I CINQUE MISTERI DOLOROSI DI ANDY AFRICA di Stephen Buoro


Voglio dire a Eileen che la nostra propensione a cantare e a ballare di continuo non deve trarla in inganno e farle pensare che siamo un popolo felice. Perché non lo siamo. Siamo un popolo di maschere. Cantare, ballare e ridere sono i nostri tentativi per costringerci a dimenticare. Per ignorare l’Orrore. Per avere la felicità che non ci possiamo mai permettere. E, a volte, funziona.

L’africa. Una simulazione. Uno spirito-guida, un ciuffo biondo e il deserto che inghiotte.

5 Febbraio 2024

L’africa è un buco nero. Una terra bruciata dal sole, dove il futuro sembra non arrivare. L’Africa non ha speranze: ti tiene a terra, una gravità insensata e potente. Giù, nella polvere, tra i muri senza intonaco di fatiscenti casupole, l’energia elettrica che latita e che giunge debole a portare le eco del resto del mondo, un altrove lontanissimo, che ti fa rimpiangere ogni giorno di non essere nato al di là del deserto.

Andrew in Africa c’è nato. Per lui è un destino cattivo, ma anche l’unica casa che conosca. E la sua pelle nera un marchio, che lo mette costantemente nella condizioni di doversi meritare qualsiasi cosa. Non basta che la sua insegnante gli ripeta che ogni africano è uno stregone, un mago o un supereroe. Che ogni africano ha un cerchio di luce sulla testa. E che i bianchi conoscono il valore di ciò che hanno meglio di loro. Ecco perché son sempre avanti.

L’Africa è la casa della sua mamma, nera come la notte, con un buco tra i denti e il seno cadente. Prima di lui ha partorito Ydna, nato morto. Uno spirito con cui parlare. Una presenza che accompagna Andy da sempre anche se ultimamente capita che non si faccia sentire per giorni. Ed è la casa dei suoi drughi, Morocca e Slim, con i quali trascorre giornate sonnacchiose e condivide sogni di fuga.

Quando arriva Eileen, con i suoi capelli biondo platino e la sua pelle bianca, la vita di Andy subisce un cambiamento. L’amore, l’ossessione per Eileen e i suoi capelli eterei lo allontana da tutto. Dalle sue certezze, dagli affetti e dal senso di appartenenza. Un incantesimo al quale è difficile sfuggire, che conduce Andy su strade mai battute, preda di una vertigine che sposta il baricentro della sua vita. Come la vita di molti africani, che perdono memoria di sé e si gettano nelle fauci del mondo, offrendosi senza scrupoli e senza ideali.

Una storia di crescita che si appropria delle istanze di un presente sempre più contaminato dall’urgenza di avere e di apparire e dagli abbagli di una felicità che si mostra facile da agguantare e da mantenere. Una storia dove la magia e la spiritualità della terra africana si scontrano con i suoi disagi sempre e con i retaggi della storia.

Un romanzo di formazione, che mette in guardia dai falsi miti e ribalta l’urgenza di cambiare nel desiderio di capire la storia e le sue istanze. Una prosa efficacissima e dai toni freschi e intimi, che apre uno squarcio sull’Africa, sui suoi abitanti, sulle lotte religiose che la dilaniano e sulle mire di conquista che tempo per tempo l’hanno schiacciata.

Una storia dall’epilogo già visto, che induce in noi un momento di riflessione sui grandi temi che riguardano il presente. Il razzismo, le correnti migratorie, l’accoglienza, il falso mito. E la distanza abissale tra vecchie e nuove generazioni, quest’ultime sempre più sensibili alle urgenze della bellezza, della velocità e della visibilità mediatica.

Andy è il profeta di se stesso e della sua generazione. Un ruolo che sa interpretare con grande realismo, regalando la lettore una storia attraverso la quale reinventare il nostro punto di vista e aprire la visuale su un continente di cui sappiamo poco. Un romanzo indimenticabile, che è satira e luogo comune degli aneliti dei neri. Che è allegoria della storia africana e critica feroce dell’Imperialismo e del capitalismo.


Il romanzo

“Cara gente bianca, amo le ragazze bianche. Le bionde, soprattutto. Le bionde che si fanno la coda di cavallo, e una volta alla settimana i codini. So che sposerò una ragazza bianca, una bionda. Penso che le ragazze nere siano brutte? Certo che no. Significherebbe che la mia mamma è brutta. E questa stronzata non la voglio proprio sentire. Da nessuno”.

Kontagora, Nigeria. Le giornate del quindicenne Andrew Aziza sono scandite dalle canzoni stonate della madre Gloria, dai vagabondaggi con i suoi amici, uniti dal sogno condiviso di creare una lega di supereroi africani, dalle conversazioni con l’insegnante Zahrah, che l’ha ribattezzato Andy Africa, a proposito di teoremi matematici, poesia e afrofuturismo. Ma tra scuola, chiesa e il continuo fantasticare su un futuro lontano e migliore, un pensiero fisso si insinua in lui insieme alla pubertà: la passione sfrenata per le ragazze bionde, che lo rende cieco alle avances della sua amica Fatima e gli fa quasi dimenticare gli interrogativi sul padre che non ha mai conosciuto.

Così, sarà inevitabile per Andy innamorarsi all’istante della prima ragazza bianca su cui posa gli occhi: la biondissima e inglesissima Eileen, nipote del parroco locale, giunta in visita a Kontagora. Il suo arrivo coincide però con un attentato anticristiano in cui la mamma di Andy resta gravemente ferita, e con l’inaspettata apparizione di uno sconosciuto che afferma di essere suo padre. Nel giro di poche ore l’intera esistenza di Andy si capovolge, preda di sconvolgimenti molto più grandi di lui, che lo porteranno, insieme a coloro che ama, verso direzioni ignote e imprevedibili.

I cinque misteri dolorosi di Andy Africa sorprende, emoziona e costringe a ripensare il proprio punto di vista, tanto sui grandi temi dei nostri giorni – l’immigrazione, la direzione turbolenta in cui si sta muovendo il mondo – quanto sui desideri e i bisogni, veri o presunti, che guidano la nostra vita.


L’autore

Stephen Buoro è nato in Nigeria nel 1993 e vive a Norwich, in Inghilterra. “I cinque dolorosi misteri di Andy Africa” é il suo primo romanzo.


  • Casa Editrice: Atlantide Edizioni
  • Pagine: 398
  • Prezzo: E 20,00

CRISALIDE di Anna Metcalfe



Elliot: Mi piaceva guardarla. All’inizio non se ne accorgeva o non gliene importava niente. Non faceva mai come fanno certe persone, che quando qualcuno le guarda lo sentono — una zona calda sul viso o sul collo – e poi, senza neanche farci caso, si girano. Se lei quella zona calda la sentiva, era capace di ignorarla. L’aveva imparato. Faceva parte del suo grande progetto, restare il più immobile possibile. Diventare inamovibile.

Bella: Nella descrizione del video mia figlia aveva illustrato sua posizione. Diceva che l’isolamento è essenziale per crescita della creatività. Linkava altri account che celebravano la solitudine, spesso coniando parole nuove come solitarietà e isolatezza. Scriveva di guide spirituali che avevano trovato l’illuminazione nel silenzio, di artisti che si erano ritirati dal mondo per il bene della loro pratica. (…) “Star soli può essere bello”, aveva scritto. Ormai era l’unica forma di interazione che tollerava – citazioni e conversazioni ricordate, cose che poteva incorporare nella sua filosofia senza dover affrontare la complessità di un alto essere umano.

Susie: Dopo la rottura è venuta a stare da me. È arrivata alla fine di settembre e se n’è andata a fine marzo. Durante la metà buia dell’anno è andata in letargo e quando ne è riemersa era cambiata. Può sembrare che le abbia fatto un favore – a darle un posto dove stare, a tenerla al sicuro – ma in realtà era il contrario. Erano mesi che provavo una sensazione di agitazione, di nervosismo che, quando si è trasferita da me, per un po’ è scomparsa.


La solitudine, la ricerca di sé, le vetrine virtuali. Mi mostro, ergo sum.

29 gennaio 2024

La crudele contemporaneità di quest’opera prima coglie di sorpresa, quasi colpendoci a tradimento là dove la carne è più tenera, con l’inaspettata violenza di una verità di cui si è consapevoli ma che è difficile da palesare e riconoscere.

Crisalide è la somma di più solitudini. Solitudini subìte, quelle di Elliot, di Bella e di Susie. E solitudini cercate, quella di Lei, che non ha neanche un nome ma che rappresenta la bandiera accecante di chi decide di vendicare la sua esistenza complicata, pesante, incompresa e derisa mediante l’isolamento e la ricerca di una nemesi sociale, negando la sua presenza agli altri e mostrandosi solo attraverso i canali social.

La bravura di Anna Metcalfe, che si cimenta in un tema complesso, dibattuto e per certi versi anche inflazionato, è quella di aggirare la disputa collettiva sull’enorme tema dell’impatto dei social sulla vita moderna. Non commenta, non suggerisce, non tira conclusioni. Si limita a dispensare i fatti, la storia, l’evoluzione dei personaggi, indicando come l’emulazione possa, invero, essere in grado di lenire i disagi di chi è e si sente solo.

Due sono i piani di lettura di questo romanzo. Il punto di vista della protagonista, che nasce e cresce preda di un evidente disagio sociale, arginato attraverso un rapporto con la madre basato sull’umiliazione e il senso di colpa. Che cresce e subisce i contraccolpi di una relazione tossica. E che decide di prendere in mano la sua vita attraverso il suo corpo, che diventa la bandiera della sua interiorità. Un corpo solido, muscoloso, instancabile, esteticamente ipnotico. Un corpo da sottomettere mediante la volontà ferrea di mostrarsi forte, avulsa da ogni cedimento, quasi estraneo alle leggi della fisica e a ogni limite umano.

Il punti di vista di tre persone che hanno in qualche modo vissuto una fetta di vita con lei. Tre personaggi con un unico denominatore comune: la solitudine che caratterizza le loro vite, rendendole scialbe e opprimenti.

Elliot, un ragazzo solitario, abitudinario, dedito al lavoro, che si autodefinisce asociale. Bella, la madre, che soffre per tutta la vita il rapporto con la figlia, fatto di senso di inadeguatezza. Un rapporto difficile, che la figlia fagocita attraverso espressioni e comportamenti crudeli. Susie, la collega, colei che accoglie la ragazza dopo che ha messo fine alla relazione malata con il fidanzato. Susie, materna, accogliente, preda di un desiderio violento di assecondare, emulare, curare.

Sono le voci di questi personaggi a raccontare di lei. Delle sue difficoltà, dei suoi cedimenti, della sua rinascita, attraverso la cura ossessiva del corpo e la ricerca della solitudine, come cura, nemesi e vessillo di una vita che solo mediante la segregazione acquista significato. La negazione di ogni interazione umana ha il pregio inestimabile di consentire alla persona di focalizzarsi su se stessa e di fargli portare avanti un progetto senza che nessuno possa ostacolarlo, osteggiarlo, deriderlo. La natura diventa fonte di felicità e di realizzazione e i video che bucano l’etere diventano una sorta di diktat, qualcosa da seguire e da imitare. Lei si pone come un moderno guru, dispensando uno stile di vita estremo come panacea ai malesseri che derivano da una socialità corrotta, aberrante. Invece di subire il giudizio altrui, spesso crudele, lei vive in solitudine. Una solitudine che è tuttavia interrotta dalle sue interazioni con i social. I suoi video diventano virali, il suo stile di vita desiderato e spesso emulato.

Ed ecco che nasce la domanda: si è davvero soli se si è connessi? E la costante connessione è l’unica prova che si è vivi? Che esistiamo? Esistiamo anche se siamo eremiti, irraggiungibili e chiusi in noi stessi?

Sono questi i quesiti, irrisolti, che Crisalide lascia nel lettore. Temi davvero degni di riflessione, che ci riguardano da vicino. E un solo pensiero, che turba e infligge il dubbio: come vivere senza i social? Senza l’approvazione o il biasimo degli altri, che ci vedono attraverso uno schermo? E lo schermo: è un velo, un tramezzo, un filtro? O è una lente di ingrandimento capace di renderci conosciuti e riconoscibili?

Questi quesiti non troveranno soluzione durante la lettura, anzi si acuiranno e desteranno in voi altri dubbi. Ma una cosa è certa. Questa lettura vi prenderà completamente. La sua prosa scarna, quasi giornalistica, eppure intima e intrisa di disarmante sincerità. Le voci, confessioni senza veli di chi si è trovato ad osservare, ad essere testimone di qualcosa di grande. Ma anche di un’esistenza ordinaria, che si intreccia con altre esistenze ordinarie. E la figura di Lei, il suo fascino irresistibile, la sua forza, la determinazione ferma dei suoi intenti, che persegue con una dedizione al limite dell’umano. Una figura destinata a colpire e a fare segno. Perché ci culla nell’idea, oggettivamente vacua, che anche noi, se messi alle strette, reagiremmo con la stessa determinazione. E che se non fosse così, potremmo sempre darlo e vedere.

Ecco, in ultima istanza, la lezione: i social ci piacciono perché ci danno sempre un’attenuante, una via di fuga, una possibilità. L’importante è sembrare. L’essere viene dopo, miccia pronta ed esplodere. Il rumore, le macerie, basta renderle invisibili. I social ci piacciono perché coltivano l’ego, la narcisistica illusione di poter essere diversi da come siamo. E Crisalide ci piace perché ci illude, senza sforzo, di poter essere un giorno come Lei. Simbolo, faro, esempio.


Il romanzo

Una donna decide di tagliare i ponti con l’esterno, compresi amici, amanti e famiglia. Da piccola l’ansia la faceva tremare, ma ora si allena per diventare sempre più forte, per addestrarsi all’immobilità perfetta, piegando il suo corpo in posizioni plastiche, complesse. Comincia a mostrarsi solo attraverso i social, in video che la ritraggono immersa nella natura, sola, irraggiungibile e intangibile. E i suoi follower aumentano, scegliendo come lei di negarsi al mondo. Tre persone che l’hanno amata senza capirla raccontano la sua storia: Elliot, il suo primo seguace, che l’ha vista fortificare il suo corpo in palestra; la madre Bella, che l’ha cresciuta da sola e la ricorda come una bambina taciturna e nervosa; e Susie, collega e amica, che le ha offerto rifugio mentre ricostruiva la sua vita dopo una relazione tossica. Ipnotico e avvolgente, Crisalide è la storia di una donna che decide di sfidare lo sguardo degli altri, di ridursi all’essenziale e di trasformarsi in una musa ispiratrice, come una dea guerriera scolpita nella pietra. Con uno stile asciutto e poetico, Anna Metcalfe parla di passioni domate e di equilibrio ritrovato, di potere e autosufficienza, e della provocatoria libertà di sottrarsi a tutto, una metamorfosi energica e profonda capace di svelare potere e bellezza. Questo libro è per chi compone infinite liste per ritrovare la calma, per chi ha amato La vegetariana di Han Kang, per chi si è svegliato una mattina desiderando nuove abitudini, e per chi aspetta il momento in cui rimanere immobile e lasciarsi attraversare da un’onda di silenzio e respiro, per formulare una domanda immensa, universale.


L’autrice

Anna Metcalfe vive a Londra e insegna Scrittura creativa alla University of Birmingham. La sua raccolta di racconti Blind Water Pass (2016) è stata selezionata al SundayTimes Short Story Award, e nel 2023 l’autrice è stata nominata dalla rivista Granta tra i venti migliori giovani scrittori britannici. Crisalide è il suo debutto nella narrativa. 


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Pagine: 263
  • Prezzo: E 19,00

OLIVIA di Dorothy Strachey


Straziami, ma di baci saziami: genesi, estasi e veleno del primo amore.


La serata era finita. Era tempo di andare a letto. Avrei voluto che durasse di più. Qualcosa stava per succedere che io temevo non meno di quanto lo desiderassi. Mi stavo avvicinando a un abisso in cui sarei caduta piena di ebrezza e di paura. Distoglievo gli occhi, ma sapevo che era là.


21 gennaio 2023

E’ interessante e singolare che la genesi di questo romanzo sia piena della stessa struggente titubanza che coglie Olivia, la protagonista, quando giunge a Les Avons e conosce Mlle Julie, restandone come abbagliata. Uno stordimento, un’attrazione senza nome che inciampa su se stessa, alla ricerca di una definizione e di una collocazione.

Così come Olivia percepisce che il suo amore per Julie si aggira sul confine del proibito, così anche Dorothy si rende conto che la storia che ha scritto potrebbe essere fraintesa o peggio, attribuita alla sua sfera personale. Perché indubbiamente la sua è una storia d’amore che cerca altre definizioni allo scopo di sviare il lettore, mentre, in modo assai contraddittorio, nega con forza la sua stessa essenza, cercando di relegarla alle aberrazioni, alle fantasie di una sedicenne.

Dorothy Strachey scrive “Olivia” nel 1933. Vorrebbe mostrarlo, renderlo noto (è dello stesso anno il tentativo di farlo leggere a Gide, che invece dedica al manoscritto meno di una rapida occhiata). La lettera che accompagna il manoscritto è una commistione di desiderio di darlo alla luce e impulso a schernirsi, ad ammantarsi di modestia e, forse, di quella velata insicurezza che prende quando non si è certi, anzi si teme fortemente, di non essere compresi dall’interlocutore.

L’incertezza ha la meglio e il manoscritto rimane in un cassetto. Poi, anni dopo, quando l’autrice è ormai ottantenne, Dorothy torna sui suoi passi e lo dà alla stampa. L’età è tale che nessun timore ormai contamina la voglia di rendere pubblico il romanzo. Ed arriva il successo. Cospicuo, roboante.

Un successo comprensibile nella sua dinamica potente. Il ricordo, la eco del primo amore è un rimbombo che in chiunque stenta a cessare. Difficile non riconoscersi in Olivia, nella sua delicata e innocente spinta ad amare. Un amore che cerca una definizione, senza confini precisi se non quelli dei sensi, dell’estasi, di quella gioia che irrompe all’improvviso nel petto e crea voragini sanguinanti. Un amore che non si sa cosa sia, perché prima di allora non si è mai amato. Il fremito che spossa le membra, la fibrillazione insopportabile e quasi mistica che ci investe quando l’attesa di un gesto, di una parola diventa insostenibile.

Il romanzo, condotto in prima persona, è una vera e propria indagine sulle conseguenze della passione. Olivia è inspiegabilmente attratta dalla sua insegnante, M.lle Julie. Una donna affascinante ma anche ambigua, nella quale l’istinto materno e la tensione erotica si scontrano e si compenetrano al tempo stesso. Olivia cerca attenzioni; l’estasi della letteratura si fonde in lei con il desiderio fortissimo di essere accolta e capita. L’anelito ad un contatto intimo diventa insopportabile. Olivia teme un confronto, un contatto ma lo desidera con tutta se stessa fino ad immaginare di essere amata dello stesso accecante amore. Eppure Olivia non sa immaginare un modo per essere amata da Julie. Ma brama questo innominato ardore al punto di restare sospesa in un limbo immaginario, in attesa perenne che qualcosa accada, vittima di un desiderio sessuale che non conosce come tale e che provoca in lei una frustrazione cocente e un’estasi assoluta che coesistono e si scontrano acuendo e fagocitando una dolorosa tensione.

E’ proprio in questo passaggio l’assoluta pienezza e genialità di questo romanzo. Il saper rendere, in modo assolutamente lampante, cosa sia l’amore. Un misto di vergogna e di voluttà. Una ricerca ossessionante di pienezza, di una foce libera e quieta per quel fiume impetuoso che ci prende quando amiamo e abbiamo paura di non essere amati. Quando desideriamo e ricerchiamo con ottundente insistenza lo sfogo che permetta a tanta sfiancante pressione di liberarsi e di farci godere di quella pienezza che abbiamo irrimediabilmente perduto con la fine dell’infanzia, quando tutto era accessibile. Quando desideriamo ma non sappiamo perché. Quando sappiamo che soffriremo ma ugualmente vogliamo affrontare il travaglio, il guado, la scure della delusione. Perché conoscere è sempre meglio di indugiare nella palude dell’insoddisfazione e dell’incertezza.

Quando Dorothy scrive questo romanzo ha 68 anni eppure le eco dell’adolescenza sono ancora chiarissime in lei. La sua prosa è lancinante, piena di un pathos roboante e inarrestabile, che tocca acuti di incredibile estasi amorosa e scende a farsi trascinare dai gorghi scuri del dolore, tanto più forte perché incomprensibile. Una trama che cede il posto ad una indagine profonda dell’io più sconosciuto e segreto e che finisce per trascinare via con sé quel piccolo mondo fatto di poesia, letture e passeggiate nei boschi, La passione malcelata tra Olivia e Julie interrompe un equilibrio e scatena lotte intestine, fino a chiamare a sé la tragedia, ultimo atto di un caos emotivo e sensuale che scardina tutto ciò che era precostituito e conosciuto.

Olivia è un romanzo indimenticabile, che porta in sé il candore dell’infanzia e la consapevolezza amara ed egoista dell’età adulta. Due mondi che si scontrano e che implodono dentro Olivia, e che la accompagnano verso la dolorosa conoscenza di sé e del mondo che le sta intorno. Insegnandole la sconfitta, il perdono e il privilegio di farne tesoro per il futuro.


Il romanzo

Delicata confessione in equilibrio tra l’innocenza della giovinezza e le ambiguità del mondo adulto, Olivia è un romanzo ambientato nel collegio francese di Les Avons, dove la protagonista, sedicenne, viene mandata a completare la sua educazione, com’era d’uso nelle famiglie inglesi ai primi del ’900. In quel luogo in cui regna – per l’epoca – una straordinaria libertà intellettuale, Olivia scopre l’amore: è una delle direttrici della scuola, Mademoiselle Julie, a sconvolgerla, con tutta la violenza di una passione che si manifesta soltanto in piccoli gesti – una carezza, il regalo di un dolce – ma che non per questo è meno assoluta, segnata com’è da momenti d’inebriante felicità alternati ad altri di cupa disperazione. In un mondo così fragile che basta un sussurro per mandarlo in frantumi, la passione di Olivia è un tornado che scuote l’intero collegio, suscita gelosie, maldicenze, invidie e incomprensioni ed esaspera gli animi a tal punto che una tragedia è forse l’unica conclusione possibile…

Un classico di straordinaria attualità per il modo in cui tratta i temi dell’identità sessuale e dell’affermazione femminile, esaltato dalla magistrale traduzione di Carlo Fruttero e da una illuminante introduzione di André Aciman.


L’autrice

Dorothy Strachey (1865-1960) nasce a Londra da Sir Richard Strachey, un ufficiale, e da Jane Grant, ed è la terza dei loro dieci figli. La famiglia è molto attiva in ambito culturale (la madre è anche una suffragetta) e Dorothy, dopo aver frequentato il collegio francese di Les Ruches e l’Allenswood Academy, presso Londra, diventa insegnante di quest’ultima; tra le sue alunne c’è anche Eleanor Roosevelt, la futura moglie del presidente degli Stati Uniti. Nel 1903, quasi quarantenne, sposa il pittore Simon Bussy e i due si trasferiscono a Roquebrune, nel Sud della Francia. Nel 1918 conosce André Gide, di cui diventerà la traduttrice e al quale sarà legata da una profonda amicizia.


  • Casa Editrice: Astoria
  • Data di uscita: 23/01/2024
  • Prezzo: E 16,00

UN AMORE SENZA FINE di Scott Spencer


Non vorrei dirlo, non vorrei davvero, ma se sei arrivata fin qui immagino sia evidente che l’incendio di quando ti amavo continua a bruciare.


3 dicembre 2023

Lascia che l’amore ti attraversi e spanda brandelli di te dove non sai raggiungerli.


Siamo tutti più o meno d’accordo nell’affermare che l’amore può tutto o quasi. Nel momento in cui i nostri occhi traboccano d’amore per una persona, tutto ci appare possibile. Tutto è assoluto, maiuscolo. Un’onnipotenza che è ottundente come una droga. E se questo amore è il primo che ci capita di vivere, tutto ciò che ho appena affermato si eleva a potenza. E noi, attraversati da questo maroso invincibile, siamo il più delle volte impreparati, inesperti, vittime di un’amplificazione dei sensi che è orgia e ebrezza infinita.

Un amore senza fine è il racconto intimo e febbrile di questa ammaliante ebrezza. Scritto con l’energia, il furore, l’oscurità, del primo amore. Un amore ingombrante, schiacciante, disarmante. Che coglie di sorpresa e che amplifica ogni sensazione, ogni sentimento. Insieme alla scoperta del se*so, ulteriore incantesimo al quale è impossibile sottrarsi.

Il dramma, l’ineluttabilità di un gesto è il filo conduttore del romanzo. La tensione narrativa si accompagna alla tensione erotica dei protagonisti, in un crescendo che imprigiona il lettore tra le pagine, scritte con enorme profondità e attenzione verso gli impulsi del protagonista, David, di cui seguiamo la vita e l’ossessione amorosa per Jade.

L’amore tra i due ragazzi sboccia e si consuma immediatamente. E’ un fuoco che arde, che brucia ogni cosa e che stupisce entrambi per la sua forza. Lo stupore si accompagna al sentimento di fusione tra i due, inconsapevoli di essere attirati nella trappola dell’esclusività, un luogo dolcissimo ma insidioso. Un posto per due che appare incomprensibile agli occhi degli altri, incapaci di comprendere questo sentimento così assoluto. Poi la separazione. Il dramma che scopre le sue pericolose attitudini.

Amare e distruggere. Due facce della stessa medaglia. Amare o morire. Tutto è plausibile se messo a confronto con la fine. E ogni gesto, anche il più eclatante e inaccettabile dei gesti, torna ad avere senso se può in qualche modo ricongiungere David a Jade.

La storia di David, così accuratamente resa dalla penna di Spencer, è un vortice malefico e subdolo, che promette pace ma semina morte. Che assicura felicità ma fa vivere al di fuori della legge, con un segreto inconfessabile che dondola sulla testa come una falce. Un’ebrezza che sembra infinita ma che non può che finire, consumata da suo stesso fuoco.

Eppure la storia di David e di Jade è il più efficace inno all’amore mai conosciuto. Fatto di complicità, conoscenza profondissima dell’altro, di perdono, di protezione e di erotismo allo stato puro. La prova che per amore tutto può essere superato. Un amore capace di far innamorare di sé, di quell’anelito struggente, sconosciuto e inevitabilmente devastante. Un sentimento furioso, ingestibile, vivo di vita propria, capace di governare le vite di David e di Jade, asservirle ai suoi capricciosi desideri, senza ragione, senza pudori, senza alcun filtro.

Un amore senza fine è considerato a ragione un romanzo cult. Il canto trascinante e pretenzioso dell’amore adolescenziale, incontaminato, di chi crede che la vita debba essere vissuta al soldo di questo dolce e terribile dittatore. I riverberi di un’epoca che rompe con la tradizione e con il passato, che pretende di essere vissuta a gran velocità dopo gli orrori della guerra e all’ombra dell’opulenza del boom economico, in cui tutto può essere possibile.

David e Jade vivono il loro amore, la loro dirompente ses*sualità alla luce del sole, con la benedizione dei genitori di lei, non ancora quarantenni, dediti alle droghe leggere come segno distintivo di modernità e di apertura. Genitori al quale la trama assegna un ruolo cruciale nella vicenda, quasi un monito verso il permessivismo, teso a rompere schemi tuttavia difficili di ricomporre e da vivere sulla propria pelle. Lei, Ann, attratta in modo oscuro da David, che rappresenta ai suoi occhi la follia e l’ebrezza dell’amore giovanile, che vorrebbe rivivere sulla propria pelle e che invece le appare lontanissimo. Lui, Hugh, il primo a rendersi conto dell’inadeguatezza della relazione delle figlia, strappata troppo presto dalle lusinghe dell’infanzia e data in pasto ad un amore che prende tutto senza scuse e senza attenuanti.

Rose e Arthur, genitori di David, sentono immediatamente che la storia d’amore di David nasconde delle insidie. Si sentono derubati dai Butterfield, colpevoli di aver attirato l’unico loro figlio in una trappola. Rose è incapace di qualsiasi slancio verso il figlio che fino alla fine ammette di non saper comprendere né aiutare. Per Arthur invece la storia d’amore di David è il pretesto per ripensare alla sua vita e per decidere di separarsi da Rose.

Gli anni sessanta tuttavia non sono ancora maturi per comprendere le pulsioni di un amore tanto estremo. Il comportamento di David sconvolge i benpensanti e si tenterà inutilmente di riportarlo alla ragione. Come un outsider qualunque, che non vuole adeguarsi al pensiero comune. E il tenore di vita dei Butterfield, il loro spiccato anticonformismo, finirà per costituire paradossalmente un attenuante per David.

E lui, David, che personaggio incredibile! Un ragazzo capace di un gesto inaudito e violento che innesca l’intera vicenda e che porta il lettore a schierarsi. Condannare questo gesto o dimenticarlo in forza di un preteso bene superiore (rivedere Jade)? Eppure, pur nello sdegno e nell’incomprensibilità di questo gesto che irrompe nelle prime pagine del romanzo, quando ancora non abbiamo potuto misurare la forza di questo amore, siamo propensi a perdonare, a desiderare di essere noi stessi oggetti di tanta passione e tanta forza. E anche lo stesso David, consapevole delle sue colpe, sembra non decidere mai del tutto se difendersi o compiacersi.

Ancora oggi (soprattutto oggi) non sembra casuale che sia proprio lui a scegliere di distruggere. Che sia lui a imbastire una trama vorticosa, furente, al limite della follia. Lui a chiudersi ad altre storie d’amore nell’attesa di ricongiungersi all’amata. Lui a sfidare la legge, a incentrare tutta la sua vita intorno a lei. Jade da parte sua si limita a sparire, cercando di rimettere insieme i pezzi della sua vita. E’ lei che per prima si rende conto che quest’amore nasconde qualcosa di sbagliato. Lei costruisce sulle maceria che lui crea. Lei per prima taglia il cordone ombelicale di una storia che produce aberrazione e che si fonda su una menzogna.

Ma questo non toglie niente a questo romanzo, anzi ne amplifica i riverberi e le implicazioni. Le lusinghe e le vibrazioni sotto pelle. Un romanzo che rimane forse l’unico, folle, struggente inno al primo amore, che non si dimentica e al quale tutto può essere perdonato. Anche un incendio (evidentemente..), se tale è ciò che arde furente nel cuore.


Il romanzo

Tra i romanzi più celebrati degli ultimi decenni, Un amore senza fine è forse il libro più potente che mai sia stato scritto sull’amore giovaAmato e rispettato da scrittori, critici e lettori, Un amore senza fine è una potente, viscerale meditazione sulla passione che diventa l’unico motore di una vita. Tradotto in venti lingue, ha ispirato due dei film meno riusciti della storia del cinema (secondo alcuni commentatori), di cui il più noto è quello di Franco Zeffirelli.
Al centro del romanzo è la discesa negli inferi di un sentimento assoluto, la storia trascinante, furiosa, di forte ed esplicito erotismo di David Axelroad e Jade Butterfield, due ragazzi consumati dallo stupore dell’intimità e dell’attrazione reciproca. David e Jade non sembrano rendersi conto di quanto il loro rapporto, il desiderio, la sessualità, siano difficili da comprendere per chi sta loro attorno. Quando il padre di Jade allontana David dalla propria casa, il ragazzo immagina un piano per riguadagnare la fiducia dei genitori di lei. Ciò che segue è un incubo, l’immersione in un’oscurità in cui le emozioni di David sono un crimine e una malattia, un mondo di telefonate anonime, lettere folli e senza speranze, baratri e timori, alla ricerca costante, inevitabile, quasi punitiva dell’unica cosa che davvero conti per David: l’amore della sua ragazza e della sua famiglia.
Fin dalla pubblicazione nel 1979 il romanzo è diventato un classico americano, ammirato e letto da milioni di persone, indicato da molti autori come una delle opere più originali e autentiche della recente letteratura statunitense. Lo scrittore Jonathan Lethem lo inserisce «tra Il grande Gatsby e La rabbia giovane di Terrence Malick, la storia di una ossessione romantica narrata con una voce intensa, intelligente e ricca di sfumature, come nelle migliori opere di Philip Roth o Richard Yates». Celebrato per la sensibilità dello stile e l’analisi acuta della cultura contemporanea, Spencer possiede la capacità di trascrivere l’energia emotiva che si cela dietro la superficie del la normalità quotidiana. Joyce Carol Oates, una grande ammiratrice dell’opera, ha scritto: «Nessuna descrizione può rendere giustizia alla prosa di Scott Spencer, sempre profonda, brillante, sorprendente».


L’autore

Scott Spencer è nato nel 1945 a Washington, ed è autore di undici romanzi. Ha collaborato con Rolling Stone, il New York TimesThe New YorkerGQ e Harper’s, ha insegnato scrittura alla Columbia University e al Workshop per scrittori della University of Iowa. Un amore senza fine (1979, Sellerio 2015 e 2023 nella nuova traduzione di Tommaso Pincio) è stato un bestseller mondiale, e dal romanzo sono stati tratti due film, il primo diretto da Franco Zeffirelli (1981) e il secondo da Shana Feste (2014), entrambi accolti da critiche feroci. Con questa casa editrice ha pubblicato anche Una nave di carta (2019), romanzo finalista al National Book Award e Un oceano senza sponde (2022).


  • Casa Editrice: Sellerio
  • Genere: narrativa americana contemporanea
  • Prezzo: E18,00

L’EDUCAZIONE DELLE FARFALLE di Donato Carrisi


Adesso lo sapeva, solo le madri riuscivano a pensare a un figlio come a un peso e anche come a una benedizione. Solo le madri riuscivano a voler bene e insieme a detestare il frutto del proprio ventre. Solo una madre poteva comprendere come fosse possibile un simile compromesso fra odio e amore. E solo una madre, dopo aver perso un figlio, poteva salvare la propria coscienza da una simile contraddizione.


Quando la vita vera è più spaventosa di quella immaginata.


23 novembre 2023

Un Carrisi del tutto inedito, quello che è uscito in libreria il 7 novembre scorso. Che rinuncia alle lusinghe di un altro sequel, che si tiene a debita distanza dal sangue, che affronta un tema scivoloso e delicatissimo, quello della genitorialità.

Un Carrisi diverso, già a partire dalla copertina, bianca, pulita, senza immagini che stordiscono l’occhio. Un fiore che sembra sbocciare silenzioso eppure potente da un abbacinante candore. E le farfalle, che nella cover non appaiono ma che si intuiscono pronte a succhiarne il nettare. Il cui battito d’ali, impercettibile, può essere in grado di muovere un’intero Oceano dall’altra parte del mondo.

Ne L’educazione delle farfalle la protagonista è una donna, Serena, che ha incentrato la sua vita esclusivamente su se stessa. Non ha un compagno, non ha amici. Il suo baricentro è il lavoro. Una professione che richiede cinismo, spregiudicatezza e fame di denaro. Serena è una macchina da guerra che non conosce tregua o sconfitta, Ripudia l’amore e rifiuta l’idea di un figlio. La sua vita è una corsa a fari spenti verso il successo. Programmata per vincere e protesa verso un’idea di perfezione che è intransigenza e assoluto rigore.

Ma qualcosa va storto e Serena si ritrova con una figlia da crescere. Un essere in tutto simile a lei, che cresce imparando a tenere le distanze, a non pretendere niente, a stare al suo posto senza alcuna replica, circondata da un esercito di babysitter, camerieri, autisti, come brutte copie di un’idea di madre che la piccola non potrà mai conoscere.

Una breve parentesi destinata a perire. Perchè Aurora sparisce nel nulla. Un’uscita di scena violenta e inattesa che getta Serena in un baratro profondissimo, fatto di dipendenza e di ossessione. E di mutamento profondo. Verso il suo lavoro, la sua vita indipendente. Le sue regole, le sue ambizioni. Finché l’abbaglio di ritrovare la figlia perduta non la investe in pieno.

Sulla figura di Serena, prima squalo sanguinario, poi leonessa ferita e infine agnello sacrificale, Carrisi costruisce l’intero romanzo, una parabola perfettamente disegnata che decolla insieme all’ambizione professionale, discende col manifestarsi del lutto e implode con forza al rivelarsi della verità. Un romanzo che disegna sul corpo di questa donna il destino di chi è madre. Un destino fatto di sacrificio e di perdita del senso di sé. Ma anche di inadeguatezza, di autostima perduta, di non sentirsi all’altezza, incapace di crescere un figlio, inadatta a qualsiasi responsabilità, anaffettiva, tossica, l’unica madre al mondo a non meritarsi un figlio.

Il tema della genitorialità è un tema nuovo a Carrisi. Un coacervo di sensazioni impazzite, obiettivamente difficile da governare, in cui ogni senso, ogni declinazione è amplificata e imprevedibile. L’autore tocca tutti gli angoli dell’essere madre: la negazione, il rifiuto, il legame indissolubile, l’aberrazione e la follia della perdita e il più tragico e malvagio di tutti. Il senso di colpa, un acido che annienta e distrugge. La contraddizione che cannibalizza la donna, in bilico tra amore e odio nei confronti del figlio.

Serena interpreta tutte queste fasi con un senso profondo di immedesimazione. E subisce l’accelerazione esponenziale del cambiamento da madre al limite dell’anaffettività a madre presente e dolente. Una mutazione che impatta sull’intera sua vita e non solo sul suo essere madre. Serena scende nell’abisso della perdita e riaffiora a galla ritrovando la speranza e il perdono.

Anche l’ambientazione del romanzo segue questo schema. La scena si sposta dai grattacieli di Milano alle viuzze fiabesche di un paesino di montagna, tuttavia cupo e inospitale, contenitore perfetto delle angosce e dei sensi di colpa di Serena. Un paesaggio ammorbante che sembra contaminare la protagonista trascinandola in un vortice di dolore al quale non sa sottrarsi con le sue sole forze.

Ambizioso e difficile il tema che Carrisi ha scelto di affrontare in questo suo ultimo lavoro. Una donna di fronte alla maternità sta davanti ad uno specchio deformante, che rimanda al lettore immagini distorte. L’autore non si preoccupa di esprimere giudizi sulla sua protagonista. Semplicemente la getta in pasto al lettore, certo che esso saprà comprenderla (quando non vuole avere figli), giustificarla (quando educa la figlia con freddezza e rigore), lenire il suo dolore (quando la perde, dopo che l’ha quasi ignorata per tutta la sua breve vita). Serena rappresenta una donna dei nostri tempi, attanagliata dalle incertezze, divisa tra il dovere di procreare e la voglia di essere solo se stessa, senza legami che la obblighino a non poter più scegliere.

Il tema della genitorialità e delle aspettative che la società ripone nella donna e nella madre è del resto una prateria sconfinata, che mostra mille diverse sfaccettature. Con un denominatore comune, quello di non sentirsi all’altezza del ruolo che la società le attribuisce. Una campo incolto in cui correre a perdifiato, senza timore di inciampare.

La narrazione è fluida, ritmata, efficace e accattivante, Lontanissima dalle angosce e dagli abissi a cui Carrisi ci ha abituati. Una narrazione e una prosa ancorate a terra, e i personaggi, persone comuni alle prese con traumi, ahimè, altrettanto comuni. Facile immedesimarvisi, senza dover fare i conti con quel brivido tra le scapole e quell’ombra di sudore freddo sulla fronte che il lettore di Carrisi ben conosce.

Carrisi dimostra di non aver bisogno di sovrannaturale, di terrore e di menti disturbate per creare suspense e tensione narrativa. La sua penna si rivela capace di toccare tutte le corde emotive del lettore, costruendogli intorno un castello dal quale è impossibile fuggire. Pur con i pochi ingredienti a disposizione e cedendo solo a qualche lieve tocco di morbosità.

La normalità diventa circo e il circo diventa spavento e baratro. E una madre che perde sua figlia è il nodo da cui partono oltre 400 pagine di prosa. Per me questa è già una motivazione per far partire l’applauso. Ti unirai a me?


Il romanzo

La casa di legno brucia nel cuore della notte. Lingue di fuoco illuminano la vallata fra le montagne. Nel silenzio della neve che cade si sente solo il ruggito del fuoco. E quando la casa di legno crolla, restano soltanto i sussurri impauriti di chi è riuscito a fuggire in tempo.
Ma qualcosa non è come dovrebbe essere. I conti non tornano. E il destino si rivela terribilmente crudele nei confronti di una madre: Serena.
Se c’è una parola con cui Serena non avrebbe mai pensato di identificarsi è proprio la parola «madre».
Lei è lo «squalo biondo», una broker agguerrita e di successo nel mondo dell’alta finanza. Lei è padrona del suo destino, e nessuno è suo padrone.
Ma dopo l’incendio allo chalet tutto cambia, e Serena inizia a precipitare nel peggiore dei sogni. E se l’istinto materno che lei ha sempre negato fosse più forte del fuoco, del destino, di qualsiasi cosa nell’universo?
E se davvero ci accorgessimo di amare profondamente qualcuno soltanto quando ci appare perduto per sempre?
Questo non è semplicemente l’ultimo capolavoro di Donato Carrisi. Perché Serena non è un personaggio come gli altri, e questa non è una storia come le altre. Questo è un viaggio inarrestabile alla scoperta degli angoli più oscuri del nostro cuore e delle nostre paure, al termine del quale il nostro modo di vedere il mondo, semplicemente, non sarà più lo stesso.


L’autore

Donato Carrisi è nato nel 1973 a Martina Franca e vive fra Roma e Milano. Dopo aver studiato giurisprudenza, si è specializzato in criminologia e scienza del comportamento. Scrittore, regista e sceneggiatore di serie televisive e per il cinema, è una firma del Corriere della Sera. È l’autore dei romanzi bestseller internazionali (tutti pubblicati da Longanesi) Il suggeritore, Il tribunale delle anime, La donna dei fiori di carta, L’ipotesi del male, Il cacciatore del buio, La ragazza nella nebbia – dal quale ha tratto il film omonimo con cui ha vinto il David di Donatello per il miglior regista esordiente –, Il maestro delle ombre, L’uomo del labirinto – da cui ha tratto il film omonimo –, Il gioco del suggeritore, La casa delle voci, Io sono l’abisso – da cui ha tratto il film omonimo –, La casa senza ricordi, La casa delle luci ed è autore della favola dark Eva e la sedia vuota. Ha vinto prestigiosi premi in Italia e all’estero come il Prix Polar e il Prix Livre de Poche in Francia e il Premio Bancarella in Italia. I suoi romanzi, tradotti in più di 30 lingue, hanno venduto milioni di copie.


  • Casa Editrice: Longanesi
  • Pagine: 432
  • Prezzo: E 23

I LUPI DENTRO di Edoardo Nesi


Ecco Make cross from your lovers e Throw roses in the rain, che un giorno avevi deciso di tautarti su una palla, tutte e due, ed eri anche andato a Bologna dal tatuatore ma poi all’ultimo momento t’eri vergognato e allora nulla, ecco Wast your summer praying in vain, e poi ancora ecco quella meraviglia di strofa benedetta e minima che da sempre ti commuove e ti ricorda che i momenti migliori della vita di noi maschi, quelli che contano davvero e forse ci ricorderemo sul letto di morte, non son mai, mai figli del pensiero ma sempre del corpo, d’un gesto, d’una sensazione fisica, carnale, sei di di nuovo lì, immerso dentro la canzone, a ricevere ancora una volta i regali immensi e umili e verissimi di Springsteen, la comprensione fraterna, uno scintillio di significato, l’ entusiasmo grullo e benedetto e poi l’abbandono, il darsi, la condivisione, eccola e la canti più forte che puoi, Roll down the window and let the wind blow back your hair, e mentre ridi e le lacrime avviano ad affacciarsi agli occhi, la canzone si anima come gonfiata da quello stesso vento ed esplode riempiendosi del suono degli strumenti che fino a quel momento eran stati muti e ora invece si uniscono alla voce e al pianoforte e tramutano quella poesia fervida e sommessa nel frutto migliore della più grande invenzione del Ventesimo secolo che poi è il rock, cazzo, il rock’n’roll, l’incanto per cui ogni nota e ogni parola ti scuoton e ti risuonano dentro per decenni, oggi come ieri, son tue e ti son di conforto perchè il rock’n’roll, oltre che a far festa, è sempre servito anche a consolare chi alle feste non veniva invitato, come te che lonely eri a quindici anni quando sentisti Thunder Road per la prima volta e lonely ti ritrovi ora che la senti a quasi sessanta.


12 novembre 2023


Nostalgia, nostalgia canaglia, perché si stava meglio quando si stava peggio.

Se mi avessero chiesto di inserire, in seconda di copertina, le avvertenze per l’uso di questo romanzo, avrei inserito: attenzione, per i lettori nati sul finire degli anni sessanta, inizio settanta (manco a dirlo, anch’io rientro nella categoria) forte rischio di nostalgia, mista a imbarazzo, mista a disagio, mista a “caxx, sono davvero così vecchi*?”.

Mi è stato immediatamente chiaro che Nesi, in questo suo romanzo che fa degli anni Ottanta un vero e proprio manifesto, si rivolga ad un pubblico giovane, a quelli che metaforicamente sono (potrebbero essere) figli suoi. Per veicolare l’unico vero messaggio, forte e chiaro, del suo lavoro: gli anni Ottanta sono stati irripetibili, meravigliosi, pieni di tutto. Gli anni della speranza che non muore mai, della fiducia nel domani, del tutto si aggiusta, del tutto può (ancora) accadere. Un ritornello già ascoltato (e qui anche Max Pezzali potrebbe dire la sua ….). Perché, ovviamente, chi c’era, già lo sa (giusto?).

Ma veniamo al romanzo. Federico Carpini, alla soglia dei sessant’anni, vive la sua ultima giornata prima che il suo mondo crolli definitivamente. Dopo una vita passata tra gli agi e la sensazione (o dovrei dire la certezza) che la gioventù, la bellezza, la buona sorte, i soldi non sarebbero mai finiti, che le infinite possibilità della vita avrebbero continuato in eterno a concentrarsi miracolosamente sulla sua testa e su quella della sua famiglia, arriva il tracollo. Lentamente, impercettibilmente. Una goccia che con la sua inesorabile costanza, buca la roccia.

Il mondo dorato dei Carpini finisce con l’arrivo dei cinesi a Prato. Prato, una città cresciuta al ritmo ossessivo dei telai. Una periferia zeppa di opifici e davanti, il mondo intero che chiede le pezze di Prato, pagandole a peso d’oro. Un’economia nata dal basso, dall’umiltà dei cenciaioli che con caparbietà si organizzano fino a diventare una potenza. Ricchi arricchiti, tasche piene di soldi e un cuore e una testa da artigiano. Cuore e testa proiettati nel benessere più assurdo, quando anche tutta l’Italia si ergeva a potenza mondiale. Un mondo dorato e incredibile, che ancora ci apparteneva.

Nesi si sposta con maestria tra le due epoche del romanzo. Il passato, brillante di vita, di amori. Pieno delle canzoni di quel tempo, concentrato nella sforzo di far crescere e di far maturare al punto giusto la generazione nata nell’epoca delle grandi contestazioni. Inculcandogli il gusto per il bello e la pretesa di essere felici. Consegnandogli le chiavi per un futuro pieno di luce, in tutto simile all’idea di eternità. E il presente, sconosciuto, straniero. Un luogo impervio in cui non nascono fiori, né erba. Un luogo in cui si alza il fumo delle macerie del passato, acuminate e strazianti. Il presente del fallimento e dell’amarezza. In cui tocca voltarsi indietro per ricordare anche un solo istante di felicità.

E nel rovinoso implodere di questo mondo dorato, cadono amicizie, rapporti familiari, amori, insieme alla certezza di non poter più essere felici. Relazioni che Carpini ricorda con passione e rimpianto, ma anche con tenerezza e indulgenza.

Un romanzo piacevole, che si lascia leggere senza sforzo. Ma che non è mai indolore nel suo incedere. Perché rimorsi, rimpianti, ricordi e amarcord sono disegnati e resi dall’autore con ammorbante partecipazione emotiva. Costruiti dal Nesi. Anzi no, sgorgati con forza dirompente dai suoi ricordi di vita. Perché seppure la trama sia frutto della sua fantasia, è chiaro che tutto ciò che scrive nasce un sentimento rotondo e impietoso che lo investe in pieno, senza lasciargli scampo.

Ed ecco che qui torno alle mie riflessioni iniziali. Al boomer la possibilità di sognare a occhi aperti e tornare indietro nel tempo, al suono languosissimo delle canzoni del tempo (e Nesi ne conosce una tonnellata e non ne tralascia nemmeno una che sia una!) e al luccichio delle luci dei locali e al friccichio delle farfalle nello stomaco e al primo bacio e a quella insormontabile e mai dimenticata sensazione di potere tutto, tutto, tutto…). Al più giovane la possibilità di immaginare cosa siano stati gli anni Ottanta per chi li ha vissuti. Un’immaginazione che si pretende piena, rotonda, quasi una preveggenza per menti illuminate. Il quadro di un’Italia sconosciuta, un’epoca perduta dentro ai meandri della provincia, mai come allora veicoli di meravigliosa operosità e di sagace opportunismo.

Edoardo Nesi riesce nel miracolo di rianimare un passato che sembrava morto e che si scopre invece vivo nella memoria di chi l’ha vissuto. Il suo romanzo descrive la parabola perfetta di una enorme sconfitta. Della rinuncia a stare bene che investì la piccola borghesia italiana, colpevole di averci creduto troppo. La celebrazione dell’epoca della nostra meraviglia, come singoli e come Nazione. Senza calcare troppo la mano sui tasti dell’emotività, ma strappando un sorriso, con l’idioma fresco e becero dei toscani e le bizzarrie e le prodezze dei giovani degli anni Ottanta, che vivevano ogni giorno come fosse l’ultimo e come se non dovessero morire mai.

Eppure, un po’ brucia ammettere “io c’ero”. E quell’io, un po’ stranito e sorpreso, dovrà decidere in fretta se abbandonarsi alla “nostalgia canaglia” e al “si stava meglio quando si stava peggio” o schierarsi nelle file di chi un po’ si imbarazza a pensare a com’era quando suonavano i Dire Straits e gli Aerosmith perché in fondo è acqua passata.


Il romanzo

Come tutti noi, Federico Carpini insegue un sogno impossibile. Il suo è quello di poter vivere ancora una volta una grande giornata prima di vedersi portar via dagli ufficiali giudiziari la poca, ultima roba che gli è rimasta: il segno finale d’un patrimonio conquistato dal padre nella sventata, fulgida età dell’oro degli anni Ottanta e poi svanito. Mentre vive quel giorno come se fosse l’ultimo, portando allo stremo la sua sformata carcassa di ex-bello ormai sessantenne e la sua vecchia Porsche 964, saranno i ricordi di un’epoca e d’una vita incomparabilmente migliore ad accompagnarlo. Sarà il riaffiorare del ricordo di Ginevra, la donna più bella del mondo, a carezzarlo e al tempo stesso tormentarlo. Ma non sarà solo, Fede. Ad abbracciarlo e sostenerlo nel mondo dimentico e insensato nel quale ci troviamo a vivere ci saranno anche Ivo Barrocciai e Vittorio Vezzosi, i suoi amici e i personaggi più indimenticabili di Nesi, che si schiereranno al suo fianco nel giorno più importante e così, sorridendo amaro, e spesso ridendo, si va a celebrare una vita ineguagliabile, un’epoca perduta e una sconfitta colossale.

Edoardo Nesi torna al romanzo con quest’opera accelerata e incalzante, instillata di forza vitale, comica e tragica, che va a concludere un ciclo letterario unico – iniziato nel 1995 e proseguito per otto romanzi – in cui dalle profondità della provincia toscana s’è raccontato lo splendore e la caduta di un’Italia troppo poco raccontata, troppo poco compresa, troppo poco amata.


L’autore

Edoardo Nesi ha pubblicato Fughe da fermo (1995), Ride con gli angeli (1996), Rebecca (1999), Figli delle stelle (2001), L’età dell’oro (2004, Premio Bruno Cavallini; Finalista Premio Strega 2005), Per sempre (2007), Gianna Nannini. Stati d’anima (2009), Storia della mia gente (2010, Premio Strega 2011), Miracolo inevitabile (2011), Le nostre vite senza ieri (2012), L’estate infinita (2015), La mia ombra è tua (2019). È il traduttore italiano del romanzo di David Foster Wallace Infinite Jest. Ha scritto e diretto il film Fughe da fermo (2001).


25 di Bernardo Zannoni

“Qualcosa succederà», gli aveva detto. Gero rimase incollato al muro per un tempo indefinibile. I minuti diventarono mezzore, poi ore intere, infine fu sera e fu buio. Il suo corpo non rispondeva più: era svuotato di tutto, dai muscoli ai nervi, dal fegato al cervello. Era uno spaventapasseri, impalato fra il divano e la porta, il custode inutile di un posto abbandonato. lo assalirono allora i suoi terribili pensieri, sempre esatti nel presentarsi, e lo fecero con una forza mai vista prima. Un’immensa slavina di solitudine lo scosse da capo a piedi, lo schiacciò come una carica di cavalleria rivolta il terreno e rade al suolo l’erba.

Adesso non aveva che se stesso al mondo: era l’unico ad appartenersi, l’unico a volersi bene, ad amarsi. La Grande Gabbia si definiva attorno a lui, e dentro era buio, ed ogni cosa nascosta, pronta a fargli più male, adesso che era solo. Gero scoprì una terribile paura, un terrore vorace che lo divorò in un istante, senza che potesse opporglisi: sentì di aver esaurito il tempo per sperare, che non ci fosse più rimedio.


05 ottobre 2023

C’è un prima e un dopo, sempre. E se il dopo segue ad un capolavoro della levatura de I miei stupidi intenti può diventare assai complesso da gestire.

Zannoni è piuttosto vicino, anagraficamente, a quei 25 di cui parla nel suo secondo romanzo, appena uscito per Sellerio Editore. Le incertezze, le inquietudini, gli stalli e le sbandate di un’età crudelissima che immagino conseguenti agli umori legati al parto del suo secondo romanzo, un nascituro con un’eredità davvero pesante da gestire.

Un romanzo che credo sia letto con occhi e aspettative diverse in base all’età del lettore. Per me, che praticamente raddoppio quel numero, è stata una lettura angosciante (figli in zona 25….) ma niente che già non conoscessi o non immaginassi. Certo è che Zannoni, impantanato nell’età ingrata in cui si può essere adulti senza esserlo davvero, si dimostra il portavoce perfetto per diffondere quel morbo curioso e allucinante, che spinge verso quel pertugio buio e spaventoso che è la maturità e la consapevolezza. Quell’insetto pruriginoso che è il posto che ci aspetta, il porto di approdo dopo una traversata con il mare in tempesta.

Il romanzo si svolge in un breve lasso di tempo. Gero, un ragazzone che vive passivamente le sue giornate senza attendere né pretendere, senza progetti né ambizioni particolari, quasi vittima di una vita che non ha voluto né vuole vivere, vive tuttavia una serie di eventi disorientanti. Eventi che pretendono di essere vissuti in prima fila, mettendoci volontà e sentimento, ogni sorta di azione e di emozione che Gero ha da tempo messo in soffitta, colmato di ragnatele, accantonato.

Come de resto ogni velleità che riguardi amicizia e amore, impegno, missione, lavoro. In una parola vita, quella cosa che è così faticoso condurre a traguardo. Lunga, il più delle volte. E noiosa. E anche spaventosa, se implica che qualcuno si aspetti qualcosa da te.

Gero vive in una casa spoglia, che gli ha lasciato sua madre. Ma sta spesso dalla zia, un essere umano grottesco che riporta Gero in superficie, ogni volta che tenta di inabissarsi. Per questo invisa, ma al tempo stesso una figura necessaria, l’unica ancora per Gero, legato a lei più per opportunismo che per affetto.

Gero non ha un lavoro. La sua unica esperienza si rivela un vero incubo, sotto ogni punto di vista.

Gero ha un paio di amici e basta, uno dei quali in coma. L’altro che appare e scompare, figura brumosa e inafferrabile. Ogni giorno è uguale al precedente, in perenne attesa che accada qualcosa. Una svolta, un punto di rottura. Un qualcosa che rompa uno stato di inedia totale, che si autoalimenta e che allontana Gero dalla vita vera. Gero, un animaletto viscido e sgusciante, poco presente finanche a se stesso, che subisce ogni singolo accadimento come se non potesse evitare di viverlo.

Chiuso in un guscio che è conforto e prigione insieme. Bisognoso di cambiare ma anche spaventato dal cambiamento. Ago impazzito in una bussola danneggiata, protagonista di una vita fatta di casualità spinta all’eccesso, vittima di eventi che gli scoppiano in mano senza che li abbia realmente voluti. Malato, come tanti suoi coetanei, di una malattia che gli altri vogliono curare a tutti i costi ma che in fondo va bene così.

Qual è il messaggio che sottintende questo romanzo?

Indulgenza verso una generazione danneggiata dalla generazione precedente, che ha sottratto desideri e portato al parossismo le aspettative? Ricerca di una chiave di condivisione, di un canale che renda possibile al resto del mondo sbirciare sui disagi dei giovani adulti del nostro tempo? Speranza che seppure nel lassismo più totale, le cose belle possano accadere comunque?

Non lo so. Fatevi una vostra idea una volta che avrete letto questo romanzo. Che è fatto di fumo di sigarette, di dormite senza sogni, di letti sfatti e di disordine e sporcizia. Di assenze importanti, di dimenticanze, di solitudine, quella che addormenta i sensi e i desideri.

Ed è fatto anche di una prosa ordinata, di una semplicità disarmante e di un’efficacia sorprendente, lontana anni luce da ogni manierismo. Che si legge in un attimo e dopo puff, tutto svanisce, lasciando un senso di vuoto. Un vuoto pieno zeppo di cose non dette, che non si riempie facilmente.

Un’opera che deve far riflettere noi “grandi”. Sulle nostre colpe, sulle nostre assenze e sui nostri alibi. Per tutti i Gero lasciati soli, stuzzicati da speroni sempre più insistenti, come se bastasse picchiare più forte per svegliare, per fa risplendere.

Ma non è così, questo è chiaro.

Stavolta non è l’animale che si umanizza e soffre per questa sua emancipazione consapevole e dolorosa, ma il piccolo uomo che tenta di fare un passo indietro, alla ricerca di un istinto salvifico che lo scuota e gli faccia trovare la via, lontano dalle inquietudini. Stranezze della nostra epoca, non c’è altro da dire.


Il romanzo

Gerolamo è una strana creatura, un ragazzo di venticinque anni che vive in una città di mare, abita da solo, mangia spesso dalla zia. Ha qualche amico e nessun lavoro, esce di sera e di notte, dorme la mattina. Aspetta, ma non si sa bene cosa. Lo agita un desiderio quasi violento di diventare adulto e al tempo stesso porta dentro di sé un Gerolamo precedente, bambino e adolescente, che non lo vuole abbandonare.
Eppure nella sua attesa, nell’immobilità, nell’indecisione sospesa tra dubbi e inesperienza, nella paura costante di perdersi, Gerolamo è travolto dall’intensità e dalla meraviglia di quanto gli accade. Ha un amico che sta molto male, un altro che finalmente si è innamorato, un pappagallo da accudire per qualche giorno, la ragazza del piano di sopra sul punto di partorire. Fuma molte sigarette, beve volentieri, ma soprattutto Gero spera che giunga un momento in cui le cose cambino, in cui per lui e per tutti quelli intorno a lui arrivi il «punto di rottura», un bagliore di chiarezza che squarcia le nubi piene di pioggia, la realtà finalmente tirata a lucido, la vita che si mette a scorrere nella direzione giusta.
Alla sua seconda opera Bernardo Zannoni racconta il mondo degli umani con la fantasia e la profondità emotiva con cui aveva narrato la società degli animali ne I miei stupidi intenti. Scrive un romanzo che ha i tempi scomposti e incoerenti della giovinezza, lo sguardo in cui si fondono dolcezza e crudeltà di chi ha fame di vita, la comicità e l’assurdo delle menti che si avviluppano su se stesse. Dalle sue incursioni appassionate, fiabesche, avventurose, scaturisce un disegno di sorprendente realismo, un ritratto pieno di curiosità e di premura, al tempo stesso divertito e sgomento di fronte a quegli strani esseri che compongono il genere umano.


L’autore

Bernardo Zannoni (1995) è nato e vive a Sarzana. I miei stupidi intenti (Sellerio 2021) è il suo primo romanzo.


  • Casa Editrice: Sellerio Editore
  • Genere: narrativa
  • Pagine: 192
  • Prezzo: E 16,00

GLI ABISSI di Pilar Quintana

A quel punto l’abisso, non riuscendo a farmi buttare giù né a divorarmi, mi entrava dagli occhi, una cosa deliziosa e orribile, una pallina che saltellava nella pancia e una nausea schifosa e pestilente, fino a rimanere ben sepolto dentro di me.


24 luglio 2023

Mai come in questo romanzo il mondo femminile appare contaminato da un male di vivere senza nome né cura. Donne prese al laccio da destini che non appartengono loro. Femmine private dal diritto di scegliere, circoncise da un mondo ottuso, sordo, che se ne frega delle loro inclinazioni, dei loro desideri.

Donne gingillo. Incubatrici di vite, fatte per dire si. Per rinunciare. Per tendere disperatamente verso l’abisso, chiuse in camere buie, attirate da giacigli umidi, abbacinate dalle eco del mondo esterno, ove altre donne, altrettanto prigioniere delle loro voglie, schivano la vita e la rinnegano in mille modi diversi.

L’abisso è il vuoto che inghiotte. È la vertigine che chiama, una voce di Sirena così suadente da nascondere senza alcun sforzo la voragine che si apre sotto i piedi.

Le donne di Pilar Quintana sono ostaggi inutili di un’esistenza sorda. Sono aneliti di una vita pulsante, vivida, dove l’amore e il sesßo sono i pilastri per la pienezza e la felicità ma sono negati. Non c’è ricchezza, né fama che possa lenire questa abbacinante tristezza. Loro scompaiono, muoiono senza che nessuno osi palesare i loro probabili suicidi.

In un mondo chiuso, quasi magico e irreale, popolato da piante tentacolari, spiriti maligni e stanze oscure, la piccola Claudia esplora il mondo delle donne, a partire da quello della madre, creatura quasi metafisica che vive preda di una profonda e instabile malinconia. Incomprensibile e incompresa, la madre è lo specchio attraverso il quale Claudia guarda al mondo degli adulti, abbacinata dalle distorsioni di famiglie disfunzionali dove la donna trova se stessa solo attraverso la morte. Come se questa vita non fosse fatta per lei. Come se l’infelicità fosse una propaggine del suo essere legata alla condiscendenza, alla rinuncia di sé.

La Colombia di Quintana riporta alla mente gli ambienti magici di Garcia Marquez, dove introversione e solitudine impregnano ogni narrazione. Le donne di Quintana sono preda di quella abbacinante Soledad che gia investe i Buendía. È il corrispettivo dell’incapacità di amare e di offrire solidarietà, che inquina e contamina la famiglia da un lato e lo sguardo limpido della piccola Claudia dall’altro, già destinata a tacere e a sacrificarsi pur di non nuocere alla madre, indifferente quasi sempre dello sviluppo interiore della figlia.

Una scrittura complessa, solida, ammorbante, che riesce nell’intento di rappresentare le sfaccettature più estreme dell’essere femmina in un mondo indifferente e pretenzioso.


Il romanzo

Dei bambini a volte si sa molto, se non tutto: è grazie alla voce magnetica e approfondita della scrittrice Pilar Quintana se riusciamo a immergerci così bene nella vita di Claudia, una bambina di otto anni che inizia a sondare gli abissi della vita adulta grazie alle trasformazioni della sua famiglia e a una rottura di un’intimità con la madre. Ambientato a Cali in Colombia, Gli abissi è un romanzo in cui una famiglia della classe media appare dominata da una donna irrequieta e interrotta che passa le giornate a leggere le riviste patinate o seppellita nel letto per tamponare la sua brama di vita. E` una visione perturbante per una figlia, che cerca di risolvere il mistero delle madri che restano anche quando vogliono andarsene, e prova a districarsi nella giungla della vita familiare e della femminilità con tutti gli strumenti della sua coscienza ancora morbida, interrogativa. Come le piante che affollano alcune pagine del romanzo e il paesaggio drammatico delle montagne che fa da sfondo alle vacanze, Quintana ci offre una scrittura densa, rilucente e sempre da decifrare, dimostrando la straordinaria affinità di quest’autrice per il selvatico che c’è in noi. Dopo il successo internazionale de “La cagna”, Pilar Quintana torna con una storia che risuona a lungo nella mente di chi legge, basata sulla voce di una bambina tenera, cruda, impossibilmente già grande. Nel 2021 il romanzo ha vinto il prestigioso Premio Alfaguara, confermando la sua posizione di nuova maestra della letteratura colombiana.


L’autrice

Pilar Quintana è una delle autrici più celebri e lette in America Latina. Ha studiato comunicazione sociale alla Università Javeriana di Bogotà e fatto diversi lavori tra cui sceneggiatrice televisiva, pubblicista, terapeuta di giaguari, assistente alla costruzione, commessa di abbigliamento, addetta all’imballaggio di mango e dog sitter. Nel 2011 è stata scrittrice residente presso l’International Writing Program dell’Università dello Iowa e nel 2012 è stata visiting writer al Workshop internazionale degli scrittori dell’Università Battista di Hong Kong. Il suo lavoro è apparso su riviste e antologie in tutto il mondo e in molte lingue. Ha viaggiato tre anni in tutto il mondo per poi vivere sulla costa pacifica colombiana. Ha scritto i romanzi Cosquillas en la lengua (2003), Coleccionistas de polvos raros (Premio de Novela de Letras, 2010), Conspiración iguana (2009), la raccolta di racconti Caperucita se come al lobo (2012) e Los abismos (2021, vincitore del Premio Alfaguara).  È co-sceneggiatrice del film Lavaperros, uscito nel 2020 e diretto dal più famoso regista colombiano, Carlos Moreno.


  • Casa Editrice: La Tartaruga
  • Traduzione: Elisa Tramontin
  • Pagine: 222
  • Prezzo: E 20,

LIETO FINE di Isaac Rosa

                                    Quando sopraggiunge il "ti voglio bene ma non ti amo"

A quel punto ti sei presentato tu con la tua erezione contro le mie natiche, pronto a cronicizzare come sempre le tue consuetudini copulatorie, perché per te la normalità era quella: passare una giornata intera senza altra comunicazione tra noi se non quelle relative alla gestione domestica, senza che sapessi niente di me né io di te, collidendo casualmente e dissimulando appena gli sguardi infastiditi, litigando per qualunque stupidaggine e tirando fuori vecchie recriminazioni, ma non c’era motivo di preoccuparsi perché la notte ti infilavi nel letto e mi abbracciavi con un affetto che non avevo visto per tutta la giornata, e mi dicevi qualcosa di bello all’orecchio: ti voglio bene, ti voglio molto bene, ti voglio tanto bene, ti amo. E mi toccavi, sì, l’orologio del ventre che ultimamente girava solo per avvisare che era ora di scopare. Una trombata matrimoniale, poi a dormire.


14 luglio 2023

Un passo a due sulla fine di un amore. Due voci che si alternano nella complicata sintesi di un sentimento che si sgretola quasi all’improvviso, dopo essere stato travolgente e assoluto. Niente di nuovo, direte. Invece no, tutto il contrario. Perché Isaac Rosa, più che mai illuminato in questa sua ultima opera, tanto da farmi dimenticare, strada facendo, che l’autore di queste pagine è un uomo, riesce a rendere unica la cronologia, al contrario, di un amore.

Lui e lei si alternano nel racconto in prima persona. Sono voci attonite, rancorose, piene di recriminazioni. Ognuno chiuso nella sua visione di un amore che perisce sotto i colpi della vita, dell’abitudine, di ciò che spesso ci fa pronunciare il necrologio di ogni amore. Quel “ti voglio bene ma non ti amo” capace di nascondere infinite fratture, generalmente insanabili, che allontanano una coppia rinchiudendola nella gabbia dorata dell’abitudine. Comoda, sicura, ma pur sempre una gabbia ove il cuore inaridisce.

Un racconto accorato, dove le lacrime si nascondono tra le ciglia, pronte a cadere. L’impressione latente ma costante che sarebbe bastato poco a salvare l’amore. Un pizzico di interesse in più, maggiore vicinanza e comprensione, quell’indulgenza che spesso manca quando il tempo rende più evidente le diversità, i punti di vista, gli atteggiamenti reali o attesi. Ma siamo sempre pronti a fare il primo fatidico passo?

E nell’elenco delle mancanze e dei tradimenti, Rosa sa incastonare vere istantanee di vita in comune. L’estasi dell’amore fisico, la vicinanza estrema dell’innamoramento, quando ci sentiamo talmente affini, talmente sovrapponibili e complementari da assomigliarci anche fisicamente.

Una vita in comune che sembra inattaccabile. Il desiderio sempre acceso, che non ha bisogno di alcuna sollecitazione. La vita che cresce, che si forma, i figli che nascono creando un’isola di estasi che cela in modo subdolo l’insidia della stanchezza e dell’inesorabilità. I desideri, le carriere che devono decollare, gli incastri e i compromessi per far funzionare quel complicato ingranaggio che è il menage domestico, la gestione dei soldi, che a volte ci sono e a volte latitano e rendono i progetti di vita chimere. Il senso di colpa che ne deriva. Il senso di colpa sempre, sempre presente, il tarlo peggiore. Invisibile ma dai denti aguzzi, instancabili.

Un’esperienza di lettura che mette alla prova, per la chiarezza quasi profetica con cui l’autore raffigura la parabola discendente dell’amore che mai come in questo romanzo appare fragile come cristallo e destinato, in un modo o nell’altro a rompersi in mille pezzi.

L’amore, che si confonde con il desiderio. L’amore che deve bruciare nell’atto fisico dell’amplesso. Il desiderio che poi scema, come poter dire il contrario? E che trascina l’amore nel suo pozzo profondissimo.

Nessun lieto fine, dunque? Beh, non qui, sicuramente. Non è un mistero, del resto, perché il romanzo parte dalla fine dell’amore e percorre a ritroso tutta la sua storia. Nessun lieto fine, in generale? Beh si, a mio avviso. Questo è un romanzo, è finzione. Ma il realismo con cui dipinge l’evoluzione dell’amore fino alla sua fine è assoluto.

Per chi non crede nell’amore eterno questo romanzo è una cruda conferma. Per chi invece ci crede è forse motivo di frustrazione dover trovare argomenti ed esempi per affermare il contrario.

Quello che invece rimane, sia per il cinico che per l’inguaribile romantico, è la prosa perfetta di Isaac Rosa, precisa, circostanziata, millimetrica. Un’analisi minuziosa sulle dinamiche dell’amore, in tutte le sue sfaccettature. Un’incursione intimissima dentro ad un uomo e a una donna, che non tralascia niente, che analizza ogni sfumatura, ogni pensiero. Un’indagine sociologica sui rapporti umani, sulle trasformazioni sociali che impattano sull’idea di famiglia e sulle aspettative delle persone nei confronti della coppia. L’autopsia dell’amore, dei nostri errori, dei nostri desideri più segreti e inconfessabili.

Un’analisi matematica che lascia spazio alle vibrazioni dell’amore, comunque violente e assolute, sia quando esplode che quando implode, inesorabile. Che ci crediate o no.


Il romanzo

Antonio e Ángela stanno insieme da tredici anni, ne hanno poco piú di quaranta, hanno due bambine piccole, vivono nella costosissima Madrid e lavorano entrambi nel settore culturale. Iniziando dal finale, e cioè dalla loro separazione, Isaac Rosa ripercorre in un lento rewind il loro rapporto, registrandone, come un implacabile sismografo, l’euforia, la stanchezza, le vette, i fallimenti, e allo stesso tempo le vibrazioni piú recondite e inconfessabili. Un’autopsia incessante dei desideri, delle aspettative e degli errori di una relazione amorosa, in cui emergono risentimenti e incomprensioni. Ma anche una galleria di momenti felici.


L’autore

Isaac Rosa è nato a Siviglia nel 1974. Per Einaudi ha pubblicato Lieto fine (2023). I suoi romanzi hanno vinto numerosi premi letterari e sono stati tradotti in diverse lingue.


  • Casa Editrice: Einaudi Editore
  • Traduzione: Federica Niola
  • Pagine: 265

GIORNO DI VACANZA di Inès Cagnati

Ho camminato. Ho camminato a lungo nel freddo della terra e del cielo. La neve ha cominciato a cadere, soffice, silenziosa. Sono diventata un blocco di ghiaccio vacillante alla deriva nella neve. Nevicava senza sosta e io camminavo senza sosta.

Poi, sul finire della notte, sono arrivata ai margini della palude immobile per il gelo sotto un freddo cielo stellato. Ho pensato a Daisy che dormiva nella sua cuccia, con il piccolo nell’incavo della pancia morbida. Mi sono detta: E’ una buona madre, Daisy, è una buona madre.


13 luglio 2023

Inès Cagnati torna in libreria con una nuova ballata sull’infanzia. Galla è una ragazzina appena adolescente che vive con la sua famiglia in un territorio ostile, paludoso, dove tutto è acqua, umidità, tormento. Un luogo inospitale, povero, che ha contaminato anche la sorte e gli umori della sua famiglia, che vive di stenti cercando di ricavare quel poco da una terra piena di sassi e da un manipolo di animali smunti. Una sfortuna che ha a che fare con la terra ma anche con la pluralità di figlie femmine nate una dopo l’altra come i flutti incessanti di un fiume in piena. Tante e quasi indistinguibili l’una dall’altra agli occhi del padre, irascibile e intristito dall’indigenza e da tutte quelle figlie, ma anche a quelli della madre, che partorisce femmine una via l’altra finendo per non curarsi di loro, tanta è la stanchezza e l’inesorabilità di questo suo destino.

Galla è forse la preferita della madre, che soffre la sua mancanza da quando è riuscita ad essere ammessa al liceo, che si trova a 35 chilometri di distanza da casa. Distanza che Galla percorre in bicicletta, anche dentro al freddo tagliente dell’inverno, schivando le insidie della palude e del fango, che pare risucchiare ogni cosa e nascondere insidie immaginabili. La bicicletta, un arnese rugginoso e cigolante, è la sua unica ricchezza. Un amore odio che Galla subisce senza ribellarsi, sebbene le scorribande in bicicletta siano estenuanti e talvolta anche spaventose per una bimbetta della sua età, affamata e malvestita.

Galla non possiede altro. Il suo corredo proviene dall’aggiustatura dei vecchi vestiti di una zia morta. Il suo aspetto è terribile, un coacervo di trascuratezza, di povertà, di sporcizia e di bruttezza. Galla ne soffre ma tiene duro. Le difficoltà l’hanno resa coriacea ma anche estremamente sensibile e vulnerabile.

Verso la madre nutre sentimenti contrastanti. Lo struggimento infinito per la sua condizione di vita, stritolata tra l’estrema indigenza e le cattiverie del marito. La pena, l’amore struggente che sembra poter straripare dal suo cuore matto, che batte al ritmo delle sue paure e dei suoi tormenti interiori. Ma anche rabbia, impazienza, che scaturiscono da un legame insopprimibile che tiene Galla in scacco, consapevole di non essere capace di procurare ulteriore amarezza alla madre, che le appare spesso distante e insensibile. Una madre colpevole di soffrire e di far soffrire a sua volta. Un amore malato che spinge Galla a rubare nel convitto ove abita pur di strapparle un attimo di felicità in mezzo a tanta mestizia. Una madre incapace di sentire le istanze emotive della figlia che, nel suo giorno di vacanza da scuola affronta il viaggio in bicicletta per andare a trovarla. Galla in realtà non varcherà mai la soglia di casa. Il padre la sbatterà fuori e Galla passerà la notte nel fienile con la cagna Daisy e il suo cucciolo. Un cucciolo ben pasciuto, che dorme tra le zampe morbide della madre. Una madre amorevole, attenta, che vive la propria maternità con infinita devozione. Una buona madre.

La notte nel fienile, pregna delle eco dei ricordi d’infanzia, delle storie di famiglia e delle sventure delle sue numerosissime sorelle vive e morte e il giorno successivo, in cui non riesce a risolversi di mostrarsi alla madre e che trascorrerà nel periglioso viaggio di ritorno verso il liceo, sono il volano dei pensieri di Galla, delle sue amarezze, delle sue considerazione sulla vita, sull’amicizia, sulla famiglia. Pensieri candidi, profondi, dolorosamente incentrati sulla difficoltà di vivere senza una guida, senza nessuno che la ami e a cui importa di lei. Il sentirsi indesiderata e brutta è un tutt’uno con la sua estrema indigenza. Una povertà che dà il diritto a chiunque a trattarla con sgarbo e incostanza. La sua solitudine è motivo di indifferenza e di diffidenza da parte delle compagne ma anche dei suoi professori, dipinti come esseri meschini e supponenti.

Inès Cagnati riesce ancora una volta ad incantarci con un racconto intimo, crudele, struggente, che è un coltello affilato dentro carni morbide, che strazia e regala un dolore sordo e illuminato. Quel dolore che fa urlare mentre conduce verso l’estasi. La sua prosa è struggente, profonda, efficace nel descrivere il candore di un’infanzia che resiste ai pugni della vita con innata grazia e con l’indulgenza di chi cerca un perdono e perdona a sua volta senza sforzo alcuno.

Una vita amara e un’infanzia senza più gioie. Lo sguardo spalancato sull’abisso della povertà, sulla meschinità di un destino che ci siamo in qualche modo meritati, per pigrizia o per malasorte.

Quell’unico giorno di vacanza è in realtà la prova generale di una sconfitta. Ed è anche un’occasione mancata e una prova di viltà e di lassismo. Che ci parla di un destino ineluttabile che l’uomo finisce per accettare, un destino che ci siamo meritati per aver accettato la palude, i sassi, la povertà e la morte senza ribellarsi. Il destino di tutti i poveri, che non possono cambiare il corso delle cose perché ormai scritturati dalla vita a recitare il ruolo dei perdenti. Un destino orrendo e implacabile che ci apparire degno e desiderato perfino l’amore e le attenzioni di una cagna, che accoglie, scalda e non fa domande.

Una prosa davvero superativa, intensa e struggente, che cala un velo di tristezza sugli occhi. Malinconia che implode su se stessa, che distrugge e che illumina tutto con la luce tenerissima della poesia.


Il romanzo

Non si può crescere in un paese di paludi, di piogge, di nebbie, di terre livide dove tutto muore, senza rimanerne segnati per sempre: di più, senza assomigliare a quel paesaggio inamabile. Né vivere in una casa fatiscente, sperduta fra boschi, malerbe e acque solitarie, dove anche l’amore è intollerabile violenza, senza desiderare che il mondo intero esploda «in una girandola di sangue». Nera come una zingara, taciturna come uno strano fiore selvatico, traboccante di rancore e di disprezzo per se stessa, Galla vorrebbe solo andarsene via, lontano dai troppi lutti, dal peso delle innumerevoli sorelle, da un padre abbrutito dal lavoro, dalla madre che ama troppo per sopportarne la dolente presenza. Ma l’unica possibilità di fuga, oltre ai sogni, è la vecchia e fragile bicicletta dal lamento di salamandra morente, e l’unica meta la scuola dov’è interna, a trentacinque chilometri, in città. Un tragitto che separa due vite e due mondi inconciliabili – la pietraia che non dà frutti e le terre miracolate dalla fertilità –, e che un sabato Galla decide di percorrere per rivedere la madre: sarà un giorno di vacanza sinistro e fatale, dove tutto precipiterà, rivelandole il senso di ogni cosa. Perché il malevolo, straziante paese da cui proveniamo – sembra dirci Inès Cagnati con la sua prosa di insolente intensità – è la carne stessa di cui siamo fatti, e possiamo, se non sbarazzarcene, almeno intravedere nel ricordo le meraviglie di cui era fiorito.


L’autrice

Inès Cagnati (21 febbraio 1937 – 9 ottobre 2007) è stata una scrittrice e pittrice francese. Nata a Parigi, ha trascorso gran parte della sua vita nel sud della Francia. La sua carriera artistica ha abbracciato diverse forme di espressione, includendo la pittura, la scrittura di racconti e romanzi, nonché la traduzione di opere letterarie. Nonostante la sua breve carriera letteraria, Inès Cagnati ha lasciato un’impronta significativa nel panorama letterario francese. I suoi romanzi e racconti sono stati apprezzati per la loro profondità emotiva e per la capacità dell’autrice di evocare paesaggi e atmosfere suggestive.


  • Casa Editrice: Adelphi Edizioni
  • Traduzione: Lorenza di Lella e Francesca Scala
  • Pagine: 151
  • Prezzo: E 18,00