HOTEL WORLD di Ali Smith



Mattina. Si posa un uccello, poi un altro. L’albero si scuote appena. L’acqua piovana schizza via dai rami e cade, piccole parodie della pioggia.

Ricorda che devi vivere. Ricorda che davi amore. Rammenta che nevi mare.


Il romanzo sociale che diventa inno al potere salvifico delle parole.

20 febbraio 2025

Questo romanzo che ha visto la luce nel 2001 e che fece spiccare il volo alla sua autrice, l’illuminata ed eclettica Ali Smith, scrittrice sensibile alle tematiche che ruotano intorno alla discriminazione sociale, è un’opera incantevole. Incredibilmente lucida, immediata, coinvolgente, entra prepotentemente nella vita di quatto donne che si incontrano casualmente una sera d’inverno nelle fauci buie e polverose di un hotel. La quinta donna, in realtà poco più di una ragazzina è un fantasma ed è morta, qualche mese addietro, proprio nelle viscere di quell’hotel. Un capitombolo assurdo e apparentemente inspiegabile, dentro la tromba del portavivande.

Tutto si svolge nello spazio di una notte tra una receptionist, una barbona, una giornalista e Clare, la sorella minore della ragazza morta. L’hotel World fa da sfondo. E’ la causa e l’effetto dell’incontro, perfetta amalgama, baluardo silenzioso di tante vite che gli passano accanto e che lui sembra osservare, sornione, spargendo nell’aria quell’attitudine che fa sciogliere la lingua a chi passi nei pressi. Una costruzione sagace, dove tutto ha un inizio e una fine e ogni cosa, alla fine, trova la sua collocazione e la sua spiegazione. Un mosaico di poesia, denuncia e rassegnazione che dipinge le cinque protagoniste come novelle eroine di un mondo senza più commozione né pietà. Che non ti guarda più negli occhi e che obbedisce, cieco, alle sollecitazioni di una società che condanna chi si trova nel posto e nel tempo sbagliato. Che ha perduto memoria delle connessioni umane, che tratta il tempo come un nemico, che accetta la perdita come normale pegno verso un mondo sempre più disilluso e chiuso.

La narrazione è polifonica e stilisticamente audace. Per esempio, nella scelta di dare voce al fantasma della ragazza morta, che Smith colloca in un aldilà a mezza strada tra un limbo misericordioso e un piccolo inferno incomprensibile, dove le sensazioni e le parole svaniscono piano piano, lasciando al morto una sottile nostalgia ma anche poteri ultraterreni che sembrano mitigare lo stordimento che quella strana condizione produce in quell’entità incorporea ma non del tutto immemore della sua precedente vita.

E poi nella scelta di alternare le voci delle protagoniste, intente ognuna a mostrare la propria visione degli eventi che accadranno nella notte. Lasciando al lettore il compito di ricostruire, legandolo a doppio nodo ad un narrato dal quale non potrà sciogliersi facilmente.

Smith è sublime nell’indagare gli strati più intimi delle protagoniste, facendo emergere l’afrore della disparità sociale e la solitudine che alberga in ognuna. Fatti intimi e denuncia sociale sono mischiati ad arte allo scopo di dire senza urlare, lasciando che sia il lettore a cogliere le sfumature di un mondo sempre più ripiegato su se stesso. In cui nessuno si conosce davvero e in cui il pregiudizio è sempre più forte della curiosità.

Il risultato è un romanzo corale, perfettamente coerente nel narrato, in cui Smith imprime la sua personale visione dell’essere umano moderno, schiacciato dalla solitudine e dall’indifferenza. Un’opera profondamente emotiva in cui dolore e amore si intrecciano e la morte è il catalizzatore per esplorare il valore della vita e il bisogno umano di connessione. La penna che si scalda al fuoco della poesia più crudele, la scrittura incredibilmente incisiva che muove le parole con una grazia inusitata e un ritmo del tutto nuovo, un flusso di coscienza che sgorga a tratti senza punteggiatura, fiumi in piena che rendono magnificamente al lettore lo smarrimento della perdita e lo stupore che nasce dalle cose nuove che accadono e ci lasciano spesso senza alcuna difesa.

Ali Smith crea un singolare inno alla parola, soluzione e materia di ogni crisi, di ogni sensazione. La parola che non può essere dimenticata né messa mai da parte e che è creatrice assoluta di mondi nuovi in cui tutto trova un baricentro, prima o poi.

Ed il prima poi, il tempo come livella del vissuto, è la chiave di una serenità che assomiglia alla rassegnazione. Dopo ogni rottura, ogni strappo, la vita riprende il suo corso e i suoi attori tornano sulla scena. Il tempo guarisce e risolve. E così, una colazione e un biglietto da 5 sterline possono restituire una parvenza di felicità, e i fantasmi del passato perdonano la vita che è mancata loro continuando a levitare nei dintorni di essa, con la loro invisibilità e il loro stoicismo. Una caduta può esprimere l’ebrezza della velocità. Quella velocità chiave di volta di un’esistenza che si è esaurita dentro al buio asfittico di un vano ascensore.

Hotel world è quel tipo di lettura che si fa per fare pace con la vita. Non negatevela, per favore.


Il romanzo

Cinque persone: quattro sono vive, tre non si conoscono, due sono sorelle, una è morta.
Ali Smith dà vita a cinque personaggi indimenticabili e ripercorre le loro vite.

Intorno al lussuoso Global Hotel si incrociano i destini di cinque donne: Sara, una giovane cameriera morta accidentalmente all’interno dell’albergo; Lise, una receptionist dall’inattesa generosità; Else, una mendicante che per poche ore viene ammessa in quel mondo di comfort e privilegio; Penny, una giornalista più smaniosa di ricevere attenzione che in grado di darne; e Clare, la sorella di Sara, che cerca di fare i conti con la sua scomparsa. Cinque personaggi femminili ciascuno con la propria voce, cinque appassionanti flussi di coscienza da cui ricostruiamo man mano una vicenda fatta di mondi diversi che si toccano. Una godibilissima ghost story contemporanea che si legge di un fiato, sbalorditi dall’audacia della scrittura e commossi dalla sua profonda umanità.


L’autrice

Ali Smith (Inverness, Scozia, 1962) è autrice di cinque raccolte di racconti e numerosi romanzi, fra cui compaiono nel catalogo SUR il Quartetto delle stagioni (AutunnoInvernoPrimaveraEstate), CodaL’una e l’altra e Voci fuori campo. Ha vinto alcuni dei maggiori premi letterari britannici, fra cui il Costa Book Award, il Women’s Prize for Fiction e l’Orwell Prize per la letteratura politica, ed è stata ben quattro volte finalista al Booker Prize, nonché finalista al Premio Strega Europeo nel 2017.


  • Casa Editrice: Edizioni SUR
  • Traduzione: Federica Aceto
  • Pagine: 233
  • Prezzo: E 18,00

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IL VOLO SOPRA L’OCEANO di Matteo Porru


Il tempo è fatto per passare. Dal primo giorno in cui ha capito di essere al mondo, Michele ha pensato che l’unica vera azione della vita, più che scorrere, sia accadere, e ci ha riso tanto su, perché l’uomo non lo accetta mai. Non conta il quando, mentre esisti – si ripete. Conta il quando, solo il come.


17 febbraio 25

Convergenze nell’aria: il ventriloquo e il ragazzo-gabbiano


Il mare è un tappeto sotto alle traiettorie di due esistenze. Una che sboccia, l’altra che declina. Il blu rimanda all’idea di eterno. Si fonde con l’altro eterno blu, quello del cielo. Mare, cielo, eterei come le immagini che evocano da sempre. Ma l’uno spaventa, profondissimo, se si guarda da un aereo. L’altro è nuvola che condensa per farsi acchiappare da un bambino.

Nel titolo del quinto romanzo di Matteo Porru troviamo già le tracce del suo narrato. Un volo che non è solo fisico ma anche ideale, verso le orbite dell’esistenza. Che sia futuro o passato, aspettativa o rimpianto, non ha importanza. Sopra, perché guardare dall’alto regala prospettive profonde, inimmaginabili altrimenti. E Oceano, idea di grandezza che trascende l’uomo e i suoi intenti.

Il fulcro è un incontro. Tra Michele e Jonathan. Li dividono tanti mondi: quello del tempo, quello del vissuto, quello dell’immaginato. E le esperienze, diverse perché appartenenti a tempi distanti tra loro ma tenute insieme dalla colla del disincanto.

L’incontro è già un miracolo. Michele e Jonathan non potrebbero essere più distanti. Ma sono seduti accanto, stretti nello spazio fisico e mentale di un volo in aereo. Costretti, in ogni accezione possibile. Una costrizione che si risolve in una tregua tra generazioni, che pretendono entrambe di essere complesse, difficili da intrepretare e vivere. Entrambi credono nel potere dell’evasione, l’escamotage per ritrovare uno spazio per se stessi in un mondo affollato. Jonathan per rivendicare il bisogno di essere visto e amato, E Michele, ventriloquo ormai dimenticato, che ha ascoltato tutta la vita e ha parlato per mezzo dei suoi pupazzi.

I pupazzi di Michele diventano immediatamente il gancio per costruire un dialogo interiore che sfocia in un flusso coscienza, nell’eterno scontro tra ciò che mostriamo e ciò che siamo veramente.

Parlare, aprirsi sarà il modo più naturale per superare l’agonia dello spostamento forzato, del tempo che si sottrae allo spazio. Un parlato che finisce per convergere sul racconto delle loro vite, sospese davanti all’idea di non essere stati amati nello stesso modo in cui hanno amato. Michele ha perduto il padre e in qualche modo anche la madre, rapita dagli artigli della malinconia. Ha amato una sola donna e l’ha cercata in ogni gesto che ha compiuto lasciandosi ispirare nel profondo dalle eco del suo ricordo. Jonathan è un ragazzo diviso da una separazione sofferta, che trova sollievo solo nel bisogno di vendicarsi. La gioventù gli impedisce di trasformare l’energia bollente della rabbia in amore. Quell’amore che è sempre troppo alto, troppo lontano. Che sembra non poter essere colto mai e che avrebbe bisogno di una versione più modesta, meno altisonante. Più umana e meno perfetta.

L’incontro è un confronto e uno scontro ma è denso di saggezze che latitano ai margini delle loro coscienze. Chiavi che aprono lo sguardo di noi che viviamo ogni giorno, ed è sorprendente che a dispensarle sia un ragazzo così giovane, che la vita ha solo sfiorato e che ancora deve vedere e toccare e sperimentare.

Matteo Porru ha una voce inaspettata, pronta a sondare l’insondabile. Ad abitare le stanze vuote del rimpianto, che sa immaginare e rappresentare senza eccessi né immaginazione. Un linguaggio che sa incantare, che indugia nelle pieghe delle emozioni, poetico ed evocativo. Forte l’indagine psicologica che mette in campo, profonda l’analisi interiore dei personaggi, che sembrano riflettersi in un gioco di specchi per trovare la chiave di lettura di una vita che smonta i piani e mette costantemente alla prova la resilienza dell’uomo e la sua volontà di trovare ogni volta motivi per vivere e per imparare a resistere.

Tutto il romanzo ricorre al dialogo e al flash back, coinvolgendo il lettore nell’impresa di ricostruire due vite spezzate. Nel finale l’autore risolve l’enigma di una assenza, rendendo palpabile ciò che sembrava solo immaginifico. E restituisce al giovane Jonathan la fiducia necessaria per ascoltare e comprendere. Un’eredità che è anche concessa al lettore, che potrà trarre giusto beneficio dal dialogo tra Michele, vecchio e senza più illusioni e il ragazzo, che saprà assorbire l’esperienza del suo vicino di volo.

E se davvero nella vita conta il come e non il quando, come Porru scrive nelle sue pagine, non stupisce che Matteo sia così maturo, rotondo e compiuto a soli 24 anni. Quando è il non è mai troppo presto per scrivere bene. Come è l’estasi di una scrittura profonda, pensata e piena di luce.


Il romanzo

Se l’eterno ha un colore, è un tono di blu. Questo pensa Michele mentre l’aereo cerca il cielo e si solleva. Con sé ha un bagaglio leggero, ma in realtà è il più pesante che abbia mai trasportato. Perché in quel biglietto di sola andata c’è tutto quello che lo ha condotto fino a lì. Ha paura di volare, ma qualcuno gli ha detto che l’aria si storce come la vita e quella torsione non la rende peggiore. È solo un intervallo brusco e inatteso. Così si guarda intorno e nota, sul sedile accanto, un ragazzo. Si chiama Jonathan e le cuffie dietro le quali vuole nascondersi si sono rotte. Per duecentosessanta minuti non resta che chiacchierare. Un anziano e un giovane. Cosa avranno mai da dirsi? Jonathan ha molto da domandare, soprattutto perché gli adulti sono convinti che, ai loro tempi, tutto fosse migliore e che i ragazzi non abbiano niente di interessante da dire. Michele sa ascoltare. In fondo, anche lui è stato un bambino solo, costretto a volare con la fantasia per ingannare la realtà per l’assenza del padre e l’indole nostalgica della madre. C’è qualcosa, però, che Michele vorrebbe rivelare. Il segreto che l’ha fatto salire su quell’aereo. Un segreto che profuma di un incontro di tanti anni prima. E forse per volersi bene davvero non serve per forza stare vicino, ma basta pensarsi. Michele ha pensato tutta la vita a quel momento. Perché il punto non è andare. Il punto è come si arriva. Matteo Porru ha conquistato la stampa e l’Europa con “Il dolore crea l’inverno”, tradotto in diversi paesi e vincitore di premi internazionali. Anche la televisione si è accorta del suo talento ed è spesso ospite nelle trasmissioni più importanti. Ora ritorna dai suoi lettori con una storia intensa sulle speranze e sulle illusioni. Volare sopra l’oceano può aprire nuovi orizzonti o dischiudere vecchi desideri.


L’autore

MATTEO PORRU è nato a Roma nel febbraio del 2001. Editorialista, autore per il cinema e il teatro, ha vinto il premio Campiello Giovani nel 2019 con il racconto Talismani. Il dolore crea l’inverno è il suo primo romanzo per Garzanti.


  • Casa Editrice: Garzanti
  • Pagine: 144
  • Prezzo: E 16,00

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ORBITAL di Samantha Harvey



Sull’orlo di un continente la luce sta svanendo. Il mare è una distesa piatta e color rame di Sole riflesso e le ombre delle nuvole si allungano sull’acqua. L’Asia arriva e scompare. L’Australia è una sagoma scura e informe in quest’ultimo soffio di luce, che ora è diventata di platino. Tutto si sta oscurando. L’orizzonte terrestre, spalancato di luce in un’alba così recente, sta sparendo. La linea perde nitidezza nell’oscurità, come se la terra si stesse dissolvendo. e il pianeta diventa viola e sembra sfocato, un acquarello che perde colore.


Più sei lontana, più ti amo. La Terra, il tempo, la materia incomprensibile.

11 febbraio 2025

Lo sforzo dell’immaginare non è mai stato così magnifico. Il viaggio mai più remoto e incomprensibile. Un romanzo che regala solitudini, estasi e baratro, dentro ad un buco nero che sembra divorare tutto. Noi, le radici piantate a terra, salde per vincere la paura di scomparire. E i rami, come braccia di un bimbo che reclama attenzione, protesi verso l’alto. Per la voglia di sapere, conoscere, elevarsi dal nostro misero essere fisico, carne cresciuta intorno ad un tubo digerente, immondo ed essenziale. Condito con uno sprazzo di cuore, buttato là, ad amalgamarsi con le esigenze fisiche ed abbiette dell’essere umano.

E’ questa nostra natura a determinare i nostri limiti. E’ una zavorra che ci tiene ancorati a terra, a volta timorosi persino di immaginare. Samantha Harvey ci regala l’estasi dello Spazio, in questo romanzo, vincitore del Booker Prize 2024, che racconta la giornata di sei astronauti in una stazione spaziale internazionale. Un’ambientazione ambiziosa e insolita, che l’autrice rende al meglio grazie allo studio capillare delle abitudini e dei protocolli che vigono nello Spazio. Lungi dall’essere una cronaca della vita in una stazione spaziale, è invece e soprattutto un’incursione nelle sensazioni, nei pensieri, nell’intimo dei sei astronauti. Che si trovano immersi nella profondità più buia e sconfinata che può essere immaginata dall’uomo, lontanissimi eppure privilegiati, nel poter osservare la Terra da lontano.

Una posizione insolita, che rende l’uomo piccolo, ma allo stesso tempo ingranaggio necessario nell’enorme macchina della vita. L’Uomo, che lascia la sicurezza di un terreno sotto ai piedi e accetta di fluttuare senza peso, esposto ai pericoli di una condizione fisica estrema e agli abbagli che la mente pone, in quell’imbuto senza certezza che è lo Spazio. Lo spazio che fa a pezzi il tempo. Il tempo che ha perso i suoi riferimenti abituali, del quale va tenuta una buffa e artificiosa contabilità. Perché sulla navicella si susseguono numerose albe e altrettanti tramonti. In una sola giornata sono molte le orbite che gli astronauti fanno intorno alla Terra, cogliendo il nostro pianeta in ogni sfumatura. Nel buio di una notte fugace, trafitto dalle scie delle luci delle città, nei crepuscoli rosa e verdi, interrotti solo dai ciuffi morbidi della nuvole, piume dorate che ne ammantano la superficie azzurra, perfettamente curvata. Nella luce solare, vivida, incandescente, che tramuta i colori e le rende simili a perle, acciai, smeraldi, lucidi mantelli colorati e imprevedibili. Una cartina geografica che palpita, vive, muta.

Tutto muta, tutto incanta nella sua imprevedibilità. Da lassù gli astronauti sono come moderni indovini, mistiche Cassandre che indovinano le crepe inferte con le nostre mani incaute. Vedono il tempo che muta, i vortici, le depressioni e i cicloni. E studiano come la loro condizione impatta la vita che conosciamo e che inconsapevolmente viviamo là in basso.

Contrastano l’assenza di gravità che atrofizza i loro muscoli, fanno fotografie, chattano con i loro cari, studiano e sognano nelle loro cuccette. Non è nostalgia, non è rimpianto. Solo enorme distanza, che ti fa dimenticare chi sei, facendoti sentire parte di un unico organismo. Estasi dolorosa verso quel puntino azzurro che sembra essere stato posto al centro dell’Universo, tanto è bello, unico, conosciuto, certo. Quanto invece è buio, subdolo e profondo lo spazio la fuori. Inospitale, ottundente, senza rumore e senza forma. Un’attrazione infida che giunge a trascinare l’uomo che galleggia nel niente, senza un’ancora che lo tenga saldo. Perché se non si è saldi a terra anche la testa vola via. Verso i ricordi della vita terrena, verso quell’ineluttabilità che fin da piccoli li ha destinato allo spazio, al corridoio senza fondo che sembra risucchiarti ogni giorno.

Il loro è un destino quasi doloroso, che li pone al di sopra dell’incertezza, moderni paladini di una verità che hanno ormai cessato di desiderare, poiché la conoscono e la vivono in prima persona. Unici al mondo, o quasi a possedere la chiave di accesso. A penetrare il mistero del tempo che lassù sembra non esistere. Una bugia inventata dall’uomo, che si sfalda immediatamente quando si guarda la terra passarci accanto.

Samantha Harvey riesce a regalare al lettore l’estasi del volo interstellare. Un affaccio incredibilmente reale sulla vita immaginata e immaginaria di chi penzola tra le stelle ed è il depositario di ogni segreto e di ogni conoscenza. Privilegiato, ma anche segnato dalla malinconia e dallo struggimento di sapere la vita così fragile ed effimera. Destinato a incarnare e ad accogliere la brutalità dell’uomo incapace di cogliere l’estrema bellezza. Che da sola appare sufficiente a muovere e a giustificare una vita intera. Quella bellezza fugace, vulnerabile, che tutto sembra poter contaminare. E che appare così incontrastata e incontestabile dallo Spazio.


Il romanzo

Nel cuore nero del cosmo, sei astronauti viaggiano in orbita attorno alla Terra, a bordo di una stazione spaziale. Vengono dall’America, dalla Russia, dall’Italia, dalla Gran Bretagna e dal Giappone, e sono partiti per studiare il silenzioso pianeta blu, su cui scorre intensa la vita da cui sono esclusi: un matrimonio in crisi, un funerale, un fratello ammalato, un tifone che minaccia devastazione. Li vediamo nei brevi momenti di intimità in cui preparano pasti disidratati, fanno ginnastica per non perdere massa, dormono a mezz’aria in assenza di gravità, stringono legami tra loro per sottrarsi alla solitudine. Ognuno è preso dai propri pensieri e dal proprio passato terrestre, ma più scorre il tempo più cominciano a sentirsi parti di un unico corpo – Pietro la mente, Anton il cuore, Roman le mani, Chie la coscienza, Shaun l’anima e Nell il respiro. Profondo e commovente, Orbital è un canto d’amore alla bellezza dell’universo e del nostro pianeta, che osservato da lontano diventa prezioso e precario, un gioiello sospeso nell’infinito, un paradiso da proteggere. Con voce incantata, Samantha Harvey ci ricorda che di fronte all’immensità del tempo e dello spazio siamo solo piccole foglie al vento, e che la nostra esistenza è scritta dal futuro che riusciamo a sognare.


L’autrice

Samantha Harvey è una delle maggio­ri autrici in lingua inglese, già selezio­nata al premio Betty Trask, all’Orange Prize for Fiction, al Guardian First Book Award, al James Tait Black Prize e il Baileys Women’s Prize. Vive nel Re­gno Unito e insegna scrittura creativa alla Bath University. È autrice, tra gli altri, di Vento dell’ovest (Neri Pozza, 2020). Con Orbital ha vinto all’unani­mità il Booker Prize 2024. 


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Pagine: 176
  • Prezzo: E 18,00

PICCOLI PRELUDI di Helen Garner



Forse esisteva un mondo in cui era possibile assecondare ogni capriccio, dove le azioni potevano staccarsi di netto da qualsiasi parvenza di ripercussione. Forse questo Philip mai del tutto presente sarebbe stato quella creatura mitologica, a metà tra un uomo oltremodo scrupoloso e uno pronto a fare di tutto. Forse anche lei avrebbe potuto non chiedere mai scusa, mai spiegarsi.


La vertigine della diversità. La paura di essere diversa.

6 febbraio 2025.

Un dilemma vecchio quanto il mondo e tuttavia irrisolto. Da un lato il luogo sicuro, la strada segnata. Il conforto del conformismo e dell’abitudine. Dall’altro l’incertezza, l’avventura. Non dover rendere conto a nessuno delle proprie scelte, senza obblighi, senza nessuno che dipenda da te. Un dilemma prevalentemente ascrivibile al mondo femminile, da sempre legato mani e piedi all’obbligo della cura. La cura, che è il prezzo da pagare per riscattare l’amore di un uomo e di una famiglia.

Il titolo di questo breve romanzo allude ai preludi di Bach, che Athena, moglie e madre felice, si diletta a strimpellare al pianoforte. Un’abilità che Athena evidentemente deve ancora sviluppare e che rappresenta il suo tentativo di riuscire a fare qualcosa di straordinario, capace di suscitare ammirazione e rispetto. Un tentativo fallace, banalizzato dal marito e dai figli. Una passione che la stessa Athena esercita in solitudine, quasi a sottolineare che suonare è un’attività oziosa, inutile, infruttuosa.

Athena ama il marito Dexter. Il loro è un amore maturo, lontano dagli affanni e dai virtuosismi della passione. La coppia conduce un’esistenza spartana con i due figlioletti, uno dei quali affetto da un evidente ritardo cognitivo. Persino verso la disabilità del figlioletto la coppia ha un atteggiamento tiepido, quasi di fastidio. Pur nell’apparente unità familiare e nel ménage lineare, senza asperità, la famiglia vive una vita tarlata dall’abitudine e chiusa nella gabbia dei ruoli. Senza che nessuno di loro abbia piena contezza di come il contesto e l’epoca in cui vivono condizioni la loro condotta e la loro impostazione di vita. Un’equilibrio precario, che si rompe quando nella loro vita irrompono Elizabeth e Vicki che, al contrario di loro, vivono una vita senza regole, dedita alla promiscuità e alla soddisfazione di ogni capriccio.

Sarà sufficiente una breve frequentazione perché ogni schema si scardini. E la caduta sarà esemplare, roboante, rovinosa. L’occasione per ripensare alle scelte fatte e per riconoscere le proprie debolezze e imperfezioni. Per accogliere anche il lato nebuloso e imperfetto di ogni cosa, lasciando che tutto ciò di cui ci siamo presi cura si deteriori.

Una lettura vorace e impietosa, che mette in discussione molte delle nostre certezze e che smaschera la fallacia di ogni perbenismo. Che scava sui condizionamenti sociali e familiari e sul ruolo della donna in seno alla famiglia. Un ruolo che si pretende immune dal desiderio di trasgressione, dagli attacchi della noia e dall’oppressione degli obblighi che gli attribuiamo, più o meno consapevolmente.

La scrittura di Helen Garden è fluida, informale, a tratti anche scarna e spesso imprevedibile. Abile a disegnare le abitudini dei personaggi, utilizza con efficacia un registro colloquiale, riuscendo a trattare temi complessi con semplicità e ad introdurre il lettore a riflessioni profonde sulla vita e sui ruoli che la società impone senza pretendere di farlo con quella solennità che potrebbe essere percepita come ostica o tediosa.

Impossibile non lasciarsi avvolgere dalla freschezza di questi personaggi, brillanti seppur sfocati da una nuvola di malinconia. Tutti sono investiti da una sensazione di irrisolto. Incompresi per ragioni diverse da chi sta loro davanti e dalla società intera, che condanna inevitabilmente ogni deviazione, ogni scartamento rispetto al consueto. Ognuno in fondo è raggomitolato sulle proprie piccole insoddisfazioni e solitudini. Nessuno è libero, come in effetti accade anche nella vita vera.

Garner del resto non ci concede speranza. In ognuno di loro è possibile intravedere una resa. Come se ad un certo punto ognuno debba giocoforza risvegliarsi da un sonno agitato. nel quale pare di intravedere l’abbaglio e i riverberi fugaci di un sogno.


Il romanzo

Anni Ottanta, periferia di Melbourne. Dexter e Athena Fox conducono una vita tranquilla con il figlio maggiore Arthur e il piccolo Billy, affetto da disabilità. La loro casa è spartana, quasi povera – “le pareti tutte crepate, i pavimenti inclinati e le porte traballanti negli stipiti” –, ma dentro contiene un mondo ricco d’amore e condivisione. Tutto cambia, però, quando Dexter si imbatte in un’amica di vecchia data, Elizabeth, che entra nella loro quotidianità con la sorella minore Vicki. L’arrivo delle due giovani donne stravolge le abitudini dei Fox e il loro piccolo universo si apre all’ambiente bohémien della città, dove le consuetudini borghesi sono rigorosamente bandite e a governare è solo il desiderio. Il rapporto tra Dexter e Athena verrà messo alla prova, facendo affiorare in superficie tutti i loro segreti e i bisogni taciuti.
La prosa di Garner, come ha scritto Ben Lerner, è “una singolare combinazione di intimità e lontananza”, e riesce così nell’impresa di catturare il sentimento e le contraddizioni di un’intera epoca. Insieme a lei ci affacciamo in punta di piedi e restiamo in ascolto delle vite inquiete e imperfette di questi personaggi, sempre alla ricerca di connessioni in un tempo che sfugge loro dalle dita. Piccoli preludi è un capolavoro finemente inciso che celebra la bellezza enigmatica e la fragilità dell’esistenza.


L’autrice

Helen Garner è nata nel 1942 a Geelong, e ha studiato alla Melbourne University. Ha insegnato nelle scuole secondarie fino al 1972, quando è stata licenziata per aver risposto alle domande dei suoi studenti sul sesso, e ha quindi iniziato a scrivere articoli giornalistici per guadagnarsi da vivere. Come piombo nelle vene (nottetempo, 2024), suo libro d’esordio, le è valso il National Book Council Award nel 1978. Da allora Garner ha pubblicato numerose opere di narrativa e saggi­stica e prodotto lungometraggi. Il suo romanzo più recente, La stanza degli ospi­ti (Mondadori, 2009), ha vinto diversi premi ed è stato tradotto in molte lingue. Piccoli preludi (1984) è per molti il suo capolavoro. Riscoperta negli ultimi anni da critica e pubblico, è oggi considerata la maggior scrittrice australiana vivente.


  • Casa Editrice: Edizioni Nottetempo
  • Traduzione: Milena Sanfilippo
  • Pagine: 132
  • Prezzo: E 16,50

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L’ANNIVERSARIO di Andrea Bajani



Non ho mai scritto di mia madre. Non ho mai pensato che di lei valesse la pena parlare, né in fondo l’ho mai fatto con nessuno. Persino nelle più intime delle conversazioni, quando è comparsa è stato soltanto per il baluginio di una parola incastonata nella frase. La porzione di mondo che occupava era così trascurabile da non chiedere udienza. L’ingombro familiare era tutto per mio padre, che si era messo al centro della scena e aveva scritto per così dire la versione unica del romanzo familiare. Quella di uomo che aveva tutto da riscuotere dalla vita, il che implicava che fossimo tutti a pagare, a bruciare nel fuoco insieme a lui. Detto altrimenti, ho creduto a lui, non ho mai pensato che parlare di mia madre valesse la pena, perché non c’era nulla da dire. La sua vita si riassumeva nel suo venire al mondo. Il suo starci, nel mondo, non era degno di nota.

La famiglia disgregante: storia di una resezione. 

2 febbraio 2025


Andrea Bajani ha una penna davvero avvolgente. Leggi e rimani costantemente incantato dal ritmo, dalla struttura impeccabile delle sue frasi, dalla profondità della sua narrazione. Anche se il tema del suo ultimo romanzo mette davvero alla prova. 

In questa insolita dicotomia sta la bravura di questo autore. Nel suo sviscerare un racconto virulento, ottundente, una trama e un vissuto che soffoca, per mezzo di una prosa che ammalia.

Il romanzo parla di un allontanamento, quello del protagonista dalla sua famiglia di origine. L’anniversario del titolo decorre dall’ultima volta che egli ha visto i suoi genitori. 

Un atto di enorme coraggio per la voce narrante, che ha trascorso i suoi primi quarant’anni a subire il peso di una prevaricazione psicologica sottile e continua da parte del padre, una figura ingombrante e grottesca, il manovratore dei meccanismi contraddittori e subdoli della violenza domestica.

Il romanzo procede per sottrazione, andando a scorporare la figura della madre da una oscurità densa e opprimente, allo scopo di farne la protagonista di un romanzo. Nonostante ciò, il figlio stenta a descrivere il suo corpo, ad indovinare quali fossero i suoi pensieri, la sua collocazione, le sue pertinenze. La madre si sottrae, è invisibile, non esiste né per sé né per i suoi figli. 

La madre è solo ombra, manipolata nel profondo da un uomo che la rinchiude in un perimetro esiguo. Ad eseguire semplici compiti, tenendosi  occupata con passatempi oziosi, lasciandosi condurre come un cane al guinzaglio.

L’opera dell’autore è un’opera di ricostruzione. Di vivisezione di una famiglia sciagurata, dove la richiesta d’amore e di attenzione è un atto egoistico, colmo di stizza, paradossale. Dove si può solo compiacere o dichiarare guerra. L’esito di queste azioni è in ogni caso il fallimento.

Ogni dinamica è ingrandita dall’esigenza di dare un indirizzo alla sorte di questa famiglia, dove persino gli istinti più viscerali tacciono. E dal bisogno di riavvolgere il nastro del tempo, andando agli anni dell’infanzia e della giovinezza dei genitori. Ponendo la storia nel suo contesto, un contesto di immigrazione costruito per fuggire dal passato, per diventare altro. Uno sradicamento che rinchiude, vessa e isola.

Nella meraviglia di una scrittura impeccabile e tagliente, il romanzo diventa indagine psicologica e sottile anatomia della violenza maschile, dell’ambiguità dei suoi moti, di come sa lacerare i ruoli familiari, minare le certezze, sfaldare la consapevolezza di sé, scavando gallerie profondissime.

Un esame preciso dei risvolti sociali e individuali di un patriarcato cieco e fondante. Dei suoi danni. Come prenderne le distanze senza perire.

La storia di un uomo che prova a salvarsi, senza assolvere. Che prende le distanze dal bisogno risolutivo di ricucire. Una rivisitazione cruda di ogni storia di rottura senza malinconie e perdono. Per questo è una storia nuova, agghiacciante e perpetua.


Il romanzo

Si possono abbandonare il proprio padre e la propria madre? Si può sbattere la porta, scendere le scale e decidere che non li si vedrà più? Mettere in discussione l’origine, sfuggire alla sua stretta? Dopo dieci anni sottratti al logoramento di una violenza sottile e pervasiva tra le mura di casa, finalmente un figlio può voltarsi e narrare la sua disgraziata famiglia e il tabù di questa censura “con la forza brutale del romanzo”. E celebrare così un lacerante anniversario: senza accusare e senza salvare, con una voce “scandalosamente calma”, come scrive Emmanuel Carrère a rimarcarne la potenza implacabile. Il racconto che ne deriva è il ritratto struggente e lucidissimo di una donna a perdere, che ha rinunciato a tutto pur di essere qualcosa agli occhi del marito, mentre lui tiene lei e i figli dentro un regime in cui possesso e richiesta d’amore sono i lacci di un unico nodo. L’isolamento stagno a cui li costringe viene infranto a tratti dagli squilli di un apparecchio telefonico mal tollerato, da qualche sporadico compagno di scuola, da un’amica della madre che viene presto bandita. In questo microcosmo concentrazionario, a poco a poco si innesta nel figlio, e nei lettori, un desiderio insopprimibile di rinascita – essere sé stessi, vivere la propria vita, aprirsi agli altri senza il terrore delle ritorsioni. Con la certezza che, per mettersi in salvo, da lì niente può essere salvato.


L’autore

Andrea Bajani è un autore italiano. Tra i vari riconoscimenti ottenuti in carriera, ricordiamo nel 2011 il Premio Bagutta con il romanzo Ogni promessa. Nel 2008 il Premio Super Mondello, il Premio Recanati e il Premio Brancati con il romanzo Se consideri le colpe. Scrittore di romanzi e racconti, reportage, opere teatrali e traduzioni dal francese e dall’inglese, dopo aver collaborato con «L’Indice» e con l’Osservatorio Letterario Giovanile del Comune, è divenuto consulente.


  • Casa editrice: Feltrinelli
  • Pagine: 127
  • Prezzo: E 16,00

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QUELLO CHE SO DI TE di Nadia Terranova



Travestita da incartamento, da referto medico, da cartella clinica, la verità di Venera non è morta con lei. Allora desidero forte, perché non mi è rimasto altro. Vorrei che il carrozzone di quel circo non si fosse fermato a Messina, proprio vicino casa tua. Vorrei che il granatiere non fosse stato costretto a cercare una soluzione per il tuo dolore. Vorrei cancellare il sangue sugli spalti dagli occhi degli altri, il feto morto dai tuoi incubi. Vorrei tornare a quel giorno, se almeno sapessi con precisione qual è, creare una cartina di eventi così grandi da oscurare la tua caduta, come un’eclissi. Cancellare le cadute di tutte le donne che hai generato, passate e future, reali e immaginarie. E in quell’assenza di fatti, in quella sospensione, avvicinarmi a viso scoperto: Venera io ti credo, è andata così come dici, però ugualmente la colpa non è tua.


Sono madre e non impazzirò. Il filo sottile che riporta alle origini e al desiderio di salvezza.

28 gennaio 2025

Inutile provare a divagare. Torniamo sempre lì, a quella paura di non convincere. Al timore malcelato di disattendere. Di deviare, creando un percorso alternativo, mai tracciato prima e solo per questo guardato con sospetto, ad indagare perché si è scelto, per giungere dove, e con chi e a quale recondito scopo.

E’ accaduto a Venera, un nome che immediatamente incanta, perché rimanda al fascino della dea e alla sua natura profana. Non a caso è lei che dopo un aborto vacilla, presa in pugno da un senso di colpa che l’annienta. Si crede un pericolo, lei che invece andava solo avvolta in un abbraccio e condotta tra lenzuola morbide, nel caldo e sacro alveo del letto matrimoniale. Non accade, forse, alle donne timorate. A quelle che stanno saldamente avvinte alle regole e alle credenze. Invece Venera, che per una vita intera ha atteso il suo uomo, e che lo ha preso infine solo per uno scherzo del destino, contro il volere della famiglia, è schiacciata dalla colpa per aver ucciso, seppur per un incidente, la sua bimba. Neanche il tempo di asciugare il pianto che Venera finisce nelle stanze piene di eco del Mandalari, la Casa di Salute, che al marito fa spavento chiamare manicomio. Uno spavento che tuttavia non gli impedisce di accompagnata fin la, in un giorno di marzo.

E’ accaduto a troppe donne. Perché la maternità è la culla di ogni dubbio. Il cratere che inghiotte ogni certezza. E Nadia Terranova lo sa, nell’istante in cui si china a scrutare la sua bimba appena nata.

La maternità è il dilemma e la soluzione. Un luogo in cui interrogarsi, ricercare appigli, riconoscersi e rinnovarsi. Per Nadia Terranova è la spinta a ricercare le eco della sua bisnonna Venera. L’input è quello di scongiurare il diffondersi della follia come una tara ereditaria, il desiderio di proteggere la nuova vita che è nata, ma è anche e soprattutto il bisogno di gettare un ponte che aiuti la memoria a riabilitare Venera. E in questa ricerca l’autrice tratteggia la forza del controsenso e delle contraddizioni che abitano una madre, che vuole esistere e in egual misura scomparire, ricercando la nuova ombra che si crea dalla sua persona, le nuove propaggini e i nuovi odori.

In Quello che so di te Nadia Terranova indaga il passato con una dolcezza nuova. Gli abbagli, le onde sonore e visive che il ricordo della bisnonna restituisce sono appannaggio della Mitologia Familiare, una sorta di tam tam che salta di generazione in generazione. Un telefono senza fili che assolve o condanna, seguendo la necessità insopprimibile di giudicare. E’ la voce intergenerazionale che racconta di una donna piegata e degli uomini che l’hanno circondata. Delle generazioni successive, che hanno cercato di salvarsi attraverso il desiderio di dimenticare. Una, due versioni della stessa storia. Fino all’oblio.

E allora ecco che occorre tornare indietro, sui passi di Venera. Dell’uomo che lei amò, dei figli che generò. Varcare le mura pallide e mangiate dall’edera del Mandalari, gli intonachi sul pavimento, i rimbombi di corridoi in penombra, le cui pareti sembrano rimandare le voci delle internate.

Tornare e aggiungere tasselli ad una storia che si fa nebbia, pulviscolo danzante. Mentre una bambina e sua madre crescono. Membra salde a circondare un cuore baldanzoso e tremulo.

Quello che so di te è un romanzo di memoria e di forza. Di condanna e di assoluzione. Di perdono per chi non sa assolvere, per ogni donna, per Venera e per chi la condannò. Una prosa che è ovunque un ricamo leggiadro, piena di amore e di grazia, accogliente, indulgente, una carezza che lambisce la guancia.

Una coperta che ti scalda nella notte invernale, mentre fuori infuria la tempesta. Ma qui dentro no. Qui c’è riposo, un letto morbido. Il sonno che ristora dopo una corsa a perdifiato. Shhh, shhh. Sei a casa. Sei al sicuro. Nessuno ti chiederà di nasconderti, di essere un’altra, mai.


Il romanzo

C’è una donna in questa storia che, di fronte alla figlia appena nata, ha una sola certezza: da ora non potrà mai più permettersi di impazzire. La follia nella sua famiglia non è solo un pensiero astratto ma ha un nome, e quel nome è Venera. Una bisnonna che ha sempre avuto un posto speciale nei suoi sogni. Ma chi era Venera? Qual è stato l’evento che l’ha portata a varcare la soglia del Mandalari, il manicomio di Messina, in un giorno di marzo? Per scoprirlo, è fondamentale interrogare la Mitologia Familiare, che però forse mente, forse sbaglia, trasfigura ogni episodio con dettagli inattendibili. Questa non è solo una storia di donne, ma anche di uomini. Di padri che hanno spalle larghe e braccia lunghe, buone per lanciare granate in guerra. Di padri che possono spaventarsi, fuggire, perdersi. Per raccontare le donne e gli uomini di questa famiglia, le loro cadute e il loro ostinato coraggio, non resta altro che accettare la sfida: non basta sognare il passato, bisogna andarselo a prendere. Ritornare a Messina, ritornare fra le mura dove Venera è stata internata e cercare un varco fra le memorie (o le bugie?) tramandate, fra l’invenzione e la realtà, fra i responsi della psichiatria e quelli dei racconti familiari.


L’autrice

Nadia Terranova è nata a Messina e vive a Roma. Ha pubblicato i romanzi Gli anni al contrario (2015, vincitore di numerosi premi tra cui il Bagutta Opera Prima, il Brancati e l’americano The Bridge Book Award), Addio fantasmi (2018, finalista al Premio Strega, Premio Alassio Centolibri) e Trema la notte (2022, Premio Elio Vittorini, Premio Internazionale del mare Piero Ottone). Collabora con le pagine culturali della Repubblica e della Stampa ed è la curatrice della rivista letteraria edita da Linkiesta. È tradotta in tutto il mondo.


  • Casa Editrice: Guanda
  • Pagine: 261
  • Prezzo: E 19

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INTERMEZZO di Sally Rooney


Dopotutto la vita non si è liberata dalla rete che la avviluppava. La vita non può liberarsene: è la vita stessa a essere la rete, a tenere al loro posto le persone, a dar senso alle cose. Non è possibile districarsi dalle costrizioni e condurre semplicemente un’esistenza priva di senso. Sono le persone, le altre persone, a renderlo impossibile. Ma senza le altre persone non ci sarebbe vita. Giudizio, biasimo, delusione, conflitto: sono questi i mezzi attraverso cui le persone restano legate fra loro. A causa dei suoi amici, del suo ex marito, dei suoi famigliari, colleghi, concittadini, lei non è del tutto libera di vivere quella vita spontanea e priva di vincoli che aveva immaginato. Ma d’altro canto, a causa di Ivan, a causa di quel che c’è tra loro, non è neanche del tutto libera di tornare alla sua esistenza precedente. Le richieste delle altre persone non svaniscono; si moltiplicano e basta. Sempre piú complesso, sempre piú difficile. Che è un altro modo, pensa, di dire più vita, sempre più vita.


Quando una trama non serve. Basta una storia.

6 gennaio 2025

La prima lettura conclusa nel 2025 sembra voler aprire un nuovo affaccio sulla mia vita di lettrice. E soprattutto sul mio concetto di libro che funziona. Intermezzo in effetti scardina l’ortodossia del romanzo. Forse in modo inconsapevole, dato che l’impressione che ho avuto è che Sally Rooney sia esclusivamente concentrata sulle dinamiche interiori e sociali della sua generazione. La sensazione che si ha leggendo Rooney è che la sua penna si lasci trascinare dalle correnti impetuose di pensiero dei suoi protagonisti. Persone che vivono il loro tempo senza clamore, chiuse in esistenze ordinarie, afflitte da problemi comuni a molti di noi. Nessun eroe, nessuna vittima, nessun carnefice. Solo vita, quella che quotidianamente accade, che travolge le nostre esistenze con la spinta dell’ordinarietà.

Rooney intrappola il lettore dentro alle sue pagine, perché la sua incredibile sapienza, la sua dote più grande è il potere di rendere straordinaria una vita ordinaria. Con la sua capacità di penetrare l’anima dei personaggi, il suo scandagliarne moti interiori, pensieri, paure, insicurezze, desideri. Seguire le curve della vita, prendere le giuste direzioni, scegliere, decidere. Comprendere l’enorme portata di un gesto, di una frase. Aprirsi alle infinite possibilità che una sola vita può dare, apprenderne i segreti e le meraviglie che ci aspettano dietro l’angolo. Soluzioni che esistono solo se ci accolliamo il rischio di affrontarle, accettandone gli imprevedibili esiti. Capire che non importa cosa, importa come. Una consapevolezza, questa, che sembra accendere improvvisamente la vita dei protagonisti di Intermezzo, mostrando loro come appianare asperità e conflitti.

Il romanzo è incentrato sulla vita di due fratelli colti da un recente lutto, la morte del padre. Un lutto che irrompe nelle loro vite disgregandole e allontanandoli l’un l’altro, acuendo quelle differenze tra loro che sono sempre state incontrovertibili: brillante Peter, schivo e introverso Ivan. Peter, un trentenne di successo, benvoluto da tutti. Ivan ventiduenne, campione di scacchi, un piccolo genio incompreso.

Le loro vite, dopo la morte del padre, sono avviluppate intorno a degli amori problematici. Amori incantevoli e appaganti, che tuttavia sembrano essere al tempo stesso un banco di prova. Un ostacolo che allontana la felicità, che sia Peter che Ivan sembrano doversi meritare a patto di enormi sacrifici. Amori assoluti, piccoli dittatori dispotici che esigono un olocausto per poter esistere.

Il modo con il quale Peter e Ivan affrontano la loro vita è il nucleo della storia, come lo è la morale che il lettore trae dalla lettura: non arrendersi davanti al miraggio della felicità; aprirsi agli altri e cercare il compromesso, accettare la realtà senza nascondersi e saper chiudere con il passato.

Tutto, in questo romanzo, rimanda al tema del confronto. Quello tra i fratelli, tra le esigenze della loro diversa età ed esperienza. E quello tra le età della vita. Peter ha una relazione incerta e instabile con una ragazza molto più giovane, Naomi, che vive di espedienti e che è l’emblema della provvisorietà. Ivan ha una relazione con una donna più grande, Margaret, il cui matrimonio si è sgretolando. Una donna avvinta da un senso di inadeguatezza verso l’amore, che è anche quello che schiaccia Sylvia, la fidanzata storica di Peter, che non riesce più a sentirsi capace di far fronte, fisicamente ed emotivamente, alle esigenze di un rapporto amoroso stabile.

Un confronto che rimanda agli schemi tattici degli scacchi, dove ad una azione corrisponde una reazione. Ma tra esseri umani strategia e tattiche naufragano facilmente, perché il terreno in cui si muovono le relazione umane è instabile, insidioso, pieno di trabocchetti e di sabbie mobili. Serve saper vedere lontano, mettendosi sempre in discussione.

Intermezzo fa riferimento alla parentesi temporale di una perdita. Una mancanza che scardina ogni equilibrio, che fa cercare nuove aperture, nuovi sbocchi in cui sfogare frustrazione e dolore. Un dolore che allontana e che, dopo, ha bisogno di una via diversa per ricongiungere affetti e relazioni. Niente di nuovo, in verità. Solo vita, esperienza, sopravvivenza. Una storia che si affida alla simmetria, alla lungimiranza, alla necessità di mettersi nei panni degli altri per poter ricucire, riassemblare ciò che si rompe.

Sally Rooney accoglie le istanze dei suoi personaggi e riesce sempre a toccarli nel profondo, a farli portatori di una felicità che viene ricercata solo attraverso una presa di coscienza. Rooney è portavoce delle loro solitudini, della separatezza che ognuno di loro prova nei confronti del mondo e del modo con cui improvvisamente si risolvono ad aprirsi e a venirne a capo. In questo l’incontro sessuale è l’apice della loro compenetrazione. E’ il luogo e il tempo in cui le difese cadono e in cui la vulnerabilità di ognuno si sfalda. Una sorta di ring in cui combattere contro le loro rigidità.

Rooney viene spesso etichettata come la voce della sua generazione. Trovo che sia vero. Rooney si fa portavoce delle insicurezze della generazione di mezzo, cresciuta al ritmo vertiginoso del cambiamento, della trasfigurazione dei rapporti personali: non più solo improntati sulla fisicità ma anche e soprattutto sulla connessione dei sensi, sulla percezione delle vibrazioni, sulla molteplicità e sulla complessità dei desideri. La volontà di essere compresi e comprensibili, di essere accolti e accoglienti, mentre tutto cambia e il mondo si trasfigura, muta dall’essere all’essere visto, percepito, fotografato.

Una lettura che ho trovato illuminante, in cui è stato davvero facile rivedermi. Vedermi spezzata i due, e con me tutti gli altri. Scissa tra ciò che voglio e ciò che vogliono gli altri. Dissociata tra desideri e aspettative. Rooney mi ha spinto a scrollare le spalle e seguire la voce potente dell’istinto, che non sbaglia mai. Davvero il modo più giusto di aprire un nuovo anno.


Il romanzo

A parte il fatto di essere fratelli, Peter e Ivan Koubek sembrano avere poco in comune. Peter è un avvocato di Dublino sui trent’anni – affermato, abile e apparentemente irreprensibile. Ma, ora che gli è morto il padre, prende farmaci per dormire e si barcamena con fatica fra due relazioni con donne molto diverse: il primo, imperituro amore, Sylvia, e Naomi, una studentessa universitaria per cui la vita è un’unica lunga barzelletta. Ivan è un campione di scacchi ventiduenne. Si è sempre considerato uno sfigato, un paria, l’antitesi del suo disinvolto fratello maggiore. Ora, nelle prime settimane dopo la perdita del padre, incontra Margaret, una donna piú grande che esce da un passato turbolento, e rapidamente e intensamente le loro vite si intrecciano. Per i due fratelli in lutto, e per le persone da loro amate, si apre un interludio, un periodo di desiderio, disperazione e nuove prospettive – l’opportunità di scoprire quante cose un’unica vita possa contenere senza per questo andare in pezzi.


L’autrice

© Gary Doak / Alamy

Sally Rooney è nata nel 1991 in Irlanda, dove vive. Scrive sulle piú importanti testate letterarie e dirige la rivista «The Stinging Fly». Per Einaudi ha pubblicato Parlarne tra amici (2018 e 2019), vincitore del Sunday Times / PFD Young Writer Award 2017, un successo tradotto in venti lingue e Persone normali (2019 e 2020), selezionato per il Man Booker Prize, e vincitore del Costa Novel Award 2018, da cui sono state tratte le serie tv portate dalla Bbc sugli schermi di tutto il mondo. Sempre per Einaudi, ha pubblicato Dove sei, mondo bello (2022 e 2023) e Intermezzo (2024).


  • Casa Editrice: Einaudi Editore (supercoralli)
  • Pagine: 432
  • Prezzo: E 22,00

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I PIPISTRELLI di Inès Cagnati


Cammino nella notte che ha dentro di sé i treni. I treni sono tutti partiti. Le notti della terra sono percorse dalla follia dei treni neri. Vanno in tutte le direzioni come lunghi bruchi urlanti, condannati a non incontrarsi mai se non vogliono distruggersi. Dovunque i treni fuggono e si sfuggono, le persone si cercano e si sfuggono, i treni gridano. Devo tornare a casa. Cammino lentamente nella notte dei treni. Domani tornerò.


L’amara vita di chi non è più nessuno. Inés Cagnati: racconti di un’infanzia violata.


17 dicembre 2024

Di Inés Cagnati ormai mi pare di conoscere tutto. Il suo linguaggio naif, che giunge dagli afflati di un’infanzia violentata dall’indigenza, materiale ed emotiva. La sua inguaribile mestizia, che pure giunge da un narrato semplice, costruito per mezzo delle eco di una natura perfetta, densa di bellezza, eppure contaminata dal rigore, dalla scarsità, da una forma di ingratitudine e di avarizia che abbrutisce e schiaccia l’uomo che la cura. I suoi retaggi, così dolorosi. La sua storia di immigrazione, di estraneità, di discriminazione. La terra piena di sassi, la dolcezza di una cagna, il corpo lanoso e caldo, la sua testardaggine, l’accettazione della sua condizione subalterna, destinata a calci e digiuni. La madre assente, una figura senza confini, anaffettiva, dura, della quale anelare una carezza, un po’di attenzione. Il padre, se c’è, rabbioso, irascibile, indomabile e incomprensibile. Una nidiata di sorelle, femmine senza utilità, gambe sottili, sottane sporche e capelli come nidi di uccelli. La campagna, ingrata, che incattivisce il padre e chiude la madre tra le sbarre di un silenzio pieno di risentimento, E la povertà, che circonda ogni cosa. Una natura matrigna, un male cosmico, che contamina ogni creatura vivente.

Di Inès Cagnati ci si innamora perdutamente. Un amore che è struggimento, ansia, dolore sordo senza cura. Inès torna sempre all’infanzia come contenitore del dolore più acuto perché incomprensibile. Un dolore che fa a pugni con l’ingenuità e il candore dell’infanzia, duro a morire, anche nelle condizioni più estreme. Le bambine di Inès Cagnati sono abituate al dolore. Lo accettano e cercano inconsciamente di ingannarlo, accontentandosi di niente. Con una strenua resistenza, con quel senso di condanna che nasce dalla necessità di sopravvivere pur dentro a situazioni di tribolazione e angustia.

Leggendo i suoi romanzi esce l’urgenza di consolare, di guarire. E torniamo con il ricordo alle nostre personali amarezze, dalle quali in qualche modo ci siamo emancipati crescendo, con la netta sensazione, tuttavia, che l’esperienza non abbia giovato affatto a queste bambine, divenute, senza dubbio, adulte chiuse dentro silenziose stanze buie, reiette e incomprese.

Quanta mestizia in quelle pagine. E quanta soave tristezza, un balsamo che scorre sopra ferite aperte che tuttavia non sanguinano più. Quella prosa che mutua pensieri e speranze dal linguaggio infantile. L’ingenuità, la purezza che sembra dare una giustificazione a tutto, che sembra perdonare ogni offesa, ogni graffio. Che sa ingannarsi, che sa dimenticare e infischiarsene, se necessario.

In I pipistrelli l’autrice si cimenta nel racconto breve. I suoi sono, ancora, personaggi esclusivamente femminili. Bambine schiacciate da famiglie assenti, da lavori sfiancanti, costrette a confrontarsi con ambienti estranei, che le emarginano e le fanno sentire diverse da tutti gli altri. Compiti che le bambine di Inès assolvono con leggerezza e rassegnazione, cercando nella natura che le circonda quella strenua consolazione che non trovano in famiglia. Donne abbandonate, illuse, pazze o ritenute talI perché povere e sole. Un mondo crudele nel quale tuttavia questi mesti personaggi riescono a trovare sacche di sopportazione e tolleranza, dentro alle quale continuare a vivere cullando assurde speranze di vita.

Un microcosmo, come quelli già narrati in Génie la matta e in Giorno di vacanza, anch’essi pubblicati da Adelphi, uniche opere al momento tradotte in Italia di questa autrice. Un microcosmo che non offre scampo ma che al tempo stesso incanta per il suo candore e la sua innocenza. Di mestizia non si muore, sembra dirci Cagnati. E’ un destino che tocca ai poveri e agli emarginati, con il quale presto si scende a patti.

Un piccolo esercito di invisibili, senza voce. Che si fa schermo con una corazza difficile da penetrare. Una voce, quella di Cagnati, che è puro incanto, che ci apre il cuore con una lama sottile, che ci fa vergognare delle nostre meschinità, che ci solleva dal senso di colpa per non essere stati noi stessi poveri, infelici, straziati dal bisogno e dall’indigenza grazie a quella stilla di compassione che sembra sgorgare per rimettere i nostri debiti e farci guadagnare un perdono.


Il romanzo

«So il nome e le proprietà di tutte le erbe che curano il corpo» dice con fierezza la protagonista tredicenne di uno dei racconti qui riuniti, da cui sembra spirare il profumo mielato dei fiori d’acacia e quello amarulento del latte di fico. La natura è del resto l’unico sapere di chi non ha per orizzonte che indigenza, campi, vigne, stagni, colline, e l’unico riparo dal dolore per le creature difettive che Inès Cagnati sa raffigurare con un ritegno che lascia intravedere abissi di tristezza. La tristezza che scaturisce da madri dal viso tirato e cupo e da padri cui solo la collera riesce a dar voce. E insieme dall’«altro mondo», popolato di insegnanti armate solo di «parole violente» e regole inflessibili; di figli che non sanno nascondere l’insofferenza delle loro origini e di anziani genitori che la sera se ne stanno lì a «guardare il volo vellutato dei pipistrelli nel crepuscolo violaceo»; di comunità che respingono chiunque appaia disturbante e alieno – e dunque pazzo. Come la donna che tutti chiamavano «la pipistrella» perché nel capanno isolato in cui viveva solo quei «sacchetti di polvere nera imprigionata nelle ragnatele» parevano accoglierla e rispecchiarla. Alberi e animali, popolo di tacita e primordiale saggezza, sono la vera patria di queste vulnerabili creature, cui è concesso al più il sogno di andarsene lontano, «fino al deserto dove passano i cammelli con le carovane del sale».


L’autrice

Inès Cagnati (21 febbraio 1937 – 9 ottobre 2007) è stata una scrittrice e pittrice francese. Nata a Parigi, ha trascorso gran parte della sua vita nel sud della Francia. La sua carriera artistica ha abbracciato diverse forme di espressione, includendo la pittura, la scrittura di racconti e romanzi, nonché la traduzione di opere letterarie. Nonostante la sua breve carriera letteraria, Inès Cagnati ha lasciato un’impronta significativa nel panorama letterario francese. I suoi romanzi e racconti sono stati apprezzati per la loro profondità emotiva e per la capacità dell’autrice di evocare paesaggi e atmosfere suggestive. Di InèsCagnati sono apparsi presso Adelphi Génie la matta (2022) e Giorno di vacanza (2023).I pipistrelli è uscito per la prima volta nel 1989.


  • Casa Editrice: Adelphi
  • Traduzione: Lorenza Di Lella, Francesca Scala
  • Pagine: 165
  • Prezzo: E 18,00

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MACELLAIO di Joyce Carol Oates



Nelle scuole di medicina ci insegnavano, e l’esperienza lo confermava ampiamente, che le femmine sono più inclini dei maschi alla follia, giacché la sede dell’isteria è l’utero. Le donne sono più portate a piangere, a qualsiasi età; come notò Aristotele, le lacrime delle donne sono “di consistenza più morbida e meno sostanziosa” delle lacrime degli uomini. Le emozioni nella donna emergono da specifici organi femminili, mentre le emozioni nel maschio sgorgano dal cervello. Poiché si riteneva fermamente che il comportamento immorale e criminale fosse conseguenza della degenerazione d’alcune razze e discendenze famigliari, la sterilizzazione delle donne che ne erano afflitte, per obbligo statale, avrebbe rappresentato una parte indispensabile della carriera chirurgica di alcuni medici, cui era affidata la responsabilità della salute pubblica.


Quando la follia non è che il pretesto per imbracciare un bisturi. L’epopea sanguinosa delle serve a contratto nell’America negli anni che precedettero la Guerra di Secessione.


8 dicembre 2024

Sulla versatilità di Joyce Carol Oates non si discute. In 60 anni di scrittura, questa autrice illuminata e inesauribile ha, credo, abbracciato ogni genere, ogni argomento, ogni tema possibile, con la sua penna fluida e profondissima.

In questo romanzo, che La nave di Teseo pubblica con una copertina minimalista e inquietante, (tanto da evocare nell’immaginario del lettore una discesa dell’autrice nel genere horror, l’unico, forse, mai calcato dall’autrice) Oates descrive l’epopea di un medico vissuto in New Jersey nel XIX secolo. Un personaggio volutamente grottesco e improbabile, debole rappresentante di quella schiera di precursori della medicina che si affidarono al metodo sperimentale e alla pratica della dissezione dei cadaveri per progredire nella chirurgia. Ultimo di una schiera di figli, inviso al padre poiché non brillante negli studi, cresciuto all’ombra di un terribile senso di inferiorità nei confronti dei fratelli e di chiunque altro, in verità. Poco più di un ciarlatano, con una laurea in medicina presa studiando frettolosamente sui libri, senza fare pratica. Goffo, insignificante, con una sindrome dell’impostore che lo minava nel profondo e una paura atavica del corpo femminile, ciò che paradossalmente invece diverrà il suo campo di sperimentazione e di cura. Insicuro, quasi balbettante, con un vero terrore del sangue, paura viscerale che vincerà solo attraverso l’abitudine, dopo aver dato foggio di una viltà paralizzante, seconda solo alla sua vanagloria.

Oates non fa sconti nel disegnare la personalità aberrante del giovane Silas Aloysius Weir, dottore in medicina. Un medico di campagna con la anacronistica volontà di consacrare il proprio nome tra i grandi della medicina. Per riabilitarsi agli occhi del padre, desiderio che condizionerà tutta la sua carriera.

A parlare di lui è il figlio primogenito, Jonathan, venuto in possesso, dopo la morte del padre, del suo diario, i cui estratti occupano la maggior parte del romanzo. Un interlocutore interessato e coinvolto che, in ogni pagina del romanzo, palesa la sua indecisa opinione sul padre, in perenne oscillazione tra lo sdegno e l’indulgenza. Un tentennamento che possiamo comprendere, visto che Silas verrà, dopo la sua morte, ingiustamente osannato come grande pioniere della medicina, in quello che altro non sarà che una deliberata volontà di riabilitarlo, mettendo a tacere le orribili dicerie sul suo conto.

Dicerie che emergono dal sottosuolo, dalla maldicenza, ma che indiscutibilmente si sovrappongono a molte verità scomode: Silas Weir, durante la sua carriera, approfittò dello stato di indigenza e di sottomissione fisica e psicologia delle serve a contratto nel suo ospedale. Creature invisibili, insignificanti, del tutto sovrapponibili a cavie umane. Persone “nulle”, come le chiama lo stesso Weir, che possono morire tra atroci sofferenze, nella sopraffazione più abbietta, in nome del progresso medico.

Oates è magistrale nel disegnare la situazione di queste donne. Sono una schiera silente e invisibile, in massima parte immigrate irlandesi. che soggiacciono ai peggiori pregiudizi. Si ritengono lascive, sporche, approfittatrici, pazze. Esseri che non sanno sottrarsi alle attenzioni malevole dei loro padroni e che rimangono incinte ancora bambine. Colpevoli di non saper evitare che un uomo le tocchi e fornichi con loro. Isteriche, folli, malvagie, portatrici di malattie e affette dalla fistula, la lacerazione della vescica che spesso occorre nei parti e che trasforma le donne in esseri impuri, purulenti e incontinenti.

La fistula, in verità, sarà la croce e la delizia di Weir, che si lancerà nello studio della sua riparazione. Brigit, una giovanissima serva albina e muta, ne è affetta. E Weir subisce, fin da subito, il fascino di questa giovane, che prenderà sotto la sua ala protettiva, facendone la sua aiutante. Una fascinazione che segnerà anche la sua rovinosa caduta.

L’epopea di Weir tra le mura dell’Istituto per le donne malate di mente è degna di un pulp. La cure di Weir per la follia femminile sono raccapriccianti e intrise di misoginia e di pregiudizio. Questi temi sono trattati con così tanti particolari che la narrazione scivola impercettibilmente nel grottesco. Il ridicolo si avviluppa alla figura e alle convinzioni mediche di Weir, trasformandolo in un personaggio assurdo, talmente meschino e gretto da essere risibile e paradossale. La sua bizzarria, la sua stupidità e ignoranza è tale che perfino le serve che ha preso come aiutanti ne sanno più di lui, semplicemente facendo uso del buon senso, dote che Weir non pare possedere, accecato com’è dal desiderio della sua consacrazione. A questo si aggiunga che la narrazione in prima persona amplifica le eco delle sue azioni, rendendole ancor più bislacche.

Quello che è a tutti gli effetti un romanzo-documento sulla Storia della medicina, finisce per diventare uno specchio impietoso della società del tempo, in cui si pratica ancora la schiavitù e non si fa mistero di considerare i poveri, i diversi, gli stranieri, esseri inferiori. Persone da disprezzare. Un schiera di subumani da sfruttare in ogni modo possibile, ignorando la loro stessa natura di essere pensanti, capaci di provare emozioni e dolore.

Oates è regina nel tratteggiare la figura di Weir rendendolo l’immagine vanagloriosa e meschina della classe media del tempo, dotata di quella miopia e di quella vanità insana che tutti vedono ma nessuno vuole additare. Weir incarna l’uomo medio di tutti i tempi, che utilizza ogni tipo di condiscendenza per giustificare il suo operato. Azioni che sembrano mosse da un bene superiore ma in realtà sono solo frutto di un insano egoismo. L’equilibrio delicatissimo e incerto tra giusto e grottesco, tra serio e faceto, tra finzione e verità, il risibile dentro allo scopo nobile, nascosto tra le sue pieghe più remote, è il vero capolavoro di questo romanzo, che restituisce al lettore una pagina di storia macabra e indegna senza il balsamo dell’indulgenza.

Il tutto senza saper evitare un certo grado di coinvolgimento emotivo e una vena di romanticismo, seppure soffusa e impercettibile. Quell’amore, che chiamiamo ossessione o vertigine, non può mai uscire di scena. L’autrice, sensibilissima interprete delle pulsioni umane, lo lascia fluire, senza governarlo. E l’amore esce, scorre, rende tutto più plausibile, più vero e più tragico. Anche nel dolore più atroce, anche nello scempio di sangue innocente. Questo è il capolavoro che costruisce Joyce Carol Oates e che permea molto dei suoi romanzi, come una magia. Ed è proprio per questo che Joyce Carol Oates è unica e inimitabile.


Il romanzo

Nel 1836, dopo essere stato accusato di un terribile esperimento dalle tragiche conseguenze, il dottor Silas Aloysius Weir è costretto a cercare lavoro presso l’Istituto del New Jersey per donne malate di mente. Nel giro di poco tempo il dottor Weir trasforma l’Istituto nel suo regno e vi agisce indisturbato. Qui, infatti, gli è permesso proseguire a sperimentare le sue macabre pratiche, senza alcun controllo. Per decenni ha la possibilità di usare donne povere e in difficoltà, trascurate dallo Stato e dalla sanità, come cavie umane, sottoponendole a esperimenti e privazioni grotteschi. Nonostante questo viene celebrato come un pioniere della medicina chirurgica, addirittura come il “padre della Gino-Psichiatria”. L’ambizione e la follia di Weir sono alimentate anche dalla sua ossessione per una giovane serva irlandese, Brigit Kinealy, che diventa non solo il suo principale soggetto sperimentale, ma anche l’unica in grado di contrastare il suo dominio di follia e terrore. Narrato dal figlio maggiore del dottor Weir, che ha ripudiato la brutale eredità del padre, “Macellaio” è una miscela unica di finzione e realtà che racconta la vicenda del suo protagonista mentre passa dall’anonimato professionale alla fama nazionale, fino alla sua caduta.

Joyce Carol Oates trascina il lettore in un viaggio da incubo attraverso le regioni più oscure della psiche umana riuscendo però ad affascinarlo con un romanticismo inaspettato, confermandosi, ancora una volta, una delle voci più importanti della letteratura contemporanea internazionale.


L’autrice

Joyce Carol Oates ha ricevuto numerosi importanti riconoscimenti, tra i quali ricordiamo: la National Medal of Humanities, il National Book Critics Circle Ivan Sandrof Lifetime Achievement Award, il National Book Award e il PEN/Malamud Award for Excellence in Short Fiction. Autrice enormemente prolifica, ha scritto alcune delle opere più significative del nostro tempo. Per La nave di Teseo ha pubblicato Ho fatto la spia (2020), Pericoli di un viaggio nel tempo (2021), La notte, il sonno, la morte, e le stelle (2021), L’altra te (2022) e le nuove edizioni di Una brava ragazza (2020), La figlia dello straniero (2020), Blonde (2021) e Sorella, mio unico amore (2022). Ha insegnato alla Princeton University ed è membro dell’American Academy of Arts and Letters dal 1978.


  • Casa Editrice: L Nave di Teseo
  • Traduzione: Chiara Spaziani
  • Pagine: 479
  • Prezzo: E 24,00

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ABBONDANZA di Jakob Guanzon



Ripensa a dicembre, a quando avevano lasciato la loro casa e si erano messi in viaggio per sempre, e adesso è tutto chiaro, di nuovo e proprio lì, davanti ai suoi occhi. Lui ha un solo compito, costi quel che costi: fare quello che deve. Qualunque cosa, costi quel che costi, per tenere il figlio al sicuro, per renderlo felice, per farlo stare bene. E che fortuna, Henry. La medicina che serve al ragazzo è proprio dentro quel supermercato, e quindi è lì che deve andare, e gli sembra una cosa maledettamente bella sapere almeno questo.


26 novembre 2024

L’america degli esclusi, l’america delle meraviglie.


Che sia amaro, questo romanzo, non si può negare. Un veleno, che contamina ogni cellula, che spazza via ogni spiraglio di luce. Un racconto che segna il destino degli emarginati, che lo rende ineluttabile, come un cancro che diventa inevitabilmente metastasi e corrompe ogni organo vitale. La luce che non c’è, la buona sorte che prende un’altra strada e si volta noncurante dall’altra parte. L’occasione, che si affaccia e cerca solo un modo di fartela pagare. E l’amore, che sembra esistere solo per porgerti un conto da pagare, sempre troppo salato. Non meritarsi neanche un grammo di fortuna, un’attenuante, una seconda occasione. Un treno che passa e tu sei in ritardo, corri e inciampi, corri e torni indietro. Senza scarpe, senza soldi, senza opzioni. Perdi il treno, resti sul binario, freddo, spazzato dal vento, a stomaco vuoto. Solo con il disprezzo di chi ti scruta dal finestrino, e ti schernisce, e ti offende con la sua sicumera, la sua fortuna sempre al fianco, come un’assicurazione sulla vita.

Queste le sensazioni che offuscano le pagine di questo romanzo. Leggerlo è vertigine e impotenza. Un romanzo sui vinti di oggi, nell’epoca dell’opulenza e dell’abbondanza, che non a caso è il titolo che l’autore, al suo esordio, sceglie per la sua opera. Un titolo volutamente anacronistico, a significare che l’abbondanza, mai come oggi, è davvero una parola multistrato. Lo stesso protagonista, Henry, sembra volercelo indicare, mentre percorre le strade di un America spietata del nostro tempo a bordo di un pick-up di seconda mano e rincorre un sogno semplice: un lavoro, una casa e un po’ di felicità per il figlioletto Junior, che conosce solo il disagio di un’infanzia complicata e solitaria.

I soldi scarseggiano. A volte pochi spicci, a volte una piccola fortuna frutto di lavoretti sporadici e malpagati, a volte, una sola volta a dire il vero, una cascata di dollari, che Henry pagherà caro, con il suo primo vero tradimento. I soldi scandiscono le giornate di Henry e di Junior. Decidono cosa si può o non si può fare. Una cena al McDonald’s oppure del cibo in scatola. Benzina per spostarsi, una tappa in un bagno pubblico a togliersi un po’ di sporcizia di dosso, per far finta di trattenere un po’di dignità. La fame, che stringe il corpo in una morsa. L’apatia del piccolo Junior, i suoi ricordi contaminati, il sorriso che non spunta più su un visetto sempre più smunto e opaco.

Henry ha un passato con cui fare pace. Che spunta tra un capitolo e l’altro. Un’infanzia e una adolescenza segnata dalla malattia della madre e dalle paturnie di un padre irrisolto e frustrato.

L’amore lo coglie giovane e impreparato. Lei è ancora più segnata di lui, fiaccata da una dipendenza emotiva schiacciante. L’amore è un lusso che non sanno permettersi. E’ quella vertigine che sdoppia la vista e offusca la visione. E l’errore è dietro l’angolo, a far loro gli occhi dolci. A confonderli, traviarli, proprio mentre dona loro una nuova vita da accudire e crescere.

Con una padronanza e una sensibilità incredibile, Guanzon conduce le redini di una storia che dilania, che fa sognare e soffrire, che fa fremere e che spezza il cuore. Il senso di impotenza pervade ogni pagina, per ciò che vorresti accadesse ma che non accade, Per ciò che vorresti dire e fare, ma che non puoi esprimere, né pensare. E presto, troppo presto, sai perfettamente che non potrai fare niente per Henry se non guardarlo mentre lotta, e fallisce, e si inganna e perde, e si sente impotente, incompreso, bistrattato da quel mondo fuori che non è per lui, che gli rema contro, che lo mette alla prova e lo osserva capitolare malamente, senza sconti.

Guanzon costruisce con commuovente lucidità una ballata degli esclusi, restituendo un quadro dell’America dei derelitti, degli emarginati, di chi si muove dietro le quinte di un palcoscenico opulento, sgargiante e chiassoso, fatto per nascondere ciò che fa più male. Il fallimento di una società che non è sociale, né solidale. Che chiude gli occhi davanti al marciume e che scalza con il piede gli strati decomposti di un mondo sommerso scomodo e oltraggioso.

Una scrittura limpida e coinvolgente che ribalta i valori per i quali vale la pena lottare riducendoli all’essenziale, donando al lettore una vera lezione di vita. L’opportunità di provare a mettersi nei panni degli altri e di cogliere come una mancanza, un vuoto, possano diventare una voragine dalla quale è impossibile fuggire.

Il messaggio di Guarzon è comunque un messaggio di speranza. La fiducia che l’autore riversa nell’amore è tanta e solidissima. Diventa il motore che muove verso la lotta, verso la sopravvivenza. Gli ostacoli sono un trampolino per riscattarsi. La fine di una cosa è solo l’inizio di qualcos’altro, ecco la morale. E una bugia può servire a filtrare una realtà agghiacciante. A stratificare un momento, ad aprire una visione e a serbare un ricordo intatto, da utilizzare nei momenti peggiori della vita.

Non una sola lettura, in fondo, ma più di una ad appannaggio del lettore. Come la vita stessa, del resto, che può essere bella o brutta, alternativamente, ma anche nello stesso momento. Bella o brutta, da una angolazione o da un’altra. E’ questione di visuale, di sentimento, di sensazione. Di fede, di scopi, di priorità.


Il romanzo

Sfrattati dalla loro casa-roulotte la notte di Capodanno, Henry e il figlio Junior sono costretti a vivere in un pick-up, lavandosi nei bagni pubblici e mettendo da parte le bustine di ketchup come riserva di zucchero per i momenti peggiori.

Sei mesi dopo, mentre le tasche di Henry sono quasi vuote, un barlume di speranza compare all’orizzonte: nonostante i precedenti per droga che gli hanno sempre impedito di trovare un lavoro, Henry ottiene un colloquio per l’indomani. Un’altra buona ragione per festeggiare oltre a quella principale: il compleanno di Junior.

Le esigue finanze rimaste permettono una cena da McDonald’s e una notte in un motel, finalmente in un letto vero e proprio. Mentre Junior guarda la tv e Henry si esercita ad apparire un impiegato affidabile, sembra che per i due le cose volgano al meglio, ma una lite violentissima che Henry ha nel parcheggio del motel e un malore improvviso di Junior li restituiscono alla notte e alla loro battaglia quotidiana contro un destino e un paese ingiusto.

Attraverso una struttura narrativa brillante, che scandisce le giornate di Henry e Junior sulla base del denaro che hanno a disposizione, una delle giovani voci più talentuose della letteratura americana contemporanea firma un romanzo struggente, in cui grandi magazzini e fast-food fanno da sfondo a un’esistenza vissuta a perdifiato, tra tentazioni, cadute, sogni e delusioni.

Un racconto senza sconti dell’America degli esclusi, dove crepe di grazia possono aprirsi anche nella disperazione, e tutto quello che conta è restituire a un bambino di otto anni il sorriso.


L’autore

Jakob Guanzon è cresciuto in Minnesota e oggi vive a New York. Ha conseguito il dottorato in Lettere alla Columbia University e ha lavorato a Madrid come docente, editore e traduttore. Abbondanza, finalista al National Book Award, è il suo primo romanzo.


  • Casa Editrice: Marsilio
  • Traduzione: Gaja Cenciarelli
  • Pagine: 368
  • Prezzo: E 19

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