Il giardino dei fiori infelici di Nicola Lucchi



Il giardino dei fiori infelici di Nicola Lucchi: quando il male mette radici

Una fiaba nera di povertà, colpa e vendetta. E una donna, Olga, sulla quale un intero villaggio deposita il peso delle proprie vergogne.

Il male cresce nelle case dove la povertà si tramanda insieme ai cognomi, nei luoghi in cui la reputazione vale più della giustizia, nelle comunità che sanno riconoscere un colpevole assai prima di interrogarsi sulle proprie responsabilità. Germoglia nel silenzio, si nutre dell’indifferenza, mette radici nella miseria. Il giardino dei fiori infelici di Nicola Lucchi, pubblicato da Neo Edizioni e vincitore del Premio Nazionale di Narrativa Neo 2025, ci conduce lì, nel terreno oscuro in cui l’ingiustizia prepara il raccolto della violenza.

Una fiaba nera, che si intinge in un gotico nostrale, che germoglia nei luoghi della nostra infanzia, nella terra di confine, nella porta accanto a quella di casa nostra. Un buio che avvolge luoghi insospettabili, dove l’ignoranza è consuetudine, è normalità, e sembra innocua. Una narrazione ancestrale in cui il bosco custodisce segreti e gli uomini, assai più delle creature fantastiche, sanno essere mostruosi. La scrittura si muove con un passo grave, quasi biblico, e accompagna il lettore dentro una vicenda in cui la colpa attraversa le generazioni, cambia volto, si nasconde dietro le convenzioni sociali e reclama il proprio tributo.

La fiaba conosce da sempre la crudeltà. Nei suoi boschi si abbandonano bambini, nelle case si consumano tradimenti, le figure materne assumono sembianze terribili e gli innocenti pagano il prezzo delle colpe altrui. Sotto la superficie delle storie destinate all’infanzia si nasconde un catalogo di paure adulte: la fame, l’abbandono, la perdita, la violenza, la necessità di sopravvivere. La fiaba permette a Lucchi di interrogare l’origine del male attraverso una prospettiva diversa da quella del semplice racconto criminale. Il male nasce da una scelta individuale, dalla ferocia di un gesto, dalla capacità di ferire deliberatamente. Ma può anche germogliare da una lunga successione di umiliazioni, da una comunità che abbandona i propri membri, da un sistema di valori che protegge i forti e consegna i deboli alla vergogna.

Lucchi costruisce un mondo remoto, una vallata alpina che sembra appartenere a un tempo sospeso, eppure conosce benissimo le geometrie del nostro presente. Perché la miseria, il pregiudizio, la violenza esercitata sui più fragili e la necessità di trovare un capro espiatorio sono vecchi quanto il mondo. E il mondo ha conservato una memoria impeccabile per le proprie crudeltà.

La trama: una confessione nel bosco, una comunità sotto processo

Lucas ha ventidue anni quando torna a casa in manette, scortato dai carabinieri. L’accusa riguarda l’uccisione di alcuni bambini. Il verdetto, nella coscienza della comunità, sembra già pronunciato; resta da comprendere il movente. Il ragazzo accetta di raccontare la propria storia a una sola condizione: poter camminare nel bosco insieme a don Raffaele, il sacerdote che ha lasciato il paese molto tempo prima.

Quella passeggiata diventa una discesa nel passato. Un percorso attraverso la storia di una famiglia e di un’intera comunità, dentro una catena di privazioni, esclusioni e violenze che precede Lucas e ne condiziona l’esistenza.

A raccontare è Olga, sua madre. La donna che il villaggio chiama strega. La donna che vede i morti. La donna sulla quale si sono accumulate le accuse, le superstizioni e le paure di chi ha preferito condannare ciò che sfuggiva alla propria comprensione.

La confessione di Lucas assume così la forma di un processo assai più ampio di quello che attende il ragazzo. A essere interrogati sono i rapporti di potere, le convenzioni morali, la responsabilità degli adulti e il modo in cui una società costruisce le proprie vittime. Una domanda risuana tra le pagine: quale parte del male appartiene a chi lo compie, e quale a chi ha preparato il terreno perché potesse attecchire?

Olga, la strega e il corpo che paga per ogni peccato.

Olga è il cuore oscuro del romanzo. Attorno a lei si addensano superstizione, paura, desiderio di punizione. La sua capacità di vedere i morti la colloca fuori dai confini rassicuranti della comunità: possiede uno sguardo che gli altri rifiutano, abita una soglia che gli altri temono.

Il villaggio la chiama strega e la storia delle streghe insegna quanto sia facile, per una comunità impaurita, trasferire su una figura femminile l’origine delle proprie sciagure. La paura trova un nome, il nome diventa un’accusa, l’accusa prepara la punizione. La donna viene emarginata, esposta al disprezzo, privata della possibilità di abitare il proprio mondo. La sua diversità diventa una colpa pubblica. Il suo corpo, la sua reputazione, la sua stessa esistenza sembrano materia disponibile per la profanazione altrui. La comunità costruisce il mostro e poi si spaventa davanti alla sua immagine.

Olga porta addosso questa contraddizione. È una donna ferita dalla povertà, dall’esclusione e dal giudizio altrui; una madre legata a Lucas da un amore profondo, viscerale, attraversato dalla consapevolezza di una storia familiare che ha generato conseguenze terribili. Il suo sguardo restituisce alla vicenda una complessità che il giudizio pubblico vorrebbe cancellare. Perché una madre può amare il proprio figlio anche quando il mondo lo consegna all’orrore. Può continuare a riconoscere in lui la creatura che ha tenuto fra le braccia, persino quando quella creatura diventa irriconoscibile agli occhi degli altri.

L’amore materno, in questo romanzo, conserva tutta la sua potenza e tutta la sua ambiguità. È una forza che protegge, accompagna, custodisce; può diventare anche il luogo in cui il dolore si avvita su se stesso, alimentando una fedeltà capace di attraversare ogni confine.

La figura della strega ci accompagna da secoli proprio per questo. È il volto che il potere attribuisce alla donna quando desidera disciplinarla, il marchio che le impone quando la sua esistenza disturba l’ordine stabilito. Olga è una strega agli occhi degli altri. Ma Lucchi sembra invitarci a osservare chi ha bisogno di chiamarla così.

I fantasmi non sono mai stati così buoni.

I fanstasmi sono la condanna di Olga ma anche i fedeli custodi di Lucas. Sono un ingrediente necessario, quel prurito che strazia le carni ma che non smette di farci sanguinare. Come ogni cosa sconosciuta, ci attrae verso quella vertigine che ci spaventa ma che acuisce il desiderio di lanciarsi nel vuoto. Un desiderio proibito che ci rende intraprendenti. Che ci fa osare mentre attendiamo la nostra inappellabile condanna. Una dimensione spettrale ma anche profondamente umana. I bambini appartengono al regno degli innocenti: la loro morte spezza questa immagine e lascia un vuoto che nessuna spiegazione riesce a colmare. La loro immagine apre una voragine nella distinzione rassicurante fra vivi e morti, innocenza e colpa, condanna e compassione.

La scrittura di Lucchi: l’infanzia violata, il buio che mette radici

La scrittura di Nicola Lucchi possiede la precisione di una lama e la forza perturbante delle favole. La sua prosa, incisiva e visiva, procede attraverso immagini che restano impresse e suggestioni capaci di sedimentare ben oltre l’ultima pagina. Il paesaggio montano, il bosco, le case povere e i fiori che danno il nome ai capitoli compongono un universo sospeso, dove il quotidiano scivola nell’incubo e l’orrore assume i contorni familiari delle cose viste da sempre.

Lucchi restituisce al lettore l’idea che l’orrore si celi nelle cose più innocue, nelle abitudini che sono ormai sedimentate, negli atteggiamenti che accettiamo senza porci troppe domande ma che sono, ad uno sguardo più profondo, vere voragini che si aprono sotto i piedi. Ogni vessazione, ogni ingiustizia, qualsiasi giudizio dato con leggerezza può essere una miccia pronta ad incendiare un ambiente ormai saturo di malignità e di pregiudizio. Questa è la vera forza di questo romanzo ed è al tempo stesso la minaccia più sottile che l’uomo tende a se stesso e ai suoi simili. Bravo Lucchi ad estrapolare questo messaggio, assai più perturbante e pericoloso di qualsiasi spettro.

Lucchi attraversa l’infanzia, sottraendola a ogni rappresentazione consolatoria. I bambini abitano un territorio vulnerabile, esposto alle colpe degli adulti e a una violenza che precede persino la possibilità di comprenderla. Assorbono la paura, apprendono il disprezzo, decifrano i silenzi. Il mondo insegna loro le proprie regole attraverso l’amore che concede e le umiliazioni che infligge.

Il romanzo

Romanzo Vincitore del “Premio Nazionale di Narrativa” Neo Edizioni – 2025 Ha ventidue anni Lucas quando torna a casa in manette, scortato dai carabinieri. L’accusa è già nota, il verdetto già emesso, ma nessuno conosce ancora il movente. Il ragazzo spiegherà perché ha ucciso quei bambini, a una sola condizione: che gli sia concessa una camminata nel bosco insieme a don Raffaele. Il prete se n’è andato dal paese molto tempo prima, e non immagina perché Lucas voglia parlare proprio con lui, ma è un uomo di Dio e non può rifiutare. Ciò che lo aspetta è più di una confessione. È una via crucis. A raccontarla è Olga, la madre del ragazzo. “La strega del villaggio”, così la chiamano. Nelle parole della donna, la storia della sua famiglia si mescola a quella della comunità in cui vive – ed è una storia di povertà, esclusione e violenza. Ma è anche la storia dell’amore che lega un figlio e sua madre. Di cosa può diventare l’amore se affonda le radici nella solitudine e nel dolore. Il giardino dei fiori infelici è un romanzo sulla colpa, sulle conseguenze del silenzio, sull’orrore che germoglia da altro orrore. Un’opera gotica misteriosa. Il racconto di un mondo in cui la disperazione non risparmia nessuno: perché anche le vittime, in una remota vallata alpina, possono diventare carnefici.


L’autore

Nicola Lucchi lavora come sceneggiatore ed è autore di romanzi e saggi. Tra le sue pubblicazioni per ragazzi la trilogia di Daniel Ghost e la dilogia  I guardiani della memoria, entrambe edite da Gribaudo e Memorie di un boia che amava i fior, Ediz. Illustrata (Bakemono Lab, 2020). Appassionato di storia di Hollywood, scrive di cinema per varie riviste specializzate ed è autore del volume  Il sogno del cinema – La mia vita, un film alla volta, autobiografia del direttore della fotografia Dante Spinotti edita da La Nave di Teseo (2023).


  • Casa Editrice: Neo. Edizioni
  • Pagine: 180
  • Prezzo: E 16,00

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Mia madre è un pesce – Massimiliano Timpano


Mia madre è un pesce: anatomia di una sparizione

La morte aleggia tra le pagine di Mia madre è un pesce di Massimiliano Timpano con leggerezza, con una grazia che sparge stupore e lascia il lettore con un velo di malinconica speranza. Che la vita in fondo non sia condanna, ripetizione. Ma che sia un posto che accoglie, dove poter scegliere. Quel contenitore misterioso in cui possiamo trovare una chiave di lettura, delle istruizioni per attraversarla senza troppa pena. Un paniere colmo di sorprese dove il nero che vi abita possa trovare la sua sfumatura più clemente, più brillante.

Massimiliano Timpano avvicina la morte alla poesia, e la poesia alla morte, in un movimento circolare in cui l’una genera l’altra e dall’altra riceve significato. Le parole diventano un modo per abitare l’assenza, per dare forma a ciò che sfugge alla ragione, per accogliere il mistero dentro la quotidianità. La letteratura compie così il suo gesto più umano: rende accessibile l’indicibile, avvicina ciò che temiamo, trasforma lo smarrimento in una possibilità di comprensione.

Il titolo, che evoca inevitabilmente il piccolo Vardaman di Mentre morivo di William Faulkner, racchiude già questa intuizione folgorante. In questa equazione infantile il dolore trova una lingua tutta sua. La madre si trasforma, varca la barriera della perdita e continua a esistere. Una dimensione che riconcilia e ammorbidisce ciò che appare indicibile.

La poesia, in fondo, ha l’onere di avvicinare l’uomo alla morte facendo sì che sia vista come qualcosa di palpabile, una presenza familiare, parte del paesaggio umano. Qualcosa che possiamo guardare, nominare, perfino comprendere attraverso una metafora.

La compassione di Timpano nasce qui, in questa capacità di accompagnare il lettore verso il dolore con passo lieve, lasciando che l’ironia e la tenerezza facciano il proprio lavoro. La vita conserva le sue stranezze, il suo umorismo involontario, la sua ostinata inclinazione al meraviglioso. E la morte, dentro questo paesaggio, trova finalmente una dimensione abitabile.

Il romanzo arriva oggi, dopo la scomparsa del suo autore, avvenuta nel 2022. Una coincidenza che assume una risonanza ulteriore, poichè le parole arrivano attraverso il tempo, cristallizzate in una condizione immutabile, nate da chi non potrà più modificarle. Da una voce che è rimasta indietro ma che ci guarda da una dimensione privilegiata. Uno sguardo benevolo, colmo di indulgenza per chi resta, confuso dai mille riverberi, dagli specchi deformanti e dalle illusioni del vivere.

Una madre, due superstiti e un viaggio verso il mare

Regina Effe ha appena concluso l’anno scolastico quando affronta con il padre Livio un viaggio verso Campo delle briciole, un luogo carico di memorie, dove dovranno affidare al mare il ricordo della donna che ha cambiato per sempre le loro vite.

La madre di Regina era una creatura anticonvenzionale, una traduttrice brillante, una donna innamorata della letteratura e delle sue figure più tormentate. Studiava poetesse e intellettuali accomunate da destini tragici e morti premature: una costellazione di donne che sembra proiettare la propria luce inquieta sulla sua stessa esistenza.

La sua morte ha tracciato un confine che né Regina, adolescente ribelle in cerca della sua identità, né Livio, schiacciato da un’assenza che appare incolmabile, sanno come percorrere. Tra loro gravita il senso di colpa, il dolore, la rabbia. Macigni che tutti i giorni impediscono loro di vivere la loro condizione con autenticità. I ricordi sono troppo vivi, troppo grandi per consolarli, per donare loro una dimensione in cui la desolazione, il cordoglio, la pena sappiano avvicinarli, ricreando dal caos assoluto un nuovo modo di amare e di vivere. Il lutto possiede una sua geografia, fatta di luoghi da raggiungere, ricordi che affiorano a tradimento e parole che arrivano sempre un momento dopo. Un luogo che entrambi sanno di dover raggiungere prima o poi. Un posto in cui definitivamente si disegneranno nuovi confini, nuove configurazioni. Un nuovo equilibrio che fa solo paura. Che suona la musica dell’abbandono, del dimenticare, del passare oltre e continuare a vivere.

Il viaggio diventa così una piccola odissea familiare. Ci sono il caldo incendiario di giugno, piogge bibliche, contrattempi, incontri improbabili, librai ossessionati dalle liste, locandiere memorabili e personaggi che sembrano sbucati da una favola raccontata da qualcuno con una certa inclinazione al disordine.

La vita, insomma, continua a fare il proprio mestiere: scompigliare i piani, infilare una risata dentro una giornata di lacrime, costringerci a incontrare il grottesco proprio quando avevamo preparato il fazzoletto.

Il lutto e un pesce in tasca

La letteratura pullula di madri morte. Sono assenze monumentali, fantasmi domestici, colpe da espiare, reliquie da custodire. Sono così perfette da sembrare sante o lacunose, subdole, tanto da diventare immediatamente un contenitore di colpe, un generatore di traumi.

Massimiliano Timpano sceglie il chiaro scuro, imbocca una strada oliqua per dipingere la sua fgura di madre. La madre di Regina non è santa e non è perfetta, ma è una presenza vivida, palpabile, anche nella sua assenza. Una madre che continua a vivere attraverso le sue passioni, le sue eccentricità, le parole che ha amato e quelle che ha lasciato in eredità. La sua presenza si deposita nelle cose, nei luoghi, nella memoria di chi l’ha conosciuta. Diventa una corrente sotterranea che trascina padre e figlia verso un passato ancora capace di sorprendere.

E’ qui che accade l’inaspettato, poichè il lutto appartiene alla vita, con tutta la sua scomposta vitalità. Chi resta deve imparare a muoversi dentro un paesaggio trasformato, mentre il mondo continua a produrre coincidenze, incontri, inconvenienti e perfino occasioni di felicità. La morte pretende solennità. La vita, per fortuna, ha pessime maniere e continua a interromperla.

Le regine volanti e il mestiere di restare al mondo

Dentro questo viaggio si muove anche la letteratura, presenza concreta e affettiva, compagna di strada e possibile bussola. I versi di Sylvia Plath e delle altre poetesse amate dalla madre di Regina formano una costellazione di voci femminili, una piccola genealogia di donne che hanno attraversato il dolore affidandolo alla scrittura.

La madre ha dedicato il proprio lavoro a donne dalla vita spezzata, figure la cui opera sopravvive al corpo e continua a interrogare chi legge. Adesso è lei stessa a entrare in quella zona misteriosa dove una persona diventa memoria, racconto, impronta.

La letteratura mostra così la sua più intima funzione: custodisce ciò che il tempo trasforma, riporta in superficie le voci sommerse, costruisce passaggi fra chi se n’è andato e chi cerca ancora un modo per restare. Le poetesse amate dalla madre diventano, per la figlia e per il lettore, presenze da interrogare, compagne di viaggio, presenze che mai prima d’ora sono portatrici di vita, mostrando chiaramente che l’eredità più preziosa di una persona coincide proprio con le domande che continua a suscitare.

Il pesce, Faulkner e quella faccenda complicata chiamata vita

Torniamo a Faulkner. Nella frase infantile, assurda e folgorante di Vardaman la mente cerca un ordine, una logica che la morte ha sconvolto. Timpano raccoglie quella suggestione e la inserisce dentro un romanzo in cui la memoria assume forme imprevedibili e il viaggio diventa una possibilità di ricongiungimento. Il pesce è l’immagine perfetta per raccontare chi abbiamo amato e che continua ad abitare il nostro mondo in una forma diversa. Il pesce, nel titolo, è inoltre un invito ad accogliere l’assurdo, a trattenere l’infanzia, a rendere accettabile il dolore.

Un libro che arriva dopo

L’autore muore e rivive in ciò che ha scritto. La madre di Regina muore e continua a vivere nella memoria di sua figlia. Due assenze che si rispecchiano, due storie che ci parlano della distanza fra il corpo e il ricordo, fra la vita vissuta e quella che riusciamo a raccontare.

Mia madre è un pesce ci lascia con una domanda infantile e vertiginosa: dove vanno a finire le persone che abbiamo amato? Forse diventano acqua, memoria, parole. Forse si nascondono in una frase letta al momento giusto, in un verso che riaffiora dopo anni, in un libro arrivato sulla nostra strada quando il suo autore ha già consegnato al tempo la propria storia. Poi, per un istante, la superficie si increspa. E qualcosa torna a nuotare.

Il grottesco e la poesia, una strana coppia.

La scrittura di Massimiliano Timpano possiede una grazia irriverente. La sua lingua procede per illuminazioni e improvvise accensioni, intrecciando l’assurdo alla tenerezza, l’ironia alla malinconia, con una leggerezza che custodisce una profonda consapevolezza dell’umano. Il quotidiano si apre all’imprevisto, le immagini si caricano di significati obliqui, le parole trovano passaggi segreti fra il visibile e l’invisibile. E proprio quando il racconto sembra concedersi una digressione, Timpano lascia affiorare una verità emotiva, una piccola fenditura attraverso cui la vita rivela tutta la propria struggente eccentricità. La sua è una scrittura che sa sorridere davanti all’abisso e riconoscere, persino nelle pieghe più dolorose dell’esistenza, una scintilla di meraviglia.

Perché leggere Mia madre è un pesce di Massimiliano Timpano

Perché la morte, tra queste pagine, perde la sua veste cerimoniale e torna a sedersi accanto alla vita.

Perché la poesia sa trasformare il dolore in una lingua abitabile, l’assenza in una presenza segreta, la malinconia in uno sguardo colmo di compassione.

Perché Massimiliano Timpano attraversa il territorio fragile del lutto con levità, ironia e un’immaginazione capace di riconoscere il meraviglioso nelle pieghe dell’esistenza.

E poi perché questo romanzo, arrivato ai lettori dopo la scomparsa del suo autore, custodisce una coincidenza che commuove e interroga: mentre la letteratura racconta chi resta e chi parte, le parole di Timpano continuano il loro viaggio, trovando nuovi occhi, nuove vite, nuove risonanze.

Leggetelo per scoprire che anche la morte può avere una voce poetica, che la tenerezza sa convivere con l’assurdo e che certe storie, come certi pesci, conoscono correnti misteriose capaci di attraversare il tempo.


Il romanzo

E’ un caldo giorno di giugno, l’ultimo di scuola prima dell’estate. Regina Effe si lascia alle spalle la classe ormai vuota e s’incammina per incontrare il padre Livio. C’è un breve viaggio che li aspetta. C’è da esaudire un desiderio, consegnare al mare il ricordo della madre di Regina. Il posto scelto è Campo delle briciole, luogo di vacanze circondato da un’aura speciale fin da quando la madre di Regina, da piccola, era sparita per un giorno intero per “andare a stare con i pesci”. Amorevole e anticonvenzionale, traduttrice brillante e piena di vita, nonostante il suo lavoro fosse incentrato sullo studio di poetesse e intellettuali accomunate da una fine tragica e prematura, la madre di Regina ha lasciato un grande vuoto. Livio fa del suo meglio ma Regina è un’adolescente che riesce a volergli bene solo tenendolo a distanza. Forse quel viaggio sarà l’occasione per ritrovarsi e per riuscire ad accostare dolcemente la porta di un passato che ancora li sfinisce. Accompagnati dai versi di Sylvia Plath e delle altre “regine volanti”, padre e figlia giungeranno alla fine del viaggio che avrà le fattezze di un guizzo acquatico e di una risata argentina. O sarà stato solo un sogno?


L’autore

Massimiliano Timpano (Roma, 1979-2022) ha fatto il barista, il magazziniere e per anni il libraio. Ha scritto per “BBC History”. Per Bompiani ha pubblicato: Chiuso per Kindle (insieme con Pier Francesco Leofreddi) e La vita, se altro si dice. Nel 2020 è uscito per Einaudi Ragazzi La brigata mondiale, ispirato alla vita di Ugo Forno. Massimiliano viene a mancare nel febbraio 2022 a causa di un malore improvviso.


  • Casa Editrice: 8otto
  • Prezzo: E 17,00
  • Pagine: 168

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IL SILENZIO DI ATALANTA di Kirsten Sundberg Lunstrum: una storia di libertà e indipendenza


Recensione de Il silenzio di Atalanta di Kirsten Sundberg Lunstrum, edito da NN Editore: un romanzo su libertà, identità, maternità ed emancipazione femminile.

In questo romanzo, opera prima di Kirsten Sundberg Lunstrum, tutto riflette e restituisce luce, un fulgore inatteso che impedisce di lasciar andare, di consumare, dissolvere e azzerare il ricordo dopo la lettura. La materia è scarsa, l’incontro prezioso, irripetibile e, proprio per questo, ancora più unico. Un’amalgama pressoché perfetta, condotta da una prosa rotonda, pervasiva, ispirata. Intima senza essere ossessiva, illuminata da quella rara capacità di penetrare i personaggi senza renderli eccessivi, senza annullare il loro spazio intimo, lasciando al lettore il dolce onore di costruire, immaginare e sognare oltre le pagine, sbirciando dentro vite delle quali si vorrebbe sapere di più, anche quando ne sappiamo a sufficienza.

Una prosa quieta, luminosa, capace di lasciare traccia

Un romanzo che mescola sapientemente il narrato con la storia personale della protagonista, colta trasversalmente in un momento storico in cui la figura della donna è relegata ai ruoli domestici, al di fuori dei quali diventa un errore, un inciampo imbarazzante da occultare. Ne Il silenzio di Atalanta la parabola dell’emancipazione femminile, con i suoi lacci e le sue contraddizioni, è costruita magistralmente. Urla senza alzare la voce, lasciando, proprio per questo, una scia evidente e dolorosa nella quale tutte noi, prima o poi, siamo inciampate: quella del difficile compromesso che quotidianamente paghiamo tra l’amore e l’indipendenza.

Bernadette, una donna fuori posto

La protagonista, Bernadette, lavora come docente in un ambiente assolutamente declinato al maschile, nel mezzo degli anni Cinquanta in America, dopo che la guerra ha distorto tutto, rompendo equilibri e certezze. La guerra, alla quale ha contribuito come infermiera, ha tracciato un solco nella sua vita, spazzando via alcune sicurezze ma indicandole con chiarezza una via: quella dello studio del linguaggio, del suo apprendimento. Dare un ordine dove tutto appare casuale, decodificare quello che sembra a tutti gli effetti un dono, la cui portata è così enorme da apparire neutra. L’apprendimento, che progredisce soltanto quando il corpo è sazio e al sicuro.

L’amore per Fred arriva senza chiedere permesso. Il matrimonio e poi la nascita di Willie sono dolcissime zavorre. La vita accademica si interrompe e il matrimonio finisce. Fred insegue i suoi sogni mentre quei pesi, quelle pietre così affascinanti, trascinano Bernadette verso il fondo di un mare che sembra impenetrabile.

Ma l’urgenza di accompagnare Willie nella scoperta del mondo la riporta in carreggiata. Trova un impiego all’Università e attraversa, come tante donne prima e dopo di lei, quel deserto insidioso che è il senso di colpa, mostro camaleontico che sa come azzannarti la caviglia quando vuole.

Tra Bernadette e Willie c’è un rapporto simbiotico, un legame profondissimo che ha le sue radici nel bisogno di protezione, reso più acuto dal fatto che Bernadette è l’unico punto di riferimento della bambina. L’autrice affronta questo tema con grande profondità, con l’attenzione millimetrica di una madre che osserva la figlia crescere, immaginando i suoi progressi, i suoi traguardi e il momento in cui si staccherà da lei. Un territorio che disegna inquietudine, incertezza e preoccupazione per quel tempo in cui la figlia non dipenderà più da lei e nel quale anche Bernadette dovrà fare i conti con l’assenza.

Elita, Adela e il mistero di Atalanta

La ragazzina selvaggia e le isole di Elita e Adela sono i catalizzatori delle dinamiche che governano la narrazione. La miccia che fa partire il conto alla rovescia. Atalanta rappresenta l’anomalia che espone l’ordine costituito al rischio del ridicolo. Un mistero nel mistero. Chi è? Chi l’ha portata su Elita? Come ha fatto a sopravvivere all’isola selvaggia, agli animali, agli elementi? Elita, indomita come i venti che la spazzano. Solitaria e grigia, con il carcere che la cannibalizza e restituisce l’immagine di un luogo reietto. Adela, isola gemella. Una terra di donne. Come Haven Wright, la levatrice che pratica aborti e favorisce le adozioni clandestine. Come Signe Aalund, amante dei libri e delle piante. Accogliente e misteriosa come l’isola in cui vive. Luoghi che escludono e, al tempo stesso, riparano le cose rotte con indulgenza, attenzione, pazienza. Luoghi in cui nascondersi, ma anche riposare, guarire. Luoghi chiusi, nei quali i segreti germogliano, fermentano, trasformando la realtà.

Atalanta, la libertà allo stato selvaggio

Atalanta incarna un ideale di libertà selvaggio, senza costruzioni né limiti. Quell’indipendenza che Bernadette insegue per sé e per la figlioletta e che sa bene essere qualcosa di inconcepibile per la società in cui vive. L’ordine costituito vuole sopire l’impeto ribelle di Atalanta e usa ogni mezzo per raggiungere lo scopo. Bernadette è sola in una battaglia che nasce già perduta. Sola in una società nella quale lei stessa costituisce un’anomalia. Finché Fred non ricompare nella sua vita, deciso a riprendersi il posto che aveva lasciato, quello spazio vitale, indispensabile e prezioso che Bernadette si è faticosamente ritagliata.

La donna, il matrimonio e il prezzo dell’indipendenza

Tutto il romanzo, la cui storia si snoda attorno al mistero della ragazzina selvaggia, in realtà ruota intorno al ruolo della donna nella società di allora e di oggi.

Bernadette deve lottare ogni giorno per difendere il proprio valore. Guadagna meno del professore maschio che sostituisce, è guardata con sospetto perché considerata sempre fuori luogo, sia nella sfera familiare, che in quella professionale. La ricomparsa di Fred le restituisce immediatamente credibilità e un ruolo preciso e delineato: quello della moglie. Di nuovo inserita nei ranghi che le competono, invitata a parlare di cucina e dell’educazione dei figli, attorniata da donne che hanno accettato di buon grado di rimanere ai margini.

Il personaggio è complesso, completo e drammaticamente rilevante. L’autrice è maestra nel tratteggiarne le debolezze emotive, ma anche l’intima ribellione e la volontà di difendere la propria identità, continuamente travisata e messa in discussione. Nel rendere al lettore la forza necessaria per decidere per sé e per la figlia, per sollevarsi dal fango che le viene gettato addosso e dai pregiudizi che rischiano di schiacciarla, Lunstrum costruisce una donna che attraversa il proprio tempo senza lasciarsene definire completamente.

Due forme di resistenza: Atalanta e Bernadette

E mentre Atalanta lotta per difendersi da chi vuole annientarla e metterla in catene, Bernadette lo fa per proteggere il suo mondo, faticosamente costruito mattone dopo mattone sulle macerie di un passato dilaniato dalla morte precoce dei suoi genitori e dagli aghi della guerra.

Pagina dopo pagina, il mistero di Atalanta si lascia scoprire, con modalità e coerenza degne di un thriller. Bernadette decide per la propria vita, sottraendosi ai gorghi che vorrebbero trascinarla a fondo, dimostrando che è possibile fuggire da un destino segnato, riscrivere la propria storia e rivendicare la propria identità.

Il silenzio di Atalanta: quando il silenzio diventa una forma di libertà

Il silenzio di Atalanta è un contenitore di temi importanti attraversato da una storia davvero coinvolgente, in cui ogni forma di libertà, indipendenza e identità trova il proprio culmine e la propria collocazione. La ragazzina selvaggia che corre tra i boschi, amalgamandosi con essi e con gli animali che li abitano. La donna che vuole emergere in un ambiente fatto e governato da uomini. La madre consapevole, che cresce sua figlia preparandola e preparandosi al distacco che verrà, che non sarà peggiore di quello che prova ogni mattina, quando la lascia ad altri per andare a lavorare.

Kirsten Sundberg Lunstrum ha una penna quieta e tagliente allo stesso tempo. La sua compostezza, il suo rigore, la sua sensibilità rendono il romanzo un luogo dal quale è difficile allontanarsi. I tempi del racconto accendono il ritmo con coerenza e la capacità di sentire la storia sgorga naturalmente tra le pagine. Il tema della discriminazione femminile emerge immediatamente, tanto da essere, per certi versi, il vero protagonista del romanzo, la cui storia sembra essere il pretesto per introdurre un argomento che non ci stancheremo mai di vivisezionare.

La forza di questo romanzo sta nella sua estrema compostezza. Nella rassegnazione con la quale Bernadette affronta il proprio percorso di vita senza tuttavia piegarsi alle istanze che la vogliono debole, invisibile, senza nervo. Tutto questo rappresenta al meglio il cammino delle donne, fatto di scelte silenziose. Un silenzio che pesa più di un grido.


Il romanzo

Seattle, 1951. Bernadette Baston lavora in università come specialista dell’apprendimento del linguaggio, unica donna in un ambiente di soli uomini. Un giorno viene convocata al penitenziario dell’isola di Elita per occuparsi di un caso singolare: nei boschi circostanti è stata ritrovata una ragazzina che non parla. È una creatura selvaggia, il suo passato è un mistero, e viene ribattezzata Atalanta, come l’eroina della mitologia greca. Bernadette ne è subito affascinata: quella ragazzina, capace di sopravvivere da sola in un territorio ostile, incarna la libertà che lei vorrebbe per sé e per la figlia Willie, che sta crescendo senza il marito Fred, uscito dalle loro vite senza spiegazioni. Ostacolata dal personale del carcere, Bernadette si dedica al caso con passione insieme al detective Norquist, ma ogni pista si infrange contro il muro di segreti della comunità dell’isola, finché l’improvviso ritorno del marito minaccia la sua ricerca e la sua indipendenza.


L’autrice

Kirsten Sundberg Lunstrum vive vicino a Seattle e insegna Letteratura e Scrittura creativa. Suoi articoli e racconti sono stati pubblicati su numerose riviste, tra cui McSweeney’s, Ploughshares, North American Review. Il silenzio di Atalanta è il suo primo romanzo, ambientato nel Puget Sound dove ha vissuto a lungo.



  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Pagine: 368
  • Prezzo: E 19,00

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La generazione che non perdona di Stefano Terra



La Storia irrompe nella giovinezza.

I rimbombi delle canne dei fucili, i caffè fumosi di Torino, le parole sussurrate per paura di essere ascoltati, i libri letti come fossero armi, l’odore acre della guerra che ancora non è guerra ma già grava sull’aria come una tempesta estiva. La giovinezza che scalpita, gli ideali che divorano, la verità che chiama e pretende di essere guardata in faccia. Sensazioni che squarciano lo sguardo, che sorprendono per la forza che esprimono, per l’attualità che riverbera da queste pagine, che dal passato interpretano le complessità del nostro presente.

La generazione che non perdona di Stefano Terra racconta un gruppo di giovani mentre l’Europa si affaccia alla guerra. Nel 1939, in una Torino imbruttita dalle case popolari, dalle fabbriche e da interi quartieri di baracche, cinque giovani intellettuali lottano per i loro ideali e decidono di progettare qualcosa che possa risvegliare le coscienze e spingere i cuori assopiti all’azione.

Il loro è il tempo delle convinzioni assolute, delle amicizie come alleanze, delle domande che non possono restare senza una risposta. E’ il tempo che stringe le morse, che acuisce la fame di verità e di giustizia, che rende famelica l’urgenza di assoluto e di vero. Gli anni in cui la Storia irrompe nella vita privata e costringe ciascuno a confrontarsi con la responsabilità delle proprie decisioni.

Stefano Terra: uno scrittore che ha attraversato il Novecento

Stefano Terra apparteneva a quella generazione. Nato a Torino nel 1917 con il nome di Giulio Tavernari, operaio prima ancora che Stefano Terra: uno scrittore che ha attraversato il Novecentoquesto che la sua scrittura sembra sempre diffidare delle verità assolute, preferendo i chiaroscuri degli uomini e delle loro contraddizioni. La storia, per Tavernari, non è materia da raccontarsi a distanza. E’ esperienza vissuta, carne, polvere, confine.

I protagonisti di questo romanzo sono figli di un tempo malato. Sono ragazzi inquieti, proletari e intellettuali, anime spostate che cercano un senso nelle idee, nell’amicizia, nell’amore e nella ribellione. Li unisce un’insofferenza che ha il sapore della giovinezza e della disperazione. La sensazione che il mondo stia andando incontro a una catastrofe e che sia impossibile restare a guardare. La guerra incipiente è un animale paziente. Si insinua nei discorsi, nei silenzi, nelle notizie ascoltate alla radio. È un presentimento che deforma le speranze e costringe a scegliere.

Un romanzo che continua a interrogare il presente.

Eppure, sotto la superficie politica e storica, La generazione che non perdona custodisce qualcosa di ancora più universale. La nostalgia feroce per una stagione della vita in cui tutto sembrava decisivo. Quando si credeva che la verità fosse una linea retta e che bastasse volerla abbastanza per conquistarla. Quando l’amicizia era una patria e il futuro una terra ancora vergine.

C’è una malinconia sottile che attraversa queste pagine. La consapevolezza che nessuna generazione riesca davvero a salvare il mondo e che ogni epoca consegni ai propri figli la stessa eredità fatta di paure, slanci, errori e illusioni. Cambiano le parole, i confini, i nemici. Resta intatto il bisogno di credere che la vita possa essere qualcosa di più della semplice sopravvivenza.

E forse è proprio questo che rende ancora vivo il romanzo di Stefano Terra. Non il suo valore di testimonianza, né la sua collocazione nella storia della letteratura resistenziale. Ma quella struggente fame di autenticità che anima i suoi personaggi e che continua a interrogare anche i figli di questo secolo che, come chi prima di loro, deve decidere se accontentarsi delle verità ereditate oppure rischiare tutto.

Nella prosa viva e scabra di Stefano Terra, lontana dai salotti e vicina alle strade, ai sogni e alle ferite degli uomini comuni, continua a pulsare quella giovinezza irriducibile che non smette di interrogare il mondo. Una scrittura generosa, inquieta, innamorata della vita e delle sue contraddizioni. La scrittura di chi ha conosciuto il peso della Storia sulla propria pelle e ha scelto di trasformarlo in memoria, affinché il tempo non consumasse il senso delle cose.

Forse è proprio questo il dono più prezioso che La generazione che non perdona consegna ai suoi lettori. Ricordarci che ogni epoca possiede la propria soglia di buio e la propria occasione di coraggio. Che ogni generazione eredita domande alle quali nessuno ha saputo rispondere fino in fondo. E che la libertà, la giustizia, la dignità non appartengono mai definitivamente al passato: chiedono di essere riconquistate, custodite, raccontate.

Così questo romanzo attraversa gli anni senza perdere voce. Ogni pagina restituisce il respiro di un tempo lontano e, nello stesso istante, illumina il nostro. Del resto, i libri capaci di attraversare la Storia smettono di raccontare ciò che è stato e iniziano a svelare ciò che siamo.

Perchè leggere o rileggere oggi La generazione che non perdona.

Per concedersi il lusso di una prospettiva.

Per guardare un tempo che sembra lontano ma che parla ancora il linguaggio delle inquietudini di oggi.

Perché ogni epoca attraversa la propria vigilia e ogni generazione cresce nell’illusione di vivere un tempo eccezionale.

Perché l’incertezza è forse l’unica vera eredità che si tramanda.

Questo romanzo ci rammenta che gli ideali non appartengono ad un’epoca. Cambiano volto, parole, persino i nemici contri cui si misurano. Resta identico il bisogno di trovare un senso, di scegliere da quale parte stare, di opporsi all’indifferenza che anestetizza le coscienze.

Perché tornare a questo romanzo significa rallentare, ritrovare il valore del dubbio, della scelta. Perché ogni generazione riceve un mondo incompiuto e lo abita, senza smettere di cercare la verità.

Perché nessuno sceglie il secolo in cui nascere. Ognuno, però, sceglie come attraversarlo.

Riscoprire Stefano Terra, oggi.

Riscoprire Stefano Terra significa interrogarsi sul destino di tanti autori che il canone ha progressivamente relegato ai margini. Scrittori che hanno osservato il Novecento da prospettive insolite, senza trasformarsi in nomi da manuale, e che oggi possono restituirci una complessità di cui sentiamo ancora il bisogno.

Cliquot Edizioni continua, con il suo lavoro di recupero, a ricordarci che la letteratura non è fatta soltanto di novità. Esiste un patrimonio di libri che aspetta semplicemente di essere rimesso in circolazione. Libri che, letti oggi, acquistano significati nuovi perché siamo cambiati noi.

In un presente che consuma le storie con la velocità dello scorrimento di uno schermo, fermarsi davanti a un romanzo che invita a riflettere sugli ideali, sulla responsabilità e sul bisogno di verità assume quasi il valore di un gesto controcorrente.

Non sappiamo se la generazione di Stefano Terra abbia trovato tutte le risposte che cercava. Sappiamo però che ha avuto il coraggio di porsi le domande giuste. Ed è forse questa l’eredità più preziosa che può consegnare ai lettori di oggi.


L’autore

(Torino 1917 – Roma 1986) scrittore italiano. Esule antifascista al Cairo, nel dopoguerra fu redattore del «Politecnico». È autore di poesie ispirate al mondo classico e al paesaggio greco con cui familiarizzò durante il suo lungo soggiorno ad Atene (Quaderno dei trent’anni, 1956; L’avventuriero timido, 1969). Nei numerosi romanzi (La generazione che non perdona, 1942; La fortezza del Kalimegdan, 1956; Alessandra, 1974, premio Campiello; Le porte di ferro, 1979, premio Strega; Un viaggio una vita, 1984) il filo dei ricordi e dell’evocazione di ambienti esotici tende costantemente a irrompere nella narrazione di minuti fatti quotidiani.


  • Casa Editrice: Cliquot Edizioni
  • Pagine 227
  • Prezzo: E 18,00

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Ma la fame.

Quella stessa fame di senso che ci accompagna da sempre e che nessuna epoca, per quanto disincantata, è mai riuscita a mettere a tacere.

IL SISTEMA DEL TATTO di Alejandra Costamagna



Un romanzo sulla memoria, sull’emigrazione italiana in Argentina e sui legami familiari. La recensione de Il sistema del tatto di Alejandra Costamagna, pubblicato da Edicola Edizioni.


Un titolo misterioso che parla di ordine e caos

Una macchina da scrivere, il manuale dell’emigrante italiano all’Argentina, un confine, dei libri, un’enciclopedia che racchiude tutto il sapere del mondo. Radici storte, contaminate dalla disgrazia. L’oceano a dividere. Un prima e un dopo.

Il sistema del tatto è un romanzo dal titolo criptico. Fa riferimento al metodo più accreditato per imparare a utilizzare la macchina da scrivere servendosi di tutte e dieci le dita, senza guardare la tastiera. La quale, nonostante sembri rispondere alle randomiche leggi del caso, è invece strutturata per aiutare il dattilografo nel suo compito. E questo lo sa bene Agustin e prima di lui sua madre Nelida, che a vent’anni è salita su un transatlantico ed è giunta in Argentina, per sposare un lontano cugino. Fuggendo da una disgrazia che poteva guarire solo con la lontananza e l’oblio. Trovandovi disordine, un caos che le si è poi ficcato in testa, confondendola.

Agustin, Ania e le eredità che non abbiamo scelto

Agustin sconta in vita un’eredità tragica, dai contorni indefiniti. Le pareti della sua stanza sempre più incombenti, l’idea della fuga come un chiodo fisso. Gariglio, unico suo amico, che una volta ha baciato sulla bocca, ma solo per provare. I suoi libri dell’orrore, che Agustin passa a Ania, che porta il suo stesso cognome. Una bambina che ogni estate attraversa la cordigliera e giunge a Campana su una Due Cavalli polverosa, carica dei piccoli cadaveri delle farfalle contro il radiatore, quelle che lei non è riuscita a salvare. Un paio di volumi della Gran Enciclopedia del Mundo per passare il tempo nel lungo viaggio che inizia in Cile e finisce in Argentina, dai parenti. La noia che l’attende, nei lunghi pomeriggi ombrosi negli appartamenti di Calle 9 de Julio.

Lei è la piccola straniera. Solo una bambina ma già capace di attirare su di sé la colpa di essere diversa. Solo per Agustin Ania è respiro, una finestra aperta che lascia intravedere il luccichio della libertà.

Il sistema del tatto si snoda attraverso la sensualità e il ruvidore dei ricordi. L’abbaglio che nasce quando il passato diventa improvvisamente carico di significati allora incompresi. Poiché chi siamo è il risultato di quei fatti, della sensazione di non aver colto niente di ciò che andava capito e che se saputo, avrebbe aiutato la nostra vita a prendere una direzione diversa. Ania ha quarant’anni e si sente irrisolta. Senza un lavoro stabile, senza un futuro da scrivere. Quando rimette piede a Campana, alla morte di Agustin, capisce di essere ancorata a quel luogo, che custodisce le eco del passato della sua famiglia, emigranti italiani giunti in Argentina per far fortuna, monchi delle loro propaggini, deboli fili d’erba senza radici esposti al sole impietoso dell’estate australe.

I fantasmi del passato

Gli appartamenti di Calle 9 de Julio sono pieni dei rimbombi del passato. Preda della polvere, serbano segreti e malinconie mai guarite. Sono case senza angoli, rotonde, ottundenti, che sembrano evaporare una nebbia che agita. Sono i fantasmi che alitano, senza smuovere l’aria, che resta ferma e ipnotica.

Il narrato corre sul filo del tempo, avanti e indietro tra l’oggi e un passato da riscrivere. Sono i ricordi e i riverberi dell’autrice stessa, che con questo romanzo addomestica il concetto di biografia per affrancarlo dal racconto e darlo in pasto alla finzione, alla speculazione. Dalla vita, dal narrato familiare, dai ricordi, Costamagna costruisce un mosaico e lo consegna al mondo, dandogli una spinta energica, costruendoci intorno un vissuto fatto di sprazzi di vita, di ciò che non abbiamo nominato, e mai cercato di incasellare, lasciandolo ai margini, a fermentare, a sedimentare. E’ il romanzo di ciò che siamo. Uno specchietto retrovisore che ci riporta indietro, che strazia la necessità di appartenere a qualcuno o a qualcosa, e che cerca di salvarci dalle sabbie mobili dell’anonimato.

Un romanzo sull’appartenenza

E nella contrapposizione tra la teoria e la pratica, che è teoria guastata dalla mano maldestra dell’uomo, la vita in tutte le sue sfumature si prende la sua rivincita. Raccoglie il groviglio di voci, di silenzi, di vecchie battute, di follie da guarire, di sogni e di prigioni da cui evadere, di baci da dare, di pagine da leggere e di tutte le fughe, i tagli e gli strappi, e ne fa un solo tracciato, una sola guida. Una luce che emerge dal chiaroscuro di ciò che è rimasto innominato e innominabile.

E forse è proprio qui che Alejandra Costamagna trova la sua verità più profonda. Nel comprendere che la vita non procede secondo il sistema ordinato di una tastiera, né obbedisce alle istruzioni contenute in un manuale. Si inceppa, devia, dimentica. Conserva frammenti e ne disperde altri, lasciandoci addosso l’impressione di aver mancato qualcosa di essenziale e, insieme, la speranza di poterlo ritrovare.

Con una scrittura densa eppure leggera, capace di farsi ruvida, malinconica senza mai indulgere nel sentimentalismo, Costamagna raccoglie i resti di un’esistenza e li ricompone in un disegno che restituisce dignità a ciò che è rimasto ai margini. Ai silenzi, alle assenze, alle vite storte e alle parole mai pronunciate.

Il sistema del tatto parla dunque una lingua universale, soffermandosi sulla ostinata necessità di riconoscerci in una storia, di trovare un posto a cui appartenere e di salvare dall’oblio ciò che abbiamo amato. Anche quando non siamo stati capaci di comprenderlo in tempo.


Il romanzo

Ania ha quarant’anni e vive una vita insonne e sospesa. Il giorno in cui suo padre le chiede di attraversare le Ande per lei inizia un viaggio nel tempo, che è fuga dal presente ma soprattutto esplorazione dei territori incerti della memoria. Nella casa dei nonni, dove da bambina ha trascorso le estati, Ania pensa di trovare un po’ di pace, forse qualche frammento di quelle radici che sente di aver perso. Ma ci sarà giusto il tempo di aprire una vecchia scatola di ricordi e poi Ania tornerà ad essere la chilenita, la piccola cilena, l’eterna straniera, costretta un’altra volta a partire, per rincorrere quel desiderio di appartenenza che continua a sfuggirle.


L’autrice

 Alejandra Costamagna (Santiago del Cile, 1970) ha pubblicato romanzi, raccolte di racconti e un libro di cronache e saggi. È considerata una delle più importanti scrittrici latinoamericane della letteratura contemporanea. Ha collaborato con le riviste Gatopardo, Letras Libres e El Malpensante. Nel 2003 ha ottenuto una borsa di studio dell’International Writing Program dell’University of Iowa. Nel 2008 in Germania ha vinto il Premio letterario Anna Seghers. Con la traduzione di Maria Nicola, Edicola ha pubblicato le raccolte di racconti C’era una volta un passero (2016) e Impossibile lasciare la Terra (2025). La nuova edizione del suo romanzo Il sistema del tatto, finalista al prestigioso Premio Herralde de Novela (Editorial Anagrama) e vincitore in Cile del Premio del Círculo de Críticos de Arte, è arricchita dalla prefazione di Nadia Terranova.


  • Casa Editrice: Edicola Edizioni
  • Traduzione: Maria Nicola
  • Pagine: 164
  • Prezzo: E 17

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LA PARETE di Marlene Haushofer



Una donna sola alla fine del mondo

Una donna si ritrova isolata dal resto del mondo per mezzo di una parete che si palesa durante la notte e che la rinchiude in un angolo del mondo, dove la presenza umana è nulla e il resto del mondo è venuto meno, sterminato da una forza sconosciuta e apparentemente incomprensibile.

Questo, in breve, il succo del romanzo La parete, un capolavoro della letteratura distopica ed esistenzialista del Novecento. Un’opera sorprendente e visionaria uscita nel 1963, che precorre tempi e luoghi e che si sviluppa come un lungo diario-resoconto scritto in prima persona da una protagonista senza nome, sopravvissuta a un cataclisma misterioso che ha isolato una porzione di foresta alpina dal resto del mondo.

In quella che si presenta come una cronaca della sopravvivenza in un ambiente avverso, in lotta con gli elementi, con la scarsità delle risorse, con la solitudine ottundente e con gli animali come unici interlocutori, Haushofer inserisce diversi elementi che fanno da sponda perfetta per una riflessione sui tempi in cui ella vive, dove l’isolamento sociale, la difficoltà di scambio tra essere umani, le catene sociali che incombono sulla figura femminile sono sempre più evidenti, e spingono per uscire allo scoperto. Un palesarsi che appare necessario all’autrice, la cui voce mutua la forza di una narrazione scarna ed essenziale, per espandere le istanze di una società sempre più ripiegata su se stessa, dove la donna è relegata dentro le spire di un ruolo che la imprigiona, ne annulla l’identità e la declassa a figura satellite dell’uomo.

Marlen Haushofer e la condizione femminile

Questa condizione opprime anche l’autrice in prima persona. Marlene Haushofer scrive al tavolo della sua cucina quando tutti dormono, divorzia dal marito ma continua ad abitare con lui, per amore dei figli. Lavora a casa e aiuta il marito nella sua professione. Solo dopo aver vinto il Premio Schnitzler per l’opera di cui parliamo, La parete, affermerà che almeno adesso, alla luce di quel successo, sarà presa sul serio e potrà lavorare in pace. Oltre al tema del femminile, Haushofer tratta spesso l’isolamento e la solitudine: per sfuggire a un mondo ostile, i suoi personaggi scelgono o subiscono un progressivo distacco, rifugiandosi in stanze chiuse, nel silenzio o in una natura selvaggia e isolata. Nei suoi libri, la natura è al tempo stesso meravigliosa e spietata. Diventa una dimensione di sopravvivenza ma anche un rifugio salvifico rispetto alla crudeltà e all’indifferenza del genere umano. I suoi romanzi sono permeati da un profondo rifiuto della violenza, sia quella fisica della guerra sia quella psicologica che si consuma nelle relazioni familiari e quotidiane. Gli animali sono spesso gli unici esseri capaci di offrire un amore autentico e non giudicante. La loro compagnia viene costantemente preferita alla falsità dei rapporti umani.

La parete come metafora dell’isolamento umano

Ne La parete tutte le istanze appena elencate sono presenti. La parete trasparente, impenetrabile e letale è la metafora perfetta dell’isolamento umano. E’ la barriera invisibile che separa ogni individuo dagli altri, un limite che esisteva già nella vita precedente della protagonista (all’interno di un matrimonio freddo e di convenzioni sociali soffocanti). Diventando concreta, la parete costringe la donna a compiere un viaggio interiore: non potendo più scappare verso l’esterno o cercare distrazioni nella società, deve guardare dentro il proprio abisso, trovando un nuovo senso d’identità che non dipenda dallo sguardo o dal giudizio altrui. L’essere umano si scopre improvvisamente gettato in una condizione che non può comprendere né controllare. L’isolamento scatena nella protagonista il bisogno e la necessità di misurarsi con gli elementi naturali, spesso avversi ma anche forieri di pace e di libertà dal giogo delle convenzioni. La solitudine annienta ma dona profondità, consapevolezza alla donna che può scoprire le sue risorse, il suo istinto di sopravvivenza. Quella forza che pensava di non possedere in quanto donna.

Prima della parete, la protagonista era una donna borghese di mezza età, definita unicamente dai ruoli sociali imposti (moglie, madre, vedova). La catastrofe, pur distruggendo il mondo, la libera dalle catene della società patriarcale e capitalista. La protagonista progressivamente perde le forme fisiche tipiche della femminilità. Si fa legnosa, magra, infertile. Non ha più bisogno di essere bella, ben vestita. I suoi capelli crescono liberi e le sue sopracciglia tornano ad essere folte e indomite. Per gli animali che dividono la vita con lei in una comunione perfetta non ha alcuna importanza l’abbigliamento che utilizza, né la sua pelle abbronzata e coriacea. Per loro conta la sola presenza, fatta di odori, vibrazioni, correnti elettriche che attraversano i loro corpi, sempre più avvinti alle istanze dell’istinto e al naturale avvicendarsi delle stagioni. Nella foresta, i concetti di status, denaro e convenzioni sociali perdono valore. La sopravvivenza richiede doti pratiche e una totale fusione con i ritmi naturali.

Animali, natura e comunità interspecifica

La vera ancora di salvezza della protagonista è la sua comunità interspecifica: il cane Lince, la mucca Bella, la gatta e i loro cuccioli. La donna smette di considerare gli animali come strumenti. Diventano compagni d’esistenza, dotati di una dignità e di una sensibilità proprie. La responsabilità di dover nutrire e proteggere queste creature le impedisce di cedere al suicidio o alla follia. Il rapporto con gli animali è reciproco, paritetico, totale e puro.

Nella complessità dei temi e nel lavorio necessario a comprendere e ad interpretare il messaggio dell’opera, la parete appare al tempo stesso prigione e protezione dalla violenza e dall’aleatorietà del mondo esterno. Se nella prima parte del romanzo prevale la sensazione di claustrofobia e di impotenza derivante dall’essere confinata in uno spazio ristretto, successivamente si fa spazio nel lettore la sensazione che la parete sia una barriera che protegge la donna e gli animali da un mondo violento e indesiderabile. L’uomo, che si presume ormai estinto, si mostra come l’incarnazione di ogni male, il latore di ogni distorsione e di ogni infelicità. E il finale, inaspettato e crudo, ne è l’esatta dimostrazione. La donna, ormai allontanatasi definitivamente dalla sua immagine di vittima, diventa l’unica custode di un ordine naturale. Regina del suo lembo di terra dove vive in armonia con la natura, lontana dagli schemi e dalle sollecitazioni di una società evidentemente malata e giunta quindi al collasso.

La materialità della scrittura e la scarsità delle risorse

Ne La parete diventa subito chiaro il potere che viene assegnato alla scrittura. Per la protagonista scrivere è una necessità per rimanere ancorata al presente e per elaborare tempo per tempo la sua condizione. La protagonista scrive sui retro dei fogli di vecchi calendari e su registri commerciali abbandonati. La fine della carta coinciderà inevitabilmente con la fine del racconto e, simbolicamente, con il silenzio definitivo. La protagonista scrive nella quasi assoluta certezza che nessuno leggerà mai le sue parole. Questo cancella ogni filtro e restituisce al lettore la responsabilità di abbinare emozioni ai fatti, circostanza che quasi mai traspare dalle righe. La scrittura è un monologo, un dialogo con l’unico testimone rimasto: se stessa. Per questo motivo la lettura risulta risucchiante, ipnotica. L’enorme portata dell’accaduto rende il narrato quasi formativo, didattico. Le lettura incede su due piani. Uno immediato, che risponde alla domanda “cosa accadrà alla donna preda della natura selvaggia?” L’altro successivo, più profondo e risponde al bisogno di interpretare il messaggio del romanzo e i suoi significato più o meno nascosti.

Un romanzo che continua a parlarci

Più di sessant’anni dopo la sua pubblicazione, La parete conserva intatta la sua forza perturbante. Forse perché la barriera che imprigiona la protagonista non appartiene soltanto alla finzione, ma assume ogni volta un volto diverso: la solitudine, le convenzioni sociali, la paura, le aspettative altrui, la violenza che attraversa il mondo e le relazioni umane.

Tra gli alberi, nel ritmo immutabile delle stagioni e nello sguardo limpido degli animali, Marlen Haushofer lascia intravedere la possibilità di esistere senza dover continuamente dimostrare qualcosa a qualcuno. Per questo La parete non è soltanto un romanzo sulla fine del mondo. È un libro che ci suggerisce che talvolta ciò che appare una prigione può diventare il luogo in cui impariamo finalmente a riconoscerci.

Perchè leggere La parete

Leggere La parete significa entrare in un libro che sfugge a ogni classificazione definitiva. È un romanzo distopico, ma anche un diario di sopravvivenza. È una riflessione sul femminile e insieme una meditazione esistenziale sul significato stesso dell’essere umani. Marlen Haushofer anticipa temi oggi più vivi che mai: la crisi del rapporto con la natura, la fragilità delle relazioni sociali, la necessità di ridefinire l’identità al di fuori dei ruoli imposti e il riconoscimento della dignità degli animali come compagni d’esistenza e non come semplici strumenti

La sua scrittura scarna e quasi priva di enfasi produce un effetto straniante e potentissimo. Ogni gesto quotidiano acquista peso, ogni stagione diventa una conquista, ogni creatura incontrata una presenza indispensabile. La parete è uno di quei rari libri che modificano lentamente lo sguardo con cui si osserva il mondo. E una volta terminata la lettura, qualcosa continua a lavorare nel silenzio, come una domanda alla quale è impossibile smettere di rispondere.


Il romanzo

Una donna, una Robinson Crusoe dei nostri giorni, durante una gita in montagna rimane separata dal resto del mondo da una parete sorta misteriosamente e deve organizzarsi per sopravvivere, maturando un nuovo rapporto con la natura, gli animali, sé stessa e il proprio passato. Pubblicato per la prima volta nel 1963, “La parete” si è imposto negli ultimi decenni come libro-culto tra i lettori di tutto il mondo, parallelamente alla crescita di una nuova coscienza ambientalista e femminile.


L’autrice

Marlen Haushofer (1920-1970), austriaca, è autrice di vari romanzi e racconti tra i quali Un cielo senza fine, La mansarda, Abbiamo ucciso Stella, La parete (2018)pubblicati dalle edizioni E/o. Pur avendo ricevuto nel 1963 il Premio Schnitzler, è vissuta sostanzialmente ai margini degli ambienti letterari, scrivendo “sul tavolo della cucina”, la mattina presto, quando ancora marito e figli dormivano.

Dettagli

  • Casa Editrice: E/O edizioni
  • Traduzione: Ingrid Harbeck
  • Pagine: 245
  • Prezzo: E 18,00

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LA MUCCA PARTORISCE DI NOTTE di Pajtim Statovci



Un romanzo sulla memoria, le origini e l’eredità del passato

Nei romanzi di Pajtim Statovci il realismo puntualmente trabocca dal suo confine naturale. Il reale è una cornice troppo stretta, un panorama chiuso da un muro oltre il quale lo sguardo non arriva, neanche con l’immaginazione. Una scatola che non si chiude, dal contenuto pesante. Troppo stretta per accogliere il peso dell’esilio, le ferite della memoria, il senso di estraneità che accompagna chi vive sospeso tra ciò che è stato e ciò che avrebbe potuto essere. Per questo in Statovci la realtà si incrina continuamente. Vi entrano il mito, il folklore, l’assurdo, il sogno. Lontani dall’essere ornamenti narrativi, sono veri e propri strumenti necessari per dare voce a ciò che sfugge dal linguaggio ordinario.

Tra folklore, leggende e realtà: la forza narrativa di Statovci

Anche ne La mucca partorisce di notte accade qualcosa di simile. La storia si muove tra memoria e leggenda, tra il concreto della vita quotidiana e l’ombra delle tradizioni, in un territorio dove il passato non è mai davvero passato e dove ogni racconto custodisce una verità più profonda di quella dei fatti. Statovci suggerisce che certe esperienze non possono essere spiegate solo attraverso ciò che accade. Simboli, superstizioni e ombre intervengono a colmare quelle zone in cui il dolore diventa troppo ingombrante per essere raccontato e l’accettazione troppo complessa per essere nominata. E lì, in un territorio di confine tra realtà e immaginazione, la letteratura di Statovci trova la sua voce più autentica e riconoscibile.

I temi del romanzo: famiglia, appartenenza e riconciliazione

Il romanzo si snoda tra memoria e attualità, in un andirivieni tra ricordi d’infanzia e un presente opaco, nebbioso, in bilico tra due identità opposte, quella dei suoi legami di sangue e quella del paese che l’ha accolto. Un dualismo che resta irrisolto in Statovci e che il presente sembra rendere ancor più dilaniante. Il protagonista, alter ego dell’autore stesso, è osteggiato e fortemente discriminato in Finlandia, ma è ugualmente guardato con sospetto, sdegno e irritazione in Kosovo, dove è solo un personaggio da sfruttare e da denigrare.

Il passato è un macigno che non riesce a trascinare, un groppo in gola che non passa, come un marchio a fuoco che non può essere nascosto agli altri. La sua violenza, la crudeltà, l’indifferenza trovano la loro massima espressione in queste pagine. Solo oggi, da adulto, il protagonista riesca a dare un nome agli accadimenti delle sua infanzia, rappresentandoli in tutta la loro virulenza. E oggi, forse proprio per il desiderio di venire a patto con i suoi traumi, decide di far ritorno in Kosovo con la madre. Vi trova un paese immerso nell’indigenza, nell’ignoranza, dove tutto è precario e ogni cosa è una conquista, da realizzare con ogni mezzo. Lì, nel suo paese di origine, il protagonista si sente estraneo, forse più che in Finlandia. In Kosovo il protagonista, che è ormai un uomo e uno scrittore affermato, si trova invischiato in situazione paradossali alle quali si arrende, lasciando che l’eredità della violenza lo trascini in basso, in un inferno in cui il degrado, l’assurdo, la contraddizione sono all’apice. Dai riverberi che emanano le storie in cui si imbatte emerge fortissima la memoria del padre, figura dai contorni netti, anacronistica, spezzata tra il naturale ruolo protettivo e accudente e una grottesca controfigura di padre, iracondo, irrisolto, incompreso. Inviso alla società finlandese per la quale è un reazionario integralista ed estraneo alla memoria delle sue radici, che sente intimamente di tradire. Lui stesso schiacciato dalla stessa condizione che stringe il protagonista.

Il padre è morto, eppure continua a occupare uno spazio enorme nella vita del figlio. Le lettere che gli scrive, efficace espediente narrativo per rappresentare il dialogo impossibile ma necessario, sono un intermezzo intriso d’odio e di rancore che spezza la narrazione acuendo la sensazione di straniamento che avvolge il protagonista. Sono il mezzo per esprimere l’inesprimibile, per lasciare aperte le cateratte del dolore, per confessare e accettare ciò che finora ha taciuto. Esse mostrano come certi rapporti non terminino con la morte e rappresentano il lavorio incessante della memoria, la necessità di dare un ordine al proprio passato. Ogni lettera è un tentativo di comprendere ciò che è accaduto, di attribuire un significato alle ferite ricevute e all’amore che, nonostante tutto, continua a provare. Le lettere introducono una voce più intima, riflessiva e vulnerabile. Sono momenti in cui cadono le difese, in cui il protagonista dà voce a ciò che sente. Del resto, nei romanzi di Statovci i confini sono sempre incerti: tra passato e presente, tra realtà e mito, tra vivi e morti. Le lettere contribuiscono a creare questa zona intermedia. E esistono perché ci sono domande che non avranno mai risposta.

La mucca come simbolo di vulnerabilità, cura e memoria

Così come il protagonista adulto convive con l’assenza di risposte e di certezze, il protagonista bambino si scontra con l’assenza d’amore. La mucca di cui si parla nel titolo è l’unica presenza capace di offrire conforto in un mondo dominato dalla durezza, dalla disciplina e dalla violenza silenziosa. Mentre gli esseri umani feriscono, giudicano o restano indifferenti, la mucca diventa una creatura in cui rifugiarsi, una forma di innocenza che resiste alla brutalità del mondo.  L’animale, che subisce anch’esso la violenza più abbietta e più dilaniante, racchiude insieme bellezza e dolore, vita e sacrificio, tenerezza e vulnerabilità.  È il riflesso del protagonista bambino: innocente, inerme, incapace di sottrarsi alla violenza degli altri e proprio per questo capace di riconoscerla in ogni sua forma.

La scrittura di Pajtim Statovci: tra realismo, mito e poesia


La voce letteraria di Statovci è inconfondibile, capace di essere lirica senza mai diventare compiaciuta, brutale senza cedere alla morbosità. La sua prosa è densa, stratificata, ricca di immagini che si imprimono nella memoria e continuano a riverberare ben oltre l’ultima pagina. Ogni frase sembra custodire più significati, ogni scena è attraversata da una tensione costante tra bellezza e dolore. Statovci racconta l’indicibile senza nominarlo direttamente. Il trauma, la vergogna, il senso di esclusione emergono per accumulo di dettagli, silenzi e simboli. Nulla viene spiegato fino in fondo, eppure tutto arriva al lettore con una forza disarmante. È una scrittura che richiede attenzione e abbandono, che non si limita a raccontare una storia ma la fa sedimentare lentamente dentro chi legge. Una prosa che si fa promotrice della voce degli ultimi, degli esclusi, e che sa parlare il linguaggio della rimozione, del perdono ma anche della vendetta, come risposta alla violenza e all’indifferenza. Che si interroga sul destino di chi resta ai margini, e ne interpreta ogni istanza, con tenerezza, realismo e urgenza.

Anche in La mucca partorisce di notte ritroviamo questa cifra stilistica. Una lingua che alterna durezza e tenerezza, realismo e suggestione, capace di trasformare una vicenda profondamente personale in una riflessione universale sulla memoria, sull’appartenenza e sulla difficoltà di trovare un posto nel mondo. È il tipo di scrittura che accompagna il lettore nelle sue zone più oscure, illuminandole con una delicatezza che ha qualcosa di straordinario. In un’epoca ossessionata dall’idea di reinventarsi continuamente, Statovci compie un gesto controcorrente. Scava nella terra delle origini, nelle sue contraddizioni, nei suoi silenzi, nelle sue superstizioni. La mucca partorisce di notte racconta il difficile apprendistato dell’appartenenza alle proprie ferite. Non ci insegna a dimenticare il passato né a sconfiggerlo. Ci invita piuttosto a sederci accanto ai suoi fantasmi, ad ascoltare ciò che hanno ancora da dire. Perché alcune eredità non possono essere spezzate: possono soltanto essere comprese. E forse è proprio da questa comprensione che nasce ogni possibilità di futuro.

Perché leggere questo romanzo.

Perché è il romanzo più universale di Statovci.

Nei suoi libri precedenti il centro della narrazione era spesso l’identità: l’essere migranti, l’essere stranieri, il tentativo di abitare un corpo, una lingua o un paese che sembrano non appartenerci. Qui, invece, il nucleo si sposta verso qualcosa che riguarda chiunque: il rapporto con l’eredità familiare e con il mondo in cui siamo cresciuti.

Questo romanzo è popolato da animali, superstizioni, credenze popolari e fantasmi del passato, ma parla di domande molto contemporanee: quanto di ciò che siamo ci appartiene davvero? Quanto possiamo allontanarci dalle nostre origini? E cosa resta quando smettiamo di fuggire?

Inoltre è probabilmente il libro più emotivo di Statovci. Meno cerebrale, meno costruito sull’ambiguità identitaria, più interessato ai sentimenti, alle ferite familiari e alla possibilità della tenerezza.


Il romanzo

Un bambino di otto anni lascia la Finlandia per trascorrere l’estate in Kosovo, nella casa del nonno immersa nella campagna. Quello che dovrebbe essere un periodo di gioco e scoperta si trasforma in un’estate segnata da eventi incomprensibili e dolorosi. In un ambiente dominato da disciplina ferrea e silenzi opprimenti, il piccolo trova conforto solo nella sua immaginazione e in un legame silenzioso con la mucca della fattoria, nella quale vede riflessa tutta la bellezza e la sofferenza del mondo. Anni dopo, ormai adulto e diventato scrittore, torna nello stesso luogo insieme alla madre. La guerra ha lasciato cicatrici profonde, e la diffidenza continua a scandire la vita quotidiana. Mentre cerca di dare senso al proprio passato, inizia a scrivere lettere al padre defunto. Dalle parole cariche di rabbia emergono ricordi frammentati, dolore e domande che non hanno mai trovato risposta. Quanto si può perdonare? E si può davvero ricordare senza restare intrappolati nella sofferenza? “La mucca partorisce di notte” è un romanzo travolgente e profondo che si muove tra le rovine del passato, il senso di colpa, la minaccia sempre presente del pericolo e l’esistenza fragile di chi sembra aver perso ogni luce.


L’autore

Pajtim Statovci, nato in Kosovo nel 1990, è cresciuto in Finlandia dove si è trasferito con la famiglia fuggita dalla guerra quando aveva due anni. Il mio gatto Jugoslavia, uscito nel 2014 ha vinto il Premio Helsingin Sanomat. Le transizioni, il suo secondo romanzo, tradotto in molte lingue, finalista al National Book Award, ha vinto il Toi-sinkoinen Literature Prize nel 2016 e nel 2018 gli è stato assegnato l’Helsinki Writer of the Year Award. Gli invisibili ha ricevuto il prestigioso Finlandia Prize, che consacra l’autore come il più giovane vincitore di ogni tempo. Le sue opere sono tutte pubblicate da Sellerio.


  • Casa Editrice: Sellerio
  • Pagine: 268
  • Prezzo: E 17,00

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VENERI DEFORMI: il corpo come ossessione e condanna nel memoir di Yasmina Pani


Un memoir che attraversa il corpo trasversalmente

Confessione, riflessione, digressione. Tirannia del corpo, perfezione, bellezza, disformia. Prima della classe. Brutto anatroccolo. Cibo che riempie vuoti e che è assoluto controllo. Digiunare, abbuffarsi, vomitare. Il corpo un nemico implacabile. Un involucro supponente, esigente, straniero. Giudicato, controllato, odiato, disconosciuto. Non percepito come reale. Che contiene un sé multiforme, i cui confini sono aleatori, capricciosi, mai gli stessi. Essere diversa. Ed avere una forma che non ci rappresenta. Che ci estranea, ci crea disagio, incertezza, paura e vergogna.

Questo e molto altro è ciò che contiene il memoir di Yasmina Pani. Un vortice di pensieri come un ciclone il cui occhio è il corpo. Vissuto come zavorra, come etichetta sbagliata, come specchio di una realtà che non sa rappresentarci. Il corpo come somma di tutti mali benché potenzialmente dispensatore di sconfinate gioie.

Un corpo perfetto come immagine della felicità. E dove insiste l’imperfezione si apre una prateria sconfinata d correzioni da imporgli, per dominarlo, plasmarlo, allinearlo, finalmente, all’immagine che si ha di sé. Un’immagine destinata a schiantarsi, se è rimandata da uno specchio, banale, maledetto, turpe cartina di tornasole che ci fa precipitare nella delusione, che diventa lotta e poi dominio e poi controllo. Fino a toccare la follia.

La scrittura di Yasmina Pani: disturbante, feroce, lucida.

Tutto nella scrittura di Yasmina Pani è contraddizione. Nella totale assenza di logica e di pensiero organizzato e coerente si dispiega la sua confessione che nasce per dissipare l’avversione verso il corpo. Per poterlo punire, per dargli la colpa di un’attitudine autodistruttiva che diventa inevitabilmente il nucleo stesso dell’esistenza. Una vita che senza quel pungolo, quel dolore, quella folle colpa senza espiazione, perde inaspettatamente il suo sale. Diventa inutile, dispersiva. Perchè alla fine, quella lotta, quel dolore, quella privazione, quella fissazione al limite dell’assurdo è la vita stessa, oltre la quale c’è il vuoto.

In Veneri deformi c’è una vita intera. Tutto torna al punto di partenza, poiché ciò che Pani vive è un mefistofelico loop che non può trovare soluzione. Un corpo non può modificarsi nella sua sostanza così come non può modificarsi, se non in minima parte, la convinzione della propria deformità. Se per gli altri il corpo è un dato di fatto, per lei è invenzione, caso, la randomica espressione di un disagio che non si risolve neanche aggrappandosi all’oggettività dello specchio.

Fame, digiuno e controllo: il corpo che combatte la sua guerra.

Se il corpo è un capriccioso contenitore dai contorni sfumati, che può dilatarsi e comprimersi, occupare spazio, provocare disagio, disapprovazione e anche un senso di orrore, il cibo è il volano che ammaestra questa immagine. Un corpo che digiuna è un corpo vinto, è materia inerte che si lascia plasmare dalla volontà. La mente assume il comando. Spegne gli allarmi della fame, confonde il riflesso nervoso della vista. Finché sei magra, vinci. Finché sei magra sei desiderabile. Sei forte, convinta finalmente di saper tenere in mano il timone della tua vita, che solo digiunando, boicottando quindi il bisogno primordiale di nutrirsi, può condurre alla felicità. L’estremo bisogno di controllo trova nel digiuno la sua massima espressione. E un attimo prima di raggiungere la massima espressione della felicità c’è la caduta. Più che una resa, cadere è un bisogno. Occorre toccare il fondo per risalire. Questo elementare concetto trova espressione nell’abbuffata, in un vero caos alimentare. Un momento di resa, necessario per innescare nuovamente il bisogno di ritrovare il controllo. Quella necessità inenarrabile di correre ai ripari, di correggere. La privazione che ti riporta a terra, a governare con ferrea determinazione i ritmi del corpo, privato di cibo, quindi punito ma al tempo stesso perso nell’erratica gioia della rinuncia, del rigore. Il saper fare ciò che a molti è precluso. Digiunare significa sfidare le leggi della vita. Spingersi al margine tra la vita e la morte. E starci bene.

Cosa è questo libro. E cosa non è.

Veneri deformi non è una lettura educativa sui disturbi alimentare. Non è un manuale, non è una testimonianza terapeutica, non è un percorso di guarigione confezionato per rassicurare il lettore. Non spiega, non consola, non suggerisce soluzioni. Pani semplicemente si racconta. Lo fa con un’onestà quasi oscena, senza condannare se stessa. Sarebbe impossibile, forse, rinnegare quel dolore senza rinnegare la propria identità. Pani non cerca conforto. Cerca la verità. E la verità è scomoda, disturbante, perfino repellente a tratti. Ma è anche autentica, impossibile da ignorare.

L’immagine di sé, fin dall’infanzia, si forma sul costante confronto tra gli altri e se stessa. Non è il frutto delle sollecitazione di un mondo che basa sull’estetica il valore delle persone. Non sono i modelli di perfezione che sin da piccola ha avuto d’innanzi. E’ molto di più. E’ rifiuto delle proprie fattezze poiché percepite come deformi. Fattezze che la condannano alla mediocrità, nonostante gli altri la trovino spesso attraente. Un inganno destinato a crollare su se stesso. Una deformità invisibile agli altri ma evidentissima agli occhi di chi la vive.

Una protagonista scomoda e per questo necessaria

Pani è autoironica, dissacrante, sboccata. La sua franchezza è disturbante. La sua spiccata sexsualità è scomoda. Il suo linguaggio troppo diretto. E i suoi disturbi creano orgiastiche eco di incredulità, rabbia, schifo, voglia di dirgliene quattro. Pani sa si essere folle. Sa di essere ingombrante. Eppure, il suo narrato è senza colpe perché vero. E la verità non può mai essere additata o ignorata. Solo accolta, ascoltata. Mezzo potente per squarciare gli animi, i costrutti e la forma, quella che protegge e conforta.

Pani narra per mettere il corpo in discussione. Corpi giudicanti. Corpi che trasmettono un dolore potente, che noi stessi fagocitiamo, essendone fautori e vittime al tempo stesso. Per Pani il corpo è un tarlo, che non riconosce come suo. Che vede in modo distorto. E’ la filastrocca di un dolore che è femmina. Identificata e identificabile attraverso il corpo, schiava di una forma che esprime una promessa che non si intende mantenere.

Perché leggere Veneri deformi

Perché è un libro che non ha paura di essere sgradevole.

Perché parla del corpo femminile senza renderlo metafora elegante o simbolo poetico. Lo mostra nella sua brutalità: giudicato, controllato, esibito, odiato, corretto.

Perché racconta qualcosa che molte donne conoscono intimamente: l’idea di esistere attraverso lo sguardo altrui. L’impressione che il corpo sia sempre una promessa da mantenere o un fallimento da correggere.

E soprattutto perché Pani riesce a fare qualcosa di raro: trasformare l’ossessione in linguaggio letterario senza ripulirla, senza renderla innocua.

Chi è Yasmina Pani

Yasmina Pani è autrice, traduttrice e voce profondamente originale nel panorama contemporaneo italiano. La sua scrittura attraversa il memoir, l’autofiction e la riflessione sul corpo con una lingua febbrile, ironica e spesso volutamente eccessiva.

In Veneri deformi porta sulla pagina una materia autobiografica incandescente, trasformando il disturbo alimentare e la dismorfia in strumenti di indagine identitaria e narrativa.

Neo Edizioni e la nuova collana “Diversioni”

Il libro è pubblicato da  Neo Edizioni, casa editrice indipendente che negli ultimi anni si è distinta per un catalogo fortemente riconoscibile: letteratura disturbante, voci laterali, testi che rifiutano l’omologazione narrativa e linguistica.

Con la nuova collana “Diversioni”, Neo sembra voler spingere ancora oltre questa ricerca. Non libri pensati per intrattenere in modo rassicurante, ma opere che deviano, disturbano, aprono crepe. Libri che scelgono l’irregolarità, il margine, l’inquietudine.

Veneri deformi incarna perfettamente questa linea editoriale: un memoir feroce, anti-retorico, che non cerca di piacere ma di incidere.


Il romanzo

Il racconto crudo, ma anche ironico, di un’esperienza di disturbo alimentare

Yasmina Pani ci consegna una confessione dura e sincera, una confessione che parla del suo corpo, delle sue ossessioni, delle sue paure. Nel farlo, tocca anche temi come il lavoro, la letteratura, le relazioni, l’ansia. A differenza della maggior parte delle opere che raccontano una storia simile, questo libro non offre consigli né vuole affidare messaggi di crescita e speranza al lettore: con una lingua precisa e un perfetto equilibrio formale, riporta fedelmente la verità come la vive l’autrice. In queste pagine troviamo la stessa intelligenza, lo stesso approccio diretto e non allineato, la stessa lucidità che caratterizzano ogni suo lavoro, compresi i progetti divulgativi dei suoi canali YouTube e Instagram.


  • Casa editrice: Neo Edizioni
  • Pagine: 128
  • Prezzo: E 13,00

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Una delicata collezione di assenze – Aline Bei



Recensione di Una delicata collezione di assenze di Aline Bei: un romanzo sul femminile tra silenzio, corpo e violenza invisibile.


Il femminile come negazione: silenzio, assenza, rimozione

Il femminile, in questo romanzo della brasiliana Alina Bei, è un codice narrativo che nasce dalla negazione. Quella del silenzio, del non detto. Quella dell’assenza, fisica e ideale. E quella del non visto, della violenza sui corpi, che non sanno decodificare i linguaggi del sopruso e così lo aggirano, lo scordano, lo annullano con lo strabiliante potere della rimozione.

La narrazione è una storia che ricompare. E’ fuga e ritorno. Un tentativo che fallisce e il susseguente ripiegare sui pavimenti già percorsi, dove la polvere ancora non è riuscita a sedimentare. Una narrazione che le donne sanno a memoria. Fatta di silenzio, difesa, chiusura. E di resa.

Una storia di ritorni: Margarida, Gloria, Laura

Margarida torna dalla madre dopo essere fuggita per lavorare in un circo. Sotto il tendone Margarida è stata una dea, vestita di bianco, una creatura ultraterrena. Lì ha conosciuto l’amore per il Clown ma anche il rifiuto, quello del Mago, che la ripudia per non essersi concessa a lui. Una figlia in grembo e un sogno crollato su se stesso la riportano nella casa dalla quale è fuggita. Le resta solo la capacità di leggere la mano, abilità che le darà da vivere. Sua figlia, Gloria, a sua volta soccomberà alla fascinazione della fuga, lasciando a Margarida una bambina appena nata, Laura, che, come il Clown aveva predetto, diventa la sua unica ragione di vita.

Filipa, madre di Margarida, non regge al disonore della sua progenie. Donna molto religiosa, si rifugia tra le mura di una Chiesa, pervasa da un amore a senso unico e scevro da qualsiasi dramma verso Dio, che nulla chiede se non di ubbidire alle sue leggi.

Il corpo femminile: crescita, vergogna, esposizione

Nella casa dal cancello arancione, nella quale si entra schioccando le mani poichè non c’è un campanello, Margarida e Laura sono due relitti in una baia insperatamente tranquilla. Vivono di poco, osservando i loro corpi cambiare e controllando i loro equilibri interiori, così faticosi da mantenere.

L’una impegnata a colmare le voragini lasciate dall’assenza della figlia Gloria. L’altra a interpretare la propria piccola vita, fatta delle scaramucce con le compagne, che intuiscono le difficoltà di crescere senza genitori e sanno come acuirne le incertezze, le insicurezze, le domande senza risposta che un’adolescente non può da sola riuscire a risolvere. I corpi sono nemici che non si lasciano vedere, dei quali si può solo indovinare potenza e pericolo, sorpresa e ingovernabilità. Margarida sfiorisce ma non può cedere. Laura esplode. Un caleidoscopio di colori insopportabili alla vista, che a volte si vorrebbe celare, rendere più tenui, velarli con una trama di invisibilità, che dia il tempo di abituarsi alle secrezioni, al sangue, alle forme che escono allo scoperto e che ci rendono deboli ed esposti.

Laura ancora non sa che diventerà sempre di più un corpo che varca la porta in direzione della propria scomparsa; un corpo che alla luce delle attività quotidiane sarà maturo e completo e per questo molto più visibile di quello che aveva da bambina, con vene e ampiezze, nei sulla pelle e un sedere fastidiosamente piatto. Ma erano i seni a stupirla di più, avere il seno avrebbe cambiato tutto.

Sono, entrambe, agli estremi della vita di una donna. Luoghi dove alberga l’incerto. Dove l’identità passata si sfalda, alla ricerca di nuovi punti di riferimento. Il passato reclama spazio ma il presente sta stretto, boccheggia in cerca di ossigeno, di aria nuova. E il futuro è un’incognita. Un vuoto da riempire in fretta come capita, perché quel risucchio mortifero si plachi, smetta di spaventarci, cessino le eco spaventose di ciò che conosciamo bene ma che preferiamo non dire, non vedere, perché così non esiste, non ci tocca.

In questa pianura da esplorare, l’ennesimo ritorno, quello di Filipa, disegna nuove prospettive. Un nuovo spazio si crea. Un nuovo bisogno di riempire si fa avanti. Mentre accade ciò che accade. Il non detto, il non visto, che si palesa nuovamente, come un destino ineluttabile.

Il tema del ritorno: destino e ripetizione

Il motivo del ritorno è davvero pregnante in questo romanzo, come lo sono le parole della sfera femminile, misteriose, imprevedibili, inaffrontabili eppure necessarie. Amore, se°sualità, desiderio, maternità. Cose che accadono, che trasformano l’esistenza, che spesso non si scelgono nemmeno, con le quali convivere ma che non hanno un significato preciso. Sono parole sotterranee, che si insinuano sottopelle, che scrivono destini. E poi c’è il resistere, sempre e comunque. Alla violenza di genere, alla menzogna, al disincanto, al dover crescere in fretta, al ruolo di moglie e di madre. Un destino scritto sulla pelle che non può essere cancellato e che investe le donne di questo romanzo, la loro fuga e il loro ritorno al punto di partenza. Eppure Bei lancia, forte, un messaggio di rottura. Una spinta verso la ribellione che giunge infine a tentare di rompere una catena, nonostante non via sia salvezza.

Linguaggio e forma: una scrittura libera e stratificata

In un romanzo che irrompe sulla scena con una forma insolita e impetuosa, con pagine che nascono libere e prive di schemi, con una sovrapposizione tra il linguaggio parlato e il pensato, tra la voce narrante e le voci delle protagoniste, nella confusione estatica di font diversi, di linguaggi e forme mutuati dalla sceneggiatura, di dialoghi come fiumi errabondi che scendono una china, la narrazione incede per mano ad una innata attitudine verso la poesia, con tutta la meraviglia di una storia che parla di noi, la stessa lingua, le stesse nostre paure, crisi, incertezze, forzature, doveri, bisogni, sogni.

Forma e narrazione si completano a vicenda generando una bolla pulsante di vita, inaspettata e imprevedibile, così come lo sono queste pagine che sembrano uscire da un flusso di coscienza inarrestabile. Leggerle è un viaggio intestino, tra fantasmi del passato e riverberi di desideri che ormai non ci appartengono più, ma che pulsano ancora negli angoli più nascosti del corpo. Che tutto sa, in fondo. E che non dimentica.


Il romanzo

In una modesta casa dal cancello arancione, convivono nonna e nipote. Laura è alle prese con il difficile passaggio dall’infanzia all’adolescenza, mentre Margarida, chiromante in un mercato d’antiquariato, dedica ogni sua energia alla nipote, unico filo che ancora la lega a Glória, la figlia di cui non ha più notizie.
L’arrivo improvviso di Filipa, la madre di Margarida, incrina il loro fragile equilibrio: con le sue valigie e le sue amarezze, occupa spazi e pretende attenzioni, costringendole a ripensare al proprio posto nella famiglia.
Laura dovrà affrontare la gelosia e la solitudine, e sua nonna il peso di un nuovo carico di cura, mentre lentamente affiora un segreto che ci lascia increduli e sconvolti.
Con uno sguardo poetico e implacabile, Aline Bei racconta i corpi che cambiano, i desideri taciuti, le ferite che si ereditano. Un romanzo intimo e universale che illumina, con rara delicatezza, l’inesauribile potere dei legami femminili.


L’autrice

Aline Bei è nata a San Paolo nel 1987. È laureata in Lettere presso la Pontifícia Universidade Católica de São Paulo (PUC-SP) e in Arti sceniche presso il Célia Helena Centro de Artes e Educação, e ha conseguito una specializzazione in scritture performative alla PUC-Rio. È autrice dei romanzi O peso do pássaro morto, vincitore del Premio São Paulo de Literatura (2017) e del Premio Toca; Pequena coreografia do adeus, finalista del Premio Jabuti (2022); e Una delicata collezione di assenze (2025).


  • Casa Editrice: La Nuova Frontiera
  • Traduzione: Marta Silvetti
  • Pagine: 288
  • Prezzo: E 19,00

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Morte e usignoli di Eugene McCabe: un destino feroce tra vendetta, desiderio e rassegnazione.


Un’Irlanda aspra e immobile, una ragazza che sogna la fuga, un destino che stringe la sua trappola. Morte e usignoli di Eugene McCabe è un romanzo potente e disturbante.

La recensione.


Un destino già scritto tra le brume d’Irlanda.

Un destino scaltro e malvagio tiene in scacco i personaggi di questo romanzo, nato dalla penna di uno dei più importanti ed acclamati autori irlandesi (Eugene McCabe 1930 – 2020) e uscito per la prima volta nel 1992.

Una narrazione che gode di un ambiente affascinante, perso nel verde dei prati ondulati dell’Irlanda e nelle brume che si alzano dalle paludi e dal mare, poco distante.

L’aria salina, libera dalle piogge invernali in un maggio pieno di promesse, accarezza i protagonisti, tuttavia schiacciati dall’abitudine, abbrutiti dalla solitudine e ormai assuefatti ad un sistema sociale rigido, diviso dalle annose questioni religione e dalle lotte di classe, oltre che da una velata corruzione.

Billy e Beth: un legame torbido, sospeso tra odio e bisogno.

Billy Winters è sicuramente un personaggio ambivalente. Violento, assuefatto all’alcol, chiuso nei piccoli privilegi e nelle meschinità della sua condizione di proprietario terriero. La moglie è morta e lo ha lasciato con una ragazzina, Beth, che probabilmente non è neanche figlia sua, verso la quale nutre un ambivalente sentimento di amore filiale e carnale, mischiato a rabbia e a desiderio di distruzione.

Beth è silenziosa, concreta, infinitamente compressa tra il dolore per la madre morta e la ribellione verso Billy, per il quale nutre un odio corrosivo ma anche uno sfiancante e svilente desiderio di essere vista. Una vita piatta. Un futuro che a Beth fa paura, che instilla in lei la voglia di scappare via.

L’illusione della fuga.

Quando incontra fortuitamente Liam Ward il miraggio della fuga può prendere forma. Liam è un personaggio inviso, che trascina con sé una reputazione dubbia. Non è l’uomo che fa perdere la testa ad una ragazza ma Beth vi intravede mistero e tenerezza, sotto una spessa coltre di impenetrabilità.

La sperata svolta alla propria vita prende tuttavia un’altra strada, impervia e inattesa. Ma l’amara sorpresa non sarà l’ultima. Per Beth il destino riserva una carta nascosta da giocare.

Un mondo rurale dominato da potere e sopraffazione.

Il romanzo gioca con i temi della rassegnazione e della ripetizione. Un eterno ritorno di privazione e di sottomissione, in un ambiente rurale in cui la donna è spesso solo una pedina, necessaria per il lavoro domestico e per il piacere notturno. Uomini bruti che piegano la natura e le donne al loro volere, in un sistema politico che impera e sottrae impunemente.

Quando la vendetta rompe il silenzio.

Il tema della vendetta implode solo sul finale, cambiando i ritmi della narrazione. Tutto avviene velocemente, quasi a stordire il lettore che è costretto a infilarsi in un vortice di eventi inaspettati che trovano immediatamente la loro ragione e motivazione. Davanti all’inevitabile, tutto ciò che era sopito viene a galla e trova il suo equilibrio.

Nelle ultime pagine è forte il senso di rivincita ma anche un sottile velo di terrore si insinua sotto pelle. La vendetta è il catalizzatore di ogni sentimento ed la valvola di sfogo perfetta per una storia che scorre sotto il peso della consuetudine, quella che non si scardina seppure sia un macigno che schiaccia qualsiasi velleità e qualsiasi ardore.

Un romanzo che lavora sottopelle

Morte e usignoli di Eugene McCabe è una lettura che sprigiona la sua energia dirompente all’improvviso. Un romanzo che gioca con la pietà, con quell’empatia struggente che si appiccica addosso come una febbre maligna.

Tutti sono imperfetti, schiavi dei peggiori istinti di sopravvivenza. Eppure, allo stesso modo, sono anche dei poveri diavoli, incapaci di difendersi da un’esistenza brutale, viscida, se non attaccando a loro volta chi gli sta davanti.

Un romanzo unico. Struggente, ambiguo, potente nelle sue rappresentazioni. Dove la speranza non sa colonizzare niente, neanche la giovinezza. Dove nessuno può fuggire la monotonia, la violenza, il pregiudizio. Dove la forza è solo prevaricazione e il desiderio è una scheggia impazzita, buona solo per graffiare e nuocere.


Perché leggere Morte e usignoli

Perché è uno di quei romanzi che avanzano piano, quasi in silenzio, come la nebbia che sale dalle paludi. E mentre il lettore crede di trovarsi davanti a una storia immobile, qualcosa sotto la superficie si prepara a detonare.

Morte e usignoli non offre eroi né redenzioni luminose. Offre esseri umani pieni di crepe, di fame, di rabbia compressa. Gente che sopravvive come può dentro un mondo che non perdona debolezze.

Leggerlo significa attraversare una terra dove la violenza è quotidiana quanto il vento e dove la vendetta diventa l’unica lingua possibile quando ogni altra speranza si è spenta. Un romanzo che prima seduce con la sua lentezza e poi stringe il cuore con una stretta improvvisa, lasciando addosso quella sensazione rara: aver incontrato una storia che chiede di essere ricordata.


Il romanzo

Nell’Irlanda rurale di fine Ottocento, la giovane Beth vive una cupa esistenza intessuta di ipocrisia e rancore. Le sue giornate trascorrono tutte uguali, tra la cura della casa e altre mansioni, nel tentativo di evitare un padre che, quando alza un po’ il gomito, le riversa addosso tutto il suo disprezzo. Gli unici pensieri che la consolano sono il ricordo della madre, morta in un tragico incidente, e quell’isola a forma di pesce che scorge oltre la collina, ora di sua proprietà. Quando il sole sorge per l’ennesima volta e Beth si prepara ad affrontare il nuovo giorno con la solita rassegnazione, nota dalla finestra un uomo fermo al centro del cortile. Liam Ward è lì perché ha bisogno di aiuto con una delle sue mucche, e Beth si offre di assisterlo. Quello che inizialmente alla ragazza sembra un amore frutto di un incontro fortuito, grazie al quale inizierà a rincorrere il sogno di un futuro diverso, si rivelerà invece un tradimento imperdonabile, che scatenerà in lei un folle desiderio di vendetta. Non c’è possibilità di riscatto in questo dramma consumato nelle paludi irlandesi, e nemmeno la promessa di una nuova vita riesce a spezzare il cerchio di odio che racchiude tutti i personaggi in un abbraccio mortale.

Dalla penna di uno dei più importanti scrittori irlandesi, un romanzo che appartiene ai grandi capolavori del Novecento. In Morte e usignoli, avvincente storia di una vendetta, un paesaggio di straordinaria bellezza fa da sfondo al conflitto fra tre protagonisti sottomessi all’oscura energia delle loro passioni: McCabe conduce il lettore senza concedergli un attimo di tregua, risucchiandolo nella spirale di una partita all’ultimo sangue dall’esito perfetto.


L’autore

Eugene McCabe

Nato a Glasgow da genitori irlandesi, si ristabilì in Irlanda con la famiglia all’inizio degli anni Quaranta. Drammaturgo e narratore, ha pubblicato nel 1978 la raccolta Heritage and Other Stories. Morte e usignoli, uscito per la prima volta nel 1992, lo ha consacrato tra i maggiori scrittori irlandesi degli ultimi decenni. Dal romanzo è stata tratta l’omonima serie della BBC.


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Pagine: 231
  • Prezzo: E 18,00

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