LE DUE MORTI DEL SIGNOR MIHARA di Tommaso Scotti

“Gocce di vapore? Che vuol dire?”
“Che nessuno di noi vive una vita sola. Siamo come gocce d’acqua, cambiamo forma di continuo. Occupiamo un certo spazio per un po’, fino a che evaporiamo per piovere da tutt’altra parte.”
(…)
“Ricordatelo, Jim-Kun. Siamo come gocce di vapore. Sui bordi delle teiere, in un cestello di bambù pieno di ravioli o sulle finestre appannate nelle mattine di tardo autunno. Così vicini e così invisibili, siamo soltanto gocce di vapore in balia del vento e della grazia delle nuvole. E la nostra vita niente di più che un sussurro. Niente più che la fragile promessa di qualcun altro.”


Trama

Un Giappone sconosciuto e oscuro, corroso da antichissime e spietate tradizioni. Questo il teatro in cui l’ispettore nippoamericano Nishida si trova ad affrontare un caso impossibile da risolvere.

Takaji Mihara, un uomo d’affari ormai in pensione, è stato ucciso nella sua casa, trafitto da un colpo di spada. La polizia è convinta di aver trovato il responsabile del delitto, un sospettato che avrebbe avuto sia il movente che l’opportunità. Ma il presunto colpevole ha problemi psichiatrici, forse è persino tossicodipendente e ripete di aver trovato la vittima già morta. Il suo sembra un delirio, ma anche per Nishida qualcosa non torna nella ricostruzione dei fatti. Persino le analisi del medico legale riportano alcune stranezze che sembrano contraddire il profilo della vittima.

Cos’è successo? Chi era davvero Takaji Mihara?

Nishida capisce presto che, per fare luce su questi interrogativi, dovrà addentrarsi nella pericolosa zona grigia degli «evaporati»: migliaia di uomini e donne che per svariati motivi decidono di scomparire e ricominciare da un’altra parte, con un altro nome, con un’altra vita. Un business gestito da società clandestine si occupa proprio di questo: far evaporare le persone. Sarà seguendo la loro scia fumosa che Nishida cercherà di risolvere il mistero, svelandoci un volto del Giappone inedito, spiazzante e inquietante, ma anche incredibilmente poetico.


Recensione

Un Giappone inedito e senza veli, che si lascia guardare da vicino, mostrando sottili crepe dentro alla sua proverbiale aurea di perfezione.

Un protagonista che racchiude in sé le tessere di un puzzle che promette di diventare un quadro perfettamente disegnato.

E una storia incredibile, che prende le mosse dal passato e che si infittisce in un mistero sempre più intricato.

Mescolate questi tre ingredienti ed ecco a voi un thriller indimenticabile, meravigliosamente congegnato e condotto con enorme maestria dal suo autore, l’italianissimo Tommaso Scotti che vive e lavora in Giappone da diversi anni, motivo per cui riesce nell’impresa di raccontare luci e ed ombre del paese del Sol Levante, dove tradizione e modernità si scontrano e si sovrappongono, nascondendo e svelando al tempo stesso il fascino irresistibile proprio delle sue contraddizioni. Un paese di cui forse si sa troppo poco e quel poco è schiacciato da stereotipi e false verità. Un paese che Scotti viviseziona, regalandoci uno spaccato vivace e spietato della sua essenza.

Di fatto, dopo anni in cui il thriller di matrice nord europea ha monopolizzato la scena, un cambio così repentino di ambientazione non poteva che scuotere gli amanti del genere da ogni tipo di sopore.

Dopo la prima sensazione di smarrimento, gettarsi a capofitto nella storia è stato facile e naturale. Il protagonista, Takeshi Nishida, di fatto tiene i piedi in due staffe, agevolando l’operazione di accettazione del suo lato esotico da parte del lettore tradizionalista. Nishida è per metà americano, un mezzosangue come si autodefinisce. La sua stazza fisica non è certo quella di un giapponese, come anche i suoi occhi, tipicamente occidentali nella forma e nel colore. Nishida è un outsider che ha dovuto lottare e che lotta tuttora per emergere nella società giapponese, piuttosto chiusa al cambiamento e alla novità. Una società alla quale Nishida guarda con occhio critico, sebbene soggiaccia anche al suo appeal e alla fascinazione per la sua lingua tradizionale, il Kanji, complicata e quasi incomprensibile per noi occidentali, qualcosa da proteggere da ogni contaminazione.

Nishida è un poliziotto per passione, che cerca la verità a tutti i costi. Un piccolo Bat-man che è cresciuto con il pallino per la giustizia, in nome della quale è disposto a sacrificare la sua vita privata. Aiutato dalla scossa dalla caffeina in lattina nella sua bevanda preferita, dal sostegno del collega Joe e dal suo non essere “abbastanza giapponese”,  Nishida dimostra talento ed intuizione da vendere ed è un protagonista perfetto, che immediatamente ti entra sotto pelle.

La storia, che segue il caso de “l’ombrello dell’imperatore”, è una storia di rinascita e di riscatto, ma anche di perdono. C’è che fugge da una realtà inaccettabile e ricostruisce il suo vissuto e chi rimane dentro al rimpianto, invischiato dagli errori commessi in passato. A volte scomparire può sembrare l’unica via di fuga da una vita di vessazione, con la quale non si può più venire a patti.

Nishida dovrà occuparsi della morte di un uomo, che fin da subito mostra delle contraddizioni. Un uomo che sembra senza passato. Un uomo solo che si è fatto da solo. Un uomo che potrebbe non essere chi dice di essere. Un caso che sembra semplice, una soluzione che pare a portata di mano. Ma che non convince.

Nishida uscirà vincitore, come uomo e come poliziotto. E senza sforzo consoliderà le pareti di quel posticino che si è preso dentro il nostro cuore. Un posto che si fa sempre più luminoso, comodo, sicuro. Che niente e nessuno può sottrargli, perché Nishida ormai vi si è insidiato, come un uccello nel suo nido.

Nishida e il suo Giappone, con i suoi colori tenui e il ricordo del suo passato. Ma anche quello roboante e implacabile della metropoli, che non lascia scampo a chi vuole voltarsi indietro ma che al tempo stesso pretende di avere sempre un faro puntato sulla tradizione.

Un luogo che terremo sgombro, pulito, accogliente nell’attesa che Nishida torni presto ad abitarlo. Un luogo che già mi manca.


L’autore

Tommaso Scotti, nato nel 1984, laureato in matematica, seguendo una passione per le arti marziali si è trasferito in Oriente nel 2010. Ha poi conseguito un dottorato di ricerca a Tokyo, dove adesso vive e lavora. Nel tempo libero si dedica al pianoforte e alla calligrafia. Il suo romanzo d’esordio, L’ombrello dell’imperatore (Longanesi, 2021), ha conquistato il pubblico e la critica grazie al personaggio dell’ispettore nippoamericano Nishida e allo sguardo curioso e disincantato con cui racconta un Giappone inedito e spesso frainteso.


  • Casa Editrice: Longanesi
  • Genere: thriller
  • Pagine: 318

LE CASE DAI TETTI ROSSI di Alessandro Moscè

Gli invisibili del manicomio erano intramontabili. Avevano una personalità nascosta sotto le nuvole dei pensieri, come le radici delle piante più delicate che andavano protette dal freddo dell’inverno. Rappresentavano un assoluto fuori dal mondo, o erano tutto il mondo. Due facce della stessa medaglia, la scena e il retroscena, l’ossessione per le atrocità subite da bambini, da adolescenti, durante la guerra. O perché nati male, infelici. La fatalità era rivolta ostinatamente contro i matti, che non riuscivano a sfogarsi, ad aprirsi. Il loro groppo in gola veniva avvertito come un demone sinistro. Girava e si fermava sotto il chiasso dei passeri che volavano in gruppo da un albero all’altro, o sotto il garrito dei gabbiani che dal Passetto, dal mare bianco, si allontanavano verso il centro di Ancona, volando sopra il cimitero degli ebrei.
Il vuoto del cielo penetrava più a fondo negli intervalli di buio e ans
ia.

Trama

In occasione della vendita della casa di nonna Altera e nonno Ernesto, Alessandro torna ai tetti rossi, ovvero la grande struttura dell’ex ospedale psichiatrico di Ancona, complesso di palazzine nel verde inaugurato a inizi Novecento e riconvertito dopo la Legge Basaglia del 1978.

Il distacco dalla casa dell’infanzia diventa per lui la soglia di un viaggio nel tempo, nei ricordi di quando ragazzino gironzolava intorno ai cancelli per vedere i matti, gli internati, di quando Ancona e le Marche tutte confinavano tra quelle mura chi non aveva retto alla Seconda guerra mondiale: le ex prostitute, gli ossessivi, i paranoici e semplici sbandati infliggendo loro privazioni e pene corporali. A dare una svolta alla gestione dell’ospedale, sulla falsariga di Basaglia, Alessandro ricorda fu il dottor Lazzari, assistito da medici, da suor Germana e dal giardiniere Arduino, re dei fiori e delle piante medicinali. Oggetto del loro tentativo di un ospedale più umano l’uomo-giraffa, il pirata, Franca che sogna i nazisti, Adele che non ricorda nulla se non Mussolini, Giordano che quando non colleziona bottoni pensa solo al Napoli calcio. Alessandro entra nei loro cuori e, compassionevole, ci descrive gli ospiti del manicomio come senso, spirito, emozione, paura, speranza.Gioia, tristezza, euforia, disperazione. La sfida di una follia curabile si intreccia ai teneri ricordi famigliari, fatti anche di odori e sapori di un mondo perduto, e al campo da calcio su cui lui e Luca, il figlio del giardiniere, sfidarono i matti in una grande partita con squadre miste.

Il racconto poetico e illuminante di un pezzo di storia del Novecento spesso dimenticato, una riflessione emozionante sulla follia, l’integrazione e la libertà.


Recensione

Oltre il muro, al di là della barricata. Nella valle proibita, nei luoghi insidiosi, in cui regna il caos, il degenero. Lo straordinario incanto di corpi senza padrone, di anime errabonde, abbandonate al lusso della follia, al luccichio accecante della libertà. Espressioni, gesti, pensieri. Ossessioni, aberrazioni, voci fuori dal coro, troppo stridule per essere ascoltate, troppo lievi per essere sentite.

Alessandro è poco più che un fiolo negli anni settanta e i tetti rossi svettano vicino alla casa dei nonni, ad Ancona. Il manicomio esercita su di lui un’attrattiva quasi morbosa. E i matti, che sono visti con timore, spavento, ma anche con enorme curiosità mista a sgomento e a compassione. I matti, anime spezzate dagli abusi, dai disagi, dalla povertà. Uomini e donne minati da aberranti virtuosismi della mente, vittime di ossessioni, compulsioni, manie. Uomini e donne piegati dagli elettroshock, dai bagni gelidi, da fantasiose e terribili terapie frutto di assurdi pregiudizi. Intorpiditi, storditi, alienati, annientati.

Eppure il dottor Lazzari, direttore illuminato dei tetti rossi, infrangerà più di una consuetudine medica. Toglierà le barriere divisorie tra uomini e donne, incoraggerà i pazienti a scrivere, dipingere, disegnare. Pretenderà ambienti accoglienti e vorrà conoscere la storia di ogni paziente, per poter comprendere le ragioni del suo disagio. E aprirà le porte del manicomio alla città, organizzando feste di carnevale indimenticabili. Con lui il fido Arduino, virtuoso della botanica, giardiniere sensibile e illuminato, che tratta le piante così come Lazzari tratti i pazienti. Le ammaestra, le addomestica con il suo tocco delicato e la passione che trasuda dalle sue abili dita. Arduino, che costruisce una giungla gentile intorno al manicomio, domando anche le piantine più ostinate, in una sorte di parafrasi della cura medica sul paziente più difficile.

In quegli anni le nuove frontiere della psichiatria incombono sui manicomi.  La legge Basaglia, di lì a poco, chiuderà  i battenti dei manicomi e i matti saranno dati al mondo. Reintegrati nella società ma anche schiacciati dall’indifferenza e dalla segregazione. Ognuno con il suo bagaglio di follia.

Nell’incertezza di quegli anni, ogni matto cercherà una strada da percorrere. E il piccolo Alessandro, insieme a Luca, il figlio di Arduino, rimarranno ad osservarli, sognando di poter parlare con loro, di poter scoprire i loro segreti e di giocare a pallone sul campetto vellutato del manicomio. Ipnotizzati dall’alchimia della diversità, dall’appeal ingovernabile della deformità, della profanazione delle regole, dalla ribellione della mente rispetto all’educazione, alla creanza, alla scriminatura che colloca la normalità da un lato e la pazzia dall’altro. La libertà della follia, un allucinante meraviglia da provare sulla pelle. E l’incomprensibile apprensione degli adulti. Quella di scoprire l’insondabile abisso dietro gli occhi dei matti.

“Le case dei tetti rossi” è un omaggio delicato e struggente agli artisti della mente. Coloro che furono etichettati come pazzi perché eccentrici, spaventati o fuori dall’ordinario. I liberi di mente, i puri di cuore. E coloro che li curarono, che gli si inginocchiarono di fronte per guardarli negli occhi e ascoltare ogni loro parola. Chi volle conoscere la loro storia e provò a gettare un ponte per raggiungerli. Chi credette di guarirli, di rieducarli, di far tornare in loro fiducia e coraggio.

E gli altri, che stavano loro intorno, paralizzati dalla paura della diversità. Per i quali la follia fu un virus contagioso che passava sottopelle con la sola vicinanza. E la società tutta, che per cancellare i matti stabilì che non erano mai esistiti.

Un romanzo che segna un’epoca e descrive con partecipazione e umanità la parabola discendente della follia, prima demonizzata, poi negata. Che narra il coraggio di medici pionieri, che decisero di affacciarsi di fronte al precipizio. Che spalanca il miracolo compiuto da un semplice gesto e da una parola di conforto. Che scoperchia l’abuso e il disagio dentro alla follia. E che cancella il filo sottile che la sottrae alla normalità.


L’autore

Alessandro Moscè è nato ad Ancona nel 1969 e vive a Fabriano. Si occupa di letteratura italiana. È presente in varie antologie e riviste italiane e straniere. I suoi libri di poesia sono tradotti in Francia, Spagna, Romania, Venezuela, Stati Uniti, Argentina e Messico. Ha pubblicato saggi, curato antologie poetiche e romanzi. Si occupa di critica letteraria su vari giornali. Ha ideato il periodico di arte e letteratura Prospettiva e dirige il Premio Nazionale di Narrativa e Poesia “Città di Fabriano”.


  • Casa Editrice: Fandango Libri
  • Genere: narrativa italiana
  • Pagine: 186

BRAVA RAGAZZA CATTIVA RAGAZZA di Michael Robotham

Come psicologo criminale ho incontrato assassini, psicopatici e sociopatici, ma mi rifiuto di descrivere le persone come buone o cattive. Il male nasce dall’assenza del bene, non è qualcosa di predestinato, scritto nel DNA, o determinato da genitori di merda, insegnanti negligenti o amicizie crudeli. Il male non è una condizione, è una “prerogativa” e, a volte, questa “prerogativa” definisce la persona.


Trama

Michael Robotham, autore bestseller di fama internazionale, torna nelle librerie italiane con il primo capitolo di una nuova, travolgente serie con cui si conferma un maestro indiscusso del thriller psicologico.

Da bambina, la misteriosa Evie Cormac è stata protagonista di un truce caso di cronaca: la polizia l’ha trovata nascosta in una stanza segreta dove, proprio sotto ai suoi occhi, si è consumato un terribile delitto. Da quel giorno sono trascorsi anni, durante i quali si è sempre rifiutata di svelare la propria identità: non si sa quale sia il suo vero nome, la sua età, da dove provenga. Oggi vive in un istituto e rivendica l’indipendenza. Lo psicologo forense Cyrus Haven è chiamato a determinare se Evie sia pronta per vivere da sola nel mondo. Ma questa ragazza è diversa da tutte quelle che ha incontrato: affascinante e pericolosa, fragile e astuta, a Evie non sfugge mai quando qualcuno sta mentendo. E nessuno intorno a lei dice la verità. Nel frattempo, Cyrus viene chiamato a indagare sullo scioccante omicidio di una campionessa di pattinaggio sul ghiaccio, la quindicenne Jodie Sheehan. Bella e popolare, Jodie è ritratta da tutti come la ragazza della porta accanto, ma durante le indagini comincia a emergere, un tassello alla volta, un’inquietante vita segreta. Cyrus è intrappolato tra i due casi: una ragazza che ha bisogno di essere salvata e un’altra che ha bisogno di giustizia. Quale sarà il prezzo da pagare per la verità?


Recensione

I graffi di un passato crudele sono ferite che lasciano cicatrici indelebili. Potranno smettere di sanguinare e di provocare dolore. Ma non dimenticherai mai il male che le ha prodotte.

Così è per Cyrus Haven. Da piccolo ha subìto una sorte inimmaginabile. E’ sopravvissuto alla peggiore tragedia che un bambino può sopportare. Solo, a gestire il senso di colpa. Solo, a consumarsi nell’odio, quello che gli altri dicono sia sbagliato. E da grande, è diventato psicologo forense. Per aiutare gli altri. Per favorire la verità, la consapevolezza. E il perdono, possibilmente.

Così è anche per Evie Cormac. Di lei non si sa niente, eccetto che poco più che bambina è stata trovata in una stanza segreta, nella casa di un uomo, giustiziato e lasciato a decomporsi sotto i suoi occhi. Denutrita, selvaggia, sporca. Senza nome, senza storia. Evie è un nome inventato e tale rimarrà, perché lei non ha mai raccontato chi fosse in realtà e perché si trovasse segregata. Evie, che è passata da una casa famiglia all’altra, è giudicata instabile e incapace di prendersi cura di se stessa. Ma Cyrus vuole darle una possibilità e la prende con sé. Vuole vederla crescere e liberarsi dei suoi pesi, così insostenibili. Vuole capire cosa la tiene stretta al suo segreto, così pesante da impedirle di vivere una vita normale. Cyrus è tuttavia sopraffatto da Evie, una presenza ingombrante, incombente, misteriosa e per certi versi selvaggia e quasi animalesca. Evie racchiude più di un segreto, ma è anche consapevolmente cosciente dei suoi fardelli, che sembrano insostenibili e che Cyrus proverà a sollevare.

Questo romanzo affonda le mani in un territorio insidioso e affascinante. L’insidia è il ricordo, che corrode dall’interno. Il fascino è la sorpresa di conoscersi e di imparare a fidarsi. Gettare un ponte tra due vite corrotte dal male, mettersi nei panni dell’altro. Il desiderio di curare la ferita, vederla rimarginare.

“Brava ragazza cattiva ragazza” è un thriller magnifico, dove si cerca un colpevole ma anche il rimedio ai mali che corrompono l’anima. Un omicidio strapperà una giovane pattinatrice alla sua vita e Cyrus sarà chiamato a collaborare al caso. Un caso intricato, che nasconde molti segreti e che Cyrus risoverà anche grazie alle intuizioni di Evie, che possiede il dono di percepire la menzogna in chi le sta di fronte.

Cyrus si troverà stretto tra la storia mai confessata di Evie e quella nascosta di Jodie. Due ragazze sperdute, l’una sottratta alla sua libertà, l’altra privata della vita per motivi incomprensibili. E mentre l’assassino di Jodie sarà smascherato, sulla vita di Evie tornerà ad incombere il passato.

Micheal Robotham costruisce una storia toccante, la cui costruzione narrativa riesce in pieno nel tentativo di agevolare la discesa nell’intimità dei protagonisti, anche attraverso il susseguirsi di capitoli scritti in prima persona da Evie e da Cyrus. L’autore porta al parossismo il concetto di ambiguità e di mistero e con esso gioca e ci confonde, in un tira e molla ad alta intensità emotiva. E nello stesso tempo ci propina una lezione sulla necessità e la bellezza di andare incontro all’altro senza difese, a mani aperte, avvolti dall’idea di accomunare le esperienze dolorose e di metterle al servizio del prossimo. Un thriller che chiude il lettore in una bolla, scritto con grande maestria e suggestione. L’intento è quello di agevolare un processo che renda la soluzione del caso del tutto secondaria allo studio della psicologia dei personaggi, alle ripercussioni della violenza sulla loro mente, ai rimedi che questa mette in pista per difendersi. Una lettura davvero indimenticabile, che si chiude senza chiudersi del tutto, lasciando uno spiraglio che getta un cono di luce sul futuro. Un futuro che spero si palesi prestissimo, perché la storia di Evie e di Cyrus non è finita…


L’autore

Nato in Australia nel 1960, ex giornalista e ghostwriter, è autore di thriller di grandissimo successo. Pluripremiato e campione di vendite, i suoi libri sono tradotti in venticinque lingue. Brava ragazza, cattiva ragazza, primo capitolo di una nuova serie, ha vinto il Gold Dagger Award della Crime Writers’ Association ed è stato finalista all’Edgar Award. Vive a Sidney con la sua famiglia.


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Dark Side
  • Traduzione: Giuseppe Marano
  • Genere: Thriller
  • Pagine: 457

IL NASCODIGLIO di Jenny Quintana

 
Era un  sollievo rilassarsi dietro una porta chiusa a chiave, anche se tracce di sangue sulla carta igienica non se ne vedevano ancora. Si posò le mani sulla pancia. Se dentro aveva un bambino, quant’era grande? Che aspetto avrebbe avuto? Si immaginò la sua pelle traslucida, i pugni minuscoli e gli occhietti socchiusi.
Si alzò di colpo, scacciando quell’immagine, chiuse i rubinetti e si spogliò. Il caldo aveva concesso una tregua e la pioggia batteva contro il vero smerigliato.

Trama

24 Harrington Gardens è una casa che custodisce molti segreti. Segreti che gli inquilini vorrebbero seppellire per sempre.

E qui oggi Marina viene a cercare il suo passato con la speranza di capire perché dopo la nascita è stata abbandonata. Nel frattempo molti inquilini se ne sono andati, mentre altri sono ancora lì a osservare. E qualcuno sta osservando proprio lei. Qualcuno che conosce la verità…

E poi c’è la storia di Connie, una storia che viene dagli anni Sessanta. Connie ha appena perso la madre e ha scoperto di essere incinta. È affranta e soltanto la speranza di seguire il suo amore partito per Parigi può consolarla.

Un romanzo intrigante sull’identità, l’amore e vecchi segreti tenuti nascosti per anni.


Recensione

La ricerca delle proprie origini è una specie di calamita per chi, come Marina, possiede un passato nebuloso. Della sua nascita sa lo stretto necessario, che ha appreso da piccola dalle labbra della sua madre adottiva. Il mistero che avvolge la sua venuta al mondo non cessa di inquietarla fino a condurla  ad Harrington Gardens, davanti al portone di una casa che ha visto giorni migliori. Là, ventotto anni prima, Marina è stata abbandonata, avvolta amorevolmente in uno scialle blu. E là fa ritorno, decisa a scoprire chi sia la sua madre biologica.

Così, come Marina cerca ossessivamente sua madre nel 1992, Connie desidera conoscere suo figlio, quello che cresce nel suo ventre. Nel 1964 la vita è dura per una adolescente che è rimasta incinta e che non ha un marito, ma Connie, superate le prime incertezze, non ha dubbi: il suo bambino verrà al mondo. Basterà tenere nascosta la gravidanza e cercare di raggiungere il suo amore a Parigi.

Essere donna, in qualche modo, ha sempre ha che fare con la vita. La maternità, voluta, indesiderata, subìta o agognata, ha inevitabilmente l’oscuro potere di ottenebrare ogni altro sentimento. Chi sia istinto, necessità o destino, essere o non essere madri condiziona in ogni caso la vita di una donna.

“Il nascondiglio” è un romanzo popolato di donne. Di esse possiede la forza e la determinazione, che trasudano dalle pagine, vergate con la scrittura sicura e incalzante di Jenny Quintana. E non gli mancano né il candore, né la struggente dolcezza di un ricordo da portare chiuso gelosamente nel cuore.

Le due protagoniste si muovono su piani temporali diversi ma nello stesso spazio, quello del palazzo imponente e discreto di Harrington Gardens, a Londra. Marina e Connie e le loro verità, che si rincorrono, si intrecciano e si confondono, per andare a formarne una sola, dolorosa eppure carica di desiderio di accettazione, di perdono e di speranza.

La storia, il destino, non hanno mai una sola faccia, ma tante diverse angolature cui guardare. Ciò che ci immaginiamo, che desideriamo intimamente, ciò in cui crediamo e a cui ci aggrappiamo con tutta la nostra forza, non è mai univoco. Al contrario, è come una scatola magica che, una volta aperta, sprigiona sorpresa e nuove visioni. Marina cerca sua madre e trova l’epilogo tragico e intensamente poetico di una giovane vita spezzata. Connie insegue il suo sogno d’amore e lotterà per attraversare gli ostacoli che la allontanano dalla sua realizzazione.

Eppure, anche dalla morte e dal sogno che si infrange si può trovare la pace, quella sottile e dolce rassegnazione che ci fa scorgere sprazzi intensi di amore anche nella morte. Da un segreto che teniamo nascosto nei recessi di vecchie stanze e negli anfratti della memoria, nasce la conoscenza, la comprensione. Quello che ci riconcilia con il passato e che getta un ponte sul futuro.

In fondo, ognuno di noi è ciò che lo ha prodotto. Le cose che ha visto, le lacrime che ha sopportato, i sogni che lo hanno animato. Ognuno di noi è un pezzo di passato, quello che ha vissuto, e un pezzo di futuro, quello che ha sognato e desiderato. La speranza di viverlo e la certezza di averlo già vissuto, in precedenza.

Il nascondiglio è un romanzo intenso e avvolgente sul legame tra madre e figlio e sull’amore, che guarisce le ferite più nascoste ed intime. Un racconto che coinvolge il lettore e lo trascina dentro le oscillazioni  di un’altalena temporale  che tocca un inizio e una fine, in cui la rinuncia e il sacrificio assumono l’ampiezza più grande e trascendentale che si possa immaginare. Solo la verità può portare quiete. Solo la verità riconcilia due vite spezzate, che tornano a formare una retta, senza fine.


L’autrice

Jenny Quintana è cresciuta nell’Essex e nel Berkshire, dove attualmente vive con la famiglia. Laureata in Letteratura all’Università di Londra, ha insegnato Inglese in Inghilterra, a Siviglia e ad Atene. In Italia è conosciuta con il romanzo La figlia scomparsa, edito da Garzanti.


  • Casa Editrice: Francesco Brioschi Editore
  • Traduzione:; Denise Silvestri
  • Genere: thriller
  • Pagine: 320

INSPIRA, ESPIRA, UCCIDI di Karsten Dusse

Soltanto un uomo che non fa ciò che non vuole fare è veramente libero.

Trama

E se qualcuno applicasse alla lettera i princìpi della mindfulness per liberarsi dei propri problemi, facendoli fuori uno a uno (non solo in senso metaforico)? È quello che succede a Björn, avvocato in carriera dalla clientela molto esigente, quando la moglie lo spedisce a fare un corso di mindfulness minacciando di divorziare e di allontanarlo dalla figlioletta. A meno che non impari a conciliare famiglia e lavoro. Ma non è semplice applicare quei sani princìpi quando il tuo maggiore cliente è un mafioso narcotrafficante, che per sfuggire alla polizia si nasconde nel tuo bagagliaio durante una gita con tua figlia. Per impedire al lavoro di entrare nella sfera privata, Björn ha un’unica scelta: lasciare il “lavoro” nel bagagliaio sotto al sole, con conseguenze letali ma salvifiche. Finché la scomparsa del boss lo obbliga a prendere in mano la gestione dei suoi loschi affari e… sostituirlo!

Inspira, espira, uccidi è la storia di un omicidio deliberato ma non premeditato, un’inaspettata fusione tra una guida di mindfulness e un poliziesco, e soprattutto un originale romanzo di intrattenimento.


Recensione

Conquistare la serenità, conciliare vita privata e i sempre più pressanti impegni di lavoro, gestire lo stress, acquisire la completa padronanza di sé. Chi non vorrebbe raggiungere questo obiettivo e riuscire a dedicare più tempo a se stesso e a chi gli sta accanto?

Certamente non Bjorn, avvocato in attesa di successo, con il sogno di diventare finalmente socio dello studio per il quale lavora e che si trova, invece,  a lavorare con un unico e ingombrante cliente, dal passato poco chiaro e dal presente altrettanto dubbio. Bjorn è schiavo del suo lavoro, che gli porta via tutto il suo tempo, a discapito della moglie Katharina e della figlioletta Emily. Ed è  sempre più coinvolto nei loschi traffici del suo cliente al quale è decisamente complicato dire di no.

Ed ecco che la mindfulness si affaccia nella sua vita. Una filosofia che pretende di risolvere tutti i suoi problemi esistenziali, di affrancarlo dal lavoro e concedergli una visione consapevole e non critica di se stesso e della realtà, riuscendo nel controllo delle proprie emozioni e dei pensieri negativi.

Tutto bene, direte voi. Un problema, una possibile soluzione.

Eh no!, rispondo io. Perché la mindfulness, se presa alla lettera e senza un filtro critico, potrebbe condurre proprio dove ha condotto Bjorn….. in luoghi non esattamente confortevoli….

Il nuovo Bjorn, riveduto e corretto dopo ogni incontro con il suo terapeuta,  risulterà consapevole, scevro dai condizionamenti esterni, positivo, estremamente abile nell’applicare la filosofia del “qui e ora”. Concretamente indirizzato a cogliere la meraviglia della vita, se vissuta con la giusta consapevolezza e con l’obiettivo di viverla pienamente.

Purtroppo, con un imbarazzante  eccesso di zelo,  il nostro consapevole eroe non disdegnerà di colpire chi o cosa gli impedisce di raggiungere il benessere. E qui iniziano i guai!

Definire questa chicca un thriller non renderebbe giustizia al meraviglioso lavoro di Karsten Dusse, che lancia ironia e sottile sarcarmo alle stelle, nel tratteggiare i disastri che si compiono quando prendiamo le cose alla lettera.

Così, per non inquinare la sua isola temporale con la piccola Emily, per evitare accuse e gogne varie, per cogliere a pieno la potenza del presente e la sacralità del vincolo familiare, Bjorn spargerà sangue a destra e a manca, pensando di essere nel giusto nel seguire pedissequamente i consigli del suo terapeuta.

Angoli delle labbra all’insù e piacere di lettura al massimo, nel seguire le vicende di Bjorn, che subisce un tremendo effetto domino nel tentativo di risolvere i problemi che gli si parano davanti, non ultimi quelli con la giustizia.

Un’esperienza di lettura altamente originale, brillante, deliziosamente divertente è ciò che si coglie da questo libro, che l’autore conduce con grande dimestichezza e sicuramente divertendosi egli stesso per le sue esilaranti trovate. Si sorride tanto, in questo romanzo e ci si delizia della genialità del suo autore, che confeziona un manuale di istruzioni per vivere in perfetta armonia con noi stessi e liberi da qualsiasi giudizio.

Istruzioni da filtrare bene prima dell’uso, mi raccomando!

L’autore

Karsten Dusse è un avvocato e autore di format televisivi di grande successo. Inspira, espira, uccidi è il suo romanzo d’esordio, il primo di una serie di thriller che hanno scalato la Top Ten dello Spiegel e non ne sono mai usciti da due anni a questa parte. La storia del cinico eppure ingenuo avvocato Björn Diemel, che diventa un vero e proprio criminale grazie alla mindfulness, ha conquistato milioni di lettori in 13 Paesi e sarà presto un film.


  • Casa Editrice: Giunti Editore
  • Traduzione: Rachele Salerno
  • Pagine: 390

L’ALBERO DELLA NOSTRA VITA di Joyce Maynard

Era quella la parte terribile dell’essere genitori. Più amavi, più avevi da perdere. Come se fosse il tuo cuore quello che il lanciatore stava scagliando verso il piatto di casa, e che si librava a mezz’aria, pronto per essere sfracellato da un colpo di mazza. Dopo aver avuto un figlio non eri mai più al sicuro.

Trama

Eleanor è una donna giovane e indipendente, fa l’illustratrice di libri per bambini e vive da sola in una bellissima casa di campagna nel New Hampshire. Quando conosce Cam, a fine anni Settanta, è subito amore e sesso e famiglia, e in poco tempo nascono Alison, Ursula e Toby. Cam è un bravo padre ma non sa trovarsi un lavoro; e un giorno perde di vista il piccolo Toby, che ha un incidente dalle conseguenze irreparabili. Eleanor non riesce a perdonare il marito, e innalza un muro di rancori che diventa insuperabile quando scopre un tradimento. Così decide di andarsene, lasciando a Cam e ai figli la casa e la normalità in cui hanno sempre vissuto. Il suo silenzio avrà conseguenze sul rapporto con i ragazzi, che entrano in conflitto con lei e lentamente la abbandonano. Ma grazie alla sua tenacia, Eleanor saprà ricostruire se stessa e riavvicinare le persone che ama.

L’albero della nostra vita è la storia di una donna e di una coppia, sullo sfondo di una Storia che si riflette implacabile nella vita di ciascuno: le lotte sociali, l’avvento della tecnologia, la tragedia del Challenger, un filo rosso che lega tutti in un’unica, grande esperienza umana. Con saggezza e compassione, Joyce Maynard ci mostra il potere liberatorio del perdono, l’unica forza al mondo che può rivelarci il significato più puro e creativo dell’amore.

Questo libro è per chi non vede l’ora di partire per un epico viaggio alla ricerca della casa dei sogni, per chi ancora conosce a memoria la coreografia del video di Thriller, per chi da piccolo riponeva ogni speranza negli astronauti che conquistavano lo spazio, e per chi immagina la propria vita come una barchetta di legno in balìa della corrente, che sussulta e sobbalza fino a raggiungere il mare aperto.


Recensione

Apro le pagine e entro prepotentemente nella vita di Eleonor. E di lei conosco tutto. La sua storia, i suoi segreti. Le cose che hanno lasciato un graffio nel suo intimo. I suoi desideri e la realtà delle sue giornate. Il suo progetto di vita e il sisma che distrugge da dentro ciò che si è costruita. L’amore senza argine per i figli, la passione screziata di disappunto verso Cam. I muri di una casa entro i quali scorre la linfa della sua vita. Le pareti, che rimbombano delle risate di tre bambini. La campagna, che non serba angoli nascosti, né rancori, né segreti.

La gioia di vivere una vita piena. I pensieri, che a volte scappano via dalla testa e si rifugiano in fondo al cuore e lì sedimentano. E covano delusione. Ma germogliano nella calda carezza del perdono.

Eleonor rappresenta un pezzetto di ognuno di noi: l’amante appassionata, la donna che si realizza con la sua arte, la madre presente e affascinata dai propri figli, che sono ciò che di più vero e bello possiede. La donna spezzata e la donna rinata. La donna che ama e la donna che si fa da parte. Quella che si allontana e che ritorna, con il perdono tra le mani. Una donna e la vita che dà e toglie. Un fiume che scorre inesorabile, sopra ad ogni sasso, lambendo gli argini e trascinando con sé ogni cosa. Un fiume che cancella i ricordi che fanno male e che restituisce la vita al terreno arido e assetato. Un fiume a cui ogni donna affida i suoi figli, in un viaggio insidioso e pieno di meraviglia, che dovranno affrontare da soli, come gli omini di sughero che Alison, Ursula e Toby affidavano ogni anno alla corrente.

L’albero della nostra vita è un viaggio. Scritto in terza persona da una penna lucida e profonda, che non conosce reticenze e che non utilizza alcun attenuante. Una penna che conosce la dolcezza e le asperità della vita, che tratteggia senza alcuna fatica, senza il timore di dissacrare né di eccedere. Che utilizza le corde profonde del sentire per trasferire al lettore la meraviglia di vivere a pieno la propria storia. Una vita che è la Vita. Quella che ognuno di noi vive ogni giorno. Che è bella, ma anche crudele. Avara e prodiga. Meravigliosa e complicata. Che ci mette alla prova e aspetta la nostra risposta, che apre scenari nuovi e inaspettati, ai quali adattarci e dai quali cercare di estrapolare gioia e pienezza.

Il racconto abbraccia oltre cinquant’anni di vita e si immerge negli avvenimenti che hanno segnato la nostra storia recente. La storia di Eleonor si intreccia alla storia della sua casa, una fattoria che si riempie della vita dei suoi abitanti. Eleonor, che vi giunge per caso, quasi a nascondervisi, per curare le sue ferite. Poi arriva Cam, affascinante e pieno di passione.  E i bambini, a poca distanza l’uno dall’altro. Sono adorabili contenitori di dolcezza e meraviglia. Corpicini caldi, manine appiccicose, favole e giochi da inventare e vita che si riempie fino a traboccare, a lasciarti senza fiato. La felicità fa quasi male e fa paura, perché è perfetta. La famiglia, che Eleonor ha sempre desiderato. Quella che lei non ha mai avuto.

La maternità accoglie Eleonor in un vortice di sentimenti che non lasciano spazio ad altro. La vita è così piena ed estenuante che trascina via con sé ogni altro spazio e qualsiasi altro pensiero. E l’amore per Cam sbiadisce. Il legame si spezza. E Eleonor lascia la fattoria, per non assistere alla capitolazione di un sogno.

E inizia un processo inesorabile di corrosione. I legami si sfilacciano e poi si spezzano. Il rancore si diffonde a macchia d’olio e la solitudine torna ad abitare le giornate di Eleonor.

Ma il fiume continua a scorrere, incurante di tutto. E Eleonor torna a galleggiare. E a nuotare. E a navigare, a favore di corrente. Un omino di sughero caparbio e inaffondabile. E tornerà a casa, a rinsaldare i legami. A costruirne di nuovi. A sostenere chi vacilla. A chiudere il cerchio.

Una vita da vivere e che viviamo, spesso inconsapevoli, di farlo, ogni giorno. Scegliendo, ma anche subendo i capricci del destino. Partiamo con un bagaglio a sorpresa e utilizziamo il suo contenuto come meglio sappiamo. E viaggiamo senza conoscere la meta. Cercando una terra promessa e facendo salire altri passeggeri, che ci accompagneranno. Per un minuto, un anno o per sempre. Il viaggio sarà bello se c’è il sole. Ma arriverà la pioggia e ci bagnerà. E il vento, poi, ci asciugherà. Come Eleonor si è lasciata asciugare dai venti secchi che accarezzavano i muri stinti della fattoria. Come Eleonor che ha costruito e ha demolito. Che è partita e poi è tornata.

“L’albero della nostra vita” è un inno alla Vita. Una canzone stonata che suona una musica che ci piace. La fotografia di ciò che siamo. La meraviglia della vita, che è sorpresa, ebrezza, passione. Delusione, dolore e caduta. E rinascita, respiro, luce.


L’autrice

Joyce Maynard è una scrittrice e sceneggiatrice americana, giornalista per il New York Times, Vogue, O, The Oprah Magazine, e The New York Times Magazine. Ha pubblicato diciassette libri, tra cui At Home in the World, che racconta la sua relazione da giovanissima con J.D. Salinger. Il suo romanzo To Die For è diventato il celebre film Da morire, così come Labor Day, di prossima pubblicazione per NNE, è stato portato sul grande schermo da Jason Reitman.


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Traduzione: Silvia Castoldi
  • Collana: La Stagione
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 494

LA RAGAZZA DI NEVE di Javier Castillo

La prima volta che ho letto la storia di Kiera me la sono immaginata mentre prendeva per mano la mia stessa tigre, sorridente e lusinghiera, che le diceva che sarebbe andato tutto bene. Poi me la sono immaginata che accettava di giocare a tagliarsi i capelli e a cambiarsi i vestiti, come io avevo accettato di camminare nel parco in piena notte, mi sembrava divertente ma ero stordita dall’alcol, come se fossi io la bambina di tre anni che non sa che anche i sorrisi possono avere le zanne. Quel taglio di capelli e quel cambio di vestiti la resero invisibile in una città con otto milioni di abitanti e, ancora oggi, nessuno sa dove si trovi Kiera Templeton,  come io non so dove sia la Miren Triggs di sei anni fa, scomparsa nel momento in cui un’ombra mi trascinò nella sua oscurità.

 

Trama

1998, New York, parata del Giorno del Ringraziamento: Kiera Templeton, tre anni, sparisce. Succede tutto in un attimo: il padre perde la presa calda e leggera della mano di sua figlia e improvvisamente non la vede più, inghiottita dalla folla che si spintona. Inutile chiamarla, chiedere aiuto e disperarsi. Dopo lunghe ricerche, vengono ritrovati solo i suoi vestiti e delle ciocche di capelli.

2003, cinque anni dopo, il giorno del compleanno di Kiera: i suoi genitori ricevono uno strano pacchetto. Dentro c’è una videocassetta che mostra una bambina che sembra proprio essere Kiera, mentre gioca con una casa delle bambole in una stanza dai colori vivaci. Dopo pochissimo lo schermo torna a sgranarsi in un pulviscolo di puntini bianchi e neri, una neve di incertezza, speranza e dolore insieme. Davanti al video c’è anche Miren Triggs, che all’epoca del rapimento era una studentessa di giornalismo e da allora si è dedicata anima e corpo a questo caso. È lei che conduce un’indagine parallela, più profonda e pericolosa, in cui la scomparsa di Kiera si intreccia con la sua storia personale in un enigmatico gioco di specchi che lascia i lettori senza fiato. Un thriller perfetto che ribalta le regole del genere.


Recensione

Non staccherai i tuoi occhi dalle pagine. Non potrai vivere, né dormire senza sapere. Non penserai ad altro. La storia ti prenderà in ostaggio. Il tuo cuore batterà più forte, mentre leggi questa storia di dolore, di mancanza e di voglia di rimediare, di rimettere insieme. Ti immedesimerai nelle vittime. Nello loro paure, nella loro discesa negli inferi dell’oblio. L’oblio che cancella la tua identità, la tua storia, che ti trasforma, ti piega, ti forgia. Ti ruba la vita, l’identità, il futuro. Due vittime. Due storie. Due piaghe e una sola medicina, capace di riparare chi vive, ridandogli una vita.

Kiera Templeton, di tre anni, scomparsa nel nulla durante la parata del giorno del Ringraziamento a New York. Una piccola e ingenua vita cancellata con un solo gesto.

E Miren Triggs, molto più grande. Una studentessa di giornalismo, inghiottita da un demone orribile, la notte in cui è stata aggredita. Che al pari di Kiera è prigioniera del suo stesso bisogno di scoprire la verità. Che vuole fatti, che grida giustizia. Che pretende di ricomporre un presente dopo che è stato completamente annientato. Che vince sui demoni. Che salva la bambina scomparsa e quella che sopravvive dentro di lei, sotto i vetri rotti dalla violenza.

Javier Castillo scrive la storia di una giovane donna che vuole salvare se stessa, che combatte contro un ricordo che brucia nel profondo. Salvare se stessi, salvare gli altri. E’ come salvare il mondo intero, riportarlo ad essere un luogo bello e giusto in cui vivere.

Castillo entra sotto pelle, con una scrittura che è un rasoio affilato. Non lascia scampo, il suo incedere non rallenta mai, anche quando il ritmo della storia si fa insostenibile. Dà una forma e un nome al dolore, senza la decenza di risparmiare al lettore il malessere dell’anima e il sortilegio che lo ipnotizza e lo rende succube.

L’utilizzo di più piani temporali spezza la storia nel momento esatto in cui la tensione è al parossismo.

Il 1998, quando Kiera scompare. E quando Miren coglie l’occasione della sua vita e si lega a Kiera con un cappio che si stringe sempre più. Il 2003, quando giunge la prima videocassetta ai genitori, con una Kiera di otto anni che gioca con una bambola. C’è il 2010, l’anno in cui arriva l’ultima videocassetta, un video fatto di assenza. E poi ci sono i fotogrammi di chi ha fatto suo ciò che non gli spetta. Che cerca di riempire un vuoto ma che finisce per collezionare sangue e distruzione. E il 1997, quando Miren si spezza, come una bambola rotta. Dopo solo buio e sprazzi di luce quando Miren studia per realizzare il sogno di diventare giornalista.

La voce narrante si alterna a quella di Miren, così trasparente da essere una scheggia di vetro.

E tutto intorno il terribile peso dell’assenza, della mancanza, dell’impotenza. Un legame si spezza, un uomo si piega su se stesso, il mondo si colma di ombre, si fa un luogo di disperazione e di dolore.

Javier Castillo scrive un romanzo superlativo. E’ cronaca ed è dramma. E’ introspezione e follia. E’ disperazione, così enorme da indurre un uomo e una donna a prendere una piccola vita in scacco.

E’ consapevolezza  di aver commesso un errore ma non poterlo sanare, in nessun modo. E’ la debolezza della carne, la potenza del desiderio, la schiavitù di un istinto che non può tacere. Ed è la forza muta di una giovane donna ferita nel cuore e nelle carni, che cade e si rialza, che si scuote la polvere dalle ginocchia e continua a camminare verso la luce. La luce che guarisce. La luce che restituisce e che sana la piaga. Una luce accecante che non smette di pulsare. Almeno fino alla prossima eclissi.


L’autrice

JAVIER CASTILLO è cresciuto a Malaga. Ha studiato Economia aziendale e ha conseguito un master in Management presso la ESCP Europe Business School. I suoi romanzi hanno ottenuto un enorme successo editoriale, sono in corso di traduzione in più di 60 Paesi e hanno venduto più di un milione di copie. La serie tratta da questo romanzo è in produzione per Netflix.


  • Casa Editrice: Salani Editore
  • Traduzione: Camilla Falsetti
  • Genere: thriller
  • Pagine: 344

LA SUA VERITA’ di Alice Feeney

Resto seduto da solo per un po’ nella penombra, a finire il vino che lei deve aver lasciato qui intenzionalmente, sapendo che ne avrei avuto bisogno. Quando la bottiglia è vuota e la casa è di hiovo immersa nel silenzio, mi avvicino alla segreteria telefonica. E cancello il messaggio.
A volte mi sembra di non sapere più chi sono.

Trama

Ogni storia ha due facce. Quindi qualcuno mente. Sempre.

Il cadavere di una donna ritrovato in un bosco, con molteplici ferite d’arma da taglio e un braccialetto dell’amicizia legato attorno alla lingua. È la classica notizia di cronaca nera destinata a monopolizzare l’attenzione del pubblico, e l’esperta giornalista Anna Andrews dovrebbe essere entusiasta di seguire quel caso. Invece preferirebbe essere ovunque, piuttosto che lì. Perché il delitto è avvenuto nella cittadina in cui è nata e cresciuta e da cui è scappata a sedici anni senza guardarsi più indietro. E adesso, in quel bosco, c’è la ragione per cui ha dovuto abbandonare tutto, la causa di tutte le sue sofferenze, un ricordo del suo passato che avrebbe preferito tenere sepolto. Se i pensieri potessero uccidere, dovrebbero arrestarla subito…

Quando arriva sul luogo del delitto, il detective Jack Harper è convinto di sapere già cosa si troverà davanti. Invece gli basta lanciare un’occhiata alla vittima per rendersi conto che questo omicidio è diverso da qualsiasi altro su cui gli sia mai capitato d’indagare. Perché lui, quella donna, la conosceva bene. Da qualche mese, infatti, loro due avevano una relazione, ed erano stati insieme proprio quella notte. Jack è probabilmente l’ultima persona ad averla vista viva. Se i suoi colleghi lo scoprissero, lui diventerebbe l’indiziato numero uno…

Ogni storia ha almeno due versioni. La versione di lui e la versione di lei. La versione di Anna e la versione di Jack. Entrambi determinati a proteggere a ogni costo i loro segreti…


Recensione

Un gioco di specchi in cui il colpevole cambia volto continuamente, a seconda dell’angolazione da cui si guarda.  Un gioco di sospetti, che si accavallano, si intrecciano, si confondono. Un attimo crediamo di avere colto la verità. L’attimo dopo la verità è già volala via, portata via dagli eventi che si susseguono senza sosta.

Lui e lei. Un tempo erano sposati e avevano una figlia. Poi il sogno si rompe e ognuno va per la sua strada. Un odio sottile li divide per sempre. Rancore, nostalgia e rimorsi sono ostacoli troppo grandi per superare il dolore.

Lui, Jack,  è un poliziotto e scappa da Londra per rifugiarsi nuovamente nel piccolo centro in cui entrambi sono cresciuti. Lei, Anna,  resta a Londra, ad inseguire il sogno di diventare conduttrice della BCC. Per un po’ ci riesce, poi ripiomba nel purgatorio, a fare l’inviata. L’alcol è sempre più l’unica ancora che la tiene a galla, dopo la morte della figlioletta. E il passato è sempre più distante, e la allontana anche dall’anziana madre, che invece ha bisogno di lei.

Il passato è una zavorra troppo pensante. Anche se vogliamo dimenticare.

Quando una giovane donna viene assassinata brutalmente Anna e Jack devono fare i conti con quel passato. Con i ricordi dolorosi di una giovinezza ingrata, quando crescere è difficile e ancora di più integrarsi, farsi accettare dagli altri. Il desiderio di piacere può essere una calamita troppo potente, che ti spinge a dire e a fare cose che non avresti mai fatto, se non per compiacere qualcuno che ti sta a cuore.

Tutta la narrazione si svolge a due voci. La voce di Jack e la voce di Anna. Ognuno dà la sua versione dei fatti, fatti che si fanno confusi, nebulosi , a tratteggiare il sospetto che sia Anna che Jack abbiano qualcosa a che fare con l’omicidio. Nel racconto dei due si inseriscono anche i fatti del passato, che vanno a disegnare un quadro sempre più complesso. Chi è davvero Anna?  E cosa nasconde Jack?

Alice Feeney costruisce un thriller ad altissima tensione, che gioca con gli indizi come un prestigiatore con le sue carte, in un abbaglio continuo e destabilizzante. L’autrice è maestra nel far vedere al lettore solo ciò che vuole e sa manovrare i suoi sospetti che a fasi alterne si concentrano su Anna o su Jack, come in una ipnotica partita a ping pong.

Le pagine volano via, ma la soluzione  non si farà trovare facilmente. Saprà nascondersi. E poi farà capolino, occhieggiando al lettore un’idea che sembra essere la soluzione. Di chi ci fideremo? Chi dice la verità e chi mente?

“La sua verità” è un thriller che si svolge in un spazio di tempo assai limitato, dentro il quale l’autrice scava senza sosta attraverso la ricostruzione millimetrica degli eventi.  Con l’intento di confondere, abbacinare e sottintendere, la Feeney riesce a realizzare un romanzo al cardiopalma, in cui il sospetto diventa protagonista assoluto, sospeso tra un personaggio e l’altro, manovrato dai moventi che si affacciano alla mente del lettore, inconsapevole giudice e vittima sacrificale di un meccanismo perverso e geniale.

Una struttura inusuale, creata per tenere in pugno il lettore, dona a questo thriller il privilegio dell’originalità, che esalta una trama in fondo è addirittura banale, in cui il desiderio di vendetta spicca tra tutti gli altri insani desideri dell’uomo. E, in fondo, il male sta spesso dove non si giudica…


L’autrice

Alice Feeney è scrittrice e giornalista, e ha lavorato per quindici anni per la BBC come responsabile del settore Art & Entertainment. Nel 2016 si è diplomata presso la Faber Academy, la scuola di scrittura creativa nelle cui aule sono stati ideati alcuni dei bestseller più amati degli ultimi anni. Ha esordito con Ogni piccola bugia, un thriller tradotto in tutto il mondo, seguito nel 2019 da Ogni tuo passo.


  • Casa Editrice: Editrice Nord
  • Traduzione: Grazie Brundu
  • Genere: thriller
  • Pagine: 372

AMORE E FURIA di Samantha Silva

… ma sarei vissuta per reclamare quella gioia che mi spettava di diritto: la fiera, indomita, fosca, ribelle ed eccelsa gioia dell’essere umani.

Trama

30 agosto 1797. La levatrice Parthenia Blenkinsop ha fatto nascere innumerevoli bambini nel corso della sua carriera, ma quando arriva alla porta di Mary Wollstonecraft si stupisce di vedere sulla soglia la sua cliente con un sorriso rilassato, che non tradisce alcun terrore per ciò che l’attende. Le cose, però, non vanno come previsto: il parto presenta delle complicazioni e in breve Mrs Blenkinsop si trova a temere sia per la madre che per la fragile creatura appena venuta alla luce. Nei difficili giorni che seguiranno, per tenere in vita la sua bambina e darle una ragione per lottare, Mary tesserà il racconto della sua breve e avventurosa esistenza, spesa a battersi in nome dell’uguaglianza e della libertà. Figlia di un uomo violento e dispotico nei confronti della moglie e della famiglia, fin da ragazzina Mary cerca un’emancipazione economica che l’allontani il più possibile dal padre. Il riscatto sembra arrivare prima grazie all’amicizia dell’altolocata Jane Arden, e successivamente nel legame con Fanny Blood, con cui apre una scuola. Il suo scopo è quello di insegnare alle ragazze a coltivare sia il corpo che la mente, così da diventare indipendenti e contribuire alla nascita di un mondo in cui le mogli possano difendersi dalla tirannia dei mariti, oppure vivere alle proprie condizioni senza vedere il matrimonio come l’unica speranza per garantirsi un futuro. Assidua frequentatrice dei circoli liberali, nei quali farà la conoscenza del filosofo Richard Price, Mary consolida la sua figura tra i pensatori dell’epoca grazie a un’opera sorprendente e all’avanguardia, Sui diritti delle donne, considerata il primo manifesto femminista della Storia. Attraverso l’alternarsi delle voci di due protagoniste che, seppur in modi diversi, hanno messo la propria vita a servizio delle altre donne, pagina dopo pagina si costruisce il potente racconto di una madre disposta a tutto per consegnare nelle mani di sua figlia un mondo in cui sia possibile provare a vivere come ogni creatura desidera: libera.
Con una prosa radiosa e avvincente Samantha Silva rende omaggio alla folgorante esistenza di Mary Wollstonecraft, pioniera del femminismo e madre della romanziera Mary Shelley. Due donne che hanno cambiato il volto della letteratura.


Recensione

Mary Wollstonecraft è una figura emblematica nella storia dell’emancipazione femminile.

Nata e cresciuta in una famiglia povera e schiacciata dall’alcolismo del padre, Mary sviluppa fin da piccola una visione assai critica della società patriarcale e decisamente contraria all’istituzione del matrimonio, inteso come una gabbia che intrappola la donna, la sottomette all’uomo e la svilisce di ogni potenzialità creativa e intellettiva.

Le sue opere furono ardite, innovative, scandalose e del tutto anacronistiche per la società ed il pensiero del tempo. Eppure costituirono e sono tuttora i capisaldi del femminismo, inteso come pensiero  volto ad affermare l’individualità della donna, essere pensante e anima sensibile, e non più solo un gingillo per sollazzare l’esistenza dell’uomo. 

L’opera di Samantha Silva, lungi dal voler essere una biografia tour court, è la storia romanzata di questa donna, che precorse il tempo e lo spazio per rivendicare il diritto della donna a scegliere, ad educare il proprio pensiero critico, a determinare il suo destino anche senza un uomo al suo fianco.

La narrazione confonde storia e finzione in un gioco sottile, condotto in punta di penna, a sviscerare il pensiero della protagonista, che parla in prima persona della sua vita, delle passioni e della idee eversive che troppo spesso la relegarono a un ruolo di dubbio valore. 

Due i piani narrativi, quello di Mary e quello della sua levatrice, una donna semplice stregata dal potere ipnotico che Mary sprigiona, con il suo modo di vivere, di vedere e di percepire l’ambiente e la società. 

Un racconto a due voci che riesce senza sforzo nell’intento di rappresentare la genesi del pensiero femminista e l’enorme difficoltà di camminare controcorrente in una società gretta e intransigente .

Ciò che percepiamo dalla lettura è la profonda bellezza e l’enorme sconforto che trasuda da Mary, essere tormentato, solo, ma anche solido baluardo di un pensiero embrionale che promette di spaccare la roccia più dura con la perseveranza e la passione.

Il ritratto che esce della societa di fine del XXVIII secolo è un piccolo capolavoro di realismo e di impietosa e cruda aderenza alla verità storica.

Quasi impossibile immaginare come Mary possa aver scardinato le convinzioni dell’epoca senza essere schiacciata. Eppure lo ha fatto. Da sola, contro tutto e tutti. E il testamento struggente che lascia alla figlioletta è qualcosa di così forte da sbalordire e così sentito e coinvolgente da lasciare il segno.


L’autrice


Samantha Silva è una scrittrice e sceneggiatrice che vive in Idaho. Si è laureata alla Johns Hopkins University’s School of Advanced International Studies, e ha studiato per un periodo nella sede di Bologna, in Italia. I suoi racconti e i suoi saggi sono apparsi su One Story e LitHub. Un cortometraggio, The Big Burn, che ha scritto e diretto, è stato presentato in anteprima al Sun Valley Film Festival nel 2018. Attualmente sta lavorando all’adattamento per il teatro del suo romanzo di debutto, Mr. Dickens and His Carol.


  • Casa Editrice: Neri Pozza
  • Traduzione: Daria Restani
  • Genere: biografia
  • Pagine: 320

L’ARIA INTORNO A NOI di Tom Malmquist

Apro la finestra. Fuori tutto è calmo e silenzioso. Solo qualche macchina che passa in lontananza. Attorno ai lampioni fluttuano cristalli di ghiaccio. Non sembra nemmeno neve, sembra che l’aria si sia improvvisamente congelata.

Trama

È il 2010 quando Tom Malmquist legge su un vecchio quotidiano la notizia della morte di Mikael K., un uomo di trent’anni trovato senza vita in una grotta alle porte di Stoccolma. Omicidio o suicidio? Il fatto risale al 1991, quando Tom era poco più di un ragazzo, e il caso rimane irrisolto e viene archiviato. Dopo quasi vent’anni, Tom si documenta con l’intenzione di scrivere un libro, e via via scopre sempre più inquietanti analogie che lo legano alla vittima. Guidato da un’ossessione frenetica si trasforma in un detective irriducibile, e l’indagine diventa il suo unico traguardo, come se trovare un senso alla vita e alla morte di Mikael fosse la chiave per trovare un senso alla propria vita, e un nuovo inizio.

L’aria intorno a noi è un’inchiesta narrativa su un uomo senza qualità, nascosto nelle pieghe di un fatto di cronaca. Muovendosi con coraggio tra autofiction e true crime, Tom Malmquist riesce a rivelare il mistero di ogni vita, che negli occhi degli altri può prendere forma e consegnarsi alla potenza abbagliante dei ricordi.

Questo libro è per chi ha provato a indovinare il peso del suo cuore, per chi vorrebbe rendere omaggio a John May di Still Life, per chi torna ai luoghi d’infanzia dove si orienta seguendo solo la memoria, e per chi vorrebbe rendere eterno l’istante leggero e perfetto in cui si taglia un traguardo, quando la fatica sembra scomparsa e le gambe non hanno ancora smesso di correre.


Recensione

Malinconia, male di vivere. Margini che si accartocciano sulle solitudini, che sono tante e diverse.

Tom Malmquist scrive una sorte di biografia camuffata da fiction, che si snoda in una Svezia fredda e indifferente, lontana dalla sua facciata di perfezione. Tom è un uomo adulto, che svolge una professione dai confini poco delineati. E’ uno scrittore e scrivere è cura ma anche dannazione per la sua vita. Un’esistenza che sembra felice, destinata a scorrere senza attrito sui binari dell’abitudine.

Tom vuole dimenticare il suo passato, si illude di averlo fatto dal momento che è riuscito a sganciarsi da una famiglia opprimente e ha una compagna dalla quale aspetta un figlio. Ma il passato torna a bussare alla sua porta, la spalanca, offrendola ai venti gelidi dei ricordi. Un omicidio avvenuto vicino alla casa della sua infanzia, si riaffaccia ai suoi occhi. Un fatto molto oscuro, che non trovò soluzione ai tempi e che aprì gli occhi dell’opinione pubblica sulla morte assistita, un argomento spinoso, difficile da inquadrare e da comprendere.

Tom si getta a capofitto nell’impresa quasi disperata e ossessiva di rivangare il caso. Ascolta testimonianze, legge i rapporti dell’inchiesta e si lascia risucchiare dai fatti di quel lontano 2010. La vittima, Mikael, era molto sola, forse omosessuale, sicuramente preda di complessi e di psicosi di vario genere. Tanto da far sospettare di voler morire per mano altrui.

Sulle solitudini, sulle incomprensioni, sull’invisibilità dei chi vive ai margini si appoggia l’indagine interiore di Tom, che prende le mosse dal vecchio cold case per giungere ad affrontare i propri fantasmi. La paura di crescere, l’insoddisfazione di una vita che sembra destinata allo squallore, il disintegrarsi della famiglia. L’incapacità di comprendere se stessi, di trovare la propria strada sono i tarli che hanno azzannato la giovane vita di Tom e che tornano a dilaniare le sue carni, anche a distanza di anni.

Cercare l’assassino di Mikael, trovare un movente a quella sua morte assurda, diventa per Tom l’unico modo per scendere a patti con la sua giovinezza, con i suoi errori e le sue paure, in realtà mai guarite del tutto.

Il dolore ammanta le pagine di questo romanzo e un senso di asfissia lo avvolge strettamente. E’ difficile lasciar andare i ricordi che fanno male, Tom lo sa e solamente dopo molti anni complicati riesce in qualche modo a far la pace con la morte di Mikael e venire a patti con il suo passato oscuro.

L’aria intorno a noi è una miscela in cui l’ossigeno latita. Pesante, deprimente, senza speranza di un soffio salvifico che porti nuova vita. E’ l’aria della consapevolezza, l’aria dell’accettazione. L’aria che racchiude tutti gli odori del mondo, alcuni soavi effluvi, altri miasmi irrespirabili. L’aria che dobbiamo respirare, ad ogni costo. Adattando i polmoni ad una miscela di gas spesso velenosa.

Tom Malmquist ci circonda di parole piene di echi, che non riescono in nessun modo a trovare uno spiraglio di serenità. La sua scrittura è ottenebrata e ottenebrante. Chiusa, buia. Senza alcun cenno di vitalità.

Non c’è spensieratezza nella gioventù, né gioia nella vita adulta, presa in ostaggio dall’incertezza in ogni sua accezione. Solo il tempo può lenire i nostri graffi, salvandoli dalla cancrena. Solo il perdono riesce a risarcire le ferite e le ustioni, riconducendoci tra le braccia della terra, come in principio.


L’autore

Tom Malmquist (1978) è uno scrittore e poeta svedese. L’aria intorno a noi è stato pubblicato in numerosi pae­si, e NNE pubblicherà anche il suo romanzo d’esordio, In Every Moment We Are Still Alive, che ha vinto diver­si premi internazionali, fino ad arriva­re in vetta alla classifica del New York Times.


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Traduzione: Katia De Marco
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 291