LA CERCATRICE DI FUNGHI di Viktorie Hanisova

Corsi fuori dalla casa. Avrei voluto continuare a correre e correre, lontano da quell’inferno, finchè per la stanchezza non fossi caduta a terra. Invece mi nascosi sotto il gelso, nell’angolo del giardino e sotto i suoi rami spessi e carichi, da cui mi spuntavano solo i piedi, scoppiai a piangere. Rimasi lì seduta per diverse ore, finché mia madre mi chiamò per il pranzo. Quindi mi asciugai le lacrime con il dorso della mano e li raggiunsi in cucina.

Trama

Sára ha 25 anni e vive in una vecchia casa nella Selva Boema. Tutte le mattine si alza, indossa un paio di vecchi scarponi, afferra il cestino e imbocca il sentiero che suo padre le ha insegnato da bambina, in cerca di funghi da rivendere alla taverna locale. I funghi sono il suo sostentamento, la sua condanna e la sua ossessione: certamente l’unico campo in cui lei, ex studentessa modello, oggi eccelle. Ogni notte Sára la passa insonne. La sua vita trascorre a un ritmo immutabile, e la routine è interrotta solo dai controlli trimestrali con la psichiatra. Ma la morte della madre, l’assillo dei fratelli per l’eredità, un cambio di gestione alla taverna e l’inattesa amicizia di un vicino la costringono ad affrontare i ricordi di un’infanzia che ha voluto nascondere anche a sé stessa.


Recensione

Il mio primo incontro con la casa editrice Voland avviene con questo romanzo, introspettivo, profondo, toccante e scritto magnificamente. Un libro che mi ha incantata, coinvolta, emozionata.

Una storia semplice, che non cede alle lusinghe di una trama complicata ma si accontenta di creare mirabili ricami attraverso i ricordi e il presente di Sára, la cercatrice di funghi.

Viktorie Hanisova ambienta il suo romanzo nella Selva Boema, una terra poco conosciuta, fitta di boschi e di foreste, dove il turismo non ha ancora preso il sopravvento sui fianchi umidi e ombreggiati, sotto gli alberi secolari, nei profumi inebrianti e atavici del sottobosco. Là, dove i funghi crescono rigogliosi ma nascosti, celati agli occhi di chi non sa coglierli, tra i fili d’erba di un verde accecante, tra la bruma del mattino, sotto le foglie timide, cadute a terra per caso, a formare un tappeto odoroso e soffice. I funghi, organismi complessi, che obbediscono a leggi naturali sconosciute ai più, cappelli del colore della terra che spuntano nello spazio di una notte e che celano sotto di sé un mondo imperscrutabile e pieno di mistero.

Sára sa tutto dei funghi. Conosce ogni specie e ogni anfratto in cui trovarli. Prima per pura passione, poi per necessità. I funghi hanno attraversato tutta la sua giovane esistenza, grazie a suo padre, che l’ha iniziata a questa arte. Fino a che la sua piccola vita è andata in frantumi. Allora i funghi sono diventati salvezza, sostentamento, rifugio, fuga da una realtà orribile.

Nella vecchia bicocca di famiglia nel cuore della foresta, Sára  conduce un’esistenza misera e miserabile. Stretta ai margini da ricordi spaventosi, rifiutata dal mondo che prima l’accoglieva e la proteggeva, bollata dalla società che la crede folle e la marchia come pericolosa e inetta. Una vita schiacciata sotto un peso enorme e gli sforzi, vani ed estenuanti, per risalire a galla. Un metro avanti e cento indietro.

La voglia di cambiare, di ribellarsi, di tagliare i ponti con la sua famiglia. Il bisogno di rinascere, di reinventarsi, di credere in qualcosa, di fidarsi degli altri. E la paura di non farcela. La consapevolezza di tornare a cadere, sempre più in basso. La vita che fugge via. Una vita che è un voltagabbana, una delusione, un fallimento.

Viktorie Hanisova riesce a dare la luce ad una storia di resistenza e di redenzione, attraverso un linguaggio semplice, accorato, profondo. Viktorie tocca le corde più sensibili di chi legge, stravolgendo ogni sua emozione e graffiando nell’intimo fino a farlo sanguinare. L’autrice riesce a rappresentare al meglio le tenebre che attanagliano una vita. Le ali tarpate, la bocca tappata, il fiato che manca, la vita che scivola via.

La strenua lotta contro i fantasmi dell’infanzia. Il fragore che si alza quando ogni certezza cade e si spezza in mille frammenti. L’irrompere della solitudine in una vita che prima era serena, felice, piena. E la risalita verso l’ossigeno, verso la luce. La rinascita, dove prima c’era solo morte e negazione.

Attraverso frequenti flash back il romanzo riesce nell’intento di dipingere distruzione e salvezza. Follia e ragione. Morte e vita.

Consiglio questo romanzo a chi si sofferma ad osservare la parabola di un’esistenza. A chi sa cogliere tragedia e luce dallo stesso evento. A chi non si piega alle sbandate del destino. A chi crede che la vita trova sempre la sua chiave di lettura. E di volta.

E a chi trae la luce dalla bellezza delle parole e dalla forza delle immagini.


L’autrice

Vicktorie Hanisova (Praga, 1980) è considerata l’astro nascente della letteratura ceca. Scrittrice, traduttrice e docente di lingue. Ha esordito nel 2015 con il romanzo Anežka, accolto positivamente da critica e lettori. I suoi libri sono tradotti in spagnolo, catalano, tedesco, croato, polacco e arabo. La cercatrice di funghi è il suo secondo romanzo.


  • Casa Editrice: Voland
  • Collana: Amazzoni
  • Traduzione: Letizia Kostner
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 308

LA CASA SUL PROMONTORIO di Romano De Marco

Al riparo di un ulivo secolare, due occhi lo spiavano seguendo ogni sua mossa. Non si fecero ingannare nemmeno un attimo da quella ridicola ostentazione di coraggio.

Trama

Mattia Lanza è lo scrittore più amato d’Italia, il più venduto, il più invidiato, il più tradotto all’estero. Ha una bella famiglia, un’agente che farebbe qualunque cosa per lui, un appartamento a New York e abbastanza soldi per soddisfare ogni possibile desiderio. Insomma, una vita da sogno. Fino alla sera in cui sua moglie e i loro due figli vengono massacrati. Due anni dopo quei fatti di sangue, assolto nel processo che lo ha visto unico indagato per il triplice omicidio, Mattia Lanza decide di tornare a scrivere. Per farlo, sceglie di isolarsi in una villa nascosta dalla vegetazione, sul promontorio di Punta Acqua Bella, in Abruzzo, un paradiso affacciato sul mare. L’incontro casuale con una donna, Eva, sembra riportargli sensazioni che da troppo tempo non viveva, compresa l’ispirazione letteraria. Ma il passato continua a tormentarlo: gli incubi, le visioni angoscianti, i presagi di sventura non gli danno pace. Di chi sono gli occhi che lo spiano di notte? Chi è l’inquietante anziana che lo segue ovunque vada e lo fissa in silenzio? E cosa sono gli strani oggetti che ha trovato nella casa, che sembrano rimandare a un vicino cimitero di guerra? Svelando la verità con continui colpi di scena, questo thriller di Romano De Marco indaga la complessità delle relazioni e ci mostra fin dove è disposto a spingersi l’essere umano per assecondare i propri desideri.


Recensione

Un evento traumatico, il peggiore che si possa immaginare. E uno scrittore, che  vende milioni di copie dei suoi romanzi, opere che probabilmente non meritano il clamore che hanno suscitato.

Mattia ha dovuto ricominciare a vivere dopo che la sua famiglia è stata massacrata da ignoti. Dopo che si è dovuto difendere da accuse infamanti. La sua vita sembra una fantasmagorica farsa che si erge sopra un lago di sconfinato dolore.  Senza un faro che la illumini ma solo la solitudine che la ricchezza inaspettata ha portato nella sua vita. E con un inconfessabile complesso di inferiorità dovuto alla consapevolezza di scrivere unicamente ciò che piace al pubblico, senza velleità artistiche, senza seguire ciò che il cuore vorrebbe dirgli.

Finché non si ritira a scrivere nella casa sul promontorio, dove conosce Eva, misteriosa e conturbante. Bella e piena di coni d’ombra.

Lì, nella casa sospesa sul mare, Mattia sembra rinascere. Fino a quando una morte misteriosa rompe la quiete.

Romano De Marco tesse un intreccio caleidoscopico e abbacinante in cui la realtà si mescola alle vicende che Mattia scrive nel suo romanzo. Un romanzo nel romanzo, dunque. E un gioco di specchi in cui le dinamiche imprevedibili e talvolta perverse dei rapporti umani, delle aspettative, dei pregiudizi e del non detto si dilettano a confondere il lettore e a prenderlo in scacco. Un gioco perverso, in cui ognuno recita una parte e potrebbe non essere chi dice di essere.

De Marco è bravissimo nel manovrare il dubbio e nel circondare ogni personaggio di un’aurea di sospetto. Ciò che si coglie, chiaramente, è la fugacità e la fragilità delle nostre convinzioni, che si poggiano, spesso, su labili fondamenta. Il pregiudizio è un’arma tagliente, che l’autore manovra e gestisce con estrema efficacia, creando situazioni che tendono al paradosso.

In fondo basta poco per deviare il corso della verità. Basta una parola, un alibi che latita, un sospetto, un segno qualsiasi. Come il finale di una storia, che una semplice coincidenza può stravolgere e modificare.

Il resto è esattamente ciò che ci si aspetta da De Marco. Intrecci articolati, trama che inchioda alle pagine, ambientazione accurata, frutto della conoscenza diretta dei luoghi del romanzo (qui si gioca in casa, tanto per dire…), personaggi plausibili e pulsanti di vita.

Chi ha già letto questo autore sa di cosa parlo. Anche se in questo nuovo lavoro De Marco aggiunge alla sua collaudata ricetta nuovi ingredienti, che rendono il piatto più morbido e i sapori meno acuti. Una spruzzata di mistero, un pizzico di sovrannaturale, una manciata di rosa e un’abbondante mano di psicologia. Un piatto unico, che si gusta da solo e che non ha bisogno di contorno. Gustoso, digeribile, completo. Quello che ci vuole per soddisfare anche i palati più esigenti.

I più attenti coglieranno dei retrogusti sorprendenti. Sono le comparse che arrivano direttamente dal passato e che contribuiscono a creare quella continuità che tanto apprezzo nei romanzi che leggo.

Il finale è forte come un caffè e stordente come un superalcolico trangugiato in fretta. E quel punto interrogativo che dondola davanti ai nostri occhi è la ricompensa per chi, come De Marco, gioca con i destini dei suoi personaggi e confeziona un thriller che rinuncia al richiamo del sangue e all’appeal di una indagine istituzionale. Un thriller senza assassino seriale, senza un commissario onnisciente e incorruttibile. Un thriller che abbraccia più generi e vira verso le istanze del grande romanzo contemporaneo e vive di luce propria. Riuscite a vederla?


L’autore

Romano De Marco (1965) vive tra Ortona, in Abruzzo, e Modena. Ha esordito nel 2009 con Ferro e fuoco. Da allora ha pubblicato 12 romanzi, alcuni dei quali tradotti all’estero e riadattati in graphic novel, e numerosi racconti. Oggi è tra i più stimati autori crime italiani. Tra i vari riconoscimenti, ha vinto due volte il Premio Scerbanenco dei lettori (con L’uomo di casa e Nero a Milano).


  • Casa Editrice: Salani Editore
  • Genere: thriller
  • Pagine: 283

CAMBIARE LE OSSA di Barbara Baraldi

 
Senza nemmeno finire la colazione , Aurora si alzò e si diresse a passo spedito verso il parcheggio dove aveva lasciato l’auto. Non aveva tempo per le distrazioni, per l’autocommiserazione o i rimpianti. Aveva di meglio da fare, adesso. Era il momento di sciogliere i polsi dalle manette e fare quello che sapeva fare meglio. Seguire le tracce.
Perché lo sapeva che l’uomo (…) era là fuori, da qualche parte, e presto avrebbe ucciso di nuovo.

Trama

Torino, 1988. Tito Ferretti ha solo quattro anni quando assiste all’omicidio di sua madre e del suo amante: è opera del “mostro”, il serial killer che sta terrorizzando la città e che sarà catturato, dopo un’indagine serrata, dal sostituto procuratore Francesco Scalviati. Sono passati 34 anni da allora. Il ricordo di quei fatti è lontano, ma il rinvenimento di un cadavere sfigurato sembra improvvisamente riaprire l’incubo: è Tito Ferretti. L’hanno massacrato con un antico spaccaossa, terza vittima di un assassino che agisce secondo una precisa, feroce dinamica. C’è un collegamento con il mostro, e quale? Il commissario Damiano Provera sa che solo una persona può venirne a capo: Aurora Scalviati, figlia del magistrato che negli anni Ottanta seguì il caso del mostro, venuta al mondo la stessa notte in cui le mani del padre si macchiarono di sangue. Capace, soprattutto, di scorgere le connessioni che nessun altro vede, e farne materia per identificare il killer. Aurora realizza subito che, anche se non sembrano avere nulla in comune, le vittime sono state scelte in base a un disegno preciso. E viene attratta da due indizi inquietanti: delle inspiegabili incisioni sulle ossa di Ferretti e un libro misterioso sulle connessioni fra teoria quantistica e fede. Mentre cerca di decifrare l’enigma arriva un’altra notizia sconvolgente: Giorgia, una ragazzina di dodici anni, è appena stata rapita… È l’inizio di un viaggio allucinante dove Aurora dovrà ricostruire un meccanismo perfetto e spietato, confrontarsi con la potenza della mente umana e capire, una volta di più, che il passato è l’unica chiave per penetrare il presente. E l’unica possibilità di redimersi.

Aurora Scalviati torna in un thriller impetuoso, costruito con precisione chirurgica, sorprendente fino all’ultima pagina.


Recensione

Tornare ai luoghi che l’hanno vista bimba, ragazza e poi giovane poliziotta. Tornare là, dove tutto ha avuto inizio  e dove tutto è finito. Ai ricordi di infanzia, di un padre amato ma distante. All’amore, quello che ti fa tremare e per il quale faresti di tutto. Al sogno, al battito d’ali di una vita che prende forma. Alla felicità, che completa una persona e che a volte fa persino paura, tanto è perfetta e fragile.

I ricordi disegnano un vuoto, ma lei sa cosa deve fare. Fuori, nascosto nel buio, c’è il male assoluto. Che uccide, che distrugge, che sembra animato da qualcosa di grande e di misterioso. Che richiama alla mente il ricordo di un altro assassino.  Un mostro, che seminò la morte sul finire degli anno ottanta a Torino.

Lei è Aurora Scalviati, una profiler, la migliore in circolazione. Lei stilerà il profilo dell’assassino che tiene in scacco la città. Ma prima, deve fare scendere a patti con il suo passato. Con il ricordo della notte in cui ha perso tutto e la sua carriera è andata a pezzi. Aurora serba un segno indelebile di quella notte. Quel proiettile che non l’ha uccisa ma l’ha resa vulnerabile.

Torino la accoglie di nuovo. Una città magica, in cui Aurora distingue le eco di suo padre Francesco, che sembra voler tornare indietro da lei, per darle gli abbracci che non ha avuto da bambina.

L’indagine è un rompicapo. Le morti si susseguono, cruenti e inspiegabili. E Aurora è magnifica, forte, determinata, assetata di verità, di giustizia. E non cede di un millimetro, neanche quando la sorte le si torce contro.

Barbara Baraldi è da applausi, in questo thriller al cardiopalma dove il mistero e il sangue si dividono la scena. La sua capacità incredibile di vivisezionare l’intimo dei personaggi, la loro psicologia, i loro moventi. Lo studio accurato degli impulsi che manovrano l’uomo, che lo rendono eroe o portatore di morte. L’arguzia di mantenere sempre un filo conduttore tra le sue opere, il cui denominatore comune è lei, Aurora.

Tornare nei luoghi de La stagione dei ragni è stata una scelta azzeccatissima. Trovare una trade-union con le vicende del mostro dimostra, se mai ce ne fosse bisogno, la stupefacente disinvoltura con cui Barbara padroneggiala trama, la modella con garbo e arguzia per creare un  meccanismo perfetto di suspense e di introspezione capace di rapire il lettore e tenerlo prigioniero delle pagine, senza sosta.

Cambiare le ossa è un ritorno in luoghi che ci fanno stare bene. E’ la serenità che ci sorprende mentre ritroviamo qualcuno in cui ci siamo rispecchiati, che ci ha toccato nel profondo,  che abbiamo desiderato conoscere in profondità e al quale abbiamo teso una mano.

No, non ci siamo stancati di Aurora Scalviati. Al contrario, l’impressione che si trae dalla lettura è che Aurora abbia ancora molte cose da dire. E questo è anche un po’ un augurio che fa capolino dalle pagine.

Aurora tornerà, ne sono certa….


L’autrice

Barbara Baraldi è originaria della Bassa Emiliana, è autrice di thriller, romanzi per ragazzi e sceneggiature di fumetti per la serie «Dylan Dog». Il suo esordio nella letteratura poliziesca avviene sulle pagine de «Il Giallo Mondadori» con La bambola di cristallo. In contemporanea con l’uscita del romanzo in In­ghilterra e negli Stati Uniti, viene scelta dalla BBC per la realizzazione del documentario Italian noir sul giallo italiano.

Per Giunti ha pubblicato con straordinario suc­cesso la trilogia Aurora nel buio (2017), vincitore del Premio Garfagnana in giallo 2017 e del NebbiaGialla 2018, Osservatore oscuro (2018) e L’ultima notte di Aurora (2019). Nel 2021 è uscito il nuovo avvincente thriller La stagione dei ragni.


  • Casa Editrice: Giunti Editore
  • Genere: thriller
  • Pafgine: 390

IL PREDATORE DI ANIME – IL 9 CHE UCCIDE di Vito Franchini

Mi chiamo Sabina Mondello, sono una poliziotta. Oggi per me è un giorno di quelli che non si dimenticano. Ho appena arrestato l’uomo più importante della mia vita, colui che mi ha spiegato che l’amore è solo una parola di cinque lettere.

Il nove capita. Come tutti gli altri numeri, se lo cerchi, lo trovi. Il fatto è che quando io non lo cerco, è lui a trovare me.


Trame

IL PREDATORE DI ANIME

Giovane e determinata, Sabina, commissario di polizia a Roma, si trova a destreggiarsi tra la tormentata passione per un PM sposato e un caso di omicidio-suicidio tra coniugi che non sembra rivelare troppe sorprese. Finché i sospetti non ricadono su un uomo con cui entrambe le vittime hanno avuto contatti il giorno della morte: il misterioso Nardo Baggio, operatore Shiatsu. Profondamente colpita da questa figura ambigua e magnetica, Sabina scoprirà di lì a poco la sua reale attività: dare supporto alle vittime di stalking, soprattutto coloro che le istituzioni non riescono a tutelare. La poliziotta non si aspetta certo di dover ricorrere lei stessa al suo aiuto: nel frattempo qualcuno ha iniziato a perseguitarla, in maniera subdola e cruenta. Che si tratti del PM con cui ha chiuso bruscamente la relazione? Rimossa dal suo incarico, Sabina diventa ben presto complice e amica di Nardo, arrivando ad affiancarlo nella sua attività. Così toccherà con mano la scaltrezza con cui l’uomo, basandosi su studi antropologici, domina la mente di vittime e carnefici, con metodi tutt’altro che convenzionali in grado di assicurare un’efficacia che un poliziotto, imbrigliato nelle disfunzioni del sistema, non può nemmeno sognare. Ma è giusto fidarsi di questo predatore di anime? Sabina rappresenta la legge, Nardo la viola, sistematicamente, in nome della giustizia. Sabina si fa guidare dai sentimenti, Nardo invece non crede alle passioni né all’amore, spiega tutto alla luce di istinti millenari che ancora ci legano ai comportamenti delle scimmie, degli umanoidi che siamo stati e che, secondo lui, ancora, in gran parte, siamo. Che cosa siamo noi veramente? Creature che uccidono per passione o scimmie nude schiave di un determinismo cieco? In un finale che lascia senza fiato, la poliziotta sarà obbligata a decidere definitivamente da che parte schierarsi.

IL 9 CHE UCCIDE

Sono passati anni dallo scandalo che ha segnato la carriera di Sabina Mondello, dirigente di polizia, a Roma. Finalmente un nuovo incarico operativo, premiante, la porta a Verona, a capo della Squadra Mobile. Appena giunta in città Sabina si ritrova a gestire il decesso di uno studente universitario, il cui corpo viene rinvenuto all’interno della Facoltà di medicina. Sul momento tutto lascia pensare a un suicidio, gesto disperato di un ragazzo troppo giovane: semplice routine per gli inquirenti. Tuttavia, una serie di coincidenze inquietanti con altre morti sospette ed enigmatiche frasi d’addio fanno emergere un dubbio dapprima latente, poi sempre più concreto: dietro ai 9 suicidi individuati da Sabina ci potrebbe essere la mano di un burattinaio, un sadico trascinatore, un Caronte che accompagna anime smarrite nell’aldilà. Solo una mente altrettanto diabolica può trovare il bandolo di tale matassa intrisa di sangue: quella di Nardo Baggio, che dal nulla ricompare a Verona, alterando ogni equilibrio. Nardo è “Il predatore di anime”, colui che ha sconvolto la vita di Sabina anni fa, e che la metterà di nuovo a soqquadro, senza chiedere il permesso, senza sconti. I suoi approcci, i suoi metodi, sono discutibili, sempre al limite, ma nessun altro appare davvero in grado di dare una spiegazione all’unico indizio ricorrente, onnipresente, infestante: il numero 9, che porterà i protagonisti di questo vortice investigativo indietro nel tempo, tra i figli dei fiori, le melodie immortali dei Beatles e una setta demoniaca che seminò morte e terrore a Los Angeles, nell’indimenticabile estate del 1969…


Recensione

Una doppietta che non si dimentica. Due colpi, sparati a breve distanza l’uno dall’altro capaci di fare centro, senza possibilità di errore.

Vito Franchini, un trascorso da addetti ai lavori e delle passioni viscerali che gli hanno permesso di costruire due thriller bellissimi, ha puntato le sue armi al cuore del lettore e lo ha conquistato immediatamente.

L’antropologia prima. La numerologia e la musica, dopo. Competenze affascinati che ha messo nelle mani di Nardo Baggio, un uomo ambiguo, affascinante e pericoloso, che vive al limite della legalità e che non esita ad attraversarla e superarla in nome di una giustizia che obbedisce a principi che non sempre vanno d’accordo con la legge.

E pensare che Nardo Baggio non è neanche il protagonista di questi due romanzi. E’ solo una comparsa, capace tuttavia di rubare la scena a Sabina, commissario di Polizia ribelle, appassionata e sanguigna, la sola e vera protagonista della serie.

Quando Baggio compare sulla scena, immediatamente la fa sua. Perché Nardo è una sorta di angelo custode con la pistola. Un paladino di altri tempi con il pallino per l’antropologia e una conoscenza assai approfondita dei desideri reconditi e delle pulsioni primordiali che muovono le azioni di ogni “scimmia nuda”, come chiama, appunto, gli esseri umani, che a dispetto della loro storia ed evoluzione sono ancora assoggettati agli istinti più primitivi.

Nardo risponde ad un suo codice d’onore. E per arrivare a realizzare i suoi scopi non esita ad utilizzare ogni mezzo, anche quelli che si discostano parecchio dalla legalità.

Eppure, a prima vista, Nardo e Sabina perseguono gli stessi scopi. Ma con modalità diverse. E ciò che più colpisce  è che i mezzi scelti da Nardo sono spesso più efficaci e sembrano anche più giusti.

Nardo è un vero e proprio maestro di vita. Non solo per Sabina, ma anche per il lettore, che non può che rimanere incantato dalle sue conoscenze e dalla suo pensiero. Di Nardo finisce che ci si innamora, nonostante per Nardo l’amore non esista e sia solo un sottoprodotto del possesso e della voglia di dominare l’altro. Nardo è l’antieroe che spodesta l’eroe con la logica, la chiaroveggenza e la precisione del suo pensiero, che sa scavare nei recessi dell’uomo fino a scardinare le nostre convinzioni più radicate, Nardo è un affabulatore che persegue un fine con ogni mezzo, con la sua machiavellica freddezza e la calma che deriva dalla conoscenza di se stesso e dei meccanismi che regolano i rapporti umani.

Nardo esiste per controvertire l’ordine costituito, gli stereotipi, le convenzioni sociali e le consuetudini consolidate. Una figura scomoda ma illuminata. Un faro per chi soggiace al pregiudizio e all’abitudine.

Ah, dimenticavo. In questi romanzi si cerca sempre un assassino, ovvio. Ma si finisce per mettere in secondo piano l’indagine perché le vicende di Sabina e di Nardo passano sempre avanti a tutto.

Dunque, a parte innamorarsi di Nardo, subire il suo fascino oscuro e affilato come una lama, si imparano anche molte cose dalla lettura dei due romanzi. Oltre all’antropologia, Nardo offre senza sovrapprezzo una eccellente lezione sulla numerologia, il satanismo, i misteri che avvolgono la vita dei Beatles, i testi delle loro canzoni, la family di Charles Manson.

Nardo Baggio, lo avrete capito, è un serpente incantatore, che giunge all’improvviso a turbare un equilibrio, a interrompere una situazione di quiete con la sua energia magnetica e le sue convinzioni. E Sabina è il piccolo roditore che aspetta con rassegnazione il morso mortale che la trascinerà negli abissi.

Gli abissi che ogni volta si spalancano davanti a lei, proprio dopo che ha faticosamente costruito qualcosa che assomiglia ad una vita.

E’ amore, questo? Oppure, come dice Nardo, l’amore è solo una parola di cinque lettere?

Ai lettori l’ardua sentenza. Quando leggerete i finali dei due romanzi potrete darvi una risposta. Ma non è detto che sia quella giusta. E dovrete anche staccarvi dal magnetismo di Nardo, perché in un modo o nell’altro Nardo scomparirà di nuovo, lasciando Sabina alla sua vita, così ordinaria, scolorita, tiepida.

La raccomandazione che vi faccio è di leggere in ordine cronologico di uscita i due romanzi, per godere a pieno della trama e dei suoi significati. Dei due non so davvero decidermi a stabilire il mio preferito. Sono entrambi illuminanti e strepitosi. Letture che costruiscono una gabbia intorno al lettore, dentro la quale decidiamo scientemente di chiuderci, per isolarci dal resto del mondo e vivere la vita di Nardo e di Sabina.

Nardo in fondo è il caos che interrompe un ordine precostituito. Sabina è l’ordine, il pensiero comune che si lascia corrompere ed illuminare dal faro che fa luce nelle tenebre. Due personaggi complementari, che si completano a vicenda. Due facce della stessa medaglia, entrambe necessarie. Come il bianco e il nero. Il freddo e il caldo. Una squadra vincente, che non si cambia, vero?


L’autore

44 anni, origini mantovane, natali persiani e una vita trascorsa a cambiare case, nazioni e continenti. Laureato in legge, ufficiale di polizia giudiziaria, riversa nei suoi scritti anni di esperienza in indagini su vari ambiti criminali, nonché le sue passioni di sempre: musica, antropologia, numerologia. Il predatore di anime (2021), thriller di sorprendente originalità, ha rapidamente scalato le classifiche italiane. Un successo confermato nel 2022 dal sequel Il 9 che uccide.


  • Casa Editrice: Giunti Editore
  • Genere: thriller

COME VENTO CUCITO ALLA TERRA di Ilaria Tuti

Non c’era poi molta differenza tra cucire un corpo e ricamare per salvare ciò che di umano era sopravvissuto dentro. L’intento era fissare la vita quando sembrava sottrarsi.


Trama

Londra, settembre 1914
«Le mie mani non tremano mai. Sono una chirurga, ma alle donne non è consentito operare. Men che meno a me: madre ma non moglie, sono di origine italiana e pago anche il prezzo dell’indecisione della mia terra natia in questa guerra che già miete vite su vite.
Quando una notte ricevo una visita inattesa, comprendo di non rispondere soltanto a me stessa. Il destino di mia figlia, e forse delle ambizioni di tante altre donne, dipende anche da me. Flora e Louisa sono medici, e più di chiunque altro hanno il coraggio e l’immaginazione necessari per spingere il sogno di emancipazione e uguaglianza oltre ogni confine.
L’invito che mi rivolgono è un sortilegio, e come tutti i sortilegi è fatto anche d’ombra. Partire con loro per aprire a Parigi il primo ospedale di guerra interamente gestito da donne è un’impresa folle e necessaria. È per me un’autentica trasformazione, ma ogni trasformazione porta con sé almeno un tradimento. Di noi stessi, di chi ci ama, di cosa siamo chiamati a essere.
A Parigi, lontana dalla mia bambina, osteggiata dal senso comune, spesso respinta con diffidenza dagli stessi soldati che mi impegno a curare, guardo di nuovo le mie mani. Non tremano, ma io, dentro di me, sono vento.»

Questa è la storia dimenticata delle prime donne chirurgo, una manciata di pioniere a cui era preclusa la pratica in sala operatoria, che decisero di aprire in Francia un ospedale di guerra completamente gestito da loro. Ma è anche la storia dei soldati feriti e rimasti invalidi, che varcarono la soglia di quel mondo femminile convinti di non avere speranza e invece vi trovarono un’occasione di riabilitazione e riscatto.
Ci sono vicende incredibili, rimaste nascoste nelle pieghe del tempo. Sono soprattutto storie di donne. Ilaria Tuti riporta alla luce la straordinaria ed epica impresa di due di loro.


Recensione

Ilaria Tuti torna in libreria e io accorro, come sempre è stato.

Torna con un romanzo bello (quante sfumature in un semplice soggettivo!) e molto altro.

Ben scritto ( e questo me lo aspettavo, conosco la penna millimetrica ed evocativa di Ilaria Tuti, autrice capace di incantare anche dovesse descrivere le paturnie quotidiane di un girino. Una che con la penna crea virtuosismi partendo dal niente, c’è poco da fare).

Ambientato in un’epoca densa di vibrazioni: la Grande Guerra, l’immane sacrificio di vite umane, gli ideali che superano ogni altra cosa, anche la paura di morire nel fiore degli anni. Un periodo storico che Ilaria Tuti ha già affrontato con enorme delicatezza e senso della storia in Fiore di roccia. In questo romanzo la scena non è l’Italia ma altri luoghi: l’Inghilterra, il Belgio, la Francia. E i personaggi sono prevalentemente inglesi, eccetto che per Cate, la protagonista, che è per metà italiana. Una donna che è l’apoteosi dell’anticonformismo, e non solo perché esercita la professione medica,  in un’epoca in cui le donne dovevano solo essere mogli e madri.

Che racchiude un messaggio a me molto caro, quello che esalta la forza e la dignità delle donne e la rivendicazione dei diritti dei più deboli.

Aggiungo, a collante di quanto già detto, che la lettura scivola via dagli occhi e si insinua dentro al lettore, a stratificare, sedimentare ed esaltare i buoni sentimenti, tra cui troneggia l’amore. Quello per la professione medica, quello della patria e l’amore vero e proprio, che lega gli esseri umani con nodi indissolubili e impossibili da sciogliere.

Ilaria Tuti, insomma, fa nuovamente centro, con un romanzo destinato a piacere su larga scala. E che accontenta i più, dando un affaccio privilegiato sulla Storia, pigiando i tasti sulla forza delle donne, capaci di attraversare i mari incerti e pericolosi del pregiudizio e offrendo un focus attento sulla storia dei soldati, spezzati in due da una guerra spietata, nel fisico e nella mente. Curati da mani femminili e costretti a scendere a patti con la loro competenza e la loro umanità.

Qualche nota disarmonica.

Il romanzo inizia e già dopo poche pagina intuiamo dove si andrà a parare. Senza contare la presenza di una mano un po’ troppo generosa che sparge zucchero ovunque. Ma era proprio necessario? Ecco, questo aspetto mi fa pensare alle logiche commerciali che (purtroppo) sottintendono sempre di più l’uscita di un romanzo, che deve vendere. E che per vendere deve offrire quello che più piace alla gente. Peccato doverlo pensare.

E ora a voi, lettori: qual è la quantità di zuccheri che sopportate in un romanzo? Alta, media, scarsa o inesistente?

Vi aspetto con la curiosità a mille nei commenti!


L’autrice

Ilaria Tuti vive a Gemona del Friuli, in provincia di Udine. Appassionata di pittura, nel tempo libero ha fatto l’illustratrice per una piccola casa editrice. Il thriller Fiori sopra l’inferno, edito da Longanesi nel 2018, è il suo libro d’esordio. Il secondo romanzo, Ninfa dormiente, è del 2019. Entrambi vedono come protagonisti il commissario Teresa Battaglia, uno straordinario personaggio che ha conquistato editori e lettori in tutto il mondo, e soprattutto la terra natia dell’autrice, la sua storia, i suoi misteri. Con Fiore di roccia (2020), e attraverso la voce di Agata Primus, Ilaria Tuti celebra un vero e proprio atto d’amore per le sue montagne, dando vita a una storia profonda e autentica. Nel 2021, con Luce della notte, torna alle storie di Teresa Battaglia. Del 2021 è anche la nomina di Ninfa dormiente agli Edgar Awards.


  • Casa editrice: Longanesi
  • Genere: narrativa
  • Pagine: 382

STORIA DEL FIGLIO di Marie Hélèn Lafon

 
Hélène sferruza qualcosa per Antoine. Scarpine e cuffiette sono il suo forte, in famiglia lo sanno e ci contano. Ha sempre avuto la sensazione che il figlio di Juliette e André sarebbe stato un maschio. Un’altra delle intuizioni di Hélène, così le chiamano, e hanno un valore oracolare. Lei e Léon hanno già sette nipotine, che crescono tra Saint-Céré, Cahors e Bergerac. Le vedono spesso, perché è un continuo andirivieni, restano e se ne vanno, a grappoli irruenti di due, tre o quattro; e la manada delle cugine, come dice Léon che si picca di tauromachia.


Trama

Il figlio è André. La madre, Gabrielle. Il padre è sconosciuto. André viene cresciuto da Hélène, la sorella di Gabrielle, e suo marito: coccolatissimo, unico maschio fra le cugine, ogni estate ritrova “la madre”, misteriosa signora che ha scelto di vivere a Parigi e torna a trascorrere le vacanze in famiglia. Questo è solo l’inizio della storia, o meglio è una parte, perché le vicende narrate in Storia del figlio coprono un arco lungo cent’anni, raccontando il prima e il dopo, indagando sui molti perché, spostando di volta in volta la lente su un personaggio e su un momento diverso: due bambini gemelli di Chanterelle a inizio Novecento, un irrequieto collegiale che conosce i primi turbamenti erotici, una donna sola in un appartamento parigino, un partigiano in cerca di suo padre e molti altri ancora. A mettere insieme tutti i pezzi, in questa saga familiare costruita come un mosaico, è la magistrale penna di Marie-Hélène Lafon che, con eleganza, delicatezza e sensibilità, racconta la verità di una famiglia nelle sue pieghe più profonde, quelle che scavano i solchi della vita.


Recensione

Questa racchiusa in questo piccolo volume è una saga familiare fuori dagli schemi. Innanzitutto per i capitoli, che si susseguono senza un ordine cronologico. E poi per la storia stessa, che piomba addosso al lettore senza preamboli. Nuda e cruda. Nessuna spiegazione, neanche l’ombra di una voce narrante che introduca il lettore alle vicende di André Léoty, figlio di Paul Lachalme e di Gabrielle Léoty.

Una lettura difficile, e non solo per lo sforzo di ricostruire l’albero genealogico della famiglia. Ma anche e soprattutto per la scrittura, una prosa complessa, pesante, ricca. Periodi molto lunghi, densa di un lessico avvolgente, ripiegato su se stesso, che obbliga il lettore ad una lettura attenta, profonda. A prender fiato, a rielaborare, a rileggere.

Non nascondo che a mio avviso “Storia del figlio” sia una lettura adatta a pochi. Una lettura che è come una mappa, un mosaico in cui il lettore mette insieme i pezzi per ricavarne la storia di una famiglia in un lasso di tempo di circa 100 anni. Il nucleo del romanzo è André, di padre ignoto. Cresciuto con una zia, all’ombra di una madre assente e quasi sconosciuta, dall’esistenza eccentrica, quasi anacronistica. E con il peso sulle spalle di un padre sconosciuto, nato a inizio secolo e già segnato da una sciagura innominabile. E poi suo figlio, che dopo una vita passata all’estero fa ritorno a Chanterelle, il luogo in cui tutto ha inizio. Il luogo dove la nuova generazione si ritrova, alla ricerca del nucleo della loro storia.

Marie Hélène Lafon giunge in Italia grazie a Fazi Editore, che ha destato da un lungo sonno gli echi di autrice pressoché sconosciuta, dalla prosa delicata, ebbra di volute e di ricami, introspettiva, indagatrice, soffice.

“Storia del figlio” non è certo una lettura da farsi sotto l’ombrellone (cosa che io ovviamente ho fatto!). Nonostante ciò è una lettura che può lasciare molto al lettore attento, profondo, alla ricerca di nuove frontiere dello scrivere. Un romanzo sui molti modi di dire famiglia e sulla sua capacità innata di adattarsi sempre e comunque alle sue dinamiche, spesso inattese e impreviste. In ogni tempo e spazio.


L’autrice

Professoressa di Lettere classiche a Parigi, ha scritto una dozzina di libri tutti ambientati nella natale regione dell’Alvernia: i suoi romanzi hanno sempre avuto molti lettori fedeli. Con Storia del figlio, grazie al quale ha vinto il premio Renaudot, ha raggiunto l’apice della sua carriera.


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Traduzione: Antonella Conti
  • Genere: narativa straniera
  • Pagine: 159

IL PALAZZO DI CARTA di Miranda Cowley Heller

 
In alto, sopra la duna più elevata, appare una stella nel cielo, inizialmente debole, ma poi sempre più intensa finché non diventa un gioiello brillante. Eppure so che è la morte quella che vedo. L’ultimo tremolio prima del buio. Il gemito silenzioso.  La bellezza incespicante. Una fiamma disperata – possente, trascendente –  che combatte per il suo ultimo respiro.

Trama

Una bracciata dopo l’altra, il viso esce dall’acqua per cercare aria e poi torna a inabissarsi. Elle adora nuotare davanti alla casa di famiglia a Cape Cod. Ma quel giorno è diverso dagli altri. Perché Elle la sera prima ha fatto una scelta che ha cambiato tutto. Ha fatto l’amore con Jonas, l’uomo che, se tanti anni prima le cose fossero andate diversamente, ora sarebbe il suo compagno. Eppure, quel futuro non si è realizzato e il cuore di Elle si è aperto a Peter, suo marito, con cui ha avuto tre figli meravigliosi. Con lui è felice, ma il pensiero di Jonas non l’ha mai abbandonata. Ora Elle ha solo ventiquattr’ore per prendere la decisione che potrebbe stravolgere la sua vita; per farlo, non può ignorare la colpa che la unisce e la divide da Jonas. È il loro passato, è ciò che li ha allontanati, ma è un segreto che riecheggia nel presente. E ora tutto potrebbe tornare a galla come il fondale sabbioso che, durante una tempesta, affiora in superficie. Elle sa che cosa comporterebbe. Sa che non è sola e che le conseguenze delle sue azioni peserebbero sulle persone che ama di più. Come sa che le scelte ormai alle spalle non sono giuste né sbagliate. Le scelte davvero importanti sono quelle che si hanno davanti.


Recensione

All’inizio è stato un vago scetticismo. Un’irrazionale reticenza a gettarsi in una lettura venata di rosa, un colore che non amo e che non contamina (quasi) mai le mie letture.

Poco dopo, scorse le prime pagine, è giunta improvvisamente la consapevolezza di essere già coinvolta, legata a quattro mani a Elle e alla sua vita. Un’impressione che non è più mutata. Che è cresciuta, avviluppandomi ad una storia avvincente, intrecciata a quella di una famiglia complicata e ai luoghi aspri, incontaminati e pittoreschi di Cape Cod.

La scrittura ipnotica e avvolgente di Miranda Cowley Heller ha fatto il resto. Pulita, profonda, empatica. Con un utilizzo superlativo  della prima persona, scende nei recessi di Elle e dona al lettore la sua visione, il suo intimo, ogni angolo, anche il più nascosto, dei suoi pensieri e delle sue sensazioni. Impossibile rimanervi indifferente. Impossibile non amare questa prosa che scava dentro ogni cosa, e tira fuori ogni umore e ce lo dona, senza riserve.

La storia di Elle parte dalla sua infanzia e giunge all’età adulta. Attraversa la recente storia americana, le mode, la musica, gli abbagli degli anni ottanta e l’implosione dell’età adulta, quando i sogni si sfaldano e il peso delle scelte fatte sembra insostenibile. Una famiglia che sembra segnata dall’onta dell’abuso, che incede faticosamente cercando di pulirne il ricordo. Che nasconde, che cela l’errore nascondendolo nei recessi insondabili della coscienza. E un luogo magico, Back Woods, che anno dopo anno accoglie i membri di questa famiglia. Li ricompatta, li cura, rinsalda i loro rapporti in un miscuglio di acqua, sale, sabbia, tramonti e ricordi.

A Back Woods c’è il Palazzo di Carta, una casa di vacanze sulle rive di uno stagno, che d’inverno cade in un sonno letargico e che d’estate si desta al chiasso di bambini, madri e padri, che giungono in vacanza in  quel lembo di terra aspra e salina. Il Palazzo di Carta è un luogo magico, misterioso quanto basta quando d’inverno il bosco se lo riprende in scacco e pieno di luce e di promesse d’estate, quando si può scorazzare scalzi, fare il bagno nelle acque gelide dello stagno e scaldarsi al fuoco dei falò la sera, sulla spiaggia davanti all’immensità dell’oceano. Un posto così non può essere che il luogo del cuore, per Elle e per la sua tumultuosa famiglia. Elle vi ha conosciuto il suo primo amore, Jonas. Ma vi ha anche seppellito il ricordo di un errore inconfessabile, che ha allontanato Jonas da Cape Cod.

La storia di una famiglia spesso è una storia di ritorni. Drammi che si consumano in silenzio e che tornano a riscuotere un pedaggio amaro. A volte, per non turbare un equilibrio fragile si sceglie il silenzio. A volte, per non morire, si sceglie di dimenticare. La storia di una scelta, che potrebbe aprire strade sconosciute per Elle. La voglia di cambiare e la paura di farlo. L’ombra di un rimpianto che deve essere neutralizzata, a tutti i costi.

Miranda Cowley Heller è abilissima nel tessere la trama di questa famiglia e nel descriverne i sentimenti. La vicenda che narra si srotola senza attrito e attraversa decenni di storia e di esperienze, che hanno la forza tumultuosa di un uragano nel modificare i destini delle persone e nel tracciare i percorsi imprevedibili di un amore che sembra immortale. Eppure il richiamo della realtà è forte quanto il sogno e a volte anche di più.

Una lettura che passa a pieni voti il mio gradimento, per l’ambientazione pittoresca e irresistibile e per i personaggi meravigliosamente caratterizzati. Consigliatissima a chi desidera immergersi in una storia familiare complessa e ingombrante, a chi annusa l’aria cercandone la vena salina e trae ossigeno dalla natura, nella sua espressione selvaggia e primordiale. A chi resiste alla vertigine camminando in bilico sul baratro. E a chi sogna sui passi di un grande amore, che resiste al tempo e alle ingiurie della vita.


L’autrice

Miranda Cowley Heller è cresciuta a New York. Dopo la laurea a Harvard, ha scritto molte serie di grande successo per il canale HBO. Divide il suo tempo tra Londra, Cape Cod e Los Angeles. Il palazzo di carta è il suo romanzo d’esordio.


  • Casa Editrice: Garzanti
  • Traduzione: Stefano Beretta
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 394

QUALCOSA NELLA NEBBIA di Roberto Camurri

E lì, davanti a un mare sconosciuto e lontano, tenendo tra le braccia una versione irreale di me, sono dentro ai miei racconti. (…).
Mi sento travolto, e tutto trema attorno a me. Trema il mare e trema il canale, e la città e i suoi tetti, tremano le nuvole sopra la mia testa, i profumi degli alberi, dell’erba, della rugiada nelle albe invernali, del sole e dei fiori nell’afa delle estati.
Tremano il profumo e il candore della neve.
 

Trama

Uno scrittore sceglie di ambientare i suoi romanzi a Fabbrico, un paese che non ha mai visto ma che lo attrae inspiegabilmente. È un uomo insoddisfatto e arrabbiato, odia la sua famiglia e il suo lavoro. Il suo primo libro ha avuto successo, e ora sta scrivendo nuove storie, diverse, ambientate in una Fabbrico spettrale in cui si muovono tre personaggi: Alice, che ha avuto una grottesca carriera in tv e ha scelto di tornare a vivere in paese; Giuseppe, da sempre innamorato di Alice anche se può averla solo in un perverso gioco sessuale; e Andrea detto Jack, che da bambino assiste all’arrivo di un’inquietante famiglia nella casa con cinque comignoli vicina alla sua, diventando testimone di una terribile tragedia. Invitato a un festival letterario in Olanda, lo scrittore comincia a confondere realtà e finzione, e grazie a una donna misteriosa scopre un passato che non sapeva di avere.

Amore e amicizia, fiducia e tradimento, vita e morte: Roberto Camurri torna ai temi di A misura d’uomo in un romanzo intimo e intenso, radicalmente sincero. E con una lingua suadente e musicale, e delicati tocchi sovrannaturali, svela la natura ammaliante del passato, che ci attrae con il suo incessante richiamo ma ha il potere di liberarci dalle nostre più recondite paure.


Recensione

Ci sono luoghi che finiscono per diventare una trappola per chi li ha immaginati. Luoghi del cuore, della mente. E luoghi geografici veri e propri, popolati di persone, di storie, di destini che si attorcigliano al collo togliendoci  il fiato.

Fabbrico è uno di questi. Esiste davvero, ma Roberto Camurri lo ha destrutturato, reinventato. Lo ha cancellato per farlo risorgere in un mondo di fantasia.

Fabbrico è come un imbuto che risucchia vita e vitalità di uno scrittore in crisi, che risponde con l’odio agli interrogativi che sente gravare sulle sue spalle. Nel suo matrimonio aleggia indifferenza e rabbia e un solo ricordo, di quando dopo l’amore fatto in auto con la moglie, una nebbia repentina e improvvisa li avvolge fino a svelare Fabbrico, con le sue case e, una su tutte, una casa con cinque comignoli.

Fabbrico si materializza davanti a lui ed è il paese che lui stesso racconta nei suoi romanzi. A Fabbrico c’è Alice, c’è Giuseppe e c’è Andrea, detto Jack. Sono i personaggi che lo scrittore ha creato, che ha partorito con la sua penna, che vivono grazie a lui ma che ad un certo punto è come se si riappropriassero delle proprie vite, per viverle in maniera autonoma. Si staccano dalla volontà del loro creatore, e gli vanno incontro con lo scopo di confonderlo. La dimensione onirica è molto forte in questo romanzo, così come la confusione mai risolta tra immaginario e reale. E c’è anche autoinganno, quell’istinto di auto protezione che colora e confonde una realtà che non possiamo accettare.

Lo scrittore scrive per capire, per far dissolvere quella nebbia che ormai l’ha avvolto. Scrive per delineare un ricordo che scatta quando vede davanti a sé i cinque comignoli di una casa.

Un grido di aiuto e il desiderio di velarsi gli occhi per non vedere. Lo scrittore ha bisogno dei suoi personaggi, e loro di lui. Fabbrico è un luogo immaginato ma i suoi contorni sono sempre più netti e più spaventosi.

Fabbrico è un magnete che gira impazzito come l’ago in una bussola. E che si ferma davanti a Alice, a Jack, a Giuseppe, alla loro voglia di dimenticare, di rifare, di distruggere e di ricostruire. Lo scrittore non può che guardarli vivere, perché dopo che ha dato loro la vita ne ha anche perso il controllo. E ne subisce il giudizio.

In un vortice di confusione, dove memoria e sensazione si intrecciano e si sovrappongono, le recondite impressioni di una vita lontanissima tornano a galla. E riaffiorano consapevolezze che erano state celate. E i personaggi tornano ad essere lievi ectoplasmi che fluttuano dentro ad una coscienza che recalcitra dentro a sensazioni attutite, che spaventano e fanno male. E Fabbrico torna ad esistere.


L’autore

Roberto Camurri è nato nel 1982, undici giorni dopo la finale dei Mondiali a Madrid. Vive a Parma ma è di Fabbrico, un paese triste e magnifico che esiste davvero. È sposato con Francesca e hanno una figlia. Lavora con i matti e crede ci sia un motivo, ma non vuole sapere quale. Il suo libro d’esordio, A misura d’uomo (NNE 2018), ha vinto il Premio Pop e il Premio Procida ed è stato tradotto in Olanda, Spagna e Catalogna. Il suo secondo romanzo, Il nome della madre, è stato tradotto in Olanda e Germania. Qualcosa nella nebbia è il suo terzo romanzo.


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Collana: La Stagione 2022
  • Genere: narrativa
  • Pagine: 172

LA CONDANNA DEI VIVENTI di Marco De Franchi

Aspetti la notte, e la notte è adesso. La prima volta ti sposti sul retro per somministrarle un’altra dose di cloroformio e glutaraldeide e assicurarti che stia bene. Sai che il suo cuore non reggerà per troppo tempo a quel trattamento. Nelle altre occasioni non ti è mai interessato, adesso sì.


Trama

Il bambino ritrovato nella notte sta nascondendo qualcosa. Fosco sostiene che è stato rapito ma è riuscito a scappare, correndo per le campagne toscane. Nessuno gli crede, o forse nessuno ha provato ad ascoltarlo davvero.
Io sì. E so che dentro il suo racconto si cela qualcosa di terribile. Qualcosa di più grande di lui e, forse, anche di me. Ma cosa può essere?
Soltanto quando un altro bambino scompare, inizio a intravedere uno spiraglio per portare avanti la mia indagine. Fosco e Andrea vivono lontani, non si conoscono, non hanno nulla in comune. Tranne l’aspetto: sono identici, potrebbero essere gemelli. Andrea, però, non ricompare: sta a me trovarlo, stanare chi ha ucciso suo padre e l’ha portato via da sua madre. Sta a me salvargli la vita.
Ma da sola non ce la posso fare, ho bisogno di aiuto.
L’unico a credere in me è Fabio Costa, un poliziotto reietto e dal passato oscuro, spedito al confino in un piccolo commissariato di provincia.
Mentre il numero delle vittime aumenta, e gli enigmi si fanno sempre più indecifrabili, capisco che l’artefice di questi delitti risponde a un disegno superiore. La sua è un’ossessione morbosa, feroce, inarrestabile: trasformare le proprie follie visionarie in violente realtà. In deliranti opere d’arte.
Mi chiamo Valentina Medici, sono il più giovane commissario del Servizio Centrale Operativo, e questa è la mia prima, vera indagine. E rischia di essere anche l’ultima della mia vita. Perché nessuno può precipitare in un pozzo così nero, così profondo, e sperare di rie­mergerne indenne.


Recensione

Sangue, tanto sangue. Le aberrazioni di un uomo, che sfidano qualsiasi censura e travalicano anche le fantasie più estreme. Rapimenti e morte. E tanta crudeltà.

Marco De Franchi, un passato da Commissario Capo di Polizia presso la SCO, non si è posto limiti e ha confezionato un romanzo che non lascia indifferenti. Vi ha messo tutti gli ingredienti giusti: follia, sadismo, mistero, dark web, snuff movies, sangue. Quasi una sfida a non tralasciare niente, con il chiaro intento di scioccare il lettore e avvilupparlo alla sua trama adrenalinica.

Una pubblicità roboante e un book trailer degno di nota hanno stressato le aspettative degli addetti ai lavori e del pubblico. La copertina rosso sangue è rimbalzata su tutti i social e il richiamo a Caravaggio ha fatto il resto. Il pubblico è rimasto a bocca spalancata, preso immediatamente all’amo.

È indubbio che questa opera sia di notevole levatura. La sua trama elaborata, che non lascia spazio a previsioni sulla soluzione del caso e sui moventi del colpevole, prende in scacco il lettore e lo rinchiude dentro alle sue spire.

Eppure traggo la sensazione che il desiderio di lasciare una impronta nel panorama thriller sia stato soverchiante nell’architettura del libro. Un libro in cui, a mio personale parere, si è passata una linea, una demarcazione, lasciando che ogni singolo ingrediente fosse iperdosato, a confezionare un piatto troppo elaborato e ahimè (per me) indigesto.

Il desiderio di compiacere, l’inserimento di troppi elementi narrativi, il richiamo inconscio ad altri capolavori del recente passato (Carrisi? Dan Brown?) mi hanno tolto il gusto per questa opera corposa, che tuttavia ha il pregio di introdurre dei personaggi molto affascinati ( ho una cotta per il tenebroso Costa, per dirne una, uomo dal passato tormentato e pieno di coni d’ombra e un’ammirazione viscerale per Valentina, dalle sembianze angeliche ma determinata e solida come un monolite) e di propinare al lettore un’ambientazione domestica molto suggestiva (si parla anche di Volterra, piccolo gioiello etrusco, romano, mediovale a un passo da casa mia).

Eppure “La condanna dei viventi” ha avuto solo consensi, segno che il problema è solo ed esclusivamente mio. Del resto non posso negare che De Franchi ha addomesticato l’intero impianto narrativo, che, avrete capito, non è affatto lineare ma pieno di colpi di scena. Il ritmo della sua narrazione non ha pecche, né ne ha la sua prosa, che ha un incedere senza sconti, dritta al punto come un treno ad alta velocità, e scevra da qualsiasi divagazione. E credetemi, tenere alta l’attenzione del lettore per quasi 600 pagine non è esattamente da tutti. Senza considerare che qui parliamo di un esordiente!

Capitoli brevi, talvolta brevissimi non stancano l’occhio di chi legge. E il contributo dell’esperienza maturata sul campo fanno il resto.

Insomma, un romanzo in chiaro scuro, che ha solleticato la mia sensibilità per l’abbondanza di effetti speciali.

Come nella vita e così anche nella lettura mi confermo una persona molto frugale, che non ama gli eccessi. Sono convinta che un buon romanzo prescinda dagli espedienti narrativi. Che un buon romanzo non debba sottostare ad una lista di fondamentali. Che un buon romanzo non debba nascere solo per vendere. Che un buon romanzo debba toccarmi nel profondo senza comprare la mia attenzione e il mio clamore.

Rimane comunque saldo l’invito a leggere La condanna dei viventi. Vi regalerete molte ore di pura tensione emotiva e potrete costruire la vostra personale visione su questo romanzo che a breve travalicherà i confini nazionali per approdare all’estero.

E tu, cosa ne pensi? Sei un idealista per cui la scrittura ha sempre un fine superiore? O sei più pratico e cerchi un’emozione forte e trascendente che superi ogni altro aspetto del romanzo che leggi?


L’autore

Marco De Franchi (Roma, 1962) fin da bambino sognava di fare lo scrittore tanto quanto desiderava diventare investigatore. Ha infatti un passato da Commissario Capo di Polizia, periodo durante il quale ha lavorato presso il Servizio Centrale Operativo (SCO), l’ufficio investigativo italiano che più si avvicina all’FBI. Vive tra Pisa e Livorno con la moglie Debora e i due figli. Le esperienze sul campo sono state fondamentali per la scrittura del thriller La condanna dei viventi.
Ancor prima della pubblicazione in Italia, La condanna dei viventi ha suscitato l’immediato entusiasmo degli editori europei. Nei prossimi mesi uscirà in Germania, Spagna, Francia, Olanda, Grecia, Polonia, Lituania e Romania.


  • Casa Editrice: Longanesi
  • Genere: thriller
  • Pagine: 564

QUESTIONI DI SANGUE di Anna Vera Viva

 
Sarebbe mai stato all’altezza del compito che gli era stato affidato? Quanto ancora ci sarebbe voluto per sopprimere il marchio del sangue che lo trascinava inevitabilmente verso scorciatoie a dir poco discutibili? Avrebbe mai domato la sua natura sanguigna e fallibile? Quella natura che, pur cercando di nascondersi, bramava una giustizia sommaria, rapida e conclusiva?
Adesso che l’aveva avuta non si dava pace. La goccia che aveva fatto traboccare il vaso, ecco cosa poteva essere stato il suo intervento. La Sanità, l’aveva capito, viveva di un equilibrio tutto suo, e lui con la sua inesperienza era arrivato a turbarlo.


Trama

Il rione Sanità è un’isola. Un lungo ponte lo divide dal resto di Napoli. Qui, i vivi e i defunti convivono da secoli e non vi è posto, più di questo, in cui morte e vita siano così strettamente intrecciate. Ed è qui che, dopo quarant’anni, due fratelli si rincontrano. Raffaele, dato in adozione giovanissimo alla morte della madre, ci torna come parroco della basilica di Santa Maria alla Sanità. Peppino, invece, è il boss del quartiere. Due uomini che non potrebbero essere più diversi l’uno dall’altro. Eppure, il richiamo del sangue, ineludibile, li unisce. Un legame che è fonte di pericolo e tormento per entrambi. Quando la morte colpisce e un cadavere viene ritrovato in un appartamento del rione, le indagini, suffragate da un testimone poco affidabile, seguono un unico binario. Quell’omicidio fa tirare un sospiro di sollievo a tante persone, ma Raffaele non si lascia abbindolare. Decide di rivolgere il suo sguardo, esperto della vita, proprio tra la sua gente, anche se questo significa guardare qualcuno di molto, forse troppo, vicino a lui. Ma Raffaele non si è mai fermato davanti a nulla e non inizierà adesso. Sa bene che le sue indagini possono compromettere un equilibrio basato su regole non scritte e allo stesso tempo inderogabili, ma deve andare avanti. Per – ché la Sanità è un’isola e per navigare il mare che la circonda ci vogliono coraggio, passione e un concetto diverso di verità. Nel suo romanzo, Anna Vera Viva ci guida in uno dei rioni più affascinanti del nostro paese. E, attraverso la potenza del sangue, ci fa conoscere l’animo umano e le sue contraddizioni. Dopo aver letto questo libro, l’eterno scontro tra bene e male avrà un sapore nuovo.


Recensione

Il sangue, principe dei fluidi. Dispensatore di vita e di morte. Simbolo di qualcosa di atavico, oscuro, spaventoso, indispensabile.  Il sangue, quello che unisce due persone in un vincolo quasi sacro e sicuramente inviolabile. Il sangue denso, scuro e metallico che scorre da una ferita, la vita che vola via con esso, la violenza di uno strappo. L’arroganza di chi pretende di governare il flusso di questa linfa vitale, che spaventa i deboli di stomaco, impressiona i fatalisti e inebria i sadici.

Il sangue. C’è forse un umore più simbolico? Vitale? Allegorico? Catartico?

Anna Vera Viva sembra ammaestrare il sangue in ogni sua accezione. Lo ammansisce, gli dà una guida da seguire, lo ricopre di significati e costruisce per lui una trama in cui possa avere un ruolo da protagonista.

“Questioni di sangue” parla di legami, tra uomini e donne, e tra questi e i luoghi, il cui ricordo è un marchio a fuoco sulla carne. Napoli è il luogo da cui tutto parte e in cui tutto fa ritorno. Un luogo catalizzatore di bellezza e di miseria. Di solidarietà e di rancori. Un luogo che il sangue ha colonizzato, fino a impregnare la terra nel profondo. Napoli e la sua gente, colorata, chiassosa, superstiziosa. Gente che si arrangia per campare, le cui vite fanno capolino dai bassi, casupole che affacciano sui vicoli, bui ma pieni di vita. Gente povera, spesso poco istruita, che imbastisce la propria vita sulla saggezza popolare e su consuetudini antiche, codici d’onore di un passato che non vuole morire.

Napoli in realtà è circoscritta al Rione Sanità, luogo che in passato dispensava salubrità ai suoi abitanti, ma anche miracoli. Luogo che si espande sopra terra, con i suoi vicoli colorati e sotto terra, con le sue catacombe, antichi cimiteri che tutt’oggi non hanno perduto la loro fascinazione quasi magica. Un Rione in cui la Camorra trova terreno fertile e distoglie spesso i giovani dalla buona strada, indirizzandoli verso la malavita.

Peppino Annunziata è il boss della Sanità. Un uomo dal passato tormentato, le cui mani si sono macchiate del sangue dei nemici ma che è sensibile alla bellezza in ogni sua forma e che possiede un suo codice d’onore. Don Raffaele invece è il parroco della Sanità, un uomo imponente, la cui insubordinazione gli è costata il trasferimento in quella zona di Napoli contraddistinta da miseria e delinquenza diffusa. Animato da buone intenzioni, vuole dare nuova linfa al rione, portando tra la popolazione la speranza e la fiducia nel bene. Predicando tra la gente la possibilità di poter decidere della propria vita, una vita da vivere nell’onestà. Eppure Napoli per il prete è anche un ricordo della sua infanzia. Un’infanzia trafitta dalla perdita. Napoli è una calamita, che inconsapevolmente ma con una forza disumana lo ha tratto a sé per riportarlo alle sue origini.

Alla Sanità la gente ha bisogno di un conforto. Perché c’è un uomo prepotente  e crudele che semina discordia e paura.  E quando muore assassinato per mano ignota, Raffaele si troverà ad indagare per proprio conto, aiutato dalla sua perpetua, Assuntina,  abile cuoca e pettegola fenomenale, che non vede l’ora di ficcare il naso negli affari degli altri in modo, per così dire, legalizzato.

Ed ecco che “Questione di sangue”  si tinge di giallo. E poi di nero, perché Anna Vera Viva si fa l’artefice di una discesa nell’animo umano, nelle sue sfaccettature, quelle buone e quelle meno buone, che possono farti ribellare e compiere azioni inattese e insensate.

Cosa ho amato di questo romanzo? Beh, molte cose, in verità. I colori di Napoli e della sua gente, che trova sempre il modo per sopravvivere e sdrammatizzare. L’ironia pungente, il suono cadenzato del suo dialetto, subdolo incantatore, che ti catapulta davanti ad un mare azzurro e al Vesuvio maestoso che fa da cornice.

I profumi dei vicoli, la cucina sublime di Assuntina, che ci delizia e ci fa immaginare sapori, consistenze e umori di cibi meravigliosi. La gente che campa come può, perché per vivere dignitosamente tutto è permesso. Che fa capolino dai bassi, che solo chi è di Napoli può trasformare con l’immaginazione in regge e ville da capogiro.

La scrittura di Anna Vera Viva è un tripudio di vitalità e di emozioni. Un torrente in piena che travolge il lettore e lo trascina con sé. Una prosa evocativa, che cattura ogni umore, odore, sensazione che risale dai vicoli della Sanità.

E il sangue, che tutto governa e a cui tutto fa capo. Il sangue, che denuda l’animo umano e lascia scoperta ogni pulsione, ogni contraddizione dell’uomo.

Una cosa è certa. Voglio tornare alla Sanità. Da Peppino, da Raffaele, da Assuntina.  E da Carmela, da Totore, da Rosetta e da tutti i derelitti che sopravvivono agli sgambetti di un destino avaro.

Ritrovarli. Consolarli. Salvarli. Dalla malavita, dalla malasorte e anche da se stessi. Tornare, si. Chissà che non sia possibile, un giorno….


L’autrice

Anna Vera Viva, salentina, si trasferisce a Napoli nel 1982. Scrive da molti anni ed è sceneggiatrice di docufilm e cortometraggi tra cui La consegna e Specchio delle mie brame, candidati al David di Donatello. Le sue passioni sono viaggiare e gironzolare per musei e gallerie d’arte contemporanea. Soggiorna spesso a Parigi e tra le montagne abruzzesi.


  • Casa Editrice: Garzanti
  • Collana: Narratori Moderni
  • Genere: Noir
  • Pagine: 250