportamento immaturo che lo ha portato all’espulsione dal college. Poi si reca a salutare i suoi compagni di dormitorio, Ackley e Stradlater, con i quali ha sempre avuto un rapporto complesso, in particolare con Stradlater. Lasciato l’Istituto decide di partire alla volta di New York, dove incontra i personaggi più disparati: Ernie, un pianista, la prostituta Sunny, una sua vecchia amica Sally Hayes e un’altra sua vecchia conoscenza, Carl.

Dall’esperienza newyorkese, il giovane però non trae il beneficio sperato, anzi decide, sentendosi sempre più tradito dal mondo degli adulti, di ritirarsi in quel mondo magico e conosciuto dell’adolescenza e dei suoi ideali. A questo punto decide di allontanarsi da tutto e tutti ma anche di andare a trovare la sorellina Phoebe. Lei capisce le intenzioni del fratello di andare lontano, perché è l’unica a comprendere il suo stato d’animo di rancore verso la società e si presenta con una valigia pensando che voglia portarla con se; nasce un litigio che porta Holden a vivere un senso di sconforto e per riparare la invita a passare del tempo con lui alle giostre.

Recensione

Quest’opera, ormai considerata un classico della letteratura contemporanea americana è ciò che si può definire un romanzo sulle incertezze dell’età adolescenziale.

Romanzo di formazione, breve biografia, testo di ribellione adolescenziale all’ipocrisia dell’età adulta, Il giovane Holden è ognuna di queste cose. Romanzo famoso, lettura indispensabile e testo amato dagli adolescenti americani degli anni ’50 è davvero da ritenere un’opera che non può mancare nella libreria di ogni lettore.

Questi sono i motivi per cui mi sono decisa ad avvicinarmi all’opera. Proprio perché ritenevo insopportabile l’idea di confessare di non averlo ancora letto.

Volendo essere sintetici, possiamo dire che il romanzo non è altro che il racconto in prima persona di un adolescente sensibile, irritabile, umorale, scostante e con una decisa tendenza alla critica verso il mondo degli adulti. Il racconto copre un periodo molto breve, una manciata di giorni a ridosso delle vacanze di Natale ed è un lungo monologo a cui Caulfield si abbandona. Una sorta di confessione ma anche la ricerca ossessionante e compulsiva di un sentimento di comprensione e solidarietà, finanche di compassione o di empatia da parte dell’interlocutore, che lo stesso indica con la seconda persona plurale, a suggerirci che è ad un pubblico imprecisato che Holden si rivolge.

Parlare di sé spesso gli risulta complesso. Durante il monologo capita che Holden cada in contraddizione. Che desideri fare una cosa mentre in realtà ne fa una diametralmente opposta. Oppure che non riesca a spiegarsi certe sue pulsioni. In più di un’occasione Holden dichiarerà la sua pazzia, utilizzando un tono semiserio che solo nell’epilogo si comprenderà essere la denuncia di un disagio profondo.

Solo nelle ultime pagine scopriremo che questo racconto a posteriori altro non è che una sorta di spiegazione di quegli atteggiamenti e delle ossessioni che lo porteranno ad affrontare un periodo di analisi.

Ciò che è certo è che il romanzo non si esaurisce in un elenco dei disturbi di Holden, delle sue stranezze e dei suoi comportamenti spesso strampalati e del tutto insensati. Il romanzo in realtà è il grido straziante di una generazione che, cresciuta nell’immediata dopoguerra, vive l’ascesa esponenziale del benessere in una società ancora profondamente maschilista e bigotta. La beat generation americana, che celebra il rifiuto dei comportamenti convenzionali, che sperimenta le droghe, la sessualità alternativa e rifugge il materialismo e i luoghi comuni.

Holden è il perfetto rappresentante di questo movimento. Possiede infatti l’ardore che deriva dalla consapevolezza di appartenere ad una generazione che rompe con il passato. Denuncia l’ipocrisia e la falsità degli adulti, si estranea da chi lo rende irritabile, confessa la sua confusione interiore, frutto delle sollecitazioni provenienti dai suoi coetanei, denuncia la difficoltà di comunicare con gli adulti.

Holden è uno studente fallimentare, perché si è fatto espellere più volte dalle prestigiose scuole scelte per lui dalla sua famiglia. E’ un emarginato, senza amici, perché chi lo circonda è detestabile, bigotto, narcisista, fissato. E’ in rotta di collisione con la famiglia, che probabilmente non perdonerà il suo ennesimo fallimento.

Ed ecco che l’idea della fuga prende forma in lui, insieme alla necessità di allontanarsi dai detestabili compagni di studio. Giunto a New York vivrà due giorni di folle confusione, in cui bizzarri personaggi gli faranno da contorno in una girandola di alcol, corse in taxi, deliri amorosi, liti furibonde, incontri al limite della follia. La fuga in solitaria a New York, che doveva prepararlo ad affrontare i genitori dopo l’espulsione dalla scuola, che doveva guarirlo dalle sue inquietudini e sopire la sua rabbia, si rivelerà un misero fallimento. Il senso di estraneità dalla società del tempo e la sensazione di essere stato tradito dal mondo degli adulti, che incombe anagraficamente su di lui, sarà molto forte e dirompente.

E così Holden approderà di nascosto nella casa dei suoi, per ricercare nella sorellina Phoebe quell’accoglienza, l’ingenuità, il candore e l’innocenza che non riesce più a trovare nel suo mondo.

In una sorta di rifiuto di crescere e di affrontare i cambiamenti che comporta, impelagato nella paura di fallire e di rimanere solo e sperduto dentro ad una folla impazzita e incomprensibile, Caulfield si rende conto che anche l’innocenza tipica dell’infanzia non è che un effimero volo di farfalla e che niente potrà impedire quello che è un processo irreversibile. La consapevolezza determinerà una forte frustrazione che culminerà con l’esaurimento nervoso ed il ricovero in ospedale.

Il romanzo è una denuncia del disagio giovanile dell’epoca. Per quanto sia necessario contestualizzarlo, non si può evitare di fare un parallelismo con il disagio giovanile odierno che, pur parlando una lingua diversa, possiede la medesima matrice, riassumibile nel rifiuto di doversi conformare ai dettami sociali del tempo e nel sentimento di ribellione verso la generazione precedente, percepita come falsa e ipocrita.

Superbo il linguaggio che Salinger utilizza per dar voce a Holden. Un linguaggio colloquiale, talvolta critico, tipico degli adolescenti americani di quegli anni, che non disdegna l’utilizzo dello slang e delle espressioni talvolta sgrammaticate e anche volgari degli adolescenti. I dubbi, gli scrupoli, la rabbia e la scarsa conoscenza di sé e dei suoi atteggiamenti, sono resi in modo impeccabile e talvolta strappano anche un sorriso, per l’incapacità dello stesso Holden di comprendere i suoi comportamenti e i suoi pensieri.

Insomma un romanzo che va letto ed assaporato con la giusta disposizione d’animo. Noi stessi, che lo leggiamo, dobbiamo mostrare un minimo di comprensione verso il giovane protagonista. Non lo dobbiamo deludere perché lui si aspetta dai suoi interlocutori indulgenza, capacità di immedesimazione e, perché no, anche una spalla su cui appoggiarsi.

Precipitoso, crudo, disarmante. Ma anche illuminante, tenero e meravigliosamente vero. Una lettura indispensabile per capire le crudeli sfaccettature nascoste in quella dolorosa pulsione chiamata crescere.

  • Casa Editrice: Einaudi editore
  • Genere: narrativa americana
  • Pagine: 251

DEI BAMBINI NON SI SA NIENTE di Simona Vinci

Sempre dritto per cinque minuti, dentro i campi e poi ancora dritto, seguendo il fosso per altri cinque minuti, tra il fango e le ortiche, le rane e i grilli. Le lucciole, ancora spente. O andate, chissà. Cielo nero, adesso, e una luna lontanissima, pallida. Non la luna tonda con la faccia materna e triste, una luna smangiata, col profilo feroce, appuntito.

Trama

Una bambina di dieci anni canta, in grembiule azzurro e anfibi rossi, davanti a un mare di grano. È Martina, che non fa domande, che cerca di capire con gli occhi. E attraverso il suo sguardo, che vede il mondo con lo stupore assorto, un po’ imbambolato, dei grandi saggi, il lettore entra nel racconto perfetto di un mistero. Alla fine dell’anno scolastico, nel tempo breve e infinito di un’estate, tra i campi gialli e verdi di Granarolo dell’Emilia, lontano dallo sguardo degli adulti, un gruppo di bambini si esercita in giochi proibiti sempre piú estremi. Buono e cattivo, gioia dolore e schifo, e anche l’orrore, ci sono, semplicemente. Attraverso il punto di vista di Martina, Matteo, Luca e Mirko, il ragazzo piú grande, quindici anni, il capo del gruppo. L’esordio, di straordinaria maturità, di una scrittrice che, riallacciandosi a Marguerite Duras e Ian McEwan, sa raccontare l’universo dei bambini e quasi adolescenti tra innocenza e corruzione, tra giochi odori cose familiari e certezze spensierate di una volta, il rock acido dei Soundgarden e la scoperta del sesso, del corpo, e di come sia inevitabile e spaventoso crescere.

Recensione

Questo romanzo è già vecchio, perché è uscito nel 1997. Quando internet era pressoché sconosciuto e i social erano lungi dal prendere piede nelle nostre vite. Quando, insomma, tutti noi eravamo più innocenti e più veri.  Gli anni in cui i bambini giocavano ancora per la strada e suonavano i campanelli.

Non sono dunque i social i responsabili di ciò che andremo a leggere. E’, piuttosto, un tarlo ben più letale e pericoloso, chiamato assenza. Assenza di interesse, in tutte le sue declinazioni.

Ciò che ci aspetta è la storia di una deviazione. Di qualcosa che profuma di innocenza perduta e che vira, a poco a poco, nell’odore persistente dell’incoscienza. Un odore che non si definisce. Che tuttavia assomiglia all’afrore della tragedia, alla quale non sappiamo dare altro nome. La tragedia che i bambini stessi, autori e vittime, non sanno riconoscere come tale, alla quale arrivano pieni del loro candore e della disarmante semplicità con cui guardano alla vita. Lasciandosela vivere addosso. Senza farsi domande. Senza stupore, né limiti. Perché la moralità è un concetto inesistente e sconosciuto per dei bambini, a cui niente appare vietato o cattivo, poiché vissuto con naturalezza e curiosità.

La storia è forte e probabilmente non è per tutti. La lettura è tagliente, ti segna con una ferita purulenta, che non guarisce. Fin da subito farà storcere il naso a chi vede l’infanzia come l’Eden della nostra esistenza, in cui conta solo essere amati ed amare, crescere e costruirsi la propria identità. Andare a scuola, giocare con gli amici, cullarsi nell’innocenza, la stessa innocenza, lo stesso candore che diventa, poi, a poco a poco, un fardello, un peso che impedisce di spiccare il volo.

E lassù, in quel cielo viola e abbacinante, quante cose ci sono da scoprire! E quante di queste scoperte saranno esperienze che il bambino vuole vivere in autonomia, senza il filtro dei genitori.

In questo romanzo assistiamo al fallimento del ruolo del genitore come guida. Una inadeguatezza che diventa cecità. E una cecità che si legittima con la difficoltà di guardarsi dentro, di mettersi in gioco e in discussione. E di questi bambini, questi figli che crescono troppo in fretta senza lasciarci il tempo di crescere anche noi con loro, non sappiamo più nulla. Cosa pensano, di cosa hanno paura, cosa li rende felici. Un romanzo in un certo senso profetico, che in epoca non sospetta evidenzia le difficoltà del ruolo genitoriale in una società in cui il concetto di tabù diventa sempre più indefinito e la solitudine dei bambini e degli adolescenti è sempre più dilagante.

Questi bambini, che cedono alla necessità della scoperta, che esplorano da soli le loro sensazioni. Il cui corpo, seppure acerbo e che fino a poco fa non avevano neanche degnato di uno sguardo, inizia a palpitare, Un corpo che non esitano e cedere in prestito senza pudore, in un vortice di gioco, di ascolto, di condivisione. Un corpo che sboccia, che esplode. Una sessualità precoce e assillante che non trova supporto nel pensiero, ancora immaturo e suscettibile di essere manovrato da stimoli esterni alla famiglia.

Una lettura che vi terrà svegli e che prenderà il vostro stomaco in una morsa. Che vi aprirà gli occhi in modo doloroso e indimenticabile. I bambini a un certo punto, inspiegabilmente e senza preavviso, cessano di essere bambini e diventano altro. I bambini, ad un certo punto, obbediscono ad una voce estranea, ipnotizzante. Un richiamo troppo forte, troppo opprimente. Non sentono e non vedono altro che la propria voglia di crescere e di sperimentare.

La nostra voce allora dovrà farsi più alta, più squillante. Bisognerà farsi sentire, che noi ci siamo e siamo qui per loro. Siamo qui a tendere una mano e a incoraggiare i loro passi.  Per trattenerli ma anche per lasciarli andare. E quando sono troppo distanti e il filo che li lega a noi rischia di rompersi, bisognerà urlare, con tutto il fiato di cui siamo capaci, per riportarli a casa.

Simona Vinci irrompe sulla scena editoriale con questo romanzo potente, scioccante, a tratti scandaloso. Una scrittura asciutta, capace di interpretare magistralmente il ruolo di un preadoloscente, del quale mutua pensieri, atteggiamenti, persino la sua fisicità e il suo muoversi, dinoccolato, incerto, fiducioso, nello sconfinato mondo esterno alla famiglia. Una prosa che si nutre di immagini. Immagini forti, crude, che tuttavia si addolciscono e si stemperano nel lattiginoso limbo in cui si trovano i nostri figli, invischiati nell’infanzia, dove noi vorremmo farli rimanere il più a lungo possibile, e protesi pericolosamente verso il mondo degli adulti, del quale copiare comportamenti, parole e schemi.

Una lettura che assomiglia ad un viaggio. Attraverso i campi, in mezzo ai grilli, dentro ai fossi. Un percorso dritto, che serve per crescere e per diventare adulti. Un viatico che porterà questi ragazzi, ormai cresciuti, verso la consapevolezza. Una lettura che spacca tutto ciò in cui si imbatte. Che siano coscienze, che siano speranze, che sia pudore. Una lettura che, una volta fatta, niente sarà più come prima.

  • Editore: Einaudi Editore
  • Genere: narrativa contemporanea
  • Pagine: 169