REGINA ROSSA di Juan Gómez-Jurado


Poi si ferma, perché riscopre una verità universale che dimentica ogni giorno quando va a dormire. Il mondo è gestito dai mediocri, dagli egoisti e dagli idioti. In particolar modo da questi ultimi.

Trama

Primo capitolo di una trilogia che domina le classifiche spagnole da anni, Regina Rossa è un vero e proprio fenomeno. Preparatevi a conoscere Antonia Scott, la nuova regina del thriller spagnolo.

Antonia Scott è speciale. Molto speciale. Non è una poliziotta né una criminologa. Non ha mai impugnato un’arma né portato un distintivo. Eppure ha risolto dozzine di casi. Ma è da tempo che non esce dalla sua soffitta a Lavapiés. Dotata di un’intelligenza straordinaria, è stanca di vivere: ciò che ha perso contava molto più di ciò che l’aspetta là fuori. Jon Gutiérrez, quarantatré anni, omosessuale, ispettore di polizia a Bilbao, è nei guai: su Internet circola un video in cui, nell’intento di aiutare una giovane prostituta, introduce nell’auto del suo protettore una dose di eroina sufficiente a mandarlo dritto in prigione. A farli conoscere è Mentor, la misteriosa figura a capo dell’unità spagnola di Regina Rossa: un programma segreto volto alla cattura di criminali di alto profilo in Europa. Così, loro malgrado, Antonia e Jon si trovano a collaborare a un caso spinoso: il cadavere di Álvaro Trueba, il figlio della presidentessa della banca più grande d’Europa, è stato ritrovato in una villa immacolata con un calice pieno di sangue in mano. La stessa notte, anche Carla Ortiz, figlia di uno dei più ricchi imprenditori del mondo, è scomparsa. Entrambe le famiglie hanno ricevuto una telefonata da un uomo che dice di chiamarsi Ezequiel, ma non vogliono rivelare i dettagli della conversazione avuta con lui: evidentemente, ci sono dei segreti così grandi da non poter essere sacrificati nemmeno in nome di un figlio. Chi è Ezequiel? Si tratta di uno psicopatico o dietro c’è qualcosa di più? Per Antonia e Jon scatta così una disperata corsa contro il tempo, tra false piste, pestate di piedi e trappole mortali, attraverso i meandri più oscuri di Madrid.


Recensione

“Regina rossa” irrompe sulla scena e dopo niente sarà come prima.

Una storia potente, reale, che porta il lettore nel cuore della vicenda. Una donna spezzata, che non vuole tornare a vivere e indugia in un limbo ovattato, accanto all’uomo che ha amato, ridotto ad una spoglia vivente. Un programma che rischia di saltare, perché lei, la Regina Rossa, è chiusa in se stessa e prostrata dal rimorso.

Antonia Scott ha una storia complicata alle spalle. Già dalla sua infanzia ha fatto i conti con la morte e con l’assenza. Poi è arrivato l’incarico nel programma Regina Rossa, una squadra di eccellenza volta a risolvere casi complessi e pericolosi per l’incolumità dell’Europa. Che Antonia ha padroneggiato con successo. Ma ogni medaglia ha il suo rovescio e per Antonia il successo e la consacrazione hanno portato un conto salato, che può correggere ed attenuare solo con l’aiuto della chimica.

Antonia è piccola di statura, poco appariscente. Nervosa, veloce, intelligente. L’essere umano più intelligente del pianeta. Il suo cervello è una macchina da guerra. Ma in lei qualcosa si è rotto irrimediabilmente.

A rimetterla in pista ci pensa Jon Gutiérrez, poliziotto, grande e grosso, omosessuale, cuore tenero, carriera compromessa proprio dalla sua sensibilità, che lo ha portato ad un passo falso. Jon sarà costretto a lavorare con Antonia ad un caso spinoso. Il male che dovranno fronteggiare ha qualcosa di disumano. Il dolore, la crudeltà, l’efferatezza che dovranno combattere non hanno uguali. Sarà una corsa contro il tempo, contro i demoni della follia. Un rompicapo che non trova soluzione e che verrà a galla a poco a poco, a svelarsi in tutta la sua carica pestilenziale.

Inutile dire che le spire di questo romanzo sono trappole mortali. Che la trama è un vortice di suspense. Che la prosa è un tamburo che rulla ossessivo e ipnotico dentro la testa. L’autore trascina il lettore sulla scena e lo coinvolge emotivamente a trecentosessanta gradi. Leggi e non riesci a staccarti dalle pagine. Leggi e senti un legame fortissimo verso i personaggi, spogliati di qualsiasi fronzolo, nudi nella loro disarmante umanità e nelle loro debolezze.

Sappiamo come sia complicato confezionare un buon thriller. Occorre coerenza, realismo, equilibrio. Una storia potente, dei protagonisti carismatici e autentici, che siano speciali senza essere supereroi. Occorre tenere la penna in bilico tra una manciata di esigenze opposte, senza che nessuna vada a sovrastare l’altra.

Juan Gómez-Jurado è riuscito in tutto questo ed ha compiuto un vero miracolo. “Regina rossa” è davvero un thriller imperdibile. Un thriller completo, che contiene molte altre storie al suo interno, che non si accontenta di rimanere chiuso dentro al suo nucleo, ma che si espande, si completa con le storie di vita dei suoi protagonisti, attraverso flashback e discese nella psiche dei personaggi, che si lasciano penetrare dal lettore, senza veli e senza reticenze. Un thriller che si bea di una prosa senza pecche, condotta al tempo presente, che non tralascia alcun particolar pur rimanendo accattivante ed emotivamente coinvolgente. Una scrittura che pretende l’attenzione del lettore e la ottiene senza sforzo alcuno.

Un plauso a Fazi Editore che ha portato in Italia questo gioiello e che ci regalerà anche i successivi due capitoli di una trilogia che ha fatto il vuoto intorno a sé e che si è portata in cima alle classifiche di tutto il mondo.

In chiusura ed in estremissima sintesi: non fatevelo scappare!


L’autore

Juan Gómez-Jurado è nato a Madrid nel 1977, è un giornalista e un romanziere tradotto in quaranta lingue. La trilogia composta da Regina Rossa, Lupa Nera e Re Bianco ha avuto un successo clamoroso, con oltre un milione di copie vendute, e l’ha consacrato come l’autore di thriller spagnolo più venduto di sempre, nonché come uno dei massimi esponenti del genere a livello internazionale.


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Darkside
  • Traduzione:
  • Elisa tramontin
  • Pagine: 438

SORELLE di Daisy Johnson

 
Se il cervello è una casa con tante stanze, allora io vivo nello scantinato. E’ buio e silenzioso. A volte sento qualcosa che si muove sopra alla mia testa, come dell’acqua che scorre nei tubi o qualcosa che viene digerito lentamente. A volte c’è una luce forte e riesco a vedere dove vivo. Tutti gli angoli e gli scompartimenti del sottoscala, ogni piccolo spazio. Le pareti sono umide al tatto. Ho dovuto farmi piccola per entrarci, allungarmi come le bisce che crescono nell’erba vicino alla spiaggia.
Se il cervello è una casa con tante stanze, in ognuna ci abita Settembre. Le stanze sono grandi come chiese e lei si gonfia come un pallone per riempirle, i suoi pensieri fanno rumore come le sirene antinebbia e suonano in tutte le  stanze come  campane. Non so che aspetto hanno le sue stanze, ma quando me le immagino somiglianti alla spiaggia, con la bassa marea, chilometri di sabbia, acqua a non finire. Certe volte ripenso al formicaio e capisco che è come qui, con tutte le pareti che si schiacciano, le gallerie che crollano un momento dopo che sono strisciata fuori.

Trama

Le sorelle adolescenti Luglio e Settembre sono strette da un legame simbiotico forgiato con una promessa di sangue quando erano bambine. Vicine quanto possono esserlo due ragazze nate a dieci mesi di distanza, a volte è difficile stabilire dove finisca l’una e cominci l’altra. Abituate all’isolamento, non hanno mai avuto amici: bastano a se stesse. Ma un pomeriggio a scuola accade qualcosa di indicibile. Qualcosa da cui non si può tornare indietro. Alla disperata ricerca di un nuovo inizio, si trasferiscono con la madre dall’altra parte del paese, sul mare, in una vecchia casa di famiglia semiabbandonata: le luci tremolano, da dietro le pareti provengono strani rumori, dormire sembra impossibile. Malgrado questo inquietante scenario, a poco a poco la vita torna ad assumere una parvenza di normalità: nuove conoscenze, falò sulla spiaggia… Luglio si accorge però che qualcosa sta cambiando, e il vincolo con la sorella inizia ad assumere forme che non riesce a decifrare. Ma cos’è successo quel pomeriggio a scuola che ha cambiato per sempre le loro vite? Ricco di tensione e profondamente commovente, il secondo romanzo della talentuosa Daisy Johnson penetra a fondo nelle zone più oscure dei legami affettivi, raccontando una conturbante storia d’amore e invidia tra sorelle che i fan di Shirley Jackson e Stephen King divoreranno.


Recensione

Un rapporto simbiotico in cui si è innestato un piccolo tarlo. La boccuccia ossuta, rosicchia pianissimo ma è inesorabile e morde, consuma, erode, spacca.

Tutto sembra bello e idilliaco, le due sorelline quasi coetanee, una dai capelli come fili di seta, indomita, volitiva, curiosa. L’altra più scura e incerta, quasi un’ombra che segue la sorella maggiore come se fosse una sua espansione corporea.

Insieme, quasi una sola anima in due corpi dissimili. Inseparabili, unite, indivisibili. In quella perfezione, in quella apparente dolcezza, si scopre una crepa. Che si allarga, che contagia, che distrugge.

Settembre e Luglio sono nate a dieci mesi di distanza. Il loro è un rapporto escludente e chiuso, in cui a nessuno è concesso di affacciarsi, neanche alla madre, una figura sfuggente, intrappolata nel malessere e nel lutto. Settembre e Luglio non hanno amici. Bastano a se stesse. Crescono dentro ad un mondo solo loro, fatto di codici, di giochi inventati, di una complicità quasi patologica che diventa mania, suggestione, dipendenza.

Settembre è crudele e manipolatrice. Luglio la asseconda, sempre un passo indietro. Sempre pronta a giustificare la sorella, ad accontentare ogni suo capriccio, ad obbedire ad ogni suo ordine e a sottostare ad una sistematica pressione che mina il suo equilibrio e riduce inesorabilmente la sua volontà. Ma Luglio senza Settembre è come se non esistesse. Un amore asfittico la lega a lei, alla quale non sa negarsi. Settembre è luce ma è anche buio. Una malattia alla quale Luglio a volte vuole sottrarsi, pur sapendo che soccomberà alla sua virulenza. Tra le due sorelle c’è un rapporto malato, del quale si intravede, tra le pagine, la terribile carica pestilenziale e il potenziale distruttivo che porta con sé.

Follia e accondiscendenza descrivono un rapporto di sudditanza psicologica in cui la malvagità, le gelosie e il desiderio di esclusione prolificano indisturbati. Follia e accondiscendenza che vestono i panni rassicuranti dell’affetto, della complicità. Attorno alle due sorelle solo assenza, e una casa misteriosa, quasi una creatura dotata di una vita propria, che nasconde ricordi dolorosi.

Finchè qualcosa accade. E rompe ogni equilibrio. Dopodichè ci sarà solo caos. Dopodichè una nuova esistenza dovrà trovare sfogo, collocazione, motivazione.

La scrittura di Daisy Johnson è un pozzo di incertezza e di sospetto. E’ subdola e abbacinante e attira il lettore nelle sue trappole. La curiosità che desta in chi legge è una spirale che si attorciglia ai pensieri. Il malessere che suscita è sempre più stordente poiché una viscida sollecitudine si fa strada tra le ciglia.

“Sorelle” è un grandioso ritratto delle molteplici sfaccettature dei rapporti familiari in cui ritroviamo le innocue complicità che lo caratterizzano ma anche dinamiche che sfuggono a qualsiasi classificazione, proprio perché esclusive, escludenti e tremendamente personali. Rapporti in cui entrano in gioco forze opposte ed esplosive, comandate da sentimenti imbizzarriti e indomabili. Rapporti spesso blindati, incomprensibili, dove amore, possesso e abnegazione si mescolano e assumono sfumature imperscrutabili.

Un groviglio assai complesso e difficile da descrivere, che tuttavia Daisy padroneggia e ipnotizza con un potere quasi magico. Un groviglio che si scioglierà inaspettatamente, in un epilogo che lascia attoniti e, forse, anche sollevati. Una ferita inferta con premeditazione, con mano decisa a squarciare l’impenetrabile cortina che avvolge i rapporti familiari fino a farne brandelli.


L’autrice

Nata nel 1990, nel 2016 ha pubblicato la raccolta di racconti Fen, grazie alla quale ha vinto l’Harper’s Bazaar Short Story Prize, l’A.M. Heath Prize e l’Edge Hill Short Story Prize. Attualmente vive a Oxford. Fazi Editore ha pubblicato Nel profondo, il suo romanzo d’esordio finalista al Man Booker Prize, nel 2019.


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Traduzione: Stefano Tummolini
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 202

IL NASO di Nikolaj Gogol


 Spense la luce della stanza e continuò a riflettere che il suo era davvero un caso incomprensibile, diavolo. Se avesse perduto un bottone, un cucchiaino d’argento, un orologio o qualcosa di simile, si sarebbe potuto capire. Ma perdere, che cosa? Il naso? Diavolo! E a chi era sparito il naso?

Trama

In una San Pietroburgo che può essere intesa come attuale, il 25 marzo di un anno imprecisato, il barbiere Ivan Jakovlèvič trova un naso umano in una pagnotta. Se ne vuole disfare e su un ponte lo getta nelle acque del fiume Neva. Il maggiore Kovalèv si sveglia e non trova più il naso dove dovrebbe stare, in mezzo al volto. Esce da casa e vede il suo naso – lo stesso del barbiere – salire in carrozza. Segue il naso in una chiesa. L’avvicina. Parla con il suo naso antropomorfizzato. Il naso gli gira le spalle e se ne va. Kovalèv lo rincorre ed esce in strada. Il naso è scomparso. Kovalèv si fa accompagnare in carrozza dal capo della polizia, non lo trova, risale in vettura, si fa portare a un giornale dove vorrebbe pubblicare un annuncio. Non riesce a farlo e se ne va. Si reca dal commissario del quartiere. Non ne cava nulla anche là. Rincasa, è il tramonto. Mentre riflette, sopraggiunge trafelato un funzionario di polizia, gli porge il naso. L’hanno ritrovato! Sì, ma Kovalèv non riesce a riattaccare il naso. Chiama in aiuto un medico che abita nello stesso palazzo. Anche il medico desiste. È dunque impossibile riattaccare il benedetto naso? Il giorno dopo, Kovalèv scrive una lettera all’ufficialessa che riteneva fosse la responsabile della sparizione del naso. Le chiede di metterlo in grado di riattaccarlo… Intanto, la notizia del naso si è diffusa per l’intera città di San Pietroburgo. Siamo ormai arrivati al 7 aprile e riuscirà mai il nostro Kovalèv a rivedere in uno specchio il proprio organo dell’olfatto?


Recensione

Sospeso ironicamente tra il serio e il faceto, tra la favola e il racconto di denuncia, “Il naso” è un classico nella produzione letteraria di Nikolaj Gogol, poeta, scrittore e drammaturgo russo. Un racconto che spesso trova spazio nelle antologie scolastiche come esempio perfetto dei risultati esaltanti che si possono ottenere mescolando satira e surreale.

La storia è nota: un funzionario della Russia ante rivoluzione perde il suo naso in circostanze misteriose e con esso anche la sua credibilità, qualità che reputa indispensabile per mantenere il suo status di privilegiato. Solo affrontando diverse traversie riuscirà a riappropriarsene e a salvare la sua reputazione, debole e vacillante attributo che trova fondamento nell’arretratezza e nella superstizione della società russa di allora.

Le figure che attraversano il racconto, al lordo di quella del malcapitato Kolalèv, sono meravigliosi esempi di un periodo storico chiuso e retrogrado: il barbiere, donnaiolo impenitente, bugiardo e dedito all’alcol, l’ufficialessa superiore Palageja, tirannica matrona così temuta da kolalèv, i poliziotti, ciechi e corrotti, depositari di ogni forma di ingiustizia e di irragionevolezza e tutte le altre comparse, che esistono solo per ribadire che in Russia, ai tempi dello Zar, si è in balia di mille variabili impazzite, che non si possono in alcun modo governare, né  comprendere.

Gogol utilizza queste bieche e strampalate comparse per tratteggiare la società dell’epoca, noncurante delle minacce e delle pressioni che colpiscono anche la sua persona, così come quella di Kolalèv.

Ne esce un inno feroce e geniale del senso del ridicolo che spesso imprigiona l’uomo, vittima e a volte artefice dei capricci di un sentire così sottile e perfido come è la sensazione e il timore di rendersi, appunto ridicoli.

L’uomo è disposto a tutto pur di non cadere in un simile vespaio. Si illude, nega l’innegabile e cerca di riprendersi il proprio naso, che fugge improvvisamente per vestire i panni di un uomo in tutto e per tutto simile al suo stesso proprietario e ugualmente folle e irrazionale.

Con il naso finalmente tornato al suo posto ogni pericolo è scampato. Tutto si piò affrontare se si possiede un naso. Tutto diventa accettabile. Tutto si aggiusta, basta crederci.


  • Casa editrice: 13Lab Milano
  • Collana: MyosotiS
  • Genere: classico della letteratura russa
  • Traduzione: Giovanni Nebuloni
  • Pagine: 121

I RICORDI NON FANNO RUMORE vol 2 di Carmen Laterza


L’altra sera pensavamo insieme a quante vite ci sono in una sola, a come c’era sembrato eterno il tempo della guerra e senza speranza. Eravamo bambini e quello era l’unico modo che conoscevamo, senza sole. Ma forse è anche per quello che adesso tutto ci stupisce e ci sembra un miracolo.

Trama

Bianca è cresciuta, lavora a Pavia come cameriera nella casa della signora Cattaneo e nel tempo libero frequenta un corso di taglio e cucito. Un giorno al mercato conosce Arturo, un ragazzo sorridente e baldanzoso che la corteggia regalandole un fiore ogni volta che la incontra e la conquista con il suo ottimismo nei confronti della vita. Bianca e Arturo sono giovani e innamorati: si sposano e partono per la Svizzera, dove li attende un lavoro sicuro e la possibilità di costruire una famiglia insieme.

Dopo un’infanzia segnata dalle difficoltà della guerra e dall’aridità degli affetti, Bianca vive finalmente con serenità e guarda al futuro con speranza e determinazione. Anche quando le difficoltà della vita quotidiana in una terra straniera si rivelano maggiori del previsto, anche quando i soprusi che lei e Arturo devono sopportare come immigrati italiani in Svizzera rischiano di frenare l’entusiasmo o limitare i progetti, Bianca non cede allo sconforto e continua a guardare oltre, nel punto in cui – lei lo sa – la porterà la perfezione del loro amore.

Solo un nodo rimane irrisolto e doloroso nel suo cuore: l’inspiegabile abbandono da parte della madre tanti anni prima e la sua scomparsa misteriosa.

Con questo nuovo romanzo Carmen Laterza porta dunque avanti la storia di Bianca sullo sfondo di tempi e spazi nuovi, tra il laborioso dinamismo dell’Italia del dopoguerra in piena ricostruzione e la puntuale operosità delle fabbriche svizzere; ma uguale resta l’incredibile profondità, umana e narrativa, dei suoi personaggi femminili, straordinari modelli di forza e resilienza.


Recensione

Una storia semplice, che ci riporta indietro nel tempo, quando l’Italia e gli italiani si ridestavano dalle rovine della guerra e iniziavano a volgere lo sguardo al futuro, leccandosi le ferite ancora doloranti inflitte da orrori, perdite, paura e incertezza. La voglia di riscattarsi, il desiderio di essere felici, di realizzarsi, di sollevarsi dalla povertà e dall’ignoranza. Un periodo storico denso di speranza, l’anticamera del boom economico che travolgerà l’Italia poco dopo, segno tangibile dell’incredibile forza del popolo e della sua voglia di cambiare pagina.

La saga familiare di Carmen Laterza ha il sapore della speranza e l’ingenuità della giovinezza. Profuma di passato, di anni in cui bastava poco per essere felici. Un profumo che esala dalle pagine e che avvolge Bianca e chi gli sta vicino.

In questo secondo volume Bianca si affaccia all’età adulta. La perdita della madre, che crede ormai lontana e irraggiungibile, ha reso la sua adolescenza difficile, inghiottita dalle paludi dell’incertezza. Nonostante tutto però Bianca ha costruito la sua piccola esistenza: ha un lavoro e la vita le ha regalato nuovamente la vicinanza di Maria, l’amica d’infanzia che aveva lasciato a Milano durante la guerra.

Quando anche l’amore si affaccia nella sua vita, Bianca intravede i riflessi abbacinanti della felicità. Una nuova esistenza la aspetta in Svizzera. Ma anche nuove difficoltà, quelle che molti emigranti affrontano in quegli anni difficili: il sogno di potersi integrare, i pregiudizi, l’indigenza, sono spilli che pungono il suo cuore, che oscilla incerto tra la speranza e un inquieto senso di incompletezza, che nasce dalla consapevolezza di aver perduto per sempre l’affetto della madre, della quale non sa più niente.

La scrittura di Carmen Laterza è molto coinvolgente. La storia che costruisce rappresenta le nostre radici e ritaglia un vivido angolo di vita dentro alla nostra storia recente.

Le vicende di Bianca si sposano con il nostro vissuto e leggerle è un po’ come respirare un’aria familiare. Bianca incarna i sentimenti e i desideri delle donne italiane del dopoguerra. Donne che lottano contro una vita difficile, spesso relegate ai margini, discriminate e costrette a fare i conti con quei pregiudizi di genere che a lungo terranno la donna lontana da opportunità e considerazione sociale. Donne che appaiono deboli e spesso sopraffatte da destini avversi, ma che sanno sfoderare una forza dirompente che rompe gli argini dell’indifferenza e delle avversità.

Con grande maestria Carmen Laterza governa la trama e sa toccare i tasti giusti per incuriosire il lettore e lasciarlo in sospeso. L’autrice offre al lettore quello che mediamente desidera leggere: una storia pulita, in cui i buoni sentimenti vincono sulle avversità, attraverso un percorso sofferto e irto di ostacoli.

Sul finire di questo secondo capitolo sono diversi i nodi cruciali che rimangono da sciogliere. Ma non c’è niente da fare. Il libro finisce e il lettore può solo speculare su ciò che potrebbe accadere nel capitolo successivo. Io mi sarei fatta una mia idea… chissà se è quella giusta…

Arrivederci Bianca!


L’autrice

CARMEN LATERZA è nata e cresciuta a Pordenone, dove vive tuttora. Laureata in Lettere a indirizzo musicologico e diplomata in Pianoforte, per più di vent’anni ha lavorato come editor e ghostwriter, scrivendo e correggendo per gli altri testi di ogni tipo. Nota sui social con il nome di Libroza, a lungo ha fatto divulgazione sui temi della Scrittura Creativa e del Self Publishing.

Ora si dedica esclusivamente ai propri libri, che pubblica in modo indipendente con il marchio Libroza.


  • Libro autopubblicato (Libroza)
  • Genere: narrativa italisns
  • Pagine: 342

SOTTO LA FALCE di Jesmine Ward


E’ qui che si incontrano il passato e il futuro. E’ dopo l’aggressione del pitbull, dopo che mio padre se n’è andato, e dopo che il cuore di mia madre si è spezzato. Dopo i bulli in corridoio, dopo le barzellette sui negri, dopo che mio fratello mi disse quello che faceva mentre eravamo per strada. Dopo che mio padre ha avuto altri sei figli da quattro donne diverse, quindi dieci figli in tutto. Dopo che mia madre ha smesso di lavorare per una famiglia bianca con una villa sulla spiaggia e ha iniziato a lavorare per un’altra famiglia bianca con una grande casa sul bayou. Dopo due diplomi, dopo un paralizzante periodo di nostalgia e un tiepido fidanzato a Stanford. Prima di Ronald, prima di C.J. Prima di Demond, prima di  Rog. E’ qui che le mie due storie si uniscono. E’ l’estate del 2000. E’ l’ultima estate che passerò con mio fratello. E’ il cuore. E’ così. Ogni giorno, è così.

Trama

Dal 2000 al 2004, tra DeLisle e altre cittadine del delta del Mississippi, Jesmyn Ward ha visto morire cinque persone care, cinque amici tra cui suo fratello Joshua: morti per overdose, per incidenti connessi all’alcol, per omicidio o suicidio. Nel tentativo di combattere il dolore e dare un senso all’accaduto, Jesmyn Ward decide di raccontare la loro storia, segnata dall’amore profondo della comunità ma avvelenata dal razzismo endemico e soffocante di quelle terre, dalla mancanza di un’istruzione adeguata e dalla disoccupazione, dalla povertà che alimenta una sfortuna implacabile. Le vite dei cinque amici si legano a quella dell’autrice, che torna indietro nel tempo in cerca delle origini della famiglia e della gente di DeLisle. La verità che porta alla luce è feroce: in Mississippi il destino degli uomini è determinato dall’identità, dal colore della pelle, dalla classe sociale, senza possibilità di riscatto.

Sotto la falce è un memoir e un atto d’accusa, un racconto durissimo e commovente che diventa intimo e universale. Jesmyn Ward insegna come amare le proprie origini e lottare per liberarsene, e come vincere il dolore attraverso la letteratura per onorare i propri cari, restituendo loro la voce che in vita gli è stata negata.

Questo libro è per gli uomini caduti sotto la falce, che sono diventati i nostri fratelli.


Recensione

Leggere come sanguinare. Un colpo in faccia, a risvegliare quello che non vorremmo sentire.

Anni, decenni e secoli a nascondere. A nasconderci. A negare l’innegabile. A giustificare ciò che è inaccettabile.

Memoir come questo andrebbero letti, anzi prescritti, come una medicina.

Anche quando il male da curare è congenito. O incurabile. Una metastasi che corrode tutto ciò che tocca.

La questione razziale è annosa. Persino scontata. Per certi versi, come passata di moda, sovrastata da mille altri problemi, alcuni dei quali, inutile dirlo, trovano nel razzismo la loro matrice, la loro molla scatenante.

Jesmin Ward squarcia qualsiasi cosa incontri con il suo romanzo. Sentimenti, cose, persone. Leggere le sue parole è difficile, perché inevitabilmente ci si sente complici, finanche colpevoli delle orrende dinamiche che girano intorno al razzismo.

Jesmin Ward racconta la sua vita e le sue perdite. Una vita costretta fra le morse dei retaggi del passato. Frutto di un disagio che definirei cosmico, che spezza qualsiasi fiducia verso il futuro.

Nel sud degli Stati Uniti si viene al mondo sconfitti in partenza. La famiglia in cui nasci probabilmente si sfalderà, poiché tuo padre, sopraffatto dall’impotenza, troverò sfogo in uno dei tanti paradisi artificiali e lascerà tua madre a tirare su i figli, a sfiancarsi con lavori duri e sottopagati. Crescerai schivando i colpi dei bulli, fomentando il tuo senso di inadeguatezza e la consapevolezza che probabilmente non combinerai niente di buono. Lascerai la scuola troppo presto, perché nessuno si interesserà a te, ai tuoi voti, al tuo benessere psicologico.  Sarai l’ennesimo ragazzo di colore destinato a incrementare il numero dei piccoli criminali e dei drogati. E se diventerai tossico o spacciatore, nessuno ne sarà stupito o scandalizzato. Semplicemente seguirai il tuo destino.

Sarai infelice, insicuro, sperduto, senza mezzi. Vivrai poco, questo è certo. Ad un certo punto toglierai il disturbo. Lasciando il campo alle nuove leve.

La Ward si è salvata con i libri. Studiando, laureandosi, trovando un lavoro e andando via dal Mississippi. Una terra che ama profondamente ma dalla quale occorre prendere le distanze, per sottrarsi alle sue sabbie mobili.

Ma non ha potuto salvare i suoi amici e suo fratello, stritolati dai pregiudizi razziali come topi da un rapace.

Lei li ha visti disfarsi sotto i colpi della rassegnazione. Li ha visti rifugiarsi nell’alcol, nella cocaina. Annientati dalla depressione. Schiacciati dalla mancanza di una qualsiasi prospettiva. E non ha potuto fare nulla per salvarli.

“Sotto la falce” è un grido di dolore, che squarcia un silenzio diventato intollerabile. Ma è anche una ballata che suona languida sotto il peso dei ricordi. Una vita intera raccontata attraverso immagini forti. Momenti di una vita che nasce segnata, la lotta contro le avversità, contro i pregiudizi. L’intollerabilità di esseri neri in un mondo che ti guarda con sospetto, con cattiveria. Ma anche con indifferenza, quella stessa di cui spesso ci siamo macchiati anche noi, che ci sentiamo inattaccabili, giusti e misericordiosi.

Un memoir che nasce per assecondare l’urgenza di ricordare, ma anche quella di condannare, di diffondere, di rendere partecipi. Perché non basta negare. Occorre fare. Parlare, dimostrare, denunciare, opporsi.

La voce di Jasmine Ward è feroce ed intollerabile. Graffia e fa male. Ferisce dove la nostra carne è più debole. Non sono lacrime quelle che invoca, ma urla di ribellione, di rottura. La sua prosa eppure è calma e pacata. Non cede all’irruenza del dolore, né alla rabbia che nasce dall’ingiustizia e dalla prevaricazione.

Il filo del racconto è una lama che brucia, ma la lettura è intrisa di dolcezza e soavità. E’ cura e rimedio che consola e lenisce. Ai capitoli che ripercorrono la vita dell’autrice, si succedono capitoli dedicati agli amici che sono morti. Non c’è solo l’urgenza di ricordare chi non c’è più, c’è anche lo sforzo di comprendere, di introdursi in quelle vite, di condividere il battito dei quei cuori e il dolore della loro perdizione.

Una lettura che brucia e fa lacrimare. Stordisce, scuote, risveglia e colpisce forte. Che cerca il dolore. Il suo ma anche il nostro. Una lettura che è ricerca di condivisione, necessaria a sopportare un fardello troppo enorme per una sola persona.


L’autrice

Jesmyn Ward vive in Mississippi, dove insegna scrittura creativa alla Tulane University, ed è oggi considerata una delle maggiori scrittrici americane con­ temporanee. Con Salvare le ossa (NNE 2018) e Canta, spirito, canta (NNE 2019) ha vinto due volte il National Book Award, prima donna dopo scrittori co­me William Faulkner, John Cheever, Philip Roth. NNE ha pubblicato anche La linea del sangue, che completa la Trilogia di Bois Sauvage, e Naviga le tue stelle, poeticamente illustrato da Gina Triplett.


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Genere: memoir
  • Traduzione: Gaja Cenciarelli
  • Pagine: 270

LA RAGAZZINA RAGNO di Letizia Vicidomini


Io me la immagino, seduta in mezzo al letto a gambe incrociate, con i lunghi capelli neri divisi in mezzo e lucidi come un tessuto di seta, muovere le braccia sottili da direttore d’orchestra e dirigere la vita di tutti.
Poi le braccia diventano zampe lunghissime di ragno che ghermiscono ciò che vuole, anche a distanza, con ferocia e determinazione.

Trama

C’è una ragazzina che domina il suo mondo domestico come una sovrana dispotica: ordina e stabilisce regole, impone il proprio volere, allunga le zampe come un ragno al centro di una delicatissima ragnatela. Gestisce qualcosa di troppo grande per lei. E viene uccisa, per questo. C’è un ragazzo muto, che però ascolta e vede quello che accade intorno a lui: a volte troppo, e questo potrebbe costargli molto. C’è una famiglia disgregata, fatta da individui soli, compressi nel proprio piccolo universo di minuscoli piaceri e grette soddisfazioni. C’è una donna che sente forte la necessità di correre in aiuto di chi ha bisogno, che chiama a sé un anziano commissario in pensione affinché insieme possano spiegare una morte iniqua. C’è tanto da capire di una giovane vita spezzata. Più complessa, più adulta, più sporca di quanto dovesse essere alla sua età. Ingiusta. Come la vita sa essere, a volte.


Recensione

C’è tutto il disagio dei nostri giorni in questo godibilissimo thriller. Una lettura che si attorciglia intorno ai nostri pensieri, che giunge a stanarci dalle nostre comode poltrone per rappresentare i dubbi, gli sbagli e le ossessioni dei giovani del nostro tempo. Non è bastato un intreccio perfetto, a Letizia Vicidomini. No, ha voluto di più e l’ha ottenuto incasellando la sua trama millimetrica dentro alle incertezze e agli stordimenti dei nostri figli, sempre più confusi da un presente complicato ed esigente.

“La ragazzina ragno” è un romanzo fatto di giovani. E intorno a loro stanno gli adulti, pronti a difenderli, a giustificarli e a farsi persino tiranneggiare. La contropartita è quasi inconsistente. Una frase, un po’ di considerazione. La ricerca di una confidenza. La speranza in un futuro che sorrida loro, una manciata di deboli opportunità che li allontani dalla cattiva strada e li faccia sentire al sicuro. Cullarsi nell’illusione che essi seguano la strada migliore, quella che gli adulti hanno tracciato per loro, appianando ogni ostacolo, addrizzando curve e levigando il fondo, per non farli cadere. Per rendere il cammino il meno incerto e faticoso possibile. Svendersi per un nonnulla, sempre pronti a perdonare, giustificare, sostenere, qualsiasi costo.

I giovani protagonisti di questo thriller vivono ognuno dentro il loro personale piccolo inferno. Sono emarginati, soli, insicuri. Convinti che la vita non faccia per loro. Si nascondono o sono nascosti. Lottano oppure si arrendono alla loro invisibilità. Spesso con una famiglia inesistente alle spalle, che non li vede. O che li vede in modo distorto.

Hanno ambizioni smodate, che a volte li portano a svendersi per ottenere ciò che vogliono. E scelgono la via più breve, perché sono impazienti, convinti che la vita si debba mordere, senza indugiare.

Hanno dalla loro la forza della gioventù e del sogno, che fa credere loro di essere immortali. Che pur indugiando nell’errore, potranno tirarsene fuori senza fatica, al momento opportuno, per poi tornare in carreggiata.

Ridono degli adulti, che manovrano come pallidi burattini. Hanno mille scuse per giustificarsi e mille motivi per pretendere il perdono.

Maya è una piccola despota e usa l’astuzia e la bellezza per fare soldi facili. Luca è un bulletto che crede di aver trovato la chiave di volta per sfuggire ad un destino già segnato. Rita crede che l’amore la salverà dalle sue scelte sbagliate. Demo cerca di rompere le catene del suo mondo silenzioso ma sa che perderà la sua partita. Gennaro invece l’ha già persa e si nasconde in un mondo immaginario per evadere da una vita che ormai non sa più dargli niente.

Intorno a loro c’è cecità, noncuranza, menefreghismo. Finchè la morte non bussa alla porta. Allora molti si ridestano. Chi piange, chi si dispera. Ma c’è anche chi si rimbocca le maniche e si mette a scavare. Cerca la verità e la trova, in un angolo impensabile, proprio dove nessuno avrebbe creduto.

“La ragazzina ragno” non è solo un thriller. E’ anche un ritratto crudo e impietoso della nostra società, in cui spesso si sceglie di non vedere ciò che crea dolore. In questo libro non c’è un superuomo che prende in mano la situazione e che punisce il colpevole. Ci sono due persone normalissime, un anziano ex poliziotto e una donna in crisi, che decidono di aprire gli occhi e di acuire lo sguardo.

Tassello dopo tassello scopriranno la verità e sarà una verità che taglia, che fa male. Che sbrindella le carni, che sanguina e non si cura con un cerotto, ma con un cambiamento di mentalità. Con un atto di coraggio, che spesso si risolve semplicemente con la volontà di alzare lo sguardo.

Letizia Vicidomini coinvolge e al tempo stesso scuote le nostre coscienze. La sua scrittura è tagliente e mette sapientemente a nudo paure, desideri, dubbi e malesseri di una giovinezza che abbaglia e che confonde. Bella l’ambientazione napoletana, densa di colore e invischiata nelle paludi della criminalità spicciola, che è anche quella più pericolosa e tentacolare.


L’autrice

Letizia Vicidomini è nata a Nocera Inferiore (Salerno) nel 1964 e lavora a Napoli. Speaker radiofonica (RTL 102.5, Kiss Kiss, Radio Marte) e attrice, ha pubblicato La poltrona di seta rossa (2014), Nero. Diario di una ballerina (2015), Notte in bianco (2017), Lei era nessuno (2019), Il segreto di Lazzaro (2021). Ha ottenuto numerosi riconoscimenti ed è stata più volte segnalata nei principali concor¬si letterari di genere, fra cui Giallo Garda e Garfagnana in Giallo.


  • Casa Editrice: Mursia
  • Collana: Giungla Gialla
  • Genere: thriller
  • Pagine: 299

TEMPI di Edith Bruck


Mia madre
Era povera innocua
Gassata perché ebrea
Diceva di aprire la porta
A chi bussa
Dar qualcosa
A chi tende la mano
E dove c’è da mangiare per due
C’è anche per tre.
I conti del suo cu
ore
Sono da bocciare.

Dalla prefazione di Michela Meschini

Sono diversi i tempi chiamati a raccolta da Edith Bruck in questo libro, che si lascia leggere d’un fiato e che, con altrettanta immediatezza, si imprime indelebile nella memoria dei suoi lettori. C’è il tempo dell’infanzia e il tempo della vecchiaia, che si richiamano a vicenda; il tempo dei riti familiari e il tempo della solitudine; il tempo della memoria e il tempo del dialogo, specie con i morti; il tempo delle domande – a Dio, alla storia, a se stessa – e il tempo sospeso della scrittura, solcato da dubbi e incertezze, eppure capace di legare insieme, come un filo invisibile, le tessere di un’unica, ininterrotta meditazione sull’esistenza e sul destino che abbraccia l’intera vita letteraria dell’autrice. Chi ha familiarità con l’opera in prosa e in versi di Edith Bruck non stenterà a riconoscerne, in queste pagine, la straordinaria continuità di ispirazione e l’inimitabile coerenza di tono e di contenuto: tratti distintivi di una scrittura che non aderisce a un disegno premeditato, non risponde a calcoli letterari, ma nasce dall’urgenza dei sentimenti e dalla necessità di testimoniare. (…) In Tempi, la poesia, precipitato di memoria e di esperienza, si fa testimonianza del presente, un presente minacciato dal virus dell’indifferenza e dell’odio, contro il quale, in assenza di vaccini efficaci, è forse possibile adottare la cura che Edith Bruck, poetessa d’istinto e di pensiero, ci offre in modo persuasivo e naturale in queste pagine.


Recensione

La poesia è ovunque ci sia, nelle parole, il peso di un pensiero che ci rende leggeri. Che ci emoziona nel profondo. Che ci fa provare sentimenti di condivisione. Voglia di consolare. Desiderio di specchiarsi nelle esperienze degli altri.

Edith Bruck la poesia ce l’ha nel sangue. Si avvista in tutti i suoi scritti, che bruciano di verità, quella che fa male ma che lei, forte del suo dolore, riesce a spandere con assoluta naturalezza. Una scrittura cruda, semplice e graffiante, che non cerca la sensazione ma semplicemente appare come cronaca amara di una vita vissuta nel ricordo del suo olocausto e di quello di tutto il popolo ebreo.

In “Tempi” la poetica di Edith Bruck si traduce in una sommatoria di versi asciutti, che girano intorno alle sue esperienze di vita, alla sua famiglia, all’esperienza di essere ebrea, sopravvissuta ai campi di sterminio. Leggerla è difficile. La poesia è più crudele della prosa poiché obbliga chi la legge al dolore dell’immedesimazione e innalza e fomenta nel lettore quella sensibilitùà graffiante chiamata compassione, la particolare inclinazione a soffrire insieme, una mano sulla spalla, l’altra sul viso, a sostenere e ad asciugare una lacrima.

Versi che non ricercano la perfezione stilistica, né che inseguono le regole della metrica classica. Direi, invece, che sono pensieri, buttati giù d’impeto, senza filtri che li debbano abbellire. L’intento infatti non è quello di ricamare sensazioni, ma quello di fissare sulla carta le immagini più forti, più importanti della sua esistenza.

Vi troviamo poesie dedicate al padre, alla madre, alla sua gente e all’amato marito, scomparso e mai dimenticato. Vi troviamo il passato ma anche il futuro, che include il timore dell’imperversare delle nuove forme di odio che si rafforzano sempre di più.

Ricordi e rimpianti. Ma anche immagini dolcissime della sua vita in Ungheria, prima di vivere l’esperienza del ghetto e della deportazione.

Dio, che sta a guardare gli orrori perpetrati dai suoi figli, immobile. La vita, che abbiamo il dovere di vivere fino in fondo, nonostante tutto. La memoria, che non deve affievolirsi mai. Israele, la terra promessa e Auschwitz, il ricordo innominabile. L’ieri, che deve essere ricordato. E l’oggi, denso di futili devianze, che l’autrice stenta a riconoscere e a comprendere.

Una lettura amara e indispensabile. L’inneggiare della memoria, che va coltivata alla stessa stregua di un fiore delicato. Il rimpianto del non detto davanti all’eternità della morte. La consapevolezza che niente potrà cambiare le nature nefaste dell’uomo, nemmeno un miracolo.


L’autrice

Edith Bruck, di origine ungherese, è nata nel 1931 in una povera, numerosa famiglia ebrea. Nel 1944, poco più che bambina, il suo primo viaggio la porta nel ghetto del capoluogo e di lì ad Auschwitz, Dachau, Bergen-Belsen. Sopravvissuta alla deportazione, dopo anni di pellegrinaggio approda definitivamente in Italia, adottandone la lingua. Nel 1959 esce il suo primo libro Chi ti ama così, un’autobiografia che ha per tappe l’infanzia in riva al Tibisco e la Germania dei lager. Nel 1962 pubblica il volume di racconti Andremo in città, da cui il marito Nelo Risi trae l’omonimo film. È autrice di poesia e di romanzi come Le sacre nozze (1969), Lettera alla madre (1988), Nuda proprietà (1993), Quanta stella c’è nel cielo (2009, trasposto nel film di Roberto Faenza Anita B.), e ancora Privato (2010), La donna dal cappotto verde (2012). Presso La nave di Teseo sono usciti La rondine sul termosifone (2017), Ti lascio dormire (2019) e Il pane perduto (2021, candidato al LXXV premio Strega). Nelle sue opere ha reso testimonianza dell’evento nero del XX secolo. Nella sua lunga carriera ha ricevuto diversi premi letterari ed è stata tradotta in svariate lingue. È traduttrice tra gli altri di Attila József e Miklós Radnóti. Ha sceneggiato e diretto tre film e svolto attività teatrale, televisiva e giornalistica.


  • Casa Editrice: La Nave di Teseo
  • Genere: poesia
  • Pagine: 68

SEMBRAVA BELLEZZA di Teresa Ciabatti


Ma poi, e parlo alla nonna: sicure di non essere state noi a provocarli? Sicure che non sfilavamo mezze nude sotto i loro occhi, e dimenticavamo di chiudere a chiave la porta dei bagni. Certe di non sbattere le ciglia, e non inciampare apposta per essere soccorse. Sicure, nonna, che nottetempo non recitavamo paura – un brutto sogno, battito di ciglia – per rifugiarci nei loro letti, con camicie da notte leggerissime, bianche, rosa, sotto cui, in controluce, i nostri corpi semi acerbi ma non del tutto.

Trama

Ad accoglierci tra le pagine di questo romanzo è una donna, una scrittrice, che dopo essersi sentita ai margini per molti anni ha finalmente conosciuto il successo. Vive un tempo ruggente di riscatto, che cerca di tenersi stretto ma ogni giorno le sfugge un po’ di più. Proprio come la figlia, che rifiuta di parlarle e si è trasferita lontano. Combattuta tra risentimento e sgomento per il tempo che si consuma la coglie Federica, la più cara amica del liceo, quando dopo trent’anni torna a cercarla. E riporta nel suo presente anche la sorella maggiore Livia – dea di bellezza sovrannaturale, modello irraggiungibile ai loro occhi di sedicenni sgraziate –, che in seguito a un incidente è rimasta prigioniera nella mente di un’eterna ragazza. Come accadeva da adolescenti, i pensieri tornano a specchiarsi, a respingersi e mescolarsi. La protagonista perlustra il passato alla ricerca di una verità, su se stessa e su Livia, e intanto cerca di riafferrare il bandolo della propria esistenza ammaccata: il lavoro, gli amori. Livia era e resta un mistero insondabile: miracolo di bellezza preservata nell’inconsapevolezza? O fenomeno da baraccone? Avvolti nelle spire di un’affabulazione ammaliante, seguiamo la protagonista in un viaggio che è insieme privato e generazionale, interiore e concreto. E mentre lei aspira a fermare l’attimo per non perdere la gloria, la sorte di Livia è lì a ricordare cosa può succedere se la giovinezza si cristallizza in un presente immobile: una diciottenne nel corpo di una cinquantenne, una farfalla incastrata nell’ambra. “Sembrava bellezza” è un romanzo sull’impietoso trascorrere del tempo, e su come nel ripercorrerlo si possano incontrare il perdono e la tenerezza, prima di tutto verso se stessi. Un romanzo di madri e di figlie, di amiche, in cui l’autrice mette in scena le relazioni, tra donne e non solo. Un romanzo animato da uno sguardo che innesca la miccia del reale e, senza risparmiare nessun veleno, comprende ogni umana debolezza.


Recensione

Un libro sugli errori. Quelli che derivano da omissioni. Quelli atavici, con cui nasciamo e che ci portiamo dietro. Gli errori di valutazione. Gli errori che vengono fuori dai malintesi, dalle insicurezze, dalle nostre credenze.

Ma anche un libro sulle donne. Donne che sono al posto giusto e al momento giusto, che vivono nell’armonia e che spargono farfalle nel cielo e tutto attorno. E donne imperfette. Impaurite, gettate sulla scena sbagliata, che agognano un applauso che non viene. Donne che cercano nei riflessi del corpo l’affermazione del proprio io. E alle quali lo specchio rimanda una immagine indesiderata. Bellezza come felicità. Goffaggine come un buco nero, che risucchia e che cancella.

Teresa Ciabatti non ha bisogno che qualcuno come me declami cosa scrive e come lo scrive. Il suo universo femminile è dolente, per certi versi, ma per altri anche vittorioso, poiché le sue donne trovano comunque un cono di luce anche nell’aberrazione e nella sofferenza.

E’ così per la protagonista, una scrittrice di successo che utilizza la notorietà come rivincita nei confronti dell’adolescente che è stata, bruttina, complessata, sovrappeso. I suoi comportamenti, confesserà, hanno avuto in diversi casi conseguenze terribili senza che abbiano scalfito la sua coscienza, presa com’era a ritenersi danneggiata, dalla vita e dal destino. Chiusa per sempre in una torre di indifferenza. Nessuno che la invitasse. Nessuno che la corteggiassi, che la notasse, che le rivolgesse la parola. Niente feste, niente sesso. Il vuoto. E due tette asimmetriche, che le hanno tolto persino la capacità di godere.

Con lei l’amica di sempre, Federica. Stessa goffaggine, stesso amaro destino. Un’amica prima abbandonata, poi ritrovata, della cui vita sa poco più di niente e che cerca di ricostruire in parallelo alla sua.

E poi c’è lei, Livia. Bellissima, perfetta. Una fata bionda ed eterea, che vive deridendo gli altri, sicura del suo potere. Un fisico asciutto, due gambe chilometriche, l’adorazione negli occhi di chi la guarda. Desiderata e desiderabile.

Ma la vita è effimera e traditrice anche per chi nasce nell’oro. Livia rimarrà imprigionata nei suoi diciassette anni, come una crisalide nel suo bozzolo. A rimuginare nei suoi ricordi confusi e a fare pace con le sue debolezze, che c’erano, anche se non si vedevano da fuori. La bellezza si sgretola. L’ideale di perfezione implode su se stesso.

Chi vince, in questa storia? Tutti, a loro modo. Vince chi decide di fare i conti con la realtà. Chi vorrà guardare nelle profondità dello specchio, attenta a non deformare una immagine che di per sé è già perfetta com’è. Chi accetterà le avversità del destino. Chi ammetterà i propri errori. Chi si crogiolerà dentro ad un sogno che poi si sgonfia e si rivela un bluff. Chi sdrammatizzerà. Chi capirà che ciò che sembrava bellezza era solo una sua cattiva imitazione.

La scrittura di Teresa Ciabatti è un fiume in piena. E’ irruenza, impazienza, quasi un monologo i cui pensieri corrono velocissimi a proporre immagini, assonanze, associazioni di idee. Frasi minime, verità gettate in faccia al lettore, che non ha neanche il tempo di scandalizzarsi, perché si passa ad altro. Altre immagini. Altri ricordi.

E le sue donne sono complicate. Ognuna si porta dentro un dolore, un peso. Una inadeguatezza, un segreto da nascondere agli occhi degli altri, di cui vergognarsi. Quel segreto che si rivelerà fallace ma che nondimeno sarà capace di rovinare loro la vita o di far loro inseguire una falsa pista.

Ma le donne di Teresa Ciabatti se ne accorgono, poi, se hanno imboccato la strada sbagliata. Se ne accorgono e fanno inversione di marcia. Si rimettono in pista, a recuperare terreno. A perdonare e a perdonarsi.

Cosa ho tratto da questa lettura? Una cosa che sapevo già ma che devo ripetermi sempre, come un mantra. L’esperienza colora ogni dolore di una nuova sfumatura. Il tempo cura le ferite, quasi sempre. Una donna sa risorgere, dopo una caduta. E in questo libro, vedrete, di cadute ce ne sono tante.


L’autrice

Teresa Ciabatti è nata a Orbetello nel 1975, vive a Roma. I suoi romanzi sono: Adelmo, Torna da me (Einaudi Stile libero), I giorni felici (Mondadori), Il mio paradiso è deserto (Rizzoli), Tuttissanti (Il Saggiatore). Collabora con “Il Corriere della Sera” e con “la Lettura”.


  • Casa Editrice: Mondadori
  • Genere: narrativa italiana
  • Pagine: 239

SARAH la ragazza di Avetrana – di F. Piccinni e C. Gazzanni


E’ arrivato finalmente il tempo maturo dell’estate, che è esploso insieme al corpo. Ha un profumo speciale: sa dei bikini in cotone che Sarah ha iniziato a indossare, della salsedine che si asciuga sulla pelle e la chiazza tutta di bianco, e quando la assaggi ha un sapore salmastro e piccante. Ecco, forse è proprio quello il sapore dell’estate dei quindici anni.

Trama

26 agosto 2010. In Salento, una giovane scompare. È una ragazza bionda, silenziosa, misteriosa. Si chiama Sarah Scazzi. L’Italia intera rimane sconvolta: cosa può essere successo a una quindicenne dall’aria così innocente?

Molte saranno le ipotesi che si alterneranno durante i quarantadue giorni di ricerca. Ipotesi che sveleranno intimi segreti e rancori taciuti, arrivando a costruire un incredibile reality show dell’orrore e del grottesco in salsa pugliese. Avetrana, il paese dove tutto si svolge, ne sarà l’inaspettato set a cielo aperto.

Le indagini porteranno prima alla confessione dello zio della ragazza, Michele Misseri, e quindi alla condanna all’ergastolo della zia e della cugina di Sarah, Cosima Serrano e Sabrina Misseri, che negli anni hanno continuato a dichiararsi innocenti.

Eppure, come rivelano i due autori, la tragicommedia salentina – divenuta il primo processo mediatico del nostro paese – nonostante confessioni e condanne non può ancora dirsi risolta.

Nel segno di A sangue freddo di Truman Capote e de L’avversario di Emmanuel Carrère, Sarah è un romanzo verità ambizioso e spietato, dallo stile insieme lirico e tagliente, che alla precisa ricostruzione di ciò che è accaduto – e, piuttosto, di ciò che è stato deliberatamente taciuto – unisce una riflessione sul male e sulla sua spettacolarizzazione, sulle conseguenze delle proprie azioni e su quanto siamo disposti a sacrificare per le persone che amiamo.


Recensione

Ripercorrere l’ultima estate di Sarah. Le sue giornate, i suoi sogni, la sua vita stretta in quella terra avara e assolata che è il Salento. Entrare in quella vita, che le va stretta. A lei, che vorrebbe fuggire lontano, oppure restare, accanto a qualcuno che le voglia bene e la abbracci quando serve.

Sarah è soltanto una ragazzina, che vuole assomigliare ad Avril Lavigne, che sogna una vita sensazionale, fatta di emozioni e di amore, che si sente sola, tra i sussulti del suo cuore adolescente e le incertezze di un’età ingrata e piena di contrasti.

Sarah, e un corpo che cambia. Che non le piace, perché filiforme come un giunco, ma che invece suscita in chi lo guarda emozioni contrastanti.

Nel 2010 si vive ancora in bilico tra il passato con i suoi pregiudizi e il futuro, fatto di globalità, dentro ad un mondo che si fa piccolo grazie ad internet e ai social. Eppure, ad Avetrana, pare che il tempo scorra più lentamente. Si vive lottando contro una terra secca e arida, con pochi mezzi e, davanti, un futuro incerto dal quale non ci si aspetta molto.

Non c’è tempo, né spazio per star dietro ai sogni di una ragazzina. Sarah trova conforto solo nella compagnia della cugina Sabrina e della sua famiglia. Sabrina, che ha ventidue anni e fa l’estetista, la introduce nella sua compagnia, dove Sarah assaggia i primi bocconi della vita che la aspetta dietro l’angolo. Il mare, gli amici, la birreria di sera, i primi batticuori. Quella voglia feroce di libertà e di amore che non la abbandona mai. Come i sogni, che sono tanti e diversi e che la fanno fremere di impazienza.

Ma Sarah, con la sua curiosità e la veemenza dei quindici anni, l’incoscienza e l’ingenuità e quel candore camuffato da malizia, infrangere un equilibrio. Fa riaffiorare vecchi rancori oppure, chissà, fomenta invidie o gelosie.

Il resto è storia. Una storia che ha occupato i media per mesi e poi per anni. Un tam tam fuori controllo, in cui la morbosità ha preso campo e non l’ha più abbandonato. Il giallo di Avetrana è diventato nel tempo sempre più misterioso. Un giallo con attori che solleticano la curiosità collettiva. Una saga familiare che ha appassionato e diviso l’Italia, che l’ha fatta inorridire, piangere, sperare. Costruendo congetture, spiando la vita di un clan familiare composito e variegato, dove appaiono donne forti e uomini dai trascorsi non troppo cristallini, piegati e induriti da dinamiche complicate che nel tempo si sono indurite, a tessere crepe in un tessuto delicato, pronte a romperlo.

Sarah paga con la vita la sua curiosità e il suo ardore. Una morte assurda, un sacrificio enorme che ci ha irretiti, spiazzati.

Il libro, sospeso tra romanzo e reportage, scandaglia dentro gli anfratti più nascosti della famiglia Misseri scoprendo gli scenari più intimi. La vita di zio Michele, un uomo abituato a faticare, succube delle donne di casa e delle ombre del suo passato. Cosima e Concetta, divise da dissapori che trovano radici nella loro infanzia. Donne abituate a lottare, che non temono la fatica. Donne aride di sentimenti, che non si lasciano mai andare ad un abbraccio. E poi Sabrina, offuscata da un amore non corrisposto, che le fa fare cose che non dovrebbe fare. Su di loro l’omertà, il pregiudizio, le malelingue, a offuscare uno scenario di per sé oscuro.

Quale sia stata la molla che ha scatenato l’inferno non è ancora chiaro. Oggi, a distanza di oltre 10 anni da quel 26 agosto, ci si domanda ancora cosa sia successo quel primo pomeriggio. Chi abbia materialmente ucciso Sarah Scazzi e perché. Gli autori ricostruiscono in maniera millimetrica gli avvenimenti di quei giorni, le fasi delle indagini e quelle processuali, che hanno portato all’ergastolo di Cosima e di Sabrina. Non mancano di evidenziare i dubbi che ancora avvolgono quelle ore fatidiche quando Sarah trova la morte per soffocamento, attraverso lo studio certosino delle testimonianze e delle prove materiali.

Il quadro che ne esce è irto di dubbi; del resto, muovere le mani su un fondo fangoso non può che rendere tutto ancora più confuso e buio.

Flavia Piccinni e Carmine Gazzanni confezionano un’opera che lascia il lettore senza fiato. Ottimamente costruita, con grande rispetto dei fatti e il delicato riguardo che riservano a Sarah, alla sua vita, ai suoi sogni. Una cura, un’attenzione che commuovono e che inchiodano il lettore alle pagine. Un’opera che induce a pesanti riflessioni sulle scelte che muovono le nostre vite e che in un attimo le modificano per sempre. Un libro che indaga senza filtri sui moventi che inducono a scegliere l’irreparabile e a credere che non ci siano altre strade alternative. Che cerca i motivi che spingono a riparare, a difendere, a proteggere chi ci è caro. Un romanzo dentro al reportage, la prosa incantatrice dentro alla cronaca nera. Un tributo a Sarah, alla sua giovinezza e alla sua piccola e preziosa esistenza, che doveva ancora sbocciare e che sarebbe sbocciata, in un fiore del quale non conosceremo mai il profumo e il colore. E, anche, l’ennesima prova che un attimo basta a reciderne il gambo.


Gli autori

Flavia Piccinni (Taranto, 1986) ha pubblicato tre romanzi e un saggio sulla ’ndrangheta. È coordinatrice editoriale della casa editrice Atlantide, collabora con diversi giornali ed è parte della redazione di Nuovi Argomenti. Autrice per Rai1 e Radio3 Rai, è stata insignita del Premio Marco Rossi per l’impegno civile. Con il libro Bellissime (Fandango Libri, 2017) è stata vincitrice di numerosi premi fra cui il Premio Benedetto Croce; ne è stato tratto un documentario disponibile su Netflix e un audiolibro per Amazon Audible.

Carmine Gazzanni (Isernia,  1989), giornalista, autore televisivo per Rai1 e inviato per Rai2. Le sue inchieste hanno dato origine a numerose interrogazioni e denunce parlamentari. Scrive per molti giornali come La Notizia, Panorama e Left. Ha vinto numerosi premi, fra cui il Premio giornalistico Maurizio Rampino e il Premio giornalistico Pietro Di Donato.

Insieme, i due autori, hanno pubblicato sempre per Fandango, nel 2018, Nella Setta (Premio Mattarella Giornalismo e Premio Giornalismo Investigativo  Europeo), che ha dato adito a due proposte di legge, a svariate interrogazioni parlamentari e a un’inchiesta della Squadra Anti-Sette.

Nel 2020 hanno scritto Sarah. La ragazza di Avetrano, che diventerà una serie fiction per Groenlandia e una serie doc per Sky.


  • Casa Editrice: FandangoLibri
  • Genere: reportage
  • Pagine: 311

DONNA SULLE SCALE di Bernhard Schlink


Non mi lamento degli anni che passano. Ai giovani non invidio il fatto di avere ancora la vita davanti: non vorrei affrontarla un’altra volta. Gli invidio invece il fatto che il passato alle loro spalle è breve, quello si.
Da giovani il nostro passato è gestibile. Possiamo dargli un senso, anche se di volta in volta diverso.
Adesso, guardando indietro, non so dire cosa è stato un peso e cosa un dono, se il successo è valso il prezzo da pagare, cosa si è compiuto nei miei incontri con le donne e cosa invece mi è stato negato.

Trama

A lungo scomparso, Donna sulle scale, un dipinto che ritrae una donna nuda mentre scende con arcana leggerezza dalle scale, quasi fosse sospesa nell’aria, riemerge un giorno all’improvviso all’Art Gallery del teatro dell’Opera di Sidney.

Un evento sorprendente per il mondo dell’arte e sconcertante per l’avvocato che, anni prima, si è ritrovato coinvolto nella lite scoppiata tra il ricco industriale Gundlach, il marito di Irene – la donna del quadro – e il pittore Karl Schwind, l’amante, incaricato dallo stesso Gundlach di ritrarre la moglie.

A sua volta innamorato della sofisticata Irene, a distanza di anni l’avvocato decide di indagare sulla misteriosa sparizione del dipinto, coincisa con la scomparsa della donna stessa. Il passato certo non si può cambiare. Tuttavia, molte cose non tornano nei fatti accaduti. Innanzitutto, perché Irene è scappata anche da lui, l’unico che non desiderava possederla, ma soltanto aiutarla? E, poi, dove è stata nascosta per tutto quel tempo?

In un viaggio che si snoda da Sidney fino alle Montagne Rocciose, la ricerca della donna amata diventa, per il protagonista, l’occasione di una profonda esplorazione del proprio passato e una dolente riflessione sulla sua vita, trascorsa lontana dalle passioni, nell’ossessiva ricerca del decoro e del successo professionale.

Teso e sofisticato come un film di Hitchcock, Donne sulle scale è un viaggio ipnotico nella mente di un uomo, ma anche una storia d’amore che ha la forza compulsiva di un thriller e «una struggente meditazione su ciò che si è perduto e rimpianto» (Library Journal).


Recensione

Un romanzo così intimo da somigliare al memoir di un’esistenza scialba, che è trascorsa senza scossoni, senza rischi, nel conformismo. In quella bolla chiamata abitudine. Imbrigliata in un percorso già segnato, dove il successo professionale è al primo posto, capace di spazzare via ogni desiderio, ogni brivido, qualsiasi passione.

La voce narrante di questo romanzo è un avvocato la cui vita ha avuto un solo sprazzo di luce, quando ha incontrato Irene, una donna volitiva e a suo modo misteriosa, contesa da due uomini. Uno è il marito, l’altro è il pittore che ha dipinto il suo ritratto, su commissione del marito stesso.

Irene è la donna immortalata nel dipinto “Donna sulle scale”. Nuda, vestita solo della sua arrendevolezza e della sua seduzione, scende le scale, lo sguardo basso, la figura ferma, dalla quale emana la volontà di non appartenere a nessuno. Un quadro ipnotico, catalizzatore di morbosità e di ossessioni, che al pari della sua musa,  emana una passione quasi folle e che crea una strana dipendenza. Chi lo abbia visto, non può staccarsene. E desidera averlo ad ogni costo.

Donna e dipinto sono calamite. Sono desideri interscambiabili. Per il marito, che sembra riversare nel dipinto il desiderio di possedere la donna. Per il pittore, che non sopporta di stare lontano dal quadro così come dalla sua musa. E per l’avvocato, che si insinua in questa contesa, suggellando uno scambio “donna contro quadro” e finendo per innamorarsi egli stesso della donna.

Ma Irene non si lascerà imbrigliare. Con la complicità dell’avvocato, Irene lascerà perdere le sue tracce e con lei il quadro che la ritrae. Egli si lascerà usare, confuso dall’ebrezza di poter cambiare vita insieme a lei. Fuggire da tutto e da tutti e ricominciare. Irene è la molla che può dargli la spinta per osare. E’ il pretesto. E’ lo specchio in cui guardare i propri desideri inespressi, di cui ha sempre avuto paura, seppure agognandoli. Irene è la libertà, l’abbandono, l’eros. E’ la placida accettazione di una felicità di cui è madre e figlia.

Irene è tuttavia come il sogno, che sfuma non appena apriamo gli occhi. Con lei ogni velleità sarà cancellata. Senza di lei le sabbie mobili dell’ordinarietà e dell’abitudine torneranno  a risucchiarci.

L’abitudine e l’ordinario diventano uno Studio importante in cui lavorare, una moglie che lo renda padre, una carriera che spesso sovrasterà la vita privata e che sarà il mezzo per giustificare la sua scarsa dedizione ai figli e tutto il suo vivere un’esistenza sotto tono, silenziata, che non si lascia scalfire da niente e da nessuno.

Quando l’avvocato ritroverà Irene è ormai tardi per ridisegnare la sua vita. L’incontro con Irene sarà solo una parentesi in cui il desiderio e la realtà si confondono, dentro ad una dimensione onirica desiderata e sognante.

L’uomo si troverà a giocare con il destino. Si perderà dentro a trame possibili ma mai avverate, le colorerà, ricavandone immagini di ciò che sarebbe potuto essere ma che non è stato. Viaggerà in lungo e in largo, inventando nuove vite e nuovi desideri. Rendendo vivi e veri i sogni che mai ha osato immaginare, né sperare per sé. Costruendo un nuovo sé, lontano dalla gabbia dorata in cui ha scelto di vivere un’esistenza comoda ma senza passione. Nel vano tentativo di allontanare la morte. Nell’amara consapevolezza che anche il sogno appassisce poiché mortale e fugace.

Con una prosa meravigliosamente disegnata, intima e indagatrice, Schlink ci conduce dentro all’animo di un uomo ordinario che non ha saputo cogliere la vita a piene mani, con le sue infinite possibilità.

Scritto in prima persona, intriso di passione e di malinconico rimpianto, “Donna sulle scale” racconta i desideri di un uomo che è rimasto ai margini di una vita banale e deludente, perso dentro al desiderio di una vita diversa.

Un racconto in cui riconoscersi, che diventa, al tempo stesso, giustificazione e remissione dei propri peccati, per tutti quelli che sono rimasti ripiegati su se stessi, vittime di una crudele insicurezza che non ha permesso loro di pretendere la felicità.

L’amore spunta prepotente fra le pagine e non è solo amore carnale. E’ l’amore egoista e affabulatore verso chi poteva salvarci ma non l’ha fatto. Verso l’idea stessa dell’amore. Verso la possibilità di una vita esaltante che non si è realizzata. Verso la gioventù, quando tutto ancora poteva essere ma non si è avuto il coraggio di costruire.

Un romanzo sul rimpianto che intenerisce. E per tutte le vite che non sono sbocciate, per paura o sfiducia.


L’autore

Bernhard Schlink (Bielefeld, 6 luglio 1944) è uno dei maggiori scrittori tedeschi contemporanei. Ha esercitato la professione di giudice presso la Corte Costituzionale della Renania Settentrionale-Vestfalia sino al 2006. Nel 2006 è stato ordinato professore di Filosofia del diritto presso la prestigiosa Humboldt Universität di Berlino. È autore di una raccolta di racconti, Fughe d’amore (Garzanti 2002), e di numerosi romanzi tra i quali I conti del passato (Garzanti 2004), L’inganno di Selb (Garzanti 2005), L’omicidio di Selb (Garzanti 2004), La nostalgia del ritorno (Garzanti 2007), Il fine settimana (Garzanti 2010), Olga (Neri Pozza 2018) e Il lettore (Neri Pozza 2018).


  • Casa Editrice: Neri Pozza
  • Collana: Bloom
  • Traduzione: Susanne kolb
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 207