ANIMALI, CUSTODI DI STORIE di Francesca Matteoni


Circondata dalla mia paura e poi dai ghiacci, la foca leopardo canta una leggenda straniera. I suoi suoni pulsano siderali come se, alla confluenza degli oceani meridionali, qualcuno stesse sintetizzando segnali dalla galassie, aprendo un portale. Il futuro lo varca e mi bisbiglia la più formidabile delle rivelazioni: la possibilità di un mondo senza umani. Una ninna nanna subacquea d’estinzione.


Il poetico bestiario che guarda al passato per ripensare il futuro.

24 novembre 2026

Ho avuto il privilegio di parlare a quattr’occhi con Francesca Matteoni un sabato pomeriggio di fine novembre spazzato dal primo vero vento invernale dell’anno. Una conversazione iniziata per caso che è decollata all’improvviso in una ascensione vertiginosa verso temi importanti, che sapevo capaci di intersecarsi con molte questioni esistenziali, etiche, storiche, folkloristiche con al centro l’uomo e il suo governo assoluto su ogni altra specie vivente.

Da lì in effetti partono molte altre derivazioni: non solo lo specismo, ma il selvatico, come ciò che sfugge ad ogni schema logico, e le sue interconnessioni con il fatato, la figura femminile come matrice dei miti sulla natura e sulla vita, gli animali mitologici, le cui eco sono servite e servono ad addolcire il lutto, a renderlo accettabile, quasi un dono.

Con il suo vissuto, le sue esperienze e la sua sensibilità, Matteoni condivide con il lettore le storie sugli animali, veri e immaginifici, e su loro rapporto con l’uomo. Creature che dividono con noi il pianeta in un fragile ecosistema che noi umani abbiamo supposto essere fondato sulla nostra supremazia. La stessa tutela della fauna selvatica, che oggi è spesso motivo di discussione e di vanto, viene meno se non rinunciamo ad alcuni paradigmi culturali che si fondano sui nostri privilegi, sulla nostra retorica predatoria. Ma davvero siamo pronti a fare a meno del nostro supposto primato di specie?

E’ curioso come questo libro sfugga a qualsiasi etichetta. Non è un romanzo, non è un saggio, almeno nel senso classico. E’ un libro per certi versi didattico. Ed è sicuramente un memoir, in cui una parte dell’autrice esce allo scoperto per vissuto, visioni, ideologie. E’ un diario di viaggio, perché Matteoni scrive di esperienze fatte in prevalenza nel Regno Unito, nel quale peraltro ho appreso che molto specie animali non esistono più, perché si sono estinte e non sono mai state più introdotte. Ed è anche una sorta di poetico bestiario, nel quale molti animali non così conosciuti o virtuosi o comunemente ritenuti esteticamente degni di nota trovano un loro spazio, si lasciano guardare ed apprezzare, acquisendo agli occhi del lettore una loro neonata dignità, un loro valore in quella che è una riscoperta vera e propria.

Animali, custodi di storie è un libro che guarda al passato per ripensare il futuro, come fanno spesso le opere che non cercano l’effetto immediato ma una trasformazione profonda del modo in cui leggiamo il mondo. Matteoni intreccia tradizioni, miti, osservazioni sul campo e riflessioni contemporanee, restituendo agli animali un ruolo che avevamo ridotto o semplificato. Nel suo racconto non sono figure decorative, ma presenze capaci di orientarci, come se aprissero un’altra linea narrativa dentro la nostra. È un invito a riconsiderare la relazione tra umano e non-umano, superando la convinzione che tutto debba essere gestito, controllato o incasellato in una logica di rendita. C’è anche un piano più scomodo, ma necessario: quello che mette in dialogo specismo, capitalismo e colonialismo come strutture culturali che hanno plasmato il nostro rapporto con il vivente. Tre sistemi differenti che condividono una stessa matrice: la gerarchia, l’appropriazione, la trasformazione dell’altro—che sia persona, specie o territorio— in risorsa da utilizzare. Il libro scardina questi meccanismi in modo sottile ma efficace, riportandoci a una domanda essenziale: che cosa resta quando togliamo l’idea di dominio e rimettiamo al centro la convivenza?  Matteoni non dà risposte prefabbricate: apre varchi. Attraverso animali reali e immaginati, mostra come questi tre sistemi di potere continuino a influenzare il nostro modo di nominare e trattare il vivente. È un libro, insomma, che non è facile da leggere e da accettare, poiché richiede un reset interiore, un aggiornamento dei parametri con cui leggiamo il mondo. Reset che può concretamente rappresentare ai nostri occhi qualcosa che spaventa, che rifiutiamo pur nella profonda consapevolezza della sua veridicità.

Animali, custodi di storie è un libro affascinante quanto spaventoso, dalla lettura del quale si esce con più domande che risposte. Scoiattoli, ghiri, lontre, foche, orsi e lupi si passano il testimone lasciando che la loro immagine ai nostri occhi si deformi spostandoci nel tempo e nello spazio. Ma anche creature mitologiche, come la selkie, una foca che diventa donna se rinuncia alla sua pelle ma che torna inesorabilmente in acqua se la ritrova, come rispondendo ad un richiamo irresistibile. Sono tutte creature con le quali l’essere umano divide gli spazi, in un fragilissimo ecosistema dove tutti sono importanti e parti di una catena perfetta e inimitabile.

Palpabile è il richiamo verso la speranza in un mondo senza prevaricazione di specie, dove tutti gli esseri viventi fanno la loro parte in armonia. Come del resto è irresistibile il rimando alle filosofie e alle architetture passate e presenti che rimandano a schemi di vita differenti, ai quali dover ripensare per frenare l’attitudine all’autodistruzione del nostro pianeta, strapazzato da secoli di predominio cieco dell’umano.

Leggilo se vuoi ampliare questi temi:

  • La biodiversità come patrimonio condiviso, non solo come dato scientifico.
  • La necessità concreta di restituire agli animali spazi, tempi e diritti negati.
  • Miti, leggende e credenze come archivi di saggezza che ci aiutano a leggere il mondo animale in modo più profondo.
  • Le connivenze tra specismo, capitalismo e colonialismo: tre sistemi che alimentano lo stesso modello di sfruttamento.
  • Il ruolo dello specismo come struttura culturale radicata e spesso invisibile.
  • La linea mobile tra domestico e selvatico: come si è costruita e come si sta trasformando.
  • La biodiversità come patrimonio condiviso, non solo come dato scientifico.
  • La necessità concreta di restituire agli animali spazi, tempi e diritti negati.
  • Miti, leggende e credenze come archivi di saggezza che ci aiutano a leggere il mondo animale in modo più profondo. 

Il libro

Chi fa rumore nel bosco o nell’onda? Chi ci scruta, non visto? Attraverso scoiattoli, ghiri, lontre, foche, orse, lupi, gheppi e uccelli acquatici – gli animali custodi delle storie raccontate nel libro di Francesca Matteoni –, l’osservazione e l’immaginario si aprono alle più profonde forme di connessione tra le specie terrestri e gli ecosistemi condivisi, ridefinendo la soglia fra domestico e selvatico, fra amore e terrore, nell’“inebriante e dolorosa rete del tutto”.

In queste pagine le esperienze personali dell’autrice, insieme alle sue letture e memorie, si alternano a suggestioni e approfondimenti provenienti dagli Animal Studies, dal folklore, dalle tradizioni storiche e antropologiche che ci legano agli animali, fino alla letteratura, al cinema e alle arti che li vedono protagonisti. Un mondo di convivenze reali, interazioni costanti e proiezioni simboliche da decifrare, in cui ci fanno da guida creature metamorfiche (“mutaforma”) come la selkie dei mari nordici, sia donna sia foca grigia; la madre-lontra, metà acquatica e metà terrestre; la figura sciamanica dell’orsa, che scandisce il ciclo di morte, rinascita e comprensione di sé, o quella del lupo mannaro, il deviante diabolico perseguitato nei processi per stregoneria di epoca moderna. È così che le storie degli animali umani e non umani si sono intrecciate e si intrecciano di continuo nella trama ibrida dei viventi, dal culto e dalla parentela al conflitto e alla sopraffazione. Ed è per questo che gli animali reclamano il loro spazio vitale – e politico – come compagni senzienti di strada e di mondo: un atto di riconnessione con il pianeta e con tutto ciò che esiste ostinatamente insieme a noi.


L’autrice

Francesca Matteoni (Pistoia,1975) ha pubblicato le raccolte di poesia Artico (Crocetti, 2005) e Appunti dal parco (Wizarts, 2008), nonché due plaquette d’arte e la silloge Higgiugiuk la lappone nel X Quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2010). Fa parte della redazione del blog letterario Nazione Indiana e si occupa della rubrica di scrittura della rivista romana «Metromorfosi».


  • Casa Editrice: Nottetempo Edizioni
  • Pagine: 252
  • Prezzo: E 17,90

COMPRALO Q U I


L’USO DELLA FOTO di Annie Ernaux e Marc Marie


Cerco di descrivere la foto con un doppio sguardo, quello di allora e quello di adesso. Ciò che vedo ora non è ciò che vedevo quella mattina, quando sono scesa prima di colazione e mi sono ritrovata nel corridoio dell’ingresso con il mio ricordo umido della notte. Alcuni elementi di questa scena non sono immediatamente identificabili, il luogo non è quello della mia esperienza quotidiana, mi appare più grande, con piastrelle enormi. Di fatto, non mi è né estraneo né fa-miliare, ha semplicemente subito una distorsione delle dimensioni e un’esaltazione di tutti i colori. La mia prima reazione è cercare di scoprire in quegli ammassi delle forme, degli esseri, come davanti a un test di Rorschach in cui le macchie siano state sostituite da capi di abbigliamento e di biancheria. Non mi trovo più nella realtà che quella mattina aveva suscitato la mia emozione e poi portato a fare questo scatto. E il mio immaginario a decifrare la foto, non la memoria. Ho bisogno di non averla più sotto gli occhi, di metterla da parte; solo così, in una sorta di rievocazione differita, possono riaffiorare in me immagini della primavera del 2003. Affinché sia il pensiero stesso a mettersi in moto.


Scatti che respirano: l’amore messo a fuoco in L’uso della foto.

19 novembre 2025

Una coppia trasforma oggetti e istanti fotografati in un racconto a due voci, dove l’amore emerge nella sua nudità, semplice e vertiginosa. Fotografie come nature morte, frammenti di quotidiano, oggetti che diventano testimoni silenziosi di un’intimità che non ha bisogno di proclami.

La stanza inondata della luce del mattino è una sorta di tela condivisa. Un vestito lasciato a terra è un’onda; una scarpa slanciata, un vettore di desiderio; la piega di un lenzuolo, un segreto che si lascia intravedere. La materia è comune, ma la percezione è doppia: il quadro respira perché la voce non è mai una sola. È un dipinto di pura prossimità: nessuna posa, nessuna strategia narrativa, solo la volontà di fermare ciò che normalmente passa inosservato.

Il romanzo offre un’estetica dell’istante minimo che si spalanca su qualcosa di più grande. Una visione in cui gli oggetti sono la sintassi e il sentimento è il significato. E chi legge resta lì, sospeso, con la sensazione di aver guardato attraverso una fessura sacra: la verità semplice e devastante dell’amore che accade.

In L’uso della foto Annie Ernaux apre un varco, come se la narrazione tradizionale fosse diventata troppo stretta per contenere la densità dell’esperienza. Un romanzo che nasce dall’urgenza di trovare un altro modo di raccontare, di celebrare la vita e il corpo quando la malattia attraversa tutto, rendendo il linguaggio un territorio fragile.

La foto è fissa, è vertiginosa. La sua ambiguità ferisce e illumina insieme: è un resto, una traccia, un silenzio che pulsa. Ernaux la usa per incidere la memoria senza abbellirla, per scavarci dentro con una sincerità ostinata. La scrittura, di fronte a queste immagini, diventa una danza di avvicinamenti e ritirate. È un tentativo di non tradire la verità che la fotografia trattiene senza sapere di trattenerla. È il gesto di osservare ciò che resta, di dare dignità ai margini dell’esperienza: il pigiama accartocciato, una borsa aperta sul pavimento, la traccia lasciata da una presenza che non c’è più. La foto, nella sua crudele immobilità, racconta ciò che il dolore impedisce di dire. E la scrittura tenta di respirare insieme a essa, come se ogni frase fosse un passo dentro l’ombra e dentro la luce.

Il coinvolgimento di Marc Marie è la leva che rivoluziona davvero il libro. Ernaux non vuole un monologo, non vuole essere l’unica a produrre senso. L’esperienza condivisa esige due sguardi, due metriche, due percezioni del medesimo istante. La doppia voce narrante assume così un valore politico e sentimentale: impedisce la centralizzazione dell’io, disinnesca la tentazione di dominare la memoria, evita che una sola versione diventi “la” versione.

Ernaux e Marie firmano una sorta di patto d’autenticità: nessuno possiede la verità dell’altro, ma insieme possono avvicinarsi a un ritratto più ampio, più fedele, più umano. La loro scrittura dialoga, diverge, si incastra, mostrando che l’amore è sempre un prodotto a due voci, mai un soliloquio. È la celebrazione dell’enormità e della semplicità di amare senza sovrastrutture.

Intorno a loro il mondo sembra rallentare fino a raccogliersi in un punto luminoso e fragile. Ogni oggetto fotografato diventa un nodo narrativo, un gesto di presenza, una particella di tempo che smette di scorrere e si lascia osservare. Il quadro che esce dal romanzo è quasi pittorico: una stanza che vibra di luce obliqua, stoffe come onde mute, ombre che raccontano ciò che le parole sfiorano soltanto.

Leggere L’uso della foto significa attraversare una soglia: quella in cui il ricordo diventa materia viva, in cui il corpo femminile malato e amato non è tabù ma centro del mondo, in cui lo sguardo sostituisce la voce senza impoverirla. È un libro che incanta ed esalta ogni senso perché non fa scenografie: mostra. E nella semplicità delle sue immagini, nella precisione implacabile del suo stile, accende un desiderio quasi fisico di continuare a guardare, a leggere, a restare.

La poetica di Annie Ernaux si conferma archeologia del sé e radiografia sociale. In Ernaux la vita privata è materia politica, la memoria un campo di lotta, il testo un luogo dove l’io è sempre attraversato dall’epoca, dal ceto, dal genere. Ernaux cambia le metriche del vero, mostrando come potere, classe, patriarcato e desiderio si depositino nei piccoli gesti. La sua opera è una bussola per orientarsi nel tardo Novecento e nei primi anni del XXI secolo e per capire come la vita quotidiana diventi storia e come la scrittura possa essere uno strumento operativo di libertà.


Il romanzo

Dopo ogni incontro, una donna e un uomo fotografano il paesaggio che il sesso lascia dietro di sé: vestiti sul pavimento, scarpe rovesciate, lenzuola sgualcite. Non ritraggono i corpi, ma le tracce dell’accaduto, la mappa di un’intimità che si è consumata e già svanisce. È così che, per tutto il 2003, si amano la scrittrice Annie Ernaux e l’autore e giornalista Marc Marie. Per lei è un anno cruciale, segnato dall’operazione e dalla cura di un tumore al seno. Quegli scatti in pellicola, che richiedono tempo per essere sviluppati, fanno nascere un piccolo cerimoniale domestico.
Poi l’idea di scegliere alcune immagini e scriverne, elaborando ognuno il proprio testo in solitudine, «senza mai mostrare né accennare nulla all’altro». Le fotografie diventano così lo spazio da cui può prendere forma anche il racconto della malattia, «l’altra scena», assente negli scatti ma presente nel corpo di lei.
Libro unico e irripetibile, L’uso della foto indaga il desiderio, la perdita, la distanza tra ciò che si vede e ciò che si vive, nella consapevolezza che «il più alto grado di realtà sarà raggiunto solo se queste fotografie scritte si trasformeranno in altre scene nella memoria dei lettori».


L’autrice

Annie Ernaux è nata a Lillebonne nel 1940 ed è una delle voci più autorevoli del panorama culturale francese. Studiata e pubblicata in tutto il mondo, nei suoi libri ha reinventato i modi e le possibilità dell’autobiografia, trasformando il racconto della propria vita in acuminato strumento di indagine sociale, politica ed esistenziale. Considerata un classico contemporaneo, è amata da generazioni di lettrici e lettori. Nel 2022 è stata insignita del Premio Nobel per la letteratura.


  • Casa Editrice: L’Orma Editore
  • Traduzione: Lorenzo Flabbi
  • Pagine: 168
  • Prezzo: E 17,10

COMPRALO Q U I









GRANDE RAGAZZA, PICCOLA CITTA’ di Michelle Gallen



A giudicare dalla penombra nella camera da letto Majella capì che il sole mattutino era sparito e un altro cielo grigio premeva su di loro con tutta la sua forza e lo avrebbe fatto fino a che l’invisibile sole non fosse affondato dietro le montagne. Controllò il cellulare: “nessun nuovo messaggio”. Si rimise giù e ascoltò il chiacchiericcio della tele di sotto.


Aghibogey e l’apoteosi del fallimento della narrazione politica del nostro tempo.

6 novembre 2025

Per chi ha sempre creduto che i Troubles fossero scaramucce di un passato morto e sepolto, in un angolo di Europa remoto e trascurabile, la lettura di questo romanzo rimette la Storia e le istanze dell’Irlanda del Nord al posto che meritano, ossia nel ricordo vivido di un recente passato sanguinoso e intransigente. Una necessità, in fondo, per chi come molti di noi, ha dimenticato quei lunghi anni, odorosi di polvere da sparo e di sangue sparso a terra. Una lotta che fece della religione il suo assurdo baricentro, con le sue propaggini velenose.

Michelle Gallen, che è nata e cresciuta durante i Troubles, ambienta il suo romanzo di esordio, Grande ragazza, piccola città, in una immaginaria piccola cittadina nord-irlandese nel 2004, quando il conflitto è ormai finito ma non sono terminate le sue eco. Il paese è ormai privo di soldati, di armi, di fumi che escono dai cumuli di macerie. I ponti sono stati ripristinati ed è nuovamente possibile passare il confine. Un ritorno repentino alla normalità che suona quasi traumatico per chi, come Majella, è cresciuto con la questione irlandese a tentennare tra i piedi, respirando l’aria acre, densa di pericoli, di quella paura che diventa impercettibilmente un’ombra conosciuta e non fa più impressione. La pace è sparita, nascosta sotto le occhiate di sdegno, la segregazione, il fiume che divide, come sempre ha fatto da che c’è memoria, la zona cattolica da quella protestante.

Tutto appare normale, anche se non lo è. Il padre di Majella, attivista dell’IRA, è scomparso improvvisamente e nessuno sa cosa ne è stato di lui. Una militanza che non è stata indolore e che ha lasciato un’ombra lunga sulla vita di tutta la famiglia. Scelte delle quali Majella non è del tutto consapevole. Majella non sempre dimostra di comprendere a pieno ciò che la circonda. Una forma di difesa per chi come lei ha visto la propria vita prendere una rotta inaspettata, allontanandosi da una situazione di tranquilla ordinarietà per virare verso gli stridori dell’indigenza e del disagio. Sua madre è rimasta intrappolata tra il disincanto e la rabbia, che vive e incarna la stessa frustrazione di un paese che non trova pace. Che si è consegnata alle trappole dell’alcolismo e ha rinunciato a prendersi cura di se stessa e di sua figlia.

Majella è cresciuta in un contesto in cui occorre prendere una posizione netta. La necessità di scegliere da che parte stare è diventata per lei una sorta di resistenza silenziosa che trova sfogo nell’abitudine, nella passività, nella mancanza di stimoli e di obiettivi. L’assenza del padre è un vuoto che Majella riempie con il suo bisogno di routine, con la solitudine, il rifiuto di tutto ciò che potrebbe portarla verso gli altri, con i quali tuttavia ha a che fare tutti i giorni, poiché lavora in un chip shop. Un ambiente che trasuda calore e grasso di patatine fritte. Un luogo in cui il cibo cessa di essere nutrimento e diventa oppio per dimenticare i problemi di tutti i giorni. I clienti del chipper sono sgrammaticati, disagiati, poveri, soli. In cerca di calore, di una parvenza di normalità. Non hanno peli sulla lingua, sono scurrili, vivono una vita in perenne bilico tra la sopravvivenza e la speranza. Tutti si conoscono e ognuno oscilla tra la pietà e il rancore verso l’altro. Sono pettegoli e sporchi, impantanati in una vita che li ha traditi, costretti a schierarsi, pagandone le conseguenze.

Anche Majella ha deposto le armi. Non si cura del suo aspetto, mangia sregolatamente, vive con una madre sciatta e alcolista in una casa sporca e buia, dove tutto è caotico e opaco, dove persino i sogni non si azzardano ad entrare. Fa sesso quando capita, si sbronza il fine settimana. passa il tempo libero a letto a guardare la televisione. Sa di meritare disprezzo e disapprovazione. E’ sola ma non è mai sazia di solitudine.

In quello che è un fallimento su larga scala, Michelle Gallen riesce a costruire l’apotesi del fallimento di tutte le grandi narrazioni politiche che, dopo aver sparso sangue si risolvono e svaniscono nello squallore di una cucina fredda, dove una donna e sua figlia mettono malamente insieme i frammenti di una vita marginale e patetica. Ma, e questa è la sua grandezza, lo fa con studiata leggerezza, mutuando un linguaggio paradossale e raffazzonato, costruendo incredibili caricature, utilizzando una comicità tragica e secca che fa sorridere mentre un malore intestino contrae le viscere e suggerisce quella tristezza cattiva che non sa consolare. Un tono antisentimentale rotondissimo, con il quale dice l’indicibile. Con il quale tratteggia la sconfitta dell’essere umano che cerca di risorgere dalla cenere dopo gli incendi della lotta. La vita dopo la violenza, dopo l’ideologia radicale, dopo la perdita.

E nell’incertezza tra il pianto e il riso, tra lo sdegno e l’empatia, Gallen costruisce un microcosmo vivido e colorato, dove possiamo facilmente intravedere quel filo di compassione che rende tutto più vicino, più umano.

Grande ragazza, piccola città è davvero un piccolo capolavoro di realismo e di rinascita. Un’occhio crudo che guarda il mondo fuori con indifferenza. Con il disinteresse di chi ha visto senza penetrare a pieno il significato di lottare per un ideale che scardina tutta la tua vita senza saperti ricompensare. Un’amara disillusione sulle possibilità di cambiare davvero il destino dei popoli e un invito a cercare la felicità nelle piccole cose. Una narrazione intrisa di umorismo, sagacia, ironia, profonda sensibilità. E un personaggio davvero indimenticabile che riesce ad intravedere un baricentro nella nebbia fitta della sua vita. Una vita che si rivolta contro, senza dare scampo. Il disegno di un destino impietoso che schiaccia tutto e tutti ma che in fondo non sa finalizzare la vittoria e si lascia doppiare da quel corridore insospettabile che non getta la spugna e continua a correre, cadenzato, concentrato, perseverante. Fino al traguardo.


Il romanzo

Majella O’Neill ha ventisette anni e vive con la madre alcolizzata in un’immaginaria cittadina dell’Irlanda del Nord: Aghybogey. Passa le giornate al lavoro in un chip shop dove è spettatrice delle vite tragicomiche dei suoi concittadini, spesso ubriachi e scortesi, e a casa dove trascorre gran parte del tempo a guardare vecchi episodi di «Dallas», a bisticciare con la ma’ e ad abbuffarsi di cibo fritto che si porta dal lavoro. Non ha amici, non ha peli sulla lingua, ha manie e tic, non è interessata ai pettegolezzi che le racconta ogni giorno il collega Marty, e alla cupezza della routine, e più in generale della vita nel Nord Irlanda – siamo nel 2004 e i Troubles sono finiti da poco, ma la comunità è ancora sconvolta e divisa dalla violenza –, reagisce con una certa causticità. La sua vita cambia con la morte dell’amata nonna, dopo un’aggressione misteriosa, e questo dolore, insieme a una sorprendente rivelazione, le farà capire che Aghybogey non è il centro del mondo… Majella O’Neill è un personaggio indimenticabile e Michelle Gallen ce lo fa conoscere con un dark humour tutto suo e con una lingua espressiva, frizzante, che esplode quando a prendere la parola sono gli strampalati abitanti di Aghybogey. Una storia piena di ritmo che alterna momenti comici e drammatici ed esplora le possibilità del futuro che attende ciascuno di noi.


L’autrice

Michelle Gallen è nata nel 1975 nella contea di Tyrone, Irlanda del Nord. È cresciuta durante i Troubles a pochi chilometri dal confine con la Repubblica d’Irlanda. Si è laureata in Letteratura inglese al Trinity College di Dublino e in Editoria alla Stirling University in Scozia. Ha iniziato la sua carriera di scrittrice nel 2006 con un racconto per la rivista irlandese «The Stinging Fly». Grande ragazza, piccola città è uscito nel 2020 per la casa editrice inglese John Murray ed è stato finalista agli Irish Books Awards come esordio dell’anno, al Costa First Novel Award, al Comedy Women in Print. Il secondo romanzo, Factory Girls, uscito nel 2022 sempre per John Murray, ha vinto il premio Comedy Women in Print ed è stato in short list al Royal Society of Literature Encore Award 2023. Entrambi i romanzi sono usciti in America e in Francia. Ha pubblicato racconti su varie riviste, tra cui «Mslexia», «The Stinging Fly», «Cyphers», «QWF» e ha vinto l’Orange/NW Short Story Award. Vive a Dublino con il marito e i due figli. Attualmente lavora al terzo romanzo e alla sceneggiatura delle serie tv per la BBC tratte dai suoi due libri.


  • Casa editrice: KellerEditore
  • Traduzione: Elvira Bassi
  • Pagine: 342
  • Prezzo: E 19,00

COMPRALO Q U I

INTRODUZIONE ALLA MIA MORTE di Fabio Massimo Franceschelli


L’essere oggetto di dimenticanza – stavolta non come responsabile ma come vittima – l’aveva confortato del fatto che l’amnesia improvvisa ha l’essenza e la pervasività del tragico: l’inaspettato vuoto di memoria che coglie l’attore prima di una battuta pronunciata alla perfezione migliaia di volte, quel buco, quello strappo nella tela della rappresentazione, svela l’artificiosità disarmata e disarmante della recita umana. Dimenticare, aveva pensato l’ex ingegnere, è naturale come l’entropia, o come l’acqua di un fiume che finisce nel mare.


E’ quasi sempre troppo tardi. Una storia familiare non convenzionale.

26 ottobre 2025

Cosa accade quando cerchiamo di ingannare la colpa, distrarla per ricominciare tutto da capo?

Quella che ci racconta Fabio Massimo Franceschelli è una famiglia come tante, probabilmente più colta della media, tuttavia vittima del disorientamento generale che ha colto questa vacillante istituzione negli ultimi decenni. Gli eventi, il tempo, le variabili della vita la colpiscono in pieno petto mentre il padre, il patriarca ormai destituito e scialbo, era occupato a costruire carriere e parabole esistenziali. Con lui uomini e donne senza macchie, punti fermi impegnati a dimostrare che si può fare tutto e al meglio e contemporaneamente, con soddisfazione e lucro.

Di fatto l’aberrazione è più ampia, maggiormente e universalmente impattante: non è un errore del singolo, che qui e altrove assolviamo con formula piena, E’ un errore di tempo. Di un’epoca, pochi decenni in realtà, in cui tutto si è accelerato al massimo e tutti hanno dovuto anteporre il lavoro a qualsiasi altra cosa. Ognuno di noi sa di cosa si tratta. Abbiamo fatto parte di questo ingranaggio perverso, abbiamo provato ad addomesticarlo, a vestirci dei panni di supereroi confidando sull’eternità e inossidabilità della nostra salute mentale. Poi abbiamo fatto marcia indietro. Siamo andati negli studi dei terapeuti, abbiamo confessato la nostra vanagloria tossica nei confessionali, abbiamo rotto matrimoni, dato le dimissioni. Abbiamo fatto coming out. Lasciato le città, il partner, le brutte abitudini, i chili di troppo, i balconcini asfittici e gli animali domestici frustrati e spelacchiati, alla ricerca dell’autenticità. Della vita vera, del brivido dell’imprevisto, l’urlo agghiacciante della natura, l’attimo prima che si ribelli e che scateni la sua energia su di noi.

Questa specie di rivelazione tardiva coglie in pieno petto anche Carlo Castelli, un uomo in là con gli anni, ex giornalista di guerra. L’uomo che ha fatto della morte l’estremo spettacolo. Che di morte si è nutrito fino alla nausea e che adesso desidera cambiare tutto. Mettere se stesso al centro, la natura degli appennini ai margini e la sua trascuratissima famiglia a fare da paravento ai sensi di colpa, ormai acuti, egoisti, pretenziosi. Isolarsi, prendere tempo per riflettere, scrivere un romanzo che riassuma la sua vita e ciò che ha appreso vivendola. Intorno a sé i figli, che non ha mai frequentato, né mai sopportato, in tutta onestà. Carlo ha preferito gli afrori della guerra, il luccichio del sangue ai pomeriggi con loro, creature misconosciute e in qualche modo spaventose. Ma adesso, mentre la sua vita probabilmente volge al termine, ha la pretesa di averli tutti intorno a sé, compresa la compagna che odia la montagna e il suo essere inafferrabile, remota e irreale.

I figli di Carlo non hanno avuto una vita migliore della sua. Hanno sofferto la mancanza, l’assenza fino a trasformare la nostalgia in una forma di odio silente. Essi hanno visto da vicino gli effetti devastanti dell’individualismo degli anni di fine secolo scorso. Oggi sono uomini incompleti e fragili. Sandro ha dimenticato il proprio figlio in auto e da allora è avvinto agli psicofarmaci e all’alcol. Stefano è un piccolo squalo che cerca di stare a galla senza prendere una posizione precisa: il suo partito non sta a destra né a sinistra e si alimenta di proclami deboli quanto il proprio leader.

Lo scontro generazionale è inevitabile e i tentativi di Carlo di riunificare la sua famiglia sono patetici e fallimentari. Intorno a loro il paesaggio appenninico, foriero di atmosfere mistiche, di immagini fugaci come ectoplasmi, popolato di animali che sembrano possedere un sesto senso, che utilizzano per spaventare, indirizzare e avvertire gli umani che incontrano. La grande casa in montagna è il catalizzatore di ogni energia, di tutte le vibrazioni. E’ essa stessa un organismo vivente che accoglie tutti dentro al proprio ventre carnivoro e pulsante. Un po’ respingente, un po’ oracolo di un’esistenza che cerca assoluzione ma trova la pena, la contravvenzione.

Se per Carlo scrivere è una preparazione alla morte, un modo per distaccarsi dalla vita prendendone merito e perdono, per i figli l’incursione dentro la casa-madre è spesso motivo di rabbia, di rancore. Ne traiamo la convinzione che avvedersi tardivamente dei propri errori quasi mai dispensa dalla punizione e quasi mai aggiusta un’assenza. Ma anche che la ricerca del perdono, il ripensamento, il così-detto resoconto della propria esistenza è probabilmente un’esigenza più personale che risolutiva. L’estremo egoismo che contraddistingue l’uomo si palesa senza veli e tratteggia un’immagine poco lusinghiera dell’animale umano, poco disposto a sacrificarsi per un bene comune.

Ed ecco che Introduzione alla mia morte diventa il requiem di un’epoca in cui edonismo e individualismo estremo hanno fatto danni irreparabili creando mostri e mostriciattoli, le cui propaggini hanno stretto in una morsa i nostri figli, condannandoli all’invisibilità.

Ma questo romanzo è anche un inno alla forza e all’imperturbabilità dell’uomo che, sebbene abbracciato dalla colpa, desidera giustificarsi mostrando tardivamente la propria coscienza, il proprio buon cuore. La raggiunta consapevolezza di aver commesso degli errori ma proprio per questo pretenderne l’assoluzione, reclamando il diritto ad una discendenza onnisciente, imperturbabile, perfetta.

In quello che si mostra un romanzo illuminato, rabbioso e malinconico, Franceschelli orchestra una prosa che abbacina e abbraccia il lettore. Bella, ritmata, rotonda, esteticamente e semanticamente perfetta. Poetica a tratti ma anche cruda e visionaria, vittima della fascinazione di una natura rigogliosa, ridondante, magica e spaventosa.

Franceschelli tratteggia uomini e donne del nostro tempo con grande profondità e rara sensibilità, toccando temi che sono tabù scottanti e inenarrabili. E ammaestrando il cinismo che pervade il nostro tempo, nel quale è preferibile attaccare che essere attaccati. Mentire per non scoprirsi. Allontanarsi per non farsi prendere dall’amore, che indebolisce e offusca. Uccidere per non morire.


Il romanzo

Un uomo che dimentica in auto il suo bambino; un politico populista e vanesio che fonda un nuovo partito; un giornalista, famoso inviato di guerra, che si trasferisce in un’isolata casa in montagna e cerca di recuperare e sintetizzare il senso della sua vita nella scrittura di un romanzo e nella ricomposizione attorno a sé di una famiglia da sempre trascurata. Infine Sonia, la donna che è bussola e cifrario nel ripercorrere le vite di questi uomini autocentrati e che raccontano, loro malgrado, la storia della società di cui sono al tempo stesso prodotti e fautori. Quattro personaggi che compongono una famiglia che di tradizionale non ha nulla. Quattro voci che invitano il lettore ad indagare nelle storie che raccontano, a destreggiarsi tra apparenze farsesche e un’interiorità buia e respingente per giungere a delineare il ritratto della nostra società. Franceschelli, con il suo linguaggio ammaliante, un’ironia sottile e la sapiente costruzione della narrazione, dà vita a un romanzo che con la potenza visionaria di un dramma in più atti è capace di inchiodare il lettore, non solo alla storia narrata, ma anche e soprattutto alla rappresentazione di una realtà da cui si tende a volgere lo sguardo.


L’autore

Fabio Massimo Franceschelli

Ecletticamente ha toccato vari generi letterari: dalla saggistica alla drammaturgia, alla critica e, ora, alla narrativa. Laureato in Storia delle religioni, ha pubblicato saggi e articoli sui moderni sincretismi religiosi, con particolare attenzione ai culti afrobrasiliani. Per il teatro è autore di drammi, monologhi e commedie rappresentate in Italia e all’estero, oltre che regista e direttore di festival teatrali.  È redattore della rivista di drammaturgia contemporanea Per la scena. Il romanzo Italia, finalista alla XXVIII edizione del PREMIO CALVINO, è il suo esordio in narrativa.


  • Casa Editrice: Del Vecchio Editore
  • Pagine: 234
  • Prezzo: E 19,00

Acquistalo Q U I

STORIA PROSSIMA di Dario Pontuale



La casa, le cose, il caso scrivono la storia. Nulla si cancella, soprattutto a Roma.


Prossima è la storia che sta per arrivare, ed è già qui. La storia che ci sfiora, ci riguarda, ci abita.

19 ottobre 2025

Ci sono romanzi che parlano del passato e altri che sembrano venire dal futuro per raccontarci il presente. Storia prossima è uno di questi. Pontuale ci porta in un’Italia non troppo lontana, in un tempo che sembra alle spalle ma che in realtà ci cammina accanto: un Paese in cui la memoria collettiva si sfilaccia, la politica diventa spettacolo, e le vite private vengono travolte da un’ansia di sopravvivenza che sa di precarietà e rassegnazione. Un libro che non è solo una “storia”, ma una riflessione lucida e a tratti feroce su chi siamo diventati.

Ciò che lascia questo romanzo arguto e graffiante è la certezza che per emergere e fare un piccolo spicchio di storia occorra solo il coraggio di crederci e di mettersi in gioco. Il potere della lotta e la sua realizzazione che si fonda su un atto di volontà. La caparbietà, la solida determinazione di voler costruire uno spazio di libertà dove anche l’uomo più umile si senta a casa. Dove le sue istanze siano abbracciate anche dagli altri. Dove tante voci diventano un coro che non si può far tacere. Storia prossima è un libro terapeutico e motivazionale.

È quasi certo che l’autore, Dario Pontuale, critico letterario e bibliotecario, che ha sapientemente investito sei anni di vita nelle ricerche per questo romanzo, non intendesse farne un esempio di stoicismo e solidità interiore. Ma sta di fatto che raccontando la storia della famiglia Picca, giunta in città dalla campagna per servire un nobiluomo e i cui figli e nipoti intrecceranno la propria vita con personaggi e situazioni che hanno fatto la Storia, Pontuale costruisce una parabola affascinante che mostra le possibilità che la Storia lascia alle sue umili comparse. I Picca, prima servi, poi tipografi, attacchini e infine intrepidi giornalisti ci faranno vivere dentro ad un Paese in movimento, ove ferve la scintilla dell’anarchia. Dove la ribellione è un fiume che si ingrossa e trascina quei detriti capaci di costruire nuove realtà. Dove non c’è ostacolo che possa sopire gli aneliti del più deboli e in cui il potere precostituito è un castello senza fondamenta, che rischia di sprofondare.

Dario Pontuale lascia che la Storia ceda linfa vitale alla storia che narra in questo suo romanzo. E fa di più, mettendo ai margini della trama personaggi storici veramente vissuti. Questo rende la narrazione difficilmente incasellabile, di fatto a metà tra il romanzo storico e la fiction. Ma Storia prossima è anche altro e di più. È romanzo di formazione ed è romanzo civile, poiché mette al centro lo spirito di una nazione che riflette sul proprio passato e sembra suggerire molto anche sul nostro presente e prossimo futuro.

Roma, allora come adesso, è il baricentro di molteplici interessi contrapposti. Una città in cui il popolo è sfrontato, sguaiato, vero e fa da contrafforte ad una classe politica discutibile e corrotta.  Un palcoscenico suggestivo e vividissimo in cui i protagonisti si muovono ubbidendo al loro desidero di giustizia.  Uno squarcio di verità storica che racchiude tutto lo spirito delle lotte sociali, quell’anelito che oggi sembra più fragile, più latitante. Soffocato dal desiderio di una vita più facile, avvinta ai desideri materiali ed esteriori.  E Pontuale sa metterci in guardia. Ci da gli strumenti per comprendere le dinamiche di un mondo caleidoscopico in cui la luce acceca invece di illuminare.  Storia prossima non è una profezia. È un avvertimento. La storia di domani in fondo è già cominciata e parla di noi. 

 Un romanzo per chi legge per capire, non per distrarsi. Per chi cerca nella narrativa una forma di resistenza, per chi ama gli autori che sanno guardare la realtà senza filtri.


Il romanzo

Roma, metà dell’Ottocento. L’umile famiglia Picca arriva nell’Urbe dalla campagna di Albano in cerca di un futuro migliore: Ottavio e Michelina, assunti al servizio dei nobili Altieri, non immaginano certo che nei decenni successivi la vita dei loro figli e nipoti è destinata a intrecciarsi con i più ampi disegni della Storia. Luigi, il loro primogenito, tipografo e socialista della prima ora, suo figlio Sansone, attacchino e poi intrepido giornalista dell’“Avanti!”, e l’adorata fidanzata di lui Rosetta, saggia e combattiva, si ritrovano infatti a fianco di personalità come Turati, Bissolati e Anna Kuliscioff nella lotta per un Paese più giusto. Su di loro, sugli altri componenti della famiglia Picca e sui loro amici e compagni di lotte sociali e sull’Italia intera, si abbatte dapprima lo scandalo della Banca Romana con la sua lunga ombra di corruzione e malgoverno, quindi l’assassinio di un innocente per mano della polizia a seguito del tentato regicidio di Umberto I e infine la violenta repressione di Stato che sfocia nei moti popolari del 1898. Frutto di oltre sei anni di studio e ricerche d’archivio, Storia prossima ha il respiro della grande narrazione storica e la forza trascinante del romanzo civile: raccontando di un passato oggi pressoché dimenticato ci svela moltissimo del nostro presente.


L’autore

Dario Pontuale è nato a Roma nel 1978. Critico letterario e bibliotecario, è autore di raccolte di saggi quali “La biblioteca infinita” e “Avventurosi scrittori”, della biografia critica “Il baule di Conrad”, tradotto in Francia, della monografia “La Roma di Pasolini”, tradotto in Spagna e vincitore del Premio Carver 2019, de “La scoperta dell’America. Saggi di Cesare Pavese”, con prefazione di Ernesto Ferrero, e di “Scrittori russi. Saggi di Leone Ginzburg”. Ha contribuito inoltre alla storia della letteratura italiana “Scoprirai leggendo” e ha pubblicato vari testi di narrativa tra cui “La biblioteca delle idee morte” e “Certi ricordi non tornano”.


  • Casa Editrice: Le edizioni di Atlandite
  • Pagine: 261
  • Prezzo: E 19,00
  • Data di pubblicazione: 16/07/2025

COMPRALO Q U I

SCINTILLE di Alice Zanotti



A volte quei ragazzini, ma anche gli altri, ci chiamano potok. Per loro siamo una, siamo due, siamo tre. Siamo streghe, siamo come Nina, perché ci parliamo sopra come i rami che stanno uno sopra l’altro prima di scintillare, perché ci hanno visto appendere i nostri pezzi di stoffa rosa all’albero morto giù al torrente, perché, giù al torrente, qualche volta accendiamo fuochi per girarci intorno, per farlo usiamo i rami secchi del nostro albero morto, e legni levigati dal Budrin. I nostri fuochi sono circondati da un giro di sassi grigi e neri. Quando il fuoco si accende tutto il bosco diventa uno specchio. I ragazzini pensano che intorno al fuoco giriamo insieme agli Skrat, pensano che i fantasmi del bosco ci abbiano maledette e in cambio si siano presi la voce di Buia e ci abbiano costrette a parlare con le nostre voci una sopra l’altra. Ma noi nel fuoco a volte bruciamo inostri pensieri, nessuno lo sa.


18 settembre 2025

Le parole che mancano e che disegnano un’assenza difficile da colmare.

Quest’opera ambiziosa esplora le dinamiche sociali di una piccola e remota comunità montana in un angolo dimenticato e inaccessibile nelle Alpi Giulie, dove il tempo scorre lento, preda del peso delle tradizioni e delle credenze tramandate di padre in figlio. È un mondo scomodo e chiuso ma anche protetto dall’accelerazione e dalle destabilizzazioni del cambiamento. Persino la lingua non concede spazio al superfluo. Si parla poco per non togliere fiato alla fatica del lavoro nei campi. E di pochi argomenti. Non d’amore né di felicità, concetti che sembrano sconosciuti.

Una comunità in cui tutti si conoscono e che fonda la propria forza nel suo essere un corpo unico, senza dispersioni. E una minaccia, la strada, che arriverà presto a congiungere il paese con il resto del mondo, lasciandolo senza difese. Qui vivono le tre sorelle Kokulčua, unite dalla lingua, l’italiano, che parlano a voce unica, in coro. Colte nell’età del cambiamento, nel momento in cui giunge a infrangere ogni certezza. Prese da una guerra che è gioco e verità insieme.

L’opera sorprende per il suo enorme potere evocativo e per le atmosfere fuori dal tempo, fosche, ripetitive, frutto di tradizioni antiche e di un forte rifiuto del cambiamento. Una chiusura che viene suggellata e mantenuta ferma da un vocabolario scarno, povero di parole, figlio di un dialetto atavico. Una lingua morta che non concepisce le parole dell’amore. La ricerca del loro significato è il filo conduttore di tutta la narrazione, un’indagine che accompagna la crescita delle sorelle, la loro consapevolezza di sé e le scelte che dovranno affrontare: restare, andare via. Resistere o cedere alle istanze del progresso, quella strada che mangia gli alberi e i campi che renderà il paese raggiungibile e nello stesso tempo metterà in discussione tutto.

La scrittura è fitta, ripetitiva, insistente come una cantilena. La prosa è elaborata, i toni sono quelli di una favola oscura, di un mondo incantato in cui ogni cosa sta sul confine tra verità e suggestione. Personaggi quasi caricaturali danno un timbro gotico alla narrazione, con le loro oscurità, i loro segreti, il loro piccolo mondo chiuso, fatto di abitudini, credenze e pregiudizi.

I temi sono ambiziosi e profondi. Il linguaggio come identità e separazione: A Montefosca nessuno parla l’italiano tranne le tre sorelle Kokulčua. È un modo per non farsi capire, una differenza linguistica crea un abisso di incomprensione e isolamento, ma anche una connessione profonda tra le sorelle.

Il desiderio e la trasformazione: le sorelle affrontano il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, segnato dalla scoperta del corpo e del mondo, e dalla lotta con le parole che non riescono a esprimere appieno i loro sentimenti.

Il progresso come speranza e minaccia: la costruzione di una strada che attraverserà il paese rappresenta il progresso, ma anche una minaccia alla comunità e alla sua lingua. La strada distrugge i sentieri, mastica gli alberi, frammenta ogni parola. Per le sorelle, la strada è un pensiero che soffoca la gola, un tradimento della loro identità e del loro mondo.

La comunità come corpo collettivo: il romanzo è narrato dal “noi”, una voce collettiva che riflette la comunità nel suo insieme. Questa narrazione corale conferisce al testo una qualità musicale e rituale, in cui ogni parola è un atto di memoria e di resistenza.

Un lavoro che non passa inosservato, nonostante la lettura non si riveli semplice da portare avanti, per quel suo lirismo quasi criptico, per le incursione della lingua dialettale, per il mistero irrisolto che avvolge i suoi personaggi, ectoplasmi lontani dotati di una loro logica di vita, completamente schiacciati da un destino avaro e prepotente che li vuole fuori dalla ruota del tempo e della vita, immutabili nella loro fatica di vivere. La scrittura ricercata e fuori dagli schemi è il segno tangibile di come e quanto questa autrice sappia fare con la penna, evocando paesaggi onirici e contesti magici e spaventosi. Ma è anche un punto di attenzione, poiché potrebbe scoraggiare alcuni lettori che cercano storie lineari scritte con un fraseggio più ordinario e semplice.

Eppure Zanotti riesce comunque a catturare l’attenzione, immergendo il lettore in un mondo quasi fatato, dove la rassegnazione regna sovrana e l’uomo è solo una pedina, un ingranaggio imperturbabile di una catena che neanche il tempo sa spezzare. Si sente, forte, il bisogno di riconnettersi con la natura, e il desiderio di provare a fare un passo indietro, verso la fonte delle nostre antiche tradizioni, dalle quale c’è molto da poter fare nostro. Si sente anche il richiamo della comunità, come un organismo pluricellulare cui appartenere. Tutti aneliti a cui rivolgere lo sguardo, per una lezione di umiltà e di coesione, sempre utile.


Il romanzo

Montefosca è un paesino celato dalle montagne, una conca al confine con la Jugoslavia in cui nessuno arriva mai. È lì che vivono Alma, Anna e Buia – tre sorelle, una sola voce per raccontarsi. L’italiano lo parlano soltanto loro a Montefosca, gli altri comunicano in una lingua che serve a dire il quotidiano: la terra da coltivare, gli animali da nutrire. Le tre ragazzine invece ascoltano la voce dei monti e il fruscio del bosco, tendono l’orecchio al vento, specchiano i loro occhi nel cielo e nel fieno da falciare, in attesa del primo gelo che le porterà lontano, in collegio. E la più piccola, con coraggio e ribellione, si stacca dal coro per dar voce a ciò che ha davvero dentro, sentimenti difficili da comprendere ed esprimere come “amore”, come “felicità”, come “malinconia”. “Chiamatemi Buia,” dice alle altre, perché “dentro il mio corpo ho il buio delle parole che non capisco”.
Scintille è un romanzo che racconta le molteplici facce del desiderio. E il desiderio prende anche la forma di una strada che in un’estate squarcerà il paese in due per collegarlo finalmente alla valle e al mondo là fuori. La strada è il progresso, la strada mastica gli alberi e spiana i prati, la strada distrugge, frammenta ogni parola. Per fermarla le tre sorelle preparano una guerra, una guerra di rami, una guerra di fuoco. Un gioco di bambini. Con una lingua densa di emozione e intessuta di lirismo, Alice Zanotti entra dentro le passioni che fanno grande un piccolo mondo.


L’autrice

Alice Zanotti è nata a Bologna nel 1985. Lavora al TPE Teatro Astra di Torino. Ha esordito con Tutti gli appuntamenti mancati. Un ritratto immaginario di Amelia Rosselli (Bompiani, 2021).


  • Casa Editrice: Nottetempo
  • Pagine: 245
  • Prezzo: E 16,90

ACQUISTALO Q U I





PICCOLI MIRACOLI SOTTO LA PIOGGIA di Piero Meli


“Ci siamo persi e non lo sappiamo ancora”. Me lo ripeto un’ultima volta. Ma stavolta, la frase non fa male. Forse il vero passo avanti è accettare che si può cadere. Capire che ci si può rialzare anche senza sapere dove si sta andando. La città è grande. Io sono ancora giovane. Abbastanza per perdermi di nuovo. Abbastanza per ritrovarmi. Apro il telefono e cancello quella play list. Non voglio più affidare i ricordi a delle canzoni. Forse è nel silenzio che si impara a restare.


10 settembre 2025.

L’attimo che cambia tutto, rammentandoci che vivere vale sempre la pena.

Non sempre ci rendiamo conto di quanta vita ci sfiori ogni attimo. Siamo, di base, troppo concentrati su noi stessi per renderci conto che mentre noi viviamo anche gli altri lo fanno, con i loro modi, mossi dai loro desideri, dal loro vissuto, da un presente che spesso non è ciò che avrebbero voluto.  

Gli altri, un esercito silente che ci scorre accanto e che a volte non vediamo neanche. Ma che qualcosa sopra noi (fatalità, destino, caso, Dio?), decide di mettere sulla nostra strada. E a volte accade il miracolo e due sguardi si incrociano. E da lì nasce qualcosa. La quiete di rompe, l’equilibrio si sposta. Niente è più come prima.

Piero Meli racconta la fugacità di quell’attimo. Riuscendo a cogliere la meraviglia e l’unicità di ogni esistenza. Il fragore silenzioso di uno strappo, di un ricordo che si affaccia per dirci che c’è ancora qualcosa da dire, da fare, da salvare. 

Una narrazione che indugia in quell’angusto e fugace spazio tra la realtà e l’immaginario, tra la vita e la morte. Un attimo che cambia tutto. Che interrompe, scuote, esplode, schianta, finisce. Mentre qualcosa si stacca, levita, nasce. L’attimo inevitabile, eterno, primordiale. Che scandisce e riscrive la vita per chi resta. Il malcapitato che passa per caso, che il caso conduce proprio lì, dove i destini si compiono e le scelte reclamano di essere fatte, implodendo su se stesse, impattando definitivamente, determinando, risolvendo una vita intera.

Una costruzione che racchiude un senso del tempo governato dalla fatalità, spaventosa ma onnisciente, che fa di tutta l’erba un fascio, che indica una volta per tutti che ognuno ha i propri demoni da combattere e che talvolta li vince proprio grazie ad un incontro fortuito, che cambia la prospettiva. Un inno alla saggezza di questa nostra vita, che mentre ci tende l’imboscata ha pronta già la mano che ci risolleverà, dandoci nuovamente fiducia nel futuro.

Così, mentre una donna vestita di rosso appare davanti ai protagonisti di queste storie, avviene il cambiamento che risolve, illumina, ridà il gusto di vivere. Una figura eterea, che forse simboleggia proprio la fugacità della vita. Sfrontata, incurante della pioggia che cade, sicura di sé e irresistibile. Né donna, né angelo, sospesa essa stessa due mondi, quello dei vivi e quello dei morti. Lo sguardo che arriva in profondità, pieno di sapienza e di grazia. Con lei, volti, oggetti, immagini: una ragazza in una lavanderia, una vecchia con un pennello tra le dita, un uomo con una macchina fotografica. Un libro, un bottone, una rosa d’argento.

Il senso di questo libro è proprio quello di registrare i miracoli della contestualità. Di ciò che succede agli altri nell’attimo esatto in cui a noi accade qualcosa. Di come tutto sia legato, concatenato, cause ed effetti che impattano sugli altri senza che noi ce ne rendiamo conto.

Piero Meli sembra suggerire di prestare attenzione. Di soffermarci senza correre. Di uscire dal nostro guscio, gettare lo sguardo più in là. Di prendere la vita com’è, di avere fiducia nella meccanica del mondo, che possiede una saggezza a noi spesso preclusa e incomprensibile.

Tanta è la potenza emotiva racchiusa nelle pagine, un ritmo dolce e malinconico che accompagna tutta la narrazione. Meli ha una scrittura morbida, accogliente, un balsamo che accarezza. I suoi personaggi sono fragili, incoerenti, e forse è proprio per questo che ci entrano così facilmente sotto pelle.

Questo romanzo è uno scrigno da aprire nei giorni di pioggia, dal quale, ne sono certa, potrà uscire un vapore dolce, che lubrifica gli ingranaggi arrugginiti e riallinea i pianeti. E se una piccola, temporanea tregua arriverà, Meli potrà riscuoterne il merito. Un buon libro può tantissimo, è, appunto, medicina e stimolo fortissimo a dire, fare, salvare. 


Il romanzo

Milano, un giorno qualunque, sotto una pioggia incessante. L’acqua scivola sui marciapiedi, specchia le luci sfocate dei lampioni, dissolve i confini tra sogno e realtà. Tra taxi fermi nel traffico, passi affrettati e ombrelli neri, un dettaglio che spezza la monotonia: una donna avvolta in un cappotto rosso. A volte la vita si gioca in un istante. Ti fermi, esiti, e in quell’istante decidi tutto. Oppure lasci che il tempo scivoli via, come pioggia sui vetri, come un treno che passa senza fermarsi. Piccoli miracoli sotto la pioggia è un romanzo corale di racconti intrecciati, di scelte fatte e mancate, di sogni che resistono e altri che svaniscono come il fumo di una sigaretta nella notte.


L’autore

Piero Meli (Bari, 1980) è appassionato di scrittura, fotografia e vino. Scrive per la rivista letteraria Correlazioni Universali, dove cura la rubrica Wine & Book. Ha pubblicato con Secop Edizioni la raccolta di racconti AmoreAmaro: racconti tratti da storie (quasi) vere (2022); con Giulio Perrone Editore ha firmato In Puglia. Da Alda Merini a Mario Desiati (2024), un’opera che esplora il territorio pugliese al di là degli stereotipi da cartolina, raccontando una regione autentica, fatta di dettagli nascosti e atmosfere suggestive.


  • Casa Editrice: Giulio Perrone Editore
  • Pagine: 156
  • Prezzo: E 17,00

COMPRALO Q U I

UMAMI di Laia Jufresa



A volte mi sveglio nel bel mezzo della notte e penso a quante volte ho dato per scontato il nome Noelia Vargas Vargas. Mi si ammassa un’energia nera nelle gambe, potrei prendere a calci qualcosa. Ma il massimo che prendo a calci è la coperta, più come un bambino capriccioso che come un uomo incazzato. Avrei dovuto usare di più il suo nome, avrei dovuto pronunciarlo invano. Ho buttato migliaia, milioni di opportunità di assaporarlo. Quando parlavo di lei, dicevo: «mia moglie». Quando la chiamavo, dicevo: «amore». Quando le mandavo un messaggio sul cellulare, non la salutavo nemmeno. Scrivevo semplicemente, come se fossimo immortali: Torni per pranzo?


I nutrimenti per vivere e sopravvivere al rimpianto: istruzioni per l’uso, con uso di tenerezza.


3 settembre 2025

C’è molto di insolito e sorprendente in questo romanzo di Laia Jufresa. Ci sono le eco della tradizione messicana. C’è la sapienza e la saggezza di un popolo. C’è un sistema geniale di sussistenza che consola anima e corpo. Lo scibile insolito di un accademico, che si crogiola nel labirinto del lutto e del rimpianto. La morte, giustappunto, che impera e punisce. Un modulo abitativo sui generis che sembra influenzare gli umori dei suoi abitanti, insolita giostra che compie la sua rotazione intorno ad una torre campanaria, dalle cui propaggini si affacciano le esistenze dei personaggi che affollano il romanzo.

E dietro il comprensorio di Villa Campanario c’è la milpa, leggendario sistema agricolo sulle cui fondamenta si è basata l’alimentazione dei popoli mesoamericani. La milpa appare come un miraggio nella mente di Ana, una bambina che vive ai margini del suo perimetro familiare dopo che la sorellina Luz, di soli 5 anni, è annegata, inghiottita dalle acque apparentemente innocue di un laghetto. La milpa è l’uovo di Colombo, il ritorno alle origini, la scoperta di una panacea che per qualche insondabile motivo è capace di ripristinare lo status quo, come un balsamo miracoloso che guarisce ogni male.

Gli abitanti di Villa Campanario vivono in una bolla di rimpianto perenne. Il loro vivere è un lavorio intestino attraverso il quale ripensare al passato e riscriverlo. Allo scopo di trovare una punizione di pari dimensione dell’errore che l’ha generata. Sono vittime della superficialità, che ha impedito loro di assaporare il presente, di cogliere le sue potenzialità, le sue eco di felicità e di pienezza. Si ripensa al vissuto, a Villa Campanario e si cerca la felicità dentro le mura delle sue case, che portano il nome dei cinque gusti fondamentali. L’idea dell’uomo di guarire grazie agli influssi imperscrutabili di oggetti e riverberi non è nuova a Villa Campanario. Ed è Ana a sponsorizzarla e a renderla concreta attraverso la realizzazione della sua milpa urbana, che è un po’ un ritorno alle origini e un po’ una medicina che promette miracoli. L’indicazione è che nel passato l’uomo sappia ritrovare se stesso. Nella semplicità, nella sussistenza. In quell’angolo di vita che rifugge sofismi e costruzioni mentali. Nella completezza della vita domestica, nella condivisione delle esperienze e dei pensieri. Nell’apertura verso l’altro, nella rinuncia al pregiudizio. Nella resa totale del desiderio, dell’ambizione. Nella fantasia che inventa nomi nuovi per i colori e nell’amarezza di un abbandono, di una lettera mai letta, di una rottura che non trova spiegazione.

In Umami il lettore si trova a dover decidere se sia più importante il dolore o la consolazione. Il ricordo o il presente. Se è lecito accettare il destino o cercare di governarlo. Se è più importante essere o desiderare. Ricordare o dimenticare. Il narrato di Jufresa è un’altalena di sensazioni, governate da una scrittura lucida, essenziale e tenerissima, pregna di compassione e di solidarietà. Una prosa accogliente, che non giudica. Che sa scendere nei recessi più intimi, che non si censura neanche quando mette a nudo debolezze e segreti inconfessabili. Contenente un accenno di sorriso, un tocco di ironia, che la rende unica e colma di empatia verso l’essere umano, che per Jufresa non è mai patetico ma sempre meritevole di perdono.

Le storie di Umami sono a lieto fine, perché in essere sono visibili i riverberi di un destino materno. Sono piccoli scrigni di quotidianità, dove ogni evento è maturo e ogni personaggio consapevole delle sue fragilità, che cerca di governare a suo vantaggio.

I temi del romanzo sono universali: la perdita e la memoria che si cura con il ricordo anziché con la ricerca ossessiva di una risposta. La speranza, la crescita, che si coltivano con piccoli rituali e con atti di resistenza. La visione multipla, mai unidirezionale o assoluta, che consente di ottenere un quadro unitario e solidale di voci e di esperienze. E infine il quinto gusto, l’umami, come metafora della malinconia: il sapore del ricordo di chi non c’è più.

Umami è un romanzo che sfugge alle etichette, proprio come il gusto da cui prende il nome. Umani è il sapore sottile della malinconia, la nota nascosta che dona profondità all’esistenza. Un’opera tenera e lucida capace di raccontare l’assenza con grazia e di far scoprire che anche nella perdita può germogliare qualcosa di vivo. Un romanzo corale, intimo e malinconico, ma anche pieno di tenerezza e di resistenza silenziosa. Un libro che non ha fretta e che ti resta addosso molto più a lungo di quanto credi.

C’è qualcosa di profondamente umano in questo libro, che non si può spiegare ma solo sentire. Proprio come l’umami.


Il romanzo

Nel romanzo d’esordio di Laia Jufresa si incrociano i destini di una ragazzina che sogna di coltivare mais in cortile, un antropologo vedovo, una giovane pittrice che inventa colori, due musicisti, una mamma hippy e un papà contabile.

Nel corso dell’afosa estate di Città del Messico, mentre Ana è intenta ad allestire il suo orticello, scopriamo le storie dei suoi vicini, tra segreti e non detti che solo poco a poco ci permettono di completare il puzzle della narrazione. Chi era davvero mia moglie? Perché mamma se n’è andata? Com’è possibile che una bambina che sapeva nuotare sia affogata? Queste e molte altre sono le domande alle quali i deliziosi personaggi del romanzo tentano di dare risposta tornando, ognuno a modo suo, a interrogare un passato che è ancora più presente che mai.

Con una scrittura delicata e mai banale, Laia Jufresa racconta una storia di innocenza e perdita, ma anche di crescita e ritorno alla vita, che nella stessa pagina riesce a farci ridere, commuovere, e sorridere ancora.


L’autrice

Laia Jufresa (1983) è una scrittrice messicana. I suoi racconti sono stati pubblicati in varie antologie e riviste come Letras LibresPen AtlasWords Without Borders e McSwee­ney’s. Nel 2015 è stata selezionata tra i migliori venti scrittori messicani sotto i quarant’anni nell’ambito del progetto México20. È autrice della raccolta di racconti El esquinista (2014). Umami (2015) è il suo primo romanzo.


  • Casa Editrice: Sur Edizioni
  • Traduzione: Giulia Zavagna
  • Pagine: 254
  • Data uscita: 16 aprile 2025
  • Prezzo: E 19

COMPRALO Q U I

INVENTARIO DI QUEL CHE RESTA DOPO CHE LA FORESTA BRUCIA di Michele Ruol



Senza accorgersi, aveva lasciato ovunque un’impronta nerastra, una striscia, un segno. Ecco come funziona il dolore, aveva pensato. Macchia quello che sfiori; rimane anche quando non ci sei. Ora ne vedeva le tracce.


26 agosto 2025

Quel limbo filaccioso in cui si esiste senza essere.

Gli oggetti sono tracce, indizi di una vita. Parlano di noi e per noi la lingua del rimpianto e quella del ricordo. Sono sprazzi di luce dentro al tunnel buio della morte. Spicchi di vita che irrompono come albe improvvise a rappresentare ciò che in vita ci ha tenuto insieme, evitandoci di andare in pezzi, di implodere. Gli oggetti ci tengono a terra, ricordandoci la nostra materia, che è fisica, spesso pesante da portare appresso. Gli oggetti sono specchi, che dicono di noi anche l’indicibile. Materia che non sa tacere. Mezzi inaspettati con i quali Ruol costruisce una trama a mosaico, apparentemente disarmonica, ma che nel suo insieme disegna i gesti e le attitudini di una vita intera.

Sono gli oggetti sopravvissuti alla catastrofe. Oggetti rimasti in solitudine, abbandonati. Insoliti indicatori di un’interruzione, un blacK-out che li ha lasciati a metà, tra la vita e la morte, in quel limbo filaccioso in cui si esiste senza essere. come istantanee sbiadite. Ogni oggetto parla di loro. Padre, Madre. Si incontrano e dal loro incontro nascono Maggiore e Minore. Una famiglia, che come una serpe striscia, celando nell’abitudine le sue devianze, esacerbando sotto la sua falsa luce gli atteggiamenti e gli errori, le attitudini e le consuetudini che a volte sono gioia pura e a volte perdizione, disaccordo, incomprensione.

Poi un giorno tutto si rompe. Maggiore e Minore muoiono in un incidente stradale, mentre un incendio mangia il bosco e le colline, riducendole in un cono fumante di materia nera. La vita si interrompe, tutto si cristallizza in un movimento rigido, oscuro. Il dolore è un macigno che schiaccia tutto. Tutto cambia forma e odore. Tranne gli oggetti, che restano muti e insensibili. Guardano Padre e Madre con indifferenza perché per un oggetto conta solo esistere. Non come o quando. Un dolore annientante e incomprensibile al quale Padre e Madre si asservono. Ma la vita è fatta anche e soprattutto da piccole cose che accadono, da gesti apparentemente insignificanti, granelli di sabbia che messi uno innanzi all’altro fanno un’esistenza. Ed è qui che Ruol compie il suo miracolo, rendendo ordinarie quelle vite devastate. Un’antologia della distruzione, che impatta su persone e cose. Persone e cose che resistono alla rovina. Le prime per l’inerzia di esistere, che non da scampo, che non sottrae. Che aggiunge e moltiplica, impilando dolore su dolore e impedendo a chiunque di ricominciare da zero. Le seconde per l’ottusa resistenza opposta al degrado, al deterioramento. Polvere e cenere che sono i ciechi protettori del logorio fisico. Che preservano tutte le eco, tutti i riverberi di una vita che era ordinaria, se non felice.

Gli oggetti che restano scorrono davanti agli occhi di un fantomatico osservatore, che giunge dentro ad una casa ormai disabitata, ammantata di polvere e di eco. E l’inventario di queste cose è il pretesto per raccontare delle persone che vi hanno vissuto. Si procede per immagini, senza un filo logico, né temporale. Si avanza per suggestioni, per ricordi, dentro alla vaghezza di un passato che assume forme fluide, morbide, colme di compassione e di rimpianto.

La scrittura è indulgente, gentile, vischiosa. Ricolma di un potente rispetto per la vita che si è riversata tra quelle parete umide e corrose. Desiderosa di abbellire anche solo per un attimo un’esistenza che è stata ordinaria, noiosa, inutile. Meschina, a tratti, come lo è la vita di chi si è amato e continua ad amarsi, ma desidera al tempo stesso cercare altri orizzonti in cui perdersi, perché in fondo questo è il desiderio di tutti. Perché della felicità ci si può stancare. La felicità la si deve meritare. Il dolore no. Il dolore è pluriforme, mai scontato, sorprendente. Pieno di nicchie nascoste dalle quali trarre nuovi motivi per punirsi, autoinfliggendosi l’espiazione che ci renderà degni di attenzione.

Ruol sembra conoscere la potenza del dolore, il suo trasformismo. E conosce il potere di un singolo oggetto abbandonato in un angolo, Che ammaestra il senso di colpa, titillando il nostro bisogno di empatizzare, di soffrire per qualcosa che è toccato ad altri, che ci dilania ma che non potrà accadere mai.

Il risultato è una lettura che asseconda i nostri bisogni scomodi e che per questo ci conquista immediatamente. Gli oggetti sopravvissuti al fuoco sono lì a rammentarci la nostra fugacità, il sadismo del destino che ci toccherà, spesso tanto crudele da sapere esattamente dove andare a colpire per fare più male. E il dolore è perfetto, un rigagnolo che diventa fiume e che trascina via ogni costrutto, ogni aspettativa, ogni logica. Resta la vita, inevitabilmente. Quella cosa che accade e che scorre, nonostante tutto. Quella che ci guida, anche negli atteggiamenti più inattesi. Quella che ci coglie impreparati e che scuote nel profondo per farci ritrovare la via.

Il romanzo

Nella storia di Madre e di Padre ci sono degli avvenimenti che determinano un prima e un dopo. La nascita di Maggiore e poi quella di Minore, ad esempio, o l’incidente che li coinvolge, ma anche episodi apparentemente marginali dirottano le loro esistenze, come le nostre: delle mani che si sfiorano per caso e poi si trattengono appena più del dovuto, o l’apertura casuale di una chat altrui. In questo esordio luminoso e contundente, Michele Ruol ci conduce nell’intimità dei suoi personaggi attraverso le impronte lasciate sugli oggetti della casa in cui abitavano, riuscendo a farci continuamente ricredere sull’idea che ci siamo fatti su ciascuno di loro – e forse anche su quella che abbiamo di noi stessi.

L’autore

Michele Ruol, di professione medico anestesista, scrive per il teatro e ha pubblicato racconti sulle riviste letterarie «Inutile» ed «Effe – Periodico di Altre Narratività», oltre che in raccolte a più voci, come L’amore ai tempi dell’apocalisse (Galaad), a cura di Paolo Zardi, e Il Veneto del futuro(Marsilio), a cura di Alessandro Zangrando. Il testo Betulla, prodotto dal Piccolo Teatro di Milano per il podcast Abbecedario per il mondo nuovo, è stato pubblicato nel libro omonimo edito da Il Saggiatore. Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia è il suo esordio come autore di narrativa.


  • Casa Editrice: Terra Rossa Edizioni
  • Pagine: 198
  • Prezzo: E 16,00

COMPRALO Q U I

QUESTA VOLTA SARA’ DIVERSO di Marta Jiménez Serrano


«La paura dell’amore è come la paura dei gatti. Paura della sibillina indeterminatezza del silenzio, della felina predisposizione al capriccio. La paura che ti salgano sopra all’improvviso, senza avvertire, i passi mitigati dai morbidi cuscinetti sotto le zampe. Che ti si avvicinino, ti si piazzino sopra, ti accarezzino, ti facciano le fusa e poi, quando ormai ti sei abituato al loro calore e alla loro forma, senza alcuna spiegazione, se ne vadano. È la paura che ti snobbino, che ti ignorino, che sembrino teneri e poi tirino fuori le unghie, che sembrino micetti e poi ti soffino minacciosi. È la paura dell’incostanza, dell’incoerenza, del gesto che non ti aspetti.»


07/08/2025

Dire, fare, baciare. Il territorio inesplorato della felicità.

Un territorio affollatissimo ma sempre insidioso quello che Marta Jimenez Serrano esplora in 𝚀𝚞𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚟𝚘𝚕𝚝𝚊 𝚜𝚊𝚛à 𝚍𝚒𝚟𝚎𝚛𝚜𝚘. Un luogo che tutti abbiamo calpestato almeno una volta. L’Eden sperato o idealizzato. Dove speranze e aspettative convergono per delineare una situazione di felicità e di realizzazione. E un titolo che richiama il reiterato tentativo di arrivare alla meta. Quella inutile, stupida illusione in cui cullarci, che attiviamo per difesa, spesso proprio quando la nostra fiducia viene meno. Dire, fare, sperare. Ciò che basta a creare la circostanza ideale per renderci felici.

Una raccolta di racconti come finestre spalancate, che si aprono per mostrarci squarci di quotidianità, ognuno costruito per restituire al lettore le infinite sfumature del rapporto tra due amanti. Ed ecco l’insidia, le sabbie mobili, che Jimenéz Serrano affronta in questo suo lavoro: disegnare il perimetro dimensionale ed emotivo dell’amore sperato, idealizzato, raggiunto, in costruzione, in movimento. Specchio del nostro sentire, del nostro passato, di quell’impronta trascendente che non sappiamo gestire, le cui angherie subiamo in silenzio, quell’onta inaccettabile che a volte ci vede sconfitti, inermi. Di fronte all’ enormità di una speranza infranta.  Quell’amore che subisce una trasformazione se visto da l’uno o dall’altra. Quella metamorfosi che il desiderio, l’attesa, il disincanto plasma ogni volta in qualcosa di diverso e di mutevole. Quel muro sul quale sbattiamo la faccia quando la natura di chi amiamo o bramiamo si mostra per ciò che in verità è.

Niente è più difficile che amare. Niente é più raro di essere amati come vorremmo. Rette parallele, i desideri si fissano negli occhi ma non hanno braccia per toccarsi e stringersi.

Riconoscersi nei personaggi (o forse dovrei dire persone?) di Marta Jimenez Serrano è facile. Leggere nell’intimità delle loro storie ci consola per mezzo dell’ineffabile regola del mal comune. Il tessuto delle relazioni che l’autrice intreccia è colorato e attraente. Una mappa che traccia percorsi alternativi, tortuosi. Ma anche autostrade paraboliche che disegnano perfettamente gli acuti dell’esaltazione amorosa. Uno spazio multiforme in cui ogni solitudine si completa e trova consolazione. Dove emotività, ironia, passione convergono per disegnare l’unicità di ogni relazione.

Marta Jimenez Serrano costruisce un romanzo corale fatto di sprazzi di vita.  Istantanee di incontri, che nascono nell’incanto e si lasciano vivere quasi con passività, a suggerire che il caso governa la nostra vita e che niente può garantirci il finale che vorremmo.

I suoi personaggi sono colti nelle parantesi dei loro rapporti di coppia, mentre si affannano a ricercare quel contatto, quella scintilla che renda quella storia la storia e quell’amore l’amore vero, che non si dimentica. Spesso è proprio la difficoltà di comunicare che conduce al fallimento. Ma di fronte ad ogni rottura non c’è mai rassegnazione ma una spinta istintiva a riprovarci. 

Il linguaggio di Jimenez Serrano fa la differenza. Fresco, immediato. Intimo, mai ricercato. Una lingua che sgorga dalle stanze interne di ognuno. Senza veli o freni inibitori. Il suo narrato è una rete di pensieri caotica ma coerente. Con il tempo e con lo spazio del racconto, un luogo suburbano denso di solitudini e di disorientamento. Un presente che riflette un po’ di ognuno di noi, che Serrano modella con enorme grazia e sapienza. 

Leggi questo romanzo se ami le storie intime, le incursioni dentro le relazioni umane e i personaggi che si spogliano di qualsiasi filtro, raccontando le pieghe più intime della loro vita. Leggilo se sai che l’amore non è mai perfetto ma è comunque la nostra medicina: attenua il male di vivere fino all’assuefazione, che giunge inaspettata a farci distogliere lo sguardo da ciò che poco prima ci stregava. E che fa vagare nuovamente l’occhio e tremare di desiderio.


Il romanzo

Che cos’è una coppia? Un territorio incerto, una costruzione fragile, un tentativo di colmare le distanze e di cercare sé stessi nell’altro.
Marcelo ed Eloísa ancora non lo sanno, ma sono destinati a lasciarsi. Claudia e Fran sono convinti che questa volta sarà diverso. Nerea crede di non essere innamorata del suo professore e Luis di essersi innamorato della sua alunna. Eva non sopporta di dover condividere Pedro con la piccola Rita a settimane alterne. Guille non riesce a capire se Carmen gli piace o se invece la odia.
I racconti di Questa volta sarà diverso esplorano l’amore e il desiderio, le attese, le promesse e il disincanto, seguendo amori che iniziano, finiscono, si logorano o si illudono di essere unici. Con eleganza e sensibilità, Marta Jiménez Serrano disegna una mappa dell’intimità che attraversa la grande città e i suoi spazi affollati di solitudini, componendo un ritratto corale delle relazioni contemporanee.
Una geografia emotiva fatta di dettagli, ironia, slanci e fratture, che restituisce con grazia e intelligenza la complessità della vita a due.


L’autrice

(Madrid, 1990) è autrice della raccolta di poesie La edad ligera (Rialp, 2021), che ha ricevuto una menzione speciale al Premio Adonáis 2020, e del romanzo I nomi propri (Giulio Perrone, 2022). È stata selezionata per la residenza di scrittura presso la Cité Internationale des Arts di Parigi e ha collaborato con diverse riviste letterarie, oltre ad aver partecipato alle antologie Querida Theresa (Comisura, 2022), El gran libro de los pajaros (Blackie Books, 2023) e Una Navidad así (Tusquets, 2024). Attualmente vive a Madrid, dove tiene corsi di scrittura.


  • Casa editrice: La Nuova Frontiera
  • Traduzione: Serena Bianchi
  • Pagine: 256

COMPRALO Q U I