LA MAMMA SI E’ ADDORMENTATA di Romy Hausmann

Nel bosco la notte è senza contorni, non posso più correre, solo procedere passo dopo passo, con le braccia tese in avanti. E’ come se mi avessero bendato gli occhi per poi farmi girare due volte su me stessa. Avanzo a tentoni tra gli ostacoli, da un tronco d’albero all’altro. Sotto i miei piedi sento i ramoscelli spezzati e le foglie scricchiolare; nelle orecchie il sangue sta scrosciando come l’acqua in uno scarico.

Trama

Era solo una ragazzina di quindici anni quando è stata condannata per un crimine atroce, di cui si è sempre dichiarata innocente. Adesso Nadja è una donna adulta e ha ormai scontato la sua pena. Non chiede altro che una vita normale, e quel lavoro anonimo come assistente in uno studio di avvocati sembra l’unico modo per tenere a bada gli incubi e il panico che la assale all’improvviso. Un’esistenza grigia e ripetitiva che però la fa sentire protetta. Ma un giorno, inaspettatamente, la morte rientra di nuovo nella sua vita. Laura, la moglie del suo capo, l’unica persona che le abbia mai dimostrato amicizia, ha commesso un tragico errore, un errore che è finito nel sangue. Adesso potrebbe perdere tutto: suo marito, sua figlia, le sue sicurezze. Nadja sa bene che cosa significhi. Ma sa anche che aiutarla la renderebbe sua complice. Mentre si dirige nei boschi dello Spreewald con un carico inquietante nel bagagliaio della macchina, non può certo immaginare che quel luogo popolato di oscure leggende diventerà teatro di una caccia spietata. Qualcuno sta cercando di trascinarla in un gioco perverso e Nadja capirà ben presto che il suo passato sanguinoso potrebbe fare di lei la vittima perfetta. O l’assassina perfetta. Chi si è macchiato di una colpa potrà mai essere libero? Ancora una volta Romy Hausmann ci regala un thriller che porta alla luce i lati più insidiosi della psiche umana.


Recensione

Due racconti in parallelo, che sembrano non incontrarsi mai. Due storie maledette, che non sembrano essere capaci di deviare verso un lieto fine.

Una passione insana, travolgente, ossessionante. Alla quale lei, Nelly, non sa sottrarsi, e che per lui, Paul,  è come la tela di un ragno, tessuta con malcelata innocenza ma pronta a chiudersi sulla preda.

E un disagio che affiora sempre più evidente, tra le pareti di un appartamento sporco e senza luce. Una madre distratta  e una bimba, Nadja, che tenta di sopire, di celare, senza riuscirci, tutte le sue mancanze. Per amore del fratellino. Per salvarlo e per salvarsi.

Un avvocato di successo sarà l’anello che metterà in relazione i due scenari, attraverso una storia nera come la notte, in cui l’inganno e la mistificazione giocano il ruolo principale.

Il risultato è un thriller che tiene il lettore costantemente sulla corda. Che porta la tensione al parossismo per stemperarla, subito dopo, attraverso un cambio di scena repentino. Un balzo tra uno scenario e l’altro. Tra due storie in cui crudeltà e cinismo corrono sul filo del rasoio.

La legge, per mezzo dei suoi tutori, appare come una creatura camaleontica e viscida. La legge si presta ad adattarsi agli scopi dell’uomo. Sa tutti dei suoi vizi. Sa come aggirare la colpa e come assolvere.

Ma siamo proprio sicuri che l’arguzia dell’uomo e il suo deplorevole doppiogioco siano in grado di deviare il corso della giustizia? Siamo proprio sicuri che chi ci appare debole e vulnerabile sia destinato a soccombere?

“La mamma si è addormentata” è un romanzo che serba molte sorprese. E che soggiace, in ultima istanza, alla convinzione che il bene debba sempre prevalere sul male.

In un continuo cambio di scena e attraverso alterne vicende al cardiopalma, Romy Hausmann mostra al mondo il suo talento narrativo. Le sue atmosfere, i suoi personaggi, il gioco delle apparenze che sa creare senza sforzo, sono calamite per il lettore, che sarà ammaliato dal susseguirsi ossessivo delle vicende.

La scrittura di Romy Hausmann è brillante, suadente e ipnotica. L’impianto narrativo che costruisce è un capolavoro di perfezione in cui si alternano i due piani narrativi e le lettere che Nadja, ormai adulta, scrive al fratello, nel tentativo di spiegargli cosa successe la notte che la loro madre si addormentò nel sonno irrevocabile della morte.

L’innocenza perduta, la voglia di riscatto da un lato. Il desiderio di essere amato, la follia che ci fa credere di poter deviare i corso degli eventi, l’impossibilità di ottenere un processo giusto,  dall’altro.

La Hausmann è bravissima a farsi interprete delle pulsioni umane, spesso innocue ma talvolta, invece, talmente avverse da creare fratture insaldabili.

Una storia distorta, cattiva, che mostra al lettore il nero che può celarsi dietro alle apparenze. Una storia nera, in cui non si salva nessuno. Nessuno, quando, forse, sarebbe bastato così poco per correggere il corso degli eventi. Ma l’uomo è così. Codardo, insincero, avido. E soccombe, alla sua codardia, alla sua falsità, alla sua avidità. Una storia che soppesa il passato e decide che è enorme, ingombrante, incancellabile.

Difficile sottrarsi ad un destino segnato. Facile farsi abbacinare dalle illusioni. Meraviglioso perdersi nel labirinto creato da una penna illuminata, in cui soccombere, in cui rassegnarsi e perdersi.


L’autrice

Romy Hausmann (1981) ha lavorato come caporedattrice di una casa di produzione televisiva a Monaco e poi come libera professionista per la tv. Vive con la sua famiglia in un cottage nei boschi vicino a Stoccarda. Il suo romanzo d’esordio, La mia prediletta (Giunti 2020), è stato un grande bestseller internazionale, rimasto per mesi al 1° posto della classifica dello Spiegel e opzionato per un film di prossima uscita. Un successo confermato dal suo secondo thriller La mamma si è addormentata. I libri di Romy Hausmann sono tradotti in 24 Paesi.


  • Casa Editrice: Giunti Editore
  • Traduzione: Alida Daniele
  • Genere: thriller
  • Pagine: 346

L’AMORE MALATO di Amélie Cordonnier

Perché le parole sono lame che tagliano ciò che hai di più fragile. E anche di più prezioso. La tua allegria, la fiducia in te stessa. La voglia di camminare a testa alta, la certezza che tutto è ancora possibile.

Trama

«La violenza delle parole è meno grave dei pugni solo perché non lascia lividi?»

L’amore malato è l’esordio letterario che ha conquistato e turbato migliaia di lettori francesi.

Per sette anni ha creduto che Aurélien ne fosse finalmente uscito. E poi, senza preavviso, una mattina di settembre, l’incubo ha ripreso vita. Aurélien, che pure sostiene di amarla, ha ricominciato a vomitarle addosso insulti con una violenza inaudita, della quale ha reso spettatori anche i due figli. Caduta l’illusione del cambiamento, da quel giorno lei ha preso l’abitudine di annotare le oscenità e le offese che Aurélien le rivolge, per tenerne traccia e insieme provare a disinnescarle, nella patetica speranza che vadano a incrostarsi nelle note dello smartphone invece che nella sua anima. Ma ora, non è più disposta a sopportare tutto questo.

Restare? Andarsene? Il 3 gennaio compirà quarant’anni, e nel disperato tentativo di aggrapparsi a qualcosa che le dia la forza necessaria, si impone di prendere una decisione proprio entro quella data. Due settimane per ripercorrere i ricordi, le speranze, la disillusione, nell’imminenza di un Natale che a quell’angoscia aggiunge lo stridore delle inevitabili cerimonie familiari. Con una scrittura nervosa e asciutta che mantiene una distanza quasi documentaria dal racconto – a partire dal «tu» usato per la protagonista in luogo della prima persona singolare –, Amélie Cordonnier mette in scena la storia di un amore malato. Una di quelle storie di violenza coniugale che distruggono una donna pur senza lasciarle lividi sulla pelle.


Recensione

Una crepa, quasi invisibile, possiede comunque la forza per irrompere e per rompere gli argini. Mina una certezza, la rende fragile, incerta, vulnerabile. Come una goccia che a poco a poco scava la roccia, la crepa diventa frattura, e la frattura diventa lesione insaldabile.

Il tempo corrompe le cose. E l’aberrazione scardina il bene. A volte in modo impercettibile ma costante. A volte in maniera dirompente, come un terremoto che sfalda la crosta terrestre.

Un amore si guasta, si veste di gesti sbagliati, devia verso il dolore, si disintegra. Si macchia per il desiderio nascosto di annientare l’altro, di ridurlo in cenere, di minare la sua indipendenza e la sua forza interiore. Un attimo colpisce, l’attimo dopo è nuovamente pronto a chiedere perdono. A credere che tutto possa essere dimenticato, con un colpo di spugna. Mai avvenuto. Senza rancore. Con la pretesa assurda di un perdono che costa moltissimo a chi dei due deve dispensarlo. Un’altalena che distrugge, specialmente se i bambini ascoltano e vedono.

La ricerca di un motivo, che non c’è quasi mai. Il desiderio di fuggire e quello di rimanere. Voler dimenticare ma non esserne capaci. Fremere nell’attesa della tempesta che verrà, perché verrà, è certo, anche se il sole brilla nel cielo. La prima goccia di pioggia scatenata da motivi futili, incomprensibili. Perché meritarsi questo? Perché buttarsi via dietro ad un uomo che non sa apprezzare la dolcezza, la forza e la dirompente energia di una donna innamorata?

Amelie Cordonnier ha esordito nel 2020 con questo romanzo, potente, crudo e dilaniante. Una storia con i piedi per terra, che non cede mai al luogo comune, che non cerca perdono, né commiserazione, ma si limita a presentare al lettore una situazione familiare che all’apparenza non ha niente di insolito. Nelle abitudini, nell’intimità di una giovane famiglia si insinua la crepa, quella che spacca, quella che uccide.

Non vi è violenza fisica, non vi sono lividi. C’è una inesorabile lotta intestina che rompe l’equilibrio di una donna, distruggendo la sua identità.

E’ tutto molto insolito. E’ tutto molto normale. Dipende da quanto siamo disposte a fa passare. Dalle volte che decidiamo di lasciar perdere. Dall’intensità del nostro legittimo desiderio di stare bene e di far stare bene chi amiamo.

La Cordonnier trova senza sforzo la giusta chiave di lettura, attraverso un fraseggio intimo, diretto, rivolgendosi alla protagonista con la seconda persona singolare, quasi a ricordarle i gesti che ha fatto, quelli che ha subìto. Le sue scelte, il suo dolore, la fatica immane di condividere con altri la sue esperienza di violenza domestica. La guida, le tiene la mano, la conforta e la esorta a farsi valere. Mantenendo un contegno quasi distaccato, raccontando senza commentare.

Quello che ci consegna è una testimonianza, che lascia traboccare la volontà di difendersi da chi ci offende.  Un percorso di accettazione, che sfocia nella presa di coscienza di dover rompere gli schemi per difendere la propria identità. Un grido che scoperchia un vaso di dolore e che ci ricorda come sia facile colpire e fare male.


L’autrice

Amélie Cordonnier è giornalista dal 2002. Dopo aver lavorato per l’emittente Europe 1, nonché per il quotidiano «La Tribune» e il settimanale «Le Journal du Dimanche», dal 2014 è diventata responsabile della sezione Cultura della rivista «Femme Actuelle». L’amore malato (Trancher, 2018) è il suo primo romanzo, cui è seguito nel 2020 Un loup quelque part, entrambi pubblicati in Francia da Flammarion.


  • Casa Editrice: Gremese
  • Collana: Narratori francesi Contemporanei
  • Traduzione: MAria Stella Tataranni
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 172

C’ERA DUE VOLTE di Franck Thilliez

Guardare a mezzanotte la baia di Authie significava vedere solo un infernale pozzo di inchiostro. Si sentiva circolare l’acqua che sfregava le pietre con un mormorio sottile. Ovunque, in quella gigantesca distesa di sabbia, la marea poteva circondarti in pochi minuti e le correnti afferrarti per poi trascinarti verso il largo, sfinirti, annegarti.

Trama

Nel 2008, in un piccolo paese di montagna, il tenente Gabriel Moscato è alla disperata ricerca della figlia, diciassettenne piena di vita scomparsa da un mese. Uniche tracce la sua bicicletta, i segni di una frenata e poi più nulla. Deciso a indagare sull’hotel due stelle dove la ragazza aveva lavorato l’estate precedente, Moscato si stabilisce nella stanza 29, al secondo piano, per esaminare il registro degli ospiti. Legge attentamente ogni pagina, prima di addormentarsi, esausto dopo settimane di ricerche infruttuose. All’improvviso, viene svegliato da alcuni suoni attutiti. Quando si avvicina alla finestra, si rende conto che piovono uccelli morti. E ora è nella stanza 7, al pianoterra dell’hotel. Si guarda allo specchio e non si riconosce; si reca alla reception, dove apprende che è il 2020 e che sono dodici anni che sua figlia è scomparsa: la memoria gli ha giocato uno scherzo crudele. Quello stesso giorno il corpo di una giovane donna viene trovato sulla riva del fiume Arve…

Un nuovo, geniale rompicapo dal re del thriller francese Franck Thilliez, che compone un vero e proprio puzzle disseminato di trappole, imperdibile per tutti gli amanti della suspense.

Una chicca per i lettori che hanno amato Il manoscritto: ritroverete in C’era due volte una vecchia conoscenza, che tornerà a fare capolino in queste pagine creando uno stupefacente gioco di specchi fra i due romanzi.


Recensione

Una nuova dimensione di lettura, quella che ha inaugurato Franck Thilliez, scrittore francese che ha scalato le classifiche di vendite con i suoi ultimi romanzi, Il Manoscritto e Il sogno , ai quali fa seguito il nuovo, attesissimo, C’era due volte.

Leggere non è sufficiente. Occorre soffermarsi, intuire quale particolare potrebbe essere significativo, tenere gli occhi aperti, pronti a raccogliere le sfide che il geniale autore ci lancia dalle sue pagine. I suoi libri sono scatole cinesi, con al loro interno veri e propri rompicapo, la cui soluzione è cruciale per scoprire l’enigma che si cela nel libro. Giochi enigmistici, indovinelli e la ricerca ossessiva di una  efficace chiave di lettura. Un meccanismo millimetrico, quasi un algoritmo che, se applicato alle pagine del libro, porta il lettore a strabilianti conclusioni. Per i lettori testardi e curiosi, la lettura dei thriller di Thilliez è una sorta di allucinazione. Non ci si stacca dalle pagine finchè tutto non è chiaro. Insomma, la lettura è una partita a scacchi con l’autore stesso: bisogna anticipare le sue mosse, intuire i suoi scopi nascosti, entrare nella sua mente, cogliere ogni particolare. E mentre gli ingranaggi nella nostra testa lavorano a tutta velocità, la trama elaborata, sconvolgente, cruda, ci culla in un sonno ipnotico, popolato da creature deviate che trasudano dalla loro pelle tutto il male del mondo. I libri di Thilliez sono trappole mortali dove cadi di tua sponte, vertigini che attirano il lettore in un vortice di follia in cui lasciarsi andare per ricercare il fondo, il limite. Il male assoluto, inimmaginabile ma anche possibile. Perché gli abissi della nostra coscienza sono davvero insondabili e questo genialissimo autore ne dà ampia dimostrazione con i suoi scritti.

Non scriverò niente della trama, né che il libro riporta il lettore nei luoghi descritti la Il manoscritto. C’è un evidente parallelismo con il romanzo che ha visto la luce nel 2018, per cui non lanciatevi nella lettura di “C’era due volte” senza prima leggere Il manoscritto. Solo così potrete cogliere le giuste sfumature e comprendere alcune delle scelte narrative di Thilliez. I temi cari all’autore tornano alla luce: le aberrazioni della memoria, le devianze della mente, il doppio, la ricerca del romanzo dentro al romanzo. E attraverso queste leve, l’autore lascerà un velo sottilissimo sopra ai suoi intenti narrativi, che potrete intravedere oppure vedere chiaramente.

Cosa ho visto io? Abbastanza. Ma non vi nascondo che ho riletto Il Manoscritto e che ho sfogliato C’era due volte tante di quelle volte, perché alcuni interrogativi sono particolarmente pressanti e decisamente cruciali, tanto da avermi tenuto sveglia a lungo. Uno in particolare, che non posso svelarvi, legato all’identità di un personaggio chiave.

Detto, o meglio, non detto questo, concludo la mia arringa dichiarando il signor Franck Thilliez geniale, machiavellico, disturbante, meraviglioso, sublime e sottilissimo creatore di incubi. Indimenticabile, necessario, unico, strabiliante, oscuro, manipolatore, ipnotico.

E descrivo i suoi romanzi con gli stessi aggettivi. Non rinunciate al piacere sottile delle loro lettura, un piacere che confina con il dolore e la paura. Un piacere sadico, che confonde e irretisce ma che illumina e crea dipendenza. Non sottraetevi alle morbose atmosfere che Thilliez sa creare nei suoi romanzi, dove gli incubi più abbietti si stemperano nei paesaggi selvaggi e indomiti della Francia del nord, nelle tempeste e nel vento colmo di salsedine, nella spuma inquieta delle onde, che creano e cancellano al ritmo delle maree. Dove i personaggi più disturbati e sordidi si ammorbidiscono con il dolore della perdita, con la malinconia dei ricordi, con l’amore ossessivo e sconfinato di un padre verso i suoi figli. E dove c’è spazio anche per la vendetta, la rivalsa, il desiderio di annientare chi ci ha fatto soffrire. Una giostra in cui ogni sentimento gira su se stesso e crea vortici che conducono verso l’abisso. Thilliez non si esaurisce certo nella forza dei suoi rompicapo. Thilliez è un fine conoscitore dell’animo umano, un fine interprete delle sue pulsioni e l’illuminato profeta che predice l’orrore che nasce dalla perdita.


L’autore

Franck Thilliez è nato ad Annecy, è un ingegnere informatico. Grande cultore di film thriller, nel 2004 pubblica il suo primo libro Train d’enfer pour Ange rouge. Ha vinto i premi Les Prix des lecteurs «Quais du Polar» 2006 e Prix SNCF du Polar 2007 con il libro La Chambre des morts. Giallista di grandissimo successo, nel 2020 è stato tra i cinque autori più venduti in Francia in assoluto. Attualmente vive tra Pas-de-Calais, Antille e Guyana. Fazi Editore ha pubblicato Il manoscritto nel 2019 e Il sogno nel 2020.


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: DarkSide
  • Traduzione: Federica Angelini
  • Genere: narrqativa straniera
  • Pagine: 480

BUONANOTTE, SIGNOR TOM di Michelle Magorian

“Notte”, ripetè e scomparve giù per la scala a pioli, richiudendo la botola. Willie intrecciò le dita delle mani dietro la testa e guardò il vetro obliquo della finestra. La pioggia ci scorreva sopra in minuscoli rigagnoli ludici. Si accoccolò sotto il tepore delle coperte. Non avrebbe mai pensato che un giorno avrebbe apprezzato la pioggia, e invece adesso gli piaceva. L’ultima cosa di cui si rese conto prima di scivolare nel sonno fu il tic , tic, tic delle gocce che picchiettavano sulle tegole sopra la sua testa.

Trama

Per la prima volta nelle librerie italiane, Buonanotte, signor Tom è un classico moderno che figura tra i cinquanta libri più amati di sempre dagli inglesi. Adattato più volte per il cinema e il teatro e vincitore, fra gli altri riconoscimenti, della Carnegie Medal, è un commovente romanzo dalle atmosfere dickensiane che conquisterà grandi e piccoli.

Nel 1939, allo scoppio del secondo conflitto mondiale, nel timore dei bombardamenti tedeschi il governo inglese decide di evacuare migliaia di bambini dalle città e di sistemarli in campagna presso le famiglie disposte ad accoglierli. Uno di questi bambini, Willie Beech, trova alloggio presso Tom Oakley, un uomo di mezza età che vive solo, dopo la morte della moglie, nel villaggio di Little Weirwold. Il piccolo è traumatizzato: si spaventa per un nonnulla, bagna il letto tutte le notti e ha il corpo ricoperto di lividi e cicatrici. Con il tempo, le attenzioni costanti e l’affetto del signor Oakley consentono a Willie di riacquistare stabilità e serenità, ma anche di inserirsi felicemente a scuola e stringere legami di amicizia con i bambini del villaggio. L’incanto della nuova vita si infrange però quando la madre costringe Willie a tornare a Londra. Tom, inquieto per la mancanza di notizie, decide di andare in città per sincerarsi delle condizioni del bambino. Riesce a trovarlo dopo una serie di peripezie, ma fa una terribile scoperta…


Recensione

C’è davvero bisogno, ogni tanto, di leggere un libro come questo. Che ti rimetta in pace con l’umanità intera e ti avvicini all’idea che il mondo, in fondo, non è luogo così terribile in cui vivere.

“Buonanotte, signor Tom” è considerato un classico moderno. Anche se scritto in epoca relativamente recente, conserva il gusto dei libri di una volta, che diffondono buoni sentimenti e che hanno il potere di rasserenare gli animi. Un libro abitato da bambini e adatto a loro, ma buono da leggere anche per gli adulti, che potranno beneficiare della scrittura semplice, efficace e ben oliata della Magorian.  Una lettura piacevole, rilassante,  a tinte pastello, dalla quale non ci si può che attendere un lieto fine. Un romanzo al passato e sul passato, con una classica struttura ad episodi.

Un tuffo in un passato ormai lontanissimo, in cui, spesso, tra bambini e adulti c’era un confine a volte complicato da attraversare, in cui ignoranza, pudore e pessime convinzioni facevano a gara per caratterizzare il rapporto tra genitori e figli, ma anche più in generale, tra adulti e bambini, segnato da durezza,incomprensione e intolleranza.

Tom e Willie sono entrambi soli e spezzati dagli eventi della vita. Il primo ha perso la giovane moglie e il figlio che portava in grembo tanti anni or sono e si è chiuso nel suo dolore.  Il secondo è un bambino che non ha mai conosciuto l’amore né mai ha ricevuto attenzione dalla madre. Piegato dalle punizioni e indurito dall’assenza di qualsiasi contatto fisico, pensa di essere un bambino cattivo, meritevole di tutte le sue disgrazie.

L’incontro tra i due è provvidenziale. La vicinanza prima e l’amore poi saranno sufficienti a guarire entrambi dai loro malesseri, in un crescendo di eventi grandi e piccoli che non potranno che deliziare il lettore,  trasportato in un soffio nel cuore della campagna inglese, grondante di pioggia, dentro a piccoli centri dove tutti si conoscono per nome e dove la solidarietà è un valore da prendere molto sul serio. Un periodo, quello, in cui manca del tutto l’attenzione alla crescita armoniosa del bambino, alla sua realizzazione, al suo sviluppo emotivo. Del resto, c’è anche altro cui pensare. La guerra incombe e con essa la paura dei bombardamenti, della povertà, della fame.

“Buonanotte, signor Tom è il romanzo perfetto della buonanotte, appunto. Buono da leggere ad un bambino sotto le coperte, ai suoi sogni, che premono, gioiosi, sulle sue palpebre, inducendolo al sonno.

Un romanzo dove il bene trionfa, una medicina per i nostri tempi frenetici e densi di priorità, di diritti, di sensibilizzazione verso i mille malesseri del nostro tempo, da sembrare inutili, inconsistenti e svuotati da ogni significato. Tempi che hanno bisogno che si getti uno sguardo al passato, per rallegrarci delle nostre conquiste e per ricordarci l’enorme potere delle cose semplici.


L’autrice

Michelle Magorian nasce a Portsmouth nel 1947. Studia recitazione e mimo, poi si specializza in Film Studies alla London University e comincia a recitare. Nel frattempo scrive racconti, uno dei quali costituirà l’ossatura del suo romanzo più celebre, Buonanotte, signor Tom. La storia è stata adattata in forma di musical, di pièce teatrale e di film. Tra gli altri libri dell’autrice ricordiamo A Little Love Song, Just Henry e Back Home.


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Traduzione: Arianna Pelagalli
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine

LA VOCE DENTRO di Frances Leviston

Più lo lavori, più il feltro si restringe. I bordi diventano ondulati, irregolari; si increspa, e gli avvallamenti si riempiono di schiuma. Pensi che sia rovinato, e a volte è così; ma altre volte si sta solo avvicinando alla sua nuova forma. Versi altra acqua per sciacquare la schiuma e poi, quand’era relativamente pulito, lo metti ad asciugare su un grande telaio, in inglese “tenter”, da cui deriva l’espressione “to be on tenterhooks”, che significa “essere sulle spine”.

Trama

Le dieci protagoniste di questo romanzo in quadri si chiamano tutte Claire. Hanno età e vite diverse, ma le loro storie costruiscono il ritratto di un’unica donna riflessa in uno specchio frantumato. Claire è una presentatrice televisiva che manda all’aria la sua prima intervista importante; Claire assume un’assistente robot di nome Patience perché si prenda cura della madre anziana al posto suo, ma poi viene divorata dalla gelosia; Claire è una danzata assente e distaccata, che affida a un diario le sue insospettabili avventure sessuali; e Claire è una figlia in rotta con la madre, che decide di affrontare per l’ultima volta affidando il suo grido di rabbia a un inquietante burattino.

Con una lingua elegante e musicale, e pennellate che vanno dal grottesco all’horror, Frances Leviston racconta il momento, doloroso e liberatorio, in cui una donna decide di deviare il corso della propria vita, lasciandosi alle spalle quella voce interiore che nasce dal rapporto col materno. Come moderne Cassandre, le sue protagoniste si ritrovano in un mondo che non ha i tratti familiari del passato, ma non per questo rinunciano a seguire la natura profetica delle loro fantasie, infiniti corridoi da percorrere senza paura di trasgredire le regole e s dare l’autorità.

Questo libro è per chi coltiva lamponi in un orto d’estate, per chi ha viaggiato in tutta Europa tra le pagine di Tutto quello che è un uomo, per chi di fronte a un pianoforte chiuso si copre le orecchie per proteg­gersi dal silenzio, e per chi ha dipinto una cifra in più sul quadrante dell’orologio, per vivere in un’ora inventata dove non invecchiare mai.


Recensione

Portano lo stesso nome. Sono donne che vivono tutte un dissidio interiore, che transitano in un’esistenza che si contorce su se stessa, a stravolgere, a fraintendere, a supporre qualcosa che si rivela trascendente, sconosciuto, irreale, fastidioso.

Dieci vite, dieci storie di lotta, contro nemici spesso incorporei, che stanno dentro, al riparo, nascosti bene dalle vesti esterne, dai pensieri altrui, dalle convenzioni.

Claire, questo è il nome che ricorre. Luce, faro, trasparenza, in netto contrasto con il buio che incombe su ognuna di loro. Ogni Claire è stretta in un dolore, che non riesce a neutralizzare con la sola forza di volontà.

L’umore che prevale in questa raccolta è la rassegnazione, la resa. Ed anche la sconfitta. Una sconfitta che non porta dolore, ma solo la constatazione di un destino avverso, proteso verso il fallimento come un male inevitabile.

Ogni Claire ha una storia familiare insolita, che la porta ad incrinare l’idea di coesione, di solidarietà che il concetto di nucleo familiare pretende. Ogni Claire ha in testa un’idea felice, un intento virtuoso, che tuttavia, altrettanto puntualmente naufraga e implode.

Non conta l’età, il ceto, la provenienza, la situazione. Claire, quale che sia la donna di uno dei dieci racconti, combatte con un’ombra, uno spauracchio. E inevitabilmente perde.

Frances Leviston ha grande dimestichezza con le parole. La sua penna è svelta, arguta, ammiccante. Tesse in scioltezza lessici che allungano le loro braccia verso l’estasi e il tripudio della poesia, affrancandosi dalla schiavitù della metrica. Il senso di asfissia è latente, ma ammicca dalla prosa densa di significati sottili e dalle atmosfere stantie e opprimenti di vite disilluse, che si rassegnano a rimanere banali e attanagliate da un senso di sconfitta.

Così è la Claire che manda a monte un sogno, o la Claire che si ritrova a competere con un robot. Quella che si scontra con l’inconsistenza e le insidie di un personaggio immaginario o quella che va incontro a un ricordo disturbante e mai dimenticato. Claire ha spesso un rapporto conflittuale con sua madre. Claire soffre per l’incapacità di trattenere un amore o di provocarlo.

I quadri che disegna la Leviston sono acquarelli delicati ma anche dipinti a tinte forti, aggressivi e sfrontati. Dipinti in cui rispecchiarsi, in cui lenire i nostri malumori e le nostre delusioni. Un romanzo che permette al lettore di praticare la consolazione di un “mal comune, mezzo gaudio”. Che lo lambisce con l’idea che l’infelicità è democratica e distribuita tra gli abitanti della terra con una sbalorditiva perequazione.

Un’incursione nel disturbante mondo privato degli altri, che a volte può sembrare un prato sempre verde, ma che spesso è una brughiera battuta dal vento, che spettina i capelli e lascia il capo scoperto, nudo.


L’autrice

Frances Leviston è una scrittrice e poetessa inglese, e insegna alla University of Manchester. Le sue raccolte di poesie, Public Dream e Disinformation, sono state candidate al T.S. Eliot Prize, al Forward Prize for Best First Collection, al Jerwood ­Aldeburgh First Collection Prize e al Dylan Thomas Prize. La voce dentro è stato inserito dal Guardian tra i migliori libri del 2020. NNE pubblicherà anche il suo prossimo romanzo.


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Collana: La Stagione
  • Traduzione: Ada Arduini
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 249

LE STANZE BUIE di Francesca Diotallevi

C’era qualcosa, in quel silenzio, che rendeva greve l’aria circostante. Pesante come una fitta nebbia, capace di intorpidire ogni senso, rendendo vano qualunque tentativo di reagire a quell’inerzia. All’improvviso compresi di essere sfinito. Come se quella casa e i suoi abitanti stessero assorbendo ogni mia energia. In quell’atmosfera pastosa, in cui risultava quasi difficile muoversi, la voce della signora Flores ebbe l’effetto di un sasso lanciato in uno stagno: un tonfo sordo e un’eco che andava allargandosi in cerchi sempre più ampi.

Trama

Si possono coltivare le passioni in un tempo ingeneroso?

Qualcosa di torbido e inesprimibile affiora alla superficie di questo romanzo. Ed è indefinito, difficilmente afferrabile eppure persistente, come il profumo che porta addosso Lucilla Flores, protagonista di questa storia fosca e al tempo stesso delicata e malinconica. Francesca Diotallevi, con una capacità di raccontare fuori dal comune, ci porta in una piccola provincia del Piemonte della seconda metà dell’Ottocento, dentro la casa di un aristocratico dedito a vigneti e poco d’altro. Dove la servitù inganna il tempo di un lavoro sempre uguale con qualche ingenuo pettegolezzo, e dove arriva a servizio un maggiordomo che prende il posto del vecchio zio appena scomparso.

Ma nessun dio oscuro e severo sarebbe stato capace di tanto dolore e di tanta ingiustizia: verso una bimba innocente, e verso la moglie del conte, Lucilla, una donna con il volto «velato di oscurità», smarrita dentro un segreto che non le si addice, che non dovrebbe appartenerle, lei, la creatura più lieve, sospesa e innocente che si possa immaginare.

Le stanze buie è una dichiarazione d’amore alle passioni, alla poesia, alla bellezza della natura, a quel femminile che ci meraviglia ogni volta che si rivela a noi. La storia di un amore negato, la prepotenza di un mondo chiuso e meschino, capace soltanto di nascondere, di reprimere, di lasciare che esistenze intere si lascino coprire dalla polvere della storia senza riscatto e senza futuro.

Tra queste stanze ferite dal pregiudizio e dall’indifferenza, Francesca Diotallevi trova, però, una luce e una delicatezza quasi preraffaelita e in questo contrasto affila una lama che taglia sempre perfettamente. E mostra che la felicità non è nelle cose del mondo, se il tempo è ostile.


Recensione

Non è un classico, eppure ne ha la forma, i colori, l’aria, che emana e che abbraccia il lettore dalle sue pagine.  Seppure le brume, i colori stinti, l’umidore che pervade le pagine, le abitudini, i riti e le sembianze incorporee che emana,  evochino le atmosfere vittoriane. E sembra vedere la luce proprio in quell’epoca, quando il gusto per la forma, la lentezza dei gesti, la necessità di un cerimoniale ben preciso pervadono gli scritti di un’epoca chiusa in se stessa.

Le stanze buie sembra provenire da un passato polveroso e sordido. Invece è un romanzo giovane, che vede la luce nel 2013, in un’epoca che è lontanissima dalle atmosfere che rappresenta.

Un romanzo che si trasforma, pagina dopo pagina, in una palude infida, che risucchia il lettore dentro ai labirinti del non detto, del taciuto, delle cose negate, nascoste, segrete. Cose che si celano dentro ad una realtà che appare deviata, a sottintendere che qualcosa di effimero, di trascendente, di spirituale avanza minaccioso. A evocare presenze oscure, ricordi dolorosi. Fugaci espressioni di passioni sopite, sfarfallio di vesti candide portate da un gelido sbuffo di vento, che fa rabbrividire. Che scuote da un torpore innaturale. Che ridesta pensieri che credevamo spenti, lontani.

Una casa isolata, nelle Langhe Piemontesi. Un nobiluomo di campagna, la giovane moglie, la figlioletta, cagionevole di salute, bisognosa di cure costanti. La servitù, gretta e sottomessa. Un maggiordomo che sarà spettatore di eventi al limite del lecito e del possibile. Il bisogno di proteggere, quello di amare. Il bisogno,ancora più forte, di conoscere la verità. Di tenere a bada la suggestione. Il passato, che grida per emergere, per essere conosciuto. Vendetta o perdono, un’eredità scomoda da sopportare.

La storia di un amore malato. Di una casa che custodisce troppi segreti. Di un uomo che deve portare a termine una missione, che deve scoprire la verità sulla sua vita. Tragedia e trasgressione. Delizia e morte. Innocenza e crudeltà. Facce di una stessa medaglia, che una volta lanciata in aria, non si sa quale parte mostrerà al mondo. Ma quale che sia, sarà comunque distruzione. E dopo, sarà desiderio di ricostruire, per proteggere ciò che rimane.

Sentimenti che implodono, che gridano di essere lasciati liberi da qualsiasi costrizione. E la verità che è un ordigno destinato a sconvolgere tutto.

La prosa di Francesca Diotallevi mantiene intatto il gusto per le cose trascorse e sa ricreare un sentimento incerto, che prende le mosse dal passato. Un fraseggio affettato, un registro classico che sembra non appartenere ad un autore contemporaneo. Una scrittura che sa come richiamare alla mente un vissuto chiuso e asfissiante, ma anche il gusto per forme e colori che si esprimono in modi e consuetudini provenienti dal passato.

La lettura sarà un vortice ossessionante, che cattura chi legge e lo trascina nei corridoi bui e nelle stanze polverose, piene delle eco di un passato tragico e misterioso. Vittime e carnefici di ossessionanti visioni. Presenze reali e incorporee a creare un circo di impressioni, di oscurità, di presenze ineffabili.

“Le stanze buie” è un romanzo strepitoso, che si legge in un soffio, che cattura, che incatena, che spacca la mente in due metà, in cui la forza dell’irrazionalità tesse trame assurde e perfide.

Un romanzo in cui la speranza si nasconde, si nega e lascia che l’odio e la follia prendano il sopravvento. Ma che lascia aperto uno spiraglio a beneficio della verità, per quanto assordante e dolorosa possa essere.

Una verità che si farà forza per far irrompere la luce. Nell’epilogo tutto torna, tutto si risolve. Il male si libera e lascia posto alla consapevolezza. La mente respira, il cuore torna a far fluire sangue tiepido e spesso, colmo di vita. La verità è sempre ossigeno, è sempre sollievo e cura. Il passato torna a rintanarsi nel suo pertugio colmo di rimpianto. I volti si distendono, gli occhi cercano la luce. Non si può vivere chiusi in una prigione. E’ ora di aprirsi al sole.


L’autrice

Francesca Diotallevi è nata a Milano nel 1985. È laureata in Scienze dei Beni Culturali. Tra le sue opere Amedeo, je t’aime (Mondadori Electa, 2015), Dentro soffia il vento (Neri Pozza, 2016), vincitore della seconda edizione del Premio Neri Pozza sezione giovani e Dai tuoi occhi solamente (Neri Pozza, 2018), candidato al Premio Strega e vincitore del Premio Comisso sezione giovani, del Premio Manzoni e del Premio Mastronardi. Le stanze buie (Neri Pozza, 2021), oggi ripubblicato in una versione profondamente rivista, apparve, come suo romanzo di esordio, per Mursia nel 2013.


  • Casa Editrice: Neri Pozza
  • Genere: noir
  • Pagine: 283

TUTTI I MIEI UOMINI di Isabella Bossi Fedrigotti

Una volta ci siamo trovati vicini per caso e tu, sottolineando che non avevi ballato nemmeno una volta, mi hai detto, con un piccolo sorriso melanconico, come fosse stata una resa: “Lo vedi che non posso fare a meno di te?” E io non so nemmeno più cosa ho risposto, però trent’anni dopo la tua frase e l’espressione del tuo viso me li ricordo ancora. Per consolarti ho ballato con te, e oggi mi è tornata in mente quella tua giacca grigia, un po’ troppo grande per te, di stoffa ruvida e pesante, e la dolcezza con la quale mi ci hai fatto appoggiare la guancia.

Trama

Quali sono gli uomini che vorrebbe incontrare una ragazza, una donna? Quali sono quelli che poi incontra realmente? Come sono fatti, cosa nascondono, cosa vogliono, cosa pensano, cosa chiedono, cosa ottengono? In queste pagine, Isabella Bossi Fedrigotti stila un acuto catalogo in punta di penna in cui traccia dieci ritratti degli uomini che ha incrociato, conosciuto, immaginato, sognato, sfuggito, detestato, educato, amato, rimpianto, inventato, e comunque mai dimenticato.

Si dice sempre che gli uomini siano molto meno complicati delle donne e loro stessi si affannano a confermare questa teoria, ma forse non sono così credibili; l’autrice del resto ha dei dubbi in proposito: «Al confronto – ricorda – scrivere Il catalogo delle amiche è stata una passeggiata, mentre per questo catalogo degli amici ho spesso avuto la sensazione di trovarmi in un terreno aspro e ombroso, difficile da esplorare».

Tutti i miei uomini è un libro che parla alle esperienze personali – presenti, passate e future – di ciascuna donna, in cui l’autrice prova a raccontare e dipanare il fittissimo mistero maschile, passando in rassegna un «campionario» di snob glaciali e schifiltosi, cinici seduttori seriali, rivoluzionari esaltati, campioni di egoismo, inguaribili narcisi, eterni figli in cerca di qualcuno che li accudisca.

Il tutto, naturalmente, nella fiduciosa e inossidabile speranza nell’esistenza di quegli uomini responsabili, teneri, protettivi e felicemente adulti che sarebbe una vera fortuna incontrare.


Recensione

L’altra metà del cielo, in questo libro, è un uomo. E a raccontare di lui è una donna.

Isabella Bossi Fedrigotti ha costruito il profilo di tanti uomini diversi tra loro, accomunati solo dal fatto di aver incontrato la donna che scrive in prima persona dalle sue pagine.

Una donna o più donne diverse. Non è importante chi racconta, ma di si chi parla. Di quale uomo. Di cosa ha rappresentato per lei. Se l’ha fatta ridere, o piangere. Se l’ha amata o solamente usata. Se è stato un esempio da seguire o un uomo misero e abietto. Se è stato onesto o insincero. Se è un rimpianto o un rimorso.

Un uomo che ha incontrato, con cui ha intrecciato una parte della sua vita. Un errore, un colpo di testa, un’ossessione, un miraggio. O tutte queste cose insieme.

L’autrice utilizza una raccolta di testimonianze di donne, che raccontano degli uomini che hanno fatto parte della loro vita. Dieci racconti per dieci uomini. Il rubacuori, il gentiluomo, il narciso, il professore. Il complice, il traditore, il Don Giovanni.

Dieci calzanti esempi di altrettanti maschi. Nelle quali riconoscere le sfaccettature dei nostri uomini, per i quali abbiamo versato lacrime amare, per amore dei quali abbiamo perdonato, sorvolato, lasciato perdere, pur di continuare ad amare o a fingere di essere amate. Per i quali abbiamo chinato la testa o cercato vendetta.

Un libro che assomiglia ad un manuale per l’uso di questi multiformi esemplari: da maneggiare con cura o da strapazzare. Da adulare o da spezzare. Da tenere o da allontanare. Un libro in cui ognuna di noi potrà riconoscere il padre, il fratello, il vicino di casa, il primo amore. Un libro per sorridere o per rammaricarci, nel caso in cui faccia sanguinare nuovamente vecchie ferite.

Dieci uomini e a volte uno solamente. Perché i nostri uomini sono un puzzle colorato, un mosaico complicatissimo di meraviglia, gioia, delusione, lacrime e amore. Forse sta a noi tirare fuori il bello o il brutto, come sta a loro far emergere da noi la fata o la strega dei loro sogni.

Un libro che ricerca l’incastro perfetto. Quello che fa combaciare i confini di una donna con il perimetro del suo uomo, a formare una nuova figura tridimensionale, che brilli di luce propria.

Un libro che ci mette in guardia, a noi donne,  e che prova a toglierci il primato della complessità interiore. Un libro che ci esorta ad osservare bene, in profondità,  per vedere cosa si nasconde sotto la scorza del pudore maschile.

Con una prosa senza briglie, libera e intima come lo sono i pensieri segreti e inconfessabili, Isabella Bossi Fedrigotti  intesse una trama multicolore, a maglie larghe, morbida per consolare e per riscaldarci.

Prendete appunti, voi che leggete. E non nascondetevi se nel leggere questo romanzo tornano a galla vecchie asperità e antichi dolori. Si legge per imparare. Si legge per celebrare. E anche per esistere e per rimediare.


L’autrice

Isabella Bossi Fedrigotti è scrittrice ed editorialista del Corriere della sera, dove scrive articoli di costume e cultura. Ha esordito nella narrativa nel 1980 con Amore mio, uccidi Garibaldi. Con il secondo romanzo, Casa di guerra, è stata finalista al Premio Strega e al Premio Campiello. Di buona famiglia, il terzo romanzo, diventato subito best seller, si è aggiudicata il Premio Campiello nel 1991. Dopo Magazzino vita, l’ultima sua opera narrativa è stata Se la casa è vuota. Nel 2019 ha ricevuto il Premio Campiello alla carriera.


  • Casa Editrice: Longanesi
  • Genere: narrativa italiana
  • Pagine: 156

IL CONSOLO di Orsola Severini

Esiste tutto un mondo intorno all’aborto terapeutico di cui non ho mai sentito parlare, donne disperate che cercano in ogni modo di capire nei forum cosa stia succedendo ai loro bambini, come effettuare l’intervento, che cercando informazioni pratiche su come e dove abortire perché nelle loro regioni l’aborto, anche terapeutico, è diventato praticamente inaccessibile, devono mettersi in viaggio nella speranza che sia possibile effettuarlo altrove.

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Non so come si possa sopravvivere ad una simile esperienza, eppure queste donne vanno avanti, nella condanna di chi le giudica senza avere la minima idea di quello di cui stanno parlando. Tra le periodiche dichiarazioni del papa di turno e di un prete qualsiasi, da parte di questi uomini, di questi maschi, che hanno deciso di uscire dalla società, di rinunciare alla vita familiare, che non hanno e mai avranno figli, che vivono in una sedicente castità e che paragonano le donne come me ai criminali nazisti. Persone che si permettono di giudicare scelte rispetto alle quali non ci sarà mai alcun confronto, un po’ come la vecchia che dava “a tutti il consiglio giusto” descritta in “Bocca di rosa”.

Trama

Orsola ha trentaquattro anni, due figli piccoli, una bella casa ai Parioli, un lavoro part-time per stare dietro alla famiglia, un grosso cane e una vita apparentemente perfetta.

Nonostante una ferrea educazione femminista e comunista, la sua realizzazione maggiore è essere madre, lo ha sognato sin da quando era bambina e le sono piaciute talmente tanto le sue due gravidanze precedenti da aver convinto il marito a lanciarsi in una terza.

Solo che, alla prima ecografia dopo le fatidiche dodici settimane, qualcosa si spezza: la traslucenza nucale del feto mette in rilievo una forte anomalia, tanto grave da dare come possibili esiti un aborto nei mesi successivi o una morte dopo la nascita.

Quello di Orsola, se mai dovesse nascere, non sarà mai un bambino con una vita normale. Da questo momento per lei e il marito Marco inizia il calvario di chi in Italia sia costretto o voglia abortire, tra obiettori di coscienza, strutture inadatte, la mancanza totale di supporto e informazioni.

In un paese in cui abortire è ancora una colpa che neanche il privilegio può lavare, Orsola affronta il lutto della propria imminente perdita ricordando il padre, morto da poco, medico calabrese comunista eccentrico e solidale, la cui mancanza nelle dolorose settimane di avvicinamento all’aborto è ancora più evidente.

Il consólo – ovvero l’offerta di cibo alla famiglia del defunto – è qui sia quello della famiglia calabrese dopo il funerale del padre, sia quello di chi attraverso la scrittura cerca di rimettere insieme i pezzi di una vita che si è smontata e su cui pesa lo stigma di una società cattolica e giudicante.

Una storia vera, una denuncia potentissima a sanità e società italiana, che condannano le donne a rimanere sole di fronte a una scelta, comunque, dolorosa e irreversibile.


Recensione

Quando si sceglie di non dare alla luce. Quando si sceglie la via che aggira il dolore di una malattia. Quando si interrompe scientemente il flusso cieco e roboante che porta alla vita. La vita che è sacra, inviolabile. Un mantra che ci viene ripetuto da che siamo nate, un tam tam incessante, costante, ipnotico.

Un mantra che non deve essere infranto. Se lo fai, se torni indietro, a cancellare, a resettare, avrai peccato e sarai giudicata.

Orsola è una donna che si è realizzata a pieno solo con la maternità. La sua vita, che tende pericolosamente alla perfezione, è un esempio di buon senso, di felicità, di unione. Lei stessa è un esempio vivente, che comunica verso l’esterno la possibilità di far coesistere, dentro la stessa donna, la madre amorevole, la donna in carriera, la compagna seducente e bella.

Quando il bel quadro si incrina Orsola stenta a credere che tutta quella sventura, che sembra addirittura impossibile, si possa essere concentrata sulla sua famiglia, investendola in pieno.

Orsola, incinta di poche settimane alla sua terza gravidanza, scopre che il suo bambino è gravemente malato. Rischia di non nascere, o di morire poco dopo il parto. Bisogna decidere. Decidere per il meglio.

Ma le nostre decisioni sono tarli che ci mordono da dentro. Le nostre certezze, la consapevolezza di fare una scelta dettata esclusivamente dall’amore, si sgretolano malamente di fronte alle difficoltà di effettuare un aborto terapeutico, nonostante sia un diritto sancito dalla legge. E di fronte al giudizio degli altri, che condanna chi sceglie di abortire, davanti alle complicate dinamiche della sanità pubblica, che mette i bastoni fra le ruote e ostenta freddezza e scortesia, Orsola si sente perduta, giudicata, condannata.

La sua è un’odissea che la sbatte violentemente verso un muro di indifferenza. Nessuna parola di conforto, nessun gesto di solidarietà, neanche da parte delle altre donne. Eppure sta soffrendo enormemente per la sua perdita. Eppure ha amato, ama i suoi due figli più di ogni altra cosa. Eppure è un’ottima madre. Una donna che rinuncerebbe a tutto per i suoi bambini.

Il consolo, che al sud è il cibo che viene portato alla famiglia che ha subito un lutto, assume, in questo romanzo-verità, il sapore amaro di chi affida alla scrittura le proprie lacrime e la propria voce. Perché un lutto c’è ed è quello per un bambino che non è nato ma che è esistito. Ed è quello della sua mamma, lasciata sola a decidere, perduta nel suo dolore, isolata nel tentativo di risollevarsi, di trovare il modo per andare avanti, per alzare lo sguardo oltre quello di chi pretende di giudicare.

Il consolo è anche un memoir amarissimo di una donna che affronta da sola le spire dell’aborto terapeutico, persa nei meandri tortuosi di una sanità che si lascia contaminare da retaggi antichi, frutto di credenze religiose che affondano le loro radici nella sacralità della vita, a tutti i costi. In un paese dove l’aborto è legale da oltre quarant’anni, la colpa sopravvive indisturbata e cuce addosso un etichetta che non si stacca.

Il consolo è anche una denuncia, contro una sanità corrotta e un sistema che premia l’obiettore di coscienza rispetto a chi sceglie di praticare l’aborto. Ma è anche e soprattutto un romanzo d’amore. Verso la vita, verso il futuro, verso la speranza.

Orsola Severini costruisce un romanzo così forte e potente da lasciare senza fiato. La sua prosa è un tripudio di sensazioni, che non temono di essere eccessive ma, al contrario, irrompono dentro al lettore per scuotere la sua coscienza. Un romanzo coraggioso, tenerissimo, intimo e crudo. Una storia vera, che merita di essere raccontata e uno spunto di riflessione così assordante che non può essere ignorato.

L’autrice

Orsola Severini (Roma, 1981). Figlia di madre francese e padre italiano, si è laureata in storia all’Università La Sorbona di Parigi. Ha vissuto anche in Argentina e in Perù dove è stata volontaria in un orfanotrofio femminile. Di ritorno a Roma nel 2006, ha lavorato per oltre dieci anni nella comunicazione e nell’organizzazione di eventi. Attualmente scrive di storia e cultura per il quotidiano online Globalist e lavora come insegnante di francese per stranieri. È madre di tre figli. Il consólo è il suo primo romanzo.


  • Casa Editrice: Fandango Libri
  • Genere: memoir
  • Pagine: 170

FRIDA KAHLO, strappi, voli e bizzarrie. Una vita oltre di Valeria Bilotti

Ho dipinto il dolore, ho giocato con la morte, ho celebrato la vita. Nessuno dimentichi quanto gli elementi siano tutti aprte di una stessa, unica, storia ancestrale. Lo raccontano le balie indiane mentre allattano al seno i figlio, lo disegna questa vecchia di quarantasette anni che ha provato a miscelarle insieme e a bere vita e morte tutte di un fiato. Prigioniera dell’ennesimo “apparecchio”, ho dipinto La colonna spezzata in cui, scavata nel busto e nell’anima, passata ormai da parte a parte, le punte acuminate dei chiodi non risparmiano nemmeno la mia faccia. Ho realizzato Il cerbiatto e Pensando alla morte, certo, in cui l’immagine della Calaca è inscritta al centro della mia fronte; o addirittura Senza speranza, in cui nel letto vomito tutto: un maialino, un pesce, una testa di morto, la vita stessa!
Ma ho dipinto anche Viva la vida!, il mio ultimo lavoro: angurie aperte con le mani e fatte a pezzi. Perché se qualcuno vorrà vedere nella frutta spaccata l’imminenza della morte, non dimentichi che la loro èpiena e canale esplosione non può che essere un inno alla vita.
Il mio vecchio amico Andrés Henestrosa ha scritto che sono vissuta morendo. MA voi non credetegli: sono morta vivendo.

Trama

Una donna spezzata e orgogliosa.

“Ho sofferto due gravi incidenti nella vita: uno quando un tram mi ha gettata a terra, l’altro era Diego”. La realtà travolge Frida con una violenza inusitata. L’impatto che le frantuma la colonna vertebrale e la immobilizza a letto per mesi è quasi nulla a confronto con le ferite che le saranno inferte dai tradimenti del marito. Eppure la sua vita ne viene, sì, stravolta, ma anche esaltata. La sua lettura del mondo esplode in un caleidoscopio ardito di ritratti, concetti, associazioni e colori: è caos e bellezza. Ricostruzione e destrutturazione. Amore e vendetta. Politica e arte. Sogno, incubo. E una surrealtà che per Frida non è altro che l’ambiente naturale della propria percezione del mondo. La presente biografia si permette una chiave inconsueta, non battuta, per raccontare l’immaginario, gli amori, gli strappi e i voli di una combattente straordinaria. Recuperando non solo la portata dirompente che l’ha resa un simbolo, ma anche la dimensione individuale, strettamente personale. Per liberare la narrazione della vita di una donna – umanissima e, insieme, fuori dal comune – dalle sovrastrutture che le ha caricato sulle spalle la Storia.Uno stile narrativo ricco di variazioni. Intimista, a tratti; sgranato e quasi violento, in altri frangenti. Chiodi e fiori. Fatti e specchi. L’animo di una donna inquieta che, nelle sue battaglie, trova un equilibrio dinamico, vorticoso e perfetto.

Recensione

Un’icona, un’artista incredibile, un simbolo. Una donna che ha vissuto la terribile dicotomia tra il corpo e l’anima. Un corpo tiranno, sul quale si concentrano tutti i mali del mondo. Deforme dalla nascita, colpito dalla malattia, straziato dalla sorte, come fosse destinato ad essere incapace di contenere il genio, la trasgressione, il bisogno di esprimere se stessa, di amare, di travalicare gli ostacoli.

Un corpo amatissimo da chi lo ha percepito, da chi ne ha subito il fascino maledetto. Un corpo leggero, un viso intenso, occhi neri come pozzi, sopracciglia come ali di uccello, capelli neri come la notte. Abiti lunghi a coprire la gamba malata, quella che non è cresciuta, quella che a fatica la sostiene.

Un corpo che tradisce la donna, l’artista completa che è Frida Kahlo. Ma che è anche causa della sua arte, che nasce, acerba, come dono al suo primo amore, Alejandro, che la abbandona all’indomani dell’incidente che l’ha quasi uccisa.

Un corpo che non riesce a contenere il genio e l’arte che fuoriesce come lava.

Frida è descritta dalla sua vita drammatica. Dall’amore travagliato per Diego Riveira, dalla maternità mancata, dai graffi del tradimento, dal cedimento della sua schiena, che si arrende, dopo infiniti interventi chirurgici.

Frida è la deformità che illumina la scena. E’ la bellezza di un viso tormentato e lontano dai canoni classici della bellezza. Perché la bellezza non vive nella forma, ma nell’impronta che un corpo lascia in chi lo guarda.

E Frida è irresistibile. Ed è acuta, passionale, intensa interprete del suo tempo, che vede la luce con la rivoluzione messicana e chiude gli occhi negli anni cinquanta del novecento.

Frida lascia le sue opere, che esprimono il suo sentire, intimo e fuori dagli schemi. I suoi quadri sono graffianti e carichi, mai arresi ai dettami e alle convenzione dell’epoca. Scioccanti, insoliti, colmi di dolore. Non immagini mute, ma grida che richiamano l’attenzione su se stessa, sulla sua vita travagliata, sui suoi sentimenti maturi, intensi, carichi di sensualità e di dolore.


Diarkos torna con la biografia di un’artista iconica e anticonvenzionale, Frida Kahlo (1907, 1954). Una biografia accurata, godibile, densa di sensazione e di pathos. Scritta alternativamente in prima (come se fosse la stessa Frida a parlare) e in terza persona, l’opera riesce a entrare con incisiva partecipazione nella vita dell’artista, interpretandone i pensieri e gli stati d’animo. Capitoli che sono introdotti da brevissimi  sunti che racchiudono piccoli tasselli della vita di Frida. Una lettura completa, trascendente, piena di passione che ci introduce con grande sensibilità nella vita di questa artista travagliata e talentuosa.


L’autrice

Valeria Biotti (Roma, 1978)

Giornalista, autrice, speaker radiofonica, vignettista. Ha al suo attivo collaborazioni con diverse testate, tra cui «Il Fatto Quotidiano», «Pubblico», «Il Male», «Il Misfatto». Sociologa, si occupa di Politiche Familiari e Diritti dei Minori presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Scrive sul «Corriere dello Sport» e ha una rubrica di satira sociale su «People for Planet. Magazine di ecologia, benessere e solidarietà». Vincitrice di cinque “Microfono d’oro – Oscar della radiofonia romana”, conduce una trasmissione quotidiana di approfondimento sportivo.

Per Diarkos ha pubblicato Ayrton Senna (2020), e Frida Kahlo (2021).


  • Casa Editrice. Diarkos Editore
  • Genere: biografie
  • Pagine: 216

IL LIBRO DELLE DUE VIE di Jodi Picoult

Il problema, con la morte, è che tutti ne abbiamo paura, e siamo devastati quando arriva, ma facciamo di tutto per fingere che nessuna delle due cose sia vera.

Trama

Tutto cambia nel giro di pochi secondi per Dawn Edelstein. La donna si trova su un aereo quando l’assistente di volo fa un annuncio: «Prepararsi per un atterraggio di fortuna». I pensieri cominciano ad attraversarle la mente. Ma non riguardano suo marito, bensì un uomo che non vede da quindici anni: Wyatt Armstrong. Dawn sopravvive miracolosamente allo schianto. Nella sua vita non manca nulla: ad aspettarla a Boston ci sono il marito Brian, la loro amata figlia e il suo lavoro di doula di fine vita, che consiste nell’aiutare i suoi clienti ad alleviare la transizione tra la vita e la morte. Ma da qualche parte in Egitto c’è Wyatt Armstrong, che lavora come archeologo portando alla luce antichi luoghi di sepoltura: una carriera che Dawn è stata costretta ad abbandonare. E ora che il destino le offre una seconda possibilità, non è così sicura della scelta che ha fatto. Dopo l’atterraggio di emergenza, potrebbe prendere un’altra strada: tornare al sito archeologico che ha lasciato anni fa, ritrovare Wyatt e la loro storia irrisolta, e forse anche completare la sua ricerca sul Libro delle Due Vie, la prima mappa dell’aldilà. I due possibili scenari per Dawn si svelano l’uno al fianco dell’altro, così come i segreti e i dubbi a lungo sepolti insieme a loro. È il momento di affrontare le domande che non si è mai veramente posta: cos’è una vita vissuta bene? Quando abbandoniamo questa terra, cosa ci lasciamo dietro? Facciamo delle scelte… o sono le nostre scelte a fare noi? E chi saresti, se non fossi diventata la persona che sei adesso?

Delineando una storia avvolgente in cui si respira il fascino misterioso dell’Egitto mentre ci si lascia catturare da una sottile esplorazione della psicologia femminile, Jodi Picoult torna in grande stile: Il Libro delle Due Vie è un commovente romanzo sull’amore e sulla morte, ma soprattutto sulle scelte che cambiano per sempre le nostre vite.


Recensione

La morte abbraccia questo romanzo con mani misericordiose, senza fare paura. La morte, questa spaventosa verità che aleggia sulla vita ma che scacciamo dai nostri pensieri come una nube tossica. La morte, che brucia sulla pelle, di cui vorremmo parlare, di cui vorremmo sapere, ma che evitiamo, perché è un pensiero troppo doloroso, troppo enorme, troppo ingombrante. La morte che fa parte della vita, che è l’attesa, la fine, l’epilogo che vorremmo dolce, pietoso, come un sonno riparatore.

Jodi Picoult riesce nell’impresa impossibile di addolcire la morte, spogliandola dello spavento e dell’orrore che l’accompagna. Ne sa qualcosa Dawn, che è una doula di fine vita. Dawn vive dentro l’allure della morte, aggira i suoi tentacoli e accompagna i moribondi verso le sue sponde, oltre le quali tutto ciò che conosciamo finisce. Una professione che non ha scelto, ma che si trovata cucita addosso quasi per caso.

Dawn in realtà è una egittologa mancata. Ha vissuto in Egitto da specializzanda, abbacinata dalle linee dei geroglifici, stordita dalla storia di questo enigmatico popolo, che mistifica la morte con l’idea del ritorno, che preserva i cadaveri con ossessiva dovizia, che adora divinità che indugiano in una terra di mezzo tra l’essere mortale e il divino. E si è imbattuta nel libro delle due vie, una sorta di mappa per l’aldilà, che Dawn sogna di decifrare.

Ma il destino la riporta anzitempo a casa, dalla madre morente. E le fa abbandonare un amore appena nato, che appare travolgente e indissolubile. L’amore per Wyatt, che tuttavia sbiadisce a poco a poco, proprio mentre un altro uomo, Brian, si fa strada nel cuore di Dawn.

Dawn sceglie la strada che la porta verso quest’ultimo. Ma arriva presto il momento in cui Dawn si chiede come sarebbe stata la sua vita se fosse rimasta in Egitto con  Wyatt.

Tutto il romanzo è permeato da una coraggiosa poetica che riveste la morte di una patina dolce e morbida. L’autrice è incisiva nell’affrontare un tema così complicato e determinata a spogliare la morte dal suo lato lugubre e raccapricciante. Esorcizza i nostri sentimenti sulla fine e ci fa fare pace con l’idea di dover lasciare per sempre la vita, prima o poi. Accetta il testamento che la fine ci lascia e la necessità di accomiatarsi da ciò che abbiamo lasciato incompiuto.  Amplifica la curiosità che da sempre circonda la morte nella speranza di tacitarne il timore. Un lavoro complesso ma svolto con maestria, illuminante e potente.

Tutto ruota sulle scelte che facciamo, che aprono porte e ne chiudono altre, sigillandole per sempre.

C’è la Dawn che  è rimasta a Boston e vive tra il suo lavoro di doula di fine vita e il suo matrimonio in crisi. E c’è la Dawn che ritorna in Egitto, a riprendersi Wyatt.

Il nucleo del romanzo diventa, dunque, la riconciliazione necessaria tra le due vite di Dawn e, in senso più ampio, l’indispensabile commiato che ognuno di noi deve esprimere verso il proprio passato.

Un romanzo molto profondo, che spinge con efficacia sui tasti della nostra emotività. Sul rimpianto, che non sarà amaro ma che si addolcirà nel ricordo, così individuale e insopprimibile. Sul rimorso, di non aver detto, non aver fatto e con il quale è necessario arrivare a patti. Sulla verità, che a volte si nasconde dietro schermi scuri e impenetrabili. Sull’amore, che continua a vivere anche quando è finito, attraverso la memoria. Un romanzo che ci sprona a fare pace con l’ineluttibilità del destino, che non è solo sordo o cieco, ma a volte è anche lungimirante, altruista, onnisciente, anche quando appare incomprensibile e cattivo.

Un libro che spinge questi tasti, scritto con grande sensibilità, a sondare un terreno fragile e insidioso, ma che l’autrice percorre con leggiadria, profondità e intelligenza. Un terreno fertile, che divide con lo studio della storia di un popolo antico e affascinante, le loro credenze, le loro abitudini e i loro insondabili misteri. Un libro sulle vie che il destino prende per intrattenerci in questa circo chiamato vita, elettrizzante, crudele, mistificatore ma sempre meraviglioso e senza repliche, al quale rendere grazie, comunque e nonostante tutto.


L’autrice

Jodi Picoult è  autrice di numerosi bestseller. Il Libro delle Due Vie è il suo ultimo romanzo: uno dei migliori libri dell’anno per «Marie Claire», in corso di traduzione in diciotto paesi, primo in classifica negli Stati Uniti, è un clamoroso successo.

  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le strade
  • Traduzione: Luciana Corradini Caspani
  • Genere: narrativa straniera