QUESTIONI DI SANGUE di Anna Vera Viva

 
Sarebbe mai stato all’altezza del compito che gli era stato affidato? Quanto ancora ci sarebbe voluto per sopprimere il marchio del sangue che lo trascinava inevitabilmente verso scorciatoie a dir poco discutibili? Avrebbe mai domato la sua natura sanguigna e fallibile? Quella natura che, pur cercando di nascondersi, bramava una giustizia sommaria, rapida e conclusiva?
Adesso che l’aveva avuta non si dava pace. La goccia che aveva fatto traboccare il vaso, ecco cosa poteva essere stato il suo intervento. La Sanità, l’aveva capito, viveva di un equilibrio tutto suo, e lui con la sua inesperienza era arrivato a turbarlo.


Trama

Il rione Sanità è un’isola. Un lungo ponte lo divide dal resto di Napoli. Qui, i vivi e i defunti convivono da secoli e non vi è posto, più di questo, in cui morte e vita siano così strettamente intrecciate. Ed è qui che, dopo quarant’anni, due fratelli si rincontrano. Raffaele, dato in adozione giovanissimo alla morte della madre, ci torna come parroco della basilica di Santa Maria alla Sanità. Peppino, invece, è il boss del quartiere. Due uomini che non potrebbero essere più diversi l’uno dall’altro. Eppure, il richiamo del sangue, ineludibile, li unisce. Un legame che è fonte di pericolo e tormento per entrambi. Quando la morte colpisce e un cadavere viene ritrovato in un appartamento del rione, le indagini, suffragate da un testimone poco affidabile, seguono un unico binario. Quell’omicidio fa tirare un sospiro di sollievo a tante persone, ma Raffaele non si lascia abbindolare. Decide di rivolgere il suo sguardo, esperto della vita, proprio tra la sua gente, anche se questo significa guardare qualcuno di molto, forse troppo, vicino a lui. Ma Raffaele non si è mai fermato davanti a nulla e non inizierà adesso. Sa bene che le sue indagini possono compromettere un equilibrio basato su regole non scritte e allo stesso tempo inderogabili, ma deve andare avanti. Per – ché la Sanità è un’isola e per navigare il mare che la circonda ci vogliono coraggio, passione e un concetto diverso di verità. Nel suo romanzo, Anna Vera Viva ci guida in uno dei rioni più affascinanti del nostro paese. E, attraverso la potenza del sangue, ci fa conoscere l’animo umano e le sue contraddizioni. Dopo aver letto questo libro, l’eterno scontro tra bene e male avrà un sapore nuovo.


Recensione

Il sangue, principe dei fluidi. Dispensatore di vita e di morte. Simbolo di qualcosa di atavico, oscuro, spaventoso, indispensabile.  Il sangue, quello che unisce due persone in un vincolo quasi sacro e sicuramente inviolabile. Il sangue denso, scuro e metallico che scorre da una ferita, la vita che vola via con esso, la violenza di uno strappo. L’arroganza di chi pretende di governare il flusso di questa linfa vitale, che spaventa i deboli di stomaco, impressiona i fatalisti e inebria i sadici.

Il sangue. C’è forse un umore più simbolico? Vitale? Allegorico? Catartico?

Anna Vera Viva sembra ammaestrare il sangue in ogni sua accezione. Lo ammansisce, gli dà una guida da seguire, lo ricopre di significati e costruisce per lui una trama in cui possa avere un ruolo da protagonista.

“Questioni di sangue” parla di legami, tra uomini e donne, e tra questi e i luoghi, il cui ricordo è un marchio a fuoco sulla carne. Napoli è il luogo da cui tutto parte e in cui tutto fa ritorno. Un luogo catalizzatore di bellezza e di miseria. Di solidarietà e di rancori. Un luogo che il sangue ha colonizzato, fino a impregnare la terra nel profondo. Napoli e la sua gente, colorata, chiassosa, superstiziosa. Gente che si arrangia per campare, le cui vite fanno capolino dai bassi, casupole che affacciano sui vicoli, bui ma pieni di vita. Gente povera, spesso poco istruita, che imbastisce la propria vita sulla saggezza popolare e su consuetudini antiche, codici d’onore di un passato che non vuole morire.

Napoli in realtà è circoscritta al Rione Sanità, luogo che in passato dispensava salubrità ai suoi abitanti, ma anche miracoli. Luogo che si espande sopra terra, con i suoi vicoli colorati e sotto terra, con le sue catacombe, antichi cimiteri che tutt’oggi non hanno perduto la loro fascinazione quasi magica. Un Rione in cui la Camorra trova terreno fertile e distoglie spesso i giovani dalla buona strada, indirizzandoli verso la malavita.

Peppino Annunziata è il boss della Sanità. Un uomo dal passato tormentato, le cui mani si sono macchiate del sangue dei nemici ma che è sensibile alla bellezza in ogni sua forma e che possiede un suo codice d’onore. Don Raffaele invece è il parroco della Sanità, un uomo imponente, la cui insubordinazione gli è costata il trasferimento in quella zona di Napoli contraddistinta da miseria e delinquenza diffusa. Animato da buone intenzioni, vuole dare nuova linfa al rione, portando tra la popolazione la speranza e la fiducia nel bene. Predicando tra la gente la possibilità di poter decidere della propria vita, una vita da vivere nell’onestà. Eppure Napoli per il prete è anche un ricordo della sua infanzia. Un’infanzia trafitta dalla perdita. Napoli è una calamita, che inconsapevolmente ma con una forza disumana lo ha tratto a sé per riportarlo alle sue origini.

Alla Sanità la gente ha bisogno di un conforto. Perché c’è un uomo prepotente  e crudele che semina discordia e paura.  E quando muore assassinato per mano ignota, Raffaele si troverà ad indagare per proprio conto, aiutato dalla sua perpetua, Assuntina,  abile cuoca e pettegola fenomenale, che non vede l’ora di ficcare il naso negli affari degli altri in modo, per così dire, legalizzato.

Ed ecco che “Questione di sangue”  si tinge di giallo. E poi di nero, perché Anna Vera Viva si fa l’artefice di una discesa nell’animo umano, nelle sue sfaccettature, quelle buone e quelle meno buone, che possono farti ribellare e compiere azioni inattese e insensate.

Cosa ho amato di questo romanzo? Beh, molte cose, in verità. I colori di Napoli e della sua gente, che trova sempre il modo per sopravvivere e sdrammatizzare. L’ironia pungente, il suono cadenzato del suo dialetto, subdolo incantatore, che ti catapulta davanti ad un mare azzurro e al Vesuvio maestoso che fa da cornice.

I profumi dei vicoli, la cucina sublime di Assuntina, che ci delizia e ci fa immaginare sapori, consistenze e umori di cibi meravigliosi. La gente che campa come può, perché per vivere dignitosamente tutto è permesso. Che fa capolino dai bassi, che solo chi è di Napoli può trasformare con l’immaginazione in regge e ville da capogiro.

La scrittura di Anna Vera Viva è un tripudio di vitalità e di emozioni. Un torrente in piena che travolge il lettore e lo trascina con sé. Una prosa evocativa, che cattura ogni umore, odore, sensazione che risale dai vicoli della Sanità.

E il sangue, che tutto governa e a cui tutto fa capo. Il sangue, che denuda l’animo umano e lascia scoperta ogni pulsione, ogni contraddizione dell’uomo.

Una cosa è certa. Voglio tornare alla Sanità. Da Peppino, da Raffaele, da Assuntina.  E da Carmela, da Totore, da Rosetta e da tutti i derelitti che sopravvivono agli sgambetti di un destino avaro.

Ritrovarli. Consolarli. Salvarli. Dalla malavita, dalla malasorte e anche da se stessi. Tornare, si. Chissà che non sia possibile, un giorno….


L’autrice

Anna Vera Viva, salentina, si trasferisce a Napoli nel 1982. Scrive da molti anni ed è sceneggiatrice di docufilm e cortometraggi tra cui La consegna e Specchio delle mie brame, candidati al David di Donatello. Le sue passioni sono viaggiare e gironzolare per musei e gallerie d’arte contemporanea. Soggiorna spesso a Parigi e tra le montagne abruzzesi.


  • Casa Editrice: Garzanti
  • Collana: Narratori Moderni
  • Genere: Noir
  • Pagine: 250

UNA GIORNATA COMINCIATA MALE di Michele Navarra

Vogliamo vincere. Vogliamo vincere a dispetto della verità, a dispetto di chi è innocente o colpevole, vincere a ogni costo, si ripetè con un sorriso amaro, tornando con la memoria alle parole di quel vecchio film.


Trama

Durante una sera d’agosto sferzata da un nubifragio estivo, l’imprenditore romano Federico Santini guida a tutta velocità verso l’Argentario per raggiungere Claudia, la sua ultima conquista, mentre rimugina sull’ennesima questione legale in cui lo sta trascinando la sua ex moglie. Tra distrazione ed eccesso di velocità, l’auto di Santini travolge un ciclista. Non sembra esserci nessuno nei paraggi, e l’uomo, incurante dell’accaduto, riprende la sua corsa.

Nel giro di pochi giorni, però, tutto precipita. La mattina di Ferragosto, Santini si risveglia con la mente confusa e la memoria offuscata in un luogo che non conosce. Non riesce a ricordare nulla della notte precedente e, mentre decide di cercare Claudia nella speranza di scoprire cos’è accaduto, si trova invischiato nelle indagini su un terribile omicidio. Sarà l’avvocato Gordiani ad accettare di aiutare Santini, provando a districare la matassa e a ricostruire i fatti avvenuti a Ferragosto. Insieme alla sua abile quanto affascinante collaboratrice, l’avvocato trascorrerà le calde giornate d’estate tra Roma e l’Argentario, tra yacht ormeggiati nei porticcioli e suggestivi scorci del paesaggio toscano, cercando di farsi strada verso la verità e, possibilmente, verso la giustizia.



Recensione

Il titolo non passa inosservato. “Una giornata cominciata male” sembra ironizzare volutamente e con un certo sarcasmo sulle avversità che spesso intralciano il nostro quotidiano e che a volte sembra vogliano accanirsi su di noi. In realtà è piuttosto indicativo, se pensiamo a Federico Santini, imprenditore romano, amante delle bella vita, delle donne e degli eccessi, e stretto nelle temibili tenaglie di una ex moglie piuttosto rancorosa. Santini è investito, in effetti, da varie vicissitudini, guai grossi come macigni che rischiano di far precipitare la sua vita in un vero e proprio vespaio. Scivolare indenne tra le spire di questi disastri è un’impresa ardua, se non fosse per il suo avvocato, Alessandro Gordiani, abile e camaleontico guru del codice penale che sta vivendo una crisi familiare e anche un crescente disagio verso la sua professione, sempre più complessa e stretta dall’esigenza di vincere, spesso a discapito della legge e della giustizia.

Gordiani torna a popolare gli scritti di Michele Navarra, dopo aver fatto una splendida apparizione nei due precedenti lavori dell’autore. Un personaggio complesso, credibile, profondo, capace di mettere in discussione il ruolo dell’avvocato nel sistema giudiziario italiano, notoriamente pieno di trabocchetti, scorciatoie e nascondigli, gli stessi che allontanano l’ideale di strenuo difensore dei diritti dell’imputato in un procedimento penale traghettandolo verso meno virtuosi ruoli da prestigiatore, capace di trasformare un colpevole in un innocente.

Una lettura piacevole,  che ci porta nei luoghi fiabeschi della Maremma, tra le acque turchesi dell’Argentario e gli scorci di una toscana all’apice delle sue possibilità, naturalistiche e gastronomiche. Una trama che si esalta nella ricerca di un assassino che a ferragosto ha lasciato una bella e giovane ragazza a morire in un lago di sangue.  La ricerca del colpevole ci terrà sull’attenti, proprio mentre tutti gli indizi sembrano convergere verso Santini,  sulla cui testa converge più di un’accusa:  molestatore, pirata della strada, assassino.  E ancora di più lo faranno le scelte tattiche della difesa, che ci daranno una prospettiva illuminante e privilegiata dei meandri tentacolari della giustizia. Navarra mette in campo tutta la sua esperienza di avvocato penalista per costruire un disegno interessante ma anche altamente sconcertante su quella giungla intricatissima che è la legge, la giustizia, il rito del dibattimento giudiziale e le astuzie legalizzate che consentono agli avvocati di optare per decisioni difensive alquanto fantasiose e sicuramente opportuniste.

In fondo, però, ciò che risulterà determinante saranno le pulsioni umane, frutto di emozioni indomabili, che sfuggono alla logica. Spesso ciò che tradisce un assassino è proprio un istinto animale che gli fa compiere azioni del tutto irrazionali e avventate. E quando questo accade non c’è legge, artificio o astuzia che possa proteggere il colpevole. I virtuosismi di un difensore, le sua arringhe appassionate, la manipolazione sapiente della legge cadono di fronte all’imponderabile e indeboliscono i poteri di chi utilizza la legge per vincere una causa, a dispetto della giustizia.

Michele Navarra si conferma un grande virtuoso del legal thriller e anche un fine conoscitore dell’animo umano. Quello del reo e quello di chi deve difenderlo, inseguendo il sogno di una riduzione di pena se non di una assoluzione. La sua scrittura asciutta e in precario equilibrio tra fiction e manuale di procedura penale,  ci avvolge e ci coinvolge, in un’esperienza di lettura che raccomando a tutti.


L’autore

Michele Navarra, avvocato penalista dal 1992, nel corso della sua carriera ha avuto modo di seguire alcune delle vicende giudiziarie più importanti della storia italiana, dalla strage di Ustica alle imprese della banda della Uno bianca. Nei suoi libri ha creato il personaggio seriale dell’avvocato Alessandro Gordiani, presente anche nei romanzi Solo Dio è innocente (2020) e Nella tana del serpente (2021, che uscirà presto in Spagna), entrambi pubblicati da Fazi Editore.


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Darkside
  • Genere: legal thriller
  • Pagine: 315

IO SONO L’INDIANO di Antonio Fusco

Bevve un sorso. Poi, mentre parlava con Giulia, ebbe come un’illuminazione: gli amori hanno come una vita propria, pensò. Un tempo che, anche se costretto a fermarsi, si preserva a lungo. Come se fosse un timer messo in pausa, pronto a ripartire. Sentiva che al loro amore era rimasto ancora tempo da vivere.


Trama

Capelli lunghi legati con un codino, impulsivo, insofferente alle gerarchie e alle ingiustizie, l’ispettore Massimo Valeri è conosciuto da tutti come l’Indiano. Abita in una barca ormeggiata nel Porto turistico di Roma e le sue uniche compagne di vita sono una moto Guzzi California EV e Lorena, gatta dal portamento aristocratico che si presenta ogni giorno per reclamare cibo. Nel suo passato c’è Giulia, la sola donna che abbia mai amato davvero. Nel suo presente, un intricato caso da risolvere. Da una settimana una ragazza eritrea staziona davanti al commissariato del XVII distretto e chiede giustizia per la scomparsa del suo compagno Jemal, uno dei tanti fantasmi sbarcati in Italia. I giornalisti sono attirati dalla protesta e la polizia non ha risposte: per il sostituto commissario Bruno Tognozzi, detto il Cane, la faccenda è spinosa e l’Indiano, da poco entrato nella squadra ma già in rotta con il superiore, è la persona giusta su cui scaricare il problema. In una Roma sferzata dalla pioggia che si prepara alla piena del Tevere, tra disperati, potenti e faccendieri di ogni sorta, l’ispettore Valeri si troverà implicato in un’indagine ben più delicata del previsto. Da quella scomparsa infatti parte un filo sottile e invisibile che lega i destini e gli interessi di individui insospettabili. Antonio Fusco dà vita a un nuovo imperdibile protagonista del noir italiano: irregolare, scomodo e solitario, non vi dimenticherete facilmente dell’Indiano.


Recensione

Tornare a leggere Fusco, per me, è un po’ come tornare in un luogo sicuro. Dopo aver seguito per anni la storia del suo Commissario Casabona, ho iniziato la lettura de “Io sono l’indiano” con grande entusiasmo e con la certezza di ritrovare una trama ottimamente costruita, una rete coerente di personaggi e una storia che non si esaurisce esclusivamente in una indagine. Eppure, il mio pensiero tornava al Commissario Casabona, primo meraviglioso protagonista dei romanzi di Antonio Fusco. Un uomo di legge, un uomo di altri tempi, perfetto rappresentante di una generazione che mette innanzi il cuore alla testa e non può evitare di essere coinvolto anche dal lato umano di una indagine di polizia. Come poteva, Antonio Fusco, averlo lasciato andare via così? Accantonato, messo in quiescenza, senza un saluto, una parola. Abbandonato a se stesso, come del resto noi lettori, lasciati ad interrogarci sulle sue sorti?

Ma ho dovuto arrendermi alla legge del “chiodo scaccia chiodo”. Fusco, l’inossidabile funzionario della Polizia di Stato, napoletano di nascita e toscano d’adozione,  ha nuovamente calato l’asso. E incassato la posta in gioco, con una semplice mossa.

Dunque,  chi è questo indiano?

Un ispettore irriverente, dai tratti orientali e dalle origine dubbie. Un pinzetto e un codino sulla schiena. Insofferente alle regole ma con un suo codice d’onore. Un uomo solo e una gatta bianca e nera che ogni sera reclama cibo e attenzioni. Un uomo che ha amato una volta sola e che non si concede di amare di nuovo.

Ecco dunque  il nuovo protagonista nato dalla eclettica penna di Antonio Fusco. Al secolo Massimo Valeri, lavora a Roma, in un commissariato che unisce una varia umanità. Un po’ malvisto dal suo superiore, che lo costringe a seguire un caso che appare poco attraente, ma che nasconde un sottobosco di fatti, antefatti e sotterfugi politici.

Il tema di questo romanzo è l’immigrazione e i sottili meandri che circondano quello che appare a tutti gli effetti il fenomeno sociale dei nostri tempi. L’indiano si troverà a scavare in un fondale insidioso, che se smosso rilascia fango e dolore. Una indagine intricata, la cui posta in gioco non è solo la vita di un migrante scomparso e di una giovane donna che grida giustizia.

Fusco ci propina questa storia con una penna in splendida forma. Precisa, attenta, incline alla riflessione, buona per scuotere le coscienze e al tempo stesso ottima per regalare pura evasione.

Una scrittura che scorre leggera a che sa anche essere pesante come un macigno, quando scandaglia gli aspetti più abietti della nostra società. Una scrittura che non soffre il peso del tempo, che ha sempre molto da dire e che sa come intrattenere il lettore e che affianca all’indagine spaccati di vita vera che riescono a disegnare i confini del nostro vivere quotidiano.

Fusco è la dimostrazione che una vera vena narrativa non si esaurisce mai. Al contrario si arricchisce sempre e sa avventurarsi anche su terreni mai sperimentati prima, senza sforzo e senza forzature.

So di avervi incuriosito. E so che chi mi legge è in larga parte sensibile al fascino subdolo del thriller. Perdonatemi se ho scatenato la voglia irresistibile di leggere questo nuovo romanzo. Ma, sappiatelo, vi sto facendo un gran favore in realtà. E, in ultimo, gioite. Perché potrete soddisfare fin da oggi la vostra curiosità. Perché “Io sono l’indiano” esce oggi, in tutte le librerie e negli store on line.

Buona lettura. E l’indiano conquisterà il vostro cuore… inevitabilmente.


L’autore

Antonio Fusco (Napoli, 1964) è funzionario nella Polizia di Stato e criminologo forense. Vive e lavora in toscana. E’ autore della fortunata serie del Commissario Casabona.


  • Casa Editrice: Rizzoli
  • Collana: NeroRizzoli
  • Genere: thriller
  • Pagine: 212

CHE RAZZA DI LIBRO! di Jason Mott

Deglutì, cercando di trattenere le lacrime e di trovare le parole per dire a suo figlio: “Lo dimenticherai”.
Cercò le parole per dire: “Questo è solo il primo di tanti ragazzini che incontrerai nel corso della tua vita. Si accumuleranno l’uno sull’altro, settimana dopo settimana. Proverai a ricordarli ma alla fine la tua mente sarà troppo piena, e loro traboccheranno e te li lascerai alle spalle. E poi un giorno sarai grande e ti renderai conto di aver dimenticato il suo nome, il nome del primo ragazzino nero morto che avevi giurato di non dimenticare, e ti odierai. Odierai la tua memoria. Odierai il mondo. Odierai di non essere riuscito a fermare il flusso di cadaveri che si sono accumulati nella tua mente. Cercherai di rimediare, non ci riuscirai e affogherai nella rabbia. Te la prenderai con te stesso per non aver trovato una soluzione e affogherai nella tristezza. E lo farai e lo rifarai ancora, per anni, e un giorno avrai un figlio e lo vedrai sulla tua stessa strada e vorrai dirgli qualcosa per rimediare, qualcosa che lo salvi da tutto questo… e non saprai cosa dire”.
William voleva dire a Nerofumo tutte le parole giuste, ma non le aveva in mente. In mente aveva soltanto l’immagine di suo figlio disteso sul cemento, morto, proprio come tutti i ragazzini che andavano e venivano in televisione.

Trama

Uno scrittore americano ha appena pubblicato un libro di successo: durante il tour promozionale, fra interviste, avventure amorose e sbronze colossali, incontra un ragazzino dalla pelle nerissima che da quel momento in poi lo segue come un’ombra. A ogni tappa il Ragazzino racconta qualcosa di sé, affermando che i suoi genitori gli hanno insegnato a diventare invisibile, per proteggersi dalla brutalità del mondo. E in effetti, lo scrittore è l’unico in grado di vederlo, ma poiché è affetto da una strana malattia che gli impedisce di distinguere la realtà dal sogno è certo che si tratti di una semplice allucinazione. Ben presto, però, le sue visioni hanno il sopravvento, mettendolo di fronte a un passato che da sempre cerca di sfuggire, una verità che preme per liberarsi e ritrovare corpo e voce.

Commovente e feroce, esilarante e tragico, Che razza di libro! è la storia di un bambino che vede nell’invisibilità una promessa di vita, e di un uomo che vorrebbe uscire dalla propria pelle, per nascondersi dalla violenza. Con una lingua brillante e arguta, Jason Mott mette a nudo discriminazione e pregiudizio, mostrandoci la possibilità di un mondo dove il colore non è più un confine.


Recensione

Dire cosa sia questo libro non è cosa facile. Un racconto che parte a due voci. Un dialogo che finisce per diventare monologo. E un titolo che sembra ironico e ammiccante ma che sottintende esattamente ciò che recita. Razza. Non come “tipologia”.  Non come quell’interazione che sta ad indicare che il libro in questione sia un’eccezione, qualcosa fuori dalle righe. No. Razza indica razza. Un gruppo di individui di una specie contraddistinti da comuni caratteri esteriori ed ereditari.

Si, Che razza di libro parla di razzismo. Una parola ormai antiquata, anacronistica, fuori dal tempo. Quel razzismo, si, il razzismo padre di tutti i razzismi, quello che indica la presunta superiorità dei bianchi sui neri.

 Eppure il razzismo sopravvive anche in questa epoca. Di razzismo si muore, e non solo metaforicamente. Una condizione che sta appiccicata addosso indelebile. E ineluttabile, come il sangue che scorre nelle vene.

Jason Mott, autore americano che con questo libro ha vinto in National Book Award 2021, parla di razzismo senza cadere nel luogo comune. Senza rivangare la storia, senza puntare il dito, senza eccessi, senza sensazionalismo, senza retorica. Ma utilizzando un registro ibrido, che include ironia, sarcasmo, dramma e pathos. Si sorride, si piange, ci viene la pelle d’oca leggendo questo libro. E soprattutto non ci si annoia mai, perché ci si ritrova presi in ostaggio da una scrittura leggiadra e tagliente, evocativa e brillante. Immersi in una trama distopica, che ci porta a spasso tra le pagine senza che si riesca a capire dove si andrà a parare.

Verità e fiction, realtà e immaginario si mescolano e si confondono, creando un collage di tessuto mélange, dove la dimensione onirica va a braccetto con i fatti e crea il substrato ideale per confondere e irretire il lettore.

Veniamo alla trama. Il romanzo parla la voce di uno scrittore e quella di un bambino. Il bambino ha sviluppato il dono dell’invisibilità e può essere visto solo dallo scrittore, che è in qualche modo schiacciato dalla sua fervida immaginazione, quasi una malattia che confonde i confini della realtà con quelli del suo immaginario. L’invisibilità  serve al bambino per non essere visto da chi vorrebbe deriderlo, offenderlo, ferirlo, discriminarlo. In alcuni casi persico ucciderlo, per il solo fatto che è di colore. Serve per non fargli fare la fine di suo padre, morto ammazzato da un poliziotto davanti a casa. Eppure il bambino vuole essere visto dallo scrittore. Vuole esistere. Vuole capire perché non può farsi vedere. Vuole capire da cosa deve essere protetto. Il bambino incarna il fardello di essere nero. Una condizione che innesca l’inconciliabile desiderio di sparire e di esistere. Il bambino è chiunque viva in una condizione discriminante. E’ lo scrittore stesso che ha bisogno di ricordare chi è realmente. Una persona che confonde la realtà e che sembra non ricordare il suo passato.

Per tutto il romanzo aleggia nell’aria la notizia della morte di un bambino per mano della polizia. E’ uno dei tanti morti innocenti o è il bambino non visto? E il padre di famiglia ucciso sul prato? E’  il padre del bambino o dello scrittore? L’incertezza è il filo conduttore di questo romanzo, che è addirittura un romanzo nel romanzo, uno specchio autobiografico, probabilmente. E poi l’ultima cruciale domanda: come si può proteggere chi amiamo da tutto questo?

Dietro questi espedienti, che tengono impegnata la mente del lettore, si nascondono ben altri messaggi. E sono questi i messaggi importanti, quelli che ci fanno riflettere sul destino di un popolo schiacciato da tutti i macigni del mondo. Che poi si sorrida, leggendo, è tutta un’altra storia. E l’abilità di Jason Mott sta proprio in questo folle equilibrio tra dramma e ironia, quasi a suggerire che non occorre vestirci a lutto per ricordare l’amarezza della storia dei neri afro-americani. E che la cosa importante è proprio ricordare e consentire ad un popolo vessato di poter piangere la sua sorte disumana senza cadere nella palude insidiosa della commiserazione.

Che dire, Che razza di libro è una genialata. E’ la solidale carezza che diamo al bambino, che si affaccia alla vita senza sapere quanto questa possa essere crudele. E’ l’ironico candore dello scrittore, che preferisce dimenticare i suoi trascorsi piuttosto che indugiare nel rimpianto e nel rancore. E’ l’uno e l’altro. Ma anche l’uno e l’altro. Tutti e due. Insieme. Che si danno la mano. A sostenersi l’un l’altro. Perché il ricordo fa così troppo male, che è meglio truccarlo un po’.


L’autore

Jason Mott è uno scrittore americano, autore di romanzi e poesie. Che razza di libro! è stato selezionato in diversi premi, tra cui il Carnegie Medals for Excellence in Fiction, l’Aspen Words Literary Prize, il Joyce Carol Oates Prize. Ha vinto il Sir Walter Raleigh Prize for Fiction e il National Book Award for Fiction 2021.


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Collana: La Stagione
  • Traduzione: Valentina Daniele
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 310

INTERVISTA A PAOLO PINTACUDA

Sabato 21 maggio, Salone Internazionale del Libro di Torino, Stand Fazi Editore

Paolo Pintacuda, sguardo azzurro cielo, sorriso aperto e un malcelato accento siciliano, mi si para davanti mentre io mi aggiro, un pò in ansia, tra le meravigliose pubblicazioni dello stand di Fazi Editore, che ha pubblicato il suo romanzo JACU, uscito a febbraio. I modi schietti e aperti mi conquistano all’istante e scacciano ogni nube dalla mia testa. L’imbarazzo è dissipato, sono a mio agio e mi dedico a Jacu con tutto l’entusiasmo possibile.

La mia intervista è in realtà una chiacchierata a ruota libera, che prende le mosse dal suo personaggio, Jacu, e crea un cerchio concentrico sulla Sicilia, terra magica, che non cessa di suscitare meraviglia e incanto in me.

Anche con Paolo Pintacuda utilizzo il mio semplice schema basato sulle question words, le parole che in inglese introducono le domande, nel tentativo, che spero andato a segno, di standardizzare le mie interviste, dando tuttavia l’occasione all’autore di toccare i temi principali del suo romanzo.

Per un breve cenno al romanzo (sinossi, recensione, biografia dell’autore), lascio qui sotto il link al mio articolo del 16 Febbraio 2022, che ho pubblicato in contemporanea all’uscita del libro.

https://librinellaria.org/2022/02/16/jacu-di-paolo-pintacuda


Who (il protagonista)

Paolo Pintacuda: ” il protagonista del mio romanzo è Jacu, un settimino nato alla fine del IXX secolo. Secondo la tradizione Jacu sarà un guaritore, un uomo che toglie la malattia con l’imposizione delle mani. Di Jacu sappiamo molte cose, fatti che conosciamo in modo anomalo, sia dal punto di vista “oggettivo” di un narratore, sia da un punto di vista “soggettivo”: Jacu viene raccontato dagli altri, da chi lo ha conosciuto. Ognuno di questi narratori propina al lettore un suo punto di vista che può coincidere o meno con la realtà dei fatti.

Di conseguenza il lettore vive un’esperienza totale di ricerca: Jacu è di fatto ciò che altri dicono che sia. Il lettore, ad un certo punto dovrà chiedersi a chi deve credere: ai fatti narrati o alla versione di chi lo ha conosciuto?

Inoltre, quando Jacu sceglierà di andare in guerra, le sue azioni faranno nascere una ulteriore domanda: il lettore dovrà guardare la sua straordinarietà, riferita alle sue abilità di guaritore, oppure la sua umanità, quella che lo farà in qualche modo disertare dalle azioni e dalle battaglie?

La guerra, peraltro, di fatto sarà l’unica scelta che compie Jacu. Il resto della sua vita sarà governato dall’etichetta di guaritore che gli viene suo malgrado cucita addosso. Etichetta che sarà sia dono che maledizione per Jacu”.


Where (i luoghi del romanzo)

Paolo Pintacuda: “La vicenda di Jacu si svolge in Sicilia, in una zona non meglio identificata nell’interno dell’isola. Il paese in cui si svolgono le vicende è Scurovalle, un luogo inesistente nella realtà ma perfettamente plausibile con i tempi e la geografia della regione. I luoghi sono pervasi dalle suggestioni tipiche di un luogo chiuso in se stesso, prigioniero di ataviche tradizioni, che resistono agli stimoli del progresso e alle novità del nuovo secolo che si sta affacciando.

La piccola comunità in cui Jacu vede la luce è lo specchio dell’umanità intera e ne condensa tutte le caratteristiche. E’ un luogo che dà e che toglie. Jacu sarà per loro il guaritore, ma anche un traditore. Jacu sarà osannato e poi dimenticato dai suoi compaesani”.


When (epoca del romanzo)

Paolo Pintacuda: “la vicenda inizia nel 1899 e si snoda fino alla prima guerra mondiale. Ho studiato a fondo e mi sono documentato attentamente attraverso ricerche e approfondimenti, per evitare di scrivere delle imprecisioni sul periodo storico in cui si svolge il romanzo.

Mi sono ispirato alla storia di mio nonno, anch’esso settimino e anch’esso soldato durante la prima guerra mondiale, Di lui si sono narrate molte vicende, tra cui anche quella del “sabotaggio”, se così si può dire, della sua arma da battaglia, che ho riproposto per Jacu.

La storia di Jacu doveva nascere come soggetto cinematografico, ma mentre stavo scrivendo, è come fuggita dalla mia penna ed eccola qui”.


INTERVISTA A BARBARA CAGNI

Sabato 21 maggio 2022, Salone Internazionale del Libro di Torino


Ho incontrato Barbara Cagni sabato 21 maggio a Torino, presso l’affollatissimo stand di Fazi Editore, che ha edito il suo ultimo romanzo, PER SEMPRE, ALTROVE. Barbara era reduce della presentazione del suo romanzo, tenuta nell’importantissima cornice del Salone Internazionale del Libro di Torino. E nell’hangover inebriante del post presentazione si è comunque resa disponibile a questa breve intervista, nella festosa confusione del Salone, stretta tra orde di lettori e i rumori dissonanti della folla, confinate entrambe nella piccola saletta dello stand. I rumori di sottofondo erano insistenti, motivo per cui ho rinunciato a registrare l’audio e mi sono affidata alla penna.

Per alleggerire l’intervista ho utilizzato le question words, gli avverbi che in inglese sono utilizzati per introdurre delle domande. Ho dunque chiesto a Barbara di sviscerare who (chi? – inteso come il protagonista), when ((dove?) e where (quando?) del romanzo PER SEMPRE, ALTROVE.

Ecco un breve riassunto del romanzo:

Per sempre, altrove è un romanzo corale, che racconta, con la delicatezza e il candore tipico dell’infanzia, la vita e le speranza di una piccola comunità sperduta tra i monti del Cadore. Sono gli anni 50, ma il boom economico non ha lambito quei monti. Al contrario, da quei monti si fugge, si emigra, alla ricerca di una vita migliore. I giovani rincorrono il cambiamento e con loro anche Berta, che tornerà a casa persa in un mondo solo suo e curata malamente dalla medicina del tempo, che rattoppa  un equilibrio ormai perduto. Le donne sapranno riportare ordine in una comunità spaccata, aprendosi alle nuove consapevolezze e alle sfide future.



Who (il/i protagonista/i)

Per sempre altrove non ha un solo protagonista, ma diversi.

Uno fra questi è l’emigrazione, intesa non solo come mero spostamento da un luogo ad un altro, nella ricerca, spesso vana, di un futuro migliore, ma anche come sradicamento.

L’emigrazione è intesa come l’allontanamento da se stessi, dalle proprie radici, dalla propria storia, ma anche come emigrazione mentale, che richiama, appunto,  la malattia mentale, la schizofrenia in special modo, che pare colpisse particolarmente le persone che a quei tempi lasciavano le proprie case e affrontavano una realtà totalmente straniante. Nel romanzo Berta, che emigra in Svizzera per dimenticare un amore perduto, sarà colta, appunto da schizofrenia e curata con le tecniche del tempo, l’elettroshock e la lobotomia.

Qui Barbara si intrattiene con me sulle malattie mentali, ripercorrendo con la mente alcuni racconti ascoltati dalla gente del posto sui manicomi, luoghi che a quei tempi erano veri e propri microcosmi di dolore e emarginazione, che accoglievano non solo chi aveva bisogno di cure ma anche un variegati novero di persone scomode, come omosessuali e donne e uomini dal contegno insolito, fuori dalle righe.

Negli anni cinquanta iniziò, perlaltro ad affermarsi la lobotomia, in particolare  la leucotomia prefrontale transorbitaria praticata dal professor Fiamberti, tecnica che venne osannata come risolutrice di tutte le malattie mentali ma che invece riduceva i pazienti che vi erano sottoposti a vegetali, spegnendo in loro ogni fiamma vitale.

Altro protagonista del romanzo sono le donne, le figure femminili del romanzo. Le comari di “Per sempre, altrove” sono ben caratterizzate: donne abituate a lavorare duramente, l’anima delle loro famiglie, avvezze a chinare il capo davanti alla volontà e alle angherie del proprio uomo. Queste donne tuttavia sapranno farsi forza a vicenda, ognuno per quel che può e ribellarsi alle consuetudini che le vogliono silenziose e succubi.

La protagonista femminile principale è Berta, naturalmente, ma la sua figura è circondata e completata dalla figura di tutte le donne, ormai mature, consapevoli e pronte alle sfide del futuro.

Ultimo protagonista che voglio citare è il contesto storico, in cui il romanzo di svolge. Gli anni 50, la povertà che spinge ad emigrare, la voglia di assicurarsi un futuro senza incertezze e un salario, al posto dei miseri guadagni del lavoro in campagna, soggetto a troppe variabili ingovernabili dall’uomo. Le prime lotte sindacali, la nascita della coscienza di classe, i primi scioperi, come quelli organizzati dalle mondine, che incrociarono le braccia forti del fatto che in assenza del loro lavoro il riso marciva sotto l’acqua.

La connotazione sociale è molto importante nel romanzo, ribadisce Barbara, che ha voluto evidenziare la crucialità di quel momento storico per il futuro dell’Italia.

When (epoca del romanzo)

Il “quando” del romanzo sono gli anni 50 e 60 del novecento. Non si è ancora nel vortice del boom economico, ma in una situazione incerta e per certi versi sconosciuta. In Veneto il popolo conosce il solo lavoro dei campi ma i Governi del tempo spingono i contadini a lasciare le proprie terre, per inseguire il sogno di un futuro in altri luoghi, dipinti come luoghi di ricchezza e di serenità. Questa politica porterà un senso di sradicamento e molta incertezza. Il futuro roseo dipinto dai politici non si realizzerà mai in molti casi. In quegli anni è forte il divario tra il potere e il popolo. Ne è triste esempio la tragedia del Vajont, che tutti ricordiamo. L’emblema del braccio di ferro tra le logiche del potere e le sorti della povera gente, tenuta all’oscuro sulle sue sorti e sacrificabile in nome di interessi superiori.

Barbara ne fa cenno nel suo romanzo, come racconta, anche, della triste sorte dei minatori di Marcinelle, in Belgio, tra i quali morirà il mite Bastian, uno dei giovani uomini che sceglieranno, appunto, di emigrare.

Where (i luoghi del romanzo)

Tra i monti del Veneto c’è una vallata in cui scorre il Piave. Intorno vi sono piccoli centri isolati, sormontati da alte montagne spesso innevate. E’ il territorio del Comelico, nella regione del Cadore.

Lì, in un paesello senza nome, si svolge l’intera vicenda del romanzo. La comunità è piccola, tutti si conoscono, il livello di alfabetizzazione è molto basso, la povertà dilaga. Gli uomini sono rudi, spesso alzano il gomito e cedono alla violenza e all’abbrutimento. Le donne sono forti, abituate a lavorare duramente e sempre più consapevoli del loro potere, che proviene dalla resilienza e dalla capacità di fare quadrato. Questi luoghi sono sempre rimasti nella mia mente, da lì proviene la famiglia della mia mamma. Dal Comelico proviene anche una mia vecchia zia, che da giovanissima emigrò in Svizzera e che dopo pochi mesi dette i primi segni di un disagio mentale che l’accompagno, poi, per tutta la vita. E a lei che mi sono ispirata per il personaggio di Berta, per tratteggiare in generale tutte le donne del mio romanzo e per raccontate la vita nei manicomi.


E’ stato piacevole intrattenermi con Barbara che mi ha raccontato la genesi del suo romanzo e ha posto l’accento sull’attualità dei temi che vi tratta. Uno su tutti l’emigrazione, che ancora oggi ci riguarda da vicino e poi, la centralità del femminile, come dimensione attraverso la quale raccontare il vissuto di chi ci ha preceduto.

Arrivederci Barbara, al tuo prossimo lavoro!

Leggi la mia recensione del romanzo PER SEMPRE, ALTROVE qui

https://librinellaria.org/2022/05/15/per-sempre-altrove-di-barbara-cagni/

IL CASO ALASKA SANDERS

“In tutti noi c’è un gabbiano, la tentazione di cedere a una facile poltroneria. Ricordati di combatterla sempre, Marcus. La maggior parte dell’umanità è gregaria, ma tu sei diverso. Perché sei uno scrittore. E gli scrittori sono esseri a parte. Non dimenticarlo mai”.


Trama

Aprile 1999. Mount Pleasant, una tranquilla cittadina del New Hampshire, è sconvolta da un omicidio. Il corpo di una giovane donna, Alaska Sanders, viene trovato in riva a un lago. L’inchiesta è rapidamente chiusa, la polizia ottiene la confessione del colpevole, che si uccide subito dopo, e del suo complice. Undici anni più tardi, però, il caso si riapre. Il sergente Perry Gahalowood, che all’epoca si era occupato delle indagini, riceve un’inquietante lettera anonima. E se avesse seguito una falsa pista?

L’aiuto del suo amico scrittore Marcus Goldman, che ha appena ottenuto un enorme successo con il romanzo La verità sul caso Harry Quebert, ispirato dalla loro comune esperienza con un altro crimine, sarà ancora una volta fondamentale per scoprire la verità. Ma c’è un mistero nel mistero: la scomparsa di Harry Quebert. I fantasmi del passato ritornano e, fra di essi, quello di Harry Quebert.


Recensione

A certe fascinazioni è davvero impossibile poter resistere. Ci attirano a sé, come in una trappola, dove ci si lascia cadere, impauriti eppure eccitati e impazienti di tornare e provare sulla pelle quell’emozione che ci ha già soggiogati.

Il nuovo romanzo di Joel Dicker, uscito in Italia pochi giorni fa, sembra aver prodotto un simile incantesimo sul pubblico dei lettori. Attesissimo, sia l’autore che la sua nuovissima opera, ha fatto registrare in record di presenze al Salone Internazionale del Libro di Torino, dove, sabato 21 maggio, ha presentato e autografato “Il caso Alaska Sanders”.

Idealmente il seguito de La verità sul caso Harry Quebert, uscito nel 2013, il nuovo libro richiama (anch’esso), già a partire dal titolo, un’indagine di polizia, e replica nei lettori l’aspettativa di una lettura coinvolgente e irripetibile. Un’aspettativa che non verrà delusa, perché il romanzo, un tomo di oltre 600 pagine, si permette il lusso di non scoraggiare nessuno e, al contrario, di regalare un’esperienza di lettura piena ed esaltante.

Il protagonista, Marcus Goldman, ritorna, con la sua vita tormentata, in cui il successo sembra sottrarre lo spazio vitale all’ amore, che latita, come se non potessero coesistere. E torna anche il sergente Perry Gahalowwod, che si occupò, giusto due anni prima, del caso di Harry Quebert. Una coppia azzeccatissima, accumunata da un desiderio feroce di verità e tenuta insieme da una miscela di buoni sentimenti. Con loro, le atmosfere sonnolente della provincia americana, dove il male sembra convergere senza scampo, nonostante la quiete che sembra pervadere quei luoghi.

Un omicidio che sembra risolto e che invece viene rimesso in discussione. Vecchie ferite mai rimarginate e un innocente che sconta per un reato che probabilmente non ha commesso. La verità, che si cela dietro mille apparenze e che costringe Marcus e Perry dentro le spire di un’indagine complicata e avvincente. Una vittima e un carnefice. Una vita che nasconde un’ombra e un assassino che potrebbe essere chiunque.

Chi ha ucciso Alaska? E chi era veramente?

Joel Dicker possiede il dono di una prosa ipnotica, accattivante, un fiume che accoglie molti affluenti, ognuno con la sua storia. Capace di saltare con agilità tra un’epoca e l’altra, di innestare nella storia principale mille altre storie, che nascono e muoiono nello spazio di poche pagine, senza che il lettore perda il filo della narrazione. Capace di gettare i semi di molte altri racconti, che germogliano spontaneamente ad arricchire una trama già di per sé traboccante di meraviglia, incanto e intreccio sublime e attraente.

Una prosa fluida, che accompagna alla meta qualunque lettore, poiché è davvero impossibile che non ci si lasci cullare dal suo fraseggio, dalle sue lusinghe, dalle moine di un racconto che sembra esistere solo per seminare il dubbio e con questo legarti a sé, fino alla fine.

E’ innegabile che il successo di Dicker risieda anche nell’essenza vitale del suo protagonista. Marcus Goldman suscita nel lettore l’empatia più pura e salda ed è, a tutti gli effetti, l’alter ego del suo creatore. Joel e Marcus hanno un’esistenza speculare. Entrambi scrittori, entrambi padri degli stessi romanzi che Joel scrive nella realtà e Marcus nella finzione.

Insomma, ecco che in questa geniale e conturbante confusione, entrambi ottengono un enorme successo, da poter condividere senza recriminazioni.

Non si dire in quale anfratto Dicker abbia nascosto la ricetta che utilizza per la sua scrittura. E se, nelle pieghe del suo affascinante sorriso nasconda un incantesimo che getta sul lettore, per legarlo alle abbacinanti volute delle sue trame. Cosa sogni quando dorme e cosa pensi quando è sveglio. Come ottenga l’idea che illumina una traccia. Come la sviluppi. Come pieghi ai suoi voleri i capricci di una trama che sembra nascere dalla una penna dotata di vita propria. Come nasca un successo, come si alimenti, come si mantenga in salute e in vita. Di certo so che tutti questi segreti sono ormai appannaggio di questo meraviglioso autore, il cui nome evoca in un attimo l’estasi di una lettura che ci avvolge, ci prende per mano e ci conduce in un mondo irreale, dove si muove il suo replicante, parimenti affascinante e irresistibile.

Non posso che indurvi a prendere questo romanzo, aprirne le pagine, abitarle, viverle, sognarle. Come ogni cosa bella, la lettura sarà troppo breve, molto intensa e immensamente gratificante. E a lettura finita, la certezza di voler leggere ancora, e ancora. E l’attesa, che sarà inevitabile. Per tornare da Marcus, ancora.


L’autore

Joël Dicker è nato a Ginevra nel 1985. I suoi romanzi sono tradotti in 40 lingue e hanno venduto più di dieci milioni di copie. Ha pubblicato La verità sul caso Harry Quebert (2013), Gli ultimi giorni dei nostri padri (2015), Il libro dei Baltimore (2016), La scomparsa di Stephanie Mailer (2018), L’enigma della camera 622 (2020), Il caso Alaska Sanders (2022). Ha ricevuto il Prix des écrivains genevois 2010, il Grand prix du roman de l’Académie Française 2012 e il Prix Goncourt des Lycéens 2012.


  • Casa Editrice: La Nave di Teseo
  • Collana: Oceani
  • Traduzione: Milena Zemira Ciccimarra
  • Genere: thriller
  • Pagine: 607

PER SEMPRE, ALTROVE di Barbara Cagni

 
La Rufina accarezzò Berta e le mise in braccio il bambino. Mia sorella lo strinse forte e vidi un lampo di vera serenità nei suoi occhi, mi sembrarono vivi come mai erano stati in quegli ultimi cinque anni.
“E’ la testa, bambine”, disse la mamma toccandosi la tempia con un dito rivolta a me e a Clarissa. “Non importa l’età, è tutto qui dentro. Dovete pensare con la vostra testa. Ricordatevelo”.
La Nena la pensava allo stesso modo. “Una donna deve pur scegliere per sé”, commentò. “Per il vostro compleanno vi regalerò un paio di pantaloni, vedrete come sono comodi”, ci disse grattandosi il porro.
Vi sedemmo tutte intorno al tavolo e la Gilda riempì i bicchieri, la Rufina ne prese uno e salì le scale per portarlo al figlio. Poi scese e si accomodò tra noi. Berta era accanto alla mamma, con la sua razione abbondante di pane accanto al bicchiere. Mangiò in silenzio, svuotò il piatto e quando afferrò la prima fetta di pane la vidi sorridere.


 

Trama

A volte, l’unica scelta possibile è quella di partire.

Un libro sull’emigrazione intesa in senso lato, da un paese, da se stessi, dagli altri, e sui danni provocati dal senso di sradicamento e dalla solitudine che la scelta di partire spesso comporta.

È una domenica d’autunno del 1955 quando una telefonata raggiunge la famiglia della piccola narratrice della storia per avvisare che Berta, la sorella maggiore a cui è più legata e che è da poco emigrata in Svizzera, ha iniziato a dare segni di squilibrio. Il padre parte immediatamente per riportare la figlia a casa, nel piccolo paese di montagna dove il tempo trascorre lento come il Piave giù a valle e dove la comunità affronta la vita con la stessa naturalezza degli alberi del bosco, anche se con radici assai più fragili: sono sempre di più, infatti, i giovani costretti a emigrare per trovare lavoro, così come aveva fatto anche Berta, spinta da una sofferenza profonda e tutta personale.

La protagonista del libro, così, ripercorre la dolorosa vicenda della sorella ma anche tutto il prezioso mosaico di vite del paese in cui ha trascorso l’infanzia, tra gli abbracci della migliore amica Clarissa, le chiacchiere delle comari, i discorsi impegnati del padre, i balli in piazza d’estate e gli addii, purtroppo sempre più numerosi, di coloro che provano a cercare fortuna altrove.

Un’autrice nuova che affronta temi importanti con una scrittura estremamente delicata e un’amorevole cura dei dettagli: in Per sempre, altrove si intrecciano i desideri e le fragili speranze di chi parte e di chi resta, ma anche di chi non sarà più in grado di tornare indietro. Un romanzo suggestivo che parla di distacchi e lontananza, ma anche e soprattutto una potente riflessione sull’amore, il coraggio e la solidarietà tra donne che, spesso dimenticate, sono da sempre il cuore pulsante di ogni comunità.


Recensione

Gli anni cinquanta e una vallata chiusa tra i monti del Cadore. Un piccolo centro dove le donne vivono per lo più sole. Gli uomini se ne sono andati. Se ne vanno, in paesi lontani, alla ricerca di un’opportunità che renda la vita dignitosa.  E chi è rimasto spesso latita dal suo ruolo di padre o di compagno di vita. Le donne del Comelico sono forti. Abituate a vivere con poco. A portare sulle spalle il fardello della famiglia, dei figli da allevare. Lavorano sodo e sono rassegnate a una vita di fatiche.

La piccola Reda racconta,  con la sua voce limpida e capace di penetrare le sfaccettature di un’esistenza ingrata e a volte indecifrabile, la vita di questa comunità e della sua famiglia. Cinque figlie femmine tra cui Berta, la più bella, la più delicata, che sfiorirà accanto ad un sogno infranto, persa in un mondo inaccessibile di cui nessuno possiede la chiave. Berta, emigrata anche lei in cerca dell’oblio, tornerà a casa con la mente rotta, senza più scintille negli occhi. Conoscerà le aberrazioni della medicina del tempo, che cura il malessere psicologico con la violenza e il distacco, nella convinzione di poter aggiustare un equilibrio perduto con un frettoloso e invasivo rattoppo.

Berta, che si trova altrove, per sempre. In un luogo che nessuno potrà mai visitare.

La storia di Berta è il pretesto per entrare nella vita di tutte le donne del paese. E per ripercorrere il fenomeno dell’emigrazione che in quegli anni interessò molte parti d’Italia. Utopia di una vita migliore ma anche come un distacco traumatico dalle abitudini di una vita. Le condizioni di vita degli emigranti sono dure, fatte di emarginazione e sfruttamento. E di morte, che rincorre gli uomini nel sottosuolo, tra i cunicoli delle miniere. E le donne, nelle acque putride delle risaie piemontesi.

E al paese, spesso strette nel lutto e negli stenti di una vita familiare ingrata e a volte violenta, le donne del Comelico fanno quadrato. Si aiutano, si sostengono, accettano con fermezza gli schiaffi della vita, anche quelli più violenti. Si fanno forza e capiscono che possono farcela anche da sole. Che se sono dure anche gli uomini le rispetteranno, perché ne avranno paura. Che, in fondo, possono fare a meno di un uomo che esiste solo per umiliarle.

Barbara Cagni esordisce con questo romanzo, delicato e crudo al tempo stesso. Entra in punta di piedi nel cuore vivido di un recente passato, in cui la vita mostra tutti gli angoli e le asperità, fatte per forgiare una generazione di donne che si farà trovare pronta per tutte le sfide degli anni a venire, non ancora concluse, in verità.

La sua scrittura conquista al primo sguardo e porta il lettore in un ambiente vivo, palpitante ma anche arcaico e arretrato. Dove alla medicina si preferisce la magia. Dove l’uomo semplice china la testa perché ignora le cose dei potenti, di chi è istruito. E accetta di essere l’ultimo ingranaggio di una catena che finisce per stritolarlo.

Eppure, da lontano, arrivano le prime eco delle lotte sindacali. E si inizia ad alzare un poco lo sguardo, incontro ad una consapevolezza che porterà anche il popolo a pretendere di contare qualcosa.

I temi che affronta la Cagni sono importanti e intergenerazionali. Uno su tutti quello del distacco, che dilania chi parte e chi resta in egual misura, portandolo a confrontarsi con l’incertezza e lo straniamento, con il nuovo che spaventa, distrugge ed apre a scenari inaspettati  con cui fare i conti. Crescere oppure perire. Un tema antico e ancora aperto, ora più che mai.

La sua scrittura scivola via come olio e regala al lettore una dolce tristezza. La malinconia di un passato che appare ingrato e insopportabile. E la consapevolezza di avercela fatta, in qualche modo. Di essere sopravvissuti ed essere diventati migliori.


L’autrice

Barbara Cagni è nata a Milano, dove si è laureata in Biologia e ha studiato Scrittura creativa.


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Genere: narrativa italiana
  • Pagine: 197

ZUCCHERO BRUCIATO di Avni Doshi

Le cose cambiavano in continuazione e il mio valore dipendeva dalle mie attrattive fisiche, che sarebbero scomparse, come era accaduto a lei.
Avevo la netta sensazione che provasse piacere del dirmi quelle cose, nel sapere che avrei sofferto quanto lei; si consolava al pensiero che il dolore non sarebbe finito, non mi avrebbe risparmiato.
Quando ripenso a quei giorni mi chiedo se mi abbia mai visto come una bambina da proteggere. O mi ha sempre visto come una rivale, o peggio, una nemica?
Gli anni dell’adolescenza sono stati quelli in cui sono arrivata più vicino all’odiarla. Fantasticavo spesso che non fosse mai nata, anche se sapevo che ciò avrebbe spazzato via anche me; capivo benissimo quanto fosse profondo il nostro legame, e che distruggere lei avrebbe inevitabilmente distrutto anche me.

 


Trama

«Mentirei se dicessi di non aver mai gioito dell’infelicità di mia madre.»

Tara è sempre stata una ribelle, contro tutto e tutti. Costretta a un matrimonio di convenienza, è scappata di casa, si è presa diversi amanti, ha vissuto a lungo insieme con un guru e si è persino ridotta a fare la mendicante. In tutto ciò, sua figlia Antara, per lei, è sempre stata un peso, una valigia da portarsi appresso e poco più. Però il tempo della ribellione di Tara adesso è finito; ha quasi sessant’anni e l’Alzheimer la sta consumando, a poco a poco ma inesorabilmente: lascia il fornello acceso per tutta la notte, dimentica le incombenze quotidiane, si ostina a telefonare ad amici morti da tempo. E non ricorda più i piccoli e grandi gesti crudeli nei confronti della figlia, che sono invece marchiati a fuoco nella memoria di Antara. Eppure, nonostante tutto, Antara si sente in dovere di occuparsi di quella madre che non si è mai presa cura di lei. E così, mentre la convivenza forzata la induce a ripercorrere le pagine più dolorose del suo passato, cerca di sbrogliare la matassa di tradimenti, riconciliazioni e rotture, e di sciogliere una volta per tutte il nodo di quel legame che ha forgiato il suo cammino, ma che adesso rischia di soffocarla. Con una prosa lucida e affilata come la lama di un rasoio, Avni Doshi scava tra le pieghe di quel rapporto unico che lega una madre e una figlia, mettendone in luce la complessità e le contraddizioni, ma anche tutta la forza e l’amore che lo contraddistingue.


Recensione

Una confessione, ma anche il bisogno di psicoanalizzare le dinamiche perverse di un rapporto personale assai complesso. La ricerca di una colpa, che deve esserci. Che serve a sollevare un animo, quello di Antara, compromesso dalla pesantezza dei ricordi. Colpevolizzare, recriminare, assolvere. Odiare, perché l’odio è la forma più pura dell’amore negato. Crescere, affrancarsi da un’infanzia ingrata. Scendere a patti con le rotture, i tradimenti, lo strazio di essere invisibile agli occhi chi di dovrebbe proteggerci. E perdonare, senza dimenticare. Perdersi, senza mai ritrovarsi. Ammalarsi, senza mai guarire.

Non ricordo un romanzo che mi abbia fatto pensare così dolorosamente alle ferite che una madre può infliggere, più o meno consapevolmente,  alla propria figlia. La somma di alcune mancanze e la sottrazione di attenzione, di amore, di considerazione. La matematica, certo, non viene in aiuto nel determinare quanto male serva per distruggere un legame, per distorcerlo e renderlo avariato. Eppure c’è una soglia oltre la quale l’amore diventa indifferenza e la cura un peso, un fardello da lasciare ad altri, perché insostenibile.

“Zucchero bruciato” è l’indagine accurata e senza filtri di Antara nei confronti della propria madre, Tara, il cui nome è già di per sé una sottrazione rispetto a quello della figlia. Antara viviseziona la propria storia, segnata dalla separazione dei genitori e dall’esistenza disordinata e dissoluta della madre.

Tara mostra i segni di una precoce demenza, eppure per tutto il racconto rimango con il sospetto che questo disordine mentale sia frutto della mente di Antara. Una vendetta tardiva. Il bisogno di recriminare, rivangare e condannare. E che anche Tara, da parte sua, scelga di nascondersi in questa debolezza, che pare assolverla dai suoi errori passati. Una mente che vacilla può essere il pretesto per riconciliarsi con un passato inaccettato e inaccettabile? Di fatto i medici non riscontrano evidenti anomalie mediche in Tara.

Ma il punto, ovviamente, non è questo. Anche se costituisce una parte importante di tutto il processo mentale di Antara, della genesi del suo castello accusatorio e della piega che prenderà sua vita adulta, in special modo con l’esperienza della maternità, vista come una sorta di nemesi.

Il punto è che Antara deve crescere, affrancarsi dal sentimento persecutorio che nutre verso la madre e dal senso di colpa, per ciò che pare essersi meritata.

Ma il rapporto madre-figlia è un rapporto fatto di contraddizioni. Di competizione,  di gelosie, di incomprensioni. Di aspettative  e di necessità di rispecchiarsi nella figlia. Una figlia che non tradisca i suoi ricordi di gioventù. Che realizzi i suoi desideri mancati. Che le faccia rivivere l’ebrezza della giovinezza e la vertigine della bellezza, che esplode e sfiorisce in pochissimo tempo.

Diventare adulti, in fondo, è proprio emanciparsi dalla necessità di realizzare i desideri della propria madre. Trovare se stessi, riconoscersi, affermarsi di fronte agli altri.

Un tortuoso cammino di consapevolezze che si snoda in milioni di curve, scossoni, buche, deviazioni.

Questa lettura farà venire a galla anche i nostri malesseri e non è detto che si sia pronti a guardarli in faccia. Eppure è una lettura illuminante, dilaniante, che ci farà male per certi versi e ci consolerà per altri.

Avni Doshi sicuramente riesce a infilarsi nel nostro io più profondo, distraendo i nostri ricordi e rivangando, forse, anche certi rancori che credevamo sopiti. Ma è una lettura necessaria, che lascia il segno. Come lo è la prosa di questa giovane autrice, al suo esordio, che incede senza clamori sintattici ma che è come se urlasse, stordendoci.


L’autrice

Avni Doshi è nata in New Jersey e ha studiato storia dell’arte al Barnard College di New York e alla University College London, prima di trasferirsi a Dubai. Il suo romanzo d’esordio, Zucchero bruciato, si è subito imposto all’attenzione di pubblico e critica, vincendo numerosi premi ed entrando tra i finalisti del Booker Prize. Attualmente è in corso di traduzione in 28 Paesi.


  • Casa Editrice: Editrice Nord
  • Traduzione: Francesca Martucci
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 380

LA CACCIA di Will Dean

Gli alberi sono infiniti. Maledettamente infiniti. Sono un oceano, uno spazio astrale, un incubo. Chi potrebbe immaginare una cosa simile? Sono talmente fitti che i rami più bassi, grigi e senza aghi, quasi si confondono. Non scorgo il cielo, vedo solo nuvole e pioggerella. E non sento gli animali, gli uccelli non cantano e non fanno frusciare i rami spostandosi. Ma so che sono tutti qui.


Trama

Dopo un’intensa e sfibrante esperienza londinese al Guardian, Tuva Moodyson è finita alla redazione di un insignificante quotidiano locale di una cittadina del Värmland, nel cuore della Svezia. Curiosa e ostinata, alla notizia della morte di un cacciatore, centrato in pieno petto da un proiettile di fucile, è subito in prima linea. Tutto fa pensare che il killer chiamato Medusa, noto per aver colpito nella zona molti anni prima, sia tornato a uccidere. All’improvviso, la cittadina dimenticata dal mondo si riempie di giornalisti alla ricerca di scoop, ma è Tuva ad avere in mano la grande occasione per dare una svolta alla sua carriera, tanto più che nessuno dei suoi concorrenti conosce gli stravaganti abitanti del posto come lei. Ci sono però due problemi. Primo: Tuva è sorda, e in un’indagine che percorre aree inaccessibili e isolate questo può essere un grosso inconveniente. Secondo: a Tuva i boschi non piacciono per niente, tutt’altro, la spaventano a morte. Perché lei ama l’asfalto e le stazioni di servizio, il cinema e i fast food, vuole essere circondata dalle luci e sentire intorno a sé il movimento e l’energia. Ma più si immerge nel caso, più è costretta a inoltrarsi nel fitto della foresta e a fare i conti con le sue paure, fino a rendersi conto che il silenzio assoluto non esiste.


Recensione

Le atmosfere e la natura selvaggia della Svezia centro meridionale. Boschi, foreste impenetrabili, che trasudano umidità e freddo che entra nelle ossa. Buie, brulicanti di vita. Milioni di insetti ma anche animali possenti, uno su tutto l’alce, la sua mole spaventosa e il suo aspetto preistorico. L’uomo è un ospite indesiderato. L’uomo comune non si addentra nel groviglio di alberi altissimi e fitti. Ma a Gavrick, piccolo centro ai margini della foresta di Utgard, gli uomini praticano la caccia, un rito antico e atavico, che affonda le sue radici nella necessità di contrastare la crescita vertiginosa del numero di alci presenti nella foresta, che si cibano dei germogli degli alberi. Ma che in realtà è anche una sorta di codice d’onore che contraddistingue un vero uomo. L’unico modo conosciuto per mostrare agli altri la propria virilità.

La caccia serve per interagire con la natura e per convincersi di poterla governare e sottomettere. In realtà la foresta è così immensa, impenetrabile e misteriosa che non può che spaventare e respingere chi non la conosce.

E’ proprio così per Tuva Moodyson, che si trova suo malgrado a vivere a Gavrik, dopo aver lavorato come giornalista a Londra. La malattia terminale della madre l’ha richiamata nel Varmland. A Gavrik scrive sul giornale locale: cronaca, annunci funerari, l’infinita lista dei piccoli avvenimenti di una comunità chiusa nel suo guscio. Tuva è un pesce fuor d’acqua: Gavrick le riporta alla mente la sciagura che ha distrutto la sua vita: la morte del padre e l’inizio del declino di sua madre, con la quale non è più riuscita a stabilire un rapporto di amore e di reciproca comprensione. Ma resiste, sperando in una buona occasione che possa riportarla a vivere in una grande città, dove il suo handicap fisico, la sordità, è meno invalidante e limitante.

Quando la notizia di un cadavere nel cuore della foresta giunge in redazione, Tuva si getta a capofitto nell’indagine, ma dovrà scontrarsi con un muro di gomma. I personaggi con cui avrà a che fare sono bizzarri, reticenti e non tutti sembrano accettarla. Tuva infatti smuove la fanghiglia che si è depositata sul fondo e la comunità di Gavrick non desidera far tornare a galla brutti ricordi e piccoli e grandi segreti.

Tuva e la foresta, l’enorme esercito di alberi e degli animali che vi si celano, dovranno scendere a patti. Perché l’assassino è lì che si muove, lì colpisce e lì nasconde il segreto che lo spinge a uccidere. Tuva deve vincere le sue paure e risolversi a penetrare la buia cortina di alberi, dove si nasconde un cuore vivo e pulsante, che porta la memoria a fatti già accaduti in passato. La foresta e quella comunità chiusa in se stessa sembrano respingerla ma anche attirarla in una trappola. Tuva sa che dovrà infilarsi tra quei fusti solidi e altissimi, tra le fronde degli aceri e tra i roghi del sottobosco. Nella bruma che sale dal terreno umido e disseminato di foglie. Nel gelo umido che avvolge gli alberi, nel labirinto ipnotico dei tronchi, nel rumore sonnolento delle foglie mosse dal vento, che Tuva ascolta suo malgrado attraversi i delicati apparecchi acustici. Seguire le orme degli alci e il fetore delle viscere degli animali uccisi nelle battute di caccia, che i cacciatori lasciano incuranti sul terreno. Dissolversi negli umori della foresta, che ti fa sentire insignificante, alla mercè delle forze della natura.

Una lotta senza voce, che si trascina tra una piccola donna senza udito e l’enorme foresta che risuona di spaventosi echi. Il gugulare dei gufi, il bramito delle alci, lo sfarfallio delle zanzare e degli uccelli. E i passi di un uomo che uccide le sue vittime senza pietà, né un motivo apparente, coperto dall’omertà di una comunità che convive da sempre con una natura roboante e volitiva.

Alla fine Tuva scoprirà la verita. Una verità che non ci si aspetta, che lascia il lettore incredulo e su di giri, per l’adrenalina che viene dispersa nelle ultime pagine del romanzo.

Tuva vincerà soprattutto su se stessa e sulle sue paure. E la foresta di Utgard la proteggerà, schiudendo i suoi rami fitti e aggrovigliati lasciando entrare la luce.

La caccia è un thriller magnifico, che inchioda alle sue pagine. Un romanzo che mi ha incantata e abbacinata. Una storia cha affonda le sue radici nei riti che circondano l’arte venatoria, che vede nell’inseguimento, nell’azione, nella scoperta e nel sangue, la propria essenza. La natura è la protagonista di questo romanzo, così potente e imprevedibile, misteriosa e impenetrabile. Una natura che spaventa e che ribadisce il ruolo marginale dell’uomo nel disegno superiore e imprescrittibile dei meccanismo del mondo.

La natura, grande e onnisciente e Tuva, con le sue debolezze e le sue fragilità, che la fronteggia e la sfida, in un confronto che cessa fin da subito di essere una semplice ricerca della verità per diventare, invece, il simbolo del desiderio umano di comprendere, interagire, manovrare la propria sorte.


L’autore

Will Dean è cresciuto nelle Midlands orientali e si è laureato in giurisprudenza alla London School of Economics. Dopo aver lavorato nella City di Londra per diversi anni, si è ritirato a scrivere nei boschi della Svezia, dove insieme alla moglie vive in una casa di legno che lui stesso ha costruito. La caccia è stato selezionato nella shortlist del Not the Booker prize del Guardian, e Tuva Moodyson diventerà presto la protagonista di una serie tv.


  • Casa editrice: Marsilio Editore
  • Traduzione: Valeria Raimondi
  • Collana: Le Farfalle
  • Genere: Thriller
  • Pagine: 366