CHIUSA NEL BUIO di Riccardo Bruni

È scomparsa. Devo trovarla. Non posso uscire. Non ce la faccio. Inspira. Trattieni. Espira.

Trama

Qualcosa si è spezzato nel fragile mondo di Giulia. C’è un sospetto terribile, una paura strisciante che la tormenta e che scatena quelle crisi di panico così tremende. Che fine ha fatto Teresa? Da sei mesi Giulia è rinchiusa in casa. Prima che il virus iniziasse a circolare e che tutti fossero costretti a confinarsi nelle proprie abitazioni, lei era già in isolamento a causa della sua gravidanza a rischio. Andrea, il fidanzato, la colma di attenzioni nel suo casale dotato di un sofisticato impianto domotico. E in una casa vicina è arrivato anche Edoardo, fotografo e vecchio amico di Giulia, che sta realizzando un servizio sulle strade vuote e i volti dietro le finestre. Ma in questi lunghi mesi a tenere veramente compagnia a Giulia era la presenza di Teresa, la studentessa nell’appartamento di fronte: le luci accese dietro le finestre, le tende che si aprivano per un saluto veloce… Fino al giorno in cui ha deciso di partire con un’altra persona. Ma perché Teresa se n’è andata? Chi c’era con lei? E Valentina, la sua amica, sa qualcosa? Giulia ha bisogno di capire, anche se quell’atroce sospetto la terrorizza. Forse c’è un segreto orribile che è meglio non scoprire. Forse la verità può essere molto pericolosa.


Recensione

Un racconto che parte in sordina e diventa un incubo senza fine. Nero, plumbeo e senza speranza.

Un incubo nell’incubo. Già, perché siamo a marzo 2020 e il mondo è appena sprofondato dentro ad una pandemia. Un virus sconosciuto mina le fondamenta del nostro vissuto, delle nostre certezze. Ci spaventa e ci costringe ad isolarci. Ognuno di noi diventa il peggior nemico di se stesso. Fobie, paure, psicosi vengono a galla come pesci agonizzanti in un fiume inquinato. Chiusi nei nostri appartamenti, mai così opprimenti. E fuori il niente. Chiusi nelle nostre situazioni, che diventano definitive, irrisolvibili. Soli, a volte, con il nostro carnefice, al quale non si può sfuggire.

Riccardo Bruni ha dalla sua una prosa asciutta, senza inutili fronzoli, che non deve sforzarsi per sottintendere atmosfere claustrofobiche e per indurre il sospetto nel lettore. Scrive al presente, si affida a dialoghi brevi che lasciano nell’aria il senso del non detto e che fanno immaginare un pericolo che incombe nell’aria  e che improvvisamente implode scagliando il lettore dentro ad un labirinto di paura.

E non deve affidarsi ad una ambientazione particolare o fuori dalle righe. Al contrario, può limitarsi a circoscrivere la sua storia alle mura di un casale in campagna, dove sono imprigionati dalla pandemia incombente Giulia e Andrea, fidanzati in procinto di avere un bambino, Teresa, studentessa fuori sede e Edoardo, ex ragazzo di Giulia, fotografo in cerca della sua occasione per sfondare. Il Covid è là fuori, a minacciare il mondo intero. Loro invece sono tra le mura del casale, ognuno chiuso nelle sue angosce. Sempre più soli e isolati, affidano la loro quotidianità al telefono e ai social e si lasciano spiare da infidi robot domestici che sembrano dirigere le esistenze delle persone e che eseguono ogni ordine attraverso semplici comandi vocali.

Poi accade qualcosa e i fragilissimi equilibri di quella nuova esistenza solitaria si rompono. L’ombra della morte inizia a corrompere gli animi già provati dall’isolamento e dalla paura. Il sospetto diventa massimo e la voglia di scoprire cosa è successo va alle stelle.

Riccardo Bruni costruisce una storia semplice e tremendamente verosimile, in cui persone comuni si trovano a precipitare a corpo morto dentro ad un incubo. Niente di ciò che ci racconta appare manipolato o amplificato dall’esigenza di partorire una storia che spacchi. Perché ciò che ci racconta assomiglia enormemente alla vita vera. Ed è questo ciò che di più spaventoso si nasconde tra le pagine di questo noir.

Bruni ci mostra quanto labile sia il confine tra ciò che si definisce normalità e ciò che invece sconfina nella follia. Delinea senza sforzo i meccanismi che una persona può utilizzare per difendersi da ciò che può apparire inaffrontabile o immeritato. Ci mostra come un’esistenza che appare normale viri a volte verso territori sconosciuti e infidi. E racconta come lo spirito di conservazione a volte ci fa fare cose incredibili, dandoci una forza che mai avremmo creduto di possedere.

Chiusa nel buio è un romanzo che si attorciglia alla pelle e stringe nelle spire dell’ossessione. Una lettura che prende il lettore e non lo molla fino alla fine. Una scrittura semplice ma tremendamente efficace nel rendere l’idea del tormento interiore e della asfissia che si prova nel sentirsi in trappola.

Come in un romanzo di Hichkock-iana memoria, Bruni spinge sui tasti della psicologia per descrivere i tormenti dei suoi personaggi e porta all’apice la suspense. Alla fine, comunque, ciò che rimane al lettore è il timore e la consapevolezza di non potersi fidare di nessuno, in un mondo che rinuncia a essere palcoscenico della vita dei suoi personaggi, inaspettatamente soli a risolvere i propri guai, senza poter chieder aiuto a chi è ormai cieco e sordo, schiavo dei suoi demoni. Un mondo miope e indifferente, che abbandona i suoi abitanti a se stessi e alla schiavitù dei propri incubi personali.


L’autore

Scrittore e giornalista, ha collaborato con webzine, riviste, uffici stampa e agenzie. Ha scritto i romanzi ‘La lunga notte dell’Iguana’, ‘Il Leone e la Rosa’, ‘Nessun dolore’, ‘Zona d’ombra’, ‘La notte delle falene’ (candidato al Premio Strega nel 2016), ‘La stagione del biancospino’, ‘La promessa del buio’, ‘Una sera di foglie rosse’, ‘Di questo e altri mondi’ e la raccolta ‘Sette racconti’. I suoi romanzi sono stati tradotti in inglese, tedesco, spagnolo e lituano. Altre informazioni su http://www.riccardobruni.com.


  • Amazon Publishing
  • Genere: noir
  • Pagine: 269

SE BRUCIASSE LA CITTA’ di Massimiliano Smeriglio

E’ una fissa che mi torna nel cervello spesso. Per  cui se fai parte di una famiglia di poveracci sfigati è complicato veninne fuori in maniera pulita. O comunque la fatica da fare sarà molta di più di uno che viene da una famiglia tranquilla, felice. Se vieni dalla borgata mica è la stessa cosa che se vivi al centro della città. Ma manco pe’ niente. (…). E non è solo una questione di soldi, non so come dire, è pure una questione de volesse bene, di abbracci, di persone con cui parlare. Per dire la famiglia di Hamid mica so’ ricchi, però non c’è partita con la mia, parlano, ridono, piangono, insomma si vogliono bene. Da me sembra il museo delle cere squagliate.

Trama

È il 2014, una banda di adolescenti inizia la conquista della propria borgata, frammento urbano che corre al lato di una consolare, ben oltre il GRA, tra discariche, capannoni abbandonati, gabbiani e la smisurata bellezza della campagna romana, il loro West. Marco ha vent’anni, la sua vita è divisa tra la famiglia, la banda, il quartiere e il sogno di un riscatto che sembra lontanissimo. La svolta per i ragazzi sembra finalmente arrivare quando scoprono come sfruttare l’economia delle piattaforme per i propri interessi, finendo al centro della lotta tra gruppi rivali per la supremazia nel quartiere. Ed è proprio nello stesso quartiere che torna Roberto, zio di Marco, uscito di prigione dopo una rapina finita male vent’anni prima e intenzionato a scoprire la verità sui vecchi compagni e sulle vicende che l’hanno portato al carcere. Ma Roma non è la stessa della gioventù, i rapporti sono sconvolti e lo scontro generazionale sembra inevitabile. La strada per il riscatto è difficile e angusta e il passato torna a stravolgere i sogni per il futuro.


Recensione

Un romanzo duro, contemporaneo, quasi crudele. Un romanzo che parla di periferie, di miseria, di predestinazione. Di istinti, quelli buoni ma anche quelli cattivi, filtrati in modo approssimativo da una dimensione del tutto personale.

Un romanzo che parla di appartenenza ma anche di riscatto. Di voglia di essere parte di un tutt’uno, di coralità, della forza dirompente del gruppo, che fa la forza in un ambiente sociale degradato e privo di attenzione da parte delle istituzioni.

Siamo a Roma, in borgata. La storia si snoda su due piani temporali. C’è la storia di Roberto, che si svolge nel 1994 e la storia di Marco, che è più recente di venti anni.  L’ambiente in cui si svolgono le vicende lascia ben poco alla speranza. Si nasce poveri, senza credere in un futuro che sia magnanimo. Marchiati a fuoco da una vita che nasce e cresce senza possibilità di svolta. Senza appoggio della famiglia, presa anch’essa nella morsa della rassegnazione, senza l’aspirazione a migliorare la propria condizione. Come una forza centrifuga, il destino ti acchiappa e ti stordisce nella sua morsa. Potrai solo arrancare, accomodarti nei pertugi del destino, tra ignoranza, piccola delinquenza e stenti di vario genere.

Nella desolazione che è ormai un dato di fatto, un gruppo di ragazzi cerca la propria dimensione, mentre un uomo adulto deve venire a patti con il suo passato. Nessuno di loro ha dalla sua armi efficaci. Solo un istinto, fortissimo e primordiale. Quello di sopravvivere, di aggrapparsi all’amore, all’amicizia con mani tuttavia deboli, sfiancate da falsi valori e dalle logiche aberranti della sopravvivenza.

Eppure qualcosa accade. Unisce l’uomo ai ragazzi, e fa intravedere loro uno spiraglio cui aggrapparsi, per trovare una dimensione vivibile. Ma come ogni scossa che irrompe sulla superficie, ci saranno diverse fratture da ricomporre. E ci vorrà forza, coraggio, coesione e voglia di cambiare.

Roma li guarda incurante, senza scuotersi, senza gridare aiuto. In un Far West in cui tutto è permesso i protagonisti muovono i loro primi passi verso la consapevolezza e l’autodeterminazione, utilizzando attitudini quasi sconosciute e perfino spaventose per chi vi si abbandona. Lasciare la confort zone è sempre difficile, come dice Marco nel primo capitolo del romanzo. Eppure a volte è necessario, perché “se non c’hai più  voglia di pisciare in alto, se non vuoi più menare per primo per menare due volte, allora diserta, scappa e non voltarti, neanche per salutare chi resta”.

Una storia difficile e crudele, raccontata con un linguaggio da borgata, strascicato, asciutto ma anche pieno di primordiale saggezza, quella che nasce da dentro, che nessuno ti ha insegnato ma che sgorga come una sorta di difesa contro un mondo che non ti vuole e che non ti appartiene. Una storia e la denuncia di un uomo contro l’indifferenza e il degrado di chi preferisce chiudere gli occhi anziché spalancarli di fronte all’abisso.


L’autore

Massimiliano Smeriglio (1966) è professore universitario e politico, attualmente è europarlamentare al Parlamento Europeo. Nel 2010 pubblica il suo primo romanzo, Garbatella combat zone (Voland), ottenendo le prime attenzioni di critica e di pubblico. Due anni dopo esce Suk Ovest, banditi a Roma (Fazi Editore), finalista al premio Scerbanenco 2012. Nel 2017, pubblica per Fazi Editore Per quieto vivere. Ha pubblicato saggi sul rapporto tra politica, istituzioni e società.


  • Casa Editrice: Giulio Perrone Editore
  • Collana: Fiamme
  • Genere: narrativa
  • Pagine: 287

OLTRE IL FIUME di Federica Gaspari

La montagna non è solo casa mia. E’ un modo di essere, è il sangue nelle vene. E’ difficile da spiegare. Si sente dentro.

Trama

Una serie di brutali omicidi sconvolge una cittadina di montagna, costringendo il criminologo del RIS Alan Giuliani a tornare al suo paese d’origine. Un solo dettaglio sembra legare le vittime tra loro: tutti i corpi riportano uno strano simbolo che suggerisce rituali di natura esoterica, eppure c’è qualcosa che non torna. Chi è il killer del fiume? Che cos’hanno a che vedere le vittime con il romanzo di una giovane scrittrice locale? È possibile che gli indizi di cui Alan ha bisogno per risolvere il caso si nascondano tra le pagine di un libro?

Ha inizio così un’implacabile caccia all’assassino, che porterà il maresciallo Giuliani a mettere in discussione le proprie certezze e a dubitare perfino di chi gli è più vicino, fino a scoprire inquietanti verità nascoste da anni.

Così come la trama scioglierà man mano i nodi del suo ordito, così il protagonista scioglierà quelli della propria esistenza. Giuliani percorrerà un cammino a ritroso nella sua vita, e il suo ritorno avrà come risultato il riportarlo al punto originario: a casa. Una casa reale, fisica, ma anche quella racchiusa nella conoscenza, degli eventi e di se stesso.


Recensione

Un thriller oscuro, tenebroso, in cui la luce scarseggia. Una storia legata a doppio filo alla montagna, che Federica Gaspari riesce a denudare di ogni meraviglia e di ogni chiarore, descrivendola come un luogo colmo di segreti, inaccessibile, straniero. Un ambiente chiuso, in cui si guarda con diffidenza agli altri, a chi vi giunge solo per cogliere gli attimi di bellezza, senza sapersi identificare con un ambiente meraviglioso quanto difficile da vivere nel quotidiano. Un luogo da difendere dalle contaminazioni di chi non sa apprezzare a pieno tutti gli aspetti della montagna, che  Gaspari disegna e descrive chiusa in uno splendore asfittico e disincantato.

Il criminologo Alan Giuliani giunge in Val d’Ampezzo per seguire un brutale omicidio ed è un ritorno non privo di ripercussioni per lui, che ha lasciato la montagna dopo che la sua vita è stata segnata da un incidente terribile. La sua figura è anch’essa caratterizzata da coni d’ombra, pervasa da debolezze a da piccole manie, che fanno presagire un’anima sensibile e complessa. La valle D’Ampezzo lo riporta indietro nel tempo e al tempo stesso lo riconcilia con il senso del bello e della natura,di cui sente di avere un disperato bisogno. 

La trama è bella e piena di spunti e si arricchisce delle incursione che l’autrice compie nel descrivere la montagna, il suo fascino estremo, la sua bellezza tagliente e doppia, capace di regalare fortissime emozioni ma complicata da vivere e da comprendere. Ne percepiamo un intenso senso di appartenenza, ma anche una certa intolleranza verso i forestieri, ritenuti spesso ingrati fruitori di una bellezza selvaggia e foriera di pace e di esaltazione mistica.

L’intero romanzo si paleserà  come  un racconto complesso, dove moventi psicologici e eco del passato si mescolano a formare un magma arroventato di segreti, rancori e moventi. La prosa dell’autrice è il fluido che farà scorrere e intrecciare tutti gli ingranaggi, contribuendo a far muovere senza intoppi una lettura gradevole e accattivante, fino all’epilogo, assolutamente non scontato.

Una buona prova, dunque, per Federica Gaspari, che in montagna c’è nata e forse proprio per questo riesce a rendere molto bene il pathos di chi la montagna la vive tutti i giorni e ne subisce il fascino a tratti magnifico a tratti perverso. E una buona lettura da consigliare al lettore che apprezza il thriller psicologico senza farsi mancare i passaggi descrittivi e lirici sulla natura e le sue bellezze.


L’autrice

Federica Gaspari, classe 1986, risiede da anni tra le colline del Trevigiano, pur essendo rimasta legata ai luoghi della sua infanzia, le Dolomiti Ampezzane.

Pubblica narrativa da fine 2013. Diversi suoi scritti sono stati pubblicati in antologie di concorsi letterari, tra cui il premio Coop for Words, dove si è classificata quarta con il concorso Mica Pizza e fichi. Ultima pubblicazione il racconto Padre nostro contenuto nell’antologia Obscuria edita da Comma21 – Damster Edizioni (ottobre 2018). Ha pubblicato l’antologia Di morte e di vita, di sangue e d’amore, edita da Montecovello, una breve dal titolo Scheletri nell’armadio, il romano breve Ragnarok – l’inizio della fine, la breve raccolta Vino Divino e l’antologia Talento letale edita da Arpeggio Libero.

Nel corso degli anni si è occupata di editing e correzione, organizzazione di eventi ludico – culturali, stesura di testi di diverso genere, dalle biografie ai testi per siti web e ha fatto parte della giuria in contest e concorsi letterari.

Nella primavera del 2017 ha organizzato il Festival Letterario Fiori di Vite a Crocetta del Montello (TV), da fine 2017 a maggio 2018 ha diretto con la collega Annalisa Rizzi due collane editoriali di genere (Dark Twin e Crime Line) e da luglio 2018 è responsabile della collana Hekateion di Arpeggio Libero Editore.


  • Casa Editrice: Nua Edizioni
  • Genere: thriller
  • Pagine: 241

NEL SILENZIO DELLA NOTTE di Diego Collaveri

Si portò la mano al petto, spaventata dal fantasma dell’ansia che la stava avvolgendo. Indietreggiò di qualche passo fino alla poltrona, lasciandosi andare come schiacciata dalla paura.
Non era un poliziotto e non era dentro una fiction televisiva. Claudia glielo aveva ripetuto più volte, ma solo adesso assaporava quanto amara potesse essere la realtà. Restò ferma a guardia dell’ingresso, senza distogliere lo sguardo dalla porta, maledicendo se stessa per il guaio in cui si era andata a cacciare.

Trama

La promozione a ispettore che ha portato Claudia Draghi nella città di Livorno non è servita a cancellare il suo passato. Malvista per i suoi precedenti e osteggiata dalla mentalità sessista del nuovo superiore, trova conforto nell’amicizia di Dina, attempata vicina burbera e impicciona, appassionata di polizieschi. L’improvvisa sparizione di Mihaela, badante dell’anziana, da poco in Italia e in cerca di una vita migliore, porterà le due donne a inciampare in un’organizzazione criminale che riduce in schiavitù donne invisibili arrivate come clandestine. Il ritrovamento di alcuni resti disciolti nell’acido darà un risvolto ancora più macabro al mistero della scomparsa di Mihaela. Aiutate da Luciano Martelli, un vecchio poliziotto impopolare, Claudia e Dina proveranno a risolvere il caso, ma un’amara sorpresa le attende nel silenzio della notte.


Recensione

Un thriller nostrano, di un autore che calpesta quotidianamente il mio stesso suolo. Quello di una terra abbacinata dal sole e baciata dal salmastro, dove si bada alla sostanza delle cose e non ci si lascia confondere dalle apparenze. Una striscia di terra di una bellezza sorprendente, senza fronzoli.  Una bellezza che si coglie nella sua interezza solo quando ce ne allontaniamo.

Le pagine odorano di mare e portano con sé la voce irriverente, verace e senza peli sulla lingua della gente di Livorno. La storia è cruda, dolorosa. Ma anche colorata, vivace, piena di contrasti. Scivola come olio, senza attrito. Incuriosisce, coinvolge, strappa un sorriso. Ti avvolge dentro un viluppo di vite, tutte così vere che sembrano appartenere a volti conosciuti da sempre.

Si, sto parlando di un thriller. Di oscurità, vessazione, morte. Di animi deviati, insani, che assoggettano la brama di ricchezza a qualsiasi principio. Eppure l’animosità, la disarmante trasparenza e il malcelato folklore della gente labronica rendono questo thriller un piccolo scrigno di tesori, che impreziosisce una trama già di per sé accattivante e misteriosa.

Il romanzo ha le sue primedonne: una è Claudia Draghi, ispettrice di polizia appena trasferita a Livorno, in fuga da un trascorso lavorativo scomodo; l’altra è Dina, una anziana signora linguacciuta e testarda, investigatrice dilettante, assidua seguace di fiction televisive, acuta spettatrice degli eventi della vita, recalcitrante a farsi da parte e a lasciare che la sua voce cessi di essere ascoltata dagli altri.

Le due donne non potrebbero essere più distanti, nonostante si trovino per caso a dividere lo stesso pianerottolo. Eppure calcheranno la stessa scena, entrambe da protagonista, collaborando alla soluzione di un caso che coinvolge donne e ragazze dell’Est europeo, alla ricerca disperata di un nuovo inizio. Entrambe sono personaggi a tutto tondo, con un passato di sostanza alle spalle che continua, anche nel presente, a presentare un conto salato. Forti nelle loro fragilità e nelle loro insicurezze, nel momento topico riescono entrambe ad affilare le unghie e a difendere ed offendere senza tirarsi indietro. Impossibile non amarle. Impossibile lasciarle andare (capito Diego??).

Intorno a loro una moltitudine di comparse, che, come fiori in un prato, rendono tutto il giardino gradevole all’occhio di chi guarda. Spolverando i dialoghi con un pizzico di vernacolo livornese, Diego Collaveri costruisce un piccolo capolavoro di immediatezza e veridicità, obbligando il lettore a catapultarsi dentro ad una città incredibile, baciata dai marosi e dai colori di un paesaggio che ha il blu del mare davanti e il verde delle dolci colline toscane dietro. Al centro, invece, ci sta tutto l’arcobaleno, tanta è la varietà umana e non solo che si abbraccia dalle pagine. Una varietà che Collaveri addomestica senza sforzo, racchiudendola dentro ad uno schema narrativo che non ha pecche e alterna il dolore alla leggerezza, la crudeltà alla genuinità, il male al bene. Il risultato è una narrazione che scorre spedita, non solo metaforicamente, per le strade e i quartieri di Livorno, alla scoperta di una storia che non ci saremmo immaginati mai. Collaveri è un bravo illusionista e ci prepara fin da subito all’epilogo. Una spada di Damocle che il lettore sentirà aleggiare sopra la propria testa per tutta la durata del romanzo. Appesa ad un crine che vorrebbe spezzare, pur di allontanare quell’ombra.

Si dice che uno scrittore raggiunga il proprio apice quando racconta le cose che sa, che vive e che ha vissuto. Posso dire che è vero e questo autore lo dimostra ampiamente con questo romanzo, dal quale è facile trarre l’attrazione fatale per il mistero, il desiderio di sezionare l’animo umano, traviato da pulsioni aberranti e l’amore per la sua terra, che offre al suo pubblico, senza filtri.


L’autore

Diego Collaveri è stato musicista, arrangiatore e sceneggiatore per diverse società, tra cui Fandango. Docente saltuario di Sceneggiatura e di Storia del Cinema, critico cinematografico a tempo perso, ha ricevuto diversi premi per la narrativa crime. È autore della saga del commissario Botteghi (Fratelli Frilli Editore) e di Fango (La Corte Editore, 2021).


  • Casa Editrice: Ugo Mursia Editore
  • Collana: Giungla Gialla
  • Genere: thriller
  • Pagine: 265

DRESS CODE ROSSO SANGUE di Marina Di Guardo

Accarezzò quel volto nella foto, gli mandò un bacio, ormai era diventata un’abitudine. Non ti lascerò andare nell’ignonimia. Quella riflessione, sorta dentro di lei quando aveva rivisto il biglietto che Franco le aveva scritto, aveva il sapore di un feuilleton ottocentesco, ma in cuor suo, risuonò di forza e verità.
A letto, tirò il piumino fin sopra alla testa. Era una tiepida notte di primavera, ma il freddo non l’abbandonò fino al mattino.

Trama

Cecilia Carboni ha venticinque anni e per buona parte della vita si è ritrovata a seguire, suo malgrado, i diktat imposti dal padre Alberto, uno dei più quotati avvocati milanesi. Proprio per volere suo, si è laureata in Giurisprudenza e ha iniziato il praticantato nello studio legale di famiglia. Il suo futuro sembra già delineato, quando un giorno le viene rivolta una proposta allettante: lavorare nel prestigioso showroom di Franco Sartori, uno degli stilisti più celebri al mondo. Lei, da sempre appassionata di moda, per una volta non ha esitazioni, e sceglie di darsi finalmente la possibilità di decidere da sola della propria vita, senza tener conto del parere degli altri, compreso quello del fidanzato Andrea, avvocato a sua volta e collaboratore di Alberto. La scelta si rivela azzeccata: Cecilia è brava, chiude contratti importanti, tanto che brucia le tappe, fino ad assumere un ruolo di rilievo alla Maison Sartori, nonostante Georgette Lazare, direttrice dello showroom, le remi contro. Ma il destino ha in serbo per lei amare sorprese. Franco Sartori viene trovato assassinato in un cascinale in rovina. E chiuso in una custodia di seta dei suoi abiti da sera, ha una croce rovesciata incisa sul petto e, circostanza ancora più sconvolgente, il suo corpo è collocato dietro una sorta di altare allestito con gli inconfondibili elementi di una messa nera. Per Cecilia è l’inizio di una caduta verticale agli inferi. Sono le convulse settimane delle vendite primaverili, e lo showroom si popola non solo di clienti, ma anche di poliziotti, misteri, segreti insospettabili e purtroppo anche di nuove vittime, ancora in contesti inquietanti. Chi c’è dietro gli omicidi? E se fosse proprio Cecilia la prossima nella lista? L’abisso è pronto a inghiottirla, svelando verità che mai avrebbe immaginato. Con il suo nuovo thriller, Marina Di Guardo questa volta ci porta tra le mille luci (e ombre) del jet set milanese, dentro ai locali più esclusivi e ambigui della città della moda e giù in fondo al cuore, a volte nerissimo, dei suoi protagonisti.


Recensione

L’ambiente roboante, dinamico e abbacinante della moda non è affatto sconosciuto a Marina Di Guardo, brillante autrice di thriller con un rilevante trascorso come vicedirettrice di un importante showroom. L’autrice si serve della sua esperienza per regalare al lettore un vivace spaccato di vita tra le mura di un atelier, ove modelle filiformi si muovono sinuose tra i buyers e venditori poliglotti e multitasking conducono trattative e piazzano capi di abbigliamento sul mercato internazionale per cifre da capogiro.

La moda costruisce habitat polifonici, multicolore, frizzanti e per certi versi spietati. Perchè la moda, prima di essere apparenza, è sostanza, intrisa di lacrime, sudore, sacrificio, perfezione, sogno. La moda rappresenta la favola che sopravvive dentro agli uomini e alle donne, ecco perché deve rasentare un ideale di compiutezza, di meraviglia. E per questo ideale  si sacrifica tutto, tanto è forte il richiamo della bellezza.

In nome della bellezza si è pronti a sacrificare molto, a volte anche un ideale, a volte anche la propria pelle. Ma anche in nome della ricchezza, del potere si può sacrificare tutto, o quasi. Tutto, si, purchè si possa continuare a stare sulla breccia.

La storia di Cecilia è un po’ una storia così. Lei ha rinunciato al lavoro nel prestigioso studio del padre per inseguire il sogno un po’ irrazionale di lavorare nell’ambiente della moda. Il padre non glielo ha mai perdonato. La madre è assente, presa dalla sua vita inconsistente e superficiale.

Cecilia è sola e può contare solo sull’appoggio di un buon amico e del fidanzato, partner nello studio del padre, bello come un Dio ma con la tendenza a voler pilotare la vita di Cecilia. Il lavoro le dà grandi soddisfazioni, finchè una disgrazia si abbatte come un fulmine sull’atelier. Il piccolo mondo di Cecilia si sgretola. La rabbia, la delusione, il dolore della perdita saranno le molle che la spingeranno ad indagare in silenzio sulle morti inspiegabili e crudeli che si sono abbattute sulla casa di moda milanese.

Il romanzo è un thriller incalzante, disseminato di sangue e di morte. Irto di personaggi sospetti  e di misteri da sciogliere. In un crescendo di sconcertanti scoperte, Cecilia verrà a contatto con una realtà inaspettata, fino all’epilogo finale, che sconvolgerà molte nostre convinzioni.

Un gioco di specchi, un mix di apparenza e di sospetto che Marina Di Guardo conduce con sicurezza e grande spolvero di prosa, sempre brillante, accattivante e stimolante per il lettore, che si troverà senza volerlo a scandagliare la vita della protagonista e dei suoi colleghi, intrappolati nella morsa di un lavoro all’apparenza luccicante ma anche schiacciato dall’intransigenza della perfezione, che mai come in questo romanzo appare come un tiranno subdolo e inviso. L’autrice ci ha abituato a dei finali inaspettati e anche in questo suo ultimo lavoro non ci delude. Una grande sorpresa attende al varco il lettore, che vedrà disattese parecchie delle sue aspettative. La Di Guardo è brava a sviarci e a costruire illusioni a uso e consumo dell’inconsapevole lettore, costretto a passare, senza soluzione di continuità, dalla delusione alla presa di coscienza che le cose, come nella vita, raramente vanno come ci saremmo aspettati.


L’autrice

Marina Di Guardo è nata a Novara ma ha origini siciliane. Vive tra Cremona e Milano. Prima di dedicarsi alla scrittura, ha lavorato come vicedirettrice dello showroom di Blumarine. Ha esordito nella narrativa con il romanzo “L’inganno della seduzione”, poi seguito da “Non mi spezzi le ali”. Il passaggio definitivo al thriller risale al 2015, quando pubblica nella collana digitale Zoomfiltri di Feltrinelli, curata da Sergio Altieri, “Bambole gemelle” e “Frozen bodies”. Con Mondadori ha pubblicato “Com’è giusto che sia”(2017), “La memoria dei corpi”(2019) e “Nella buona e nella cativa sorte” (2020).


  • Casa Editrice: Mondadori
  • Genere: thriller
  • Pagine: 321

L’ANIMA SEMPLICE. SUOR GIOVANNA DELLA CROCE di Matilde Serao

Era una donna dall’apparenza vecchissima; la pelle del suo volto, fra giallastra e brunastra, aveva i solchi che vi possono mettere, forse settantacinque e più anni di vita, ma di vita tormentata, torturata, fra tutti gli stenti. Cento storie di tristezza di leggevano in quel volto di decrepita, attraversato da tutte le tracce che lo sconvolsero.

Trama

Dopo trentacinque anni di vita claustrale nel Monastero di Suor Orsola Benincasa, le monache dell’Ordine delle Trentatré si vedono costrette a rompere il giuramento e a far ritorno nel mondo a causa di un provvedimento dello Stato che determina la requisizione dei beni ecclesiastici.Siamo a Napoli e Suor Giovanna della Croce, appena sessantenne, si ritrova spogliata della vita monacale, costretta a soggiornare a casa della sorella e a sopravvivere con una misera pensione passatale dal Governo che la porterà a cercare dei piccoli impieghi, nonostante l’età avanzata, per poter tirare avanti. In questo romanzo, però, non viene solo narrata la storia di Suor Giovanna della Croce, ma la storia di una Napoli povera e di uno Stato che non si preoccupa affatto delle donne sole. In queste pagine vengono tratteggiate le vite di diverse figure femminili: un’adultera scoperta dal marito, una madre impazzita dopo aver dato alla luce il primogenito, un’altra che, invece, si sfianca ogni santo giorno per poter dare al figlio la possibilità di studiare medicina e, infine, una giovane ragazza la quale, nonostante non abbia nulla a che fare con l’Ordine Ecclesiastico, vive una vita da reclusa a causa del fidanzato troppo geloso e violento ma che non vuole assolutamente lasciare, convincendosi che “Il maltrattamento è prova di bene” anziché rischiare di tornare a vivere per strada. Quella della Serao è una narrazione capace di entrare nel cuore di chi legge attraverso una scrittura che possiamo per certi versi definire verista. Il clou del romanzo, però, lo si trova nell’ultimo capitolo dove il contrasto tra povertà e alta società viene maggiormente evidenziato e dove vediamo la nostra protagonista ridotta, ormai, a essere l’ombra di se stessa in attesa di una morte che potrà finalmente liberarla da tutto il male di questo malato mondo.


Recensione

Un classico della letteratura italiana di fine ottocento torna a vivere nuova vita grazie alla casa editrice 13Lab, non nuova a esperimenti del genere. Stavolta è la volta di un’autrice napoletana, che in vita non lesinò di esaltare la sua napoletanità  e che osò affondare la sua penna nel vivo della società del tempo, evidenziandone le aberrazioni e le ingiustizie.

Il romanzo è la storia di una suora appartenente all’ordine delle Sepolte Vive, che, insieme alla consorelle, si trova a dover abbandonare il convento dopo moltissimi anni di clausura, a causa dell’esproprio dei beni ecclesiastici a favore dell’autorità temporale. La Serao ne descrive le disavventure, i tormenti, il senso di straniamento che segue il ritorno forzato in società dopo molti anni trascorsi nella totale devozione religiosa e nella solitudine. Sola, senza mezzi, costretta ad elemosinare un posto per vivere presso la sorella che in gioventù le rubò l’amore della vita. Senza più un motivo per vivere, strappata alle sue abitudini e al conforto dei riti dettati dalla religione.

Suor Giovanna della Croce incarna il destino di tutte le donne di quel tempo, private della loro identità e spogliate di ogni diritto se non hanno una fede la dito. E con lei la Serao introduce altre derelitte, donne di facili costumi, donne maltrattate, senza un tetto sulla testa, pazze o presunte tali. Ne esce il desolante quadro di una società incapace di difendere i più deboli, che ghettizza chi è povero e che lo spinge ai margini della decenza e della moralità. Ed ecco che la forza morale, la fede e la resilienza tipica del mondo femminile prende il sopravvento. Suor Giovanna della Croce non si abbatte, si rimbocca le maniche e svolge i lavori più umili, diventando un esempio di operosità e di spirito di adattamento. Ma nonostante ciò, ella soccomberà alla sua sorte, che vedrà prima il taglio della piccola pensione che le spetta e dopo, l’incedere inesorabile del’età, che la renderà inabile al lavoro.

Una parabola discendente, che segna il destino della suora senza che possa opporvisi. Una storia senza repliche, né speranza, neanche quella legata ad una giustizia divina, che sembra latitare, insieme al diritto all’assistenza e alla dignità. Una destino che accomuna Suo Giovanna ad una schiera multicolore e variegata di derelitti, di dimenticati e di senza speranza.

Triste a dirsi, ma certe cose non cambiano mai e ancora oggi il tema dell’inclusione e della pari dignità di ogni essere umano pare latitare. Una storia antica ma attualissima, che riesce a infilarsi nei meandri della mente umana, privata di un appiglio per vivere una vita dignitosa e autosufficiente. Una lettura scorrevole, appassionante ma anche dolorosa. La prosa di Matilde Serao non fa sconti, va dritta al punto e non teme mai di toccare argomenti scabrosi e scomodi. E mentre denuncia un sistema disumano riesce al contempo a elevare al quadrato la sensibilità e l’indagine psicologica sui personaggi, colpiti malamente dal pugno umiliante dell’ingiustizia sociale, alla quale si ribellano, contro la quale lottano  nonostante siano consapevoli che le fauci fameliche della società si abbatteranno su di loro, dilaniando le loro carni, scoperte e fragili.

L’autrice

Matilde Serao nasce a Patrasso, in Grecia, il 7 marzo del 1856 e muore a Napoli nel 1927, l’anno dopo essere stata candidata al Premio Nobel per la letteratura.  Scrittrice di prestigio, tra le più prolifiche di sempre della letteratura italiana, con oltre settanta opere al suo attivo, è passata alla storia anche per essere stata la prima donna italiana a fondare e dirigere un giornale.


  • Casa Editrice: 13Lab
  • Genere: classico
  • Pagine: 252

I VESTITI CHE NON METTI PIU’ di Luca Murano

Questo penso guardandoti dormire nella minuscola casa di Firenze, troppo piccola per noi due giganti. E mentre la città si addormenta docile e l’odore umido del fiume entra nella stanza avvolgendo i muri, io sbircio dalle persiane le case davanti, mi immagino le vite altrui, e mi rammarico un po’ di saper empatizzare così poco con l’altra metà del mondo là fuori.

Trama

Chi siamo quando nessuno ci osserva? Possiamo davvero sentirci al sicuro? È realmente plausibile, in tali circostanze, riuscire a indossare e sfoggiare la parte più limpida di noi stessi? I protagonisti dei racconti che compongono la presente silloge prendono vita tra le pagine col desiderio di rispondere a queste domande, compiendo azioni apparentemente insignificanti e che invece restituiscono alle storie autenticità e tutta la grazia che può nascondersi dietro le banalità, le paure, le sofferenze e le speranze di cui sono intrinseche le loro esistenze. Una raccolta di outfit dimenticabili, ma di reazioni e gesti indimenticabili perché radicati in profondità in ognuno di noi. Uomini e donne sull’orlo della perdizione, studenti squattrinati, scrittori precari, giocatori d’azzardo, genitori sciagurati e  figli egoisti che, con ironia e disincanto, scavano a fondo nella loro interiorità solo per scoprirsi vulnerabili, fallibili e, proprio per questo, umani.


Recensione

L’incontro con la penna di Luca Murano è stato un evento  fortuito. Come spesso accade quando le aspettative sono neutre, il risultato è stato dirompente e mi sono ritrovata presto avviluppata ai suoi rocamboleschi, estemporanei, curiosi, strampalati racconti.

La silloge, poco più di 120 pagine fitte di fatti, cose, persone e personaggi, ha il grande pregio di non annoiare e di trasportare il lettore al traguardo senza alcuno sforzo, complice la prosa scorrevole e illuminata da spruzzi (sprazzi) di ironia e di sottile sarcasmo. I personaggi che Luca Murano introduce sono uomini e donne comunissimi, in cui rispecchiarsi e in cui rivedere vicini di casa, passanti, gente incontrata per caso e per pochi attimi, ma che ha lasciato inspiegabilmente un’impronta dentro di noi.

Gente comune, che ha dalla sua la follia della normalità e l’aberrazione delle passioni, che se sufficientemente forti o incalzanti, ci portano ad azioni o pensieri fuori dagli schemi. Leggere queste vite, annusare dentro ai loro cassetti, curiosare nel loro passato e sbirciare in un presente che brilla di normalità è stato un viaggio piacevole e un’occasione anche per riflettere sulle cause e gli effetti dei nostri comportamenti. E sui desideri più o meno inconfessabili che animano le nostre esistenze, che solo nell’acuto di una passione o di un particolare evento possono sperare di sottrarsi alla banalità.

Se ne ricava un senso di complessità della vita che sfugge da ogni previsione, poiché controverte l’assioma secondo il quale la normalità di una vita senza scossoni sia indegna di essere raccontata. Ed ecco che in questo inatteso postulato sta la forza dei racconti di Murano, nel dimostrare che chiunque possa ambire a essere protagonista di una storia che non annoia, ma, al contrario, appassiona e fa riflettere.

I protagonisti di questi racconti sono tutti trafitti da fatti o situazioni che sono loro accadute senza che ne abbiano ravvisato un motivo o una spinta. Si ritrovano nel mezzo ad un guado e devono decidere se andare avanti o tornare indietro. Se affrontare i flutti gelidi e la corrente infida, oppure tornare in fretta a calzare scarpe asciutte e confortevoli. L’autore non si intromette mai a suggerire, indicare, commentare. Lascia che i suoi personaggi trovino la strada da soli, limitandosi a raccontare. Fornendo al lettore uno schizzo, un flash, un attimo di vita, circoscritto nella solennità del presente e avulso dall’incontrovertibilità del passato e dall’incertezza del futuro.

E il lettore, invece, cosa fa? Guarda, empatizza, condanna, registra, ricorda, confronta, assolve. In altre parole, si ritrova, il più delle volte, nei panni del protagonista di turno. In un esercizio di ricognizione della propria vita, in parallelo alla vita del personaggio. E, molto più semplicemente, si diverte a leggere, punto nella sua curiosità e nel suo inconfessabile desiderio di giudicare il prossimo.


L’autore

Luca Murano è nato nel 1980 a Sant’Angelo Lodigiano (LO). Dal 2009 vive in Toscana, dove si occupa di logistica. Oltre a curare Vai Come Sai, il suo blog di scrittura, negli anni ha pubblicato diversi racconti su riviste letterarie indipendenti. Nel 2018 ha esordito nel mondo dell’editoria con Pasta fatta in casa. Sfoglie di racconti tirate a mano.


  • Casa Editrice: Dialoghi
  • Genere: racconti
  • Pagine: 127

SULLE ORME DEL BRIVIDO di Gianluca Arrighi

A volte, nel destarci da un sonno profondo, sappiamo con assoluta certezza che qualcosa ci ha svegliati, ma non sappiamo cosa. Geltrude sapeva, con altrettanta certezza, che qualcosa l’aveva indotta ad alzare gli occhi dal libro. Ascoltò, come già aveva fatto in precedenza quella sera, con orecchio teso al profondo pulsare del suo sangue. Niente, non si udiva nessun rumore.

Trama

Questa antologia riunisce alcuni dei racconti più belli scritti da Gianluca Arrighi.

Vi si ritrovano l’atmosfera e la suspense che caratterizzano tutte le opere del grande autore romano, dove trame e personaggi s’infiammano in un incastro perfetto. L’indagine di Arrighi si addentra come sempre tra i meandri dell’animo umano, colto nella sua metà oscura e nella sua profondità insondabile. Ogni racconto è un piccolo gioiello che accompagna il lettore in un indimenticabile viaggio… sulle orme del brivido.


Recensione

Gli uomini e le donne che popolano questa raccolta di racconti noir sono uomini e donne tormentati, dal passato crudele o dal presente incerto, confuso, doloroso. Leggendo le loro storie sembra di incombere sulle loro vite senza averne il diritto. Perché osserviamo i loro tormenti e le loro ossessioni da una posizione privilegiata, che ci consente di vedere chiaramente dentro di loro senza essere visti.

Ma sono, allo stesso tempo, uomini e donne normalissimi, che hanno avuto lo sfortuna di incappare in vicende complicate, sanguinose, assurde o pericolose. Oppure uomini e donne che il destino ha forgiato malamente, rendendoli simili a creature inquiete o malvagie.

Intorno a loro, la vita, con i suoi tranelli, le sue opportunità e i suoi sgambetti. E dentro, l’incertezza, la paura e l’obbligo di vivere, secondo i canoni che la società ci impone.

Un caleidoscopio, un collage di varia umanità, che Gianluca Arrighi compone in un tutt’uno armonioso e gradevolissimo da leggere. Racconti brevi si alternano a storie più strutturate. Dentro le trame c’è un mistero da sciogliere ma anche altro. Lo studio della natura umana, delle sue pulsioni, degli insondabili meccanismi di causa e effetto, che scatenano gesti incomprensibili o insensati, che delineano un comportamento contrario alla legge, alla morale, al buon senso. I protagonisti sono sapientemente descritti per apparire diversi da ciò che sono in realtà, o per circoscrivere comportamenti inaspettati ma, in fondo, comprensibili, poiché si tratta di evidenziare sentimenti che possiamo facilmente condividere ma che sfociano, talvolta, in reazioni esagerate, condannabili ma comunque anche comprensibili.

E’ innegabile che la lettura di una silloge si opponga ai meccanismi legati alla monotonia o alla noia. La lettura, al contrario, si mostrerà esaltante e scorrevolissima, dotata di una luce vivace e anche consolatoria, per certi versi, poiché negli atteggiamenti dei protagonisti, ancorché contrari alla morale comune, noi lettori ci riconosceremo facilmente, ricavandone un senso di appagamento e una sorta di giustificazione per i nostri piccoli peccatucci, che vigliaccamente collochiamo in un limbo dai confini nebulosi, senza mai condurli verso l’illecito.

Quanto sopra, brilla ancora di più grazie alla penna dell’autore, che è soave, semplice, e fluida. Una penna che trova la sua naturale inclinazione proprio nell’arte di raccontare, come se i racconti della silloge fossero non altro che storie da leggere alla sera, davanti al camino, con l’intento più o meno palese, di spaventare gli astanti o di sollevare il loro raccapriccio.

Quindi, per concludere, un suggerimento: fatevi un regalo, lasciatevi suggestionare dai racconti di Gianluca Arrighi. Non ve ne pentirete.


L’autore

Gianluca Arrighi è considerato uno dei maggiori autori del romanzo giallo contemporaneo. Criminalista di successo, ha pubblicato i romanzi Crimina romana (2010), Vincolo di sangue (2012), L’inganno della memoria (2014), Il confine dell’ombra (2017), Oltre ogni verità (2018), A un passo dalla follia (2019), Intrigo in Costa Verde (2020). È inoltre autore di numerose novelle noir pubblicate dai principali quotidiani e settimanali nazionali.


  • Casa Editrice: Edizioni MEA
  • Genere: giallo / thriller
  • Pagine: 267

LA MAMMA SI E’ ADDORMENTATA di Romy Hausmann

Nel bosco la notte è senza contorni, non posso più correre, solo procedere passo dopo passo, con le braccia tese in avanti. E’ come se mi avessero bendato gli occhi per poi farmi girare due volte su me stessa. Avanzo a tentoni tra gli ostacoli, da un tronco d’albero all’altro. Sotto i miei piedi sento i ramoscelli spezzati e le foglie scricchiolare; nelle orecchie il sangue sta scrosciando come l’acqua in uno scarico.

Trama

Era solo una ragazzina di quindici anni quando è stata condannata per un crimine atroce, di cui si è sempre dichiarata innocente. Adesso Nadja è una donna adulta e ha ormai scontato la sua pena. Non chiede altro che una vita normale, e quel lavoro anonimo come assistente in uno studio di avvocati sembra l’unico modo per tenere a bada gli incubi e il panico che la assale all’improvviso. Un’esistenza grigia e ripetitiva che però la fa sentire protetta. Ma un giorno, inaspettatamente, la morte rientra di nuovo nella sua vita. Laura, la moglie del suo capo, l’unica persona che le abbia mai dimostrato amicizia, ha commesso un tragico errore, un errore che è finito nel sangue. Adesso potrebbe perdere tutto: suo marito, sua figlia, le sue sicurezze. Nadja sa bene che cosa significhi. Ma sa anche che aiutarla la renderebbe sua complice. Mentre si dirige nei boschi dello Spreewald con un carico inquietante nel bagagliaio della macchina, non può certo immaginare che quel luogo popolato di oscure leggende diventerà teatro di una caccia spietata. Qualcuno sta cercando di trascinarla in un gioco perverso e Nadja capirà ben presto che il suo passato sanguinoso potrebbe fare di lei la vittima perfetta. O l’assassina perfetta. Chi si è macchiato di una colpa potrà mai essere libero? Ancora una volta Romy Hausmann ci regala un thriller che porta alla luce i lati più insidiosi della psiche umana.


Recensione

Due racconti in parallelo, che sembrano non incontrarsi mai. Due storie maledette, che non sembrano essere capaci di deviare verso un lieto fine.

Una passione insana, travolgente, ossessionante. Alla quale lei, Nelly, non sa sottrarsi, e che per lui, Paul,  è come la tela di un ragno, tessuta con malcelata innocenza ma pronta a chiudersi sulla preda.

E un disagio che affiora sempre più evidente, tra le pareti di un appartamento sporco e senza luce. Una madre distratta  e una bimba, Nadja, che tenta di sopire, di celare, senza riuscirci, tutte le sue mancanze. Per amore del fratellino. Per salvarlo e per salvarsi.

Un avvocato di successo sarà l’anello che metterà in relazione i due scenari, attraverso una storia nera come la notte, in cui l’inganno e la mistificazione giocano il ruolo principale.

Il risultato è un thriller che tiene il lettore costantemente sulla corda. Che porta la tensione al parossismo per stemperarla, subito dopo, attraverso un cambio di scena repentino. Un balzo tra uno scenario e l’altro. Tra due storie in cui crudeltà e cinismo corrono sul filo del rasoio.

La legge, per mezzo dei suoi tutori, appare come una creatura camaleontica e viscida. La legge si presta ad adattarsi agli scopi dell’uomo. Sa tutti dei suoi vizi. Sa come aggirare la colpa e come assolvere.

Ma siamo proprio sicuri che l’arguzia dell’uomo e il suo deplorevole doppiogioco siano in grado di deviare il corso della giustizia? Siamo proprio sicuri che chi ci appare debole e vulnerabile sia destinato a soccombere?

“La mamma si è addormentata” è un romanzo che serba molte sorprese. E che soggiace, in ultima istanza, alla convinzione che il bene debba sempre prevalere sul male.

In un continuo cambio di scena e attraverso alterne vicende al cardiopalma, Romy Hausmann mostra al mondo il suo talento narrativo. Le sue atmosfere, i suoi personaggi, il gioco delle apparenze che sa creare senza sforzo, sono calamite per il lettore, che sarà ammaliato dal susseguirsi ossessivo delle vicende.

La scrittura di Romy Hausmann è brillante, suadente e ipnotica. L’impianto narrativo che costruisce è un capolavoro di perfezione in cui si alternano i due piani narrativi e le lettere che Nadja, ormai adulta, scrive al fratello, nel tentativo di spiegargli cosa successe la notte che la loro madre si addormentò nel sonno irrevocabile della morte.

L’innocenza perduta, la voglia di riscatto da un lato. Il desiderio di essere amato, la follia che ci fa credere di poter deviare i corso degli eventi, l’impossibilità di ottenere un processo giusto,  dall’altro.

La Hausmann è bravissima a farsi interprete delle pulsioni umane, spesso innocue ma talvolta, invece, talmente avverse da creare fratture insaldabili.

Una storia distorta, cattiva, che mostra al lettore il nero che può celarsi dietro alle apparenze. Una storia nera, in cui non si salva nessuno. Nessuno, quando, forse, sarebbe bastato così poco per correggere il corso degli eventi. Ma l’uomo è così. Codardo, insincero, avido. E soccombe, alla sua codardia, alla sua falsità, alla sua avidità. Una storia che soppesa il passato e decide che è enorme, ingombrante, incancellabile.

Difficile sottrarsi ad un destino segnato. Facile farsi abbacinare dalle illusioni. Meraviglioso perdersi nel labirinto creato da una penna illuminata, in cui soccombere, in cui rassegnarsi e perdersi.


L’autrice

Romy Hausmann (1981) ha lavorato come caporedattrice di una casa di produzione televisiva a Monaco e poi come libera professionista per la tv. Vive con la sua famiglia in un cottage nei boschi vicino a Stoccarda. Il suo romanzo d’esordio, La mia prediletta (Giunti 2020), è stato un grande bestseller internazionale, rimasto per mesi al 1° posto della classifica dello Spiegel e opzionato per un film di prossima uscita. Un successo confermato dal suo secondo thriller La mamma si è addormentata. I libri di Romy Hausmann sono tradotti in 24 Paesi.


  • Casa Editrice: Giunti Editore
  • Traduzione: Alida Daniele
  • Genere: thriller
  • Pagine: 346

L’AMORE MALATO di Amélie Cordonnier

Perché le parole sono lame che tagliano ciò che hai di più fragile. E anche di più prezioso. La tua allegria, la fiducia in te stessa. La voglia di camminare a testa alta, la certezza che tutto è ancora possibile.

Trama

«La violenza delle parole è meno grave dei pugni solo perché non lascia lividi?»

L’amore malato è l’esordio letterario che ha conquistato e turbato migliaia di lettori francesi.

Per sette anni ha creduto che Aurélien ne fosse finalmente uscito. E poi, senza preavviso, una mattina di settembre, l’incubo ha ripreso vita. Aurélien, che pure sostiene di amarla, ha ricominciato a vomitarle addosso insulti con una violenza inaudita, della quale ha reso spettatori anche i due figli. Caduta l’illusione del cambiamento, da quel giorno lei ha preso l’abitudine di annotare le oscenità e le offese che Aurélien le rivolge, per tenerne traccia e insieme provare a disinnescarle, nella patetica speranza che vadano a incrostarsi nelle note dello smartphone invece che nella sua anima. Ma ora, non è più disposta a sopportare tutto questo.

Restare? Andarsene? Il 3 gennaio compirà quarant’anni, e nel disperato tentativo di aggrapparsi a qualcosa che le dia la forza necessaria, si impone di prendere una decisione proprio entro quella data. Due settimane per ripercorrere i ricordi, le speranze, la disillusione, nell’imminenza di un Natale che a quell’angoscia aggiunge lo stridore delle inevitabili cerimonie familiari. Con una scrittura nervosa e asciutta che mantiene una distanza quasi documentaria dal racconto – a partire dal «tu» usato per la protagonista in luogo della prima persona singolare –, Amélie Cordonnier mette in scena la storia di un amore malato. Una di quelle storie di violenza coniugale che distruggono una donna pur senza lasciarle lividi sulla pelle.


Recensione

Una crepa, quasi invisibile, possiede comunque la forza per irrompere e per rompere gli argini. Mina una certezza, la rende fragile, incerta, vulnerabile. Come una goccia che a poco a poco scava la roccia, la crepa diventa frattura, e la frattura diventa lesione insaldabile.

Il tempo corrompe le cose. E l’aberrazione scardina il bene. A volte in modo impercettibile ma costante. A volte in maniera dirompente, come un terremoto che sfalda la crosta terrestre.

Un amore si guasta, si veste di gesti sbagliati, devia verso il dolore, si disintegra. Si macchia per il desiderio nascosto di annientare l’altro, di ridurlo in cenere, di minare la sua indipendenza e la sua forza interiore. Un attimo colpisce, l’attimo dopo è nuovamente pronto a chiedere perdono. A credere che tutto possa essere dimenticato, con un colpo di spugna. Mai avvenuto. Senza rancore. Con la pretesa assurda di un perdono che costa moltissimo a chi dei due deve dispensarlo. Un’altalena che distrugge, specialmente se i bambini ascoltano e vedono.

La ricerca di un motivo, che non c’è quasi mai. Il desiderio di fuggire e quello di rimanere. Voler dimenticare ma non esserne capaci. Fremere nell’attesa della tempesta che verrà, perché verrà, è certo, anche se il sole brilla nel cielo. La prima goccia di pioggia scatenata da motivi futili, incomprensibili. Perché meritarsi questo? Perché buttarsi via dietro ad un uomo che non sa apprezzare la dolcezza, la forza e la dirompente energia di una donna innamorata?

Amelie Cordonnier ha esordito nel 2020 con questo romanzo, potente, crudo e dilaniante. Una storia con i piedi per terra, che non cede mai al luogo comune, che non cerca perdono, né commiserazione, ma si limita a presentare al lettore una situazione familiare che all’apparenza non ha niente di insolito. Nelle abitudini, nell’intimità di una giovane famiglia si insinua la crepa, quella che spacca, quella che uccide.

Non vi è violenza fisica, non vi sono lividi. C’è una inesorabile lotta intestina che rompe l’equilibrio di una donna, distruggendo la sua identità.

E’ tutto molto insolito. E’ tutto molto normale. Dipende da quanto siamo disposte a fa passare. Dalle volte che decidiamo di lasciar perdere. Dall’intensità del nostro legittimo desiderio di stare bene e di far stare bene chi amiamo.

La Cordonnier trova senza sforzo la giusta chiave di lettura, attraverso un fraseggio intimo, diretto, rivolgendosi alla protagonista con la seconda persona singolare, quasi a ricordarle i gesti che ha fatto, quelli che ha subìto. Le sue scelte, il suo dolore, la fatica immane di condividere con altri la sue esperienza di violenza domestica. La guida, le tiene la mano, la conforta e la esorta a farsi valere. Mantenendo un contegno quasi distaccato, raccontando senza commentare.

Quello che ci consegna è una testimonianza, che lascia traboccare la volontà di difendersi da chi ci offende.  Un percorso di accettazione, che sfocia nella presa di coscienza di dover rompere gli schemi per difendere la propria identità. Un grido che scoperchia un vaso di dolore e che ci ricorda come sia facile colpire e fare male.


L’autrice

Amélie Cordonnier è giornalista dal 2002. Dopo aver lavorato per l’emittente Europe 1, nonché per il quotidiano «La Tribune» e il settimanale «Le Journal du Dimanche», dal 2014 è diventata responsabile della sezione Cultura della rivista «Femme Actuelle». L’amore malato (Trancher, 2018) è il suo primo romanzo, cui è seguito nel 2020 Un loup quelque part, entrambi pubblicati in Francia da Flammarion.


  • Casa Editrice: Gremese
  • Collana: Narratori francesi Contemporanei
  • Traduzione: MAria Stella Tataranni
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 172