IL DIO DEI BOSCHI di Liz Moore


Una volta, giocando a Dictionary, Alice ha trovato la parola “trascendente”, ed è proprio quella la parola che le viene in mente quando pensa allo spazio liminale tra vita e morte in cui incontra suo figlio. Lo spazio in cui si concede di riconoscere ciò che ha fatto è trascendente. Lo spazio in cui non ce la mette tutta per impedire a frammenti di luce e ricordo di emergere di tanto in tanto, in momenti inaspettati, e con tanta acutezza da darle la sensazione di una pugnalata, è trascendente. In quel mondo in cui i ricordi arrivano, lei li accetta, li esamina in maniera oggettiva e si apre a loro, invece di allontanarli.


18 novembre 2024

Che la penna di Liz Moore fosse magica, era già appurato. Ma con Il Dio dei boschi Moore ha definitivamente consacrato il suo grande talento di narratrice e di interprete sensibile e illuminata dell’animo umano, regalandoci un romanzo indimenticabile in cui le sorti di una famiglia si legano ad una terra florida, ricca e fitta di un mistero asfissiante e palpabile che ha macchiato il passato e dato vita ad un dolore inspiegabile e inaccettabile.

La terra ha un ruolo centrale nel romanzo. E’ il simbolo di una ricchezza che affonda le radici nella concretezza dei boschi, nei terreni scoscesi e inaccessibili, nella bellezza quasi crudele di una natura selvatica e indomabile. I Van Laar, come la terra che possiedono, sono gente concreta e solida. Affidabile e senza macchia, come si addice a dei banchieri che ripongono le proprie sorti esclusivamente nella fiducia che ispirano ai loro clienti.

Una famiglia apparentemente perfetta, che abita quei luoghi da tre generazioni. Che ama la natura al punto di fondavi un campo estivo, per diffonderne nei giovani l’amore e il rispetto. Eppure quei boschi, verdi e solidi e profumati, nascondono un segreto: diversi anni or sono hanno inghiottito il piccolo Bear, il rampollo della famiglia, un bambino di otto anni, curioso, energico e dolcissimo. E oggi, in un giorno d’agosto del 1975, stessa sorte sembra toccare anche a Barbara, la figlia tredicenne dei Van Laar, che un giorno scompare riaprendo una ferita che sanguina ancora e smuovendo dal fondale viscido dei ricordi un fango spesso e nerissimo. Perché la tragedia è un’ombra che oscura la reputazione degli irreprensibili banchieri. Le chiacchiere, i mormorii sommessi, le dicerie sono tarli che corrodono dall’interno minando ogni superficie fino a farla implodere.

La costruzione del romanzo è superba. Moore si muove con maestria e lucidità tra diversi piani temporali, utili ad illustrare al lettore le dinamiche interiori che muovono i personaggi, e l’altalena di eventi che legano alla perfezione il passato con il presente. Le storie si dipanano con naturalezza e convergono verso la tragedia. Poi tornano al presente, in un’epoca in cui la donna vive della luce riflessa dell’uomo, schiacciata tra le convenzioni sociali e le gabbie dorate della famiglia.

Sono femminili tutti i personaggi chiave del romanzo. Alice, la giovanissima moglie di Peter Van Laar III, che vive all’ombra dell’ingombrante marito, così tanto da non meritare di avere neanche un’opinione. Un’incubatrice per produrre figli, un soprammobile, meglio se debole e remissiva. Alice, che muore il giorno in cui scompare il suo amato Bear, che viene fatta passare per pazza, poi invitata a trovare conforto negli antidepressivi, inutile sacco vuoto ora che il suo piccolo non c’è più. Alice offuscata, sopraffatta dalla nostalgia, da tenere in disparte, per evitare imbarazzi. Poi nuovamente madre di Barbara, nata per sostituire il fratello, cresciuta nell’ombra, ora adolescente ribelle e invisibile, di cui nessuno si cura. T.J. la direttrice del campo estivo, una giovane androgina e risoluta, schiva e indomita sulla cui sessualità ci si interroga più o meno apertamente. Louise, giovane coordinatrice del campo, una famiglia sfasciata alle spalle, che cerca negli uomini quella figura che le è mancata da piccola, remissiva, docile e sottomessa se in ballo c’è la speranza in un futuro migliore. Judyta, che solo da pochi mesi è investigatrice e che vede nel lavoro il mezzo per emergere, in un mondo comandato dagli uomini e fatto solo per loro.

E la storia di Bear, nucleo del romanzo, che è un rompicapo assurdo e subdolo. Quando è in ballo la reputazione di un banchiere bisogna risolvere in fretta e ancora più velocemente dimenticare. Cosa è successo quel giorno del 1961 mentre la famiglia Van Laar è impegnata nella festa che ogni anno si svolge nella proprietà?

E cosa è successo a Barbara in quel 1975 infuocato e crudele, mentre una comitiva di adolescenti legnosi e goffi gioca a fare gli esploratori? Chi espierà, stavolta, le colpe dei Van Laar, la storia della loro ascesa, i legami di sangue e di gratitudine, le apparenze, le gelosie, quei segreti che pesano come macigni?

Il dramma familiare diventa un thriller adrenalinico e concitato. Le passioni, i segreti, le costrizioni della ricchezza, del buon nome. La reputazione che sorpassa il bene in ordine di importanza, provocando una stortura che il tempo non sarà capace di correggere mai.

Tutto il romanzo è perfezione, stridore, acuto grido di dolore e ingiustizia sociale e di genere. Desiderio, ascesa, follia, menzogna, colpa e espiazione. Un groviglio di sensazioni e sentimenti dal quale emerge solo il dolore della perdita e dell’ingiustizia, quella che si può guarire solo con l’estremo sacrificio.

Un microcosmo senza pecche, in cui rispecchiare il nostro sentire profondo. Il mondo imperfetto e fallace che Moore rappresenta in maniera perfetta, incantevole e crudele, attraverso una scrittura cruda, precisa e affilata, che concede solo quel fugace senso di incompiuto come unica consolazione. Ne esce una rappresentazione impietosa dell’uomo e dei suoi massimi sistemi, delle sue leggi e delle sue menzogne, macigni che schiacciano l’immagine che ognuno crede di avere, mentre tutto il suo debole e fallace costrutto crolla miseramente.

Ma chi legge perdona lo stridore della storia, l’afrore che spinge l’uomo a mentire e a sopraffare. Moore percorre ogni contraddizione, ogni stortura addentrandosi nel cuore dei personaggi, come nel fondo di una foresta inaccessibile e sconosciuta e ci consegna una storia di amicizia e di fedeltà, di desiderio, di cambiamento e di seconde possibilità.

Nel bosco c’è un tesoro nascosto. C’è un luogo di pace che la morte ha solo offuscato. C’è salvezza e pace. Se riuscirai a raggiungerlo.


Il romanzo

È l’estate del 1975 quando Barbara Van Laar, adolescente problematica, scompare da Camp Emerson, il campo estivo fondato dalla sua ricca famiglia nel parco delle Adirondack. La notizia fa subito scalpore: anni prima anche suo fratello Bear è sparito nei boschi in circostanze misteriose, e non è mai stato ritrovato. La giovane investigatrice Judyta Luptack comprende subito che tutti nascondono qualcosa: gli uomini della famiglia, che ai tempi di Bear hanno tardato a chiamare i soccorsi; la madre dei ragazzi, incapace di riprendersi dal dolore; il capitano della polizia, che ancora una volta ha fretta di trovare un colpevole, e Tracy, l’unica amica di Barbara al campo e l’unica a conoscere i suoi movimenti segreti. Mentre le indagini procedono, passato e presente si intrecciano, mettendo in luce tradimenti, menzogne, conflitti e giochi di potere. In questo sontuoso romanzo, Liz Moore mescola thriller e dramma familiare, raccontando una comunità dove ricchezza e benessere diventano gabbie che imprigionano affetti, desideri e ambizioni. Con uno stile limpido e ammaliante, Il dio dei boschi si addentra nelle contraddizioni umane come nel folto di una foresta impenetrabile, e ci consegna un ritratto memorabile della giovinezza, dell’amicizia e delle seconde possibilità che la vita concede quando si ha il coraggio di cambiarne le regole.

Questo libro è per chi affida un desiderio inconfessato a una stella cadente, per chi ha amato Dio di illusioni di Donna Tartt, per chi durante una tempesta ha trovato rifugio tra i rami di un abete, e per chi ricorda con affetto quel momento della vita che è come prendere fiato prima di parlare: un’ultima, dolce pausa prima di rivelare al mondo la propria natura.


L’autrice

Liz Moore è una scrittrice e musicista americana, e insegna Scrittura creativa alla Temple University di Philadelphia. NNE ha pubblicato I cieli di Philadelphia (2020), da cui è stata tratta la miniserie Long Bright River, Il mondo invisibile (2021) e Il peso (2022), romanzo che è stato selezionato per l’International IMPAC Dublin Literary Award e ha imposto il talento di Liz Moore sulla scena letteraria internazionale. Tradotto in più di venti paesi, Il dio dei boschi è uno dei bestseller americani del 2024, selezionato per il Summer Book Club di Jimmy Fallon e incluso da Barack Obama tra i migliori libri dell’anno.


  • Casa editrice : Enne Enne Edizioni
  • Traduzione: Ada Arduini
  • Pagine: 533
  • Prezzo: E 22,00

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LA PIU’ BRAVA di Carolina Bandinelli


Arriva un momento in cui uno sportello con la cerniera difettosa o una macchia, un pomello sbilenco, diventa una cosa brutta, quasi una minaccia, una crepa da cui potrebbe cominciare il crollo inesorabile, il principio dell’entropia. E invece uno sportello ben fatto, di un bel legno o meglio ancora un materiale sostenibile, magari composto da particelle di plastica trovate nell’oceano, con un’apertura scorrevole, funzionale, pulito, pulitissimo, ogni volta che lo apri ti sussurra: sei una bella persona, una brava persona, è tutto sotto controllo, ma tua vita è comoda, luminosa, areata con ampia zona giorno e cucina abitabile.


Emma, quando il futuro, inaspettatamente, è adesso.

10 novembre 2024


Un romanzo travolgente. Un fiume in piena che corre roboante verso il mare, impetuoso come la vita incompiuta e irrisolta di Emma.  Che scorre nello spazio angusto e veloce di una sola giornata. I pensieri, si sa, vanno alla velocità della luce e Emma ha di che pensare, ora che la sua vita è ad un passo dalla concretezza. 

Una cosa che spaventa. Mentre la provvisorietà, quel tanto di irrisolto e indefinito, è davvero confortante. Puoi ripensarci, cambiare, dire che scherzavi. Tirare un frego e rifare tutto da capo. Senza senso di colpa.

Ma quando può durare questo limbo?

Si può davvero cincischiare in una comoda terra di mezzo mentre tutto il mondo decide, compie, costruisce e consolida? Che va avanti lasciandoti indietro?

Carolina Bandinelli ci regala un racconto che nasce e cresce sull’onda dei ricordi di una vita. Ieri a Firenze, o nei campeggi vintage della costa, dentro sonnolente e capricciose estati. Oggi a Londra e tutto ha trovato la giusta collocazione: il lavoro, la casa dei sogni, l’amore.

Eppure mai come adesso Emma si interroga e mette tutto in discussione.

Perché, in fondo, non c’è niente di più destabilizzante della stabilità. Del ritrovarsi adulta. Di dover rispondere alle aspettative degli altri, così intransigenti e spietati.

Una donna ha tanto da spiegare e da giustificare al mondo. O peggio ancora, alle amiche, che non vede da un po’. La questione della maternità, ad esempio. 

Un’esperienza di lettura insolita e travolgente. Un romanzo che non si molla, che si fa ascoltare, che non ha capitoli ma è un tutt’uno. Un coacervo di pensieri, una cascata che travolge, a tratti esilarante ma sempre profonda e portatrice di spunti per vivere in consapevolezza quell’età complicata e ingrata in cui si è troppo giovani per essere vecchi e troppo maturi per essere giovani.

Una voce che prende fiato solo per sopravvivere, tanto ha da dire e da raccontare. Un racconto che ci appartiene e in cui è facile ritrovarsi. Se si è donne alla prese con l’intransigenza del tempo che passa e che detta legge su ciò che andrebbe fatto o detto.

Come fuggire a questo out out?  Forse si può… 

Di certo si può condividere un malessere generazionale, con consapevolezza e ironia, senza per forza dover essere le più brave!


Il romanzo

Una donna, la sua storia, le sue esperienze, il presente a cui è approdata. Un esordio eclettico, pieno di ironia e pensiero sul mondo. 

Emma ha trentasei anni e vive a Londra da dodici, una mattina si sorprende adulta: ha un gatto stabile, un compagno stabile, un lavoro stabile in un’università prestigiosa. Sta addirittura per comprare casa. Quello che per anni ha chiamato “futuro” adesso è presente. Cos’è che l’ha portata in quel preciso punto della vita? Da cos’è composta la sua identità? Intorno a questo interrogativo, in una giornata qualunque, si raccolgono le esperienze che hanno segnato la sua storia: dalla famiglia al rapporto con gli uomini e il sesso, dalla relazione con le altre donne alla questione, irrisolvibile, della maternità. Emma sa di essere cambiata eppure rimangono i dubbi su questa crescita, questa evoluzione.

Carolina Bandinelli ci porta con sé in una galoppata generazionale che parla di expat e di desideri, di contagi e conforti, di femminismo e consapevolezze, del non sentirsi mai all’altezza, del non poter essere – nonostante tutto – le più brave.


L’autrice

È Associate Professor in Media and Creative Industries all’Università di Warwick. Da più di dieci anni contribuisce al dibattito culturale, in Italia e all’estero, con interventi su lavoro creativo, desiderio e media digitali. La sua ricerca è apparsa su testate internazionali tra cui BbcNew York TimesEl País. Nel 2024 ha pubblicato Le postromantiche: sui nuovi modi di amare (Laterza), un saggio personale sulla cultura dell’amore e del sesso.


  • Casa Editrice: Nutrimenti
  • Pagine: 160 pagine
  • prezzo: E 17,00

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BILLY IL CANE di Alberto Rollo



La violenza dei cani, quando c’è, è la nostra violenza. La rabbia viene dall’altra faccia della luna, è una delle nostre radici profonde, per questo chiede spazio, anche se non ne ha diritto, per questo attacca quando chi la sente è sicuro di essere stato attaccato. Non c’è legge che governa lo spavento di stare al mondo.


30 settembre 2024

L’innocenza di un piccolo muso nel fango.

L’immagine del piccolo cane tra i flutti del fango, naufrago innocente nelle spire di un mare di giallo, non mi abbandona mai, mentre leggo questo romanzo memoir. Il perro enterrado di Goya, emblema dell’innocenza, dell’arrendevolezza davanti alla morte, che coglie un essere esente da ogni colpa e lo immola nella sua totale impotenza, appare sotto le pagine, come un ectoplasma. La natura delle cose, la loro anima profonda e immutabile restituisce la consapevolezza che l’uomo non possa governare alcunché, giacché anche il suo essere, la sua stessa anima è comandata da leggi antiche e istintive. L’uomo e la bestia non sono che specchi. L’uno riflette l’altra e lo completa, lo risolve.

In Billy in cane vi sono, vividissime, le eco de Il richiamo della foresta. Anche Billy, come Buck, vive l’asservimento alle leggi dell’uomo, seppure in un contesto domestico. Buck è per Billy l’esempio, la cartina di tornasole che sancisce ciò che può essere accettato come codice di comportamento e ciò che invece non si può evitare di fare. Il morso, che in certi casi è come una vertigine. La rabbia, quel vortice che annulla ogni volontà e ogni raziocinio. L’impulso sessuale, cieco, ineluttabile istinto. E come Buck, Billy torna alla natura, alla terra che è l’ultimo grembo di ogni essere vivente e alla ferinità, che da sempre governa il suo essere.

Billy il cane è una lettura che incanta, che riduce una vita intera ad un pugno di cose e di sensazioni. Un lungo racconto a due voci che riassume l’intensità e l’unicità del rapporto tra il cane e il suo uomo, il suo tutore, come Rollo suggerisce (che immagine intensa, quella dell’uomo come tutore del cane! Un’immagine che suggerisce parità di dignità e scambio di energia costante e costruttiva).

La voce narrante è Billy, che dall’uomo mutua le parole, i modi di vivere e ne estrae saggezza e luce. Una vita che inizia tra gli stenti, in cattività, e che rinasce con l’uomo che decide di salvarlo. In realtà la salvezza è una corrente densa e mutevole, che va e viene in entrambe le direzioni. Billy e l’uomo non cessano mai di compenetrarsi e di assistersi. La mutualità del loro rapporto non viene mai meno, anche nelle incomprensioni che lo scuotono. Il gesto incompreso dell’altro è sempre un invito ad allargare il proprio sguardo. Che non sempre funziona. Il cane racconta le gesta di un terzetto di umani (il tutore e la sua famiglia). L’uomo vede e vive la ferinità del cane, i suoi caparbi istinti, la volontà di ritagliare nella calma vita domestica un angolo in cui sfogare il suo lato selvaggio. Il susseguirsi delle voci narranti, dei fatti salienti di una vita intera, del dilagare di debolezze e bisogni che la presenza dell’altro può provare a curare, fanno di questo romanzo una lettura commuovente, intima e coinvolgente, che non cede facilmente il passo al sentimentalismo. Rimanendo asciutta, quasi scarna, volta a far emergere l’essenziale. Senza suggerire, al contrario, invitando il lettore ad immedesimarsi, a completare pensieri e sensazioni, elaborando e ripensando alla profondità di un rapporto fatto di silenzi e di intuizioni.

Bella la prosa di Rollo che coglie con estrema naturalezza ogni increspatura emotiva per la capacità, quasi soprannaturale, di descrivere l’animale, dentro e fuori di esso. Poetica, indulgente e portatrice di una riflessione profonda su cosa significhi, oggi, concedere spazio e voce all’istinto e all’autenticità senza filtri.

Una lettura che mi riporta alle suggestioni ferine di I miei stupidi intenti di Zannoni e che ritorna, come un cerchio, al piccolo cane prigioniero della sabbia: la vita è tutto un fluire verso l’ultimo atto, nel quale si consuma il vero e unico dramma della natura: quel semplice “finire” che si consuma, da sempre, in solitudine.


Il romanzo

Tra gli ontani, gli aceri, i castagni e le balze erbose dell’estate, Billy il Cane si muove non visto verso una meta che conosce lui solo: ha consumato il suo tempo. Si sottrae fieramente al consorzio umano, come la sua profonda ferinità gli impone. I suoi tutori lo cercano e lui, fratello della notte, inciampa con la memoria nella sua vita da cane: rivede l’infanzia disgraziata, l’ingresso nella casa del balzano terzetto dei suoi tutori che lo hanno strappato alla strada, la biblioteca del tutore dove ha ‘assaggiato’ la carta di tanti libri e per osmosi ha imparato la sua lingua. E poi le sfide, le risse, i morsi, gli amori e soprattutto la rabbia che sempre ha abitato il suo bellicoso cuore smargiasso, impaziente di avanzare nel mondo. Il piccolo cane con la lettera maiuscola se ne va, con le orecchie di velluto puntate verso il cielo, per continuare a sentire tutto, eterno come eterne sono le vite di chi ha molto vissuto.


L’autore

Alberto Rollo, nato a Milano, è scrittore, critico, traduttore e figura significativa dell’editoria italiana. Operatore culturale, grande appassionato di musica, è traduttore, fra gli altri, di Jonathan Coe, Steven Millhauser, Truman Capote, Henry James. Ha pubblicato Un’educazione milanese (2016, finalista al Premio Strega 2017), L’ultimo turno di guardia (2020, Premio internazionale L’Aquila, terna finalisti Premio Napoli) e Il miglior tempo (2021).


  • Casa editrice: Ponte alle Grazie
  • Data di uscita: 3 settembre 2024
  • Pagine: 181
  • Prezzo: 16,90

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GLI STRAORDINARI di Edoardo Vitale



Le giornate erano ancora abbastanza lunghe e si faceva in tempo a cogliere l’ultima luce del giorno mentre si posava sui grattacieli che tracciavano forme nitide nel cielo. Uomini in camicia dai tagli di capelli perfetti e donne dalle borse griffate si mischiavano con gli adolescenti in tuta e scarpe da ginnastica. Passeggiavano su viale Europa finché non prendevano posto fuori dai bar per bere gli Aperol Spritz che avevano agognato per tutto il giorno.
Sembravano assolutamente determinati a dimenticare quello che era avvenuto e ciò che erano stati nelle otto ore precedenti.
L’aperitivo era il corollario naturale di ogni giornata di lavoro, di lì a poco il quartiere avrebbe sprigionato il bagliore finale, prima di svuotarsi rapidamente e cadere in un coma denso e ovattato, una specie di stand-by indotto. Nei giorni infrasettimanali non c’era una vera vita notturna all’EUR, fatta eccezione per i rider che sfrecciavano in scooter e consegnavano cibo nelle ville limitrofe, trincerate dietro alte siepi e schiere di telecamere di sorveglianza, antifurti, inferriate e cancelli allarmati. Tutto il quartiere poteva sembrare un set cinematografico a fine riprese, sui circoli sportivi e sulle insegne degli estetisti calavano il buio e il silenzio e si espandevano a macchia d’olio verso i sobborghi circostanti del Torrino, dell’Axa, di Casal Palocco, i quartieri discreti, dove vivevano i car-diologi, gli avvocati, i chirurghi, i manager e i calciatori, per rimanere immuni agli abomini che dominavano il resto della città.
Poi, al mattino seguente, gli stessi uomini in camicia e le stesse donne incipriate sbucavano uno a uno dai garage, a bordo dei loro SUV, per fare ritorno negli uffici, dopo aver lasciato i figli al sicuro nelle scuole private. Alcuni di loro, prima di aprire lo sportello, si abbandonavano a un breve pianto. 

23 settembre 2024

Quando la carriera risucchia la vita e la deforma. Il caso dei millenials, la generazione di mezzo.


Gli straordinari non sono le ore che dedichiamo al lavoro che non sarebbero dovute. Sono le persone che rompono le righe, che si tolgono cravatta e tacchi vertiginosi, che resistono alle tentazioni di una realtà che ci vuole asserviti ai simboli e alle etichette.

Questo romanzo è un racconto vertiginoso e spietato dell’epoca in cui il lavoro ci ha investiti e e risucchiati. L’epoca in cui il successo professionale è divenuto un tiranno sempre più esigente, difficile da mantenere se non a costo di enormi sacrifici. Che annulla la vita privata e pretende di pilotarla come crede. Che vuole sempre di più. Che annienta desideri, sogni e aspettative. Un equilibro che può spezzarsi con niente e che va mantenuto ad ogni costo. 

Poco più che trentenni, Nico e Elsa hanno raggiunto un’importante posizione lavorativa in seno ad un’azienda che promuove i valori green, tanto in voga. Il lavoro, con i suoi tempi, scandisce la loro vita, sempre più orchestrata da quelli che l’azienda ritiene essere i suoi valori cardine.

Il bisogno di controllo, l’insonnia costante, le emicranie, quell’ansia  sottile che verosimilmente può essere scambiata per adrenalina, sono ormai compagni di vita. Vita che si è trasformata in un vortice senza via di fuga. 

Non si può evadere da una simile prigione. Una gabbia dorata inespugnabile abitata da altri inconsapevoli prigionieri con i quali dividere una vita al servizio di obiettivi sempre più ambiziosi.

Nico tuttavia inizia a mettere in discussione se stesso e ciò che ha dovuto modificare per inseguire il successo e le aspettative degli altri. Il suo occhio vede con estrema chiarezza cosa è diventato, un ingranaggio in una catena inesorabile e affabulatrice. Il suo rapporto con Elsa che sembra esistere e resistere anche grazie al collante e alla pressione del loro lavoro. Il suo stesso corpo, che sembra ribellarsi ai ritmi che Nico gli impone. Una vita intera costruita al servizio di una missione che giorno dopo giorno appare sempre più  forzata e subdola.

Edoardo Vitale confeziona un romanzo dagli echi distopici e dalla forza narrativa travolgente che possiede una profondità, una consapevolezza e una chiarezza che stordiscono. 

Capace di smontare con grande efficacia i costrutti assurdi e fallaci della società consumistica e di scoprire le trappole che la società tende all’uomo senza sosta, rappresentandogli un mondo fittizio e dorato che invece è il tiranno più feroce che possiamo immaginare.

Vitale ci mostra cosa c’è al di là del confine, oltre il confort dei nostri modi di vivere. Una terra insidiosa piena di buche e di gorghi.  Ma che può essere abitata, grazie all’enorme potere del compromesso e della rinuncia in favore di schemi esistenziali più semplici.

Questo romanzo è quanto di più coraggioso, poetico e dirompente si possa leggere. È una lettura che scoperchia vasi e cancella a colpi di spugna costrutti e dettati. 

Un canto che libera la generazione di mezzo, nata e cresciuta sotto la luce accecante della produttività a tutti i costi e maturata mentre la velocità del cambiamento confonde ogni percezione. Questo romanzo gli concede il beneficio della vertigine, dello straniamento. E una seconda occasione, sempre.


Il romanzo

Nico ed Elsa si sono conosciuti durante gli anni dell’università, a Roma. Mentre il paese era paralizzato dalla crisi economica e i loro coetanei andavano all’estero per cercare lavoro o per trovare se stessi, si sono innamorati sfacciatamente, e a quell’amore si sono aggrappati come a una scialuppa durante una tempesta. Dopo qualche anno di appartamenti condivisi e lavori precari, sono stati assunti da pANGEA, una multinazionale che si occupa di sviluppo sostenibile e transizione ecologica: in pratica, di aiutare i brand ad apparire più etici e green. Oggi hanno trentasei anni e grazie al loro talento e ad alcune idee di grande successo, come un’app di ginnastica respiratoria che stimola la produttività degli utenti, hanno scalato i vertici dell’azienda. Sono direttori creativi del reparto di Innovazione digitale, vincono premi prestigiosi, hanno comprato casa e l’hanno arredata con devozione, possono permettersi cibo a chilometro zero, viaggi intercontinentali, abbigliamento slow fashion. Ma lavorano senza sosta, sono costantemente connessi, hanno la sensazione di non potersi fermare mai, neppure la notte, quando i progetti e le scadenze si trasformano in incubi. Mancano poche settimane al p-Day, l’appuntamento più importante dell’anno, il giorno in cui pANGEA presenta al pubblico i prodotti del futuro. Quest’anno si terrà per la prima volta a Roma e la squadra di Innovazione digitale è più che mai sotto pressione. Mentre il caldo assedia la città, gli incendi costringono le persone a chiudersi in casa e le proteste degli attivisti climatici vengono represse con la forza, nella quotidianità apparentemente perfetta di Nico ed Elsa si insinuano, come granelli di sabbia in un ingranaggio, dubbi e insofferenze impossibili da ignorare. Con una prosa precisa e affilata, a tratti frenetica, a tratti malinconica e pervasa di dolcezza, Edoardo Vitale si chiede che cosa sia l’amore ai tempi della performance, dell’ansia dilagante e della crisi climatica. Gli straordinari è la storia di Elsa e Nico, ma racconta il presente e il passato recente di un’intera generazione, esplora il suo complesso rapporto col lavoro e ne smaschera in modo sconcertante ossessioni, vizi, dipendenze e paure.


L’autore

Edoardo Vitale è nato a Roma nel 1989. Scrive di cultura per diversi magazine, Gli straordinari è il suo primo romanzo.


  • Casa editrice: Mondadori
  • Pagine: 170
  • Prezzo: E 18,50

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VIVA IL LUPO di Angelo Carotenuto


La mattina dopo mi mossi verso il mondo che aveva partorito quell’incanto. Era oltre le vecchie concerie, prima di entrare nella zona nuova del paese. Fermai la moto di fronte a questo chalet a due piani, aveva un giardino curato davanti alla porta e uno più brullo sul retro. Abbassai il cavalletto e sedetti là, a guardare cosa succedeva e chi passava. Finché misi a fuoco il rumore di un treno in corsa, non molto lontano, e il suono gelato di un passaggio a livello.

16 settembre 2024

Guardare senza vedere, storie di talent per invisibili.

Gli eventi che investono la nostra vita sono spesso catene inarrestabili, frane improvvise che travolgono esistenze e cambiano la morfologia del terreno su cui poggiano i piedi, ritenuto a torto una base solida, al contrario spesso vere e proprie sabbie mobili che ci colgono impreparati, indifesi, disarmati.

Questo improvviso sgambetto è ciò che accade a Puro, un cinquantenne a cui la vita ha finora sorriso. È un uomo di successo, leader di un gruppo musicale che si è fatto strada, approfittando dei venti favorevoli e cogliendo le giuste opportunità dentro al mondo effimero e mutevole della televisione. 

Oggi Puro è il giudice più autorevole di un talent show televisivo. Sotto i suoi occhi sfila ogni settimana il futuro della musica, un caleidoscopio di voci, corpi, storie che appartengono a persone imperscrutabili e misteriose per Puro, che finora ha emesso verdetti senza soffermarsi, come del resto il contest richiede, sulle vite e sulle speranze di queste giovani vite.

Poi Tete, giovanissima concorrente a cui Puro ha detto no, muore. Sotto un treno, senza lasciare indizi. Suicidio o terribile incidente?

Per Puro si spalanca l’abisso. Perde la voce, l’unico suo baluardo nel mondo degli altri e si lascia invadere da domande senza risposta, che lo lasciano in balia di un innominabile vortice di emozioni.

Mentre la sua carriera si sgretola Puro mette in discussioni tutta la sua vita e sente di dover riconsiderare chi gli si è parato davanti: compagne, figli, colleghi, amanti,  concorrenti. Dentro di loro Puro intuisce mondi imperscrutabili, a volte affioranti, che lui non si è mai preso la briga di guardare, privandosi di quello scambio salvifico che è il contatto profondo con l’altro. 

Chi sono le persone che hanno attraversato la sua vita? Cosa significa essere giovani oggi? Cosa si prova quando, affacciandosi sugli strapiombi della vita si vede solo nebbia e vertigine?

Il viaggio di Puro scorre dentro a chi ha incontrato e dentro di sé. E un fiume insidioso che lo apre a nuovissime consapevolezze. Un percorso di crescita e di apertura verso gli altri che serba enormi sorprese e gli lascia la voglia di scavare in profondità senza fermarsi alla superficie. Anche quando questa lo abbaglia.

Il tutto costruito con arguzia, ironia, sensibilità, nel roboante calderone fuori e dentro ad un talent, che mostra l’incredibile varia umanità che ci circonda, densa di storie e di vita. 

Un lavoro davvero convincente quello di Angelo Carotenuto. Capace di farsi interprete di due generazioni spesso impenetrabili e distanti. Davanti a sé scoprirà un mondo intonso, rigoglioso, pieno di teneri boccioli e di strenue spine, che trafiggono e lasciano cicatrici. Un omaggio alla generazione silente, che si nasconde dietro ad uno schermo e che non sa più interagire senza provare imbarazzo. Che cerca spazi e tempi che la rappresentino. Luoghi in cui mostrarsi senza filtri e tempo da strappare ai grandi, frettolosi spettatori di disagi e di sconfitte, tristi Cassandre che avevano già previsto il loro fallimento. E una assoluzione per adulti, quelli che “ai miei tempi” era tutto più facile e più bello. Quelli che si sentono forti ma sono fragili bandierine al vento. Ogni tanto accade un miracolo e qualcuno si prende la briga di andare a conoscere, a tastare il terreno.

Carotenuto dimostra che un ponte si può costruire. Iniziamo oggi, allora.


Il romanzo

Un mercoledì di fine luglio Gabriele Purotti si sveglia senza voce. Ha poco più di cinquant’anni ed è il leader dei Dorita, uno dei gruppi rock più in vista della scena indie italiana. Tutti lo conoscono come Puro, è diventato davvero famoso grazie alla televisione, ogni settimana gli passano davanti le giovani speranze della musica italiana e lui è il loro giudice, nel talent show musicale di maggior successo, «Viva il lupo». Adesso il suo futuro di cantante è a rischio, i medici non sanno darsi spiegazioni, lui sì. La voce si è spenta appena saputo della morte di Tete, una ragazzina sedicenne. È stata travolta da un treno mentre attraversava in monopattino un passaggio a livello, con le cuffie alle orecchie e la musica alta. Due giorni prima, alle audizioni del programma, aveva dimostrato un grande talento. Però era stata rifiutata con il voto decisivo del Puro. Forse – sospetta la Procura – potrebbe essere stato un gesto volontario. Gabriele sprofonda nell’abisso del rimorso e comincia una doppia ricerca, dentro e fuori di sé. Vuol sapere tutto di Tete, ricostruire i suoi sogni e quel mondo che sente d’aver spezzato. Poi ha l’urgenza di rintracciare le altre ragazze e i ragazzi da lui bocciati negli anni, di verificare se si è lasciato dietro una scia di dolore e disperazione. Mentre la gara televisiva prosegue inarrestabile senza di lui, macinando rivalità e rancori, vincitori e sconfitti, Puro riesce a entrare in contatto con la famiglia della ragazzina, scoprendo una nonna straordinaria e un fratello stralunato e geniale. Un doppio incontro che cambierà il senso della sua ricerca e il corso della vita di ognuno di loro.
Un romanzo che racconta il presente nei desideri e nelle sconfitte, nella violenza della competizione e nella dolcezza dell’amicizia, capace di rappresentare lo smarrimento della vecchiaia che incombe, lo struggimento di un’adolescenza che pare non aver fine, il disagio di una società di adulti fragili, convinti che invece la fragilità sia dei giovani.


L’autore

Angelo Carotenuto, nato nel 1966, è giornalista professionista dal 1991. Ha lavorato nella redazione napoletana della Gazzetta dello Sport, poi a Repubblica, dove è stato capo redattore della sezione Sport. Attualmente scrive di calcio, libri, musica, cinema per il Venerdì e per il Corriere dello Sport-Stadio. Ha pubblicato i romanzi: Dove le strade non hanno nome (Ad est dell’equatore, 2013) e La grammatica del bianco (Rizzoli, 2014), ambientato durante il torneo di tennis a Wimbledon nel 1980, e vincitore del Premio Selezione Bancarella Sport, e, con Sellerio, Le canaglie (2020) e Viva il lupo (2024). Ha scritto e diretto il documentario C’era una volta Gioânn – 100 anni di Gianni Brera (Sky Arte, 2019).


  • Casa Editrice: Sellerio
  • Data di pubblicazione: 27/08/2024
  • Pagine: 250
  • Prezzo: 16

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VEGLIARE SU DI LEI di Jean-Baptiste Andrea

Ma qualcosa mi aveva preso. Il suo nome mi girava in testa come quei motivetti che i nostri vecchi cantavano quando aveva alzato il gomito, quelle canzoncine popolari che gli restituivano gli occhi dei vent’anni. Viola, Viola, Viola.


3 settembre 2024

Volo e pietra: incanto e disincanto di due anime ribelli

Fresco di stampa (è uscito ieri 3 settembre per La Nave di Teseo) e vincitore, in Francia, di numerosi premi tra cui il prestigioso Prix Goncurt nel 2023, 𝑽𝒆𝒈𝒍𝒊𝒂𝒓𝒆 𝒔𝒖 𝒅𝒊 𝒍𝒆𝒊 è il romanzo perfetto per intraprendere un viaggio sensoriale, storico e sentimentale nell’animo di un talentuoso scultore italiano, Mimo Vitaliani e nella storia d’Italia, dagli inizi del novecento e fino agli anni 80.

Una storia fedelmente resa, che da questa mutua gli umori, i dissapori e le storture del regime fascista, della guerra, della società patriarcale e dei compromessi che all’epoca, come adesso, occorreva accettare per emergere, specie se eri diverso o femmina.

I protagonisti del romanzo sono due personaggi particolari. Lui, Mimo, è affetto da nanismo. Povero, costretto da piccolo a lasciare la propria casa al seguito di uno zio tirannico e alcolista, dovrà lottare con ogni sua cellula per essere accettato dagli altri. La sua arte, attenta a restituire realismo ai suoi soggetti, lo porterà a contatto con una delle famiglie più potenti del tempo, gli Orsini, a cui appartiene Viola, impavida sognatrice, sulla quale si concentrano mille forze concentriche e pericolose: il desiderio di spiccare il volo e la voglia di affrancarsi dai soprusi di una società patriarcale, che vuole la donna moglie mansueta e madre votata al sacrificio. 

Viola rifugge questa immagine già anche nel suo aspetto androgino e spigoloso. Con Mimo suggella un patto di perpetua assistenza e vicinanza. Patto destinato ad avere vita dura, quando Viola vedrà infrangersi i suoi sogni e quando Mimo pagherà il proprio successo come scultore con il compromesso e il tradimento.

Eppure questo amore, che sarà puro e platonico fino alla fine, è un legame più forte di qualsiasi condizionamento. Anche quando uscirà sconfitto dalle prove della vita. E quando il destino chiuderà un sipario di macerie e di sangue, per Mimo giungerà l’occasione della sua vita di artista: una Pietà mistica, dalle suggestioni ipnotiche, che sembra condizionare chiunque la osservi. Un’opera pericolosa e misteriosa che dovrà essere celata agli occhi degli altri.

Vegliare su di lei è una grande storia d’amore e di lotta. Di amicizia, di sofferenza e di voglia di volare per fuggire alle prigioni che ci inchiodano a terra, senza sbarre ma ugualmente inespugnabili, specie per un nano e per una donna. 

Un romanzo che attraversa la storia e la comprime in un unico anelito di libera espressione. Una scrittura perfetta, a tratti cinica e cruda, ma sempre, sempre tesa a scavare dentro ai desideri di chi lotta per avere voce.

Nessuno vince. Tutti in qualche modo escono sconfitti. Eppure ognuno chiude in bellezza, libero e senza limiti.

A volte per fuggire da una gabbia non serve forzare le sbarre. La libertà è sempre un fatto intimo e come tale resta dentro di noi. E ci rende simili a luce. 


Il romanzo

Nel grande gioco del destino, Mimo sembra proprio aver ricevuto le carte sbagliate. Affetto da nanismo, nato in una famiglia di poveri immigrati italiani in Francia, perde il padre, scultore che gli aveva insegnato i rudimenti dell’arte, durante la prima guerra mondiale quando lui è ancora molto piccolo. Incapace di mantenere entrambi, la madre lo affida a uno “zio”, Alberto, in Italia, anche lui scultore, ma dedito più alla bottiglia che allo scalpello. Mimo, però, ha dalla sua un grandissimo talento per la scultura, coraggio e determinazione. Viola Orsini, invece, erede di una famiglia importante, tra le più potenti di tutta la Liguria, trascorre l’infanzia e l’adolescenza tra gli agi e le comodità, ma è troppo intelligente e ambiziosa per potersi rassegnare a vivere una vita di ozio e noia. Sin da bambina va contro le consuetudini tipiche della sua classe e sogna in grande. Mimo e Viola non si sarebbero mai dovuti incontrare, ma il destino è inintelligibile, e così, a tredici anni, si trovano, si sfiorano, si riconoscono e giurano solennemente di non lasciarsi mai. Su di loro, però, incombono le differenze di ceto, che sembrano precludergli ogni possibilità di stare insieme. Sullo sfondo, gli anni convulsi e turbolenti del primo conflitto mondiale, del dopoguerra, del fascismo e della liberazione, attraverso i quali Mimo e Viola saranno costretti a camminare, cercando di tenersi stretti l’uno all’altra, uniti da un legame incrollabile.


L’autore

Jean-Baptiste Andrea è un regista, scrittore e sceneggiatore francese. Mia regina (Einaudi 2018), il suo romanzo d’esordio, ha vinto il Prix Femina des lycéens e il Prix du premier roman e in totale ha raccolto 12 premi letterari. Lavora come sceneggiatore e regista tra la Francia e gli Stati Uniti. Il suo secondo romanzo Deux million d’années et un jour è uscito dopo due anni. Des diables and saints (L’uomo che suonava Beethoven, Einaudi 2022) fa parte della sua trilogia sull’infanzia e si è aggiudicato il Grand Prix RTL-Lire, il premio Relay des Voyageurs Lecteurs e il Prix Ouest-France Étonnants Voyageurs. Nel 2023 conquista il Premio Goncourt con Vegliare su di lei, «la storia d’amore tra Michelangelo – che sogna di diventare un grande artista – e Viola – che sogna di volare. Un romanzo perfetto, sull’amore per l’arte, sull’amore eterno tra un uomo e una donna, sul coraggio di seguire i propri sogni e le proprie idee», come ha scritto Elisabetta Sgarbi, editore La Nave di Teseo.


  • Casa editrice: La Nave di Teseo
  • Traduzione: Simona Mambrini
  • Pagine: 480
  • Prezzo: E 22

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LE FAVOLE DEL COMUNISMO di Anita Likmeta


La verità è che se mia madre fosse qui mi racconterebbe una favola. E se nessuno mi racconta una favola, so che un giorno, quando avrò tutte le parole che servono, me la racconterò da sola.


29 luglio 2024

Al di là del mare, ciò che non abbiamo mai voluto sapere.


Al di la del mare, una terra dilaniata dal regime, dalla povertà, dalla guerra. E una bimba, che la madre ha lasciato ai nonni per andare in cerca di fortuna. 

Ari è ferita nel profondo dall’abbandono. La sua piccola vita è una rincorsa, una salita per sopravvivere e accettare le difficoltà e il disagio di vivere tra gli anni 80 e 90 in Albania, dove  non c’è l’acqua, la luce, ogni cosa è scarsa, anche la più elementare come il cibo e le scarpe. 

Quando il muro di Berlino cade in molti partono verso l’Italia ma i nonni di Ari restano, attaccati alla loro terra, convinti che rimanere sia la scelta più giusta. Certi che l’emigrazione possa trasformarli in creature invise e osteggiate.

Ari aspetta il ritorno della sua mamma. Spera che la porti via con sé verso l’Italia, verso l’ineffabile  miraggio dell’abbondanza. Nel frattempo si consola scrivendo delle favole. Sono parodie taglienti sulla realtà che la piccola vive, sulle dinamiche della dittatura, che non sa spiegarsi ma che emergono con tutto il loro stridore dalle storie, dove animali, personaggi strambi, soprusi ed  emarginazione consegnano a chi legge una morale, che è spesso un monito ad adattarsi ad una realtà cattiva ma pur sempre preferibile a violenza e prevaricazione.

Un romanzo ipnotico, crudo, spietato seppure condito di tenerezza, ironia e candore. Ogni stortura, ogni aberrazione risulta smorzata se è la voce di un bambino a raccontarla. Ma è al contempo ancora più inaccettabile e dolorosa. Una voce pura e disincantata, che sa concentrare in poche immagini una realtà che spacca il cuore. Luoghi e stato d’animo che stanno sospesi e agghiaccianti tra la miseria più sordida e l’incertezza spaventosa che segue ogni regime.

Ari calpesterà il suolo italiano e ne farà conquista, perché nel presente è ricca, colta, affascinante. Sotto il suo sguardo la Ari bambina non scompare mai del tutto. Sta lì, tra le ciglia, a dirci che tutto è possibile. Anche se hai al piede la catena più pesante.

Una lettura che illumina e crea senso di colpa. Indispensabile per ripensare e riscrivere la nostra storia recente. Perché degli errori del passato dovremmo fare tesoro.

Anita Likmeta, come già Pajtim Statovci, si fa portavoce di tutti gli esuli della storia presente. Fa luce sulla storia delle terre dilaniate al di là dell’Adriatico, e palesa meravigliosamente bene quell’urgenza che negli anni 90 creò i presupposti per una immigrazione di massa nel nostro paese. Un’urgenza di cui noi non sappiamo niente. Scambiata per bieco opportunismo. Banalizzata e sminuita. 

Una ferita ancora aperta per chi varcò il mare verso il sogno. Incompreso e inviso da coloro ai quali chiedeva aiuto e solidarietà. Una ferita putrescente, che ancora pulsa e fa male.

Possa la letteratura essere balsamo per tutto il sangue. Per tutto il dolore.


Il romanzo

Le favole del Paese delle Aquile raccontano di asini, meli, operazioni volte a salvare una ragazza pazza con la coda di cavallo, e di fogli che una volta piantati possono far germogliare non solo agli e cipolle, ma pure case. Il Paese delle Aquile è il più felice che ci sia. Anche se non c’è l’acqua corrente, anche se ci sono più bunker che mucche, anche se la mamma di Ari l’ha lasciata dai nonni perché è rimasta incinta troppo giovane per poter lavorare, e anche se quando cade il muro di Berlino altro che fine immediata della dittatura: nel Paese delle Aquile ci sono solo disordine e omicidi e uomini con la faccia coperta. Certo, quando cade il muro di Berlino molti partono per l’Italia, diretti alla riva opposta al Paese delle Aquile che è il più felice di tutti. Ma Ari e i nonni no, loro restano. I nonni si sentono troppo vecchi per partire, e allora Ari aspetta che la madre – partita sulla nave che hanno preso tutti gli altri – torni a prenderla.

Ci sono due Ari in questo romanzo: una è la bambina che vive in Albania tra gli anni Ottanta e Novanta, ed è senza scarpe, perché le scarpe non devono essere consumate e dunque si va scalzi; l’altra è una giovane donna che di scarpe ne ha moltissime, così come ha l’acqua corrente, e oggi vive nel centro di Milano, in un appartamento elegante, passando ore sotto la doccia perché gli shampoo biologici non fanno abbastanza schiuma. Le due si somigliano, un po’ perché sono belle e la bellezza è tutta uguale, un po’ perché sono la stessa Ari.

Anita Likmeta, con tenerezza e ironia, con allegria e spietatezza, esordisce nel romanzo e ci racconta un’infanzia dove, certe volte, pisciarsi sotto era l’unico modo per riscaldarsi.


L’autrice

Anita Likmeta  è un’imprenditrice nata a Durazzo, in Albania, durante il regime comunista di Enver Hoxha, naturalizzata italiana. Arrivata in Italia dopo la guerra civile nel 1997 ha conseguito la maturità classica e si è laureata in Lettere e Filosofia. Le favole del comunismo è il suo primo romanzo.


  • Casa Editrice: Marsilio Editore
  • Pagine: 158
  • Prezzo: E 16,00

MAGNIFICO E TREMENDO STAVA L’AMORE di Maria Grazia Calandrone



Finché succede di nuovo. Al quarto piano di via Nitti come a Catanzaro Lido. La casa piena dell’elettricità del corpo in furia. Un corpo grande, massiccio, che incute timore, che esprime il solo potere che riesce a dispiegare. Il potere fisico.

1 luglio 2024

La voragine in cui l’amore diventa morte.

Maria Grazia Calandrone torna in libreria con una storia vera, intorno alla quale costruisce, come già fece per “Dove non mi hai portata”, candidato a premio Strega 2024, un reportage minuzioso e profondo. La storia di un amore che muta in qualcos’altro di complesso, violento, distruttivo, camaleontico e incomprensibile e che diventa morte.

La morte appare in entrambi i romanzi, l’epilogo e liberazione dal dolore. Come già successe a Lucia Galante, protagonista del precedente lavoro dell’autrice, anche Luciana Cristallo si trova imprigionata dentro ad un matrimonio infelice e violento. Una gabbia dalla quale non si risolve a uscire se non all’apice della sopportazione, per amore dei figli e per quell’inspiegabile speranza che tutto finisca da sé, come per incanto. Che lui, Domenico, ritrovi la ragione, raggiunga quell’equilibrio che ha perduto insieme alle redini del suo matrimonio, che gli sfuggono di mano quando lui fallisce e lei prende in mano la loro vita per rimetterla in carreggiata.

Una storia, questa, di orgoglio ferito. Il cliché che vede il maschio soccombere quando la donna inizia a decidere per sé, per i figli, per la famiglia tutta, allo scopo d sollevarla da situazioni fallimentari. Il matrimonio, per Domenico, come un porto da raggiungere per poi salpare nuovamente verso altri luoghi. Per Luciana il coronamento del suo sogno d’amore, che naufraga immediatamente nella trascuratezza, nel tradimento, nella violenza verbale e fisica.

Negli anni ottanta la legge elargisce strumenti di difesa e di reazione per la donna oggetto di violenza. Eppure Luciana subisce. Rompe e poi si pente. Denuncia e ritira le denunce. Ha paura che le portino via i figli. La sua vita cade in picchiata in una spirale di inaudita violenza ma lei resiste. Finché un nuovo amore si affaccia. E’ questo nuovo fremito che le dà il coraggio di reagire. Di cercare un chiarimento finale. Ma l’ennesimo sopruso, l’ennesima mano che si alza diventa strumento di morte. Luciana uccide Domenico e getta il suo cadavere nel Tevere.

Un luogo, questo, che ritorna ad accogliere l’epilogo di vite schiacciate. L’acqua come elemento che lava, purifica e conclude un ciclo. L’acqua come mezzo di oblio. Di resa, di rinuncia. Soluzione estrema. Bisogno di purificare qualcosa che si è corrotto irrimediabilmente. Luciana come Lucia immerge nell’acqua la sua vita segnata dalla presenza ingombrante e egoista di un amore malato.

Maria Grazia Calandrone si insinua nella vita di queste donne segnate con umiltà, rispetto, estrema onestà. Le racconta con una sensibilità esacerbata, con partecipazione emotiva, cercando gli appigli che conducono al perdono, all’assoluzione. Mentre la sua penna ripercorre a ritroso la nostra storia recente, esse sono come ottenebrate rispetto agli accadimenti esterni, perdute, come sono, dentro al guscio della loro infelicità e dei loro conflitti. Donne che all’amore si sono consegnate totalmente, per volontà o per costrizione. L’amore come una prigionia, uno stillicidio, aghi affilati che insediano le carni alla ricerca del nervo scoperto, del sangue, della sofferenza e della rassegnazione al dolore.

La violenza è la chiave di entrambe le storie. Lucia vive la violenza come una condanna e l’adulterio come una colpa irrimediabile, che si sana solo con la morte. Per fuggire alla condanna della legge e della società tutta. In un’epoca che non sa che farsene della legge, tanto è chiusa nell’idea che la donna sia sacrificabile. Una legge che peraltro condanna la donna adultera e che non le offre alcuna via di fuga per riabilitarsi e ricominciare.

Luciana sceglie di non denunciare. Reagisce alla violenza con determinazione, creando per la sua famiglia disfunzionale una via di fuga. Tutto inutile, perché ogni sua iniziativa ferisce il suo uomo nell’orgoglio e innesca un’escalation di violenza. Luciana può contare sulla legge eppure fin da ultimo non sa abbandonarsi alla sua protezione. Fino da ultimo non sa trovare la via per amarsi e per proteggersi, incurante di tutto pur di salvare il suo matrimonio. Ma la legge del corpo è implacabile e l’istinto di sopravvivenza impera sopra ogni altro istinto.

Questo romanzo, che nasce e risorge dalle ceneri di una storia vera, è di una bellezza straziante. La prosa di Calandrone è incantevole. Un soffio di vita dentro ad un pozzo di dolore e di paura. Un racconto millimetrico, intimissimo, di una vita spezzata. Dinamiche perverse tristemente note anche oggi, che di femminicidio si continua a morire, L’inefficacia dell’impianto legislativo a protezione della donna, che viaggia con uno scarto temporale troppo grande rispetto alle esigenze dell’oggi. Che giunge a soluzioni tutelanti solo dopo che il sangue è sgorgato, copioso e infiltrante.

Luciana, come già Lucia, è nutrita, curata e assolta dalla penna dell’autrice, che giunge leggerissima a sondare i suoi pensieri, le sue sensazioni. A renderle giustizia, a far conoscere a tutti la sua storia, a pretendere comprensione, condivisione, compassione. La sovrapposizione con la sua storia è totale. E anche Domenico beneficia dello stesso trattamento misericordioso. Posto sotto una lente di ingrandimento, allo scopo di penetrare la genesi delle sue aberrazioni.

Come si esce dalla lettura di questo romanzo-reportage? Sicuramente provati. Arrabbiati, frustrati. Ma anche increduli, disarmati di fronte a tanta inutile violenza. Con la voglia di accogliere, curare, guarire. Dispensare una seconda occasione, ricercare una fonte di felicità per Luciana, che pure le legge ha assolto. Ma l’assoluzione non è mai sufficiente, da sola, a guarire. Resta la colpa, la consapevolezza di aver ucciso e la rabbia per una morte che si poteva evitare. Ma ciò che accade dopo l’ultimo irrevocabile atto è sempre superfluo e inutile.

Ma il “prima che sia troppo tardi” è troppo spesso secondario rispetto alla storia e alle sue propaggini velenose. E Lucia, e Luciana sono morte, ognuna a suo modo e niente potrà riportarle indietro, quando tutto ancora si poteva salvare.

La storia della violenza di genere, del femminicidio, del resto, è una storia che guarda sempre indietro. Che implode quando ormai niente può essere salvato.

Forse è proprio questa irrevocabilità ad acuire la sensibilità di Maria Grazia Calandrone, a esacerbare il suo bisogno di raccontare, scandagliare, straziare. Di scarnificare l’amore fino a tirarne fuori quella sua anima misconosciuta e incomprensibile. Quella tenerezza che scardina ogni regola. Quel bisogno di possedere l’altro che implode su se stesso. Quel desiderio di essere amati più di ogni altra cosa al mondo. Di essere tutto per l’altro. Di essere il confine e l’ orizzonte che corre a perdita d’occhio. La lama e il balsamo. La cura e il cancro corrosivo e letale. La porta che di sera chiude il mondo fuori, E dentro, il calore, il cuscino morbido, il profumo di pane e di latte. Un microcosmo precluso agli altri, paradiso o galera. In cui si vive o si muore. Nessuna separazione, neanche quando ormai la legge lo consente. L’epilogo, qui si scrive con il sangue e con il sangue si lava il peccato e il peccatore.


Il romanzo

Tutti gli amanti giurano che il loro amore è diverso da quello degli altri. Specie all’inizio, quando la risacca della vita non ha ancora intaccato il sentimento. Poi le cose cambiano, e le storie tendono a somigliarsi. Ma non questa. L’amore raccontato in queste pagine – tratto da una vicenda di cronaca nera – ha avuto un finale sorprendente, che solo la realtà e una sua misteriosa giustizia potevano immaginare. Del resto «il destino, quando si accanisce, mostra pure una certa fantasia».

«Magnifico e tremendo stava l’amore rielabora un caso di cronaca nera. Il 27 gennaio 2004, dopo circa vent’anni di violenza subita, Luciana uccide con dodici coltellate l’ex marito Domenico e, insieme al nuovo compagno, ne getta il corpo nel fiume Tevere. Il 24 giugno 1965 mia madre Lucia, dopo anni di violenza subita da parte del marito, getta sé stessa nel fiume Tevere, insieme al suo nuovo compagno, mio padre. Perché in quegli anni non esiste la legge sul divorzio. Il motivo della mia ossessione è fin troppo evidente. Ma la vicenda giudiziaria di Luciana si conclude con un provvedimento destinato a fare giurisprudenza. Mi è parso allora utile, anzi necessario, rintracciare negli atti processuali le motivazioni umane e legali di una sentenza tanto d’avanguardia. L’analisi della storia e dei suoi esiti ha finito per generare un libro che ha sorpreso per prima chi l’ha scritto, essendo diventata un’opera scorretta, che non assume esclusivamente il punto di vista della vittima, si chiede anzi chi dei due sia la vittima, quale patto leghi i protagonisti e in quale oscurità delle persone quel patto abbia radicato. Chi scrive, insomma, ha cercato di comprendere profondamente le ragioni della violenza. E forse, chissà, ha lavorato proprio per emanciparsi da uno sguardo semplice sulla violenza. Non c’è dunque condanna, ma esposizione, quando possibile poetica, di quel magnifico e tremendo amore».


L’autrice

Maria Grazia Calandrone è poetessa e scrittrice. Collabora con la Rai come conduttrice e autrice. Con i suoi libri di poesia ha vinto importanti premi. Tra i suoi libri in prosa, Splendi come vita (Ponte alle Grazie 2021, entrato nella dozzina del Premio Strega) e Dove non mi hai portata (Einaudi 2022, nella cinquina del Premio Strega e vincitore del Premio Vittorini, Premio Sila, Premio Pozzale Luigi Russo, Premio giuria popolare Clara Sereni e Premio giuria popolare Asti d’Appello). Per Einaudi ha pubblicato anche Magnifico e tremendo stava l’amore (2024).


  • Casa Editrice: Einaudi Editore
  • Pagine: 328
  • Prezzo: E 20,00

L’ISOLA E IL TEMPO di Claudia Lanteri



La storia è come la spugna: quando è aggrappata al fondale è tutta nera e sporca, piena di pezzi di cose attaccate, gusci di ammari, pietrisco, catrame; per farla bella e chiara bisogna sciacquarla bene con l’acqua di mare. Solo a ripeterla tante volte, con tutti i passaggi al loro posto, la storia si libera dei dispiaceri che porta.


17 giugno 2024

L’enigma che nasconde ciò che non si vuole vedere.

Un’isola vulcanica quasi sperduta nel canale di Sicilia. Un pugno di abitanti che sul finire degli anni 50 del novecento sembra soccombere dinnanzi al dispotismo dell’isolamento che chiude l’orizzonte, sebbene la vista spazi libera tra l’azzurro del cielo e le asperità nere delle scogliere.

Si vive di pesca, di capre, di capperi e lenticchie che crescono a stento in quell’ambiente salino e esposto ai venti.

Il mare è un dolcissimo tiranno, suadente quanto infido e ambiguo. E così è l’isola, poco più che uno scoglio battuto dal vento, avara di risorse con chi la abita, gelosa, possessiva, tanto da trattenere a sé i suoi abitanti con forza. Il mare è un confine invalicabile.

Onofrio (Nofriu), detto Nonò, è un ragazzetto di tredici anni. Curioso, grande osservatore, destinato a diventare un pescatore di spugne come suo padre. Ma Nonò ama la scienza, alla quale si avvicina grazie a Dalmasso, uno scienziato venuto sull’isola per catalogare e studiare le specie animali e vegetali presenti. L’incontro con Dalmasso è determinante per Nonò. Lo introduce all’utilizzo della logica, dell’esperimento, della deduzione.

Così, quando sull’isola giunge un barchino con a bordo un uomo e sua moglie morta, Nonò indaga a suo modo. Osserva, ascolta, sa come rendersi invisibile.

E scopre cose che cambiano il suo mondo, minano le sue certezze, sgretolano la rete di rapporti e le fondamenta della sua esistenza. La verità è pericolosa ma anche attraente e inevitabile. E impone scelte. Passa come un rullo compressore sull’ingenuità dell’infanzia, sulla buona fede, sulla fiducia. Distrugge tutto, persino la memoria e i ricordi che, come un filo che parte da una nassa e fa un buco come una voragine, scappano da tutte le parti se non si mantengono le cose più vicino possibile a come sono sempre state. 

Gli anni passano e Nofriu non sa dimenticare la vicenda della donna morta e le crepe che da lì sono partite. Ormai la verità è diventata un pungolo. È la prova che si cerca per difendersi dal sospetto. Che quando si trova è tardi. E il silenzio sigilla ogni cosa, tranne la coscienza. 

Nofriu invecchia dentro ai rimbombi di quella storia, che racconta a chiunque incontrerà, in un tempo ormai dilatato e sfuggente che muta l’isola, i suoi abitanti e tutto ciò che lo circonda. Ma non lui, che continuerà a condurre la sua vita fatta di piccole abitudini, riti e gesti ormai cristallizzati in un tempo che non c’è più.

Questa è stata una lettura completamente nelle mie corde. L’autrice, al suo esordio, è riuscita a rappresentare a pieno le atmosfere selvatiche e ammalianti tipiche degli ambienti chiusi e totalizzanti, quelli che abbracciano tutto l’essere di chi li abita, esistenze che diventano un tutt’uno con la natura testarda e sfuggente. Padroneggiando le insidie dei salti temporali e restituendo al lettore le ripercussioni delle dinamiche del tempo sui luoghi e sulle persone.  

La Sicilia insulare, che resta ai confini del mondo, lontana da tutto e da tutti. Le tradizioni che resistono al tempo e che cristallizzano luoghi e uomini indentro nicchie odorose e saline. La natura che impera, che allontana il cambiamento e lo rende nemico della memoria.

E il tempo, che resiste a se stesso. Che lima le asperità e che consegna la memoria al caos, e i ricordi al setaccio della coscienza. 

Un romanzo bellissimo, che si appropria delle parole e dei toni dei grandi romanzi della tradizione. Che ricorda le epopee delle famiglie siciliane del passato, circoscritte nell’abbraccio della sventura e del destino. Scritto in una suggestiva commistione con la lingua sicula e con le voci dell’infanzia, della fanciullezza e della maturità di Nofriu. Che parla di m0rte, di solitudine, di scoperta, di memoria e di giustizia.

Un plauso a Claudia Lanteri. La sua voce giunge forte e chiara e ci consegna un’opera che merita spazio e tempo. Dove il giallo di un mistero si lascia sopraffare dalla storia di un uomo e di un isola, in cui m0rte e vita, verità e finzione si mescolano e declinano nei toni sfumati del mutamento, che avvolge e confonde. Come un acquarello incompiuto.


Il romanzo

Ci sono luoghi che sono mondi. Cosí è l’isola mai nominata, di fronte alla ‘Mpidusa, verso la fine degli anni Cinquanta: pochi abitanti che si conoscono da sempre, tre cime viste dal mare, la vegetazione secca, la terra nera. E la fatica degli uomini e delle donne per la sussistenza: la pesca, le magre coltivazioni di capperi e lenticchie, qualche bestia. A spezzare il ritmo dei giorni è l’arrivo di un barchino con a bordo due persone: un uomo vivo e una donna morta. Un incendio ha distrutto la loro barca a vela, racconta il superstite, e nel naufragio hanno perso la vita anche i coniugi Domoculta e i loro tre bambini. Mentre il maresciallo Bonomo apre un’indagine convinto di poterla archiviare presto, il tredicenne Nonò s’improvvisa detective. Ascolta i discorsi di tutti nascosto negli angoli piú improbabili, fiuta piste, mette insieme i tasselli. Ma ogni cosa è piú complicata di come sembra, e anche questa storia, proprio come l’isola all’alba, appare avvolta di fatemorgane. Per riconoscerne i confini bisogna allontanarsi, fissare l’occhio sul paesaggio, su piccoli dettagli: persino certi luoghi – la caserma, il porticciolo, la pergola di Tina – scandiscono, mutando, il tempo e il senso delle cose. Ecco perché tutta la storia dev’essere narrata, con calma e da principio, a chiunque passi, alla ricerca del filo che continua a scappare dal disegno. Anche quando l’indagine volge al termine, Nonò non smette di correre per l’isola e perlustrarne i fondali, per trovare il punto in cui la barca si è inabissata. E quando finalmente, con l’aiuto del fratello Filippo, riesce a raggiungerla, insieme ai corpi dei Domoculta scopre un altro cadavere: quello del colpevole. Ma chi può credergli, se ormai tutti dicono che ha perso la ragione? Perché, di fatto, proprio nel momento in cui il giallo si sgarbuglia, tutto comincia a ingarbugliarsi nella memoria di Nonò, che a tratti rimuove le parti di racconto piú dolorose. Un narratore ferito, piú che inattendibile. In questo romanzo che vive di una scrittura letteraria molto potente, maestosa e naturale insieme, il tempo si morde la coda, è definito ma anche mobile: un tempo in cui tutto continua ad accadere. E chi racconta, con l’illusione di approdare prima o poi a un finale diverso, rimane agganciato per sempre – con il lettore – all’enigma irrisolto.


L’autrice

Claudia Lanteri vive a Palermo, dove fa la libraia. Ha pubblicato racconti su varie riviste («Snaporaz», «Malgrado le Mosche», «Micorrize »). L’isola e il tempo (Einaudi 2024) è il suo primo romanzo.


  • Casa Editrice: Einaudi Editore
  • Collana: unici
  • Pagine 355
  • Prezzo: E 19,00

HOTEL MADRIDDA di Grazia Verasani



Ci si può omologare a tanta indifferenza, basta imparare a distogliere lo sguardo senza digrignare i denti o sentire che stai andando in mille pezzi, perché in fondo a svanire è solo la vita di qualcun altro che non conoscevi, e il tuo istinto do conservazione è ancora forte: il mondo in cui hai vissuto e che non riconosci più ti ha insegnato che l’impulso di vivere è più tenace di qualsiasi atterramento.


10 giugno 2024

Le ombre di oggi disegnano un domani senza rabbia.

Non ci sono date, né appigli per determinare in quale punto della linea del tempo ci troviamo. E questa è la sfida più incisiva che Grazia Verasani lancia al lettore. Che è pieno di speranza se crede che la storia narrata in Hotel Madridda sia ambientata nel futuro. E che è preda dei peggiori presagi se data la storia nel presente.

Quel che è certo è che Verasani lancia una provocazione così tagliente da far sanguinare. Il suo è un mondo dove non c’è più rabbia, né ribellione. La voce latita, schiacciata da una rassegnazione cosmica. Che coglie anche chi alla rabbia è stato legato, coloro per i quali la rabbia era il motore della lotta. Oggi hanno i capelli bianchi, le ossa fragili, guardano in faccia la morte seppure con spavento. Sono ghettizzati a Balanskaja, un condominio asfittico, privati di ogni piccola comodità, pressati dal timore che altri denuncino ogni atteggiamento che possa assomigliare a un vagito di ribellione. Un tempo loro pensavano, scrivevano, usavano l’arte per disegnare il presente, per dissentire e per dissacrare. Oggi sono ridotti ad un cumulo di paura, avvinti ad un silenzio che li protegge. Per quanto valga la pena proteggere quella brutta copia di vita che vivono, lontana anni luce dalla libertà di espressione che esercitavano con orgoglio e passione. Tacitati e derisi da un regime che distrugge e cancella la memoria. Oppressi dalla censura, dissolti dall’indifferenza.

I giovani invece si ribellano. Hanno trovato il modo per fuggire all’oblio della dittatura morendo. Dandosi la morte lanciandosi nel vuoto dal decimo piano dell’Hotel Madridda, che, come un fatiscente feticcio, incombe sul residence dei vecchi pensatori, costretti ad assistere a quei voli a testa in giù, incontro a marciapiedi sudici sui quali schiantarsi, sottraendosi al regime e consegnandosi alla vita eterna. Un grottesco modo di lottare, di protestare. Quello di offrire le macerie dei loro corpi smembrati al nemico che vuole annientarli. Un monito e la peggiore delle punizioni per chi è costretto ad essere spettatore.

La visione di quei corpi volanti è la cosa più dirompente per Selma, finita a Balanskaja per espiare la colpa di essere stata una giornalista. La sua vita è impenetrabile, oltre che attraversata dalla monotonia, dalla paura, dall’incapacità di ribellarsi. Ed è sola, non può in alcun modo cercare la solidarietà degli altri sventurati condomini.

Eppure basta pochissimo per innescare un ordigno capace di esplodere. Uno sguardo, un gesto gentile. E un ragazzo che si nasconde in casa tua in attesa di fare il suo volo verso il basso.

Selma conosce Tino e Tino si rifugia in Selma. Due mondi impenetrabili, incomprensibili l’uno agli occhi dell’altro. In un attimo le maschere cadono e la vita si affaccia al margine di uno sguardo.

Il romanzo di Grazia Verasani è una parodia illuminata e straziante. Eppure vi ho trovato tanta speranza, quell’impeto insopprimibile che possiede la vita, capace sempre di reinventarsi, di trovare nuovi spunti per sopravvivere. C’è un’immagine forte nel libro, ed è quella di un gatto macilento che tutti i giorni si presenta alla porta di Selma a reclamare due briciole di cibo, rifuggendo ogni carezza ma esprimendo chiaramente quel bisogno primordiale di contatto. Non c’è niente di più eversivo di quel gesto. Quello di accogliere un altro essere umano nel proprio spazio emotivo, offrendogli quel poco che si può. In quel gesto ogni ombra, ogni scia di repressione, svanisce e si dissolve. Fin quando un essere umano potrà toccare un altro essere umano offrendo conforto.

Questo è un romanzo forte, spaventoso, un lampo che squarcia la quiete, laddove la quiete è stasi, rassegnazione, indifferenza. Che ci sveglia e che allontana il sonno, mantenendoci vigili, attenti e ancora umani. Una parodia dell’oggi illuminante, precisa, affilata che Verasani propone con una scrittura evocativa, efficace, che procede senza fretta, senza fronzoli, senza filtri. Un monito a restare chi siamo, a non arrenderci, a non tacere. Il futuro è oggi e l’oggi un ponte per domani.


Il romanzo

Il caseggiato a Balanskaja-Madridda è grigio, e grigia è la vita che si conduce al suo interno. Ci vivono persone che sono state giornalisti, professori, studiosi, irregolari, artisti. Hanno parlato tanto, ormai parlano poco. Davanti alle finestre del caseggiato c’è un albergo, che ha dieci piani e un tempo è stato bello: l’Hotel Madridda. Adesso è chiuso. Nessuno va più in albergo, e quasi più nessuno parla. Nemmeno Selma, la protagonista di questo romanzo, che passa il tempo a scrivere alla sorella Ida e a nutrire un gatto. Parlare non si può. E non si deve. Le parole sono vietate quasi tutte e non si capisce cosa sia un irregolare finché non ti hanno arrestato. L’hotel è transennato perché l’ultima forma di protesta dei ragazzi e delle ragazze che hanno più rabbia che paura consiste nel salire sul tetto dell’albergo e buttarsi di sotto. Così, quando Selma sente un trambusto nelle scale del caseggiato, apre la porta, osserva e torna a chiudersi dentro, senza stupirsi troppo del fatto che in casa sua, dietro la tenda, non ci sia più il gatto, ma un ragazzo: uno di quelli che voleva buttarsi per protesta è sfuggito alla polizia che lo inseguiva e si è nascosto lì.

In questo romanzo veloce e limpido, doloroso e spavaldo, Grazia Verasani racconta che cosa succede in una comunità che è stata abituata a pensare ma che, per paura, si è disabituata a farlo: quando tutto è disperazione e l’unica cosa possibile sembra essere ammazzarsi per tentare di risvegliare le coscienze – e soprattutto per sottrarre carne al regime –, ci sono ancora parole che possono essere dette. Hotel Madridda racconta perché per interpretare il futuro ci vuole il presente e il presente bisogna prenderselo.


L’autrice

Grazia Verasani ha esordito giovanissima con alcuni racconti apparsi su il manifesto. Oltre a Quo vadis, baby?– da cui nel 2005 è stato tratto l’omonimo film di Gabriele Salvatores e nel 2008 una serie tv prodotta da Sky – e agli altri romanzi della serie con protagonista l’investigatrice Giorgia Cantini (l’ultimo, uscito nel 2020, è Come la pioggia sul cellofan), ha pubblicato varie opere tra cui From Medea (Sironi 2004), da cui nel 2012 è stato realizzato il film Maternity Blues di Fabrizio Cattani, Tutto il freddo che ho preso (Feltrinelli 2008), Mare d’inverno (Giunti 2014), Lettera a Dina (Giunti 2016) e La vita com’è (La nave di Teseo 2017). Per Marsilio, nel 2021 è uscito Non ho molto tempo, in cui racconta della propria amicizia con Ezio Bosso. I suoi libri sono tradotti in vari paesi tra cui Francia, Germania, Portogallo, Stati Uniti e Russia.


  • Casa editrice: Marsilio
  • Pagine: 123
  • Prezzo: 15,00