
Non ho mai scritto di mia madre. Non ho mai pensato che di lei valesse la pena parlare, né in fondo l’ho mai fatto con nessuno. Persino nelle più intime delle conversazioni, quando è comparsa è stato soltanto per il baluginio di una parola incastonata nella frase. La porzione di mondo che occupava era così trascurabile da non chiedere udienza. L’ingombro familiare era tutto per mio padre, che si era messo al centro della scena e aveva scritto per così dire la versione unica del romanzo familiare. Quella di uomo che aveva tutto da riscuotere dalla vita, il che implicava che fossimo tutti a pagare, a bruciare nel fuoco insieme a lui. Detto altrimenti, ho creduto a lui, non ho mai pensato che parlare di mia madre valesse la pena, perché non c’era nulla da dire. La sua vita si riassumeva nel suo venire al mondo. Il suo starci, nel mondo, non era degno di nota.
La famiglia disgregante: storia di una resezione.
2 febbraio 2025
Andrea Bajani ha una penna davvero avvolgente. Leggi e rimani costantemente incantato dal ritmo, dalla struttura impeccabile delle sue frasi, dalla profondità della sua narrazione. Anche se il tema del suo ultimo romanzo mette davvero alla prova.
In questa insolita dicotomia sta la bravura di questo autore. Nel suo sviscerare un racconto virulento, ottundente, una trama e un vissuto che soffoca, per mezzo di una prosa che ammalia.
Il romanzo parla di un allontanamento, quello del protagonista dalla sua famiglia di origine. L’anniversario del titolo decorre dall’ultima volta che egli ha visto i suoi genitori.
Un atto di enorme coraggio per la voce narrante, che ha trascorso i suoi primi quarant’anni a subire il peso di una prevaricazione psicologica sottile e continua da parte del padre, una figura ingombrante e grottesca, il manovratore dei meccanismi contraddittori e subdoli della violenza domestica.
Il romanzo procede per sottrazione, andando a scorporare la figura della madre da una oscurità densa e opprimente, allo scopo di farne la protagonista di un romanzo. Nonostante ciò, il figlio stenta a descrivere il suo corpo, ad indovinare quali fossero i suoi pensieri, la sua collocazione, le sue pertinenze. La madre si sottrae, è invisibile, non esiste né per sé né per i suoi figli.
La madre è solo ombra, manipolata nel profondo da un uomo che la rinchiude in un perimetro esiguo. Ad eseguire semplici compiti, tenendosi occupata con passatempi oziosi, lasciandosi condurre come un cane al guinzaglio.
L’opera dell’autore è un’opera di ricostruzione. Di vivisezione di una famiglia sciagurata, dove la richiesta d’amore e di attenzione è un atto egoistico, colmo di stizza, paradossale. Dove si può solo compiacere o dichiarare guerra. L’esito di queste azioni è in ogni caso il fallimento.
Ogni dinamica è ingrandita dall’esigenza di dare un indirizzo alla sorte di questa famiglia, dove persino gli istinti più viscerali tacciono. E dal bisogno di riavvolgere il nastro del tempo, andando agli anni dell’infanzia e della giovinezza dei genitori. Ponendo la storia nel suo contesto, un contesto di immigrazione costruito per fuggire dal passato, per diventare altro. Uno sradicamento che rinchiude, vessa e isola.
Nella meraviglia di una scrittura impeccabile e tagliente, il romanzo diventa indagine psicologica e sottile anatomia della violenza maschile, dell’ambiguità dei suoi moti, di come sa lacerare i ruoli familiari, minare le certezze, sfaldare la consapevolezza di sé, scavando gallerie profondissime.
Un esame preciso dei risvolti sociali e individuali di un patriarcato cieco e fondante. Dei suoi danni. Come prenderne le distanze senza perire.
La storia di un uomo che prova a salvarsi, senza assolvere. Che prende le distanze dal bisogno risolutivo di ricucire. Una rivisitazione cruda di ogni storia di rottura senza malinconie e perdono. Per questo è una storia nuova, agghiacciante e perpetua.
Il romanzo
Si possono abbandonare il proprio padre e la propria madre? Si può sbattere la porta, scendere le scale e decidere che non li si vedrà più? Mettere in discussione l’origine, sfuggire alla sua stretta? Dopo dieci anni sottratti al logoramento di una violenza sottile e pervasiva tra le mura di casa, finalmente un figlio può voltarsi e narrare la sua disgraziata famiglia e il tabù di questa censura “con la forza brutale del romanzo”. E celebrare così un lacerante anniversario: senza accusare e senza salvare, con una voce “scandalosamente calma”, come scrive Emmanuel Carrère a rimarcarne la potenza implacabile. Il racconto che ne deriva è il ritratto struggente e lucidissimo di una donna a perdere, che ha rinunciato a tutto pur di essere qualcosa agli occhi del marito, mentre lui tiene lei e i figli dentro un regime in cui possesso e richiesta d’amore sono i lacci di un unico nodo. L’isolamento stagno a cui li costringe viene infranto a tratti dagli squilli di un apparecchio telefonico mal tollerato, da qualche sporadico compagno di scuola, da un’amica della madre che viene presto bandita. In questo microcosmo concentrazionario, a poco a poco si innesta nel figlio, e nei lettori, un desiderio insopprimibile di rinascita – essere sé stessi, vivere la propria vita, aprirsi agli altri senza il terrore delle ritorsioni. Con la certezza che, per mettersi in salvo, da lì niente può essere salvato.
L’autore
Andrea Bajani è un autore italiano. Tra i vari riconoscimenti ottenuti in carriera, ricordiamo nel 2011 il Premio Bagutta con il romanzo Ogni promessa. Nel 2008 il Premio Super Mondello, il Premio Recanati e il Premio Brancati con il romanzo Se consideri le colpe. Scrittore di romanzi e racconti, reportage, opere teatrali e traduzioni dal francese e dall’inglese, dopo aver collaborato con «L’Indice» e con l’Osservatorio Letterario Giovanile del Comune, è divenuto consulente.
- Casa editrice: Feltrinelli
- Pagine: 127
- Prezzo: E 16,00
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