Estinzione di Francesco Mazza: amore e ossessione nell’era digitale

-significato, trama e perché leggerlo-


Una radiografia feroce delle relazioni e del desiderio nell’era dei social e dell’omologazione. Scopri trama, temi, pregi e perché leggerlo



Si pensa che le coppie che funzionano siano quelle basate sul reciproco rispetto, sul dialogo, su caratteri e sensibilità diverse che si incastrano come le tessere di un puzzle, e che i partner ideali siano quelli in grado di capirsi, di sostenersi, di valorizzarsi a vicenda. Tutte stronzate. Le coppie che funzionano, e durano nel tempo, sono quelle dove la combinazione di patologie diverse finisce per ingigantirle e crearne di nuove. Nessuno vuole qualcuno che lo aiuti a cambiare: cambiare se stessi costa troppa fatica. Si ricerca piuttosto qualcuno che ci confermi nei nostri lati peggiori, che legittimi i nostri difetti, sollevandoci con la sua presenza dal compito di cambiare.


I paradossi del nostro vivere.

Da quello che sembra un romanzo su una relazione tossica partono diramazioni inaspettate, narrazioni che niente hanno a vedere con i protagonisti ma che conducono il lettore verso gli acuminati paradossi del nostro vivere, in cui l’apparenza impera sull’essenza, e la realizzazione, la felicità intima sono deformate dalle visioni edonistiche e materialistiche di una società che aspira alla perfezione anche al costo di perdere autenticità.

Niente di nuovo dunque. Si e no, in verità. Si, perché delle aberrazioni delle nostre esistenze è piena la letteratura e perché tanto è grande e pregnante l’esempio, tanto altrettanto potente sono le narrazioni che ne discendono. No, perché in Estinzione di Francesco Mazza, edito La Nave di Teseo, la radiografia sociale è millimetrica, impietosa ma anche risibile, sarcastica, deridente. Persino umiliante per la specie umana, che Francesco Mazza tratteggia senza indulgenza, in un momento storico in cui la vita vissuta scende a patti con la finzione, soppesando senza troppo pensare la fatica e l’avvilimento di vivere realmente contro lo splendore fugace e illusorio di immaginarne gli esiti, simulando una vita immaginaria, un involucro luccicante che nasconde marcescenza e inconsistenza.

Tutto, in questo romanzo, è amara constatazione. Ma è anche geniale analisi, visione precisa, grottesca presa di coscienza del nostro modo di vivere, una deriva stupefacente e illusoria a cui l’essere umano tuttavia si abbandona, per spirito di emulazione e per lasciarsi abbracciare dalla confortevole coperta del conformismo, dell’accettazione sociale.

La scrittura velenosa e l’antidoto per l’autenticità.

Francesco Mazza si lancia in questa narrazione non nuova ma lo fa con rinnovato slancio, con assoluta freschezza, con una dose generosa di causticità. Sferzante, velenosa e persino vessatoria, la sua scrittura incide solchi profondi sull’epidermide del lettore, spargendovi il sale della consapevolezza, dell’ammissione, della colpa. Un dolore inflitto per educare, per correggere quell’inclinazione che ormai corrode il baricentro del nostro vivere. Tanta penosa presa di coscienza che si stempera nell’ironia, annacquando il desiderio di annullarsi nelle acque profonde dell’errore, rei delle nostre debolezze, del nostro bisogno di uniformarsi, della paura della solitudine, dell’assenza, dell’oblio.

L’utilizzo della prima persona rende la narrazione assolutamente autentica e meravigliosamente incisiva. Silvio è un uomo lucido, dotato di senso critico, perfettamente inserito nel suo tempo, del quale conosce ogni vizio, ogni punto debole. Sa che gli ordigni (gli smartphone, ndr) hanno ormai preso il sopravvento sull’uomo, che sono ormai i prolungamenti di una coscienza che latita, corruttibile e in effetti corrotta dalle istanze di una società che esige perfezione e bellezza. Sa che i social sono luoghi imperanti in cui nasce e vive il successo di una persona, ormai più simile alla realtà che non ad una vetrina. Eppure cade, vacilla quando scopre che la donna che frequenta, che egli stesso giudica frivola, superficiale, corrotta, lo tradisce. Nasce in lui un sentimento sconosciuto, un impeto irrefrenabile che mescola desiderio e dolore. Un vortice che muta ogni sua volontà, che lo spinge verso azioni irrazionali e che tuttavia acuisce ancora di più la sua visione critica e irriverente della realtà. Un vortice che annienta la sua volontà e che gli fa fare cose che mai avrebbe accettato e che eppure accetta, avvinto da una arrendevolezza contro la quale non può nulla. Vede il marcio e lo attraversa. Sente l’ipocrisia e l’inganno ma non può fare a meno di includerlo in una vita che ormai ha preso una deriva ingovernabile.

E nel parossismo degli eventi, abbrancato dalle spire del paradosso, Silvio china il capo e sceglie quello che per lui è il male minore. La relazione con Alisia, che ormai si decompone nei miasmi della menzogna e della finzione giunge ad una svolta inattesa. E le vite di Silvio e di Alisa ne saranno investite, giungendo ai margini dell’assurdo.

L’euristica del quieto vivere: critica e soluzioni.

Estinzione di Francesco Mazza è un romanzo che sorprende per la sua carica dirompente. Per l’analisi sociale che induce, per la critica severa del nostro modo di vivere. Per la lucidità con cui tratteggia gli errori cognitivi in cui cadiamo ogni giorno e con cui esacerba gli inganni, le trappole in cui scegliamo di cadere, alla ricerca di una improbabile ed ambigua zona di confort.

L’ironia tiene saldamente in mano le impalcature di questo romanzo che si fa leggere senza sforzo e che ci condanna inesorabilmente senza rancore, come un nemico intelligente e scaltro che ci inganna con eleganza. L’estinzione della razza umana non è mai un monito ma un paradossale invito. Solo un’uscita di scena può risolvere l’aberrante tendenza alla finzione, all’immaginario, all’effimero. Che Mazza sembra suggerire, attingendo anche a paradossi scientifici dei quali probabilmente conosciamo solo la scorza e non l’essenza.

Che l’umanità stia percorrendo una china pericolosa non si può negare. E che una sollecitazione verso l’autenticità e l’accettazione della nostra meravigliosa imperfezione sia necessaria, neanche. Questa lettura è necessaria. Spaventosa, stordente. Che fa gaslighting con garbo, redendolo simile all’esercizio di una virtù salvifica. Perché con ironia, leggerezza e sprezzo ci mostra dove potremmo andare se non tirassimo il freno a mano. Rallentando, imponendoci una sosta. Dove ammirare quel panorama che spesso non siamo più in grado di intercettare se non con una fotocamera.


Perchè leggere Estinzione di Francesco Mazza

  • Radiografia del presente — Il romanzo decostruisce i rapporti umani nell’era digitale con una lente cruda e intelligente, dove amore e ossessione si intrecciano al desiderio di visibilità.
  • Riflessione originale sul desiderio — Attraverso la parabola di Silvio, Mazza esplora come l’omologazione e la noia possano essere interpretate come una forma sottile di “estinzione” del desiderio. 
  • Stile narrativo avvincente — La scrittura precisa e feroce unisce introspezione psicologica e critica sociale, creando un’esperienza di lettura profonda e stimolante.

A chi è consigliato questo libro

  • Amanti della narrativa contemporanea densa, che cercano più di una trama: una riflessione che arriva agli strati più profondi della nostra esperienza emotiva e sociale.
  • Lettrici e lettori curiosi di temi digitali e sociologici, interessati a capire come i social e l’algoritmo influenzino desideri e identità reali. 
  • Chi apprezza i romanzi di introspezione psicologica, dove il conflitto interiore e la tensione narrativa si intrecciano a questioni universali.

Il romanzo

Il protagonista di questo libro, Silvio, è sterile ma la sua compagna, Alisia, è incinta. Il figlio è di un altro, e lui lo sa. Eppure tace: il silenzio è l’unico modo per continuare ad averla. Da quel momento, il tradimento diventa ossessione, l’amore si rovescia in malattia: Silvio diventa preda di una misteriosa e oscura forza, fatta di attrazione e dipendenza. Piacere e dolore, in lui, diventano un tutt’uno.

Intorno, il mondo pare condividere la stessa deriva: uffici dove si recita il lavoro senza produrre nulla, città scintillanti ma infelici, social network che trasformano ogni ambizione in farsa. Alisia incarna questo tempo: vuole diventare influencer, ed è disposta a tutto pur di riuscirci, mentre Silvio, nel tentativo di sfuggire alla sua paradossale “lussuria del dolore”, sprofonda in una spirale di relazioni sessuali, sogni grotteschi, incontri con scambisti e sex therapist.
Il paradosso di Fermi, scoperto una notte davanti a un documentario, diventa per Silvio la chiave per interpretare quello che vede intorno a sé: se le civiltà extraterrestri sono scomparse forse non è stato un cataclisma a distruggerle, ma la noia, l’omologazione, la fine del desiderio. E se anche la nostra estinzione fosse già iniziata e, anzi, tutti l’avessimo in tasca?

Con la precisione di un entomologo e la ferocia del narratore, Francesco Mazza compone un romanzo che è nello stesso tempo confessione intima e radiografia sociale. Una storia che interroga le relazioni, il desiderio, il senso stesso della vita umana in un’epoca in cui l’uomo appare ormai superfluo.

L’autore

Francesco Mazza è nato a Milano. Da anni lavora in TV e sul web come autore e interprete di video e cortometraggi satirici. Nel 2021 ha pubblicato il memoir Il veleno nella coda, definito dal critico Giovanni Pacchiano “la coscienza di Zeno dei nostri giorni”. Estinzione è il suo primo romanzo.


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Ava Anna Ada – di Ali Millar

Vivere e desiderare mentre il mondo crolla

Anna Ava Ada di Ali Millar è un romanzo distopico ed ecocritico su desiderio, social, controllo e crisi climatica. Una lettura affilata sul nostro presente.



In Ava Anna Ada di Ali Millar, romanzo pubblicato da Sur Edizioni, il desiderio individuale si intreccia a una società distopica segnata dal controllo, dalla crisi ecologica e dall’ossessione per la visibilità.


Da quel momento smisi di volerla. A volte capita: pensi di volere una certa cosa, e poi ti accorgi che ti sbagli. Il giorno dopo ero seduta all’Albero Segnavia, a sfogliare uno per uno gli account che lei seguiva sullo Schermo. Pensai a mia madre che comprava gli asciugamani per copiare gente che vedeva lì sopra: possibile che anche la vita di Anna fosse il tentativo di assomigliare a quella di un’altra?


Le esistenze fittizie e la catastrofe che incombe a ricordarci quanto è reale il nostro quotidiano orrore.

Ciò che rimane addosso dopo una lettura vertiginosa come questa è la sensazione, netta, che le nostre tragedie, i nostri rimedi per ottenere una vita che resti vivibile e sopportabile anche nelle peggiori circostanze, siano nulla. Un pallido tentativo per illuderci che una singola vita, la nostra, sia tanto significativa da meritare un destino diverso da quello degli altri, su questo pianeta. Un destino, una vita che appare asservita al bisogno di essere visibile. Al bisogno di fuga dal reale, alla necessità di crearsi una nicchia in cui esistere nel modo che vorremmo fosse quello reale.

Ali Millar, al suo prepotente esordio letterario, crea un presente distorto, immaginario, ma pur sempre realistico, dove alcune attitudini del nostro vivere sono amplificate ed estremizzate. Lo specchio di una realtà deformante in cui l’essere umano viene continuamente valutato mediante una scala di valore netta e discutibile. Il valorimetro, uno strumento che stabilisce chi sei e quanto vali, quante risorse pubbliche ti sono destinate. Se vivrai e come lo farai. Una realtà fragile, un equilibrio che può rompersi compiendo scelte sbagliate, conducendo esistenze ai margini, classificate come sacrificabili. Sullo sfondo le eco di una catastrofe climatica imminente, che sembra creata allo scopo di distogliere l’attenzione dall’iniquità di quel vivere. Un’Onda, capace di travolgere tutto e tutti, la cui portata è devastante. Un pericolo senza forma che aleggia nell’aria come un presagio. Che può condurre all’apatia oppure all’esaltazione. Una punizione, una selezione naturale, che lascerà in vita solo chi ha sufficiente valore. Uno spauracchio a cui credere oppure no, che tuttavia tiene tutti in scacco, limitandone gli spostamenti. Una trappola, un ricatto al quale si può sfuggire solo rifugiandosi nella realtà virtuale degli Schermi.

Lo scarto con la nostra realtà è davvero minimo, eppure Millar sa amplificarlo, sa renderlo più stridente, più crudele. Forse perché guarda con lucidità feroce dentro le nostre vite, nei labirinti delle nostre paure e nei recessi delle nostre miserie. Senza il timore di offendere o di spaventare. Senza che la distopica rivoluzione in cui rinchiude il nostro essere sia il cerchio concentrico da cui cercare invano di fuggire, senza difese o attenuanti. Inermi contro una forza che è più grande di noi, che ci trattiene, ci inchioda e finisce per schiacciarci. Una penna impietosa e lucidissima. Una lama che taglia straziando e cerca nel dolore una assoluzione che tarda a venire a galla. Un pungolo che ci spoglia, incredibilmente affilato, che mette in mostra le nostre essenze. I mezzi che scegliamo per raggiungere inostri scopi, le menzogne, la manipolazione che utilizziamo in quel turbine di quotidiano in cui importa solo il fine, lo scopo, quale che sia.

La narrazione a più voci, che intreccia ed esalta le distanze.

Nel romanzo Ava Anna Ada la narrazione è affidata alle voci di Anna, di Ava e del pubblico che assiste alle loro gesta. Quest’ultimo è il vero misuratore degli eventi, un corpo unico e compatto che osserva e giudica, spesso con crudeltà ma anche con una buona dose di imparzialità. Una voce che si distanzia dalle singole visioni delle due protagoniste. Una sorta di coscienza, che appare come un faro nella notte, ad illuminare di razionalità gli accadimenti che colgono Anna a Ava nella manciata di giorni in cui si svolge il romanzo. Ada, per contro, è un fantasma. E’ il ricordo della figlia adolescente di Anna, che è morta a causa di qualcosa di terribile che la erodeva dentro. Un disturbo alimentare probabilmente, che spesso nel romanzo viene evocato come la massima manifestazione del rifiuto di vivere. Come l’empia punizione verso chi doveva aver cura di te e ti ha abbandonato. Il sigillo di una genitorialità distorta, ripiegata su se stessa, alla ricerca di un fulgore rapido ed esaltante, quello che Anna cerca sui social, con la sua professione di influencer. La massima espressione dell’apparire, dove persino il lutto subito viene utilizzato per attirare nuovi follower e massimizzare gli engagement. Ava invece è una giovane ragazza che cerca con ogni mezzo di fuggire da una situazione precaria. Il padre se ne è andato e la madre vive una situazione di forte instabilità. Il valore che la società le assegna on è insufficiente a garantirle un’esistenza serena. Senza un lavoro fisso e una rispettabilità sociale evidente rischiano entrambe la deportazione. L’arrivo di Anna sulla Punta, una remora località costiera tra l’Inghilterra e la Scozia, sembra essere l’occasione per elevarsi. Ava inizia a studiare il profilo social di Anna per assomigliare alla figlia morta e diventa quell’apparizione, quel brivido, quell’aberrazione capace di trascinare Anna nella follia, ancora più in fondo a quel buco nero che sembra risucchiarla sempre più.

Tra Anna ed Ava si insinua una corrente sotterranea, fatta di complicità, follia, attrazione. Delle due è Ava ad essere più lucida. Lei comanda il gioco, almeno all’inizio, giocando sulla somiglianza con Ada e straziando la pena di Anna, un miscuglio di dolore, perdita, senso di colpa, allucinazione, droghe e giochi pericolosi.

La scrittura di Millar, tra vertigine e analisi sociale.

Il fulcro di questo romanzo è proprio la prosa che l’autrice utilizza, sospesa tra la vertigine e l’analisi sociale. La scelta di affidare la narrazione alternativamente alle due protagoniste si rivela molto efficace. Il loro è un linguaggio intimo, irriverente e senza filtri, che lascia alla luce tutte le loro aberrazioni e meschinità. Frutto di esistenze distorte, l’una dal lutto, l’altra dall’esigenza di sopravvivere in un mondo che vuole annientarla. Ma anche figlie di una società malata, in cui conta l’apparire. Governata da un dispotismo cieco, che distrugge la diversità, che utilizza il terrorismo come calmiere, che desidera uniformare tutto e tutti, al soldo di una paura latente e magnifica, fatta per mantenere ordine e per sottomettere.

Una realtà che spinge il singolo ad una strenua difesa della propria individualità, con ogni mezzo a disposizione. Un disegno ad un passo da molte realtà in cui lo spettro del totalitarismo è chiaro e neanche troppo celato.

I legami personali, un ago impazzito tra tanti poli di attrazione

Il cuore del romanzo è il legame tra Ava ed Anna, segnato da attrazione, dipendenza, squilibri di potere. Millar indaga il desiderio non come spazio di liberazione, ma come terreno ambiguo, dove bisogno, manipolazione e sopravvivenza emotiva si intrecciano. Non c’è innocenza nello sguardo reciproco: ogni relazione è anche una negoziazione.

I temi del romanzo

  • Crisi climatica e mondo sull’orlo dell’apocalisse -> la minaccia costante di un cataclisma chiamato l’Onda è la metafora potente della crisi ecologica che incombe sul nostro tempo. La narrazione mette in luce l’inerzia e la distrazione collettiva di fronte ad una catastrofe annunciata, suggerendo che la società contemporanea fatica a connettere gli eventi climatici con la propria vita reale;
  • Relazioni umane, desiderio e manipolazione -> al centro della trama c’è l’incontro tra due donne molto diverse: Ava, una giovane che vive ai margini e cerca di fuggire ad una condizioni economica precaria e Anna, influencer quarantenne segnata da un trama familiare. Il loro rapporto sfugge a definizioni semplici: è fatto di attrazione, manipolazione, desiderio e tensione emotiva;
  • Società dei social, identità e valore numerico -> analisi impietosa del nostro presente, con la dittatura imperante dei social che rischia di inquinare sempre più i nostri modi di vivere e i nostri principi. Anna incarna l’ossessione per l’apparenza e i numeri digitali. La narrazione suggerisce una critica sociale profonda della cultura delle metriche digitali come misura del valore personale e come questo sistema possa trasformare l’esperienza umana in spettacolo.
  • Identità, narrazione e punti di vista -> la struttura mescola punti di vista diversi – quello di Anna, di Ava e di una voce collettiva (Noi) per mostrare quanto sia inaffidabile la percezione di sé e del mondo. Questo artefatto critica l’idea stessa di verità unica e invita a riflettere sulle multiplicità delle storie e della verità.
  • Corpi, traumi e relazioni familiari -> accanto ai temi sociali e ambientali il libro affronta anche esperienze profonde e intime, come il rapporto di Ava con il proprio corpo e il desiderio, il trauma personale e familiare di Anna, le relazioni disfunzionali tra genitori e figli. Questi aspetti inseriscono la narrazione in un registro più psicologico e corporeo, dove il trauma e il desiderio attraversano ogni scelta dei personaggi. Qui il corpo non è neutro ma un archivio di ferite.
  • Umorismo nero e tensione narrativa -> nonostante l’atmosfera spesso cupa o inquietante, il romanzo utilizza umorismo nero e ironia per sottolineare l’assurdità e l’esasperazione del presente. Questo fa emergere un tono narrativo unico, che oscilla tra tragedia, grottesco e riflessione sociale.

Perchè leggere Ava Anna Ada di Ali Millar

Perché è un romanzo che prende sul serio il presente e ne mostra le fratture senza ricomporle: la crisi climatica come sfondo costante e rimosso, le relazioni come luoghi di consumo e dipendenza, l’identità come costruzione esposta allo sguardo e al giudizio. Leggerlo significa accettare uno sguardo che non offre vie di fuga né redenzioni, ma costringe a restare dentro l’inquietudine.

Perché è un libro necessario per chi cerca una narrativa capace di interrogare il rapporto tra umano e mondo vivente senza ricorrere a miti riparativi. L’ecologia, qui, non è paesaggio né metafora, ma una condizione che attraversa i corpi, i desideri, le relazioni di potere. La catastrofe annunciata non arriva mai, e proprio in questa sospensione Millar racconta con precisione il nostro tempo: quello in cui tutto sembra sul punto di crollare, ma la vita continua come se nulla potesse davvero cambiare.

Perché ha una scrittura affilata e instabile, capace di tenere insieme ironia e vertigine, intimità e collasso. E perché pone una domanda che resta aperta anche dopo l’ultima pagina: come si vive, come si ama, come si desidera in un mondo che abbiamo già iniziato a perdere?

Anna Ava Ada non racconta la fine del mondo, ma l’abitudine alla sua imminenza. È un romanzo che chiede al lettore di interrogarsi non su ciò che verrà, ma su come stiamo già vivendo dentro la perdita.


Il romanzo

Un’estate soffocante, un’adolescente che sogna la fuga, un’influencer che sta perdendo il controllo, uno tsunami in arrivo, un’attrazione impossibile: cosa succede quando l’equilibrio – naturale, sociale, psichico – si spezza?

È un’estate torrida sulla Punta, una remota località costiera fra Inghilterra e Scozia colpita dalla crisi economica e minacciata – almeno stando ai telegiornali, e alle centinaia di curiosi accorsi per l’occasione – dall’arrivo imminente di una catastrofica Onda.

Ava è un’adolescente solitaria e inquieta, che si prostituisce per accumulare i soldi sufficienti a garantire a sé e alla madre un futuro migliore. Anna è una ricca ed elegante influencer quarantenne che si è appena trasferita sulla Punta con il marito e il figlio di otto anni, nel vano tentativo di lasciarsi alle spalle un terribile trauma, la morte della figlia Ada. Dal momento in cui si incontrano, fra la ragazza e la donna scoppia un’attrazione ambigua e irrefrenabile, che in un crescendo di desiderio e manipolazione reciproca sconvolgerà la vita di entrambe le famiglie.

Ava Anna Ada è una favola dark, inquietante e sensuale venata di humour nero, un romanzo potentissimo che ci tiene incollati alla pagina raccontando il deflagrare insieme violento e liberatorio delle pulsioni represse in un mondo – immaginario, ma fin troppo simile al nostro – sull’orlo dell’apocalisse.


L’autrice

Ali Millar è nata in Scozia nel 1980. È cresciuta all’interno di una comunità di Testimoni di Geova e, dopo averla lasciata e aver studiato scrittura creativa alla Napier University di Edimburgo, ha raccontato l’esperienza nel memoir The Last Days (2022), segnalato dal Guardian fra i migliori libri dell’anno. Ha pubblicato pezzi giornalistici sul Guardian e sul Sunday Times, fra gli altri, e tiene una newsletter: Ali Millar’s 3 am things. Ava Anna Ada è il suo primo romanzo.


  • Casa Editrice: Sur Edizioni
  • Traduzione: Martina Testa
  • Pagine: 306
  • Prezzo: E 19,00

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Scritto il 28 dicembre 2025

OPPURE IL DIAVOLO di Luca Tosi



 I pesci non si fan sentire, quando vengono torturati. Io uguale: i miei trentun anni a Poggio Berni, tutti in apnea, li ho vissuti.” “Sono sempre stato convinto di essere un ragionatore. E che gli altri non li facevano, ragionamenti al mio livello. Tanto meno a Poggio Berni”.

5 dicembre 2025

Il diavolo non sta nei dettagli, sta in provincia.

Chiamarsi Natale e non Filippo, Paolo o Mario. Vivere in un buco di paese nella buia provincia italiana, dove è più probabile ottenere un’etichetta che fare uno sbadiglio, di noia, ovviamente. Essere quello strano, il disadattato. Quello senza una donna, senza soldi, senza idee né speranze. Quello che un giorno ha baciato un uomo e si è meritato un epiteto che non sto a ripetere. Quello con una madre da brividi, ruvida come carta vetrata, senza creanza né empatia. Una madre che ti rinnega, che vive sospesa tra la tragedia e il ridicolo. Che usa le mani come un boscaiolo usa l’ascia e che se con le mani fa male, con la lingua ne fa ancora di più.

Natale è uno di noi. Solo più sfigato, più inviso. Un tipo che è cresciuto tra una madre respingente e un paese intero che lo guarda storto. La maldicenza e il bieco pettegolezzo come una coperta pulciosa tirata addosso. Un ragazzotto senza talenti, che attira su di sé ogni energia negativa. Uno che parla da solo, che rimugina, che pensa, e mentre pensa aggroviglia cause ed effetti, cercando i colpevoli che portano la sua vita ad un passo dalla rovina e dal discredito.

In Oppure il diavolo l’arte del rimuginare tocca l’apice. Quel tramestio irregolare, casuale, imprevedibile ed illogico che ci coglie mentre cerchiamo, spesso invano, di dare un senso alle cose che ci accadono. Il movimento intestino che vuole fare luce sui moventi che ti incasinano la vita.

Natale cerca un capro espiatorio per le sue disgrazie. E lo trova. Di sicuro è il diavolo, chi altri? E poi quegli amici creduti tali che invece tramano alle sue spalle. Sfrontati e vanagloriosi, come Dragoi che crede di essere intoccabile con la sua macchina e il suo pappagallo variopinto. O come Tabanelli, che copia le sue movenze o Pigini, ambiguo, incasellabile. Persino la barista Angela, che sembra innocua ma che a lui non ha mai regalato un cremino, mai. E anche Corsini e Terenzi, due malelingue.

Luca Tosi architetta magistralmente un racconto tragico e ironico sulla vita di provincia, una piovra che ti piglia e cerca di stritolarti, mangiandoti l’anima. Dalla provincia non si scappa, se non con la fantasia. Un’immaginazione che è foriera dei sentimenti più abbietti, che ti abbrutisce. Che può sedarsi solo con la vendetta, che in Natale si manifesta nel modo più bislacco e ridicolo. Una vendetta inutile come la fuga, perché tanto la tua aura, la tua etichetta, non si staccherà mai, ti rovinerà per sempre la vita.

Natale è un personaggio a metà strada tra il grottesco e il tragico. Nonostante la sua morale spicciola e semplice, che per certi versi è la cosa che più si avvicina alla saggezza. Ma se scavi, se ascolti la sua storia, finisci per empatizzare con le sue sfortune, le sue fisse, le sue cattiverie da monello. E lo assolvi. Perché Natale in fondo ci assomiglia, porta in sé quei difetti, quelle storture che almeno una volta nella vita ci hanno colto in pieno.

Un linguaggio preso in prestito dal gergo dialettale, sgrammaticato e intriso fino al midollo di quella saggezza popolare che tende pericolosamente al luogo comune. Una prosa concentrica, ossessiva, che concede molto allo slang dialettale e che sa rubare un sorriso per stemperare la rabbia. Un’esperienza di lettura che esce dal consueto. Come uno specchio deformante in cui la nostra immagine, in fondo, è molto più simile al reale di quanto ci si immagini.


Leggi questo romanzo se…

Se hai dei conti in sospeso con la provincia, perchè sentirsi in gabbia nel luogo in cui si è nati è più comune di quanto sembri. Se apprezzi la scrittura autentica e terrigna, i linguaggi popolari, la atmosfere distanti, quasi di altri tempi. Se ami i protagonisti fuori dagli schemi, se cerchi ogni occasione utile per riflettere sul male quotidiano, non una entità esterna ma una presenza sottile che si insinua tra le pieghe della vita di tutti i giorni, incarnata nelle “tracce diaboliche” che tutti portiamo dentro. E infine, se prediligi quella brevità densa che riesce ad andare dritto al sodo in poche pagine e se credi che in ogni situazione sia opportuno salvarsi da sé.


Il romanzo

Ci sono disgrazie nella vita che possono imbastardirti l’anima e i pensieri: Natale ne ha avute almeno due, una madre manesca e insofferente e vivere a Poggio Berni, frazione di molte dicerie e pochi abitanti – riuscirà a metterseli contro tutti e a escogitare poi vendetta. È lui stesso a raccontarci questa storia dalle conseguenze impreviste e dai desideri indecifrabili, con una voce ironica che sa mostrarci il mondo e i sentimenti come non abbiamo mai pensato possano essere. Con questo personaggio in bilico tra la rovina e il riscatto Luca Tosi rivela le ferite del pregiudizio, i suoi effetti. E se qualcosa non torna, ci dev’essere lo zampino del demonio, c’è da scommetterci.


L’autore

Luca Tosi (Cesena, 1990) attualmente vive a Bologna. Ha esordito nel 2022 con Ragazza senza prefazione, finalista al Premio pop. Suoi racconti sono apparsi su antologie e riviste, fra cui «Futura» (newsletter del «Corriere della Sera»), «minima&moralia» e «Snaporaz». Collabora alla selezione dei racconti di «‘tina», rivista diretta da Matteo B. Bianchi. Oppure il diavolo è il suo secondo romanzo.


  • Casa Editrice: TerraRossa Edizioni
  • Pagine: 100
  • Prezzo: E 13

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QUESTO MIO CORPO di Sara Durantini


Brucia quel desiderio che un tempo credevo mi conferisse valore, quel desiderio che, in realtà, era la mia gabbia. Forse, la sfida più grande è proprio questa: imparare ad esistere senza bisogno di conferme, imparare a riconoscersi senza dipendere dallo sguardo altrui. Essere per se stessi.

1 dicembre 2025

La ragazza con il trench.

Inizio dal fondo, dalle ultime parole di Sara Durantini, autrice della prima biografia italiana dedicata a Annie Ernaux. Ernaux, che per Sara è arrivo e partenza. Esempio, ispirazione e profondissima riflessione sull’esistere della donna nel nostro tempo. Narrarsi per spiegare, per rappresentare il significato di vivere in una società che respinge, fraintende, sottovaluta la figura femminile. Produrre letteratura in meraviglioso bilico tra la biografia e la narrazione. Innalzare la biografia a letteratura, farne monumento della lotta della donna per affermare la propria esistenza.

Anche Sara Durantini si racconta in questo suo ultimo romanzo, edito come il precedente da Dalia Edizioni. Una voce in prima persona, come già fece con Pampaluna. Un romanzo che non lascia spazio al dialogo, poiché è un flusso di coscienza senza argini, rotto solamente dall’esigenza di pensare e revisionare i propri costrutti mentali.

Sara scrive con un tono immersivo, spietato. Lascia che il sé narrante esca allo scoperto, in una narrazione che accoglie il peso di essere viste, negli anni della formazione ma anche dopo, in una società che tra l’auto-determinazione femminile e la sua rilevanza sociale frappone mille ostacoli, rendendo il desiderio di emergere qualcosa da giustificare, di cui, talvolta, vergognarsi. Una lotta svilente che assorbe ogni energia vitale e che finisce per umiliare quando invece dovrebbe essere sfidante e di esempio per chiunque altro.

Leggere questo libro significa guardare in faccia ciò che spesso abbiamo occultato o addolcito, utilizzando parole non del tutto centrate, per riscrivere l’indicibile e renderlo innocuo, trasformato, comune. Circostanze che ci hanno colto impreparate, alle quale abbiamo risposto attingendo gesti e memorie da verità radicate fino nelle ossa, che ci disegnano come esseri senzienti, accudenti. Che ci sussurrano che un gesto da solo già implica la resa e che solo arrendendoci eviteremmo lo scontro, il discredito sociale, la maldicenza. Che spesso accodarsi dietro la consuetudine può essere meno faticoso che dissentire. Che solo la difesa può essere lecita e mai l’attacco. E che nessuno ci vorrà se alziamo la voce, se utilizziamo la rabbia, se siamo troppo o troppo poco.

Sara scrive di sé e scrive per tutte. Per scuotere, per scoprire un velo, per aprire gli occhi, per chiamare le cose con il loro nome. La violenza non è mai un atto isolato ma il risultato di forze centrifughe che portano la donna dentro l’occhio del ciclone, mentre dice “ora scappo” ma rimane, inchiodata, crocifissa, data per scontata. Cenere per terra e corpo dolente, violato, come una cicatrice che non guarisce e sta lì, putrescente, a ricordare come il corpo sia materia, carne e macerie.


Lo specchio della scrittura: il corpo come campo di battaglia.

Esiste una geografia narrativa che passa attraverso il corpo, attraverso la scrittura che lo interroga, lo nomina, lo tradisce e infine lo salva. Questo mio corpo di Sara Durantini, pubblicato da Dalia Edizioni, si inscrive in questo territorio con una lucidità feroce e necessaria, ponendosi come tappa fondamentale di un percorso autoriale che già con Pampaluna aveva tracciato le coordinate di un’esplorazione senza sconti della soggettività femminile.

Lo sdoppiamento come metodo conoscitivo.

Il romanzo si costruisce su una frattura : quella tra l’io che scrive e l’io che ha vissuto, tra l’autrice che osserva e la protagonista che viene osservata. Esiste una linea sottile, quasi impercettibile, tra il dire “io” e il narrare di un’altra. Sara Durantini, con Questo mio corpo, traccia questa frontiera mobile con la stessa consapevolezza che già aveva mostrato in Pampaluna, costruendo una narrazione che è insieme confessione e anatomia sociale, testimonianza personale e atto d’accusa collettivo.

Il romanzo si muove nel territorio impervio della scrittura autobiografica, quel genere che Annie Ernaux ha elevato a strumento di scavo sociologico e che Marguerite Duras ha caricato di una violenza lirica capace di attraversare il tempo. Come nelle opere di queste autrici, anche in Durantini la prima persona non è mai soltanto individuale: è il pronome di un’intera generazione di donne che hanno dovuto negoziare il proprio diritto all’esistenza attraverso il corpo.

Lo sdoppiamento tra autrice e protagonista diventa un meccanismo di difesa: per raccontare certe violenze – quelle sottili, quelle che non lasciano lividi visibili – occorre una distanza, per quanto minima. La scrittura funziona come uno specchio deformante, necessariamente parziale, che costringe chi scrive e chi legge a rivedere se stessi attraverso una lente più onesta, meno consolatoria.

Il consenso come campo minato.

Al centro del romanzo sta la questione del consenso, che Durantini rivela in tutta la sua complessità, indagando quella zona grigia dove viene estorto, costruito, fabbricato attraverso dinamiche di potere così interiorizzate da risultare invisibili. La sottomissione che attraversa le pagine non è mai semplice vittimizzazione. È qualcosa di più insidioso: è l’interiorizzazione di una logica di potere che si fa carne, che plasma i corpi femminili rendendoli disponibili, che trasforma il bisogno di essere viste. L’autrice mostra come la ricerca di visibilità, il desiderio di esistere nello sguardo altrui, possa tradursi in forme di auto-annullamento che solo apparentemente sono scelte libere. In una società che ha sistematicamente negato credibilità alle voci femminili, che ha relegato le donne al ruolo di oggetti dello sguardo maschile, il corpo diventa l’unico linguaggio possibile, l’unica forma di comunicazione.

La scrittura come atto salvifico

Ma è nella scrittura stessa che Durantini trova il varco per uscire dalla spirale della compiacenza e dell’invisibilità. Scrivere il corpo, nominarlo, raccontarne le vicende significa sottrarlo al silenzio in cui la società vorrebbe rinchiuderlo. La scrittura autobiografica, qui, è non solo terapia individuale, ma anche gesto politico, atto di riappropriazione e di rivelazione insieme. Scrivere diventa lo specchio in cui ripensare se stessi, non per riconoscersi ma per riconoscere le forze che ci hanno plasmati. È attraverso la parola scritta che l’autrice può finalmente vedere ciò che, mentre accadeva, restava invisibile: i meccanismi di una cultura che insegna alle donne a cercare legittimazione esterna, a costruire la propria identità come riflesso del desiderio maschile, a scambiare sottomissione per amore e annullamento per dedizione.

Ma la scrittura apre un’altra via. Attraverso il linguaggio, il corpo diventa finalmente soggetto della propria storia, non più superficie su cui altri iscrivono i propri desideri. La scrittura salva perché permette lucidità. Quella lucidità che diventa strumento di decostruzione dell’ordine simbolico che ha fatto di quel corpo un oggetto prima ancora che un soggetto.

Un atto d’accusa necessario.

Ed ecco la domanda fondamentale di questo libro: a quale prezzo abbiamo costruito la nostra identità? Cosa abbiamo sacrificato sull’altare dell’accettazione sociale? E soprattutto: siamo disposti a guardarci davvero nello specchio della scrittura, senza distogliere lo sguardo?

In un panorama letterario spesso incline alle mezze misure e alle conciliazioni, Sara Durantini sceglie la via della verità senza mediazioni. Questo mio corpo è un libro necessario, che aggiunge un tassello fondamentale alla genealogia della scrittura femminile che fa del corpo il proprio manifesto politico. È un libro che chiede, anzi pretende, di essere ascoltato.


Il romanzo

Una giovane donna impara a interrogare il proprio corpo: lo esplora nel desiderio, ne scopre le ferite, lo attraversa in cerca di sé stessa.
Sono i giorni delle lezioni all’università e dei nuovi incontri. Per lei, arrivata dalla campagna, tutto è da scoprire.
La relazione con F, un ragazzo come tanti, all’apparenza premuroso, si incrina. È lui a decidere se e dove vedersi, quando fare l’amore, a dettare le regole tra loro. Lei acconsente, sempre, ma i suoi “sì” lasciano in bocca il sapore aspro della rinuncia.
Nell’incontro con una ragazza libera e forte che vive di cinema e parole, la protagonista di questa storia intravede invece qualcosa di possibile che ancora non sa nominare.
Le voci di Annie Ernaux, Marguerite Yourcenar, Marguerite Duras diventano specchi attraverso cui rileggere la propria storia e il significato più profondo di essere donna.
Questo mio corpo è un racconto lucido e carnale sul desiderio e sul trauma, sulla sottomissione mascherata da consenso, sull’approdo faticoso all’identità femminile. Un inno al potere della parola quando, finalmente, rompe il silenzio.


L’autrice

Sara Durantini, nata a San Martino dall’Argine (MN) nel 1984, consegue la laurea magistrale in lettere moderne presso l’Università di Parma; vincitrice dell’edizione 2005-2006 del Premio Tondelli per la sezione inediti con il lungo racconto L’odore del fieno, nel 2007 pubblica il primo romanzo, Nel nome del padre, con la casa editrice Fernandel. Nel 2008 pubblica un racconto inserito nell’antologia Quello che c’è tra di noi, a cura di Sergio Rotino (Manni Editore), nel 2009 partecipa al Dizionario affettivo della lingua italiana, a cura di Matteo B. Bianchi e Giorgio Vasta (Fandango Libri), nel 2011 pubblica un racconto inserito nell’antologia Orbite vuote (Intermezzi Editore). Nel 2019 partecipa all’edizione aggiornata del Nuovo dizionario affettivo della lingua italiana (Fandango Libri) e nello stesso anno partecipa al volume L’unica via è il pensiero (Intermedia Edizioni) a cura del professore Hervé A. Cavallera. Nel 2021 pubblica L’evento della scrittura. Sull’autobiografia in Colette, Marguerite Duras, Annie Ernaux per la casa editrice milanese 13lab. Nel 2022 pubblica Annie Ernaux. Ritratto di una vita per la casa editrice deiMerangoli, prima biografia italiana dedicata alla scrittrice francese Premio Nobel per la Letteratura 2022. 

Per Dalia ha curato il romanzo corale La terra inesplorata delle donne nel 2023 e ha pubblicato Pampaluna nel 2024, libro che ha ricevuto il Premio di scrittura femminile Il Paese delle Donne nello stesso anno. Un breve saggio dedicato alla trasposizione teatrale italiana di Memoria di ragazza di Annie Ernaux è contenuto nel volume curato da Michèle Bacholle e Jacqueline Dougherty edito da Brill Academic Publishers. Negli anni, racconti e articoli sono apparsi in antologie e riviste letterarie. Attualmente collabora con la rivista femminista “Pro.Vocazione” e con la rivista francese “Collateral revue”. 


  • Casa Editrice: Dalia Edizioni
  • Pagine: 136
  • Prezzo: E 14,00

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ANIMALI, CUSTODI DI STORIE di Francesca Matteoni


Circondata dalla mia paura e poi dai ghiacci, la foca leopardo canta una leggenda straniera. I suoi suoni pulsano siderali come se, alla confluenza degli oceani meridionali, qualcuno stesse sintetizzando segnali dalla galassie, aprendo un portale. Il futuro lo varca e mi bisbiglia la più formidabile delle rivelazioni: la possibilità di un mondo senza umani. Una ninna nanna subacquea d’estinzione.


Il poetico bestiario che guarda al passato per ripensare il futuro.

24 novembre 2026

Ho avuto il privilegio di parlare a quattr’occhi con Francesca Matteoni un sabato pomeriggio di fine novembre spazzato dal primo vero vento invernale dell’anno. Una conversazione iniziata per caso che è decollata all’improvviso in una ascensione vertiginosa verso temi importanti, che sapevo capaci di intersecarsi con molte questioni esistenziali, etiche, storiche, folkloristiche con al centro l’uomo e il suo governo assoluto su ogni altra specie vivente.

Da lì in effetti partono molte altre derivazioni: non solo lo specismo, ma il selvatico, come ciò che sfugge ad ogni schema logico, e le sue interconnessioni con il fatato, la figura femminile come matrice dei miti sulla natura e sulla vita, gli animali mitologici, le cui eco sono servite e servono ad addolcire il lutto, a renderlo accettabile, quasi un dono.

Con il suo vissuto, le sue esperienze e la sua sensibilità, Matteoni condivide con il lettore le storie sugli animali, veri e immaginifici, e su loro rapporto con l’uomo. Creature che dividono con noi il pianeta in un fragile ecosistema che noi umani abbiamo supposto essere fondato sulla nostra supremazia. La stessa tutela della fauna selvatica, che oggi è spesso motivo di discussione e di vanto, viene meno se non rinunciamo ad alcuni paradigmi culturali che si fondano sui nostri privilegi, sulla nostra retorica predatoria. Ma davvero siamo pronti a fare a meno del nostro supposto primato di specie?

E’ curioso come questo libro sfugga a qualsiasi etichetta. Non è un romanzo, non è un saggio, almeno nel senso classico. E’ un libro per certi versi didattico. Ed è sicuramente un memoir, in cui una parte dell’autrice esce allo scoperto per vissuto, visioni, ideologie. E’ un diario di viaggio, perché Matteoni scrive di esperienze fatte in prevalenza nel Regno Unito, nel quale peraltro ho appreso che molto specie animali non esistono più, perché si sono estinte e non sono mai state più introdotte. Ed è anche una sorta di poetico bestiario, nel quale molti animali non così conosciuti o virtuosi o comunemente ritenuti esteticamente degni di nota trovano un loro spazio, si lasciano guardare ed apprezzare, acquisendo agli occhi del lettore una loro neonata dignità, un loro valore in quella che è una riscoperta vera e propria.

Animali, custodi di storie è un libro che guarda al passato per ripensare il futuro, come fanno spesso le opere che non cercano l’effetto immediato ma una trasformazione profonda del modo in cui leggiamo il mondo. Matteoni intreccia tradizioni, miti, osservazioni sul campo e riflessioni contemporanee, restituendo agli animali un ruolo che avevamo ridotto o semplificato. Nel suo racconto non sono figure decorative, ma presenze capaci di orientarci, come se aprissero un’altra linea narrativa dentro la nostra. È un invito a riconsiderare la relazione tra umano e non-umano, superando la convinzione che tutto debba essere gestito, controllato o incasellato in una logica di rendita. C’è anche un piano più scomodo, ma necessario: quello che mette in dialogo specismo, capitalismo e colonialismo come strutture culturali che hanno plasmato il nostro rapporto con il vivente. Tre sistemi differenti che condividono una stessa matrice: la gerarchia, l’appropriazione, la trasformazione dell’altro—che sia persona, specie o territorio— in risorsa da utilizzare. Il libro scardina questi meccanismi in modo sottile ma efficace, riportandoci a una domanda essenziale: che cosa resta quando togliamo l’idea di dominio e rimettiamo al centro la convivenza?  Matteoni non dà risposte prefabbricate: apre varchi. Attraverso animali reali e immaginati, mostra come questi tre sistemi di potere continuino a influenzare il nostro modo di nominare e trattare il vivente. È un libro, insomma, che non è facile da leggere e da accettare, poiché richiede un reset interiore, un aggiornamento dei parametri con cui leggiamo il mondo. Reset che può concretamente rappresentare ai nostri occhi qualcosa che spaventa, che rifiutiamo pur nella profonda consapevolezza della sua veridicità.

Animali, custodi di storie è un libro affascinante quanto spaventoso, dalla lettura del quale si esce con più domande che risposte. Scoiattoli, ghiri, lontre, foche, orsi e lupi si passano il testimone lasciando che la loro immagine ai nostri occhi si deformi spostandoci nel tempo e nello spazio. Ma anche creature mitologiche, come la selkie, una foca che diventa donna se rinuncia alla sua pelle ma che torna inesorabilmente in acqua se la ritrova, come rispondendo ad un richiamo irresistibile. Sono tutte creature con le quali l’essere umano divide gli spazi, in un fragilissimo ecosistema dove tutti sono importanti e parti di una catena perfetta e inimitabile.

Palpabile è il richiamo verso la speranza in un mondo senza prevaricazione di specie, dove tutti gli esseri viventi fanno la loro parte in armonia. Come del resto è irresistibile il rimando alle filosofie e alle architetture passate e presenti che rimandano a schemi di vita differenti, ai quali dover ripensare per frenare l’attitudine all’autodistruzione del nostro pianeta, strapazzato da secoli di predominio cieco dell’umano.

Leggilo se vuoi ampliare questi temi:

  • La biodiversità come patrimonio condiviso, non solo come dato scientifico.
  • La necessità concreta di restituire agli animali spazi, tempi e diritti negati.
  • Miti, leggende e credenze come archivi di saggezza che ci aiutano a leggere il mondo animale in modo più profondo.
  • Le connivenze tra specismo, capitalismo e colonialismo: tre sistemi che alimentano lo stesso modello di sfruttamento.
  • Il ruolo dello specismo come struttura culturale radicata e spesso invisibile.
  • La linea mobile tra domestico e selvatico: come si è costruita e come si sta trasformando.
  • La biodiversità come patrimonio condiviso, non solo come dato scientifico.
  • La necessità concreta di restituire agli animali spazi, tempi e diritti negati.
  • Miti, leggende e credenze come archivi di saggezza che ci aiutano a leggere il mondo animale in modo più profondo. 

Il libro

Chi fa rumore nel bosco o nell’onda? Chi ci scruta, non visto? Attraverso scoiattoli, ghiri, lontre, foche, orse, lupi, gheppi e uccelli acquatici – gli animali custodi delle storie raccontate nel libro di Francesca Matteoni –, l’osservazione e l’immaginario si aprono alle più profonde forme di connessione tra le specie terrestri e gli ecosistemi condivisi, ridefinendo la soglia fra domestico e selvatico, fra amore e terrore, nell’“inebriante e dolorosa rete del tutto”.

In queste pagine le esperienze personali dell’autrice, insieme alle sue letture e memorie, si alternano a suggestioni e approfondimenti provenienti dagli Animal Studies, dal folklore, dalle tradizioni storiche e antropologiche che ci legano agli animali, fino alla letteratura, al cinema e alle arti che li vedono protagonisti. Un mondo di convivenze reali, interazioni costanti e proiezioni simboliche da decifrare, in cui ci fanno da guida creature metamorfiche (“mutaforma”) come la selkie dei mari nordici, sia donna sia foca grigia; la madre-lontra, metà acquatica e metà terrestre; la figura sciamanica dell’orsa, che scandisce il ciclo di morte, rinascita e comprensione di sé, o quella del lupo mannaro, il deviante diabolico perseguitato nei processi per stregoneria di epoca moderna. È così che le storie degli animali umani e non umani si sono intrecciate e si intrecciano di continuo nella trama ibrida dei viventi, dal culto e dalla parentela al conflitto e alla sopraffazione. Ed è per questo che gli animali reclamano il loro spazio vitale – e politico – come compagni senzienti di strada e di mondo: un atto di riconnessione con il pianeta e con tutto ciò che esiste ostinatamente insieme a noi.


L’autrice

Francesca Matteoni (Pistoia,1975) ha pubblicato le raccolte di poesia Artico (Crocetti, 2005) e Appunti dal parco (Wizarts, 2008), nonché due plaquette d’arte e la silloge Higgiugiuk la lappone nel X Quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2010). Fa parte della redazione del blog letterario Nazione Indiana e si occupa della rubrica di scrittura della rivista romana «Metromorfosi».


  • Casa Editrice: Nottetempo Edizioni
  • Pagine: 252
  • Prezzo: E 17,90

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L’USO DELLA FOTO di Annie Ernaux e Marc Marie


Cerco di descrivere la foto con un doppio sguardo, quello di allora e quello di adesso. Ciò che vedo ora non è ciò che vedevo quella mattina, quando sono scesa prima di colazione e mi sono ritrovata nel corridoio dell’ingresso con il mio ricordo umido della notte. Alcuni elementi di questa scena non sono immediatamente identificabili, il luogo non è quello della mia esperienza quotidiana, mi appare più grande, con piastrelle enormi. Di fatto, non mi è né estraneo né fa-miliare, ha semplicemente subito una distorsione delle dimensioni e un’esaltazione di tutti i colori. La mia prima reazione è cercare di scoprire in quegli ammassi delle forme, degli esseri, come davanti a un test di Rorschach in cui le macchie siano state sostituite da capi di abbigliamento e di biancheria. Non mi trovo più nella realtà che quella mattina aveva suscitato la mia emozione e poi portato a fare questo scatto. E il mio immaginario a decifrare la foto, non la memoria. Ho bisogno di non averla più sotto gli occhi, di metterla da parte; solo così, in una sorta di rievocazione differita, possono riaffiorare in me immagini della primavera del 2003. Affinché sia il pensiero stesso a mettersi in moto.


Scatti che respirano: l’amore messo a fuoco in L’uso della foto.

19 novembre 2025

Una coppia trasforma oggetti e istanti fotografati in un racconto a due voci, dove l’amore emerge nella sua nudità, semplice e vertiginosa. Fotografie come nature morte, frammenti di quotidiano, oggetti che diventano testimoni silenziosi di un’intimità che non ha bisogno di proclami.

La stanza inondata della luce del mattino è una sorta di tela condivisa. Un vestito lasciato a terra è un’onda; una scarpa slanciata, un vettore di desiderio; la piega di un lenzuolo, un segreto che si lascia intravedere. La materia è comune, ma la percezione è doppia: il quadro respira perché la voce non è mai una sola. È un dipinto di pura prossimità: nessuna posa, nessuna strategia narrativa, solo la volontà di fermare ciò che normalmente passa inosservato.

Il romanzo offre un’estetica dell’istante minimo che si spalanca su qualcosa di più grande. Una visione in cui gli oggetti sono la sintassi e il sentimento è il significato. E chi legge resta lì, sospeso, con la sensazione di aver guardato attraverso una fessura sacra: la verità semplice e devastante dell’amore che accade.

In L’uso della foto Annie Ernaux apre un varco, come se la narrazione tradizionale fosse diventata troppo stretta per contenere la densità dell’esperienza. Un romanzo che nasce dall’urgenza di trovare un altro modo di raccontare, di celebrare la vita e il corpo quando la malattia attraversa tutto, rendendo il linguaggio un territorio fragile.

La foto è fissa, è vertiginosa. La sua ambiguità ferisce e illumina insieme: è un resto, una traccia, un silenzio che pulsa. Ernaux la usa per incidere la memoria senza abbellirla, per scavarci dentro con una sincerità ostinata. La scrittura, di fronte a queste immagini, diventa una danza di avvicinamenti e ritirate. È un tentativo di non tradire la verità che la fotografia trattiene senza sapere di trattenerla. È il gesto di osservare ciò che resta, di dare dignità ai margini dell’esperienza: il pigiama accartocciato, una borsa aperta sul pavimento, la traccia lasciata da una presenza che non c’è più. La foto, nella sua crudele immobilità, racconta ciò che il dolore impedisce di dire. E la scrittura tenta di respirare insieme a essa, come se ogni frase fosse un passo dentro l’ombra e dentro la luce.

Il coinvolgimento di Marc Marie è la leva che rivoluziona davvero il libro. Ernaux non vuole un monologo, non vuole essere l’unica a produrre senso. L’esperienza condivisa esige due sguardi, due metriche, due percezioni del medesimo istante. La doppia voce narrante assume così un valore politico e sentimentale: impedisce la centralizzazione dell’io, disinnesca la tentazione di dominare la memoria, evita che una sola versione diventi “la” versione.

Ernaux e Marie firmano una sorta di patto d’autenticità: nessuno possiede la verità dell’altro, ma insieme possono avvicinarsi a un ritratto più ampio, più fedele, più umano. La loro scrittura dialoga, diverge, si incastra, mostrando che l’amore è sempre un prodotto a due voci, mai un soliloquio. È la celebrazione dell’enormità e della semplicità di amare senza sovrastrutture.

Intorno a loro il mondo sembra rallentare fino a raccogliersi in un punto luminoso e fragile. Ogni oggetto fotografato diventa un nodo narrativo, un gesto di presenza, una particella di tempo che smette di scorrere e si lascia osservare. Il quadro che esce dal romanzo è quasi pittorico: una stanza che vibra di luce obliqua, stoffe come onde mute, ombre che raccontano ciò che le parole sfiorano soltanto.

Leggere L’uso della foto significa attraversare una soglia: quella in cui il ricordo diventa materia viva, in cui il corpo femminile malato e amato non è tabù ma centro del mondo, in cui lo sguardo sostituisce la voce senza impoverirla. È un libro che incanta ed esalta ogni senso perché non fa scenografie: mostra. E nella semplicità delle sue immagini, nella precisione implacabile del suo stile, accende un desiderio quasi fisico di continuare a guardare, a leggere, a restare.

La poetica di Annie Ernaux si conferma archeologia del sé e radiografia sociale. In Ernaux la vita privata è materia politica, la memoria un campo di lotta, il testo un luogo dove l’io è sempre attraversato dall’epoca, dal ceto, dal genere. Ernaux cambia le metriche del vero, mostrando come potere, classe, patriarcato e desiderio si depositino nei piccoli gesti. La sua opera è una bussola per orientarsi nel tardo Novecento e nei primi anni del XXI secolo e per capire come la vita quotidiana diventi storia e come la scrittura possa essere uno strumento operativo di libertà.


Il romanzo

Dopo ogni incontro, una donna e un uomo fotografano il paesaggio che il sesso lascia dietro di sé: vestiti sul pavimento, scarpe rovesciate, lenzuola sgualcite. Non ritraggono i corpi, ma le tracce dell’accaduto, la mappa di un’intimità che si è consumata e già svanisce. È così che, per tutto il 2003, si amano la scrittrice Annie Ernaux e l’autore e giornalista Marc Marie. Per lei è un anno cruciale, segnato dall’operazione e dalla cura di un tumore al seno. Quegli scatti in pellicola, che richiedono tempo per essere sviluppati, fanno nascere un piccolo cerimoniale domestico.
Poi l’idea di scegliere alcune immagini e scriverne, elaborando ognuno il proprio testo in solitudine, «senza mai mostrare né accennare nulla all’altro». Le fotografie diventano così lo spazio da cui può prendere forma anche il racconto della malattia, «l’altra scena», assente negli scatti ma presente nel corpo di lei.
Libro unico e irripetibile, L’uso della foto indaga il desiderio, la perdita, la distanza tra ciò che si vede e ciò che si vive, nella consapevolezza che «il più alto grado di realtà sarà raggiunto solo se queste fotografie scritte si trasformeranno in altre scene nella memoria dei lettori».


L’autrice

Annie Ernaux è nata a Lillebonne nel 1940 ed è una delle voci più autorevoli del panorama culturale francese. Studiata e pubblicata in tutto il mondo, nei suoi libri ha reinventato i modi e le possibilità dell’autobiografia, trasformando il racconto della propria vita in acuminato strumento di indagine sociale, politica ed esistenziale. Considerata un classico contemporaneo, è amata da generazioni di lettrici e lettori. Nel 2022 è stata insignita del Premio Nobel per la letteratura.


  • Casa Editrice: L’Orma Editore
  • Traduzione: Lorenzo Flabbi
  • Pagine: 168
  • Prezzo: E 17,10

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GRANDE RAGAZZA, PICCOLA CITTA’ di Michelle Gallen



A giudicare dalla penombra nella camera da letto Majella capì che il sole mattutino era sparito e un altro cielo grigio premeva su di loro con tutta la sua forza e lo avrebbe fatto fino a che l’invisibile sole non fosse affondato dietro le montagne. Controllò il cellulare: “nessun nuovo messaggio”. Si rimise giù e ascoltò il chiacchiericcio della tele di sotto.


Aghibogey e l’apoteosi del fallimento della narrazione politica del nostro tempo.

6 novembre 2025

Per chi ha sempre creduto che i Troubles fossero scaramucce di un passato morto e sepolto, in un angolo di Europa remoto e trascurabile, la lettura di questo romanzo rimette la Storia e le istanze dell’Irlanda del Nord al posto che meritano, ossia nel ricordo vivido di un recente passato sanguinoso e intransigente. Una necessità, in fondo, per chi come molti di noi, ha dimenticato quei lunghi anni, odorosi di polvere da sparo e di sangue sparso a terra. Una lotta che fece della religione il suo assurdo baricentro, con le sue propaggini velenose.

Michelle Gallen, che è nata e cresciuta durante i Troubles, ambienta il suo romanzo di esordio, Grande ragazza, piccola città, in una immaginaria piccola cittadina nord-irlandese nel 2004, quando il conflitto è ormai finito ma non sono terminate le sue eco. Il paese è ormai privo di soldati, di armi, di fumi che escono dai cumuli di macerie. I ponti sono stati ripristinati ed è nuovamente possibile passare il confine. Un ritorno repentino alla normalità che suona quasi traumatico per chi, come Majella, è cresciuto con la questione irlandese a tentennare tra i piedi, respirando l’aria acre, densa di pericoli, di quella paura che diventa impercettibilmente un’ombra conosciuta e non fa più impressione. La pace è sparita, nascosta sotto le occhiate di sdegno, la segregazione, il fiume che divide, come sempre ha fatto da che c’è memoria, la zona cattolica da quella protestante.

Tutto appare normale, anche se non lo è. Il padre di Majella, attivista dell’IRA, è scomparso improvvisamente e nessuno sa cosa ne è stato di lui. Una militanza che non è stata indolore e che ha lasciato un’ombra lunga sulla vita di tutta la famiglia. Scelte delle quali Majella non è del tutto consapevole. Majella non sempre dimostra di comprendere a pieno ciò che la circonda. Una forma di difesa per chi come lei ha visto la propria vita prendere una rotta inaspettata, allontanandosi da una situazione di tranquilla ordinarietà per virare verso gli stridori dell’indigenza e del disagio. Sua madre è rimasta intrappolata tra il disincanto e la rabbia, che vive e incarna la stessa frustrazione di un paese che non trova pace. Che si è consegnata alle trappole dell’alcolismo e ha rinunciato a prendersi cura di se stessa e di sua figlia.

Majella è cresciuta in un contesto in cui occorre prendere una posizione netta. La necessità di scegliere da che parte stare è diventata per lei una sorta di resistenza silenziosa che trova sfogo nell’abitudine, nella passività, nella mancanza di stimoli e di obiettivi. L’assenza del padre è un vuoto che Majella riempie con il suo bisogno di routine, con la solitudine, il rifiuto di tutto ciò che potrebbe portarla verso gli altri, con i quali tuttavia ha a che fare tutti i giorni, poiché lavora in un chip shop. Un ambiente che trasuda calore e grasso di patatine fritte. Un luogo in cui il cibo cessa di essere nutrimento e diventa oppio per dimenticare i problemi di tutti i giorni. I clienti del chipper sono sgrammaticati, disagiati, poveri, soli. In cerca di calore, di una parvenza di normalità. Non hanno peli sulla lingua, sono scurrili, vivono una vita in perenne bilico tra la sopravvivenza e la speranza. Tutti si conoscono e ognuno oscilla tra la pietà e il rancore verso l’altro. Sono pettegoli e sporchi, impantanati in una vita che li ha traditi, costretti a schierarsi, pagandone le conseguenze.

Anche Majella ha deposto le armi. Non si cura del suo aspetto, mangia sregolatamente, vive con una madre sciatta e alcolista in una casa sporca e buia, dove tutto è caotico e opaco, dove persino i sogni non si azzardano ad entrare. Fa sesso quando capita, si sbronza il fine settimana. passa il tempo libero a letto a guardare la televisione. Sa di meritare disprezzo e disapprovazione. E’ sola ma non è mai sazia di solitudine.

In quello che è un fallimento su larga scala, Michelle Gallen riesce a costruire l’apotesi del fallimento di tutte le grandi narrazioni politiche che, dopo aver sparso sangue si risolvono e svaniscono nello squallore di una cucina fredda, dove una donna e sua figlia mettono malamente insieme i frammenti di una vita marginale e patetica. Ma, e questa è la sua grandezza, lo fa con studiata leggerezza, mutuando un linguaggio paradossale e raffazzonato, costruendo incredibili caricature, utilizzando una comicità tragica e secca che fa sorridere mentre un malore intestino contrae le viscere e suggerisce quella tristezza cattiva che non sa consolare. Un tono antisentimentale rotondissimo, con il quale dice l’indicibile. Con il quale tratteggia la sconfitta dell’essere umano che cerca di risorgere dalla cenere dopo gli incendi della lotta. La vita dopo la violenza, dopo l’ideologia radicale, dopo la perdita.

E nell’incertezza tra il pianto e il riso, tra lo sdegno e l’empatia, Gallen costruisce un microcosmo vivido e colorato, dove possiamo facilmente intravedere quel filo di compassione che rende tutto più vicino, più umano.

Grande ragazza, piccola città è davvero un piccolo capolavoro di realismo e di rinascita. Un’occhio crudo che guarda il mondo fuori con indifferenza. Con il disinteresse di chi ha visto senza penetrare a pieno il significato di lottare per un ideale che scardina tutta la tua vita senza saperti ricompensare. Un’amara disillusione sulle possibilità di cambiare davvero il destino dei popoli e un invito a cercare la felicità nelle piccole cose. Una narrazione intrisa di umorismo, sagacia, ironia, profonda sensibilità. E un personaggio davvero indimenticabile che riesce ad intravedere un baricentro nella nebbia fitta della sua vita. Una vita che si rivolta contro, senza dare scampo. Il disegno di un destino impietoso che schiaccia tutto e tutti ma che in fondo non sa finalizzare la vittoria e si lascia doppiare da quel corridore insospettabile che non getta la spugna e continua a correre, cadenzato, concentrato, perseverante. Fino al traguardo.


Il romanzo

Majella O’Neill ha ventisette anni e vive con la madre alcolizzata in un’immaginaria cittadina dell’Irlanda del Nord: Aghybogey. Passa le giornate al lavoro in un chip shop dove è spettatrice delle vite tragicomiche dei suoi concittadini, spesso ubriachi e scortesi, e a casa dove trascorre gran parte del tempo a guardare vecchi episodi di «Dallas», a bisticciare con la ma’ e ad abbuffarsi di cibo fritto che si porta dal lavoro. Non ha amici, non ha peli sulla lingua, ha manie e tic, non è interessata ai pettegolezzi che le racconta ogni giorno il collega Marty, e alla cupezza della routine, e più in generale della vita nel Nord Irlanda – siamo nel 2004 e i Troubles sono finiti da poco, ma la comunità è ancora sconvolta e divisa dalla violenza –, reagisce con una certa causticità. La sua vita cambia con la morte dell’amata nonna, dopo un’aggressione misteriosa, e questo dolore, insieme a una sorprendente rivelazione, le farà capire che Aghybogey non è il centro del mondo… Majella O’Neill è un personaggio indimenticabile e Michelle Gallen ce lo fa conoscere con un dark humour tutto suo e con una lingua espressiva, frizzante, che esplode quando a prendere la parola sono gli strampalati abitanti di Aghybogey. Una storia piena di ritmo che alterna momenti comici e drammatici ed esplora le possibilità del futuro che attende ciascuno di noi.


L’autrice

Michelle Gallen è nata nel 1975 nella contea di Tyrone, Irlanda del Nord. È cresciuta durante i Troubles a pochi chilometri dal confine con la Repubblica d’Irlanda. Si è laureata in Letteratura inglese al Trinity College di Dublino e in Editoria alla Stirling University in Scozia. Ha iniziato la sua carriera di scrittrice nel 2006 con un racconto per la rivista irlandese «The Stinging Fly». Grande ragazza, piccola città è uscito nel 2020 per la casa editrice inglese John Murray ed è stato finalista agli Irish Books Awards come esordio dell’anno, al Costa First Novel Award, al Comedy Women in Print. Il secondo romanzo, Factory Girls, uscito nel 2022 sempre per John Murray, ha vinto il premio Comedy Women in Print ed è stato in short list al Royal Society of Literature Encore Award 2023. Entrambi i romanzi sono usciti in America e in Francia. Ha pubblicato racconti su varie riviste, tra cui «Mslexia», «The Stinging Fly», «Cyphers», «QWF» e ha vinto l’Orange/NW Short Story Award. Vive a Dublino con il marito e i due figli. Attualmente lavora al terzo romanzo e alla sceneggiatura delle serie tv per la BBC tratte dai suoi due libri.


  • Casa editrice: KellerEditore
  • Traduzione: Elvira Bassi
  • Pagine: 342
  • Prezzo: E 19,00

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INTRODUZIONE ALLA MIA MORTE di Fabio Massimo Franceschelli


L’essere oggetto di dimenticanza – stavolta non come responsabile ma come vittima – l’aveva confortato del fatto che l’amnesia improvvisa ha l’essenza e la pervasività del tragico: l’inaspettato vuoto di memoria che coglie l’attore prima di una battuta pronunciata alla perfezione migliaia di volte, quel buco, quello strappo nella tela della rappresentazione, svela l’artificiosità disarmata e disarmante della recita umana. Dimenticare, aveva pensato l’ex ingegnere, è naturale come l’entropia, o come l’acqua di un fiume che finisce nel mare.


E’ quasi sempre troppo tardi. Una storia familiare non convenzionale.

26 ottobre 2025

Cosa accade quando cerchiamo di ingannare la colpa, distrarla per ricominciare tutto da capo?

Quella che ci racconta Fabio Massimo Franceschelli è una famiglia come tante, probabilmente più colta della media, tuttavia vittima del disorientamento generale che ha colto questa vacillante istituzione negli ultimi decenni. Gli eventi, il tempo, le variabili della vita la colpiscono in pieno petto mentre il padre, il patriarca ormai destituito e scialbo, era occupato a costruire carriere e parabole esistenziali. Con lui uomini e donne senza macchie, punti fermi impegnati a dimostrare che si può fare tutto e al meglio e contemporaneamente, con soddisfazione e lucro.

Di fatto l’aberrazione è più ampia, maggiormente e universalmente impattante: non è un errore del singolo, che qui e altrove assolviamo con formula piena, E’ un errore di tempo. Di un’epoca, pochi decenni in realtà, in cui tutto si è accelerato al massimo e tutti hanno dovuto anteporre il lavoro a qualsiasi altra cosa. Ognuno di noi sa di cosa si tratta. Abbiamo fatto parte di questo ingranaggio perverso, abbiamo provato ad addomesticarlo, a vestirci dei panni di supereroi confidando sull’eternità e inossidabilità della nostra salute mentale. Poi abbiamo fatto marcia indietro. Siamo andati negli studi dei terapeuti, abbiamo confessato la nostra vanagloria tossica nei confessionali, abbiamo rotto matrimoni, dato le dimissioni. Abbiamo fatto coming out. Lasciato le città, il partner, le brutte abitudini, i chili di troppo, i balconcini asfittici e gli animali domestici frustrati e spelacchiati, alla ricerca dell’autenticità. Della vita vera, del brivido dell’imprevisto, l’urlo agghiacciante della natura, l’attimo prima che si ribelli e che scateni la sua energia su di noi.

Questa specie di rivelazione tardiva coglie in pieno petto anche Carlo Castelli, un uomo in là con gli anni, ex giornalista di guerra. L’uomo che ha fatto della morte l’estremo spettacolo. Che di morte si è nutrito fino alla nausea e che adesso desidera cambiare tutto. Mettere se stesso al centro, la natura degli appennini ai margini e la sua trascuratissima famiglia a fare da paravento ai sensi di colpa, ormai acuti, egoisti, pretenziosi. Isolarsi, prendere tempo per riflettere, scrivere un romanzo che riassuma la sua vita e ciò che ha appreso vivendola. Intorno a sé i figli, che non ha mai frequentato, né mai sopportato, in tutta onestà. Carlo ha preferito gli afrori della guerra, il luccichio del sangue ai pomeriggi con loro, creature misconosciute e in qualche modo spaventose. Ma adesso, mentre la sua vita probabilmente volge al termine, ha la pretesa di averli tutti intorno a sé, compresa la compagna che odia la montagna e il suo essere inafferrabile, remota e irreale.

I figli di Carlo non hanno avuto una vita migliore della sua. Hanno sofferto la mancanza, l’assenza fino a trasformare la nostalgia in una forma di odio silente. Essi hanno visto da vicino gli effetti devastanti dell’individualismo degli anni di fine secolo scorso. Oggi sono uomini incompleti e fragili. Sandro ha dimenticato il proprio figlio in auto e da allora è avvinto agli psicofarmaci e all’alcol. Stefano è un piccolo squalo che cerca di stare a galla senza prendere una posizione precisa: il suo partito non sta a destra né a sinistra e si alimenta di proclami deboli quanto il proprio leader.

Lo scontro generazionale è inevitabile e i tentativi di Carlo di riunificare la sua famiglia sono patetici e fallimentari. Intorno a loro il paesaggio appenninico, foriero di atmosfere mistiche, di immagini fugaci come ectoplasmi, popolato di animali che sembrano possedere un sesto senso, che utilizzano per spaventare, indirizzare e avvertire gli umani che incontrano. La grande casa in montagna è il catalizzatore di ogni energia, di tutte le vibrazioni. E’ essa stessa un organismo vivente che accoglie tutti dentro al proprio ventre carnivoro e pulsante. Un po’ respingente, un po’ oracolo di un’esistenza che cerca assoluzione ma trova la pena, la contravvenzione.

Se per Carlo scrivere è una preparazione alla morte, un modo per distaccarsi dalla vita prendendone merito e perdono, per i figli l’incursione dentro la casa-madre è spesso motivo di rabbia, di rancore. Ne traiamo la convinzione che avvedersi tardivamente dei propri errori quasi mai dispensa dalla punizione e quasi mai aggiusta un’assenza. Ma anche che la ricerca del perdono, il ripensamento, il così-detto resoconto della propria esistenza è probabilmente un’esigenza più personale che risolutiva. L’estremo egoismo che contraddistingue l’uomo si palesa senza veli e tratteggia un’immagine poco lusinghiera dell’animale umano, poco disposto a sacrificarsi per un bene comune.

Ed ecco che Introduzione alla mia morte diventa il requiem di un’epoca in cui edonismo e individualismo estremo hanno fatto danni irreparabili creando mostri e mostriciattoli, le cui propaggini hanno stretto in una morsa i nostri figli, condannandoli all’invisibilità.

Ma questo romanzo è anche un inno alla forza e all’imperturbabilità dell’uomo che, sebbene abbracciato dalla colpa, desidera giustificarsi mostrando tardivamente la propria coscienza, il proprio buon cuore. La raggiunta consapevolezza di aver commesso degli errori ma proprio per questo pretenderne l’assoluzione, reclamando il diritto ad una discendenza onnisciente, imperturbabile, perfetta.

In quello che si mostra un romanzo illuminato, rabbioso e malinconico, Franceschelli orchestra una prosa che abbacina e abbraccia il lettore. Bella, ritmata, rotonda, esteticamente e semanticamente perfetta. Poetica a tratti ma anche cruda e visionaria, vittima della fascinazione di una natura rigogliosa, ridondante, magica e spaventosa.

Franceschelli tratteggia uomini e donne del nostro tempo con grande profondità e rara sensibilità, toccando temi che sono tabù scottanti e inenarrabili. E ammaestrando il cinismo che pervade il nostro tempo, nel quale è preferibile attaccare che essere attaccati. Mentire per non scoprirsi. Allontanarsi per non farsi prendere dall’amore, che indebolisce e offusca. Uccidere per non morire.


Il romanzo

Un uomo che dimentica in auto il suo bambino; un politico populista e vanesio che fonda un nuovo partito; un giornalista, famoso inviato di guerra, che si trasferisce in un’isolata casa in montagna e cerca di recuperare e sintetizzare il senso della sua vita nella scrittura di un romanzo e nella ricomposizione attorno a sé di una famiglia da sempre trascurata. Infine Sonia, la donna che è bussola e cifrario nel ripercorrere le vite di questi uomini autocentrati e che raccontano, loro malgrado, la storia della società di cui sono al tempo stesso prodotti e fautori. Quattro personaggi che compongono una famiglia che di tradizionale non ha nulla. Quattro voci che invitano il lettore ad indagare nelle storie che raccontano, a destreggiarsi tra apparenze farsesche e un’interiorità buia e respingente per giungere a delineare il ritratto della nostra società. Franceschelli, con il suo linguaggio ammaliante, un’ironia sottile e la sapiente costruzione della narrazione, dà vita a un romanzo che con la potenza visionaria di un dramma in più atti è capace di inchiodare il lettore, non solo alla storia narrata, ma anche e soprattutto alla rappresentazione di una realtà da cui si tende a volgere lo sguardo.


L’autore

Fabio Massimo Franceschelli

Ecletticamente ha toccato vari generi letterari: dalla saggistica alla drammaturgia, alla critica e, ora, alla narrativa. Laureato in Storia delle religioni, ha pubblicato saggi e articoli sui moderni sincretismi religiosi, con particolare attenzione ai culti afrobrasiliani. Per il teatro è autore di drammi, monologhi e commedie rappresentate in Italia e all’estero, oltre che regista e direttore di festival teatrali.  È redattore della rivista di drammaturgia contemporanea Per la scena. Il romanzo Italia, finalista alla XXVIII edizione del PREMIO CALVINO, è il suo esordio in narrativa.


  • Casa Editrice: Del Vecchio Editore
  • Pagine: 234
  • Prezzo: E 19,00

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STORIA PROSSIMA di Dario Pontuale



La casa, le cose, il caso scrivono la storia. Nulla si cancella, soprattutto a Roma.


Prossima è la storia che sta per arrivare, ed è già qui. La storia che ci sfiora, ci riguarda, ci abita.

19 ottobre 2025

Ci sono romanzi che parlano del passato e altri che sembrano venire dal futuro per raccontarci il presente. Storia prossima è uno di questi. Pontuale ci porta in un’Italia non troppo lontana, in un tempo che sembra alle spalle ma che in realtà ci cammina accanto: un Paese in cui la memoria collettiva si sfilaccia, la politica diventa spettacolo, e le vite private vengono travolte da un’ansia di sopravvivenza che sa di precarietà e rassegnazione. Un libro che non è solo una “storia”, ma una riflessione lucida e a tratti feroce su chi siamo diventati.

Ciò che lascia questo romanzo arguto e graffiante è la certezza che per emergere e fare un piccolo spicchio di storia occorra solo il coraggio di crederci e di mettersi in gioco. Il potere della lotta e la sua realizzazione che si fonda su un atto di volontà. La caparbietà, la solida determinazione di voler costruire uno spazio di libertà dove anche l’uomo più umile si senta a casa. Dove le sue istanze siano abbracciate anche dagli altri. Dove tante voci diventano un coro che non si può far tacere. Storia prossima è un libro terapeutico e motivazionale.

È quasi certo che l’autore, Dario Pontuale, critico letterario e bibliotecario, che ha sapientemente investito sei anni di vita nelle ricerche per questo romanzo, non intendesse farne un esempio di stoicismo e solidità interiore. Ma sta di fatto che raccontando la storia della famiglia Picca, giunta in città dalla campagna per servire un nobiluomo e i cui figli e nipoti intrecceranno la propria vita con personaggi e situazioni che hanno fatto la Storia, Pontuale costruisce una parabola affascinante che mostra le possibilità che la Storia lascia alle sue umili comparse. I Picca, prima servi, poi tipografi, attacchini e infine intrepidi giornalisti ci faranno vivere dentro ad un Paese in movimento, ove ferve la scintilla dell’anarchia. Dove la ribellione è un fiume che si ingrossa e trascina quei detriti capaci di costruire nuove realtà. Dove non c’è ostacolo che possa sopire gli aneliti del più deboli e in cui il potere precostituito è un castello senza fondamenta, che rischia di sprofondare.

Dario Pontuale lascia che la Storia ceda linfa vitale alla storia che narra in questo suo romanzo. E fa di più, mettendo ai margini della trama personaggi storici veramente vissuti. Questo rende la narrazione difficilmente incasellabile, di fatto a metà tra il romanzo storico e la fiction. Ma Storia prossima è anche altro e di più. È romanzo di formazione ed è romanzo civile, poiché mette al centro lo spirito di una nazione che riflette sul proprio passato e sembra suggerire molto anche sul nostro presente e prossimo futuro.

Roma, allora come adesso, è il baricentro di molteplici interessi contrapposti. Una città in cui il popolo è sfrontato, sguaiato, vero e fa da contrafforte ad una classe politica discutibile e corrotta.  Un palcoscenico suggestivo e vividissimo in cui i protagonisti si muovono ubbidendo al loro desidero di giustizia.  Uno squarcio di verità storica che racchiude tutto lo spirito delle lotte sociali, quell’anelito che oggi sembra più fragile, più latitante. Soffocato dal desiderio di una vita più facile, avvinta ai desideri materiali ed esteriori.  E Pontuale sa metterci in guardia. Ci da gli strumenti per comprendere le dinamiche di un mondo caleidoscopico in cui la luce acceca invece di illuminare.  Storia prossima non è una profezia. È un avvertimento. La storia di domani in fondo è già cominciata e parla di noi. 

 Un romanzo per chi legge per capire, non per distrarsi. Per chi cerca nella narrativa una forma di resistenza, per chi ama gli autori che sanno guardare la realtà senza filtri.


Il romanzo

Roma, metà dell’Ottocento. L’umile famiglia Picca arriva nell’Urbe dalla campagna di Albano in cerca di un futuro migliore: Ottavio e Michelina, assunti al servizio dei nobili Altieri, non immaginano certo che nei decenni successivi la vita dei loro figli e nipoti è destinata a intrecciarsi con i più ampi disegni della Storia. Luigi, il loro primogenito, tipografo e socialista della prima ora, suo figlio Sansone, attacchino e poi intrepido giornalista dell’“Avanti!”, e l’adorata fidanzata di lui Rosetta, saggia e combattiva, si ritrovano infatti a fianco di personalità come Turati, Bissolati e Anna Kuliscioff nella lotta per un Paese più giusto. Su di loro, sugli altri componenti della famiglia Picca e sui loro amici e compagni di lotte sociali e sull’Italia intera, si abbatte dapprima lo scandalo della Banca Romana con la sua lunga ombra di corruzione e malgoverno, quindi l’assassinio di un innocente per mano della polizia a seguito del tentato regicidio di Umberto I e infine la violenta repressione di Stato che sfocia nei moti popolari del 1898. Frutto di oltre sei anni di studio e ricerche d’archivio, Storia prossima ha il respiro della grande narrazione storica e la forza trascinante del romanzo civile: raccontando di un passato oggi pressoché dimenticato ci svela moltissimo del nostro presente.


L’autore

Dario Pontuale è nato a Roma nel 1978. Critico letterario e bibliotecario, è autore di raccolte di saggi quali “La biblioteca infinita” e “Avventurosi scrittori”, della biografia critica “Il baule di Conrad”, tradotto in Francia, della monografia “La Roma di Pasolini”, tradotto in Spagna e vincitore del Premio Carver 2019, de “La scoperta dell’America. Saggi di Cesare Pavese”, con prefazione di Ernesto Ferrero, e di “Scrittori russi. Saggi di Leone Ginzburg”. Ha contribuito inoltre alla storia della letteratura italiana “Scoprirai leggendo” e ha pubblicato vari testi di narrativa tra cui “La biblioteca delle idee morte” e “Certi ricordi non tornano”.


  • Casa Editrice: Le edizioni di Atlandite
  • Pagine: 261
  • Prezzo: E 19,00
  • Data di pubblicazione: 16/07/2025

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SCINTILLE di Alice Zanotti



A volte quei ragazzini, ma anche gli altri, ci chiamano potok. Per loro siamo una, siamo due, siamo tre. Siamo streghe, siamo come Nina, perché ci parliamo sopra come i rami che stanno uno sopra l’altro prima di scintillare, perché ci hanno visto appendere i nostri pezzi di stoffa rosa all’albero morto giù al torrente, perché, giù al torrente, qualche volta accendiamo fuochi per girarci intorno, per farlo usiamo i rami secchi del nostro albero morto, e legni levigati dal Budrin. I nostri fuochi sono circondati da un giro di sassi grigi e neri. Quando il fuoco si accende tutto il bosco diventa uno specchio. I ragazzini pensano che intorno al fuoco giriamo insieme agli Skrat, pensano che i fantasmi del bosco ci abbiano maledette e in cambio si siano presi la voce di Buia e ci abbiano costrette a parlare con le nostre voci una sopra l’altra. Ma noi nel fuoco a volte bruciamo inostri pensieri, nessuno lo sa.


18 settembre 2025

Le parole che mancano e che disegnano un’assenza difficile da colmare.

Quest’opera ambiziosa esplora le dinamiche sociali di una piccola e remota comunità montana in un angolo dimenticato e inaccessibile nelle Alpi Giulie, dove il tempo scorre lento, preda del peso delle tradizioni e delle credenze tramandate di padre in figlio. È un mondo scomodo e chiuso ma anche protetto dall’accelerazione e dalle destabilizzazioni del cambiamento. Persino la lingua non concede spazio al superfluo. Si parla poco per non togliere fiato alla fatica del lavoro nei campi. E di pochi argomenti. Non d’amore né di felicità, concetti che sembrano sconosciuti.

Una comunità in cui tutti si conoscono e che fonda la propria forza nel suo essere un corpo unico, senza dispersioni. E una minaccia, la strada, che arriverà presto a congiungere il paese con il resto del mondo, lasciandolo senza difese. Qui vivono le tre sorelle Kokulčua, unite dalla lingua, l’italiano, che parlano a voce unica, in coro. Colte nell’età del cambiamento, nel momento in cui giunge a infrangere ogni certezza. Prese da una guerra che è gioco e verità insieme.

L’opera sorprende per il suo enorme potere evocativo e per le atmosfere fuori dal tempo, fosche, ripetitive, frutto di tradizioni antiche e di un forte rifiuto del cambiamento. Una chiusura che viene suggellata e mantenuta ferma da un vocabolario scarno, povero di parole, figlio di un dialetto atavico. Una lingua morta che non concepisce le parole dell’amore. La ricerca del loro significato è il filo conduttore di tutta la narrazione, un’indagine che accompagna la crescita delle sorelle, la loro consapevolezza di sé e le scelte che dovranno affrontare: restare, andare via. Resistere o cedere alle istanze del progresso, quella strada che mangia gli alberi e i campi che renderà il paese raggiungibile e nello stesso tempo metterà in discussione tutto.

La scrittura è fitta, ripetitiva, insistente come una cantilena. La prosa è elaborata, i toni sono quelli di una favola oscura, di un mondo incantato in cui ogni cosa sta sul confine tra verità e suggestione. Personaggi quasi caricaturali danno un timbro gotico alla narrazione, con le loro oscurità, i loro segreti, il loro piccolo mondo chiuso, fatto di abitudini, credenze e pregiudizi.

I temi sono ambiziosi e profondi. Il linguaggio come identità e separazione: A Montefosca nessuno parla l’italiano tranne le tre sorelle Kokulčua. È un modo per non farsi capire, una differenza linguistica crea un abisso di incomprensione e isolamento, ma anche una connessione profonda tra le sorelle.

Il desiderio e la trasformazione: le sorelle affrontano il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, segnato dalla scoperta del corpo e del mondo, e dalla lotta con le parole che non riescono a esprimere appieno i loro sentimenti.

Il progresso come speranza e minaccia: la costruzione di una strada che attraverserà il paese rappresenta il progresso, ma anche una minaccia alla comunità e alla sua lingua. La strada distrugge i sentieri, mastica gli alberi, frammenta ogni parola. Per le sorelle, la strada è un pensiero che soffoca la gola, un tradimento della loro identità e del loro mondo.

La comunità come corpo collettivo: il romanzo è narrato dal “noi”, una voce collettiva che riflette la comunità nel suo insieme. Questa narrazione corale conferisce al testo una qualità musicale e rituale, in cui ogni parola è un atto di memoria e di resistenza.

Un lavoro che non passa inosservato, nonostante la lettura non si riveli semplice da portare avanti, per quel suo lirismo quasi criptico, per le incursione della lingua dialettale, per il mistero irrisolto che avvolge i suoi personaggi, ectoplasmi lontani dotati di una loro logica di vita, completamente schiacciati da un destino avaro e prepotente che li vuole fuori dalla ruota del tempo e della vita, immutabili nella loro fatica di vivere. La scrittura ricercata e fuori dagli schemi è il segno tangibile di come e quanto questa autrice sappia fare con la penna, evocando paesaggi onirici e contesti magici e spaventosi. Ma è anche un punto di attenzione, poiché potrebbe scoraggiare alcuni lettori che cercano storie lineari scritte con un fraseggio più ordinario e semplice.

Eppure Zanotti riesce comunque a catturare l’attenzione, immergendo il lettore in un mondo quasi fatato, dove la rassegnazione regna sovrana e l’uomo è solo una pedina, un ingranaggio imperturbabile di una catena che neanche il tempo sa spezzare. Si sente, forte, il bisogno di riconnettersi con la natura, e il desiderio di provare a fare un passo indietro, verso la fonte delle nostre antiche tradizioni, dalle quale c’è molto da poter fare nostro. Si sente anche il richiamo della comunità, come un organismo pluricellulare cui appartenere. Tutti aneliti a cui rivolgere lo sguardo, per una lezione di umiltà e di coesione, sempre utile.


Il romanzo

Montefosca è un paesino celato dalle montagne, una conca al confine con la Jugoslavia in cui nessuno arriva mai. È lì che vivono Alma, Anna e Buia – tre sorelle, una sola voce per raccontarsi. L’italiano lo parlano soltanto loro a Montefosca, gli altri comunicano in una lingua che serve a dire il quotidiano: la terra da coltivare, gli animali da nutrire. Le tre ragazzine invece ascoltano la voce dei monti e il fruscio del bosco, tendono l’orecchio al vento, specchiano i loro occhi nel cielo e nel fieno da falciare, in attesa del primo gelo che le porterà lontano, in collegio. E la più piccola, con coraggio e ribellione, si stacca dal coro per dar voce a ciò che ha davvero dentro, sentimenti difficili da comprendere ed esprimere come “amore”, come “felicità”, come “malinconia”. “Chiamatemi Buia,” dice alle altre, perché “dentro il mio corpo ho il buio delle parole che non capisco”.
Scintille è un romanzo che racconta le molteplici facce del desiderio. E il desiderio prende anche la forma di una strada che in un’estate squarcerà il paese in due per collegarlo finalmente alla valle e al mondo là fuori. La strada è il progresso, la strada mastica gli alberi e spiana i prati, la strada distrugge, frammenta ogni parola. Per fermarla le tre sorelle preparano una guerra, una guerra di rami, una guerra di fuoco. Un gioco di bambini. Con una lingua densa di emozione e intessuta di lirismo, Alice Zanotti entra dentro le passioni che fanno grande un piccolo mondo.


L’autrice

Alice Zanotti è nata a Bologna nel 1985. Lavora al TPE Teatro Astra di Torino. Ha esordito con Tutti gli appuntamenti mancati. Un ritratto immaginario di Amelia Rosselli (Bompiani, 2021).


  • Casa Editrice: Nottetempo
  • Pagine: 245
  • Prezzo: E 16,90

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