ATTI DI SOTTOMISSIONE di Megan Nolan

La sofferenza delle donne è dozzinale ed è usata in modo dozzinale da donne disoneste in cerca soltanto di attenzioni – e fra tutti i nostri peccati capitali, cercare attenzioni di sicuro dev’essere uno dei più gravi.

Trama

Quando lei, giovane e travolta dalla Dublino notturna, incontra lui, Ciaran, bello e risoluto, succede qualcosa di semplice e straordinario: l’attrazione rompe gli argini, si mescola alle fragilità e alle paure, diventa il significato stesso del vivere. Nasce così una relazione che per la protagonista è un alternarsi di estasi e sofferenza, di gelosia sfrenata unita a un piacere così intenso e bruciante da creare dipendenza: lei vuole annullarsi nel corpo di lui, dissolversi nei desideri fino a non lasciare più spazio alla propria identità. Mentre Ciaran, uomo emotivamente incapace e ferito, non trattiene i propri atteggiamenti malsani e crudeli. Fino all’epilogo, distruttivo e liberatorio, che apre la strada a una fuga e una rinascita.

Megan Nolan racconta una storia di anti-amore, interrogandosi su cosa significa vivere in funzione del desiderio altrui, della volontà di essere amate a tutti i costi, rinunciando a ogni filtro che non sia lo sguardo dell’altro. Attraverso un serrato monologo interiore, sincero come il cristallo, Atti di sottomissione parla della seduzione del nulla, che può piegare il senso stesso dell’amore rovesciando certezze, moralismi, rivendicazioni e cliché, in un’estenuante battaglia interiore per la conquista delle proprie emozioni.

Questo libro è per chi sogna un amore che renda magica la pioggia, per chi galleggiando in mare aperto perde peso ma trova consistenza, per chi non sa godersi il primo bicchiere di vino perché pensa già al secondo, e per chi cerca nel corpo dell’altro un luogo di preghiera, dove dimenticare la propria carne viva e dissolversi nella bellezza assoluta.


Recensione

Una storia scritta in prima persona che rompe gli argini del buon senso e della decenza. Un romanzo che scuote, scandalizza e rappresenta l’estasi e la sofferenza che deriva dall’amare una persona a cui inconsapevolmente hai consegnato le chiavi della tua felicità. Tutto riponi in quell’amore che nasce innocente e denso di aspettative. Una scatola magica, un vaso di Pandora da cui irrompe un coacervo di emozioni, di gesti, di brividi e di godimento fisico e mentale. La tua vita si indirizza tutta verso quell’anfratto di gioia pura, dove ogni sensazione diventa estrema e pericolosa. Perché è pericoloso consegnarsi ad un altro e lasciare che sia il depositario del significato di una intera esistenza.

La storia di lei è una storia già scritta, incisa a fuoco sulla pelle di molte donne, ansiose di piacere, di essere approvate, tanto da concedersi con troppa facilità. La vertigine di essere accettate, di essere belle, apprezzate, disinibite e intelligenti  ti fa fare cose che non vorresti fare, ti fa cedere, abbassare il capo. E questo cedimento ti svilisce, ti degrada. Ma non puoi sfuggirgli, quando riponi nell’amore tutta le tue speranze, tutta la tua fede.

Quando lei incontra Ciaran è già provata dalla vita. Ha abbandonato gli studi, conduce una vita precaria, beve troppo e l’alcol è un appiglio scivoloso ma apparentemente affidabile per salvarla dalle sue paure.

Ciaran è la sua salvezza. Ma anche la sua perdizione. Instabile e emotivamente provato, la spingerà sull’orlo del buio e lei potrà solo decidere di annientarsi oppure reagire nell’unico modo che conosce, distruggendosi.

“Atti di sottomissione” è un romanzo coraggioso, sincero, doloroso e catartico. Una prosa asciutta, sfrontata, provocatoria che tuttavia lascia ampio spazio ad una introspezione così chiara da sembrare quasi crudele. Una finestra sul costante delirio di una donna che cerca di difendersi dai morsi di un amore malato e totalizzante, fino a che non riuscirà a distruggerlo e a distruggere se stessa nella necessaria esplosione.

Una storia di dolore, chiusa nelle stanze asfittiche di una femminilità corrotta e sbagliata. La ricerca di un equilibrio che si nasconde nelle pieghe della pelle, dietro ai tagli e alle cicatrici, sotto i vestiti provocanti o sciatti e nella carne che non trova mai la giusta misura, succube di un’altalena che vede nella forma e nell’esteriorità del corpo la nemesi dell’insoddisfazione e dell’infelicità.

Una lettura necessaria, che sfonda le membrane del buon senso e del buon esempio. Una lettura che ci ricorda quanto sia complesso essere donna, dentro alla giungla delle emozioni, delle aspettative e delle buone maniere. La giungla dalle quale si alzano le suggestioni che ti incatenano ad una immagine, ad uno stereotipo. La giungla che sopisce la voce che ti sprona ad alzarti, a credere in te stessa e a costruire la tua vita da sola, senza dipendere dagli altri. Quella voce che ti punisce. Quella voce che ti salva.


Non poteva essere che questo romanzo ad aprire la collana “Le fuggitive”, che accoglie storie di donne che sono in fuga da una vita che vuole incasellarle, soffocarle, imprigionarle dentro a luoghi comuni e a preconcetti. Donne non comuni, che rifiutano la prigione degli stereotipi e il peso enorme delle aspettative degli altri. Donne che vogliono essere se stesse, alla ricerca del luogo esatto in cui poter vivere la loro femminilità, fuori dagli schemi, in libertà.


L’autrice

Megan Nolan (1990) è nata in Irlanda e vive a Londra. I suoi saggi, fiction e articoli sono stati pubblicati su The New York Times, The White Review,The Sunday Times, The Village Voice,The Guardian e nell’antologia Winter Papers. Salutato dalla critica come uno dei migliori esordi del 2021, Atti di sottomissione è il suo primo romanzo.


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Collana: Le Fuggitive
  • Traduzione: Tiziana Lo Porto
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 286

BLANKY – SOUR CANDY di Kealan Patrick Burke

Dove sono adesso sua moglie e sua figlia, signor Brannigan?
Beh Sam, sono sotto terra. Morti e defunti, in attesa dei vermi.
Non in Paradiso? Non credo al Paradiso, Alice, e neanche tu dovresti crederci, perché il paradiso è un’idea costruita da gente che non riesce e rinunciare ai cari che ha perduto e vuole rimettere l’idea di responsabilità personale a un fantasma nel cielo
.

“Blanky ” – Trama

In seguito alla tragica morte della figlia piccola, Steve Brannigan fatica a rimettere insieme i pezzi. Separato dalla moglie, che si rifiuta di vivere nella casa dove è successo l’impensabile, e incapace di lavorare, cerca sollievo in una sequenza infinita di vecchie sit-com e nel bourbon.

Finché, una notte, sente un rumore dalla cameretta che era della figlia, una stanza ormai spoglia di qualsiasi cosa la identificasse come sua… a parte la copertina affettuosamente chiamata Blanky.

Blanky, vecchia e logora, con il suo obsoleto patchwork di coniglietti cuciti malamente, e i cui bottoni neri paiono tanti occhi che sembrano fissare chi li guarda…

Blanky, acquistata da uno strano signore anziano a un banchetto di antiquariato che vendeva “Abittini Bebè” scontati.

La presenza di Blanky nella cameretta della figlia morta non preannuncia altro che un incubo ineffabile, che minaccia di spegnere quel poco di luce ancora rimasta nel mondo infranto di Steve.

La figlioletta amava così tanto Blanky… Steve aveva seppellito la copertina insieme a lei.

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Sour Candy – Trama

A un primo sguardo, Phil Pendleton e suo figlio Adam sono un padre e un figlio come tanti, non diversi dagli altri. Fanno passeggiate insieme al parco, visitano fiere, musei e zoo e mangiano davanti al lago. Si potrebbe dire che il padre è un po’ troppo accomodante, vista la mancanza di disciplina quando il bambino perde le staffe in pubblico. Si potrebbe dire che vizia suo figlio, concedendogli di mangiare caramelle quando gli pare e di andare a letto agli orari che preferisce. Si potrebbe anche dire che tanta indulgenza comincia a pesargli, visto il modo in cui la sua salute è peggiorata.

Quello che nessuno sa è che Phil è un prigioniero, e che fino a un incontro fortuito in un negozio, avvenuto poche settimane prima, non aveva mai visto il bambino in vita sua.


Recensione

Due racconti dell’orrore in cui il confine tra realtà e finzione diventa labile e incontrollato.

Due racconti in cui il potere affabulatore della mente umana è messo in discussione da eventi imperscrutabili.

Due incubi, due storie che incutono timore. Il timore di perdere il controllo, di essere vittima di una visione occulta. La paura di scivolare involontariamente in paludi di terrore. Il dubbio di vedere il vero, oppure di immaginare una vita che non c’è.

I due protagonisti dei racconti di Kealan Patrick Burke sono uomini alle prese con un incubo. Un incubo dal quale non riescono a svegliarsi e che pian piano si trasforma in una realtà raccapricciante e temibile.

Chi legge rimane invischiato in paludi di incertezza. Fino alla fine non sa se ciò che legge è reale o il frutto malato della mente dei due protagonisti.

Stephen ha perso la figlioletta. La sua vita va alla deriva. Finchè, una sera, scorge nella cameretta della piccola la copertina che era nella culla quando è morta. Il sudario, in cui la piccola Robin è stata avvolta dentro alla bara bianca. La copertina, dotata di poteri occulti, sarà la fonte di enormi disgrazie. Almeno questo è ciò che crede Stephen…..

Phil si ritrova a dover convivere con un bambino che dice di essere suo figlio. Tutta la sua vita pare modificarsi per accogliere questo strano bimbo che lo chiama papà. Una vita che sta per essere sconvolta da un parassita che succhia la sua linfa dall’interno.

La prosa di Burke, sotto un apparente calma, cela il buio più profondo e instilla in chi legge il seme del dubbio e la paralisi che deriva dall’orrore.  Burke getta un  fascio di luce malferma sugli abissi della nostra mente, capace di dissimulare ciò che rimane più scomodo e difficile da accettare.

Il confine tra ciò che è reale e ciò che ci immaginiamo  è così sottile che leggere diverrà un esercizio di fiducia; un allenamento per ribadire che siamo perfettamente in grado di governare la nostra esistenza per mezzo del raziocinio e della ragionevolezza. Ma leggendo tutto perde la sua connotazione reale e diventa preda dell’occulto. Tutto cessa di essere vero e diventa regno del dubbio .

Una lettura che scorre veloce come un fiume nauseabondo e pieno di insidie. Più fa buio, più la lettura diverrà ipnotica e spaventosa.

Possiamo davvero fidarci del nostro raziocinio? Oppure qualcuno e qualcosa ci guarda e ci insidia da lontano? La nostra mente, del resto, è un enorme magazzino di informazioni, di suggestione e di fantasia.

E a volte può giocarci brutti scherzi….


L’autore

Nato e cresciuto in una piccola città portuale nel sud dell’Irlanda, Kealan Patrick Burke ha capito sin da piccolo che sarebbe diventato una scrittore di horror. L’influenza di una madre appassionata di racconti dell’orrore e di una famiglia di cantastorie hanno avuto un grosso peso sulla scelta della sua carriera. Dai suoi precoci esordi, Kealan ha scritto cinque romanzi, oltre un centinaio di novelle, sei raccolte di racconto e curato quattro antologie di successo. Nel 2004 è stato insignito del Bram Stoker Award.


  • Casa Editrice: Nua Edizioni
  • Traduzione: Raffaella Arnaldi
  • Genere: horror
  • Pagine: 236

LA SCONOSCIUTA DELLA SENNA di Guillaume Musso

 
Buongiorno Marc. E’ Catherine Aumonier, direttrice aggiunta dell’infermeria della prefettura di polizia. Ti chiamo per un parere su un caso piuttosto strano. Ieri abbiamo ricoverato una giovane donna, totalmente amnesica, che la Brigade Fluviale ha ripescato nella Senna. Dal momento che non ho la tua email, ti mando il suo fascicolo via fax. Richiamami per dirmi se la conosci. A dopo”.

Trama

A Parigi, in una notte nebbiosa, qualche giorno prima di Natale, una ragazza viene salvata dalle acque della Senna. È nuda, non ricorda nulla, ma è ancora viva. La donna misteriosa viene accompagnata al pronto soccorso, ma riesce a scappare e a far perdere le proprie tracce. Gli esami del DNA rivelano la sua identità: è la pianista Milena Bergman. Ma qualcosa non torna, perché la famosa musicista risulta morta in un incidente aereo più di un anno prima. È una indagine per l’ufficio affari non convenzionali della polizia di Parigi, l’occasione che Roxane, un’ispettrice messa in disparte dai suoi capi, aspettava per prendersi la rivincita che merita. Quando la sua inchiesta intreccia il destino dello scrittore Raphaël Batailley, l’ex fidanzato di Milena, i due si trovano catapultati in un enigma inquietante: è possibile essere al tempo stesso vivi e morti?

Il nuovo romanzo di Guillaume Musso è un noir a perdifiato sulle tracce di una donna misteriosa, e dei segreti che la sua vita porta con sé.


Recensione

Dove c’è un mistero che si mostra impossibile da sciogliere, c’è Guillaume Musso.

Non è uno slogan, questo, ma una sorta di marchio di fabbrica per l’autore francese più letto al mondo.

Guillaume Musso si è conquistato,  a suon di successi editoriali, un posto di prim’ordine tra i lettori di noir. I suoi libri incontrano da sempre i favori del pubblico per la sua straordinaria capacità di costruire storie incredibili, dove il mistero diventa il motore principale e trasforma le sue trame in vere calamite per chi legge. Misteri impossibili da svelare, che sembrano sfidare tempo e spazio. E dentro al mistero, amori travolgenti o indagini di polizia che sono corse contro il tempo.

La penna di Musso, insomma, è unica. Non si può replicare.

“La sconosciuta della Senna” appare sin dalle prime pagine coerente con ciò che l’autore ci ha abituato a leggere. Una ragazza che sembra far rivivere una affascinante pianista morta in un incidente aereo. Uno scrittore che scrive chiuso tra le mura di una clinica psichiatrica. Una poliziotta in cerca di una nuova opportunità. Un poliziotto in coma, che ha portato via con sé il mistero di alcune morti che sembrano legate tra loro. E Parigi sullo sfondo, con i suoi caffè, i suoi boulevard, le sue soffitte polverose.

Le pagine volano via veloci e la prosa di Guillaume Musso scorre come sabbia in una clessidra. Bella da leggere, suadente, misteriosa. Come un camaleonte, si sposta veloce e sinuosa tra vari registri. Quello colloquiale, quello tipico del poliziesco e quello che appartiene al lato romantico di ognuno di noi.

In un lasso temporale strettissimo (la vicenda si svolge tra il 21 e il 25 dicembre) la storia si dipana, travolgente e inaspettata. Si, perché quella che parte come una storia legata esclusivamente alla ricerca dell’identità della giovane donna ripescata nella Senna, diventa, in realtà, una storia di ben più ampio respiro, che coinvolgerà la vita di diversi personaggi.

Musso controverte, come suo solito, qualsiasi aspettativa del lettore, e lo conduce per mano su territori inaspettati. La continua scoperta che il lettore fa pagina dopo pagina è una spilla che affonda nella carne, tanto incuriosisce e stupisce al tempo stesso.

Durante il meraviglioso viaggio intrapreso tra le pagine di questo romanzo, ci imbattiamo nelle tematiche care all’autore come il rimpianto verso il passato, la morte come passaggio verso altri mondi, l’amore travolgente che fa compiere scelte discutibili e fa cedere all’inganno, il desiderio di riscatto, il doppiogioco di chi sa mostrarsi diverso da ciò che è nella realtà.

Il saper mescolare questi ingredienti per farne un quadro unico, coerente e meraviglioso è tipico di Musso, che anche stavolta non delude le mie aspettative.

Con un taglio più investigativo e poliziesco, Musso costruisce un romanzo che vira verso il thriller, sebbene non abbandoni mai la vena noir che sempre contraddistingue le sue opere.

Il finale mi ha un po’ delusa, in verità. Una chiusura repentina, quasi una resa all’ineffabilità della natura umana, non mi ha permesso di prendere congedo dalla storia narrata come avrei voluto.

La mia sensazione è che l’autore abbia (volutamente?) lasciato qualcosa di incompiuto. Quest’ultimo aspetto ha acceso a mille la mia immaginazione, soprattutto in relazione alla figura della poliziotta, che a un certo punto esce di scena.

Beh … temo che dovrò attendere per sapere qualcosa in più. Almeno fino al prossimo lavoro di questo poliedrico autore, che riesce sempre a stupire il suo pubblico, senza essere ripetitivo o scontato.

Arrivederci a presto, Guillaume….


L’autore

Romanzo dopo romanzo, Guillaume Musso ha costruito un legame unico con i suoi lettori. Nato ad Antibes nel 1974, ha iniziato a scrivere dopo gli studi e non si è più fermato, nemmeno quando è diventato professore di Economia. I suoi libri, tradotti in 40 lingue, e più volte adattati per il cinema, lo hanno consacrato come uno dei più importanti scrittori di noir.


  • Casa Editrice: La Nave di Teseo
  • Collana: Oceani
  • Traduzione: Sergio Arecco
  • Genere: noir
  • Pagine: 322

IO SONO LA BESTIA di Andrea Donaera

 
Me la ritrovo qui, addosso, con i pugni a stringermi la maglietta.
 “Fammi scappare”.
I suoi occhi bruciano.  Gli occhi che ha.

Trama

Mimì è folle di dolore: il figlio Michele, quindici anni, si è tolto la vita. Si dice che sia colpa di Nicole, la compagna di scuola, che ha rifiutato ridendo il suo regalo, un quaderno di poesie.

Mimì non è un padre come gli altri. È un boss della Sacra, e per quel gesto vuole vendetta: così prende Nicole e la rinchiude in una casa sperduta nella campagna salentina. Il guardiano della casa, Veli, rivede in Nicole la ragazza che ama: Arianna, la figlia maggiore di Mimì. Anche Arianna ama Veli. O forse lo amava, prima che la morte del fratello bruciasse tutto e tutti come un incendio. Tra Veli e Nicole fiorisce un legame fatto di racconti e silenzi, ma anche di sfida e ferocia.

In una narrazione a più voci, animata da una lingua che impasta prosa, poesia e musica, Io sono la bestia racconta storie d’amore anomale, brutali, interrotte. Ma Andrea Donaera racconta soprattutto un destino di violenza scolpito nella pietra del linguaggio, che esplode travolgendo l’innocenza di personaggi e luoghi.


Recensione

Gli amori malati, che feriscono. Gli amori che non sanno neanche di esserlo, perché nascono dalla paura. Che nascono distorti, come una pianta in un dirupo, che viene su piegata su se stessa, cercando la luce.

Ma qui di luce non ce n’è. C’è solo una penombra che sta in agguato, pronta a diventare buio profondo o luce che acceca.

Nella densità, nell’orrore di questa storia c’è chi cerca di difendersi da un male che abbraccia ogni cosa e chi c’è cresciuto dentro il male. Senza difendersi, ha accolto il male dentro sé, come se fosse l’unico modo per vivere in una terra bellissima e avara, dove un solo gesto produce vendetta e odio profondo. Dove si vive il ricatto della paura. Una terra rassegnata ad accogliere il sangue dei suoi figli. Un purgatorio dal quale non si fugge, che imprigiona, che riduce al silenzio.

“Io sono la bestia” è una storia di dolore, che non trova sfogo né sollievo. Un dolore che inizia e finisce con la morte.

La morte è l’incipit, ma anche la causa e l’effetto dei fatti che seguiranno. Alla morte però non si rimedia, né con la vendetta, né con il perdono. Neppure con l’oblio, neppure con il sangue versato.

La morte alla fine distrugge tutto. E non servirà per evitare l’implosione di tutto e di tutti. Al male perpetrato, al male subito non c’è rimedio, né salvezza. Rimane solo la perdita e la condanna di una storia che si ripete, immutata.

La vita fa capolino, timida, dalle parole di Nicole, così feroce nel suo desiderio di crescere libera. Dagli sguardi di Veli, che spera di poter fuggire da un destino di rinuncia. Dai pensieri di Arianna, che ha amato chi non avrebbe dovuto amare. E irrompe nelle poesie di Michele, che nell’amore crede di poter sopire il male che ha subito da chi lo avrebbe dovuto proteggere.

Ma la morte è più forte. Ammorba la testa di Mimì, che vuole tacitare i ricordi e i rimorsi, che sono diventati macigni dopo che Michele si è tolto la vita. E rimane sovrana, a dettare legge e a pretendere di essere la soluzione per tutti i mali.

In mezzo a questi eventi c’è la scrittura di Andrea Donaera, una lama affilata che incide la pelle in mille ghirigori di sangue. Una ferita sottile, che fa male e non guarisce. Che lascia una cicatrice indelebile.

Parole che creano sprazzi di vita. Dialoghi brevi, la semplicità di un parlato quotidiano, che non cerca il virtuosismo ma che tende, invece, a dare sensazione, a colpire il lettore, a lasciarlo senza fiato.

Una prosa che tocca nel profondo, che lascia che l’immedesimazione sia completa e sfiancante. Un vortice che risucchia e la sensazione di andare a fondo insieme a Michele, a Veli, a Nicole, a Arianna,  a Mimì.

Donaera crea un romanzo a più voci e sono voci che nascono dal profondo, dalle viscere e dal cuore dei suoi personaggi. Ascoltarli diventa il modo per penetrarli e per riflettere sulle strade che utilizza l’amore per palesarsi, per venire a galla.

C’è amore ovunque, anche dove c’è morte e distruzione.  Ma l’amore non trova alcun pertugio da forzare, per irrompere nelle vite di chi rimane. Ciò che è stato rimane. Ciò che è stato tornerà ad essere. Senza soluzione, né lieto fine.


L’autore

Andrea Donaera è nato nel 1989 a Maglie ed è cresciuto a Gallipoli. Nel 2019 ha pubblicato per NNE il suo romanzo d’esordio,Io sono la bestia, che è stato salutato da pubblico e critica come un vero caso editoriale ed è stato tradotto in Francia. Collabora con il quotidiano Domani e scrive per Metalitalia.


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Genere: Narrativa italiana
  • Pagine: 227

CARA ROSE GOLD di Stephanie Wrobel

Indovina indovinello: se ho passato due decenni ad abusare di mia figlia, perché lei si è offerta di venire a prendermi, oggi?

Trama

Una madre che non dimentica. Una figlia che non perdona. Un gioco molto pericoloso.

Durante i primi diciotto anni della sua vita, Rose Gold Watts ha creduto di essere gravemente malata: era allergica a qualsiasi cosa, era costretta a portare una parrucca, si spostava utilizzando una sedia a rotelle. Nonostante il sostegno della piccola comunità di Deadwick, che ha organizzato raccolte fondi e offerto spalle su cui piangere, nonostante tutti i medici consultati, gli esami effettuati e gli interventi subiti, nessuno è mai riuscito a capire cosa non andasse in lei. Fino al terribile giorno in cui è emersa la verità più spaventosa: era tutta una messinscena architettata dalla madre.

Dopo aver scontato cinque anni di prigione per abuso di minore, Patty Watts non ha un posto dove andare e implora sua figlia di accoglierla. I vicini non l’hanno perdonata e sono scioccati quando Rose Gold accetta.

Patty insiste, non vuole altro che una riconciliazione, ha perdonato la sua piccola cara che l’ha tradita testimoniando al processo contro di lei. Ma la ragazza conosce sua madre: Patty Watts non è una che lascia correre. Sfortunatamente per lei, Rose Gold non è più una bambina indifesa, ed è da molto tempo che aspetta questo momento… È l’ora della resa dei conti: sarà un duello spietato, combattuto a colpi di bugie e condotto da due abilissime manipolatrici.

Finalista all’Edgar Award, tradotto in sedici paesi e in testa alle classifiche di vendita, Cara Rose Gold, raffinato thriller psicologico che ha come sfondo la provincia americana più cupa, è lo sbalorditivo romanzo d’esordio di Stephanie Wrobel.


Recensione

La provincia americana più profonda. Un piccolo centro, gente semplice che sa guardarsi alle spalle, che parla troppo ma che è anche capace di non vedere. Vivere ai margini della povertà. Sopravvivere  grazie ad espedienti, badando bene di non superare il labile confine tra la pietà e la solidarietà. Scarse speranze. Aspettative fiacche. Contare solo su se stessi e sulla fortuna, che ogni tanto può giungere a cambiare un destino che nasce già segnato.

Dentro a questo quadro desolato troviamo Patty e Rose Gold. La prima è una madre single. La seconda è la figlioletta, sulla quale si concentrano tutte le sventure del mondo. Gracile, debole, un fuscello che sembra spezzarsi con niente. Una salute che si disfa con un alito di vento. Minata da vaghe intolleranze che la imprigionano in una gabbia che assomiglia sempre più alla denutrizione. Così malaticcia da non poter frequentare la scuola. Sola, in balia dell’affetto della madre, instancabile paladina del benessere della figlia. Patty, che ha studiato da infermiera. Patty, che frequenta solo medici nella speranza che trovino una cura per la sua bambina. Patty, che sembra vivere solo in quei luoghi che invece negano vita e vitalità alla figlioletta. Patty, che adora essere una supermamma, sempre presente, sempre in prima linea, costantemente votata al sacrificio di sé per il bene di Rose Gold.

Potrebbe non esserci niente di dissonante, nella storia di Patty e di Rose Gold. Eppure, pagina dopo pagina, la figura di Patty si tinge di tinte scure. Manipolatrice? Disturbata da manie di controllo? Creatrice dei disturbi della figlia al solo scopo di ottenere un po’ di attenzione? Oppure solo una madre troppo apprensiva, preoccupata della salute della figlioletta?

Sta di fatto che un giorno Rose Gold parla e l’intera comunità insorge contro Patty. Il processo, la condanna, il carcere. Rose Gold sembra rifiorire. Non vomita più, mette su peso, trova un lavoro. I suoi capelli, che la madre rasava a zero, crescono.

La piccola Rose Gold si è destata dal suo sonno. Ma è divisa tra odio e senso di colpa verso quella madre che la insidiava ma che tuttavia era il suo unico affetto. Ora che Rose Gold è libera, subisce il dolore della solitudine, dell’insicurezza e della cattiveria dei suoi simili.

Cinque anni passano in fretta e Patty esce di prigione. Rose Gold sembra averla perdonata. Fino a quando accadono strane cose. In fondo, il più debole è probabilmente sottovalutato. Ma se invece il fuoco covasse sotto la cenere e l’incendio fosse ad un palmo dallo scatenarsi?

Cara Rose Gold è un romanzo delle apparenze. Uno specchio perfido e infido che mostra solo ciò che vuol fare vedere e che nasconde verità che mai immagineremmo. Il lettore cercherà un confine. Si affannerà per trovare la vera chiave di lettura per aprire il cuore di Patty e di Rose Gold, che a fasi alterne si scambiano il ruolo di vittima e di carnefice.  Non si tratta di trovare il cattivo o il colpevole. Si tratta di intravedere chi delle due è più malvagia, più furba, più calcolatrice dell’altra. In una sfida continua, che non troverà soluzioni fino alle ultime pagine.

Il romanzo è condotto magistralmente sopra il filo sottile che divide l’amore dalla follia. La cura dall’odio. Il bene dal male. Madre e figlia sono descritte in modo da confondere il lettore, irretito dall’esigenza di condannare e dal desiderio di assolvere. Verità e menzogna abitano nei recessi insondabili delle due protagoniste, la cui condotta è costantemente dubbia, doppia e subdola. Chi dice la verità? Chi mente, delle due?

Stephanie Wrobel costruisce un piccolo capolavoro noir sulla figura materna, spogliata da ogni retorica e mostrata nuda e cruda ai suoi lettori. Del resto, l’amore è di per sé un sentimento eccessivo, in nome del quale chiunque può essere capace di gesti innominabili.

La Wrobel , al suo clamoroso esordio letterario, fa scuola sull’arte di fingere, mostrarsi per ciò che non siamo, sull’abilità di far abbassare le difese di chi ci sta di fronte. L’inganno delle apparenze, la trappola delle illusioni, le maschere che sappiamo indossare, sono tutti tranelli che sanno confondere l’avversario. Recitare un copione, mostrarsi diversi da come siamo sono lusinghe che tracciano sentieri inesplorati e spaventosi, ma non per l’autrice, che si addentra in territori pericolosi, senza rischiare niente, dove solo i migliori autori di noir potrebbe provare a infilarsi.

Un romanzo strepitoso, indimenticabile, magnifico. Da leggere assolutamente.


L’autrice

Stephanie Wroblel è cresciuta a Chicago ma vive nel Regno Unito con il marito e il cane Moose Barkwinkle. Ha conseguito un MFA presso l’Emerson College e ha pubblicato alcuni racconti su «Bellevue Literary Review». Prima di dedicarsi alla narrativa, ha lavorato come copywriter creativa presso varie agenzie pubblicitarie. Cara Rose Gold è il suo sorprendente esordio. Di prossima pubblicazione sempre per Fazi Editore il suo secondo romanzo, This Might Hurt.


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Darkside
  • Traduzione: Donatella Rizzati
  • Pagine: 284

CASA TRELAWNEY di Hannah Rothschild

“Noi non siamo,  né saremo mai come la gran parte della popolazione britannica”


Trama

Per ottocento anni Trelawney Castle – una stanza per ogni giorno dell’anno, undici scaloni e oltre sei chilometri di corridoi – è stato il più maestoso e il più sontuoso castello della contea di Cornovaglia, rappresentando degnamente la famiglia omonima.

Ma con l’incespicante trascorrere dei secoli, la mollezza delle abitudini ha smorzato l’ambizione dei signori di Trelawney: gli ultimi otto dei ventiquattro conti si sono distinti per dissolutezza e inettitudine finanziaria, mentre due guerre mondiali, il crollo di Wall Street e le tasse ereditarie hanno finito col dissipare il patrimonio della famiglia.

Nel 2008 le finestre sono ormai oscurate dall’avanzata dell’edera e dei rovi, alcuni soffitti parzialmente crollati rivelano gli ambienti soprastanti e gli attuali abitanti del castello tengono a bada il degrado chiudendo le porte a chiave.

Jane Tremayne, nuora del ventiquattresimo conte di Trelawney e moglie dell’erede, Kitto, svolge la maggior parte delle mansioni domestiche e accudisce il giardino, gli anziani suoceri e l’ultimo cavallo rimasto nella stalla. Kitto investe in progetti improbabili, con l’inettitudine di chi è consapevole di essere l’ultimo, biasimato superstite di una nobile dinastia. Dei loro tre figli solo il maggiore, Ambrose, frequenta l’ultimo anno a Harrow, mentre le tasse esorbitanti della scuola privata costringono il secondogenito, Toby, e la sorella, Arabella, a frequentare il liceo pubblico locale.

E poi ci sono Enyon e Clarissa, conte e contessa di Trelawney, intenzionati a fingere che ogni cosa si sia conservata nello splendore di un tempo, mentre l’eccentrica prozia Tuffy si è barricata in un villino fatiscente in fondo al parco, dedicando la sua esistenza allo studio delle pulci.

L’unica che sembra essersi salvata dalla rovina è Blaze, la sorella di Kitto: allontanata da Trelawney Castle per questioni ereditarie, ha rinnegato il passato e fatto fortuna nella finanza a Londra.

Ma quando una vecchia amicizia in comune, Anastasia, chiede ospitalità per la figlia diciannovenne, Ayesha, Blaze e Jane, da tempo estranee, dovranno necessariamente riunirsi per salvare quel che resta di Trelawney Castle dal dissesto finanziario, ora che i mercati e le banche sono sull’orlo del tracollo. Un’occasione, forse, per scoprire anche cosa tiene davvero unita una famiglia.

Con sferzante humour britannico, e grazie a una prosa vivace, Hannah Rothschild dà vita, attraverso le vicende di un’antica casata sull’orlo del lastrico, a una trascinante commedia sociale. Un romanzo irresistibile che racconta le eccentricità dell’aristocrazia britannica con l’arguzia di Jane Austen e la comicità di Evelyn Waugh.


Recensione

Immaginate una coppia di arzilli vecchietti che vive nel ricordo della sua passata ricchezza. Chiusa nell’alterigia della sua nobiltà decaduta, e dimentica di essere ormai finita in disgrazia. Intorno a loro il declino, il disfacimento  sono al parossismo. Tutto cade a pezzi, le abitudini, l’orgoglio, le buone maniere, il prestigio di un nome e di un titolo nobiliare. Come cade a pezzi il simbolo di questo potere ormai malamente sbiadito: il castello dei Trelawney, un gioiello dalle dimensioni mastodontiche, fatto di innumerevoli stanze, scalinate, piani, saloni e ogni altra meraviglia. Imponente maniero quanto improbabile accozzaglia di stili diversi, frutto delle manie di grandezza di diverse generazioni di Conti la cui dissolutezza è aumentata di anno in anno fino a sconfinare con il completo dissesto finanziario.

Nel 2008, in effetti, Trelawney Castle sta in piedi quasi per  miracolo. O forse per inerzia. Le piante hanno invaso i delicati solai, i soffitti rovinano a terra, le finestre sono scardinate, gli affreschi sbiaditi. L e stanze riecheggiano prive del mobilio e il freddo imperversa in ogni ala e  neanche la tiepida estate della Cornavaglia riesce a stemperarlo. Il castello è così enorme che una ristrutturazione costerebbe un occhio della testa e i Conti non  navigano certo nell’oro.  Il cibo è divenuto scadente, l’acqua calda non c’è e il freddo attanaglia tutti gli abitanti. Ma niente sembra intaccare lo smalto dei Tremayne.

Di fronte ad un declino così evidente e rovinoso, è sicuramente meglio fare finta di niente. Le porte si chiudono sugli appartamenti decadenti, sulle stanze invase dell’edera. La servitù non c’è più. Tutto si regge sulle spalle di Jane, moglie di Kitto, l’ultimo signore di Trelawney.

Ma il 2008 è anche l’anno in cui la crisi finanziaria mondiale si palesa. Le borse crollano sotto i colpi inferti ad una finanza senza scrupoli ed è il dissesto ovunque. Nessuno ne sarà esente e anche i Conti di Trelawney subiranno le conseguenze degli investimenti poco accorti di Kitto.

Come sollevare le sorti di una stirpe di nobili decaduti ma anche quella di una intera nazione?

Fra escamotage al limite della follia, colpi di testa, ricongiungimenti familiari e i primi passi di quella tecnologia che di lì a breve giungerà a sconvolgere le vite di tutti, si dipanano le sorti di una famiglia e della sua magione.

Hannan Rothschild si fa interprete arguta, illuminata e meravigliosamente ironica e dissacrante del declino della vecchia aristocrazia inglese, chiusa nelle sue abitudini, testarda nel voler mantenere un’apparente ricchezza  e ravvivata dai colori sgargianti di un’ironia e di una eccentricità che diventano croce e delizia di una generazione costretta a fare i conti con la modernità e con i colpi di coda di un destino beffardo.

La sua prosa è pungente, affabile, generosa e enormemente intrisa di humor inglese. Un vero e proprio manuale di auto affabulazione che elargisce suggerimenti su come si mantengono le apparenze, anche contro ogni evidenza. Un manuale per superare ogni ostacolo con intelligenza, senza lasciarsi sopraffare da un destino avverso. Un libro che urla a gran voce che per ogni problema c’è una soluzione. Bisogna solo non stancarci mai di continuare a cercarla.

Intrighi, ricordi, amori mai dimenticati, calcolo e un pizzico di altezzosità sono gli ingredienti di questo frizzante romanzo che si svolge nel presente ma che sembra uscito dalle brume del secolo scorso. Una lettura piacevole e illuminata, che ricama sopra ad un avvenimento tragico del nostro recentissimo passato per descrivere l’irriverente rifiuto di soccombere di fronte agli sgambetti del destino, con ogni mezzo.


L’autrice

Hannah Rothschild è una scrittrice e regista. Il suo primo romanzo, The Improbability of Love, ha vinto il Bollinger Everyman Wodehouse Prize per il miglior romanzo comico ed è entrato nella graduatoria finale per il Baileys Women’s Prize for Fiction. Scrive per periodici e quotidiani, inclusi The Times, New York Times, Vogue, Bazaar e Vanity Fair. È vicepresidente dell’Hay Literary Festival, fiduciaria della Tate Gallery e prima donna presidente della National Gallery di Londra. Vive a Londra.


  • Casa Editrice: Neri Pozza
  • Traduzione: Alessandro Zabini
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 426

DIVENIRE (VENTO) di Tiziana Stasi

Lucide spine.
Adagiato su una barca di rose e coralli ripensi alla vita e al suo continuo mutare, noncurante del cielo e delle sue lucide spine. Ritorna, ancora una volta, alla sua amata riva un gabbiano di cristallo, s’alza in volo nel cielo cobalto e scompare in lontananza.

Introduzione

“Divenire (vento)” è la nuova silloge poetica di Tiziana Stasi che col suo calamo incantato è in grado di trascinare il lettore in riflessioni profonde sulla vita. È un caleidoscopico e vertiginoso scenario di immagini, suoni e figure, in cui si alternano il sentimento per la natura, i grandi quesiti universali, l’amore, la vita , la morte e il profondo amore per la propria terra e per il suo amato mare. E poi c’è il vento, una costante della sua poetica. Vento che ha spesso un duplice significato: a volte rappresenta la vita e la gioia e altre la morte e il dolore. Divenire (vento) è l’urlo possente e sublime della natura, è l’infinito mutare di attimi fuggevoli sapientemente trasformati in poesia da un’anima che trabocca di emozioni potenti e di trepidante stupore.


I miei pensieri

La poesia non chiede permesso, né perdono.

Quando ce l’hai dentro non puoi sopirla. Ella trabocca come lava rovente e invade ogni cellula del tuo essere. Tu puoi solo ascoltarla e darle voce. A volte soffri liberandola. A volte invece è gioia e trascendenza quella che ti invade e ti esalta. E le parole occupano ogni spazio. Ti accecano e ti inebriano.

La poesia è un crudele tiranno che puoi solo compiacere. E’ il dolce tiranno che fa della tua vita arte e dell’arte il mezzo per diffondere la luce.


Tiziana Stasi affida al vento le sue sensazioni e il vortice dell’aria ne fa poesia. I suoi versi racchiudono la bellezza soave e prepotente della natura,  la voce imperiosa, irresistibile e ipnotica dei suoi elementi.

Il mare, che trasforma la tempesta in quiete dell’anima, col ritmico battere delle sue onde. Il cielo, un nastro lucido che fa da cappello ai nostri sogni più intimi. E il vento, che soffia costante tra le pagine. Brezza leggera, che solleva e rasserena. Ma anche gorgo che inghiotte e rabbuia.

Il vento è il filo conduttore della silloge poetica di Tiziana. Segna il tempo che scorre, scompiglia i pensieri e li confonde, cancella il passato e ricrea il presente. E l’uomo non può che soccombere davanti alle opere della natura. Può solo estraniarsi dal suo corpo per assaporare pienamente i fiati degli elementi, i suoi profumi, la violenza delle loro manifestazioni.

I versi di Tiziana sono istintivi, genuini, potenti. Il gusto per la bellezza, le parole che tessono musica, l’intensità di un sentire profondo, capace di estrapolare l’incanto da semplici immagini, fanno di questa silloge un viaggio intimo, una canzone dedicata agli affetti dell’autrice ma anche un inno alla propria terra, offesa, trafitta ma dispensatrice di profondo stupore e di incantevole meraviglia.


L’autrice

Tiziana Stasi, scrittrice crotonese, scultore e ceramista, appassionata di arte in ogni sua forma, si dedica in particolar modo alla poesia e da pochi anni ha deciso di condividere i suoi scritti. Ha ricevuto prestigiosi riconoscimenti a livello nazionale tra i quali il premio speciale della giuria per l’opera “Marta” al Premio letterario di Fermo, ed. 2018; à stata finalista al premio Argentario, ed 2018, con la poesia “La trama del tempo”; al Gran Galà internazionale della Poesia, ed 2018, è stata premiata per la poesia “Amal”; al Premio internazionale Autori italiani, ed 2019, si è classificata al secondo posto con la poesia “Vertigine”. I suoi componimenti sono contenuti in numerose antologie poetiche nazionali e nel 2019 ha pubblicato con la CSA Editrice la silloge “Anima a Nudo”. L’artista partecipa a reading letterari e ha anche prestato in più occasioni la sua voce per declamare poesie di autori contemporanei.


  • Casa Editrice: CSA Editrice
  • Genere: poesia
  • Pagine: 78

LE NOVE VITE DI ROSE NAPOLITANO di Donna Freitas

 
Luke è in piedi dalla mia parte del letto. Non va mai da quella parte del letto. In mano ha un flacone di vitamine prenatali. Lo alza e lo scuote, un suono di plastica che sbatacchia.
Il rumore è sordo e compatto perché il flacone è pieno. E’ questo il problema.

Trama

Scena numero uno. Tra Rose e Luke il litigio scoppia in camera da letto, davanti a un flacone di vitamine prenatali. Lei aveva promesso di prenderle, e non l’ha fatto; lui aveva sempre detto di non volere figli, e ha cambiato idea. La decisione di non essere genitori sosteneva, come un pilastro portante, tutta la loro vita insieme. E ora il matrimonio è bloccato, in arresto davanti a una semplice domanda: sarà capace Rose, brillante docente di sociologia, innamorata del suo lavoro, di ripensare se stessa? Scena numero due. Stesso litigio, stesso flacone pieno di vitamine. Ma stavolta Rose prova a mettere in discussione la sua idea di futuro. Forse, in fin dei conti, potrebbe immaginarsi come madre? Desiderare una vita differente da quella che ha sempre sognato e pianificato? Questo esercizio di fantasia, qui succede nove volte. E quelle che incontriamo sono nove vite diverse. E nove affascinanti ipotesi di donna. Tutte possibili, ognuna il frutto di una scelta da cui non si può più tornare indietro. Romanzo commovente e provocatorio sulle tante facce dell’amore, Le nove vite di Rose Napolitano è anche un atto di coraggio che esplora, con onestà disarmante, i misteri della maternità, del tradimento e della rinascita. È un viaggio intelligente e pieno di emozione alla scoperta di cosa significhi aprirsi, con rabbia o con fiducia, al cambiamento.


Recensione

Mi perdo dentro al labirinto delle vite di Rose. Ma sento di camminare lungo un percorso conosciuto.

Un labirinto per rappresentare nove ipotesi di vita, che si sviluppano partendo dalla scelta di divenire o meno madre. Da qui nascono i rami secondari della storia, che introducono diversi scenari possibili. E in questi scenari c’è posto per le incertezze, i dubbi, i tradimenti e ogni possibile conseguenza.

Rose è stata sincera e ha confessato subito al marito che non desidera diventare madre. Luke, urgente dell’amore che prova per Rose, accetta questa decisione. Ma poi cambia idea. Rose si sente tradita, messa alle strette dalla paura di perdere l’amore della sua vita. Giudicata dagli altri, perché non vuole figli.

Da qui si aprono le vite di Rose. In alcune di queste Rose diventa madre. Nelle altre rimane ferma nella sua decisione di non avere figli e vede finire il suo matrimonio. Ma l’amore si sgretolerà comunque, in modo fragoroso o attraverso un doloroso stillicidio, a dimostrare che per Luke un figlio non è stato comunque sufficiente a salvare il rapporto con sua moglie.

Un groviglio di vite, di possibilità, di scelte da fare o da subire. E una vita che si snoda in tante esistenze, svelando al lettore il microcosmo delle possibilità che ogni essere umano possiede. Che a volte subisce, che spesso decide e che tuttavia raramente sceglie in tutta libertà, perché sono tanti i condizionamenti che subiamo anche inconsciamente e che ci tolgono la capacità di decidere per la nostra vita.

Una lettura che scandaglia il tema della maternità in ogni sua sfumatura e che riesce a rappresentare anche il delicato e potente rapporto tra madre e figlia, che pur provato dagli spigoli della vita, rimane forte e incorruttibile, un balsamo che cura ogni ferita.

Donna Freitas costruisce un romanzo insolito e bellissimo. Ci incuriosisce, ci fa riflettere, ci angoscia con quesiti davvero complessi, ci mostra le possibili conseguenze della scelte che governano la nostra vita, in una sorta di “sliding doors” crudo e profondo. Con un occhio diretto a sondare le difficoltà di essere donna e una scrittura che incanta e coinvolge, ci regala un’esperienza di lettura originale e amara, che soppesa la zavorra delle aspettative, che disegna la schiavitù della consuetudine e mostra lo sforzo enorme che serve per spezzare tutte queste catene.

Ma allo tempo stesso, è una favola a lieto fine, in cui fermezza e volontà si fondono e sono la corazza inviolabile che ogni donna indossa nella sua lotta quotidiana. Rose cade e si rialza, e trova nel lavoro, nelle amicizie e nei suoi genitori le stampelle che la sorreggeranno durante la tempesta che è dentro alle sue nove vite.

Fantasia, immaginazione, speculazione e desiderio di mettersi in gioco sono gli elementi di questo bellissimo romanzo. Uno specchio in cui riflettere le nostre aspirazioni, che ci offre la possibilità di tornare sui nostri passi e rifare tutto da capo, come una moderna Penelope che debba procrastinare la scelta di dare la vita oppure no e che disfa ogni notte la trama della sua vita, alla ricerca della sua felicità.


L’autrice

Donna Freitas è nata nel Rhode Island e vive a Brooklin. Autrice di libri per bambini e ragazzi e del memoir Consent: A Memoir of Unwanted Attention, ha scritto per il “New York Times”, il “Washington Post”, il “Wall Street Journal” e il “Boston Globe”. È insegnante di scrittura creativa all’Adelphi University di Long Island.


  • Casa Editrice: Rizzoli
  • Traduzione: Stefano Beretta
  • Genere: narrativa
  • Pagine: 343

LONTANANZA di Vigdis Hjorth


Deve essere una disperazione per la figlia fedele e devota se i genitori sognano quella perduta.

Trama

Dopo Eredità, che ha reso celebre l’autrice a livello internazionale, torna Vigdis Hjorth con il suo ultimo romanzo: una nuova storia di famiglia in cui le bugie, i silenzi e i segreti si sciolgono lentamente sotto il flebile sole norvegese dopo decenni di gelo.

Johanna torna in Norvegia dopo trent’anni di assenza e, rompendo il divieto di contattare la famiglia, telefona alla madre, che ormai ha ottantacinque anni ed è vedova. Nessuna risposta. Per i suoi parenti Johanna non esiste più: è morta quando, appena sposata, studentessa di Legge per volere del padre avvocato, ha mollato tutto per diventare pittrice e si è trasferita nello Utah con il suo professore d’arte, con cui ha avuto un figlio. Johanna ormai è un’artista piuttosto quotata, ma persino i soggetti dei suoi quadri scatenano l’ira dei familiari, che in essi vedono una denigrazione ulteriore nei loro confronti, soprattutto per il modo in cui viene raffigurata la madre. Sono tanti gli argomenti rimasti insoluti che hanno condizionato Johanna nella sua vita di figlia, di donna, di artista e di madre: nella sua mente affiorano antichi ricordi di una donna all’apparenza leggera, spensierata, bellissima, ma quando riesce finalmente a spiegarsi alcuni episodi sconcertanti di cui è stata spettatrice, capisce che la madre non faceva che nascondersi dietro una corazza di convenzioni. Finché il lunghissimo silenzio fra le due donne si spezzerà in maniera violenta in un ultimo, spietato confronto.


Recensione

Torna la penna profondissima e acuminata di Vigdis Hjorth. Un bisturi, che incide con precisione e senza anestesia. Incide la pelle di una figlia che desidera ritrovare il rapporto con la madre. Una frattura che non è mai guarita, avvolta nel bisogno di capire, alla ricerca di una espiazione che lenisca la ferita. Il perdono che mette fine allo stillicidio. La fine di una ostilità che nasce per difendersi dal dolore della perdita.

Dall’origine del trauma, dal sentirsi rifiutati e incompresi, dallo spasmodico bisogno di amore materno, di attenzione, di solidarietà e di compassione, nasce il lungo monologo di Johnna. Ancora una volta è una figlia a dare voce alla protagonista, in una disputa che la vede contrapporsi alla madre e alla sorella, attraverso la sofferta analisi dei motivi che l’hanno divisa per sempre dalla sua famiglia e che hanno reso impossibile ricucire lo strappo causato dalla lontananza.

In “Lontanza” le dinamiche perverse del rapporto tra genitori e figli assumono sfumature inattese e perfettamente plausibili. Il dolore e il bisogno atavico di attribuirne la colpa ad altri sono proiettili che difficilmente sbagliano bersaglio. Si conficcano in profondità e fanno sanguinare. Un’emorragia che si arresta solo con il perdono o con la distanza, consapevole che una madre può puntare il dito sulla propria prole pur di nascondere a se stessa le proprie imperdonabili mancanze.

La Hjorth ha la incredibile capacità di sviscerare con precisione millimetrica i sentimenti ambivalenti e complicatissimi che impattano sui rapporti familiari. Le rivalità, il bisogno di essere amati, accettati, compresi. Di essere lasciati liberi di potersi esprimere, di scegliere la propria vita. Senza condizionamenti esterni, senza sottostare a rigide aspettative che non siano disattese.

Come e perché la gioventù sia crudelmente incapace di pretendere attenzione e di come e perché l’età matura riesca a sezionare fatti di un passato che sembra sepolto per farne spilli di inquietudine, motivi per recriminare e per comprendere.

L’autrice entra senza esitare nel vortice imprevedibile che compone il rapporto tra madre e figlia. Lo viviseziona, lo spoglia di qualsiasi luogo comune. Lo analizza e ne isola ogni demone, ogni spigolo e tutte quelle asperità che nascondiamo a noi stessi. L’amore, del resto, è anche ambiguità ed è spesso un luogo oscuro e impervio da percorrere, perché non è mai scevro da condizionamenti e da pretese. L’ego trova sempre un pertugio per seminare un dubbio, per contaminare una amore che nasce assoluto e puro e che spesso devia, si distorce, per ricomprendere dentro sé anche i pretesti che ci hanno allontanato dalla felicità.

La sua prosa è meravigliosa, profonda. Un martellare ritmico e implacabile che sgretola ogni nostra certezza. La Hjorth costruisce un romanzo intero intorno al concetto di distanza e di inconciliabilità, lo analizza in ogni aspetto senza essere pedante o ripetitiva. Lo viviseziona, attraverso un’autopsia millimetrica fatta di pensieri, frasi, sensazioni. Capitoli brevissimi si intercalano nella narrazione, come lampi nel buio. Poche frasi illuminano più di un faro, poiché fotografano il sentire della protagonista con efficacia e coinvolgimento emotivo.

Un romanzo sfacciato, che rompe ogni schema. E una voce potente e chiara, che demolisce l’immagine idilliaca di una madre e della sua figlia speciale.


L’autrice

Nata a Oslo nel 1959, Vigdis Hjorth è una delle scrittrici norvegesi più conosciute e stimate. Ha esordito nel 1983 con Pelle-Ragnar i den gule gården, grazie al quale il Ministero della Cultura norvegese le ha attribuito il premio per il miglior romanzo d’esordio. Ha pubblicato più di trenta libri, fra cui una ventina di romanzi, conquistando i premi letterari più svariati. Eredità, vincitore del Norwegian Booksellers’ Prize e del Norwegian Critics Prize for Literature – i due principali riconoscimenti norvegesi –, è il romanzo con cui ha ottenuto la fama internazionale, rientrando nella rosa dei finalisti del National Book Award for Translated Literature nel 2019.


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Traduzione: Margherita Podestà Hei
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 358

NINNA NANNA DELLE MOSCHE di Alessio Arena

Quando mi hanno separato da te, ho pensato che avrei avuto un figlio. Per essere lasciato quieto, e per vedere se ero vero che uno, in questo mondo, può volere bene solo alla carne sua. Poi è nata la ninna e ho detto: ecco, adesso mi invento che l’amore di Gregorio nasce un’altra volta insieme a questa creatura. Ma Rosa non ha mai aperto gli occhi. Io non ho mai potuto capire se mi guardava come mi guardavi tu.

Trama

Negli anni venti del Novecento, il nord del Cile è la terra promessa per una comunità di emigranti italiani. Sono minatori che hanno colonizzato i villaggi di quella sterminata pampa, impiegati intorno alle raffinerie per l’estrazione del salnitro.

Il loro è un lavoro che li chiude sottoterra e spesso li uccide, di svaghi ne hanno pochi, un po’ di alcol, molta nostalgia. Gregorio Zafarone è l’operaio che all’officina Porvenir scrive per i suoi compagni analfabeti le lettere da mandare alle famiglie in Italia.

Ma le sue, di lettere, quelle indirizzate a Berto Macaluso, giovane fornaio di Palmira, il paese nell’entroterra lucano di cui sono entrambi originari, non hanno mai ricevuto risposta. Gregorio, bruciato dal sole e dalla mancanza, non smette di chiedersi cosa possa essergli successo.

Fino al giorno in cui tutto cambia. Le parole per il suo amore proibito raggiungono Berto, chiuse in una busta in cui è intrappolata una mosca, e lo spingono a partire per il Cile e a lasciarsi alle spalle tutto quello che conosce. A seguire le tracce del fornaio ci sarà la moglie, Serafina Canaria, ninnanannara la cui voce concilia il sonno e l’amore.

Ninna nanna delle mosche è una storia appassionante, affidata a personaggi in transito tra mondi lontani: donne che attraversano le Ande in groppa a una mula, pellegrini danzanti del deserto dell’Atacama e un circo di diseredati si uniranno in un viaggio che sembra non avere mai fine, in un’avventura di desideri inconfessabili.

Un romanzo di amore e di rivoluzione che porterà i lettori ai confini del mondo, nel fuoco vivo delle passioni.


Recensione

Amore e magia. Terre lontane, al di là del mare. Rinuncia,  pena, passione, perseveranza. E lotta, in nome di un ricordo indelebile. Coraggiosa ricerca di una verità e struggente bisogno di perdersi dentro ad un amore impossibile e proibito.

“Ninna nanna delle mosche” è un coacervo di emozioni e di colori. Personaggi insoliti che si muovono in un ambiente esotico, dove la speranza di una vita migliore si confonde con l’affannosa ricerca della propria identità. Un romanzo che cattura, sonante di voci e di suoni, roboante di colori che abbracciano l’intero spettro. Il nero del lutto, il rosso della passione, il colore terroso del deserto, il blu profondo dell’oceano, che nasce smeraldo e che in un attimo diventa grigio obliante, contornato dal bianco accecante delle onde. Una tavolozza piena dell’incanto dell’amore, quello che dilania la carne, per il quale si attraversa l’oceano e si può pure uccidere.

Berto e Gregorio si sono amati di una passione insaziabile e profonda. Un amore puro ma sbagliato, che scatena lo scandalo nel piccolo paese di Palmira, in Lucania. I due amanti, divisi dalla brutalità e dall’ignoranza dei compaesani, languiscono dentro alla gabbia di una vita senza senso. Gregorio in Cile, prigioniero di una raffineria per estrarre il salnitro. Berto a Palmira, imprigionato in un matrimonio che pare maledetto da quell’amore malato che ancora prova per Gregorio. Una maledizione che si materializza in uno sciame di mosche e che tiene chiusi gli occhi della sua figlioletta appena nata, Rosa.

Serafina, la giovane moglie, conosce la verità su Berto e sembra accettare quella punizione, che né lei, che di mestiere fa la ninnanannara, né la madre adottiva, che è una maciara, riescono a sopire.

Berto, trovandosi nella necessità di doversi nascondere, finirà su un maleodorante piroscafo diretto in Cile insieme ai circensi  del circo Fabricatore.   Serafina e la sua ninna dagli occhi chiusi si metteranno sulle sue tracce, in un viaggio rocambolesco attraverso l’Argentina e le Ande. Un pellegrinaggio  che si concluderà in un delirio di misticismo e di ribellione, degli uomini e della natura. Dentro al delirio che nasce dal ritrovarsi, nell’accettazione di ciò che non potrà mai essere, nella rassegnazione di un amore mai nato e nell’elettricità della natura che si scatena, gli incantesimi si scioglieranno e i simboli saranno distrutti per sempre.

Come una magia che si invoca tra le lacrime, come la superstizione che si posa sulle cose, sinistra ed estremamente affascinante, le cose troveranno il loro ordine e la loro giusta collocazione.

E la giustizia prorompe con fragore sulla scena. E crea e distrugge il caos, in un vortice che spazza via ogni dubbio e ogni incertezza. Un finale catartico, che porta il sereno dopo una tempesta.

Alessio Arena trattiene la magia nella sua penna e la conduce dentro a labirinti abbacinanti, dove realtà e sogno si contendono lo scettro della narrazione. La sua è una scrittura ipnotica e suadente, che addomestica anche gli animi più inquieti, come un flauto che incanta chi legge e lo imprigiona in un mondo antico dove la superstizione è l’indiscussa sovrana ed ammaestra gli animi più semplici e più suggestionabili.

In un sud remoto e chiuso,  preda del pregiudizio e della miseria e  che vede nella Merica la terra promessa dispensatrice di mirabolanti promesse, i destini di due uomini che lottano per veder realizzato il loro amore si innalzano sopra una nuvola di personaggi poetici e colorati. Il quadro che Arena crea è un coacervo indomabile di pensieri, speranze, perseveranza e coraggio, e i suoi personaggi sono struggenti, indimenticabili e magici. Un quadro che fa pensare alle atmosfere fiabesche ed esotiche di Marquez e alle epopee familiari della Allende. Un amore puro e struggente, inconsapevole del suo coraggio e della sua bellezza. Un amore che vince su tutto e che ci fa fare pace con la vita e con il destino.


L’autore

Alessio Arena (Napoli, 1984) è scrittore, cantautore e traduttore. Studioso appassionato di letterature in lingua spagnola e docente, vive tra l’Italia e la Spagna conciliando progetti letterari, musicali ed educativi che cercano di relativizzare le frontiere tra queste tre aree. Vincitore della xxiv edizione di Musicultura e di diversi riconoscimenti al Premio Andrea Parodi dedicato alla World Music (tra cui il Premio della critica), è autore e interprete di quattro album plurilingue, e di testi e musiche per il teatro e per altri interpreti. I suoi romanzi sono: L’infanzia delle cose (Premio Giuseppe Giusti Opera Prima) Il mio cuore è un mandarino acerbo, La letteratura tamil a Napoli (finalista al Premio Minerva, secondo classificato al Premio Neri Pozza) e La notte non vuole venire (Fandango Libri) ispirato alla vita della cantante napoletana emigrata in America Gilda Mignonette.


  • Casa Editrice: Fandango Libri
  • Genere: narrativa
  • Pagine: 253