COME VENTO CUCITO ALLA TERRA di Ilaria Tuti

Non c’era poi molta differenza tra cucire un corpo e ricamare per salvare ciò che di umano era sopravvissuto dentro. L’intento era fissare la vita quando sembrava sottrarsi.


Trama

Londra, settembre 1914
«Le mie mani non tremano mai. Sono una chirurga, ma alle donne non è consentito operare. Men che meno a me: madre ma non moglie, sono di origine italiana e pago anche il prezzo dell’indecisione della mia terra natia in questa guerra che già miete vite su vite.
Quando una notte ricevo una visita inattesa, comprendo di non rispondere soltanto a me stessa. Il destino di mia figlia, e forse delle ambizioni di tante altre donne, dipende anche da me. Flora e Louisa sono medici, e più di chiunque altro hanno il coraggio e l’immaginazione necessari per spingere il sogno di emancipazione e uguaglianza oltre ogni confine.
L’invito che mi rivolgono è un sortilegio, e come tutti i sortilegi è fatto anche d’ombra. Partire con loro per aprire a Parigi il primo ospedale di guerra interamente gestito da donne è un’impresa folle e necessaria. È per me un’autentica trasformazione, ma ogni trasformazione porta con sé almeno un tradimento. Di noi stessi, di chi ci ama, di cosa siamo chiamati a essere.
A Parigi, lontana dalla mia bambina, osteggiata dal senso comune, spesso respinta con diffidenza dagli stessi soldati che mi impegno a curare, guardo di nuovo le mie mani. Non tremano, ma io, dentro di me, sono vento.»

Questa è la storia dimenticata delle prime donne chirurgo, una manciata di pioniere a cui era preclusa la pratica in sala operatoria, che decisero di aprire in Francia un ospedale di guerra completamente gestito da loro. Ma è anche la storia dei soldati feriti e rimasti invalidi, che varcarono la soglia di quel mondo femminile convinti di non avere speranza e invece vi trovarono un’occasione di riabilitazione e riscatto.
Ci sono vicende incredibili, rimaste nascoste nelle pieghe del tempo. Sono soprattutto storie di donne. Ilaria Tuti riporta alla luce la straordinaria ed epica impresa di due di loro.


Recensione

Ilaria Tuti torna in libreria e io accorro, come sempre è stato.

Torna con un romanzo bello (quante sfumature in un semplice soggettivo!) e molto altro.

Ben scritto ( e questo me lo aspettavo, conosco la penna millimetrica ed evocativa di Ilaria Tuti, autrice capace di incantare anche dovesse descrivere le paturnie quotidiane di un girino. Una che con la penna crea virtuosismi partendo dal niente, c’è poco da fare).

Ambientato in un’epoca densa di vibrazioni: la Grande Guerra, l’immane sacrificio di vite umane, gli ideali che superano ogni altra cosa, anche la paura di morire nel fiore degli anni. Un periodo storico che Ilaria Tuti ha già affrontato con enorme delicatezza e senso della storia in Fiore di roccia. In questo romanzo la scena non è l’Italia ma altri luoghi: l’Inghilterra, il Belgio, la Francia. E i personaggi sono prevalentemente inglesi, eccetto che per Cate, la protagonista, che è per metà italiana. Una donna che è l’apoteosi dell’anticonformismo, e non solo perché esercita la professione medica,  in un’epoca in cui le donne dovevano solo essere mogli e madri.

Che racchiude un messaggio a me molto caro, quello che esalta la forza e la dignità delle donne e la rivendicazione dei diritti dei più deboli.

Aggiungo, a collante di quanto già detto, che la lettura scivola via dagli occhi e si insinua dentro al lettore, a stratificare, sedimentare ed esaltare i buoni sentimenti, tra cui troneggia l’amore. Quello per la professione medica, quello della patria e l’amore vero e proprio, che lega gli esseri umani con nodi indissolubili e impossibili da sciogliere.

Ilaria Tuti, insomma, fa nuovamente centro, con un romanzo destinato a piacere su larga scala. E che accontenta i più, dando un affaccio privilegiato sulla Storia, pigiando i tasti sulla forza delle donne, capaci di attraversare i mari incerti e pericolosi del pregiudizio e offrendo un focus attento sulla storia dei soldati, spezzati in due da una guerra spietata, nel fisico e nella mente. Curati da mani femminili e costretti a scendere a patti con la loro competenza e la loro umanità.

Qualche nota disarmonica.

Il romanzo inizia e già dopo poche pagina intuiamo dove si andrà a parare. Senza contare la presenza di una mano un po’ troppo generosa che sparge zucchero ovunque. Ma era proprio necessario? Ecco, questo aspetto mi fa pensare alle logiche commerciali che (purtroppo) sottintendono sempre di più l’uscita di un romanzo, che deve vendere. E che per vendere deve offrire quello che più piace alla gente. Peccato doverlo pensare.

E ora a voi, lettori: qual è la quantità di zuccheri che sopportate in un romanzo? Alta, media, scarsa o inesistente?

Vi aspetto con la curiosità a mille nei commenti!


L’autrice

Ilaria Tuti vive a Gemona del Friuli, in provincia di Udine. Appassionata di pittura, nel tempo libero ha fatto l’illustratrice per una piccola casa editrice. Il thriller Fiori sopra l’inferno, edito da Longanesi nel 2018, è il suo libro d’esordio. Il secondo romanzo, Ninfa dormiente, è del 2019. Entrambi vedono come protagonisti il commissario Teresa Battaglia, uno straordinario personaggio che ha conquistato editori e lettori in tutto il mondo, e soprattutto la terra natia dell’autrice, la sua storia, i suoi misteri. Con Fiore di roccia (2020), e attraverso la voce di Agata Primus, Ilaria Tuti celebra un vero e proprio atto d’amore per le sue montagne, dando vita a una storia profonda e autentica. Nel 2021, con Luce della notte, torna alle storie di Teresa Battaglia. Del 2021 è anche la nomina di Ninfa dormiente agli Edgar Awards.


  • Casa editrice: Longanesi
  • Genere: narrativa
  • Pagine: 382

LA CONDANNA DEI VIVENTI di Marco De Franchi

Aspetti la notte, e la notte è adesso. La prima volta ti sposti sul retro per somministrarle un’altra dose di cloroformio e glutaraldeide e assicurarti che stia bene. Sai che il suo cuore non reggerà per troppo tempo a quel trattamento. Nelle altre occasioni non ti è mai interessato, adesso sì.


Trama

Il bambino ritrovato nella notte sta nascondendo qualcosa. Fosco sostiene che è stato rapito ma è riuscito a scappare, correndo per le campagne toscane. Nessuno gli crede, o forse nessuno ha provato ad ascoltarlo davvero.
Io sì. E so che dentro il suo racconto si cela qualcosa di terribile. Qualcosa di più grande di lui e, forse, anche di me. Ma cosa può essere?
Soltanto quando un altro bambino scompare, inizio a intravedere uno spiraglio per portare avanti la mia indagine. Fosco e Andrea vivono lontani, non si conoscono, non hanno nulla in comune. Tranne l’aspetto: sono identici, potrebbero essere gemelli. Andrea, però, non ricompare: sta a me trovarlo, stanare chi ha ucciso suo padre e l’ha portato via da sua madre. Sta a me salvargli la vita.
Ma da sola non ce la posso fare, ho bisogno di aiuto.
L’unico a credere in me è Fabio Costa, un poliziotto reietto e dal passato oscuro, spedito al confino in un piccolo commissariato di provincia.
Mentre il numero delle vittime aumenta, e gli enigmi si fanno sempre più indecifrabili, capisco che l’artefice di questi delitti risponde a un disegno superiore. La sua è un’ossessione morbosa, feroce, inarrestabile: trasformare le proprie follie visionarie in violente realtà. In deliranti opere d’arte.
Mi chiamo Valentina Medici, sono il più giovane commissario del Servizio Centrale Operativo, e questa è la mia prima, vera indagine. E rischia di essere anche l’ultima della mia vita. Perché nessuno può precipitare in un pozzo così nero, così profondo, e sperare di rie­mergerne indenne.


Recensione

Sangue, tanto sangue. Le aberrazioni di un uomo, che sfidano qualsiasi censura e travalicano anche le fantasie più estreme. Rapimenti e morte. E tanta crudeltà.

Marco De Franchi, un passato da Commissario Capo di Polizia presso la SCO, non si è posto limiti e ha confezionato un romanzo che non lascia indifferenti. Vi ha messo tutti gli ingredienti giusti: follia, sadismo, mistero, dark web, snuff movies, sangue. Quasi una sfida a non tralasciare niente, con il chiaro intento di scioccare il lettore e avvilupparlo alla sua trama adrenalinica.

Una pubblicità roboante e un book trailer degno di nota hanno stressato le aspettative degli addetti ai lavori e del pubblico. La copertina rosso sangue è rimbalzata su tutti i social e il richiamo a Caravaggio ha fatto il resto. Il pubblico è rimasto a bocca spalancata, preso immediatamente all’amo.

È indubbio che questa opera sia di notevole levatura. La sua trama elaborata, che non lascia spazio a previsioni sulla soluzione del caso e sui moventi del colpevole, prende in scacco il lettore e lo rinchiude dentro alle sue spire.

Eppure traggo la sensazione che il desiderio di lasciare una impronta nel panorama thriller sia stato soverchiante nell’architettura del libro. Un libro in cui, a mio personale parere, si è passata una linea, una demarcazione, lasciando che ogni singolo ingrediente fosse iperdosato, a confezionare un piatto troppo elaborato e ahimè (per me) indigesto.

Il desiderio di compiacere, l’inserimento di troppi elementi narrativi, il richiamo inconscio ad altri capolavori del recente passato (Carrisi? Dan Brown?) mi hanno tolto il gusto per questa opera corposa, che tuttavia ha il pregio di introdurre dei personaggi molto affascinati ( ho una cotta per il tenebroso Costa, per dirne una, uomo dal passato tormentato e pieno di coni d’ombra e un’ammirazione viscerale per Valentina, dalle sembianze angeliche ma determinata e solida come un monolite) e di propinare al lettore un’ambientazione domestica molto suggestiva (si parla anche di Volterra, piccolo gioiello etrusco, romano, mediovale a un passo da casa mia).

Eppure “La condanna dei viventi” ha avuto solo consensi, segno che il problema è solo ed esclusivamente mio. Del resto non posso negare che De Franchi ha addomesticato l’intero impianto narrativo, che, avrete capito, non è affatto lineare ma pieno di colpi di scena. Il ritmo della sua narrazione non ha pecche, né ne ha la sua prosa, che ha un incedere senza sconti, dritta al punto come un treno ad alta velocità, e scevra da qualsiasi divagazione. E credetemi, tenere alta l’attenzione del lettore per quasi 600 pagine non è esattamente da tutti. Senza considerare che qui parliamo di un esordiente!

Capitoli brevi, talvolta brevissimi non stancano l’occhio di chi legge. E il contributo dell’esperienza maturata sul campo fanno il resto.

Insomma, un romanzo in chiaro scuro, che ha solleticato la mia sensibilità per l’abbondanza di effetti speciali.

Come nella vita e così anche nella lettura mi confermo una persona molto frugale, che non ama gli eccessi. Sono convinta che un buon romanzo prescinda dagli espedienti narrativi. Che un buon romanzo non debba sottostare ad una lista di fondamentali. Che un buon romanzo non debba nascere solo per vendere. Che un buon romanzo debba toccarmi nel profondo senza comprare la mia attenzione e il mio clamore.

Rimane comunque saldo l’invito a leggere La condanna dei viventi. Vi regalerete molte ore di pura tensione emotiva e potrete costruire la vostra personale visione su questo romanzo che a breve travalicherà i confini nazionali per approdare all’estero.

E tu, cosa ne pensi? Sei un idealista per cui la scrittura ha sempre un fine superiore? O sei più pratico e cerchi un’emozione forte e trascendente che superi ogni altro aspetto del romanzo che leggi?


L’autore

Marco De Franchi (Roma, 1962) fin da bambino sognava di fare lo scrittore tanto quanto desiderava diventare investigatore. Ha infatti un passato da Commissario Capo di Polizia, periodo durante il quale ha lavorato presso il Servizio Centrale Operativo (SCO), l’ufficio investigativo italiano che più si avvicina all’FBI. Vive tra Pisa e Livorno con la moglie Debora e i due figli. Le esperienze sul campo sono state fondamentali per la scrittura del thriller La condanna dei viventi.
Ancor prima della pubblicazione in Italia, La condanna dei viventi ha suscitato l’immediato entusiasmo degli editori europei. Nei prossimi mesi uscirà in Germania, Spagna, Francia, Olanda, Grecia, Polonia, Lituania e Romania.


  • Casa Editrice: Longanesi
  • Genere: thriller
  • Pagine: 564

LE DUE MORTI DEL SIGNOR MIHARA di Tommaso Scotti

“Gocce di vapore? Che vuol dire?”
“Che nessuno di noi vive una vita sola. Siamo come gocce d’acqua, cambiamo forma di continuo. Occupiamo un certo spazio per un po’, fino a che evaporiamo per piovere da tutt’altra parte.”
(…)
“Ricordatelo, Jim-Kun. Siamo come gocce di vapore. Sui bordi delle teiere, in un cestello di bambù pieno di ravioli o sulle finestre appannate nelle mattine di tardo autunno. Così vicini e così invisibili, siamo soltanto gocce di vapore in balia del vento e della grazia delle nuvole. E la nostra vita niente di più che un sussurro. Niente più che la fragile promessa di qualcun altro.”


Trama

Un Giappone sconosciuto e oscuro, corroso da antichissime e spietate tradizioni. Questo il teatro in cui l’ispettore nippoamericano Nishida si trova ad affrontare un caso impossibile da risolvere.

Takaji Mihara, un uomo d’affari ormai in pensione, è stato ucciso nella sua casa, trafitto da un colpo di spada. La polizia è convinta di aver trovato il responsabile del delitto, un sospettato che avrebbe avuto sia il movente che l’opportunità. Ma il presunto colpevole ha problemi psichiatrici, forse è persino tossicodipendente e ripete di aver trovato la vittima già morta. Il suo sembra un delirio, ma anche per Nishida qualcosa non torna nella ricostruzione dei fatti. Persino le analisi del medico legale riportano alcune stranezze che sembrano contraddire il profilo della vittima.

Cos’è successo? Chi era davvero Takaji Mihara?

Nishida capisce presto che, per fare luce su questi interrogativi, dovrà addentrarsi nella pericolosa zona grigia degli «evaporati»: migliaia di uomini e donne che per svariati motivi decidono di scomparire e ricominciare da un’altra parte, con un altro nome, con un’altra vita. Un business gestito da società clandestine si occupa proprio di questo: far evaporare le persone. Sarà seguendo la loro scia fumosa che Nishida cercherà di risolvere il mistero, svelandoci un volto del Giappone inedito, spiazzante e inquietante, ma anche incredibilmente poetico.


Recensione

Un Giappone inedito e senza veli, che si lascia guardare da vicino, mostrando sottili crepe dentro alla sua proverbiale aurea di perfezione.

Un protagonista che racchiude in sé le tessere di un puzzle che promette di diventare un quadro perfettamente disegnato.

E una storia incredibile, che prende le mosse dal passato e che si infittisce in un mistero sempre più intricato.

Mescolate questi tre ingredienti ed ecco a voi un thriller indimenticabile, meravigliosamente congegnato e condotto con enorme maestria dal suo autore, l’italianissimo Tommaso Scotti che vive e lavora in Giappone da diversi anni, motivo per cui riesce nell’impresa di raccontare luci e ed ombre del paese del Sol Levante, dove tradizione e modernità si scontrano e si sovrappongono, nascondendo e svelando al tempo stesso il fascino irresistibile proprio delle sue contraddizioni. Un paese di cui forse si sa troppo poco e quel poco è schiacciato da stereotipi e false verità. Un paese che Scotti viviseziona, regalandoci uno spaccato vivace e spietato della sua essenza.

Di fatto, dopo anni in cui il thriller di matrice nord europea ha monopolizzato la scena, un cambio così repentino di ambientazione non poteva che scuotere gli amanti del genere da ogni tipo di sopore.

Dopo la prima sensazione di smarrimento, gettarsi a capofitto nella storia è stato facile e naturale. Il protagonista, Takeshi Nishida, di fatto tiene i piedi in due staffe, agevolando l’operazione di accettazione del suo lato esotico da parte del lettore tradizionalista. Nishida è per metà americano, un mezzosangue come si autodefinisce. La sua stazza fisica non è certo quella di un giapponese, come anche i suoi occhi, tipicamente occidentali nella forma e nel colore. Nishida è un outsider che ha dovuto lottare e che lotta tuttora per emergere nella società giapponese, piuttosto chiusa al cambiamento e alla novità. Una società alla quale Nishida guarda con occhio critico, sebbene soggiaccia anche al suo appeal e alla fascinazione per la sua lingua tradizionale, il Kanji, complicata e quasi incomprensibile per noi occidentali, qualcosa da proteggere da ogni contaminazione.

Nishida è un poliziotto per passione, che cerca la verità a tutti i costi. Un piccolo Bat-man che è cresciuto con il pallino per la giustizia, in nome della quale è disposto a sacrificare la sua vita privata. Aiutato dalla scossa dalla caffeina in lattina nella sua bevanda preferita, dal sostegno del collega Joe e dal suo non essere “abbastanza giapponese”,  Nishida dimostra talento ed intuizione da vendere ed è un protagonista perfetto, che immediatamente ti entra sotto pelle.

La storia, che segue il caso de “l’ombrello dell’imperatore”, è una storia di rinascita e di riscatto, ma anche di perdono. C’è che fugge da una realtà inaccettabile e ricostruisce il suo vissuto e chi rimane dentro al rimpianto, invischiato dagli errori commessi in passato. A volte scomparire può sembrare l’unica via di fuga da una vita di vessazione, con la quale non si può più venire a patti.

Nishida dovrà occuparsi della morte di un uomo, che fin da subito mostra delle contraddizioni. Un uomo che sembra senza passato. Un uomo solo che si è fatto da solo. Un uomo che potrebbe non essere chi dice di essere. Un caso che sembra semplice, una soluzione che pare a portata di mano. Ma che non convince.

Nishida uscirà vincitore, come uomo e come poliziotto. E senza sforzo consoliderà le pareti di quel posticino che si è preso dentro il nostro cuore. Un posto che si fa sempre più luminoso, comodo, sicuro. Che niente e nessuno può sottrargli, perché Nishida ormai vi si è insidiato, come un uccello nel suo nido.

Nishida e il suo Giappone, con i suoi colori tenui e il ricordo del suo passato. Ma anche quello roboante e implacabile della metropoli, che non lascia scampo a chi vuole voltarsi indietro ma che al tempo stesso pretende di avere sempre un faro puntato sulla tradizione.

Un luogo che terremo sgombro, pulito, accogliente nell’attesa che Nishida torni presto ad abitarlo. Un luogo che già mi manca.


L’autore

Tommaso Scotti, nato nel 1984, laureato in matematica, seguendo una passione per le arti marziali si è trasferito in Oriente nel 2010. Ha poi conseguito un dottorato di ricerca a Tokyo, dove adesso vive e lavora. Nel tempo libero si dedica al pianoforte e alla calligrafia. Il suo romanzo d’esordio, L’ombrello dell’imperatore (Longanesi, 2021), ha conquistato il pubblico e la critica grazie al personaggio dell’ispettore nippoamericano Nishida e allo sguardo curioso e disincantato con cui racconta un Giappone inedito e spesso frainteso.


  • Casa Editrice: Longanesi
  • Genere: thriller
  • Pagine: 318

IL CIELO SBAGLIATO di Silvia Truzzi

Il vento che soffia dal lago è gelido. Regina tiene stretto il fagotto dentro il cappotto liso mentre copre la poca distanza che separa vicolo Barche da piazza Ferrante Apporti. Sale al secondo piano di una casetta che le pare una reggia: ha perfino le tende alle finestre. “Regina, come posso aiutarti?”, dice la padrona di casa mentre la fa accomodare. C’è molta luce nell’appartamento e un fuoco scoppiettante riscalda il soggiorno che odora di pane, ma alla  vecchia quell’improvviso calore fa male alle ossa, tanto è abituata all’umido del suo tugurio a piano terra.

Trama

Mantova, 1918. Nel giorno dell’armistizio della Grande Guerra due bambine vengono al mondo a poche ore di distanza. Dora in una poverissima casa vicino al lungolago, già orfana perché sua madre muore di parto e suo padre è un soldato disperso. Qualche ora dopo nasce Irene, l’ultimogenita dei marchesi Cavriani, famiglia dell’antica nobiltà cittadina. Le due bambine crescono – una tra la fame e la miseria dei vicoli, l’altra negli agi del palazzo che porta il nome della sua famiglia – e si incontrano ogni domenica sul sagrato di Sant’Andrea. Dora chiede l’elemosina e nella sua mano la piccola Irene deposita un soldo e un sorriso di solidarietà e compassione. Gli anni passano e mentre il Fascismo si fa regime, e insanguina le strade della città, due vite destinate a rimanere separate da un’insormontabile differenza di classe si incrociano di nuovo. La sorte che ha portato Dora nella casa borghese della famiglia Benedini, dove è stata accolta e ha ricevuto un’istruzione, le ha fatto dono di una bellezza fuori del comune che fa girare la testa agli uomini. Tra loro c’è anche il timido Eugenio, figlio dei ricchissimi Arrivabene e cognato di Irene. Sfidando l’ostilità delle famiglie, Dora si fidanza in segreto con Eugenio ma il bel mondo che comincia a spalancarsi davanti ai suoi occhi ha in serbo per lei molte sorprese: in una girandola di splendidi vestiti, ricevimenti e intrighi, Dora dovrà difendere tutto ciò che ha conquistato con tanta fatica.


Recensione

Gli anni sono quelli  cruciali, tra le due guerre e lo scenario è la provincia italiana, chiusa a doppia mandata dal pregiudizio e  dalla diseguaglianza sociale. A Mantova, ma anche in ogni altra piccola città italiana, si può nascere sotto una buona stella oppure dentro alla miseria più abbietta, quella che ti fa battere i denti dal freddo e dalla fame. Due scenari così lontani tra loro che non vi è la minima idea di cosa voglia dire nascere sotto il cielo sbagliato. Ed infatti, in quel lontano novembre del 1918, mentre si chiude il sipario sulla Grande Guerra, due bimbe vengono al mondo. Una è Irene, marchesina di nascita che nasce tra gli agi e i privilegi. L’altra è Dora, la cui mamma muore di parto  e che crescerà tra gli stenti e la mancanza di amore.

Niente, in apparenza, potrà accomunare le due bambine. Eppure il destino deciderà diversamente e la piccola Dora, salvata dalla strada da una famiglia di ricchi commercianti, potrà iniziare la sua scalata verso una vita dignitosa. Una strada in salita, complicata dai ricordi amari che la piccola porta chiusi in sé e dalla diffidenza,sempre più pressante, che la sua bellezza suscita negli altri.

Dora stenta a trovare il suo posto nel mondo, schiacciata tra il desiderio di vivere una vita ricca e piena e il timore di essere riconosciuta come la piccola stracciona che chiedeva l’elemosina sul sagrato della Chiesa.

La sua è una rinascita che esplode e non può essere sopita. Ma è anche uno sbocciare di petali che acceca e confonde, tant’è lo splendore e il colore di quel fiore acerbo. Dora è pur sempre una donna e la sua bellezza è pericolosa, poiché attira troppo l’attenzione. E non è facile, quando si è giovani e si anela una carezza o uno sguardo di approvazione più dell’ossigeno, discernere il giusto da ciò che non lo è. Del resto quello è il destino di tutte le donne del tempo, indipendentemente dalla loro condizione sociale. Si è donne, e ci si aspetta da loro solo un bel viso e un carattere docile. E naturalmente, l’attitudine a stare un passo  dietro all’uomo. Un uomo da compiacere e al quale obbedire.

“Il cielo sbagliato” è un romanzo fatto da donne. Donne di ogni estrazione sociale, che condividono l’amarezza di non contare niente e si compiacciono con un gingillo. Donne per le quale la reputazione e il buon nome  conta più di ogni altra cosa.

Il retroscena storico fa il resto. In una Mantova stretta nella morsa del fascismo e annichilita dalla violenza dello squadrismo, si compie il destino dell’Italia, che si avvia a grandi passi verso il secondo conflitto mondiale. Silvia Truzzi cura molto l’aspetto storico del romanzo, con una fedele ricostruzione degli eventi tra la prima e la seconda guerra mondiale.  La storia di Dora e di Irene non può fare a meno di questo palcoscenico storico, dove si intrecciano gli eventi più significativi del tempo e che consentono ai personaggi di dire la loro e di rappresentare gli umori e le istanze del popolo in quegli anni cruciali che ci hanno reso quello che siamo adesso.

In bilico tra il romanzo di formazione e il romanzo storico, Il cielo sbagliato è un’opera di grande respiro scritta con passione e rigore storico. Un romanzo sull’emancipazione e il desiderio di affermazione e sulla fatica di essere se stessi in un  mondo che ci attacca addosso tante etichette diverse, così pesanti e difficili da cancellare. Un libro che si legge senza sforzo,  che cattura con la forza di una narrazione che si avviluppa al lettore e lo trascina con sé.  Un libro sul coraggio di essere donne in un’epoca avversa e sul valore della solidarietà, unico sostegno per mantenersi in piedi tra le trappole e le insidie di un mondo che perde la sua dimensione umana nelle avversità della nostra storia recente.


L’autrice

Silvia Truzzi, giornalista, è nata a Mantova e vive a Milano. Laureata in Giurisprudenza, lavora al Fatto Quotidiano dalla sua fondazione nel 2009. Ha vinto il Premio giornalistico internazionale Santa Margherita Ligure per la cultura nel 2011 e il Premio satira politica Forte dei Marmi, sezione giornalismo, nel 2013. È autrice del programma di Massimo Gramellini, Le parole. Nel 2016 ha pubblicato Perché No (con Marco Travaglio) e nel 2019 C’era una volta la sinistra (con Antonio Padellaro). Con Longanesi ha pubblicato Un Paese ci vuole. Sedici grandi italiani si raccontano (2015) e il romanzo Fai piano quando torni (2018).


  • Casa Editrice: Longanesi
  • Genere: narrativa/storico
  • Pagine: 381

LA CASA SENZA RICORDI di Donato Carrisi

Il ragazzino varcò la soglia quando era da poco passata la mezzanotte. Per prima cosa, si guardò intorno, forse domandandosi il motivo del suono che sentiva in sottofondo, ma senza lasciar trasparire alcuna reazione. Indossava un maglioncino a rombi con sotto una camicia chiara, pantaloni di flanella e un paio di adidas consumate. Il caschetto biondo gli scendeva sulla fronte fin quasi a coprirgli gli occhi azzurri, i tratti del viso erano delicati, quasi efebici, forse per via dell’incarnato lattiginoso. Pur essendo alle soglie dell’adolescenza, su di lui non vi erano tracce di pubertà.

Trama

Un bambino senza memoria viene ritrovato in un bosco della Valle dell’Inferno, quando tutti ormai avevano perso le speranze. Nico ha dodici anni e sembra stare bene: qualcuno l’ha nutrito, l’ha vestito, si è preso cura di lui. Ma è impossibile capire chi sia stato, perché Nico non parla. La sua coscienza è una casa buia e in apparenza inviolabile. 
L’unico in grado di risvegliarlo è l’addormentatore di bambini. Pietro Gerber, il miglior ipnotista di Firenze, viene chiamato a esplorare la mente di Nico, per scoprire quale sia la sua storia. 
E per quanto sembri impossibile, Gerber ce la fa. 
Riesce a individuare un innesco – un gesto, una combinazione di parole – che fa scattare qualcosa dentro Nico. Ma quando la voce del bambino inizia a raccontare una storia, Pietro Gerber comprende di aver spalancato le porte di una stanza dimenticata. 
L’ipnotista capisce di non aver molto tempo per salvare Nico, e presto si trova intrappolato in una selva di illusioni e inganni. Perché la voce sotto ipnosi è quella del bambino. 
Ma la storia che racconta non appartiene a lui.


Recensione

Come si gestiscono le aspettative  su un libro  per il quale tutti urlano al miracolo? Per l’autore sono probabilmente pesi da trascinare, perché nello stesso modo e con la stessa velocità con cui queste ti portano alle stelle, ugualmente possono trascinarti in basso quando e se fossero disattese. Tutto il mondo ti aspetta, tutto il mondo ti guarda e tutti, nessuno escluso, si sentiranno in dovere di dire la loro.

Per il lettore sono invece specchi ingannevoli: ti spingono a comprare subito  e non conoscono mezze misure: il romanzo in questione, probabilmente, sarà osannato o discreditato, senza intercessioni.

E ora vi chiederete: perché questo preambolo? E io vi rispondo senza indugio: il cappello è propedeutico ad introdurre i miei pensieri sull’ultimo romanzo di Donato Carrisi, La casa senza ricordi.

Le aspettative mi hanno spinto a voler leggere subito questo romanzo. Le stesse aspettative mi hanno spinto a cedere il passo, come già accaduto per Io sono l’abisso, ad una visione disincantata della mia esperienza di lettura. Alla fine, ho lasciato che le mie impressioni sedimentassero e mi sono chiusa in una sorta di splendido isolamento, per lasciare intatti e vergini i miei pensieri, senza contaminazioni esterne.

E adesso, però, è giunta l’ora di rompere gli indugi e di parlare. Carrisi cede alla lusinga di dare in pasto al lettore una sorta di sequel de La casa delle voci. Scelta condivisibile, dal momento che quest’ultimo è stata un’ottima prova per l’autore, che si addentra con maestria nei meandri dei ricordi e delle suggestioni, mediante una full immersion  nel mondo affascinante e subdolo dell’ipnosi. Ricicla il buon Pietro Gerber, ipnotista infantile e lo mette al centro di una caso mediatico forte, che ha a che fare con la sparizione di un bambino. Il bimbo racchiude un enorme mistero e affaccia il lettore sugli abissi di una infanzia abusata, che sembra uscita da un incubo. La storia è interessante, il mistero fitto e ammorbante. La prosa bella, pulita, sordida e nebulosa quanto basta per catturare il lettore e tenerlo in pugno fino alla fine. Carrisi si conferma un manipolatore di pubblico, che sa perfettamente quali tasti premere per ottenere l’attenzione del lettore. Carrisi è l’affabulatore, quando quest’ultimo è perlatro la figura chiave del suo romanzo. Scelta piuttosto curiosa, vero?

Ed ecco, insomma, il rovescio della medaglia: lo stesso lettore che lo osanna è pronto, al tempo stesso, ad analizzare il romanzo parola per parola, allo scopo di trovare il punto debole, l’anello mancante, la falla, l’errore.

Carrisi ha creato un ottimo espediente e costruisce una trama coinvolgente, lasciando che la lettura sia fluida,  scorrevole e esaltante. I suoi argomenti, il ricorso a piani temporali diversi, i suoi personaggi misteriosi, cultori di una scienza abbacinante ed enigmatica come l’ipnosi, sono tutto tasselli vincenti.

Ma, ecco le note dolenti, la trama a tratti si mostra debole, addirittura inverosimile.  E la conclusione del libro mi è apparsa troppo sospesa, tanto da dover ricorrere ad un personaggio chiave de La casa delle voci che si accolla l’onere di dare una spiegazione al lettore su ciò che sta accadendo.

Troppi interrogativi da sciogliere e l’impressione di un finale senza fine, che non crea aspettativa sull’epilogo di questa storia, ma solo frustrazione nel lettore, che rimane con un pugno di mosche a guardarsi intorno in cerca di un suggerimento.

Si, lo so. Con Carrisi sono intransigente. Mentre ammiro estasiata la sua capacità di ricamare con le parole e di creare atmosfere morbose, al contempo so di essere critica e puntigliosa all’ennesima potenza. Perché da Carrisi pretendo molto. Carrisi non può mirare alla sufficienza. Carrisi deve puntare in alto e ottenere il massimo dei voti e anche la lode, nel caso. Di Carrisi non possiamo dire:” bravo, ma potrebbe fare di più” come un professore intransigente direbbe del suo migliore alunno, quello più brillante, quello più dotato.

Quindi, e concludo: bene, benissimo la prosa accattivante e splendida. Bene, benissimo la scelta di argomenti che creino inquietudine e curiosità nel lettore. Bene, cavalcare l’onda di un successo precedente (la fanno tutti, ormai, per cui, per par conditio, dobbiamo concenderlo anche al Maestro).

Ma benino la latitanza di coerenza. Benino, il finale affrettato. Benino la figura del protagonista, che si trova a lavorare con una sorta di ventriloquo, paventando al lettore una fattispecie che non credo sia replicabile nella realtà (lo spauracchio dello spoiler non mi fa essere maggiormente precisa…).

Di Carrisi viene detto che scrive sceneggiature e non romanzi. Che vede un cinema buio invece di tante pagine bianche da riempire. Sicuramente Carrisi è uno che sa governare la penna e ha un’immaginazione feconda. Sa pungere la curiosità del lettore e sa ammaestrarlo come vuole. Si è fatto un nome e sa sfruttare magistralmente tutte le opportunità che ne derivano.

Sfornare un romanzo all’anno non è cosa da poco.  Come essere sempre all’altezza delle aspettative, giust’appunto. Ma che se ne parli bene, che se ne parli male, l’importante è parlarne. 

E di Carrisi, nessuno si è ancora stancato di parlare.


L’autore

Donato Carrisi è nato nel 1973 a Martina Franca e vive fra Roma e Milano. Dopo aver studiato giurisprudenza, si è specializzato in criminologia e scienza del comportamento.

Scrittore, regista e sceneggiatore di serie televisive e
per il cinema, è una firma del Corriere della Sera. È l’autore dei romanzi bestseller internazionali
(tutti pubblicati da Longanesi) Il suggeritoreIl tribunale delle animeLa donna
dei fiori di cartaL’ipotesi del maleIl cacciatore del buioLa ragazza nella nebbia – dal
quale ha tratto il film omonimo con cui ha vinto il David di Donatello per il miglior regista
esordiente –, Il maestro delle ombre, L’uomo del labirinto – da cui ha tratto il film
omonimo – , Il gioco del suggeritore e La casa delle voci.
Ha vinto prestigiosi premi in Italia e all’estero come il Prix Polar e il Prix Livre de Poche in Francia e il Premio Bancarella in Italia. I suoi romanzi, tradotti in più di 30 lingue, hanno venduto milioni di copie.


  • Casa Editrice: Longanesi
  • Collana: La Gaja Scienza
  • Genere: thriller

TUTTI I MIEI UOMINI di Isabella Bossi Fedrigotti

Una volta ci siamo trovati vicini per caso e tu, sottolineando che non avevi ballato nemmeno una volta, mi hai detto, con un piccolo sorriso melanconico, come fosse stata una resa: “Lo vedi che non posso fare a meno di te?” E io non so nemmeno più cosa ho risposto, però trent’anni dopo la tua frase e l’espressione del tuo viso me li ricordo ancora. Per consolarti ho ballato con te, e oggi mi è tornata in mente quella tua giacca grigia, un po’ troppo grande per te, di stoffa ruvida e pesante, e la dolcezza con la quale mi ci hai fatto appoggiare la guancia.

Trama

Quali sono gli uomini che vorrebbe incontrare una ragazza, una donna? Quali sono quelli che poi incontra realmente? Come sono fatti, cosa nascondono, cosa vogliono, cosa pensano, cosa chiedono, cosa ottengono? In queste pagine, Isabella Bossi Fedrigotti stila un acuto catalogo in punta di penna in cui traccia dieci ritratti degli uomini che ha incrociato, conosciuto, immaginato, sognato, sfuggito, detestato, educato, amato, rimpianto, inventato, e comunque mai dimenticato.

Si dice sempre che gli uomini siano molto meno complicati delle donne e loro stessi si affannano a confermare questa teoria, ma forse non sono così credibili; l’autrice del resto ha dei dubbi in proposito: «Al confronto – ricorda – scrivere Il catalogo delle amiche è stata una passeggiata, mentre per questo catalogo degli amici ho spesso avuto la sensazione di trovarmi in un terreno aspro e ombroso, difficile da esplorare».

Tutti i miei uomini è un libro che parla alle esperienze personali – presenti, passate e future – di ciascuna donna, in cui l’autrice prova a raccontare e dipanare il fittissimo mistero maschile, passando in rassegna un «campionario» di snob glaciali e schifiltosi, cinici seduttori seriali, rivoluzionari esaltati, campioni di egoismo, inguaribili narcisi, eterni figli in cerca di qualcuno che li accudisca.

Il tutto, naturalmente, nella fiduciosa e inossidabile speranza nell’esistenza di quegli uomini responsabili, teneri, protettivi e felicemente adulti che sarebbe una vera fortuna incontrare.


Recensione

L’altra metà del cielo, in questo libro, è un uomo. E a raccontare di lui è una donna.

Isabella Bossi Fedrigotti ha costruito il profilo di tanti uomini diversi tra loro, accomunati solo dal fatto di aver incontrato la donna che scrive in prima persona dalle sue pagine.

Una donna o più donne diverse. Non è importante chi racconta, ma di si chi parla. Di quale uomo. Di cosa ha rappresentato per lei. Se l’ha fatta ridere, o piangere. Se l’ha amata o solamente usata. Se è stato un esempio da seguire o un uomo misero e abietto. Se è stato onesto o insincero. Se è un rimpianto o un rimorso.

Un uomo che ha incontrato, con cui ha intrecciato una parte della sua vita. Un errore, un colpo di testa, un’ossessione, un miraggio. O tutte queste cose insieme.

L’autrice utilizza una raccolta di testimonianze di donne, che raccontano degli uomini che hanno fatto parte della loro vita. Dieci racconti per dieci uomini. Il rubacuori, il gentiluomo, il narciso, il professore. Il complice, il traditore, il Don Giovanni.

Dieci calzanti esempi di altrettanti maschi. Nelle quali riconoscere le sfaccettature dei nostri uomini, per i quali abbiamo versato lacrime amare, per amore dei quali abbiamo perdonato, sorvolato, lasciato perdere, pur di continuare ad amare o a fingere di essere amate. Per i quali abbiamo chinato la testa o cercato vendetta.

Un libro che assomiglia ad un manuale per l’uso di questi multiformi esemplari: da maneggiare con cura o da strapazzare. Da adulare o da spezzare. Da tenere o da allontanare. Un libro in cui ognuna di noi potrà riconoscere il padre, il fratello, il vicino di casa, il primo amore. Un libro per sorridere o per rammaricarci, nel caso in cui faccia sanguinare nuovamente vecchie ferite.

Dieci uomini e a volte uno solamente. Perché i nostri uomini sono un puzzle colorato, un mosaico complicatissimo di meraviglia, gioia, delusione, lacrime e amore. Forse sta a noi tirare fuori il bello o il brutto, come sta a loro far emergere da noi la fata o la strega dei loro sogni.

Un libro che ricerca l’incastro perfetto. Quello che fa combaciare i confini di una donna con il perimetro del suo uomo, a formare una nuova figura tridimensionale, che brilli di luce propria.

Un libro che ci mette in guardia, a noi donne,  e che prova a toglierci il primato della complessità interiore. Un libro che ci esorta ad osservare bene, in profondità,  per vedere cosa si nasconde sotto la scorza del pudore maschile.

Con una prosa senza briglie, libera e intima come lo sono i pensieri segreti e inconfessabili, Isabella Bossi Fedrigotti  intesse una trama multicolore, a maglie larghe, morbida per consolare e per riscaldarci.

Prendete appunti, voi che leggete. E non nascondetevi se nel leggere questo romanzo tornano a galla vecchie asperità e antichi dolori. Si legge per imparare. Si legge per celebrare. E anche per esistere e per rimediare.


L’autrice

Isabella Bossi Fedrigotti è scrittrice ed editorialista del Corriere della sera, dove scrive articoli di costume e cultura. Ha esordito nella narrativa nel 1980 con Amore mio, uccidi Garibaldi. Con il secondo romanzo, Casa di guerra, è stata finalista al Premio Strega e al Premio Campiello. Di buona famiglia, il terzo romanzo, diventato subito best seller, si è aggiudicata il Premio Campiello nel 1991. Dopo Magazzino vita, l’ultima sua opera narrativa è stata Se la casa è vuota. Nel 2019 ha ricevuto il Premio Campiello alla carriera.


  • Casa Editrice: Longanesi
  • Genere: narrativa italiana
  • Pagine: 156