LA STAGIONE DEI RAGNI di Barbara Baraldi


Il tramonto tingeva il cielo sui colli del Pian del Lot di colori sgargianti, mentre Francesco Scalviati guidava la sua Fiat Croma lungo una strada sterrata, ripercorrendo il medesimo itinerario di sabato notte. Quando giunse in corrispondenza della scena del crimine, parcheggiò e continuò a piedi.
La brezza faceva sventolare il nastro di contenimento teso intorno all’area, al centro della quale spiccava l’automobile delle vittime. Tinta dalle luci del tramonto appariva ancora più spettrale, con quello sportello aperto come in attesa di un passeggero che non sarebbe mai arrivato.

Trama

È una notte d’estate del 1988, e a Torino si verifica un evento inspiegabile: il ponte Vittorio Emanuele I è completamente invaso da colonie di ragni, con lunghissime ragnatele sul parapetto che porta al santuario della Grande Madre. Quasi un prodigio, che attirerà decine di curiosi. Intanto il sostituto procuratore Francesco Scalviati si trova dalle parti del Pian del Lot, sulla scena di un crimine: una coppia di fidanzati uccisi in macchina in un luogo solitario. È il terzo, feroce omicidio che sembra imputabile alla stessa mano. Un caso cruciale e insidioso per il magistrato, in un momento particolarmente delicato della sua vita, visto che sta per diventare padre. Tra i presenti sulla scena c’è anche Leda De Almeida, giornalista investigativa con un passato traumatico in Libano, che Scalviati tenta di dissuadere dall’intraprendere un’indagine autonoma che potrebbe rivelarsi pericolosa. Ma a dare una svolta imprevista agli eventi sarà l’arrivo di Isaak Stoner, giovane e arrogante analista dell’FBI, che offre a Scalviati i nuovi potenti strumenti della criminologia, come il profiling e la teoria degli omicidi “seriali”, ancora sconosciuti in Italia. Seppur affascinato da queste idee innovative, Scalviati non riesce a fidarsi completamente del collega americano, convinto che nasconda un segreto. Nel frattempo, si avvicina il giorno del parto per sua moglie: sarà una bambina, ma i due non riescono a deciderne il nome. Proprio allora, il “mostro” colpisce di nuovo… Sulle note dei Simple Minds, dei Duran Duran e dei primi Litfiba, Barbara Baraldi ci trasporta nella città italiana più misteriosa ed esoterica, in una corsa a perdifiato tra le paure e le ossessioni di un’epoca.


Recensione

Il nastro si riavvolge velocemente, in una vorticosa corsa a ritroso e giunge nel momento in cui tutto ha inizio.  Un altro secolo; addirittura un altro millennio. Eppure sono solo una manciata di anni. Anni cruciali. In cui la tecnologia fa passi da gigante e il mondo intero si fa più piccolo. Le mode passano, la musica cambia ritmo e nuove consapevolezze si insinuano nelle persone, sempre più sole e distanti, sebbene l’avvento di internet sembri poterle avvicinare.

Tutto cambia ma tutto rimane com’è. Il male, per esempio. La deviazione, la follia, i desideri cattivi. Ma l’uomo trova altre armi per combatterlo, nuove ispirazioni, nuove tecnologie.

Nel 1988 Aurora Scalviati non ha ancora un nome. Dorme il suo sonno prenatale nei pensieri e nel corpo di Greta, sua madre e prende forma nella mente, un po’ spaventata, del padre, Francesco Scalviati.

Barbara Baraldi ha la brillante intuizione di portare il lettore dove tutto comincia, perché sa che ogni storia ha bisogno di ritrovare le sue origini per compiere al meglio la sua parabola. E, dopo la trilogia incentrata su Aurora Scalviati, brillante profiler dal passato tormentato, torna indietro a parlarci di suo padre.

Un uomo di stato, un magistrato con un forte senso del dovere, che sente la sua missione verso la giustizia come un punto fermo, che non si può aggirare, né perseguire a metà. Un uomo diviso tra l’amore per la famiglia e la fedeltà verso lo Stato, che serve con onestà e dedizione.

La storia che la Baraldi ci propone è ancora una volta molto forte, densa di connotazioni esoteriche e intrisa di mistero. Ed è una storia nella storia, perché, prendendo le mosse da una serie di omicidi efferati quanto apparentemente inspiegabili, ci introduce negli anni in cui prende forma il concetto di serial Killer, insieme alla figura del profiler, colui che disegna la mente criminale di chi uccide, circoscrivendo il perimetro di ricerca del colpevole, seppur facendo a meno della tecnologia che oggi conosciamo. Nel 1988 i computer si sono appena affacciati sulla scena e le loro potenzialità sono pressoché sconosciute. Non c’è internet e la comunicazione è ben lungi dal conoscere le meraviglie del web. La musica si ascolta sui vinili e per parlare a distanza non c’è che il telefono o il fax.

Ciò che ci aspetta è un affascinante viaggio nel tempo, del quale Barbara Baraldi mutua ogni sfumatura e ogni profumo, consapevole della fascinazione che quel periodo opera ancora oggi su tutti noi. Dalla musica, alle abitudini, alle atmosfere. Il ritratto di quegli anni è perfetto e foriero di una inevitabile nostalgia per chi quegli anni li ha vissuti. Con i loro acuti e i loro drammi, tuttora indimenticati e indimenticabili.

La storia che leggiamo è un meccanismo perfettamente concepito. C’è sangue, morte, mistero. E ci sono diversi personaggi carismatici che rendono la narrazione variegata ed interessante, e che tracciano storie parallele a quella principale, che confluiranno a creare un insieme coerente, in cui ogni tassello andrà al proprio posto. Un insieme che coinvolge ed attira e che fa digerire al lettore la mole importante del romanzo, che scorre via senza inciampi verso la soluzione.

Barbara Baraldi del resto ha una penna leggiadra, che sembra disegnare sofisticati arabeschi anche quando annega nel sangue e nel buio. Il risultato è un thriller ad altissima godibilità, in cui l’ambientazione regala gli acuti più sublimi. Una Torino attanagliata dai ragni, che improvvisamente appaiono ad ammantare il Ponte Vittorio Emanuele I come un sudario, nella stessa notte in cui si compie un delitto. I misteri esoterici legati a piazza dello Statuto e al triangolo del mistero. Un assassino che sembra risorgere da un passato lontano nel tempo e nello spazio. Un mostro, come si diceva allora, quando, appunto, la definizione di serial Killer non era ancora entrata nel nostro vocabolario comune e che evoca ben altri personaggi, che imperversarono proprio in quel periodo, seminando morte e sangue innocente. La malavita e i segreti di Leda, ex giornalista di guerra, che si trova a dover far pace con uno scomodo passato. E sopra a tutto questo il Male, che non ha spiegazione e che sembra ammantare ogni cosa.

Con una narrazione serrata e a tratti adrenalinica, Barbara Baraldi ci trascina con forza nel nostro recente passato, nell’attesa spasmodica che l’assassino compia un passo falso e che una nuova speranza venga allo scoperto, insieme alla piccola Aurora, il cui nome inneggia alla luce, quella che squarcia le tenebre e che dona conforto e speranza.


L’autrice

Barbara Baraldi è originaria della Bassa Emiliana, è autrice di thriller, romanzi per ragazzi e sceneggiature di fumetti per la serie «Dylan Dog». Il suo esordio nella letteratura poliziesca avviene sulle pagine de «Il Giallo Mondadori» con La bambola di cristallo. In contemporanea con l’uscita del romanzo in In­ghilterra e negli Stati Uniti, viene scelta dalla BBC per la realizzazione del documentario Italian noir sul giallo italiano.

Per Giunti ha pubblicato con straordinario suc­cesso la trilogia Aurora nel buio (2017), vincitore del Premio Garfagnana in giallo 2017 e del NebbiaGialla 2018, Osservatore oscuro (2018) e L’ultima notte di Aurora (2019). Nel 2021 è uscito il nuovo avvincente thriller La stagione dei ragni.


  • Casa Editrice: Giunti Editore
  • Genere: thriller
  • Pagine: 559

NELLE SUE OSSA di Maria Elisa Gualandris


Un delitto è come uno strappo che rompe l’equilibrio del cosmo, altera l’armonia delle proporzioni del creato ed è come se le leggi di bontà, verità e giustizia che ci tengono in piedi dovessero correre ai ripari; come le piastrine, che chiudono le ferite e bloccano l’emorragia, permettendoci di sopravvivere.

Trama

Durante un restauro, nella cantina di una villa sul lago vengono trovate ossa umane. Sono lì da almeno quarant’anni e nessuno ha idea di chi possano essere. La giornalista Benedetta Allegri si imbatte nella vicenda e spera che possa essere l’occasione per rilanciare la sua carriera precaria. Aiutata dall’affascinante commissario Giuliani, scopre che le ossa sono di Giulia Ferrari, una studentessa scomparsa nel 1978 che nessuno ha mai veramente cercato. La procura ha fretta di archiviare il caso e cerca di far ricadere la colpa su quello che all’epoca era il fidanzato della ragazza.

Benedetta, però, intuisce che la sua tranquilla cittadina di provincia nasconde molti segreti ed è pronta a tutto pur di giungere alla verità e ottenere giustizia per Giulia.


Recensione

E’ stato davvero piacevole leggere questa opera prima. Una storia che incuriosisce, che affonda le sue radici nel passato, una nutrita platea di personaggi che hanno permesso di leggere tante piccole storie dentro la storia principale, una prosa asciutta eppure coinvolgente. E poi lei, Benny, una protagonista davvero ottimamente costruita, che incarna meravigliosamente una generazione alla ricerca del suo posto nel mondo.

Come avrete capito, questo romanzo è davvero un piccolo scrigno di tesori. Ma andiamo con ordine.

Benny, al secolo Benedetta Allegri, è una giovane donna con la passione per il giornalismo, in particolare per la cronaca nera. Come spesso accade, passione e soldi non vanno di pari passo: Benedetta è una precaria. Vive sempre in bilico, tra bollette da pagare ed un futuro che si fa sempre più incerto. Costantemente costretta a dover dimostrare il suo valore, sta perdendo quello smalto e quella voglia di emergere a tutti i costi che in passato l’ha portata a mettere impegno e sacrificio davanti a tutto. L’incertezza, si sa, è contagiosa e Benny inizia a vacillare anche nella vita privata. Il rapporto con il suo ragazzo si sta sfilacciando e tutta la sua vita va a pezzi. Una vita che Benedetta dovrà ricostruire pezzo per pezzo, con coraggio, pazienza e intraprendenza.

Le ossa. In un thriller le ossa sono sempre l’avvisaglia di un passato misterioso che deve venire alla luce. Scavare nei misteri del passato è sempre un’ottima idea in un thriller, perché incuriosisce e dona alla lettura quel brivido che non può mancare. E mentre i segreti affiorano, inevitabilmente la posta in gioco si fa alta. Mentre i tasselli della storia vanno finalmente al loro posto, le anime tormentate troveranno pace e la verità riporterà la quiete a chi ha sofferto o è stato ingiustamente accusato di qualcosa che non ha commesso.

I personaggi. Il pianeta Benny ha diversi satelliti che le ruotano intorno. La sorella, che sta vivendo un momento di particolare tensione con il marito; i suoi amici più intimi, anch’essi alle prese con la loro vita, in cui insoddisfazione e incertezza sono in agguato; le persone che sono coinvolte nelle indagini, che permetteranno a Benedetta di togliere i veli che oscurano la vicenda sulla quale sta indagando. Ed infine, il commissario Giuliani, affascinante e misterioso, che le fa la corte e al tempo stesso cerca di tenerla alla larga dalle indagini.

Il risultato finale è un bel thriller, dove tensione e realtà di mescolano a danno vita ad un libro che si legge molto bene, che incuriosisce e che riesce anche a scendere nell’intimità della sua protagonista.

Un romanzo che è anche una sorta di diario, raccontato in prima persona e capace di scendere dentro alla vita di una giovane donna, che combatte per difendere il suo lavoro, per essere indipendente e per capire qual è la direzione che deve prendere la sua vita. Ed anche ben scritto, grazie ad una prosa efficace e semplice, che riesce a tenere alta l’attenzione del lettore e alla capacità di creare un insieme variegato e coerente che la dice lunga sulle capacità narrative dell’autrice, per la quale scrivere non è certo cosa nuova.

Insomma, la Gualandris ha fatto un ottimo lavoro! Buona la prima e chissà… magari sentiremo ancora parlare di Benedetta Allegri….


L’autrice

Maria Elisa Gualandris è laureata in Filosofia all’Università Cattolica di Milano, vive sul Lago Maggiore ed è una giornalista professionista. Scrive di cronaca nera e giudiziaria per diversi media locali. Ogni mattina conduce il programma “Giornale e Caffè” su Rvl La Radio. Nel 2016 ha creato il blog I libri di Meg per condividere la sua passione per la lettura. È stata finalista al concorso “GialloStresa” nel 2013 con il racconto Pesach, pubblicato nell’antologia Giallolago (Eclissi). Nelle sue ossa è il suo primo romanzo.


  • Casa Editrice: Bookabook
  • Genere: thriller
  • Pagine 311

OCCHI DI FERROFILATO (fresco di stampa) di Mauro Galliano


Iniziare un’autobiografia, quando sai che tanti ti leggeranno, può essere un’arma a doppio taglio affilatissima. Potresti sorprendere in un senso o nell’altro facendo ricredere chi aveva un’idea diversa sul tuo conto.

Trama

Ferrofilato è un ragazzino allegro e con una voglia di vivere da far invidia al mondo, che tra un calcio a un pallone e qualche brutto voto a scuola, si ritrova nel pieno dell’adolescenza ad affrontare un mostro che gli cambierà il resto della vita: la sclerosi multipla. All’inizio si sente come se fosse imprigionato in una scatola, senza aria e con la paura che gli avvolge l’anima, ma poi si rimbocca le maniche per vivere la sua vita malgrado le difficoltà. Nonostante la malattia, subdola e vigliacca, Ferrofilato non smette di desiderare di vivere la sua vita nel migliore dei modi assaporandola e non precludendosi niente, spingendo il piede sull’acceleratore fino alle estremità degli angoli più alti. Alle soglie del “trentennale” della sua malattia, il nostro Ferrofilato viene raccontato tramite i sentieri della sua vita, attraverso le varie fasi, prima e dopo l’ingresso della stronza. Si scoprirà un Ferrofilato migliorato nell’affrontare la malattia che rappresenterà una linea continua tracciata che il nostro protagonista, anche se a fatica, proverà a scavalcare con tutte le sue forze. Questo libro ha l’intenzione e non la presunzione di dare uno stimolo a chi, come il protagonista, convive con la disabilità fisica e dell’anima, uno stato che invoglia a gettare la spugna, proprio com’è capitato a Ferrofilato, che con le unghie e con i denti, giorno dopo giorno, lotta contro una montagna sempre troppo alta per lui, un mostro che va guardato dritto negli occhi per non farsi schiacciare.


Recensione

Cosa scatta in noi quando la vita ci sfida, ci mette alla prova?

Quando la luce vira improvvisamente al buio e ci sentiamo soli con un mostro da combattere che non ne vuole sapere di soccombere?

Se siete fortunati, potrebbe accadervi come a Ferrofilato, un ragazzino smilzo come il filo di ferro che vive con la sua famiglia in una Napoli multietnica e variopinta.

Ferrofilato, al secolo Tommaso, si trova la malattia addosso così, da un giorno all’altro. Il suo piccolo mondo crolla. Incredulità, rabbia, rassegnazione. Rifiuto, lacrime, preoccupazione.

Poi un giorno Ferrofilato decide che deve combattere la sua battaglia e scende in campo. A schivare colpi bassi. Ad anticipare le mosse della malattia. A cercare un sorriso tra le pieghe amare del suo volto, quando le cose si mettono male.

“Occhi di Ferrofilato” è una biografia che scorre incerta sul tono giusto da tenere. Dissacrante? Lamentoso? Sorprendente? Ironico? Alla fine in questo romanzo c’è un pizzico di tutto questo e chi lo legge potrà decidere in autonomia quale aspetto privilegiare, a seconda della sua sensibilità.

“Occhi di Ferrofilato” assomiglia ad una favola, che fa sorridere e che dona al lettore la sua morale. Leggendola il lettore cercherà affannosamente un lieto fine, perché Ferrofilato si merita di vincere e anche di gran lunga, sul suo avversario. Ma è anche una fotografia vera, reale e tangibile di un dramma personale.

Scrivere di simili esperienze non è certo facile, ma Mauro Galliano lo sa fare molto bene. Lontano dal voler suscitare commiserazione e tremendamente prossimo al riderci su, anche se con quel pizzico di amaro in bocca che hanno tutte le storie vere.

Un libro che non si accontenta di rimanere imprigionato nella vita del protagonista, ma che straripa, come un fiume in piena, per raccontare tanti aspetti curiosi della vita di una famiglia,  specchio che riflette una genuina e meravigliosa italianità, con un affresco divertente, dissacrante e vivo.

Un libro che è facile da leggere ma difficile da assimilare. Una storia di vita vissuta e un grande esempio di coraggio e di fiducia.


L’autore

Mauro Galliano è nato a Napoli, dove vive, nel 1973, si laurea alla facoltà di architettura dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II” ed esercita la libera professione ma nel tempo libero si dedica alla scrittura che diventa per lui una vera passione. Un bel giorno decide di far conoscere i suoi pensieri e pubblica il suo primo romanzo: Occhi di Ferrofilato (L’Erudita, 2018). Scrive racconti che sono stati inseriti in alcune antologie.

Vive con sua moglie Maddalena e una tenerissima meticcia nera di nome Piuma che ha portato nella loro vita tanta leggerezza.


  • Casa Editrice: Pan di Lettere
  • Genere: narrativa autobiografica
  • Pagine: 117

UN BACIO PRIMA DI MORIRE di Ira Levin


Riaprì gli occhi e vide il suo fazzoletto gonfiarsi ora che il vento lo sollevava sulla ruvida superficie della pietra. Lo agguantò. Girò su se stesso, corse verso la porta delle scale, prese il cappello e valigia in una mano e aprì la porta delle scale, prese cappello e valigia in una mano e aprì la porta coprendo la maniglia con il fazzoletto. Oltrepassò velocemente la soglia, riaccostò la porta e ripulì la maniglia interna. Si voltò e si precipitò giù per la rampa di scale.

Trama

I destini di una ricca famiglia newyorkese e di un arrampicatore sociale piacente e spregiudicato si intrecciano quando Dorothy, la figlia più giovane del magnate del rame Leo Kingship, si innamora di un compagno d’università di qualche anno più grande. Qualcosa va storto, però, perché Dorothy resta incinta prima del matrimonio, e i due ragazzi sono costretti a rivedere i loro piani per il futuro. Quello che Dorothy non sa è che i piani del suo fidanzato sono già fin troppo dettagliati, e inclinano pericolosamente dalla parte del denaro più che da quella dell’amore…

Un bacio prima di morire è il primo romanzo nato dalla penna (e dal genio) di  Ira ­Levin, l’autore di Rosemary’s Baby. Accolto alla sua pubblicazione, nel 1953, dagli elogi del New York Times e del New Yorker, fu premiato l’anno seguente con un prestigioso Edgar Allan Poe Award; nel corso degli anni la sua perfetta trama «hitchcockiana» ha ispirato due fortunate trasposizioni cinematografiche, la più recente, nel 1991, con Matt ­Dillon, Sean Young e Max von Sydow.


Recensione

Sono uscita dalla lettura di questo romanzo semplicemente estasiata. Dalla genialità della trama, dalla narrazione serrata, dalla audacia della storia, dall’accuratezza con cui l’autore costruisce l’impianto del romanzo, incentrato sulle deviazioni del narcisismo e della sete di denaro.

“Un bacio prima di morire” è costruito intorno ad un giovane uomo, la cui figura è centrale nel romanzo. L’autore lo tratteggia nei primi capitoli, dedicandogli una brevissima biografia che si rivelerà cruciale per comprendere i suoi moti interiori e tutto lo sviluppo successivo della storia.

Avvenenza, opportunismo e una madre adorante e accondiscendente, faranno sì che il nostro giovane aspiri ad una vita migliore, tra gli agi e la ricchezza. L’intelligenza non gli manca e nemmeno la capacità di sapersi ingraziare chi si dimostri capace di garantirgli un’esistenza facile, senza sudore e fatica, circondato da prestigio e riconoscimento sociale.

Con queste premesse la storia prende vita. Il nostro protagonista è un demone travestito da angelo. E’ capace di atteggiarsi in modi che confondono completamente i suoi intenti. Manipolatore eccelso, capace di leggere alla perfezione dentro gli altri, di vedere chiaramente le loro debolezze e di intuire le fragilità di chi ha di fronte, affondando con maestria laddove la carne è più debole.

Refrattario alla fatica e convinto che sia suo diritto accedere di diritto alla ricchezza e al prestigio sociale, non censura alcun mezzo che sia idoneo al raggiungimento dei suoi scopi. Sfrontato, audace, folle, impavido, spavaldo. Folle, visionario, senza alcun freno né filtro. Spietato, implacabile, crudele, senza scrupoli. Una personalità per certi versi affascinante ma inevitabilmente deviata. Avulso da ogni forma di indulgenza, compassione, empatia, rimorso. Eppure accattivante, candido, un’anima per certi versi semplice ma subdola e implacabile. Che non si scoraggia, che tenta, ritenta e insiste fino a che la sua preda non cade nella trappola. Un personaggio da incorniciare, che, seppur disdicevole nei suoi atteggiamenti, non si riesce del tutto ad odiare. Perché, inevitabilmente, desideriamo che non si arrenda, per vedere fino a che punto potrà spingersi nelle sue incredibili e perfide macchinazioni e per sapere se, in ultima analisi, la farà franca e si redimerà dai suoi peccati.

L’ambientazione, nell’America degli anni a cavallo tra il quaranta e il cinquanta del novecento, dopo la guerra e nell’impeto abbacinante della “beat generation”, è l’altro acuto del romanzo. I personaggi si muovono nell’ambiente universitario americano, dove i vagiti della liberazione sessuale si fanno timidamente sentire ma che sono tuttavia soffocati dal perbenismo che comunque imperversa ancora. E’ un momento topico per l’America, che dovrà decidere se lasciarsi andare alla liberazione sessuale, al femminismo e alla lotta per i diritti umani oppure lasciarsi trattenere nelle paludi della tradizione. I fatti narrati si inseriscono perfettamente in questo momento storico e saranno la miccia che innescherà l’incendio.

La trama non può essere accennata perché il rischio di anticipare qualcosa è altissimo. Vi basti tuttavia pensare ad una storia che risucchia dentro ai suoi tentacoli, un vortice dal quale ci si libera solamente con la morte.

Ira Levin, con questa sua opera prima, anticipa al pubblico le sue doti narrative, che saranno definitivamente consacrate con i suoi successivi romanzi. Con incursioni nel genere giallo, nel thriller psicologico e nel romanzo di formazione, “Un bacio prima di morire” è una vera e propria perla che fa scuola, sia per i colpi di scena che per la tensione narrativa che esprime. Difficile trovare simili gemme nel panorama letterario internazionale, senza scomodare mostri sacri quali Ellery Quenn e Agatha Christie. Facile invece innamorarsi e lasciarsi rapire da questa pagine cariche di suspense, che non si faranno dimenticare facilmente.


L’autore

Ira Levin (1929-2007) è stato un romanziere e drammaturgo statunitense. Tra i suoi libri: Rosemary’s Baby, I ragazzi venuti dal Brasile (entrambi già pubblicati da BIG SUR), Un bacio prima di morire, La donna perfetta, Questo giorno perfetto. Elogiato da scrittori come Chuck Palahniuk, Stephen King e Truman Capote, nella sua lunga carriera letteraria ha vinto il Prometheus Award e, per tre volte, l’Edgar Allan Poe Award.


  • Casa Editrice: Edizioni Sur
  • Collana: BigSur
  • Traduzione: Daniela De Lorenzo
  • Genere: thriller
  • Pagine: 347
  • Prima edizione: 1953

LORO di Roberto Cotroneo


Il nostro tempo, il tempo che scorre mentre viviamo, prima c’è, poi non c’è più. Ma il prima e il dopo non sono nulla in quei momenti. Non esistono.
Per questo il silenzio era mortale, perché era eterno, inafferrabile e al tempo stesso concreto, presente, profondamente corrotto: quello che stavo vedendo era orribile.



Trama

Può il memoriale di una giovane donna sconvolgere a tal punto da turbare persino coloro che si avventurano abitualmente nei recessi piú oscuri della mente?

È quanto accade in queste pagine, nelle quali Margherita B. narra dei fatti accaduti nel 2018, quando prende servizio, stando alle sue parole, come istitutrice presso una famiglia aristocratica, gli Ordelaffi, in una magnifica villa progettata da un celebre architetto alle porte di Roma: la casa di vetro.

Il compito che le viene affidato è prendersi cura delle gemelline Lucrezia e Lavinia. Nella casa di vetro, tutto sembra meraviglioso quell’estate. Ogni cosa è scelta con gusto, con garbo, con dedizione. Le gemelle, identiche, sono una meraviglia di educazione e di talento. Lucrezia ama il pianoforte, Lavinia l’equitazione. Ma pochi giorni dopo l’arrivo di Margherita cominciano a rivelarsi presenze terrificanti. Sono loro, dicono le bambine, gli antichi ospiti della casa, tornati per riportare in luce l’orrore.

Romanzo fitto, intenso, con personaggi indimenticabili, Loro rivisita le ossessioni che da anni segnano la narrativa di Roberto Cotroneo: il tema della verità e dell’ambiguità, del bene e del male, della violenza, del sacro e della felicità, quando brucia fino a farsi cenere. Le sue pagine, oscure e strazianti, si muovono per territori sinistri, e indagano soprattutto quella terra di nessuno che è la nostra mente.

Un romanzo che, nel suo finale del tutto imprevedibile, è un omaggio alla grande letteratura e, nello stesso tempo, un racconto nitido che si muove dentro uno scenario torbido e sa guardare oltre l’ignoto. Alla fine, a prevalere saranno il fallimento di ogni ragione e il trionfo di un mondo che non è di questo mondo.


Recensione

Apro le pagine del libro e un vortice mi spinge dentro. Una maligna forza di gravità mi trattiene. E’ la morbosa curiosità, il gelo che scorre lieve tra le scapole, il desiderio di scoprire cose inenarrabili.

Ciò che vive e pulsa in ognuno di noi. La vertigine di conoscere l’orrore. Ciò che non è di questo mondo ma di un altro mondo parallelo, in cui forze e forme di vita sconosciute giocano con i nostri sensi, acuendoli, portandoli al parossismo.

“Loro” è una calamita subdola. Ti attira dentro ad una storia totalizzante, in cui l’autore mischia tutti gli ingredienti per renderla irresistibile. Il mistero, il sovrannaturale, il doppio. Personaggi subdoli, la cui stessa natura è messa in dubbio. Una casa fatta di vetro, dove tutti vedono tutto e nessuno si può nascondere, neanche dai propri pensieri. Due gemelle enigmatiche, che sembrano essere dotate di poteri sconosciuti. Bellissime ma anche terrificanti, le cui mani sembrano tenere le fila dei destini di tutti gli abitanti della casa.

E poi l’onnipresente alone di una presenza oscura, la cui leggenda si intreccia con il destino della casa.

Tutto il romanzo è permeato dal tema del sovrannaturale. Che riduce la mente di chi ci si imbatte in un groviglio di pensieri sconnessi.

Margherita, giovane istitutrice delle straordinarie e talentuose gemelle della casa di vetro, dovrà fare i conti con la parte metafisica del suo intelletto, combattendo giornalmente con l’orrore che si para davanti ai suoi occhi. Il suo diario trasmette magnificamente le sensazioni che faranno presa sulla sua mente.

Come in un romanzo d’altri tempi, la casa trasuda mistero. Le sue origine controverse, il suo passato di morte spingono la protagonista ad affacciarsi sull’abisso. Ciò che vedrà, le presenze eteree e sovrannaturali che affollano la sua vista, la faranno precipitare in un buco nero, dal quale è impossibile fuggire. Margherita è sola dentro all’incubo.  Le suggestioni, le apparizioni sono forse un cruccio della mente?

Roberto Cotroneo è assolutamente perfetto nel dipanare una vicenda che cammina in bilico tra suggestione e realtà. L’autore incanta con la sua prosa evocativa e abbacinante e indebolisce gli argomenti della ragione, fino a ridurla in cenere. Il romanzo, in fondo, annichilisce il raziocinio ed esalta fino al parossismo il sovrannaturale, sovvertendo i nostri istinti di esseri pensanti e razionali. Questo scarto direi che è il nucleo del romanzo; e sarà la ragione a soccombere, liberando le briglie che da sempre l’uomo utilizza, più o meno scientemente, per sopire il mondo invisibile che sta oltre, dietro tutto ciò che da sempre è considerato vero. Le cose dell’altro mondo prendono il sopravvento e insinuano nel lettore orrendi scenari, che forse abitano solo nella nostra mente, specchio incerto e labile delle nostre credenze e delle nostre suggestioni.

Il finale del romanzo, che è un coup de théathe in piena regola, è l’apoteosi dell’imprevedibilità della mente umana, catalizzatrice delle nostre emozioni più vivide e della nostra immaginazione più fervida. Ed è anche l’apoteosi di quella consapevole follia che ci rende unici ma anche estremamente vulnerabili e imprevedibili.

“Loro” si nutre delle nostre ataviche paure verso tutto ciò che non è di questo mondo, ma di altri, imperscrutabili, affascinanti e terrificanti mondi. Mondi di cui vorremmo sapere di più, che vorremmo rendere conosciuti, ma che ci spaventano e minano tutte le nostre certezze, quelle che ci fanno andare avanti, alle quali ci aggrappiamo per sopportare un’esistenza fin troppo ordinata e ordinaria, ma che basta davvero poco per scardinare.

Con una prosa affabulatrice e ipnotica, Cotroneo scruta dentro alle nostre paure e le fomenta con il potere assoluto della suggestione, che la sua penna sa bene come manovrare. Il bene e il male, il desiderio di prevalere, l’ambiguità dell’amore, la manipolazione delle nostre credenze, sono temi che l’autore tratta con grande maestria, confezionando un’opera che difficilmente passerà inosservata e che rimarrà salda nella memoria del lettore.

Dopo, non vi sarà che il dubbio a crogiolare dentro di noi. E la consapevolezza che a volte i fantasmi esistono, fuori e dentro alla nostra mente.


L’autore

Roberto Cotroneo è un giornalista, fotografo, scrittore e critico letterario italiano. Ha diretto per molti anni le pagine culturali dell’Espresso. Scrive per il Corriere del Ticino. Nel 2003 esce per Mondadori Chiedimi chi erano i Beatles. Lettera a mio figlio sull’amore per la musica, un racconto sulla musica vista attraverso storie, ricordi, pensieri e grandi suggestioni. È stato finalista al Premio Campiello nel 1996 con Presto con fuoco. Nel 1999 vince il premio Fenice-Europa con il libro L’età perfetta. Nel tempo libero ama suonare il pianoforte.


  • Casa Editrice: Neri Pozza
  • Genere: noir
  • Pagine: 191

IL BUIO NON FA PAURA di Pier Lorenzo Pisano

 
La piccola famiglia si alza in piedi, e non lo sa ancora che si è spaccata, non lo sanno ancora che sono rimasti soli, papà corre fuori, il fucile in mano, e lascia i bambini a boccheggiare.
Gabriele si affaccia alla finestra e non vede niente, vede la sagoma di papà che svanisce e poi solo la notte, non sbatte nemmeno le palpebre pur di abituarsi al buio, ha gli occhi spalancati ma non riesce a vedere, cominciano ad arrossarsi, cominciano a piangere, ma il nero resta illeggibile e freddo, com’è possibile, non c’è più nulla, si sporge ancora dalla finestra, i piedi non toccano terra, la testa e le spalle sono fuori, e ancora niente.

Trama

Gabriele ha due fratelli, e vive con la mamma e il papà in un piccolo paese di montagna. I tre ragazzini crescono spensierati tra giochi e corse nei campi quando, una sera, la madre va nella stalla a prendere il latte per Gabriele e viene inghiottita dal buio. I bambini si trovano così ad affrontare la sua assenza e lo strazio del padre, mentre in paese circola voce che di notte una bestia terribile sta uccidendo gli animali. Una sera Gabriele segue il padre e gli uomini nella caccia al mostro, e si trova improvvisamente da solo, al buio nel bosco, finché una spaventosa creatura d’ombre gli si avvicina, lo raccoglie e lo abbraccia. Da quel momento Gabriele dovrà lottare per salvare quella creatura contro un mondo di adulti che non può ascoltarlo, e che nell’odio trova la sua dimensione di comunità.

Il buio non fa paura è una favola nera, allo stesso tempo arcaica e moderna, cruda e sognante, cinematografica e sensoriale, sul dolore della perdita e sulla magia dei desideri. Pier Lorenzo Pisano racconta di bambini e incubi, di natura e mistero, e riesce a illuminare l’immenso potere dell’innocenza, che può scardinare la realtà e indicare il senso ultimo delle nostre speranze e paure.

Questo libro è per chi fa il bagno nell’acqua gelata del torrente, per i ricordi che si stanno coprendo di una polvere dorata, per chi ha amato Io non ho paura di Niccolò Ammaniti, e per chi riesce a vedere navi, città e tempeste di sabbia nei granelli di polvere sul pavimento, e poi gli basta chiudere e riaprire gli occhi per costruire nuovi mondi immaginari.


Recensione

Scendere nelle profondità dell’animo di un bambino. Toccare le sue mani, asciugare le sue lacrime.

Lui, così piccolo e perduto. Le sue fragilità, i suoi pensieri, semplici e straordinari al tempo stesso.

La sua sensibilità, che è fragile cristallo ma anche roccia di basalto. Le sue gambette secche. La sua figura quasi eterea, che porta sulle spalle il dolore più grande, più inspiegabile, più crudele e dilaniante del mondo.

La voglia di accogliere nelle mie braccia Gabriele e i suoi fratelli non cessa, pagina dopo pagina. E in fondo al mio stomaco cova un dolore sordo. E’ un dolore universale, il dolore della perdita. E’ il graffio profondo della solitudine. La mancanza delle braccia materne, del suo sussurro sul collo, lieve e dolcissimo. Quella voce che da sola cura più di una medicina. Quelle labbra che nascondono il segreto della musica più struggente e che sono capaci del più magnifico tocco del mondo. Che guarisce, che rinfresca, che solleva, che ammansisce, che induce il sonno ed il sogno.

Pier Lorenzo Pisano ha scritto pagine di incommensurabile bellezza. La sua penna è una interprete perfetta del mondo interiore di un bambino che perde sua madre. Un bambino che desidera con tutto se stesso che sua madre faccia ritorno. Un bambino, alla ricerca di un motivo per cui sua madre sia scomparsa così, dall’oggi al domani, senza spiegazioni, senza un perché. Un bambino che non si rassegna ed è capace di tratteggiare un altro mondo possibile, in cui sua madre continui ad esistere.

La prosa asciutta, i meccanismi narrativi semplici, lontani anni luce da virtuosismi e sbavature. Un ambiente primitivo, povero e chiuso in cui ognuno pensa a se stesso. La meraviglia e la crudeltà della natura, fredda e senza pietà. Un mondo arcaico, in cui il bosco nasconde segreti imperscrutabili e in cui i sentimenti sono spigolosi, senza fronzoli, essenziali. Un mondo lontano che non si fa remore a lasciare che un bambino si perda nei suoi pensieri, senza una guida. Un mondo in cui non c’è salvezza eccetto che quella che deriva dalla forza.

“Il buio non fa paura” è un romanzo da leggere tutto di un fiato. Bisogna lasciarsi permeare dalla tristezza e dal dolore sordo di ciò che non capiamo, lasciarsi inondare da questa marea densa e ottenebrante. E acuire la nostra capacità di comprendere i meccanismi spesso sconosciuti che si muovono incerti per riparare quello che si è irrimediabilmente rotto.

Come in una favola Gabriele si aggrappa ad un incantesimo e lo difende da tutto e da tutti. Una magia che si modella con il buio e che la luce del sole dissolve e cancella. Un incantesimo che la sua mente di bambino crea per difesa da ciò che è troppo enorme da sopportare.

Un romanzo breve e crudele, ma anche dolcissimo e intriso di ingenuità e di candore. Un romanzo che racconta le alchimie attraverso le quali la nostra mente prova a salvarci dall’insopportabile.

Perché per un bacio e un abbraccio materno si possono davvero affrontare mille demoni. Perché per assaporare la dolcezza di un ricordo si è sempre pronti a ingannare e ad ingannarci, a mentire e a credere nell’impossibile.


L’autore

Pier Lorenzo Pisano (Napoli, 1991) è regista e autore di cinema e teatro, diplomato in regia presso il Centro Sperimentale di Roma. Il suo cortometraggio d’esordio, Così in terra, è stato selezionato in concorso al 71° Festival di Cannes e in più di cinquanta festival internazionali. I suoi testi teatrali sono tradotti in dodici lingue e rappresentati in teatri e festival europei. Ha vinto numerosi premi tra cui il Premio Solinas, il Premio Riccione-Tondelli, il Premio Hystrio. Il buio non fa paura è il suo romanzo d’esordio, tra i finalisti del Premio Calvino 2020.


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Genere: narrativa
  • Pagine:
  • 171

LA REGINA SENZA CORONA – diario di una quaranta(4)ena di Anna Nigro

Difficile dire cosa si scatena in una persona quando tutto un filone che include un amore, una rete di relazioni oltre il lavoro e anche una vita sociale partecipata lo avevi volutamente accantonato in un lato remoto come un ricordo di una vita che è stata.

Trama

Per quaranta giorni, durante il lungo periodo dell’isolamento a causa del Covid-19, la Regina senza corona affida a un diario le sue riflessioni: non solo la quotidianità, le piccole cose di ogni giorno, il nuovo modo di impostare il lavoro e di riempire il tempo, ma anche un dialogo con il Signor Tempo Passato, che la porta a rivivere situazioni e momenti che non sembravano così importanti e ora, invece, sono luoghi meravigliosi in cui trovare un rifugio, un profumo, un sorriso. Un testo profondo e toccante, arricchito di una piacevole ironia; una storia che ci racconta qualcosa di tutti noi, che ci ricorda che la vita era preziosa anche prima che ne scoprissimo la fragilità.


Recensione

Se c’è una regina, sicuramente leggeremo una bella favola, direte voi. Se la regina è senza corona, la favola probabilmente sarà una storia dei giorni nostri, maggiormente aderente alla realtà. Se poi la corona non è un ornamento d’oro e diamanti ma allude al famigerato virus che da mesi ci tiene in scacco, allora bisognerà ammettere che siamo di fronte a qualcosa di diverso.

Questo racconto è un diario di bordo di una donna che si trova in qualche modo costretta a fare i conti con se stessa, ai tempi della pandemia da Covid 19. Sola, con l’esclusiva compagnia dei ricordi e la consapevolezza che ciò che in passato le è parso ordinario e poco significativo è invece diventato qualcos’altro. Qualcosa di più importante, da difendere e da preservare.

Ed ecco che l’autrice ha l’occasione di ripensare alla sua vita. Ai tempi più lontani in cui abitava in un piccolo centro del meridione, circondata dal calore della famiglia e dalla consolante ripetizione di antiche tradizioni popolari. Fino ai tempi più recenti, in cui un amore è sbocciato, è cresciuto meraviglioso e coinvolgente e poi è morto, per una di quelle ragioni inspiegabili, che non hanno un nome ma che inevitabilmente decidono la fine di una relazione.

L’autrice utilizza la terza persona singolare per narrare questo piccolo spazio temporale, rivolgendosi alla Regina senza Corona, al Signor Tempo passato e al signor Tempo presente. Un escamotage azzeccatissimo, che dona ironia anche dove non ci si aspetta e che cela dietro a questo pseudonimo l’identità stessa dell’autrice.

Facile riconoscersi nella malinconica Regina, che narra l’allegria di un passato lontano senza compiacimento, l’amarezza di un passato più recente senza rancore e l’incredulità che scaturisce da un presente inaspettato e spiazzante.

Ne emerge il lucidissimo quadro di una donna che vive la sua condizione con accettazione, compostezza e grande dignità. Con queste doti, che sono più rare di ciò che si crede, la nostra cara Regina passerà indenne il lockdown e si dirà pronta a ripartire, con slancio e fiducia.

Un racconto che a tratti ci fa sorridere e a tratti ci rende malinconici. Che ci rammenta come stavamo in quel lontano marzo e aprile del 2020, affacciati ai nostri balconi, impastando improbabili pizze, facendo ginnastica, confrontandoci con i tentacoli del lavoro agile e aspettando ogni sera il bollettino di quella guerra a salve, ma non per questo meno dolorosa.

Un racconto che si legge di un fiato, coinvolgente come sanno essere le storie vissute e bello come sono le storie in cui ci riconosciamo.


L’autrice

Anna Nigro nasce il 23 Luglio del 1976 a Watford, in Inghilterra. Quando ha tre anni, la famiglia si trasferisce in Italia, a Savignano Irpino, un piccolo paese dell’Irpinia, dove vive fino ai trentacinque anni. Si è diplomata al Liceo Scientifico Parzanese di Ariano Irpino (1995) e ha conseguito delle qualifiche professionali dopo una breve esperienza universitaria alla Facoltà di Giurisprudenza di Foggia. Dal 2012 vive stabilmente in Lombardia, dove lavora come impiegata amministrativa in un’azienda che tratta accessori di moda – piccola pelletteria. Ha vari interessi tra cui la scrittura e la fotografia.


  • Casa Editrice: Albatros
  • Genere: narrativa
  • Pagine: 71

URLA SEMPRE, PRIMAVERA di Michele Vaccari


Non lo posso sapere, ci vorranno mesi per accettarlo, ma gli Animali sono venuti qui perché sono il tuo esercito. Sembrano una famiglia, ma come quella che potrei formare io, senza generi, senza distinzioni: cinghiali, cavalli, pecore, aquile e un coniglio grande come un bulldog.
Ci osserviamo per qualche secondo.
A un certo punto, quello più grosso tra gli ungulati, credo la madre, si avvicina, spinge il suo muso sulla mia gamba, mi invita a salirle in groppa. Almeno, questo è quello che capisco.
Appena sente che mi sto tenendo e non ho più nulla da perdere, fa un suono col muso che dalla reazione dei suoi compagni comprendo essere un via libera.
Basta un attimo.
Nessuno saprà mai più niente di me.


Trama

Per Zelinda il presente è il 2022, e Genova, la sua città, è messa a ferro e fuoco come nel G8 del luglio 2001. Procreare è diventato un reato, e per Zelinda l’ultima ribellione è la fuga, per mettere in salvo la bambina che porta in grembo a costo della sua stessa vita. Per il Commissario Giuliani il presente è l’8 settembre 2043, quando viene chiamato a indagare sulla morte di un uomo centenario che ha cambiato le sorti del paese. Per Spartaco il presente è sua nipote Egle, la figlia di Zelinda: lui, partigiano, queer, militante, dovrà addestrarla a combattere per se stessa e per gli Orfani del bosco, i bambini sopravvissuti. Presente, passato e futuro entrano senza bussare nella vita di Egle che, depositaria di una storia familiare e di un potere legato ai sogni, è l’unica in grado di immaginare il cambiamento. Nella Metropoli che è diventata l’Italia, un’oligarchia di uomini anziani, la Venerata Gherusia, ha cancellato istruzione e scienza, avvelenato terre e città, e i cittadini devono scegliere di estinguersi. Ma la scintilla del sogno è così potente da piegare la realtà, aprendo la strada alla rivoluzione.

Scritto in una lingua indomabile, Urla sempre, primavera è un romanzo vertiginoso, da leggere come un libro d’avventure. Una storia d’amore e lotta, un sogno lucido e folle dove la natura si supera dando vita a una nuova umanità.


Recensione

Un filo lega tre generazioni. Sono genovesi. Sono ribelli. Credono nella libertà, nella lotta, nel potere della Rivoluzione. La Rivoluzione, un atto belligerante, fatto di audacia e di sfida. L’atto che ribalta l’oggi e lo trasforma nel domani. L’atto che si nutre di sangue e che col sangue lava le colpe degli altri. E che pulisce le ferite di chi la Rivoluzione la fa, la diffonde, la protegge. Un atto che è catarsi, che è affermazione di un popolo, per il popolo.

Cento anni di storia. Da settembre a settembre di cento anni dopo, per arrivare al 2043, quando Genova è preda di una vegetazione fitta, impenetrabile, in cui si celano bambini perduti, animali abbandonati e Egle, colei che può manipolare i sogni.

Egle è una sorta di Messia moderno. Colei che può sovvertire l’ordine delle cose.  Con il suo esercito di animali e con l’anima del nonno, ex partigiano, la cui storia parte nel 1943, di settembre, il giorno otto.

Nel 2043, come cento anni prima, c’è un nemico da battere in nome della libertà. Qualcuno ha seminato terrore e inculcato nelle persone false credenze. Ha distrutto la vita, dando la caccia alle madri, streghe che sovvertono l’ordine con l’atto più ardito di tutti, quello di dare la vita. Ha allontanato le persone, approfittando di nuove e virulente malattie. Le ha piegate, con la violenza e l’assenza della Legge.

Ha screditato la scienza e ha allontanato gli animali, disperdendoli e riducendoli a schiavi di nuove forme di selvaticità. Ha cancellato la lingua per dare spazio a espressioni gergali e sgrammaticate, che offendono l’intelligenza umana.

Genova non è che l’ombra di se stessa. Zelinda, che è incinta di Egle, deve nascondersi. La Milizia è sulle sue tracce e presto la stanerà. Ma lei si sta preparando. Per Egle.

Egle dovrà sopravvivere nel bosco, come una nuova Biancaneve scacciata dal castello. Zelinda le lascia le tracce affinché possa usare la sua arma più potente, il sogno.

Egle è la catarsi. E’ colei che vendica la madre e il nonno e gli Uomini, tutti. Lo farà da sola, rinunciando all’efficacia della coralità. Riprendendosi ciò che l’umanità ha nelle vene e nei pensieri.

“Urla sempre, primavera” è un atto di Fede e un grido che risuona nelle orecchie, a risvegliare la nostra ribellione, sopita da anni di lavaggi del cervello.

Una storia che sta a metà tra la fantasia e la realtà, in un limbo minaccioso che ci sorride per confonderci. Una storia, che nasconde il suo veleno nell’oro che riempie le mani. Una storia che ridisegnala Storia, quella vera e per la quale è difficile stabilire un punto di partenza. Un cerchio, forse, che si chiude l’otto settembre 2043, sulle colline sopra Genova, in una data che è un emblema. Un punto di partenza ma anche la potenziale morte di tutto.

Sogno e Rivoluzione. In “Urla sempre, primavera” emerge prepotente quanto questi due concetti siano legati. Causa ed effetto, l’una dell’altra. Senza sogno non c’è Rivoluzione. E senza Rivoluzione il sogno è destinato a morire.

Un’opera pretenziosa, già nella sua struttura. Fatta di pagine bianche e pagine grigie, di salti temporali, di voci narranti che provengono dal passato e dal futuro. Capitoli che sono storie a se stanti, che solo seguendo il filo di un sogno si sovrappongono e si intrecciano, a disegnare un quadro estremamente suggestivo, che evoca una scintilla di vita, salda e splendente anche nelle avversità più abbiette.

Perché in fondo, “Urla sempre, primavera” è un grido di speranza. Un faro nella notte, che afferma quanto sia difficile sopire la voglia di libertà nell’Uomo che, anche quando sembra perduta, cova sotto la cenere in cerca di una pagliuzza attraverso la quale far divampare l’incendio.

“Urla sempre, primavera” è una ricostruzione storica dell’Italia del dopoguerra in cui l’anarchia degli avvenimenti disegna un quadro perfettamente plausibile. Vaccari è superbo nel rappresentare il concetto del “cosa sarebbe successo se…” e anche tremendamente crudele nel disegnare gli scenari futuri, in cui l’Uomo è svuotato dell’anima e ridotto ad un ammasso di carne in cui la paura fa scempio. Visionario o realista, l’autore estremizza alcuni atteggiamenti che già insidiano la società attuale e ha il coraggio di trarre delle conclusioni che ci spaventano, ci sembrano impossibili ma ci fanno riflettere. Poi, come d’incanto, ci dona la speranza, nei panni di qualcuno che potrà salvarci. Senza l’ausilio della forza. Senza un potere sovrannaturale, ma con qualcosa che hanno tutti, dalla nascita. Con un esercito di emarginati e con la complicità della Natura, che nasconde i soldati e fornisce le armi per combattere.

“Urla sempre, primavera” non è certo una lettura facile. Richiede concentrazione e coraggio e voglia di scendere negli abissi della nostra storia, dentro ad un declino di cui siamo responsabili tutti, ognuno per la sua parte. Ed è un inno alla ribellione. Una esortazione ad aprire gli occhi e a tirare delle conclusioni.

Non è una lettura di evasione. E’ una lettura disperata, che fa male. Ma è la nostra storia, alla quale bisogna dare un epilogo diverso. E’ la storia di “cosa potrebbe succedere se…”. E’ un inno alla lotta, alla ribellione, alla libertà di pensiero e alla consapevolezza che ogni piccolo gesto può avere conseguenze enormi. Ogni gesto, ogni frase, ha in sé un’enorme cassa di risonanza che spande le sue eco alle generazioni future. Ogni fiato, ogni gesto è una miccia, che può scatenare l’inferno o spegnere le fiamme.

Che ognuno sia la piccola Egle, cresciuta da sola nei boschi, insieme agli Orfani e agli Animali e con il ricordo del suo nonno partigiano. Egle, che impara dal passato e costruisce per il futuro, nelle colline sopra Genova, che mai come in quest’opera rappresenta la lotta e la ribellione. Genova, accesa dalla voglia di cambiare ma ridotta a cenere dopo che la paura ha vinto sulla volontà. Genova, inghiottita dagli alberi, devastata dal sangue e zittita dagli imbonitori. Genova, che è il mondo intero, un mondo che spaventa. Un mondo da non dimenticare. Un mondo da cambiare. Da sognare.  Da ricostruire.


L’autore

Michele Vaccari (Genova, 1980) si occupa di editoria, cinema e comunicazione. Ha coordinato la scrittura del film e del documentario per il progetto Making(of)Love, in uscita per Sky ad aprile 2021. Ha pubblicato Italian Fiction (ISBN 2007), Giovani nazisti e disoccupati (Castelvecchi 2010), L’onnipotente (Laurana 2011), Il tuo nemico (Frassinelli 2017) e Un marito (Rizzoli 2018).


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Genere: narrativa
  • Pagine: 439

L’AMANTE SEGRETO DI MADAME CURIE di Irène Frain

 
Si erano fissati. Lei non aveva avuto paura di essere come nuda davanti a lui. E lui non aveva abbassato gli occhi. Questo era già essere amanti.
Non hanno combattuto contro il desiderio, l’idea non li ha neppure sfiorati – si è semplicemente capaci di avere un0idea, in quei momenti, un pensiero? Tutto è andato da sé. Si sono arresi di fronte all’evidenza, una verità sospettata da anni, ma che non avevano potuto, o voluto, riconoscere. Adesso la verità si imponeva. Marie ha capito che il ritorno alla vita passava attraverso Paul, che avrebbe fatto l’amore con lui e che non avrebbe avuto senso un uomo che non avesse conosciuto Pierre, che non fosse stato amato da Pierre da lui e che lui non avesse amato. Paul nello stesso istante, si è sentito giustificato nella sua condizione di uomo e di essere vivente. Le loro esistenze, improvvisamente, sono parse ai loro occhi decifrabili. Non erano sopravvissuti per niente. Quell’istante li aspettava.

Trama

Il 4 novembre 1911, a Parigi, su un giornale a grande tiratura compare un titolo in prima pagina: Histoire d’amour. Madame Curie et le professeur Langevin. Marie Curie ha dunque un amante? La stampa e l’opinione pubblica s’infiammano. Tribunali, duelli, lettere rubate: lo scandalo è enorme. Comunque, sì, è vero, Marie Curie ha un amante. Vedova da cinque anni di Pierre Curie – insieme al quale ha scoperto il radio e ricevuto il primo premio Nobel -, si è innamorata di un uomo sposato: Paul Langevin, amico di Einstein e scienziato eccezionale quanto lui.

Ma, sebbene nella vicenda il “traditore” sia soltanto Paul, che ha moglie e quattro figli, è soprattutto lei a essere presa di mira. Icona della scienza in tutto il mondo, sta per ricevere un secondo Nobel e la sua candidatura all’Accademia delle Scienze è oggetto di pesanti polemiche tra i cattedratici e non solo. Ora si scopre che è anche capace di amare. Amare e basta, al di là di ciò che impongono la morale o la pubblica decenza: tutto questo è intollerabile. Il 7 novembre, il premio le viene consegnato, ma sui giornali francesi nemmeno una riga, o quasi. La notizia di quei giorni è invece che la moglie di Langevin è ricorsa al tribunale per ottenere la separazione dal marito e la custodia dei figli.

Che cosa unisce davvero il giovane, aitante scienziato dai baffi a manubrio e l’intransingente “polacca” che ha consacrato l’esistenza alla ricerca, a sprezzo della propria salute? Come convivono in lei il ricordo di Pierre e il sentimento verso Paul? Con L’amante segreto di Madame Curie Irène Frain ha interrogato archivi dimenticati, foto sconosciute, luoghi inesplorati. Ha messo insieme i tasselli di un’indagine avvincente via via trasformatasi nelle pagine di uno splendido romanzo biografico. E ha magistralmente ricostruito – sullo sfondo della società francese d’inizio Novecento e di uno scandalo mediatico d’inattesa modernità – il ritratto di una donna pronta a rischiare per amore tutto quello che il mondo le ha riconosciuto.


Recensione

Una ricostruzione minuziosa, coinvolgente, generosa e illuminata, quella di Irène Frain, che ci regala una elegante ed emozionante incursione nella vita di Mania Sklodowska, diventata poi Marie Curie, personaggio chiave del mondo scientifico dei primi del Novecento, colei che scoprì il “polonio” e il “radio”, Premio Nobel con il marito Pierre Curie per la Fisica nel 1903 e Premio Nobel nel 1911 per la Chimica.

Un personaggio chiave, non solo per l’eccezionalità delle sue scoperte scientifiche, ma anche e soprattutto per aver sancito irrevocabilmente il diritto della donna a dire la sua in campi storicamente riservati esclusivamente agli uomini, come quello scientifico.

Una vita che ha di per sé le caratteristiche di un romanzo. A cominciare dai suoi primi passi in Francia, come studentessa di Fisica e Matematica alla Sorbona, stretta nell’indigenza e nel disagio del suo status di straniera. L’incontro con Pierre Curie, l’amore e la condivisione della passione totalitaria per le scienze. La vita divisa tra insegnamento e laboratorio. Il lavoro, che sfinisce ma che appassiona. L’ossessione per lo studio e la sperimentazione. L’atteggiamento austero, quasi glaciale, di chi deve dimostrare ogni giorno di poter stare dove sta.

E poi il successo, il Nobel, la notorietà. Lei, vista come la semplice assistente del marito. Perché si stenta a credere che una donna possa aver avuto un simile merito: Che il Nobel sia, insomma, solo farina del suo sacco. L’opinione pubblica del tempo non è pronta ad accettare una donna-scienziato e fa fatica ad incasellare Madame Curie in luoghi che non siano il focolare domestico.

Quando Marie si troverà sola e prostrata dal lutto per Pierre, sarà proprio la scienza e il lavoro ottenebrante ed esigente a salvarla dalla follia. Finché una nuova follia non attraversa la vita di Marie. Una follia e una nuova ossessione, chiamata Paul Langevin. L’allievo di Pierre, il più brillante. L’allievo che ha amato Pierre con tutto se stesso e che Pierre ha amato a sua volta.

Della storia di questo amore proibito non si sa molto, solo ciò che traspare da una corrispondenza che fu trafugata ai due amanti e data in pasto ai giornalisti dell’epoca e da pochissime testimonianze indirette.

Irène Frain è magistrale nel dare voce a questa appassionata relazione. L’autrice ricostruisce questa relazione in modo minuzioso, facendo affidamento su pochissimi indizi, che tuttavia riesce a trasformare in testimonianze di un amore totalizzante e sofferto. Immaginando i due amanti nel loro bilocale a Parigi, in cui consumano il loro amore tormentato. Immaginando le loro conversazioni. Gli umori, i sentimenti, le sensazioni, i timori, l’estasi.

La grandezza di quest’opera sta proprio nella capacità interpretativa di vicende che non sono mai state di dominio pubblico. Vicende nebulose, che si intrecciano al desiderio di offuscare la figura di Marie Curie e il suo genio.

Ne escono pagine toccanti, che descrivono il tumulto interiore di questa straordinaria donna, che divide la sua vita tra il laboratorio e l’appartamentino in cui si consuma il suo amore proibito.

Un amore osteggiato dalla mentalità dell’epoca, ma anche dalla Legge. Un amore che rischierà di infangare la figura accademica di Marie, proprio nei giorni che precederanno la vincita del Nobel per la Chimica del 1911.

La penna di Irène Frain è leggiadra ed estremamente evocativa. Capace di ricreare un romanzo dentro a due vite reali, attraverso la cura maniacale ed appassionata dei loro aspetti emotivi e psicologici, complice la puntuale ricostruzione della società francese dell’epoca, con i suoi pregiudizi.

L’utilizzo del tempo presente e le frequenti incursioni nella Storia, quella vera e documentata, rendono la lettura gratificante e coinvolgente. La lettura scorre via, pagina dopo pagina; solo quando l’autrice inserisce un fatto documentato, ad interrompere brevemente la narrazione, si ha la netta percezione che stiamo leggendo una biografia e non un romanzo.

Una biografia appassionata, che scandaglia gli aspetti meno noti della vita di questa grande scienziata e che le restituiscono quell’umanità, fragilità e spessore che spesso vengono tolti a personaggi di tale calibro. Una ricostruzione dell’epoca che rende evidente quanto la figura di Marie Curie cozzasse con l’ideale femminile dell’epoca: una donna votata alle scienze, poco presente alle figlie, la cui vita si svolgeva costantemente fuori dalle mura domestiche, incurante del proprio aspetto, sul quale non avrebbe dovuto fare affidamento per essere credibile e che, probabilmente, sarebbe stato considerato un ostacolo ulteriore nel suo percorso già irto di difficoltà. Una donna bella che non sapeva di esserlo e affascinante seppure non facesse niente per evidenziare la propria avvenenza e la propria femminilità. Una donna capace di vivere passioni totalizzanti, forte nel cogliere le sfide, lucida nell’inseguire i propri sogni ma anche sola e incompresa. Una donna perduta dentro ad una sorta di sdoppiamento, quello, dicotomico, tra passione e intelletto. Una contrapposizione che ha segnato la sua vita e quella di numerose altre donne che hanno vissuto in altre epoche. Un conflitto che, a ben vedere, costituisce l’ossatura dell’essere donna, oggi come ieri, una condizione da sempre intrappolata dentro a una gabbia dorata, piena di brucianti contraddizioni.


L’autrice

Irène Frain, scrittrice e giornalista, è nata in Bretagna nel 1950. Tra i suoi romanzi più conosciuti in Francia: Le Nabab (Lattès, 1982), Secret de famille (Lattès, 1989), Devi (Fayard/Lattès, 1993) e Le Naufragés de l’île Tromelin (Michel Lafon, 2009). In Italia, ha già pubblicato il saggio La felicità di fa l’amore in cucina e viceversa (Ponte delle Grazie, 2004) e il romanzo Beauvoir in love (Mondadori, 2014).


  • Casa Editrice: Gremese
  • Genere: biografia
  • Traduzione: Carlo Floris
  • Pagine: 335

LA LAMPADA DEL DIAVOLO di Patrick McGrath


Vedere di nuovo Madrid prima di morire, all’improvviso mi parve di vitale importanza e divenni euforico e impaziente, anche se non capivo bene perché.

Trama

Londra, 1975. L’anziano poeta Francis McNulty sente avvicinarsi la fine dei suoi giorni ma il suo animo non trova pace, schiacciato da una colpa che non ha mai avuto il coraggio di confessare. Le ombre di un tradimento sotto le armi, durante la Guerra Civile spagnola, si allungano nella casa di Cleaver Square quando un’oscura presenza, con le fattezze del generale Francisco Franco, comincia a fargli visita. In alta uniforme, il contegno di un militare decaduto, l’apparizione perseguita Francis con i ricordi dei giorni drammatici di quarant’anni prima. Perseguitato dalle visioni e spronato dalle domande di un giovane reporter che sta scrivendo un pezzo su di lui, il vecchio poeta accetta l’invito della figlia ad accompagnarla in viaggio di nozze a Madrid, in cui vede finalmente l’occasione per affrontare i fantasmi del suo passato. Mentre nel palazzo reale si consuma l’agonia del Generalissimo, vittima e carnefice di un’epoca che si sta consumando, Francis torna nei luoghi della sua vergogna, in un viaggio liberatorio nel tempo, nei ricordi di famiglia, nei recessi della sua mente.

Dal genio di Patrick McGrath, un romanzo che entra nei pensieri del suo protagonista, e di noi lettori, per far luce sulle diaboliche ossessioni scatenate dai segreti quando decidono di parlare


Recensione

Una vita che giunge al termine e un rimorso da disarmare. Una vita spesa ad inseguire la felicità, quella che non ha mai avuto. Che non ha mai voluto, forse, né mai meritato, più probabilmente.

Una vita senza scossoni, a Londra, nella casa di famiglia, dagli spazi sconfinati e dalle eco di una tristezza che si trascina negli anni, senza trovare una soluzione. E d’improvviso, un’altra vita, in un’altra dimensione, in cui buttarsi a capofitto per dare senso all’esistenza; una vita nuova, alla guida di un’ambulanza, a far da aiutante ad un chirurgo americano, Doc, le cui mani si ostinato a tagliare, suturare, amputare, nel tentativo di salvare più vite possibili. Sfidando la sorte, i pericoli, l’odore della morte che è onnipresente. Una vita spesa nel cuore della Storia, persa nei rivoli di sangue e di lacrime negli anni trenta in Spagna, ai tempi della Guerra Civile e dell’ascesa al potere di Francisco Franco, il Generalissimo.

Lui, che nel pieno della sua esistenza, lascia Londra per raggiungere la Spagna, nei giorni in cui si consuma la carneficina. Lui, che va in Spagna per entrare a far parte della razza umana. E che rifugge la morte, a ogni costo, anche con l’inganno.

Francis McNulthy ormai è vecchio. Malfermo sulle gambe, debole, con la mente che vacilla tra il ricordo e l’ossessione. Tra il rimpianto e la gloria. Tra il desiderio di rinvangare e quello, contrario, di dimenticare. Brame opposte, fomentate fino al parossismo da improvvise visioni che segnano una sorte di inesorabile transizione verso il territorio sconfinato e inesplorato della follia senile. Francis pare attratto dalla calamita della demenza: la figlia Gilly inizia a guardarlo con sospetto e fastidiosa sollecitudine e persino l’attempata sorella si materializza a Londra per farsi un’idea sulla sanità mentale del fratello.

Il quale appare più divertito che contrito da questo interesse. Non fa fatica a ridere di sé, a mettersi in discussione e a venire a patti con l’inesorabile declino del corpo e della mente che è insito nella vecchiaia.

Sotto l’ombrello della sua ironia, tutto appare più leggero e persino divertente. Ma le eco del passato non cessano di farsi sentire e solo il ritorno in Spagna potrà tacitare i morsi dei ricordi.

Di questo suo ultimo viaggio non resta che il sorriso di Dolores, che Francis stesso salvò dalle bombe e il sostengo di Hughes, un giovane giornalista deciso a scrivere di lui, giovane inglese alle prese con una Rivoluzione che non gli appartiene per nascita.

La potenza di un semplice e dissacrante gesto liberatorio in fondo ha maggior forza di una bomba. Francis potrà tornare a Londra a trascorrere in pace il tempo che gli resta, stretto tra le sue piccole abitudini e quella leggiadra vacuità che accompagna un anziano nel viaggio verso la fine terrena.

Patrick McGrath non deve certo dimostrare alcunchè ai suoi lettori. Eppure questa sua ulteriore prova aggiunge molto a qualcosa che di per sé appare già ridondante. Una scrittura costantemente illuminata dal piglio geniale dell’ironia. I toni semplici e sempre azzeccati nel disegnare i pensieri di chi, dall’alto dei suoi ricordi, osa ridere di sé e delle sue nuove debolezze. La capacità di accostare la tragedia a quella lievissima comicità. Un connubio e un nonsense, che dà l’idea esatta dei pensieri di un uomo giunto alla fine dei suoi giorni con una grande dose di gratitudine verso una vita che pure lo ha tradito, tratto in errore e reso codardo e discutibile.

“La lampada del diavolo” illumina una coscienza dilaniata dal rimorso. E mentre fa luce sull’errore, risvegliando la colpa, indica la via per porvi rimedio. Una ricetta semplice ma efficace.

Ma al di là della morale di questo romanzo, mi preme sottolineare la piacevolezza di questa lettura e l’assoluta amabilità della voce narrante del protagonista, una voce freschissima e dissacrante, ironica e pungente, commuovente fino alle lacrime e divertente pur nella consapevolezza del suo declino.

Una prosa ineccepibile, stretta in capitoli brevi ed efficacissimi. Una voce che assume il tono lacrimevole del rimpianto ma anche quello frivolo dello scherno. Che ci cattura, ci rapisce, ci strappa sorrisi e ci fa venire il desiderio di consolare. Un ultimo spaccato di vita di chi cerca perdono. E lo ottiene, completo e assoluto. Perché di errori e omissioni è fatta la vita di un uomo. Di cose incompiute e di occasioni perdute.


L’autore

Patrick McGrath è nato in Inghilterra e vive tra New York e Londra. È autore di numerosi romanzi, tra cui Follia (1998) – uno dei più grandi successi letterari degli ultimi anni –, Martha Peake (2001), Spider (2002, da cui è stato tratto il film di David Cronenberg), Port Mungo (2004), Trauma (2007, nuova edizione La nave di Teseo, 2019), L’estranea (2013) e La guardarobiera (La nave di Teseo, 2017). Per La nave di Teseo è uscita inoltre la raccolta Racconti di follia (2020).


  • Casa Editrice: La Nave di Teseo
  • Collana: Oceani
  • Traduzione:
  • Carlo Prosperi
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 258