LA STAGIONE DEI RAGNI di Barbara Baraldi


Il tramonto tingeva il cielo sui colli del Pian del Lot di colori sgargianti, mentre Francesco Scalviati guidava la sua Fiat Croma lungo una strada sterrata, ripercorrendo il medesimo itinerario di sabato notte. Quando giunse in corrispondenza della scena del crimine, parcheggiò e continuò a piedi.
La brezza faceva sventolare il nastro di contenimento teso intorno all’area, al centro della quale spiccava l’automobile delle vittime. Tinta dalle luci del tramonto appariva ancora più spettrale, con quello sportello aperto come in attesa di un passeggero che non sarebbe mai arrivato.

Trama

È una notte d’estate del 1988, e a Torino si verifica un evento inspiegabile: il ponte Vittorio Emanuele I è completamente invaso da colonie di ragni, con lunghissime ragnatele sul parapetto che porta al santuario della Grande Madre. Quasi un prodigio, che attirerà decine di curiosi. Intanto il sostituto procuratore Francesco Scalviati si trova dalle parti del Pian del Lot, sulla scena di un crimine: una coppia di fidanzati uccisi in macchina in un luogo solitario. È il terzo, feroce omicidio che sembra imputabile alla stessa mano. Un caso cruciale e insidioso per il magistrato, in un momento particolarmente delicato della sua vita, visto che sta per diventare padre. Tra i presenti sulla scena c’è anche Leda De Almeida, giornalista investigativa con un passato traumatico in Libano, che Scalviati tenta di dissuadere dall’intraprendere un’indagine autonoma che potrebbe rivelarsi pericolosa. Ma a dare una svolta imprevista agli eventi sarà l’arrivo di Isaak Stoner, giovane e arrogante analista dell’FBI, che offre a Scalviati i nuovi potenti strumenti della criminologia, come il profiling e la teoria degli omicidi “seriali”, ancora sconosciuti in Italia. Seppur affascinato da queste idee innovative, Scalviati non riesce a fidarsi completamente del collega americano, convinto che nasconda un segreto. Nel frattempo, si avvicina il giorno del parto per sua moglie: sarà una bambina, ma i due non riescono a deciderne il nome. Proprio allora, il “mostro” colpisce di nuovo… Sulle note dei Simple Minds, dei Duran Duran e dei primi Litfiba, Barbara Baraldi ci trasporta nella città italiana più misteriosa ed esoterica, in una corsa a perdifiato tra le paure e le ossessioni di un’epoca.


Recensione

Il nastro si riavvolge velocemente, in una vorticosa corsa a ritroso e giunge nel momento in cui tutto ha inizio.  Un altro secolo; addirittura un altro millennio. Eppure sono solo una manciata di anni. Anni cruciali. In cui la tecnologia fa passi da gigante e il mondo intero si fa più piccolo. Le mode passano, la musica cambia ritmo e nuove consapevolezze si insinuano nelle persone, sempre più sole e distanti, sebbene l’avvento di internet sembri poterle avvicinare.

Tutto cambia ma tutto rimane com’è. Il male, per esempio. La deviazione, la follia, i desideri cattivi. Ma l’uomo trova altre armi per combatterlo, nuove ispirazioni, nuove tecnologie.

Nel 1988 Aurora Scalviati non ha ancora un nome. Dorme il suo sonno prenatale nei pensieri e nel corpo di Greta, sua madre e prende forma nella mente, un po’ spaventata, del padre, Francesco Scalviati.

Barbara Baraldi ha la brillante intuizione di portare il lettore dove tutto comincia, perché sa che ogni storia ha bisogno di ritrovare le sue origini per compiere al meglio la sua parabola. E, dopo la trilogia incentrata su Aurora Scalviati, brillante profiler dal passato tormentato, torna indietro a parlarci di suo padre.

Un uomo di stato, un magistrato con un forte senso del dovere, che sente la sua missione verso la giustizia come un punto fermo, che non si può aggirare, né perseguire a metà. Un uomo diviso tra l’amore per la famiglia e la fedeltà verso lo Stato, che serve con onestà e dedizione.

La storia che la Baraldi ci propone è ancora una volta molto forte, densa di connotazioni esoteriche e intrisa di mistero. Ed è una storia nella storia, perché, prendendo le mosse da una serie di omicidi efferati quanto apparentemente inspiegabili, ci introduce negli anni in cui prende forma il concetto di serial Killer, insieme alla figura del profiler, colui che disegna la mente criminale di chi uccide, circoscrivendo il perimetro di ricerca del colpevole, seppur facendo a meno della tecnologia che oggi conosciamo. Nel 1988 i computer si sono appena affacciati sulla scena e le loro potenzialità sono pressoché sconosciute. Non c’è internet e la comunicazione è ben lungi dal conoscere le meraviglie del web. La musica si ascolta sui vinili e per parlare a distanza non c’è che il telefono o il fax.

Ciò che ci aspetta è un affascinante viaggio nel tempo, del quale Barbara Baraldi mutua ogni sfumatura e ogni profumo, consapevole della fascinazione che quel periodo opera ancora oggi su tutti noi. Dalla musica, alle abitudini, alle atmosfere. Il ritratto di quegli anni è perfetto e foriero di una inevitabile nostalgia per chi quegli anni li ha vissuti. Con i loro acuti e i loro drammi, tuttora indimenticati e indimenticabili.

La storia che leggiamo è un meccanismo perfettamente concepito. C’è sangue, morte, mistero. E ci sono diversi personaggi carismatici che rendono la narrazione variegata ed interessante, e che tracciano storie parallele a quella principale, che confluiranno a creare un insieme coerente, in cui ogni tassello andrà al proprio posto. Un insieme che coinvolge ed attira e che fa digerire al lettore la mole importante del romanzo, che scorre via senza inciampi verso la soluzione.

Barbara Baraldi del resto ha una penna leggiadra, che sembra disegnare sofisticati arabeschi anche quando annega nel sangue e nel buio. Il risultato è un thriller ad altissima godibilità, in cui l’ambientazione regala gli acuti più sublimi. Una Torino attanagliata dai ragni, che improvvisamente appaiono ad ammantare il Ponte Vittorio Emanuele I come un sudario, nella stessa notte in cui si compie un delitto. I misteri esoterici legati a piazza dello Statuto e al triangolo del mistero. Un assassino che sembra risorgere da un passato lontano nel tempo e nello spazio. Un mostro, come si diceva allora, quando, appunto, la definizione di serial Killer non era ancora entrata nel nostro vocabolario comune e che evoca ben altri personaggi, che imperversarono proprio in quel periodo, seminando morte e sangue innocente. La malavita e i segreti di Leda, ex giornalista di guerra, che si trova a dover far pace con uno scomodo passato. E sopra a tutto questo il Male, che non ha spiegazione e che sembra ammantare ogni cosa.

Con una narrazione serrata e a tratti adrenalinica, Barbara Baraldi ci trascina con forza nel nostro recente passato, nell’attesa spasmodica che l’assassino compia un passo falso e che una nuova speranza venga allo scoperto, insieme alla piccola Aurora, il cui nome inneggia alla luce, quella che squarcia le tenebre e che dona conforto e speranza.


L’autrice

Barbara Baraldi è originaria della Bassa Emiliana, è autrice di thriller, romanzi per ragazzi e sceneggiature di fumetti per la serie «Dylan Dog». Il suo esordio nella letteratura poliziesca avviene sulle pagine de «Il Giallo Mondadori» con La bambola di cristallo. In contemporanea con l’uscita del romanzo in In­ghilterra e negli Stati Uniti, viene scelta dalla BBC per la realizzazione del documentario Italian noir sul giallo italiano.

Per Giunti ha pubblicato con straordinario suc­cesso la trilogia Aurora nel buio (2017), vincitore del Premio Garfagnana in giallo 2017 e del NebbiaGialla 2018, Osservatore oscuro (2018) e L’ultima notte di Aurora (2019). Nel 2021 è uscito il nuovo avvincente thriller La stagione dei ragni.


  • Casa Editrice: Giunti Editore
  • Genere: thriller
  • Pagine: 559

URLA SEMPRE, PRIMAVERA di Michele Vaccari


Non lo posso sapere, ci vorranno mesi per accettarlo, ma gli Animali sono venuti qui perché sono il tuo esercito. Sembrano una famiglia, ma come quella che potrei formare io, senza generi, senza distinzioni: cinghiali, cavalli, pecore, aquile e un coniglio grande come un bulldog.
Ci osserviamo per qualche secondo.
A un certo punto, quello più grosso tra gli ungulati, credo la madre, si avvicina, spinge il suo muso sulla mia gamba, mi invita a salirle in groppa. Almeno, questo è quello che capisco.
Appena sente che mi sto tenendo e non ho più nulla da perdere, fa un suono col muso che dalla reazione dei suoi compagni comprendo essere un via libera.
Basta un attimo.
Nessuno saprà mai più niente di me.


Trama

Per Zelinda il presente è il 2022, e Genova, la sua città, è messa a ferro e fuoco come nel G8 del luglio 2001. Procreare è diventato un reato, e per Zelinda l’ultima ribellione è la fuga, per mettere in salvo la bambina che porta in grembo a costo della sua stessa vita. Per il Commissario Giuliani il presente è l’8 settembre 2043, quando viene chiamato a indagare sulla morte di un uomo centenario che ha cambiato le sorti del paese. Per Spartaco il presente è sua nipote Egle, la figlia di Zelinda: lui, partigiano, queer, militante, dovrà addestrarla a combattere per se stessa e per gli Orfani del bosco, i bambini sopravvissuti. Presente, passato e futuro entrano senza bussare nella vita di Egle che, depositaria di una storia familiare e di un potere legato ai sogni, è l’unica in grado di immaginare il cambiamento. Nella Metropoli che è diventata l’Italia, un’oligarchia di uomini anziani, la Venerata Gherusia, ha cancellato istruzione e scienza, avvelenato terre e città, e i cittadini devono scegliere di estinguersi. Ma la scintilla del sogno è così potente da piegare la realtà, aprendo la strada alla rivoluzione.

Scritto in una lingua indomabile, Urla sempre, primavera è un romanzo vertiginoso, da leggere come un libro d’avventure. Una storia d’amore e lotta, un sogno lucido e folle dove la natura si supera dando vita a una nuova umanità.


Recensione

Un filo lega tre generazioni. Sono genovesi. Sono ribelli. Credono nella libertà, nella lotta, nel potere della Rivoluzione. La Rivoluzione, un atto belligerante, fatto di audacia e di sfida. L’atto che ribalta l’oggi e lo trasforma nel domani. L’atto che si nutre di sangue e che col sangue lava le colpe degli altri. E che pulisce le ferite di chi la Rivoluzione la fa, la diffonde, la protegge. Un atto che è catarsi, che è affermazione di un popolo, per il popolo.

Cento anni di storia. Da settembre a settembre di cento anni dopo, per arrivare al 2043, quando Genova è preda di una vegetazione fitta, impenetrabile, in cui si celano bambini perduti, animali abbandonati e Egle, colei che può manipolare i sogni.

Egle è una sorta di Messia moderno. Colei che può sovvertire l’ordine delle cose.  Con il suo esercito di animali e con l’anima del nonno, ex partigiano, la cui storia parte nel 1943, di settembre, il giorno otto.

Nel 2043, come cento anni prima, c’è un nemico da battere in nome della libertà. Qualcuno ha seminato terrore e inculcato nelle persone false credenze. Ha distrutto la vita, dando la caccia alle madri, streghe che sovvertono l’ordine con l’atto più ardito di tutti, quello di dare la vita. Ha allontanato le persone, approfittando di nuove e virulente malattie. Le ha piegate, con la violenza e l’assenza della Legge.

Ha screditato la scienza e ha allontanato gli animali, disperdendoli e riducendoli a schiavi di nuove forme di selvaticità. Ha cancellato la lingua per dare spazio a espressioni gergali e sgrammaticate, che offendono l’intelligenza umana.

Genova non è che l’ombra di se stessa. Zelinda, che è incinta di Egle, deve nascondersi. La Milizia è sulle sue tracce e presto la stanerà. Ma lei si sta preparando. Per Egle.

Egle dovrà sopravvivere nel bosco, come una nuova Biancaneve scacciata dal castello. Zelinda le lascia le tracce affinché possa usare la sua arma più potente, il sogno.

Egle è la catarsi. E’ colei che vendica la madre e il nonno e gli Uomini, tutti. Lo farà da sola, rinunciando all’efficacia della coralità. Riprendendosi ciò che l’umanità ha nelle vene e nei pensieri.

“Urla sempre, primavera” è un atto di Fede e un grido che risuona nelle orecchie, a risvegliare la nostra ribellione, sopita da anni di lavaggi del cervello.

Una storia che sta a metà tra la fantasia e la realtà, in un limbo minaccioso che ci sorride per confonderci. Una storia, che nasconde il suo veleno nell’oro che riempie le mani. Una storia che ridisegnala Storia, quella vera e per la quale è difficile stabilire un punto di partenza. Un cerchio, forse, che si chiude l’otto settembre 2043, sulle colline sopra Genova, in una data che è un emblema. Un punto di partenza ma anche la potenziale morte di tutto.

Sogno e Rivoluzione. In “Urla sempre, primavera” emerge prepotente quanto questi due concetti siano legati. Causa ed effetto, l’una dell’altra. Senza sogno non c’è Rivoluzione. E senza Rivoluzione il sogno è destinato a morire.

Un’opera pretenziosa, già nella sua struttura. Fatta di pagine bianche e pagine grigie, di salti temporali, di voci narranti che provengono dal passato e dal futuro. Capitoli che sono storie a se stanti, che solo seguendo il filo di un sogno si sovrappongono e si intrecciano, a disegnare un quadro estremamente suggestivo, che evoca una scintilla di vita, salda e splendente anche nelle avversità più abbiette.

Perché in fondo, “Urla sempre, primavera” è un grido di speranza. Un faro nella notte, che afferma quanto sia difficile sopire la voglia di libertà nell’Uomo che, anche quando sembra perduta, cova sotto la cenere in cerca di una pagliuzza attraverso la quale far divampare l’incendio.

“Urla sempre, primavera” è una ricostruzione storica dell’Italia del dopoguerra in cui l’anarchia degli avvenimenti disegna un quadro perfettamente plausibile. Vaccari è superbo nel rappresentare il concetto del “cosa sarebbe successo se…” e anche tremendamente crudele nel disegnare gli scenari futuri, in cui l’Uomo è svuotato dell’anima e ridotto ad un ammasso di carne in cui la paura fa scempio. Visionario o realista, l’autore estremizza alcuni atteggiamenti che già insidiano la società attuale e ha il coraggio di trarre delle conclusioni che ci spaventano, ci sembrano impossibili ma ci fanno riflettere. Poi, come d’incanto, ci dona la speranza, nei panni di qualcuno che potrà salvarci. Senza l’ausilio della forza. Senza un potere sovrannaturale, ma con qualcosa che hanno tutti, dalla nascita. Con un esercito di emarginati e con la complicità della Natura, che nasconde i soldati e fornisce le armi per combattere.

“Urla sempre, primavera” non è certo una lettura facile. Richiede concentrazione e coraggio e voglia di scendere negli abissi della nostra storia, dentro ad un declino di cui siamo responsabili tutti, ognuno per la sua parte. Ed è un inno alla ribellione. Una esortazione ad aprire gli occhi e a tirare delle conclusioni.

Non è una lettura di evasione. E’ una lettura disperata, che fa male. Ma è la nostra storia, alla quale bisogna dare un epilogo diverso. E’ la storia di “cosa potrebbe succedere se…”. E’ un inno alla lotta, alla ribellione, alla libertà di pensiero e alla consapevolezza che ogni piccolo gesto può avere conseguenze enormi. Ogni gesto, ogni frase, ha in sé un’enorme cassa di risonanza che spande le sue eco alle generazioni future. Ogni fiato, ogni gesto è una miccia, che può scatenare l’inferno o spegnere le fiamme.

Che ognuno sia la piccola Egle, cresciuta da sola nei boschi, insieme agli Orfani e agli Animali e con il ricordo del suo nonno partigiano. Egle, che impara dal passato e costruisce per il futuro, nelle colline sopra Genova, che mai come in quest’opera rappresenta la lotta e la ribellione. Genova, accesa dalla voglia di cambiare ma ridotta a cenere dopo che la paura ha vinto sulla volontà. Genova, inghiottita dagli alberi, devastata dal sangue e zittita dagli imbonitori. Genova, che è il mondo intero, un mondo che spaventa. Un mondo da non dimenticare. Un mondo da cambiare. Da sognare.  Da ricostruire.


L’autore

Michele Vaccari (Genova, 1980) si occupa di editoria, cinema e comunicazione. Ha coordinato la scrittura del film e del documentario per il progetto Making(of)Love, in uscita per Sky ad aprile 2021. Ha pubblicato Italian Fiction (ISBN 2007), Giovani nazisti e disoccupati (Castelvecchi 2010), L’onnipotente (Laurana 2011), Il tuo nemico (Frassinelli 2017) e Un marito (Rizzoli 2018).


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Genere: narrativa
  • Pagine: 439

LA LAMPADA DEL DIAVOLO di Patrick McGrath


Vedere di nuovo Madrid prima di morire, all’improvviso mi parve di vitale importanza e divenni euforico e impaziente, anche se non capivo bene perché.

Trama

Londra, 1975. L’anziano poeta Francis McNulty sente avvicinarsi la fine dei suoi giorni ma il suo animo non trova pace, schiacciato da una colpa che non ha mai avuto il coraggio di confessare. Le ombre di un tradimento sotto le armi, durante la Guerra Civile spagnola, si allungano nella casa di Cleaver Square quando un’oscura presenza, con le fattezze del generale Francisco Franco, comincia a fargli visita. In alta uniforme, il contegno di un militare decaduto, l’apparizione perseguita Francis con i ricordi dei giorni drammatici di quarant’anni prima. Perseguitato dalle visioni e spronato dalle domande di un giovane reporter che sta scrivendo un pezzo su di lui, il vecchio poeta accetta l’invito della figlia ad accompagnarla in viaggio di nozze a Madrid, in cui vede finalmente l’occasione per affrontare i fantasmi del suo passato. Mentre nel palazzo reale si consuma l’agonia del Generalissimo, vittima e carnefice di un’epoca che si sta consumando, Francis torna nei luoghi della sua vergogna, in un viaggio liberatorio nel tempo, nei ricordi di famiglia, nei recessi della sua mente.

Dal genio di Patrick McGrath, un romanzo che entra nei pensieri del suo protagonista, e di noi lettori, per far luce sulle diaboliche ossessioni scatenate dai segreti quando decidono di parlare


Recensione

Una vita che giunge al termine e un rimorso da disarmare. Una vita spesa ad inseguire la felicità, quella che non ha mai avuto. Che non ha mai voluto, forse, né mai meritato, più probabilmente.

Una vita senza scossoni, a Londra, nella casa di famiglia, dagli spazi sconfinati e dalle eco di una tristezza che si trascina negli anni, senza trovare una soluzione. E d’improvviso, un’altra vita, in un’altra dimensione, in cui buttarsi a capofitto per dare senso all’esistenza; una vita nuova, alla guida di un’ambulanza, a far da aiutante ad un chirurgo americano, Doc, le cui mani si ostinato a tagliare, suturare, amputare, nel tentativo di salvare più vite possibili. Sfidando la sorte, i pericoli, l’odore della morte che è onnipresente. Una vita spesa nel cuore della Storia, persa nei rivoli di sangue e di lacrime negli anni trenta in Spagna, ai tempi della Guerra Civile e dell’ascesa al potere di Francisco Franco, il Generalissimo.

Lui, che nel pieno della sua esistenza, lascia Londra per raggiungere la Spagna, nei giorni in cui si consuma la carneficina. Lui, che va in Spagna per entrare a far parte della razza umana. E che rifugge la morte, a ogni costo, anche con l’inganno.

Francis McNulthy ormai è vecchio. Malfermo sulle gambe, debole, con la mente che vacilla tra il ricordo e l’ossessione. Tra il rimpianto e la gloria. Tra il desiderio di rinvangare e quello, contrario, di dimenticare. Brame opposte, fomentate fino al parossismo da improvvise visioni che segnano una sorte di inesorabile transizione verso il territorio sconfinato e inesplorato della follia senile. Francis pare attratto dalla calamita della demenza: la figlia Gilly inizia a guardarlo con sospetto e fastidiosa sollecitudine e persino l’attempata sorella si materializza a Londra per farsi un’idea sulla sanità mentale del fratello.

Il quale appare più divertito che contrito da questo interesse. Non fa fatica a ridere di sé, a mettersi in discussione e a venire a patti con l’inesorabile declino del corpo e della mente che è insito nella vecchiaia.

Sotto l’ombrello della sua ironia, tutto appare più leggero e persino divertente. Ma le eco del passato non cessano di farsi sentire e solo il ritorno in Spagna potrà tacitare i morsi dei ricordi.

Di questo suo ultimo viaggio non resta che il sorriso di Dolores, che Francis stesso salvò dalle bombe e il sostengo di Hughes, un giovane giornalista deciso a scrivere di lui, giovane inglese alle prese con una Rivoluzione che non gli appartiene per nascita.

La potenza di un semplice e dissacrante gesto liberatorio in fondo ha maggior forza di una bomba. Francis potrà tornare a Londra a trascorrere in pace il tempo che gli resta, stretto tra le sue piccole abitudini e quella leggiadra vacuità che accompagna un anziano nel viaggio verso la fine terrena.

Patrick McGrath non deve certo dimostrare alcunchè ai suoi lettori. Eppure questa sua ulteriore prova aggiunge molto a qualcosa che di per sé appare già ridondante. Una scrittura costantemente illuminata dal piglio geniale dell’ironia. I toni semplici e sempre azzeccati nel disegnare i pensieri di chi, dall’alto dei suoi ricordi, osa ridere di sé e delle sue nuove debolezze. La capacità di accostare la tragedia a quella lievissima comicità. Un connubio e un nonsense, che dà l’idea esatta dei pensieri di un uomo giunto alla fine dei suoi giorni con una grande dose di gratitudine verso una vita che pure lo ha tradito, tratto in errore e reso codardo e discutibile.

“La lampada del diavolo” illumina una coscienza dilaniata dal rimorso. E mentre fa luce sull’errore, risvegliando la colpa, indica la via per porvi rimedio. Una ricetta semplice ma efficace.

Ma al di là della morale di questo romanzo, mi preme sottolineare la piacevolezza di questa lettura e l’assoluta amabilità della voce narrante del protagonista, una voce freschissima e dissacrante, ironica e pungente, commuovente fino alle lacrime e divertente pur nella consapevolezza del suo declino.

Una prosa ineccepibile, stretta in capitoli brevi ed efficacissimi. Una voce che assume il tono lacrimevole del rimpianto ma anche quello frivolo dello scherno. Che ci cattura, ci rapisce, ci strappa sorrisi e ci fa venire il desiderio di consolare. Un ultimo spaccato di vita di chi cerca perdono. E lo ottiene, completo e assoluto. Perché di errori e omissioni è fatta la vita di un uomo. Di cose incompiute e di occasioni perdute.


L’autore

Patrick McGrath è nato in Inghilterra e vive tra New York e Londra. È autore di numerosi romanzi, tra cui Follia (1998) – uno dei più grandi successi letterari degli ultimi anni –, Martha Peake (2001), Spider (2002, da cui è stato tratto il film di David Cronenberg), Port Mungo (2004), Trauma (2007, nuova edizione La nave di Teseo, 2019), L’estranea (2013) e La guardarobiera (La nave di Teseo, 2017). Per La nave di Teseo è uscita inoltre la raccolta Racconti di follia (2020).


  • Casa Editrice: La Nave di Teseo
  • Collana: Oceani
  • Traduzione:
  • Carlo Prosperi
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 258

EMIGRANTE PER DILETTO di Robert Louis Stevenson


Siamo tutti pronti a ridere dell’aratore in mezzo ai Signori; bisognerebbe però immaginarsi il Signore in mezzo agli aratori.

Trama

In questo breve testo, Stevenson racconta alcuni episodi del suo viaggio verso l’America intrapreso nel 1879. Una volta lasciato il porto di Glasgow, l’autore si immerge nelle storie della gente che incontra nella terza classe della nave, riflettendo, con l’occhio critico dell’intellettuale, sui possibili motivi che hanno portato i suoi connazionali a lasciare il Regno Unito alla volta degli Stati Uniti. Il risultato è una fotografia nitida e critica delle condizioni sociali e della classe lavoratrice scozzese in epoca vittoriana.


Recensione

Leggere o rileggere questi scrigni provenienti dal passato è una vera gioia per gli occhi. Alla casa editrice 13Lab va il pregio di riportare alla luce delle vere e proprie chicche; molti nomi altisonanti della letteratura (accenno solo a Alcott, Gogol, Conan Doyle, Hoffmann e adesso anche Stevenson) vivono una nuova primavera grazie alle pubblicazioni di questa casa editrice, che rispolvera i loro scritti meno noti e ci li regala, a rinverdire le nostre memorie e a rinnovare il piacere di rileggere dei classici intramontabili.

Robert Louis Stevenson, padre dei celeberrimi “L’isola del tesoro” e  “Dottor Jekill e Mr. Hyde”, fu anche un acuto e curioso narratore di racconti di viaggio, che, nell’epoca in cui visse, erano più simili ad avventurose odissee che ai subitanei trasferimenti lampo a cui siamo abituati oggi, veri e propri salti nel tempo che annullano in toto l’esperienza della migrazione intesa come passaggio.

In “Emigranti per diletto” l’espressione del viaggio come esperienza totalizzante e come mezzo di condivisione raggiunge il suo apice. Stevenson fa del viaggio il pretesto per regalarci uno spaccato dell’epoca in cui visse. Stevenson descrive minuziosamente i suoi compagni di viaggio, il loro modo di vivere, di pensare, i loro vizi e virtù e per farlo meglio viaggia in seconda classe, nella pancia materna e lugubre di un piroscafo che attraverso l’Atlantico verso l’America.

Dalle profondità dei corridoi maleodoranti e dai ponti esterni spazzati dal vento, l’autore ci mostra i suoi compagni di viaggio, i loro sogni di emigranti e la loro vita, misera eppure ricca di molteplici spunti vividi e sorprendenti. Stevenson ottiene dalle vite di questi viaggiatori uno studio sociologico piuttosto illuminato, estrapolando una serie di riflessioni sulle distinzioni di classe e più in generale sulla pregnante dignità, saggezza e pigrizia dei poveri.  Ne esce un quadro insolito e progressista della filosofia di vita del terzo stato, catalizzatore inaspettato di enormi ricchezze quali la capacità narrativa, la gentilezza, la generosità, la pazienza. Ma anche, d’altro canto, una gretta e semplicistica rappresentazione dei suoi mali, risolvibili, a parere della classe lavoratrice, solamente con una Rivoluzione. Rivoluzione da farsi senza il suo apporto ma solo per mezzo di un improvviso e devastante evento esterno grazie al qual poter continuare a rimanere rispettabili e pigri.

Stevenson riassume con questo concetto anche la scelta e l’aspirazione di emigrare in America, riuscendo a dare al lettore un quadro lucidissimo della società del tempo, che risulta ancora molto attuale.

“Emigrante per diletto” non è assolutamente, dunque, solo un resoconto di viaggio, ma anche e soprattutto uno studio efficacissimo delle condizioni sociali della società vittoriana, gradevolissimo da leggere e utile per approfondire un pezzo della nostra storia.


L’autore

Robert Louis Stevenson nacque a Edimburgo nel 1850. Influenzato dai classici francesi e interessato alla storia scozzese, cominciò la propria carriera di scrittore. Nel 1883 pubblicò “The treasure island”, seguito qualche anno più tardi da un altro capolavoro, “The doctor Jekill abd Mr. Hyde” (1886). Oltre che alle note opere di narrativa, Stevenson si concentrò anche sulla stesura di alcuni racconti di viaggio, come “Across the plains”(1892)  e “The amateur emigrant”, pubblicato nel 1895, anno della morte dello scrittore.


  • Casa Editrice: 13Lab Milano
  • Traduzione: Daniele Cassis
  • Genere: classici
  • Pagine: 135

L’ISOLA DELLE ANIME di Johanna Holmstrom


“A volte penso che sia una sfortuna nascere donna. Deboli fisicamente, ma allo stesso tempo seducenti per gli uomini. Cos’ seducenti da renderli deboli nella testa, ma in generale la forza non manca loro quando si prendono ciò che vogliono. E non fa differenza quanto sia forte una donna, perché un uomo è sempre più forte; né quanto lei sia buona, o coraggiosa, o chi sia o da dove venga. Riusciranno sempre a buttarla a terra  e approfittare di lei. E poi lei striscerà nel fango, che si trovi in alto o in basso“.

Trama

Finlandia, 1891. Una notte, ai primi di ottobre, una barchetta scivola sull’acqua nera del fiume Aura. A bordo, Kristina, una giovane contadina, rema controcorrente per riportare a casa i suoi due bambini raggomitolati sul fondo dell’imbarcazione. Le mani dolenti e le labbra imperlate di sudore, rientra a casa stanchissima e si addormenta in fretta. Solo il giorno dopo arriva, terribile e impietosa, la consapevolezza del crimine commesso: durante il tragitto ha calato nell’acqua densa e scura i suoi due piccoli, come fossero zavorra di cui liberarsi.

La giovane donna viene mandata su un’isoletta al limite estremo dell’arcipelago, dove si erge un edificio, un blocco in stile liberty con lo steccato che corre tutt’attorno e gli spessi muri di pietra che trasudano freddo. È Själö, un manicomio per donne ritenute incurabili. Un luogo di reclusione da cui in poche se ne vanno, dopo esservi entrate.

Dopo quarant’anni l’edificio è ancora lì ad accogliere altre donne «incurabili»: Martha, Karin, Gretel e Olga. Sfilano davanti agli occhi di Sigrid, l’infermiera, la «nuova». I capelli cadono intorno ai piedi in lunghi festoni e poi vengono spazzati via, si apre la cartella clinica della paziente, ma non c’è alcuna cura, solo la custodia. Un giorno arriva Elli, una giovane donna che, con la sua imprevedibilità, porta scompiglio tra le mura di Själö. Nella casa di correzione dove era stata rinchiusa in seguito alla condanna per furti ripetuti, vagabondaggio, offesa al pudore, violenza, rapina, minacce e possesso di arma da taglio, aveva aggredito le altre detenute senza preavviso. Mordeva, hanno detto, e graffiava.

L’infermiera Sigrid diventa il legame tra Kristina ed Elli, tra il vecchio e il nuovo. Ma, fuori dalle mura di Själö la guerra infuria in Europa e presto toccherà le coste dell’isola di Åbo.

Magnifico romanzo che muove da un luogo realmente esistito, L’isola delle anime è una commovente storia sul prezzo che le donne devono pagare per la loro libertà. Un inno alla solidarietà, all’amore e alla speranza.


Recensione

Sono stata inghiottita dalle pagine di questo romanzo immediatamente, fitte di una prosa trascinante, che non lascia scampo. Cadenzata, ferma, illuminata. Dolorosamente minuziosa. Parole capaci di inchiodarti senza che sia necessario scendere a patti con il bisogno di destare sensazione. Tanti racconti di sofferenza, di esclusione, di paura, di stanchezza e di solitudine. Racconti di donne, messe ai margini, lasciate sole a gestire qualcosa di spaventosamente grande. Racconti che scavano nel passato ma che non si fatica a contestualizzare nel nostro presente, che non è mai del tutto pronto ad accogliere le mille sfaccettature dell’essere donna.

Perché nelle tragedie di queste donne del passato è facilissimo rivedersi. Poiché le loro storie sofferte non sono molto cambiate da allora. Depressione, solitudine, inadeguatezza, traumi, disagi e abusi. Allora, come adesso.  Adesso, come allora, risulta così semplice puntare il dito. Condannare invece di comprendere.

Escludere e punire invece di accogliere e comprendere.

Le storie delle donne di Sjalo sono scritte con un inchiostro rosso, salato di lacrime e vermiglio di sangue.

Sjalo è un luogo di correzione. Un ospedale psichiatrico dove si praticano metodi discutibili per guarire le anime di donne e ragazze, la cui vita è stata annientata dalla colpa. Infanticidio, omicidio, lussuria, follia, depressione. Donne e ragazze accusate anche solo di essere diverse. Troppo allegre o troppo tristi. Troppo belle o troppo esuberanti. Vite spezzate da vicende impietose e piegate dagli abusi. Vite annientate, messe a tacere. Donne lasciate sole a cercare di sopravvivere senza mezzi, senza niente.

Kristina è una di queste. La follia di un attimo ha distrutto la sua vita e quella dei suoi bambini. Nessuno si è mai preso cura di lei, né i genitori, né il compagno. Nessuno si è preso la briga di parlarle. Nessuno si è accorto di lei e della sua sofferenza.

E poi c’è Elli, rifiutata dai propri genitori a causa della sua condotta scandalosa, che vuole disperatamente andarsene da quel luogo di non ritorno. Disposta ad accettare l’impensabile pur di lasciare Sjalo.

Le loro storie, come quelle delle loro compagne di sventura, toccano il cuore in profondità, a rappresentare la sottile linea che divide la lucidità dalla follia. A volte è un giudice impietoso a decidere dove stia questo confine, mentre  spesso proprio il caso a stabilire se ci si trovi da una parte o dall’altra.

Eppure ognuna di queste donne ha in sé un mondo intero, fatto di rimpianti, di dolcezza, di incredulità e di speranza. I ricordi della loro infanzia, di un amore rubato, della dolcezza di un abbraccio. Il rimorso di una scelta sbagliata e la consapevolezza di essere state lasciate sole a decidere, dentro ad un purgatorio che non ha fine.

Non c’è perdono, non c’è espiazione, solo l’impotenza di non potersi difendere, di non poter esprimere il proprio disagio e la propria sofferenza.

Johanna Holmstrom ci consegna un diario intimo, crudele e sofferto in cui troneggia l’impotenza e le difficoltà di essere donne, in un’epoca che prende le mosse sul finire del XIX secolo fino alla metà del secolo scorso. E mentre tutto cambia intorno alle donne di Sjalo e la guerra imperversa e distrugge vite umane, tutto rimane altrimenti immutato. Un tunnel buio e interminabile dove tuttavia brilla una tenue luce.

Il finale restituisce una lacrima di umanità alla storie di queste donne. A quelle che sono rimaste in vita, che non si sono lasciate piegare.

Un romanzo crudo e crudele che scuote gli animi di chi si affaccia dentro alle sue storie. Un’opera davvero indimenticabile, piena di una sensibilità che taglia la pelle in profondità, la dove il sangue è più scuro e più denso. Una trama che si snoda tra presente e passato e che scandaglia gli animi delle protagoniste con la spietatezza di un coltello affilato e la rude dolcezza di una carezza che consola e rinfranca.

La penna di Johanna Holmstrom trasuda pietà e dispensa l’assoluzione dei peccati. Una penna che sa cosa sia la compassione e che non teme di sviscerare luci ed ombre dell’anima di una donna.

Del resto chi meglio di una donna conosce la tirannia di dover essere sempre presenti a se stesse, senza passi falsi. Johanna Holmstrom canta la dannazione di essere donne, oggi come ieri. Una condanna che non può che urlare e palesare la sua forza e che non si consuma dietro le sbarre ma dentro il silenzio e l’invisibilità. Ai margini. In solitudine.


L’autrice

Johanna Holmström è nata nel 1981 e cresciuta a Sibbo sulla costa meridionale della Finlandia di lingua svedese. Dal suo debutto a 22 anni, ha vinto il premio letterario Svenska Dagbladet e il premio letterario svedese YLE.


  • Casa Editrice: Neri Pozza
  • Traduzione: Valeria Gorla
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 368

RIVIERA di Valentino Ronchi


Marianna Delfini, per sua natura, era un ospite garbato del mondo. A questo garbo va collegata la sua bellezza, probabilmente inadeguata alla Riviera Patrizia dei primi dell’Ottocento e al suo splendore da quadro, ma indubbiamente affine a quest’ultima Riviera di ultimo Novecento, inquieta e dimessa, distaccata, lontana, straordinariamente viva.

Trama

Marianna Delfini nasce nella periferia di Milano. Non in una periferia qualunque, però, ma in Riviera: un angolo defilato della città, sotto la tangenziale, dove lungo l’argine del canale sorge una fila di villette ordinate che osservano placide lo scorrere delle stagioni. In modo tranquillo e defilato scorre anche la vita di Marianna, una bambina quieta e dolce che abita con i genitori e i nonni materni. La famiglia Delfini ha vissuto per generazioni lungo questa pittoresca sponda e, mentre Marianna cresce facendo i conti con le piccole gioie e gli inevitabili dolori di un’esistenza, il passato ogni tanto si riaffaccia per ricordare anche agli adulti com’è stato crescere e formare una famiglia. La migliore amica, la zia girovaga, la scuola, il primo amore, ma anche l’amara ingiustizia del lutto: le giornate della bella Marianna, insieme a quelle di chi le sta attorno, sono scandite e ricomposte come i riflessi della Riviera sulle acque del canale, attraverso una narrazione estremamente dettagliata che si sofferma con abilità sui momenti essenziali di una vita come tante, e quindi proprio per questo irripetibile e unica.

Prova letteraria importante per il poeta Valentino Ronchi, Riviera è un romanzo delicato e costruito con grande cura. La vita di una famiglia nella periferia milanese, i cui piccoli attimi quotidiani sono raccontati con amore e gusto per i particolari, è illuminata dalla straordinaria sensibilità stilistica dell’autore che dimostra qui la sua spiccata e assoluta capacità di osservazione.


Recensione

Una vita come tante. Che inizia e finisce. E nel mentre vive, insieme ad altri milioni di persone, persa nel suo piccolo mondo, quasi ignara di essere una goccia nel mare, un soffio di vita in un oceano di altre vite, abbandonate in altri luoghi, ad altri pensieri. Inconsapevoli, il più delle volte, di condividere questo pianeta distratto con milioni di altre vite, sulle quali è completamente folle pensare di elevarsi o dalle quali potersi distinguere.

Mi è sembrato questo l’intento e l’ambizione di Valentino Ronchi. Accettare che ogni vita seppur unica sia sicuramente insignificante e ininfluente sulle sorti del mondo. Accettare l’oblio dell’esistenza di milioni di persone, che vivono vite apparentemente identiche. Che si distinguono solo per i loro pensieri, quelli che rimangono, spesso, intrappolati nel pudore e nella convinzione che non siano di interesse per gli altri.

Vite intere che durano un soffio e che non lasciano traccia alcuna.

Questa consapevolezza contiene quanto di più crudele si possa concepire. Perché l’uomo, nella sua microscopica vanagloria, difficilmente arriverà ad ammettere questa verità. Ma l’abbondanza di persone su questo pigro pianeta finisce inevitabilmente per svilire l’utilità di ogni singolo uomo. L’abbondanza, per una sempre verificata legge economica, produce disutilità.

Marianna Delfini, sulla cui storia si incentra questo romanzo, non sfugge a questa legge. Seppure sia una creatura dotata di grande bellezza e di una indiscussa grazia.  Figlia unica di genitori benestanti, cresce tra i piccoli agi di una vita borghese, nella villa di famiglia sulle rive del Naviglio della Martesana, un  tempo luogo di pregio e di villeggiatura dei nobili milanesi di inizio Ottocento. Quando vive Marianna, sul finire del Novecento, la Riviera (come viene ironicamente chiamata dai milanesi) non è più che l’ombra di se stessa. Rimangono solo alcune ville  dell’epoca, a testimoniare il glorioso passato.

Gli abitanti della Riviera convivono con l’idea di decadenza che affligge il quartiere, un occhio rivolto al luccicante passato e l’altro socchiuso, a nascondere una ruga di sottile preoccupazione e di cupa tristezza.

Marianna è bellissima e a suo modo libera. Pur conducendo una vita ordinaria, bambina ubbidiente prima e adolescente studiosa dopo, non esita a mordere la vita quel tanto che le è concesso. Osserva i piccoli fallimenti  degli adulti che la circondano, stringe pochissime amicizie ma riesce a godere delle gioie del sesso in età precoce, vivendole con un candore e una naturalezza quasi anacronistici.

Marianna attraversa le generazioni della sua famiglia trasversalmente, rimanendo nei ranghi della buona creanza pur sviluppando una sua indipendenza di gesti e di pensieri. Marianna non delude le aspettative e assorbe come una spugna i caratteri ereditari dei suoi ascendenti, quasi a ripercorrerne le vite.

L’autore affonda nell’intimo di Marianna e di chi gli sta intorno, restituendoci una immagine delicata e soave di una ragazza di buona famiglia nell’età evolutiva. Marianna attraverserà tutte le tempeste legate all’età e rimarrà intatta, pura e incredibilmente autentica.

La straordinarietà di una vita ordinaria è l’idea protagonista di questo romanzo, lieve, intimo eppure audace al tempo stesso.

Una scrittura incantevole, che sottrae musicalità e atmosfere alla poesia. Una prosa soffusa, come la luce di una candela, che tuttavia acceca il lettore, imbrigliato dalla bramosia di vedersi rivelare un segreto o un cruccio dei personaggi.

Fino all’ultima pagina l’incanto che circonda la figura di Marianna non cesserà di suscitare interesse. Poi i riflettori si spegneranno, senza rimorsi. Il buio sarà in realtà una tenue penombra, che asciugherà ogni lacrima e sopporterà ogni angheria. E la vita volterà pagina. E si porterà avanti, nonostante tutto.


L’autore

Nato a Milano nel 1976, nel 2019 ha pubblicato per Fazi Editore il libro di poesie Buongiorno ragazzi (Premio Luciana Notari 2020). Le sue precedenti raccolte poetiche sono state L’epoca d’oro del cineromanzo (2016, Premio Carducci, Premio Fogazzaro e Premio Mauro Maconi) e Primo e parziale resoconto di una storia d’amore (2017, Premio Città di Fermo), entrambe uscite per nottetempo.


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Genere: narrativa italiana

IL MONDO INVISIBILE di Liz Moore


Allora, pensò, la realtà virtuale era il mondo invisibile. O aveva la capacità di diventarlo. In realtà si poteva dire lo stesso di tutti i sistemi informatici: universi che operavano al di fuori dell’ambito dell’esperienza umana, pianeti che orbitavano continuamente in una stratosfera alternativa e invisibile, presente ma inesplorata.

Trama

Ada Sibelius ha dodici anni, non ha mai conosciuto sua madre e vive con il padre David, un genio dell’informatica che dirige un importante laboratorio nella Boston degli anni Ottanta, dove si lavora su ELIXIR, un programma per replicare il linguaggio umano. Per Ada David è tutto, la sua infanzia trascorre tra la casa e il laboratorio del padre, e la sua fantasia è affascinata dall’esattezza di formule e codici. Ma quando la mente di David inizia a vacillare, Ada viene affidata a una collega, Liston, che la cresce insieme ai suoi tre figli. Ada scopre così la vita normale da cui è stata protetta fino a quel momento, e cerca di adattarsi senza tradire quel padre eccentrico e sfuggente, sulla cui identità inizia a emergere più di un dubbio. Anni dopo, ormai adulta e professionista insoddisfatta nella Silicon Valley, Ada riprende la ricerca della verità su di sé e sulla propria famiglia, una verità nascosta in un codice enigmatico che David le ha affidato.

Dopo I cieli di Philadelphia, Liz Moore torna con un libro profondo e appassionante che si legge d’un fiato. E ci parla dell’infinito potere dell’amore, capace di infondere una misteriosa tenerezza persino al rapporto tra uomo e tecnologia, e di travalicare i limiti e le inesattezze della vita.


Recensione

Un padre e una figlia. Gli anni ottanta, in America. L’affascinante e sconfinato mondo della matematica.  I primi vagiti dell’informatica. Il genio. L’ottenebrante dittatura della mente, gli psichedelici labirinti della scienza, dove tutto è perfetto. Dove tutto è esatto e oggettivo.

E ancora prima, il passato da nascondere di David Sibelius. L’ostilità, la paura. Una ferita che sanguina. La scienza come balsamo. Un mondo in cui rifugiarsi e in cui crescere una figlia. Lontano dalla cattiveria e dall’intolleranza. Nelle morbide braccia dei numeri dove nessuno potrà portargliela via. Dove nessuno potrà farle del male. E lei, Ada, sarà pronta a conoscere la verità su suo padre, David Sibelius.

Ada è poco più che una bambina. La sua vita si è dipanata in un silenzioso passo  a due con il padre,  un brillante scienziato  che studia il linguaggio naturale applicato alle macchine. David è il suo mondo. Con il suo passo elastico, la postura allampanata e la fissa per i numeri, i codici e gli enigmi. Ada è cresciuta in laboratorio, cibandosi di concetti matematici e fisici e facendoli sorprendentemente e precocemente suoi.

La scienza ha protetto Ada per tutta la sua infanzia, con braccia amorevoli e con la certezza tipica delle scienze esatte, che non concepisce il caos e il labirintico percorso dei sentimenti e delle passioni. La scienza    l’ha tenuta lontana da un mondo che è lungi dall’essere perfetto. Un mondo ottuso e cattivo, che non conosce l’uguaglianza, il rispetto ed è profondamente intollerante verso chi è diverso. Un mondo sconosciuto, ostile e difficile da accettare. In mondo dove Ada cadrà, quando David si ammala.

E nel quale dovrà trovare una chiave per riportare a sé l’amato padre e i suoi segreti.

“Il mondo invisibile” è una romanzo meraviglioso. Un romanzo che gioca sulle sensazioni, che spalanca la sua bocca a ingoiarci, consapevoli di essere inglobati da una storia che lascia il segno e che urla la necessità e il brivido di scacciare la morte e l’oblio. Che cattura il lettore e lo trascina con sé, dentro alla vita di David e di Ada. Una vita in simbiosi, dove la matematica è la madre che manca. Una madre accogliente e rassicurante, capace di scacciare con decisione l’incertezza e il timore di non essere all’altezza delle aspettative degli altri. Capace di proteggere un figlio dalla malvagità e dall’intolleranza.

La scienza gioca un ruolo fondamentale nella storia di David e di Ada.  Negli anni ottanta, periodo in cui si svolge la vicenda,  l’informatica sta entrando con prepotenza nel mondo scientifico, paventando la possibilità di cambiare il mondo. La dicotomia uomo-macchina non è mai stata tanto potente. Gli scienziati accettano la possibilità che in un prossimo futuro la macchina soppianti l’uomo in molteplici attività, tra cui il linguaggio, appannaggio, per antonomasia, di una intelligenza dinamica e cosciente.

David Sibelius sta lavorando al progetto “Elixir”, una macchina capace di replicare il linguaggio umano. Elixir dovrà sviluppare una sua sintassi ed essere capace di sostenere qualsiasi dialogo con l’uomo. Per fare questo occorre parlare con la macchina. Elixir, al pari di un neonato,  imparerà a parlare per imitazione  ed ad utilizzare il linguaggio per interloquire.

“Elixir” avrà un ruolo chiave nel romanzo. Interlocutrice di tutto il team di scienziati che lavorano al progetto e persino di Ada, diventerà uno scrigno di informazioni e la preziosa depositaria di un segreto che deve essere svelato. “Elixir” dovrà diventare l’alter ego di David, quando la sua mente sceglierà di abbandonarlo a poco a poco.

Ada, senza la spalla di David, dovrà affrontare il caos di un mondo imperfetto, dove i numeri non hanno alcun potere e in cui regna la fatalità e il caso. Ma c’è un luogo in cui la memoria di David è ancora viva e Ada dovrà scoprirlo, attraverso un codice che appare impossibile decifrare. Un luogo che non si immagina, che non esiste e che va costruito, creato. Un mondo invisibile dove chi si è perduto si ritrova intatto. Dove la memoria non si sfalda e il passato ritorna a guarirci, a colmare un vuoto.

“Il mondo invisibile” è un romanzo potente e delicato al tempo stesso. Un romanzo sulla forza dell’amore che travalica il tempo e le frontiere stesse della nostra mente. Un racconto che mostra come la morte sia solo una barriera immaginaria, che interrompe un percorso che crediamo sia l’unico che ci è concesso e prende una via laterale, dove tutto ciò che è corrotto si ricrea. Una storia dove la tecnologia si avvicina a toccare le corde dell’animo umano e fa intravedere una via di salvezza.

Un romanzo in cui un uomo lotta per emergere dall’ombra per affermare se stesso, in un mondo meschino che vuole schiacciarlo come una mosca, negandogli il diritto di essere se stesso. Un uomo che affida alla scienza esatta tutta la sua esistenza, per trovarvi protezione e non porre limiti alla sua capacità di sopravvivere alla malattia e alla morte.

Il romanzo ha un tono pacato, una voce incantata e incantevole. Liz Moore ha la meravigliosa capacità di creare atmosfere vivide e personaggi indimenticabili, immersi in una storia che mescola crudeltà e speranza,  dannazione ed esaltazione. Il racconto di una vita che si salva da sé e di un legame che niente potrà spezzare, immersa nella recente storia americana, che prende via negli anni quaranta nel novecento e ci porta dritti nel futuro, nel cuore di quel mondo invisibile in cui persino l’impossibile diverrà possibile.

Una voce che non ci si aspetta, ma che poi capiremo essere l’unica capace di raccontare la storia dei Sibelius.

Liz Moore, autrice che non conoscevo, ha scritto un romanzo che ha del miracoloso. Dirompente, creativo, pieno d’amore e trasudante una tristezza che nasce dall’accettazione della vacuità della nostra vita terrena.

Una vita che non ha trovato un antidoto alla morte, ma che la Moore arriva ad indicarci, seppure in una cornice che sfiora l’impossibile e ci catapulta dentro la fantascienza, in mondi lontani, impossibili ma attraenti e desiderabili.

La sua scrittura ipnotizza e conduce nei luoghi della storia, con una potenza e un’enfasi che non è comune riscontrare in un romanzo. Una scrittura che è capace di raffigurare scenari incredibili, con una lingua poetica  ed universale, quella dei legami e della speranza.

Una prosa perfetta, che incanta e che riconcilia il lettore con l’imprevedibilità del destino. Un romanzo di formazione dove il dolore della perdita si confonde con la volontà di comprendere le svolte della vita, ricostruirle, reinventarle, comprenderle e farle proprie, a farne bagaglio e armatura per continuare a vivere.


L’autrice

Liz Moore è una scrittrice e musicista americana, e insegna Scrittura creativa alla Temple University di Philadelphia. Il suo romanzo Il peso (Neri Pozza 2012) è stato selezionato per l’International IMPAC Dublin Literary Award. Dopo aver vinto il Rome Prize nel 2014, l’autrice ha trascorso un anno all’American Academy di Roma, dove ha completato la stesura di The Unseen World, di prossima pubblicazione per NNE.


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Genere: narrativa straniera
  • Traduzione: Ada Arduini
  • Pagine: 429

QUELLO CHE NON SAI di Susy Galluzzo


“Ho una figlia. Sei sorpresa, vero? Eri così contraria alla mia scelta di non avere figli per via della carriera. Dicevi che era una decisione di Aurelio, non mia.
Già, sono madre anch’io. E tu sei nonna. Contenta? Si chiama Ilaria, ha tredici anni, compiuti a marzo. E’ la mia vita.
E’ anche la mia morte”

Trama

Cosa succede quando non si ha più voglia di essere una madre?

Cosa può fare una donna stretta tra gli obblighi familiari e la sua vita di prima?

Michela, detta Ella, ha passato gli ultimi anni a crescere la figlia Ilaria, dedicandosi a lei in ogni momento anche a scapito del suo lavoro di medico e del rapporto con il marito Aurelio. Ella conosce tutte le manie e le ansie di Ilaria, sa quanto è brava a tennis ma anche quanto le è difficile concentrarsi a scuola. Dopo un allenamento, Ilaria si distrae guardando il cellulare, ferma in mezzo alla strada, mentre una macchina avanza veloce verso di lei. Ella non fa niente per avvisarla: rimane immobile a osservare la figlia che, salva per un soffio, se ne accorge. In quell’istante, inevitabilmente, tra loro si rompe qualcosa. Ella così inizia a sfogarsi scrivendo un diario rivolto alla propria madre, morta quindici anni prima: pagina dopo pagina, racconta delle crepe che si allargano fino a incrinare in modo irreversibile i delicati equilibri familiari, si addentra nei propri ricordi per riportare a galla vecchi e nuovi conflitti, rimpianti e sensi di colpa, per trovare infine la forza di affrontare la verità e ricominciare. Viaggio negli equilibri precari di una famiglia all’apparenza perfetta, Quello che non sai è un romanzo sulla maternità e sul timore di non essere mai all’altezza. Attraverso la storia di un distacco necessario, narrata in un crescendo di sentimenti contrastanti, l’autrice inscena il fallimento personale della protagonista cambiando continuamente prospettiva in un gioco psicologico complesso e molto appassionante.

Un libro intenso che affronta un tema tabù con grande abilità e coraggio meditando in maniera profonda sul lato oscuro che è in ognuno di noi e su quello che una donna non confesserebbe mai, neppure a se stessa.


Recensione

Perché non si è mai disposti ad accettare che una madre non sia perfetta? Perché è così difficile perdonarle un errore? Perché chi è madre deve incarnare un ideale e conformarvisi completamente? Senza ma, senza se? Senza attenuanti, senza scuse né proroghe?

 Perché la madre è per definizione una figura che confina con il sacro. Perché la madre ha un piede sulla terra e l’altro in cielo, tra le nuvole, là dove tutto è perfetto, giusto, scritto.

Una madre è ciò che conosciamo di più vicino a Dio. Perché una madre dà la vita. E con il suo gesto, il più nobile, il più elevato, il più meraviglioso, si consacra e si immola sull’altare della perfezione.

E quell’altare, che la innalza e la glorifica, è tanto alto ma tanto spaventoso, perché verrà un giorno in cui la madre  cadrà. E la caduta sarà rovinosa. Sarà implacabile, imperdonabile, indimenticabile. Cadrà forse per sbaglio. Per superficialità,  leggerezza. O cadrà forse per scelta, perché non potrà più portare sulle sue spalle un fardello così pesante e spietato. Il fardello di essere perfetta. Di non poter sbagliare. Di non poter dire, di non poter ammettere che forse ha bisogno di una pausa. Di staccare un attimo. Di ritrovare uno spazio suo. Dove il frutto del suo seno non ci sia. Dove il frutto del suo seno dorma profondamente, sia affidato ad altri, sia altrove, sia lontano da lei.  

Ecco Michela, dunque. La madre che non ha saputo essere perfetta. Quella che è caduta.  Quella che non poteva che cadere.

Michela, una donna che per allinearsi tra le file delle donne-madri, per assolvere a questo compito divino, ha rinunciato a tutto. Michela ha perfino rinunciato al suo nome, perché suo marito, l’irreprensibile Aurelio, la chiama con un nomignolo, Ella.

Ella non è una madre infelice. Ma è una donna incompleta. Ha perduto il suo ruolo ed è diventata esclusivamente la madre di Ilaria, una bambina complicata, insicura. Ella si è fatta scudo a lenire le paure della figlia. A poco a poco è diventata una sua appendice. Il bersaglio di ogni suo capriccio.

Ella è la madre cattiva, mentre Aurelio è il padre buono, quello che alla sera prende solo il bello della figlia, lasciando alla moglie tutto il resto. Ella non può che constatare il suo fallimento. Come donna, come moglie, come medico, come madre. Ella che subirà il distacco, inesorabile ma anche portatore di una rinascita.

Questa è la storia.

Cosa rende questo romanzo una meravigliosa parabola sull’essere madre? La franchezza, la dolorosa ammissione  che una madre a volte dice basta e vuole essere madre a modo suo. Senza dettami, costrizioni o modelli a cui fare riferimento. Senza essere giudicata se rimpiange la sua vita di prima. Prima di essersi messa in fila a ricevere il dono e ad esserne giudicata indegna. Prima, quando era solo una figlia. La figlia felice di una madre perfetta, alla quale non è riuscita ad assomigliare.

In “Quello che non sai” non c’è una sola madre imperfetta. Ce ne sono altre, con le loro fragilità che combattono come meglio possono, ma non senza soffrire o far soffrire. Ci sono madri che rimangono intrappolate in quell’infido limbo in cui si è madri ma ci si sente ancora figlie, da cullare. Un occhio al futuro, che spaventa. L’altro al passato che è un nodo alla gola che non si scioglie.

Susy Galluzzo ci regala un romanzo capace di dilaniare, di farti a brandelli. Efficace nel linguaggio, irreprensibile nella prosa, diretta, franca, disincantata. La prosa di una donna che racconta di un’altra donna, in un microcosmo che non si fa alcuna fatica ad immaginare e a rispecchiarsi.

Una donna chiusa in una morsa. E in mezzo, una voce che non si fa cruccio nell’interpretare i suoi moti interiori. Che non ha paura di mostrare i suoi sentimenti, che non teme il giudizio, alla quale non importa di essere additata. Un voce di donna, che dà voce a chi è alla gogna. E la cura, la lambisce con parole di conforto, la culla, la difende e la assolve.

Una lettura che è un diario. Pagine che trasudano la necessità di conforto ed anelano ad una assoluzione che sia plenaria, senza purgatorio. E davanti, noi lettori, che abbiamo il compito di raccogliere questa voce e di farla vibrare perché sia ascoltata.

Con una chiarezza di intenti senza pecche, con la forza dirompente di una confessione, “Quello che non sai” ci travolge in un turbinio di emozioni. Un’opera irrinunciabile. Che non lascia niente di non detto. Che non teme di dire ciò che più spaventa. Che distrugge e ricostruisce l’immagine di una donna. Quella che ci ha partorito. Quella che ci ha reso ciò che siamo. Che ci ha deluso. Che ci amato. La nostra voce. Incerta, unica. Un sussurro che inchioda e offende e chiede perdono.


L’autrice

Susy Galluzzo è nata in Calabria ma vive a Roma da molti anni. È laureata in Giurisprudenza e svolge la professione di avvocato. Ha iniziato a scrivere questo libro dopo la scomparsa della madre.


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Genere: narrativa italiana
  • Pagine: 268

31 APRILE Il male non muore mai di Giuseppe Cesaro

(Il male) perde ma non muore. Questo è il problema. Rinasce. Sempre. E ogni volta, è più forte di prima. E sa perché? Perché, al contrario del bene, impara dai propri errori. Il bene no: commette sempre gli stessi errore e, alla fine, lascia in vita il suo nemico,  non gli dà mai il colpo di grazia.

Trama

Vera Stark ha quarantacinque anni, una figlia di venticinque, un ex marito che la tormenta ma ha ritrovato l’amore con Alex, un docente di dottrine politiche all’università. Ma Vera è soprattutto una giornalista di razza e ha da poco cominciato un’inchiesta sulla crescita del neonazismo in Germania e, in modo particolare, sul gruppo “31 Aprile”, che vuole riprendere il progetto nazista là dove il Führer lo ha lasciato. Grazie alle sue ricerche e all’aiuto di due anziani antinazisti capisce ben presto che l’orrore non è alle spalle e che qualcosa di strano accade a Villa Redenzione, una casa di cura che nascondeva un tempo un lager. La villa è stata da poco trasformata in un museo da Edna Schein, anziana filantropa, figlia del fondatore di Villa Redenzione, il colonnello delle SS Mäher, processato e giustiziato per i suoi crimini alla fine della guerra.

Ma qual è il rapporto tra Edna Schein, Villa Redenzione e il “31 Aprile”? Come mai molti anziani antinazisti stanno scomparendo? E cosa c’è dietro a questo ritorno alla ribalta dell’estrema destra? Sono le questioni a cui Vera dovrà trovare risposta, rischiando la vita e mettendo in discussione tutto quello che crede di conoscere.

Giuseppe Cesaro, con un romanzo ricco di suspense e colpi di scena, riflette sul fascino che esercita, ancor oggi, la dottrina nazista e sui pericoli che rappresenta per il nostro mondo.


Recensione

Quando in un thriller troviamo anche molto altro. Quando questo rischia di soverchiare la vicenda principale del romanzo, con risultato inaspettati e decisamente accattivanti.

Ecco ciò che è accaduto fin dall’inizio della mia lettura di “31 aprile”. Una lettura che mi è apparsa subito corposa, densa, ricca di tante sfaccettature e dispensatrice di moltissime verità storiche. Una lettura accogliente, nonostante scandagli  un fondale torbido, mai dimenticato ma sempre doloroso da riscoprire e a cui dare nuova voce. Un romanzo complesso, che alla finzione affianca una delle pagine più buie del nostro recente passato. Un passato terribile, in cui l’uomo emerge lordo del sangue dei suoi simili. Un passato che esercita un fascino oscuro e maligno su molti di noi.

Siamo in Germania, ai giorni nostri, eppure tutto ci riporta indietro nel tempo, quando, dopo anni di devastazione, morte e paura, Hitler muore e con lui anche il sogno aberrante del Terzo Reich. Anni di incertezza, in cui ricostruire e provare a tornare a vivere. Anni in cui la Germania passa attraverso le maglie della denazistificazione, dei processi ai gerarchi nazisti e più in generale cerca di ripulire la propria coscienza, marchiata a fuoco dagli orrori della Soah.

Vera Stark, la protagonista, sta indagando sul gruppo neonazista denominato “31 aprile”, nome che indica il desiderio di dare nuova vita ai principi del nazismo. Il 31 aprile, giorno che mai potrà esistere nel calendario, ad indicare il testamento ideologico di Hitler, nel giorno che segue alla sua morte. Vera è una giornalista intraprendente, pronta a sacrificarsi in nome della verità. Coraggiosa, arguta, scomoda, ha ritrovato l’amore dopo un matrimonio finito male. Bella e indomita, non si ferma davanti a niente in nome della verità.

 Anche i personaggi che ruotano intorno a Vera sono assai carismatici: due anziani antinazisti che hanno vissuto in prima persona gli orrori del nazismo e dell’Olocausto, un gruppo di giovani ottenebrati dagli ideali nazisti, che si nutrono di un ideale che non conoscono neanche troppo bene ed infine la fantomatica figlia di un gerarca nazista che ha seminato orrore e morte durante la guerra. In particolare  quest’ultima, Edna Schein, avrà un ruolo primario. Figura subdola  assetata dall’odio verso chi ha condannato a morte l’amatissimo padre, si è fatta carico di restaurare l’antica villa di famiglia, un lager urbano in cui venivano perpetrate le peggiori atrocità mai immaginate. Quando la sparizione di alcuni accusatori di suo padre getterà un’ ombra oscura sul presente, Vera scenderà in campo per sventarne il mandante.

Il romanzo ha una trama accattivante, mescolando sapientemente la vicenda principale con accurate nozioni storiche e con interessanti digressioni sul debole equilibrio tra giustizia e morale, tra politica e verità storica. L’autore è maestro nel dare voce alle opposte ragioni degli oppressi e degli oppressori, facendosi illuminato portavoce di entrambe, dimostrando di padroneggiare la storia e sapersi destreggiare nei meandri della filosofia del bene e del male.

La vicenda narrata è l’espediente per permettere al lettore di acquisire molte verità sul nazismo di cui probabilmente non era a conoscenza. L’autore dimostra di conoscere moltissimi aspetti della dottrina nazista,  l’enorme valore aggiunto di questo romanzo, che scende con grande competenza storica negli inferi di un pensiero e di un periodo storico oscuro e tragicamente affascinante.

Durante la lettura ci sarà un ampio spazio per scendere in profondità nella Storia del tempo, per interrogarci sul fascino che il Male da sempre esercita sull’Uomo, per confrontarci sulle orribili urgenze che spesso l’Uomo subisce, relativamente al suo bisogno di fare del male  e per realizzare che spesso le catene della nostra mente sono tentazioni lucide e accattivanti, che ci imprigionano senza averne consapevolezza.

Giuseppe Cesaro si fa portavoce della cultura tedesca, offesa dall’ascesa e dall’apologia del nazismo e annichilita dalla vergogna, l’unico sentimento che supera l’urgenza della paura. E nello stesso tempo la assolve e la rinfranca, attraverso il ricordo di chi lottò contro gli orrori di quella ideologia.

Con una notevole competenza storica, l’autore costruisce una trama accattivante, che prende il lettore e lo trascina dentro un labirinto di specchi, in cui bene e male si confondono con l’unico scopo di tenerci in scacco. Specchi con cui abbagliarci, per non farci vedere una verità che, a conti fatti, era proprio facile scoprire.

Con un linguaggio efficace, pulito e sincero, Cesaro costruisce una storia dentro la Storia, quella con la esse maiuscola, senza temere di scoprire vecchie ferite e farle sanguinare di nuovo. Perché grattare la crosta è sempre un’azione sconveniente, che riporta a galla l’antico male che credevamo passato. Ma grattare la crosta a volta è necessario, perché solo il ricordo di un dolore passato può farci evitare nuove e più profonde ferite.


L’autore

Giuseppe Cesaro (Sestri Levante, 12 marzo 1961) ha cominciato a scrivere professionalmente alla fine degli anni ottanta. Ha pubblicato articoli, racconti, romanzi brevi e graphic novel, e collaborato alla realizzazione di romanzi, mémoire, saggi, biografie e sceneggiature per alcuni tra i più importanti editori nazionali. Dal 1998 è consulente artistico e ai testi di Claudio Baglioni. Nel 2018 La nave di Teseo ha pubblicato il suo primo romanzo Indifesa.


  • Casa Editrice: La Nave di Teseo
  • Genere: thriller
  • Pagine: 441

L’EVENTO DELLA SCRITTURA di Sara Durantini


<<Aver vissuto una cosa, qualsiasi cosa, conferisce il diritto inalienabile di scriverla. Non ci sono verità inferiori>>

Annie Ernaux


Il Novecento letterario francese ha portato in scena una scrittura nuova, riflesso di una memoria non più assoggettata a strutture oggettive e soggettive della «domination masculine». Si tratta di una lingua che, per la prima volta, parla alle donne e delle donne, spiega e racconta il sentire e la realtà femminile, si nutre di spazi e tempi propri. Partendo da queste premesse e sulla base delle coincidenze significative (junghiane e non), il libro propone un viaggio alla scoperta dell’affascinante legame tra Colette, Marguerite Duras e Annie Ernaux, tra i testi, gli scritti e le personalità delle tre autrici, che prima di essere tali sono state bambine, adolescenti, amanti e donne. Ognuna ha saputo raccontare se stessa diventando parte di quello stesso racconto. La loro scrittura è l’evento che inaugura l’epoca segnata dall’inclusione, nella letteratura e nella società, del genere e del corpo femminile attraverso le parole, un’epoca che non teme di dare un nome all’indicibile e all’innominabile. Questo viaggio “oltre la carne” racconta di come le tre autrici hanno individuato, nella ricerca autobiografica, la rappresentazione narrativa più autentica della voce femminile. Il libro esplora gli intrecci biografici fra Colette, Marguerite Duras e Annie Ernaux, in un dipanarsi tra letteratura comparata, personali esposizioni aneddotiche, sguardi monografici.Una trattazione a metà strada tra saggistica e narrativa.


Le mie riflessioni

Un libro al femminile, da e per le donne. Un romanzo che vira al rosa, tenue sfumatura che già ammicca dalla copertina.

Una ricerca profonda e circostanziata della genesi di una scrittura che parte dalla donna e mai vi si allontana. Una scrittura che indugia tra le sue pieghe tenere e che fa finalmente sentire la sua voce, senza filtri, senza pudore. Una voce autorevole, che non teme mai di tracciare un solco con il passato. Una voce sempre più forte, che osa raccontare anche ciò che sarebbe più conveniente tacere.

Sara Durantini, autrice illuminata di questo delizioso libro, ha scelto di parlare di tre autrici del novecento francese. Donne che hanno raggiunto, in vita, una certa notorietà, ma che hanno anche fatto scalpore, scosso le coscienze, fatto, detto, pensato e scritto ciò che invece doveva essere taciuto.

Colette, conosciuta come soubrette ancora prima che come scrittrice, dall’esuberante passionalità, che ha amato donne, ha danzato nuda, ha sfiorato l’incesto. Sposa bambina di un uomo molto più grande di lei, madre quasi per dovere, annientata dalla mancanza di attenzioni da parre di una madre ingombrante e distratta.

Le sue opere sono sublimi trasformazioni e rimpasti onirici della sua biografia. Vita e romanzo che si intrecciano a sfidare la morale ed il pudore. Parole come getti di lava sotto i cieli madreperla della “Ville Lumiere” che a cavallo dei due secoli ispirò molte penne del tempo.

Marguerite Duras, l’autrice de L’amante. La bambina vissuta in Indocina, preda della passione per uno straniero (Presto fu tardi nella mia vita…. un incipit indimenticabile, iconico!). La scrittura è ancora un rimpasto biografico, fatto di immagini e di incursioni nei recessi più nascosti della donna e della scrittrice.

Marguerite Duras e le sue dipendenze dall’alcol, che la terranno in scacco a lungo e la condurranno per mano attraverso la relazione con un uomo più giovane, una ossessione che cambierà spesso direzione e intensità. Duras scrive e riscrive la sua vita. Finzione e realtà si sovrappongono e si confondono dando vita ad un quadro senza perimetro, in cui figurano tanti personaggi e altrettanti aspetti della stessa autrice. La scrittura è un impeto irrefrenabile che affiora con urgenza, in modo primitivo, priva degli inutili fronzoli della grammatica e della sintassi.

Infine ecco Annie Ernaux, descritta dall’autrice come somma di Colette e di Duras. Ma con un qualcosa in più: la volontà di parlare ai posteri, di lasciare una testimonianza, che vada a sfiorare l’indagine sociale.

Con Ernaux la biografia esiste per essere raccontata. Una vita da dare in pasto agli altri, perché sappiano, interiorizzino, siano consapevoli. I suoi racconti, alcuni dei quali svelano particolari scabrosi della sua vita, trascendono il timore del giudizio altrui perché è troppo più potente l’urgenza di divulgarli.

Tre scrittrici che hanno fatto della loro vita un romanzo e che attraverso i loro romanzi hanno dato vita a più esistenze. Tre donne con la voglia di ascoltarsi, di mettersi a nudo. Tre donne che hanno usato la scrittura come cesello per disegnare le vie inedite e inattendibili della coscienza e del desiderio. Una scrittura che spacca gli argini, che diventa voce dell’anima, lontana dal voler descrivere azioni o fatti, interessata solo a rappresentare il come ed il perché dei moti interiori, anche i più remoti e incomprensibili.

L’autrice mostra una grande padronanza dell’argomento e anche una inusitata capacità di analisi, frutto di uno studio appassionato e approfondito di queste sublimi scrittrici. Leggerla è un piacere che non dobbiamo negarci. Leggerla è anche, in ultima analisi, un invito indeclinabile a leggere o rileggere le opere di queste grandi autrici, che hanno introdotto nel mondo un nuovo modo di fare letteratura. Che hanno dato voce e spessore al corpo femminile a alle sue urgenze.

Un libro che è  biografia, romanzo e saggio. Una miscela il cui risultato è un manuale di emozioni e di istruzioni per leggere e comprendere la poetica e l’intimità di queste tre grandi autrici.


L’autrice

Sara Durantini (San Martino dall’Argine – Mantova, 1984) consegue la laurea magistrale in lettere moderne presso l’Università degli studi di Parma nel 2009. Vincitrice dell’edizione 2005-2006 del Premio Tondelli per la sezione inediti con il lungo racconto L’odore del fieno, nel 2007 pubblica il suo primo romanzo, Nel nome del padre, con la casa editrice Fernandel pubblica il primo romanzo nel 2007.

Da oltre dieci anni scrive articoli per riviste letterarie online e cartacee. Dal 2011 cura il blog letterario corsierincorsi.it.

Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati in diverse antologie collettive fra cui Quello che c’è tra di noi, a cura di Sergio Rotino (Manni Editore, 2008), Dizionario affettivo della lingua italiana, a cura di Matteo B. Bianchi e Giorgio Vasta (Fandango Libri, nell’edizione 2009 e 2019), Orbite vuote, a cura di Marco Candida (Intermezzi Editore, 2011), oltre ad un approfondimento su Massimo Bontempelli accolto nel saggio L’unica via è il pensiero a cura del professore Hervé A. Cavallera (Intermedia Edizioni, 2019).

Nel 2021, Sara Durantini ha pubblicato L’evento della scrittura. Sull’autobiografia femminile in Colette, Marguerite Duras, Annie Ernaux per la casa editrice di Milano 13 lab Editore.


  • Casa Editrice: 13Lab
  • Genere: saggio
  • pagine: 133