EMIGRANTE PER DILETTO di Robert Louis Stevenson


Siamo tutti pronti a ridere dell’aratore in mezzo ai Signori; bisognerebbe però immaginarsi il Signore in mezzo agli aratori.

Trama

In questo breve testo, Stevenson racconta alcuni episodi del suo viaggio verso l’America intrapreso nel 1879. Una volta lasciato il porto di Glasgow, l’autore si immerge nelle storie della gente che incontra nella terza classe della nave, riflettendo, con l’occhio critico dell’intellettuale, sui possibili motivi che hanno portato i suoi connazionali a lasciare il Regno Unito alla volta degli Stati Uniti. Il risultato è una fotografia nitida e critica delle condizioni sociali e della classe lavoratrice scozzese in epoca vittoriana.


Recensione

Leggere o rileggere questi scrigni provenienti dal passato è una vera gioia per gli occhi. Alla casa editrice 13Lab va il pregio di riportare alla luce delle vere e proprie chicche; molti nomi altisonanti della letteratura (accenno solo a Alcott, Gogol, Conan Doyle, Hoffmann e adesso anche Stevenson) vivono una nuova primavera grazie alle pubblicazioni di questa casa editrice, che rispolvera i loro scritti meno noti e ci li regala, a rinverdire le nostre memorie e a rinnovare il piacere di rileggere dei classici intramontabili.

Robert Louis Stevenson, padre dei celeberrimi “L’isola del tesoro” e  “Dottor Jekill e Mr. Hyde”, fu anche un acuto e curioso narratore di racconti di viaggio, che, nell’epoca in cui visse, erano più simili ad avventurose odissee che ai subitanei trasferimenti lampo a cui siamo abituati oggi, veri e propri salti nel tempo che annullano in toto l’esperienza della migrazione intesa come passaggio.

In “Emigranti per diletto” l’espressione del viaggio come esperienza totalizzante e come mezzo di condivisione raggiunge il suo apice. Stevenson fa del viaggio il pretesto per regalarci uno spaccato dell’epoca in cui visse. Stevenson descrive minuziosamente i suoi compagni di viaggio, il loro modo di vivere, di pensare, i loro vizi e virtù e per farlo meglio viaggia in seconda classe, nella pancia materna e lugubre di un piroscafo che attraverso l’Atlantico verso l’America.

Dalle profondità dei corridoi maleodoranti e dai ponti esterni spazzati dal vento, l’autore ci mostra i suoi compagni di viaggio, i loro sogni di emigranti e la loro vita, misera eppure ricca di molteplici spunti vividi e sorprendenti. Stevenson ottiene dalle vite di questi viaggiatori uno studio sociologico piuttosto illuminato, estrapolando una serie di riflessioni sulle distinzioni di classe e più in generale sulla pregnante dignità, saggezza e pigrizia dei poveri.  Ne esce un quadro insolito e progressista della filosofia di vita del terzo stato, catalizzatore inaspettato di enormi ricchezze quali la capacità narrativa, la gentilezza, la generosità, la pazienza. Ma anche, d’altro canto, una gretta e semplicistica rappresentazione dei suoi mali, risolvibili, a parere della classe lavoratrice, solamente con una Rivoluzione. Rivoluzione da farsi senza il suo apporto ma solo per mezzo di un improvviso e devastante evento esterno grazie al qual poter continuare a rimanere rispettabili e pigri.

Stevenson riassume con questo concetto anche la scelta e l’aspirazione di emigrare in America, riuscendo a dare al lettore un quadro lucidissimo della società del tempo, che risulta ancora molto attuale.

“Emigrante per diletto” non è assolutamente, dunque, solo un resoconto di viaggio, ma anche e soprattutto uno studio efficacissimo delle condizioni sociali della società vittoriana, gradevolissimo da leggere e utile per approfondire un pezzo della nostra storia.


L’autore

Robert Louis Stevenson nacque a Edimburgo nel 1850. Influenzato dai classici francesi e interessato alla storia scozzese, cominciò la propria carriera di scrittore. Nel 1883 pubblicò “The treasure island”, seguito qualche anno più tardi da un altro capolavoro, “The doctor Jekill abd Mr. Hyde” (1886). Oltre che alle note opere di narrativa, Stevenson si concentrò anche sulla stesura di alcuni racconti di viaggio, come “Across the plains”(1892)  e “The amateur emigrant”, pubblicato nel 1895, anno della morte dello scrittore.


  • Casa Editrice: 13Lab Milano
  • Traduzione: Daniele Cassis
  • Genere: classici
  • Pagine: 135

L’ISOLA DELLE ANIME di Johanna Holmstrom


“A volte penso che sia una sfortuna nascere donna. Deboli fisicamente, ma allo stesso tempo seducenti per gli uomini. Cos’ seducenti da renderli deboli nella testa, ma in generale la forza non manca loro quando si prendono ciò che vogliono. E non fa differenza quanto sia forte una donna, perché un uomo è sempre più forte; né quanto lei sia buona, o coraggiosa, o chi sia o da dove venga. Riusciranno sempre a buttarla a terra  e approfittare di lei. E poi lei striscerà nel fango, che si trovi in alto o in basso“.

Trama

Finlandia, 1891. Una notte, ai primi di ottobre, una barchetta scivola sull’acqua nera del fiume Aura. A bordo, Kristina, una giovane contadina, rema controcorrente per riportare a casa i suoi due bambini raggomitolati sul fondo dell’imbarcazione. Le mani dolenti e le labbra imperlate di sudore, rientra a casa stanchissima e si addormenta in fretta. Solo il giorno dopo arriva, terribile e impietosa, la consapevolezza del crimine commesso: durante il tragitto ha calato nell’acqua densa e scura i suoi due piccoli, come fossero zavorra di cui liberarsi.

La giovane donna viene mandata su un’isoletta al limite estremo dell’arcipelago, dove si erge un edificio, un blocco in stile liberty con lo steccato che corre tutt’attorno e gli spessi muri di pietra che trasudano freddo. È Själö, un manicomio per donne ritenute incurabili. Un luogo di reclusione da cui in poche se ne vanno, dopo esservi entrate.

Dopo quarant’anni l’edificio è ancora lì ad accogliere altre donne «incurabili»: Martha, Karin, Gretel e Olga. Sfilano davanti agli occhi di Sigrid, l’infermiera, la «nuova». I capelli cadono intorno ai piedi in lunghi festoni e poi vengono spazzati via, si apre la cartella clinica della paziente, ma non c’è alcuna cura, solo la custodia. Un giorno arriva Elli, una giovane donna che, con la sua imprevedibilità, porta scompiglio tra le mura di Själö. Nella casa di correzione dove era stata rinchiusa in seguito alla condanna per furti ripetuti, vagabondaggio, offesa al pudore, violenza, rapina, minacce e possesso di arma da taglio, aveva aggredito le altre detenute senza preavviso. Mordeva, hanno detto, e graffiava.

L’infermiera Sigrid diventa il legame tra Kristina ed Elli, tra il vecchio e il nuovo. Ma, fuori dalle mura di Själö la guerra infuria in Europa e presto toccherà le coste dell’isola di Åbo.

Magnifico romanzo che muove da un luogo realmente esistito, L’isola delle anime è una commovente storia sul prezzo che le donne devono pagare per la loro libertà. Un inno alla solidarietà, all’amore e alla speranza.


Recensione

Sono stata inghiottita dalle pagine di questo romanzo immediatamente, fitte di una prosa trascinante, che non lascia scampo. Cadenzata, ferma, illuminata. Dolorosamente minuziosa. Parole capaci di inchiodarti senza che sia necessario scendere a patti con il bisogno di destare sensazione. Tanti racconti di sofferenza, di esclusione, di paura, di stanchezza e di solitudine. Racconti di donne, messe ai margini, lasciate sole a gestire qualcosa di spaventosamente grande. Racconti che scavano nel passato ma che non si fatica a contestualizzare nel nostro presente, che non è mai del tutto pronto ad accogliere le mille sfaccettature dell’essere donna.

Perché nelle tragedie di queste donne del passato è facilissimo rivedersi. Poiché le loro storie sofferte non sono molto cambiate da allora. Depressione, solitudine, inadeguatezza, traumi, disagi e abusi. Allora, come adesso.  Adesso, come allora, risulta così semplice puntare il dito. Condannare invece di comprendere.

Escludere e punire invece di accogliere e comprendere.

Le storie delle donne di Sjalo sono scritte con un inchiostro rosso, salato di lacrime e vermiglio di sangue.

Sjalo è un luogo di correzione. Un ospedale psichiatrico dove si praticano metodi discutibili per guarire le anime di donne e ragazze, la cui vita è stata annientata dalla colpa. Infanticidio, omicidio, lussuria, follia, depressione. Donne e ragazze accusate anche solo di essere diverse. Troppo allegre o troppo tristi. Troppo belle o troppo esuberanti. Vite spezzate da vicende impietose e piegate dagli abusi. Vite annientate, messe a tacere. Donne lasciate sole a cercare di sopravvivere senza mezzi, senza niente.

Kristina è una di queste. La follia di un attimo ha distrutto la sua vita e quella dei suoi bambini. Nessuno si è mai preso cura di lei, né i genitori, né il compagno. Nessuno si è preso la briga di parlarle. Nessuno si è accorto di lei e della sua sofferenza.

E poi c’è Elli, rifiutata dai propri genitori a causa della sua condotta scandalosa, che vuole disperatamente andarsene da quel luogo di non ritorno. Disposta ad accettare l’impensabile pur di lasciare Sjalo.

Le loro storie, come quelle delle loro compagne di sventura, toccano il cuore in profondità, a rappresentare la sottile linea che divide la lucidità dalla follia. A volte è un giudice impietoso a decidere dove stia questo confine, mentre  spesso proprio il caso a stabilire se ci si trovi da una parte o dall’altra.

Eppure ognuna di queste donne ha in sé un mondo intero, fatto di rimpianti, di dolcezza, di incredulità e di speranza. I ricordi della loro infanzia, di un amore rubato, della dolcezza di un abbraccio. Il rimorso di una scelta sbagliata e la consapevolezza di essere state lasciate sole a decidere, dentro ad un purgatorio che non ha fine.

Non c’è perdono, non c’è espiazione, solo l’impotenza di non potersi difendere, di non poter esprimere il proprio disagio e la propria sofferenza.

Johanna Holmstrom ci consegna un diario intimo, crudele e sofferto in cui troneggia l’impotenza e le difficoltà di essere donne, in un’epoca che prende le mosse sul finire del XIX secolo fino alla metà del secolo scorso. E mentre tutto cambia intorno alle donne di Sjalo e la guerra imperversa e distrugge vite umane, tutto rimane altrimenti immutato. Un tunnel buio e interminabile dove tuttavia brilla una tenue luce.

Il finale restituisce una lacrima di umanità alla storie di queste donne. A quelle che sono rimaste in vita, che non si sono lasciate piegare.

Un romanzo crudo e crudele che scuote gli animi di chi si affaccia dentro alle sue storie. Un’opera davvero indimenticabile, piena di una sensibilità che taglia la pelle in profondità, la dove il sangue è più scuro e più denso. Una trama che si snoda tra presente e passato e che scandaglia gli animi delle protagoniste con la spietatezza di un coltello affilato e la rude dolcezza di una carezza che consola e rinfranca.

La penna di Johanna Holmstrom trasuda pietà e dispensa l’assoluzione dei peccati. Una penna che sa cosa sia la compassione e che non teme di sviscerare luci ed ombre dell’anima di una donna.

Del resto chi meglio di una donna conosce la tirannia di dover essere sempre presenti a se stesse, senza passi falsi. Johanna Holmstrom canta la dannazione di essere donne, oggi come ieri. Una condanna che non può che urlare e palesare la sua forza e che non si consuma dietro le sbarre ma dentro il silenzio e l’invisibilità. Ai margini. In solitudine.


L’autrice

Johanna Holmström è nata nel 1981 e cresciuta a Sibbo sulla costa meridionale della Finlandia di lingua svedese. Dal suo debutto a 22 anni, ha vinto il premio letterario Svenska Dagbladet e il premio letterario svedese YLE.


  • Casa Editrice: Neri Pozza
  • Traduzione: Valeria Gorla
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 368

BEETHOVEN di Rocco Di Campli

La nostra storia comincia in una serata di dicembre di due secoli e mezzo fa, nella città di Bonn, dentro a una palazzina in stile barocco. Siamo al numero 515 di Bonngasse. La città ha appena dato i natali a Ludwif Van Beethoven ma non è ancora pronta ad accogliere nel grembo questo figlio d’arte, non è ancora consapevole di cosa stia davvero succedendo.

Trama

Ludwig Van Beethoven fu uno dei più grandi geni mai esistiti, secondo l’opinione di molti, il più grande musicista di tutti i tempi. Il suo contributo fu inestimabile, la parabola artistica inseparabile dal suo percorso umano. Beethoven fu il primo musicista “indipendente” della storia. Compose per sé, non per i committenti, e per esprimere i palpiti segreti dell’anima. Ponendo se stesso al centro della propria opera, divenne una figura eroica, riversando nella musica i propri affanni personali e trasformandoli in un messaggio di pace e di speranza universale. Questo volume è un viaggio per accostarci a Beethoven, scandagliandone l’animo e le sfaccettature della complessa personalità. A partire dalla descrizione delle caratteristiche fisiche, attraverso la ritrattistica e le testimonianze di personaggi coevi (come Rossini), conosceremo il Maestro affrontando vari aspetti della sua esistenza: il quadro storico, le vicende politiche, gli amori, le amicizie, il coinvolgimento con gli ideali illuministi, gli slanci emotivi e gli influssi sui futuri romantici.


Recensione

Di Beethoven è stato scritto tantissimo. Genio assoluto della musica, uomo dalla vita tormentata, burbero, caparbio, destinato all’immortalità. Una vita consacrata all’arte della musica. Un musicista geniale e trasgressivo, che il destino ripaga con la sordità, quasi a sottolineare la natura divina delle sue note, mescolate in combinazioni sublimi e irripetibili, così meravigliose da accostarsi alla perfezione o alla magia, rifuggendo la matrice umana, rigettata appunto dalla sordità del suo illuminato artefice.

Un artista assoluto, che ha rivoluzionato la musica, che ha creato suoni mai ascoltati prima da orecchio umano. Un artista immortale, la cui musica viaggia nello spazio dentro alla capsula del tempo delle sonde Voyager, ad indicare l’eccellenza e l’estasi che un uomo può essere in grado di produrre. Un uomo che in vita fu tormentato da molti tarli e che adoperò la musica per scacciarli, consapevole di avere tutti i mezzi per rivoluzionare il mondo dei suoni e la concezione stessa di musica.

Questa biografia, accurata ed entusiasmante, mostra tuttavia alcuni lati inediti proprio per la sua struttura.

Il susseguirsi dei capitoli, che segue un preciso schema cronologico. L’abbondanza di riferimenti storici, così pregnanti per l’intera vita del musicista, che fu anche interessato e conoscitore degli eventi politici del tempo. Costellata da riferimenti testuali e bibliografici e da citazione di personaggi coevi al maestro. Con la precisa evidenza dell’intera produzione artistica del periodo. Rocco Di Campli fa davvero un lavoro certosino e si immerge nell’intima quotidianità di un genio, che subì l’indigenza economica e che mai conquistò una relazione amorosa duratura e stabile, mancanza che compensò consacrando alla musica l’intera sua vita.

Una biografia che riesce a tenere alta l’attenzione di chi legge dall’inizio alla fine, grazie alla freschezza della prosa utilizzata, alle curiosità e agli aneddoti che sovente propone al lettore e, non ultima, alla passione e all’entusiasmo dell’autore che traspare dalle pagine senza alcuna remora. Un entusiasmo e una passione altamente contagiosi.

Del resto la vita di Beethoven è affascinante. Non solo per la genialità e la meraviglia della sua produzione artistica,  ma per la sua complessità e la sua tragedia. Immaginarsi di comporre musica immortale non potendola ascoltare. Creare musica sentendola da dentro, immaginandola, è un concetto che sfiora l’assurdo e che racchiude l’intensità e la unicità di questo genio assoluto.

Rocco di Campli riesce nell’intento di scrivere l’ennesima biografia di Beethoven con grande maestria e freschezza regalando al lettore anche dei focus delle sue opere, in particolare  le nove sinfonie, ma anche le sue sonate. Insomma, Di Campli riesce a confezionare un’opera completa e ben fatta, che si legge con facilità e profondo interesse. Certo, non si nega che questo sia anche merito del protagonista, un artista poliedrico e tormentato. Ma ciò non toglie il valore di questa biografia, che è davvero un’opera completa, che merita di essere letta.

Il risultato della lettura è un’empatia istantanea verso Beethoven, le sue debolezze e le sue incredibili virtù. Di Campli riesce nell’impresa di umanizzare questo sublime e immortale genio musicale, di avvicinarlo al lettore, di spogliarlo di un’aura di perfezione che non ha mai avuto nella realtà. Una sorta di riabilitazione di un genio per restituirlo alla sua dimensione umana.


L’autore

Rocco Di Campli. Ingegnere meccanico, coltiva da sempre la sua passione per la musica sinfonica. La storia e la musica di Beethoven lo hanno coinvolto da sempre, fino a farlo diventare un profondo esperto. Ha tenuto conferenze sulla figura del grande musicista.


  • Casa Editrice: Diarkos
  • Genere: biografia
  • Pagine: 474

UN ESPERIMENTO D’AMORE di Hilary Mantel


Nella nostra generazione, cresciuta negli anni Sessanta, abbiamo sviluppato in fretta una doppia vita. Eravamo donne vestite da bambine, atee che andavano a Messa, vergini in via ufficiale e libertine de facto. Non era un inganno; era dualismo. Ci siamo cresciute dentro. Carne e spirito, ambizione e umiltà.

Trama

Carmel McBain è figlia unica di genitori cattolici di origine irlandese appartenenti alla classe operaia. Rispetto a ciò che la vita nella loro desolata cittadina ha da offrire, sua madre per lei aspira a qualcosa di più: ha grandi ambizioni per la figlia, ed è determinata a superare le rigide barriere sociali dell’Inghilterra. E così spinge Carmel a ottenere una borsa di studio per la scuola del convento locale e poi a sostenere gli esami per un posto alla London University. E Carmel non la delude. Ma il successo ha un prezzo non indifferente: Carmel comincia un viaggio solitario che la porterà il più lontano possibile da dove è partita, sradicandola dai legami di classe e luogo, di famiglia e di fede. In fondo, sradicandola da se stessa. Nella Londra di fine anni Sessanta, sperimentando un passo alla volta la libertà, si confronterà con preoccupazioni del tutto nuove – sesso, politica, cibo e fertilità – e si troverà coinvolta in una grottesca tragedia.

Un romanzo inedito di Hilary Mantel: l’autrice della monumentale trilogia sui Tudor si allontana dalla narrativa storica per addentrarsi in territori squisitamente contemporanei raccontando luci e ombre dell’amicizia al femminile fra complicità, gelosie, crudeltà autoinflitte. Con l’acume che la contraddistingue Hilary Mantel esamina la grande sfida imposta dalla società alle giovani donne: ragazze che desiderano il potere degli uomini ma temono di abbandonare ciò che è appropriato per loro, mentre vengono spinte a eccellere, ma sempre senza emergere troppo.


Recensione

Essere donne è una sfida esaltante ma estremamente faticosa. Lo è adesso come lo era qualche decennio fa, quando la liberazione sessuale iniziava a farsi strada e il movimento femminista era all’apice della lotta contro il preconcetto e le convenzioni.

Mai come in questo frizzante e amaro romanzo si ha la percezione chiara di cosa potesse significare crescere alla fine degli anni sessanta. Stare in bilico tra ambizione e consuetudine, tra dogmi religiosi e pulsioni di vario tipo, non ultime quelle legate al sesso.

Attraverso la forma colloquiale e intima del diario, Carmel racconta la sua vita, dai primi anni dell’infanzia fino all’università, passando per gli anni critici e incerti della pubertà, dell’adolescenza e della prima giovinezza.

Siamo alla fine degli anni sessanta e il mondo è in fermento: i giovani hanno attraversato la fase della contestazione, le ragazze hanno indossato jeans e minigonne, abbracciato fedi politiche nuove, infilato sigarette tra le labbra. Hanno scoperto di avere un corpo attraverso il quale cogliere il piacere. Grazie al quale hanno imparato ad esercitare un potere indicibile nei confronti dell’altro sesso. Si sono affacciate a nuove concezioni di vita, in cui la necessità di una cultura si fa pregnante. Dove l’ambizione a ricoprire professioni cruciali è del tutto normale. Frequentano l’università, fanno l’amore, prendono le prime pillole anticoncezionali, perché il sesso, seppure imprescindibile, ha pur sempre in sé il terribile spauracchio di una gravidanza indesiderata. Le ragazze prendono la pillola e non sanno esattamente come nascono i bambini, perché di questi argomenti ancora non si può parlare liberamente.

Le giovani donne del tempo sanno di aver tra le mani un enorme potere ma non sanno ancora bene come usarlo a loro beneficio. Perché i retaggi del passato sono macigni da spostare e con essi le credenze religiose, dettami che vogliono soffocare le naturali inclinazioni giovanili e che invece finiscono per renderle ancora più attraenti.

L’autrice srotola la vita di Carmel con grande accuratezza, decisa a fornirci l’esatto quadro familiare e sociale della protagonista. Cresciuta in una famiglia appena poco più che indigente, con una madre burbera e assediata dal bisogno di primeggiare e un padre inesistente, che passa il tempo libero a comporre puzzle e che cesserà di guardare Carmel come figlia a partire dal suo menarca.

Carmel dovrà fare proprie le manie di grandezza della madre. Frequenterà una scuola cattolica grazie a una borsa di studio, che otterrà per compiacerla e andrà all’università per gli stessi motivi, decisa a essere una brava studentessa. Nella vita di Carmel e delle sue compagne non c’è che lo studio e il bisogno di essere sempre all’altezza delle aspettative. Ma la loro è un’ambizione castrata dalla consapevolezza che comunque dovranno trovarsi un marito, crescere i figli e aspirare al massimo a fare l’insegnante o l’infermiera. Perché alla fine non si sfugge al destino di essere femmina, anche se si ha una laurea.

La vita universitaria, tuttavia, offre a Carmel e alle altre una via di fuga dal loro passato familiare. L’aria che respirano sa di libertà e con essa arriveranno la politica, la trasgressione, il sesso, la contraccezione.

E’ un’aria piena di ossigeno ma anche di inquietudine e di difficoltà a ritrovarsi e a riconoscersi. Ognuna di loro troverà il suo antidoto all’incertezza e all’ignoranza e la scoperta non sarà indenne da traumi. Il prezzo da pagare per un soffio di indipendenza sarà altissimo e i risvolti delle dinamiche che si creeranno tra le compagne saranno tragici e grotteschi.

Se ne ricava un senso di impotenza. Come se una molla potentissima ci trascinasse comunque indietro, al punto di partenza, nonostante gli sforzi enormi per allontanarsene.

Hilary Mantel costruisce una storia che lascia l’amaro in bocca, nonostante spesso ci faccia anche sorridere. Difficile non ritrovarsi nei drammi esistenziali di queste ragazze degli anni Sessanta, perché sono gli stessi drammi che in qualche misura chi è un po’ più grande ha in qualche modo vissuto.

Mi riferisco alla crudele dicotomia che emerge dall’ osare senza volerlo fare davvero. Dal cambiamento che eccita e che spaventa al tempo stesso. Dalla voglia di tagliare con il passato e dal timore di infrangere tabù difficili da sradicare, quelli che poi ti bruciano e ti annientano.

La storia delle donne è spesso un percorso a dente di sega: un passo avanti e due indietro; quell’incedere faticoso e malato che alla fine ti fa desistere. Che ti riporta verso il matrimonio, i figli e la sicurezza di una casa, le cui pareti sono gabbie dorate dalle quali guardare senza essere viste.

Carmel ripensa alla sua vita proprio da quelle sbarre e la fa con amarezza,  con un senso di incompiuto e di inutilità. Le lacrime, il dolore, la perdita sono tutte cose da mettere in conto, per poi tirare una somma.

E in questa somma sta la grandezza e l’inutilità di essere donna. Stanno i tentativi fatti per mordere la vita, dove è più tenera e succosa. Sta una vittoria o una sconfitta. A seconda se le braccia robuste e graffianti dell’abitudine sono riuscite a trascinarci in gabbia oppure no. A seconda se abbiamo dato motivo al rimpianto di farsi grande e schiacciante.

Con una prosa asciutta e a tratti ironica e crudele,  Hilary Mantel ci consegna il testamento di Carmel McBain, che visse una giovinezza coraggiosa e appagante, che vide parecchi sogni infrangersi e la sua ingenuità sgretolarsi sotto i colpi della realtà. Lei si salvò, in qualche modo, dai graffi delle sue esperienze ma vide soccombere più di una persona.

Un ritratto di una società bigotta che tenta con ogni mezzo di non farle vedere l’orizzonte, inducendola a tenere lo sguardo a terra, perché la luce non giunga ad accecarla. Che la luce divampi, però, dipende solo da noi, questo ci è sempre stato chiaro. Carmel è tutte noi.


L’autrice

Nata nel Derbyshire nel 1952, Hilary Mantel ha scritto tredici romanzi, fra i quali spicca la fortunata trilogia sulla dinastia Tudor, composta da Wolf Hall, Anna Bolena, una questione di famiglia (entrambi insigniti del Man Booker Prize) e Lo specchio e la luce. Dai primi due volumi la BBC ha tratto l’apprezzata serie tv Wolf Hall, che ha vinto il Golden Globe 2016 come miglior miniserie. Oltre alla trilogia, Fazi Editore ha pubblicato anche La storia segreta della Rivoluzione, imponente opera in tre volumi sulla Rivoluzione francese, Al di là del nero, una commedia nera di ambientazione contemporanea, e Otto mesi a Ghazzah Street, romanzo di stampo autobiografico ambientato nel mondo saudita.


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Traduttrice: Giuseppina Oneto
  • Data di uscita: 6 maggio 2021

LA TERZA VITA DI GRANGE COPELAND di Alice Walker


Non le avrebbe mai detto che la terra sulla quale lei posava i piedi, e che un giorno sarebbe stata sua, era stata comprata con sangue e lacrime. Non gliel’avrebbe mai detto perché lei avrebbe potuto credergli, e perché con Ruth aveva imparato una lezione inestimabile sull’odio: che l’odio si poteva insegnare solo ispirandolo.

Trama

Schiacciato dai debiti e mosso dal proprio carattere intemperante e autodistruttivo, il mezzadro di colore Grange Copeland lascia la moglie e il figlio Brownfield per cercare fortuna al Nord. Anni dopo, sconfitto per la seconda volta nella sua ricerca di una vita migliore, fa ritorno nella contea di Baker, in Georgia, solo per scoprire le terribili conseguenze degli errori del passato: ora Brownfield ha a sua volta una moglie e delle figlie, sulle quali sfoga brutalmente le frustrazioni dell’abbandono e della povertà. In un mondo in cui l’ingiustizia e il ciclo della violenza sembrano non avere mai fine, sarà il legame con la nipotina Ruth a restituire a Grange il rispetto di sé e a fargli riscoprire il valore dell’amore e della compassione.

Ispirato a un fatto realmente accaduto, La terza vita di Grange Copeland è il romanzo d’esordio di Alice Walker: una saga familiare commovente e senza tempo, che annuncia molti dei temi più cari all’autrice. Nell’idillio tra Grange e Ruth, nei loro dialoghi «filosofici» su Dio e sulla società, sulla bellezza e sulla libertà umana, il lettore riconoscerà un’eco delle indimenticabili pagine dedicate a Celie e Shug, le protagoniste del Colore viola.


Recensione

Quando Alice Walker scrive il suo primo romanzo molti dei temi che affronta in “La terza vita di Grange Copeland” sono ben lungi dall’essere risolti. Negli anni sessanta l’America vive ancora lo scempio della segregazione razziale, che nel sud è ancora più radicata, nonostante si assista sempre con più frequenza ai primi vagiti della contestazione che prenderà forza solo successivamente.

Questo per sottolineare che “La terza vita di Grange Copeland”  va necessariamente contestualizzato in un momento storico di enorme sofferenza per le persone di colore (e per le menti progressiste in genere), le quali, mentre pian piano prendono coscienza della loro situazione, sono tuttavia schiacciate a terra da secoli di sottomissione.

Questo romanzo è una lettura necessaria. Per comprendere la storia recente e anche per cogliere l’enorme forza dirompente e l’incredibile coraggio di questa storia.

Una storia tenuta insieme dall’odio, potentissimo collante. Oscuro movente di violenza e di abbrutimento. Causa ed effetto di una condizione di vita che cede il passo alla schiavitù, mutuandone le mosse e i fatti.

L’odio dei bianchi verso i neri e dei neri verso i bianchi. L’odio di chi ti tiene in pugno. Di chi ti schiaccia come un insetto. Di chi non ti vede e non sente il tuo grido di dolore.

L’odio annienta l’uomo che perde la sua connotazione principale: la dignità. L’odio scatena solo altro odio, che va a riversarsi sui propri simili, mettendo in scena una catena maligna e ininterrotta di violenza.

Grange Copeland vive in una situazione di perenne oppressione. Costretto la lavorare duramente per pochi spiccioli, a vivere in una baracca di lamiera, incendiata dal sole in estate e sferzata dal gelo in inverno, a sopravvivere a stento, lottando con la fame e gli stenti. La vita giorno dopo giorno gli toglie tutto e lo induce a sfogare la sua frustrazione sulla moglie e sul figlioletto Brownfield.

Nemmeno la fuga verso il Nord placherà l’odio di Grange. Anni dopo, quando tornerà a casa, avrà l’amara sorpresa di trovare il figlio stretto dentro la stessa spirale di odio e di rabbia.

La storia, come spesso accade, si ripete. Ma Grange troverà la forza di cambiare. Grazie alla vicinanza della nipotina Ruth, Grange diventerà un altro, ergendosi a scudo per la piccola Ruth.

“La terza vita di Grange Copeland è una storia di rinascita. Grange compie un piccolo miracolo arrivando a capire che l’odio e la violenza sono in fondo armi che gli sparano contro. L’amore, la comprensione, la vicinanza sono invece i mezzi che porteranno le persone di colore alla consapevolezza dei propri diritti.

Una prosa potente, che non teme di incrinare gli animi reazionari dell’America del tempo e che giunge fino a noi con la stessa forza e la stessa capacità di sorprendere di allora. Con lo stesso coraggio e la stessa determinazione.

Alice Walker spezza molte catene con le sue parole, forse ancor più che con la forza. Alice Walker urla il suo messaggio con efficacia e dipinge senza fatica un mondo buio, gretto, che sembra aver perso qualsiasi umanità. Con la voce graffiante di chi ha affrontato i demoni del pregiudizio, riesce a far ammutolire chiunque si accosti al suo libro, rappresentando ciò che di più abbietto possa esistere.

Un romanzo dirompente che instilla dolore senza risparmiare niente e che mostra al mondo gli effetti devastanti dell’odio, che abbrutisce l’uomo e lo trasforma in una bestia sanguinaria.

Eppure in fondo al tunnel si intravede una fiammella: è l’amore di Grange per Ruth. E’ la consapevolezza dei propri errori, che hanno assecondato i peggiori istinti del proprio carnefice. E’ la presa di coscienza che insieme si può lottare; che la propria voce, seppur debole, diventa un coro assordante se unita alla voce dei propri simili. E’ il poter credere che al mondo può esserci ancora un briciolo di amore.


L’autrice

Alice Walker è nata nel 1944 a Eatonton, in Georgia. Autrice di oltre trenta libri fra romanzi, racconti, saggi e raccolte di poesie, è nota anche per il suo impegno femminista e pacifista. In italiano sono già apparsi Non puoi tenere sottomessa una donna in gamba (Frassinelli), Il tempio del mio spirito, Possedere il segreto della gioia e Nella luce del sorriso di mio padre (Rizzoli), e Non restare muti (Nottetempo). Per SUR, dopo Il colore viola, sono di prossima pubblicazione anche i suoi primi due romanzi, La terza vita di Grange Copeland (1970) e Meridian (1976).


  • Casa Editrice: Sur Edizioni
  • Traduzione: Andreina Lombardi Bom
  • Data di uscita: marzo 2021
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 356

X di Valentina Mira



Aspetto che quella stupida seppia che è la notte m’inchiostri gli occhi e soprattutto li inchiostri agli altri, a quelli che non devono vedere.

Trama

X è un romanzo e una lettera.

Valentina scrive al fratello con cui non parla da anni per raccontargli quello che ne è stato di lei e soprattutto quello che non ha avuto il coraggio di dirgli in passato.

Torna all’estate del 2010, l’estate della sua maturità. C’è una festa, alcol e nelle casse la musica degli ZetaZeroAlfa, band di riferimento di CasaPound. La musica l’ha messa G., amico di tutti lì, anche di Valentina, ottimo studente della scuola cattolica nonostante la celtica al collo (è pur sempre una croce, del resto, e in quell’ambiente non è grave quanto un orecchino indossato da un ragazzo).

G. quella notte diventa uno stupratore. Uno stupratore normale in un quartiere normale di un paese normale: nessun mostro, nessuna martire, nessun livido, solo un po’ di sangue sul letto. Valentina non lo denuncerà mai.

Esattamente come il novanta per cento delle donne che sono state violentate, quel danno resta taciuto per anni. Con un’unica eccezione, un solo confidente, suo fratello che tuttavia non le crede. Al contrario, si allontana da lei e rimane amico di G., lo stupratore.

Dopo quasi dieci anni Valentina decide di riprendersi la propria storia, di spezzare l’omertà e ribaltare la vergogna, dalla violentata al violentatore, restituendola a lui. È questo che ci racconta Valentina Mira in X: il tabù e lo stigma che accompagnano lo stupro, la violenza che porta a sentire il proprio corpo come estraneo.

La necessità di una reazione. Scrive un canto di Natale per il fratello che non le ha creduto, lo porta indietro con sé in quella festa di molti anni prima, e poi nel presente in cui nulla funziona perché la violenza è sistemica e non una sfortunata eccezione, infine in un futuro che vede nel diritto a difendersi e ad aggredire l’unica via.

Un romanzo di una forza e di una franchezza senza precedenti in cui la potenza letteraria e di racconto lascia disarmati.


Recensione

Il tabù, il rimosso. La croce sulla mappa dei pirati, la voglia di dissotterrare segreti.

Due strade che si incrociano.  Una farfalla. Una croce. Una incognita. Tutto questo è ciò che una X rappresenta. Un segno. Che ingloba in sé la consapevolezza di poter dire no.

X è un romanzo. Una storia, una confessione, un grido di aiuto. Un racconto, senza filtri. Una lettura che rompe qualcosa dentro, perché leggere di un dolore che non passa è un esercizio di resistenza e di coraggio.

Dire cosa sia questo romanzo non è facile, anche se per certi versi lo è: la storia di uno stupro. La volontà precisa di raccontare, di confessare, di puntare il dito. Di scuotersi di dosso il senso di colpa.

Ma circoscrivere tutta la forza di questo libro nel perimetro scarno di una confessione non è corretto.

Valentina Mira non racconta tanto per raccontare. Scrive, confessa, urla e si oppone al luogo comune che insegue e insudicia lo stupro, riducendolo ad una conseguenza di un comportamento errato e fuorviante.

Quello della donna,  che in qualche maniera ha provocato lo stupro. Con il suo sorriso, con l’ingenuità, con un abito, con un comportamento libero e accogliente, che viene frainteso dall’uomo.

Lo stupro di X non è scenografico. Niente minacce, niente coltelli. Niente botte. Nessuna violenza, tranne quella di entrare a forza in un corpo che ti respinge. Entrare senza chiedere. Entrare perché ormai si è ad un punto di non ritorno. Entrare, perché no? Entrare, non lo vuoi anche tu?

Un gesto, cieco e ottuso, che viene dipinto come inevitabile. Un gesto che è anche una punizione, per chi ha permesso all’uomo di fraintendere. Per colpa tua ho forzato il tuo corpo. Se tu non avessi sorriso, se tu non mi avessi baciato, io non avrei affondato la parte più ottusa di me dentro di te. E’ anche colpa tua, che lo hai permesso. Che lo hai reso possibile. Che hai creato aspettative e circostanze. E dopo che lo hai fatto, come puoi lamentartene? Come puoi incolparmi? Tu mi hai provocato. Cosa dovevo fare io?

Se tu non avessi fatto. Se tu non avessi detto. Se non avessi messo quella gonna. Se tu non avessi bevuto. Se, se, se. Se, come secoli di sottomissione della donna a questa crudele regola. Secoli di rassegnazione. Secoli di donne-streghe, da bruciare sul rogo.

Valentina Mira racconta di un prima e di un dopo, lasciando poche righe per descrivere lo stupro che ha subito a diciannove anni. Un gesto che non merita neanche il diritto di cronaca.

Valentina racconta di un travaglio che dura anni. Anni in cui convivere con il ricordo di un’offesa, di un male che non si è stati capaci di evitare.

Un male che si accosta sempre più vicino alla vergogna. Una vergogna che impone il silenzio. Che non si confessa, perché in fin dei conti non conviene. Parlare di uno stupro segna un confine nella vittima, dopo il quale niente sarà più come prima.

Valentina si chiude in se stessa e non sa riemergere dalla palude, che la inghiottisce giorno dopo giorno.

Valentina sconterà il rifiuto del cibo, l’offesa al suo stesso corpo, l’apatia e lo svilimento di se stessa.

Quando rinascerà lo farà senza quasi accorgersene. La rinascita accadrà, figlia di un gesto liberatorio e di una consapevolezza di sé che finalmente arriverà a lenire le sue ferite.

Questo libro serve per farci aprire gli occhi. Per farci sentire parte di un insieme. Per combattere il senso di colpa che segue sempre un abuso. Per farci tornare a guardarci allo specchio.

Parlare di uno stupro non è mai eccessivo. Parole così non sono mai troppe. Certo, sono parole a volte difficili da leggere. E anche da scrivere.

Ma è necessario farlo ed interiorizzarle, che a mettere la testa sotto la sabbia lo hanno già fatto in troppi. Ora è l’ora di guardarci in faccia. E’ l’ora di guarire. E’ l’ora di denunciare. E’ l’ora di capire che la colpa non è nostra. Come è necessario chiamare le cose con il loro nome.

Stupro, quando qualcuno assoggetta il nostro corpo al suo sordo e spietato piacere.

Stupratore, chi offende e svilisce il nostro corpo, usando la prepotenza per aprirvi una ferita. Che non smette mai di sanguinare.


L’autrice

Valentina Mira (Roma 1991) è laureata in Giurisprudenza. Ha fatto la rider, lavorato al call center e come cameriera mentre scriveva per vari giornali e siti, tra cui il manifesto e il Corriere della Sera. Tra 2017 e 2018 ha curato la pagina culturale del Romanista. X è il suo primo libro.


  • Casa Editrice: Famdango Libri
  • Genere: narrativa italiana
  • Pagine: 192

UNA VITA DI TROPPO di Antonio Falco


<<Il Maresciallo alzò la destra aperta, come per ringraziarlo, anche se stava seriamente pensando di chiudere quattro dita e lasciare il medio alzato, gesto che non sarebbe stato carino specialmente davanti a dei civili. Pensò alla divisa che portava e ignorò i modi del medico legale, seguendo lui stesso il consiglio che aveva appena dato all’appuntato>>

Trama

Chico, studente quindicenne appassionato di informatica, assiste al rapimento di un giornalista antimafia protetto dalla scorta. Sul fatto indaga la Squadra T, nucleo di eccellenza della Questura di Torino. Contemporaneamente, in un laghetto ghiacciato nei dintorni di Bardonecchia, viene trovato il cadavere di una donna. Sul presunto omicidio indaga la locale stazione dei Carabinieri, diretta dal maresciallo Calitri. Per entrambi i casi gli indizi sono pochi e complicati da depistaggi e segretazioni ma, mettendo insieme labili tracce e strane coincidenze, gli inquirenti scopriranno che sono collegati da un sottile filo di mistero.


Recensione

Ormai posso dire di conoscere questo autore piuttosto bene. Ho letto tutte le sue opere, fin dai suoi esordi, nel 2017 e ho assistito alla sua crescita personale come scrittore, dopo che il suo timido affacciarsi nel mondo per certi aspetti crudele dell’editoria è divenuto consapevolezza di poter stare sugli scaffali di una libreria accanto ai grandi nomi della letteratura thriller.

Faccio un breve recap su Antonio Falco, ad uso e consumo di chi legge di lui per la prima volta.

Antonio sa come tenere la penna e come manovrarla. La sua è una passione genuina e solida per la parola scritta, verso la quale si confronta con il rispetto e la cura che solo un animo appassionato può fare.

La sua scrittura scivola come olio e si dipana senza scossoni, sciolta, fluida e sempre bella e curata. Mai forzata, mai adulterata da incursioni atte a mascherare lacune o incertezze.

Leggerla è un piacere vero. E all’occorrenza, troviamo anche quel pizzico di ironia che ci fa sorridere e che alleggerisce le sue trame rendendole leggere anche quando si parla di morte.

Come dicevo, Antonio Falco ha affinato nel tempo la sua tecnica narrativa. Lo dimostra questo suo ultimo romanzo, un tomo di 560 pagine che tuttavia si legge con facilità e leggerezza. Un romanzo con una trama molto articolata, che su dipana su due piani narrativi e che coinvolge l’intero novero di personaggi che nel tempo sono usciti dalla sua penna che, magicamente, si incontreranno tra queste pagine e collaboreranno per sciogliere un mistero assai intricato.

Accanto al Maresciallo Calitri, già conosciuto in “Ultime volontà di Musini Arturo” e nel racconto lungo “Misterioso omicidio di un terrapiattista”, troviamo la Squadra T al completo, introdotta dall’autore nel romanzo “La stella a sei punte”. Due modi di investigare distanti tra loro, due realtà molto diverse per storia e per caratteristiche. Calitri, uomo del sud trapiantato a Bardonecchia, è una persona acuta, un attento osservatore del mondo, un uomo molto pratico, legato alla sua famiglia e abituato a lavorare in un ambiente piuttosto sonnolento, dove non accade mai nulla. Circondato da sottoposti ai quale fa anche un po’ da padre, è schietto, umile e abituato ad adattarsi alle esigenze del suo lavoro con i pochi mezzi a disposizione.

La squadra T invece è composta da professionisti, scelti con cura per occuparsi dei casi più difficili. Dotata di tutti i mezzi conosciuti per condurre un’indagine, la squadra T ha come sede Torino e non si scomoda certo per i piccoli reati o le infrazioni di cui deve occuparsi quotidianamente Calitri. E poi, nel caso vi fosse sfuggito, Calitri appartiene all’Arma dei Carabinieri mentre la Squadra T alla Polizia di Stato, due corpi tra i quali solitamente vi è molta competizione.

Eppure in “Una vita di troppo” vedremo le due compagini collaborare proficuamente fino a giungere alla conclusione del caso.

Un caso difficile e molto complicato, che mano a mano che l’indagine va avanti mostrerà diverse facce e anche diverse diramazioni, che naturalmente convergeranno in una sola direzione.

Un caso che porterà in scena moltissimi personaggi in un disegno complesso ma coerente, che pagina dopo pagina permetterà al lettore di fare diverse congetture riguardo ai fatti oggetto dell’indagine.

Tenere le fila dell’intero circo di personaggi non è cosa semplice, ma Antonio Falco riesce nell’impresa di controllare tutto e tutti e apporta coerenza ad un castello narrativo davvero corposo.

La trama si dimostrerà interessante e l’attenzione del lettore non scemerà mai, né subirà contraccolpi.

Quando giungeremo alle ultime pagine tutti i tasselli andranno al loro posto a mostrare la storia senza veli, così come l’autore l’aveva concepita fin dall’inizio.

Insomma , un ottimo lavoro per Antonio Falco, che ormai non ha più niente da temere come autore, avendo ampiamente dimostrato di essere all’altezza di una narrazione complessa e articolata.

Ciò che più mi piace nella scrittura di Antonio Falco è proprio la sua leggerezza e la sua umiltà. Antonio scrive in punta di piedi (o forse dovrei dire di dita?!) senza la pretesa di essere per forza apprezzato. Senza essere pienamente consapevole delle sue prerogative, come se fosse un parvenu della letteratura, un fuoco fatuo che presto si spegnerà. Perché Antonio, mi permetto di dire, scrive in primo luogo per se stesso e poi anche per il pubblico. Senza mercificarsi. Solo per il piacere di scrivere, di dare vita, di inventare storie.

Ed invece ecco che accade proprio l’esatto contrario, perché i romanzi di Antonio sono belli e piacciono. E sono belli e piacciono proprio perché sgorgano genuini da una penna che ricama per il gusto di farlo e non per ottenere un riconoscimento.

Spero di avervi invogliato alla lettura, ma prima ancora, alla conoscenza di questo autore.

Leggete le sue opere e se vi piacciono, parlatene. Vuoi vedere che Antonio Falco dovrà ammettere con se stesso di essere un bravo scrittore, oltre che un bravo informatico e un ottimo ciclista?


L’autore

Antonio Falco è nato nel 1973 a Torino, dove vive. Laureato in Scienze dell’educazione, lavora come informatico presso l’Università degli Studi. Marito, papà e ciclista amatoriale ha coltivato fin da bambino la passione per la lettura e i libri, trasformatasi col tempo nel desiderio di scrivere. Con il Ciliegio ha pubblicato Il cane che avrebbe dovuto chiamarsi Fido (2017) e La stella a sei punte (2018) e Ultime volontà di Musini Arturo.


  • Casa Editrice: Il Ciliegio
  • Genere: thriller
  • Pagine: 560

RAGAZZA, DONNA, ALTRO di Bernardine Evaristo



Io non sono una vittima, non trattarmi mai come una vittima, mia madre non mi ha cresciuta per farmi diventare una vittima.

Trama

È una grande serata per Amma: un suo spettacolo va in scena per la prima volta al National Theatre di Londra, luogo prestigioso da cui una regista nera e militante come lei è sempre stata esclusa. Nel pubblico ci sono la figlia Yazz, studentessa universitaria armata di un’orgogliosa chioma afro e di una potente ambizione, e la vecchia amica Shirley, il cui noioso bon ton non basta a scalfire l’affetto che le lega da decenni; manca Dominique, con cui Ammaha condi­vi­so l’epoca della gavetta nei circuiti alternativi e che un amore cieco ha trascinato oltre­oceano…

Dalle storie (sentimentali, sessuali, familiari, professionali) di queste donne nasce un romanzo corale con dodici protagoniste: etero e gay, nere e di sangue misto, giovani e anziane; impiegate nella finanza o in un’impresa di pulizie, artiste o insegnanti, matriarche di campagna o attiviste transgender. Cucite insieme come in un arazzo, le loro vite (e quelle degli uomini che le attraversano) formano un romanzo anticonvenzionale e appassionante che rilegge un secolo di storia inglese da una prospettiva inedita e necessaria.

Recensione

Ragazza, donna, altro è un libro che non si dimentica.

Particolare, nella forma e nella sostanza. Un librone, che si presenta al lettore infrangendo una delle regola imprescindibili della punteggiatura: non vi sono punti alla fine delle frasi. Solo un rientro più marcato a sinistra del testo che inizialmente è piuttosto destabilizzante.

La sostanza, invece, è tutta un’altra storia. Di sostanza in “Ragazza, donna, altro” ce n’è da vendere. Un libro, denso, vischioso, pesante, affollato. Un libro pieno di storie e di Storia, che a tratti sorprende e a tratti fa ammutolire per la semplicità con cui presenta al mondo intero la sottile e cruda questione del colore della pelle. Un colore che vira tra il bianco e il nero e che all’interno racchiude una moltitudine di sfumature che sono infinite, quasi indistinguibili ma che hanno dettato e dettano ancora una sorta di graduatoria di gradimento per chi queste sfumature le porta addosso. Un romanzo in cui si parla di razze e di razzismo senza ipocrisia, senza veli e senza vergogna.

Il romanzo ha una struttura quasi geometrica. Quattro parti, ognuna delle quali dedicata a tre donne. Una quinta parte che racchiude l’epilogo, l’apoteosi di come il caso possa far accadere l’impossibile.  Una lezione su come tutto nella vita abbia un senso e sulla circolarità della vita, che spesso ci riporta all’inizio del percorso, con una danza ipnotica e insopprimibile. Dodici donne le cui vite non si possono semplicemente racchiudere in una definizione di genere. Non sono solo donne o ragazze, ma anche altro. E in questo avverbio c’è il mondo intero, senza esclusioni, in una definizione che lascia spazio ad una interpretazione del tutto personale. Un romanzo, quindi, che vuole comprendere il tutto. Tutto quello che il lettore desidera ricomprendervi. Senza limiti o preclusioni.

Impossibile non assorbire le storie di queste dodici donne, che catturano e sorprendono.

Storie semplici, illuminanti e dolorose al tempo stesso. Storie di scoperte, rivincite, cambiamenti, emancipazione, volontà, sopruso, violenza, riscatto. Storie che ti entrano sotto pelle, nelle quali rivedersi senza tuttavia riuscirci a pieno. Chi non ha nelle sue cellule il grido di dolore dello schiavo strappato dalla sua terra con la violenza e privato di ogni dignità,  non potrà mai sentire interamente su di sé il dolore di queste donne, che si difendono dai graffi della vita con stoica rassegnazione, indurendo con le lacrime la propria corazza contro l’ignoranza. Donne che insegnano ai figli a non soccombere, a sopportare. Che li vogliono istruiti e realizzati ma mai dimentichi delle proprie radici.

Le donne di Bernardine Evaristo sono diversissime tra loro ma le accomuna la volontà di affermarsi come persone, benché povere o vecchie o emarginate o sole. Spesso si accompagnano ad uomini che non le meritano, ma capita anche che si imbattano in uomini che le salvano e che danno un senso alla loro vita.

Impossibile non amarle e non essere solidali con loro. Attraverso i loro occhi il lettore vive un secolo di storia inglese, che inizia con lo stridore del periodo coloniale e finisce ai giorni nostri passando per guerre, lotta per l’integrazione, femminismo e rivendicazione dell’identità sessuale.

Una storia che comunque vede queste donne vincenti. Instancabili inseguitrici di un’inossidabile idea di giustizia sociale, fermamente orientate a realizzarsi, lottatrici senza paura per vedere affermati i loro diritti, che sono, in ultima analisi, i diritti di ogni creatura vivente.

Se è vero che il dolore di una razza intera si riverbera sui posteri e li dota di una forza inesauribile, non stupisce che le donne di questo romanzo siano creature meravigliosamente libere e infinitamente piene di grazia e di bellezza. Una forza che forse manca agli altri,  alle razze stanche e vecchie, irretite da secoli di prepotenza e di furore. Vittime dei loro stessi pregiudizi, schiave delle convenzioni, derubate della voglia di affermarsi. Razze senza scopo, che si sono prese tutto con la forza e che non sono più capaci di lottare.

Le donne di questo romanzo si amano e basta. Tutte quante, giovani, vecchie, etero, lesbiche, donne di successo e donne delle pulizie, donne emancipate e donne ancorate alle tradizioni, hanno dentro una luce che manca spesso ai più.

Incredibili eroine dei nostri tempi, stravaganti trasformiste, spudorate provocatrici, geniali artiste, seguaci dell’idea dell’amore a tutti i costi, nascondono tutte un dolore o un segreto da non rivelare, per non sembrare deboli. Donne la cui pelle ha tutte le sfumature dell’ebano e tutti gli odori della loro storia.

Donne che nascondono un mondo intero dentro di sé, che spesso è davvero impossibile immaginare.

Un mondo che Bernardine Evaristo riesce a rappresentare in un caleidoscopio di colore, dolcezza, forza e candore, regalandoci un indimenticabile affresco delle donne nere europee di oggi, in un coro di voci diverse, da ascoltare in silenzio.

L’autrice

Bernardine Evaristo è nata a Londra nel 1959 da madre inglese e padre nigeriano. È autrice di otto romanzi (fra cui Mr. Loverman, Playground 2014) e di testi teatrali e critici, ed è da sempre impegnata in campagne per l’inclusione e la visibilità degli artisti di colore. Ragazza, donna, altro, vincitore del Man Booker Prize e di un British Book Award, finalista all’Orwell Prize per la letteratura politica e al Women’s Prize for Fiction, nel Regno Unito è stato il primo libro di una donna di colore ad arrivare in testa alla classifica della narrativa tascabile.

  • Casa Editrice: Sur Edizioni
  • Genere: narrativa straniera
  • Traduzione: Martina Testa
  • Pagine: 520

GLI ANSIOSI SI ADDORMENTANO CONTANDO LE APOCALISSI ZOMBIE di Alec Bogdanovic

Il pro-pro-nipote di Bruf è un trentenne sfigato, vive con i suoi
che oramai cominciano a perdere colpi. Del suo vecchio gruppo
di amici non sente più nessuno, la stessa cosa vale per il resto
della famiglia. Quando fai una roba del genere la voce inevita-
bilmente si diffonde e nessuno riesce più a trattarti come prima.
All’inizio pensavo valesse l’adagio di Jung, che la gente tendes-
se a odiare le persone che presentano quei tratti della personali-
tà di cui si vergognano. Così immaginavo che anche loro aves-
sero un piccolo mostro depresso, impotente e mutilato che gli
ribolliva dentro. Mi resi conto che non era proprio così: non mi
odiavano. Tantomeno mi volevano bene, avevano soltanto con-
statato che ero socialmente inutile se non dannoso, una bomba
pronta a scoppiare.

Trama

La depressione è il male della nostra epoca. È la malattia più diffusa al mondo ed è la più temuta dopo il cancro. Il nostro anti-eroe ci si imbatte nell’adolescenza e cerca di liberarsene con la disciplina e il metodo di un ricercatore, peccato che la cavia da laboratorio sia lui stesso. Finirà così per autocondannarsi a un’interminabile escalation di sfortune e miserie umane: queste daranno corpo a un romanzo di formazione in cui tragedia e commedia si intersecano e fondono fino a diventare del tutto indistinguibili.

Recensione

Apprezzo molto chi osa proporre letture fuori dal coro.

Essere originali è un indubbio pregio, ma è anche una insidia che se non è ben gestita, può rivelarsi un’arma a doppio taglio.

Alec Bogdanovich, a mio avviso, ha coraggio e, dalla sua, una mente analitica e la capacità di costruire schemi di causa ed effetto con i quali assoggettare le problematiche che egli stesso desidera sviscerare.

La genialità dei suoi assiomi riguardanti la genesi dell’ansia nell’uomo e la modalità per curarla e azzerarla cozzano tuttavia con un linguaggio che ho trovato a tratti esageratamente dissacrante. Qualcosa, in fondo, ha pizzicato le corde della mia sensibilità, pungendola sul vivo. Facendomi storcere il naso e spolverandomi addosso un sentimento che a tratti assomiglia all’irritazione.

E questo Alec lo sa bene. Lo ha previsto e lo ha voluto, di proposito. Alec vuole pungerci nel tenero. Addirittura si prende gioco di noi lettori, spingendosi oltre la morale e il perbenismo. Sa che le Recensitrice non aspetta altro che bannarlo. Criticarlo. Stroncarlo. Uno spauracchio dipinto come una mostruosità informe, richiamata persino mediante l’accostamento ad uno dei mostri che affollavano l’immaginazione dei boomers, vale a dire la balena di Pinocchio.

Dunque. Se siete disposti a lasciare che Alec vi porti in giro al guinzaglio e che ogni tanto vi strattoni un po’, potete affrontare la lettura di questo manuale di istruzione per “millenials” ansiosi. 

Alec Bogdanovic racconta le gesta tragicomiche di un ragazzo nato negli anni 90. I suoi primi passi nel mondo, le sue difficoltà ad inserirsi nella cerchia dei suoi coetanei, la sua sessualità contorta e conturbante, che lo vede impotente prima e iperdotato poi. La difficoltà di amare senza provocare dolore. La delirante pretesa di interrompere la spirale che vede l’ossitocina, l’ormone dell’empatia, capitolare suo malgrado ed innescare la depressione.

Si, perché Alec è ansioso. Di quell’ansia che nel Pleistocene ti salva la vita ma che oggi te la rende impossibile e insulsa.

Alec conosce alla perfezione i meccanismi dell’ansia. Le sue cause e i suoi effetti. E con essi gioca. Compone un puzzle dove ogni casella è il tentativo di governare la tachicardia e il panico. E per governare questi capricci dell’anima non esita a compiere gesti incredibili, eclatanti e smisuratamente egoisti.

Ma ogni volta è un fallimento.

Alec è un menestrello del nostro tempo, che canta una storia senza lieto fine. Canta con tutto il suo impegno. Canta e non si stanca di cercare soluzioni al suo annoso problema. Perché la sua mente è un meccanismo perfettamente oliato e sufficientemente cinico da scovare soluzioni che non contemplano la felicità di chi incontra sulla sua strada.

Le donne della sua vita sono grottesche e inutili. Oggetti senza un senso, da usare e da plasmare. Tutte, tranne Marina, il primo amore, sono etichettate con epiteti spesso poco edificanti per il genere femminile.

E nessuna potrà comunque salvare Alec dai suoi mali. L’unica dimensione che gli risulterà accettabile sarà una sorta di relazione a distanza. Distante anni luce dall’essere accettata e accettabile.

A salvarlo, almeno in parte, arriverà, inaspettata e benedetta, la pandemia. La catastrofe di un virus che impone il distanziamento sociale è il più grande livellatore sociale mai concepito.

Tutti chiusi nel loro piccolo mondo, soli e disposti a credere che fuori, zombie famelici possano contagiarci e condurci alla catastrofe. E così, nella follia generale, gli Alec di questo mondo potranno riappropriarsi di una fetta di normalità, quella che credevano persa per sempre.

Una conclusione allegorica che mi vanto di ritenere sia stata, invece, la genesi di questo romanzo, ironico, dissacrante, nero e dirompente. La storia, strampalata e geniale, di un antieroe del nostro tempo.

L’autore

Alec Bogdanovic è uno scrittore italiano. Nato a Sofia il Primo Gennaio 1992, Alec perde i genitori in tenera età in seguito a due circostanze separate. Il padre adottivo e zio materno, Lyudmil, è un militare che lavora all’ambasciata bulgara a Roma, dove Bogdanovic si trasferisce all’età di 6 anni.

Alec passa un’adolescenza turbolenta in periferia, frequenta bande di strada restando coinvolto in piccoli reati che, grazie all’influenza del padre adottivo, non hanno conseguenze. In questo periodo Bogdanovic comincia ad appassionarsi alla scrittura, prima di testi rap e poi di monologhi teatrali, lasciando però naufragare presto entrambi i progetti.

Dopo essersi diplomato a fatica come perito agrario, contro la volontà del padre, continua gli studi in università mentre si mantiene lavorando come barista. Studia prima Scienze Politiche, poi Psicologia e infine Statistica, in cui riesce finalmente a laurearsi con 110 e lode con una tesi sull’analisi dei Big data.

Dopo aver lavorato per un breve periodo in una Big Four, si licenzia per cominciare a frequentare il corso di sceneggiatura al Centro Sperimentale di Cinematografia, non arrivando a completare gli studi.

Comincia allora a collaborare per diverse piccole case editrici, prima come traduttore e correttore di bozze, in seguito come editor.

Nel 2020 debutta col suo primo romanzo, Gli Ansiosi si Addormentano Contando le Apocalissi Zombie, edito dalla Rogas Edizioni.

  • Casa Editrice: Rogas
  • Genere: narrativa
  • Pagine: 124

LA CITTA’ DEI VIVI di Nicola Lagioia


«Tutti temiamo di vestire i panni della vittima. Viviamo nell’incubo di venire derubati, ingannati, aggrediti, calpestati. Preghiamo di non incontrare sulla nostra strada un assassino. Ma quale ostacolo emotivo dobbiamo superare per immaginare di poter essere noi, un giorno, a vestire i panni del carnefice?»
E’ sempre: ti prego, fa’ che non succeda ame. E mai: ti prego, fa che non sia io a farlo.

Trama

Nel marzo 2016, in un anonimo appartamento della periferia romana, due ragazzi di buona famiglia di nome Manuel Foffo e Marco Prato seviziano per ore un ragazzo piú giovane, Luca Varani, portandolo a una morte lenta e terribile. È un gesto inspiegabile, inimmaginabile anche per loro pochi giorni prima. La notizia calamita immediatamente l’attenzione, sconvolgendo nel profondo l’opinione pubblica. È la natura del delitto a sollevare le domande piú inquietanti. È un caso di violenza gratuita? Gli assassini sono dei depravati? Dei cocainomani? Dei disperati? Erano davvero consapevoli di ciò che stavano facendo? Qualcuno inizia a descrivere l’omicidio come un caso di possessione. Quel che è certo è che questo gesto enorme, insensato, segna oltre i colpevoli l’intero mondo che li circonda.

Nicola Lagioia segue questa storia sin dall’inizio: intervista i protagonisti della vicenda, raccoglie documenti e testimonianze, incontra i genitori di Luca Varani, intrattiene un carteggio con uno dei due colpevoli. Mettersi sulle tracce del delitto significa anche affrontare una discesa nella notte di Roma, una città invivibile eppure traboccante di vita, presa d’assalto da topi e animali selvatici, stravolta dalla corruzione, dalle droghe, ma al tempo stesso capace di far sentire libero chi ci vive come nessun altro posto al mondo. Una città che in quel momento non ha un sindaco, ma ben due papi.

Da questa indagine emerge un tempo fatto di aspettative tradite, confusione sessuale, difficoltà nel diventare adulti, disuguaglianze, vuoti di identità e smarrimento. Procedendo per cerchi concentrici, Nicola Lagioia spalanca le porte delle case, interroga i padri e i figli, cercando il punto di rottura a partire dal quale tutto può succedere.

Recensione

Questo non è un romanzo facile. Questa è storia, cronaca nera. E’ buio, è morte, è dolore. E’ perdita, rassegnazione, ottundimento. E’ tutto ciò che noi, al sicuro nelle nostre case, non siamo stati in grado di vedere o di immaginare. Né prima, né adesso e forse mai.

Quando si parla di morte, di assassinio, di violenza in ogni sua forma è facile costruire barriere dietro le quali nascondersi. La morte violenta, voluta, subita o solo pensata, è qualcosa che tocca gli altri. E che quando lo fa provoca quello sdegno che in genera dura lo spazio di pochi giorni. E poi si dimentica.

Certo che sapevo della morte assurda di Luca Varani. Certo che mi ricordavo l’incredulità. Quel senso di orrore che brucia come una lama sulla pelle. Ma, come spesso accade, avevo archiviato la vicenda, evitando di addentrarmi troppo nei suoi sordidi meandri.

Ciò che ha scritto Nicola Lagioia con “La città dei vivi” lascia il lettore smarrito. Lagioia ha scoperchiato una pentola lasciando fluire fuori il veleno di una generazione perduta. Un reportage preciso, circostanziato, ottimamente ricostruito delle vite dei due carnefici e di quella della vittima. Di tutto ciò che le rendeva degne ma anche complicate. Deludenti, faticose. Irte di problemi grandi e piccoli, tipici di chi cerca il suo posto nel mondo ma è bendato e brancola nel buio.

Il libro ha il taglio del romanzo. I capitoli si succedono e alternano un registro narrante in terza persona al punto di vista dell’autore che, ossessionato dalla vicenda, ce la racconta in modo puntuale e minuzioso, senza tralasciare i riferimenti alla sua vita privata che in qualche modo si intreccia a quella della nota vicenda giudiziaria.

La scrittura è un meccanismo di precisione e contiene molti elementi tipici del reportage giornalistico. Ma non evita mai di essere prosa romanzata, con i virtuosismi e la capacità evocativa che tanto toccano le corde della nostra emotività.

Lagioia non punta mai il dito, nonostante non risparmi mai al lettore una visione cruda degli avvenimenti, senza filtri né censure. Ciò che se ne ricava è un senso potente di sconfitta. Che colpisce tutti, nessuno escluso. I vecchi che non concedono ai giovani un margine di errore. Perché li vogliono realizzati, incasellati e preferibilmente conformi ad uno standard che sia accettato da tutti. E i giovani, che faticano a crescere, a capire chi sono. Che subiscono la stratificazione sociale. Che vogliono tutto. Che sono avvezzi al conforto di alcol e droghe. Che cercano scappatoie per l’impazienza di riuscire in qualcosa. Che annegano nella confusione. Sempre in cerca di un colpevole a cui attribuire le genesi di ogni fallimento e di ogni inquietudine.

Tra padri e figli la comunicazione vacilla. E’ debole, oppure manca del tutto.  La carenza di uno scambio emotivo è una falla enorme dove la gravità getta ogni parola non detta. E il pozzo è fondo è buio.

Non so dire se la lettura de “La città dei vivi” sia una lettura necessaria. Di certo è una lettura coraggiosa ed è, anche, una chiave di lettura del presente, un monito a non tapparsi gli occhi. A vigilare, perché la follia non prenda il sopravvento sulla ragione.

Insieme alla ricostruzione dei fatti che culminarono con la giornata del 4 marzo 2016 Lagioia racconta le notti di Roma, fatte di trasgressioni e di sballo.  Notti che non si consumano, impiegate a dimenticare chi siamo. Notti inutili, cattive, dove i ragazzi si spostano come correnti di un fiume nero e maleodorante alla ricerca dell’oblio. Roma ne esce orfana della sua gloria. Decadente, disfatta e portatrice di sventure. Una città che cade in rovina, offuscata dalla corruzione e dal malaffare. Eppure bella da mozzare il fiato e ostaggio dei fasti del suo passato. Roma appare meravigliosa, di un fulgore imperituro che è pari solo al suo decadimento. Indimenticabile e splendente, grazie ad una bizzarra legge che compensa sporcizia e orrore con una bellezza che non sfiorisce.

“La città dei vivi” è un luogo in cui si sopravvive solo se si riesce a dire di no. Ma se la volontà vacilla, si muore. Non necessariamente nel corpo, come Luca Varani. Si muore dentro, come Manuel e Marco e le loro famiglie rispettabili. E si continua, nonostante tutto a vivere. E a sperare in un perdono che non è detto che venga a ungerci le labbra.

“La città dei vivi” è l’apoteosi del caso, che decide, in un soffio, da che parte starai. Se sarai vittima o sarai il carnefice. Perché appartenere all’una o all’altra categoria, spesso, è del tutto aleatorio. Del libero arbitrio, della volontà, non resta che un debole spauracchio. Oggi ti sei salvato e dormi incolume nel tuo letto d’infanzia. Domani, chissà dove sarai. Potrai giacere nel tuo stesso sangue oppure essere la mano che ha lanciato il sasso. E Roma starà immobile a guardarti, con il suo occhio languido e miope.

  • Casa editrice: Einaudi Editore
  • Genere: narrativa noir / reportage
  • Pagine: 459