PER SEMPRE, ALTROVE di Barbara Cagni

 
La Rufina accarezzò Berta e le mise in braccio il bambino. Mia sorella lo strinse forte e vidi un lampo di vera serenità nei suoi occhi, mi sembrarono vivi come mai erano stati in quegli ultimi cinque anni.
“E’ la testa, bambine”, disse la mamma toccandosi la tempia con un dito rivolta a me e a Clarissa. “Non importa l’età, è tutto qui dentro. Dovete pensare con la vostra testa. Ricordatevelo”.
La Nena la pensava allo stesso modo. “Una donna deve pur scegliere per sé”, commentò. “Per il vostro compleanno vi regalerò un paio di pantaloni, vedrete come sono comodi”, ci disse grattandosi il porro.
Vi sedemmo tutte intorno al tavolo e la Gilda riempì i bicchieri, la Rufina ne prese uno e salì le scale per portarlo al figlio. Poi scese e si accomodò tra noi. Berta era accanto alla mamma, con la sua razione abbondante di pane accanto al bicchiere. Mangiò in silenzio, svuotò il piatto e quando afferrò la prima fetta di pane la vidi sorridere.


 

Trama

A volte, l’unica scelta possibile è quella di partire.

Un libro sull’emigrazione intesa in senso lato, da un paese, da se stessi, dagli altri, e sui danni provocati dal senso di sradicamento e dalla solitudine che la scelta di partire spesso comporta.

È una domenica d’autunno del 1955 quando una telefonata raggiunge la famiglia della piccola narratrice della storia per avvisare che Berta, la sorella maggiore a cui è più legata e che è da poco emigrata in Svizzera, ha iniziato a dare segni di squilibrio. Il padre parte immediatamente per riportare la figlia a casa, nel piccolo paese di montagna dove il tempo trascorre lento come il Piave giù a valle e dove la comunità affronta la vita con la stessa naturalezza degli alberi del bosco, anche se con radici assai più fragili: sono sempre di più, infatti, i giovani costretti a emigrare per trovare lavoro, così come aveva fatto anche Berta, spinta da una sofferenza profonda e tutta personale.

La protagonista del libro, così, ripercorre la dolorosa vicenda della sorella ma anche tutto il prezioso mosaico di vite del paese in cui ha trascorso l’infanzia, tra gli abbracci della migliore amica Clarissa, le chiacchiere delle comari, i discorsi impegnati del padre, i balli in piazza d’estate e gli addii, purtroppo sempre più numerosi, di coloro che provano a cercare fortuna altrove.

Un’autrice nuova che affronta temi importanti con una scrittura estremamente delicata e un’amorevole cura dei dettagli: in Per sempre, altrove si intrecciano i desideri e le fragili speranze di chi parte e di chi resta, ma anche di chi non sarà più in grado di tornare indietro. Un romanzo suggestivo che parla di distacchi e lontananza, ma anche e soprattutto una potente riflessione sull’amore, il coraggio e la solidarietà tra donne che, spesso dimenticate, sono da sempre il cuore pulsante di ogni comunità.


Recensione

Gli anni cinquanta e una vallata chiusa tra i monti del Cadore. Un piccolo centro dove le donne vivono per lo più sole. Gli uomini se ne sono andati. Se ne vanno, in paesi lontani, alla ricerca di un’opportunità che renda la vita dignitosa.  E chi è rimasto spesso latita dal suo ruolo di padre o di compagno di vita. Le donne del Comelico sono forti. Abituate a vivere con poco. A portare sulle spalle il fardello della famiglia, dei figli da allevare. Lavorano sodo e sono rassegnate a una vita di fatiche.

La piccola Reda racconta,  con la sua voce limpida e capace di penetrare le sfaccettature di un’esistenza ingrata e a volte indecifrabile, la vita di questa comunità e della sua famiglia. Cinque figlie femmine tra cui Berta, la più bella, la più delicata, che sfiorirà accanto ad un sogno infranto, persa in un mondo inaccessibile di cui nessuno possiede la chiave. Berta, emigrata anche lei in cerca dell’oblio, tornerà a casa con la mente rotta, senza più scintille negli occhi. Conoscerà le aberrazioni della medicina del tempo, che cura il malessere psicologico con la violenza e il distacco, nella convinzione di poter aggiustare un equilibrio perduto con un frettoloso e invasivo rattoppo.

Berta, che si trova altrove, per sempre. In un luogo che nessuno potrà mai visitare.

La storia di Berta è il pretesto per entrare nella vita di tutte le donne del paese. E per ripercorrere il fenomeno dell’emigrazione che in quegli anni interessò molte parti d’Italia. Utopia di una vita migliore ma anche come un distacco traumatico dalle abitudini di una vita. Le condizioni di vita degli emigranti sono dure, fatte di emarginazione e sfruttamento. E di morte, che rincorre gli uomini nel sottosuolo, tra i cunicoli delle miniere. E le donne, nelle acque putride delle risaie piemontesi.

E al paese, spesso strette nel lutto e negli stenti di una vita familiare ingrata e a volte violenta, le donne del Comelico fanno quadrato. Si aiutano, si sostengono, accettano con fermezza gli schiaffi della vita, anche quelli più violenti. Si fanno forza e capiscono che possono farcela anche da sole. Che se sono dure anche gli uomini le rispetteranno, perché ne avranno paura. Che, in fondo, possono fare a meno di un uomo che esiste solo per umiliarle.

Barbara Cagni esordisce con questo romanzo, delicato e crudo al tempo stesso. Entra in punta di piedi nel cuore vivido di un recente passato, in cui la vita mostra tutti gli angoli e le asperità, fatte per forgiare una generazione di donne che si farà trovare pronta per tutte le sfide degli anni a venire, non ancora concluse, in verità.

La sua scrittura conquista al primo sguardo e porta il lettore in un ambiente vivo, palpitante ma anche arcaico e arretrato. Dove alla medicina si preferisce la magia. Dove l’uomo semplice china la testa perché ignora le cose dei potenti, di chi è istruito. E accetta di essere l’ultimo ingranaggio di una catena che finisce per stritolarlo.

Eppure, da lontano, arrivano le prime eco delle lotte sindacali. E si inizia ad alzare un poco lo sguardo, incontro ad una consapevolezza che porterà anche il popolo a pretendere di contare qualcosa.

I temi che affronta la Cagni sono importanti e intergenerazionali. Uno su tutti quello del distacco, che dilania chi parte e chi resta in egual misura, portandolo a confrontarsi con l’incertezza e lo straniamento, con il nuovo che spaventa, distrugge ed apre a scenari inaspettati  con cui fare i conti. Crescere oppure perire. Un tema antico e ancora aperto, ora più che mai.

La sua scrittura scivola via come olio e regala al lettore una dolce tristezza. La malinconia di un passato che appare ingrato e insopportabile. E la consapevolezza di avercela fatta, in qualche modo. Di essere sopravvissuti ed essere diventati migliori.


L’autrice

Barbara Cagni è nata a Milano, dove si è laureata in Biologia e ha studiato Scrittura creativa.


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Genere: narrativa italiana
  • Pagine: 197

ZUCCHERO BRUCIATO di Avni Doshi

Le cose cambiavano in continuazione e il mio valore dipendeva dalle mie attrattive fisiche, che sarebbero scomparse, come era accaduto a lei.
Avevo la netta sensazione che provasse piacere del dirmi quelle cose, nel sapere che avrei sofferto quanto lei; si consolava al pensiero che il dolore non sarebbe finito, non mi avrebbe risparmiato.
Quando ripenso a quei giorni mi chiedo se mi abbia mai visto come una bambina da proteggere. O mi ha sempre visto come una rivale, o peggio, una nemica?
Gli anni dell’adolescenza sono stati quelli in cui sono arrivata più vicino all’odiarla. Fantasticavo spesso che non fosse mai nata, anche se sapevo che ciò avrebbe spazzato via anche me; capivo benissimo quanto fosse profondo il nostro legame, e che distruggere lei avrebbe inevitabilmente distrutto anche me.

 


Trama

«Mentirei se dicessi di non aver mai gioito dell’infelicità di mia madre.»

Tara è sempre stata una ribelle, contro tutto e tutti. Costretta a un matrimonio di convenienza, è scappata di casa, si è presa diversi amanti, ha vissuto a lungo insieme con un guru e si è persino ridotta a fare la mendicante. In tutto ciò, sua figlia Antara, per lei, è sempre stata un peso, una valigia da portarsi appresso e poco più. Però il tempo della ribellione di Tara adesso è finito; ha quasi sessant’anni e l’Alzheimer la sta consumando, a poco a poco ma inesorabilmente: lascia il fornello acceso per tutta la notte, dimentica le incombenze quotidiane, si ostina a telefonare ad amici morti da tempo. E non ricorda più i piccoli e grandi gesti crudeli nei confronti della figlia, che sono invece marchiati a fuoco nella memoria di Antara. Eppure, nonostante tutto, Antara si sente in dovere di occuparsi di quella madre che non si è mai presa cura di lei. E così, mentre la convivenza forzata la induce a ripercorrere le pagine più dolorose del suo passato, cerca di sbrogliare la matassa di tradimenti, riconciliazioni e rotture, e di sciogliere una volta per tutte il nodo di quel legame che ha forgiato il suo cammino, ma che adesso rischia di soffocarla. Con una prosa lucida e affilata come la lama di un rasoio, Avni Doshi scava tra le pieghe di quel rapporto unico che lega una madre e una figlia, mettendone in luce la complessità e le contraddizioni, ma anche tutta la forza e l’amore che lo contraddistingue.


Recensione

Una confessione, ma anche il bisogno di psicoanalizzare le dinamiche perverse di un rapporto personale assai complesso. La ricerca di una colpa, che deve esserci. Che serve a sollevare un animo, quello di Antara, compromesso dalla pesantezza dei ricordi. Colpevolizzare, recriminare, assolvere. Odiare, perché l’odio è la forma più pura dell’amore negato. Crescere, affrancarsi da un’infanzia ingrata. Scendere a patti con le rotture, i tradimenti, lo strazio di essere invisibile agli occhi chi di dovrebbe proteggerci. E perdonare, senza dimenticare. Perdersi, senza mai ritrovarsi. Ammalarsi, senza mai guarire.

Non ricordo un romanzo che mi abbia fatto pensare così dolorosamente alle ferite che una madre può infliggere, più o meno consapevolmente,  alla propria figlia. La somma di alcune mancanze e la sottrazione di attenzione, di amore, di considerazione. La matematica, certo, non viene in aiuto nel determinare quanto male serva per distruggere un legame, per distorcerlo e renderlo avariato. Eppure c’è una soglia oltre la quale l’amore diventa indifferenza e la cura un peso, un fardello da lasciare ad altri, perché insostenibile.

“Zucchero bruciato” è l’indagine accurata e senza filtri di Antara nei confronti della propria madre, Tara, il cui nome è già di per sé una sottrazione rispetto a quello della figlia. Antara viviseziona la propria storia, segnata dalla separazione dei genitori e dall’esistenza disordinata e dissoluta della madre.

Tara mostra i segni di una precoce demenza, eppure per tutto il racconto rimango con il sospetto che questo disordine mentale sia frutto della mente di Antara. Una vendetta tardiva. Il bisogno di recriminare, rivangare e condannare. E che anche Tara, da parte sua, scelga di nascondersi in questa debolezza, che pare assolverla dai suoi errori passati. Una mente che vacilla può essere il pretesto per riconciliarsi con un passato inaccettato e inaccettabile? Di fatto i medici non riscontrano evidenti anomalie mediche in Tara.

Ma il punto, ovviamente, non è questo. Anche se costituisce una parte importante di tutto il processo mentale di Antara, della genesi del suo castello accusatorio e della piega che prenderà sua vita adulta, in special modo con l’esperienza della maternità, vista come una sorta di nemesi.

Il punto è che Antara deve crescere, affrancarsi dal sentimento persecutorio che nutre verso la madre e dal senso di colpa, per ciò che pare essersi meritata.

Ma il rapporto madre-figlia è un rapporto fatto di contraddizioni. Di competizione,  di gelosie, di incomprensioni. Di aspettative  e di necessità di rispecchiarsi nella figlia. Una figlia che non tradisca i suoi ricordi di gioventù. Che realizzi i suoi desideri mancati. Che le faccia rivivere l’ebrezza della giovinezza e la vertigine della bellezza, che esplode e sfiorisce in pochissimo tempo.

Diventare adulti, in fondo, è proprio emanciparsi dalla necessità di realizzare i desideri della propria madre. Trovare se stessi, riconoscersi, affermarsi di fronte agli altri.

Un tortuoso cammino di consapevolezze che si snoda in milioni di curve, scossoni, buche, deviazioni.

Questa lettura farà venire a galla anche i nostri malesseri e non è detto che si sia pronti a guardarli in faccia. Eppure è una lettura illuminante, dilaniante, che ci farà male per certi versi e ci consolerà per altri.

Avni Doshi sicuramente riesce a infilarsi nel nostro io più profondo, distraendo i nostri ricordi e rivangando, forse, anche certi rancori che credevamo sopiti. Ma è una lettura necessaria, che lascia il segno. Come lo è la prosa di questa giovane autrice, al suo esordio, che incede senza clamori sintattici ma che è come se urlasse, stordendoci.


L’autrice

Avni Doshi è nata in New Jersey e ha studiato storia dell’arte al Barnard College di New York e alla University College London, prima di trasferirsi a Dubai. Il suo romanzo d’esordio, Zucchero bruciato, si è subito imposto all’attenzione di pubblico e critica, vincendo numerosi premi ed entrando tra i finalisti del Booker Prize. Attualmente è in corso di traduzione in 28 Paesi.


  • Casa Editrice: Editrice Nord
  • Traduzione: Francesca Martucci
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 380

LA CACCIA di Will Dean

Gli alberi sono infiniti. Maledettamente infiniti. Sono un oceano, uno spazio astrale, un incubo. Chi potrebbe immaginare una cosa simile? Sono talmente fitti che i rami più bassi, grigi e senza aghi, quasi si confondono. Non scorgo il cielo, vedo solo nuvole e pioggerella. E non sento gli animali, gli uccelli non cantano e non fanno frusciare i rami spostandosi. Ma so che sono tutti qui.


Trama

Dopo un’intensa e sfibrante esperienza londinese al Guardian, Tuva Moodyson è finita alla redazione di un insignificante quotidiano locale di una cittadina del Värmland, nel cuore della Svezia. Curiosa e ostinata, alla notizia della morte di un cacciatore, centrato in pieno petto da un proiettile di fucile, è subito in prima linea. Tutto fa pensare che il killer chiamato Medusa, noto per aver colpito nella zona molti anni prima, sia tornato a uccidere. All’improvviso, la cittadina dimenticata dal mondo si riempie di giornalisti alla ricerca di scoop, ma è Tuva ad avere in mano la grande occasione per dare una svolta alla sua carriera, tanto più che nessuno dei suoi concorrenti conosce gli stravaganti abitanti del posto come lei. Ci sono però due problemi. Primo: Tuva è sorda, e in un’indagine che percorre aree inaccessibili e isolate questo può essere un grosso inconveniente. Secondo: a Tuva i boschi non piacciono per niente, tutt’altro, la spaventano a morte. Perché lei ama l’asfalto e le stazioni di servizio, il cinema e i fast food, vuole essere circondata dalle luci e sentire intorno a sé il movimento e l’energia. Ma più si immerge nel caso, più è costretta a inoltrarsi nel fitto della foresta e a fare i conti con le sue paure, fino a rendersi conto che il silenzio assoluto non esiste.


Recensione

Le atmosfere e la natura selvaggia della Svezia centro meridionale. Boschi, foreste impenetrabili, che trasudano umidità e freddo che entra nelle ossa. Buie, brulicanti di vita. Milioni di insetti ma anche animali possenti, uno su tutto l’alce, la sua mole spaventosa e il suo aspetto preistorico. L’uomo è un ospite indesiderato. L’uomo comune non si addentra nel groviglio di alberi altissimi e fitti. Ma a Gavrick, piccolo centro ai margini della foresta di Utgard, gli uomini praticano la caccia, un rito antico e atavico, che affonda le sue radici nella necessità di contrastare la crescita vertiginosa del numero di alci presenti nella foresta, che si cibano dei germogli degli alberi. Ma che in realtà è anche una sorta di codice d’onore che contraddistingue un vero uomo. L’unico modo conosciuto per mostrare agli altri la propria virilità.

La caccia serve per interagire con la natura e per convincersi di poterla governare e sottomettere. In realtà la foresta è così immensa, impenetrabile e misteriosa che non può che spaventare e respingere chi non la conosce.

E’ proprio così per Tuva Moodyson, che si trova suo malgrado a vivere a Gavrik, dopo aver lavorato come giornalista a Londra. La malattia terminale della madre l’ha richiamata nel Varmland. A Gavrik scrive sul giornale locale: cronaca, annunci funerari, l’infinita lista dei piccoli avvenimenti di una comunità chiusa nel suo guscio. Tuva è un pesce fuor d’acqua: Gavrick le riporta alla mente la sciagura che ha distrutto la sua vita: la morte del padre e l’inizio del declino di sua madre, con la quale non è più riuscita a stabilire un rapporto di amore e di reciproca comprensione. Ma resiste, sperando in una buona occasione che possa riportarla a vivere in una grande città, dove il suo handicap fisico, la sordità, è meno invalidante e limitante.

Quando la notizia di un cadavere nel cuore della foresta giunge in redazione, Tuva si getta a capofitto nell’indagine, ma dovrà scontrarsi con un muro di gomma. I personaggi con cui avrà a che fare sono bizzarri, reticenti e non tutti sembrano accettarla. Tuva infatti smuove la fanghiglia che si è depositata sul fondo e la comunità di Gavrick non desidera far tornare a galla brutti ricordi e piccoli e grandi segreti.

Tuva e la foresta, l’enorme esercito di alberi e degli animali che vi si celano, dovranno scendere a patti. Perché l’assassino è lì che si muove, lì colpisce e lì nasconde il segreto che lo spinge a uccidere. Tuva deve vincere le sue paure e risolversi a penetrare la buia cortina di alberi, dove si nasconde un cuore vivo e pulsante, che porta la memoria a fatti già accaduti in passato. La foresta e quella comunità chiusa in se stessa sembrano respingerla ma anche attirarla in una trappola. Tuva sa che dovrà infilarsi tra quei fusti solidi e altissimi, tra le fronde degli aceri e tra i roghi del sottobosco. Nella bruma che sale dal terreno umido e disseminato di foglie. Nel gelo umido che avvolge gli alberi, nel labirinto ipnotico dei tronchi, nel rumore sonnolento delle foglie mosse dal vento, che Tuva ascolta suo malgrado attraversi i delicati apparecchi acustici. Seguire le orme degli alci e il fetore delle viscere degli animali uccisi nelle battute di caccia, che i cacciatori lasciano incuranti sul terreno. Dissolversi negli umori della foresta, che ti fa sentire insignificante, alla mercè delle forze della natura.

Una lotta senza voce, che si trascina tra una piccola donna senza udito e l’enorme foresta che risuona di spaventosi echi. Il gugulare dei gufi, il bramito delle alci, lo sfarfallio delle zanzare e degli uccelli. E i passi di un uomo che uccide le sue vittime senza pietà, né un motivo apparente, coperto dall’omertà di una comunità che convive da sempre con una natura roboante e volitiva.

Alla fine Tuva scoprirà la verita. Una verità che non ci si aspetta, che lascia il lettore incredulo e su di giri, per l’adrenalina che viene dispersa nelle ultime pagine del romanzo.

Tuva vincerà soprattutto su se stessa e sulle sue paure. E la foresta di Utgard la proteggerà, schiudendo i suoi rami fitti e aggrovigliati lasciando entrare la luce.

La caccia è un thriller magnifico, che inchioda alle sue pagine. Un romanzo che mi ha incantata e abbacinata. Una storia cha affonda le sue radici nei riti che circondano l’arte venatoria, che vede nell’inseguimento, nell’azione, nella scoperta e nel sangue, la propria essenza. La natura è la protagonista di questo romanzo, così potente e imprevedibile, misteriosa e impenetrabile. Una natura che spaventa e che ribadisce il ruolo marginale dell’uomo nel disegno superiore e imprescrittibile dei meccanismo del mondo.

La natura, grande e onnisciente e Tuva, con le sue debolezze e le sue fragilità, che la fronteggia e la sfida, in un confronto che cessa fin da subito di essere una semplice ricerca della verità per diventare, invece, il simbolo del desiderio umano di comprendere, interagire, manovrare la propria sorte.


L’autore

Will Dean è cresciuto nelle Midlands orientali e si è laureato in giurisprudenza alla London School of Economics. Dopo aver lavorato nella City di Londra per diversi anni, si è ritirato a scrivere nei boschi della Svezia, dove insieme alla moglie vive in una casa di legno che lui stesso ha costruito. La caccia è stato selezionato nella shortlist del Not the Booker prize del Guardian, e Tuva Moodyson diventerà presto la protagonista di una serie tv.


  • Casa editrice: Marsilio Editore
  • Traduzione: Valeria Raimondi
  • Collana: Le Farfalle
  • Genere: Thriller
  • Pagine: 366

LE DUE MORTI DEL SIGNOR MIHARA di Tommaso Scotti

“Gocce di vapore? Che vuol dire?”
“Che nessuno di noi vive una vita sola. Siamo come gocce d’acqua, cambiamo forma di continuo. Occupiamo un certo spazio per un po’, fino a che evaporiamo per piovere da tutt’altra parte.”
(…)
“Ricordatelo, Jim-Kun. Siamo come gocce di vapore. Sui bordi delle teiere, in un cestello di bambù pieno di ravioli o sulle finestre appannate nelle mattine di tardo autunno. Così vicini e così invisibili, siamo soltanto gocce di vapore in balia del vento e della grazia delle nuvole. E la nostra vita niente di più che un sussurro. Niente più che la fragile promessa di qualcun altro.”


Trama

Un Giappone sconosciuto e oscuro, corroso da antichissime e spietate tradizioni. Questo il teatro in cui l’ispettore nippoamericano Nishida si trova ad affrontare un caso impossibile da risolvere.

Takaji Mihara, un uomo d’affari ormai in pensione, è stato ucciso nella sua casa, trafitto da un colpo di spada. La polizia è convinta di aver trovato il responsabile del delitto, un sospettato che avrebbe avuto sia il movente che l’opportunità. Ma il presunto colpevole ha problemi psichiatrici, forse è persino tossicodipendente e ripete di aver trovato la vittima già morta. Il suo sembra un delirio, ma anche per Nishida qualcosa non torna nella ricostruzione dei fatti. Persino le analisi del medico legale riportano alcune stranezze che sembrano contraddire il profilo della vittima.

Cos’è successo? Chi era davvero Takaji Mihara?

Nishida capisce presto che, per fare luce su questi interrogativi, dovrà addentrarsi nella pericolosa zona grigia degli «evaporati»: migliaia di uomini e donne che per svariati motivi decidono di scomparire e ricominciare da un’altra parte, con un altro nome, con un’altra vita. Un business gestito da società clandestine si occupa proprio di questo: far evaporare le persone. Sarà seguendo la loro scia fumosa che Nishida cercherà di risolvere il mistero, svelandoci un volto del Giappone inedito, spiazzante e inquietante, ma anche incredibilmente poetico.


Recensione

Un Giappone inedito e senza veli, che si lascia guardare da vicino, mostrando sottili crepe dentro alla sua proverbiale aurea di perfezione.

Un protagonista che racchiude in sé le tessere di un puzzle che promette di diventare un quadro perfettamente disegnato.

E una storia incredibile, che prende le mosse dal passato e che si infittisce in un mistero sempre più intricato.

Mescolate questi tre ingredienti ed ecco a voi un thriller indimenticabile, meravigliosamente congegnato e condotto con enorme maestria dal suo autore, l’italianissimo Tommaso Scotti che vive e lavora in Giappone da diversi anni, motivo per cui riesce nell’impresa di raccontare luci e ed ombre del paese del Sol Levante, dove tradizione e modernità si scontrano e si sovrappongono, nascondendo e svelando al tempo stesso il fascino irresistibile proprio delle sue contraddizioni. Un paese di cui forse si sa troppo poco e quel poco è schiacciato da stereotipi e false verità. Un paese che Scotti viviseziona, regalandoci uno spaccato vivace e spietato della sua essenza.

Di fatto, dopo anni in cui il thriller di matrice nord europea ha monopolizzato la scena, un cambio così repentino di ambientazione non poteva che scuotere gli amanti del genere da ogni tipo di sopore.

Dopo la prima sensazione di smarrimento, gettarsi a capofitto nella storia è stato facile e naturale. Il protagonista, Takeshi Nishida, di fatto tiene i piedi in due staffe, agevolando l’operazione di accettazione del suo lato esotico da parte del lettore tradizionalista. Nishida è per metà americano, un mezzosangue come si autodefinisce. La sua stazza fisica non è certo quella di un giapponese, come anche i suoi occhi, tipicamente occidentali nella forma e nel colore. Nishida è un outsider che ha dovuto lottare e che lotta tuttora per emergere nella società giapponese, piuttosto chiusa al cambiamento e alla novità. Una società alla quale Nishida guarda con occhio critico, sebbene soggiaccia anche al suo appeal e alla fascinazione per la sua lingua tradizionale, il Kanji, complicata e quasi incomprensibile per noi occidentali, qualcosa da proteggere da ogni contaminazione.

Nishida è un poliziotto per passione, che cerca la verità a tutti i costi. Un piccolo Bat-man che è cresciuto con il pallino per la giustizia, in nome della quale è disposto a sacrificare la sua vita privata. Aiutato dalla scossa dalla caffeina in lattina nella sua bevanda preferita, dal sostegno del collega Joe e dal suo non essere “abbastanza giapponese”,  Nishida dimostra talento ed intuizione da vendere ed è un protagonista perfetto, che immediatamente ti entra sotto pelle.

La storia, che segue il caso de “l’ombrello dell’imperatore”, è una storia di rinascita e di riscatto, ma anche di perdono. C’è che fugge da una realtà inaccettabile e ricostruisce il suo vissuto e chi rimane dentro al rimpianto, invischiato dagli errori commessi in passato. A volte scomparire può sembrare l’unica via di fuga da una vita di vessazione, con la quale non si può più venire a patti.

Nishida dovrà occuparsi della morte di un uomo, che fin da subito mostra delle contraddizioni. Un uomo che sembra senza passato. Un uomo solo che si è fatto da solo. Un uomo che potrebbe non essere chi dice di essere. Un caso che sembra semplice, una soluzione che pare a portata di mano. Ma che non convince.

Nishida uscirà vincitore, come uomo e come poliziotto. E senza sforzo consoliderà le pareti di quel posticino che si è preso dentro il nostro cuore. Un posto che si fa sempre più luminoso, comodo, sicuro. Che niente e nessuno può sottrargli, perché Nishida ormai vi si è insidiato, come un uccello nel suo nido.

Nishida e il suo Giappone, con i suoi colori tenui e il ricordo del suo passato. Ma anche quello roboante e implacabile della metropoli, che non lascia scampo a chi vuole voltarsi indietro ma che al tempo stesso pretende di avere sempre un faro puntato sulla tradizione.

Un luogo che terremo sgombro, pulito, accogliente nell’attesa che Nishida torni presto ad abitarlo. Un luogo che già mi manca.


L’autore

Tommaso Scotti, nato nel 1984, laureato in matematica, seguendo una passione per le arti marziali si è trasferito in Oriente nel 2010. Ha poi conseguito un dottorato di ricerca a Tokyo, dove adesso vive e lavora. Nel tempo libero si dedica al pianoforte e alla calligrafia. Il suo romanzo d’esordio, L’ombrello dell’imperatore (Longanesi, 2021), ha conquistato il pubblico e la critica grazie al personaggio dell’ispettore nippoamericano Nishida e allo sguardo curioso e disincantato con cui racconta un Giappone inedito e spesso frainteso.


  • Casa Editrice: Longanesi
  • Genere: thriller
  • Pagine: 318

LE CASE DAI TETTI ROSSI di Alessandro Moscè

Gli invisibili del manicomio erano intramontabili. Avevano una personalità nascosta sotto le nuvole dei pensieri, come le radici delle piante più delicate che andavano protette dal freddo dell’inverno. Rappresentavano un assoluto fuori dal mondo, o erano tutto il mondo. Due facce della stessa medaglia, la scena e il retroscena, l’ossessione per le atrocità subite da bambini, da adolescenti, durante la guerra. O perché nati male, infelici. La fatalità era rivolta ostinatamente contro i matti, che non riuscivano a sfogarsi, ad aprirsi. Il loro groppo in gola veniva avvertito come un demone sinistro. Girava e si fermava sotto il chiasso dei passeri che volavano in gruppo da un albero all’altro, o sotto il garrito dei gabbiani che dal Passetto, dal mare bianco, si allontanavano verso il centro di Ancona, volando sopra il cimitero degli ebrei.
Il vuoto del cielo penetrava più a fondo negli intervalli di buio e ans
ia.

Trama

In occasione della vendita della casa di nonna Altera e nonno Ernesto, Alessandro torna ai tetti rossi, ovvero la grande struttura dell’ex ospedale psichiatrico di Ancona, complesso di palazzine nel verde inaugurato a inizi Novecento e riconvertito dopo la Legge Basaglia del 1978.

Il distacco dalla casa dell’infanzia diventa per lui la soglia di un viaggio nel tempo, nei ricordi di quando ragazzino gironzolava intorno ai cancelli per vedere i matti, gli internati, di quando Ancona e le Marche tutte confinavano tra quelle mura chi non aveva retto alla Seconda guerra mondiale: le ex prostitute, gli ossessivi, i paranoici e semplici sbandati infliggendo loro privazioni e pene corporali. A dare una svolta alla gestione dell’ospedale, sulla falsariga di Basaglia, Alessandro ricorda fu il dottor Lazzari, assistito da medici, da suor Germana e dal giardiniere Arduino, re dei fiori e delle piante medicinali. Oggetto del loro tentativo di un ospedale più umano l’uomo-giraffa, il pirata, Franca che sogna i nazisti, Adele che non ricorda nulla se non Mussolini, Giordano che quando non colleziona bottoni pensa solo al Napoli calcio. Alessandro entra nei loro cuori e, compassionevole, ci descrive gli ospiti del manicomio come senso, spirito, emozione, paura, speranza.Gioia, tristezza, euforia, disperazione. La sfida di una follia curabile si intreccia ai teneri ricordi famigliari, fatti anche di odori e sapori di un mondo perduto, e al campo da calcio su cui lui e Luca, il figlio del giardiniere, sfidarono i matti in una grande partita con squadre miste.

Il racconto poetico e illuminante di un pezzo di storia del Novecento spesso dimenticato, una riflessione emozionante sulla follia, l’integrazione e la libertà.


Recensione

Oltre il muro, al di là della barricata. Nella valle proibita, nei luoghi insidiosi, in cui regna il caos, il degenero. Lo straordinario incanto di corpi senza padrone, di anime errabonde, abbandonate al lusso della follia, al luccichio accecante della libertà. Espressioni, gesti, pensieri. Ossessioni, aberrazioni, voci fuori dal coro, troppo stridule per essere ascoltate, troppo lievi per essere sentite.

Alessandro è poco più che un fiolo negli anni settanta e i tetti rossi svettano vicino alla casa dei nonni, ad Ancona. Il manicomio esercita su di lui un’attrattiva quasi morbosa. E i matti, che sono visti con timore, spavento, ma anche con enorme curiosità mista a sgomento e a compassione. I matti, anime spezzate dagli abusi, dai disagi, dalla povertà. Uomini e donne minati da aberranti virtuosismi della mente, vittime di ossessioni, compulsioni, manie. Uomini e donne piegati dagli elettroshock, dai bagni gelidi, da fantasiose e terribili terapie frutto di assurdi pregiudizi. Intorpiditi, storditi, alienati, annientati.

Eppure il dottor Lazzari, direttore illuminato dei tetti rossi, infrangerà più di una consuetudine medica. Toglierà le barriere divisorie tra uomini e donne, incoraggerà i pazienti a scrivere, dipingere, disegnare. Pretenderà ambienti accoglienti e vorrà conoscere la storia di ogni paziente, per poter comprendere le ragioni del suo disagio. E aprirà le porte del manicomio alla città, organizzando feste di carnevale indimenticabili. Con lui il fido Arduino, virtuoso della botanica, giardiniere sensibile e illuminato, che tratta le piante così come Lazzari tratti i pazienti. Le ammaestra, le addomestica con il suo tocco delicato e la passione che trasuda dalle sue abili dita. Arduino, che costruisce una giungla gentile intorno al manicomio, domando anche le piantine più ostinate, in una sorte di parafrasi della cura medica sul paziente più difficile.

In quegli anni le nuove frontiere della psichiatria incombono sui manicomi.  La legge Basaglia, di lì a poco, chiuderà  i battenti dei manicomi e i matti saranno dati al mondo. Reintegrati nella società ma anche schiacciati dall’indifferenza e dalla segregazione. Ognuno con il suo bagaglio di follia.

Nell’incertezza di quegli anni, ogni matto cercherà una strada da percorrere. E il piccolo Alessandro, insieme a Luca, il figlio di Arduino, rimarranno ad osservarli, sognando di poter parlare con loro, di poter scoprire i loro segreti e di giocare a pallone sul campetto vellutato del manicomio. Ipnotizzati dall’alchimia della diversità, dall’appeal ingovernabile della deformità, della profanazione delle regole, dalla ribellione della mente rispetto all’educazione, alla creanza, alla scriminatura che colloca la normalità da un lato e la pazzia dall’altro. La libertà della follia, un allucinante meraviglia da provare sulla pelle. E l’incomprensibile apprensione degli adulti. Quella di scoprire l’insondabile abisso dietro gli occhi dei matti.

“Le case dei tetti rossi” è un omaggio delicato e struggente agli artisti della mente. Coloro che furono etichettati come pazzi perché eccentrici, spaventati o fuori dall’ordinario. I liberi di mente, i puri di cuore. E coloro che li curarono, che gli si inginocchiarono di fronte per guardarli negli occhi e ascoltare ogni loro parola. Chi volle conoscere la loro storia e provò a gettare un ponte per raggiungerli. Chi credette di guarirli, di rieducarli, di far tornare in loro fiducia e coraggio.

E gli altri, che stavano loro intorno, paralizzati dalla paura della diversità. Per i quali la follia fu un virus contagioso che passava sottopelle con la sola vicinanza. E la società tutta, che per cancellare i matti stabilì che non erano mai esistiti.

Un romanzo che segna un’epoca e descrive con partecipazione e umanità la parabola discendente della follia, prima demonizzata, poi negata. Che narra il coraggio di medici pionieri, che decisero di affacciarsi di fronte al precipizio. Che spalanca il miracolo compiuto da un semplice gesto e da una parola di conforto. Che scoperchia l’abuso e il disagio dentro alla follia. E che cancella il filo sottile che la sottrae alla normalità.


L’autore

Alessandro Moscè è nato ad Ancona nel 1969 e vive a Fabriano. Si occupa di letteratura italiana. È presente in varie antologie e riviste italiane e straniere. I suoi libri di poesia sono tradotti in Francia, Spagna, Romania, Venezuela, Stati Uniti, Argentina e Messico. Ha pubblicato saggi, curato antologie poetiche e romanzi. Si occupa di critica letteraria su vari giornali. Ha ideato il periodico di arte e letteratura Prospettiva e dirige il Premio Nazionale di Narrativa e Poesia “Città di Fabriano”.


  • Casa Editrice: Fandango Libri
  • Genere: narrativa italiana
  • Pagine: 186

BRAVA RAGAZZA CATTIVA RAGAZZA di Michael Robotham

Come psicologo criminale ho incontrato assassini, psicopatici e sociopatici, ma mi rifiuto di descrivere le persone come buone o cattive. Il male nasce dall’assenza del bene, non è qualcosa di predestinato, scritto nel DNA, o determinato da genitori di merda, insegnanti negligenti o amicizie crudeli. Il male non è una condizione, è una “prerogativa” e, a volte, questa “prerogativa” definisce la persona.


Trama

Michael Robotham, autore bestseller di fama internazionale, torna nelle librerie italiane con il primo capitolo di una nuova, travolgente serie con cui si conferma un maestro indiscusso del thriller psicologico.

Da bambina, la misteriosa Evie Cormac è stata protagonista di un truce caso di cronaca: la polizia l’ha trovata nascosta in una stanza segreta dove, proprio sotto ai suoi occhi, si è consumato un terribile delitto. Da quel giorno sono trascorsi anni, durante i quali si è sempre rifiutata di svelare la propria identità: non si sa quale sia il suo vero nome, la sua età, da dove provenga. Oggi vive in un istituto e rivendica l’indipendenza. Lo psicologo forense Cyrus Haven è chiamato a determinare se Evie sia pronta per vivere da sola nel mondo. Ma questa ragazza è diversa da tutte quelle che ha incontrato: affascinante e pericolosa, fragile e astuta, a Evie non sfugge mai quando qualcuno sta mentendo. E nessuno intorno a lei dice la verità. Nel frattempo, Cyrus viene chiamato a indagare sullo scioccante omicidio di una campionessa di pattinaggio sul ghiaccio, la quindicenne Jodie Sheehan. Bella e popolare, Jodie è ritratta da tutti come la ragazza della porta accanto, ma durante le indagini comincia a emergere, un tassello alla volta, un’inquietante vita segreta. Cyrus è intrappolato tra i due casi: una ragazza che ha bisogno di essere salvata e un’altra che ha bisogno di giustizia. Quale sarà il prezzo da pagare per la verità?


Recensione

I graffi di un passato crudele sono ferite che lasciano cicatrici indelebili. Potranno smettere di sanguinare e di provocare dolore. Ma non dimenticherai mai il male che le ha prodotte.

Così è per Cyrus Haven. Da piccolo ha subìto una sorte inimmaginabile. E’ sopravvissuto alla peggiore tragedia che un bambino può sopportare. Solo, a gestire il senso di colpa. Solo, a consumarsi nell’odio, quello che gli altri dicono sia sbagliato. E da grande, è diventato psicologo forense. Per aiutare gli altri. Per favorire la verità, la consapevolezza. E il perdono, possibilmente.

Così è anche per Evie Cormac. Di lei non si sa niente, eccetto che poco più che bambina è stata trovata in una stanza segreta, nella casa di un uomo, giustiziato e lasciato a decomporsi sotto i suoi occhi. Denutrita, selvaggia, sporca. Senza nome, senza storia. Evie è un nome inventato e tale rimarrà, perché lei non ha mai raccontato chi fosse in realtà e perché si trovasse segregata. Evie, che è passata da una casa famiglia all’altra, è giudicata instabile e incapace di prendersi cura di se stessa. Ma Cyrus vuole darle una possibilità e la prende con sé. Vuole vederla crescere e liberarsi dei suoi pesi, così insostenibili. Vuole capire cosa la tiene stretta al suo segreto, così pesante da impedirle di vivere una vita normale. Cyrus è tuttavia sopraffatto da Evie, una presenza ingombrante, incombente, misteriosa e per certi versi selvaggia e quasi animalesca. Evie racchiude più di un segreto, ma è anche consapevolmente cosciente dei suoi fardelli, che sembrano insostenibili e che Cyrus proverà a sollevare.

Questo romanzo affonda le mani in un territorio insidioso e affascinante. L’insidia è il ricordo, che corrode dall’interno. Il fascino è la sorpresa di conoscersi e di imparare a fidarsi. Gettare un ponte tra due vite corrotte dal male, mettersi nei panni dell’altro. Il desiderio di curare la ferita, vederla rimarginare.

“Brava ragazza cattiva ragazza” è un thriller magnifico, dove si cerca un colpevole ma anche il rimedio ai mali che corrompono l’anima. Un omicidio strapperà una giovane pattinatrice alla sua vita e Cyrus sarà chiamato a collaborare al caso. Un caso intricato, che nasconde molti segreti e che Cyrus risoverà anche grazie alle intuizioni di Evie, che possiede il dono di percepire la menzogna in chi le sta di fronte.

Cyrus si troverà stretto tra la storia mai confessata di Evie e quella nascosta di Jodie. Due ragazze sperdute, l’una sottratta alla sua libertà, l’altra privata della vita per motivi incomprensibili. E mentre l’assassino di Jodie sarà smascherato, sulla vita di Evie tornerà ad incombere il passato.

Micheal Robotham costruisce una storia toccante, la cui costruzione narrativa riesce in pieno nel tentativo di agevolare la discesa nell’intimità dei protagonisti, anche attraverso il susseguirsi di capitoli scritti in prima persona da Evie e da Cyrus. L’autore porta al parossismo il concetto di ambiguità e di mistero e con esso gioca e ci confonde, in un tira e molla ad alta intensità emotiva. E nello stesso tempo ci propina una lezione sulla necessità e la bellezza di andare incontro all’altro senza difese, a mani aperte, avvolti dall’idea di accomunare le esperienze dolorose e di metterle al servizio del prossimo. Un thriller che chiude il lettore in una bolla, scritto con grande maestria e suggestione. L’intento è quello di agevolare un processo che renda la soluzione del caso del tutto secondaria allo studio della psicologia dei personaggi, alle ripercussioni della violenza sulla loro mente, ai rimedi che questa mette in pista per difendersi. Una lettura davvero indimenticabile, che si chiude senza chiudersi del tutto, lasciando uno spiraglio che getta un cono di luce sul futuro. Un futuro che spero si palesi prestissimo, perché la storia di Evie e di Cyrus non è finita…


L’autore

Nato in Australia nel 1960, ex giornalista e ghostwriter, è autore di thriller di grandissimo successo. Pluripremiato e campione di vendite, i suoi libri sono tradotti in venticinque lingue. Brava ragazza, cattiva ragazza, primo capitolo di una nuova serie, ha vinto il Gold Dagger Award della Crime Writers’ Association ed è stato finalista all’Edgar Award. Vive a Sidney con la sua famiglia.


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Dark Side
  • Traduzione: Giuseppe Marano
  • Genere: Thriller
  • Pagine: 457

IL NASCODIGLIO di Jenny Quintana

 
Era un  sollievo rilassarsi dietro una porta chiusa a chiave, anche se tracce di sangue sulla carta igienica non se ne vedevano ancora. Si posò le mani sulla pancia. Se dentro aveva un bambino, quant’era grande? Che aspetto avrebbe avuto? Si immaginò la sua pelle traslucida, i pugni minuscoli e gli occhietti socchiusi.
Si alzò di colpo, scacciando quell’immagine, chiuse i rubinetti e si spogliò. Il caldo aveva concesso una tregua e la pioggia batteva contro il vero smerigliato.

Trama

24 Harrington Gardens è una casa che custodisce molti segreti. Segreti che gli inquilini vorrebbero seppellire per sempre.

E qui oggi Marina viene a cercare il suo passato con la speranza di capire perché dopo la nascita è stata abbandonata. Nel frattempo molti inquilini se ne sono andati, mentre altri sono ancora lì a osservare. E qualcuno sta osservando proprio lei. Qualcuno che conosce la verità…

E poi c’è la storia di Connie, una storia che viene dagli anni Sessanta. Connie ha appena perso la madre e ha scoperto di essere incinta. È affranta e soltanto la speranza di seguire il suo amore partito per Parigi può consolarla.

Un romanzo intrigante sull’identità, l’amore e vecchi segreti tenuti nascosti per anni.


Recensione

La ricerca delle proprie origini è una specie di calamita per chi, come Marina, possiede un passato nebuloso. Della sua nascita sa lo stretto necessario, che ha appreso da piccola dalle labbra della sua madre adottiva. Il mistero che avvolge la sua venuta al mondo non cessa di inquietarla fino a condurla  ad Harrington Gardens, davanti al portone di una casa che ha visto giorni migliori. Là, ventotto anni prima, Marina è stata abbandonata, avvolta amorevolmente in uno scialle blu. E là fa ritorno, decisa a scoprire chi sia la sua madre biologica.

Così, come Marina cerca ossessivamente sua madre nel 1992, Connie desidera conoscere suo figlio, quello che cresce nel suo ventre. Nel 1964 la vita è dura per una adolescente che è rimasta incinta e che non ha un marito, ma Connie, superate le prime incertezze, non ha dubbi: il suo bambino verrà al mondo. Basterà tenere nascosta la gravidanza e cercare di raggiungere il suo amore a Parigi.

Essere donna, in qualche modo, ha sempre ha che fare con la vita. La maternità, voluta, indesiderata, subìta o agognata, ha inevitabilmente l’oscuro potere di ottenebrare ogni altro sentimento. Chi sia istinto, necessità o destino, essere o non essere madri condiziona in ogni caso la vita di una donna.

“Il nascondiglio” è un romanzo popolato di donne. Di esse possiede la forza e la determinazione, che trasudano dalle pagine, vergate con la scrittura sicura e incalzante di Jenny Quintana. E non gli mancano né il candore, né la struggente dolcezza di un ricordo da portare chiuso gelosamente nel cuore.

Le due protagoniste si muovono su piani temporali diversi ma nello stesso spazio, quello del palazzo imponente e discreto di Harrington Gardens, a Londra. Marina e Connie e le loro verità, che si rincorrono, si intrecciano e si confondono, per andare a formarne una sola, dolorosa eppure carica di desiderio di accettazione, di perdono e di speranza.

La storia, il destino, non hanno mai una sola faccia, ma tante diverse angolature cui guardare. Ciò che ci immaginiamo, che desideriamo intimamente, ciò in cui crediamo e a cui ci aggrappiamo con tutta la nostra forza, non è mai univoco. Al contrario, è come una scatola magica che, una volta aperta, sprigiona sorpresa e nuove visioni. Marina cerca sua madre e trova l’epilogo tragico e intensamente poetico di una giovane vita spezzata. Connie insegue il suo sogno d’amore e lotterà per attraversare gli ostacoli che la allontanano dalla sua realizzazione.

Eppure, anche dalla morte e dal sogno che si infrange si può trovare la pace, quella sottile e dolce rassegnazione che ci fa scorgere sprazzi intensi di amore anche nella morte. Da un segreto che teniamo nascosto nei recessi di vecchie stanze e negli anfratti della memoria, nasce la conoscenza, la comprensione. Quello che ci riconcilia con il passato e che getta un ponte sul futuro.

In fondo, ognuno di noi è ciò che lo ha prodotto. Le cose che ha visto, le lacrime che ha sopportato, i sogni che lo hanno animato. Ognuno di noi è un pezzo di passato, quello che ha vissuto, e un pezzo di futuro, quello che ha sognato e desiderato. La speranza di viverlo e la certezza di averlo già vissuto, in precedenza.

Il nascondiglio è un romanzo intenso e avvolgente sul legame tra madre e figlio e sull’amore, che guarisce le ferite più nascoste ed intime. Un racconto che coinvolge il lettore e lo trascina dentro le oscillazioni  di un’altalena temporale  che tocca un inizio e una fine, in cui la rinuncia e il sacrificio assumono l’ampiezza più grande e trascendentale che si possa immaginare. Solo la verità può portare quiete. Solo la verità riconcilia due vite spezzate, che tornano a formare una retta, senza fine.


L’autrice

Jenny Quintana è cresciuta nell’Essex e nel Berkshire, dove attualmente vive con la famiglia. Laureata in Letteratura all’Università di Londra, ha insegnato Inglese in Inghilterra, a Siviglia e ad Atene. In Italia è conosciuta con il romanzo La figlia scomparsa, edito da Garzanti.


  • Casa Editrice: Francesco Brioschi Editore
  • Traduzione:; Denise Silvestri
  • Genere: thriller
  • Pagine: 320

INSPIRA, ESPIRA, UCCIDI di Karsten Dusse

Soltanto un uomo che non fa ciò che non vuole fare è veramente libero.

Trama

E se qualcuno applicasse alla lettera i princìpi della mindfulness per liberarsi dei propri problemi, facendoli fuori uno a uno (non solo in senso metaforico)? È quello che succede a Björn, avvocato in carriera dalla clientela molto esigente, quando la moglie lo spedisce a fare un corso di mindfulness minacciando di divorziare e di allontanarlo dalla figlioletta. A meno che non impari a conciliare famiglia e lavoro. Ma non è semplice applicare quei sani princìpi quando il tuo maggiore cliente è un mafioso narcotrafficante, che per sfuggire alla polizia si nasconde nel tuo bagagliaio durante una gita con tua figlia. Per impedire al lavoro di entrare nella sfera privata, Björn ha un’unica scelta: lasciare il “lavoro” nel bagagliaio sotto al sole, con conseguenze letali ma salvifiche. Finché la scomparsa del boss lo obbliga a prendere in mano la gestione dei suoi loschi affari e… sostituirlo!

Inspira, espira, uccidi è la storia di un omicidio deliberato ma non premeditato, un’inaspettata fusione tra una guida di mindfulness e un poliziesco, e soprattutto un originale romanzo di intrattenimento.


Recensione

Conquistare la serenità, conciliare vita privata e i sempre più pressanti impegni di lavoro, gestire lo stress, acquisire la completa padronanza di sé. Chi non vorrebbe raggiungere questo obiettivo e riuscire a dedicare più tempo a se stesso e a chi gli sta accanto?

Certamente non Bjorn, avvocato in attesa di successo, con il sogno di diventare finalmente socio dello studio per il quale lavora e che si trova, invece,  a lavorare con un unico e ingombrante cliente, dal passato poco chiaro e dal presente altrettanto dubbio. Bjorn è schiavo del suo lavoro, che gli porta via tutto il suo tempo, a discapito della moglie Katharina e della figlioletta Emily. Ed è  sempre più coinvolto nei loschi traffici del suo cliente al quale è decisamente complicato dire di no.

Ed ecco che la mindfulness si affaccia nella sua vita. Una filosofia che pretende di risolvere tutti i suoi problemi esistenziali, di affrancarlo dal lavoro e concedergli una visione consapevole e non critica di se stesso e della realtà, riuscendo nel controllo delle proprie emozioni e dei pensieri negativi.

Tutto bene, direte voi. Un problema, una possibile soluzione.

Eh no!, rispondo io. Perché la mindfulness, se presa alla lettera e senza un filtro critico, potrebbe condurre proprio dove ha condotto Bjorn….. in luoghi non esattamente confortevoli….

Il nuovo Bjorn, riveduto e corretto dopo ogni incontro con il suo terapeuta,  risulterà consapevole, scevro dai condizionamenti esterni, positivo, estremamente abile nell’applicare la filosofia del “qui e ora”. Concretamente indirizzato a cogliere la meraviglia della vita, se vissuta con la giusta consapevolezza e con l’obiettivo di viverla pienamente.

Purtroppo, con un imbarazzante  eccesso di zelo,  il nostro consapevole eroe non disdegnerà di colpire chi o cosa gli impedisce di raggiungere il benessere. E qui iniziano i guai!

Definire questa chicca un thriller non renderebbe giustizia al meraviglioso lavoro di Karsten Dusse, che lancia ironia e sottile sarcarmo alle stelle, nel tratteggiare i disastri che si compiono quando prendiamo le cose alla lettera.

Così, per non inquinare la sua isola temporale con la piccola Emily, per evitare accuse e gogne varie, per cogliere a pieno la potenza del presente e la sacralità del vincolo familiare, Bjorn spargerà sangue a destra e a manca, pensando di essere nel giusto nel seguire pedissequamente i consigli del suo terapeuta.

Angoli delle labbra all’insù e piacere di lettura al massimo, nel seguire le vicende di Bjorn, che subisce un tremendo effetto domino nel tentativo di risolvere i problemi che gli si parano davanti, non ultimi quelli con la giustizia.

Un’esperienza di lettura altamente originale, brillante, deliziosamente divertente è ciò che si coglie da questo libro, che l’autore conduce con grande dimestichezza e sicuramente divertendosi egli stesso per le sue esilaranti trovate. Si sorride tanto, in questo romanzo e ci si delizia della genialità del suo autore, che confeziona un manuale di istruzioni per vivere in perfetta armonia con noi stessi e liberi da qualsiasi giudizio.

Istruzioni da filtrare bene prima dell’uso, mi raccomando!

L’autore

Karsten Dusse è un avvocato e autore di format televisivi di grande successo. Inspira, espira, uccidi è il suo romanzo d’esordio, il primo di una serie di thriller che hanno scalato la Top Ten dello Spiegel e non ne sono mai usciti da due anni a questa parte. La storia del cinico eppure ingenuo avvocato Björn Diemel, che diventa un vero e proprio criminale grazie alla mindfulness, ha conquistato milioni di lettori in 13 Paesi e sarà presto un film.


  • Casa Editrice: Giunti Editore
  • Traduzione: Rachele Salerno
  • Pagine: 390

L’ALBERO DELLA NOSTRA VITA di Joyce Maynard

Era quella la parte terribile dell’essere genitori. Più amavi, più avevi da perdere. Come se fosse il tuo cuore quello che il lanciatore stava scagliando verso il piatto di casa, e che si librava a mezz’aria, pronto per essere sfracellato da un colpo di mazza. Dopo aver avuto un figlio non eri mai più al sicuro.

Trama

Eleanor è una donna giovane e indipendente, fa l’illustratrice di libri per bambini e vive da sola in una bellissima casa di campagna nel New Hampshire. Quando conosce Cam, a fine anni Settanta, è subito amore e sesso e famiglia, e in poco tempo nascono Alison, Ursula e Toby. Cam è un bravo padre ma non sa trovarsi un lavoro; e un giorno perde di vista il piccolo Toby, che ha un incidente dalle conseguenze irreparabili. Eleanor non riesce a perdonare il marito, e innalza un muro di rancori che diventa insuperabile quando scopre un tradimento. Così decide di andarsene, lasciando a Cam e ai figli la casa e la normalità in cui hanno sempre vissuto. Il suo silenzio avrà conseguenze sul rapporto con i ragazzi, che entrano in conflitto con lei e lentamente la abbandonano. Ma grazie alla sua tenacia, Eleanor saprà ricostruire se stessa e riavvicinare le persone che ama.

L’albero della nostra vita è la storia di una donna e di una coppia, sullo sfondo di una Storia che si riflette implacabile nella vita di ciascuno: le lotte sociali, l’avvento della tecnologia, la tragedia del Challenger, un filo rosso che lega tutti in un’unica, grande esperienza umana. Con saggezza e compassione, Joyce Maynard ci mostra il potere liberatorio del perdono, l’unica forza al mondo che può rivelarci il significato più puro e creativo dell’amore.

Questo libro è per chi non vede l’ora di partire per un epico viaggio alla ricerca della casa dei sogni, per chi ancora conosce a memoria la coreografia del video di Thriller, per chi da piccolo riponeva ogni speranza negli astronauti che conquistavano lo spazio, e per chi immagina la propria vita come una barchetta di legno in balìa della corrente, che sussulta e sobbalza fino a raggiungere il mare aperto.


Recensione

Apro le pagine e entro prepotentemente nella vita di Eleonor. E di lei conosco tutto. La sua storia, i suoi segreti. Le cose che hanno lasciato un graffio nel suo intimo. I suoi desideri e la realtà delle sue giornate. Il suo progetto di vita e il sisma che distrugge da dentro ciò che si è costruita. L’amore senza argine per i figli, la passione screziata di disappunto verso Cam. I muri di una casa entro i quali scorre la linfa della sua vita. Le pareti, che rimbombano delle risate di tre bambini. La campagna, che non serba angoli nascosti, né rancori, né segreti.

La gioia di vivere una vita piena. I pensieri, che a volte scappano via dalla testa e si rifugiano in fondo al cuore e lì sedimentano. E covano delusione. Ma germogliano nella calda carezza del perdono.

Eleonor rappresenta un pezzetto di ognuno di noi: l’amante appassionata, la donna che si realizza con la sua arte, la madre presente e affascinata dai propri figli, che sono ciò che di più vero e bello possiede. La donna spezzata e la donna rinata. La donna che ama e la donna che si fa da parte. Quella che si allontana e che ritorna, con il perdono tra le mani. Una donna e la vita che dà e toglie. Un fiume che scorre inesorabile, sopra ad ogni sasso, lambendo gli argini e trascinando con sé ogni cosa. Un fiume che cancella i ricordi che fanno male e che restituisce la vita al terreno arido e assetato. Un fiume a cui ogni donna affida i suoi figli, in un viaggio insidioso e pieno di meraviglia, che dovranno affrontare da soli, come gli omini di sughero che Alison, Ursula e Toby affidavano ogni anno alla corrente.

L’albero della nostra vita è un viaggio. Scritto in terza persona da una penna lucida e profonda, che non conosce reticenze e che non utilizza alcun attenuante. Una penna che conosce la dolcezza e le asperità della vita, che tratteggia senza alcuna fatica, senza il timore di dissacrare né di eccedere. Che utilizza le corde profonde del sentire per trasferire al lettore la meraviglia di vivere a pieno la propria storia. Una vita che è la Vita. Quella che ognuno di noi vive ogni giorno. Che è bella, ma anche crudele. Avara e prodiga. Meravigliosa e complicata. Che ci mette alla prova e aspetta la nostra risposta, che apre scenari nuovi e inaspettati, ai quali adattarci e dai quali cercare di estrapolare gioia e pienezza.

Il racconto abbraccia oltre cinquant’anni di vita e si immerge negli avvenimenti che hanno segnato la nostra storia recente. La storia di Eleonor si intreccia alla storia della sua casa, una fattoria che si riempie della vita dei suoi abitanti. Eleonor, che vi giunge per caso, quasi a nascondervisi, per curare le sue ferite. Poi arriva Cam, affascinante e pieno di passione.  E i bambini, a poca distanza l’uno dall’altro. Sono adorabili contenitori di dolcezza e meraviglia. Corpicini caldi, manine appiccicose, favole e giochi da inventare e vita che si riempie fino a traboccare, a lasciarti senza fiato. La felicità fa quasi male e fa paura, perché è perfetta. La famiglia, che Eleonor ha sempre desiderato. Quella che lei non ha mai avuto.

La maternità accoglie Eleonor in un vortice di sentimenti che non lasciano spazio ad altro. La vita è così piena ed estenuante che trascina via con sé ogni altro spazio e qualsiasi altro pensiero. E l’amore per Cam sbiadisce. Il legame si spezza. E Eleonor lascia la fattoria, per non assistere alla capitolazione di un sogno.

E inizia un processo inesorabile di corrosione. I legami si sfilacciano e poi si spezzano. Il rancore si diffonde a macchia d’olio e la solitudine torna ad abitare le giornate di Eleonor.

Ma il fiume continua a scorrere, incurante di tutto. E Eleonor torna a galleggiare. E a nuotare. E a navigare, a favore di corrente. Un omino di sughero caparbio e inaffondabile. E tornerà a casa, a rinsaldare i legami. A costruirne di nuovi. A sostenere chi vacilla. A chiudere il cerchio.

Una vita da vivere e che viviamo, spesso inconsapevoli, di farlo, ogni giorno. Scegliendo, ma anche subendo i capricci del destino. Partiamo con un bagaglio a sorpresa e utilizziamo il suo contenuto come meglio sappiamo. E viaggiamo senza conoscere la meta. Cercando una terra promessa e facendo salire altri passeggeri, che ci accompagneranno. Per un minuto, un anno o per sempre. Il viaggio sarà bello se c’è il sole. Ma arriverà la pioggia e ci bagnerà. E il vento, poi, ci asciugherà. Come Eleonor si è lasciata asciugare dai venti secchi che accarezzavano i muri stinti della fattoria. Come Eleonor che ha costruito e ha demolito. Che è partita e poi è tornata.

“L’albero della nostra vita” è un inno alla Vita. Una canzone stonata che suona una musica che ci piace. La fotografia di ciò che siamo. La meraviglia della vita, che è sorpresa, ebrezza, passione. Delusione, dolore e caduta. E rinascita, respiro, luce.


L’autrice

Joyce Maynard è una scrittrice e sceneggiatrice americana, giornalista per il New York Times, Vogue, O, The Oprah Magazine, e The New York Times Magazine. Ha pubblicato diciassette libri, tra cui At Home in the World, che racconta la sua relazione da giovanissima con J.D. Salinger. Il suo romanzo To Die For è diventato il celebre film Da morire, così come Labor Day, di prossima pubblicazione per NNE, è stato portato sul grande schermo da Jason Reitman.


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Traduzione: Silvia Castoldi
  • Collana: La Stagione
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 494

LA RAGAZZA DI NEVE di Javier Castillo

La prima volta che ho letto la storia di Kiera me la sono immaginata mentre prendeva per mano la mia stessa tigre, sorridente e lusinghiera, che le diceva che sarebbe andato tutto bene. Poi me la sono immaginata che accettava di giocare a tagliarsi i capelli e a cambiarsi i vestiti, come io avevo accettato di camminare nel parco in piena notte, mi sembrava divertente ma ero stordita dall’alcol, come se fossi io la bambina di tre anni che non sa che anche i sorrisi possono avere le zanne. Quel taglio di capelli e quel cambio di vestiti la resero invisibile in una città con otto milioni di abitanti e, ancora oggi, nessuno sa dove si trovi Kiera Templeton,  come io non so dove sia la Miren Triggs di sei anni fa, scomparsa nel momento in cui un’ombra mi trascinò nella sua oscurità.

 

Trama

1998, New York, parata del Giorno del Ringraziamento: Kiera Templeton, tre anni, sparisce. Succede tutto in un attimo: il padre perde la presa calda e leggera della mano di sua figlia e improvvisamente non la vede più, inghiottita dalla folla che si spintona. Inutile chiamarla, chiedere aiuto e disperarsi. Dopo lunghe ricerche, vengono ritrovati solo i suoi vestiti e delle ciocche di capelli.

2003, cinque anni dopo, il giorno del compleanno di Kiera: i suoi genitori ricevono uno strano pacchetto. Dentro c’è una videocassetta che mostra una bambina che sembra proprio essere Kiera, mentre gioca con una casa delle bambole in una stanza dai colori vivaci. Dopo pochissimo lo schermo torna a sgranarsi in un pulviscolo di puntini bianchi e neri, una neve di incertezza, speranza e dolore insieme. Davanti al video c’è anche Miren Triggs, che all’epoca del rapimento era una studentessa di giornalismo e da allora si è dedicata anima e corpo a questo caso. È lei che conduce un’indagine parallela, più profonda e pericolosa, in cui la scomparsa di Kiera si intreccia con la sua storia personale in un enigmatico gioco di specchi che lascia i lettori senza fiato. Un thriller perfetto che ribalta le regole del genere.


Recensione

Non staccherai i tuoi occhi dalle pagine. Non potrai vivere, né dormire senza sapere. Non penserai ad altro. La storia ti prenderà in ostaggio. Il tuo cuore batterà più forte, mentre leggi questa storia di dolore, di mancanza e di voglia di rimediare, di rimettere insieme. Ti immedesimerai nelle vittime. Nello loro paure, nella loro discesa negli inferi dell’oblio. L’oblio che cancella la tua identità, la tua storia, che ti trasforma, ti piega, ti forgia. Ti ruba la vita, l’identità, il futuro. Due vittime. Due storie. Due piaghe e una sola medicina, capace di riparare chi vive, ridandogli una vita.

Kiera Templeton, di tre anni, scomparsa nel nulla durante la parata del giorno del Ringraziamento a New York. Una piccola e ingenua vita cancellata con un solo gesto.

E Miren Triggs, molto più grande. Una studentessa di giornalismo, inghiottita da un demone orribile, la notte in cui è stata aggredita. Che al pari di Kiera è prigioniera del suo stesso bisogno di scoprire la verità. Che vuole fatti, che grida giustizia. Che pretende di ricomporre un presente dopo che è stato completamente annientato. Che vince sui demoni. Che salva la bambina scomparsa e quella che sopravvive dentro di lei, sotto i vetri rotti dalla violenza.

Javier Castillo scrive la storia di una giovane donna che vuole salvare se stessa, che combatte contro un ricordo che brucia nel profondo. Salvare se stessi, salvare gli altri. E’ come salvare il mondo intero, riportarlo ad essere un luogo bello e giusto in cui vivere.

Castillo entra sotto pelle, con una scrittura che è un rasoio affilato. Non lascia scampo, il suo incedere non rallenta mai, anche quando il ritmo della storia si fa insostenibile. Dà una forma e un nome al dolore, senza la decenza di risparmiare al lettore il malessere dell’anima e il sortilegio che lo ipnotizza e lo rende succube.

L’utilizzo di più piani temporali spezza la storia nel momento esatto in cui la tensione è al parossismo.

Il 1998, quando Kiera scompare. E quando Miren coglie l’occasione della sua vita e si lega a Kiera con un cappio che si stringe sempre più. Il 2003, quando giunge la prima videocassetta ai genitori, con una Kiera di otto anni che gioca con una bambola. C’è il 2010, l’anno in cui arriva l’ultima videocassetta, un video fatto di assenza. E poi ci sono i fotogrammi di chi ha fatto suo ciò che non gli spetta. Che cerca di riempire un vuoto ma che finisce per collezionare sangue e distruzione. E il 1997, quando Miren si spezza, come una bambola rotta. Dopo solo buio e sprazzi di luce quando Miren studia per realizzare il sogno di diventare giornalista.

La voce narrante si alterna a quella di Miren, così trasparente da essere una scheggia di vetro.

E tutto intorno il terribile peso dell’assenza, della mancanza, dell’impotenza. Un legame si spezza, un uomo si piega su se stesso, il mondo si colma di ombre, si fa un luogo di disperazione e di dolore.

Javier Castillo scrive un romanzo superlativo. E’ cronaca ed è dramma. E’ introspezione e follia. E’ disperazione, così enorme da indurre un uomo e una donna a prendere una piccola vita in scacco.

E’ consapevolezza  di aver commesso un errore ma non poterlo sanare, in nessun modo. E’ la debolezza della carne, la potenza del desiderio, la schiavitù di un istinto che non può tacere. Ed è la forza muta di una giovane donna ferita nel cuore e nelle carni, che cade e si rialza, che si scuote la polvere dalle ginocchia e continua a camminare verso la luce. La luce che guarisce. La luce che restituisce e che sana la piaga. Una luce accecante che non smette di pulsare. Almeno fino alla prossima eclissi.


L’autrice

JAVIER CASTILLO è cresciuto a Malaga. Ha studiato Economia aziendale e ha conseguito un master in Management presso la ESCP Europe Business School. I suoi romanzi hanno ottenuto un enorme successo editoriale, sono in corso di traduzione in più di 60 Paesi e hanno venduto più di un milione di copie. La serie tratta da questo romanzo è in produzione per Netflix.


  • Casa Editrice: Salani Editore
  • Traduzione: Camilla Falsetti
  • Genere: thriller
  • Pagine: 344