SOTTO LA FALCE di Jesmine Ward


E’ qui che si incontrano il passato e il futuro. E’ dopo l’aggressione del pitbull, dopo che mio padre se n’è andato, e dopo che il cuore di mia madre si è spezzato. Dopo i bulli in corridoio, dopo le barzellette sui negri, dopo che mio fratello mi disse quello che faceva mentre eravamo per strada. Dopo che mio padre ha avuto altri sei figli da quattro donne diverse, quindi dieci figli in tutto. Dopo che mia madre ha smesso di lavorare per una famiglia bianca con una villa sulla spiaggia e ha iniziato a lavorare per un’altra famiglia bianca con una grande casa sul bayou. Dopo due diplomi, dopo un paralizzante periodo di nostalgia e un tiepido fidanzato a Stanford. Prima di Ronald, prima di C.J. Prima di Demond, prima di  Rog. E’ qui che le mie due storie si uniscono. E’ l’estate del 2000. E’ l’ultima estate che passerò con mio fratello. E’ il cuore. E’ così. Ogni giorno, è così.

Trama

Dal 2000 al 2004, tra DeLisle e altre cittadine del delta del Mississippi, Jesmyn Ward ha visto morire cinque persone care, cinque amici tra cui suo fratello Joshua: morti per overdose, per incidenti connessi all’alcol, per omicidio o suicidio. Nel tentativo di combattere il dolore e dare un senso all’accaduto, Jesmyn Ward decide di raccontare la loro storia, segnata dall’amore profondo della comunità ma avvelenata dal razzismo endemico e soffocante di quelle terre, dalla mancanza di un’istruzione adeguata e dalla disoccupazione, dalla povertà che alimenta una sfortuna implacabile. Le vite dei cinque amici si legano a quella dell’autrice, che torna indietro nel tempo in cerca delle origini della famiglia e della gente di DeLisle. La verità che porta alla luce è feroce: in Mississippi il destino degli uomini è determinato dall’identità, dal colore della pelle, dalla classe sociale, senza possibilità di riscatto.

Sotto la falce è un memoir e un atto d’accusa, un racconto durissimo e commovente che diventa intimo e universale. Jesmyn Ward insegna come amare le proprie origini e lottare per liberarsene, e come vincere il dolore attraverso la letteratura per onorare i propri cari, restituendo loro la voce che in vita gli è stata negata.

Questo libro è per gli uomini caduti sotto la falce, che sono diventati i nostri fratelli.


Recensione

Leggere come sanguinare. Un colpo in faccia, a risvegliare quello che non vorremmo sentire.

Anni, decenni e secoli a nascondere. A nasconderci. A negare l’innegabile. A giustificare ciò che è inaccettabile.

Memoir come questo andrebbero letti, anzi prescritti, come una medicina.

Anche quando il male da curare è congenito. O incurabile. Una metastasi che corrode tutto ciò che tocca.

La questione razziale è annosa. Persino scontata. Per certi versi, come passata di moda, sovrastata da mille altri problemi, alcuni dei quali, inutile dirlo, trovano nel razzismo la loro matrice, la loro molla scatenante.

Jesmin Ward squarcia qualsiasi cosa incontri con il suo romanzo. Sentimenti, cose, persone. Leggere le sue parole è difficile, perché inevitabilmente ci si sente complici, finanche colpevoli delle orrende dinamiche che girano intorno al razzismo.

Jesmin Ward racconta la sua vita e le sue perdite. Una vita costretta fra le morse dei retaggi del passato. Frutto di un disagio che definirei cosmico, che spezza qualsiasi fiducia verso il futuro.

Nel sud degli Stati Uniti si viene al mondo sconfitti in partenza. La famiglia in cui nasci probabilmente si sfalderà, poiché tuo padre, sopraffatto dall’impotenza, troverò sfogo in uno dei tanti paradisi artificiali e lascerà tua madre a tirare su i figli, a sfiancarsi con lavori duri e sottopagati. Crescerai schivando i colpi dei bulli, fomentando il tuo senso di inadeguatezza e la consapevolezza che probabilmente non combinerai niente di buono. Lascerai la scuola troppo presto, perché nessuno si interesserà a te, ai tuoi voti, al tuo benessere psicologico.  Sarai l’ennesimo ragazzo di colore destinato a incrementare il numero dei piccoli criminali e dei drogati. E se diventerai tossico o spacciatore, nessuno ne sarà stupito o scandalizzato. Semplicemente seguirai il tuo destino.

Sarai infelice, insicuro, sperduto, senza mezzi. Vivrai poco, questo è certo. Ad un certo punto toglierai il disturbo. Lasciando il campo alle nuove leve.

La Ward si è salvata con i libri. Studiando, laureandosi, trovando un lavoro e andando via dal Mississippi. Una terra che ama profondamente ma dalla quale occorre prendere le distanze, per sottrarsi alle sue sabbie mobili.

Ma non ha potuto salvare i suoi amici e suo fratello, stritolati dai pregiudizi razziali come topi da un rapace.

Lei li ha visti disfarsi sotto i colpi della rassegnazione. Li ha visti rifugiarsi nell’alcol, nella cocaina. Annientati dalla depressione. Schiacciati dalla mancanza di una qualsiasi prospettiva. E non ha potuto fare nulla per salvarli.

“Sotto la falce” è un grido di dolore, che squarcia un silenzio diventato intollerabile. Ma è anche una ballata che suona languida sotto il peso dei ricordi. Una vita intera raccontata attraverso immagini forti. Momenti di una vita che nasce segnata, la lotta contro le avversità, contro i pregiudizi. L’intollerabilità di esseri neri in un mondo che ti guarda con sospetto, con cattiveria. Ma anche con indifferenza, quella stessa di cui spesso ci siamo macchiati anche noi, che ci sentiamo inattaccabili, giusti e misericordiosi.

Un memoir che nasce per assecondare l’urgenza di ricordare, ma anche quella di condannare, di diffondere, di rendere partecipi. Perché non basta negare. Occorre fare. Parlare, dimostrare, denunciare, opporsi.

La voce di Jasmine Ward è feroce ed intollerabile. Graffia e fa male. Ferisce dove la nostra carne è più debole. Non sono lacrime quelle che invoca, ma urla di ribellione, di rottura. La sua prosa eppure è calma e pacata. Non cede all’irruenza del dolore, né alla rabbia che nasce dall’ingiustizia e dalla prevaricazione.

Il filo del racconto è una lama che brucia, ma la lettura è intrisa di dolcezza e soavità. E’ cura e rimedio che consola e lenisce. Ai capitoli che ripercorrono la vita dell’autrice, si succedono capitoli dedicati agli amici che sono morti. Non c’è solo l’urgenza di ricordare chi non c’è più, c’è anche lo sforzo di comprendere, di introdursi in quelle vite, di condividere il battito dei quei cuori e il dolore della loro perdizione.

Una lettura che brucia e fa lacrimare. Stordisce, scuote, risveglia e colpisce forte. Che cerca il dolore. Il suo ma anche il nostro. Una lettura che è ricerca di condivisione, necessaria a sopportare un fardello troppo enorme per una sola persona.


L’autrice

Jesmyn Ward vive in Mississippi, dove insegna scrittura creativa alla Tulane University, ed è oggi considerata una delle maggiori scrittrici americane con­ temporanee. Con Salvare le ossa (NNE 2018) e Canta, spirito, canta (NNE 2019) ha vinto due volte il National Book Award, prima donna dopo scrittori co­me William Faulkner, John Cheever, Philip Roth. NNE ha pubblicato anche La linea del sangue, che completa la Trilogia di Bois Sauvage, e Naviga le tue stelle, poeticamente illustrato da Gina Triplett.


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Genere: memoir
  • Traduzione: Gaja Cenciarelli
  • Pagine: 270

LA RAGAZZINA RAGNO di Letizia Vicidomini


Io me la immagino, seduta in mezzo al letto a gambe incrociate, con i lunghi capelli neri divisi in mezzo e lucidi come un tessuto di seta, muovere le braccia sottili da direttore d’orchestra e dirigere la vita di tutti.
Poi le braccia diventano zampe lunghissime di ragno che ghermiscono ciò che vuole, anche a distanza, con ferocia e determinazione.

Trama

C’è una ragazzina che domina il suo mondo domestico come una sovrana dispotica: ordina e stabilisce regole, impone il proprio volere, allunga le zampe come un ragno al centro di una delicatissima ragnatela. Gestisce qualcosa di troppo grande per lei. E viene uccisa, per questo. C’è un ragazzo muto, che però ascolta e vede quello che accade intorno a lui: a volte troppo, e questo potrebbe costargli molto. C’è una famiglia disgregata, fatta da individui soli, compressi nel proprio piccolo universo di minuscoli piaceri e grette soddisfazioni. C’è una donna che sente forte la necessità di correre in aiuto di chi ha bisogno, che chiama a sé un anziano commissario in pensione affinché insieme possano spiegare una morte iniqua. C’è tanto da capire di una giovane vita spezzata. Più complessa, più adulta, più sporca di quanto dovesse essere alla sua età. Ingiusta. Come la vita sa essere, a volte.


Recensione

C’è tutto il disagio dei nostri giorni in questo godibilissimo thriller. Una lettura che si attorciglia intorno ai nostri pensieri, che giunge a stanarci dalle nostre comode poltrone per rappresentare i dubbi, gli sbagli e le ossessioni dei giovani del nostro tempo. Non è bastato un intreccio perfetto, a Letizia Vicidomini. No, ha voluto di più e l’ha ottenuto incasellando la sua trama millimetrica dentro alle incertezze e agli stordimenti dei nostri figli, sempre più confusi da un presente complicato ed esigente.

“La ragazzina ragno” è un romanzo fatto di giovani. E intorno a loro stanno gli adulti, pronti a difenderli, a giustificarli e a farsi persino tiranneggiare. La contropartita è quasi inconsistente. Una frase, un po’ di considerazione. La ricerca di una confidenza. La speranza in un futuro che sorrida loro, una manciata di deboli opportunità che li allontani dalla cattiva strada e li faccia sentire al sicuro. Cullarsi nell’illusione che essi seguano la strada migliore, quella che gli adulti hanno tracciato per loro, appianando ogni ostacolo, addrizzando curve e levigando il fondo, per non farli cadere. Per rendere il cammino il meno incerto e faticoso possibile. Svendersi per un nonnulla, sempre pronti a perdonare, giustificare, sostenere, qualsiasi costo.

I giovani protagonisti di questo thriller vivono ognuno dentro il loro personale piccolo inferno. Sono emarginati, soli, insicuri. Convinti che la vita non faccia per loro. Si nascondono o sono nascosti. Lottano oppure si arrendono alla loro invisibilità. Spesso con una famiglia inesistente alle spalle, che non li vede. O che li vede in modo distorto.

Hanno ambizioni smodate, che a volte li portano a svendersi per ottenere ciò che vogliono. E scelgono la via più breve, perché sono impazienti, convinti che la vita si debba mordere, senza indugiare.

Hanno dalla loro la forza della gioventù e del sogno, che fa credere loro di essere immortali. Che pur indugiando nell’errore, potranno tirarsene fuori senza fatica, al momento opportuno, per poi tornare in carreggiata.

Ridono degli adulti, che manovrano come pallidi burattini. Hanno mille scuse per giustificarsi e mille motivi per pretendere il perdono.

Maya è una piccola despota e usa l’astuzia e la bellezza per fare soldi facili. Luca è un bulletto che crede di aver trovato la chiave di volta per sfuggire ad un destino già segnato. Rita crede che l’amore la salverà dalle sue scelte sbagliate. Demo cerca di rompere le catene del suo mondo silenzioso ma sa che perderà la sua partita. Gennaro invece l’ha già persa e si nasconde in un mondo immaginario per evadere da una vita che ormai non sa più dargli niente.

Intorno a loro c’è cecità, noncuranza, menefreghismo. Finchè la morte non bussa alla porta. Allora molti si ridestano. Chi piange, chi si dispera. Ma c’è anche chi si rimbocca le maniche e si mette a scavare. Cerca la verità e la trova, in un angolo impensabile, proprio dove nessuno avrebbe creduto.

“La ragazzina ragno” non è solo un thriller. E’ anche un ritratto crudo e impietoso della nostra società, in cui spesso si sceglie di non vedere ciò che crea dolore. In questo libro non c’è un superuomo che prende in mano la situazione e che punisce il colpevole. Ci sono due persone normalissime, un anziano ex poliziotto e una donna in crisi, che decidono di aprire gli occhi e di acuire lo sguardo.

Tassello dopo tassello scopriranno la verità e sarà una verità che taglia, che fa male. Che sbrindella le carni, che sanguina e non si cura con un cerotto, ma con un cambiamento di mentalità. Con un atto di coraggio, che spesso si risolve semplicemente con la volontà di alzare lo sguardo.

Letizia Vicidomini coinvolge e al tempo stesso scuote le nostre coscienze. La sua scrittura è tagliente e mette sapientemente a nudo paure, desideri, dubbi e malesseri di una giovinezza che abbaglia e che confonde. Bella l’ambientazione napoletana, densa di colore e invischiata nelle paludi della criminalità spicciola, che è anche quella più pericolosa e tentacolare.


L’autrice

Letizia Vicidomini è nata a Nocera Inferiore (Salerno) nel 1964 e lavora a Napoli. Speaker radiofonica (RTL 102.5, Kiss Kiss, Radio Marte) e attrice, ha pubblicato La poltrona di seta rossa (2014), Nero. Diario di una ballerina (2015), Notte in bianco (2017), Lei era nessuno (2019), Il segreto di Lazzaro (2021). Ha ottenuto numerosi riconoscimenti ed è stata più volte segnalata nei principali concor¬si letterari di genere, fra cui Giallo Garda e Garfagnana in Giallo.


  • Casa Editrice: Mursia
  • Collana: Giungla Gialla
  • Genere: thriller
  • Pagine: 299

TEMPI di Edith Bruck


Mia madre
Era povera innocua
Gassata perché ebrea
Diceva di aprire la porta
A chi bussa
Dar qualcosa
A chi tende la mano
E dove c’è da mangiare per due
C’è anche per tre.
I conti del suo cu
ore
Sono da bocciare.

Dalla prefazione di Michela Meschini

Sono diversi i tempi chiamati a raccolta da Edith Bruck in questo libro, che si lascia leggere d’un fiato e che, con altrettanta immediatezza, si imprime indelebile nella memoria dei suoi lettori. C’è il tempo dell’infanzia e il tempo della vecchiaia, che si richiamano a vicenda; il tempo dei riti familiari e il tempo della solitudine; il tempo della memoria e il tempo del dialogo, specie con i morti; il tempo delle domande – a Dio, alla storia, a se stessa – e il tempo sospeso della scrittura, solcato da dubbi e incertezze, eppure capace di legare insieme, come un filo invisibile, le tessere di un’unica, ininterrotta meditazione sull’esistenza e sul destino che abbraccia l’intera vita letteraria dell’autrice. Chi ha familiarità con l’opera in prosa e in versi di Edith Bruck non stenterà a riconoscerne, in queste pagine, la straordinaria continuità di ispirazione e l’inimitabile coerenza di tono e di contenuto: tratti distintivi di una scrittura che non aderisce a un disegno premeditato, non risponde a calcoli letterari, ma nasce dall’urgenza dei sentimenti e dalla necessità di testimoniare. (…) In Tempi, la poesia, precipitato di memoria e di esperienza, si fa testimonianza del presente, un presente minacciato dal virus dell’indifferenza e dell’odio, contro il quale, in assenza di vaccini efficaci, è forse possibile adottare la cura che Edith Bruck, poetessa d’istinto e di pensiero, ci offre in modo persuasivo e naturale in queste pagine.


Recensione

La poesia è ovunque ci sia, nelle parole, il peso di un pensiero che ci rende leggeri. Che ci emoziona nel profondo. Che ci fa provare sentimenti di condivisione. Voglia di consolare. Desiderio di specchiarsi nelle esperienze degli altri.

Edith Bruck la poesia ce l’ha nel sangue. Si avvista in tutti i suoi scritti, che bruciano di verità, quella che fa male ma che lei, forte del suo dolore, riesce a spandere con assoluta naturalezza. Una scrittura cruda, semplice e graffiante, che non cerca la sensazione ma semplicemente appare come cronaca amara di una vita vissuta nel ricordo del suo olocausto e di quello di tutto il popolo ebreo.

In “Tempi” la poetica di Edith Bruck si traduce in una sommatoria di versi asciutti, che girano intorno alle sue esperienze di vita, alla sua famiglia, all’esperienza di essere ebrea, sopravvissuta ai campi di sterminio. Leggerla è difficile. La poesia è più crudele della prosa poiché obbliga chi la legge al dolore dell’immedesimazione e innalza e fomenta nel lettore quella sensibilitùà graffiante chiamata compassione, la particolare inclinazione a soffrire insieme, una mano sulla spalla, l’altra sul viso, a sostenere e ad asciugare una lacrima.

Versi che non ricercano la perfezione stilistica, né che inseguono le regole della metrica classica. Direi, invece, che sono pensieri, buttati giù d’impeto, senza filtri che li debbano abbellire. L’intento infatti non è quello di ricamare sensazioni, ma quello di fissare sulla carta le immagini più forti, più importanti della sua esistenza.

Vi troviamo poesie dedicate al padre, alla madre, alla sua gente e all’amato marito, scomparso e mai dimenticato. Vi troviamo il passato ma anche il futuro, che include il timore dell’imperversare delle nuove forme di odio che si rafforzano sempre di più.

Ricordi e rimpianti. Ma anche immagini dolcissime della sua vita in Ungheria, prima di vivere l’esperienza del ghetto e della deportazione.

Dio, che sta a guardare gli orrori perpetrati dai suoi figli, immobile. La vita, che abbiamo il dovere di vivere fino in fondo, nonostante tutto. La memoria, che non deve affievolirsi mai. Israele, la terra promessa e Auschwitz, il ricordo innominabile. L’ieri, che deve essere ricordato. E l’oggi, denso di futili devianze, che l’autrice stenta a riconoscere e a comprendere.

Una lettura amara e indispensabile. L’inneggiare della memoria, che va coltivata alla stessa stregua di un fiore delicato. Il rimpianto del non detto davanti all’eternità della morte. La consapevolezza che niente potrà cambiare le nature nefaste dell’uomo, nemmeno un miracolo.


L’autrice

Edith Bruck, di origine ungherese, è nata nel 1931 in una povera, numerosa famiglia ebrea. Nel 1944, poco più che bambina, il suo primo viaggio la porta nel ghetto del capoluogo e di lì ad Auschwitz, Dachau, Bergen-Belsen. Sopravvissuta alla deportazione, dopo anni di pellegrinaggio approda definitivamente in Italia, adottandone la lingua. Nel 1959 esce il suo primo libro Chi ti ama così, un’autobiografia che ha per tappe l’infanzia in riva al Tibisco e la Germania dei lager. Nel 1962 pubblica il volume di racconti Andremo in città, da cui il marito Nelo Risi trae l’omonimo film. È autrice di poesia e di romanzi come Le sacre nozze (1969), Lettera alla madre (1988), Nuda proprietà (1993), Quanta stella c’è nel cielo (2009, trasposto nel film di Roberto Faenza Anita B.), e ancora Privato (2010), La donna dal cappotto verde (2012). Presso La nave di Teseo sono usciti La rondine sul termosifone (2017), Ti lascio dormire (2019) e Il pane perduto (2021, candidato al LXXV premio Strega). Nelle sue opere ha reso testimonianza dell’evento nero del XX secolo. Nella sua lunga carriera ha ricevuto diversi premi letterari ed è stata tradotta in svariate lingue. È traduttrice tra gli altri di Attila József e Miklós Radnóti. Ha sceneggiato e diretto tre film e svolto attività teatrale, televisiva e giornalistica.


  • Casa Editrice: La Nave di Teseo
  • Genere: poesia
  • Pagine: 68

SEMBRAVA BELLEZZA di Teresa Ciabatti


Ma poi, e parlo alla nonna: sicure di non essere state noi a provocarli? Sicure che non sfilavamo mezze nude sotto i loro occhi, e dimenticavamo di chiudere a chiave la porta dei bagni. Certe di non sbattere le ciglia, e non inciampare apposta per essere soccorse. Sicure, nonna, che nottetempo non recitavamo paura – un brutto sogno, battito di ciglia – per rifugiarci nei loro letti, con camicie da notte leggerissime, bianche, rosa, sotto cui, in controluce, i nostri corpi semi acerbi ma non del tutto.

Trama

Ad accoglierci tra le pagine di questo romanzo è una donna, una scrittrice, che dopo essersi sentita ai margini per molti anni ha finalmente conosciuto il successo. Vive un tempo ruggente di riscatto, che cerca di tenersi stretto ma ogni giorno le sfugge un po’ di più. Proprio come la figlia, che rifiuta di parlarle e si è trasferita lontano. Combattuta tra risentimento e sgomento per il tempo che si consuma la coglie Federica, la più cara amica del liceo, quando dopo trent’anni torna a cercarla. E riporta nel suo presente anche la sorella maggiore Livia – dea di bellezza sovrannaturale, modello irraggiungibile ai loro occhi di sedicenni sgraziate –, che in seguito a un incidente è rimasta prigioniera nella mente di un’eterna ragazza. Come accadeva da adolescenti, i pensieri tornano a specchiarsi, a respingersi e mescolarsi. La protagonista perlustra il passato alla ricerca di una verità, su se stessa e su Livia, e intanto cerca di riafferrare il bandolo della propria esistenza ammaccata: il lavoro, gli amori. Livia era e resta un mistero insondabile: miracolo di bellezza preservata nell’inconsapevolezza? O fenomeno da baraccone? Avvolti nelle spire di un’affabulazione ammaliante, seguiamo la protagonista in un viaggio che è insieme privato e generazionale, interiore e concreto. E mentre lei aspira a fermare l’attimo per non perdere la gloria, la sorte di Livia è lì a ricordare cosa può succedere se la giovinezza si cristallizza in un presente immobile: una diciottenne nel corpo di una cinquantenne, una farfalla incastrata nell’ambra. “Sembrava bellezza” è un romanzo sull’impietoso trascorrere del tempo, e su come nel ripercorrerlo si possano incontrare il perdono e la tenerezza, prima di tutto verso se stessi. Un romanzo di madri e di figlie, di amiche, in cui l’autrice mette in scena le relazioni, tra donne e non solo. Un romanzo animato da uno sguardo che innesca la miccia del reale e, senza risparmiare nessun veleno, comprende ogni umana debolezza.


Recensione

Un libro sugli errori. Quelli che derivano da omissioni. Quelli atavici, con cui nasciamo e che ci portiamo dietro. Gli errori di valutazione. Gli errori che vengono fuori dai malintesi, dalle insicurezze, dalle nostre credenze.

Ma anche un libro sulle donne. Donne che sono al posto giusto e al momento giusto, che vivono nell’armonia e che spargono farfalle nel cielo e tutto attorno. E donne imperfette. Impaurite, gettate sulla scena sbagliata, che agognano un applauso che non viene. Donne che cercano nei riflessi del corpo l’affermazione del proprio io. E alle quali lo specchio rimanda una immagine indesiderata. Bellezza come felicità. Goffaggine come un buco nero, che risucchia e che cancella.

Teresa Ciabatti non ha bisogno che qualcuno come me declami cosa scrive e come lo scrive. Il suo universo femminile è dolente, per certi versi, ma per altri anche vittorioso, poiché le sue donne trovano comunque un cono di luce anche nell’aberrazione e nella sofferenza.

E’ così per la protagonista, una scrittrice di successo che utilizza la notorietà come rivincita nei confronti dell’adolescente che è stata, bruttina, complessata, sovrappeso. I suoi comportamenti, confesserà, hanno avuto in diversi casi conseguenze terribili senza che abbiano scalfito la sua coscienza, presa com’era a ritenersi danneggiata, dalla vita e dal destino. Chiusa per sempre in una torre di indifferenza. Nessuno che la invitasse. Nessuno che la corteggiassi, che la notasse, che le rivolgesse la parola. Niente feste, niente sesso. Il vuoto. E due tette asimmetriche, che le hanno tolto persino la capacità di godere.

Con lei l’amica di sempre, Federica. Stessa goffaggine, stesso amaro destino. Un’amica prima abbandonata, poi ritrovata, della cui vita sa poco più di niente e che cerca di ricostruire in parallelo alla sua.

E poi c’è lei, Livia. Bellissima, perfetta. Una fata bionda ed eterea, che vive deridendo gli altri, sicura del suo potere. Un fisico asciutto, due gambe chilometriche, l’adorazione negli occhi di chi la guarda. Desiderata e desiderabile.

Ma la vita è effimera e traditrice anche per chi nasce nell’oro. Livia rimarrà imprigionata nei suoi diciassette anni, come una crisalide nel suo bozzolo. A rimuginare nei suoi ricordi confusi e a fare pace con le sue debolezze, che c’erano, anche se non si vedevano da fuori. La bellezza si sgretola. L’ideale di perfezione implode su se stesso.

Chi vince, in questa storia? Tutti, a loro modo. Vince chi decide di fare i conti con la realtà. Chi vorrà guardare nelle profondità dello specchio, attenta a non deformare una immagine che di per sé è già perfetta com’è. Chi accetterà le avversità del destino. Chi ammetterà i propri errori. Chi si crogiolerà dentro ad un sogno che poi si sgonfia e si rivela un bluff. Chi sdrammatizzerà. Chi capirà che ciò che sembrava bellezza era solo una sua cattiva imitazione.

La scrittura di Teresa Ciabatti è un fiume in piena. E’ irruenza, impazienza, quasi un monologo i cui pensieri corrono velocissimi a proporre immagini, assonanze, associazioni di idee. Frasi minime, verità gettate in faccia al lettore, che non ha neanche il tempo di scandalizzarsi, perché si passa ad altro. Altre immagini. Altri ricordi.

E le sue donne sono complicate. Ognuna si porta dentro un dolore, un peso. Una inadeguatezza, un segreto da nascondere agli occhi degli altri, di cui vergognarsi. Quel segreto che si rivelerà fallace ma che nondimeno sarà capace di rovinare loro la vita o di far loro inseguire una falsa pista.

Ma le donne di Teresa Ciabatti se ne accorgono, poi, se hanno imboccato la strada sbagliata. Se ne accorgono e fanno inversione di marcia. Si rimettono in pista, a recuperare terreno. A perdonare e a perdonarsi.

Cosa ho tratto da questa lettura? Una cosa che sapevo già ma che devo ripetermi sempre, come un mantra. L’esperienza colora ogni dolore di una nuova sfumatura. Il tempo cura le ferite, quasi sempre. Una donna sa risorgere, dopo una caduta. E in questo libro, vedrete, di cadute ce ne sono tante.


L’autrice

Teresa Ciabatti è nata a Orbetello nel 1975, vive a Roma. I suoi romanzi sono: Adelmo, Torna da me (Einaudi Stile libero), I giorni felici (Mondadori), Il mio paradiso è deserto (Rizzoli), Tuttissanti (Il Saggiatore). Collabora con “Il Corriere della Sera” e con “la Lettura”.


  • Casa Editrice: Mondadori
  • Genere: narrativa italiana
  • Pagine: 239

SARAH la ragazza di Avetrana – di F. Piccinni e C. Gazzanni


E’ arrivato finalmente il tempo maturo dell’estate, che è esploso insieme al corpo. Ha un profumo speciale: sa dei bikini in cotone che Sarah ha iniziato a indossare, della salsedine che si asciuga sulla pelle e la chiazza tutta di bianco, e quando la assaggi ha un sapore salmastro e piccante. Ecco, forse è proprio quello il sapore dell’estate dei quindici anni.

Trama

26 agosto 2010. In Salento, una giovane scompare. È una ragazza bionda, silenziosa, misteriosa. Si chiama Sarah Scazzi. L’Italia intera rimane sconvolta: cosa può essere successo a una quindicenne dall’aria così innocente?

Molte saranno le ipotesi che si alterneranno durante i quarantadue giorni di ricerca. Ipotesi che sveleranno intimi segreti e rancori taciuti, arrivando a costruire un incredibile reality show dell’orrore e del grottesco in salsa pugliese. Avetrana, il paese dove tutto si svolge, ne sarà l’inaspettato set a cielo aperto.

Le indagini porteranno prima alla confessione dello zio della ragazza, Michele Misseri, e quindi alla condanna all’ergastolo della zia e della cugina di Sarah, Cosima Serrano e Sabrina Misseri, che negli anni hanno continuato a dichiararsi innocenti.

Eppure, come rivelano i due autori, la tragicommedia salentina – divenuta il primo processo mediatico del nostro paese – nonostante confessioni e condanne non può ancora dirsi risolta.

Nel segno di A sangue freddo di Truman Capote e de L’avversario di Emmanuel Carrère, Sarah è un romanzo verità ambizioso e spietato, dallo stile insieme lirico e tagliente, che alla precisa ricostruzione di ciò che è accaduto – e, piuttosto, di ciò che è stato deliberatamente taciuto – unisce una riflessione sul male e sulla sua spettacolarizzazione, sulle conseguenze delle proprie azioni e su quanto siamo disposti a sacrificare per le persone che amiamo.


Recensione

Ripercorrere l’ultima estate di Sarah. Le sue giornate, i suoi sogni, la sua vita stretta in quella terra avara e assolata che è il Salento. Entrare in quella vita, che le va stretta. A lei, che vorrebbe fuggire lontano, oppure restare, accanto a qualcuno che le voglia bene e la abbracci quando serve.

Sarah è soltanto una ragazzina, che vuole assomigliare ad Avril Lavigne, che sogna una vita sensazionale, fatta di emozioni e di amore, che si sente sola, tra i sussulti del suo cuore adolescente e le incertezze di un’età ingrata e piena di contrasti.

Sarah, e un corpo che cambia. Che non le piace, perché filiforme come un giunco, ma che invece suscita in chi lo guarda emozioni contrastanti.

Nel 2010 si vive ancora in bilico tra il passato con i suoi pregiudizi e il futuro, fatto di globalità, dentro ad un mondo che si fa piccolo grazie ad internet e ai social. Eppure, ad Avetrana, pare che il tempo scorra più lentamente. Si vive lottando contro una terra secca e arida, con pochi mezzi e, davanti, un futuro incerto dal quale non ci si aspetta molto.

Non c’è tempo, né spazio per star dietro ai sogni di una ragazzina. Sarah trova conforto solo nella compagnia della cugina Sabrina e della sua famiglia. Sabrina, che ha ventidue anni e fa l’estetista, la introduce nella sua compagnia, dove Sarah assaggia i primi bocconi della vita che la aspetta dietro l’angolo. Il mare, gli amici, la birreria di sera, i primi batticuori. Quella voglia feroce di libertà e di amore che non la abbandona mai. Come i sogni, che sono tanti e diversi e che la fanno fremere di impazienza.

Ma Sarah, con la sua curiosità e la veemenza dei quindici anni, l’incoscienza e l’ingenuità e quel candore camuffato da malizia, infrangere un equilibrio. Fa riaffiorare vecchi rancori oppure, chissà, fomenta invidie o gelosie.

Il resto è storia. Una storia che ha occupato i media per mesi e poi per anni. Un tam tam fuori controllo, in cui la morbosità ha preso campo e non l’ha più abbandonato. Il giallo di Avetrana è diventato nel tempo sempre più misterioso. Un giallo con attori che solleticano la curiosità collettiva. Una saga familiare che ha appassionato e diviso l’Italia, che l’ha fatta inorridire, piangere, sperare. Costruendo congetture, spiando la vita di un clan familiare composito e variegato, dove appaiono donne forti e uomini dai trascorsi non troppo cristallini, piegati e induriti da dinamiche complicate che nel tempo si sono indurite, a tessere crepe in un tessuto delicato, pronte a romperlo.

Sarah paga con la vita la sua curiosità e il suo ardore. Una morte assurda, un sacrificio enorme che ci ha irretiti, spiazzati.

Il libro, sospeso tra romanzo e reportage, scandaglia dentro gli anfratti più nascosti della famiglia Misseri scoprendo gli scenari più intimi. La vita di zio Michele, un uomo abituato a faticare, succube delle donne di casa e delle ombre del suo passato. Cosima e Concetta, divise da dissapori che trovano radici nella loro infanzia. Donne abituate a lottare, che non temono la fatica. Donne aride di sentimenti, che non si lasciano mai andare ad un abbraccio. E poi Sabrina, offuscata da un amore non corrisposto, che le fa fare cose che non dovrebbe fare. Su di loro l’omertà, il pregiudizio, le malelingue, a offuscare uno scenario di per sé oscuro.

Quale sia stata la molla che ha scatenato l’inferno non è ancora chiaro. Oggi, a distanza di oltre 10 anni da quel 26 agosto, ci si domanda ancora cosa sia successo quel primo pomeriggio. Chi abbia materialmente ucciso Sarah Scazzi e perché. Gli autori ricostruiscono in maniera millimetrica gli avvenimenti di quei giorni, le fasi delle indagini e quelle processuali, che hanno portato all’ergastolo di Cosima e di Sabrina. Non mancano di evidenziare i dubbi che ancora avvolgono quelle ore fatidiche quando Sarah trova la morte per soffocamento, attraverso lo studio certosino delle testimonianze e delle prove materiali.

Il quadro che ne esce è irto di dubbi; del resto, muovere le mani su un fondo fangoso non può che rendere tutto ancora più confuso e buio.

Flavia Piccinni e Carmine Gazzanni confezionano un’opera che lascia il lettore senza fiato. Ottimamente costruita, con grande rispetto dei fatti e il delicato riguardo che riservano a Sarah, alla sua vita, ai suoi sogni. Una cura, un’attenzione che commuovono e che inchiodano il lettore alle pagine. Un’opera che induce a pesanti riflessioni sulle scelte che muovono le nostre vite e che in un attimo le modificano per sempre. Un libro che indaga senza filtri sui moventi che inducono a scegliere l’irreparabile e a credere che non ci siano altre strade alternative. Che cerca i motivi che spingono a riparare, a difendere, a proteggere chi ci è caro. Un romanzo dentro al reportage, la prosa incantatrice dentro alla cronaca nera. Un tributo a Sarah, alla sua giovinezza e alla sua piccola e preziosa esistenza, che doveva ancora sbocciare e che sarebbe sbocciata, in un fiore del quale non conosceremo mai il profumo e il colore. E, anche, l’ennesima prova che un attimo basta a reciderne il gambo.


Gli autori

Flavia Piccinni (Taranto, 1986) ha pubblicato tre romanzi e un saggio sulla ’ndrangheta. È coordinatrice editoriale della casa editrice Atlantide, collabora con diversi giornali ed è parte della redazione di Nuovi Argomenti. Autrice per Rai1 e Radio3 Rai, è stata insignita del Premio Marco Rossi per l’impegno civile. Con il libro Bellissime (Fandango Libri, 2017) è stata vincitrice di numerosi premi fra cui il Premio Benedetto Croce; ne è stato tratto un documentario disponibile su Netflix e un audiolibro per Amazon Audible.

Carmine Gazzanni (Isernia,  1989), giornalista, autore televisivo per Rai1 e inviato per Rai2. Le sue inchieste hanno dato origine a numerose interrogazioni e denunce parlamentari. Scrive per molti giornali come La Notizia, Panorama e Left. Ha vinto numerosi premi, fra cui il Premio giornalistico Maurizio Rampino e il Premio giornalistico Pietro Di Donato.

Insieme, i due autori, hanno pubblicato sempre per Fandango, nel 2018, Nella Setta (Premio Mattarella Giornalismo e Premio Giornalismo Investigativo  Europeo), che ha dato adito a due proposte di legge, a svariate interrogazioni parlamentari e a un’inchiesta della Squadra Anti-Sette.

Nel 2020 hanno scritto Sarah. La ragazza di Avetrano, che diventerà una serie fiction per Groenlandia e una serie doc per Sky.


  • Casa Editrice: FandangoLibri
  • Genere: reportage
  • Pagine: 311

DONNA SULLE SCALE di Bernhard Schlink


Non mi lamento degli anni che passano. Ai giovani non invidio il fatto di avere ancora la vita davanti: non vorrei affrontarla un’altra volta. Gli invidio invece il fatto che il passato alle loro spalle è breve, quello si.
Da giovani il nostro passato è gestibile. Possiamo dargli un senso, anche se di volta in volta diverso.
Adesso, guardando indietro, non so dire cosa è stato un peso e cosa un dono, se il successo è valso il prezzo da pagare, cosa si è compiuto nei miei incontri con le donne e cosa invece mi è stato negato.

Trama

A lungo scomparso, Donna sulle scale, un dipinto che ritrae una donna nuda mentre scende con arcana leggerezza dalle scale, quasi fosse sospesa nell’aria, riemerge un giorno all’improvviso all’Art Gallery del teatro dell’Opera di Sidney.

Un evento sorprendente per il mondo dell’arte e sconcertante per l’avvocato che, anni prima, si è ritrovato coinvolto nella lite scoppiata tra il ricco industriale Gundlach, il marito di Irene – la donna del quadro – e il pittore Karl Schwind, l’amante, incaricato dallo stesso Gundlach di ritrarre la moglie.

A sua volta innamorato della sofisticata Irene, a distanza di anni l’avvocato decide di indagare sulla misteriosa sparizione del dipinto, coincisa con la scomparsa della donna stessa. Il passato certo non si può cambiare. Tuttavia, molte cose non tornano nei fatti accaduti. Innanzitutto, perché Irene è scappata anche da lui, l’unico che non desiderava possederla, ma soltanto aiutarla? E, poi, dove è stata nascosta per tutto quel tempo?

In un viaggio che si snoda da Sidney fino alle Montagne Rocciose, la ricerca della donna amata diventa, per il protagonista, l’occasione di una profonda esplorazione del proprio passato e una dolente riflessione sulla sua vita, trascorsa lontana dalle passioni, nell’ossessiva ricerca del decoro e del successo professionale.

Teso e sofisticato come un film di Hitchcock, Donne sulle scale è un viaggio ipnotico nella mente di un uomo, ma anche una storia d’amore che ha la forza compulsiva di un thriller e «una struggente meditazione su ciò che si è perduto e rimpianto» (Library Journal).


Recensione

Un romanzo così intimo da somigliare al memoir di un’esistenza scialba, che è trascorsa senza scossoni, senza rischi, nel conformismo. In quella bolla chiamata abitudine. Imbrigliata in un percorso già segnato, dove il successo professionale è al primo posto, capace di spazzare via ogni desiderio, ogni brivido, qualsiasi passione.

La voce narrante di questo romanzo è un avvocato la cui vita ha avuto un solo sprazzo di luce, quando ha incontrato Irene, una donna volitiva e a suo modo misteriosa, contesa da due uomini. Uno è il marito, l’altro è il pittore che ha dipinto il suo ritratto, su commissione del marito stesso.

Irene è la donna immortalata nel dipinto “Donna sulle scale”. Nuda, vestita solo della sua arrendevolezza e della sua seduzione, scende le scale, lo sguardo basso, la figura ferma, dalla quale emana la volontà di non appartenere a nessuno. Un quadro ipnotico, catalizzatore di morbosità e di ossessioni, che al pari della sua musa,  emana una passione quasi folle e che crea una strana dipendenza. Chi lo abbia visto, non può staccarsene. E desidera averlo ad ogni costo.

Donna e dipinto sono calamite. Sono desideri interscambiabili. Per il marito, che sembra riversare nel dipinto il desiderio di possedere la donna. Per il pittore, che non sopporta di stare lontano dal quadro così come dalla sua musa. E per l’avvocato, che si insinua in questa contesa, suggellando uno scambio “donna contro quadro” e finendo per innamorarsi egli stesso della donna.

Ma Irene non si lascerà imbrigliare. Con la complicità dell’avvocato, Irene lascerà perdere le sue tracce e con lei il quadro che la ritrae. Egli si lascerà usare, confuso dall’ebrezza di poter cambiare vita insieme a lei. Fuggire da tutto e da tutti e ricominciare. Irene è la molla che può dargli la spinta per osare. E’ il pretesto. E’ lo specchio in cui guardare i propri desideri inespressi, di cui ha sempre avuto paura, seppure agognandoli. Irene è la libertà, l’abbandono, l’eros. E’ la placida accettazione di una felicità di cui è madre e figlia.

Irene è tuttavia come il sogno, che sfuma non appena apriamo gli occhi. Con lei ogni velleità sarà cancellata. Senza di lei le sabbie mobili dell’ordinarietà e dell’abitudine torneranno  a risucchiarci.

L’abitudine e l’ordinario diventano uno Studio importante in cui lavorare, una moglie che lo renda padre, una carriera che spesso sovrasterà la vita privata e che sarà il mezzo per giustificare la sua scarsa dedizione ai figli e tutto il suo vivere un’esistenza sotto tono, silenziata, che non si lascia scalfire da niente e da nessuno.

Quando l’avvocato ritroverà Irene è ormai tardi per ridisegnare la sua vita. L’incontro con Irene sarà solo una parentesi in cui il desiderio e la realtà si confondono, dentro ad una dimensione onirica desiderata e sognante.

L’uomo si troverà a giocare con il destino. Si perderà dentro a trame possibili ma mai avverate, le colorerà, ricavandone immagini di ciò che sarebbe potuto essere ma che non è stato. Viaggerà in lungo e in largo, inventando nuove vite e nuovi desideri. Rendendo vivi e veri i sogni che mai ha osato immaginare, né sperare per sé. Costruendo un nuovo sé, lontano dalla gabbia dorata in cui ha scelto di vivere un’esistenza comoda ma senza passione. Nel vano tentativo di allontanare la morte. Nell’amara consapevolezza che anche il sogno appassisce poiché mortale e fugace.

Con una prosa meravigliosamente disegnata, intima e indagatrice, Schlink ci conduce dentro all’animo di un uomo ordinario che non ha saputo cogliere la vita a piene mani, con le sue infinite possibilità.

Scritto in prima persona, intriso di passione e di malinconico rimpianto, “Donna sulle scale” racconta i desideri di un uomo che è rimasto ai margini di una vita banale e deludente, perso dentro al desiderio di una vita diversa.

Un racconto in cui riconoscersi, che diventa, al tempo stesso, giustificazione e remissione dei propri peccati, per tutti quelli che sono rimasti ripiegati su se stessi, vittime di una crudele insicurezza che non ha permesso loro di pretendere la felicità.

L’amore spunta prepotente fra le pagine e non è solo amore carnale. E’ l’amore egoista e affabulatore verso chi poteva salvarci ma non l’ha fatto. Verso l’idea stessa dell’amore. Verso la possibilità di una vita esaltante che non si è realizzata. Verso la gioventù, quando tutto ancora poteva essere ma non si è avuto il coraggio di costruire.

Un romanzo sul rimpianto che intenerisce. E per tutte le vite che non sono sbocciate, per paura o sfiducia.


L’autore

Bernhard Schlink (Bielefeld, 6 luglio 1944) è uno dei maggiori scrittori tedeschi contemporanei. Ha esercitato la professione di giudice presso la Corte Costituzionale della Renania Settentrionale-Vestfalia sino al 2006. Nel 2006 è stato ordinato professore di Filosofia del diritto presso la prestigiosa Humboldt Universität di Berlino. È autore di una raccolta di racconti, Fughe d’amore (Garzanti 2002), e di numerosi romanzi tra i quali I conti del passato (Garzanti 2004), L’inganno di Selb (Garzanti 2005), L’omicidio di Selb (Garzanti 2004), La nostalgia del ritorno (Garzanti 2007), Il fine settimana (Garzanti 2010), Olga (Neri Pozza 2018) e Il lettore (Neri Pozza 2018).


  • Casa Editrice: Neri Pozza
  • Collana: Bloom
  • Traduzione: Susanne kolb
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 207

DOVE LE RAGIONI FINISCONO di Yiyun Li


Dai, ammettiamolo. La morte è uno iato, indipendentemente da quanto esiguo tu ed io possiamo considerare il suo potere di dividerci.

Trama

Una madre e un figlio si parlano in un mondo senza tempo. Lei è una scrittrice, lui è Nikolai, il ragazzo sedicenne che si è tolto la vita pochi mesi prima. Le parole sono l’unica risorsa a cui la madre può attingere così da ridare vita al figlio, e portare avanti con lui le conversazioni toccanti, profonde, intime di quando era al mondo. Il ricordo di una poesia amata si lega a quello di una torta fatta in casa, la memoria di un viaggio dà corpo e colore ai luoghi visitati, i mirtilli sono la chiave d’accesso al bambino che è stato Nikolai. In un dialogo continuo, come un flusso di coscienza, le due voci raccontano una storia d’amore: quello assoluto che pretendono i figli, quello pieno di dubbi e di colpe che scorre nei genitori, e infine quello fatale che li accomuna, l’amore che consuma chi va in cerca del senso ultimo dell’esistenza a costo di privarsene, nel corpo o nello spirito.

Nato dall’esperienza drammatica vissuta dalla scrittrice, Dove le ragioni finiscono non è un romanzo ed è più di un memoir. Come in una tragedia greca,Yiyun Li ci avvicina alla sua storia, e ci consegna pagine così nitide da compiere il miracolo, quello di accompagnarci nell’abisso dell’indicibile per uscirne purificati, liberi, più forti.


Recensione

C’è un luogo senza tempo in cui si realizza l’impossibile. Dove esiste tutto ciò che il raziocinio nega con forza. Un luogo che non è da nessuna parte ma che serve a non precipitare nell’abisso. La tregua dentro al dolore più enorme. Un balsamo così potente da lenire la sofferenza che squarcia le carni.

Questo breve romanzo traccia la strada per arrivare in quel luogo. Senza spazio, senza tempo. Dove c’è un varco, piccolo e lucente, in cui passa un esiguo filo di luce. Una fiammella che tiene vivo il contatto con chi se n’è andato, lasciandoci preda di interrogativi, sensi di colpa e cose incompiute.

Un romanzo come un quaderno, in cui una madre annota, con caparbia precisione e solida perseveranza, il dialogo giornaliero che ha con il figlio sedicenne morto suicida.

Di lei e di lui non sappiamo molto. Lei è una scrittrice. Lui, Nikolai, un adolescente che amava la musica, cucinare e viaggiare.

La madre trattiene il filo che la lega al figlio, in un dialogo che è vita, respiro, ossigeno, ma che un giorno dovrà interrompersi. Un dialogo fitto, continuo, inarrestabile. Un fiume in piena. Solo le due voci, senza alcuna nota di sottofondo. Senza un racconto che tiene unita la trama del discorso, solo qualche cenno alla vita di prima, quando Nikolai era vivo. La voce della madre, che scava, scandaglia, cerca risposte. La voce del figlio, che non ha perso la pretesa di essere al centro dei pensieri della madre. Domande e risposte. Ma la domanda che più attanaglia la madre è inespressa e non ha risposte. La madre dovrà fare ciò che da sempre è abituata a fare. Accettare, comprendere, appoggiare l’impossibile. In un inutile e accanito girare intorno alla morte, con la necessità di capire e di dare un nome al luogo in cui si trova il figlio, per sapere se sta bene e se gli manca vivere.

Si parla, pagina dopo pagina, evitando l’utilizzo degli avverbi di tempo. “Mai”, “sempre”, “mai più” rappresentano qualcosa che perdura senza interrompersi. E l’idea dell’eterno, dell’irripetibile, sono concetti che dilaniano, che non vanno evocati. Come non si fa cenno al perché di quella morte prematura e piena di recriminazione. La madre si censura, sebbene sapere il perché le sia indispensabile.

Le parole sono balsamo, ma anche coltelli affilati, poiché hanno il potere di scoprire abissi in cui sprofondare. Le mani si aggrappano ai bordi, sanguinanti e infaticabili, ma poi scivolano e la morte finisce per intrappolare i pensieri. Si palesa, ride di noi, mortali, attanagliati dai ricordi e dalla inutile volontà di rappresentare tempi e luoghi in cui ritrovare chi non c’è più.

I temi che Yiyun Li affronta sono complessi e di non facile lettura. Difficile immedesimarsi in lei, che ha alle spalle il lutto più enorme e insopportabile che ci sia. Facile, tuttavia, rendersi conto del suo bisogno spasmodico di continuare a parlare con il figlio, che ha rifiutato la vita e l’ha gettata via, davanti agli occhi di chi invece gliel’ha donata. L’autrice cerca un modo per rendere sopportabile il distacco. Cerca un luogo in cui il figlio morto possa nuovamente esistere. E cerca anche di comprendere il perché della sua scelta. Cerca e trova il perdono. Cerca e trova i luoghi che travalicano il concetto di morte fisica e i canali attraverso i quali i vivi parlano con i non vivi.

Un dialogo mentale, metafisico, ultraterreno. Un ponte per perdonare e per comprendere. Un esercizio per lasciare andare, per rimediare, per correggere qualcosa che tuttavia non può ripetersi. Una lettura complessa e impegnativa, in cui si percepisce il bisogno che ha spinto l’autrice a scrivere. Un bisogno egoista, rivolto soprattutto a se stessa invece che al lettore, che mai come in questo romanzo è solo uno spettatore passivo. Una prosa dilaniata e dilaniante che ci avvicina al dolore con l’intenzione di renderlo sopportabile, vivibile. Un dolore che cerca una via d’uscita. Che cerca di non nuocere più, di essere accettato e accettabile. Che giunge a fortificare un animo distrutto per renderlo più forte. Purificato e proiettato verso l’infinito.


L’autrice

Yiyun Li è nata a Pechino nel 1972. Dopo la laurea in Medicina, si è trasferita negli Stati Uniti, dove ha conseguito un Master all’Iowa Writers’ Workshop. Per Einaudi ha pubblicato Mille anni di preghiere (vincitore del PEN/Hemingway Award e del Guardian First Book Award), I girovaghi (vincitore della medaglia d’oro del California Book Award per la narrativa) e Più gentile della solitudine. Il New Yorker l’ha inserita tra i venti migliori scrittori americani. NNE pubblicherà anche Where Reasons End.


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Traduzione: Laura Noulian
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 160

NELLE SUE OSSA di Maria Elisa Gualandris


Un delitto è come uno strappo che rompe l’equilibrio del cosmo, altera l’armonia delle proporzioni del creato ed è come se le leggi di bontà, verità e giustizia che ci tengono in piedi dovessero correre ai ripari; come le piastrine, che chiudono le ferite e bloccano l’emorragia, permettendoci di sopravvivere.

Trama

Durante un restauro, nella cantina di una villa sul lago vengono trovate ossa umane. Sono lì da almeno quarant’anni e nessuno ha idea di chi possano essere. La giornalista Benedetta Allegri si imbatte nella vicenda e spera che possa essere l’occasione per rilanciare la sua carriera precaria. Aiutata dall’affascinante commissario Giuliani, scopre che le ossa sono di Giulia Ferrari, una studentessa scomparsa nel 1978 che nessuno ha mai veramente cercato. La procura ha fretta di archiviare il caso e cerca di far ricadere la colpa su quello che all’epoca era il fidanzato della ragazza.

Benedetta, però, intuisce che la sua tranquilla cittadina di provincia nasconde molti segreti ed è pronta a tutto pur di giungere alla verità e ottenere giustizia per Giulia.


Recensione

E’ stato davvero piacevole leggere questa opera prima. Una storia che incuriosisce, che affonda le sue radici nel passato, una nutrita platea di personaggi che hanno permesso di leggere tante piccole storie dentro la storia principale, una prosa asciutta eppure coinvolgente. E poi lei, Benny, una protagonista davvero ottimamente costruita, che incarna meravigliosamente una generazione alla ricerca del suo posto nel mondo.

Come avrete capito, questo romanzo è davvero un piccolo scrigno di tesori. Ma andiamo con ordine.

Benny, al secolo Benedetta Allegri, è una giovane donna con la passione per il giornalismo, in particolare per la cronaca nera. Come spesso accade, passione e soldi non vanno di pari passo: Benedetta è una precaria. Vive sempre in bilico, tra bollette da pagare ed un futuro che si fa sempre più incerto. Costantemente costretta a dover dimostrare il suo valore, sta perdendo quello smalto e quella voglia di emergere a tutti i costi che in passato l’ha portata a mettere impegno e sacrificio davanti a tutto. L’incertezza, si sa, è contagiosa e Benny inizia a vacillare anche nella vita privata. Il rapporto con il suo ragazzo si sta sfilacciando e tutta la sua vita va a pezzi. Una vita che Benedetta dovrà ricostruire pezzo per pezzo, con coraggio, pazienza e intraprendenza.

Le ossa. In un thriller le ossa sono sempre l’avvisaglia di un passato misterioso che deve venire alla luce. Scavare nei misteri del passato è sempre un’ottima idea in un thriller, perché incuriosisce e dona alla lettura quel brivido che non può mancare. E mentre i segreti affiorano, inevitabilmente la posta in gioco si fa alta. Mentre i tasselli della storia vanno finalmente al loro posto, le anime tormentate troveranno pace e la verità riporterà la quiete a chi ha sofferto o è stato ingiustamente accusato di qualcosa che non ha commesso.

I personaggi. Il pianeta Benny ha diversi satelliti che le ruotano intorno. La sorella, che sta vivendo un momento di particolare tensione con il marito; i suoi amici più intimi, anch’essi alle prese con la loro vita, in cui insoddisfazione e incertezza sono in agguato; le persone che sono coinvolte nelle indagini, che permetteranno a Benedetta di togliere i veli che oscurano la vicenda sulla quale sta indagando. Ed infine, il commissario Giuliani, affascinante e misterioso, che le fa la corte e al tempo stesso cerca di tenerla alla larga dalle indagini.

Il risultato finale è un bel thriller, dove tensione e realtà di mescolano a danno vita ad un libro che si legge molto bene, che incuriosisce e che riesce anche a scendere nell’intimità della sua protagonista.

Un romanzo che è anche una sorta di diario, raccontato in prima persona e capace di scendere dentro alla vita di una giovane donna, che combatte per difendere il suo lavoro, per essere indipendente e per capire qual è la direzione che deve prendere la sua vita. Ed anche ben scritto, grazie ad una prosa efficace e semplice, che riesce a tenere alta l’attenzione del lettore e alla capacità di creare un insieme variegato e coerente che la dice lunga sulle capacità narrative dell’autrice, per la quale scrivere non è certo cosa nuova.

Insomma, la Gualandris ha fatto un ottimo lavoro! Buona la prima e chissà… magari sentiremo ancora parlare di Benedetta Allegri….


L’autrice

Maria Elisa Gualandris è laureata in Filosofia all’Università Cattolica di Milano, vive sul Lago Maggiore ed è una giornalista professionista. Scrive di cronaca nera e giudiziaria per diversi media locali. Ogni mattina conduce il programma “Giornale e Caffè” su Rvl La Radio. Nel 2016 ha creato il blog I libri di Meg per condividere la sua passione per la lettura. È stata finalista al concorso “GialloStresa” nel 2013 con il racconto Pesach, pubblicato nell’antologia Giallolago (Eclissi). Nelle sue ossa è il suo primo romanzo.


  • Casa Editrice: Bookabook
  • Genere: thriller
  • Pagine 311

OCCHI DI FERROFILATO (fresco di stampa) di Mauro Galliano


Iniziare un’autobiografia, quando sai che tanti ti leggeranno, può essere un’arma a doppio taglio affilatissima. Potresti sorprendere in un senso o nell’altro facendo ricredere chi aveva un’idea diversa sul tuo conto.

Trama

Ferrofilato è un ragazzino allegro e con una voglia di vivere da far invidia al mondo, che tra un calcio a un pallone e qualche brutto voto a scuola, si ritrova nel pieno dell’adolescenza ad affrontare un mostro che gli cambierà il resto della vita: la sclerosi multipla. All’inizio si sente come se fosse imprigionato in una scatola, senza aria e con la paura che gli avvolge l’anima, ma poi si rimbocca le maniche per vivere la sua vita malgrado le difficoltà. Nonostante la malattia, subdola e vigliacca, Ferrofilato non smette di desiderare di vivere la sua vita nel migliore dei modi assaporandola e non precludendosi niente, spingendo il piede sull’acceleratore fino alle estremità degli angoli più alti. Alle soglie del “trentennale” della sua malattia, il nostro Ferrofilato viene raccontato tramite i sentieri della sua vita, attraverso le varie fasi, prima e dopo l’ingresso della stronza. Si scoprirà un Ferrofilato migliorato nell’affrontare la malattia che rappresenterà una linea continua tracciata che il nostro protagonista, anche se a fatica, proverà a scavalcare con tutte le sue forze. Questo libro ha l’intenzione e non la presunzione di dare uno stimolo a chi, come il protagonista, convive con la disabilità fisica e dell’anima, uno stato che invoglia a gettare la spugna, proprio com’è capitato a Ferrofilato, che con le unghie e con i denti, giorno dopo giorno, lotta contro una montagna sempre troppo alta per lui, un mostro che va guardato dritto negli occhi per non farsi schiacciare.


Recensione

Cosa scatta in noi quando la vita ci sfida, ci mette alla prova?

Quando la luce vira improvvisamente al buio e ci sentiamo soli con un mostro da combattere che non ne vuole sapere di soccombere?

Se siete fortunati, potrebbe accadervi come a Ferrofilato, un ragazzino smilzo come il filo di ferro che vive con la sua famiglia in una Napoli multietnica e variopinta.

Ferrofilato, al secolo Tommaso, si trova la malattia addosso così, da un giorno all’altro. Il suo piccolo mondo crolla. Incredulità, rabbia, rassegnazione. Rifiuto, lacrime, preoccupazione.

Poi un giorno Ferrofilato decide che deve combattere la sua battaglia e scende in campo. A schivare colpi bassi. Ad anticipare le mosse della malattia. A cercare un sorriso tra le pieghe amare del suo volto, quando le cose si mettono male.

“Occhi di Ferrofilato” è una biografia che scorre incerta sul tono giusto da tenere. Dissacrante? Lamentoso? Sorprendente? Ironico? Alla fine in questo romanzo c’è un pizzico di tutto questo e chi lo legge potrà decidere in autonomia quale aspetto privilegiare, a seconda della sua sensibilità.

“Occhi di Ferrofilato” assomiglia ad una favola, che fa sorridere e che dona al lettore la sua morale. Leggendola il lettore cercherà affannosamente un lieto fine, perché Ferrofilato si merita di vincere e anche di gran lunga, sul suo avversario. Ma è anche una fotografia vera, reale e tangibile di un dramma personale.

Scrivere di simili esperienze non è certo facile, ma Mauro Galliano lo sa fare molto bene. Lontano dal voler suscitare commiserazione e tremendamente prossimo al riderci su, anche se con quel pizzico di amaro in bocca che hanno tutte le storie vere.

Un libro che non si accontenta di rimanere imprigionato nella vita del protagonista, ma che straripa, come un fiume in piena, per raccontare tanti aspetti curiosi della vita di una famiglia,  specchio che riflette una genuina e meravigliosa italianità, con un affresco divertente, dissacrante e vivo.

Un libro che è facile da leggere ma difficile da assimilare. Una storia di vita vissuta e un grande esempio di coraggio e di fiducia.


L’autore

Mauro Galliano è nato a Napoli, dove vive, nel 1973, si laurea alla facoltà di architettura dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II” ed esercita la libera professione ma nel tempo libero si dedica alla scrittura che diventa per lui una vera passione. Un bel giorno decide di far conoscere i suoi pensieri e pubblica il suo primo romanzo: Occhi di Ferrofilato (L’Erudita, 2018). Scrive racconti che sono stati inseriti in alcune antologie.

Vive con sua moglie Maddalena e una tenerissima meticcia nera di nome Piuma che ha portato nella loro vita tanta leggerezza.


  • Casa Editrice: Pan di Lettere
  • Genere: narrativa autobiografica
  • Pagine: 117

UN BACIO PRIMA DI MORIRE di Ira Levin


Riaprì gli occhi e vide il suo fazzoletto gonfiarsi ora che il vento lo sollevava sulla ruvida superficie della pietra. Lo agguantò. Girò su se stesso, corse verso la porta delle scale, prese il cappello e valigia in una mano e aprì la porta delle scale, prese cappello e valigia in una mano e aprì la porta coprendo la maniglia con il fazzoletto. Oltrepassò velocemente la soglia, riaccostò la porta e ripulì la maniglia interna. Si voltò e si precipitò giù per la rampa di scale.

Trama

I destini di una ricca famiglia newyorkese e di un arrampicatore sociale piacente e spregiudicato si intrecciano quando Dorothy, la figlia più giovane del magnate del rame Leo Kingship, si innamora di un compagno d’università di qualche anno più grande. Qualcosa va storto, però, perché Dorothy resta incinta prima del matrimonio, e i due ragazzi sono costretti a rivedere i loro piani per il futuro. Quello che Dorothy non sa è che i piani del suo fidanzato sono già fin troppo dettagliati, e inclinano pericolosamente dalla parte del denaro più che da quella dell’amore…

Un bacio prima di morire è il primo romanzo nato dalla penna (e dal genio) di  Ira ­Levin, l’autore di Rosemary’s Baby. Accolto alla sua pubblicazione, nel 1953, dagli elogi del New York Times e del New Yorker, fu premiato l’anno seguente con un prestigioso Edgar Allan Poe Award; nel corso degli anni la sua perfetta trama «hitchcockiana» ha ispirato due fortunate trasposizioni cinematografiche, la più recente, nel 1991, con Matt ­Dillon, Sean Young e Max von Sydow.


Recensione

Sono uscita dalla lettura di questo romanzo semplicemente estasiata. Dalla genialità della trama, dalla narrazione serrata, dalla audacia della storia, dall’accuratezza con cui l’autore costruisce l’impianto del romanzo, incentrato sulle deviazioni del narcisismo e della sete di denaro.

“Un bacio prima di morire” è costruito intorno ad un giovane uomo, la cui figura è centrale nel romanzo. L’autore lo tratteggia nei primi capitoli, dedicandogli una brevissima biografia che si rivelerà cruciale per comprendere i suoi moti interiori e tutto lo sviluppo successivo della storia.

Avvenenza, opportunismo e una madre adorante e accondiscendente, faranno sì che il nostro giovane aspiri ad una vita migliore, tra gli agi e la ricchezza. L’intelligenza non gli manca e nemmeno la capacità di sapersi ingraziare chi si dimostri capace di garantirgli un’esistenza facile, senza sudore e fatica, circondato da prestigio e riconoscimento sociale.

Con queste premesse la storia prende vita. Il nostro protagonista è un demone travestito da angelo. E’ capace di atteggiarsi in modi che confondono completamente i suoi intenti. Manipolatore eccelso, capace di leggere alla perfezione dentro gli altri, di vedere chiaramente le loro debolezze e di intuire le fragilità di chi ha di fronte, affondando con maestria laddove la carne è più debole.

Refrattario alla fatica e convinto che sia suo diritto accedere di diritto alla ricchezza e al prestigio sociale, non censura alcun mezzo che sia idoneo al raggiungimento dei suoi scopi. Sfrontato, audace, folle, impavido, spavaldo. Folle, visionario, senza alcun freno né filtro. Spietato, implacabile, crudele, senza scrupoli. Una personalità per certi versi affascinante ma inevitabilmente deviata. Avulso da ogni forma di indulgenza, compassione, empatia, rimorso. Eppure accattivante, candido, un’anima per certi versi semplice ma subdola e implacabile. Che non si scoraggia, che tenta, ritenta e insiste fino a che la sua preda non cade nella trappola. Un personaggio da incorniciare, che, seppur disdicevole nei suoi atteggiamenti, non si riesce del tutto ad odiare. Perché, inevitabilmente, desideriamo che non si arrenda, per vedere fino a che punto potrà spingersi nelle sue incredibili e perfide macchinazioni e per sapere se, in ultima analisi, la farà franca e si redimerà dai suoi peccati.

L’ambientazione, nell’America degli anni a cavallo tra il quaranta e il cinquanta del novecento, dopo la guerra e nell’impeto abbacinante della “beat generation”, è l’altro acuto del romanzo. I personaggi si muovono nell’ambiente universitario americano, dove i vagiti della liberazione sessuale si fanno timidamente sentire ma che sono tuttavia soffocati dal perbenismo che comunque imperversa ancora. E’ un momento topico per l’America, che dovrà decidere se lasciarsi andare alla liberazione sessuale, al femminismo e alla lotta per i diritti umani oppure lasciarsi trattenere nelle paludi della tradizione. I fatti narrati si inseriscono perfettamente in questo momento storico e saranno la miccia che innescherà l’incendio.

La trama non può essere accennata perché il rischio di anticipare qualcosa è altissimo. Vi basti tuttavia pensare ad una storia che risucchia dentro ai suoi tentacoli, un vortice dal quale ci si libera solamente con la morte.

Ira Levin, con questa sua opera prima, anticipa al pubblico le sue doti narrative, che saranno definitivamente consacrate con i suoi successivi romanzi. Con incursioni nel genere giallo, nel thriller psicologico e nel romanzo di formazione, “Un bacio prima di morire” è una vera e propria perla che fa scuola, sia per i colpi di scena che per la tensione narrativa che esprime. Difficile trovare simili gemme nel panorama letterario internazionale, senza scomodare mostri sacri quali Ellery Quenn e Agatha Christie. Facile invece innamorarsi e lasciarsi rapire da questa pagine cariche di suspense, che non si faranno dimenticare facilmente.


L’autore

Ira Levin (1929-2007) è stato un romanziere e drammaturgo statunitense. Tra i suoi libri: Rosemary’s Baby, I ragazzi venuti dal Brasile (entrambi già pubblicati da BIG SUR), Un bacio prima di morire, La donna perfetta, Questo giorno perfetto. Elogiato da scrittori come Chuck Palahniuk, Stephen King e Truman Capote, nella sua lunga carriera letteraria ha vinto il Prometheus Award e, per tre volte, l’Edgar Allan Poe Award.


  • Casa Editrice: Edizioni Sur
  • Collana: BigSur
  • Traduzione: Daniela De Lorenzo
  • Genere: thriller
  • Pagine: 347
  • Prima edizione: 1953