LE SORELLE BLUE di Coco Mellors


Ma c’è una cosa che nessuna di loro sa: finché sei viva puoi essere trovata, e non è mai troppo tardi.

27 aprile 2025

Appartenersi: storia di un’assenza che pesa e che divide.

4 è il numero della completezza e della stabilità. 4 sono le stagioni, i punti cardinali, i semi delle carte. E 4 sono le sorelle Blue. Avery, la maggiore, saggia e stanca del mondo. Fuggita da adolescente, e tornata da adulta dopo un trascorso di dipendenze. Bonnie, delicata e concreta. Una donna corporea, che ha scelto il pugilato come espressione di vita. Nicky, femminile ed emotiva. Nata per diventare madre in un corpo che è sceso a patti con il dolore. Lucky, bella e fragile. Prigioniera di un corpo che ha preso il sopravvento e che mai saprà esprimere la sua vera essenza,

Il mito delle sorelle March ritorna inevitabilmente alla memoria, e in questo romanzo diventa una presenza costante, mai ingombrante né mai a suggerire un confronto, che tuttavia non riesce mai ad offuscarne la bellezza, la profondità e la meraviglia di un mondo che avanza sulla scorte di una matematica perfezione. Una perfezione che si rompe con una morte, come già accade nel sopracitato romanzo. Ma non è una malattia imprevedibile a portarla da Nicky. E’, al contrario, un destino che sembra segnato, un gesto che in qualche modo aleggia nell’aria, che si preannuncia timidamente, di soppiatto e che è umano cercare di non cogliere perché troppo estremo da realizzare e troppo dirompente per poter essere compreso. La soluzione per porre fine al dolore schiacciante dell’endometriosi, malattia silente e subdola che mina la vita di una donna e spesso ne preclude la maternità. La morte di Nicky è una bomba atomica che rade al suolo tutto. E che scatena i sensi di colpa e mina i precari equilibri che da sempre tengono malamente in piedi la famiglia Blue.

La narrazione è intima e procede espandendosi a poco a poco, esplorando a tutto tondo l’universo delle quattro sorelle, le cui vite si intrecciano l’una all’altra, in un susseguirsi di incontri e scontri, dall’infanzia all’età adulta, con l’ombra dei genitori a far da contrasto, da reagente. Un’assenza, quella dei genitori, che implode attraverso le fasi dell’alcolismo del padre, che muta ogni tensione, ogni equilibrio fino a rompere del tutto la coesione familiare. E che si conclama attraverso il lassismo della madre, che affida le figlie alla benevolenza e alla lungimiranza del destino, ritenendolo all’altezza di fare le sue veci.

Coco Mellors, al suo secondo romanzo dopo il successo di Cleopatra e Frankenstein centra nuovamente l’obiettivo di raccontare la complessità dei rapporti umani e il fragore dell’amore, quell’alchimia dei corpi che si schianta contro una quotidianità fatta di solitudine, di dipendenza, di desiderio di salvezza. Come nel suo precedente lavoro, anche in questo romanzo i personaggi lottano contro la voragine che vuole trascinarli a fondo, contro la corrente che li allontana dal centro delle loro vite. New York torna con i suoi tentacoli, una città dissoluta e apparente, dove le feste e le droghe sono specchi di una felicità effimera e distorta.

In Le sorelle Blue Mellors esplora le dinamiche imprevedibili dei rapporti familiari con l’occhio puntato sulle falle di una genitorialità assente e distorta, che crede di proteggere e invece allontana e trascura il proprio ruolo. Una latitanza emotiva che imprime nelle sorelle il senso di rivalsa e una muta e sorda ribellione che in Avery sfocia nella fuga, in Bonnie nella disciplina, in Nicky nel desiderio di maternità e in Lucky nella dipendenza. Al centro di ognuna delle sorelle si erge il corpo, come ingannevole tiranno, al cui soldo si snoda l’intera esistenza di ognuna. Un corpo che pretende e che vuole essere ascoltato, che detta legge, spesso senza ragione. Un corpo cattivo, che vuole attenzione ad ogni costo ed esige un prezzo altissimo da pagare e un dolore che non sa restituire alcunché. Il corpo di ogni donna, in fondo, che deve decidere se meritare dolore o estasi amorosa, se abbandonarsi ai piaceri effimeri e distruttivi o votarsi al rigore. Se procreare o restare sterile. Se obbedire o trasgredire. Scelte escludenti, per le quali una donna viene giudicata.

Sarà il ricordo di Nicky a contrastare la forza centrifuga che tiene le sorelle Blu lontane. E che le riporterà a New York, alla casa che le ha viste bambine, dove la loro famiglia ha deragliato, e le ha lasciate sole a fare scudo contro un mondo incomprensibile e spietato.

La prosa di Mellors è olio fluido sui meccanismi che governano i rapporti umani. Il lubrificante perfetto che toglie ogni attrito, ogni interruzione. Sa graffiare e poi lenire nel modo giusto, acuendo il bisogno del lettore di soffrire e di partecipare al dolore, desiderando guarire ogni male e cercare la felicità, che non può prescindere dal riappacificarsi con il passato e con il senso di colpa, ancora fresco e dilaniante.

Una meravigliosa parabola della sorellanza e dei legami di sangue, che fa del richiamo della carne un privilegio da curare e da preservare e che conferma, ancora una volta come il filone della “sad girl” che si muove tra relazioni complesse, senso di smarrimento e ricerca di sé è una chiave tuttora vincente e avvincente. Questo aspetto, decisamente pregnante in questo romanzo, avvicina Mellors a Sally Rooney: entrambe le autrici costruiscono personaggi che cercano una voce propria anche quando sono immersi nella vulnerabilità.

E di racconti sulla vulnerabilità associata alla consapevolezza di sé e al desiderio di salvezza c’è davvero bisogno, oggi. Perché questi aspetti ci appartengono e disegnano su di noi una mappa emozionale che può condurci a luoghi sicuri, lontani dall’autodistruzione e dall’apatia.


Il romanzo

Avery è una avvocata che vive a Londra e dietro una vita apparentemente perfetta nasconde un segreto. Bonnie era una pugile ma dopo una sconfitta brutale ha dovuto smettere e forse deve lasciare Los Angeles. Lucky, la piú giovane, fa la modella a Parigi. Poi c’era Nicky, la cui morte improvvisa ha devastato le sorelle. Adesso, riunite nell’appartamento che le ha viste crescere, le tre sorelle si ritrovano ad affrontare un evento che rischia di dividerle. E che, invece, finirà per unirle ancora di piú.


L’autrice

Coco Mellors inglese di nascita, ha lasciato Londra per New York a quindici anni. Ha studiato scrittura creativa alla New York University e vive a Los Angeles. Per Einaudi ha pubblicato Cleopatra e Frankenstein (2023 e 2024), tradotto in 12 Paesi, che diventerà presto una serie tv prodotta dalla Warner Bros, e Le sorelle Blue (2025).


  • Casa Editrice: Einaudi Editore
  • Pagine: 424
  • Prezzo: E 20,00

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CRUDELE E’ LA NOTTE di Giovanni Jonvalli e Mirco Filistrucchi



A volte si domandava che senso avesse lavorare così, lottando ogni giorno contro i criminali da una parte e i politici dall’altra. Non era per questo che si era arruolato in polizia, anni prima. Fissando la maniglia rifletté che poteva ancora lasciar perdere e la cosa sarebbe finita lì. Poi ripensò alla leggerezza del cadavere di Miguelito Aguilar, a quella pelle bluastra, gelida contro le sue mani. E aprì la porta.


La verità a dispetto di tutto, nella Spagna buia del Caudillo.

Un vero viaggio nel tempo, questo noir, opera prima di un duo di artisti che a quattro mani confezionano un’opera corposa, accattivante e coraggiosa che parla il linguaggio universale della libertà, in contrasto e in antitesi con tutte le dittature passate, presenti e future.

Giovanni Jonvalli, un passato da fotografo di scena e Mirco Filistrucchi, paroliere e copywriter, mutuano le vicende della Spagna dei primi anni sessanta e conducono il lettore dentro le vie di una Madrid magica e nebulosa, in cui animali misteriosi, eventi tragici e bizzarri, suggestioni mistiche, apparizioni degne di un abile trasformista unite ad un clima di repressione sorda e violenta, si muovono delineando un mondo crudele e mutevole, surreale e poliedrico, in cui la dittatura franchista fa da sfondo. Un ambiente già contaminato, in cui tutto deve sembrare armonia, senza sbavature né aberrazioni. In cui non si tollera la diversità, la stravaganza e l’attitudine alla libertà, che va tenuta sotto traccia, per sopravvivere. Un mondo che pretende di essere perfetto, creato per soffocare alle radici qualsiasi manifestazione del male.

La Spagna di quegli anni appare la giusta cassa di risonanza per un thriller che aspira, con motivo, ad essere indimenticabile. Mentre il resto dell’Europa sembra già aver dimenticato le macerie fisiche e morali della seconda Guerra Mondiale e il mondo si prepara a spaccarsi in due grandi poli soccombendo alle logiche della guerra fredda, la Spagna dei primi anni 60 rappresenta un’isola in cui un regime simil-fascista continua ad imperversare. Un luogo che sembra essere rimasto indietro, ancorato a logiche che ormai, in Europa, sembrano superate. Il luogo giusto per rappresentare il grande tema di questo romanzo, ossia la fugacità della Giustizia nei regimi dittatoriali, teatri dell’apparenza, perfetti per antonomasia, ove nessuna stortura può esistere.

Si dice che Jonvalli abbia rinvenuto un vecchio carteggio tra una sua parente e un professore di Madrid e che questa sia stata la molla per pensare a rappresentare una storia di morte dentro alla sacca viscida della dittatura franchista, un regime ormai fuori tempo massimo dentro ai meccanismi della Storia. E si dice, ancora, che i due scrittori stiano già scrivendo un seguito (o un prequel?), circostanza che fa ben sperare, poi capirete perché.

Il malinconico ispettore e il dissidente sognatore.

In questo ambiente, dicevamo, si muove Florentino Abedes, un ispettore di saldi principi, con un’inclinazione spiccata alla malinconia. Solo, con un padre che sta perdendo il proprio baricentro e ha sempre più bisogno di assistenza. Solo, in un ambiente che non va preso alla leggera, in cui si può galleggiare ma facilmente si può colare a picco. Senza una donna, senza figli. Solo con il suo lavoro, che a dispetto di tutto, continua ad essere la sua ancora di salvezza, l’illusione che aggiusta un mondo di crudeli apparenze, che sembra andare alla deriva.

Con lui, allo scopo di aiutarlo in un’indagine che da subito si mostra complicata, c’è Camillo Blanco, un professore universitario, un dissidente, che a causa delle sue idee liberali è stato messo al bando. Un uomo indotto al silenzio, che sta appassendo, chiuso in una bolla soffocante che simula una libertà ormai perduta. Camillo, che sfrutta la sua particolare narcolessia per vedere tra le righe, interpretando segnali criptici per decifrare la realtà.

Insieme ma in completa solitudine, dato che l’indagine rischia di infangare la candida veste del franchismo, i due si gettano a capofitto nella ricerca di un assassino silente che da anni sta mietendo giovani vittime. Bambini uccisi con modalità che è impossibile ascrivere al caso. Bambini che il regime si rifiuta di riconoscere come vittime di un killer. Piccole vite spezzate, ignorate dalla legge. E famiglie ridotte al silenzio, nella vana attesa di una giustizia che non può arrivare.

La trama è condotta con maestria, e utilizza un linguaggio efficace e vivido per rappresentare i luoghi, i sentori, le frustrazioni e gli inganni di una società che declina e mette a nudo le sue fragilità. Gli eventi, spesso al limite della ragione, e il sentimento, costantemente avvilito da logiche malvage e avverse, tengono il lettore in scacco, portandolo ad empatizzare con i protagonisti, soli in un mondo che vuole metterli a tacere.

Gli autori rappresentano una Madrid spaccata, tra il desiderio di rinascita e le logiche imperscrutabili della dittatura. Una città che fa mostra di sé, senza difendersi dalle offese di un periodo storico oscuro, affascinata dai riverberi del folklore e della tradizione, un’atmosfera in cui magia, fanatismo religioso e superstizione si fondono, mettendo a nudo le connivenze tra politica e potere ecclesiastico e i soprusi contro i più deboli. Un coacervo mutevole e imprevedibile dove tuttavia la pietà, la condivisione fanno mostra di sé, fragile baluardo di una umanità che stenta a morire.

Crudele è la notte è un thriller sorprendente che sembra irrompere, come una meteora, in un mercato editoriale in cui, spesso, tutto sembra scontato e già detto. Un romanzo di ampio respiro, avvincente, dal finale imprevedibile. Nostalgico, colmo di un indispensabile desiderio di umanità, in lotta aperta con i riverberi di tutti i regimi. Edificante e, non ultimo, utile a scacciare i fantasmi delle dittature. Non è mai ridondante ricordarlo. Ricordatevene.


Il romanzo

Madrid, estate 1962. Mentre la Spagna soffoca sotto il pugno di ferro del generalissimo Francisco Franco, le morti misteriose di alcuni bambini vengono archiviate troppo in fretta. L’ispettore Florentino Abedes non è convinto della versione ufficiale: per lui, a colpire è un imprendibile infanticida. Uomo di destra, ma dai valori non negoziabili, Abedes crede a un’idea di giustizia spesso in contrasto con la legge applicata dai funzionari del regime. Così, non ci pensa due volte a coinvolgere nell’inchiesta Camilo Blanco, professore di filologia, perseguitato a causa delle sue posizioni liberali e affetto da una rara forma di narcolessia. Camilo è “l’uomo dei sogni”, capace di interpretare le visioni oniriche e scandagliare il proprio inconscio a caccia di indizi. Sarà proprio il dono del professore, insieme alla tenacia di Florentino, a portare alla soluzione di un enigma che si intreccia con alcune indecifrabili apparizioni della Madonna nella provincia profonda, su cui ancora incombe il ricordo dell’Alzamiento di Franco e delle violenze della guerra civile. Tra figure femminili dal fascino sfuggente, nei malinconici risvolti di un paese rebelde ormai ridotto all’ordine, i due indagatori affronteranno i fantasmi del passato per provare a vivere di nuovo. Crudele è la notte parla delle ore più buie, dell’anima nera d’Europa, di quell’incubo che da una birreria di Monaco di Baviera nel 1923 si allunga fino alla Grecia dei colonnelli. Parla delle dittature di ieri, e di sempre.


Gli autori

Mirco Filistrucchi (1957), paroliere, ha collaborato con i più importanti interpreti italiani e vanta numerose parecipazioni a Sanremo.

Giovanni Jonvalli (1968) è paroliere, fotografo ed esperto di informatica. Ha pubblicato sulle più prestigiose riviste internazionali.


  • Casa Editrice: Sem
  • Pagine: 393
  • Prezzo: E 22,00

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LA SECONDA VENUTA DI HILDA BUSTAMANTE di Salomé Esper


Quando Hilda morì, Alvaro aveva settantotto anni. Il suo dolore era indescrivibile. Quando si rividero e l’orologio riprese a camminare, avevano ormai la stessa età. Da allora in poi, il tempo non ebbe più importanza.


Un piccolo miracolo di resurrezione che spazza via tutte le certezze di questo mondo.

Il rimando ai dogmi cristiani è evidente, fin dal titolo di questo romanzo, la cui coloratissima copertina fa da specchio ingannatore sui suoi contenuti che, ben lungi da essere leggeri e fantastici, sono in realtà un richiamo su ciò che potrebbe accadere se ogni cosa conosciuta e assodata si ribaltasse, mostrano un lato metafisico. Nel titolo già si annuncia il nucleo di questo libricino, opera prima di Salomé Esper, scrittrice, editor e poeta argentina. Le seconda venuta non inneggia, forse, al giudizio universale, quando i morti resusciteranno e i giusti vivranno in eterno? Un processo di compimento della storia dell’umanità in cui ognuno raggiunge definitivamente il termine della propria salvezza o perdizione.

Nell’opera c’è un inevitabile, onnipresente rimando al tema religioso, alla Fede cristiana in particolare, con il suo fardello di penitenze e di espiazioni. Con i suoi giochi di causa ed effetto, tesi verso il concetto di peccato e remissione. Quando Hilda ritorna nel mondo dei vivi, aprendo la propria bara a mani nude ed emergendo dalla terra, ogni genere di catastrofe si abbatte sulla comunità: i vetri delle case andranno in mille pezzi, il parroco peccatore si darà alla fuga, le cavallette invaderanno il cielo, le amiche di sempre cadranno in preda al pianto purificatore.

Solo Alvaro godrà la gioia del ricongiungimento con il proprio amore perduto, senza porsi domande, accettando l’inaspettato regalo con riconoscenza. E Hilda si riapproprierà dei propri spazi, meravigliandosi della cosa più naturale e ovvia ma non per questo meno dolorosa: la vita è andata avanti pur senza di lei. Una vita vissuta dentro a piccole cose: l’amore di Alvaro che tuttavia non ha dato frutti, le piccole abitudini, la gioia di crescere la piccola Amelia, le amiche del gruppo “le devote”, assidue frequentatrici della Chiesa, più per abitudine che per vera Fede, come spesso accade. Saranno loro a paragonare la seconda venuta di Hilda ad un’apparizione, santificandola. Ma Hilda non si sente diversa da com’era prima di morire. Hilda accetta il suo risveglio per quello che è: un’occasione per riabbracciare chi ama, per essere grata, per pensare che la vita è un dono meraviglioso che non va indagato, messo sotto una lente di ingrandimento per carpirne i segreti, ma solo accettato per come è. Un fitto mistero che ci vede attori muti, in attesa di un copione a cui attenersi mentre la vita scorre gloriosa, unica e irripetibile.

L’unico timore di Hilda è rivolto verso l’esterno, verso chi vorrà giudicare, capire, investigare, ad ogni costo. Generando paura e diffidenza, tutte emozioni che non le appartengono, lei che ha condotto la sua vita con semplicità, cercando di aggiustarla al meglio secondo le sue possibilità, in buona fede.

Questo è il succo di un racconto paradossale e magico, dove religiosità e superstizione si scontrano con la gioia pura di vivere. Senza condizionamenti, né chiusure. Preclusioni, queste, che sembrano appartenere solo agli ordini precostituiti, in questo caso le istituzione religiose, ingabbiate in apparati elefantiaci e tradizionalisti, che spesso non sanno cogliere l’immediatezza e la semplicità di ciò che accade intorno a loro.

Questa cronaca di un fine settimana miracoloso scorre veloce e dona uno sguardo lungo e celestiale verso un orizzonte fantastico. La scrittura di Esper è docile, quasi fiabesca, fatta di capitoli brevi e ancor più brevi riflessioni. I suoi personaggi sono come la sua prosa. Persone limpide, gioiose, che vivono una vita semplice. Che sanno trovare il nucleo dell’esistenza senza sforzo, e che senza sforzo vivono, abbandonandosi con fiducia ai loro sentimenti. In un certo senso la resurrezione di Hilda è una ricompensa. Per lei che si risveglia e torna alla sua vita di sempre, senza rincorrere altro. Per i suoi cari, che hanno rinunciato a lei con dignità e hanno continuato a vivere nello stesso modo, mantenendo e perpetuandone la memoria. E questo è ciò che dovrebbe essere, sempre.


Il romanzo

Hilda Bustamante ha 79 anni e, come sempre succede, un giorno arriva per lei il momento di morire. Eppure, in modo del tutto inatteso, qualche tempo dopo Hilda torna alla vita, riesce a uscire dalla bara e, senza capire bene cosa le sta succedendo, si riavvia verso casa, con grande commozione di Álvaro, l’amore della sua vita, di Amelia, l’adorata nipotina adottiva, e delle «ragazze» della chiesa, che l’hanno sempre considerata una persona piuttosto straordinaria. Questo romanzo racconta la storia di Hilda e il piccolo e meraviglioso scandalo della sua resurrezione: il suo ritorno è solo il primo degli eventi che sconvolgeranno la città, fra invasioni di cavallette, vetri in frantumi e campane impazzite. Ma non è un’apocalisse, non è una storia di zombie, è piuttosto una storia d’amore, di immensa gratitudine, di comprensione e rispetto. Rediviva, Hilda cambierà il passato e il presente, trasformando per sempre le persone intorno a lei.


L’autrice

Dopo gli studi in comunicazione e in editoria, ha vissuto per diversi anni in Messico. Scrittrice, editor e poeta, ha pubblicato le sillogi poetiche sobre todo (2010) e paisaje (2014). La seconda venuta di Hilda Bustamante è il suo primo romanzo, in corso di traduzione in diversi paesi.


  • Casa Editrice: SUR edizioni
  • Traduzione: Carlo Alberto Montalto
  • Pagine: 171
  • Prezzo: E 17,50

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TUTTI I NOSTRI SEGRETI di Fatma Aydemir



Il silenzio gli ronza nelle orecchie come una sirena minacciosa, come un allarme antincendio, come il fragore di un carro armato in transito. Hakan conosce questo silenzio. Nella sua famiglia non si discute mai animatamente. Nella sua famiglia ci si affronta così: con occhiate eloquenti e sguardi negati, con mille cose che non vengono mai espresse e di conseguenza rendono l’aria ancora più pesante, perché tutti sanno a cosa si riferisce il non detto e contro chi è rivolto. Il silenzio è l’arma di sua madre, così com’era l’arma di suo padre. Il silenzio, ora Hakan se ne rende conto, è la colonna sonora della sua infanzia. Forse è per questo che a un certo punto si è rifugiato nei beats martellanti di un Larry Smith, proprio per questo, forse, trovava tanta forza nelle rime schiette di un Rakim. Magari Peri ha ragione, tutta questa roba ha a che vedere con il passato di Hüseyin, con un vissuto di cui non è mai riuscito a parlare. Dev’essere successo qualcosa. Qualcosa di così terribile che non ci sono parole per descriverlo. E ora che Hüseyin li ha lasciati all’improvviso, si ritrovano lì seduti, abbandonati con la sua unica eredità. Il silenzio.


La vita non è un rewind. Storia di una famiglia e dei suoi silenzi dentro la macchina perversa dell’immigrazione.

Il tema dell’emigrazione è sicuramente pregnante, in questo romanzo. L’essere ancorato alle proprie radici mentre il mondo le disconosce, le banalizza, ne mistifica il valore, ritenendole sbagliate. Essere stranieri in un paese che non ti vuole, Ma anche quello del tempo che scorre a velocità esponenziale lasciando indietro le generazioni silenti, strette tra le spire dell’obbedienza. Uomini votati al dio della virilità. Donne dedite alla cura degli altri, al sacrificio di sé.

Fatma Aydemir, immigrata tedesca di terza generazione, di famiglia turco-curda, ne è voce auterevole, avendo vissuto sulla propria pelle le dinamiche perverse dell’integrazione nella Germania degli anni 90, un decennio cruciale e difficile per i migranti. Il suo romanzo ripercorre la storia di una famiglia curdo-turca a partire dagli anni 70 fino al 1999. Huseyn, il padre, approda in Germania per fuggire la miseria del villaggio in cui vive. Solo 8 anni dopo Emine, la giovane moglie e figli piccoli lo raggiungono. E’ una integrazione quasi impossibile, che Emine vive con indifferenza, chiusa tra le mura di casa, uscendone solo per fare la spesa, camminando di fretta, occhi a terra. Huseyn lavora incessantemente. allo scopo di dare un futuro ai suoi figli. Entrambi sono consapevoli di trovarsi ai margini della società. Vivono a scartamento ridotto, subendo le angherie di una società che non li vuole.

Dopo trent’anni Huseyn va in pensione e corona il sogno di un appartamento suo a Instambul, la patria ritrovata, nella quale egli ripone la sua vita intera. La ricompensa, la fuga da un passato che ha sempre voluto dimenticare. Ma la morte lo coglie ancora prima che Emine e i figli possano raggiungerlo. Una morte inattesa, che scardina un equilibrio precario. La famiglia di Huseyn si regge sopra ad un segreto, innominabile. Tenuto con cura, perché sono proprio i segreti che uniscono, nel tentativo di proteggere chi non potrebbe sopportare la verità. Un segreto è una storia che viene rimossa per vivere in pace. E’ ciò che tiene unita una famiglia ad un tavolo, insieme al silenzio. Il non detto. che è l’unica eredità di Huseyn.

Tutto, in questo romanzo, rimanda ad un senso di irrisolto. Tutto ciò che viene detto, o fatto, proviene da un anacronistico senso del dovere. Principi che ormai non contano più niente, specie adesso che la famiglia è in Germania, una terra senza cuore, che ha regalato solitudine invece che una nuova vita. Ferite sempre nuove, e sempre gli stessi ricordi che ritornano, un circolo vizioso che ha imposto di resistere, perché la scelta di trasferirsi continui ad avere senso compiuto.

Tutto rimanda alle dinamiche dell’integrazione, desiderata ma anche avversa, nel continuo strappo tra tradizione e emancipazione, quella che investe completamente Sedva, la figlia maggiore di Husyen e di Emine. Quella che spaventa e che rifiuta Emine. L’emancipazione femminile è l’altro grande tema del romanzo. Un tema doloroso, che investe la famiglia come un treno in corsa. Quella che non si può comprendere, che sfalda ogni certezza, che distrugge alla base i capisaldi della propria esistenza.

Sedva è l’agnello sacrificale. Sedva, che non viene mandata a scuola. Sedva che raggiunge la famiglia in Germania solo dopo molti anni, l’ultimo tassello mancante, dopo che ha sofferto l’abbandono della sua famiglia. Giunta in Germania non si rende conto subito dell’aria avversa che circonda la sua famiglia e tutti gli immigrati in genere. Lei è un’anima errante, senza un posto per se stessa. Non può che piegarsi ad un matrimonio frettoloso, che finirà presto. Dal quale fuggirà senza avere l’appoggio della madre. Sola, dovrà ricostruire la sua vita. E lo farà, diverrà una donna indipendente, con il proprio lavoro e il proprio conto in banca. Una madre attenta all’educazione dei figli, che non debbono sentirsi né essere riconosciuti come stranieri.

Tra Sedva e la madre c’è un baratro. Quando Huseyn muore non si vedono da cinque anni, Cinque anni di rancore. Per Perihan invece è stato più facile. Lei ha potuto studiare in Germania, ha fatto il liceo e l’Università. E si è ribellata alle regole di una tradizione nella quale non si riconosce. Umit, l’ultimo figlio, nato in Germania, è ormai fuori da queste dinamiche. Soffre il frastuono dell’adolescenza e ha ceduto solo il calcio al padre, che del resto ignora le sue inquietudini e le sue incertezze. Hakan, il maggiore dei figli, ha ceduto ben altro al padre. Il suo è un ruolo difficile. Essere il primo figlio maschio impone il peso delle aspettative, peso che Hakan disperde in attività al limite della legalità e nello sprezzo della vita.

Il romanzo è condotto con la seconda e la terza persona, una scelta che acuisce un senso di confidenza con i personaggi che a turno si succedono nel raccontare il loro lutto e la loro vita. Tutto ruota intorno a Huseyn e alla sua morte, alla necessità di confrontarsi con il ricordo di quel padre distante, schiacciato dal lavoro, un’ombra sfuggente sopra ad una poltrona, di sera o sul balcone di casa, con una sigaretta in mano. L’uomo che ha dato il via a tutto quel circo, che ha lavorato in fabbrica fino a sfiancarsi per giustificare quella scelta. Una scelta, poi si saprà, dettata dal bisogno di seppellire un ricordo. Un ricordo che affiora nell’ultima parola che pronuncerà prima di morire.

Con la sua morte tutto il costrutto cade. E il confronto tra Emine e Sedva chiude un capitolo per aprirne uno nuovo, fatto di consapevolezza, libertà e autodeterminazione. Sarà un confronto amaro, che possiamo astrarre dal contesto e generalizzarlo con quello, speculare, tra due generazioni di donne. La prima, che ha subito l’angheria del patriarcato e che ripercorre lo stesso errore ai danni della seconda. E sarà anche lo svelarsi di un terribile segreto e del suo epilogo. Il rimorso che non può assolvere, né trovare sollievo se la mente e il cuore non sono pronti ad accogliere. Emine accoglie sulle proprie spalle il peso dei silenzi e del bisogno di ricucire gli strappi. Una figura che ha un che di mostruoso, e che si risolve solo quando decide di aprirsi, liberando le profondità del suo io e del suo passato,

Tutti i nostri segreti è un romanzo bellissimo e doloroso. Una saga familiare segnata dalla lama tagliente dell’immigrazione, senza più una patria in cui credere e senza una guida. Allo sbando in una società che muta velocemente lasciando indietro chi sta ai margini, chiuso in una lingua che non conosce, in usi e costumi che non comprende, abbarbicato a tradizioni che ormai suonano anacronistiche e assurde. Una storia che vuole essere l’emblema della difficile integrazione di chi è straniero, dell’emancipazione femminile che fatica ad emergere e dell’affermazione dei diritti della comunità queer. Simbolo di un fallimento evidente, che ha tenuto l’immigrato prigioniero in una gabbia interiore, emblema di una fuga verso la patria che non avviene mai.

Un romanzo necessario anche a stabilire un ponte tra gli uomini in un’epoca di movimenti di popoli lungo le traiettorie di un mondo sempre più freddo e insofferente.


Il romanzo

Giunto all’età della pensione, Hüseyin ha finalmente realizzato il suo sogno: dopo trent’anni di duro lavoro nelle fabbriche tedesche, si è comprato un appartamento a Istanbul per farvi ritorno con la moglie. Mentre cammina lungo i corridoi dipinti di fresco assaporando l’idea di una vita nuova, però, ha un malore improvviso e muore pronunciando un nome: «Ciwan». Nei giorni successivi, la moglie e i quattro figli accorrono in Turchia per partecipare al funerale. C’è Ümit, adolescente frastornato da fantasie inconfessabili, che gioca a calcio per far piacere al padre; Sevda, la figlia maggiore, a cui non è stato concesso di studiare e che ha rifiutato un matrimonio combinato; Peri, la ribelle, studia all’Università di Francoforte, vive una vita trasgressiva e critica ferocemente i valori dei genitori; Hakan, il fratello maggiore, cerca di inventarsi un futuro, soffocato dalle aspettative riposte dai genitori sul primo figlio maschio; e infine Emine, la madre, taciturna e addolorata, parla con i parenti una lingua che i figli non hanno mai sentito e, insieme al marito, ha custodito il più terribile dei segreti per una vita intera. Un segreto che durante queste giornate verrà lentamente a galla, riaprendo ferite molto antiche e cambiando i destini dei quattro figli, combattuti tra il peso delle tradizioni e il desiderio di libertà.
Incluso da «Der Spiegel» nella lista dei cento libri tedeschi più importanti degli ultimi cent’anni, Tutti i nostri segreti è un grande romanzo familiare in cui dramma e ironia si fondono perfettamente: la commovente storia di una famiglia intrappolata tra passato e presente, tra una patria perduta e sempre rimpianta, e una nuova terra mai davvero sentita propria.


L’autrice

Nata nel 1986 a Karlsruhe, nell’ex Germania Ovest, da una famiglia di origine turco-curda, ha esordito nel 2017 con Ellbogen, romanzo vincitore del Klaus-Michael Kühne-Preis e del Franz-Hessel-Preis, successivamente adattato in una versione cinematografica. Nel 2019 ha curato l’antologia Eure Heimat ist unser Albtraum insieme a Hengameh Yaghoobifarah. Tutti i nostri segreti, il suo secondo romanzo, pubblicato in Germania nel 2022, ha conquistato le classifiche di vendita tedesche, ha vinto il Robert-Gernhardt-Preis e il Preis der LiteraTour Nord 2023, è stato finalista al Deutscher Buchpreis, il più importante premio letterario tedesco, ed è in fase di pubblicazione in diciassette paesi. Vive a Berlino e scrive per «The Guardian».


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Traduzione: Teresa Ciuffoletti
  • Pagine: 324
  • Prezzo: E 18,50

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TORNARE A CASA di Tom LAMONT


Guardò fuori nel cortile. Quella mattina, solitarie sferette di pioggia si erano abbattute con forza sul pavimento incatramato. Come se fosse stata scagliata dall’alto con una traiettoria rettilinea, ogni goccia aveva generato una rigida colonna di schizzi che emergeva candida contro il catrame circostante prima di collassare e consumarsi, venendo a malapena notata da Sibyl prima di scomparire, come quelle macchioline di polvere o le anomalie che baluginano sulle vecchie pellicole. In seguito la pioggia cadde più fitta. Per qualche strano effetto ottico, la pioggia non era visibile dallo studio, e le uniche testimonianze erano i rigagnoli che cominciavano a scorrere lungo i margini del cortile, il rimbombo delle grondaie, quelle effimere scintille bianche in contrasto con il catrame, piccoli asterischi che si alzavano dal pavimento e guizzavano per attirare l’attenzione, le eteree aiuole di fiori che continuavano ad apparire e svanire.


Ricostruire ciò che si è rotto. La famiglia e i legami che contano davvero.

Le relazioni umane sono un mare in continuo movimento. Un moto ondoso, che crea riccioli di schiuma e risacche pericolose. Specchi azzurri di placidità che diventano tempeste indomabili e che tornano a sonnecchiare, cullati dalla bonaccia. Un movimento perpetuo, incessante, ipnotico. Che crea e distrugge ciò che vi si cela sotto.

Il romanzo di Tom Lamont indaga le correnti sotterranee ed emerse di questo mare. In particolare i legami che si creano tra le persone nelle contingenze dell’esistenza. In tutte le circostanze, gli accadimenti e i destini che ci lambiscono o che ci investono in pieno, cambiando le traiettorie della nostra vita. Un mare che Lamont sa navigare con perizia, assecondando le correnti favorevoli e scansando le insidie, i gorghi, le sirene incantatrici.

Al centro del romanzo c’è il piccolo Joel, rimasto solo dopo che Lia, la madre, muore tragicamente. Teo, tornato a casa per fare visita all’anziano padre, è da sempre innamorato di Lia. Il giorno in cui lei muore, Teo sta facendo compagnia al figlioletto. Sembra naturale, per tutti, che Teo si prenda cura del piccolo, mentre i servizi sociali decidono cosa è meglio fare. Joel irrompe nella vita di Teo rivoluzionando tutto. Un’onda gigantesca che toglie il sonno, mette alla prova la pazienza e la resistenza di entrambi. Un vortice che disorienta tutti ma che dispensa tenerezza e amore. Un’onda lunga, che finisce per travolgere anche le persone più vicine a Teo. Il padre Vic, che trova in Joel l’estremo motivo per resistere alla morte e che rende più acuto lo stridore con il suo passato da genitore distante e con l’ombra, mai sopita, della sua infanzia difficile. Ben, l’amico di sempre, un personaggio bizzarro che nasconde la propria sensibilità sotto una coltre spessa di vizi e di difetti. E Sybil, la rabbina della piccola comunità cui tutti fanno parte, schiacciata dal bisogno di conciliare la tradizione ebraica con il compito assegnatole di rinvigorire il senso di appartenenza dei fedeli. Sybil, che perde la Fede e la ritrova nella solidità di un bisogno da curare.

Il romanzo si snoda tra la sottile tensione degli eventi, imprevedibili e dirompenti, pronti a scoperchiare segreti e nodi irrisolti sepolti nel passato e l’enorme senso di dolorosa urgenza che si crea quando una madre muore e un bambino resta solo al mondo. Un mondo che a volte sembra creato per complicare il corso naturale delle cose, il senso del giusto e del compiuto. Nell’implosione di un mondo intero i personaggi raccolgono macerie e frammenti per ricostruire un contesto accettabile e un porto sicuro per il bambino. Un lavorio incessante, fatto di sconfitte e minuscole vittorie, dove l’arbitrarietà delle emozioni e le eco imprevedibili del passato creano disegni insensati, che occorre riportare a terra saldamente. Un regno instabile, dove il caos non può essere ricondotto facilmente all’ordine. Non se l’amore, il rancore, il bisogno di crescere, il dubbio, la necessità di superare i mostri del passato si mettono da parte. Non se latitano, se hanno paura di mostrarsi, di rompere un equilibrio che si basa sul non detto e il non fatto.

La vita, le sue interazioni, il disegno caotico dei fatti, lo scatenarsi di eventi che irrompono come tessere di un domino impazzito, tutto questo coacervo di emozioni e di istinti è il mare magnum in cui il romanzo si snoda. Un spaccato di vita dove i sentimenti hanno la loro rivincita senza cedere il passo ai sentimentalismi. Dove tutto è facile anche se complicato. Dove le scelte si fanno con il cuore e sono quelle giuste. Dove l’uomo trova un senso e un motivo di vita, pur nelle avversità.

Tom Lamont ha una penna evocativa, poetica, immensamente sensibile. Capace nel raccontare la vita com’è: uno spiritello curioso e bizzarro che si diverte a vedere fin dove si può spingere senza passare il limite. Una narrazione intima, affilata, che si affida al dialogo ma che sa anche intrattenere il lettore con passaggi introspettivi, flussi di coscienza che si nutrono di una prosa spessa, avvolgente, capace di rendere il testo vivo, mediante immagini vividissime che parlano con immediatezza al lettore, rendendone chiare e morbide le intenzioni e i significati più profondi.

Lamont oscilla tra la semplicità di un parlato estremamente colloquiale e a tratti anche divertente e la profondità emotività che trasmette al lettore. Il risultato è una narrazione coinvolgente, che punta dritta al cuore, difficile da dimenticare. Sarà per questo che Tornare a casa è un piccolo manuale per amare, curare, educare. E’ un inno all’importanza dei legami tra umani, che trascendono l’idea tradizionale di famiglia, mettendo il risalto la genuinità delle relazioni basate sull’amore e sull’amicizia. Ed è la celebrazione perfetta della paternità, di quella connessione tutta maschile che a volte passa in secondo piano ma che invece è portatrice di sorpresa, meraviglia, dono.


Il romanzo

A trent’anni, con un lavoro stabile e un nuovo appartamento, Téo Erskine sente di aver finalmente preso le distanze da Enfield, il sobborgo di Londra in cui è cresciuto, e dalle pressanti richieste del padre Vic, che è sempre più bisognoso di cure. Dopo una festa con gli amici d’infanzia, però, la vita di Téo cambia d’improvviso: Lia, il suo amore mai ricambiato, si toglie la vita mentre lui è a Enfield a fare da baby-sitter a Joel, il figlio di lei. E non solo: gli assistenti sociali lo nominano tutore del bambino, almeno finché non ne venga rintracciato il padre naturale. Tra dubbi e timori, Téo non può sottrarsi alla richiesta, quindi si stabilisce a Enfield nella casa del padre e inizia a prendersi cura del piccolo, coinvolgendo la nuova rabbina del quartiere e l’amico Ben. Ma dal passato riaffiorano vecchi rancori e segreti che obbligheranno tutti a fare i conti con l’età adulta e gli scherzi del destino. Tornare a casa racconta la nascita di una famiglia inaspettata, che si forma attorno a un vuoto e che si salda in nome dell’amicizia e di un impegno profondo nella cura reciproca. Tom Lamont ci consegna un esordio commovente, un racconto della paternità ironico e dolce, capace di sovvertire i ruoli sociali e di mettere in discussione le consuetudini e le regole dei legami di sangue.

Questo libro è per chi ricorda la casa d’infanzia come un regno di infiniti corridoi, per chi ama la delicata ironia dei libri di Nick Hornby, per chi va sempre nello stesso cinema malandato, e per chi vaga per il quartiere valutando modi audaci per cambiare la propria vita: un nuovo lavoro, una nuova speranza.


L’autore

Tom Lamont vive a Londra con la moglie e i due figli. Giornalista pluripremiato, scrive per The Guardian, The Observer e GQ America. È tra i fondatori della rubrica giornalistica “The long read”. Ha intervistato personaggi celebri, scrive di libri, cinema, musica e sport. Tornare a casa è il suo romanzo d’esordio. 


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Traduzione: Antonio Mareta
  • Pagine: 336
  • Prezzo: 19 euro

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BUGIE SU MIA MADRE di Daniela Dröscher



In un certo senso è come se mio padre, per tutta la vita, avesse confuso mia madre con una casa. Con la differenza che in una casa si possono fare degli interventi di valorizzazione senza chiedere il permesso, sul corpo di un’altra persona no. A causa di una moglie sovrappeso mio padre si ritrovò ad avere una macchia brutta e ostinata che gli rovinava una facciata bianchissima – ecco che ritorna l’immagine della casa. Il corpo di mia madre rappresentava la visibilità in un mondo che puntava tutto sull’invisibilità. Non dare nell’occhio era uno dei principi più profondamente radicati nell’ambiente di provenienza di mio padre. Il suo corpo, invece, è quello di un bambino del dopoguerra. E il mondo contadino in cui è cresciuto è un mondo ostile e difficile.


17 marzo 2025

Mamma mangia tutto. Un corpo ingombrante, inaccettabile, che aspira all’invisibilità, nella famiglia nucleare degli anni ottanta.

La madre, il confine del suo corpo, il potere che emana, è il primo concetto che interiorizza il bambino. L’odore, la capacità innata di consolare, accogliere, curare. La forma morbida di un seno, l’incombere fisico che appare capace di ogni vittoria contro qualsiasi nemico. Un corpo che la società vuole invisibile, instancabile, dedito alla cura e ottenebrato dalla dipendenza economica, emotiva e suggestionale dal maschio.

Ela, ormai adulta, racconta la sua infanzia, analizzandola alla luce delle dinamiche sociali del nostro tempo. Un occhio acuto, impietoso, teso a rielaborare il proprio passato, a contestualizzarlo, inserendolo nel tempo e nello spazio giusto, con il suo bagaglio passato a influenzarne la forma e le direzioni.

Sua madre è il baricentro del racconto. Una donna volitiva ma segnata dall’insicurezza, imprigionata in un fisico possente, che incarna in sé l’idea, imperante, della pigrizia, dell’incuria. Un corpo che la madre porta con leggerezza, grazie anche alle eco della sua famiglia, che proviene dall’esperienza dell’immigrazione e dell’indigenza, per la quale grassezza è indice di prosperità e di benessere. Un corpo che il marito non accetta, che ritiene vergognoso, impresentabile, il segno tangibile dell’insuccesso. Un corpo che trattiene in sé l’idea di mediocrità, quella stessa insulsaggine che impedisce al marito di emergere, di assumere e mantenere una posizione sociale nella scala, sempre più ripida, che porta al successo.

La piccola Ela è costretta a fare l’ago della bilancia, schiacciata tra queste avverse dinamiche familiari. Il padre è bilioso, irascibile. Tanto insicuro e bisognoso di approvazione, quanto è succube delle sue origini contadine. Un uomo che pretende di avere il controllo su tutto e che obbliga la moglie a continue vessazioni, per indurla a dimagrire. La pretesa che la moglie non lavori, che dipenda da lui, che non si perda in inutili passatempi, sono tutte emanazioni dell’idea patriarcale che la donna sia asservita alla cura degli altri, succube della vita domestica, schiava legalizzata al servizio della famiglia.

Ela passa da un sentimento di dolorosa passione per la madre ad un senso di vergogna per il suo corpo fuori dagli schemi, che non passa inosservato e attira malignità e sberleffi. Segue con trasporto le sue vicende, a partire dal sentimento di estraneità verso la Germania, lei che proviene dalla Svevia, terra di confine, sottratta dalla Polonia e considerata terra straniera a tutti gli effetti. Un retroscena che terrà la madre preda di stereotipi razzisti, che la trasformerà in una straniera spesso mal vista e sicuramente mai accettata dalla famiglia di suo marito. La madre non ha un suo spazio: vive nella casa dei suoceri, in un paese diverso e nulla le appartiene realmente. Di suo ha solo il corpo, che viene continuamente insultato e messo sotto accusa.

La madre ha un lavoro ma dovrà rinunciare a qualsiasi velleità di carriera con la gravidanza della seconda figlia, quando ormai il suo matrimonio è già naufragato. Le figlie cresceranno ma l’anziana madre si ammalerà e avrà bisogno delle sue cure. E’ lei il punto fermo della famiglia, e ne diverrà anche il perno economico, quando erediterà una cospicua somma dal padre. Denari che il marito pretenderà di gestire, imbarcandosi in imprese azzardate e fuori luogo. E mentre lei riverserà nel cibo le sue frustrazioni, lui si farà sempre più ostile e distante, rabbioso e incoerente. L’odio verso il corpo ormai dilatato della moglie sfocerà in una vessazione inaccettabile, che porterà disordine e rottura.

Una storia con un epilogo già segnato, che tuttavia si addolcisce nel confronto franco che Ela, ormai adulta, ha con sua madre. Un tentativo di comprendere la madre intimamente, di dare un nome al suo malessere, di conoscere più a fondo il suo passato. Con la volontà di vivisezionare la famiglia patriarcale, con i suoi dettami, le sue regole, i suoi fondamenti.

La pretesa di avere il potere sul corpo della donna, di comandare la sua forma, lo spazio che può legittimamente occupare. Decretare la sua visibilità, farlo uscire dalla nebbia, assurgerlo a vessillo e a simbolo del potere di un uomo. Misurarlo, pesarlo, giudicarlo. Costringere la donna a costruire un castello di menzogne per poter sopravvivere. O a chiudersi nel silenzio, esso stesso una forma di menzogna, dettata dall’incomprensione. La banalizzazione della maternità, vista come unica fonte di realizzazione, un idillio senza macchia da gestire in autonomia.

Le bugie che stringono la madre, il suo vissuto e la memoria collettiva su di lei, sono raccolte dalla figlia e analizzate a posteriori, con l’intento di ammorbidire la sua reputazione e i suoi ricordi. Con lei la figlia rivive quei giorni, subendone ancora l’influenza, con la consapevolezza che i tempi oggi non avrebbero permesso tanta acredine e tanta violenza. E anche la madre, ormai anziana, si riconcilia con il proprio passato, avendone compreso le dinamiche e avendo interiorizzato le proprie debolezze. Una vita segnata dagli eccessi, dai “troppo” o dai “troppo poco”.

Il disturbo alimentare non ha un nome, in questa storia, ma è evidente in ogni passaggio nonostante passi solo per un intollerabile capriccio. Come l’annullamento della donna nella famiglia, una piovra che l’afferra e la tiene prigioniera di un eden fittizio e manipolatorio.

Il romanzo è anche un’analisi della società tedesca degli anni 70 e 80 dello scorso secolo. Anni in cui le eco del regime nazionalsocialista si fanno ancora sentire. L’ideale di perfezione e di forza ancora permea la società e la competizione è vista come lo specchio dell’ambizione. Si normalizza la violenza, compreso l’isolamento sociale della donna, che la madre subirà per tutta la sua vita, nella società in quanto esule e in famiglia a causa del suo corpo non conforme.

Ela è il frutto di questa lotta intestina. Un bambino che cresce troppo in fretta, nell’inquietudine di dover tenere in equilibrio una situazione irrimediabilmente distorta, che porta su di sé il peso della felicità e della realizzazione familiare. Un bambino che è il parafulmine delle forze a cui la donna è sottoposta nel patriarcato.

In un crescendo di presente e di passato, nell’intento di ricostruire detto e non detto, bugie e menzogne di quel passato fatto di dominio e di impotenza, l’autrice conduce un’analisi spietata della società di allora e di adesso, intessuta di una quotidianità a tratti esilarante, regalandoci un racconto che sa irritare, sconvolgere e scandalizzare come sanno fare solo le cose vissute davvero.


Il romanzo

Germania, anni Ottanta. Ela ha sei anni e «come una piccola investigatrice privata» osserva la vita domestica trasformarsi in un campo di battaglia: la madre è troppo grassa e deve dimagrire a tutti i costi. Così ha decretato il capofamiglia, ossessionato dal corpo della moglie, che ritiene responsabile di ogni suo fallimento, dalla mancata promozione alle ambizioni sociali frustrate. Giorno dopo giorno, attorno a quel corpo si stringe un assedio fatto di ammonimenti, vergogna e controllo. Ormai adulta, l’autrice ritorna su quegli anni con uno sguardo capace di districare finalmente verità e menzogne, elementi essenziali di quel dominio quotidiano a cui da bambina assisteva impotente. Alternando il passato di vivaci capitoli narrativi al presente di fulminanti analisi, Daniela Dröscher ricostruisce le tensioni di un’infanzia segnata dai non detti, svelando con precisione i meccanismi invisibili attraverso cui il patriarcato modella il corpo e la vita delle donne.


L’autrice

Daniela Dröscher (1977) è una scrittrice tedesca. Per i suoi romanzi, saggi e opere teatrali è stata insignita di numerosi riconoscimenti letterari, tra cui il premio Anna Seghers e il premio Robert Gernhardt.
Bugie su mia madre, il suo ultimo libro, è stato tra i finalisti del Deutscher Buchpreis 2022.


  • Casa Editrice: L’Orma
  • Traduzione: Flavia Pantanella
  • Pagine: 384
  • Prezzo: E 24,00

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IL MIO GRANDE, BELLISSIMO ODIO di Elisabeth Åsbrink 


Non sono solo un’artista gelosa delle proprie idee, sono un essere umano che ha bisogno di parlare con altri esseri umani. Se non si ha il coraggio di fare entrare e uscire l’aria dai polmoni, o di riempire e svuotare il cuore dal suo rosso fiotto, si può dire di essere vivi? Se ci si riduce a una mummia, per timore di essere feriti o di apparire troppo sinceri, si può dire di essere vivi? E se non si vive, come si può creare una letteratura di carne e sangue?


10 marzo 2025

L’odio che corrompe. L’odio che spinge a combattere. Vita e morte di una donna sola.

Non avevo mai sentito parlare di Victoria Benedictsson. Quando mi sono avvicinata a questo romanzo ho immediatamente sentito un’affinità, un legame, qualcosa che mi portava verso Victoria. Volevo sapere tutto di lei. Della sua opera. Del suo risveglio dal coma indotto dalla società di quel tempo. Di come si era liberata dal giogo del matrimonio borghese, dalle catene della morale, in un’epoca in cui farlo era semplicemente impensabile. Le donne, nella seconda metà del XIX secolo, sono gingilli. Esseri tenuti a bada dal patriarcato imperante, Morigerate o dissolute, senza vie di mezzo.

Cerco una sua foto sul web. Trovo una ragazza dal volto austero, che non sorride. Lo sguardo tuttavia è dritto, puntato verso qualcosa al di là della macchina. Mi interrogo se quello sguardo sia uno sguardo d’odio. Saprò che l’odio cui aspira Victoria riprende un pensiero di Emile Zola “l’odio è l’indignazione dei cuori possenti…”. Un odio che sgorga con forza dalla negazione di una educazione scolastica, dalla rivendicazione della libertà di scrivere, di essere un’artista. Dalla prigione, sbarre erette nelle sconfinate e solitarie pianure della Scania.

Mi chiedo se da quello sguardo traspare già la decisione di togliersi la vita, un anelito che, apprendo leggendo, sembra averla inseguita da sempre. Una vita di fuga, l’unica per chi come Victoria possiede una grande forza, quella che la conduce al centro del dibattito sulla questione morale, e una fragilità senza limiti, che la fa dubitare del suo valore.

Victoria è un essere umano complesso. Nata da una famiglia modesta, viene educata a casa dalla madre. Fin da piccola si rifugia nel suo mondo fantastico, per sopportare la malinconia delle sua giornate e il peso del lutto per la prematura morte del fratello, che aleggia come fumo tossico in tutta la casa, facendola sentire inutile. Da giovinetta Victoria vuole dipingere, ma il padre le nega l’accesso alla scuola. Il matrimonio le appare come l’unica via di fuga da una vita che le sembra inutile. Il promesso sposo è molto più grande di lei. Victoria non ha idea di cosa sia il legame matrimoniale, che le si rivela in tutta la sua violenza. Si sente braccata, senza via di scampo da una vita già segnata, senza una sua identità sociale ed economica.

Si rifugia nella scrittura e pubblica le sue prime opere sotto uno pseudonimo maschile. Scelta che perdurerà per tutta la sua vita. Per scrivere e per essere presa sul serio è necessario persino pensare da uomo. Eppure quello è il periodo di John Stuart Mill, di Ibsen, dei fratelli Edvar e George Brandes. E’ una disputa che durerà molti anni, combattuta sul suolo scandinavo, che agita la morale, il matrimonio borghese, la libertà sessuale. Le donne ne sono causa e effetto. Ci si interroga sulla castità, sul sesso prima del matrimonio, sulla forza degli istinti, sulla necessità della prostituzione per tenere a bada gli uomini nell’attesa del matrimonio. Si mette in dubbio la religione, e con essa le regole della moralità. E ci si interroga sul matrimonio come atto di sostentamento per le donne, alle quali non è permesso lavorare, una gabbia dorata dove l’amore latita e muore.

Victoria cresce come artista negli anni in cui questa battaglia è più cruenta e le istanze per la creazione di una nuova società sono più forti. Lei stessa è l’esempio vivente di una nuova figura di donna, che si affranca dal matrimonio, persino dai figli e si rende indipendente, combattendo contro uno stuolo di benpensanti che la osteggiano e la deridono. Il lavoro è la sua verità, ma per verificarne la valenza Victoria combatterà tutta la vita con un potente senso di inferiorità e con l’esigenza fortissima di avere accanto a sé dei compagni di vita, persone con le quali confrontarsi, aprirsi e sfogare le proprie frustrazioni.

Victoria sarà solitaria, quasi un’anacoreta, costretta all’isolamento anche dalle circostanze e dalla ristrettezza culturale dell’ambiente da cui proviene e sarà al tempo stesso all’angosciosa e continua ricerca di una fratellanza, di un sostegno morale, specie dopo la fine del suo matrimonio. Una e non l’unica delle contraddizioni che segneranno la sua vita. Vita alla quale crede, che deve scorrere e fluire libera per poter fare letteratura. Vita alla quale tuttavia rifugge perché troppo dolorosa, con la morte come ultima ratio, quel salvagente che in qualsiasi momento sa di poter afferrare. Vita che è continua fonte di ispirazione per lei, attenta osservatrice di ciò che la circonda. L’ambiente rurale della Scania del tempo, il matrimonio, lo scontro tra aspirazioni e realtà, sono tutti aspetti che Victoria mutua per farne letteratura, così come la sua stessa esistenza diverrà, a brevissima distanza dalla sua morte, materiale per il romanzo La signorina Julie di August Strindberg.

I suoi diari fanno parte integrante di questa biografia e sono una fonte inesauribile e imprescindibile per entrare in connessione con il mondo di Victoria Benedicsson. Scritti con l’ausilio di codici cifrati, a volte scarni a volte veri fiumi di parole e di interrogativi. Diari che diventano il canovaccio dei suoi romanzi e che talvolta trasformano lei stessa in un personaggio di un romanzo. I diari saranno testimoni anche della sua passione per George Brandes, personalità indiscussa del periodo, critico letterario, filosofo, docente infuocato e libero pensatore, critico verso la religione e le sue ricadute sulla condizione della donna. Con lui Victoria intreccerà una relazione manipolatoria, che la renderà dipendente e acuirà ancora di più il suo senso di inferiorità. Una relazione che sarà la miccia per quella morte tante volte evocata.

Victoria Benedictsson è stata un’artista fuori dal comune. Colei che senza alcun mezzo si tirò fuori da un matrimonio senza amore, costruì da autodidatta la sua ossatura di scrittrice e si inserì nell’ambiente letterario più stimolante dell’epoca, riuscendo a sostenersi economicamente e a farsi un nome. Ciò che fece fu una vera rivoluzione. Riuscì a sottrarsi alle catene più forti e subdole del tempo con la sola forza della sua volontà, costruendo da sola la sua carriera. Un’impresa che appare anche oggi non comune e non priva di difficoltà. E di difficoltà ne visse parecchie, conducendo un’esistenza sempre il bilico sul baratro, con la morte sempre accanto, simbolo della cocente sconfitta ma anche balsamo per curare le ferite inferte da un cammino periglioso e fuori dal comune.

Elisabeth Asbrik conduce questa storia nella Storia con amore, rispetto e verità. Riesce nell’intento di consegnare intatta al lettore una donna e la sua epoca, dipingendola qual era e investendo energia e dedizione nel disegno della sua vita e delle sue opere. Una lettura che avvince, che coinvolge e ci fa scoprire un personaggio incredibile, visionaria, coraggiosa, forte nell’intento di creare l’artista prima della donna. la scrittura prima della vita, l’anima prima del corpo. Con Victoria il lettore scopre un’epoca intera, con i suoi artefici, con le sue lotte intestine, le avvisaglie di una società che cambia e di consapevolezze che si svegliano e cercano la loro soluzione. Gli aneliti, i sacrifici, le battaglie che hanno preceduto le lotte femministe e la ribalta delle correnti atee rispetto all’impero della religione. La luce dopo le tenebre, che si diffonde nel mondo conosciuto. Anche grazie ad artiste come Victoria, che accettò di essere il capro espiatorio di queste correnti di cambiamento, immolando la sua vita all’arte e a quell’ideale di perfezione e di centralità che le negò la vita.

Il mio grande, bellissimo odio va oltre la biografia. E’ un’incursione nelle pieghe dell’anima. E’ uno studio sull’amore, sul possesso, sulle dinamiche tra i sessi, sul femminile nella sua interezza. Sul desiderio e sui costrutti che lo ingabbiano per farlo diventare inopportuno e pericoloso. Una religione del comportamento e delle aspettative.

Ringrazio di cuore Elisabeth Asbrink per essere stata per me (e per molti altri, ovviamente!) il faro nella notte. Grazie per aver nuovamente evocato l’eco di Victoria Benedictsson facilitandone il perdurare del rimbombo. Un rimbombo necessario, illuminante ed esemplare.


Il romanzo

Un romanzo biografico di Elisabeth Åsbrink riscopre Victoria Benedictsson: intellettuale, pioniera e scrittrice svedese, unica donna a brillare nel fermento culturale della Scandinavia di Strindberg, Ibsen e Georg Brandes.

Solitaria, eppure dominata da una necessità viscerale di vicinanza e complicità; isolata nella Svezia rurale, eppure assidua frequentatrice dei teatri di Copenaghen; donna che avrebbe preferito nascere uomo: Victoria Benedictsson è stata una delle voci più importanti dell’Ottocento svedese, autrice di romanzi, racconti e opere teatrali firmati con lo pseudonimo di Ernst Ahlgren. Sono gli anni di Strindberg, Ibsen, Ellen Key, di Georg Brandes, che iniziò i dibattiti sul sesso e il ruolo delle donne nel matrimonio e nella società scandinava: le questioni che Benedictsson vive in prima persona. Lei che sogna di diventare un’artista ma viene ostacolata dalla famiglia e poi finisce intrappolata in un matrimonio infelice, con molti figli a carico che fatica ad amare, fonte di un perenne senso di colpa. E che dopo lunghe battaglie col marito, armata solo del suo «bellissimo odio», cioè una strenua determinazione a rivendicare ciò che si merita, riuscirà a mantenersi con la sua penna e a entrare nel ristretto circolo di Brandes, il suo mito e futuro amante. Ma oltre i successi e le conquiste della pioniera, quella di Victoria Benedictsson è anche una vita di dolore, di frequenti malattie e di insicurezze, mossa da una profonda e insaziabile sete di connessione, che finirà tragicamente con il suicidio a soli trentotto anni. Scavando tra diari, lettere e scritti privati, Elisabeth Åsbrink riscopre un’intellettuale di culto a lungo dimenticata con un romanzo biografico in cui la sua lucida voce si mescola, appropriandosene, a quella potentissima della sua protagonista scrittrice.


L’autrice

Scrittrice e giornalista svedese, si è affermata in patria e all’estero con reportage letterari di argomento storico e sociale che fondono fascino narrativo, una ricerca minuziosa e una profonda sensibilità, ottenendo premi prestigiosi come l’August e il Kapuściński. Iperborea ha pubblicato 1947, racconto poetico di un anno decisivo per la storia dell’Occidente, Made in Sweden, un viaggio tra cinquanta parole, eventi e personaggi che hanno fatto la Svezia, e Abbandono, che racconta tre generazioni di donne sullo sfondo della storia del Novecento.


  • Casa editrice: Iperborea
  • Traduzione: Katia De Marco
  • Pagine: 480
  • Prezzo: E 20,00

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SONO ANCORA QUI di Marcelo Rubens Paiva


La memoria non è solo una pietra con dei geroglifici incisi sopra, il racconto di una storia. La memoria assomiglia alle dune di sabbia, granelli che si muovono, si spostano da una parte all’altra, assumono forme diverse, trasportati dal vento. Un fatto di oggi può essere riletto in un altro modo domani. La memoria è viva. Un dettaglio del vissuto può essere ricordato anni dopo, assumere una rilevanza che prima non aveva, e lasciare in secondo piano ciò che in un primo momento era più rappresentativo. Pensiamo oggi con l’aiuto di una piccola parte del nostro passato.


3 marzo 2025

La memoria da difendere e da preservare.

Cosa rende un ricordo degno di essere memorizzato? Quali alchimie lo rendono solido, inattaccabile, simbolo di una vita intera? Quante lacrime, quanti sorrisi occorrono per legare un ricordo alle corde della memoria? Che sopravvive al tempo e alle distorsioni del sentire collettivo, delle correnti di pensiero, delle visioni?

In questo romanzo tutto ruota intorno alla memoria. E’ un inno alla memoria, che prende le mosse sin dalle prime pagine, quando l’autore introduce la figura di sua madre, un tempo impavida e orgogliosa, oggi piegata dall’Alzheimer, senza più echi del proprio passato. La memoria è il filo conduttore del romanzo, un percorso a ritroso nella storia del Brasile e nel cuore della storia personale della famiglia Paiva.

Per la famiglia Paiva il ricordo che troneggia in cima al diagramma della loro storia è il sequestro e l’assassinio del padre, Rubens Paiva, ex deputato e uomo inviso ai poteri forti della dittatura che impera in Brasile negli anni 70. Da quel giorno del gennaio 1971 di lui non si avranno più notizie. Il regime occulterà ogni prova e ne cancellerà ogni traccia. La sua famiglia, la moglie Eunice e i cinque figli, si confronteranno con una perdita mutilata, con un lutto sopito dalla speranza che Rubens sia vivo. Anche se con il tempo la speranza lascerà posto al disincanto. Come in un macabro puzzle, il tempo farà emergere piccoli tasselli di morte, disseminati qua e là, in un mondo al rovescio in cui anche pensare può essere pericoloso.

L’ombra del sopruso più abbietto non piegherà Eunice. Che farà dell’orgoglio e dell’indignazione la sua forza. Che tornerà all’università per prendere la laurea in legge, che diverrà un avvocato stimato e che vincerà la sua battaglia per la verità, raggiunta quando ormai la malattia sta invadendo le sue cellule celebrali, rinchiudendola in un labirinto di specchi dal quale non saprà più uscire. Sarà la malattia della madre, metafora della labilità della memoria, a spingere Marcelo a ricostruire la storia di suo padre, attraverso una ricerca spasmodica della verità.

Mi è difficile dire cosa sia questo romanzo, che giunge a noi nella meravigliosa traduzione di Marta Silvetti a 10 anni di distanza dalla sua stesura originale, e che si fa spazio anche sulla scia del film che Walter Salles ne ha tratto nel 2024, fresco vincitore dell’Oscar 2025 come miglior film straniero. Sicuramente è un romanzo di denuncia, che vuole proteggere la memoria storica di una dittatura, una aberrazione che non deve ripetersi. Ed è un romanzo intimo, sulla storia di una famiglia che affronta la perdita e il sopruso restando unita e solida. E’ la parabola del ricordo, delle sue mutazioni e del pericolo che le sue eco siano contraffatte. La memoria collettiva che svanisce sotto i colpi delle correnti del pensiero, che assume forme inattese, che si trasforma e ammorbidisce gli spigoli più dolorosi. E la memoria individuale che in questa storia è come l’Alzheimer, che offusca il ricordo e la percezione di sé. L’Alzheimer che colpisce Eunice, colei che ha combattuto strenuamente perché il ricordo non fosse appannato, non prendesse altre forme, per poi essere indebolito e reso inoffensivo. Quel ricordo che racchiude un potenziale deflagrante infinito e che potrebbe a poco a poco diventare trascurabile come uno schiocco di dita.

Nel racconto di questa famiglia vivace e anticonformista, che viveva in una delle città più belle del mondo, dove il calore delle spiagge si fonde con il colore accecante delle favelas, si trova un pezzo della storia più nera del Brasile. Ed è la storia di molte famiglie e di molti paesi spezzati dal regime dittatoriale. Una parabola avversa che ci trascina nelle sabbie mobil, senza appigli per non essere inghiottiti dal fango. E’ una storia di dignità, di lotta e di coraggio. La storia di una donna che non piange in pubblico e che non vuole recitare la parte della vittima. Che saprà emergere ed alzare la propria voce affinché l’arroganza del regime possa trovare condanna.

Sono ancora qui è un romanzo che si fonda sull’idea di Resistenza. Resistenza al dolore collettivo e a quello individuale. Alla privazione, all’ingiustizia, persino alla morte, verso la quale ci possiamo opporre con il ricordo. Resistere alle istanze di distruzione, quando lasciarsi distruggere è l’opzione forse più desiderabile. Resistere per i figli, per la storia che continua e contro il male, che deve essere contrastato. Resistere essendo femmina in un mondo declinato al maschile, dove la mentalità patriarcale impera e lascia poco spazio alla donna, che lavora fuori casa e che vuole affermarsi nel mondo del lavoro. Una donna che non va bene per gli uomini di quel tempo e che fatica ad essere accettata.

Marcelo, figlio di Rubens Paiva e autore di questo romanzo, lascia al lettore una prosa intatta, che incalza solida e inattaccabile, concedendosi solo il lieve rimbombo della malinconia. Una scia quasi impercettibile che tuttavia non corrompe il senso di strenua giustizia che circonda la sua scrittura. Dentro la quale c’è anche tanta vita, tanta voglia di riscatto, tanta ingenua gioventù, fatta di lotta e di speranza. Quella vita che si mescola alla morte, e ne corrompe il senso. Una miscela che è l’essenza della nostra esistenza, in perenne bilico tra estasi e tragedia. Quella voglia di andare avanti, svoltare l’angolo e allungare la vista. Verso il futuro, che è il riflesso di un passato spesso inclemente. Che non ci impedisce tuttavia di vivere. E che in questa incongruente attitudine trova il proprio significato e la propria soluzione. Il mistero della vita, che dura e perdura sempre e nonostante tutto.


Il romanzo

Rio de Janeiro, gennaio 1971: Marcelo ha solo undici anni quando il padre, un ex deputato, viene sequestrato dagli agenti della dittatura militare. Da quel momento di lui non si avranno più notizie.
Con cinque figli da crescere e nonostante il dolore, Eunice, la madre di Marcelo, ingoia le lacrime e trova la forza di ricostruire la propria vita. Riprende gli studi con una determinazione straordinaria e diventa avvocato, dedicandosi alla difesa dei diritti civili, alle lotte per la democratizzazione del Paese e alla ricerca della verità.
Anni dopo, quando Eunice si ammala di Alzheimer, Marcelo inizia un viaggio nei ricordi al tempo stesso personale e universale: un atto di testimonianza che mira a mantenere viva la storia e l’identità della famiglia e quindi anche la memoria collettiva.
Con una prosa limpida e toccante, che alterna momenti di intensa emozione a sprazzi di ironia e disincanto, l’autore racconta una storia di resistenza, amore e giustizia, cercando di comprendere cosa sia realmente accaduto in quei giorni fatidici del 1971 e dando voce a un’intera generazione segnata dalla dittatura.


L’autore

Marcelo Rubens Paiva (San Paolo, 1959) è scrittore, drammaturgo e sceneggiatore. Tra le sue opere più note figurano i romanzi Felice anno vecchio (Feltrinelli, 1988) e Blecaute. I suoi testi affrontano temi di grande rilevanza sociale e personale, rendendolo una figura di spicco della scena letteraria brasiliana contemporanea. Ha ricevuto importanti riconoscimenti, tra cui il prestigioso Premio dell’Academia Brasileira de Letras per il copione di Malu de bicicleta, tre volte il Premio Jabuti per la letteratura e il Premio Shell di teatro per l’opera Da boca pra fora. Da Sono ancora qui è tratto l’omonimo film di Walter Salles, premio per la migliore sceneggiatura a Venezia.


Traduzione di Marta Silvetti

(Roma, 1985) Marta Silvetti si è specializzata in traduzione letteraria presso l’Università La Sapienza di Roma. Ha tradotto, tra gli altri, Afonso Cruz, Afonso Reis Cabral, Djaimilia Pereira de Almeida e Luiz Ruffato, oltre alle Lezioni italiane di José Saramago. Nel 2016 ha ricevuto il Premio Babel-BooksinItaly per la traduzione de La bambola di Kokoschka di Afonso Cruz.


  • Casa Editrice: La Nuova Frontiera
  • Pagine: 288
  • Prezzo: E 18,00

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STORIA DI UNA BRAVA RAGAZZA di Arianna Farinelli

Scrivendo queste pagine capisco che tutto ciò che è venuto dopo è stato in qualche modo una conseguenza di quegli anni in periferia, come se quelle prime esperienze fossero state in grado di generare echi, scosse e scie per i decenni a venire. Rivedo la ragazzina che sono stata e le donne della mia infanzia: la fragilità mista alla forza, la docilità apparente, i soprusi, la rabbia, la vergogna. Si dice che noi donne siamo le peggiori nemiche di noi stesse: rivali, vendicative, prevaricatrici, gelose le une delle altre, sempre in competizione tra noi. Si dice che la solidarietà femminile sia solo una chimera e che la sorellanza non esista se non nei buoni propositi. Non è questa la mia esperienza: se nella vita ho superato avversità e sofferenze è stato proprio grazie all’amicizia, alla cura e al sostegno di altre donne. Ed è sempre grazie a loro se oggi trovo il coraggio di raccontare quella parte della mia vita adulta che, a distanza di anni, resta ancora la piú personale e la piú dolorosa.


27 febbraio 2025

Io valgo, attraverso il prisma distorto del giudizio maschile.

Ci sono cose che sappiamo bene ma che hanno continuamente bisogno di essere ribadite per poter affermare la propria esistenza. Se giri l’angolo, se ti distrai un attimo e lasci che altre idee provino a prendere il sopravvento sull’idea originale, c’è l’enorme rischio che queste cose perdano forza, diventino vagamente ridicole, estreme, in quell’accezione equivoca che finisce per sminuirle e per farci vergognare di averle pensate e sponsorizzate.

Noi donne lo sappiamo bene. Basta uno sguardo in tralice, un accenno di dubbio, un sorriso sghembo a sgombrare il campo alle nostre rivendicazioni sull’annosa questione della differenza di genere. Un tema caldo, scomodo, che a volte siamo disposte ad accantonare per evitare scontri. Per essere accettate, per non passare per le solite guastafeste, quelle che non vuole nessuno, destinate a solitudine, sterilità e oltraggioso confino.

Questo, in soldoni, il tema che sviscera Arianna Farinelli nel suo nuovo romanzo “Storia di una brava ragazza“. Farinelli si rifà alla sua esperienza di vita, partendo dall’adolescenza di borgata, alla prima gioventù in un liceo classico del centro, all’università fatta di studio disperato e intransigente, per finire all’altro lato dell’Oceano Atlantico, in cui approda per sfondare come docente universitario finendo tuttavia intrappolata in un matrimonio borghese, schiacciata dalla cura dei figli e dalla consapevolezza che la sua carriera potrà attendere, anche all’infinito, secondaria e subordinata rispetto alla missione più importante, quella di moglie e madre.

Una storia che ci appartiene, che ci somiglia e ci definisce. Che fa male a vederla emergere dalle pagine, da una prosa incisiva, forte, che non fa sconti né a se stessa né a nessuna di noi. La storia delle donne della famiglia, la storia delle donne italiane e del femminismo, l’ideologia della contraddizione dinnanzi alla quale inchinarsi ma complessa da praticare e incredibilmente camaleontica. Che un momento è verità assoluta e il momento dopo si trasforma in un sottile imbarazzo. In quel mal di pancia che ti coglie sul più bello, facendoti fare marcia indietro.

Arianna tocca tutte le tappe obbligate durante la sua maturazione. Le differenze di classe, che la fanno vergognare del lavoro della madre, quello stesso lavoro che le consentirà di frequentare uno dei licei più esclusivi della capitale. La difficile conciliazione tra la sua condizione sociale e l’ambizione ad elevarsi, tanto difficile se provieni dallo “sprofondo”, da quella periferia sgrammaticata e becera dove la femminilità e la bellezza sono prede dei ragazzi e degli uomini. E dalla quale si può fuggire solo con lo studio e la cultura.

Lo studio, appunto, il passaporto per crescere ed affermarsi. La fuga dall’Italia, dal conformismo, dalle disparità di genere, i temi avversi che la allontano dall’indipendenza e dal successo. E New York, la meta sperata che poco dopo implode su se stessa, mostrandole il suo lato nascosto. Lo stesso dal quale è scappata, che rinasce, si perpetua in un teatrino già visto. Quello che vede la donna scissa in due parti: quella che desidera emergere e quella che si fa sabotaggio, preferendo sminuirsi pur di essere accettata dai maschi, ritenuta degna di sperare in un buon matrimonio da cui dipendere, economicamente ed emotivamente.

Il matrimonio è l’inganno in cui Arianna si lancia ancora giovanissima. Un salto senza paracadute che la trasformerà in una creatura dedita alla cura degli altri. La gabbia dorata che le farà fare un passo indietro, che le farà perdere l’opportunità di investire nella propria carriera e che poi l’abbandonerà.

Arianna è la voce che spesso ci è mancata, troppo debole oppure del tutto assente. E’ quella filastrocca che troppo spesso abbiamo avuto bisogno di ripeterci, come una tabellina che non vuole entrarci in testa o che sappiamo fin troppo bene e ci vergogniamo a ripetere davanti a tutti.

A cosa serve oggi, dunque, sapere? In questi anni ormai così distanti dagli anni in cui venne sancito il diritto a divorziare, ad abortire, in cui si cancellò il matrimonio riparatore, in cui lo stupro fu riconosciuto reato contro la persona. Serve a fare quadrato, a rivendicare, a fortificarci, a non vergognarci di essere brave, brillanti e colte. Serve a scegliere, a pretendere di essere chiamate con il nostro titolo di studio, a non piegarsi alla necessità di essere amate a qualsiasi costo. Serve a non asservire. A essere libere da ruoli preconfezionati che non ci rispecchiano.

Serve a riconoscere a noi stesse il nostro valore, che non è frutto dei giudizi di un compagno, di un datore di lavoro, di un collega o di un familiare maschio. Serve a fregarsene di primeggiare nella classifica tetta/culo in cui qualche maschio si è divertito a inserirci, serve a fregarsene di dover essere belle r docili per forza.

Questo romanzo è uno strumento di riflessione sulla necessità di ridefinire il valore femminile, svincolandolo dai giudizi esterni e promuovendo una consapevolezza autonoma e autentica. E’ un manifesto da leggere alla bisogna, come un breviario che indica la strada per il regno dei giusti. Che si trova qui, sulla terra. Un paradiso da ricercare con determinazione e coraggio. Con coralità, unione e forza.


  • Casa editrice: Einaudi Editore
  • Pagine: 194
  • Prezzo: E 17,50

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LA BABILONESE di Antonella Cilento



Stia in guardia dal passato, Mr Layard, cerca sempre di raggiungerci, non importa quanto andiamo veloce.

Mentre il palazzo si allontana e Ninive svanisce, Libbali immagina le guardie reali che la cercano: manca il cadavere della regina,il medico di corte è stato ucciso, avranno riferito. E a se stessa promette: tornerò. Se il dio Luna Sin fa reincarnare Acherib e Assunrbanipal, io tornerò. Quattro volte o quaranta volte quattro, se serve. Una per ogni occhio e ogni dente di Ninlil, Nintu, Ninmah e Uttu.


24 febbraio 2025

Un viaggio tra storia, arte e destino. La piccola fiamma metafora della salvezza.

I romanzi, spesso, nascono per caso. La Babilonese di Antonella Cilento nasce da una visita ad una mostra allestita nel 2019 al MANN (Gli Assiri all’ombra del Vesuvio) e da un ricordo mai completamente sedimentato nella memoria, quello di un fumetto dell’infanzia, Le lenticchie di Babilonia.

Da questo incontro, più che mai fortuito e improbabile, Cilento ha costruito una storia grandiosa, una sorta di romanzo della memoria che parte da Ninive, la leggendaria e antica capitale dell’Impero Assiro e finisce al giorno d’oggi, a Napoli. Nelle amalgame della storia, che avanza nel tempo con lo scorrere dei capitoli, appaiono personaggi storici come Henry Layard, archeologo inglese vissuto nel XIX secolo, scopritore della città di Ninive, e il pittore Aniello Falcone, vissuto nel XV secolo, coevo di Velasquez, al quale la sua opera viene spesso paragonata.

La vendetta è il filo conduttore che lega questa storia, che mescola fantasia e realismo, un mix che esplode grazie al talento dell’autrice che avevo già conosciuto con Lisario o Il piacere infinito delle donne, finalista al Premio Strega 2014. Entrambi i romanzi intrecciano storia e immaginazione mediante una scrittura raffinata, vivace ed altamente evocativa. Entrambi si divertono a stupire il lettore con un linguaggio colorato, che ricorre spesso al dialetto, proponendo immagini forti, epopee spesso grottesche, personaggi a volte quasi caricaturali immersi in vicende avventurose in cui le passioni sono cavalli bizzarri e indomabili, che tengono in scacco l’uomo governando le sue azioni, sempre un passo avanti rispetto al rigore del raziocinio.

Come nella migliore tradizione, sarà uno scavo archeologico ad agitare il ricordo di un amore segnato dal tradimento e dalla tragedia. I rimbombi di vendetta e di morte sono echi inarrestabili che rimbalzano nelle pareti del tempo e giungono fino a noi. Un’immagine si sussegue nel tempo, quella di una bambina bionda con una lucerna.

I personaggi sulla scena saranno tutti ossessionati da quella visione. E l’interrogativo che è il leitmotiv della storia è quello di un sogno al quale tutti torniamo infinite volte, perché è la storia stessa che si ripete, nel tempo e nello spazio, creando collegamenti e connessioni che sfuggono al raziocinio. Così Layard è avvolto dalla visione di se stesso nelle vesti di Assurbanipal, il re di Ninive che fece decapitare il giovane ebreo dagli occhi azzurri amante della moglie e uccidere la quattro figliolette di lei.

Il tema del viaggio è pregnante, muove i personaggi attraverso i secoli, dove il destino sembra ripetersi in un ciclo di vita, morte e rinascita. E il tema della memoria come necessità di tramandare i fatti del passato e di preservarne gli afflati, rivendicando i destini che vi si sono avviluppati.

La figura della donna segue le fila del tempo, mostrandosi ora detentrice di una qualche forma di potere, ora prigioniera di ruoli che la condannano a essere senza voce né libertà. La fiammella che la bambina bionda porta con sé rischiara in qualche modo la condizione femminile e la storia tutta, apportando la speranza in tempi migliori e acuendo l’esigenza di non dimenticare le nostre origini e il nostro passato. Tutto il narrato sembra segnato da un filo invisibile che collega ogni fatto a epoche e a vite precedenti. Il tema della reincarnazione emerge con forza: ciò che è stato continua ad influenzare il presente. Riflessione, questa, già presente in qualche modo in Lisario o Il piacere infinito delle donne dove la protagonista sfida le leggi del tempo attraverso la scrittura e il corpo. In La babilonese il tema si amplia: la bambina con la lucerna diventa il simbolo dell’eterno ritorno, di una ricerca interiore che trascende le singole vite.

Napoli è l’altra protagonista. Città dai mille volti, capace ogni volta di riemergere dalle ceneri dei suoi errori e delle sue disgrazie, folle di un linguaggio che è spesso inesplicabile, tortuoso e musicalmente irresistibile.

Un romanzo corposo, complesso, avvincente come un’avventura che ci incanta e ci tiene stretti a sé. Un contenitore di cultura, tradizioni popolari e verità storica. Un vero scrigno di sapere che penetra la cortina impenetrabile del mito storico in un crescendo di emozionanti gesta che portano la narrazione ad un livello molto alto di coinvolgimento.

Il romanzo è stato candidato al Premio Strega 2025 da Sandra Petrignani. Della sua motivazione riporto con piacere l’immagine della bimba con la luce, metafora, a suo dire, del potere salvifico della letteratura, per chi scrive e per chi legge.


Il romanzo

Ninive, VI secolo a.C.: la vita di Libbali, sposa del dio-re Assurbanipal, scorre immutabile finché alla ziggurat reale non arriva un giovane prigioniero ebreo dagli occhi color lapislazzulo. Tra Avhiram e Libbali nasce una passione travolgente, destinata a essere scoperta con tragiche conseguenze: nel giorno in cui Avhiram viene giustiziato e le figlie della regina pagano con la vita la colpa della madre, Libbali scampa alla morte grazie a una bambina che porta fra le mani una lucerna e la trascina con sé in una fuga nel tempo senza fine. Londra, 1848: l’archeologo Henry Layard, scopritore delle città assire, è perseguitato dalla visione di una donna accompagnata da una bambina che porta una lucerna. Napoli, 1655: mentre la peste infuria il pittore Aniello Falcone incontra la maga Albalì e la sua sfuggente figlia. Nel 1683, l’erudito Sebastiano Resta rinviene un disegno di Falcone che allude a una madonna o a una maga. Ed è il 1881 quando Filomena Argento, ultima di una dinastia di setaioli, eredita quel disegno e incontra Madame Ballu, negromante, e sua figlia… Infine, nella Napoli di oggi una coppia fronteggia il fallimento di un progetto imprenditoriale: anche il loro destino sarà segnato dall’incontro con una giovane e luminosa ragazzina. “Un trauma costruisce un inceppo della memoria: finché non è superato ce lo racconteremo, in attesa che le parole lo esauriscano”. In questo vertiginoso romanzo di romanzi ciascun personaggio ha un immenso dolore e un amore ardente da attraversare, e dunque da narrare.


L’autrice


Antonella Cilento (Napoli 1970) scrive e insegna scrittura creativa. È stata segnalata al Premio Calvino 1998 con il romanzo inedito Ora d’aria.
Tra le sue pubblicazioni: Il cielo capovolto (Avagliano, 2000), Una lunga notte (Guanda, 2002 – Premio Fiesole e il Premio Viadana, finalista al Premio Greppi e al Premio Vigevano), Non è il Paradiso (Sironi, 2003), Neronapoletano (Guanda, 2004), L’amore, quello vero (Guanda, 2005 – Premio Brancati nel 2007), Napoli sul mare luccica (Laterza, 2007), Nessun sogno finisce (Giannino Stoppani, 2007 – romanzo per ragazzi), Isole senza mare (Guanda, 2009), La paura della lince (Rogiosi, 2012), Lisario o il piacere infinito delle donne (Mondadori, 2014), finalista al Premio Strega 2014 e vincitore del Premio Boccaccio, Morfisa e l’acqua delle donne (Mondadori 2018).


  • Casa Editrice: Bompiani
  • Pagine: 372
  • Prezzo: E 20,00

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