LA RAGAZZINA RAGNO di Letizia Vicidomini


Io me la immagino, seduta in mezzo al letto a gambe incrociate, con i lunghi capelli neri divisi in mezzo e lucidi come un tessuto di seta, muovere le braccia sottili da direttore d’orchestra e dirigere la vita di tutti.
Poi le braccia diventano zampe lunghissime di ragno che ghermiscono ciò che vuole, anche a distanza, con ferocia e determinazione.

Trama

C’è una ragazzina che domina il suo mondo domestico come una sovrana dispotica: ordina e stabilisce regole, impone il proprio volere, allunga le zampe come un ragno al centro di una delicatissima ragnatela. Gestisce qualcosa di troppo grande per lei. E viene uccisa, per questo. C’è un ragazzo muto, che però ascolta e vede quello che accade intorno a lui: a volte troppo, e questo potrebbe costargli molto. C’è una famiglia disgregata, fatta da individui soli, compressi nel proprio piccolo universo di minuscoli piaceri e grette soddisfazioni. C’è una donna che sente forte la necessità di correre in aiuto di chi ha bisogno, che chiama a sé un anziano commissario in pensione affinché insieme possano spiegare una morte iniqua. C’è tanto da capire di una giovane vita spezzata. Più complessa, più adulta, più sporca di quanto dovesse essere alla sua età. Ingiusta. Come la vita sa essere, a volte.


Recensione

C’è tutto il disagio dei nostri giorni in questo godibilissimo thriller. Una lettura che si attorciglia intorno ai nostri pensieri, che giunge a stanarci dalle nostre comode poltrone per rappresentare i dubbi, gli sbagli e le ossessioni dei giovani del nostro tempo. Non è bastato un intreccio perfetto, a Letizia Vicidomini. No, ha voluto di più e l’ha ottenuto incasellando la sua trama millimetrica dentro alle incertezze e agli stordimenti dei nostri figli, sempre più confusi da un presente complicato ed esigente.

“La ragazzina ragno” è un romanzo fatto di giovani. E intorno a loro stanno gli adulti, pronti a difenderli, a giustificarli e a farsi persino tiranneggiare. La contropartita è quasi inconsistente. Una frase, un po’ di considerazione. La ricerca di una confidenza. La speranza in un futuro che sorrida loro, una manciata di deboli opportunità che li allontani dalla cattiva strada e li faccia sentire al sicuro. Cullarsi nell’illusione che essi seguano la strada migliore, quella che gli adulti hanno tracciato per loro, appianando ogni ostacolo, addrizzando curve e levigando il fondo, per non farli cadere. Per rendere il cammino il meno incerto e faticoso possibile. Svendersi per un nonnulla, sempre pronti a perdonare, giustificare, sostenere, qualsiasi costo.

I giovani protagonisti di questo thriller vivono ognuno dentro il loro personale piccolo inferno. Sono emarginati, soli, insicuri. Convinti che la vita non faccia per loro. Si nascondono o sono nascosti. Lottano oppure si arrendono alla loro invisibilità. Spesso con una famiglia inesistente alle spalle, che non li vede. O che li vede in modo distorto.

Hanno ambizioni smodate, che a volte li portano a svendersi per ottenere ciò che vogliono. E scelgono la via più breve, perché sono impazienti, convinti che la vita si debba mordere, senza indugiare.

Hanno dalla loro la forza della gioventù e del sogno, che fa credere loro di essere immortali. Che pur indugiando nell’errore, potranno tirarsene fuori senza fatica, al momento opportuno, per poi tornare in carreggiata.

Ridono degli adulti, che manovrano come pallidi burattini. Hanno mille scuse per giustificarsi e mille motivi per pretendere il perdono.

Maya è una piccola despota e usa l’astuzia e la bellezza per fare soldi facili. Luca è un bulletto che crede di aver trovato la chiave di volta per sfuggire ad un destino già segnato. Rita crede che l’amore la salverà dalle sue scelte sbagliate. Demo cerca di rompere le catene del suo mondo silenzioso ma sa che perderà la sua partita. Gennaro invece l’ha già persa e si nasconde in un mondo immaginario per evadere da una vita che ormai non sa più dargli niente.

Intorno a loro c’è cecità, noncuranza, menefreghismo. Finchè la morte non bussa alla porta. Allora molti si ridestano. Chi piange, chi si dispera. Ma c’è anche chi si rimbocca le maniche e si mette a scavare. Cerca la verità e la trova, in un angolo impensabile, proprio dove nessuno avrebbe creduto.

“La ragazzina ragno” non è solo un thriller. E’ anche un ritratto crudo e impietoso della nostra società, in cui spesso si sceglie di non vedere ciò che crea dolore. In questo libro non c’è un superuomo che prende in mano la situazione e che punisce il colpevole. Ci sono due persone normalissime, un anziano ex poliziotto e una donna in crisi, che decidono di aprire gli occhi e di acuire lo sguardo.

Tassello dopo tassello scopriranno la verità e sarà una verità che taglia, che fa male. Che sbrindella le carni, che sanguina e non si cura con un cerotto, ma con un cambiamento di mentalità. Con un atto di coraggio, che spesso si risolve semplicemente con la volontà di alzare lo sguardo.

Letizia Vicidomini coinvolge e al tempo stesso scuote le nostre coscienze. La sua scrittura è tagliente e mette sapientemente a nudo paure, desideri, dubbi e malesseri di una giovinezza che abbaglia e che confonde. Bella l’ambientazione napoletana, densa di colore e invischiata nelle paludi della criminalità spicciola, che è anche quella più pericolosa e tentacolare.


L’autrice

Letizia Vicidomini è nata a Nocera Inferiore (Salerno) nel 1964 e lavora a Napoli. Speaker radiofonica (RTL 102.5, Kiss Kiss, Radio Marte) e attrice, ha pubblicato La poltrona di seta rossa (2014), Nero. Diario di una ballerina (2015), Notte in bianco (2017), Lei era nessuno (2019), Il segreto di Lazzaro (2021). Ha ottenuto numerosi riconoscimenti ed è stata più volte segnalata nei principali concor¬si letterari di genere, fra cui Giallo Garda e Garfagnana in Giallo.


  • Casa Editrice: Mursia
  • Collana: Giungla Gialla
  • Genere: thriller
  • Pagine: 299

I FIGLI DEL DILUVIO di Lydia Millet


Avevo preso l’abitudine di aggirarmi da sola per la fattoria quando la pioggia diminuiva. Trovavo un posto tranquillo e me ne stavo lì ad ascoltare le gocce che picchiettavano sulle foglie e sul terreno.
Chiudevo gli occhi per capire cos’altro riuscivo a sentire.
Mi allenavo a dimenticare quello che era al di là di me e a notare solo dove mi trovavo. Mi allevavo ad essere fradicia e infreddolita e affamata e a non farci caso.

Trama

Un’estate, un gruppo di famiglie si riunisce in una villa a due passi dall’oceano per trascorrere insieme una lunga vacanza. Per madri e padri significa passare il tempo tra vizi e alcol, in un infinito happy hour; mentre i figli, ragazzi e ragazze dai sette ai diciassette anni, lasciati a loro stessi, creano una comunità e si nascondono l’un l’altro l’identità dei genitori, cercando di non essere collegati in alcun modo a quegli adulti imbarazzanti. Ma l’arrivo di un diluvio devastante sconvolge i loro piani. Il piccolo Jack, ispirato da una Bibbia illustrata, decide di salvare più animali possibile; sua sorella Eve e gli altri ragazzini lo aiutano, raccogliendo viveri nelle case sugli alberi. Ma la tempesta infuria, distrugge la villa e le città, e per salvarsi i ragazzi sono costretti ad abbandonare i genitori, depressi e disorientati, per ritrovarsi da soli in un territorio caotico e irriconoscibile.

Ironico e drammatico, crudo e fiabesco, I figli del diluvio è un romanzo vertiginoso, che parla di una società fragile che corre ciecamente verso il disastro, dove gli adulti hanno perso ogni visione e dove la speranza può esistere solo nella radicale innocenza dei bambini, che si affidano alla Natura trovando nuovi linguaggi, nuovi sguardi, nuove risorse per reinventare il mondo.


Recensione

E’ difficile decidere cosa sia questo romanzo. Una lettura trascinante, distopica, che abbaglia chi legge con una luce subdola e stordente. Una prosa zeppa di allegorie, che lascia spazio alle conclusioni del lettore, libero di leggervi ciò che vuole. Un romanzo-denuncia, ma anche un libro che spinge la mente del lettore al volo, all’immaginazione, verso una interpretazione che giunge tuttavia a sconvolgere la nostra idea di futuro.

L’idea che costruisce Lydia Millet è quella, un po’ “Golding-iana” (alludo al “Signore delle Mosche”- ndr -) di un gruppo di bambini e di adolescenti lasciati a se stessi, che costruiscono in autonomia una loro versione della società, in completa antitesi con quella degli adulti, che disprezzano, per vari motivi.

Così come i ragazzi sono assennati, saggi e giusti, gli adulti sono pigri, distratti, qualunquisti, dediti ai vizi e così disattenti e miopi da lasciare che le esigenze della loro prole da un lato e quelle della Natura dall’altro,  siano completamente disattese.

Intorno a loro c’è una Natura ribelle e vendicativa, che in pochi attimi annichilisce il mondo conosciuto con la sua forza dirompente. Sulla Terra annientata da secoli di sfruttamento da parte dell’uomo, si abbatte una sorta di diluvio universale, che, parafrasando l’analogo evento biblico e replicandone cause e conseguenze, riduce la vita al caos.

Mentre le esistenze diventano precarie, uno dei bambini reinterpreta la Bibbia, dagli eventi della Genesi ai misteri più oscuri e complessi come quello della natura trina di Dio. Del resto, ciò che accade rivela una incredibile analogia con alcuni eventi biblici. Da qui il primo messaggio di questo romanzo, che porta il lettore all’analisi del comportamento spregiudicato dell’Uomo verso i delicati equilibri sui quali si basa la Vita. I ragazzi sono i depositari delle ragioni della Natura. Gli adulti sono gli ottusi delatori dell’ecosistema, incapaci di una visione di lungo respiro e vittime di una infelicità che diventa cosmica, guaribile sono con i suoi surrogati.

La lettura, che si srotola fluida e accattivante in prima persona, si fa interprete dei pensieri di una ragazzina, che racconta gli avvenimenti che porteranno la Terra al collasso e che affascina con la sua indipendenza, la sua chiaroveggenza e l’incredibile interpretazione degli eventi ai quali assiste. Il mondo degli adulti rimane schiacciato dal dilagare della stupidità e dell’incuria con cui guarda al domani, pronto ad abdicare dal ruolo genitoriale e a lasciare che tutto accada senza porre alcuna resistenza. I giovani interpreteranno i nuovi Noè, capaci di salvare gli animali e di riportare l’ordine nel caos profondo di una apocalisse senza precedenti.

Sopra a tutti c’è un Dio spogliato di indulgenza e di perdono, parente di quel Dio impietoso che ci guarda dalle pagine della Bibbia, pronto a punire un Uomo che si mostra debole, miope e egoista.

Il genio della Millet è innegabile e diventa illuminante in questo romanzo, che mescola fantasy, catastrofismo e denuncia. La sua prosa incatena e scuote. Parole come macigni che vogliono provocare e scandalizzare e che riescono appieno in questi intenti. Un romanzo che si imparenta alla favola e che come quest’ultima, propina la sua agghiacciante morale.

Una lettura che pretende di suscitare un’avida attenzione e una profonda riflessione nel lettore, costretto ad ammettere la pochezza dei suoi simili e la sua crudele visione edonistica e distruttiva.


L’autrice

Lydia Millet (Boston, 1968) è una scrit­trice, saggista e attivista americana, che per la sua opera ha ottenuto diversi riconoscimenti, tra cui la Guggenheim Fellowship e l’American Award of Arts and Letters. I suoi libri sono stati finalisti al Premio Pulitzer, all’Arthur C. Clark, al National Book Critics Award e al Los Angeles Book Prize. I figli del diluvio è stato finalista al National Book Award 2020, e selezionato tra i migliori libri dell’anno da Time, Washington Post, NPR, ChicagoTribune, Esquire, BBC.


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Traduzione: Gioua Guerzoni
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 201

EMILIO PUCCI LO STILISTA AVIATORE di Enrico Mannucci


Forse non tutti sanno che:
Abile sciatore, venne arruolato dalla squadra nazionale olimpica italiana e partecipò alle Olimpiadi invernali del 1936
Nel 1938 si arruolò come ufficiale nell’aviazione italiana e partecipò alla Seconda guerra mondiale come aviatore sugli aerosiluranti
Ogni stampa che Pucci ideò portava il nome del designer “Emilio” con una firma scritta a mano, cosa che segnò il debutto del nome di uno stilista come logo

Trama

La vita del marchese Emilio Pucci, il geniale anticipatore, sin dai primi anni Cinquanta, del “made in Italy” al di qua e al di là dell’Atlantico, diventato stilista quasi per caso: nel 1947, durante una vacanza a Zermatt, la fotografa di «Harper’s Bazaar» notò la tenuta sciistica in inusuali colori fluo di una giovane, cara amica di Pucci, ideata e creata proprio da lui. Gli fu dedicato un articolo sulla nota rivista di moda e da quel momento il suo successo fu immediato.

Nella vita di Pucci il lato fatuo, la flànerie, ha convissuto e si è intrecciato con episodi tragici e a volte drammatici.

Il suo legame sentimentale con Edda Ciano accese di pettegolezzi tutti i salotti buoni dell’Italia fascista, quando lei gli si affidò per sottrarre alla Gestapo i diari del marito, Galeazzo Ciano, appena fucilato a Verna, in un susseguirsi di fughe mozzafiato dai servizi segreti alleati e dagli ufficiali tedeschi.

In questo lungo racconto l’autore riesce in modo mirabile a ricostruire le atmosfere e i personaggi dell’epoca che circondano e accompagnano la vita di Pucci e mezzo secolo della nostra storia.


Recensione

Il marchese Emilio Pucci di Barsenio è un personaggio iconico, il primo sarto che rese grande la moda italiana e che portò in tutto il mondo il suo stile, le sue stampe colorate e i suoi tessuti innovativi.

Nato agli albori del novecento, in una Firenze che è poco più di un paese, da nobili origini che saranno per certi versi la sua croce personale, Emilio Pucci è stato un personaggio eclettico, dai molteplici talenti, energico, inquieto, sempre alla ricerca della perfezione, in ogni campo.

Il suo nome inneggia ad uno stile innovativo, che insegue comodità, praticità, rinnovamento, amore per la figura femminile che sa esaltare senza l’ausilio di alcun orpello. Un talento nato per caso, che schiva nel tempo gli ostacoli di un periodo storico complicato, tra due guerre mondiali, l’epoca fascista, la rinascita, il boom economico. Una vita che sembra un romanzo, sempre in bilico tra la ricerca di un suo posto nel mondo e le esigenze spesso crudeli della storia, che lo vede aviatore, soldato stretto tra le spire dei servizi segreti, sciatore professionista e infine stilista, una parola che lui stesso non approva, poiché si definisce semplicemente un sarto.

E sarto, il marchese Pucci, lo diventa per caso. Sulle nevi di Zermatt, si trova a disegnare degli abiti caldi e comodi per sciare, che coniughino senso estetico e praticità. Ed è subito successo. Emilio non si separa più da ago e filo e diventa ciò che tutti noi conosciamo: il fine ideatore di tessuti leggeri, che avvolgono il corpo femminile ed esaltano le sue forme, il designer che mutua i colori esotici per le sue stampe psichedeliche,  che avvolge la donna in morbidi pantaloni e le dona vivacità e coraggio.

Lo stile di Emilio Pucci attraversa l’oceano e consacra Firenze a capitale della moda italiana almeno fino agli anni ottanta, quando Milano, con i sui astri nascenti, gli sottrae lo scettro del design e delle grandi firme.

L’autore, Enrico Mannucci, tesse una tela meravigliosa intorno alla caleidoscopica figura di Emilio Pucci e con la sua storia disegna meravigliosamente anche la storia italiana a partire dagli anni trenta fino agli anni novanta. Precisione, passione, fedeltà storica sono gli ingredienti di questa opera che sembra un romanzo ma che è invece la storia vera di un italiano di grande successo, sensibile al gusto, alla bellezza e fedele servitore del genio italico. Una biografia davvero ben disegnata , che rende giusto omaggio a chi, per primo, ha portato la moda italiana fuori dall’Italia, sfidando le regole che volevano la donna graziosamente infilata in abiti vezzosi quanto scomodi e per certi versi opprimenti.

Dimenticavo. Se amate le biografie non mancate di dare un’occhiata alla collana “biografie” della casa editrice Diarkos. Troverete piacevolissime sorprese tutte da leggere.


L’autore

Enrico Mannucci, nato a Firenze nel 1952, ha lavorato a Paese Sera, La Nazione, Il Tirreno, Panorama, L’Europeo (diretto da Lanfranco Vaccari, la testata cui è più affezionato), Anna, Sette, Il Corriere della Sera. Fra i libri che ha scritto, Grandi marche d’Italia, Casa Savoia, Caccia grossa ai diari del duce, In pace e in guerra, nonché due biografie – questa di Emilio Pucci e quella di Tommaso Besozzi, I giornali non sono scarpe – per la collana ’Storie della storia d’Italia’ diretta da Oreste del Buono.


  • Casa Editrice: Diarkos Editore
  • Genere: biografia
  • Pagine: 348

TEMPI di Edith Bruck


Mia madre
Era povera innocua
Gassata perché ebrea
Diceva di aprire la porta
A chi bussa
Dar qualcosa
A chi tende la mano
E dove c’è da mangiare per due
C’è anche per tre.
I conti del suo cu
ore
Sono da bocciare.

Dalla prefazione di Michela Meschini

Sono diversi i tempi chiamati a raccolta da Edith Bruck in questo libro, che si lascia leggere d’un fiato e che, con altrettanta immediatezza, si imprime indelebile nella memoria dei suoi lettori. C’è il tempo dell’infanzia e il tempo della vecchiaia, che si richiamano a vicenda; il tempo dei riti familiari e il tempo della solitudine; il tempo della memoria e il tempo del dialogo, specie con i morti; il tempo delle domande – a Dio, alla storia, a se stessa – e il tempo sospeso della scrittura, solcato da dubbi e incertezze, eppure capace di legare insieme, come un filo invisibile, le tessere di un’unica, ininterrotta meditazione sull’esistenza e sul destino che abbraccia l’intera vita letteraria dell’autrice. Chi ha familiarità con l’opera in prosa e in versi di Edith Bruck non stenterà a riconoscerne, in queste pagine, la straordinaria continuità di ispirazione e l’inimitabile coerenza di tono e di contenuto: tratti distintivi di una scrittura che non aderisce a un disegno premeditato, non risponde a calcoli letterari, ma nasce dall’urgenza dei sentimenti e dalla necessità di testimoniare. (…) In Tempi, la poesia, precipitato di memoria e di esperienza, si fa testimonianza del presente, un presente minacciato dal virus dell’indifferenza e dell’odio, contro il quale, in assenza di vaccini efficaci, è forse possibile adottare la cura che Edith Bruck, poetessa d’istinto e di pensiero, ci offre in modo persuasivo e naturale in queste pagine.


Recensione

La poesia è ovunque ci sia, nelle parole, il peso di un pensiero che ci rende leggeri. Che ci emoziona nel profondo. Che ci fa provare sentimenti di condivisione. Voglia di consolare. Desiderio di specchiarsi nelle esperienze degli altri.

Edith Bruck la poesia ce l’ha nel sangue. Si avvista in tutti i suoi scritti, che bruciano di verità, quella che fa male ma che lei, forte del suo dolore, riesce a spandere con assoluta naturalezza. Una scrittura cruda, semplice e graffiante, che non cerca la sensazione ma semplicemente appare come cronaca amara di una vita vissuta nel ricordo del suo olocausto e di quello di tutto il popolo ebreo.

In “Tempi” la poetica di Edith Bruck si traduce in una sommatoria di versi asciutti, che girano intorno alle sue esperienze di vita, alla sua famiglia, all’esperienza di essere ebrea, sopravvissuta ai campi di sterminio. Leggerla è difficile. La poesia è più crudele della prosa poiché obbliga chi la legge al dolore dell’immedesimazione e innalza e fomenta nel lettore quella sensibilitùà graffiante chiamata compassione, la particolare inclinazione a soffrire insieme, una mano sulla spalla, l’altra sul viso, a sostenere e ad asciugare una lacrima.

Versi che non ricercano la perfezione stilistica, né che inseguono le regole della metrica classica. Direi, invece, che sono pensieri, buttati giù d’impeto, senza filtri che li debbano abbellire. L’intento infatti non è quello di ricamare sensazioni, ma quello di fissare sulla carta le immagini più forti, più importanti della sua esistenza.

Vi troviamo poesie dedicate al padre, alla madre, alla sua gente e all’amato marito, scomparso e mai dimenticato. Vi troviamo il passato ma anche il futuro, che include il timore dell’imperversare delle nuove forme di odio che si rafforzano sempre di più.

Ricordi e rimpianti. Ma anche immagini dolcissime della sua vita in Ungheria, prima di vivere l’esperienza del ghetto e della deportazione.

Dio, che sta a guardare gli orrori perpetrati dai suoi figli, immobile. La vita, che abbiamo il dovere di vivere fino in fondo, nonostante tutto. La memoria, che non deve affievolirsi mai. Israele, la terra promessa e Auschwitz, il ricordo innominabile. L’ieri, che deve essere ricordato. E l’oggi, denso di futili devianze, che l’autrice stenta a riconoscere e a comprendere.

Una lettura amara e indispensabile. L’inneggiare della memoria, che va coltivata alla stessa stregua di un fiore delicato. Il rimpianto del non detto davanti all’eternità della morte. La consapevolezza che niente potrà cambiare le nature nefaste dell’uomo, nemmeno un miracolo.


L’autrice

Edith Bruck, di origine ungherese, è nata nel 1931 in una povera, numerosa famiglia ebrea. Nel 1944, poco più che bambina, il suo primo viaggio la porta nel ghetto del capoluogo e di lì ad Auschwitz, Dachau, Bergen-Belsen. Sopravvissuta alla deportazione, dopo anni di pellegrinaggio approda definitivamente in Italia, adottandone la lingua. Nel 1959 esce il suo primo libro Chi ti ama così, un’autobiografia che ha per tappe l’infanzia in riva al Tibisco e la Germania dei lager. Nel 1962 pubblica il volume di racconti Andremo in città, da cui il marito Nelo Risi trae l’omonimo film. È autrice di poesia e di romanzi come Le sacre nozze (1969), Lettera alla madre (1988), Nuda proprietà (1993), Quanta stella c’è nel cielo (2009, trasposto nel film di Roberto Faenza Anita B.), e ancora Privato (2010), La donna dal cappotto verde (2012). Presso La nave di Teseo sono usciti La rondine sul termosifone (2017), Ti lascio dormire (2019) e Il pane perduto (2021, candidato al LXXV premio Strega). Nelle sue opere ha reso testimonianza dell’evento nero del XX secolo. Nella sua lunga carriera ha ricevuto diversi premi letterari ed è stata tradotta in svariate lingue. È traduttrice tra gli altri di Attila József e Miklós Radnóti. Ha sceneggiato e diretto tre film e svolto attività teatrale, televisiva e giornalistica.


  • Casa Editrice: La Nave di Teseo
  • Genere: poesia
  • Pagine: 68

SEMBRAVA BELLEZZA di Teresa Ciabatti


Ma poi, e parlo alla nonna: sicure di non essere state noi a provocarli? Sicure che non sfilavamo mezze nude sotto i loro occhi, e dimenticavamo di chiudere a chiave la porta dei bagni. Certe di non sbattere le ciglia, e non inciampare apposta per essere soccorse. Sicure, nonna, che nottetempo non recitavamo paura – un brutto sogno, battito di ciglia – per rifugiarci nei loro letti, con camicie da notte leggerissime, bianche, rosa, sotto cui, in controluce, i nostri corpi semi acerbi ma non del tutto.

Trama

Ad accoglierci tra le pagine di questo romanzo è una donna, una scrittrice, che dopo essersi sentita ai margini per molti anni ha finalmente conosciuto il successo. Vive un tempo ruggente di riscatto, che cerca di tenersi stretto ma ogni giorno le sfugge un po’ di più. Proprio come la figlia, che rifiuta di parlarle e si è trasferita lontano. Combattuta tra risentimento e sgomento per il tempo che si consuma la coglie Federica, la più cara amica del liceo, quando dopo trent’anni torna a cercarla. E riporta nel suo presente anche la sorella maggiore Livia – dea di bellezza sovrannaturale, modello irraggiungibile ai loro occhi di sedicenni sgraziate –, che in seguito a un incidente è rimasta prigioniera nella mente di un’eterna ragazza. Come accadeva da adolescenti, i pensieri tornano a specchiarsi, a respingersi e mescolarsi. La protagonista perlustra il passato alla ricerca di una verità, su se stessa e su Livia, e intanto cerca di riafferrare il bandolo della propria esistenza ammaccata: il lavoro, gli amori. Livia era e resta un mistero insondabile: miracolo di bellezza preservata nell’inconsapevolezza? O fenomeno da baraccone? Avvolti nelle spire di un’affabulazione ammaliante, seguiamo la protagonista in un viaggio che è insieme privato e generazionale, interiore e concreto. E mentre lei aspira a fermare l’attimo per non perdere la gloria, la sorte di Livia è lì a ricordare cosa può succedere se la giovinezza si cristallizza in un presente immobile: una diciottenne nel corpo di una cinquantenne, una farfalla incastrata nell’ambra. “Sembrava bellezza” è un romanzo sull’impietoso trascorrere del tempo, e su come nel ripercorrerlo si possano incontrare il perdono e la tenerezza, prima di tutto verso se stessi. Un romanzo di madri e di figlie, di amiche, in cui l’autrice mette in scena le relazioni, tra donne e non solo. Un romanzo animato da uno sguardo che innesca la miccia del reale e, senza risparmiare nessun veleno, comprende ogni umana debolezza.


Recensione

Un libro sugli errori. Quelli che derivano da omissioni. Quelli atavici, con cui nasciamo e che ci portiamo dietro. Gli errori di valutazione. Gli errori che vengono fuori dai malintesi, dalle insicurezze, dalle nostre credenze.

Ma anche un libro sulle donne. Donne che sono al posto giusto e al momento giusto, che vivono nell’armonia e che spargono farfalle nel cielo e tutto attorno. E donne imperfette. Impaurite, gettate sulla scena sbagliata, che agognano un applauso che non viene. Donne che cercano nei riflessi del corpo l’affermazione del proprio io. E alle quali lo specchio rimanda una immagine indesiderata. Bellezza come felicità. Goffaggine come un buco nero, che risucchia e che cancella.

Teresa Ciabatti non ha bisogno che qualcuno come me declami cosa scrive e come lo scrive. Il suo universo femminile è dolente, per certi versi, ma per altri anche vittorioso, poiché le sue donne trovano comunque un cono di luce anche nell’aberrazione e nella sofferenza.

E’ così per la protagonista, una scrittrice di successo che utilizza la notorietà come rivincita nei confronti dell’adolescente che è stata, bruttina, complessata, sovrappeso. I suoi comportamenti, confesserà, hanno avuto in diversi casi conseguenze terribili senza che abbiano scalfito la sua coscienza, presa com’era a ritenersi danneggiata, dalla vita e dal destino. Chiusa per sempre in una torre di indifferenza. Nessuno che la invitasse. Nessuno che la corteggiassi, che la notasse, che le rivolgesse la parola. Niente feste, niente sesso. Il vuoto. E due tette asimmetriche, che le hanno tolto persino la capacità di godere.

Con lei l’amica di sempre, Federica. Stessa goffaggine, stesso amaro destino. Un’amica prima abbandonata, poi ritrovata, della cui vita sa poco più di niente e che cerca di ricostruire in parallelo alla sua.

E poi c’è lei, Livia. Bellissima, perfetta. Una fata bionda ed eterea, che vive deridendo gli altri, sicura del suo potere. Un fisico asciutto, due gambe chilometriche, l’adorazione negli occhi di chi la guarda. Desiderata e desiderabile.

Ma la vita è effimera e traditrice anche per chi nasce nell’oro. Livia rimarrà imprigionata nei suoi diciassette anni, come una crisalide nel suo bozzolo. A rimuginare nei suoi ricordi confusi e a fare pace con le sue debolezze, che c’erano, anche se non si vedevano da fuori. La bellezza si sgretola. L’ideale di perfezione implode su se stesso.

Chi vince, in questa storia? Tutti, a loro modo. Vince chi decide di fare i conti con la realtà. Chi vorrà guardare nelle profondità dello specchio, attenta a non deformare una immagine che di per sé è già perfetta com’è. Chi accetterà le avversità del destino. Chi ammetterà i propri errori. Chi si crogiolerà dentro ad un sogno che poi si sgonfia e si rivela un bluff. Chi sdrammatizzerà. Chi capirà che ciò che sembrava bellezza era solo una sua cattiva imitazione.

La scrittura di Teresa Ciabatti è un fiume in piena. E’ irruenza, impazienza, quasi un monologo i cui pensieri corrono velocissimi a proporre immagini, assonanze, associazioni di idee. Frasi minime, verità gettate in faccia al lettore, che non ha neanche il tempo di scandalizzarsi, perché si passa ad altro. Altre immagini. Altri ricordi.

E le sue donne sono complicate. Ognuna si porta dentro un dolore, un peso. Una inadeguatezza, un segreto da nascondere agli occhi degli altri, di cui vergognarsi. Quel segreto che si rivelerà fallace ma che nondimeno sarà capace di rovinare loro la vita o di far loro inseguire una falsa pista.

Ma le donne di Teresa Ciabatti se ne accorgono, poi, se hanno imboccato la strada sbagliata. Se ne accorgono e fanno inversione di marcia. Si rimettono in pista, a recuperare terreno. A perdonare e a perdonarsi.

Cosa ho tratto da questa lettura? Una cosa che sapevo già ma che devo ripetermi sempre, come un mantra. L’esperienza colora ogni dolore di una nuova sfumatura. Il tempo cura le ferite, quasi sempre. Una donna sa risorgere, dopo una caduta. E in questo libro, vedrete, di cadute ce ne sono tante.


L’autrice

Teresa Ciabatti è nata a Orbetello nel 1975, vive a Roma. I suoi romanzi sono: Adelmo, Torna da me (Einaudi Stile libero), I giorni felici (Mondadori), Il mio paradiso è deserto (Rizzoli), Tuttissanti (Il Saggiatore). Collabora con “Il Corriere della Sera” e con “la Lettura”.


  • Casa Editrice: Mondadori
  • Genere: narrativa italiana
  • Pagine: 239

SARAH la ragazza di Avetrana – di F. Piccinni e C. Gazzanni


E’ arrivato finalmente il tempo maturo dell’estate, che è esploso insieme al corpo. Ha un profumo speciale: sa dei bikini in cotone che Sarah ha iniziato a indossare, della salsedine che si asciuga sulla pelle e la chiazza tutta di bianco, e quando la assaggi ha un sapore salmastro e piccante. Ecco, forse è proprio quello il sapore dell’estate dei quindici anni.

Trama

26 agosto 2010. In Salento, una giovane scompare. È una ragazza bionda, silenziosa, misteriosa. Si chiama Sarah Scazzi. L’Italia intera rimane sconvolta: cosa può essere successo a una quindicenne dall’aria così innocente?

Molte saranno le ipotesi che si alterneranno durante i quarantadue giorni di ricerca. Ipotesi che sveleranno intimi segreti e rancori taciuti, arrivando a costruire un incredibile reality show dell’orrore e del grottesco in salsa pugliese. Avetrana, il paese dove tutto si svolge, ne sarà l’inaspettato set a cielo aperto.

Le indagini porteranno prima alla confessione dello zio della ragazza, Michele Misseri, e quindi alla condanna all’ergastolo della zia e della cugina di Sarah, Cosima Serrano e Sabrina Misseri, che negli anni hanno continuato a dichiararsi innocenti.

Eppure, come rivelano i due autori, la tragicommedia salentina – divenuta il primo processo mediatico del nostro paese – nonostante confessioni e condanne non può ancora dirsi risolta.

Nel segno di A sangue freddo di Truman Capote e de L’avversario di Emmanuel Carrère, Sarah è un romanzo verità ambizioso e spietato, dallo stile insieme lirico e tagliente, che alla precisa ricostruzione di ciò che è accaduto – e, piuttosto, di ciò che è stato deliberatamente taciuto – unisce una riflessione sul male e sulla sua spettacolarizzazione, sulle conseguenze delle proprie azioni e su quanto siamo disposti a sacrificare per le persone che amiamo.


Recensione

Ripercorrere l’ultima estate di Sarah. Le sue giornate, i suoi sogni, la sua vita stretta in quella terra avara e assolata che è il Salento. Entrare in quella vita, che le va stretta. A lei, che vorrebbe fuggire lontano, oppure restare, accanto a qualcuno che le voglia bene e la abbracci quando serve.

Sarah è soltanto una ragazzina, che vuole assomigliare ad Avril Lavigne, che sogna una vita sensazionale, fatta di emozioni e di amore, che si sente sola, tra i sussulti del suo cuore adolescente e le incertezze di un’età ingrata e piena di contrasti.

Sarah, e un corpo che cambia. Che non le piace, perché filiforme come un giunco, ma che invece suscita in chi lo guarda emozioni contrastanti.

Nel 2010 si vive ancora in bilico tra il passato con i suoi pregiudizi e il futuro, fatto di globalità, dentro ad un mondo che si fa piccolo grazie ad internet e ai social. Eppure, ad Avetrana, pare che il tempo scorra più lentamente. Si vive lottando contro una terra secca e arida, con pochi mezzi e, davanti, un futuro incerto dal quale non ci si aspetta molto.

Non c’è tempo, né spazio per star dietro ai sogni di una ragazzina. Sarah trova conforto solo nella compagnia della cugina Sabrina e della sua famiglia. Sabrina, che ha ventidue anni e fa l’estetista, la introduce nella sua compagnia, dove Sarah assaggia i primi bocconi della vita che la aspetta dietro l’angolo. Il mare, gli amici, la birreria di sera, i primi batticuori. Quella voglia feroce di libertà e di amore che non la abbandona mai. Come i sogni, che sono tanti e diversi e che la fanno fremere di impazienza.

Ma Sarah, con la sua curiosità e la veemenza dei quindici anni, l’incoscienza e l’ingenuità e quel candore camuffato da malizia, infrangere un equilibrio. Fa riaffiorare vecchi rancori oppure, chissà, fomenta invidie o gelosie.

Il resto è storia. Una storia che ha occupato i media per mesi e poi per anni. Un tam tam fuori controllo, in cui la morbosità ha preso campo e non l’ha più abbandonato. Il giallo di Avetrana è diventato nel tempo sempre più misterioso. Un giallo con attori che solleticano la curiosità collettiva. Una saga familiare che ha appassionato e diviso l’Italia, che l’ha fatta inorridire, piangere, sperare. Costruendo congetture, spiando la vita di un clan familiare composito e variegato, dove appaiono donne forti e uomini dai trascorsi non troppo cristallini, piegati e induriti da dinamiche complicate che nel tempo si sono indurite, a tessere crepe in un tessuto delicato, pronte a romperlo.

Sarah paga con la vita la sua curiosità e il suo ardore. Una morte assurda, un sacrificio enorme che ci ha irretiti, spiazzati.

Il libro, sospeso tra romanzo e reportage, scandaglia dentro gli anfratti più nascosti della famiglia Misseri scoprendo gli scenari più intimi. La vita di zio Michele, un uomo abituato a faticare, succube delle donne di casa e delle ombre del suo passato. Cosima e Concetta, divise da dissapori che trovano radici nella loro infanzia. Donne abituate a lottare, che non temono la fatica. Donne aride di sentimenti, che non si lasciano mai andare ad un abbraccio. E poi Sabrina, offuscata da un amore non corrisposto, che le fa fare cose che non dovrebbe fare. Su di loro l’omertà, il pregiudizio, le malelingue, a offuscare uno scenario di per sé oscuro.

Quale sia stata la molla che ha scatenato l’inferno non è ancora chiaro. Oggi, a distanza di oltre 10 anni da quel 26 agosto, ci si domanda ancora cosa sia successo quel primo pomeriggio. Chi abbia materialmente ucciso Sarah Scazzi e perché. Gli autori ricostruiscono in maniera millimetrica gli avvenimenti di quei giorni, le fasi delle indagini e quelle processuali, che hanno portato all’ergastolo di Cosima e di Sabrina. Non mancano di evidenziare i dubbi che ancora avvolgono quelle ore fatidiche quando Sarah trova la morte per soffocamento, attraverso lo studio certosino delle testimonianze e delle prove materiali.

Il quadro che ne esce è irto di dubbi; del resto, muovere le mani su un fondo fangoso non può che rendere tutto ancora più confuso e buio.

Flavia Piccinni e Carmine Gazzanni confezionano un’opera che lascia il lettore senza fiato. Ottimamente costruita, con grande rispetto dei fatti e il delicato riguardo che riservano a Sarah, alla sua vita, ai suoi sogni. Una cura, un’attenzione che commuovono e che inchiodano il lettore alle pagine. Un’opera che induce a pesanti riflessioni sulle scelte che muovono le nostre vite e che in un attimo le modificano per sempre. Un libro che indaga senza filtri sui moventi che inducono a scegliere l’irreparabile e a credere che non ci siano altre strade alternative. Che cerca i motivi che spingono a riparare, a difendere, a proteggere chi ci è caro. Un romanzo dentro al reportage, la prosa incantatrice dentro alla cronaca nera. Un tributo a Sarah, alla sua giovinezza e alla sua piccola e preziosa esistenza, che doveva ancora sbocciare e che sarebbe sbocciata, in un fiore del quale non conosceremo mai il profumo e il colore. E, anche, l’ennesima prova che un attimo basta a reciderne il gambo.


Gli autori

Flavia Piccinni (Taranto, 1986) ha pubblicato tre romanzi e un saggio sulla ’ndrangheta. È coordinatrice editoriale della casa editrice Atlantide, collabora con diversi giornali ed è parte della redazione di Nuovi Argomenti. Autrice per Rai1 e Radio3 Rai, è stata insignita del Premio Marco Rossi per l’impegno civile. Con il libro Bellissime (Fandango Libri, 2017) è stata vincitrice di numerosi premi fra cui il Premio Benedetto Croce; ne è stato tratto un documentario disponibile su Netflix e un audiolibro per Amazon Audible.

Carmine Gazzanni (Isernia,  1989), giornalista, autore televisivo per Rai1 e inviato per Rai2. Le sue inchieste hanno dato origine a numerose interrogazioni e denunce parlamentari. Scrive per molti giornali come La Notizia, Panorama e Left. Ha vinto numerosi premi, fra cui il Premio giornalistico Maurizio Rampino e il Premio giornalistico Pietro Di Donato.

Insieme, i due autori, hanno pubblicato sempre per Fandango, nel 2018, Nella Setta (Premio Mattarella Giornalismo e Premio Giornalismo Investigativo  Europeo), che ha dato adito a due proposte di legge, a svariate interrogazioni parlamentari e a un’inchiesta della Squadra Anti-Sette.

Nel 2020 hanno scritto Sarah. La ragazza di Avetrano, che diventerà una serie fiction per Groenlandia e una serie doc per Sky.


  • Casa Editrice: FandangoLibri
  • Genere: reportage
  • Pagine: 311

STORIA DI UNA SCOMPARSA di F. Piccinni e C. Gazzanni


Interrogatorio dopo interrogatorio, era come se non ci fosse più distinzione tra apparenza e essere; tutto si fondeva secondo un senso arcaico e a tratti misterico. La famiglia, in questo piccolo mondo antico, diventava centrale. Ormai era chiaro come la comunità, costruita su segreti inconfessabili, si fosse erta a custode e prigione della sorte di Mauro

Trama

Salento. 21 giugno 1977. Un bambino di sei anni sta giocando di fronte alla casa dei nonni. Si chiama Mauro Romano, ha capelli biondi e lisci, gli occhi scuri. Ha una cicatrice sull’occhio sinistro, e una bruciatura sulla mano destra. Non si allontana mai di casa, eppure quel pomeriggio d’estate di 44 anni fa scompare. Si perde nel nulla, fagocitato fra la polvere e il mare. Per quarant’anni i genitori di Mauro lo cercano ovunque. Fino a ritrovare, un giorno di primavera, sulla copertina di un giornale di cronaca rosa la fotografia di un uomo abbracciato a una nota showgirl. È un emiro arabo, figlio di uno degli uomini più ricchi e potenti di tutto il pianeta.

Eppure, per i coniugi Romano quell’uomo ha qualcosa di famigliare. E ha anche una cicatrice sull’occhio sinistro, e una bruciatura sulla mano destra… E se fosse lui?

A metà fra l’inchiesta e il romanzo, Storia di una scomparsa è il racconto esclusivo, inedito, rocambolesco e avvincente di una vicenda incredibile e unica: il rapimento più lungo del mondo.


Recensione

La storia delle persone scomparse è scritta in luoghi che non possiamo raggiungere, ma solo immaginare. Sono storie di mancanze, di verità non dette. Misteriose, occulte, segrete e nascoste, riposano nell’anima di chi si è perso.

Perdersi e dimenticare. Oppure perdersi e sparire per sempre. Per chi rimane non c’è solo l’enorme dolore della mancanza, ma anche quello, forse anche più insopportabile e pesante di non sapere.

Quando una persona sparisce si crea un vuoto che non si riesce a colmare. Il dolore, la pena per la sua sorte, l’angoscia di non riuscire a riappropriarsi della vita di prima sono macigni. E il graffio più tagliente, la ferita più profonda è quella di trovarsi davanti ad un muro di gomma, che non fa passare l’urlo di dolore di chi rimane.

“Storia di una scomparsa” è tutto questo. Ricostruito con passione certosina e amore per la verità. Con tutti i mezzi, senza risparmiarsi, Flavia Piccinni e Carmine Gazzanni passano al setaccio 44 anni di alterne vicende, che hanno visto più e più volte accendersi la fiamma della speranza, per poi ritrovarsi nuovamente a brancolare nel buio.

E’ la storia di Mauro, un bimbo di 6 anni, vivace, testardo e intelligente. E’ la storia della sua famiglia, gente che vive del proprio lavoro e che non si è sottratta all’esperienza della migrazione pur di garantire un futuro migliore ai propri figli. Mamma Bianca, papà Natale. Una vita vissuta per la famiglia, senza altra distrazione a riempire le loro giornate.

Ma è anche la storia di una comunità, stretta tra gli artigli di quella omertà “che ti fa campare cent’anni” e l’occhio lungo della Sacra Corona Unita. E nella piccola comunità di  Racale c’è un’altra comunità, quella dei Testimoni di Geova, a cui appartengono anche i genitori del piccolo Mauro. Un ambiente con regole stringenti, spesso al limite del lecito.

La storia di Mauro è una storia tutta italiana, che si insinua in un periodo in cui i rapimenti di minori a scopo di estorsione sono frequenti. All’epoca non esiste un impianto normativo che detti le regole da seguire nei casi di scomparsa. Le tecniche investigative sono arretrate e omissioni o leggerezze da parte degli inquirenti non destano troppo scalpore. Del resto, quando si tratta di povera gente, gente comune che non riscuote l’interesse dell’opinione pubblica,  ci si può aspettare che dopo i primi clamori, il caso sia  dimenticato.

Il caso della scomparsa di Mauro Romano non fa eccezione. Vi saranno ritardi, leggerezze, omertà, silenzio. Anche da parte della famiglia, inizialmente, ci saranno remore e dubbi, dettati dalle regole della loro religione. Se non fosse per mamma Bianca, che lotta ogni giorno per scoprire la verità su suo figlio, probabilmente Mauro sarebbe stato presto dimenticato.

Flavia Piccinni e Carmine Gazzanni confezionano un reportage millimetrico e fedele di ciò che accadde quel giorno di inizio estate del 1977 e di tutto ciò che è venuto dopo quel tragico evento. Hanno ascoltato testimoni, letto dossier, scavato a fondo nel materiale che hanno cercato e trovato, nel rispetto della verità.

Hanno dato voce e speranza a Bianca e scoperchiato vasi scomodi. Dato luce alla forza che nasce dalla disperazione e dal rifiuto di una realtà inaccettabile.

Il risultato è un libro che risucchia il lettore dentro alle sue pagine, vergate con sollecitudine e con grande coraggio. I toni mutuati dal giornalismo e la sensibilità di chi ha fatto della scrittura il proprio mestiere regalano un’esperienza di lettura che non lascia scampo e che dà onore alla cronaca toccando con grande delicatezza e sensibilità le corde dei sentimenti.

“Storia di una scomparsa” è un romanzo dentro alla cronaca. E’ reportage sulla recente storia italiana ed è amore materno e speranza che lenisce le ferite più profonde inferte al nostro Paese.

Leggendo ci imbattiamo anche in altri “scomparsi”, le cui storie hanno falcidiato l’Italia. Sono tanti, spesso mai ritrovati e altre volte morti, di inaudite violenze e coercizioni. Un modo per ricordare chi ci ha abbandonato  senza lasciare traccia.

Del resto la storia degli “scomparsi” ha dei numeri impressionanti. E, sebbene i motivi di una scomparsa siano cambiati nel tempo, rimane, dentro ad eventi simili, un senso di incompiuto che è cosmico.

Dunque, è fondamentale scrivere regole, comportamenti, leggi. Ma è addirittura necessario accendere i riflettori non solo su chi si è perso, ma anche su chi cerca.

L’opera finisce senza chiudersi del tutto. Rimane il silenzio a suggellare la mancanza che niente potrà dissolvere, né dimenticare.


Gli autori

Flavia Piccinni (Taranto, 1986) ha pubblicato tre romanzi e un saggio sulla ’ndrangheta. È coordinatrice editoriale della casa editrice Atlantide, collabora con diversi giornali ed è parte della redazione di Nuovi Argomenti. Autrice per Rai1 e Radio3 Rai, è stata insignita del Premio Marco Rossi per l’impegno civile. Con il libro Bellissime (Fandango Libri, 2017) è stata vincitrice di numerosi premi fra cui il Premio Benedetto Croce; ne è stato tratto un documentario disponibile su Netflix e un audiolibro per Amazon Audible.

Carmine Gazzanni (Isernia,  1989), giornalista, autore televisivo per Rai1 e inviato per Rai2. Le sue inchieste hanno dato origine a numerose interrogazioni e denunce parlamentari. Scrive per molti giornali come La Notizia, Panorama e Left. Ha vinto numerosi premi, fra cui il Premio giornalistico Maurizio Rampino e il Premio giornalistico Pietro Di Donato.

Insieme, i due autori, hanno pubblicato sempre per Fandango, nel 2018, Nella Setta (Premio Mattarella Giornalismo e Premio Giornalismo Investigativo  Europeo), che ha dato adito a due proposte di legge, a svariate interrogazioni parlamentari e a un’inchiesta della Squadra Anti-Sette.

Nel 2020 hanno scritto Sarah. La ragazza di Avetrano, che diventerà una serie fiction per Groenlandia e una serie doc per Sky.


  • Casa Editrice: Fandango Libri
  • Genere: reportage
  • Pagine: 264

DONNA SULLE SCALE di Bernhard Schlink


Non mi lamento degli anni che passano. Ai giovani non invidio il fatto di avere ancora la vita davanti: non vorrei affrontarla un’altra volta. Gli invidio invece il fatto che il passato alle loro spalle è breve, quello si.
Da giovani il nostro passato è gestibile. Possiamo dargli un senso, anche se di volta in volta diverso.
Adesso, guardando indietro, non so dire cosa è stato un peso e cosa un dono, se il successo è valso il prezzo da pagare, cosa si è compiuto nei miei incontri con le donne e cosa invece mi è stato negato.

Trama

A lungo scomparso, Donna sulle scale, un dipinto che ritrae una donna nuda mentre scende con arcana leggerezza dalle scale, quasi fosse sospesa nell’aria, riemerge un giorno all’improvviso all’Art Gallery del teatro dell’Opera di Sidney.

Un evento sorprendente per il mondo dell’arte e sconcertante per l’avvocato che, anni prima, si è ritrovato coinvolto nella lite scoppiata tra il ricco industriale Gundlach, il marito di Irene – la donna del quadro – e il pittore Karl Schwind, l’amante, incaricato dallo stesso Gundlach di ritrarre la moglie.

A sua volta innamorato della sofisticata Irene, a distanza di anni l’avvocato decide di indagare sulla misteriosa sparizione del dipinto, coincisa con la scomparsa della donna stessa. Il passato certo non si può cambiare. Tuttavia, molte cose non tornano nei fatti accaduti. Innanzitutto, perché Irene è scappata anche da lui, l’unico che non desiderava possederla, ma soltanto aiutarla? E, poi, dove è stata nascosta per tutto quel tempo?

In un viaggio che si snoda da Sidney fino alle Montagne Rocciose, la ricerca della donna amata diventa, per il protagonista, l’occasione di una profonda esplorazione del proprio passato e una dolente riflessione sulla sua vita, trascorsa lontana dalle passioni, nell’ossessiva ricerca del decoro e del successo professionale.

Teso e sofisticato come un film di Hitchcock, Donne sulle scale è un viaggio ipnotico nella mente di un uomo, ma anche una storia d’amore che ha la forza compulsiva di un thriller e «una struggente meditazione su ciò che si è perduto e rimpianto» (Library Journal).


Recensione

Un romanzo così intimo da somigliare al memoir di un’esistenza scialba, che è trascorsa senza scossoni, senza rischi, nel conformismo. In quella bolla chiamata abitudine. Imbrigliata in un percorso già segnato, dove il successo professionale è al primo posto, capace di spazzare via ogni desiderio, ogni brivido, qualsiasi passione.

La voce narrante di questo romanzo è un avvocato la cui vita ha avuto un solo sprazzo di luce, quando ha incontrato Irene, una donna volitiva e a suo modo misteriosa, contesa da due uomini. Uno è il marito, l’altro è il pittore che ha dipinto il suo ritratto, su commissione del marito stesso.

Irene è la donna immortalata nel dipinto “Donna sulle scale”. Nuda, vestita solo della sua arrendevolezza e della sua seduzione, scende le scale, lo sguardo basso, la figura ferma, dalla quale emana la volontà di non appartenere a nessuno. Un quadro ipnotico, catalizzatore di morbosità e di ossessioni, che al pari della sua musa,  emana una passione quasi folle e che crea una strana dipendenza. Chi lo abbia visto, non può staccarsene. E desidera averlo ad ogni costo.

Donna e dipinto sono calamite. Sono desideri interscambiabili. Per il marito, che sembra riversare nel dipinto il desiderio di possedere la donna. Per il pittore, che non sopporta di stare lontano dal quadro così come dalla sua musa. E per l’avvocato, che si insinua in questa contesa, suggellando uno scambio “donna contro quadro” e finendo per innamorarsi egli stesso della donna.

Ma Irene non si lascerà imbrigliare. Con la complicità dell’avvocato, Irene lascerà perdere le sue tracce e con lei il quadro che la ritrae. Egli si lascerà usare, confuso dall’ebrezza di poter cambiare vita insieme a lei. Fuggire da tutto e da tutti e ricominciare. Irene è la molla che può dargli la spinta per osare. E’ il pretesto. E’ lo specchio in cui guardare i propri desideri inespressi, di cui ha sempre avuto paura, seppure agognandoli. Irene è la libertà, l’abbandono, l’eros. E’ la placida accettazione di una felicità di cui è madre e figlia.

Irene è tuttavia come il sogno, che sfuma non appena apriamo gli occhi. Con lei ogni velleità sarà cancellata. Senza di lei le sabbie mobili dell’ordinarietà e dell’abitudine torneranno  a risucchiarci.

L’abitudine e l’ordinario diventano uno Studio importante in cui lavorare, una moglie che lo renda padre, una carriera che spesso sovrasterà la vita privata e che sarà il mezzo per giustificare la sua scarsa dedizione ai figli e tutto il suo vivere un’esistenza sotto tono, silenziata, che non si lascia scalfire da niente e da nessuno.

Quando l’avvocato ritroverà Irene è ormai tardi per ridisegnare la sua vita. L’incontro con Irene sarà solo una parentesi in cui il desiderio e la realtà si confondono, dentro ad una dimensione onirica desiderata e sognante.

L’uomo si troverà a giocare con il destino. Si perderà dentro a trame possibili ma mai avverate, le colorerà, ricavandone immagini di ciò che sarebbe potuto essere ma che non è stato. Viaggerà in lungo e in largo, inventando nuove vite e nuovi desideri. Rendendo vivi e veri i sogni che mai ha osato immaginare, né sperare per sé. Costruendo un nuovo sé, lontano dalla gabbia dorata in cui ha scelto di vivere un’esistenza comoda ma senza passione. Nel vano tentativo di allontanare la morte. Nell’amara consapevolezza che anche il sogno appassisce poiché mortale e fugace.

Con una prosa meravigliosamente disegnata, intima e indagatrice, Schlink ci conduce dentro all’animo di un uomo ordinario che non ha saputo cogliere la vita a piene mani, con le sue infinite possibilità.

Scritto in prima persona, intriso di passione e di malinconico rimpianto, “Donna sulle scale” racconta i desideri di un uomo che è rimasto ai margini di una vita banale e deludente, perso dentro al desiderio di una vita diversa.

Un racconto in cui riconoscersi, che diventa, al tempo stesso, giustificazione e remissione dei propri peccati, per tutti quelli che sono rimasti ripiegati su se stessi, vittime di una crudele insicurezza che non ha permesso loro di pretendere la felicità.

L’amore spunta prepotente fra le pagine e non è solo amore carnale. E’ l’amore egoista e affabulatore verso chi poteva salvarci ma non l’ha fatto. Verso l’idea stessa dell’amore. Verso la possibilità di una vita esaltante che non si è realizzata. Verso la gioventù, quando tutto ancora poteva essere ma non si è avuto il coraggio di costruire.

Un romanzo sul rimpianto che intenerisce. E per tutte le vite che non sono sbocciate, per paura o sfiducia.


L’autore

Bernhard Schlink (Bielefeld, 6 luglio 1944) è uno dei maggiori scrittori tedeschi contemporanei. Ha esercitato la professione di giudice presso la Corte Costituzionale della Renania Settentrionale-Vestfalia sino al 2006. Nel 2006 è stato ordinato professore di Filosofia del diritto presso la prestigiosa Humboldt Universität di Berlino. È autore di una raccolta di racconti, Fughe d’amore (Garzanti 2002), e di numerosi romanzi tra i quali I conti del passato (Garzanti 2004), L’inganno di Selb (Garzanti 2005), L’omicidio di Selb (Garzanti 2004), La nostalgia del ritorno (Garzanti 2007), Il fine settimana (Garzanti 2010), Olga (Neri Pozza 2018) e Il lettore (Neri Pozza 2018).


  • Casa Editrice: Neri Pozza
  • Collana: Bloom
  • Traduzione: Susanne kolb
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 207

DOVE LE RAGIONI FINISCONO di Yiyun Li


Dai, ammettiamolo. La morte è uno iato, indipendentemente da quanto esiguo tu ed io possiamo considerare il suo potere di dividerci.

Trama

Una madre e un figlio si parlano in un mondo senza tempo. Lei è una scrittrice, lui è Nikolai, il ragazzo sedicenne che si è tolto la vita pochi mesi prima. Le parole sono l’unica risorsa a cui la madre può attingere così da ridare vita al figlio, e portare avanti con lui le conversazioni toccanti, profonde, intime di quando era al mondo. Il ricordo di una poesia amata si lega a quello di una torta fatta in casa, la memoria di un viaggio dà corpo e colore ai luoghi visitati, i mirtilli sono la chiave d’accesso al bambino che è stato Nikolai. In un dialogo continuo, come un flusso di coscienza, le due voci raccontano una storia d’amore: quello assoluto che pretendono i figli, quello pieno di dubbi e di colpe che scorre nei genitori, e infine quello fatale che li accomuna, l’amore che consuma chi va in cerca del senso ultimo dell’esistenza a costo di privarsene, nel corpo o nello spirito.

Nato dall’esperienza drammatica vissuta dalla scrittrice, Dove le ragioni finiscono non è un romanzo ed è più di un memoir. Come in una tragedia greca,Yiyun Li ci avvicina alla sua storia, e ci consegna pagine così nitide da compiere il miracolo, quello di accompagnarci nell’abisso dell’indicibile per uscirne purificati, liberi, più forti.


Recensione

C’è un luogo senza tempo in cui si realizza l’impossibile. Dove esiste tutto ciò che il raziocinio nega con forza. Un luogo che non è da nessuna parte ma che serve a non precipitare nell’abisso. La tregua dentro al dolore più enorme. Un balsamo così potente da lenire la sofferenza che squarcia le carni.

Questo breve romanzo traccia la strada per arrivare in quel luogo. Senza spazio, senza tempo. Dove c’è un varco, piccolo e lucente, in cui passa un esiguo filo di luce. Una fiammella che tiene vivo il contatto con chi se n’è andato, lasciandoci preda di interrogativi, sensi di colpa e cose incompiute.

Un romanzo come un quaderno, in cui una madre annota, con caparbia precisione e solida perseveranza, il dialogo giornaliero che ha con il figlio sedicenne morto suicida.

Di lei e di lui non sappiamo molto. Lei è una scrittrice. Lui, Nikolai, un adolescente che amava la musica, cucinare e viaggiare.

La madre trattiene il filo che la lega al figlio, in un dialogo che è vita, respiro, ossigeno, ma che un giorno dovrà interrompersi. Un dialogo fitto, continuo, inarrestabile. Un fiume in piena. Solo le due voci, senza alcuna nota di sottofondo. Senza un racconto che tiene unita la trama del discorso, solo qualche cenno alla vita di prima, quando Nikolai era vivo. La voce della madre, che scava, scandaglia, cerca risposte. La voce del figlio, che non ha perso la pretesa di essere al centro dei pensieri della madre. Domande e risposte. Ma la domanda che più attanaglia la madre è inespressa e non ha risposte. La madre dovrà fare ciò che da sempre è abituata a fare. Accettare, comprendere, appoggiare l’impossibile. In un inutile e accanito girare intorno alla morte, con la necessità di capire e di dare un nome al luogo in cui si trova il figlio, per sapere se sta bene e se gli manca vivere.

Si parla, pagina dopo pagina, evitando l’utilizzo degli avverbi di tempo. “Mai”, “sempre”, “mai più” rappresentano qualcosa che perdura senza interrompersi. E l’idea dell’eterno, dell’irripetibile, sono concetti che dilaniano, che non vanno evocati. Come non si fa cenno al perché di quella morte prematura e piena di recriminazione. La madre si censura, sebbene sapere il perché le sia indispensabile.

Le parole sono balsamo, ma anche coltelli affilati, poiché hanno il potere di scoprire abissi in cui sprofondare. Le mani si aggrappano ai bordi, sanguinanti e infaticabili, ma poi scivolano e la morte finisce per intrappolare i pensieri. Si palesa, ride di noi, mortali, attanagliati dai ricordi e dalla inutile volontà di rappresentare tempi e luoghi in cui ritrovare chi non c’è più.

I temi che Yiyun Li affronta sono complessi e di non facile lettura. Difficile immedesimarsi in lei, che ha alle spalle il lutto più enorme e insopportabile che ci sia. Facile, tuttavia, rendersi conto del suo bisogno spasmodico di continuare a parlare con il figlio, che ha rifiutato la vita e l’ha gettata via, davanti agli occhi di chi invece gliel’ha donata. L’autrice cerca un modo per rendere sopportabile il distacco. Cerca un luogo in cui il figlio morto possa nuovamente esistere. E cerca anche di comprendere il perché della sua scelta. Cerca e trova il perdono. Cerca e trova i luoghi che travalicano il concetto di morte fisica e i canali attraverso i quali i vivi parlano con i non vivi.

Un dialogo mentale, metafisico, ultraterreno. Un ponte per perdonare e per comprendere. Un esercizio per lasciare andare, per rimediare, per correggere qualcosa che tuttavia non può ripetersi. Una lettura complessa e impegnativa, in cui si percepisce il bisogno che ha spinto l’autrice a scrivere. Un bisogno egoista, rivolto soprattutto a se stessa invece che al lettore, che mai come in questo romanzo è solo uno spettatore passivo. Una prosa dilaniata e dilaniante che ci avvicina al dolore con l’intenzione di renderlo sopportabile, vivibile. Un dolore che cerca una via d’uscita. Che cerca di non nuocere più, di essere accettato e accettabile. Che giunge a fortificare un animo distrutto per renderlo più forte. Purificato e proiettato verso l’infinito.


L’autrice

Yiyun Li è nata a Pechino nel 1972. Dopo la laurea in Medicina, si è trasferita negli Stati Uniti, dove ha conseguito un Master all’Iowa Writers’ Workshop. Per Einaudi ha pubblicato Mille anni di preghiere (vincitore del PEN/Hemingway Award e del Guardian First Book Award), I girovaghi (vincitore della medaglia d’oro del California Book Award per la narrativa) e Più gentile della solitudine. Il New Yorker l’ha inserita tra i venti migliori scrittori americani. NNE pubblicherà anche Where Reasons End.


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Traduzione: Laura Noulian
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 160

LA STAGIONE DEI RAGNI di Barbara Baraldi


Il tramonto tingeva il cielo sui colli del Pian del Lot di colori sgargianti, mentre Francesco Scalviati guidava la sua Fiat Croma lungo una strada sterrata, ripercorrendo il medesimo itinerario di sabato notte. Quando giunse in corrispondenza della scena del crimine, parcheggiò e continuò a piedi.
La brezza faceva sventolare il nastro di contenimento teso intorno all’area, al centro della quale spiccava l’automobile delle vittime. Tinta dalle luci del tramonto appariva ancora più spettrale, con quello sportello aperto come in attesa di un passeggero che non sarebbe mai arrivato.

Trama

È una notte d’estate del 1988, e a Torino si verifica un evento inspiegabile: il ponte Vittorio Emanuele I è completamente invaso da colonie di ragni, con lunghissime ragnatele sul parapetto che porta al santuario della Grande Madre. Quasi un prodigio, che attirerà decine di curiosi. Intanto il sostituto procuratore Francesco Scalviati si trova dalle parti del Pian del Lot, sulla scena di un crimine: una coppia di fidanzati uccisi in macchina in un luogo solitario. È il terzo, feroce omicidio che sembra imputabile alla stessa mano. Un caso cruciale e insidioso per il magistrato, in un momento particolarmente delicato della sua vita, visto che sta per diventare padre. Tra i presenti sulla scena c’è anche Leda De Almeida, giornalista investigativa con un passato traumatico in Libano, che Scalviati tenta di dissuadere dall’intraprendere un’indagine autonoma che potrebbe rivelarsi pericolosa. Ma a dare una svolta imprevista agli eventi sarà l’arrivo di Isaak Stoner, giovane e arrogante analista dell’FBI, che offre a Scalviati i nuovi potenti strumenti della criminologia, come il profiling e la teoria degli omicidi “seriali”, ancora sconosciuti in Italia. Seppur affascinato da queste idee innovative, Scalviati non riesce a fidarsi completamente del collega americano, convinto che nasconda un segreto. Nel frattempo, si avvicina il giorno del parto per sua moglie: sarà una bambina, ma i due non riescono a deciderne il nome. Proprio allora, il “mostro” colpisce di nuovo… Sulle note dei Simple Minds, dei Duran Duran e dei primi Litfiba, Barbara Baraldi ci trasporta nella città italiana più misteriosa ed esoterica, in una corsa a perdifiato tra le paure e le ossessioni di un’epoca.


Recensione

Il nastro si riavvolge velocemente, in una vorticosa corsa a ritroso e giunge nel momento in cui tutto ha inizio.  Un altro secolo; addirittura un altro millennio. Eppure sono solo una manciata di anni. Anni cruciali. In cui la tecnologia fa passi da gigante e il mondo intero si fa più piccolo. Le mode passano, la musica cambia ritmo e nuove consapevolezze si insinuano nelle persone, sempre più sole e distanti, sebbene l’avvento di internet sembri poterle avvicinare.

Tutto cambia ma tutto rimane com’è. Il male, per esempio. La deviazione, la follia, i desideri cattivi. Ma l’uomo trova altre armi per combatterlo, nuove ispirazioni, nuove tecnologie.

Nel 1988 Aurora Scalviati non ha ancora un nome. Dorme il suo sonno prenatale nei pensieri e nel corpo di Greta, sua madre e prende forma nella mente, un po’ spaventata, del padre, Francesco Scalviati.

Barbara Baraldi ha la brillante intuizione di portare il lettore dove tutto comincia, perché sa che ogni storia ha bisogno di ritrovare le sue origini per compiere al meglio la sua parabola. E, dopo la trilogia incentrata su Aurora Scalviati, brillante profiler dal passato tormentato, torna indietro a parlarci di suo padre.

Un uomo di stato, un magistrato con un forte senso del dovere, che sente la sua missione verso la giustizia come un punto fermo, che non si può aggirare, né perseguire a metà. Un uomo diviso tra l’amore per la famiglia e la fedeltà verso lo Stato, che serve con onestà e dedizione.

La storia che la Baraldi ci propone è ancora una volta molto forte, densa di connotazioni esoteriche e intrisa di mistero. Ed è una storia nella storia, perché, prendendo le mosse da una serie di omicidi efferati quanto apparentemente inspiegabili, ci introduce negli anni in cui prende forma il concetto di serial Killer, insieme alla figura del profiler, colui che disegna la mente criminale di chi uccide, circoscrivendo il perimetro di ricerca del colpevole, seppur facendo a meno della tecnologia che oggi conosciamo. Nel 1988 i computer si sono appena affacciati sulla scena e le loro potenzialità sono pressoché sconosciute. Non c’è internet e la comunicazione è ben lungi dal conoscere le meraviglie del web. La musica si ascolta sui vinili e per parlare a distanza non c’è che il telefono o il fax.

Ciò che ci aspetta è un affascinante viaggio nel tempo, del quale Barbara Baraldi mutua ogni sfumatura e ogni profumo, consapevole della fascinazione che quel periodo opera ancora oggi su tutti noi. Dalla musica, alle abitudini, alle atmosfere. Il ritratto di quegli anni è perfetto e foriero di una inevitabile nostalgia per chi quegli anni li ha vissuti. Con i loro acuti e i loro drammi, tuttora indimenticati e indimenticabili.

La storia che leggiamo è un meccanismo perfettamente concepito. C’è sangue, morte, mistero. E ci sono diversi personaggi carismatici che rendono la narrazione variegata ed interessante, e che tracciano storie parallele a quella principale, che confluiranno a creare un insieme coerente, in cui ogni tassello andrà al proprio posto. Un insieme che coinvolge ed attira e che fa digerire al lettore la mole importante del romanzo, che scorre via senza inciampi verso la soluzione.

Barbara Baraldi del resto ha una penna leggiadra, che sembra disegnare sofisticati arabeschi anche quando annega nel sangue e nel buio. Il risultato è un thriller ad altissima godibilità, in cui l’ambientazione regala gli acuti più sublimi. Una Torino attanagliata dai ragni, che improvvisamente appaiono ad ammantare il Ponte Vittorio Emanuele I come un sudario, nella stessa notte in cui si compie un delitto. I misteri esoterici legati a piazza dello Statuto e al triangolo del mistero. Un assassino che sembra risorgere da un passato lontano nel tempo e nello spazio. Un mostro, come si diceva allora, quando, appunto, la definizione di serial Killer non era ancora entrata nel nostro vocabolario comune e che evoca ben altri personaggi, che imperversarono proprio in quel periodo, seminando morte e sangue innocente. La malavita e i segreti di Leda, ex giornalista di guerra, che si trova a dover far pace con uno scomodo passato. E sopra a tutto questo il Male, che non ha spiegazione e che sembra ammantare ogni cosa.

Con una narrazione serrata e a tratti adrenalinica, Barbara Baraldi ci trascina con forza nel nostro recente passato, nell’attesa spasmodica che l’assassino compia un passo falso e che una nuova speranza venga allo scoperto, insieme alla piccola Aurora, il cui nome inneggia alla luce, quella che squarcia le tenebre e che dona conforto e speranza.


L’autrice

Barbara Baraldi è originaria della Bassa Emiliana, è autrice di thriller, romanzi per ragazzi e sceneggiature di fumetti per la serie «Dylan Dog». Il suo esordio nella letteratura poliziesca avviene sulle pagine de «Il Giallo Mondadori» con La bambola di cristallo. In contemporanea con l’uscita del romanzo in In­ghilterra e negli Stati Uniti, viene scelta dalla BBC per la realizzazione del documentario Italian noir sul giallo italiano.

Per Giunti ha pubblicato con straordinario suc­cesso la trilogia Aurora nel buio (2017), vincitore del Premio Garfagnana in giallo 2017 e del NebbiaGialla 2018, Osservatore oscuro (2018) e L’ultima notte di Aurora (2019). Nel 2021 è uscito il nuovo avvincente thriller La stagione dei ragni.


  • Casa Editrice: Giunti Editore
  • Genere: thriller
  • Pagine: 559