PICCOLI MIRACOLI SOTTO LA PIOGGIA di Piero Meli


“Ci siamo persi e non lo sappiamo ancora”. Me lo ripeto un’ultima volta. Ma stavolta, la frase non fa male. Forse il vero passo avanti è accettare che si può cadere. Capire che ci si può rialzare anche senza sapere dove si sta andando. La città è grande. Io sono ancora giovane. Abbastanza per perdermi di nuovo. Abbastanza per ritrovarmi. Apro il telefono e cancello quella play list. Non voglio più affidare i ricordi a delle canzoni. Forse è nel silenzio che si impara a restare.


10 settembre 2025.

L’attimo che cambia tutto, rammentandoci che vivere vale sempre la pena.

Non sempre ci rendiamo conto di quanta vita ci sfiori ogni attimo. Siamo, di base, troppo concentrati su noi stessi per renderci conto che mentre noi viviamo anche gli altri lo fanno, con i loro modi, mossi dai loro desideri, dal loro vissuto, da un presente che spesso non è ciò che avrebbero voluto.  

Gli altri, un esercito silente che ci scorre accanto e che a volte non vediamo neanche. Ma che qualcosa sopra noi (fatalità, destino, caso, Dio?), decide di mettere sulla nostra strada. E a volte accade il miracolo e due sguardi si incrociano. E da lì nasce qualcosa. La quiete di rompe, l’equilibrio si sposta. Niente è più come prima.

Piero Meli racconta la fugacità di quell’attimo. Riuscendo a cogliere la meraviglia e l’unicità di ogni esistenza. Il fragore silenzioso di uno strappo, di un ricordo che si affaccia per dirci che c’è ancora qualcosa da dire, da fare, da salvare. 

Una narrazione che indugia in quell’angusto e fugace spazio tra la realtà e l’immaginario, tra la vita e la morte. Un attimo che cambia tutto. Che interrompe, scuote, esplode, schianta, finisce. Mentre qualcosa si stacca, levita, nasce. L’attimo inevitabile, eterno, primordiale. Che scandisce e riscrive la vita per chi resta. Il malcapitato che passa per caso, che il caso conduce proprio lì, dove i destini si compiono e le scelte reclamano di essere fatte, implodendo su se stesse, impattando definitivamente, determinando, risolvendo una vita intera.

Una costruzione che racchiude un senso del tempo governato dalla fatalità, spaventosa ma onnisciente, che fa di tutta l’erba un fascio, che indica una volta per tutti che ognuno ha i propri demoni da combattere e che talvolta li vince proprio grazie ad un incontro fortuito, che cambia la prospettiva. Un inno alla saggezza di questa nostra vita, che mentre ci tende l’imboscata ha pronta già la mano che ci risolleverà, dandoci nuovamente fiducia nel futuro.

Così, mentre una donna vestita di rosso appare davanti ai protagonisti di queste storie, avviene il cambiamento che risolve, illumina, ridà il gusto di vivere. Una figura eterea, che forse simboleggia proprio la fugacità della vita. Sfrontata, incurante della pioggia che cade, sicura di sé e irresistibile. Né donna, né angelo, sospesa essa stessa due mondi, quello dei vivi e quello dei morti. Lo sguardo che arriva in profondità, pieno di sapienza e di grazia. Con lei, volti, oggetti, immagini: una ragazza in una lavanderia, una vecchia con un pennello tra le dita, un uomo con una macchina fotografica. Un libro, un bottone, una rosa d’argento.

Il senso di questo libro è proprio quello di registrare i miracoli della contestualità. Di ciò che succede agli altri nell’attimo esatto in cui a noi accade qualcosa. Di come tutto sia legato, concatenato, cause ed effetti che impattano sugli altri senza che noi ce ne rendiamo conto.

Piero Meli sembra suggerire di prestare attenzione. Di soffermarci senza correre. Di uscire dal nostro guscio, gettare lo sguardo più in là. Di prendere la vita com’è, di avere fiducia nella meccanica del mondo, che possiede una saggezza a noi spesso preclusa e incomprensibile.

Tanta è la potenza emotiva racchiusa nelle pagine, un ritmo dolce e malinconico che accompagna tutta la narrazione. Meli ha una scrittura morbida, accogliente, un balsamo che accarezza. I suoi personaggi sono fragili, incoerenti, e forse è proprio per questo che ci entrano così facilmente sotto pelle.

Questo romanzo è uno scrigno da aprire nei giorni di pioggia, dal quale, ne sono certa, potrà uscire un vapore dolce, che lubrifica gli ingranaggi arrugginiti e riallinea i pianeti. E se una piccola, temporanea tregua arriverà, Meli potrà riscuoterne il merito. Un buon libro può tantissimo, è, appunto, medicina e stimolo fortissimo a dire, fare, salvare. 


Il romanzo

Milano, un giorno qualunque, sotto una pioggia incessante. L’acqua scivola sui marciapiedi, specchia le luci sfocate dei lampioni, dissolve i confini tra sogno e realtà. Tra taxi fermi nel traffico, passi affrettati e ombrelli neri, un dettaglio che spezza la monotonia: una donna avvolta in un cappotto rosso. A volte la vita si gioca in un istante. Ti fermi, esiti, e in quell’istante decidi tutto. Oppure lasci che il tempo scivoli via, come pioggia sui vetri, come un treno che passa senza fermarsi. Piccoli miracoli sotto la pioggia è un romanzo corale di racconti intrecciati, di scelte fatte e mancate, di sogni che resistono e altri che svaniscono come il fumo di una sigaretta nella notte.


L’autore

Piero Meli (Bari, 1980) è appassionato di scrittura, fotografia e vino. Scrive per la rivista letteraria Correlazioni Universali, dove cura la rubrica Wine & Book. Ha pubblicato con Secop Edizioni la raccolta di racconti AmoreAmaro: racconti tratti da storie (quasi) vere (2022); con Giulio Perrone Editore ha firmato In Puglia. Da Alda Merini a Mario Desiati (2024), un’opera che esplora il territorio pugliese al di là degli stereotipi da cartolina, raccontando una regione autentica, fatta di dettagli nascosti e atmosfere suggestive.


  • Casa Editrice: Giulio Perrone Editore
  • Pagine: 156
  • Prezzo: E 17,00

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UMAMI di Laia Jufresa



A volte mi sveglio nel bel mezzo della notte e penso a quante volte ho dato per scontato il nome Noelia Vargas Vargas. Mi si ammassa un’energia nera nelle gambe, potrei prendere a calci qualcosa. Ma il massimo che prendo a calci è la coperta, più come un bambino capriccioso che come un uomo incazzato. Avrei dovuto usare di più il suo nome, avrei dovuto pronunciarlo invano. Ho buttato migliaia, milioni di opportunità di assaporarlo. Quando parlavo di lei, dicevo: «mia moglie». Quando la chiamavo, dicevo: «amore». Quando le mandavo un messaggio sul cellulare, non la salutavo nemmeno. Scrivevo semplicemente, come se fossimo immortali: Torni per pranzo?


I nutrimenti per vivere e sopravvivere al rimpianto: istruzioni per l’uso, con uso di tenerezza.


3 settembre 2025

C’è molto di insolito e sorprendente in questo romanzo di Laia Jufresa. Ci sono le eco della tradizione messicana. C’è la sapienza e la saggezza di un popolo. C’è un sistema geniale di sussistenza che consola anima e corpo. Lo scibile insolito di un accademico, che si crogiola nel labirinto del lutto e del rimpianto. La morte, giustappunto, che impera e punisce. Un modulo abitativo sui generis che sembra influenzare gli umori dei suoi abitanti, insolita giostra che compie la sua rotazione intorno ad una torre campanaria, dalle cui propaggini si affacciano le esistenze dei personaggi che affollano il romanzo.

E dietro il comprensorio di Villa Campanario c’è la milpa, leggendario sistema agricolo sulle cui fondamenta si è basata l’alimentazione dei popoli mesoamericani. La milpa appare come un miraggio nella mente di Ana, una bambina che vive ai margini del suo perimetro familiare dopo che la sorellina Luz, di soli 5 anni, è annegata, inghiottita dalle acque apparentemente innocue di un laghetto. La milpa è l’uovo di Colombo, il ritorno alle origini, la scoperta di una panacea che per qualche insondabile motivo è capace di ripristinare lo status quo, come un balsamo miracoloso che guarisce ogni male.

Gli abitanti di Villa Campanario vivono in una bolla di rimpianto perenne. Il loro vivere è un lavorio intestino attraverso il quale ripensare al passato e riscriverlo. Allo scopo di trovare una punizione di pari dimensione dell’errore che l’ha generata. Sono vittime della superficialità, che ha impedito loro di assaporare il presente, di cogliere le sue potenzialità, le sue eco di felicità e di pienezza. Si ripensa al vissuto, a Villa Campanario e si cerca la felicità dentro le mura delle sue case, che portano il nome dei cinque gusti fondamentali. L’idea dell’uomo di guarire grazie agli influssi imperscrutabili di oggetti e riverberi non è nuova a Villa Campanario. Ed è Ana a sponsorizzarla e a renderla concreta attraverso la realizzazione della sua milpa urbana, che è un po’ un ritorno alle origini e un po’ una medicina che promette miracoli. L’indicazione è che nel passato l’uomo sappia ritrovare se stesso. Nella semplicità, nella sussistenza. In quell’angolo di vita che rifugge sofismi e costruzioni mentali. Nella completezza della vita domestica, nella condivisione delle esperienze e dei pensieri. Nell’apertura verso l’altro, nella rinuncia al pregiudizio. Nella resa totale del desiderio, dell’ambizione. Nella fantasia che inventa nomi nuovi per i colori e nell’amarezza di un abbandono, di una lettera mai letta, di una rottura che non trova spiegazione.

In Umami il lettore si trova a dover decidere se sia più importante il dolore o la consolazione. Il ricordo o il presente. Se è lecito accettare il destino o cercare di governarlo. Se è più importante essere o desiderare. Ricordare o dimenticare. Il narrato di Jufresa è un’altalena di sensazioni, governate da una scrittura lucida, essenziale e tenerissima, pregna di compassione e di solidarietà. Una prosa accogliente, che non giudica. Che sa scendere nei recessi più intimi, che non si censura neanche quando mette a nudo debolezze e segreti inconfessabili. Contenente un accenno di sorriso, un tocco di ironia, che la rende unica e colma di empatia verso l’essere umano, che per Jufresa non è mai patetico ma sempre meritevole di perdono.

Le storie di Umami sono a lieto fine, perché in essere sono visibili i riverberi di un destino materno. Sono piccoli scrigni di quotidianità, dove ogni evento è maturo e ogni personaggio consapevole delle sue fragilità, che cerca di governare a suo vantaggio.

I temi del romanzo sono universali: la perdita e la memoria che si cura con il ricordo anziché con la ricerca ossessiva di una risposta. La speranza, la crescita, che si coltivano con piccoli rituali e con atti di resistenza. La visione multipla, mai unidirezionale o assoluta, che consente di ottenere un quadro unitario e solidale di voci e di esperienze. E infine il quinto gusto, l’umami, come metafora della malinconia: il sapore del ricordo di chi non c’è più.

Umami è un romanzo che sfugge alle etichette, proprio come il gusto da cui prende il nome. Umani è il sapore sottile della malinconia, la nota nascosta che dona profondità all’esistenza. Un’opera tenera e lucida capace di raccontare l’assenza con grazia e di far scoprire che anche nella perdita può germogliare qualcosa di vivo. Un romanzo corale, intimo e malinconico, ma anche pieno di tenerezza e di resistenza silenziosa. Un libro che non ha fretta e che ti resta addosso molto più a lungo di quanto credi.

C’è qualcosa di profondamente umano in questo libro, che non si può spiegare ma solo sentire. Proprio come l’umami.


Il romanzo

Nel romanzo d’esordio di Laia Jufresa si incrociano i destini di una ragazzina che sogna di coltivare mais in cortile, un antropologo vedovo, una giovane pittrice che inventa colori, due musicisti, una mamma hippy e un papà contabile.

Nel corso dell’afosa estate di Città del Messico, mentre Ana è intenta ad allestire il suo orticello, scopriamo le storie dei suoi vicini, tra segreti e non detti che solo poco a poco ci permettono di completare il puzzle della narrazione. Chi era davvero mia moglie? Perché mamma se n’è andata? Com’è possibile che una bambina che sapeva nuotare sia affogata? Queste e molte altre sono le domande alle quali i deliziosi personaggi del romanzo tentano di dare risposta tornando, ognuno a modo suo, a interrogare un passato che è ancora più presente che mai.

Con una scrittura delicata e mai banale, Laia Jufresa racconta una storia di innocenza e perdita, ma anche di crescita e ritorno alla vita, che nella stessa pagina riesce a farci ridere, commuovere, e sorridere ancora.


L’autrice

Laia Jufresa (1983) è una scrittrice messicana. I suoi racconti sono stati pubblicati in varie antologie e riviste come Letras LibresPen AtlasWords Without Borders e McSwee­ney’s. Nel 2015 è stata selezionata tra i migliori venti scrittori messicani sotto i quarant’anni nell’ambito del progetto México20. È autrice della raccolta di racconti El esquinista (2014). Umami (2015) è il suo primo romanzo.


  • Casa Editrice: Sur Edizioni
  • Traduzione: Giulia Zavagna
  • Pagine: 254
  • Data uscita: 16 aprile 2025
  • Prezzo: E 19

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INVENTARIO DI QUEL CHE RESTA DOPO CHE LA FORESTA BRUCIA di Michele Ruol



Senza accorgersi, aveva lasciato ovunque un’impronta nerastra, una striscia, un segno. Ecco come funziona il dolore, aveva pensato. Macchia quello che sfiori; rimane anche quando non ci sei. Ora ne vedeva le tracce.


26 agosto 2025

Quel limbo filaccioso in cui si esiste senza essere.

Gli oggetti sono tracce, indizi di una vita. Parlano di noi e per noi la lingua del rimpianto e quella del ricordo. Sono sprazzi di luce dentro al tunnel buio della morte. Spicchi di vita che irrompono come albe improvvise a rappresentare ciò che in vita ci ha tenuto insieme, evitandoci di andare in pezzi, di implodere. Gli oggetti ci tengono a terra, ricordandoci la nostra materia, che è fisica, spesso pesante da portare appresso. Gli oggetti sono specchi, che dicono di noi anche l’indicibile. Materia che non sa tacere. Mezzi inaspettati con i quali Ruol costruisce una trama a mosaico, apparentemente disarmonica, ma che nel suo insieme disegna i gesti e le attitudini di una vita intera.

Sono gli oggetti sopravvissuti alla catastrofe. Oggetti rimasti in solitudine, abbandonati. Insoliti indicatori di un’interruzione, un blacK-out che li ha lasciati a metà, tra la vita e la morte, in quel limbo filaccioso in cui si esiste senza essere. come istantanee sbiadite. Ogni oggetto parla di loro. Padre, Madre. Si incontrano e dal loro incontro nascono Maggiore e Minore. Una famiglia, che come una serpe striscia, celando nell’abitudine le sue devianze, esacerbando sotto la sua falsa luce gli atteggiamenti e gli errori, le attitudini e le consuetudini che a volte sono gioia pura e a volte perdizione, disaccordo, incomprensione.

Poi un giorno tutto si rompe. Maggiore e Minore muoiono in un incidente stradale, mentre un incendio mangia il bosco e le colline, riducendole in un cono fumante di materia nera. La vita si interrompe, tutto si cristallizza in un movimento rigido, oscuro. Il dolore è un macigno che schiaccia tutto. Tutto cambia forma e odore. Tranne gli oggetti, che restano muti e insensibili. Guardano Padre e Madre con indifferenza perché per un oggetto conta solo esistere. Non come o quando. Un dolore annientante e incomprensibile al quale Padre e Madre si asservono. Ma la vita è fatta anche e soprattutto da piccole cose che accadono, da gesti apparentemente insignificanti, granelli di sabbia che messi uno innanzi all’altro fanno un’esistenza. Ed è qui che Ruol compie il suo miracolo, rendendo ordinarie quelle vite devastate. Un’antologia della distruzione, che impatta su persone e cose. Persone e cose che resistono alla rovina. Le prime per l’inerzia di esistere, che non da scampo, che non sottrae. Che aggiunge e moltiplica, impilando dolore su dolore e impedendo a chiunque di ricominciare da zero. Le seconde per l’ottusa resistenza opposta al degrado, al deterioramento. Polvere e cenere che sono i ciechi protettori del logorio fisico. Che preservano tutte le eco, tutti i riverberi di una vita che era ordinaria, se non felice.

Gli oggetti che restano scorrono davanti agli occhi di un fantomatico osservatore, che giunge dentro ad una casa ormai disabitata, ammantata di polvere e di eco. E l’inventario di queste cose è il pretesto per raccontare delle persone che vi hanno vissuto. Si procede per immagini, senza un filo logico, né temporale. Si avanza per suggestioni, per ricordi, dentro alla vaghezza di un passato che assume forme fluide, morbide, colme di compassione e di rimpianto.

La scrittura è indulgente, gentile, vischiosa. Ricolma di un potente rispetto per la vita che si è riversata tra quelle parete umide e corrose. Desiderosa di abbellire anche solo per un attimo un’esistenza che è stata ordinaria, noiosa, inutile. Meschina, a tratti, come lo è la vita di chi si è amato e continua ad amarsi, ma desidera al tempo stesso cercare altri orizzonti in cui perdersi, perché in fondo questo è il desiderio di tutti. Perché della felicità ci si può stancare. La felicità la si deve meritare. Il dolore no. Il dolore è pluriforme, mai scontato, sorprendente. Pieno di nicchie nascoste dalle quali trarre nuovi motivi per punirsi, autoinfliggendosi l’espiazione che ci renderà degni di attenzione.

Ruol sembra conoscere la potenza del dolore, il suo trasformismo. E conosce il potere di un singolo oggetto abbandonato in un angolo, Che ammaestra il senso di colpa, titillando il nostro bisogno di empatizzare, di soffrire per qualcosa che è toccato ad altri, che ci dilania ma che non potrà accadere mai.

Il risultato è una lettura che asseconda i nostri bisogni scomodi e che per questo ci conquista immediatamente. Gli oggetti sopravvissuti al fuoco sono lì a rammentarci la nostra fugacità, il sadismo del destino che ci toccherà, spesso tanto crudele da sapere esattamente dove andare a colpire per fare più male. E il dolore è perfetto, un rigagnolo che diventa fiume e che trascina via ogni costrutto, ogni aspettativa, ogni logica. Resta la vita, inevitabilmente. Quella cosa che accade e che scorre, nonostante tutto. Quella che ci guida, anche negli atteggiamenti più inattesi. Quella che ci coglie impreparati e che scuote nel profondo per farci ritrovare la via.

Il romanzo

Nella storia di Madre e di Padre ci sono degli avvenimenti che determinano un prima e un dopo. La nascita di Maggiore e poi quella di Minore, ad esempio, o l’incidente che li coinvolge, ma anche episodi apparentemente marginali dirottano le loro esistenze, come le nostre: delle mani che si sfiorano per caso e poi si trattengono appena più del dovuto, o l’apertura casuale di una chat altrui. In questo esordio luminoso e contundente, Michele Ruol ci conduce nell’intimità dei suoi personaggi attraverso le impronte lasciate sugli oggetti della casa in cui abitavano, riuscendo a farci continuamente ricredere sull’idea che ci siamo fatti su ciascuno di loro – e forse anche su quella che abbiamo di noi stessi.

L’autore

Michele Ruol, di professione medico anestesista, scrive per il teatro e ha pubblicato racconti sulle riviste letterarie «Inutile» ed «Effe – Periodico di Altre Narratività», oltre che in raccolte a più voci, come L’amore ai tempi dell’apocalisse (Galaad), a cura di Paolo Zardi, e Il Veneto del futuro(Marsilio), a cura di Alessandro Zangrando. Il testo Betulla, prodotto dal Piccolo Teatro di Milano per il podcast Abbecedario per il mondo nuovo, è stato pubblicato nel libro omonimo edito da Il Saggiatore. Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia è il suo esordio come autore di narrativa.


  • Casa Editrice: Terra Rossa Edizioni
  • Pagine: 198
  • Prezzo: E 16,00

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QUESTA VOLTA SARA’ DIVERSO di Marta Jiménez Serrano


«La paura dell’amore è come la paura dei gatti. Paura della sibillina indeterminatezza del silenzio, della felina predisposizione al capriccio. La paura che ti salgano sopra all’improvviso, senza avvertire, i passi mitigati dai morbidi cuscinetti sotto le zampe. Che ti si avvicinino, ti si piazzino sopra, ti accarezzino, ti facciano le fusa e poi, quando ormai ti sei abituato al loro calore e alla loro forma, senza alcuna spiegazione, se ne vadano. È la paura che ti snobbino, che ti ignorino, che sembrino teneri e poi tirino fuori le unghie, che sembrino micetti e poi ti soffino minacciosi. È la paura dell’incostanza, dell’incoerenza, del gesto che non ti aspetti.»


07/08/2025

Dire, fare, baciare. Il territorio inesplorato della felicità.

Un territorio affollatissimo ma sempre insidioso quello che Marta Jimenez Serrano esplora in 𝚀𝚞𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚟𝚘𝚕𝚝𝚊 𝚜𝚊𝚛à 𝚍𝚒𝚟𝚎𝚛𝚜𝚘. Un luogo che tutti abbiamo calpestato almeno una volta. L’Eden sperato o idealizzato. Dove speranze e aspettative convergono per delineare una situazione di felicità e di realizzazione. E un titolo che richiama il reiterato tentativo di arrivare alla meta. Quella inutile, stupida illusione in cui cullarci, che attiviamo per difesa, spesso proprio quando la nostra fiducia viene meno. Dire, fare, sperare. Ciò che basta a creare la circostanza ideale per renderci felici.

Una raccolta di racconti come finestre spalancate, che si aprono per mostrarci squarci di quotidianità, ognuno costruito per restituire al lettore le infinite sfumature del rapporto tra due amanti. Ed ecco l’insidia, le sabbie mobili, che Jimenéz Serrano affronta in questo suo lavoro: disegnare il perimetro dimensionale ed emotivo dell’amore sperato, idealizzato, raggiunto, in costruzione, in movimento. Specchio del nostro sentire, del nostro passato, di quell’impronta trascendente che non sappiamo gestire, le cui angherie subiamo in silenzio, quell’onta inaccettabile che a volte ci vede sconfitti, inermi. Di fronte all’ enormità di una speranza infranta.  Quell’amore che subisce una trasformazione se visto da l’uno o dall’altra. Quella metamorfosi che il desiderio, l’attesa, il disincanto plasma ogni volta in qualcosa di diverso e di mutevole. Quel muro sul quale sbattiamo la faccia quando la natura di chi amiamo o bramiamo si mostra per ciò che in verità è.

Niente è più difficile che amare. Niente é più raro di essere amati come vorremmo. Rette parallele, i desideri si fissano negli occhi ma non hanno braccia per toccarsi e stringersi.

Riconoscersi nei personaggi (o forse dovrei dire persone?) di Marta Jimenez Serrano è facile. Leggere nell’intimità delle loro storie ci consola per mezzo dell’ineffabile regola del mal comune. Il tessuto delle relazioni che l’autrice intreccia è colorato e attraente. Una mappa che traccia percorsi alternativi, tortuosi. Ma anche autostrade paraboliche che disegnano perfettamente gli acuti dell’esaltazione amorosa. Uno spazio multiforme in cui ogni solitudine si completa e trova consolazione. Dove emotività, ironia, passione convergono per disegnare l’unicità di ogni relazione.

Marta Jimenez Serrano costruisce un romanzo corale fatto di sprazzi di vita.  Istantanee di incontri, che nascono nell’incanto e si lasciano vivere quasi con passività, a suggerire che il caso governa la nostra vita e che niente può garantirci il finale che vorremmo.

I suoi personaggi sono colti nelle parantesi dei loro rapporti di coppia, mentre si affannano a ricercare quel contatto, quella scintilla che renda quella storia la storia e quell’amore l’amore vero, che non si dimentica. Spesso è proprio la difficoltà di comunicare che conduce al fallimento. Ma di fronte ad ogni rottura non c’è mai rassegnazione ma una spinta istintiva a riprovarci. 

Il linguaggio di Jimenez Serrano fa la differenza. Fresco, immediato. Intimo, mai ricercato. Una lingua che sgorga dalle stanze interne di ognuno. Senza veli o freni inibitori. Il suo narrato è una rete di pensieri caotica ma coerente. Con il tempo e con lo spazio del racconto, un luogo suburbano denso di solitudini e di disorientamento. Un presente che riflette un po’ di ognuno di noi, che Serrano modella con enorme grazia e sapienza. 

Leggi questo romanzo se ami le storie intime, le incursioni dentro le relazioni umane e i personaggi che si spogliano di qualsiasi filtro, raccontando le pieghe più intime della loro vita. Leggilo se sai che l’amore non è mai perfetto ma è comunque la nostra medicina: attenua il male di vivere fino all’assuefazione, che giunge inaspettata a farci distogliere lo sguardo da ciò che poco prima ci stregava. E che fa vagare nuovamente l’occhio e tremare di desiderio.


Il romanzo

Che cos’è una coppia? Un territorio incerto, una costruzione fragile, un tentativo di colmare le distanze e di cercare sé stessi nell’altro.
Marcelo ed Eloísa ancora non lo sanno, ma sono destinati a lasciarsi. Claudia e Fran sono convinti che questa volta sarà diverso. Nerea crede di non essere innamorata del suo professore e Luis di essersi innamorato della sua alunna. Eva non sopporta di dover condividere Pedro con la piccola Rita a settimane alterne. Guille non riesce a capire se Carmen gli piace o se invece la odia.
I racconti di Questa volta sarà diverso esplorano l’amore e il desiderio, le attese, le promesse e il disincanto, seguendo amori che iniziano, finiscono, si logorano o si illudono di essere unici. Con eleganza e sensibilità, Marta Jiménez Serrano disegna una mappa dell’intimità che attraversa la grande città e i suoi spazi affollati di solitudini, componendo un ritratto corale delle relazioni contemporanee.
Una geografia emotiva fatta di dettagli, ironia, slanci e fratture, che restituisce con grazia e intelligenza la complessità della vita a due.


L’autrice

(Madrid, 1990) è autrice della raccolta di poesie La edad ligera (Rialp, 2021), che ha ricevuto una menzione speciale al Premio Adonáis 2020, e del romanzo I nomi propri (Giulio Perrone, 2022). È stata selezionata per la residenza di scrittura presso la Cité Internationale des Arts di Parigi e ha collaborato con diverse riviste letterarie, oltre ad aver partecipato alle antologie Querida Theresa (Comisura, 2022), El gran libro de los pajaros (Blackie Books, 2023) e Una Navidad así (Tusquets, 2024). Attualmente vive a Madrid, dove tiene corsi di scrittura.


  • Casa editrice: La Nuova Frontiera
  • Traduzione: Serena Bianchi
  • Pagine: 256

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Goodbye Hotel di Michael Bible



E’ qui che il passato diventa futuro. Due tartarughe, due innamorati e un uomo con un completo da seersucker. Tutti destinati a questo luogo e a questo tempo. La jeep torna a terra rimbalzando e i fari illuminano Lazarus e Seersucker in mezzo alla strada. La macchina va veloce. Ormai non può più fermarsi.


Il fato imprevedibile di Bible: luoghi e tempi di un autore che narra l’America degli ultimi.


7 luglio 2025

Michael Bible è un fenomeno di recente scoperta, un autore criptico e multidimensionale la cui scrittura spesso è un nucleo pieno di energia pronta a liberarsi. Energia che sa creare altri mondi, che ramifica beneficiando del caos proprio del processo creativo. Destini che l’autore addomestica, plasmandoli, ai quali dà voce e volontà propria, accettandone ogni risultato. Storie matrioska, che si espandono dando vita ad altre storie. Incastri dominati dal caso, tuttavia permeati da infinita grazia, pronti a lasciar scoprire al lettore il filo conduttore, quella chiave che rende tutto coerente e logico.

In Goodbye Hotel questa coerenza risiede nella memoria di due tartarughe, animali dall’aspetto quasi preistorico. Esseri misteriosi, la cui lunga vita dà loro il dono della neutralità. Che fanno da trade union tra le persone, travalicando il tempo e lo spazio delle loro vite. Bible affida a Lazarus e a Little Lazarus la chiave della narrazione. Sono loro i testimoni di ciò che accadrà ai protagonisti. Gli occhi indagatori e innocenti che scrutano i gesti, le decisioni, che ne circostanziano i destini. Destini che sottostanno al fato, vittime di unico gesto che appare dirompente ma che di fatto non lo è. E’ solo vita, che a tratti viene governata da ciò che non ci si aspetta.

La presenza delle tartarughe in verità non è causale, ma frutto di una scelta ben precisa, spiega l’autore durante la presentazione del suo romanzo al Salone del Libro di Torino. Le tartarughe, in quanto animali, possiedono saggezza e quiete. Sanno osservare, in silenzio, senza giudicare. La loro presenza conclama il bisogno della narrazione di essere credibile. E’ un’ancora che affranca la storia alla terra, la rende reale, agevola la conta degli anni che passano e aiuta il lettore a unire le tessere del puzzle, fino a ricavarne uno schema narrativo coerente.

Le storie di Bible si delineano alla fine. Solo nelle ultime pagine ogni tassello va al suo posto e fa uscire allo scoperto ciò che l’autore ha voluto raccontare. Scopriamo così una storia di formazione toccata da una vena tragica, in cui i protagonisti, Eleonor e Francois mettono a nudo le loro fragilità e combattono la loro personale battaglia contro i mostri che attanagliano le loro giovanissime vite. Si incontrano, poi si perdono senza più ritrovarsi. Un incidente è la miccia che fa esplodere le loro esistenze. Un danno che si può riparare solamente con l’oblio.

Quel loro perdersi in verità è un cruccio che schiaccia il loro futuro. Un’incertezza che Francois tenta di scacciare scrivendone, a venticinque anni di distanza. quando ormai è rassegnato all’idea di aver perso per sempre Eleonor. Goodbye Hotel è il nome di un albergo, quello in cui Francois si rifugia per ripensare al passato. L’hotel, per antonomasia, è il luogo della spersonalizzazione. Il luogo non luogo in cui non sei nessuno, che ti vede in incognita, uno tra tanti. Il luogo in cui si ripensa al passato e si pone fine, a volte senza metafore, alla propria vita. Ed è anche un luogo di profonda ispirazione per Bible, che spesso si rifugia nell’anonimato delle sue hall per scrivere le sue storie.

La storia ci riporta a Harmony, un luogo stretto nelle morse della profonda provincia americana. Quasi leggendario, colmo dei suoi simboli più efficaci: capannoni deserti, nuove chiese. Il luogo dove si consuma la tragedia di Eleonor, scomparsa improvvisamente a pochi giorni di distanza dal suo trasferimento al college. Di lei si conoscono i lati oscuri, il rapporto complicato con il proprio corpo, la sua famiglia disgregata, le chiacchiere della gente, che inventa per lei gli epiloghi più svariati (incidente, fuga d’amore, omicidio?). A Francois non rimane che ricordare i loro fugaci incontri, egli stesso attanagliato dell’indifferenza e da un sentimento di disarmante solitudine.

Nulla sembra avere senso. Ma in tutto questo mare di incertezze e sconforto solo le due tartarughe sembrano possedere il dono della resilienza che, al pari della loro corazza, sembra tenerle al riparo dalla paura e dal disorientamento. Sono esseri onniscienti, che niente pare avere il potere di scalfire. Il loro senso del tempo è distorto, e le tiene al riparo dal rimpianto e da ogni rancore. La loro elefantiaca memoria le aiuta a rendere coerente anche la contingenza più complessa. Sono inclini al perdono, passano sopra alle debolezze dell’uomo, che ben conoscono e forse per questo facilmente perdonano. Le due tartarughe sono la cartina al tornasole, la bussola in mare aperto, l’ago della bilancia che riporta tutto alla quiete.

Cosa rimane dunque al lettore di questo romanzo? Sicuramente il conforto di avere una risposta ai dubbi iniziali e al multiverso che pare dispiegarsi davanti al lettore (cosa è accaduto a Eleonor?). Ma anche una panoramica agghiacciante dei disagi dell’età evolutiva, spesso sottovalutati dagli adulti. E un focus fortissimo sulla perfezione del mondo animale, che si arrende agli istinti e lascia correre via lontano il dubbio e l’incertezza tipica dell’uomo.

Ma il regalo più bello che Bible fa al lettore è racchiuso nella suo disegno del tempo, inteso come periodo di vita che si svolge contestualmente al tempo di tutti gli altri abitanti del pianeta. E l’idea della contemporaneità degli avvenimenti della nostra vita, che un attimo sono specchio del passato e l’attimo dopo sono un arco teso verso il futuro. E mentre l’uomo, microscopico essere imperfetto, trascorre il tempo della propria vita, il Tempo della Storia gli scorre accanto, ben più grande e significativo. Un Tempo in cui avvengono le cose più importanti, mentre il tempo della vita appare piccolo e meschino al suo cospetto. Questa idea rimbomba tra la pagine e dona all’opera un respiro talmente ampio da rendere la storia del singolo un’unica tessera di un progetto ben più grande. Come anche l’idea della concatenazione degli eventi che, sebbene accadano per puro caso, portano con sé una carica esplosiva enorme, tale da influenzare il futuro e riscrivere il passato.

Chi legge “Goodbye Hotel” rimarrà ai margini di un disegno ben più ampio, della cui portata non si è coscienti se non alla fine. Solo allora ci si rende conto di come la storia narrata sia in realtà qualcosa di molto semplice, che ha lo scopo di aprire il lettore a tematiche complesse come crescere, far pace con le nostre paure, riconoscersi, affermare se stessi, in un ambiente chiuso, sordo e immutevole come la provincia.

Cosa ha in più, dunque, la penna di Bible? Sicuramente uno stile di scrittura asciutto, spigoloso, che in questo romanzo abbandona i toni lirici utilizzati in “L’ultima cosa bella sulla faccia della terra” per offrire una prosa impregnata di un senso di fine. La prosa onirica, che utilizza sapientemente le immagini, come sprazzi di luce. L’utilizzo sapiente della dimensione temporale, come specchio riflettente e distorsivo della realtà. E l’ambientazione nell’America degli emarginati, nella quale Bible descrive una precisa condizione esistenziale: l’incapacità di stare, la nostalgia di un altrove che forse non esiste. Una condizione mitigata da una profonda compassione verso i perdenti. Coloro che la storia tralascia ma che sono il tessuto più vero e riflettente della società.

Bible non consola ma offre una letteratura che resta impressa sulla pelle. Bible non giudica i suoi personaggi, li osserva con pietà, rendendoli più reali che mai. Bible non spiega, mostra. E poi lascia spazio al vuoto.

Perché leggere questo libro

▪️Se ami i romanzi brevi e intensi

▪️Se cerchi nella lettura un’esperienza visiva, quasi cinematografica.

▪️Se sei abituato a cogliere il senso del non detto tra le pagine.

Perché non leggere questo libro (almeno per adesso)

▪️Se prediligi trame più strutturate, un arco narrativo tradizionale, una prosa densa di dettagli psicologici. Bible suggerisce, evoca, lascia irrisolto. E questo può non piacere a tutti.


Il romanzo

C’è un posto, a New York, che chiamano Goodbye Hotel, perché è l’ultimo rifugio di chi, per ragioni diverse, si è allontanato dal mondo e nel mondo non vuole (o non può) più tornare. Lì, mentre una nevicata «ipnotica» cade sulla città, François siede davanti al fuoco, stappa una bottiglia di vino da quattro soldi e inizia a scrivere la sua storia. Vuole metterci a parte di un avvenimento capitato venticinque anni prima, ma soprattutto raccontarci quello che sarebbe potuto succedere e – forse – è successo davvero. Ha a disposizione solo «un pezzetto di verità», che certo non basta a colmare tutti i vuoti. La sua voce, carica di un’antica sofferenza, ci trasporta ancora una volta a Harmony, un’anonima cittadina del Sud degli Stati Uniti, dove ogni sera «si confonde con un milione di altre sere» e i giovani sono «destinati a perdersi» ma non smettono di desiderare «l’impossibile». Dove «non c’è differenza fra chi è amato e chi non lo è», perché «tutti si sentono soli, con addosso la maledizione di un vuoto americano che gli cresce dentro». Eppure, come sanno i lettori di L’ultima cosa bella sulla faccia della terra, Harmony è anche un crocevia dove il destino dà appuntamento alle sue vittime ignare: in questo caso due ragazzi innamorati e un misterioso uomo con un completo di seersucker, che in una notte di fine estate si incontrano sotto lo sguardo benevolo e saggio di Lazarus, una tartaruga dai poteri chiaroveggenti, indimenticabile protagonista del romanzo. Perché nell’universo di Michael Bible il passato può facilmente diventare futuro e viceversa; come in un sogno di David Lynch, a una dimensione della realtà ne corrispondono infinite altre, parallele e comunicanti. Non ci resta quindi che abbandonarci al ruolo di testimoni involontari e accettare che la verità a volte risulti inaccessibile, protetta da un guscio di bugie e inganni simile a quello di una testuggine centenaria.


L’autore

Michael Bible è nato nel North Caroline e vive a New York. Di lui Adelphi ha pubblicato “L’ultima cosa bella sulla faccia della terra”.


  • Casa Edtrice: Adelphi
  • Pagine: 156
  • Prezzo: E 18,00

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L’ETA’ DEL DISINCANTO di Jane Smiley


Ho trentacinque anni e ho l’impressione di essere giunto all’età del disincanto. Qualcuno ci arriva prima. Quasi nessuno ci arriva molto più tardi. Non credo che sia una questione di età, o di decadimento del corpo. La maggior parte dei nostri corpi è più in forma e prestante che mai. Il problema è che sappiamo ora che, nostro malgrado, ci siamo fermati a rifletterci. Non solo sappiamo che l’amore finisce, che i figli ci vengono portati via, che i genitori muoiono convinti che la loro vita non abbia avuto alcun senso. Non è soltanto che ormai molti conoscenti e amici sono morti e tutti gli altri prima o poi si preparano a farlo. E’ che i confini tra le circostanze individuali e quelle del resto del mondo sono venuti meno, nonostante tutto: nonostante tutta l’esperienza, nonostante tutte le attenzioni.


La fugacità dell’amore: cosa succede quando la felicità promessa non arriva mai davvero.

29 giugno 2025

Indagare l’amore coniugale può sembrare a prima vista un intento banale e poco interessante. Il luogo comune, il già visto e sentito è un rischio palpabile che incombe sullo scrittore che si affaccia sugli abissi delle dinamiche familiari, tentacoli impazziti che puntano verso le direzioni più disparate, cambiando verso e intensità. Un’indagine che mostra molti fili scoperti, pronti al corto circuito.

Jane Smiley, premio Pulitzer nel 1992 con il romanzo “Erediterai la terra” edito in Italia da La Nuova Frontiera, si getta senza indugio a parlare di un uomo, Dave, che teme di non essere più amato dalla propria moglie e che affronta il supplizio del dubbio mettendo in piedi una tattica discutibile e dagli esiti incerti: la negazione dei propri sospetti. Un modus operandi che non lo salva dalla sofferenza e che al contrario finisce per trascinarlo ai bordi di una lucida follia, che include tutti i segnali di una disgregazione imminente. L’evidente apatia di Dana, sua moglie, i comportamenti capricciosi e imprevedibili delle figliolette, vere e proprie cartine di tornasole del malessere che sta insidiando la famiglia, il trasferimento della coscienza di Dave nel corpo di un altro uomo, la distorsione di ogni frase, di ogni gesto che improvvisamente cessa di essere innocuo e diventa il segno del tradimento. E poi la febbre, estremo simbolo di un turbamento serpeggiante e subdolo, che colpisce tutta la famiglia, prostrandola attraverso una virulenza inusitata. Una sorta di purificazione attraverso il dolore e la paura della morte, che sembra riportare ordine nel caos, rimettendo ognuno al proprio posto.

Tutta la narrazione è affidata a Dave, voce a tratti ingenua a tratti disturbante. Il suo racconto si muove avanti e indietro nel tempo, indugia sulla genesi dell’amore per Dana, una donna che lui tratteggia eterea e inafferrabile, un’anima misteriosa che solo raramente emerge ed esplode attraverso i suoi occhi azzurrissimi, il segno tipico di un’innocenza che Dave fatica a delineare. Una creatura che a volte sfugge alla sua comprensione e che desidera in qualche modo contenere e trattenere. Poiché conosce bene la sua forza, e il suo potenziale, lo stesso che gli ha permesso di tirare su le figlie e di lavorare allo stesso tempo.

Nel momento in cui Dana pronuncia la fatidica frase “non sarò mai più felice” Dave perde ogni certezza ma mai la fede nel legame che tiene insieme gli estremi della sua famiglia. Eppure le pareti iniziano a creparsi e le stesse figlie piombano in atteggiamenti esacerbati, come dotate di invisibili antenne capaci di captare ogni minimo movimento, ogni cambiamento. E’ una discesa inesorabile, che sembra cercare un punto di rottura per esplodere e riposizionarsi, con equilibri diversi dai precedenti. Un’involuzione che si avvicina pericolosamente alla fine e che allontana ancor di più Dana, chiusa dentro a nuove consapevolezze, cosciente finalmente delle catene della vita coniugale, della maternità e di una carriera che è soddisfacente ma pur sempre legata a doppio filo a quella di Dave. Dana non trova più uno spazio suo eppure desidera essere ancora più avviluppata alla vita del marito. Dave sente la disillusione di Dana, la condivide e la teme. Capisce che lei voglia fuggire da una gabbia che tuttavia imprigiona anche lui.

Ho scoperto che nel vincolo matrimoniale c’è qualcosa che smorza ogni comunicazione, che la fa pendere verso un equilibro basato sull’ironia, dove marito e moglie possono interagire in modo ottimale, pragmatici e di buon umore. Ma forse c’è chi riesce ad accogliere una gamma più ampia di euforia e disperazione. Le vennero le lacrime agli occhi, poi iniziarono a scorrerle lungo le guance. Sospirai, dandole probabilmente l’impressione di essere rassegnato. 

L’età del disincanto è dunque un momento di svolta che sembra inevitabile e lo è, sembra volerci dire Jane Smiley, che durante la presentazione del suo romanzo al Salone del Libro di Torino, racconta al pubblico di essersi ispirata ai suoi matrimoni, che sono stati ben quattro, un numero che le ha dato l’autorità e l’esperienza per poter dire la sua sui rapporti di lunga data e sui legacci della famiglia moderna. Certo è che la lettura di questo romanzo non è cura né sollievo per chi a quell’età ingrata vi è giunto o ci è passato e pare proprio che questo passaggio sia inevitabile, rappresentato dall’infrangersi dei sogni giovanili contro il muro amaro della realtà. E che dire, poi, del fallimento del matrimonio e più in generale del modello patriarcale di famiglia? Un costrutto che appare artificioso, tediante, morboso. Eppure Smiley non sembra voler condannare ma solamente esporre, condividere e trattare il disincanto come una terra di mezzo, che si supera, seppur con fatica. Un passo necessario per scrollarsi di dosso ingenuità e illusione e crescere.

Dana e Dave sono personaggi vividi, reali e appartengono ad un’epoca piuttosto vicina a noi eppure già così superata. Oggi mi piace pensare alla famiglia come ad un organismo dinamico, mobile, adattabile e mai uguale. Nel romanzo invece ci si sente prigionieri di una tristezza che abbraccia tutto a poco a poco. E’ la tristezza della delusione, dell’errore e del disincanto, appunto. Un’inquietudine che allora come adesso pare inevitabile, parte del nostro percorso di vita, uno stradello tra il verde che si trasforma in un pantano scivoloso con le prime piogge.

Perchè leggere questo libro.

  • Perché Jane Smiley sa raccontare il non detto. Ogni gesto, ogni silenzio, ogni frattura familiare è una piccola esplosione sotto controllo.
  • Perché è un romanzo generazionale e universale. Ambientato negli anni ’50 americani, ma parla a chiunque abbia mai vissuto dentro un nucleo familiare in cui le aspettative schiacciano i desideri.
  • Perché è scritto con intelligenza emotiva. Smiley non giudica i suoi personaggi, li osserva con precisione chirurgica e profonda compassione.
  • Perché ti lascia addosso domande vere. Sulla libertà, sull’identità, su quello che ereditiamo (senza volerlo) da chi ci ha cresciuti.

Perchè non leggerlo (almeno per ora)

◾ Se cerchi una storia piena di colpi di scena o un ritmo travolgente: questo non è quel tipo di romanzo. È più sottile, più lento, più riflessivo.

◾ Se non hai voglia di guardare in faccia certe dinamiche familiari scomode, potresti trovarti a disagio: Smiley non edulcora nulla.

◾ Se preferisci protagonisti eroici o trasformazioni clamorose, qui potresti trovare troppa realtà e troppo poco “romanzo”.


Il romanzo

«Non sarò mai più felice» sussurra Dana dal sedile posteriore dell’auto. Sentendo quelle parole Dave, suo marito, capisce che qualcosa si è incrinato per sempre: il matrimonio, le giornate condivise insieme alle tre figlie, la clinica dentistica che gestiscono insieme. Tutto ciò che hanno costruito negli anni.
Convinto che Dana si sia innamorata di un altro uomo, Dave decide di mettere in atto una paradossale forma di resistenza: fingere di non sapere. In questo spazio sospeso prende forma una tensione crescente, un’ossessione silenziosa che si insinua nei pensieri più ordinari e nella routine domestica.
Il premio Pulitzer Jane Smiley mette magistralmente in scena la crisi di una coppia, restituendoci un potente ritratto dell’intimità familiare nel momento in cui un’emozione inattesa capovolge ogni equilibrio. Un testo essenziale e intenso, che ci mostra come la realtà possa deformarsi sotto il peso del sospetto, fino a ridisegnare completamente la nostra percezione dell’altro.


L’autrice

Jane Smiley è nata a Los Angeles nel 1949 ed è autrice di una ventina di opere di narrativa e saggi. Ha ricevuto il Premio Pulitzer e il National Book Critics Circle Award per il romanzo Erediterai la terra (La Nuova Frontiera, 2024). Tra le sue opere, The Greenlanders (1988), L’età del disincanto (La Nuova Frontiera, 2025) e, negli ultimi anni, la trilogia composta da Some Luck (2014), Early Warning (2015) e Golden Age (2015). Dal 2001 è membro dell’American Academy of Arts and Letters.


  • Casa editrice: La Nuova Frontiera
  • Pagine: 123
  • Prezzo: E 16,90

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L’INCREDIBILE STORIA DI CALLISTA WOOD che morì otto volte – di Manuela Montanaro



Amanda scosse la testa e s’infilò i guanti. Hernest la guardò per un istante e si accorse della sua piccola faccia imporporata dal freddo, delle ciglia imbiancate dalla neve fine, della frangia umida che gli sfuggiva dal cappello e provò un senso profondo di bellezza e di nostalgia per lei, una cosa che gli bruciava negli occhi e gli impediva di voltarsi e di andarsene.


La frontiera western americana non è mai stata così vicina.

06 giugno 2025.

Tutto ciò che riguarda questo romanzo è sorpresa e immaginazione. Luoghi, spazi, narrato, atmosfera, odori ed eco. Tutto rimanda ad un senso di già visto, con la differenza che luoghi, spazi ed eco sono magistralmente orchestrati per restituire al lettore la sensazione vivida di essere lì, a ricordare le storie della nostra infanzia, di uomini intrepidi che conquistano le terre selvagge dell’ovest, sottraendole, mai con forza, ma sempre con pieno diritto di depredare e di appropriarsi, ai nativi, creature sfuggenti, spiriti liberi da temere, in simbiosi con le montagne e con gli uccelli, densi di un sapere ancestrale e inaccessibile.

Siamo nel 1999 ma niente sembra essere cambiato da allora. La comunità è piccola, tutti si conoscono. Il senso di appartenenza è forte, e anche la certezza che qualsiasi cosa possa essere salvata se tutti vogliono salvarla. Né la legge degli uomini, né tanto meno quella di Dio può farci niente. La terra, il passato, l’unione, sono i cardini di un’esistenza chiusa e di fortuna, che affida alla natura il proprio significato.

Keystone è un piccolissimo centro, nel South Dakota. Ai piedi delle Black Hills, una manciata di case e la riserva indiana che preme, dentro alle sue tradizioni. Un ambiente in cui l’integrazione latita, fatto di persone concrete, ruvide e rese dure da secoli di lotte contro le avversità di una natura selvaggia e intransigente. Ad immaginarlo a a trasferirlo sulla carta ci ha pensato Manuela Montanaro, che in America non ha mai messo piede ma che, dotata di una visione a tutto tondo dell’ambiente spietato e primitivo di frontiera, compie un piccolo miracolo, riuscendo a restituire al lettore i riverberi di un mondo affascinante e remoto. Una comunità rurale che si autoregola mediante un sistema di conoscenza reciproca e di intuito, di lealtà e di consuetudini. Un mondo che sta scomparendo ma che l’autrice coglie magicamente nella sua vera essenza. E’ un romanzo corale, quello che ci consegna, nel quale il significato di comunità si espande esponenzialmente, con la sua carica esplosiva. Nel bene e nel male, il vissuto di ognuno appartiene a tutti. Dentro a questo insieme vischioso e mobile spiccano alcune figure chiave: la giovane Amanda Jones, di ritorno a Keystone dopo gli studi compiuti a New York e l’inizio della sua carriera di psicologa. Amanda è un’anima spezzata, da che la gemella Love è morta. E’ ciò che le manca, un pezzo di se stessa che è volato via. Chucky Robbins, un giovane fragile, un essere che vive in un mondo tutto suo, che la natura ha saputo plasmare e a cui ha donato significato e motivo di vita. E Callista Wood, emblematica e misteriosa giovane nativa, legata alla foresta e agli animali, spirito libero che è impossibile domare. Colei che scompare e che dà vita, con la sua scomparsa, ad un carosello di eventi e ad una crociata contro un nemico impalpabile e oscuro.

Montanaro nasconde nella narrazione i temi che le stanno a cuore: l’integrazione razziale con le sue complessità, la paura di ciò che è diverso, la spiritualità che a volte nasconde meschinità e sopraffazione, la solitudine, il lutto. E sopra a questi grandi temi si erge la comunità, con le sue economie di scala. Quell’aggregato caotico e fortuito capace di abbracciare qualsiasi ostacolo e farlo scomparire. Di risolvere qualsiasi nodo, con la sola volontà collettiva.

Il romanzo è costruito intorno ai dialoghi. Montanaro non si prende la briga di introdurre i suoi personaggi in alcun modo. Essi appaiono, irrompono sulla scena con il loro bagaglio di vita. Li conosciamo mettendoci del nostro, facendoci un’idea, come accade quando incontriamo qualcuno per la prima volta. Ognuno parla dal suo pulpito, espone fatti e antefatti, si confessa e si accusa. E mentre Amanda sta cercando le sue verità, il nome di Callista Wood rimbomba di casa in casa. Una corrente gelida e intestina che converge sulla testa dell’unica persona che non saprà difendersi.

Montanaro ha costruito un meraviglioso microcosmo. Una creatura dotata di vita propria che si muove strisciando fino a lambire tutto. Un ambiente legato a doppio nodo con l’asprezza di un mondo selvaggio, che risponde a regole e leggi tutte sue. Un sistema vitale che assolve l’uomo da ogni peccato, mostrando inequivocabilmente il suo potenziale di bellezza e di compassione.

La sua carica emotiva, la sua capacità di rappresentazione toccano l’apice e elargiscono al lettore un’esperienza di lettura unica, nella quale ogni senso rimane coinvolto e successivamente appagato. Come in ogni circostanza della vita occorre ascoltare e cogliere le sfumature di frasi e di atteggiamenti. Nelle pieghe di una scrittura efficacissima si cela la chiave di lettura di questo romanzo, che è anche e soprattutto un atto di grande coraggio. Una sfida, una scommessa, che Montanaro affronta con audacia e un pizzico di pazzia. La posta in gioco siamo noi che leggiamo. La vittoria, del resto, è sempre nelle mani di chi ha creduto in se stesso, nelle sue capacità e nella sua immaginazione che, come spesso accade, sa portarti molto lontano.


Il romanzo

È inverno nel South Dakota, tra il villaggio di Keystone e una riserva indiana. Nel locale di Lenny è stata uccisa una giovane nativa, il suo nome è Callista Wood. Lo sceriffo indaga, nessuno sembra conoscerla, eppure le dichiarazioni di ben otto abitanti rendono tutto ancora più enigmatico: ognuno confessa di averla assassinata e di averlo fatto da solo. Intanto in paese è tornata una delle gemelle Jones, con lei porta un segreto, un udito che le permette di ascoltare fino a mezzo miglio di distanza. Per molti sarebbe un dono, lei ne farebbe a meno pur di avere indietro sua sorella e la gamba che le manca. Chi è Callista Wood? E perché sente le bocche del paese bisbigliare il suo nome? Il narrare di Manuela Montanaro è vivido, pulsante, retto da un’architettura che non lascia scampo. Nelle sue mani l’indagine su un misterioso omicidio diventa il racconto di un mondo di frontiera, duro, selvaggio, di una comunità la cui forza ‒ nel bene e nel male ‒ è data da quello che si è, da ciò che si ha e dai territori in cui si vive. “Il libro che tenete tra le mani è la prova della tenacia, dell’abilità, del talento e della vigorosa immaginazione della Montanaro. La storia di Callista Wood è davvero incredibile. Così come lo è questo libro. E la sua scrittrice” (dalla prefazione di Chris Offutt).

Il romanzo è il secondo classificato al “Premio Nazionale di Narrativa” Neo Edizioni – 2024.


L’autrice

Manuela Montanaro nasce e cresce in una provincia del Sud. Appassionata di cavalli e di frontiera, ha pubblicato diversi racconti su riviste letterarie, tra le quali ’Tina e Crack. Sua la raccolta di racconti Catrame (Ensemble, 2021). Continua a vivere a Sud con un cane, tre gatti, un cavallo e due figli.
L’incredibile storia di Callista Wood che morì otto volte è il suo primo romanzo.


  • Casa Editrice: Neo Edizioni
  • Pagine: 210
  • Prezzo: E 17,00

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LE CAMELIE INVERNALI di Ermal Meta



Sono seduta su una delle panchine in metallo del ponte superiore dell’unico traghetto in partenza stasera. Ho davanti agli occhi le immagini allegre e terribili della nave Vlora, partita dalla stessa banchina nell’agosto del 91, che arrivò sulle coste italiane con un carico di disperati festanti. In tasca l’unica foto scattata la sera di due settimane prima. E’ l’immagine sfocata di un uomo alla finestra. Di lui si vede solo un ombra in controluce, un contorno indefinito, come una macchia. Forse l’anima è solo una macchia che non va via.


Il riverbero del passato: radici e memoria del luogo da cui veniamo.

La storia dell’Albania è uno scrigno di crudele bellezza. Una terra dilaniata, un passato che non le ha fatto sconti, quando, solitaria e invisibile, si è lasciata calpestare da uomini venuti dal mare per assoggettarla, ha ceduto ai regimi, ha chiuso lo sguardo davanti al futuro, quel luogo che credeva di non meritare e che l’ha trattenuta dentro ad una bolla trasparente.

Dell’Albania conosciamo spesso solo la superficie più banale. Conosciamo i suoi uomini e le sue donne, che dopo la fine del regime comunista, nel caos creatosi con la caduta del Muro di Berlino e delle dittature dell’est, fuggirono in massa per inseguire il sogno italiano. Il sogno dell’abbondanza in una terra avara, che non era pronta ad accogliere quei disperati, i nuovi sognatori, seguaci dell’utopia dell’integrazione.

Le immagini della Vlora sulla banchina del porto di Bari, presa d’assalto da oltre ventimila albanesi, è una fotografia che non dà pace a chi, come me, quell’epoca l’ha vissuta senza comprenderla. Ed è un’immagine che non dà pace neanche a Lara, studentessa di giornalismo, nata in Italia da genitori albanesi e giunta in Albania per la prima volta per intervistare un uomo che vive recluso nella sua abitazione da oltre trent’anni. Una storia che è il volano per riportare la narrazione indietro di trent’anni, in un’Albania sfiancata dal suo stesso passato, chiusa nelle paratie oscure della propria storia e delle proprie tradizioni. Una terra dove l’onore conta più della vita. Dove il sangue versato si lava con il sangue di chi ha offeso, attraverso una vendetta che colpisce i figli al posto dei genitori. E’ la dura legge del Kanun, che esige la riparazione di un delitto con il sangue. Una sorta di occhio per occhio dal retaggio antico e crudele dal quale ci si salva solo mediante l’isolamento.

Il Kanun è dunque il nodo narrativo del nuovo romanzo di Ermal Meta, artista poliedrico nato in Albania e cresciuto in Italia che mostra ancora una volta il forte legame con le sue origini. Con una Storia che lo trattiene a sé in un rapporto che appare ambivalente, di nostalgia e di rifiuto, di appartenenza e di mutazione. Radici che non possono essere recise, sebbene contorte e deboli. Ma è anche e soprattutto la forza dell’amicizia, il sentimento supremo nel nome del quale i due protagonisti di questo romanzo supereranno gli ostacoli che la società del tempo costruisce per separare e per distruggere. E quella della libertà, che è l’anelito più forte di tutti, capace di rompere ogni catena.

La narrazione di Meta ha un forte impatto emotivo. Appare immediatamente percepibile il suo coinvolgimento nella vicenda, circostanza che la rende vivida e reale pur nella sua complessità. Si percepisce chiaramente nella sua prosa, la condanna verso un retaggio culturale inaccettabile, ma al contempo è palpabile una sofferta indulgenza, una dolcezza che esonda anche dalle pagine più crude, segno della compassione verso un popolo minato da una Storia avversa. Il lettore dovrà fare i conti con la violenza di un passato che non vuole evolvere, né cambiare. Con una società fortemente patriarcale, in cui la donna non ha voce, spesso intrappolata in matrimoni combinati, senza amore né rispetto. Con uomini che nascondono le proprie debolezze nell’alcol e nella prevaricazione. Con una società che non ha più niente da dare e che spinge le persone ad emigrare, verso luoghi dei quali non si sa niente, dove delinquere e violare diventa l’unico mezzo per sopravvivere. Ma l’amicizia, il legame tra due ragazzi cresciuti insieme sa squarciare il buio. Un sentimento genuino che spezza la catena di sangue del kanun. Questo spiraglio, la luce che tutto può e tutto ripara, rischiara l’intera narrazione e trova un motivo per corroborarsi, per diventare inattaccabile, anche quando la realtà supera ogni amarezza.

Ermal Meta ci regala ancora una volta un romanzo autentico, che tocca nel profondo. Che solletica il nostro bisogno di credere che i buoni sentimenti siano l’antidoto necessario e sufficiente a distruggere il dolore e la violenza. Ermal si conferma un narratore sensibile ed attento, una dote che mi piace pensare sia il regalo che l’Albania gli ha riservato. Un dare e un avere che nella contabilità di una esistenza non può che aggiungere, sommare. Un surplus che un figlio trattiene in sé, per contenere tutti i ricordi dolorosi della sua gente. Il suo romanzo è una miscela potentissima di ribellione e di rassegnazione, due attitudini opposte che spesso descrivono un popolo troppo a lungo tenuto al giogo e repentinamente liberato, perduto nella solitaria pianura delle possibilità. Il luogo in cui si decide la direzione di una vita, troppo spesso affidata al caso. O al caos.


Il romanzo

Albania. 2025. Lara, una giornalista italiana, di genitori albanesi, fa ritorno in Albania per intervistare un uomo di cui non sa il nome, che vive rinchiuso nella sua abitazione da trent’anni, dal 1995. Non sa cosa la aspetta, non sa che questo incontro cambierà la sua vita. Albania. 1995. Due famiglie. Halil e Rozafa hanno perso la figlia, Nina, scomparsa nel nulla e mai più ritrovata. Sono rimasti con il figlio maggiore, Uksan. Zek è un uomo violento, picchia sua moglie Odeta e il loro figlio Samir. Samir e Uksan sono coetanei, amici per la pelle, con la vita davanti, anche in una terra senza futuro. Un equivoco, una banale lite e Halil, padre di Uksan, picchia a morte Zek, padre di Samir. Scatta il Kanun, la riparazione del delitto. Samir, ora, è obbligato dalla sua famiglia a preservarne l’onore, vendicare il sangue versato, uccidere il suo amico fraterno Uksan. L’amicizia tra i due ragazzi, il desiderio di libertà sarà più forte della vendetta. E Lara chi sta andando a incontrare?


L’autore


1981, Fier

Ermal Meta è un cantautore albanese naturalizzato italiano. È stato un componente dei gruppi Ameba 4 e La Fame di Camilla, a partire dal 2013 ha intrapreso invece la carriera solista, pubblicando quattro album in studio e vincendo il Festival di Sanremo 2018 in coppia con Fabrizio Moro con il brano “Non mi avete fatto niente”.
Esordisce nella narrativa con Domani e per sempre (La nave di Teseo 2022) di cui sono stati opzionati i diritti cinematografici da Carlo degli Esposti – Palomar per una serie televisiva.
Tra gli altri titoli, Le camelie invernali (La nave di Teseo, 2025).


  • Casa Editrice: La Nave di Teseo
  • Collana: Oceani
  • Pagine: 207
  • Prezzo: E 19,00

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L’AQUILA NERA – Una storia rimossa del fascismo in Albania – di Anita Likmeta


Scrivere di questi eventi significa misurarmi non solo con il passato ma anche con il mio presente. La scacchiera di Ciano non è solo un simbolo della politica italiana di quel tempo, ma anche una metafora della mia stessa condizione. Essere albanese significa portare con sé il peso di una storia segnata dalla dominazione e dalla resistenza. Essere italiana significa, invece, appartenere ad un Paese che, in quel periodo, fu il carnefice di quella storia. Come posso conciliare queste due parti di me? Forse non posso. Forse questa contraddizione è ciò che mi definisce, proprio come la storia di Zog e Ciano definisce L’Albania di oggi: un Paese che, nonostante tutto, continua a cercare la propria autonomia, la propria voce. E io, attraverso la scrittura, cerco la stessa cosa: un modo per essere entrambe le cose, senza perdere la mia essenza.


Riscrivere la Storia, un atto necessario.

13/05/2025 – Laura Salvadori

Di Anita Likmeta ho letto Le favole del comunismo, suo primo romanzo, uscito lo scorso anno sempre per Marsilio. E trovo che il passaggio che ho scelto come didascalia sia emblematico del sentimento ambivalente che prova per le sue due patrie: quella natale, che le ha aperto gli occhi sulle miserie di un regime totalitario e quella in cui ha scelto di vivere, che l’ha messa di fronte alle complessità del processo di integrazione in un Paese che non è il tuo.

E’ proprio questa dicotomia, tra sradicamento e inclusione, che mi ha spinto a leggere ciò che l’autrice ha da dire. Trovo illuminante e necessario che qualcuno si prenda la briga di scuoterci e di aprirci alla conoscenza delle verità storiche semisconosciute o parafrasate. Come la storia recente dell’Albania, di cui sappiamo poco e male. Una storia segnata dall’invasione fascista del 1939, quando l’Italia, abbagliata dai miraggi dell’espansione coloniale, decise di annettere l’Albania al suo traballante impero, costruito, come spesso accade, con il sangue e il sopruso. Un’annessione che fa rima con invasione, un atto camuffato da qualcos’altro. Da una millantata collaborazione che avrebbe dovuto aiutare l’Albania nel cruciale passaggio verso il progresso, il benessere, la stabilità. Una messa in scena della propaganda fascista, un paravento che nascondeva la vera natura di quell’atto. Una sottomissione, un progressivo e inesorabile infiltrarsi dentro la macchina dello stato albanese allo scopo di sottrarne la sovranità.

Anita Likmeta costruisce con enorme perizia e con grande partecipazione emotiva gli eventi che si sono susseguiti nella sua terra natale dagli anni trenta agli anni novanta del novecento, quando l’Albania, finalmente libera da una tirannia di matrice opposta ma ugualmente tossica e corrosiva, implode su se stessa dando il via al primo flusso migratorio di una lunga serie. Uso qui una parola che la stessa Likmeta bolla come impropria, poiché usata spesso per definire il suo popolo, ridotto ad un numero crescente di persone da accogliere. Ma del resto qui si tratta di Storia e la Storia non si confuta, né si mistifica. Alla storia si rende onore con la verità che è tale se va al di là delle parole scelte per descriverla.

Quando nel 1991 la Vlora giunge nel porto di Bari con a bordo ventimila disperati, i ruoli tra i due paesi sono rovesciati. L’invasore di allora diventa invaso. Ma l’invasore di oggi non porta una divisa e stivali lucidi. E’ una persona smarrita, un rappresentante dei nuovi dannati della Terra, gli esclusi, i dimenticati, che non hanno più niente in mano se non la loro miseria. L’Italia degli anni 90, del consumismo e della modernità, non è pronta ad accogliere gli esuli. La sua è una risposta che nuota nella diffidenza. E nell’oblio. L’Italia si è dimenticata cosa significa invadere una terra, appropriarsene e farne ciò che vuole. L’Italia non è pronta a rivedere in quei volti scavati, l’immagine di se stessa pochi decenni prima. Non c’è compassione senza memoria.

Sulla Vlora c’è anche la mamma di Anita con i suoi due fratellini. In cerca di un futuro per i suoi figli. Anita potrà ricongiungersi a lei solo diversi anni dopo. Iniziando così la sua sofferta transizione verso una identità nuova, che stenta ad appiccicarsi alla sua pelle, che la spinge per molto tempo a sentirsi sola e diversa. Senza voce, incorporea, senza peso.

Il romanzo incede tra passato e presente, tra la Storia maiuscola e quella minuscola, che parla il linguaggio della sottrazione, della rinuncia e della ribellione. Sotto le parole, i fatti, è palpabile una sofferenza sorda e il desiderio inespresso di essere vista, calcolata, ricompresa. E quello ancora più viscerale di mostrare il rovescio della medaglia. Il riverbero dei tempi in cui l’Italia affondò la lame sulle carni inermi e quello in cui il più debole, ferito e armato solo del proprio coraggio, resistette all’ingiuria e al furto della propria identità nazionale. E con l’oppresso, l’oppressore giunse ad armarsi e a difendere la resistenza albanese, quando, dopo l’armistizio del ’43, l’esercitò si sfaldò e quel fucile imbracciato per forza fu puntato altrove, verso un nuovo nemico.

Tra i flutti imprevedibili della Storia, tra i gorghi e le correnti avverse e subdole, Anita Likmeta ci consegna, insieme alla Storia dell’Albania, la sua storia personale. Una storia che è lo specchio di una Italia debole e spicciola, che non si cura di chi gli ha affidato la propria vita, per salvarla e renderla degna di essere vissuta. Leggerla non è facile. Occorre mettersi in discussione, ripensare a ciò che ci hanno fornito preconfezionato, pronto per essere sminuito, contrastato. Occorre scendere a patti con la parte debole di noi stessi.

Ma il passato non si cambia. Può solo essere vivisezionato e interpretato, per correggere il tiro, in futuro. La Storia insegna.

La storia non fa sconti, né ammende. E l’occhio è complice di ogni misfatto, poiché ha la possibilità di chiudersi. Ma io lo tengo aperto e nel rumore che mi circonda, tengo sveglio anche il vostro. La tua voce, il mio orecchio, un coro.


Il romanzo

Non ricordo chi fu il primo a vederlo, se mio cugino Armand o sua sorella Xhixhja. Ricordo però che facemmo subito capannello intorno a quello strano ritrovamento. Un lungo osso bianco era affiorato dalla terra e se ne stava lì, mezzo dentro e mezzo fuori, come la radice di un albero.» Fine estate 1994. A Rrubjekë, un villaggio con le case basse di pietra e i campi che si estendono a perdita d’occhio, una banda di ragazzini in cerca di avventure si imbatte nei resti di alcuni soldati italiani. Anita è la più piccola del gruppo, ma percepisce tutta la drammaticità di quel momento in cui la morte si rivela ai suoi occhi nell’uliveto non lontano dalla casa dove vive con i nonni. È allora che comincia a farsi domande che la porteranno a decidere di raccontare una storia dolorosa condivisa tra le sue due patrie: quella natale, l’Albania, e quella d’adozione, l’Italia. Tra legami profondi e ferite aperte, tra cronaca familiare e tragedia collettiva, Likmeta sottrae all’oblio una vicenda complessa che si snoda su più piani temporali, dagli anni trenta agli anni novanta del Novecento, fino ai giorni nostri. Scoprirà così che l’Italia non è stata solo quella degli invasori, delle navi che riempirono il porto di Durazzo il 7 aprile 1939, delle uniformi per le strade di Tirana, dei manifesti con il volto di Mussolini, dell’italiano imposto come lingua del potere. Un’altra Italia non si era limitata a eseguire ordini e, nel caos dell’8 settembre 1943, aveva scelto. Di quelle testimonianze diventa urgente ritrovare e custodire la memoria. Soprattutto oggi, nella consapevolezza che «il fascismo non è un ricordo del passato. L’invasione dell’Albania non è un fatto archiviato nei manuali. Raccontarla significa strapparla alla retorica e alla neutralità. Significa dire che dietro le manovre politiche, le leggi, i trattati, c’erano volti, mani, terre spaccate e storie che si sono spezzate».


L’autrice

Anita Likmeta , nata a Durazzo in Albania e naturalizzata italiana, è scrittrice e giornalista. Ha scritto per la rivista «La Biennale di Venezia» e collabora con diverse testate. Il suo primo romanzo, Le favole del comunismo (Marsilio, 2024), ha ricevuto prestigiosi riconoscimenti, tra cui il Premio internazionale Viareggio-Rèpaci e il Premio letterario Giuseppe Dessì.


  • Casa Editrice: Marsilio Editore
  • Pagine: 165
  • Prezzo: E 17.00

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L’ISOLA CHE C’È’ E CHE SI FA NOTARE


In un mondo che presta attenzione solo alla grandezza come dimensione geometrica, è davvero insolito assistere all’arrembaggio di una piccola realtà geografica, come un’isola di 19 chilometri quadrati, che dista dalla terra ferma 3 ore di traghetto.

Mi riferisco all’Isola di Capraia e al suo omonimo comune, il meno popolato d’Italia tra i comuni con sbocco sul mare. Nota in un passato non troppo remoto per essere stata la sede di un istituto penitenziario (istituito nel lontano 1873 come Colonia Penale Agricola e definitivamente dismesso nel 1986) ha vissuto un lungo periodo di splendore (se così si può dire, date le circostanze) grazie alla frequentazione dei familiari del personale del carcere, che presero residenza sull’isola, procreando, mantenendo una vivace economia di sussistenza e costituendo a poco a poco una folta comunità di famiglie.

Con la chiusura del carcere le presenze a Capraia sono a poco a poco diminuite. Le persone hanno lasciato l’isola, improvvisamente divenuta quello che in realtà è: uno scoglio vulcanico in mezzo al mar Ligure, economicamente non autosufficiente, legato ai capricci del mare e del tempo. Anche il turismo pareva stentare: l’assenza di spiagge, i pochi accessi al mare dalla terraferma, un solo centro abitato con neanche 1 chilometro di strada asfaltata. E un cuore pulsante denso di macchia mediterranea, tutta da esplorare. Il suo lato selvaggio, austero, impervio, l’offerta turistica limitata, appetibile quasi esclusivamente per spartani escursionisti, amanti della natura senza fronzoli, hanno tenuto Capraia fuori dalle mete turistiche, dimenticata in un angolo di mare azzurrissimo e incontaminato, persa nella stordente aria salmastra del suo cielo.

Come trovare la chiave di volta per togliere Capraia dal suo splendido isolamento? L’occasione è stata  il PNRR Borghi, Linea B, del Ministero della Cultura che Capraia ha vinto, classificandosi prima in Toscana e settima in Italia per punteggio del progetto di rigenerazione culturale e sociale proposto. Capraia ha deciso di puntare sulle peculiarità e unicità dell’isola, storicamente crocevia strategico sulle rotte dell’Alto Tirreno tra Toscana, Liguria e Corsica e luogo di fertili contaminazioni culturali, contribuendo a creare un’identità storico-culturale, territoriale e paesistica unica, riconoscibile e poco trasformata dai processi economici degli ultimi anni.

Tra i temi principale del progetto il restauro della cinquecentesca Torre del Porto, già adibita a biblioteca pubblica, che sarà interamente fruibile e visitabile e la creazione del Premio Internazionale del Mare, dedicato alle opere di narrativa italiane e straniere pubblicate in Italia a tema “mare, isole, navigazione“. Un Premio che vede in Piero Ottone, uno dei protagonisti del giornalismo italiano per oltre mezzo secolo, capraiese di adozione e grande appassionato di mare e delle sue sfide, il rappresentante ideale. Un modo per ricordare un grande professionista e un grande uomo che con Capraia aveva un rapporto speciale.

Il Premio Letterario Internazionale del Mare: al via la seconda edizione tra curiosità ed eccellenze del mondo culturale.

Una sola edizione, nel 2023, è stata sufficiente a creare un’enorme cassa di risonanza per Capraia. Grazie alle personalità coinvolte nel progetto e alla presentazione dello stesso, avvenuta nell’importante palcoscenico del Salone Internazionale del Libro di Torino. E grazie alla dedizione e all’amore di un manipolo di persone che sono riuscite in un’impresa che a tutt’oggi appare titanica, in un mondo sempre più governato da nomi, luoghi e personalità altisonanti. Una sorta di riscossa del “piccolo” sul “grande” che ha in sé una buona parte del suo successo. E questo ci piace moltissimo.

Manca poco più di un mese alla cerimonia di premiazione, che si terrà sull’Isola il prossimo 7 giugno. A breve sapremo quali saranno le 5 opere finaliste tra le quali verrà scelto l’opera vincitrice per la sezione “opera italiana” (nel 2023 fu “Trema la notte” di Nadia Terranova, edito Einaudi Editore) e per la sezione “opera straniera” (nel 2023 Ultramarino di Mariette Navarro,  edito La Nuova Frontiera, con la traduzione di Camilla Diez).

Le 29 opere finaliste:

  • AFRODITE VIAGGIA LEGGERA di Francesca Sensini – Ponte alle Grazie
  • ALMA di Federica Manzon – Feltrinelli
  • BASTA UN PEZZO DI MARE di Ludovica Della Bosca – Corbaccio
  • COME VENTO TRA LE VELE di Sybil Von Der Schulenburn – Sperling & Kupfer
  • EPIGENETICA di Cristina Batocletti – La Nave di teseo
  • IL SENTIMENTO DEL MARE di Evelina Santangelo – Einaudi
  • IL VECCHIO AL MARE di Domenico Starnone – Einaudi
  • L’ISOLA CHE MI AMAVA di Stefania Aphel Barzini – Ponte alle Grazie
  • L’ISOLA DEI FEMMINIELLI di Aldo Simeone – Fazi Editore
  • L’ISOLA DI ELSA di Silvia Grossi – Libri dell’Arco
  • L’ULTIMA CROCIERA di Chiara Clini – Piemme Edizioni
  • L’ULTIMA ISOLA di Claudio Galassi – Narrazioni Clandestine
  • LA STAGIONE di Marco Raio – Bompiani
  • LE NAVI PERDUTE DEL CAPITANO FRANKLIN di Luigi Guarnieri – Einaudi
  • L’ISOLA DOVE VOLANO LE FEMMINE di Marta Lamalfa – Neri Pozza
  • ORO PURO di Fabio Genovesi – Mondadori
  • PARADISO di Michele Masneri – Adelphi
  • PELLEOSSA di Veronica Galletta – Minumun Fax
  • SEA PARADISE di Eleonora Lombardo – Sellerio Editore
  • SETTEMBRE NERO di Sandro Veronesi – La Nave di Teseo
  • L’ULTIMA ESTATE A ROCCAMARE di Alberto Riva – Neri Pozza
  • AL MARE di Dorte Hansen – Fazi Editore
  • L’ODORE FREDDO DEL MARE di Elizabeth O’Connor – Garzanti
  • L’UOMO CON LO SCANDAGLIO di Patrick Svensson – Iperborea
  • LA FURIA di Sorj Chalandon – Guanda
  • LA NAVE DELLA NOTTE di Jess Kidd – Bompiani
  • LA TRAVERSATA di Ulrike Draesner – Voland Edizioni
  • TERRA DI CAMPIONI di Diego Zuniga – La Nuova Frontiera
  • UNDER JUNGLE di James Sturz – Blu Atlantide

La giuria

Il Premio si avvale di una Giuria tecnica presieduta da Loredana Lipperini, giornalista culturale e scrittrice, e ne fanno parte: Anna Folli, giornalista e scrittrice; Ilide Carmignani, traduttrice e scrittrice; Giovanni Capecchi, docente di letteratura italiana all’Università per Stranieri di Perugia; Gianluca Borghese, Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Zagabria; Elena Pianea, Direzione Beni, Istituzioni, Attività Culturali e Sport della Regione Toscana; Bettina Mignanego, giornalista e rappresentante della famiglia Ottone; Nadia Terranova, scrittrice e vincitrice della I edizione; Ammiraglio Donato Marzano, Presidente della Lega Navale Italiana, esperto di mare e navigazione. La Giuria selezionerà una rosa di cinque opere finaliste e tra queste decreterà il vincitore dell’opera italiana e quello dell’opera straniera.

È previsto inoltre l’apporto del Comitato dei lettori, istituito con la collaborazione della Direzione Beni, Istituzioni, Attività Culturali e Sport di Regione Toscana e composto da una selezione di “lettori forti” individuati tra gli utenti più attivi delle Biblioteche toscane aderenti all’iniziativa.

Sulla base delle valutazioni dei lettori del Comitato si procederà alla selezione dell’opera vincitrice del Premio Pegaso delle biblioteche toscane, promosso e conferito da Regione Toscana. Il vincitore sarà inserito come finalista e verrà reso noto solo durante la cerimonia finale di premiazione.


Perchè seguire il Premio Internazionale del Mare

Perché, vi starete quindi chiedendo?

◼Perché c’è un’isola bellissima e misconosciuta che vuole farsi spazio e dire la sua.

◼Perché anche un sogno grande può realizzarsi quando chi lo insegue ci crede davvero.

◼Perché la bella letteratura è sempre un buon motivo per chiunque.

◼Perché il mare ci affascia da sempre ed è sinonimo di avventura e di sfida.

◼Perché per una settimana finalisti e addetti ai lavori potranno scoprire un angolo di paradiso incontaminato, mare trasparente e una natura che scoppia di salute e che splende nella sua diversità e nel suo lato selvaggio.

E perché anche tu potresti prenderne parte.


L’edizione 2023 da un punto di vista privilegiato: la mia esperienza alla cerimonia di Premiazione.

Due anni fa ho avuto l’enorme privilegio di assistere alla Cerimonia di Premiazione del Premio Internazionale del Mare. In una cornice meravigliosa (il chiostro del convento di S.Francesco, facente parte del complesso architettonico costituito dalla chiesa di S. Antonio e dal convento di S. Francesco, risalente al 1660) Loredana Lipperini ha condotto la serata, attraverso una breve intervista agli autori finalisti e alcune letture di brani tratti dai loro romanzi.

La mite notte, il fragore del mare che poco distante si infrangeva sugli scogli della piccola baia sottostante, l’energia delle storie tratte dai libri e l’entusiasmo di assistere a qualcosa di unico, sopra un’isola così distante dalla terraferma eppure così terrena, concreta, ha reso la serata indimenticabile. E’ stata l’occasione per conoscere gli autori e per chiacchierare serenamente con loro, in un’atmosfera di familiarità e di vicinanza.

Le vincitrici della 1^ edizione del Premio: Nadia Terranova (Trema la notte – Einaudi) per la sez. opere italiane e Mariette Navarro (Ultramarino – La Nuova Frontiera) per la sez. opere straniere

Non solo gli autori, ma anche i membri della Giuria e molti altri nomi illustri che si legano al mare, alle isole e alla navigazione erano presenti alla serata finale e si sono goduti anche un assaggio dell’isola e delle sue bellezze, che io conosco molto bene.

Laura Salvadori, 29 aprile 2025