LA CASA DELLE LUCI di Donato Carrisi

“I bambini possiedono doti misteriose” disse. “Ma a volte i loro non sono doni, bensì maledizioni.

Un grande maestro sa individuare i primi. Uno psicologo infantile dovrebbe saper distinguere la seconde e io non so se ne sono ancora capace”.


Trama

Nella grande casa spenta in cima alla collina, vive sempre sola una bambina… Si chiama Eva, ha dieci anni, e con lei ci sono soltanto una governante e una ragazza finlandese au pair, Maja Salo. Dei genitori nessuna traccia. È proprio Maja a cercare disperatamente l’aiuto di Pietro Gerber, il miglior ipnotista di Firenze, l’addormentatore di bambini.
Da qualche tempo Eva non è più ­davvero sola. Con lei c’è un amichetto immaginario, senza nome e senza volto. E a causa di questa presenza, forse Eva è in pericolo.
Ma la reputazione di Pietro Gerber è in rovina e, per certi versi, lo è lui stesso. Confuso e incerto sul proprio destino, Pietro accetta, pur con mille riserve, di confrontarsi con Eva. O meglio, con il suo amico immaginario. 
È in quel momento che si spalanca una porta invisibile davanti a lui.
La voce del bambino perduto che parla attraverso Eva, quando lei è sotto ipno­si, non gli è sconosciuta.
E, soprattutto, quella voce conosce Pietro. Conosce il suo passato, e sembra possedere una verità rimasta celata troppo a lungo su qualcosa che è avvenuto in una calda estate di quando lui era un bambino.
Perché a undici anni Pietro Gerber è morto.
E il misterioso fatto accaduto dopo la sua morte ancora lo tormenta.


Recensione

L’infanzia è un contenitore di mistero, crudeltà, chiaroveggenza. Un mondo effimero, che ad un certo punto implode, svanisce e spesso lascia dietro di sé nient’altro che una nebbia indistinta, bisbigli che diventano sempre più incomprensibili, echi di un passato che da adulti non riusciamo più a ricordare. Un mondo che non cessa di suscitare curiosità e del quale non sappiamo mai abbastanza.

Il mondo dell’infanzia è ormai il consolidato palcoscenico che Donato Carrisi ha scelto di calcare con i suoi ultimi successi editoriali. E “casa”, una parola chiave che si rincorre nei titoli di quella che a tutti gli effetti può essere considerata una trilogia. Una combinazione che è una vera e propria miccia, pronta ad esplodere.

“Casa”, sinonimo di luogo sicuro, confortante, una sorta di grembo materno. Che in ognuno dei thriller di questa trilogia (La casa delle voci – 2019; La casa senza ricordi – 2021; La casa delle luci – 2022) è invece un luogo infido, pericoloso, pieno delle voci lugubri di chi l’ha abitata.

E un burattinaio, che possiede l’arte di sottrarre ai bambini i loro segreti. Pietro Gerber, l’addormentatore di bambini. Un personaggio pieno di coni d’ombra, psicologo infantile, che esercita una professione affascinante ma anche molto complessa, che lo pone quotidianamente a confrontarsi con abusi, violenze, devianze mentali provocate, spesso, dagli influssi malsani di chi dovrebbe vegliare su di loro.

Pietro ha proseguito la professione di suo padre, del quale ancora subisce il fascino conturbante e la solida reputazione. Una figura ingombrante, che è rimasta sempre distante da Pietro, cresciuto egli stesso con il dolore di non essere amato dal padre come avrebbe desiderato.

Pietro ha un passato complicato, fatto di solitudine. Un passato che non ha mai superato del tutto e che porta con sé il ricordo di una perdita. Una voce che non ha mai smesso di riecheggiare nella sua testa, un destino crudele che ha portato via il più piccolo dei suoi compagni di giochi, Zeno, scomparso durante un gioco innocente. Innocente, si, ma anche pieno di significati che vanno al di là del gioco. L’ansia di essere scoperto, un tocco che cattura e trasforma, il mutismo di chi è stato braccato. E poi, la parola magica, che, se non detta, obbliga al silenzio perpetuo tutti gli altri.

Carrisi costruisce una trama circolare in cui passato e presente si rincorrono e si intrecciano e dove la parapsicologia, il mistero e i poteri occulti della mente infantile, giocano a confondere e ad atterrire il lettore, vittima predestinata dei virtuosismi dell’autore, incorruttibile manovratore delle nostre paure più intime.

Insieme al bambino perduto, Zeno, c’è Eva, una bambina agorafobica, la cui mente ospita voci che sembrano provenire direttamente dall’infanzia di Pietro Gerber.

Pietro dovrà tornare indietro alla sua infanzia, alla casa delle sue vacanze estive, agli amichetti con cui giocava, al padre, distante e sconosciuto. In cerca della verità su Zeno. E dentro la mente di Eva, alla ricerca delle sembianze di chi sembra volerla manovrare.

Carrisi non è certo sprovvisto delle leve che servono per ipnotizzare il lettore e trarlo a sé. Le atmosfere che sa creare con la sua prosa, la sua scrittura evocativa e subdola, la scelta accuratissima degli argomenti da trattare e dei tasti da premere per scatenare quella morbosa curiosità e quel lieve brivido sulla schiena, sono le sue armi.

Insomma, “La casa delle luci” è per me un si. Dopo gli ultimi due lavori (in ordine di pubblicazione) che non mi avevano convinto a pieno, Carrisi torna in grande spolvero a tatuare sulla nostra pelle il brivido, come solo lui sa fare.

Un meritato accenno alle ambientazioni, belle e coinvolgenti, tagliate a pennello per restituire al lettore le atmosfere claustrofobiche e lugubri che fanno da contorno alla vicenda. Una Firenze notturna, uggiosa, attanagliata dall’umidità, sfumata dalle luci dei lampioni e rimbombante dei passi sui suoi selciati antichi e  austeri. I palazzi rinascimentali, le botteghe buie, i suoni di un passato maestoso ma anche pieno d’ombra e di mistero. E la campagna toscana, maestosamente vittima di una bellezza quasi crudele e di un passato tanto ingombrante quanto indimenticabile. Un passato che torna a galla, così come quello dei protagonisti, che sembrano prede tratte in inganno, che si dimenano inquiete tra le morse di una trappola.

E di morse che stringono il petto e tolgono il fiato questo romanzo è pieno. La morsa della morte, che non si può ingannare, né distrarre. La morsa dell’incomprensibile, che toglie fiato e sonno. La morsa subdola della memoria,  una biscia infida, che si infila dove vuole e che tormenta ogni ferita ancora aperta. E la morsa dei ricordi, dell’irrisolto, del senso di colpa. Le eco di qualcosa che è accaduto ma che non sappiamo ricordare.

E la stretta, inesorabile, del non detto. Arrivederci a presto, Pietro. Perché ci rivedremo, questo è ormai certo.


L’autore

Donato Carrisi è nato nel 1973 a Martina Franca e vive fra Roma e Milano. Dopo aver studiato giurisprudenza, si è specializzato in criminologia e scienza del comportamento. Scrittore, regista e sceneggiatore di serie televisive e per il cinema, è una firma del Corriere della Sera. È l’autore dei romanzi bestseller internazionali (tutti pubblicati da Longanesi) Il suggeritore, Il tribunale delle anime, La donna dei fiori di carta, L’ipotesi del male, Il cacciatore del buio, La ragazza nella nebbia – dal quale ha tratto il film omonimo con cui ha vinto il David di Donatello per il miglior regista esordiente –, Il maestro delle ombre, L’uomo del labirinto – da cui ha tratto il film omonimo –, Il gioco del suggeritore, La casa delle voci, Io sono l’abisso – da cui ha tratto il film omonimo – , La casa senza ricordi ed è autore della favola dark Eva e la sedia vuota. Ha vinto prestigiosi premi in Italia e all’estero come il Prix Polar e il Prix Livre de Poche in Francia e il Premio Bancarella in Italia. I suoi romanzi, tradotti in più di 30 lingue, hanno venduto milioni di copie.


  • Casa Editrice: Longanesi Editore
  • Genere: thriller
  • Pagine:432

ANGELIQUE di Guillaume Musso

Pensavo ingenuamente che soltanto il mio primo delitto mi sarebbe costato davvero. Un delitto che mi aveva proiettata nel mondo degli assassini, i quali, se dovevano uccidere di nuovo, si limitavano ad aggiungere un’altra pagina all’albo d’oro delle loro vittime. E’ chiaro che non è così semplice. Ma non ho scelta. Ho sospinto una prima pedina che ne ha trascinate altre dieci nella sua caduta. Per restare padrona del mio destino, devo uccidere ancora.


Trama

Parigi, Natale 2021.
Dopo un infarto, Mathias Taillefer si sveglia in una stanza d’ospedale. Una ragazza sconosciuta è al suo capezzale. È Louise Collange, una studentessa che suona il violoncello per allietare i pazienti in corsia. Quando Louise scopre che Mathias è un poliziotto, gli chiede di occuparsi di un caso molto particolare che la riguarda da vicino. All’inizio riluttante, Mathias accetta infine di aiutarla, e presto i due si ritroveranno uniti in una spirale che si stringe pericolosamente intorno a loro.
Inizia così un’indagine mozzafiato che parte da Parigi e arriva a Venezia, sulle tracce di un mistero che porta a una vita segreta, a un amore forse sfiorato, a un luogo desiderato ma non ancora raggiunto.
Il nuovo romanzo di Guillaume Musso – intenso, sorprendente, eccitante – è un labirinto di emozioni in cui ogni pagina mette in discussione le nostre stesse certezze.


Recensione

Aprire le pagine di un libro e spalancare un mondo intero. Un mondo di cui lui, Guillaume Musso,  è il burattinaio. L’orchestrante, il mentore, colui che guida con mani sapienti una trama caleidoscopica e piena di sorprese.

Non si smentisce, Musso. Torna con il suo cilindro, dal quale estrae una trama meravigliosamente congegnata, che mescola, come solo lui sa fare, mistero, suspense, intrighi. Una trama circolare, che dipana le sue appendici mano a mano che la lettura procede, alla stessa stregua di una strada che si spezza in tante traiettorie, ognuna con una sua genesi e un suo scopo.

Ormai saprete che Guillaume Musso è uno dei miei scrittori preferiti. Le sue storie mi inghiottono immediatamente in un budello lungo e tortuoso, buio, misterioso, sconosciuto. Come una musica che si infittisce e aumenta in un crescendo di note, i suoi racconti partono con grande slancio e ti soggiogano completamente. Tutto prosegue con un ritmo che cresce, si fa più insistente, e si espande, concedendo ogni tanto delle pause di quiete, che si dissolvono quasi immediatamente per riprendere la sua corsa.

In Angélique sono molti i protagonisti. Ognuno ha un suo piccolo palcoscenico e recita un copione che appare slegato a quello degli altri personaggi. Il nesso c’è, è chiaro. Ma qual è? E perché? Chi, tra i protagonisti, non è ciò che dice di essere?

C’è un ex poliziotto, con un passato oscuro che non riesce a dimenticare e un amore che gli tormenta l’anima. C’è un’adolescente, che pensa di essere stata ingannata. Una etoile della danza, che non sopporta di aver perso la notorietà ed il successo. Un’infermiera ambiziosa e senza scrupoli. Una donna che ha mentito. Un uomo che muore. Una madre tradita che cerca vendetta.

Ognuno ha un suo segreto, talmente forte da condizionare le sue scelte di vita.

E poi, c’è Parigi, in grande spolvero, che rinuncia alle sua grandezza ma si concentra nelle prospettive dei suoi vicoli e delle sue finestre . Come anche Venezia, attanagliata dall’alta marea, lugubre, spaventosa e ancora più ipnotica e attraente, che si spoglia della sua immagine da cartolina.

La prosa di Guillaume Musso è una boccata d’ossigeno. Scivola leggera, facendo a meno di ogni sensazionalismo ma mantenendosi semplice, quasi scarna e cedendo persino alla cronaca giornalistica un po’ del suo scintillio. E un’ulteriore concessione la fa alle immagini: nel libro sono presenti anche delle illustrazioni tra le pagine, stilizzate ma molto evocative.

L’immagine dell’essere umano che esce dalle pagine di Musso è un collage di emozioni non sempre positive. Uomini e donne che spesso mettono davanti a tutto le loro mire e i loro sordidi desideri. Esseri manipolatori che volgono a loro favore le pieghe inaspettate di un destino spesso beffardo. Musso è il maestro delle coincidenze, che utilizza con garbo per infittire i suoi misteri. Ma è anche l’uomo, l’artista, che cede alle lusinghe del cuore e difficilmente ci negherà un finale che, seppur tra qualche incertezza,  ci faccia tirare un sospiro di sollievo.

Anche in questo suo ultimo romanzo Musso si diverte a confondere le carte, lanciando al lettore un messaggio criptico, concedendo al caso, al destino, la mano  più generosa. Perché possa giocarsela nel modo più consono. In fondo siamo tutti appesi al filo della casualità. Un attimo, e il nostro destino è segnato ed irreversibile.

Musso sembra volerci dire che la nostra vita, più che delle nostre scelte, è frutto del caso. Un’interpretazione che dà la misura della forza che questo talentuoso autore attribuisce al destino, che, almeno nelle trame dei suoi romanzi, è determinante.

Insomma, per me è un enorme si. Un romanzo che mi riporta ai primissimi lavori di questo prolifico autore, quando, sconosciuto e alle prime armi, si affacciava sulla scena e la cambiava per sempre.

Musso, in realtà, non ha mai perso il suo tocco nel tempo. Le sue opere mantengono anno dopo anno il loro fulgore, ad indicare una mente ed un cuore che non hanno ancora trovato, se mai esiste, il fondo del pozzo.

Circostanza che mi riempie di gioia. Guillaume, sto già aspettando.


L’autore

Romanzo dopo romanzo, Guillaume Musso ha costruito un legame unico con i suoi lettori. Nato ad Antibes nel 1974, ha iniziato a scrivere dopo gli studi e non si è più fermato, nemmeno quando è diventato professore di Economia. I suoi libri, tradotti in 40 lingue, e più volte adattati per il cinema, lo hanno consacrato come uno dei più importanti scrittori di noir. Presso La nave di Teseo ha pubblicato La ragazza di Brooklyn, Un appartamento a Parigi, La ragazza e la notte, La vita segreta degli scrittori, L’istante presente, E poi…, Salvami, La vita è un romanzo e La sconosciuta della Senna.


  • Casa Editrice: La Nave di Teseo
  • Collana: Oceani
  • Traduzione: Sergio Arecco
  • Genere: noir
  • Pagine: 268

IO, JACK E DIO di Andrea De Carlo

Il tempo ha questo modo non-lineare di procedere: va avanti a strascicamenti da lumaca e scatti da lepre, e trova comunque il modo di lasciarti indietro. E’ sempre così, ma quando si tratta di jack e me è mille volte peggio.


Trama

Mila e Jack si conoscono fin da ragazzini, quando passavano le estati presso le rispettive nonne a Lungariva, cittadina di mare sulla costa adriatica. Per anni le loro frequentazioni si sono alternate a cicliche separazioni, nutrite da un’intensa corrispondenza tra l’Italia e l’Inghilterra. Fedeli a un patto di sincerità assoluta, Mila e Jack sperimentano cambiamenti di luoghi e rapporti, ma continuano a coltivare la loro amicizia febbrile, che sembra fermarsi appena al di qua di una storia d’amore. Finché Jack sparisce nel nulla, per sette lunghi anni. Poi a sorpresa riappare, in veste di frate.
Con questa sua ventiduesima opera Andrea De Carlo torna ai temi più cari ai suoi lettori, l’amicizia e l’amore, a cui imprevedibilmente ne mescola un terzo, la religione. Io Jack e Dio racconta di un legame necessario e insostituibile, di una ricerca spirituale senza compromessi, e dei sentimenti complicati e contraddittori tra un uomo e una donna che non possono fare a meno uno dell’altra.


Recensione

“Io, Jack e Dio” è un titolo che dice molte cose. Tre protagonisti, uno dei quali è evidentemente la voce narrante. A prima vista ammicca ad un triangolo amoroso (e l’amore c’entra eccome, non a caso sulla cover troneggia un cuore rosso). Ma subito dopo l’ipotesi cade, perché  uno degli angoli di questo triangolo è Dio. Un essere asessuato, giusto? E comunque, un personaggio assai scomodo. Come minimo ingombrante. Ma sicuramente anche altisonante, imponente, assolutamente da non ignorare.

Dio. Che altro aggiungere? Eppure, quante cose ci sono dentro a questa parola, da scriversi rigorosamente con la maiuscola! Il senso della spiritualità, quella che conosciamo noi cattolici. Ma anche l’oppressione delle regole che sono insite in ogni religione. Come, del resto, tutta l’impalcatura, pesante come una gabbia di piombo, della religione organizzata.  Come non immaginarsi Dio in tunica e barba bianca, l’espressione arcigna, la voce tonante, le mani in alto a invocare punizioni per correggere il comportamento spudorato dell’uomo?

Dio è in effetti un tramezzo, una parete, una cateratta tra l’Io del titolo, Mila,  e Jack. Mila e Jack si conoscono fin da ragazzini, quando si sono incontrati sulla spiaggia di Lungariva, una cittadina sull’Adriatico, che rifugge il caos della riviera romagnola e si mostra timida come un luogo di seconda mano, quasi fuori dal tempo, fatto di villette in stile liberty e di chiacchiere di paese.

Lui quindicenne, lei timida e impacciata dodicenne, in bilico tra un’infanzia che non molla la presa e i primi vagiti dell’adolescenza. E’ l’inizio di un’amicizia che travalicherà parecchi lustri, fatta di complicità, di passioni condivise, di scoperte e di un sentimento sconosciuto, a cui non sanno dare un nome. Anche se un nome in realtà ce l’ha, ma è un nome che spaventa entrambi. Che evoca cliché che entrambi rifuggono come la peste e che rischia di distruggere l’amicizia che li lega, che è inossidabile. Un’amicizia che sopravvive e tutte le tempeste, compresa la lontananza fisica (Jack abita a Londra) e le fugaci apparizioni dei partners di turno, sempre troppo inadeguati e mai alla loro altezza.

E gli anni passano. Jack e Mila diventano adulti e continuano a ritrovarsi, ogni estate, a Lungariva.

Poi, di colpo, Jack sparisce per sette lunghi anni. Mila lo cerca ovunque, invano. Poi, così come è scomparso, Jack riappare in una Chiesa, durante un funerale. Fra loro si insinua un Dio egoista, prepotente, guardone e intransigente.

Un Dio tonante con la tunica. Ma anche spogliato di ogni orpello, ridotto ad un figurante puro e illuminato, strumentalizzato dalla religione organizzata che lo vuole vendicativo, altero, intollerante, quando invece è altro. Un Dio che forse vuole Jack tutto per sé e che tiene fuori perimetro Mila, che nel frattempo ha uno sguardo diverso, più aperto e più franco….

“Io, Jack e Dio” è un titolo che dice molte cose, dicevo all’inizio. E, aggiungo, che trova spazio anche per disquisire sulla spiritualità, sulle tradizioni religiose, sulle credenze, sulla Bibbia. Sulla Chiesa e sul Clero. Sulla suggestione, sulla volontà e sui miracoli. Sulla reincarnazione e sulla smaterializzazione dell’anima.

Ma parla anche di crescita, cambiamento, distanza, ricordi, luoghi. D’amore, di amicizia, di famiglia, di attrazione, di sesso. Di distorsioni che complicano le cose, dilatano le distanze, allungano i tempi, agitano le acque. E di come un uomo e una donna possono gestire queste variabili impazzite, senza impazzire a loro volta. Di come un uomo e una donna possano interpretare il passato e reinventare un presente che appare complicato e indecifrabile. E di come l’amore possa appianare ogni asperità, districare ogni nodo, sciogliere ogni briglia che ci opprime e ci condiziona. Un amore che per brillare con tutto il suo potenziale sembra aver bisogno di essere negato, come se castrandolo o soffocandolo riesca a sprigionare tutta la sua purezza.

La voce di Mila è l’affaccio più puro e pulsante di questo romanzo. Un punto di vista privilegiato, sul quale riflettere il nostro io, sul quale ritrovarsi e confrontarsi. Mila è senza dubbio il personaggio più riuscito del romanzo, colei che tiene in mano le sorti della trama e che comanda il sentimento e l’umore della narrazione. Si sorride se è Mila a farlo. E ci si dispera quando Mila si trova gettata a capofitto in una delle sue cadute. Una Mila che risorge sempre, un cerotto che tappa la ferita e via. Anche quando sembra senza una via di scampo. Mila è istintiva, sanguigna, determinata. Ma anche fragile come una piuma al vento. Mila è una donna normalissima, nata dalla penna di un autore uomo che dimostra di saperne molto sulla natura umana e sulle sue pulsioni. Anche se si tratta di scrivere di una donna, per definizione complicata e imprevedibile.

La prosa di De Carlo è in grande forma e completa un quadro che non ha sbavature né errori di prospettiva.  Il suo eloquio è un torrente cristallino che leviga ogni pietra che incontra nel suo scorrere. La lettura ne esce fluida come olio, fresca come una brezza marina, bella come un ideale. Che riesce ad essere eclettica, inclusiva, rotonda. E si nutre di quell’amore che rende tutto coerente e perfetto.

L’amore in fondo è davvero il motore del mondo, e, in ogni caso, lo è di questo romanzo. Romanzo che in parte prova a distrarre il lettore con altri temi e altri luoghi ma che alla fine è felice di non riuscirci del tutto.


L’autore

Andrea De Carlo è nato a Milano, dove si è laureato in Storia contemporanea. Ha vissuto negli Stati Uniti e in Australia, dedicandosi alla musica e alla fotografia. È stato assistente alla regia di Federico Fellini, co-sceneggiatore con Michelangelo Antonioni, e regista del cortometraggio Le facce di Fellini e del film Treno di panna. Ha scritto con Ludovico Einaudi i balletti Time Out e Salgari. Ha registrato i CD di sue musiche Alcuni nomi e Dentro Giro di vento. È autore di ventidue romanzi, tradotti in ventisei Paesi e venduti in milioni di copie.


Casa Editrice: La Nave di Teseo

Collana: Oceani

Genere: narrativa italiana

Pagine: 381

VITE MIE di Yari Selvetella

Penso che chiunque abbia un figlio sperimenti prima o poi questo stupore: c’è stato un tempo in cui era possibile che tra l’idea di noi stessi e i fatti del mondo non vi fosse alcuna mediazione. Un tempo in cui i pericoli e i sogni erano soltanto nostri: nessun retropensiero sui destini altrui, nessuna allerta automatica per i rischi, anche i più inverosimili.


Trama

Amare non è sufficiente, bisogna sapere come si fa. Talvolta una vita non basta a impararlo per bene, oppure l’abilità coltivata negli anni si dissolve misteriosamente e non rimane altro che un senso di inadeguatezza e di nostalgia. Serve più di una vita, a Claudio Prizio, per poter sentire che sta davvero ricominciando da capo. Gli serve, anzitutto, cercare sé stesso negli altri. Claudio chiede riparo, come ha sempre fatto, alla famiglia, ma anche gli equilibri domestici si stanno ormai modificando. La sua è una famiglia particolare e al tempo stesso normalissima, che custodisce grandi dolori, legami insoliti e momenti di autentica felicità. Tutti devono trovare la forza di lasciar andare il passato: la sua compagna Agata, i suoi quattro figli – due dei quali ormai adulti – e soprattutto lui. Claudio cerca sé stesso in casa, ma anche nella sua città: Roma è così prodiga di incontri che finisce per stordirlo in un vortice di coincidenze. Da qualche tempo, infatti, Claudio non fa che ravvisare somiglianze tra sé e le persone in cui si imbatte: un guidatore distratto che quasi lo investe al semaforo, un rocker attempato, un agente immobiliare, una donna che si è rifugiata in campagna. I suoi simili sono specchi, ma anziché aiutarlo a comprendere la propria identità, sembrano avvilupparlo in un gioco di riflessi senza scampo. Come si fa a passare oltre preservando la memoria, ma senza diventarne schiavi? Roma, che tutto custodisce e a niente pare far caso, è una maestra in quest’arte, e suggerirà a Claudio lo stratagemma – l’ultima illusione, forse – per liberare sé stesso e coloro che ama. “Vite mie” è una impetuosa esplorazione esistenziale spinta avanti da domande brucianti: cosa vuol dire amare a un certo punto della vita, e quando la vita ha già colpito duro? Come si fa a non dare per scontati i nostri legami e renderli invece speciali, unici e duraturi? Un romanzo pervaso di riflessioni sull’amore, sulla famiglia, sul nostro rapporto con il tempo che passa. Un libro emozionante e commovente che con una scrittura ipnotica, nitida, plastica, prova a raccontarci qualcosa di essenziale che sempre ci sfugge.


Recensione

Non c’è niente di più intimo di una storia scritta in prima persona.
Niente di più personale di un racconto introspettivo, che scenda a rovistare nei sedimenti, negli strati profondi di una vita intera. E quando è un uomo che parla, lo si ascolta con maggiore attenzione, perché un uomo che parla di sé e in qualche modo si mette in discussione è cosa rara.
Troppi pudori da superare, troppe barriere, tanti luoghi comuni. E paura, forse. Di apparire fragile, inattendibile.

Invece Claudio Prizio, romano, giornalista, con una famiglia complicata a fargli da corolla, sente improvvisamente l’esigenza di ripensare a se stesso.

Perché ad un certo punto della vita sembra smarrito. Ha bisogno di conoscersi nuovamente. Scendere a patti con la sua identità, accettare i suoi limiti, fare pace con i suoi ricordi, i suoi lutti. E fondersi di nuovo con la sua città, una madre universale, transigente e tollerante, che tutto guarisce, tutto accetta e tutto aggiusta. Anche un uomo che dopo una vita passata ad amare, sente di non saperlo più fare.

Claudio è quel tipo di uomo che sa come azionare una lavatrice e come mettere a tavola una famiglia numerosa ed eterogenea. È un padre attento, e non solo verso i suoi figli naturali. Un compagno presente.

Ma vivere il suo ruolo non è facile. Crescere al ritmo dei suoi figli, di età tanto diverse tra loro. Sapersi mettere in discussione, quando serve. Avere una parola per tutti. Vivere il suo tempo, che cambia ad un ritmo vertiginoso. Rispondere alle istanze di una società troppo esigente, che non tollera incertezze o ripensamenti. Che esige perfezione dove c’è solo caos.

Ma la vita è così. E occorre viverla a pieno. Senza sconti. Senza scuse. Né rimpianti.
Cambiare senza dimenticare.
Ricordare senza fermarsi, mai.

Yari Selvetella ci regala il brivido imprevisto e imprevedibile della normalità. La sua scrittura sa vivisezionare la vita di un uomo qualunque, che potrebbe annoiare se non fosse per quella soavità, quel candore, quel genuino raccontarsi senza pudore. E la disarmante ammissione di dover ritrovare un centro di gravità nell’esistenza, che sembra perduto, disorientato dietro alle tante istanze della vita, che è sempre complessa anche quando è un uomo qualunque che lo cerca a tutti i costi.

Una lettura intensa. Un punto di vista privilegiato sui moti interiori degli uomini dei nostri tempi.


L’autore

Yari Selvetella (1976) è un giornalista e scrittore romano. Collabora con vari programmi della Rai. È un esperto di storia della criminalità romana, un tema su cui lavora da molti anni attraverso articoli e libri, tra cui il bestseller Roma criminale (scritto con Cristiano Armati, Newton Compton 2005). Tra gli altri suoi libri ricordiamo Banditi, criminali e fuorilegge di Roma. Storie di assassini, rapinatori e ribelli nella città eterna (Newton Compton 2010), Roma. L’impero del crimine. I padroni e i misfatti della capitale (Newton Compton 2011), La maschera dei gladiatori (Carta Canta 2014), La banda Tevere (Mondadori 2015), Rino Gaetano. Il figlio unico della canzone italiana (Bizzarro Books 2017), Le stanze dell’addio (Bompiani 2018).


  • Casa Editrice: Mondadori
  • Collana: scrittori italiani e stranieri
  • Genere: narrativa italiana
  • Pagine: 250

PUZZLE di Franck Thilliez

Ancora una volta si chiese dove finisse la realtà e iniziasse la finzione. Fino a che punto le radici del gioco fossero penetrate in lui. E cosa volesse davvero quel maledetto organizzatore sessantenne.

Ilan si stese sul fianco senza svestirsi, con la gruccia vicino. Quella notte avrebbe lasciato la luce accesa. Di dormire non se ne parlava proprio.


Trama

Lucas Chardon è rinchiuso in un ospedale psichiatrico e per la prima volta chiede di raccontare come sono andate le cose il giorno in cui la sua vita è cambiata per sempre. Quel giorno, la polizia ha rinvenuto otto cadaveri trucidati in un rifugio. Insieme a loro c’era lui, in lacrime, ricoperto di sangue e privo di memoria. Altrove, Ilan Dieduset riceve una telefonata: è la sua ex ragazza, Chloé. Dice di aver trovato l’ingresso a Paranoia, un ambitissimo gioco di ruolo gestito da un’entità misteriosa: tutti lo stanno inseguendo, ma nessuno conosce le regole. Ilan è stato un giocatore compulsivo, in passato, e la tentazione è troppo forte. Dopo un inquietante processo di selezione, Ilan e Chloé, insieme ad altri sei candidati, vengono convocati in un ospedale psichiatrico in disuso isolato tra le montagne. Regola numero uno: niente di quello che stai per vivere è vero; questo è un gioco. Regola numero due: uno di voi morirà. La partita comincia e, quando il gruppo inizia a sospettare la presenza di un intruso, la paranoia prende lentamente corpo. Con il passare delle ore, la competizione assume forme sempre più perverse, in una sorta di folle e angosciante meccanismo. Dove finisce il gioco e dove comincia la realtà? Chi accetterebbe di morire per un gioco?


Recensione

Thilliez chiama e io rispondo!

A distanza di un anno dal suo ultimo romanzo ”C’era due volte”, il maestro francese del thriller torna oggi in libreria con un altro gioiello di suspense e tensione emotiva. Un titolo che già richiama le caratteristiche che hanno dato enorme risonanza alle opere di questo scrittore, ossia enigmi, scatole cinesi, rompicapo enigmistici, indovinelli. Chi conosce l’autore sa già che leggere a volte non è sufficiente. Bisogna interpretare, scoprire una chiave di lettura che trasformerà il romanzo in un algoritmo matematico capace di stravolgere ogni apparente significato. Come se non bastasse, ecco giungere eco rimbombanti di misteri che da sempre incuriosiscono l’uomo: i ricordi, la memoria, il subconscio. Argomenti che inevitabilmente attraggono il lettore come una falena dalla luce e che Thilliez manipola con grande confidenza.

Insomma, Thilliez è a giusta misura un mago della letteratura, un negromante, un illusionista. Un vero e proprio prodotto da banco, ormai all’apice del successo.

Il titolo, dicevamo. Puzzle, ossia uno dei sostantivi maggiormente accostati alla sua produzione letteraria.

Tante tessere sparse su una superficie da rimettere insieme in modo coerente. Tessere che compaiono in alto nelle pagine che introducono i capitoli (ben 64, guarda caso un numero pari, addirittura un quadrato perfetto…). Tessere che possono essere ricomposte (io le sto ritagliando…. follia pura o soluzione di un mistero??)

Ma veniamo al romanzo. Questa volta Thilliez gioca con la sovrapposizione di realtà e finzione. La finzione è quella di un gioco. Una porta da scoprire che conduce i concorrenti in una realtà virtuale, che esiste ma che, per definizione non è reale. Il tema del virtuale, peraltro, è davvero attuale. Realtà fittizie in cui rifugiarsi per fuggire una realtà che non ci accoglie, che spaventa, che è estranea. Paradisi finti che portano chi vi si rifugia sempre più lontano dalla vita vera.

Un gioco, dunque. Dei concorrenti, una posta. E un luogo, in cui il gioco si svolge.

Un vecchio ospedale psichiatrico, chiuso tra le gole innevate delle Alpi francesi. Sinistro, spettrale, denso di ricordi dolorosi, fatti di costrizione e cure al limite dell’umano. Un labirinto, nel quale riecheggiano ancora le urla dei malati. Corridoi bui, stanze gelide, in cui si praticavano lobotomie ed elettroshock.

Un gioco subdolo e dei concorrenti tra i quali si celano degli impostori. Qualcuno morirà, recita il regolamento del gioco. E niente di ciò che appare sarà reale, ma solo lo specchio incantatore del gioco stesso.

La trama è circolare, scoprirete perché. E il tema della memoria è il re di ogni argomento e lascia intravedere modi spaventosi per modificare i ricordi, la coscienza, la percezione di sé.

E mentre il gioco prende il sopravvento sui giocatori, e l’ospedale psichiatrico si colma di coni d’ombra sempre più spaventosi, le eco terribili di un massacro che si è consumato tra le aspre montagne inaccessibili apre scenari sconvolgenti.

La tensione si farà palpabile e la voglia di sapere di più diverrà un tarlo che morde dal profondo fino a sanguinare. La prosa ipnotica di Thilliez fa il resto. Una scrittura che semina il dubbio, piena di pause e di interrogativi.

Ma….  quando le aspettative sono alle stelle, capita di registrare un sottile velo di delusione, vero? Credo che sarete d’accordo con me. Ecco le mie perplessità:

– la presenza di un solo piano narrativo. Una sola storia, un solo ambiente, un solo protagonista.

– dove sono finiti gli indovinelli, le sciarade, gli enigmi?

– il finale… beh, non posso dire niente, quindi mi fermerò qui.

In ultima istanza, accade sempre così, anche nella vita. Dopo la passione iniziale, tutto si affievolisce un poco, anche, in questo caso, la vera e propria ossessione che ho (avuto?) per Thilliez.

Se penso a Il Manoscritto e a Il sogno…. confesso che siamo lontani dal clamore e dall’estasi che queste due letture provocarono in me.

Ma starà a voi giudicare e a farmi sapere, giusto?


L’autore

Franck Thilliez è nato ad Annecy ed è un ingegnere informatico. Nel 2004 pubblica il suo primo libro Train d’enfer pour Ange rouge. Ha vinto i premi Les Prix des lecteurs «Quais du Polar» 2006 e Prix SNCF du Polar 2007 con il libro La Chambre des morts. Giallista di grandissimo successo, i suoi libri hanno venduto un totale di sette milioni di copie e nel 2021 è stato tra i tre autori più venduti in Francia in assoluto. Attualmente vive tra Pas-de-Calais, Antille e Guyana. Fazi Editore ha pubblicato Il manoscritto nel 2019, Il sogno nel 2020 e C’era due volte nel 2021.


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Darkside
  • Traduzione: Federica Angelini
  • Genere: Thriller
  • Pagine: 419

PERFECT DAY di Romy Hausmann

Niente male, Coccinella. Ma soprattutto dobbiamo sempre riflettere a fondo sulle cose. Da soli i nostri sensi – la vista, l’udito, l’olfatto, il tatto, il gusto – possono ingannarci. Non basteranno mai per comprendere il mondo nella sua interezza. Dobbiamo pensare. E sentire…..


Trama


Dieci bambine scomparse nei dintorni di Berlino. Dieci piccoli corpi ritrovati nei boschi, in vecchie rimesse, in cantieri abbandonati. E un’unica traccia: una serie di fiocchi rossi appesi ai rami degli alberi, che guidano fino al luogo in cui giacciono le vittime. Sono passati quattordici lunghi anni dal primo omicidio e finalmente la polizia stringe il cerchio intorno al presunto colpevole: il filosofo di fama mondiale Walter Lesniak, ribattezzato dalla stampa il “Professor Morte”. Ma dal momento dell’arresto, quello che un tempo era uno stimato docente universitario, sembra paralizzato dallo shock e aver perduto una delle fondamentali capacità dell’uomo: la parola. Più lui tace, più le cose si complicano. C’è solo una persona che non crede alla sua colpevolezza: sua figlia Ann, determinata a provare l’innocenza di quel padre straordinario, affettuoso e protettivo, e a scoprire chi è il vero killer. Un viaggio che la porterà a esplorare i lati più oscuri dell’animo umano. L’ultimo thriller di Romy Hausmann vi trascinerà nel mondo tormentato delle emozioni umane, un’esperienza terribile e bellissima allo stesso tempo.


Recensione

Un giorno, che sembra uguale agli altri, segna la fine di una vita felice. Ann vede crollare il suo piccolo mondo quando suo padre, uno stimato accademico, viene arrestato con l’accusa di essere un pluriomicida, il killer che nel corso di diversi anni ha rapito e ucciso dieci bambine.

La sua vita si interrompe. Anzi, si rompe, in mille pezzi.  Tutto viene cancellato in un attimo. Rimane solo il terrore di essere riconosciuta e il dolore, enorme, di sapere il suo amato padre in carcere, accusato ingiustamente di crimini orrendi. Lui, che l’ha cresciuta amorevolmente dopo che la madre è morta di leucemia, in una sorta di simbiosi perfetta, fatta di amore, comprensione e affetto smisurato.

Ann deve rimettere insieme la sua vita, con l’unico obiettivo di dimostrare l’innocenza del padre.

Chi potrebbe mai essere lei, se il suo amorevole padre fosse il killer dei fiocchi rossi?

Ma scavare rischia di portare alla luce le tessere di un rompicapo assurdo e ipnotico. E personaggi subdoli, che sembrano gridare la propria colpevolezza.

Romy Hausmann torna in libreria e ci regala, ancora una volta, un thriller magnifico, che vede nuovamente in prima linea i sentimenti umani e lo studio,  millimetrico, della psiche, dei suoi moventi e dei suoi schemi di difesa.

Da un lato l’indagine in cui Ann si trova imbrigliata, allo scopo di riuscire a mostrare l’estraneità del padre rispetto agli omicidi delle piccole. Dall’altro la storia, i fatti. Il movente dell’assassino, i suoi passi falsi. La conta delle vittime, le fatalità che improvvisamente accendono una luce, un faro che illumina una verità che non avevamo preso in considerazione.

Perfetc day è un thriller incredibile, dal ritmo serrato, che riesce a prenderti in ostaggio, in una corsa contro il tempo in cui ogni piccolo segno, ogni coincidenza non lo è fino in fondo. Niente accade per caso. Bisogna solo avere il coraggio di vedere in fondo al pozzo dei nostri sospetti.

Un thriller che disegna in modo sublime l’abbaglio che a volte i nostri sensi ci tendono. Agguati ai quali non dare ascolto, che spesso non ci piacciono, ma che si rivelano essere degli indizi, tarli che scavano nella mente fino a far affiorare ciò che non vorremmo mai sapere.

Una lettura incredibile, che porta con sé un fardello assai pesante. Quello delle allucinazioni della mente, che sa essere selettiva e subdola, facendoci vedere solo ciò che appare innocuo.

Fino a che punto conosciamo le persone che frequentiamo? Fino a che punto sappiamo essere imparziali, incorruttibili, obiettivi?

E in un giorno perfetto, mentre arrivano le note della nostra canzone preferita e qualcuno ci sorride amabile e ci dona un sorriso, la nostra felicità cammina sull’orlo del baratro. Così perfetta, ma anche così fragile e fugace. E anche ingannatrice. Subdola bandiera di ciò che vorremmo essere e dell’amore che vorremmo attirare a noi, trattenendolo per sempre. E quella felicità, quel sorriso, sono specchi, che riflettono una realtà ingannevole e distorta.

Romy Hausmann costruisce questo romanzo ricorrendo alle eco dei ricordi felici, utilizzando dei salti temporali e rendendo tutto confuso e senza senso. Eppure…. tutto potrebbe apparire diverso se dessimo ai ricordi un altro significato…

Siete pronti ad accogliere il dubbio? A lasciarlo fermentare dentro di voi? E ad accettare il rischio di esservi sempre sbagliati?


L’autrice

Romy Hausmann (1981) ha lavorato come caporedattrice di una casa di produzione televisiva a Monaco e poi come libera professionista per la tv. Vive con la sua famiglia in un cottage nei boschi vicino a Stoccarda. Il suo romanzo d’esordio, La mia prediletta (Giunti 2020), è stato un grande bestseller internazionale, rimasto per mesi al 1° posto della classifica dello Spiegel e opzionato per un film di prossima uscita. Un successo confermato dal suo secondo thriller La mamma si è addormentata. I libri di Romy Hausmann sono tradotti in 24 Paesi.


Casa Editrice: Giunti Editore

Traduzione: Alida Daniele

Genere: Thriller

Pagine: 384

Patricia Highsmith – diari e taccuini 1941-1995

22 settembre 1950: Sono tollerabilmente felice. Eppure non vivo ancora, vivo solo nel pensiero che la vita sarà di più: più piacevole, più gratificante, più bella nel prossimo futuro. Naturalmente, è tutto legato alla soddisfazione emotiva. Se Kathryn non esistesse, dovrei contemplare l’idea di cercare quella soddisfazione a New York., Ma ora so anche che nessuno mi colpisce più profondamente, nessuno ha radici in me come Kathryn.

Considerata per tutta la vita la regina del mystery, Patricia Highsmith è oggi riconosciuta come “una delle più grandi scrittrici moderniste” (Gore Vidal). Amata dai lettori di tutto il mondo, la Highsmith non ha mai autorizzato una propria biografia, lasciando fino alla fine i lettori, dal suo ritiro in Svizzera, all’oscuro delle vere ragioni dei turbamenti che si intravedono nella sua scrittura. Soltanto nel 1995, mesi dopo la sua scomparsa, l’editor Anna von Planta ha ritrovato in un cassetto i diari e taccuini dell’autrice: un patrimonio di oltre ottomila pagine manoscritte, che aiutano a scoprire il mondo segreto nascosto dietro alle sue pagine leggendarie.
A partire dagli anni giovanili al Barnard College, nel 1941, Patricia Highsmith tiene costantemente un diario delle sue giornate, e appunta su numerosi taccuini idee e spunti per le sue storie. Questo volume organizza e presenta per la prima volta questi testi, preziosi per cogliere l’intreccio fatale tra la vita privata dell’autrice e il suo immaginario letterario.
La giovane Pat si scatena nei bar del Greenwich Village degli anni quaranta, grazie a Truman Capote frequenta Flannery O’Connor nella colonia di artisti di Yaddo, ma già davanti ai primi successi (come il romanzo Sconosciuti in treno, pubblicato nel 1950 e presto adattato da Alfred Hitchcock per il cinema) una domanda la tormenta: “Qual è la vita che ho scelto?”. Una libertà di pensiero e scrittura che si scontra con il bigottismo dell’America di McCarthy, costringendola a pubblicare sotto pseudonimo il suo capolavoro Carol, che pure riceverà una straordinaria accoglienza commerciale. In cerca di sollievo dal provincialismo degli Stati Uniti, la Highsmith gira l’Europa con le sue inseparabili sigarette fino ad approdare in Italia, a Positano. Qui, rivelano i suoi appunti, nasce il personaggio che l’avrebbe consacrata, l’antieroe affascinante e pericoloso Tom Ripley.

Per cinquant’anni Patricia Highsmith ha raccontato la sua vita turbolenta nei diari e taccuini: un’autobiografia irrituale e fedelissima, la cronaca della ribellione di una donna contro le convenzioni, e del percorso luminoso di una scrittrice verso l’olimpo della letteratura.

I miei pensieri

“Non farti spaventare dalle dimensioni”, mi sono detta più volte. Eppure, farsi prendere dal panico davanti ad un tomo di oltre mille pagine credo sia legittimo e comprensibile.

Ma. Il privilegio di leggere dei diari è indubbiamente un buon motivo per affrontare la lettura.

Ma. Sbirciare nell’intimo della vita di questa enorme autrice è cosa davvero irresistibile.

E così ho iniziato. Il libro è così voluminoso che sembra di tenere sul tavolo un dizionario. Leggi bene solo quando sei a metà, quando le pagine si aprono perfettamente al centro, come le acque del Mar Rosso davanti a Mosè in persona. All’inizio e alla fine, invece, il baricentro si sposta sensibilmente e occorre una mano a tenere fermo il tomo, pena perdere il segno.

Ed ecco che giunge l’inatteso: la lettura vola via, la pagine si sfogliano da sole, come mosse da una piacevole brezza.

Una lettura intima, rivolta a se stessa, che copre un periodo lunghissimo, che va dal 1941 al 1995.

Diciotto diari, intimi e pieni zeppi di riflessioni, alcune secche e serafiche ma enormemente efficaci, nel loro significato immediato. Trentotto taccuini, inderogabilmente scritti su quaderni a spirale della Columbia University, contenenti testi di viaggio, riflessioni su svariati temi letterari e politici, idee sull’arte, sulla scrittura e sulla pittura, appunti, commenti.

Ottomila pagine manoscritte, che furono scoperte per caso dopo la sua morte e che aiutano a comprendere l’essenza di questa leggendaria autrice e ad azzardare una spiegazione dei suoi turbamenti, che ben si intravedono dalle sue pagine.

Con i diari di Pat si apre un cono di luce anche su un’epoca, che ha visto disastri e guerre ma che ha segnato anche alcune importanti rivincite dei diritti civili, uno su tutti quello di poter affermare la propria identità sessuale. Con un’ampio spettro geopolitico, che travalica l’America per giungere fino in Europa.

Pat viaggiò molto, forse anche alla ricerca di un luogo in cui potersi riconoscere. L’America ad un certo punto della sua vita la respinse, perché troppo corrotta da molteplici cancri, uno su tutti quello del razzismo. Pat si rifugia in Europa, toccando vari paesi (tra cui anche l’Italia) per poi finire il suo vagabondare in Svizzera.

La lettura scorre, dicevo. Forse proprio perché secca, senza abbellimenti. Notizie scarne ed essenziali sulle sue giornate, in cui l’umore si diverte a salire in un lampo per poi scendere a picco, nella desolazione più totale. Giorni della sua giovinezza, quando il genio fa capolino a lasciarle intravedere la via dell’arte come salvezza. Il lavoro, duro e intransigente. La ricerca di una perfezione artistica che si estrinseca nella pittura prima e nella scrittura poi. Giorni segnati dalla fame di trovare il proprio io e dalla necessità di amare profondamente, persa in un turbine di sensazioni e di stordimento.

Pat è omosessuale e ha tante relazioni, alcune delle quali la lasciano stremata. Ma vive ed ama intensamente, persa nel bisogno spasmodico di innamorarsi.

Non sono epoche facili per amare così disordinatamente. Pat elabora molti pensieri e riflessioni sul tema. Sulla sessualità, sul matrimonio, sugli uomini e sulle donne della sua vita, sulla religione e sulla morale.  Niente sembra fermarla, eppure sarà costretta ad utilizzare uno pseudonimo quando pubblicherà “Carol”, un romanzo incentrato su un amore gay. Eppure la sua ribellione sarà costante, mai in chiaroscuro, ma sempre esasperata e ostentata, negli anni che videro gli attivisti scagliarsi contro l’anacronistica morale che soffocava ancora la mente e il cuore di molte persone.

Con “Due sconosciuti in treno”, arriva il successo. Mentre proseguono i suoi vagabondaggi, costantemente caratterizzati dall’enormità delle sue emozioni e dei suoi pensieri, spesso eccessivi, ma sempre fortemente caratterizzati dalla ricerca continua di un suo equilibrio, che forse non raggiungerà mai ma che probabilmente è la miccia che accende la genialità delle sue opere.

Per Pat la scrittura arriva a sostituire la vita che non può vivere. In bilico tra follia e disamore, tra esaltazione e depressione, tra estasi amorosa e rovinosa caduta nella delusione d’amore.

Tra l’amore per le donne, così frizzanti e belle e quello per gli uomini, più ordinario ma foriero di quell’accettazione sociale che probabilmente non avrà mai.

Pat, che ha avuto una madre ingombrante, che non ha mai accettato del tutto la sua omosessualità. E che raggiunge in poco tempo una chiarezza letteraria che la consacrerà nell’olimpo dei più grandi scrittori.

Pat, capace di elaborare trame millimetriche e incredibilmente dotata di una chiarezza interiore e di una capacità di sintesi incredibile, quella che le fa scrivere decine e decine di massime, di aforismi, di battute. Idee, commenti, considerazioni, pensieri così illuminati da costituire brevi sentenze, intelligenti precetti che meritano di essere imparati a memoria e che ho già iniziato a trascrivere per ricordarli.

Pat sembra entrare dritta nel cuore di moltissime questioni attuali, con grande chiarezza di pensiero. E questo è uno dei motivi per i quali ho trovato questa lettura assolutamente illuminante.

Credo che a questo punto sia inevitabile voler sapere di più su Patricia Highsmith, a cominciare dai suoi romanzi. Capolavori come “Due sconosciuti in treno” , “Carol”, “Vicolo cieco” “Il talento di mister Ripley” e molti altri, sono stati rieditati recentemente e sono tuttora in corso di riedizione da La Nave di Teseo. Sono opere senza tempo, thriller psicologici meravigliosamente congegnati e che non smettono mai di elettrizzare il pubblico, rimanendo immutati nel suo ricordo.

L’autrice

Patricia Highsmith è nata a Fort Worth, in Texas, nel 1921; ha trascorso la maggior parte della sua vita in Francia e Svizzera, dove è morta nel 1995. Nel 1955 compare il suo personaggio più famoso, Tom Ripley, protagonista della fortunata serie – Il talento di Mr. RipleyIl sepolto vivoL’amico americanoIl ragazzo di Tom Ripley e Ripley sott’acqua – che ha ispirato grandi registi, da Wim Wenders (L’amico americano) a Anthony Minghella (Il talento di Mr. Ripley) a Liliana Cavani (Il gioco di Ripley). Nel 1963 Patricia Highsmith si trasferisce definitivamente in Europa, dove da sempre i suoi libri ricevono un’accoglienza entusiasta. Tra i suoi romanzi e le sue raccolte di racconti, ricordiamo Vicolo ciecoAcque profondeGioco per la vitaQuella dolce folliaIl grido della civettaUrla d’amorePiccoli racconti di misoginiaDelitti bestialiIl diario di EdithLa follia delle sirene. Dal romanzo Carol è stato tratto il film di Todd Haynes con Cate Blanchett e Rooney Mara, mentre da Acque profonde Adrian Lyne ha tratto un film con Ben Affleck e Ana de Armas. Tutta la sua opera è in corso di pubblicazione in una nuova edizione presso La nave di Teseo.


  • Casa Editrice: La Nave di Teseo
  • Collana: Oceani
  • Traduzione: Viola Di Grado

GIOVENTU’ di Tove Ditlevsen

Ci rifletto per qualche giorno, e sono contenta che mi si legga in faccia che non sono una come le altre. Non sono trascorsi molti anni da quando ci soffrivo. Rimugino anche sul mio fidanzato e giungo alla conclusione che non abbia la stoffa per essere il compagno di vita di una ragazza che punta a entrare in cerchie più alte. Ma non me la sento di troncare. Mi fa pena, questo Aksel, che continua a trattarmi con galanteria, gentilezza e rispetto.


Trama

Dopo Infanzia, il secondo capitolo della trilogia di Copenaghen, grande classico della letteratura danese oggi riscoperto e acclamato a livello internazionale.

La piccola Tove è cresciuta in fretta: costretta ad abbandonare la scuola molto presto, a quattordici anni compie i primi passi nel mondo del lavoro. Indossato il vestito buono e infilato il grembiule in cartella, di prima mattina si presenta a casa della signora Olfertsen, che l’ha assunta come domestica. Durerà soltanto un giorno, e sarà la prima di una serie di esperienze mortificanti. Lasciata l’abitazione dei genitori, la ragazza si sistema in una stanzetta fatiscente; la notte dorme col cappotto addosso e deve sottostare a una padrona di casa nazista, ma quei pochi metri quadrati sono solo suoi. Insieme all’emancipazione arrivano nuove amicizie, vita notturna, e la scoperta degli uomini, con cui vive degli incontri maldestri e mai veramente desiderati. Lei ha fame d’altro: di poesia, di amore, di vita vera. Mentre l’Europa scivola nella guerra Tove, determinata nel perseguire la sua vocazione poetica, va per la sua strada, lungo il difficile cammino verso l’indipendenza. Uno sguardo sempre più affilato, una personalità sempre più definita: costantemente in bilico tra una libertà appena conquistata e lo spaesamento che questa comporta, comincia a delinearsi il tipo di adulta che diventerà.

Gioventù è il ritratto straordinariamente onesto e coinvolgente di una fase cruciale della vita, e Tove Ditlevsen, ancora una volta, ha un grande merito: nel raccontarci di sé ci rivela qualcosa su tutti noi.


Recensione

Tove è una creatura insolita. Dotata di un forte spirito critico, con in testa dei sogni fuori dal suo tempo e dal suo spazio. Pragmatica, trasparente, insolente. Una creatura che stenta a trovare il suo posto in una società bigotta e patriarcale, dove la Storia recente è il contorno di un racconto che è assolutamente e fortemente declinato al singolare.

Questa è la sua biografia, che riparte dall’età giovanile. Una Tove quattordicenne, del tutto ignara del mondo reale, gettata in pasto ai lavori più disparati. Uno scontro, che la porta ad osservare gli altri e ad osservarsi. Quel corpo acerbo, che rifugge le forme femminili. Un corpo che non desta interesse nell’altro sesso. Un interesse che una ragazza sembra debba invece suscitare, a costo di sopportare atteggiamenti lascivi ed ambigui da parte degli uomini. Perché così va il mondo e Tove non vi si oppone. Cerca di cavalcare quell’onda sconosciuta per ottenere visibilità. Quasi per affermare di esistere, in quel modo scomodo e insulso che appartiene alla visione comune della donna.

E intanto, intorno a lei, la sua famiglia, sempre più stramba. Una madre distante e fredda. Un padre che non conta niente e che a stento si tiene un lavoro. Un fratello che è uscito di casa e non accenna a tornare. E i parenti, un nucleo incomprensibile di persone quasi sconosciute a Tove per le quale lei non sente alcun trasporto.

Tove ha un senso del pudore distorto per l’epoca. Sa che senza un uomo la donna non ha una vita facile. Sa che un uomo le servirà, un giorno, perché questo è ciò che tutti si aspettano da lei. Vive la sua verginità come un peso e cerca di perderla quanto prima. Non importa con chi, né dove. E’ un qualcosa da estirpare, come un dente cariato. Si aspetta che ogni uomo che incontra la tratti con concupiscenza e si offende se questo non accade.

E poi c’è la poesia. L’unico cruccio, l’unico desiderio di Tove. Crescendo ha imparato a distinguere i versi poco validi dai versi buoni. Diventa più consapevole e più esigente con la sua scrittura. E finalmente per Tove si apre la possibilità di pubblicare e di far conoscere le sue poesie.

Tove incarna alla perfezione il desiderio di emancipazione, di libertà, di autoaffermazione. E, al tempo stesso, la confusione, il disincanto e lo smarrimento profondo che la gestione di una nuova libertà porta con sé.

Conoscere se stessa, staccarsi dalle aspettative che la società e la famiglia ripongono in lei. Affermare il proprio io a dispetto delle convenzioni. Inserirsi un nuovi ambienti. Frequentare uomini per i quali non prova alcun trasporto ma che verso i quali si sente in dovere di provare. Civettare, concedere. Senza alcuna convinzione, solo perché così fanno tutte.

Tove ci racconta la sua vita in un momento cruciale e nelle sue incertezze possiamo sicuramente trovare qualcosa di noi stessi. La sua lingua è tagliente, a tratti esilarante. La sua prosa è un fiume in piena che trascina con sé preconcetti, luoghi comuni e stereotipi. Rimane l’immagine fresca e buffa di una ragazzetta che vuole scrivere poesie e che non teme il mondo né la sua brutalità.

Quel che è certo è che Tove Ditlevsen ha il dono di una scrittura istantanea, senza filtri né desiderio di compiacere. Tove scrive ciò che sente e si fotografa così com’è. Non cerca di sembrare diversa e non teme il giudizio degli altri. Una figura di donna appena abbozzata che riscuote tutta la mia simpatia e approvazione. E che produce quel sorriso sornione che non mi ha mai abbandonato durante la lettura, fugace, veloce e abbacinante come una meteora nel cielo.


L’autrice

Tove Ditlevsen è stata una celebrata poetessa e romanziera danese. I suoi libri autobiografici, Infanzia, Gioventù e Dipendenza, compongono la trilogia di Copenaghen. In queste pagine, con una chiarezza e una sincerità cristalline, l’autrice racconta la sua vita tormentata: eterna outsider del mondo letterario, quattro matrimoni e quattro divorzi alle spalle, per tutta la sua vita adulta ha avuto problemi di dipendenza da alcol e droghe ed è morta suicida nel 1976. Fazi Editore ha pubblicato Infanzia nel 2022.


  • Casa Editrife: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Traduzione: Alessandro Storti
  • Genere: biografia
  • Pagine: 166

TORNATA ALLA TERRA di Mary Webb

Aveva una parentela così stretta con gli alberi, una simpatia così intuitiva con le foglie e i fiori, che pareva non scorresse nelle sue vene il lento sangue umano ma una linfa leggera.

Trama

Hazel Woodus è figlia di una zingara gallese e di un allevatore di api con la passione per la musica. Trascorre la sua vita solitaria, selvatica, eppure a suo modo felice in un cottage sperduto tra le colline e i boschi della regione inglese dello Shropshire, secondo il ritmo della natura e delle stagioni. La sua unica amica è Foxy, un cucciolo di volpe che la segue fedelmente come un cane e al quale la ragazza dedica il suo affetto e le sue cure. Tutto cambia però quando incontra due uomini radicalmente diversi tra loro: il nobile, tenebroso quanto rozzo Jack Reddin e il premuroso, gentile reverendo Edward Marston. Entrambi si innamorano della ragazzina e cercano di averla; entrambi l’avranno , uno come marito, l’altro come amante,  ma nessuno la possiederà mai, mentre Hazel, lontana dal suo mondo fatto di naturalezza e ingenuità, dovrà affrontare i pericoli della vita cosiddetta civile, sconosciuta e infida, da cui finora si è sempre tenuta lontana. Poetico, drammatico e commovente, Tornata alla terra è un grande romanzo fuori dal tempo che ha la forza conturbante della tragedia greca e la grazia della poesia.


Recensione

Hazel Woodus è uno spirito libero e selvatico. La chioma fulva, l’indole indomita, una piccola volpe a farle compagnia, che la segue ovunque. La sua vita è semplice e solitaria, chiusa dentro alla meraviglia della natura. Hazel è governata da un istinto semplice, animalesco e puro.

Hazel non conosce altro che il suo mondo. Per lei non esiste nient’altro che l’erba,i fiori e l’amore disinteressato per le creature, verso le quali prova un primordiale istinto di protezione. Non anela il matrimonio, né i figli. Non desidera appartenere a nessuno, vuole essere libera di amare Foxi e tutti gli animali che hanno bisogno di lei. Hazel è un piccolo fauno, uno spirito innocente che appartiene alla terra.

Genuina, sincera, quasi trasparente. Hazel intuisce che l’amore di un uomo la allontanerebbe dal suo mondo bizzarro e istintivo.

Eppure due uomini si innamorano di lei. Uno è Edward, dolce, delicato, quasi fraterno. L’altro è l’irruento e rozzo Reddin, carnale, virile, attraente. Hazel non sa decidersi tra i due. Nonostante sposi Edward, obbedendo suo malgrado ad un dictat che appare irrinunciabile, desidera Reddin, perdendosi in un dualismo inconciliabile che non riuscirà mai a decifrare, a comprendere, né tanto meno a risolvere.

Il cauto e formale Edward la tratta con estremo candore, nell’attesa che Hazel sia pronta a darsi a lui. Reddin invece la circuisce con lascivia. La cerca, la pretende, la stordisce di baci che non hanno niente di casto. Hazel prova riconoscenza verso Edward ma è attratta da Reddin. Non resiste a Reddin ma è con Edward che vuole vivere, verso il quale si sente più affine ma che non è capace di regalarle il brivido dell’attrazione sessuale.

Hazel patisce la dicotomia tra anima e corpo, tra purezza e carnalità. Pur non soggiacendo ai principi del comune pudore, non sa decifrare l’impulso sessuale e conciliarlo con il desiderio di protezione, di fratellanza, di sicurezza. Hazel non è in grado di raggiungere un compromesso tra ciò che i due uomini rappresentano. Persino Foxy, che simboleggia la natura e la sua imprevedibilità, soffre questa inconsolabile frattura. Foxi e Hazel condividono un destino tragico, nel precipare degli eventi che metteranno i due uomini l’uno contro l’altro.

“Tornata alla terra” è un romanzo delicato, poetico, fitto di un candore selvatico e primitivo, che abbraccia anche la sua protagonista, quasi un’antesignana della donna moderna, che contesta l’inevitabilità del matrimonio e della maternità com’anche l’idea di appartenere a qualcuno che non sia la natura e la vita stessa.

L’immagine di una fusione perfetta tra femminile e natura forse non è nuova. Ma Mary Webb sa interpretare questa visione con arguzia, coraggio e enorme originalità, in un’epoca in cui gli ideali femministi sono ancora in una fase embrionale, oltre che fortemente osteggiati dalla società.

Con il suo effluvio di fiori, gli svolazzanti capelli fulvi che rifuggono ogni acconciatura, Hazel restituisce un’immagine campestre e ferina della donna che colpisce il lettore con la potenza di un fulmine. Hazel non è bella in senso tradizionale, non è colta, ma brilla di una intelligenza istintiva. Hazel ha una bellezza quasi fatata, che attrae gli uomini perché suggerisce candore, genuinità, anticonformismo e infinita purezza. Hazel incanta ma distrugge al tempo stesso. E’ una creatura che appartiene alla terra e di conseguenza abbraccia logiche che non sono prevedibili e che spiazzano completamente chi la incontra.

Mary Webb costruisce un’eroina inedita e affascinante  e le affida un linguaggio etereo, magico e per certi versi sfrontato. Un’eroina asessuata che non conosce pulsioni terrene  e che si immola per non staccarsi dal suo mondo, rifiutando la maternità e il legame con un uomo. La poesia che trasuda dalle pagine è così piena, rotonda. Si diffonde ovunque, restituendo al lettore l’immagine di una natura intatta, idilliaca e giusta. Una natura che mai come adesso appare cura per ogni malessere e conforto per ogni lacrima, ma anche reietta e tragica come una favola nera.


L’autrice

Mary Webb è stata una delle più importanti scrittrici inglesi del suo tempo. Poetessa, narratrice, mistica e amante della natura, descritta dai suoi contemporanei come uno “strano genio” e “una delle migliori scrittrici inglesi del nostro tempo”, ha trascorso l’intera vita nella regione dello Shropshire, da lei eternato in tutte le sue opere. Tornata alla terra ebbe un famoso adattamento cinematografico nel 1950, con Jennifer Jones, diretto da M. Powell ed E. Pressburger.


  • Casa Editrice: Elliot Edizioni
  • Collana: Raggi
  • Traduzione: Corrado Aòlvaro
  • Genere: Classico
  • Pagine: 318

IL CORPO RICORDA di Lacy M. Johnson

Mi sembra talmente fragile, questa mia vita.


Trama

È la notte del 5 luglio 2000 quando Lacy M. Johnson fugge dal seminterrato in cui l’ex fidanzato l’ha rinchiusa con l’intenzione di ucciderla. Lacy ha ventidue anni e lui è stato, prima, il suo insegnante all’università, e poi l’uomo con cui ha convissuto per anni, in una relazione segnata da violenze e soprusi. Fino alla sua decisione di lasciarlo, e al fatidico ultimo incontro. Alla polizia Lacy racconta cosa è successo, e quelle parole diventano un peso insostenibile, un marchio a cui è impossibile sottrarsi, ma anche una cura, l’unico antidoto per elaborare il trauma. La ricerca di una giustizia interiore si confronta con la tenace memoria del corpo e, avanti e indietro nel tempo, Lacy ripercorre la relazione con lui, le esperienze di sesso e dipendenza, intrecciando il suo racconto con i rapporti della polizia, le valutazioni degli psicologi, gli incubi ricorrenti, nel tentativo di guarire e perdonarsi. Il corpo ricorda è una testimonianza illuminante, dolorosa e intimamente poetica. Senza mai cadere nell’autocommiserazione, Lacy M. Johnson si interroga sul significato profondo, culturale e sociale, dell’essere oggi una vittima di violenza di genere, ma al tempo stesso ne rifiuta l’etichetta e, grazie alla scrittura, trasforma il trauma in un coraggioso slancio verso la vita e l’amore. Questo libro è per chi sa che il corpo non è una superficie statica ma un varco vivente, una memoria perfetta capace di guidarci verso il futuro.


Recensione

La copertina rosa acceso richiama subito alla mente il romanzo di Megan Nolan, Atti di sottomissione, che ha inaugurato la collana “Le fuggitive”.

Un altro memoir, ugualmente crudo. E una donna che si piega alla dirompenza di un sopruso, di una violenza. Fisica, verbale, intima. Una donna che va a pezzi e che cerca di ricomporre il puzzle della sua esistenza. Con volontà, con dolore, con consapevolezza.  Senza ricorrere alla commiserazione. Vivisezionando il proprio io, alla ricerca delle radici di un errore. Cercando disperatamente di non accollarsi la colpa di una sconfitta. Perché la sofferenza, spesso, appare come una punizione. Un dolore che si poteva evitare ma che non si è riusciti a governare. A domare.

Per Lacy la vita si divide in due parti: prima e dopo il sequestro.

Prima la vita era piatta, senza scossoni. Dopo è diventata una lotta quotidiana contro i ricordi. Contro la cocente delusione di non aver mai smesso di pensare a lui. Lui, che manca più dell’ossigeno. Lui che l’ha uccisa dentro, lentamente.

Lui che manca. Eppure ha distrutto Lacy. Manipolata, violentata, annientata.

E Lacy denuncia. Cerca giustizia. Inutilmente, peraltro. E continua a vivere accanto all’ombra dell’uomo che l’ha sequestrata. Un ombra che rifugge ma che ricerca disperatamente.

E quelle ore, dentro ad una stanzetta sporca e insonorizzata, diventano lo spartiacqua della sua vita. Quella vita che pochi mesi prima era orrore ed estasi. Paura e sottomissione. Annullamento e rinascita.

Lacy M. Johnson scrive questo memoir e in esse si fonde, diventando un tuttuno con le pagine.

Lacy sa che l’amore che ha provato era una miccia pronta ad esplodere. Un’esplosione che è stata totalizzante e che ha cancellato ogni sua certezza. La vita ha continuato a scorrere ma il sequestratore, un uomo che ha anche amato intensamente, appare ricorrentemente tra i pensieri, impigliato nelle ciglia,  sull’argine dei sogni. Lacy ricostruisce la sua vita ma rimane ancorata al ricordo di quella violenza. Con chiarezza ricostruisce l’ossatura di un sentimento che l’ha portata ad un passo dalla morte e sulle ceneri di questo amore prova a ripartire, pur senza dimenticare.

“Il corpo ricorda” racconta senza pudore lo stridore acuto della dicotomia tra mente e corpo. La mente che registra l’aberrazione profonda di una violenza e il corpo che ricorda le posizioni dell’amore, i suoi gesti, l’estasi di una carezza e il dolore di un pugno. Il corpo sa. Il corpo ricorda. Il corpo non sbaglia mai. Le sue sensazioni, le sue preveggenze sono come oro colato. Precise, millimetriche, senza margine di errore.

Ma la mente è un passo avanti al corpo. Registra ogni gesto, lo cataloga e sa dargli un nome. E soffre il sopruso, la violenza. Sa cosa è giusto e cosa è sbagliato. Il corpo arranca a fatica e per un solo gesto soccombe, capitola, perdona, dimentica.

Lacy M. Johnson incanta il lettore con una prosa intima e sfacciata, e ripercorre le tappe di un rapporto che nasce malato e finisce in tragedia. Come un bisturi, la sua penna affilata sa incidere la pelle lasciando una cicatrice profonda e purulenta. E mentre taglia, dispensa poesia ed estasi come fossero balsamo. E leggerla è un colpo al cuore. La lettura come condivisione. E la scrittura, medicina per chi scrive.

Guardarsi dentro non è mai stato così sfiancante. Per Lacy e per tutte noi.


L’autrice

Lacy M. Johnson (1978) è una scrittrice, docente e attivista americana, e vive a Houston. Il corpo ricorda è stato finalista al National Book Critics Circle Award for Autobiography, al Dayton Literary Peace Prize, e all’Edgar Award for Best Fact Crime; è stato selezionato tra i migliori libri del 2014 da Kirkus, Library Journal e Houston Chronicle. Il suo libro successivo, The Reckonings (2018), è stato finalista al National Book Critics Circle Award for Criticism. 


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Traduzione: Isabella Zani
  • Collana: Le Fuggitive
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 200