LA PARETE di Marlene Haushofer



Una donna sola alla fine del mondo

Una donna si ritrova isolata dal resto del mondo per mezzo di una parete che si palesa durante la notte e che la rinchiude in un angolo del mondo, dove la presenza umana è nulla e il resto del mondo è venuto meno, sterminato da una forza sconosciuta e apparentemente incomprensibile.

Questo, in breve, il succo del romanzo La parete, un capolavoro della letteratura distopica ed esistenzialista del Novecento. Un’opera sorprendente e visionaria uscita nel 1963, che precorre tempi e luoghi e che si sviluppa come un lungo diario-resoconto scritto in prima persona da una protagonista senza nome, sopravvissuta a un cataclisma misterioso che ha isolato una porzione di foresta alpina dal resto del mondo.

In quella che si presenta come una cronaca della sopravvivenza in un ambiente avverso, in lotta con gli elementi, con la scarsità delle risorse, con la solitudine ottundente e con gli animali come unici interlocutori, Haushofer inserisce diversi elementi che fanno da sponda perfetta per una riflessione sui tempi in cui ella vive, dove l’isolamento sociale, la difficoltà di scambio tra essere umani, le catene sociali che incombono sulla figura femminile sono sempre più evidenti, e spingono per uscire allo scoperto. Un palesarsi che appare necessario all’autrice, la cui voce mutua la forza di una narrazione scarna ed essenziale, per espandere le istanze di una società sempre più ripiegata su se stessa, dove la donna è relegata dentro le spire di un ruolo che la imprigiona, ne annulla l’identità e la declassa a figura satellite dell’uomo.

Marlen Haushofer e la condizione femminile

Questa condizione opprime anche l’autrice in prima persona. Marlene Haushofer scrive al tavolo della sua cucina quando tutti dormono, divorzia dal marito ma continua ad abitare con lui, per amore dei figli. Lavora a casa e aiuta il marito nella sua professione. Solo dopo aver vinto il Premio Schnitzler per l’opera di cui parliamo, La parete, affermerà che almeno adesso, alla luce di quel successo, sarà presa sul serio e potrà lavorare in pace. Oltre al tema del femminile, Haushofer tratta spesso l’isolamento e la solitudine: per sfuggire a un mondo ostile, i suoi personaggi scelgono o subiscono un progressivo distacco, rifugiandosi in stanze chiuse, nel silenzio o in una natura selvaggia e isolata. Nei suoi libri, la natura è al tempo stesso meravigliosa e spietata. Diventa una dimensione di sopravvivenza ma anche un rifugio salvifico rispetto alla crudeltà e all’indifferenza del genere umano. I suoi romanzi sono permeati da un profondo rifiuto della violenza, sia quella fisica della guerra sia quella psicologica che si consuma nelle relazioni familiari e quotidiane. Gli animali sono spesso gli unici esseri capaci di offrire un amore autentico e non giudicante. La loro compagnia viene costantemente preferita alla falsità dei rapporti umani.

La parete come metafora dell’isolamento umano

Ne La parete tutte le istanze appena elencate sono presenti. La parete trasparente, impenetrabile e letale è la metafora perfetta dell’isolamento umano. E’ la barriera invisibile che separa ogni individuo dagli altri, un limite che esisteva già nella vita precedente della protagonista (all’interno di un matrimonio freddo e di convenzioni sociali soffocanti). Diventando concreta, la parete costringe la donna a compiere un viaggio interiore: non potendo più scappare verso l’esterno o cercare distrazioni nella società, deve guardare dentro il proprio abisso, trovando un nuovo senso d’identità che non dipenda dallo sguardo o dal giudizio altrui. L’essere umano si scopre improvvisamente gettato in una condizione che non può comprendere né controllare. L’isolamento scatena nella protagonista il bisogno e la necessità di misurarsi con gli elementi naturali, spesso avversi ma anche forieri di pace e di libertà dal giogo delle convenzioni. La solitudine annienta ma dona profondità, consapevolezza alla donna che può scoprire le sue risorse, il suo istinto di sopravvivenza. Quella forza che pensava di non possedere in quanto donna.

Prima della parete, la protagonista era una donna borghese di mezza età, definita unicamente dai ruoli sociali imposti (moglie, madre, vedova). La catastrofe, pur distruggendo il mondo, la libera dalle catene della società patriarcale e capitalista. La protagonista progressivamente perde le forme fisiche tipiche della femminilità. Si fa legnosa, magra, infertile. Non ha più bisogno di essere bella, ben vestita. I suoi capelli crescono liberi e le sue sopracciglia tornano ad essere folte e indomite. Per gli animali che dividono la vita con lei in una comunione perfetta non ha alcuna importanza l’abbigliamento che utilizza, né la sua pelle abbronzata e coriacea. Per loro conta la sola presenza, fatta di odori, vibrazioni, correnti elettriche che attraversano i loro corpi, sempre più avvinti alle istanze dell’istinto e al naturale avvicendarsi delle stagioni. Nella foresta, i concetti di status, denaro e convenzioni sociali perdono valore. La sopravvivenza richiede doti pratiche e una totale fusione con i ritmi naturali.

Animali, natura e comunità interspecifica

La vera ancora di salvezza della protagonista è la sua comunità interspecifica: il cane Lince, la mucca Bella, la gatta e i loro cuccioli. La donna smette di considerare gli animali come strumenti. Diventano compagni d’esistenza, dotati di una dignità e di una sensibilità proprie. La responsabilità di dover nutrire e proteggere queste creature le impedisce di cedere al suicidio o alla follia. Il rapporto con gli animali è reciproco, paritetico, totale e puro.

Nella complessità dei temi e nel lavorio necessario a comprendere e ad interpretare il messaggio dell’opera, la parete appare al tempo stesso prigione e protezione dalla violenza e dall’aleatorietà del mondo esterno. Se nella prima parte del romanzo prevale la sensazione di claustrofobia e di impotenza derivante dall’essere confinata in uno spazio ristretto, successivamente si fa spazio nel lettore la sensazione che la parete sia una barriera che protegge la donna e gli animali da un mondo violento e indesiderabile. L’uomo, che si presume ormai estinto, si mostra come l’incarnazione di ogni male, il latore di ogni distorsione e di ogni infelicità. E il finale, inaspettato e crudo, ne è l’esatta dimostrazione. La donna, ormai allontanatasi definitivamente dalla sua immagine di vittima, diventa l’unica custode di un ordine naturale. Regina del suo lembo di terra dove vive in armonia con la natura, lontana dagli schemi e dalle sollecitazioni di una società evidentemente malata e giunta quindi al collasso.

La materialità della scrittura e la scarsità delle risorse

Ne La parete diventa subito chiaro il potere che viene assegnato alla scrittura. Per la protagonista scrivere è una necessità per rimanere ancorata al presente e per elaborare tempo per tempo la sua condizione. La protagonista scrive sui retro dei fogli di vecchi calendari e su registri commerciali abbandonati. La fine della carta coinciderà inevitabilmente con la fine del racconto e, simbolicamente, con il silenzio definitivo. La protagonista scrive nella quasi assoluta certezza che nessuno leggerà mai le sue parole. Questo cancella ogni filtro e restituisce al lettore la responsabilità di abbinare emozioni ai fatti, circostanza che quasi mai traspare dalle righe. La scrittura è un monologo, un dialogo con l’unico testimone rimasto: se stessa. Per questo motivo la lettura risulta risucchiante, ipnotica. L’enorme portata dell’accaduto rende il narrato quasi formativo, didattico. Le lettura incede su due piani. Uno immediato, che risponde alla domanda “cosa accadrà alla donna preda della natura selvaggia?” L’altro successivo, più profondo e risponde al bisogno di interpretare il messaggio del romanzo e i suoi significato più o meno nascosti.

Un romanzo che continua a parlarci

Più di sessant’anni dopo la sua pubblicazione, La parete conserva intatta la sua forza perturbante. Forse perché la barriera che imprigiona la protagonista non appartiene soltanto alla finzione, ma assume ogni volta un volto diverso: la solitudine, le convenzioni sociali, la paura, le aspettative altrui, la violenza che attraversa il mondo e le relazioni umane.

Tra gli alberi, nel ritmo immutabile delle stagioni e nello sguardo limpido degli animali, Marlen Haushofer lascia intravedere la possibilità di esistere senza dover continuamente dimostrare qualcosa a qualcuno. Per questo La parete non è soltanto un romanzo sulla fine del mondo. È un libro che ci suggerisce che talvolta ciò che appare una prigione può diventare il luogo in cui impariamo finalmente a riconoscerci.

Perchè leggere La parete

Leggere La parete significa entrare in un libro che sfugge a ogni classificazione definitiva. È un romanzo distopico, ma anche un diario di sopravvivenza. È una riflessione sul femminile e insieme una meditazione esistenziale sul significato stesso dell’essere umani. Marlen Haushofer anticipa temi oggi più vivi che mai: la crisi del rapporto con la natura, la fragilità delle relazioni sociali, la necessità di ridefinire l’identità al di fuori dei ruoli imposti e il riconoscimento della dignità degli animali come compagni d’esistenza e non come semplici strumenti

La sua scrittura scarna e quasi priva di enfasi produce un effetto straniante e potentissimo. Ogni gesto quotidiano acquista peso, ogni stagione diventa una conquista, ogni creatura incontrata una presenza indispensabile. La parete è uno di quei rari libri che modificano lentamente lo sguardo con cui si osserva il mondo. E una volta terminata la lettura, qualcosa continua a lavorare nel silenzio, come una domanda alla quale è impossibile smettere di rispondere.


Il romanzo

Una donna, una Robinson Crusoe dei nostri giorni, durante una gita in montagna rimane separata dal resto del mondo da una parete sorta misteriosamente e deve organizzarsi per sopravvivere, maturando un nuovo rapporto con la natura, gli animali, sé stessa e il proprio passato. Pubblicato per la prima volta nel 1963, “La parete” si è imposto negli ultimi decenni come libro-culto tra i lettori di tutto il mondo, parallelamente alla crescita di una nuova coscienza ambientalista e femminile.


L’autrice

Marlen Haushofer (1920-1970), austriaca, è autrice di vari romanzi e racconti tra i quali Un cielo senza fineLa mansardaAbbiamo ucciso StellaLa parete (2018)pubblicati dalle edizioni E/o. Pur avendo ricevuto nel 1963 il Premio Schnitzler, è vissuta sostanzialmente ai margini degli ambienti letterari, scrivendo “sul tavolo della cucina”, la mattina presto, quando ancora marito e figli dormivano.

Dettagli

  • Casa Editrice: E/O edizioni
  • Traduzione: Ingrid Harbeck
  • Pagine: 245
  • Prezzo: E 18,00

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LA MUCCA PARTORISCE DI NOTTE di Pajtim Statovci



Un romanzo sulla memoria, le origini e l’eredità del passato

Nei romanzi di Pajtim Statovci il realismo puntualmente trabocca dal suo confine naturale. Il reale è una cornice troppo stretta, un panorama chiuso da un muro oltre il quale lo sguardo non arriva, neanche con l’immaginazione. Una scatola che non si chiude, dal contenuto pesante. Troppo stretta per accogliere il peso dell’esilio, le ferite della memoria, il senso di estraneità che accompagna chi vive sospeso tra ciò che è stato e ciò che avrebbe potuto essere. Per questo in Statovci la realtà si incrina continuamente. Vi entrano il mito, il folklore, l’assurdo, il sogno. Lontani dall’essere ornamenti narrativi, sono veri e propri strumenti necessari per dare voce a ciò che sfugge dal linguaggio ordinario.

Tra folklore, leggende e realtà: la forza narrativa di Statovci

Anche ne La mucca partorisce di notte accade qualcosa di simile. La storia si muove tra memoria e leggenda, tra il concreto della vita quotidiana e l’ombra delle tradizioni, in un territorio dove il passato non è mai davvero passato e dove ogni racconto custodisce una verità più profonda di quella dei fatti. Statovci suggerisce che certe esperienze non possono essere spiegate solo attraverso ciò che accade. Simboli, superstizioni e ombre intervengono a colmare quelle zone in cui il dolore diventa troppo ingombrante per essere raccontato e l’accettazione troppo complessa per essere nominata. E lì, in un territorio di confine tra realtà e immaginazione, la letteratura di Statovci trova la sua voce più autentica e riconoscibile.

I temi del romanzo: famiglia, appartenenza e riconciliazione

Il romanzo si snoda tra memoria e attualità, in un andirivieni tra ricordi d’infanzia e un presente opaco, nebbioso, in bilico tra due identità opposte, quella dei suoi legami di sangue e quella del paese che l’ha accolto. Un dualismo che resta irrisolto in Statovci e che il presente sembra rendere ancor più dilaniante. Il protagonista, alter ego dell’autore stesso, è osteggiato e fortemente discriminato in Finlandia, ma è ugualmente guardato con sospetto, sdegno e irritazione in Kosovo, dove è solo un personaggio da sfruttare e da denigrare.

Il passato è un macigno che non riesce a trascinare, un groppo in gola che non passa, come un marchio a fuoco che non può essere nascosto agli altri. La sua violenza, la crudeltà, l’indifferenza trovano la loro massima espressione in queste pagine. Solo oggi, da adulto, il protagonista riesca a dare un nome agli accadimenti delle sua infanzia, rappresentandoli in tutta la loro virulenza. E oggi, forse proprio per il desiderio di venire a patto con i suoi traumi, decide di far ritorno in Kosovo con la madre. Vi trova un paese immerso nell’indigenza, nell’ignoranza, dove tutto è precario e ogni cosa è una conquista, da realizzare con ogni mezzo. Lì, nel suo paese di origine, il protagonista si sente estraneo, forse più che in Finlandia. In Kosovo il protagonista, che è ormai un uomo e uno scrittore affermato, si trova invischiato in situazione paradossali alle quali si arrende, lasciando che l’eredità della violenza lo trascini in basso, in un inferno in cui il degrado, l’assurdo, la contraddizione sono all’apice. Dai riverberi che emanano le storie in cui si imbatte emerge fortissima la memoria del padre, figura dai contorni netti, anacronistica, spezzata tra il naturale ruolo protettivo e accudente e una grottesca controfigura di padre, iracondo, irrisolto, incompreso. Inviso alla società finlandese per la quale è un reazionario integralista ed estraneo alla memoria delle sue radici, che sente intimamente di tradire. Lui stesso schiacciato dalla stessa condizione che stringe il protagonista.

Il padre è morto, eppure continua a occupare uno spazio enorme nella vita del figlio. Le lettere che gli scrive, efficace espediente narrativo per rappresentare il dialogo impossibile ma necessario, sono un intermezzo intriso d’odio e di rancore che spezza la narrazione acuendo la sensazione di straniamento che avvolge il protagonista. Sono il mezzo per esprimere l’inesprimibile, per lasciare aperte le cateratte del dolore, per confessare e accettare ciò che finora ha taciuto. Esse mostrano come certi rapporti non terminino con la morte e rappresentano il lavorio incessante della memoria, la necessità di dare un ordine al proprio passato. Ogni lettera è un tentativo di comprendere ciò che è accaduto, di attribuire un significato alle ferite ricevute e all’amore che, nonostante tutto, continua a provare. Le lettere introducono una voce più intima, riflessiva e vulnerabile. Sono momenti in cui cadono le difese, in cui il protagonista dà voce a ciò che sente. Del resto, nei romanzi di Statovci i confini sono sempre incerti: tra passato e presente, tra realtà e mito, tra vivi e morti. Le lettere contribuiscono a creare questa zona intermedia. E esistono perché ci sono domande che non avranno mai risposta.

La mucca come simbolo di vulnerabilità, cura e memoria

Così come il protagonista adulto convive con l’assenza di risposte e di certezze, il protagonista bambino si scontra con l’assenza d’amore. La mucca di cui si parla nel titolo è l’unica presenza capace di offrire conforto in un mondo dominato dalla durezza, dalla disciplina e dalla violenza silenziosa. Mentre gli esseri umani feriscono, giudicano o restano indifferenti, la mucca diventa una creatura in cui rifugiarsi, una forma di innocenza che resiste alla brutalità del mondo.  L’animale, che subisce anch’esso la violenza più abbietta e più dilaniante, racchiude insieme bellezza e dolore, vita e sacrificio, tenerezza e vulnerabilità.  È il riflesso del protagonista bambino: innocente, inerme, incapace di sottrarsi alla violenza degli altri e proprio per questo capace di riconoscerla in ogni sua forma.

La scrittura di Pajtim Statovci: tra realismo, mito e poesia


La voce letteraria di Statovci è inconfondibile, capace di essere lirica senza mai diventare compiaciuta, brutale senza cedere alla morbosità. La sua prosa è densa, stratificata, ricca di immagini che si imprimono nella memoria e continuano a riverberare ben oltre l’ultima pagina. Ogni frase sembra custodire più significati, ogni scena è attraversata da una tensione costante tra bellezza e dolore. Statovci racconta l’indicibile senza nominarlo direttamente. Il trauma, la vergogna, il senso di esclusione emergono per accumulo di dettagli, silenzi e simboli. Nulla viene spiegato fino in fondo, eppure tutto arriva al lettore con una forza disarmante. È una scrittura che richiede attenzione e abbandono, che non si limita a raccontare una storia ma la fa sedimentare lentamente dentro chi legge. Una prosa che si fa promotrice della voce degli ultimi, degli esclusi, e che sa parlare il linguaggio della rimozione, del perdono ma anche della vendetta, come risposta alla violenza e all’indifferenza. Che si interroga sul destino di chi resta ai margini, e ne interpreta ogni istanza, con tenerezza, realismo e urgenza.

Anche in La mucca partorisce di notte ritroviamo questa cifra stilistica. Una lingua che alterna durezza e tenerezza, realismo e suggestione, capace di trasformare una vicenda profondamente personale in una riflessione universale sulla memoria, sull’appartenenza e sulla difficoltà di trovare un posto nel mondo. È il tipo di scrittura che accompagna il lettore nelle sue zone più oscure, illuminandole con una delicatezza che ha qualcosa di straordinario. In un’epoca ossessionata dall’idea di reinventarsi continuamente, Statovci compie un gesto controcorrente. Scava nella terra delle origini, nelle sue contraddizioni, nei suoi silenzi, nelle sue superstizioni. La mucca partorisce di notte racconta il difficile apprendistato dell’appartenenza alle proprie ferite. Non ci insegna a dimenticare il passato né a sconfiggerlo. Ci invita piuttosto a sederci accanto ai suoi fantasmi, ad ascoltare ciò che hanno ancora da dire. Perché alcune eredità non possono essere spezzate: possono soltanto essere comprese. E forse è proprio da questa comprensione che nasce ogni possibilità di futuro.

Perché leggere questo romanzo.

Perché è il romanzo più universale di Statovci.

Nei suoi libri precedenti il centro della narrazione era spesso l’identità: l’essere migranti, l’essere stranieri, il tentativo di abitare un corpo, una lingua o un paese che sembrano non appartenerci. Qui, invece, il nucleo si sposta verso qualcosa che riguarda chiunque: il rapporto con l’eredità familiare e con il mondo in cui siamo cresciuti.

Questo romanzo è popolato da animali, superstizioni, credenze popolari e fantasmi del passato, ma parla di domande molto contemporanee: quanto di ciò che siamo ci appartiene davvero? Quanto possiamo allontanarci dalle nostre origini? E cosa resta quando smettiamo di fuggire?

Inoltre è probabilmente il libro più emotivo di Statovci. Meno cerebrale, meno costruito sull’ambiguità identitaria, più interessato ai sentimenti, alle ferite familiari e alla possibilità della tenerezza.


Il romanzo

Un bambino di otto anni lascia la Finlandia per trascorrere l’estate in Kosovo, nella casa del nonno immersa nella campagna. Quello che dovrebbe essere un periodo di gioco e scoperta si trasforma in un’estate segnata da eventi incomprensibili e dolorosi. In un ambiente dominato da disciplina ferrea e silenzi opprimenti, il piccolo trova conforto solo nella sua immaginazione e in un legame silenzioso con la mucca della fattoria, nella quale vede riflessa tutta la bellezza e la sofferenza del mondo. Anni dopo, ormai adulto e diventato scrittore, torna nello stesso luogo insieme alla madre. La guerra ha lasciato cicatrici profonde, e la diffidenza continua a scandire la vita quotidiana. Mentre cerca di dare senso al proprio passato, inizia a scrivere lettere al padre defunto. Dalle parole cariche di rabbia emergono ricordi frammentati, dolore e domande che non hanno mai trovato risposta. Quanto si può perdonare? E si può davvero ricordare senza restare intrappolati nella sofferenza? “La mucca partorisce di notte” è un romanzo travolgente e profondo che si muove tra le rovine del passato, il senso di colpa, la minaccia sempre presente del pericolo e l’esistenza fragile di chi sembra aver perso ogni luce.


L’autore

Pajtim Statovci, nato in Kosovo nel 1990, è cresciuto in Finlandia dove si è trasferito con la famiglia fuggita dalla guerra quando aveva due anni. Il mio gatto Jugoslavia, uscito nel 2014 ha vinto il Premio Helsingin Sanomat. Le transizioni, il suo secondo romanzo, tradotto in molte lingue, finalista al National Book Award, ha vinto il Toi-sinkoinen Literature Prize nel 2016 e nel 2018 gli è stato assegnato l’Helsinki Writer of the Year Award. Gli invisibili ha ricevuto il prestigioso Finlandia Prize, che consacra l’autore come il più giovane vincitore di ogni tempo. Le sue opere sono tutte pubblicate da Sellerio.


  • Casa Editrice: Sellerio
  • Pagine: 268
  • Prezzo: E 17,00

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VENERI DEFORMI: il corpo come ossessione e condanna nel memoir di Yasmina Pani


Un memoir che attraversa il corpo trasversalmente

Confessione, riflessione, digressione. Tirannia del corpo, perfezione, bellezza, disformia. Prima della classe. Brutto anatroccolo. Cibo che riempie vuoti e che è assoluto controllo. Digiunare, abbuffarsi, vomitare. Il corpo un nemico implacabile. Un involucro supponente, esigente, straniero. Giudicato, controllato, odiato, disconosciuto. Non percepito come reale. Che contiene un sé multiforme, i cui confini sono aleatori, capricciosi, mai gli stessi. Essere diversa. Ed avere una forma che non ci rappresenta. Che ci estranea, ci crea disagio, incertezza, paura e vergogna.

Questo e molto altro è ciò che contiene il memoir di Yasmina Pani. Un vortice di pensieri come un ciclone il cui occhio è il corpo. Vissuto come zavorra, come etichetta sbagliata, come specchio di una realtà che non sa rappresentarci. Il corpo come somma di tutti mali benché potenzialmente dispensatore di sconfinate gioie.

Un corpo perfetto come immagine della felicità. E dove insiste l’imperfezione si apre una prateria sconfinata d correzioni da imporgli, per dominarlo, plasmarlo, allinearlo, finalmente, all’immagine che si ha di sé. Un’immagine destinata a schiantarsi, se è rimandata da uno specchio, banale, maledetto, turpe cartina di tornasole che ci fa precipitare nella delusione, che diventa lotta e poi dominio e poi controllo. Fino a toccare la follia.

La scrittura di Yasmina Pani: disturbante, feroce, lucida.

Tutto nella scrittura di Yasmina Pani è contraddizione. Nella totale assenza di logica e di pensiero organizzato e coerente si dispiega la sua confessione che nasce per dissipare l’avversione verso il corpo. Per poterlo punire, per dargli la colpa di un’attitudine autodistruttiva che diventa inevitabilmente il nucleo stesso dell’esistenza. Una vita che senza quel pungolo, quel dolore, quella folle colpa senza espiazione, perde inaspettatamente il suo sale. Diventa inutile, dispersiva. Perchè alla fine, quella lotta, quel dolore, quella privazione, quella fissazione al limite dell’assurdo è la vita stessa, oltre la quale c’è il vuoto.

In Veneri deformi c’è una vita intera. Tutto torna al punto di partenza, poiché ciò che Pani vive è un mefistofelico loop che non può trovare soluzione. Un corpo non può modificarsi nella sua sostanza così come non può modificarsi, se non in minima parte, la convinzione della propria deformità. Se per gli altri il corpo è un dato di fatto, per lei è invenzione, caso, la randomica espressione di un disagio che non si risolve neanche aggrappandosi all’oggettività dello specchio.

Fame, digiuno e controllo: il corpo che combatte la sua guerra.

Se il corpo è un capriccioso contenitore dai contorni sfumati, che può dilatarsi e comprimersi, occupare spazio, provocare disagio, disapprovazione e anche un senso di orrore, il cibo è il volano che ammaestra questa immagine. Un corpo che digiuna è un corpo vinto, è materia inerte che si lascia plasmare dalla volontà. La mente assume il comando. Spegne gli allarmi della fame, confonde il riflesso nervoso della vista. Finché sei magra, vinci. Finché sei magra sei desiderabile. Sei forte, convinta finalmente di saper tenere in mano il timone della tua vita, che solo digiunando, boicottando quindi il bisogno primordiale di nutrirsi, può condurre alla felicità. L’estremo bisogno di controllo trova nel digiuno la sua massima espressione. E un attimo prima di raggiungere la massima espressione della felicità c’è la caduta. Più che una resa, cadere è un bisogno. Occorre toccare il fondo per risalire. Questo elementare concetto trova espressione nell’abbuffata, in un vero caos alimentare. Un momento di resa, necessario per innescare nuovamente il bisogno di ritrovare il controllo. Quella necessità inenarrabile di correre ai ripari, di correggere. La privazione che ti riporta a terra, a governare con ferrea determinazione i ritmi del corpo, privato di cibo, quindi punito ma al tempo stesso perso nell’erratica gioia della rinuncia, del rigore. Il saper fare ciò che a molti è precluso. Digiunare significa sfidare le leggi della vita. Spingersi al margine tra la vita e la morte. E starci bene.

Cosa è questo libro. E cosa non è.

Veneri deformi non è una lettura educativa sui disturbi alimentare. Non è un manuale, non è una testimonianza terapeutica, non è un percorso di guarigione confezionato per rassicurare il lettore. Non spiega, non consola, non suggerisce soluzioni. Pani semplicemente si racconta. Lo fa con un’onestà quasi oscena, senza condannare se stessa. Sarebbe impossibile, forse, rinnegare quel dolore senza rinnegare la propria identità. Pani non cerca conforto. Cerca la verità. E la verità è scomoda, disturbante, perfino repellente a tratti. Ma è anche autentica, impossibile da ignorare.

L’immagine di sé, fin dall’infanzia, si forma sul costante confronto tra gli altri e se stessa. Non è il frutto delle sollecitazione di un mondo che basa sull’estetica il valore delle persone. Non sono i modelli di perfezione che sin da piccola ha avuto d’innanzi. E’ molto di più. E’ rifiuto delle proprie fattezze poiché percepite come deformi. Fattezze che la condannano alla mediocrità, nonostante gli altri la trovino spesso attraente. Un inganno destinato a crollare su se stesso. Una deformità invisibile agli altri ma evidentissima agli occhi di chi la vive.

Una protagonista scomoda e per questo necessaria

Pani è autoironica, dissacrante, sboccata. La sua franchezza è disturbante. La sua spiccata sexsualità è scomoda. Il suo linguaggio troppo diretto. E i suoi disturbi creano orgiastiche eco di incredulità, rabbia, schifo, voglia di dirgliene quattro. Pani sa si essere folle. Sa di essere ingombrante. Eppure, il suo narrato è senza colpe perché vero. E la verità non può mai essere additata o ignorata. Solo accolta, ascoltata. Mezzo potente per squarciare gli animi, i costrutti e la forma, quella che protegge e conforta.

Pani narra per mettere il corpo in discussione. Corpi giudicanti. Corpi che trasmettono un dolore potente, che noi stessi fagocitiamo, essendone fautori e vittime al tempo stesso. Per Pani il corpo è un tarlo, che non riconosce come suo. Che vede in modo distorto. E’ la filastrocca di un dolore che è femmina. Identificata e identificabile attraverso il corpo, schiava di una forma che esprime una promessa che non si intende mantenere.

Perché leggere Veneri deformi

Perché è un libro che non ha paura di essere sgradevole.

Perché parla del corpo femminile senza renderlo metafora elegante o simbolo poetico. Lo mostra nella sua brutalità: giudicato, controllato, esibito, odiato, corretto.

Perché racconta qualcosa che molte donne conoscono intimamente: l’idea di esistere attraverso lo sguardo altrui. L’impressione che il corpo sia sempre una promessa da mantenere o un fallimento da correggere.

E soprattutto perché Pani riesce a fare qualcosa di raro: trasformare l’ossessione in linguaggio letterario senza ripulirla, senza renderla innocua.

Chi è Yasmina Pani

Yasmina Pani è autrice, traduttrice e voce profondamente originale nel panorama contemporaneo italiano. La sua scrittura attraversa il memoir, l’autofiction e la riflessione sul corpo con una lingua febbrile, ironica e spesso volutamente eccessiva.

In Veneri deformi porta sulla pagina una materia autobiografica incandescente, trasformando il disturbo alimentare e la dismorfia in strumenti di indagine identitaria e narrativa.

Neo Edizioni e la nuova collana “Diversioni”

Il libro è pubblicato da  Neo Edizioni, casa editrice indipendente che negli ultimi anni si è distinta per un catalogo fortemente riconoscibile: letteratura disturbante, voci laterali, testi che rifiutano l’omologazione narrativa e linguistica.

Con la nuova collana “Diversioni”, Neo sembra voler spingere ancora oltre questa ricerca. Non libri pensati per intrattenere in modo rassicurante, ma opere che deviano, disturbano, aprono crepe. Libri che scelgono l’irregolarità, il margine, l’inquietudine.

Veneri deformi incarna perfettamente questa linea editoriale: un memoir feroce, anti-retorico, che non cerca di piacere ma di incidere.


Il romanzo

Il racconto crudo, ma anche ironico, di un’esperienza di disturbo alimentare

Yasmina Pani ci consegna una confessione dura e sincera, una confessione che parla del suo corpo, delle sue ossessioni, delle sue paure. Nel farlo, tocca anche temi come il lavoro, la letteratura, le relazioni, l’ansia. A differenza della maggior parte delle opere che raccontano una storia simile, questo libro non offre consigli né vuole affidare messaggi di crescita e speranza al lettore: con una lingua precisa e un perfetto equilibrio formale, riporta fedelmente la verità come la vive l’autrice. In queste pagine troviamo la stessa intelligenza, lo stesso approccio diretto e non allineato, la stessa lucidità che caratterizzano ogni suo lavoro, compresi i progetti divulgativi dei suoi canali YouTube e Instagram.


  • Casa editrice: Neo Edizioni
  • Pagine: 128
  • Prezzo: E 13,00

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Una delicata collezione di assenze – Aline Bei



Recensione di Una delicata collezione di assenze di Aline Bei: un romanzo sul femminile tra silenzio, corpo e violenza invisibile.


Il femminile come negazione: silenzio, assenza, rimozione

Il femminile, in questo romanzo della brasiliana Alina Bei, è un codice narrativo che nasce dalla negazione. Quella del silenzio, del non detto. Quella dell’assenza, fisica e ideale. E quella del non visto, della violenza sui corpi, che non sanno decodificare i linguaggi del sopruso e così lo aggirano, lo scordano, lo annullano con lo strabiliante potere della rimozione.

La narrazione è una storia che ricompare. E’ fuga e ritorno. Un tentativo che fallisce e il susseguente ripiegare sui pavimenti già percorsi, dove la polvere ancora non è riuscita a sedimentare. Una narrazione che le donne sanno a memoria. Fatta di silenzio, difesa, chiusura. E di resa.

Una storia di ritorni: Margarida, Gloria, Laura

Margarida torna dalla madre dopo essere fuggita per lavorare in un circo. Sotto il tendone Margarida è stata una dea, vestita di bianco, una creatura ultraterrena. Lì ha conosciuto l’amore per il Clown ma anche il rifiuto, quello del Mago, che la ripudia per non essersi concessa a lui. Una figlia in grembo e un sogno crollato su se stesso la riportano nella casa dalla quale è fuggita. Le resta solo la capacità di leggere la mano, abilità che le darà da vivere. Sua figlia, Gloria, a sua volta soccomberà alla fascinazione della fuga, lasciando a Margarida una bambina appena nata, Laura, che, come il Clown aveva predetto, diventa la sua unica ragione di vita.

Filipa, madre di Margarida, non regge al disonore della sua progenie. Donna molto religiosa, si rifugia tra le mura di una Chiesa, pervasa da un amore a senso unico e scevro da qualsiasi dramma verso Dio, che nulla chiede se non di ubbidire alle sue leggi.

Il corpo femminile: crescita, vergogna, esposizione

Nella casa dal cancello arancione, nella quale si entra schioccando le mani poichè non c’è un campanello, Margarida e Laura sono due relitti in una baia insperatamente tranquilla. Vivono di poco, osservando i loro corpi cambiare e controllando i loro equilibri interiori, così faticosi da mantenere.

L’una impegnata a colmare le voragini lasciate dall’assenza della figlia Gloria. L’altra a interpretare la propria piccola vita, fatta delle scaramucce con le compagne, che intuiscono le difficoltà di crescere senza genitori e sanno come acuirne le incertezze, le insicurezze, le domande senza risposta che un’adolescente non può da sola riuscire a risolvere. I corpi sono nemici che non si lasciano vedere, dei quali si può solo indovinare potenza e pericolo, sorpresa e ingovernabilità. Margarida sfiorisce ma non può cedere. Laura esplode. Un caleidoscopio di colori insopportabili alla vista, che a volte si vorrebbe celare, rendere più tenui, velarli con una trama di invisibilità, che dia il tempo di abituarsi alle secrezioni, al sangue, alle forme che escono allo scoperto e che ci rendono deboli ed esposti.

Laura ancora non sa che diventerà sempre di più un corpo che varca la porta in direzione della propria scomparsa; un corpo che alla luce delle attività quotidiane sarà maturo e completo e per questo molto più visibile di quello che aveva da bambina, con vene e ampiezze, nei sulla pelle e un sedere fastidiosamente piatto. Ma erano i seni a stupirla di più, avere il seno avrebbe cambiato tutto.

Sono, entrambe, agli estremi della vita di una donna. Luoghi dove alberga l’incerto. Dove l’identità passata si sfalda, alla ricerca di nuovi punti di riferimento. Il passato reclama spazio ma il presente sta stretto, boccheggia in cerca di ossigeno, di aria nuova. E il futuro è un’incognita. Un vuoto da riempire in fretta come capita, perché quel risucchio mortifero si plachi, smetta di spaventarci, cessino le eco spaventose di ciò che conosciamo bene ma che preferiamo non dire, non vedere, perché così non esiste, non ci tocca.

In questa pianura da esplorare, l’ennesimo ritorno, quello di Filipa, disegna nuove prospettive. Un nuovo spazio si crea. Un nuovo bisogno di riempire si fa avanti. Mentre accade ciò che accade. Il non detto, il non visto, che si palesa nuovamente, come un destino ineluttabile.

Il tema del ritorno: destino e ripetizione

Il motivo del ritorno è davvero pregnante in questo romanzo, come lo sono le parole della sfera femminile, misteriose, imprevedibili, inaffrontabili eppure necessarie. Amore, se°sualità, desiderio, maternità. Cose che accadono, che trasformano l’esistenza, che spesso non si scelgono nemmeno, con le quali convivere ma che non hanno un significato preciso. Sono parole sotterranee, che si insinuano sottopelle, che scrivono destini. E poi c’è il resistere, sempre e comunque. Alla violenza di genere, alla menzogna, al disincanto, al dover crescere in fretta, al ruolo di moglie e di madre. Un destino scritto sulla pelle che non può essere cancellato e che investe le donne di questo romanzo, la loro fuga e il loro ritorno al punto di partenza. Eppure Bei lancia, forte, un messaggio di rottura. Una spinta verso la ribellione che giunge infine a tentare di rompere una catena, nonostante non via sia salvezza.

Linguaggio e forma: una scrittura libera e stratificata

In un romanzo che irrompe sulla scena con una forma insolita e impetuosa, con pagine che nascono libere e prive di schemi, con una sovrapposizione tra il linguaggio parlato e il pensato, tra la voce narrante e le voci delle protagoniste, nella confusione estatica di font diversi, di linguaggi e forme mutuati dalla sceneggiatura, di dialoghi come fiumi errabondi che scendono una china, la narrazione incede per mano ad una innata attitudine verso la poesia, con tutta la meraviglia di una storia che parla di noi, la stessa lingua, le stesse nostre paure, crisi, incertezze, forzature, doveri, bisogni, sogni.

Forma e narrazione si completano a vicenda generando una bolla pulsante di vita, inaspettata e imprevedibile, così come lo sono queste pagine che sembrano uscire da un flusso di coscienza inarrestabile. Leggerle è un viaggio intestino, tra fantasmi del passato e riverberi di desideri che ormai non ci appartengono più, ma che pulsano ancora negli angoli più nascosti del corpo. Che tutto sa, in fondo. E che non dimentica.


Il romanzo

In una modesta casa dal cancello arancione, convivono nonna e nipote. Laura è alle prese con il difficile passaggio dall’infanzia all’adolescenza, mentre Margarida, chiromante in un mercato d’antiquariato, dedica ogni sua energia alla nipote, unico filo che ancora la lega a Glória, la figlia di cui non ha più notizie.
L’arrivo improvviso di Filipa, la madre di Margarida, incrina il loro fragile equilibrio: con le sue valigie e le sue amarezze, occupa spazi e pretende attenzioni, costringendole a ripensare al proprio posto nella famiglia.
Laura dovrà affrontare la gelosia e la solitudine, e sua nonna il peso di un nuovo carico di cura, mentre lentamente affiora un segreto che ci lascia increduli e sconvolti.
Con uno sguardo poetico e implacabile, Aline Bei racconta i corpi che cambiano, i desideri taciuti, le ferite che si ereditano. Un romanzo intimo e universale che illumina, con rara delicatezza, l’inesauribile potere dei legami femminili.


L’autrice

Aline Bei è nata a San Paolo nel 1987. È laureata in Lettere presso la Pontifícia Universidade Católica de São Paulo (PUC-SP) e in Arti sceniche presso il Célia Helena Centro de Artes e Educação, e ha conseguito una specializzazione in scritture performative alla PUC-Rio. È autrice dei romanzi O peso do pássaro morto, vincitore del Premio São Paulo de Literatura (2017) e del Premio Toca; Pequena coreografia do adeus, finalista del Premio Jabuti (2022); e Una delicata collezione di assenze (2025).


  • Casa Editrice: La Nuova Frontiera
  • Traduzione: Marta Silvetti
  • Pagine: 288
  • Prezzo: E 19,00

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Morte e usignoli di Eugene McCabe: un destino feroce tra vendetta, desiderio e rassegnazione.


Un’Irlanda aspra e immobile, una ragazza che sogna la fuga, un destino che stringe la sua trappola. Morte e usignoli di Eugene McCabe è un romanzo potente e disturbante.

La recensione.


Un destino già scritto tra le brume d’Irlanda.

Un destino scaltro e malvagio tiene in scacco i personaggi di questo romanzo, nato dalla penna di uno dei più importanti ed acclamati autori irlandesi (Eugene McCabe 1930 – 2020) e uscito per la prima volta nel 1992.

Una narrazione che gode di un ambiente affascinante, perso nel verde dei prati ondulati dell’Irlanda e nelle brume che si alzano dalle paludi e dal mare, poco distante.

L’aria salina, libera dalle piogge invernali in un maggio pieno di promesse, accarezza i protagonisti, tuttavia schiacciati dall’abitudine, abbrutiti dalla solitudine e ormai assuefatti ad un sistema sociale rigido, diviso dalle annose questioni religione e dalle lotte di classe, oltre che da una velata corruzione.

Billy e Beth: un legame torbido, sospeso tra odio e bisogno.

Billy Winters è sicuramente un personaggio ambivalente. Violento, assuefatto all’alcol, chiuso nei piccoli privilegi e nelle meschinità della sua condizione di proprietario terriero. La moglie è morta e lo ha lasciato con una ragazzina, Beth, che probabilmente non è neanche figlia sua, verso la quale nutre un ambivalente sentimento di amore filiale e carnale, mischiato a rabbia e a desiderio di distruzione.

Beth è silenziosa, concreta, infinitamente compressa tra il dolore per la madre morta e la ribellione verso Billy, per il quale nutre un odio corrosivo ma anche uno sfiancante e svilente desiderio di essere vista. Una vita piatta. Un futuro che a Beth fa paura, che instilla in lei la voglia di scappare via.

L’illusione della fuga.

Quando incontra fortuitamente Liam Ward il miraggio della fuga può prendere forma. Liam è un personaggio inviso, che trascina con sé una reputazione dubbia. Non è l’uomo che fa perdere la testa ad una ragazza ma Beth vi intravede mistero e tenerezza, sotto una spessa coltre di impenetrabilità.

La sperata svolta alla propria vita prende tuttavia un’altra strada, impervia e inattesa. Ma l’amara sorpresa non sarà l’ultima. Per Beth il destino riserva una carta nascosta da giocare.

Un mondo rurale dominato da potere e sopraffazione.

Il romanzo gioca con i temi della rassegnazione e della ripetizione. Un eterno ritorno di privazione e di sottomissione, in un ambiente rurale in cui la donna è spesso solo una pedina, necessaria per il lavoro domestico e per il piacere notturno. Uomini bruti che piegano la natura e le donne al loro volere, in un sistema politico che impera e sottrae impunemente.

Quando la vendetta rompe il silenzio.

Il tema della vendetta implode solo sul finale, cambiando i ritmi della narrazione. Tutto avviene velocemente, quasi a stordire il lettore che è costretto a infilarsi in un vortice di eventi inaspettati che trovano immediatamente la loro ragione e motivazione. Davanti all’inevitabile, tutto ciò che era sopito viene a galla e trova il suo equilibrio.

Nelle ultime pagine è forte il senso di rivincita ma anche un sottile velo di terrore si insinua sotto pelle. La vendetta è il catalizzatore di ogni sentimento ed la valvola di sfogo perfetta per una storia che scorre sotto il peso della consuetudine, quella che non si scardina seppure sia un macigno che schiaccia qualsiasi velleità e qualsiasi ardore.

Un romanzo che lavora sottopelle

Morte e usignoli di Eugene McCabe è una lettura che sprigiona la sua energia dirompente all’improvviso. Un romanzo che gioca con la pietà, con quell’empatia struggente che si appiccica addosso come una febbre maligna.

Tutti sono imperfetti, schiavi dei peggiori istinti di sopravvivenza. Eppure, allo stesso modo, sono anche dei poveri diavoli, incapaci di difendersi da un’esistenza brutale, viscida, se non attaccando a loro volta chi gli sta davanti.

Un romanzo unico. Struggente, ambiguo, potente nelle sue rappresentazioni. Dove la speranza non sa colonizzare niente, neanche la giovinezza. Dove nessuno può fuggire la monotonia, la violenza, il pregiudizio. Dove la forza è solo prevaricazione e il desiderio è una scheggia impazzita, buona solo per graffiare e nuocere.


Perché leggere Morte e usignoli

Perché è uno di quei romanzi che avanzano piano, quasi in silenzio, come la nebbia che sale dalle paludi. E mentre il lettore crede di trovarsi davanti a una storia immobile, qualcosa sotto la superficie si prepara a detonare.

Morte e usignoli non offre eroi né redenzioni luminose. Offre esseri umani pieni di crepe, di fame, di rabbia compressa. Gente che sopravvive come può dentro un mondo che non perdona debolezze.

Leggerlo significa attraversare una terra dove la violenza è quotidiana quanto il vento e dove la vendetta diventa l’unica lingua possibile quando ogni altra speranza si è spenta. Un romanzo che prima seduce con la sua lentezza e poi stringe il cuore con una stretta improvvisa, lasciando addosso quella sensazione rara: aver incontrato una storia che chiede di essere ricordata.


Il romanzo

Nell’Irlanda rurale di fine Ottocento, la giovane Beth vive una cupa esistenza intessuta di ipocrisia e rancore. Le sue giornate trascorrono tutte uguali, tra la cura della casa e altre mansioni, nel tentativo di evitare un padre che, quando alza un po’ il gomito, le riversa addosso tutto il suo disprezzo. Gli unici pensieri che la consolano sono il ricordo della madre, morta in un tragico incidente, e quell’isola a forma di pesce che scorge oltre la collina, ora di sua proprietà. Quando il sole sorge per l’ennesima volta e Beth si prepara ad affrontare il nuovo giorno con la solita rassegnazione, nota dalla finestra un uomo fermo al centro del cortile. Liam Ward è lì perché ha bisogno di aiuto con una delle sue mucche, e Beth si offre di assisterlo. Quello che inizialmente alla ragazza sembra un amore frutto di un incontro fortuito, grazie al quale inizierà a rincorrere il sogno di un futuro diverso, si rivelerà invece un tradimento imperdonabile, che scatenerà in lei un folle desiderio di vendetta. Non c’è possibilità di riscatto in questo dramma consumato nelle paludi irlandesi, e nemmeno la promessa di una nuova vita riesce a spezzare il cerchio di odio che racchiude tutti i personaggi in un abbraccio mortale.

Dalla penna di uno dei più importanti scrittori irlandesi, un romanzo che appartiene ai grandi capolavori del Novecento. In Morte e usignoli, avvincente storia di una vendetta, un paesaggio di straordinaria bellezza fa da sfondo al conflitto fra tre protagonisti sottomessi all’oscura energia delle loro passioni: McCabe conduce il lettore senza concedergli un attimo di tregua, risucchiandolo nella spirale di una partita all’ultimo sangue dall’esito perfetto.


L’autore

Eugene McCabe

Nato a Glasgow da genitori irlandesi, si ristabilì in Irlanda con la famiglia all’inizio degli anni Quaranta. Drammaturgo e narratore, ha pubblicato nel 1978 la raccolta Heritage and Other Stories. Morte e usignoli, uscito per la prima volta nel 1992, lo ha consacrato tra i maggiori scrittori irlandesi degli ultimi decenni. Dal romanzo è stata tratta l’omonima serie della BBC.


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Pagine: 231
  • Prezzo: E 18,00

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Tanto domani muori di Antiniska Pozzi

Quel passato che non è mai trascorso. Quella lotta che non trova requie.



C’è un pezzo della nostra storia nel nuovo romanzo di Antiniska Pozzi. Un riverbero che giunge inatteso, come una medicina in cui lo zucchero sia chiamato a mascherare un sottile miasma. Un ricordo sfocato i cui contorni si fanno sempre più nitidi, netti, infine lampanti. Un’eco che risulta inappellabile. Qualcosa che si è voluto ignorare ma che sgorga con potenza, come un gas trattenuto nelle profondità insondabili della terra.

Quello che eravamo poco tempo fa, quando ancora il futuro sembrava magnanimo. Un domani fulgido in cui credere. L’amore che ci avrebbe salvato, un nuovo luogo da abitare, Una promessa da mantenere, senza indugio, prima che la realtà si infranga, cada in mille pezzi.

Anna, figlia del novecento: identità, classe sociale e frattura generazionale.

Anna è l’anello che congiunge la generazione nata con la guerra e quella che la guerra non se la ricorda più, che se la fa raccontare e che crede di farsi beffe delle proprie origini e del proprio destino. Anna è una bimbetta di sei anni quando la neve sommerge Milano in un gennaio gelido e mai dimenticato ed è una studentessa universitaria quando la tragedia si abbatte su di lei. Anna è la figlia della classe operaia, in bilico tra la povertà e la sussistenza, con genitori non scolarizzati, con un guardaroba all’osso, con un vocabolario avaro. Poche parole e dette male, poiché apprese da bocche sguaiate, attorniate dalle lusinghe del dialetto, incerte in una foresta di accenti che non si sa mai per certo da che parte cadono e che inflessione danno alle parole, che escono scolorite, deboli e invertebrate, senza midollo. La figlia povera e incompresa, che diventa una piccola borghese, una donna dei piani alti, una donna che si è fatta da sola sulle macerie di un’infanzia tremula, difficile, sotto tono. Una donna che non sa più chi sia in realtà, che si dà in pasto all’ennesimo analista che le chiede come sta. Una che sa di essere un’anomalia, dentro ai salotti radical chic con le scarpe scollate e le calze rotte.

La famiglia: genitori sconfitti e sogni espropriati

I genitori di Anna sono stati depredati dei loro sogni, con un colpo di spugna deciso e risolutivo. Via l’attesa, via la speranza, via il miraggio di una famiglia che salvi e che sia ricovero e ristoro. Lei, Adriana, catturata dalle spire della depressione e ingoiata dalle maternità, alcune implose nel sangue, in un fallimento globale. Un lavoro che le viene strappato da una società male organizzata, che costringe una madre ad abbandonare il lavoro per mancanza di qualsiasi assistenza. Una vita tra quattro mura, tra bambini urlanti, ai quali tappare la bocca a suon di cinghiate. Lui, Nino, una promessa del calcio che per un capriccio finisce a lavorare in fabbrica. Quei piedi divini ed estrosi dentro a scarpe sempre più strette. Il rifugio nella contestazione e il rigetto verso un lavoro al nero. Una stanchezza che non si argina. Baffi neri a nascondere il ghigno della delusione e quella particolare pazienza che hanno certi uomini, quando viene tolto loro tutto, persino la memoria e il ricordo. Un calendario in cui segnare un bilancio sempre più spostato verso l’indigenza. Una moglie che ogni giorno si va spegnendo. I figli da crescere senza aver contezza della realtà che li avvolge.

Radici popolari e rassegnazione: la saggezza amara di un’Italia che cambia.

La storia che segna il ritmo narrativo di “Tanto domani muori” è fatta di delusione e di rassegnazione. Di radici popolari, di saggezza spicciola e cattiva. In cui la sorte non va stuzzicata. Occhi bassi e la consapevolezza che un niente ci separa dalla catastrofe. E’ la storia di un paese che cresce e che si scontra con una modernità fallace, doppia. Un Giano beffardo, ingannevole, che non ha pietà. La storia di donne e uomini che si spostano, dalle province polverose alle città grigie, dove appassiranno lentamente, dando in pasto i figli ad un presente incerto, del quale non ci si può fidare. Figli inseguiti dalla mala sorte, un’eredità purulenta che schiaccia i più deboli, rendendoli succubi di un futuro atteso che non arriva mai. Qualcuno tuttavia potrà salvarsi, almeno in apparenza. Farà ciò che i suoi genitori non hanno potuto fare. Studierà, sceglierà se sposarsi oppure no. Se fare figli o rinunciarvi. Se avere una carriera o no. Sarà un uomo o una donna che tende alla felicità, ma pur sempre in bilico tra quel passato che lo chiama a gran voce per trascinarlo giù e un futuro che sembra ad un passo ma che in fondo è davvero irraggiungibile.

La scrittura di Antiniska Pozzi: una prosa che confina con la poesia.

Antiniska Pozzi ha una voce potente, lucida. Capace di scrivere ogni acuto dei decenni che ci hanno preceduto, evocandone persino gli odori e i rumori. Disegnandone i contorni con grande realismo e una cura incredibile dei dettagli. Una fotografia in bianco e nero dai bordi sdruciti e sfilacciati come risultato di una prosa che cesella ogni singolo oggetto, ogni rimbombo, ogni sensazione. Un sentimento diffuso di docile compassione per chi ci ha preceduto, debole frutto di una società presa a schiaffi dalla guerra e abbacinata dalle lusinghe di un progresso imperscrutabile, inaccessibile per molti e incompreso dai più.

Ciò che emerge è quella sottile disillusione che pervade la generazione nata a ridosso della seconda guerra mondiale, che con niente si sfalda e con niente riprende il proprio posto, a fianco dell’infelicità e di una ottusa attitudine alla tristezza. Una tristezza che si tramanda, che si nutre della propria carne cannibalizzandosi, e che lancia un testimone sfuggente ai propri figli, che non sapranno agguantare al volo le opportunità di una società che esce allo scoperto lanciandoci alla cieca in uno scontro azzardato in cui non c’è alcuna certezza di riuscita.

È spezzata a metà, Anna, tra il mondo a cui vorrebbe appartenere e il mondo da cui viene, figlia di Nino, amante di Ludovico. Ha un passato da proletaria e il presente di una borghese benestante, il padre le vive appiccicato addosso mentre spende soldi per i libri, per le pause pranzo, per i pantaloni alla moda che le stanno sempre male, perché Anna ha ancora quel corpo goffo e legnoso, un corpo da lavoratrice, le mani tozze, i fianchi larghi, lo dice in giro, il corpo, senza che lei lo voglia, che viene da un mondo di contadini, operai, gente che non ènata per farsi contemplare. Eppure dentro quelle spalle, nella testa, in quelle mani, ci sono entrate troppe parole che venivano da altri mondi, e nessuno ha fatto niente per impedirlo, anzi, in molti lo hanno ritenuto auspicabile. Migliaia di parole provenienti da lingue che Nino non avrebbe capito, che Adriana non capisce. È partita da un mondo, Anna, senza approdare in nessun altro: è in perenne transizione, sa da dove viene e dove vorrebbe andare, ma l’origine è perduta e la destinazione si sposta ogni giorno più in là. Vive in una terra di mezzo in cui non è possibile scendere a patti con il concetto di identi-tà. È Anna che ha perduto Anna, è Anna che non ha ancora Anna. È un’anomalia, presenta elementi non riconducibili al modello prototipo di una classificazione o al normale svolgimento di determinate funzioni.

Quei figli sceglieranno se consegnarsi al sentimento di rivalsa, all’imitazione degli atteggiamenti borghesi o se trincerarsi nelle lotte di classi che infesteranno gli anni a venire. Anni cruciali per il paese che Pozzi ci consegna dentro a laghi di insoddisfazione e di insidie. E nell’incertezza dell’essere, del riconoscersi, del darsi un’etichetta, si chiude questa storia bellissima e crudele, scritta con una prosa che si confonde con la poesia, con i toni fluidi e sfocati della malinconia, delle occasioni mancate, del rimpianto e del rimorso. In fondo il nodo cruciale di ogni figlio è la decisione, spesso inconsapevole ma mai gratuita, che oscilla tra il ricordo e l’attesa. Tra il passato e il futuro. Tra l’essere o il diventare. Conformarsi o tradire. Riconoscere o disconoscere chi ci ha preceduto e messo al mondo. Lasciandoci in balia di quell’errore, di quell’anomalia, inattesa, innominabile, sconosciuta. Perché il mondo corregge se stesso e chi vi cammina sopra, sempre.


Il romanzo

“Casa auto lavoro / tanto domani muori. È scritto su un muro poco lontano dalla ferrovia, nella periferia nord di Milano, vicino a casa di Anna, che ha sei anni e un rumore che le abita la testa, un cubo che rotola nel buio mentre nella stanza accanto il padre russa e la madre veglia i propri fantasmi. Al terzo piano dell’edificio in klinker marrone dove abitano, Anna osserva i suoi genitori consumarsi. È figlia di un operaio, Nino, che sognava di fare il calciatore e ora cerca la felicità nelle cose semplici, e di Adriana, che è nata in Toscana, vicino al mare, non lavora ed è segnata da una malinconia che non trova nome né sollievo, dalla costante paura della disgrazia. Una disgrazia annunciata durante l’infanzia dalla Canuta, una sorta di spettro che popola incubi e racconti familiari.

Accanto a loro Anna cresce, la bambina introversa e accondiscendente si trasforma in un’adolescente piena di domande, in cerca di una voce che non sia solo eco del mondo da cui proviene, mentre gli anni Settanta trasformano il Paese. Finché le crepe del mondo si spalancano anche nella sua vita, e la tragedia, che sua madre da sempre attendeva, diventa realtà.

Antiniska Pozzi ha la voce di chi è abituata a scrivere poesia, e si vede. Tanto domani muori è un libro prezioso, per la lingua, lirica e capace di colpire al cuore chi legge, per la ricostruzione di un mondo familiare e il passaggio di un’epoca, per la capacità di trasformare il dolore in arte e un romanzo di formazione in un racconto universale, in una riflessione al tempo stesso intima e politica sull’appartenenza, il lutto, il riscatto, simbolo di un’intera generazione sospesa tra sacrificio e desiderio di futuro.


L’autrice

Antiniska Pozzi (1978) è nata a Milano. Dopo la laurea in Lettere moderne lavora come traduttrice d’incunaboli e giornalista. Inizia a scrivere per il teatro, e pubblica il monologo teatrale sulle morti bianche L’insalata di pomodori (premio “Per voce sola” 2008). Seguono i romanzi Dove vanno le iguane quando piove (Cabila, 2009) e Per essere Chiari (Milieu, 2021), e le sillogi Amavo (una volta) un comunista (Premio Beppe Salvia 2018) e Un nome di strega (Premio Prato 2022). 

Suoi racconti sono apparsi su diverse riviste, tra cui Cadillac Magazine, Monolith Volume, Bomarscè, Pastrengo, Risme, Grande Kalma, Film Tv. Ha tradotto testi di poeti inediti in Italia: Un’abitudine a scrivere di Helen Jacobs (Biblion, 2021), Un paradiso portatile di Roger Robinson (T.S. Eliot Prize 2019, Biblion, 2022), Mary Cresswell in Miglior Acque (Samuele Editore, 2022); Matthew Arnold in La camera degli animali (Il Saggiatore, 2022), Bugie di Doireann Ní Ghriofa (Biblion, 2024). Attualmente vive a Milano e insegna italiano presso la scuola secondaria. 


  • Casa Editrice: HarperCollins
  • Pagine: 168
  • Prezzo: E 18,00

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Quello che possiamo sapere di Ian McEwan:

Il futuro che guarda il presente



Ian McEwan immagina un futuro che racconta il nostro presente: memoria, social e verità in Quello che possiamo sapere.

Quello che possiamo sapere di Ian McEwan è un romanzo che guarda il presente come se fosse già passato, e proprio per questo riesce a raccontarlo con una lucidità inquietante. Ambientato in un futuro prossimo, il libro costruisce una distanza temporale che permette di osservare il nostro oggi come un reperto: fragile, contraddittorio, già esposto al giudizio di chi verrà dopo. McEwan sceglie una prospettiva narrativa insolita e profondamente letteraria per interrogare la memoria, la verità e il modo in cui la storia del nostro tempo verrà conosciuta e interpretata.

Fin dalle prime pagine, il romanzo mette in scena una tensione costante tra ciò che crediamo di sapere e ciò che effettivamente resta. Una guerra silenziosa tra vero e falso, tra probabilità e aspettative, tra documenti e narrazioni. Una riflessione che coinvolge il futuro dell’umanità, il collasso ambientale, il ruolo dei social e l’illusione che l’accumulo di dati possa coincidere con la conoscenza.

Raccontare il presente come se fosse passato

Scrivere un romanzo ambientato in un futuro prossimo e parlare di un passato che, agli atti pratici, è il presente, è una scelta romantica. Un romanzo abitato dai riverberi della nostalgia di qualcosa che non si è conosciuto, ma che viene immaginato come migliore. Nonostante il ricordo delle catastrofi ambientali che hanno mutato profondamente il mondo, la sua conformazione, e l’uomo che vi abita, disorientato da nuovi confini, nuove forme ed altrettanto nuove idee di segregazione e di solitudine. Nonostante le difficoltà di adattare l’idea al ricordo, la sensazione al vissuto vero. E di mantenere un interesse vivo verso il passato, che di per sé appare più facilmente un sacco vuoto, un luogo ormai arido, irraggiungibile e per questo trascurabile. Guardare il passato dall’alto, da una finestra aperta sul tempo, suona come un invito a riconsiderare il nostro presente, a proteggerlo, a dargli il valore che merita e che solo a posteriori, generalmente, viene percepito per quello che era, cioè una assoluta ricchezza.

Questo anelito per qualcosa che non si è conosciuto e che è andato perso meriterebbe una parola tutta sua, perché va al di là della nostagia, è la smania per qualcosa che un tempo era noto. Non proprio un tormento, ma nemmeno una risorsa. Quel misto di piacere e pena è emotivamente devastante, impedisce la concentrazione.

Nostalgia e distacco: guardare il nostro tempo da lontano

Ian McEwan, con la sua penna assolutamente perfetta, guarda l’oggi da lontano imponendosi quel distacco che dovrebbe rendere l’occhio più obiettivo. L’uomo ha bisogno di distanza, di memoria, per riabilitare qualcosa che sembrava corrotto, inappropriato e incurabile. E ciò che costruisce appare un piccolo miracolo e qualcosa di assolutamente mai visto. Basta andare avanti di cento anni per scoprire la terra spazzata via dalle acque e l’uomo inselvatichito, preda di nuove dipendenze, di vincoli che adesso, dopo le inondazioni e i disastri ambientali, sembra accettare con rassegnazione sorda, instupidito, quasi, dagli abbagli di un’epoca ormai trascorsa che non potrà più tornare. Una involuzione che sembra dettata dalla ribellione della natura contro gli abusi della specie umana. Un ripiegarsi su se stesso, l’occhio a scrutare e la mente a rivangare ciò che è stato, in un mondo più grande, più esteso, seppure sull’orlo di un precipizio, causato dall’influenza incontrollata dei social e dai sussulti di un ecosistema al collasso.

La nostalgia, l’indulgenza, lo stupore attraversano il lettore, mentre legge di un futuro che mostra i segni del degrado, della perdita, della non conoscenza. Un mondo che appare geograficamente più grande a causa delle difficoltà dei trasporti in un ambiente governato dalle acque, ma significativamente più piccolo, perduto nel ricordo, in un presente in cui l’impronta del disastro deve ancora essere metabolizzata. E’ da quel presente limaccioso e rassegnato che Thomas Metcalfe, studioso di letteratura del periodo 1990 – 2030, si muove, intrecciando la ricerca di un vecchio poemetto risalente al 2014 con le sua vita personale.

Thomas Metcalfe e l’ossessione per la memoria perduta

Il romanzo si muove sugli esiti di questa ricerca. L’oggetto è un componimento poetico a corona, quindici sonetti ognuno dei quali inizia con la strofa con cui finisce il precedente, scritto nel 2014 dall’eminente poeta Francis Blundy per la moglie Vivien. Una sola copia, decantata dal poeta stesso la sera del compleanno di Vivien, mai pubblicata ed evidentemente andata perduta. Come tutto ciò che è introvabile, la Corona per Vivien scatena nel mondo accademico e in molti altri ambienti una sorta di febbre. Quel tipo di passione ardente che si prova per ciò che non si potrà avere. Metcalfe vive una specie di ossessione per quell’opera dal gusto barocco e con essa anche per il periodo in cui viene alla luce. Un’epoca complessa, in cui le trasformazioni tecnologiche investono l’uomo e lo pongono innanzi a cambiamenti veloci, destabilizzanti ma anche forieri di un’euforia difficilmente imbrigliabile. Una miccia capace di innescare più tipi di incendi, tutti pericolosi per la specie e per il pianeta. Produzione incontrollata, governata dai magnati dell’energia fossile, grandi gruppi industriali che credono solo nel denaro, speculazione, guerre atomiche come spauracchio di poteri che inseguono ricchezze con un occhio miope e egoista. E poi disastri ambientali come dirette conseguenze. Intelligenza artificiale e social totalmente fuori controllo, capaci di dissacrare qualsiasi credo e qualsiasi reputazione, anche la più immacolata. Il sapere minacciato da un manipolo di persone senza cultura, a capo chino sopra una tastiera e davanti ad uno schermo.

Il nostro presente come passato affascinante

Il nostro presente diventa un passato che resta ugualmente affascinante, seppure stretto nelle morse di un’accelerazione che lo distorce e lo snatura. L’aria ancora non del tutto incontaminata, l’acqua brillante, la terraferma che si estende sotto i piedi. Erba, alberi, fiori. Una varietà di specie ormai perdute, risorse disponibili, una vita lunga, piena, sfacciatamente aperta ad ogni piacere. McEwan riesce così ad emozionarci e a palesare la bellezza di cui ancora disponiamo, pur mettendoci in guardia dai pericoli e da ciò che potrebbe accadere. All’ecosistema, alla politica, alla gestione delle risorse, alla pace stessa, oggi minacciata da più parti.

Ecco, questo è il sentimento che sto cercando di descrivere. La figura in attesa sul ponte moderno sono io. Il ponte crollato sul fiume e l’uomo che cent’anni prima lo attraversa rappresentano il passato dal quale anch’io sono escluso, il passato che da qui sembra integro e prezioso, il tempo in cui molti problemi dell’umanità potevano ancora essere risolti. Quando troppo pochi comprendevano la sublime bellezza dei loro mondi, naturali e costruiti dall’uomo.

Nel 2119 MetCalfe è deciso a scoprire la verità sul poemetto perduto. Una ricerca disperata in un mondo che ha perso interesse per il passato. Persino i suoi corsi accademici non destano interesse negli studenti, presi più dai dettagli delle vite passate che non dalla storia nel suo complesso. Il suo rapporto con la compagna è in crisi come lo è tutta la sua vita, una missione anacronistica, una battaglia persa in un presente sempre più miope e preso da se stesso.

Cosa resterà di noi

La storia recente ha lasciato tracce ben visibili. Nei primi anni 2000 si fa già uso della posta elettronica, i telefoni stanno mutando in dispositivi che fotografano, che utilizzano il messaggio di testo, che navigano su Internet. I social si stanno affacciando e si apprestano a racchiudere veri e propri microcosmi di informazioni. Eppure della Corona nessuna traccia. Metcalfe ha avuto accesso a una miriade di informazioni su Blundy e su Vivien e sui loro conoscenti ed amici ma niente sembra portarlo al poemetto. Eppure nella storia arriva una svolta e la sua portata sarà enorme. Tutti i costrutti di Metcalfe cadranno, mostrando una volta per tutte che niente è mai del tutto sovrapponibile a ciò che ci immaginiamo e all’idea che ci eravamo fatti di persone ed eventi.

La fallacia del sapere e delle deduzioni storiche

Il romanzo racchiude molte verità e molte lezioni. Una fra tutte la fallacia dei nostri ragionamenti e delle nostre deduzioni, quando cerchiamo di comprendere chi ci ha preceduti. E anche i preconcetti che minano le nostre conoscenze, le conseguenze errate che traiamo dai comportamenti degli uomini e delle donne del passato. La convinzione di sapere, di dedurre, la fede sconfinata nella logica, nella consuetudine, nell’effetto scatenato da una causa che siamo convinti di penetrare a fondo.

Il tema di ciò che traiamo dai fatti e dai ricordi del passato e di ciò che lasceremo ai posteri è trattato con enorme trasporto emotivo. Una pietà che corre lungo tutte le pagine. La compassione per l’uomo e per i suoi limiti. Il perdono precostituito verso i suoi errori, la possibilità di immaginare un futuro verosimilmente catastrofico ma in cui non tutto è perduto. Ed infine l’enorme fiducia nell’uomo e in tutte le specie, dotate di una provvidenziale onniscienza e della capacità di prevedere gli eventi, evitando il peggio. Chi ci seguirà sulla linea del tempo cosa potrà sapere di noi? Quali notizie lasceremo, quali ricordi, dalle bacheche dei nostri social, dai nostri messaggi senza punteggiatura, dalle foto modificate, dai nostri tentativi di sembrare interessanti? La storia futura dovrà orientarsi in questo rumore. Dovrà distinguere tra ciò che è stato vissuto e ciò che è stato messo in scena. Tra emozione autentica e costruzione narrativa.

Memoria e racconto: il vero antagonista del romanzo

Infine la memoria, questa spugna che assorbe tutto e che sa anche trasformarlo in ciò che più fa comodo, distorcendo il significato primario a vantaggio del nostro ego, diventa in Quello che possiamo sapere l’antagonista del racconto, della parola scritta. Ciò che resta non è solo ciò che è accaduto, ma ciò che è stato raccontato con maggiore forza, maggiore visibilità, maggiore capacità di circolazione. Quello che possiamo sapere dialoga con questa inquietudine. Ricorda che la conoscenza richiede tempo, selezione, responsabilità. Che ogni archivio ha bisogno di uno sguardo etico. Che la memoria, senza pensiero, resta materia grezza.

Forse la storia del nostro tempo, ricostruita attraverso i social, apparirà confusa, contraddittoria, eccessiva. Un archivio smisurato di immagini, opinioni e identità performate. Quello che possiamo sapere di Ian McEwan ci ricorda che il senso non coincide con la quantità, e che la memoria ha bisogno di pensiero per diventare conoscenza. In un mondo che registra tutto, la letteratura resta il luogo in cui il tempo viene compreso, non solo conservato. E oggi, più che mai, questo fa la differenza.

Perché leggere “Quello che possiamo sapere” di Ian McEwan

Leggere oggi Quello che possiamo sapere di Ian McEwan significa interrogarsi su come il nostro tempo verrà ricordato. Non come lo raccontiamo, ma come resterà. Il romanzo mette in crisi l’idea che conservare tutto equivalga a comprendere, e mostra quanto la memoria, senza uno sguardo etico e interpretativo, possa trasformarsi in una distorsione.

McEwan costruisce una storia che parla di archivi, di social, di conoscenza e di perdita, ma soprattutto parla di responsabilità. Di ciò che lasciamo dietro di noi mentre viviamo immersi nel presente. In un’epoca che registra tutto e riflette poco, questo romanzo invita a rallentare, a selezionare, a pensare.

Quello che possiamo sapere si legge per comprendere che la verità non nasce dall’accumulo, ma dall’interpretazione. E che la letteratura resta uno degli ultimi strumenti capaci di dare forma umana al caos della memoria contemporanea.

Il romanzo

Nell’ottobre del 2014, durante una cena tra amici, il grande poeta Francis Blundy dedica alla moglie Vivien un poema che non verrà mai pubblicato e di cui si perderanno le tracce. Un secolo più tardi, in un mondo ormai in gran parte sommerso dopo un Grande Disastro, lo studioso di letteratura Thomas Metcalfe scopre degli indizi che puntano a un intreccio amoroso e criminale. Ma che ne sappiamo degli uomini e delle donne del passato, con le loro passioni e i loro segreti? E che sapranno i nostri discendenti di noi e del mondo guasto che gli lasceremo in eredità? Nel maggio del 2119 Thomas Metcalfe, studioso di letteratura del periodo 1990-2030, si reca per l’ennesima volta alla biblioteca Bodleiana per consultarne gli archivi, a lui arcinoti, nel tentativo di scovare qualche scampolo di informazione inedita sull’oggetto dei suoi interessi, la fantomatica “Corona per Vivien” del grande poeta Francis Blundy, mai ritrovata. Il viaggio è disagevole, ora che la Bodleiana è stata trasferita nella Snowdonia, nel Nord del Galles, per sottrarre il suo prezioso contenuto alle acque che, dopo il Grande Disastro e l’Inondazione che ne seguì, sommersero l’originaria sede, a Oxford, e gran parte della terra. Ma gli abitanti del ventiduesimo secolo, sopravvissuti a quella catena di eventi, sono avvezzi al disagio e alla penuria, e inclini a guardare alla ricchezza e alla varietà del mondo precedente ora con rabbia ora con sognante nostalgia. Forse anche così si spiega l’ossessione di Metcalfe per il poemetto perduto. Miracolo di costruzione poetica, la Corona di Blundy fu composta poco più di cent’anni prima, nel 2014, in occasione del compleanno della moglie Vivien, e recitata un’unica volta durante i festeggiamenti presso il Casale dei Blundy, in un tripudio di vini e cibi deliziosi e ora introvabili, alla presenza della loro cerchia di amici. Facendo riferimento al celebre banchetto del 1817, cui parteciparono Keats e Wordsworth, l’evento fu successivamente definito «Secondo Immortal Convivio». La profusione di diari, corrispondenze e messaggi disponibili racconta delle correnti di amore e invidia che attraversavano tutti i partecipanti, del primo marito di Vivien, il liutaio Percy, e della malattia degenerativa che si era impossessata del suo cervello, delle ambizioni represse della donna. Ma dell’agognata “Corona per Vivien” neanche l’ombra. Che fine ha fatto la sublime poesia della cui stessa esistenza ormai i più dubitano? Quale verità si cela dietro la sua scomparsa? E quale differenza potrebbe mai fare il suo ritrovamento? Sarà un’intuizione geniale a fornire l’indizio che orienterà Metcalfe in una caccia al tesoro stevensoniana nell’ignoto. Il suo viaggio svelerà una storia d’amore e di compromessi e un crimine impunito, e getterà una luce nuova su figure che le parole tramandate gli avevano fatto credere di conoscere intimamente.


L’autore

Scrittore e sceneggiatore britannico. Esordisce con due raccolte di novelle, Primo amore, ultimi riti (1975 – pubblicato da Einaudi nel 1979 con la traduzione di Stefania Bertola) e Tra le lenzuola (1978 – edito da Einaudi nel 1982 sempre con la traduzione della Bertola), che ritraggono, in uno stile raffinato e impersonale, situazioni quotidiane, dominate tuttavia dall’ossessione per il sesso e segnate dalla morte. Sesso, perversione e morte sono temi trattati anche nei primi romanzi, Il giardino di cemento (1978, portato sul grande schermo nel 1993 dal regista Andrew Birkin con la nipote Charlotte Gainsbourg e tradotto dalla Bertola per Einaudi nel 1980) e Cortesie per gli ospiti (The Comfort of Strangers 1981 – Einaudi 1983, tradotto in film nel 1991 dal regista Paul Schrader con Christopher Walken, Rupert Everett, Natasha Richardson ed Helen Mirren), e diventano una metafora del vuoto di valori del mondo contemporaneo. Nei romanzi successivi lo scrittore si interroga sulla natura delle relazioni e dei sentimenti, spesso estremi, nati in contesti esasperati. Bambini nel tempo (1988 – Einaudi traduzione di Susanna Basso): la scrittura nervosa e asciutta di McEwan si apre in questo testo a improvvisi lampi di suggestiva liricità. Lettera a Berlino (1990 – Einaudi, anocra tradotto da Susanna Basso), da cui John Schlesinger trasse nel 1993 il film The Innocent, con Anthony Hopkins e Isabella Rossellini. Del 1993 anche la storia di The Good Son di Joseph Ruben con Macaulay Culkin, Elijah Wood. Cani neri (1992) indaga invece l’impossibilità di conciliare religione e progresso scientifico, materialismo e metafisica. Si ricordano poi L’amore fatale (1997, Enduring Love) da cui l’omonimo film del 2004 di Roger Michell con Daniel Craig, Amsterdam (1998, Booker Prize), Espiazione (2001 Atonement – nel 2007 divenuto un film di Joe Wright con James McAvoy e Keira Knightley), Sabato (2005), Chesil Beach (2007 a breve un film con la regia di Sam Mendes e la sceneggiatura dello stesso McEwan). Del 2011 è Solar. Nel 2012 esce Miele. Alla sua produzione appartengono anche le raccolte di storie per bambini Rose Blanche (1985) e L’inventore dei sogni (1994). McEwan ha scritto anche per la televisione. Nel 2017 ha vinto il Premio Bottari Lattes Grinzane per la sezione La Quercia, intitolato a Mario Lattes (editore, pittore, scrittore, scomparso nel 2001), dedicato a un autore internazionale che ha saputo raccogliere nel corso del tempo condivisi apprezzamenti di critica e di pubblico.
Tra le sue recenti pubblicazioni ricordiamo: Nel guscio (2017), il racconto Il mio romanzo viola profumato (2018),Macchine come me (2019), Lo scarafaggio (2020), Lezioni (2023), Quello che possiamo sapere (2025).


  • Casa Editrice: Einaudi Editore
  • Traduzione: Susanna Basso
  • Pagine: 376
  • Prezzo: E 21,00

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Il peso della farfalla di Erri De Luca

La vita e la morte nella natura selvaggia

Un’analisi poetica e simbolica del racconto di Erri De Luca: il camoscio, l’uomo, la farfalla e il fragile equilibrio tra natura, vita e morte.



La delicatezza della vita e l’inevitabilità della morte nella scrittura di Erri De Luca.

La purezza di una farfalla e il peso della vita che finisce. Un camoscio e un uomo. Il re e il bracconiere. La maestosità della natura, l’istinto, la chiaroveggenza dolorosa che nasce dai sensi dell’animale. Il calcolo dell’uomo, l’intelligenza che addomestica la sensazione, la spinta egoista che lo muove. Solitudine e introversione assoldati al bisogno di misurarsi con qualcosa che sfugge alla comprensione, qualcosa di grande e di schiacciante.

Appartenere ad un branco, con le sue gerarchie e le sue leggi. Le stagioni che dettano i ritmi naturali, le generazioni che si affacciano alla vita ogni primavera, la terra che cambia colore e consistenza sotto gli zoccoli sensibili e il cielo che brilla di notte ed è soffitta lucida di giorno. Tetto soave che racchiude i pascoli, le rocce. E gli strapiombi, gli strappi che l’animale ricuce con un balzo, frutto di atavici istinti che scalzano la morte, forti della vita istintiva che corre nelle sue vene.

Agire da solo, inviso dagli altri. La pelle è una corazza per un animo selvatico che si scontra con l’umidore dolce dei sensi, tenuti al laccio e che tuttavia emergono a tratti, come un relitto che affiora a pelo d’acqua con il suo carico inestimabile. La montagna è un rifugio. Inospitale, aspro, duro, per dare un senso di potenza all’uomo, che conosce i suoi limiti, la sua inferiorità rispetto all’animale e per questo vuole sfidarlo.

Tra l’uomo e il re dei camosci c’è il sangue di una madre abbattuta e sventrata, nel coro nero delle aquile che banchetteranno con le viscere dell’animale, complici del fucile che dà la morte.

Una vita ad osservare, l’attesa di un incontro e il bisogno di uno scontro. che diventa necessario, il senso ritrovato di due vite trascorse ad imperare. Il camoscio sul suo branco. L’uomo sul suo passato e le sue debolezze.

La farfalla: simbolo di vita, destino e fine.

E la farfalla, la sua mirabile grazia e l’inconsistenza delle sue ali incorruttibili eppure fragilissime, è il destino e la morte che incombe sul re dei camosci e sul cacciatore, un dettaglio che appare ogni volta che l’animale e l’uomo riflettono sulla propria vita e sul senso della fine che incombe. Il volo spezzettato che è l’opposto del sibilo del piombo, quando sfreccia crudele verso la carne inerme. Il volo innocente e delicato che segna il punto di svolta e il finale inevitabile. È il simbolo della vita, della mortalità e del delicato equilibrio tra uomo e natura, dove un gesto minimo cambia tutto. La disarmante poesia che racchiude il nucleo tematico del racconto: la delicatezza della vita e l’inevitabilità della morte, il contrasto tra la forza bruta e la fragilità umana e animale.

Vita, morte e consapevolezza

La morte che giunge è un dono che l’uomo e il camoscio, ormai pari, ricevono. La conoscenza assoluta e definitiva che la vita è un pulviscolo fugace, piccolissimo e lieve di fronte al disegno della natura e delle sue leggi. Resta la fede in un’esistenza pura, istintiva, cruda e persino crudele. È la consapevolezza che potenza e fierezza coesistono con fragilità e vulnerabilità. E che fragilità e vulnerabilità sono le luci tremule che ci riportano a terra, a fare i conti con una vita che fugge via, inconsistente e piccola. La luce che annienta l’illusione di lasciare un segno nel campo infinito, nel disegno immutabile e imperante. L’animale lo sa. L’uomo no. Lo apprende alla fine. E non sempre.

La poetica di Erri De Luca: natura, ferinità, verità.

Un racconto che racchiude il senso della vita e della morte e l’incedere del tempo dentro ai grovigli dei sensi e degli istinti. Una scrittura che incanta, che coglie in pieno la forza della natura, l’impeto di vita dell’animale, la sua saggezza, la spinta a muoversi dentro ad una sintonia perfetta, in contrasto con lo sforzo calcolato dell’uomo, che segue la corrente adattandosi e ingannando la natura con l’intelligenza.

Tutto è poesia, nella penna illuminata di De Luca. Tutto è incanto, purezza, ferinità, ricerca di quella connessione capace di elevare un’esistenza e di riportarla verso i ritmi naturali, verso il primordiale battito. Dove la perfezione esiste ed è accessibile. La chiave per trovarla sta in queste pagine.


Il racconto

Il re dei camosci è un animale ormai stanco. Solitario e orgoglioso, da anni ha imposto al branco la sua supremazia. Forse è giunto il tempo che le sue corna si arrendano a quelle di un figlio più deciso. E novembre, tempo di duelli: è il tempo delle femmine. Dalla valle sale l’odore dell’uomo, dell’assassino di sua madre. Anche l’uomo, quell’uomo, era in là negli anni, e gran parte della sua vita era passata a cacciare di frodo le bestie in montagna. E anche quell’uomo porta, impropriamente, il nome di “re dei camosci” – per quanti ne aveva uccisi. Ha una Trecento magnum e una pallottola da undici grammi: non lasciava mai la bestia ferita, l’abbatteva con un solo colpo. Erri De Luca spia l’imminenza dello scontro, di un duello che sembra contenere tutti i duelli. Lo fa entrando in due solitudini diverse: quella del grande camoscio fermo sotto l’immensa e protettiva volta del cielo e quella del cacciatore, del ladro di bestiame, che non ha mai avuto una vera storia da raccontare per rapire l’attenzione delle donne, per vincere la sua battaglia con gli altri uomini. “In ogni specie sono i solitari a tentare esperienze nuove,” dice De Luca. E qui si racconta, per l’appunto, di questi due animali che si fronteggiano da una distanza sempre meno sensibile, fino alla pietà di un abbraccio mortale.


L’autore

Diciottenne, vive in prima persona la stagione del ’68 ed entra nel gruppo extraparlamentare Lotta Continua. Poi sceglie di esercitare diversi mestieri manuali in Africa, Francia, Italia: camionista, operaio, muratore. Studia da autodidatta l’ebraico e traduce alcuni libri della Bibbia. È opinionista de «il Manifesto».
Ha pubblicato con Feltrinelli: Non ora, non qui (1989), Una nuvola come tappeto (1991), Aceto, arcobaleno (1992), In alto a sinistra (1994), Alzaia (1997), Tu, mio (1998), Tre cavalli (1999), Montedidio (2001), Il contrario di uno (2003), Mestieri all’aria aperta. Pastori e pescatori nell’Antico e nel Nuovo Testamento (con Gennaro Matino, 2004), Solo andata. Righe che vanno troppo spesso a capo (2005), In nome della madre (2006), Almeno 5 (con Gennaro Matino, 2008), Il giorno prima della felicità (2009), Il peso della farfalla (2009), E disse (2011), I pesci non chiudono gli occhi (2011), Il torto del soldato (2012),  La doppia vita dei numeri (2012), Ti sembra il caso? Schermaglia fra un narratore e un biologo (con Paolo Sassone-Corsi 2013) e Storia di Irene (2013).

  • Casa Editrice: Feltrinelli
  • Pagine: 70
  • Prezzo: E 9,00

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L’attesa del diavolo di Mary MacLane: desiderio, scandalo e femminile radicale.


L’attesa del diavolo di Mary MacLane, tradotto e riscoperto da Sofia Artuso per Ago Edizioni: femminile, fuga, desiderio, scrittura come atto di esistenza.


L’attesa del diavolo: Mary MacLane e la fame di esistere

L’attesa del diavolo arriva dal primo Novecento come una lama crudele. Taglia il tempo, attraversa il secolo, si posa sul presente con una precisione feroce. Mary MacLane scrive per emergere, per essere vista, per incidere il proprio nome nella carne del mondo. Scrive per restare. E rimane, come un lampo che illumina un cielo grigio. Luce che acceca e che riscrive le modalità di essere donna, in un’epoca che vorrebbe rinchiuderla in un perimetro asfittico, in secondo piano, i contorni sfocati e la voce ridotta ad un bisbiglio. Una gabbia che Mary decide fin da giovanissima di violare.

Questo romanzo, riscoperto grazie al lavoro di scout letteraria di Sofia Artuso e restituito al lettore italiano attraverso una traduzione che conserva febbre, eccesso e vertigine, rappresenta una chiamata. Una chiamata al desiderio, alla voce, alla libertà. Ago Edizioni compie qui un gesto editoriale necessario: riporta alla luce una scrittura che brucia.


Mary MacLane: una voce femminile troppo avanti per il suo tempo

Mary MacLane nasce nel 1881 e cresce in un contesto nordamericano dominato da moralismo, controllo sociale e rigida gerarchia patriarcale. A diciannove anni pubblica L’attesa del diavolo e diventa subito un caso. Il libro vende moltissimo, scandalizza, divide. Una giovane donna che parla di ambizione, corpo, desiderio e grandezza personale scuote un mondo che vuole le donne silenziose.

Mary si percepisce come creatura eccezionale. Rivendica il diritto alla gloria, alla memoria, alla centralità. Il suo femminile appare moderno, visionario, radicale. Una soggettività che si afferma senza chiedere autorizzazioni.


Il femminile come centro e come urgenza

Il femminile che attraversa L’attesa del diavolo vive di intensità. Mary parla di sé come soggetto assoluto, corpo desiderante, mente febbrile. Il femminile prende spazio, reclama attenzione, pretende sguardi. Qui la donna scrive per fondarsi, per darsi forma, per esistere pienamente. Ogni pagina diventa una dichiarazione di presenza. Ogni frase un atto di rivendicazione.


Fuga e felicità: il desiderio di una vita più grande

La fuga rappresenta una tensione costante. Fuggire significa cercare una felicità possibile, coerente con la propria intensità interiore. La provincia soffoca, le convenzioni stringono, il tempo storico limita. Mary guarda oltre e immagina una vita diversa, più ampia, più vera. La fuga assume valore creativo. Diventa gesto di fedeltà verso se stessa. Una promessa di libertà.


Scrittura come realizzazione di sé

Per Mary MacLane la scrittura coincide con l’esistenza. Scrivere significa diventare. La pagina accoglie corpo, ossessioni, desiderio di assoluto. Ogni parola serve a fissare una traccia, a opporsi alla sparizione. La scrittura fonda l’identità. Espone. Incide. Salva. Tradurre tutto questo richiede ascolto e coraggio.


Sofia Artuso: scouting letterario e traduzione come alleanza

Il lavoro di Sofia Artuso si muove su due piani fondamentali: la scoperta e la restituzione. Come scout letteraria riconosce una voce necessaria sepolta dal tempo. Come traduttrice sceglie di accompagnarla, rispettarne il ritmo, conservarne l’eccesso. La traduzione mantiene intatta la carica emotiva del testo, il suo stile diretto, febbrile, volutamente sbilenco. Una lingua che corre, inciampa, accelera. Una lingua viva. Alla quale Artuso ridà voce, consentendone tutti i rimbombi, oggi più che mai assordanti, nonostante siano trascorsi molti anni di lotte e di rivendicazioni femministe. Un lavoro che si immagina complesso, impegnativo. L’atto di imbrigliare il narrato di Mary, un puledro scalpitante che non vuole essere domato ma correre a perdifiato sull’erba, dietro a nuvole capricciose e sfuggenti. L’atto con il quale la traduttrice asseconda lo spirito di Mary, resistendo alla tentazione di normalizzarlo, di renderlo più educato. Evitando di sentirsi chiamata in causa come donna prima che come professionista. Compiendo, giocoforza, un atto politico.


Uno stile diretto, folle, scandaloso

Lo stile di Mary MacLane vibra di urgenza. Diretto, confessionale, ardente. Una scrittura che rifiuta l’equilibrio e abbraccia l’eccesso. Una follia che assume valore conoscitivo. Permette di vedere più a fondo, più a nudo. Questo stile scuote perché espone. Disturba perché rivela. Affascina perché osa. E’ un atto di auto-creazione, una vera sfida al mondo.


Scandalo e patriarcato: il bisogno di scuotere

Mary scrive dentro una società che assegna alle donne ruoli ristretti. La sua risposta passa attraverso lo scandalo. Attraverso il desiderio. Attraverso la parola. L’attesa del diavolo incrina l’ordine patriarcale e ne mostra le crepe. La voce di Mary disturba perché afferma una soggettività femminile piena, carnale, ambiziosa.


Carnalità come linguaggio dell’anima

Il corpo attraversa ogni pagina. Sente, desidera, reclama. La carnalità diventa forma di conoscenza. Il desiderio parla una lingua primaria. Corpo e parola coincidono. La carne si fa scrittura. La scrittura diventa corpo.


Il suicidio come ultima soglia di libertà

Nel romanzo emerge anche il pensiero del suicidio. Una riflessione dura, lucidissima. Il suicidio appare come possibilità estrema di controllo, come ultima chiave custodita. Una scelta che restituisce padronanza. In una società che decide per le donne, questo pensiero assume un valore radicale. Terribile e potente insieme. Ed è anche un pensiero tremendamente evocativo, dal momento che Mary, ancora molto giovane, disillusa e dimenticata, muore probabilmente per sua propria mano. Rigettata dalla stessa società che qualche anno prima l’ha osannata. Dopo il clamore, il silenzio. Dopo l’onda anomala, la quiete assordante.


Il diavolo come figura umana da venerare

Il diavolo del titolo vive lontano dalla teologia. Rappresenta l’alterità, la trasgressione, la promessa di una vita più intensa. Una figura umana che vede Mary, che la riconosce, che la desidera. Venerare il diavolo equivale a scegliere l’eccesso, la febbre, il desiderio. Una presa di posizione simbolica che racchiude tutta la forza sovversiva del testo. Il diavolo di Mary MacLane è il latore di una felicità che annienta. Che è il fine e il mezzo per realizzarsi. E’ desiderio, carnalità, piacere estremo che passa dal corpo, attraversandolo e conquistandone ogni recesso. Un’idea che al tempo è blasfemia, e che proprio per questo incarna il desiderio di Mary di scandalizzare nel profondo i suoi lettori. Solo scuotendo il lettore Mary può aspirare a lasciare il segno. Solo lo scandalo può darle luce, risonanza. Tutto il resto resterebbe solamente il canto dl cigno di una donna insana di mente, immediatamente messo a tacere.


Mary MacLane oggi: una presenza ingestibile

Mary oggi userebbe la parola come arma. Scriverebbe per esporsi, per disturbare, per lasciare segni. Parlare di corpo, desiderio, morte, ambizione resterebbe il suo gesto politico. Verrebbe osservata, sezionata, discussa. Continuerebbe a scrivere. Sempre. Per essere vista. Per essere ricordata. In un presente in cui spesso si scrive per essere visti e solo secondariamente, per esistere.

Perché leggere oggi L’attesa del diavolo

Leggere oggi L’attesa del diavolo significa accettare un corpo a corpo. Con il desiderio, con l’ambizione, con la voce di una donna che rifiuta ogni forma di ridimensionamento. In un tempo che ama le narrazioni rassicuranti, Mary MacLane arriva come una presenza che eccede, che parla troppo, che chiede tutto. E proprio per questo risulta necessaria.

Questo libro interroga il presente con una lucidità quasi imbarazzante. Parla di visibilità come bisogno vitale, di scrittura come atto fondativo dell’identità, di fuga come scelta legittima quando il mondo risulta insufficiente. Temi che attraversano le vite di molte donne contemporanee, spesso ancora costrette a contrattare spazio, voce, desiderio.

Leggere Mary MacLane oggi significa riconoscere una genealogia. Capire da dove arriva una certa radicalità femminile. Ritrovare una scrittura che vive fuori dal compromesso, che rifiuta la pedagogia del dolore e la retorica della guarigione. Qui non esiste redenzione. Esiste intensità. Esiste fame di vita. Esiste la volontà di lasciare un segno.

In un’epoca che chiede alle donne di essere forti ma composte, consapevoli ma concilianti, Mary MacLane sceglie l’eccesso come forma di verità. Il suo io smisurato, esposto, dichiarato, diventa un gesto politico ancora attivo. Un invito a occupare lo spazio senza chiedere scusa.

L’attesa del diavolo si legge oggi per ricordare che il desiderio non ha bisogno di giustificazioni. Che la scrittura può essere una casa, una fuga, un’arma. Che alcune voci arrivano troppo presto e per questo continuano a parlarci più forte.


Il romanzo

«Vorrei che questo Ritratto venisse pubblicato e prendesse il largo in quel profondo mare salato – il mondo. Lì, sicuramente, qualcuno in grado di capirlo e di capirmi ci sarà». Mary MacLane vive a Butte, nel Montana, che a detta della stessa autrice, offre «uno dei panorami più brutti che si possa desiderare di vedere». Ha diciannove anni quando scrive I Await the Devil’s Coming, un grido forte e distinto che vuole far tremare i buoni propositi della società borghese americana totalmente incapace di accogliere una mente libera e rivoluzionaria come quella di Mary MacLane, che arriva a porsi nel 1901 la questione: «esiste, in questo mondo spietato, qualcosa di sublime quanto l’amore puro di una donna verso un’altra donna?». Di qui nasce L’attesa del Diavolo, che non è: «quell’orrenda creatura in calzamaglia rossa, con zoccoli caprini, coda e un forcone a due punte. Invece, penso a lui come a una persona di immane fascino, forte, dalla volontà d’acciaio e con indosso abiti comuni – un uomo di cui innamorarsi perdutamente, follemente». Un memoir, un ritratto che si serve della struttura del diario, quasi un retaggio formale dell’infanzia, un libro la cui scrittura insegue il senso e i pensieri dando vita a un flusso di coscienza animato dalla ricerca a tratti estenuante e a tratti rassegnata, di una pur effimera via di fuga.
E in questa fessura di vita di tre mesi, in cui MacLane riporta il suo quotidiano nero su bianco, si riconosce la spavalderia dei vent’anni che non ammette chiaroscuri ma soltanto colori netti e vividi.

Al libro bastò un solo mese di pubblicazione per suscitare un’eco fortissima, tanto che il nome di Mary MacLane si fece conoscere presto in tutto il Nord America. La stampa riempì intere colonne di giornale di articoli su questa autrice sconosciuta, la squadra di baseball di Butte si fece ribattezzare in The Mary MacLanes, si arrivò subito a parlare di “MacLaneismo”, il «Washington Post» definì il libro come «uno dei più sorprendenti pubblicati negli ultimi anni», venne persino inventato un cocktail col suo nome. Un libro la cui forza evocativa non si è persa nel tempo, ma, al contrario, è ancora capace di restituire al lettore un sentimento di lotta e grazia.


L’autrice

Nasce nel 1881 a Winnipeg, in Canada. In tenera età si trasferisce con la sua famiglia negli Stati Uniti: in un primo momento nel Minnesota, poi, in seguito alla morte del padre e al nuovo matrimonio della madre, a Butte, nel Montana. Nel 1902, a diciannove anni scrive il suo primo libro, I Await the Devil’s Coming che, pubblicato con il titolo The Story of Mary MacLane, vende inaspettatamente centomila copie. La censura si affretta a vietarne la vendita dopo soltanto un mese a causa degli argomenti trattati considerati scandalosi. Seppur breve, questo successo le garantisce la possibilità di lasciare la provinciale Butte per l’agognata New York. Invischiata in processi per furto, regista, giocatrice d’azzardo, morì proprio a New York il 6 agosto 1929, forse suicida, con una copia del suo primo, indimenticato, libro tra le mani.


  • Casa Editrice: Ago Edizioni
  • Traduzione: Sofia Artuso
  • Pagine: 240
  • Prezzo: E 18,00

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Estinzione di Francesco Mazza: amore e ossessione nell’era digitale

-significato, trama e perché leggerlo-


Una radiografia feroce delle relazioni e del desiderio nell’era dei social e dell’omologazione. Scopri trama, temi, pregi e perché leggerlo



Si pensa che le coppie che funzionano siano quelle basate sul reciproco rispetto, sul dialogo, su caratteri e sensibilità diverse che si incastrano come le tessere di un puzzle, e che i partner ideali siano quelli in grado di capirsi, di sostenersi, di valorizzarsi a vicenda. Tutte stronzate. Le coppie che funzionano, e durano nel tempo, sono quelle dove la combinazione di patologie diverse finisce per ingigantirle e crearne di nuove. Nessuno vuole qualcuno che lo aiuti a cambiare: cambiare se stessi costa troppa fatica. Si ricerca piuttosto qualcuno che ci confermi nei nostri lati peggiori, che legittimi i nostri difetti, sollevandoci con la sua presenza dal compito di cambiare.


I paradossi del nostro vivere.

Da quello che sembra un romanzo su una relazione tossica partono diramazioni inaspettate, narrazioni che niente hanno a vedere con i protagonisti ma che conducono il lettore verso gli acuminati paradossi del nostro vivere, in cui l’apparenza impera sull’essenza, e la realizzazione, la felicità intima sono deformate dalle visioni edonistiche e materialistiche di una società che aspira alla perfezione anche al costo di perdere autenticità.

Niente di nuovo dunque. Si e no, in verità. Si, perché delle aberrazioni delle nostre esistenze è piena la letteratura e perché tanto è grande e pregnante l’esempio, tanto altrettanto potente sono le narrazioni che ne discendono. No, perché in Estinzione di Francesco Mazza, edito La Nave di Teseo, la radiografia sociale è millimetrica, impietosa ma anche risibile, sarcastica, deridente. Persino umiliante per la specie umana, che Francesco Mazza tratteggia senza indulgenza, in un momento storico in cui la vita vissuta scende a patti con la finzione, soppesando senza troppo pensare la fatica e l’avvilimento di vivere realmente contro lo splendore fugace e illusorio di immaginarne gli esiti, simulando una vita immaginaria, un involucro luccicante che nasconde marcescenza e inconsistenza.

Tutto, in questo romanzo, è amara constatazione. Ma è anche geniale analisi, visione precisa, grottesca presa di coscienza del nostro modo di vivere, una deriva stupefacente e illusoria a cui l’essere umano tuttavia si abbandona, per spirito di emulazione e per lasciarsi abbracciare dalla confortevole coperta del conformismo, dell’accettazione sociale.

La scrittura velenosa e l’antidoto per l’autenticità.

Francesco Mazza si lancia in questa narrazione non nuova ma lo fa con rinnovato slancio, con assoluta freschezza, con una dose generosa di causticità. Sferzante, velenosa e persino vessatoria, la sua scrittura incide solchi profondi sull’epidermide del lettore, spargendovi il sale della consapevolezza, dell’ammissione, della colpa. Un dolore inflitto per educare, per correggere quell’inclinazione che ormai corrode il baricentro del nostro vivere. Tanta penosa presa di coscienza che si stempera nell’ironia, annacquando il desiderio di annullarsi nelle acque profonde dell’errore, rei delle nostre debolezze, del nostro bisogno di uniformarsi, della paura della solitudine, dell’assenza, dell’oblio.

L’utilizzo della prima persona rende la narrazione assolutamente autentica e meravigliosamente incisiva. Silvio è un uomo lucido, dotato di senso critico, perfettamente inserito nel suo tempo, del quale conosce ogni vizio, ogni punto debole. Sa che gli ordigni (gli smartphone, ndr) hanno ormai preso il sopravvento sull’uomo, che sono ormai i prolungamenti di una coscienza che latita, corruttibile e in effetti corrotta dalle istanze di una società che esige perfezione e bellezza. Sa che i social sono luoghi imperanti in cui nasce e vive il successo di una persona, ormai più simile alla realtà che non ad una vetrina. Eppure cade, vacilla quando scopre che la donna che frequenta, che egli stesso giudica frivola, superficiale, corrotta, lo tradisce. Nasce in lui un sentimento sconosciuto, un impeto irrefrenabile che mescola desiderio e dolore. Un vortice che muta ogni sua volontà, che lo spinge verso azioni irrazionali e che tuttavia acuisce ancora di più la sua visione critica e irriverente della realtà. Un vortice che annienta la sua volontà e che gli fa fare cose che mai avrebbe accettato e che eppure accetta, avvinto da una arrendevolezza contro la quale non può nulla. Vede il marcio e lo attraversa. Sente l’ipocrisia e l’inganno ma non può fare a meno di includerlo in una vita che ormai ha preso una deriva ingovernabile.

E nel parossismo degli eventi, abbrancato dalle spire del paradosso, Silvio china il capo e sceglie quello che per lui è il male minore. La relazione con Alisia, che ormai si decompone nei miasmi della menzogna e della finzione giunge ad una svolta inattesa. E le vite di Silvio e di Alisa ne saranno investite, giungendo ai margini dell’assurdo.

L’euristica del quieto vivere: critica e soluzioni.

Estinzione di Francesco Mazza è un romanzo che sorprende per la sua carica dirompente. Per l’analisi sociale che induce, per la critica severa del nostro modo di vivere. Per la lucidità con cui tratteggia gli errori cognitivi in cui cadiamo ogni giorno e con cui esacerba gli inganni, le trappole in cui scegliamo di cadere, alla ricerca di una improbabile ed ambigua zona di confort.

L’ironia tiene saldamente in mano le impalcature di questo romanzo che si fa leggere senza sforzo e che ci condanna inesorabilmente senza rancore, come un nemico intelligente e scaltro che ci inganna con eleganza. L’estinzione della razza umana non è mai un monito ma un paradossale invito. Solo un’uscita di scena può risolvere l’aberrante tendenza alla finzione, all’immaginario, all’effimero. Che Mazza sembra suggerire, attingendo anche a paradossi scientifici dei quali probabilmente conosciamo solo la scorza e non l’essenza.

Che l’umanità stia percorrendo una china pericolosa non si può negare. E che una sollecitazione verso l’autenticità e l’accettazione della nostra meravigliosa imperfezione sia necessaria, neanche. Questa lettura è necessaria. Spaventosa, stordente. Che fa gaslighting con garbo, redendolo simile all’esercizio di una virtù salvifica. Perché con ironia, leggerezza e sprezzo ci mostra dove potremmo andare se non tirassimo il freno a mano. Rallentando, imponendoci una sosta. Dove ammirare quel panorama che spesso non siamo più in grado di intercettare se non con una fotocamera.


Perchè leggere Estinzione di Francesco Mazza

  • Radiografia del presente — Il romanzo decostruisce i rapporti umani nell’era digitale con una lente cruda e intelligente, dove amore e ossessione si intrecciano al desiderio di visibilità.
  • Riflessione originale sul desiderio — Attraverso la parabola di Silvio, Mazza esplora come l’omologazione e la noia possano essere interpretate come una forma sottile di “estinzione” del desiderio. 
  • Stile narrativo avvincente — La scrittura precisa e feroce unisce introspezione psicologica e critica sociale, creando un’esperienza di lettura profonda e stimolante.

A chi è consigliato questo libro

  • Amanti della narrativa contemporanea densa, che cercano più di una trama: una riflessione che arriva agli strati più profondi della nostra esperienza emotiva e sociale.
  • Lettrici e lettori curiosi di temi digitali e sociologici, interessati a capire come i social e l’algoritmo influenzino desideri e identità reali. 
  • Chi apprezza i romanzi di introspezione psicologica, dove il conflitto interiore e la tensione narrativa si intrecciano a questioni universali.

Il romanzo

Il protagonista di questo libro, Silvio, è sterile ma la sua compagna, Alisia, è incinta. Il figlio è di un altro, e lui lo sa. Eppure tace: il silenzio è l’unico modo per continuare ad averla. Da quel momento, il tradimento diventa ossessione, l’amore si rovescia in malattia: Silvio diventa preda di una misteriosa e oscura forza, fatta di attrazione e dipendenza. Piacere e dolore, in lui, diventano un tutt’uno.

Intorno, il mondo pare condividere la stessa deriva: uffici dove si recita il lavoro senza produrre nulla, città scintillanti ma infelici, social network che trasformano ogni ambizione in farsa. Alisia incarna questo tempo: vuole diventare influencer, ed è disposta a tutto pur di riuscirci, mentre Silvio, nel tentativo di sfuggire alla sua paradossale “lussuria del dolore”, sprofonda in una spirale di relazioni sessuali, sogni grotteschi, incontri con scambisti e sex therapist.
Il paradosso di Fermi, scoperto una notte davanti a un documentario, diventa per Silvio la chiave per interpretare quello che vede intorno a sé: se le civiltà extraterrestri sono scomparse forse non è stato un cataclisma a distruggerle, ma la noia, l’omologazione, la fine del desiderio. E se anche la nostra estinzione fosse già iniziata e, anzi, tutti l’avessimo in tasca?

Con la precisione di un entomologo e la ferocia del narratore, Francesco Mazza compone un romanzo che è nello stesso tempo confessione intima e radiografia sociale. Una storia che interroga le relazioni, il desiderio, il senso stesso della vita umana in un’epoca in cui l’uomo appare ormai superfluo.

L’autore

Francesco Mazza è nato a Milano. Da anni lavora in TV e sul web come autore e interprete di video e cortometraggi satirici. Nel 2021 ha pubblicato il memoir Il veleno nella coda, definito dal critico Giovanni Pacchiano “la coscienza di Zeno dei nostri giorni”. Estinzione è il suo primo romanzo.


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