L’EVENTO DELLA SCRITTURA di Sara Durantini


<<Aver vissuto una cosa, qualsiasi cosa, conferisce il diritto inalienabile di scriverla. Non ci sono verità inferiori>>

Annie Ernaux


Il Novecento letterario francese ha portato in scena una scrittura nuova, riflesso di una memoria non più assoggettata a strutture oggettive e soggettive della «domination masculine». Si tratta di una lingua che, per la prima volta, parla alle donne e delle donne, spiega e racconta il sentire e la realtà femminile, si nutre di spazi e tempi propri. Partendo da queste premesse e sulla base delle coincidenze significative (junghiane e non), il libro propone un viaggio alla scoperta dell’affascinante legame tra Colette, Marguerite Duras e Annie Ernaux, tra i testi, gli scritti e le personalità delle tre autrici, che prima di essere tali sono state bambine, adolescenti, amanti e donne. Ognuna ha saputo raccontare se stessa diventando parte di quello stesso racconto. La loro scrittura è l’evento che inaugura l’epoca segnata dall’inclusione, nella letteratura e nella società, del genere e del corpo femminile attraverso le parole, un’epoca che non teme di dare un nome all’indicibile e all’innominabile. Questo viaggio “oltre la carne” racconta di come le tre autrici hanno individuato, nella ricerca autobiografica, la rappresentazione narrativa più autentica della voce femminile. Il libro esplora gli intrecci biografici fra Colette, Marguerite Duras e Annie Ernaux, in un dipanarsi tra letteratura comparata, personali esposizioni aneddotiche, sguardi monografici.Una trattazione a metà strada tra saggistica e narrativa.


Le mie riflessioni

Un libro al femminile, da e per le donne. Un romanzo che vira al rosa, tenue sfumatura che già ammicca dalla copertina.

Una ricerca profonda e circostanziata della genesi di una scrittura che parte dalla donna e mai vi si allontana. Una scrittura che indugia tra le sue pieghe tenere e che fa finalmente sentire la sua voce, senza filtri, senza pudore. Una voce autorevole, che non teme mai di tracciare un solco con il passato. Una voce sempre più forte, che osa raccontare anche ciò che sarebbe più conveniente tacere.

Sara Durantini, autrice illuminata di questo delizioso libro, ha scelto di parlare di tre autrici del novecento francese. Donne che hanno raggiunto, in vita, una certa notorietà, ma che hanno anche fatto scalpore, scosso le coscienze, fatto, detto, pensato e scritto ciò che invece doveva essere taciuto.

Colette, conosciuta come soubrette ancora prima che come scrittrice, dall’esuberante passionalità, che ha amato donne, ha danzato nuda, ha sfiorato l’incesto. Sposa bambina di un uomo molto più grande di lei, madre quasi per dovere, annientata dalla mancanza di attenzioni da parre di una madre ingombrante e distratta.

Le sue opere sono sublimi trasformazioni e rimpasti onirici della sua biografia. Vita e romanzo che si intrecciano a sfidare la morale ed il pudore. Parole come getti di lava sotto i cieli madreperla della “Ville Lumiere” che a cavallo dei due secoli ispirò molte penne del tempo.

Marguerite Duras, l’autrice de L’amante. La bambina vissuta in Indocina, preda della passione per uno straniero (Presto fu tardi nella mia vita…. un incipit indimenticabile, iconico!). La scrittura è ancora un rimpasto biografico, fatto di immagini e di incursioni nei recessi più nascosti della donna e della scrittrice.

Marguerite Duras e le sue dipendenze dall’alcol, che la terranno in scacco a lungo e la condurranno per mano attraverso la relazione con un uomo più giovane, una ossessione che cambierà spesso direzione e intensità. Duras scrive e riscrive la sua vita. Finzione e realtà si sovrappongono e si confondono dando vita ad un quadro senza perimetro, in cui figurano tanti personaggi e altrettanti aspetti della stessa autrice. La scrittura è un impeto irrefrenabile che affiora con urgenza, in modo primitivo, priva degli inutili fronzoli della grammatica e della sintassi.

Infine ecco Annie Ernaux, descritta dall’autrice come somma di Colette e di Duras. Ma con un qualcosa in più: la volontà di parlare ai posteri, di lasciare una testimonianza, che vada a sfiorare l’indagine sociale.

Con Ernaux la biografia esiste per essere raccontata. Una vita da dare in pasto agli altri, perché sappiano, interiorizzino, siano consapevoli. I suoi racconti, alcuni dei quali svelano particolari scabrosi della sua vita, trascendono il timore del giudizio altrui perché è troppo più potente l’urgenza di divulgarli.

Tre scrittrici che hanno fatto della loro vita un romanzo e che attraverso i loro romanzi hanno dato vita a più esistenze. Tre donne con la voglia di ascoltarsi, di mettersi a nudo. Tre donne che hanno usato la scrittura come cesello per disegnare le vie inedite e inattendibili della coscienza e del desiderio. Una scrittura che spacca gli argini, che diventa voce dell’anima, lontana dal voler descrivere azioni o fatti, interessata solo a rappresentare il come ed il perché dei moti interiori, anche i più remoti e incomprensibili.

L’autrice mostra una grande padronanza dell’argomento e anche una inusitata capacità di analisi, frutto di uno studio appassionato e approfondito di queste sublimi scrittrici. Leggerla è un piacere che non dobbiamo negarci. Leggerla è anche, in ultima analisi, un invito indeclinabile a leggere o rileggere le opere di queste grandi autrici, che hanno introdotto nel mondo un nuovo modo di fare letteratura. Che hanno dato voce e spessore al corpo femminile a alle sue urgenze.

Un libro che è  biografia, romanzo e saggio. Una miscela il cui risultato è un manuale di emozioni e di istruzioni per leggere e comprendere la poetica e l’intimità di queste tre grandi autrici.


L’autrice

Sara Durantini (San Martino dall’Argine – Mantova, 1984) consegue la laurea magistrale in lettere moderne presso l’Università degli studi di Parma nel 2009. Vincitrice dell’edizione 2005-2006 del Premio Tondelli per la sezione inediti con il lungo racconto L’odore del fieno, nel 2007 pubblica il suo primo romanzo, Nel nome del padre, con la casa editrice Fernandel pubblica il primo romanzo nel 2007.

Da oltre dieci anni scrive articoli per riviste letterarie online e cartacee. Dal 2011 cura il blog letterario corsierincorsi.it.

Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati in diverse antologie collettive fra cui Quello che c’è tra di noi, a cura di Sergio Rotino (Manni Editore, 2008), Dizionario affettivo della lingua italiana, a cura di Matteo B. Bianchi e Giorgio Vasta (Fandango Libri, nell’edizione 2009 e 2019), Orbite vuote, a cura di Marco Candida (Intermezzi Editore, 2011), oltre ad un approfondimento su Massimo Bontempelli accolto nel saggio L’unica via è il pensiero a cura del professore Hervé A. Cavallera (Intermedia Edizioni, 2019).

Nel 2021, Sara Durantini ha pubblicato L’evento della scrittura. Sull’autobiografia femminile in Colette, Marguerite Duras, Annie Ernaux per la casa editrice di Milano 13 lab Editore.


  • Casa Editrice: 13Lab
  • Genere: saggio
  • pagine: 133

LA SPOSA DEL MARE di Amity Gaige


Ero sinceramente stupita che la maternità non guarisse la ferita. Anzi, la ferita era peggiorata. Perché dovevo affrontare la possibilità di non sapere offrire cure materne migliori di quelle che avevo ricevuto io.

Trama

Chiusa nell’armadio della sua stanza, Juliet legge il diario di bordo che suo marito Michael ha scritto nell’anno trascorso in barca a vela insieme a lei e ai loro due bambini. Il viaggio è stata un’idea di Michael, che si è indebitato per acquistare la barca, e Juliet ha acconsentito, piena di dubbi. Comincia così un lungo e incalzante dialogo a due voci: Juliet ripercorre la memoria degli eventi, e Michael racconta il presente, inconsapevole e ottimista, certo che quella sia l’unica possibilità per recuperare il matrimonio, salvare Juliet dall’insoddisfazione, dare un’altra vita ai bambini. E all’inizio pare funzionare: a bordo dello yacht i vecchi problemi vengono spazzati via, la famiglia si trasforma in un perfetto equipaggio e la barca e il mare diventano la casa sempre desiderata. Ma il destino è in agguato, a strappare alibi e certezze, e a svelare il senso della vita anche a costo di perderla.

Amity Gaige parla al nostro desiderio più profondo di essere amati e di sentirci liberi, senza compromessi; e parla di famiglia e matrimonio, rivelandoci che le gabbie più anguste sono quelle nascoste nella nostra mente. La sposa del mare illumina momenti di felicità irripetibile, lampi di saggezza e conforto che indicano la strada per essere davvero noi stessi.


Recensione

Una vita. Una famiglia.  Crescere, amalgamarsi, riuscire a realizzarsi pur rimanendo se stessi. Un’altalena tra due punti distanti,  la faticosa e necessaria ricerca di un equilibrio.

E intorno, il mare. Il blu che incanta e che trasfigura la visione del vero. Agognato, sognato, inseguito. Il mare, un miraggio, una cura. Il mare, dal quale siamo nati tutti. Accogliente, conosciuto. Ma anche pericoloso, mutevole, inaspettato e imprevedibile.

Per Michael il mare è la cura per rimettere in carreggiata il suo matrimonio. Michael è ancora innamorato della moglie Juliet, dalla quale ha avuto due figli.  Eppure sa che Juliet sta ancora annaspando tra le spire della sua depressione. Un male che Juliet non vuole chiamare con quel nome. Ma apostrofare lo stato d’animo di Juliet con un sostantivo diverso non farebbe sparire il problema che, tra alti e bassi, attanaglia la vita della giovane donna sin dall’infanzia.

Juliet ha perduto il suo baricentro da bambina e da allora annaspa alla ricerca della serenità. Dopo la nascita dei suoi figli ha visto la sua vita sgretolarsi e i suoi sogni infrangersi.

Michael è invece un uomo concreto. Ama mettersi alla prova, convinto di poter manovrare il suo destino e quello della sua famiglia. L’avventura della barca è una sua idea. Un’idea potente, irrinunciabile. Un sogno egoista e totalizzante, che Juliet per certi versi finisce per subire.

Nello spazio angusto della barca a vela la famiglia intraprende un viaggio avventuroso. Esaltante ma anche sofferto e impegnativo. Quanto è esiguo lo spazio sulla “Juliet” quanto è enorme e assoluto lo spazio e le profondità che ci stanno sotto.

Nella stridente contrapposizione di questi due spazi, quello sopra, egoista, crudele, minimo e quello sotto, sconfinato e abbacinante, si consumano gli ultimi atti di un matrimonio e di una vita intera.

Quando incontriamo Juliet l’avventura in mare è finita già da qualche mese. Juliet ha trovato il diario di suo marito, un diario di bordo dove Michael ha trascritto anche le sue sensazioni e i suoi ricordi legati a Juliet.

Michael non c’è più. Juliet invece esiste a stento e ci dà la sua versione della storia, prima, durante e dopo l’avventura in banca a vela.

Il romanzo è un passo a due. Un coro a due voci, che si rincorrono a narrare i fatti di una vita costruita sul dolore e sul malinteso. Due voci, una sola storia e il dramma di trovarsi a leggere pensieri intimi e inconfessati di chi non c’è più, senza poter lenire, mediare, condividere.

Il risultato è un ritratto amarissimo, dirompente, in cui la tristezza incombe come una falce. La distanza, cristallizzata dall’assenza di Michael e della sua impossibilità di poter aggiungere qualcosa al quadro che si va a delineare nella nostra mente, diventa un muro insormontabile, un mare infinito e profondo.

Ed ecco che il mare è anche l’allegoria di una vita come tante, consumata nell’affannosa ricerca di un equilibrio, di acque tranquille in cui riposare. Il mare, ancora, presenza ingombrante ma necessaria. Il mare che divide ma sa anche ricongiungere.  

 “La sposa del mare” è un viaggio tra i flutti e le correnti, nel desiderio profondo di esserne trascinati e travolti per poter cancellare la propria infelicità. Il mare si erge a medico universale, balsamo e al tempo stesso implacabile coltello che si insinua nelle carni, a ricordarci quanto l’uomo sia un piccolo e insignificante oggetto nel blu spaziale e infinito del mare.

Il mare si frappone tra Michael e Juliet, sottolineando le loro incomprensioni. Ma il mare è anche l’avventura, l’ossigeno e la libertà che rende una vita degna di essere vissuta.

Dalla lettura di questo romanzo si esce scossi ma anche esaltati. E impariamo che ci sono cose che neanche il mare può curare, se non siamo noi a pretendere la giusta medicina che ci rimetta in carreggiata.

Un romanzo che si beve come acqua e che di acqua si nutre. Una lettura che spacca l’anima di chi legge, che urla cose che a volte vorremmo non sentire mai. Una prosa efficace, dirompente, che strazia il cuore ma che lo riempie anche di genuina gioia e di quella benefica salinità che scuote la nostra vita e la rende unica e meravigliosa.

Un racconto a due voci che è malinconia e stupore. Due visioni speculari di una vita sola. La prova di quanto sia difficile entrare in sintonia con chi amiamo. La prova che non è sufficiente vivere gomito a gomito con una persona per conoscerla veramente.

La penna sublime di Amity Gaige graffia sapendo di graffiare ed è splendidamente consapevole di gettare un’ombra sulle nostre vite apparentemente perfette. Una penna che scivola tremendamente vicina alla poesia a sottolineare quanto la nostra esistenza si basi su un effimero ciuffo di spuma, nato dall’impeto dell’onda.


L’autrice

Amity Gaige è una delle maggiori scrittrici americane viventi. Suoi scritti sono apparsi, tra gli altri, su The Guardian,The NewYorkTimes e The Los Angeles Times. Il sogno di Schroder (Einaudi, 2014) ha riscosso grande successo di pubblico e critica in molti paesi, e ha raccolto i commenti entusiastici del mondo letterario, da Jennifer Egan a Jonathan Franzen, da David Bezmozgis a Adam Haslett. La sposa del mare è il suo ultimo romanzo.


  • Casa Editrice: NN Editore
  • Genere: narrativa straniera
  • Traduzione: Laura Noulian
  • Pagine: 349

DUE SULLA TORRE di Thomas Hardy


Una donna esperta che risveglia la passione di un giovanotto proprio nel momento in cui lui cerca di brillare intellettualmente commette quasi un crimine.

Trama

Abbandonata dal marito, un ricco proprietario terriero, Viviette Constantine si innamora di Swithin St. Cleeve, di ben nove anni più giovane di lei, bellissimo, colto e gentile figlio di un curato di campagna. Swithin è un astronomo e lavora in cima a una torre dove trascorre tutto il suo tempo a studiare gli astri e i fenomeni celesti. Il romanzo – ambientato nella campagna dell’amato Dorset – narra la storia del loro amore, che si sviluppa in un intreccio intinto nelle forti passioni del genere “sensazionale”: morti presunte, adulterio, matrimoni segreti, angosciosi patemi riguardo alle convenienze sociali, gravidanze inopportune, nozze riparatrici, cuori spezzati da dolori cocenti e felicità improvvise. Al tempo della prima pubblicazione furono proprio questi elementi della trama, ritenuti peraltro poco congrui con la letteratura “seria”, a far sì che il romanzo attirasse numerose critiche negative e accuse d’indecenza. In seguito, l’evolversi dei costumi ha permesso di apprezzare nuovamente il delicato equilibrio o il voluto contrasto tra il troppo umano delle vicende sentimentali dei protagonisti e la sublime freddezza dei corpi celesti studiati da Swithin con tanta passione e di ascrivere questo romanzo, il nono, fra i migliori della produzione di Hardy.


Recensione

Riscoprire uno dei capolavori di Thomas Hardy è un atto di enorme clemenza verso il genere umano. Non solo per quella frangia di lettori che hanno una inclinazione verso i romanzi inglesi della seconda metà del XIX secolo. No, è un dono per tutti i lettori del nostro tempo, il cui occhio e il cui cuore si è ormai disabituato al linguaggio forbito , alle abitudini, ai modi e alle convinzioni di un’epoca che mai come adesso appare lontana anni luce dalla nostra visione di vita.

In “Due sulla torre” emerge prepotente il delicato e complesso equilibrio tra uomini e donne di quel tempo. Un equilibrio precario, in cui impattano molteplici e imperscrutabili variabili quali l’età, la condizione sociale, il desiderio di raggiungere il prestigio, nella piena  convinzione che il matrimonio sia qualcosa cui cedere facilmente se la passione è impellente e insopprimibile. Ma al tempo stesso anche un atto dal quale cercare di trarre il massimo vantaggio, poiché unico mezzo di realizzazione e sostentamento per la donna.

Ed ecco che lui, il nostro bel Swithin St. Cleeve, dai capelli color del lino e dalle origini popolane, attraente quanto ingenuo, giovanissimo e ambizioso astronomo, si imbatte in lei, Viviette Constantine , donna già matura, sposata e benestante, annoiata da una vita fatta di solitudine. La scintilla che scocca tra loro è  inevitabile e inopportuna. Per lui, che verrebbe sminuito nel suo amor proprio e nel suo personale decoro se cedesse alle lusinghe della donna. Per lei, che si unirebbe ad un uomo troppo giovane, senza una posizione e palesemente senza mezzi.

Niente tuttavia tiene a freno i due innamorati, entrambi ingenuamente vittime dei loro ardori. Questo amore insano è destinato a rimanere segreto.

Da questo spunto nasce tutta l’intera costruzione narrativa di Hardy, in un miracoloso meccanismo di causa ed effetto. Il sotterfugio, perseguito con potente convinzione dai due malcapitati, è fonte di infinite difficoltà, di malintesi, di bugie, di occasioni perse, di intrighi e di incredibili acuti del Caso.

I due, che nutrono verso l’altro una forma assai testarda di ossessione e che sono, al tempo stesso, deboli e inefficaci nel perseguire i loro scopi, finiscono per tendere pericolosamente al grottesco, vittime e artefici dei  mezzi che utilizzano per portare avanti una relazione destinata a indebolirsi sotto i colpi di un destino assai capriccioso e finanche comico, per certi versi.

L’esasperazione del malinteso e della coincidenza come mezzi per ingarbugliare una trama di per sé piuttosto semplice, è portato avanti dall’autore con enorme efficacia. Grazie a questo, la lettura diventa immediatamente fluida, curiosa e interessante.

Il romanzo diventa subito un ritratto meraviglioso di un’epoca in cui i rapporti umani sono avviluppati da un feroce conformismo, da una buone dose di ignoranza, dall’accettazione che il mero calcolo economico giustifichi un unione tra uomo e donna. Superstizione, divario sociale, leggerezza, ingenuità, romanticismo e calcolo regnano incontrastati e fanno a gara a rendere difficile e inutilmente complicata la vita degli uomini e delle donne. Il candore e l’ingenua infatuazione di lui, che cozza sorprendentemente con la sua passione per la scienza, l’infatuazione e la paura di invecchiare di lei sono micce tremende accanto al fuoco. I grotteschi malintesi che subiscono e i pregiudizi a cui sottostanno i due protagonisti sono macigni pesantissimi che è impossibile spostare dalla loro strada.

Che dire di più? “Due sulla torre” non si può raccontare. Si deve leggere. Va assaporato. Va vissuto.

Bello e intricato, romantico e grottesco, avviluppato in una trama che finisce per convergere in un finale inaspettato ma terribilmente coerente.

In fondo è legittimo provare compassione per i due sfortunati amanti, che, forse, in un mondo più vero ed autentico avrebbero subito molte meno vicissitudini. Ma vita è un romanzo, giusto? E senza sacrificio la ricompensa è meno dolce, almeno così si dice….


L’autore

Poeta e romanziere inglese, nasce a Higher Bockhampton, nel Dorset, vicino Dorchester, il 2 giugno 1840. All’età di ventidue anni si trasferisce a Londra e inizia a scrivere poesie che hanno come tema la vita rurale. Non riuscendo ad arrivare al pubblico con la poesia, decide di tentare maggior fortuna con la narrativa. Il suo primo successo fu Via dalla pazza folla, del 1874, cui seguirono Il ritorno al paese nel 1878 e Il sindaco di Casterbridge nel 1886. Dopo lo scalpore suscitato da altri suoi due libri pubblicati tra il 1891 e il 1895 (Tess dei d’Urberville e Jude l’oscuro), in cui derideva le convenzioni dell’epoca vittoriana, Hardy dedicherà il resto della sua vita alla composizione di poesie. Muore a Dorchester l’11 gennaio 1928. Fazi Editore ha pubblicato Nel bosco (2015), Via dalla pazza folla (2016), Due occhi azzurri (2017), Sotto gli alberi (2018), Estremi rimedi (2019) e Due sulla torre (2021).


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Traduzione: Chiara Vatteroni
  • Genere: classico
  • Pagine: 465

IL POZZO DEGLI ASSASSINI di Alberta Pungetti

Priva di sensi, era coricata sul fianco destro, in una posizione fetale di tardiva autodifesa, con il volto girato di profilo, su un sentiero di ghiaia e pietrisco inclinato dolcemente verso il mare, che urlava gagliardo e bianco di spuma ad un centinaio di metri da lei.

Trama

Antibes, Costa Azzurra. Durante una tempesta notturna viene rinvenuto il corpo di una giovane donna pugnalata al ventre da un tagliacarte d’acciaio e d’osso, priva di documenti. Operata d’urgenza rimane in coma, mentre il commissario incaricato cerca di identificarla; lo affiancano un vignettista che ne ha tracciato l’identikit da diramare su internet, e la sorella sordomuta, ma dotata di un naso finissimo che ne riconoscerà il profumo dagli indumenti indossati. Grazie a loro la sconosciuta viene identificata. Poiché non presenta le classiche ferite da difesa l’indagine prende le mosse dalla cerchia dei familiari e dei conoscenti: il marito, l’amante di lui, il fratello minore, la gemella e il compagno della vittima. Dagli interrogatori emerge il carattere prevaricatore della donna, responsabile di malvagità nei loro confronti così da renderli ostili e forse desiderosi di vendetta. Nessuno di loro ha un alibi certo e tutti hanno un possibile movente.

Romanzo intrigante, originale, che affronta il tema della memoria, l’ambiguità dei sentimenti umani, la potenza del destino. Si caratterizza per una prosa agile, fluida e ben dosata nella costruzione della suspense, in un calibrato sviluppo degli avvenimenti per giungere a uno scioglimento logico e avvincente.


Recensione

“Il pozzo degli assassini” è un giallo in piena regola.

Giallo, nel ritmo incalzante e cadenzato, scandito nello scorrere dei giorni, come un diario. Giallo, nelle atmosfere lievemente esotiche della Costa Azzurra. Ancora giallo, forte ed intenso, nello schema narrativo, che coinvolge più personaggi, tutti sospettabili. E nel mistero fitto che avvolge la morte di una giovane donna. 

Il protagonista, Gabriel Gautier, non è un investigatore, né un poliziotto. E’ un vignettista di un quotidiano che si trova,  quasi per caso, ad essere spettatore dell’intera indagine. Narratore perspicace, brillante ed intuitivo, non ha niente da invidiare al poliziotto più esperto. La sua voce sagace e colorata ci accompagnerà attraverso le pagine di questo romanzo, contribuendo a renderlo una accattivante lettura.

Per contro, il commissario Salvatore Lorrain, di origini italiane,  è un uomo pieno di buone qualità ma assai carente sul piano professionale. L’intuito è una qualità che non gli appartiene e che cerca di sostituire con una certa inclinazione alla diffidenza. Il suo personaggio è un curioso mix di buona volontà e di approssimazione,  condita con una dose di sana ostinazione.

Il nostro Gabriel, eccellente oratore e bravissimo affabulatore, è in verità il personaggio chiave di questo romanzo. Oltre che ad esserne la voce, sarà anche il depositario della verità.

Una verità che stenta a palesarsi. Come in ogni giallo che si rispetti, i molteplici sospetti, gli alibi, i moventi, svieranno l’attenzione dal vero colpevole.

E anche quando l’assassino verrà alla luce, le sorprese non saranno affatto terminate. Il finale è sorprendente e decisamente spiazzante, degna conclusione di questa piacevole lettura.

I toni leggeri, pacati, il fiorire di sospettati e di ipotesi, la presenza di personaggi carismatici e finanche un po’ strampalati, la sottile ironia che si intuisce tra le righe, fanno di questo romanzo una vera chicca, che si legge in un fiato e che non cessa mai di catturare l’attenzione.

Un romanzo che è una giostra che gira ipnotica a confonderci in un vortice di sospetti. Gira e dipinge le complesse dinamiche che sottintendono gli affetti e i subdoli moti interiori dell’uomo.  Gira a indicarci, uno ad uno, vizi e virtù dei malcapitati di cui finiamo per sospettare: la femme fatale, la governante misteriosa, l’amante danaroso, la ragazza dall’olfatto magico, il malcapitato sulla scena del delitto, la gemella rancorosa.  Un gioco al massacro ma anche l’occasione per riflettere sulle cause e gli effetti delle nostre azioni.


L’autrice

Bolognese, dopo alcuni anni di attività teatrale si è laureata in Lettere e si è trasferita a Reggio Emilia, dove ha insegnato italiano, latino e storia in Istituti Superiori e Sperimentali. Appassionata di poesia riene conferenze su poeti del ‘900 e contemporanei.

Ha pubblicato un volume di poesie A stomaco vuoto, Medusa Edizioni, una raccolta di filastrocche Tetta poppa fiordilatte , il romanzo La bolognese non abita più qua, Este Edition.

Vive a lavora a Quattro Castella, in provincia di Reggio Emilia.


  • Casa Editrice: Giovane Holden Edizioni
  • Collana; Mysteriuos Park
  • Genere: giallo
  • Pagine: 115

BLU di Giorgia Tribuiani


Abbassi lo sguardo e un respiro ti trema in bocca. Senti il palato e la lingua secchi. Vorresti dell’acqua. Non prenderai dell’acqua: non ti chinerai sul tavolino, non toccherai il bicchiere. Non ti muoverai, Blu, che se tu muovessi potrebbe muoversi anche lei.

Trama

Ginevra, per tutti Blu fin da bambina, ha diciassette anni, frequenta il liceo artistico ed è una ragazza solitaria intrappolata in un mondo tutto suo fatto di rituali ossessivi e gesti scaramantici. I suoi genitori sono divorziati e Blu vive con la madre, una donna che lavora molto ed è spesso fuori casa. Blu ha un fidanzato, che non riesce a lasciare perché divorata dai sensi di colpa, un ragazzo che vorrebbe amare e di cui, invece, sopporta appena la presenza. L’unica cosa che ama davvero è l’arte, e disegnare risulta un’attività in cui dimostra di avere talento. Così, quando durante una gita scolastica assiste a un’esibizione di performance art, resta folgorata da quel modo di esprimere l’atto creativo e dall’artista stessa, fino a sviluppare per lei una vera e propria ossessione. A questo punto, i pensieri maniacali si fanno via via più opprimenti, finché la sua determinazione a essere una brava ragazza la porta a vivere uno sdoppiamento della personalità subdolo e pericoloso.

Un romanzo forte e diverso che ci trascina nella mente claustrofobica di Recensione, prigioniera di azioni morbose e incomprensibili manie, sino a svelarne il delirante meccanismo.

Il ritmo serrato, imprevedibile, e la densità della scrittura rendono in modo perfetto il tormento psicologico della protagonista e l’incessante lotta interiore per sconfiggere il suo doppio.

Un libro che conferma il grande talento di Giorgia Tribuiani, autrice nuova e originale, capace di immedesimarsi e rendere appieno l’essenza e il tormento dei suoi personaggi.


Recensione

Una lettura come un viaggio tortuoso dentro le profondità insondabili di Ginevra, una diciassettenne dei giorni  nostri. Ginevra, che tutti chiamano Blu, un nomignolo che risale ai tempi della sua infanzia, tempi felici, quando i suoi non si erano ancora separati.

Poi la catastrofe si è fatta strada in lei: la separazione dei suoi, il padre che ha una nuova compagna e una nuova figlia, la scuola, dove è trasparente come vetro, sola, distante. E poi Roberto, il suo fidanzato, verso il quale nutre una malcelata avversione, che vorrebbe lasciare ma non ci riesce.

Blu vive subendo un’esistenza che pare segnata dal senso di colpa. Blu subisce i suoi riti, vere e proprie fissazioni che trovano nella ripetizione e nei numeri la loro naturale valvola di sfogo.

Blu è prigioniera delle sue convinzioni e vittima di un malevolo e perverso gioco di causa ed effetto: le sue azioni, i suoi ingovernabili pensieri o i suoi desideri più reconditi, se espressi o concretizzati in parole o azioni,  potrebbero provocare vere e proprie catastrofi. Blu è costretta a fingere, a reprimere i suoi sentimenti e a tacitare le sue volontà, per timore di fare del male a chi le vuole bene.

Ma, a consolare la sua vita intrappolata nella desolante gabbia del senso di colpa c’è il disegno. Blu ha talento e nel disegno ritrova se stessa. Ma l’arte sarà anche la molla che la condurrà in un nuovo precipizio. Un abbisso che tuttavia le servirà per fare chiarezza in se stessa. Per scacciare il demone che la tiene prigioniera.

Una lettura insolita, che rompe ogni schema.

Una lettura difficile, complicata. Una lettura che sedimenta ma che ha bisogno di tempo affinché il lettore possa farla propria. Comprendere Blu è un’impresa difficile. Aiutarla diventerà un bisogno primario, ma impossibile.

L’autrice riesce a descrivere le dinamiche complesse e oscure che tengono per le briglia le nostre sensazioni, conducendo il nostro inconscio in luoghi inesplorati, dove ciò che crediamo diventa verità. Una verità che diventa sempre più difficile da scardinare.

La sua scrittura è ipnotica, cadenzata in un ritmo che diventa opprimente, che porta al lettore un senso di ribellione.  Giorgia Tribuiani racconta la storia di una catarsi e lo fa con modalità inusitate. Per esempio utilizzando la seconda persona singolare. L’autrice parla a Blu, descrivendo le sue scelte e i suoi pensieri come fossero dei comandi. O, al contrario, come se fosse l’autrice a subire le scelte e i pensieri della protagonista. Il risultato è lo spaccato della vita di un’adolescente in una gabbia, dietro a sbarre che è così difficile rompere.

Un libro che diventa manuale di istruzioni per adolescenti complicati, la cui complessità spesso è frutto delle scelte degli adulti che gli stanno intorno. Da bambini, da giovani, senza una corazza a difendere la tenerezze della carne e del cuore, è facile ferirsi, sanguinare. Curare queste ferite fino a farle guarire non è semplice. Prevenirle, spesso, ancora più difficile.


L’autrice

Giorgia Tribuiani è nata ad Alba Adriatica ma vive a Bologna. Dopo la laurea in Editoria e giornalismo e un master in Marketing e comunicazione, ha collaborato con testate giornalistiche e agenzie di stampa e curato la comunicazione online per alcune multinazionali. Attualmente lavora come docente di Scrittura creativa presso la Bottega di narrazione, il Penelope Story Lab e la Side Academy. Ha esordito nel 2018 con il romanzo Guasti, edito da Voland.


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Genere: narrativa italiana
  • Pagine: 464

BENEDETTO SIA IL PADRE di Rosa Ventrella


Non c’era però solo il silenzio, la mamma era cambiata. La scoperta della bugia – di quella bugia – aveva fatto da spartiacque e aumentato la distanza tra il mondo di sopra e quello distotto, le due dimensioni parallele in mezzo alle quale viveva, un piede di qua e uno di là, momenti spenti e altri accesi, quello era il suo meccanismo di sopravvivenza.

Trama

Quanto di quel che abbiamo vissuto da bambini ci rimane attaccato alla pelle? Ci si può salvare dal male che abbiamo respirato crescendo? Rosa è nata nel quartiere San Nicola, il più antico e malfamato di Bari, un affollarsi di case bianche solcate da vichi stretti che corrono verso il mare, un posto dove la violenza “ti veniva cucita addosso non appena venivi al mondo”. E a insegnarla a lei e ai suoi fratelli è stato il padre, soprannominato da tutti Faccia d’angelo per la finezza dei lineamenti, il portamento elegante e i denti bianchissimi; tanto quanto nera – ” ‘gniera gniera’ come un pozzo profondo” – aveva l’anima. Faccia d’angelo ha riversato sui figli e soprattutto sulla moglie – una donna orgogliosa ma fragilissima, consumata dall’amore e dal desiderio che la tenevano legata a lui – la sua furia cieca, l’altalena dei suoi umori, tutte le sue menzogne e tradimenti. Ma Rosa è convinta di essersi salvata: ha incontrato Marco, ha creduto di riconoscere in lui un profugo come lei, è fuggita a Roma con lui, ha persino storpiato il proprio nome. Oggi, però, mentre il suo matrimonio sta naufragando, riceve la telefonata più difficile, quella davanti alla quale non può più sottrarsi alla memoria. Ed è costretta ad affrontare il viaggio a ritroso, verso la sua terra e la sua adolescenza, alla ricerca delle radici dell’odio per il padre ma anche di quelle del desiderio, scoperto attraverso l’amicizia proibita con una prostituta e l’attrazione segreta per un uomo più grande. E, ancora, alla ricerca del coraggio per liberarsi finalmente da un’eredità oscura e difficilissima da estirpare. Rosa Ventrella ha scritto un romanzo coraggioso, animato dalla volontà di smascherare la violenza che affonda le sue radici, dure e nodose come quelle degli olivi, nella storia di tante famiglie. Ma, con la sua lingua capace di dolcezza e ferocia, ha saputo mettere in scena a ogni pagina l’istinto vitale, la capacità di perdonare e rinascere.


Recensione

“Benedetto sia il padre” è un romanzo fatto di donne per le donne. Una storia forte, che lascia fuori la speranza di redimersi da un destino avverso e impietoso. Una storia che provoca un graffio di dolore ma anche il desiderio grande di ribellione, di cambiamento, di rivincita.

Con un occhio al passato e uno al presente, Rosa Ventrella racconta una storia intima, che scende nell’anima delle sue protagoniste, a carpirne i segreti, affondando senza remore una lama nelle carni tenere, a sfaldare una fiducia cieca e ingenua negli uomini.

L’autrice dà il suo nome alla protagonista di questo romanzo. Rosa. Rosè come la chiama Agata, sua madre.

Rosa ha tredici anni. Il suo corpo è acerbo ma dentro di lei già si agitano i venti inebrianti dell’adolescenza, con le sue pulsioni e i suoi desideri. Rosa vive nei quartieri vecchi di Bari, dove le comari sanno tutto di tutti. Dove regna l’indigenza e gli uomini sono rudi, di poche parole, chiusi dentro se stessi. Artefici e vittime di una cultura che li vuole padroni. Pronti a schiacciare la propria donna sotto pregiudizi grandi come macigni.

Rosa vive in prima persona gli atti di violenza che il padre compie ai danni della madre, Agata, una donna bella e innamorata, che sfiorisce a poco a poco sotto il peso delle umiliazioni.

Rosa vive il turbamento della sua età e soffre lo stesso dolore che affligge sua madre. Il dolore delle donne maltrattate. Delle donne che non meritano amore, né fiducia. Solo la fuga potrà salvarla.

Ma spesso i demoni dai quali fuggiamo trovano il modo per raggiungerci.

Quando Rosa si deciderà a tornare a Bari, costretta dall’angoscia di sapere Agata in fin di vita, si aprirà finalmente alla verità. Sarà una confessione sofferta ma per certi versi consolatoria. L’accettazione di una verità che scioglierà il disprezzo e avvicinerà il destino di due donne, madre e figlia, che la vita ha voluto sovrapporre. Forse è giunto il tempo di perdonare, di accogliere, di condividere e di confessare.

La voce delle donne di Rosa Ventrella è un soffio incerto, che trabocca dolore ma che emana al tempo stesso la volontà di non cedere, di resistere e di perdonare. La storia, che copre più di trent’anni di vita, dagli anni settanta fino ai primi anni duemila, è anche la storia di tutte noi, che dopo secoli di buio ci siamo risolte ad accendere un lume, a scaldarci e a rompere le tenebre. Una luce prima fioca, poi sempre più luminosa.

Agata e Rosa sono le figlie di questa epoca: Agata che soccombe e sfiorisce nell’apatia e nella rassegnazione. Rosa che si ribella. Difficile dire chi delle due abbia vinto: la donna che resta o quella che scappa. Ma la gabbia, in fin dei conti, è sempre stata dentro di noi, più che all’esterno. Non è mai una questione di luoghi. Al contrario, la libertà vive dentro, nel cuore e nella testa delle persone.

Benedetto sia il padre è una storia amara come la salsedine che abbranca i vichi di san Nicola. Una storia che vuole parlare di un riscatto che è lungi dal venire. Perché persino un padre violento può essere benedetto se la sua crudeltà è servita a liberare una donna dalle sue catene.

Rosa Ventrella possiede il dono di dare voce alle sue donne, che ci parlano il linguaggio della vicinanza e della solidarietà. Agata e Rosa sono donne che ci passeggiano accanto, che abbiamo conosciuto o incontrato per caso. Impossibile non tendere loro una mano, tirarle fuori dai gorghi dove tutti rischiano di cadere.

Rosa Ventrella abbraccia nel ricamo delle sue parole anche gli uomini. Quelli che usano la forza dei muscoli e la crudezza della voce per imporsi e sopire lo spavento di essere uomini in un mondo che pretende perfezione e coraggio.

Un romanzo che è un inno al perdono e all’accettazione di sé, da leggere come un balsamo per l’anima. Per riconoscerci e per ricordare chi siamo.


L’autrice

Rosa Ventrella è nata a Bari ma vive a Cremona. È laureata in Storia contemporanea e ha un Master in Dirigenza Scolastica. Per molto tempo ha scritto su riviste storiche specializzate e ha tenuto diverse conferenze sulla condizione femminile nella storia. Ha lavorato come editor per una casa editrice e da anni cura laboratori di scrittura creativa per ragazzi e adulti presso il CPIA di Cremona. I diritti di traduzione dei suoi romanzi sono stati venduti in 23 Paesi.


  • Casa Editrice : Mondadori
  • Genere: narrativa italiana
  • Pagine: 233

TUTTO IL SOLE CHE C’E’ di Antonella Boralevi


Cos’è la gioia? Studiando il greco, ho capito che la gioia è un atto di arroganza. Noi umani, quando siamo felici ci sentiamo Dio. Talvolta gli dei ci compatiscono, e ce lo permettono. Ma ci sono giorni cattivi in cui la loro invidia è incontenibile. E più siamo felici, più ci atterrano.

Trama

10 giugno 1940. Mentre l’Italia di Mussolini entra in guerra, nel giardino incantato di una villa in Toscana quattro ragazzi giocano a tennis. La Storia irrompe dentro la loro giovinezza beata e li costringe a prendere in mano la propria vita.

La Contessina Ottavia Valiani ha quattordici anni e il sole addosso. La sorella minore, Verdiana, la spia

dall’ombra. È timida, bruttina, forse cattiva. Entrambe vivono la condanna insita nell’essere sorelle e anche donne: una è il metro di giudizio dell’altra. Divisa tra invidia e ammirazione, decisa a sfidare il legame speciale tra Ottavia e il padre, Verdiana azzarda l’imprevedibile.

I Valiani non sono una famiglia come le altre. Un padre affascinante e traditore, conte, chirurgo e Podestà di San Miniato. Una madre remissiva ma capace di farsi leonessa. E poi il personale di casa, l’anziana cuoca, la giovane sguattera fiera, la cameriera tedesca. Intorno a loro, fascisti e partigiani, sciantose e contadini, sfollati e nuovi ricchi. Un affresco di destini e di emozioni dove le menzogne diventano verità e le verità bugie, tra ricevimenti e parate fasciste, balli sfrenati e imboscate, palazzi e casolari. In un brulicare di passioni proibite, ostilità segrete, tenerezza struggente, generosità e rancore, su cui sfolgora il fascino misterioso del bel Ranieri, l’amore di Ottavia. Mentre la Grande Storia compie il suo corso, le anime scure si fanno limpide e gli uomini sbagliati diventano giusti.

L’autrice ci rapisce dentro un romanzo che si vorrebbe non finisse mai. Scava nell’animo dei personaggi e nel nostro. Rovescia di continuo situazioni e caratteri, come fa la vita. E ci rivela il segreto splendente per ripararsi il cuore.


Recensione

Apro le pagine di questo libro e ne esce prepotente una lama di luce. Luce che sa penetrare in ogni cellula senza accecare chi la guarda. Una luce discreta ma scintillante.

Escono voci e sono cristalli di gioiosa gioventù, che cantano nel dolce idioma di casa mia, la Toscana.

Voci sopite, voci garrule. Le note stridule delle contadine e delle donne di paese. Le voci flautate delle signore, scevre da eccessi, spesso a nascondere le note umide delle lacrime che tentano di traboccare dalle ciglia.

Ma sono anche voci maschili. Autoritarie, imperiose, di chi tiene il potere e lo esercita. Oppure voci graffiate dall’amore e dalla passione. Voci che inneggiano alla guerra e voci che sussurrano appena.

E sotto a tutto, il rombo della guerra cha avanza. Il dolore, la paura, la distruzione.

Questo romanzo è un contenitore di bellezza. Un condensato di poesia, di passione, di sentimenti forti. Una scatola magica al cui interno c’è la nostra Storia recente. Raccontata da Verdiana e da Ottavia. Due voci, diverse tra loro, complementari ma anche nemiche, in un’altalena di equilibri instabili e indefinibili che segnano il rapporto complicato tra due sorelle poco più che adolescenti.

Verdiana e Ottavia discendono da una nobile famiglia, i Conti Valiani. Vivono in un palazzo meraviglioso insieme al padre, stimato chirurgo e alla madre, le cui origini sono popolane e la cui esistenza ingrigisce al fianco di quel marito brillante e sensibile al fascino femminile.

Ottavia, la maggiore, ha il sole dentro. Bella, sicura di sé, indomita, indipendente. Niente la spaventa e tutti ne sono soggiogati. Ottavia è consapevole del suo potere e lo usa a cuor leggero per sottomettere tutto e tutti ai suoi voleri. Ottavia è l’occhio dritto del padre. Una creatura che rifugge l’imperfezione propria dell’essere umano per rasentare l’ideale di bellezza, grazie e intelligenza.

Ottavia ha mille spasimanti. Tutti cadono ai suoi piedi e lei sembra non accorgersene neanche.

Se Ottavia è luce, Verdiana è invece ombra. Invisibile, insicura, scialba. Oscurata dalla figura ingombrante di Ottavia per la quale nutre sentimenti ambivalenti di ammirazione e di invidia, mescolati in un mix pericoloso pronto ad esplodere. Verdiana che si innamora di tutti gli spasimanti della sorella, di un amore malato e ossessivo che la spinge a utilizzare ogni mezzo per ottenere un briciolo di considerazione dagli oggetti della sua venerazione. Verdiana che dovrà accontentarsi di osservare, senza mai dissetarsi al calice dolce amaro della passione.

Tutto il romanzo ruota intorno alle figure delle due sorelle. Ma è Verdiana la voce narrante. Nascosta negli anfratti più improbabili, Verdiana spia gesti e conversazione della sorella. Sa tutto dei suoi amori e dei suoi desideri, pronta a manipolare e modellare il presente allo scopo di ritagliare un piccolo angolo di felicità anche per sé.

Ma c’è un punto in cui l’amore insoddisfatto incontra il tarlo della gelosia. Ottavia e Verdiana vi cammineranno intorno, in una danza ipnotica, fino ad implodere.

Il romanzo copre 11 anni di Storia, dal giugno 1940 quando l’Italia di Mussolini entrerà in guerra, fino al 1951. Sono anni difficili e cruciali, sia per le sorelle Valiani che per l’Italia.

Le sorelle cresceranno e diverranno adulte, abbandonando le certezze dell’infanzia per scontrarsi con i moti imprevedibili e complicati dell’anima. Cresceranno e troveranno amore e amicizia nel loro cammino e vedranno la loro famiglia modellarsi e trasformarsi dentro dinamiche complicate.

L’Italia invece affronterà la guerra al fianco della Germania di Hitler, l’armistizio, la resistenza partigiana, l’invasione alleata. Le bombe, i rastrellamenti, la morte. Le ristrettezze, i saccheggi, la fame.

I Valiani saranno sfollati, poveri, circondati dalle macerie, dal sangue dei civili e dall’odio che imperversa.

Ma sarà sempre l’amore a comandare le loro vite. L’amore vissuto e quello desiderato.

Leggere “Tutto il sole che c’è” è stato un viaggio esaltante. Una trama meravigliosa, ricca di tutto ciò che serve per fare di un romanzo un capolavoro.  Una ricerca storica accuratissima, una ricostruzione della società degli anni quaranta senza pecche. L’ambientazione toscana è sicuramente uno dei tanti punti di forza del romanzo, come anche i personaggi minori, piccoli gioielli di realismo e di colore. Penso a Finimola, la cuoca dei Valiani, che porta un nome che racchiude un mondo – chi è toscano come me  capirà al volo-, ma anche ai Canedini, i mezzadri dei Valiani, affastellati in 7 dentro ad una cucina nera di fuliggine, abbrutiti  dalla fatica e dalle privazioni  e asserviti al credo comunista per il quale pagheranno il prezzo più alto.

Antonella Boralevi, artefice illuminata di una prosa impeccabile, ha dato vita a personaggi indimenticabili. Li ha dotati di un’anima e li ha fatti vibrare di luce dentro le sue pagine ipnotiche, dalle quali è difficile staccarsi. Personaggi che hanno dato vita ad un insieme coerente e appassionato, che si nutre di passione e che è esso stesso un microcosmo in cui guardare e dal quale trarre un soffio di vitalità e di sogno.

“Tutto il sole che c’è” è una lettura che non si dimentica. Molti di noi si riconosceranno in questi personaggi meravigliosi, o vi riconosceranno i racconti appassionati dei genitori o dei nonni.

In uno stralcio della nostra coraggiosa storia recente, in uno spaccato di una società contadina che si incammina verso i grandi stravolgimenti sociali che verranno, dentro ad un mondo borghese chiuso in se stesso e destinato a sbriciolarsi sotto i colpi del nuovo che avanza, Antonella Boralevi costruisce il suo piccolo miracoloso collage e porta a compimento un acquarello di ricordi tenui ma indelebili, a rammentarci un passato che è, al tempo stesso, recente e vecchio come il mondo.


L’autrice

Antonella Boralevi è autrice di romanzi, racconti, sceneggiature, saggi. Ha portato in televisione il talk show di approfondimento emotivo. Tiene rubriche su quotidiani e settimanali. Il suo Lato Boralevi esce ogni giorno sul sito della “Stampa”. Tra i suoi romanzi, Prima che il vento (2004), Il lato luminoso (2007), I baci di una notte (2013), Chiedi alla notte (2019), La bambina nel buio (nuova edizione La nave di Teseo, 2019). È tradotta in Germania, Francia, Giappone, Russia. Tutto il sole che c’è è il suo ventiduesimo libro.


  • Casa editrice La nave di Teseo
  • Collana:Oceani
  • Genere:narrativa italiana
  • Pagine: 692

UNA VITA DA RICOSTRUIRE di Brigitte Riebe

Trama

Berlino, maggio 1945: è l’ora zero. Il vecchio mondo è finito. La città è ridotta a un cumulo di macerie, così come le anime dei suoi abitanti. La villa dei Thalheim, agiata famiglia di commercianti, è stata requisita e il loro negozio di abiti è stato bombardato. Le donne di casa, rimaste sole dopo che gli uomini sono scomparsi in guerra, devono ricominciare tutto da capo. Le tre sorelle Rike, Silvie e Florentine, trascinate dalla determinazione della maggiore, imprenditrice nata, decidono di provare a realizzare un sogno: riaprire l’attività di famiglia, riportare colore nella tetra Berlino del dopoguerra con tessuti sofisticati e abiti alla moda, riuscire a far sì che le berlinesi tornino a sentirsi donne. Riesumate le Singer, le forbici da sarta, i vecchi cartamodelli e le preziose stoffe che Rike aveva saggiamente nascosto insieme al padre, le ragazze si rimboccano le maniche e nel giro di poco le loro creazioni sono sulla bocca di tutti. Ma i tempi nuovi portano nuovi problemi: oscuri segreti inaspettatamente rivelati gettano una luce ingloriosa sull’attività e sulla famiglia, mettendo tutte a dura prova.

Gelosie fra donne, amori, storie torbide del passato che riemergono a sparigliare le carte, il lontano scintillio della Berlino capitale della moda che torna a risplendere… Tutto questo, ma anche molto altro, nel primo capitolo della nuova trilogia bestseller Le sorelle del Ku’damm.

Recensione

Una ragazza in rosso. Sullo sfondo architetture che richiamano il nord europa. Tetti spioventi, palazzi eleganti. Immagini lontanissime dalle rovine che la guerra ha inflitto a Berlino.

Ma l’occhio non può spostarsi dal rosso di quell’ampio paletot,  dalla borsetta appesa all’esile braccio e dalle scarpe, tanto femminili quanto improbabili e scomode vestigia di un passato in cui l’eleganza stava alla donna come la rosa alla sua spina.

Se è vero che un abito ben fatto può bastare a risollevare il morale di una donna, allora l’intuizione di Rike Thalheim è davvero giusta. In un mondo fatto di cenere e di macerie, di povertà, sangue e confusione, solo la bellezza può contribuire a risollevare una città e una  nazione intera.

I Thalheim sanno bene quanto apparire sia importante per una persona. L’abito è il primo guscio che ci riveste. Se da un lato nasconde la nostra intimità, dall’altro è l’esatto contrario: l’abito è un grido che fa voltare chiunque a guardarci. L’abito cela e al tempo stesso esalta la nostra figura.

Fritz Thalheim ha fatto della moda la sua vita. I suoi grandi magazzini, nel cuore di Berlino, sono il tempio della sartoria.  Fritz è un uomo d’affari talentuoso e intraprendente. La fortuna in affari ha permesso alla sua famiglia di vivere una vita agiata finchè l’ombra della guerra offusca la sua esistenza e ottenebra tutto.

Rike è intraprendente e forte. Una ragazza con i piedi per terra, che sembra persino rifuggire l’amore, concentrata com’è nella sua missione di riportare il colore in un mondo grigio e tetro. Diametralmente opposte a lei, invece, le sue due sorelle: Silvie, frivola, attirata dal bel mondo, che solo dopo le sofferenze della guerra troverà la propria strada; Florentine, che da bambina docile e piena di fantasia, si trasformerà in uno spirito libero e ribelle.

Sullo sfondo, la Storia. Ricostruita con cura, dovizia e enorme rispetto dall’autrice, che è magistrale nell’ambientare la vicenda in un periodo denso di esaltazione militare, di grandi speranze e di avvenimenti cruciali.

Rike è l’indubbia protagonista di questo romanzo, primo di una trilogia. Rike e la moda, che negli anni quaranta vede la donna al culmine della sua femminilità, prima che i clamori degli anni della contestazione giovanile la trasformi in una creatura filiforme, quasi androgina, vestita di jeans o dentro vertiginose minigonne con le quali  demolire o osannare la propria femminilità nell’incalzare di un epoca che vedrà i primi vagiti della corrente femminista.

La vita di Rike è già in parte investita da un vento nuovo. Rike infatti darà priorità alla carriera. Rike si nutrirà dal piatto spesso amaro della verità, che ricercherà con ogni sua energia, a disseppellire segreti familiari che sembrano sepolti sotto metri di non detto e non fatto.

Rike, insomma, è una grande donna. Imprenditrice rivoluzionaria, amante della vita in tutte le sue forme, anticonformista, determinata, in un’epoca in cui la donna è ancora solo l’angelo del focolare.

Sono davvero stata piacevolmente colpita da questa lettura. La prosa scorrevole, l’ambientazione interessante e ottimamente ricostruita e la trama accattivante, faranno di questa trilogia un sicuro successo. Questo primo atto si chiude in un momento di grande tensione e con una scena colma di aspettative….  E’ davvero impossibile non rimanerne soggiogati!

E così Brigitte Riebe mette in banca l’intera attenzione dei suoi lettori, che non potranno che aspettare trepidanti il secondo capitolo. Ovviamente io sono tra questi!

L’autrice

Brigitte Riebe ha conseguito un dottorato in Storia e successivamente ha lavorato come editor per una casa editrice. Ha pubblicato numerosi romanzi di grande successo, in cui ripercorre le vicende dei secoli passati. I suoi libri sono stati tradotti in diverse lingue. Vive con il marito a Monaco.

  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 463

DELLA STESSA SOSTANZA DEI PADRI di Davide Rocco Colacrai

c’era l’ombra dell’uomo che sarei diventato
l’amore che si era congedato da me
cerchi di sospensione che invecchiavano il cuore
la carenza di felicità
una minestra raccolta nel mio cappello
gli ultimi istanti di una sigaretta sul marciapiede
valigie immobili e vuote
e tutto quel che rimane dopo il dolore e Dio
 
(da “La sottile bellezza dell’imperfezione”)

I versi di Colacrai escono da una penna elegante, che incastona persone, avvenimenti, sensazioni, istituzioni, osservazioni in frasi nelle quali ogni parola è al suo giusto posto, ha il suo giusto peso. Parole capaci di far provare pietà, rabbia, malinconia, desiderio di riscatto, illuminando la realtà di una luce nuova e non comune.


Una silloge sugli uomini. Poesie come frammenti di vite, nate e poi disperse nell’aria. Uomini che hanno calpestato il suolo di questo pianeta, in epoche diverse, lasciando orme profonde oppure lievi tracce, quasi invisibili. Uomini sconosciuti e uomini noti, fatti della stessa sostanza.

Mai come in questa raccolta è chiara la sensazione che ogni vita racchiude in sé un mondo intero. Un mondo sconosciuto e imprevedibile. Che ci scuote nel profondo, perché in queste vite possiamo riconoscerci.

Ho trovato delicatissime le immagini che il poeta ci dà dell’Uomo. Un Uomo che si spoglia delle sue velleità, e che resta nudo a mostrare le sue ombre e i suoi contorni più teneri. Uomini soli, uomini perseguitati. Uomini che inseguono un sogno. Uomini che hanno perduto il loro baricentro.

Uomini senza filtri, che non temono di mostrarsi. Lontanissimi dall’essere eroi, pur vestendone inconsapevolmente i panni.

“Della stessa sostanza dei padri” richiama alla mente l’ineluttabilità della condizione umana. E il dolce amaro che si trae dalla ripetizione degli eventi. Da sentimenti in cui ci riconosciamo, gli stessi che hanno fatto vibrare gli animi dei nostri predecessori.  O che hanno reso memorabili e meravigliose le vite di chi ci ha preceduto su questa terra. Che hanno reso un’esistenza unica e irripetibile oppure che l’hanno scardinata, rendendola un lago di odio o di dolore.

Ne ricaviamo un senso di rasserenante coralità, un balsamo per la nostra anima. E nasce la profonda compassione verso i dolori dell’Uomo. Verso le sue pene che epoca dopo epoca convergono a lambire la nostra vita. Verso le ingiustizie che da sempre attanagliano il mondo. Verso la debolezza, dalla cui asperità sono nati gli acuti più sublimi.

Davide Rocco Colacrai torna con il suo magico cesello, a disegnare virtuose volute dentro chi legge i suoi versi. Innalza la nostra anima, che finalmente può grondare lacrime di sollecita compassione, quella che netta la nostra anima e che eleva il nostro senso del giusto. Che poi, tuttavia, dimentichiamo, perché buia è la nostra natura e oscuri i nostri istinti.

Ma una voce come quella di Colacrai non è mai vana. Al contrario, è necessaria, a darci anche solo un minuto di beatitudine. Un minuto che a volte vale una vita intera.

L’autore

Giurista e Criminologo, dal 2008 Davide Rocco Colacrai partecipa regolarmente a Concorsi Letterari e, sino a oggi, ha ricevuto oltre seicento riconoscimenti, anche internazionali ed europei (tra gli ultimi: il Premio “Luigi Grillo” di Afragola e il Premio “Giulio Enaudi” di Paternò, entrambi vinti per la seconda volta; il Premio “Cinque Terre – Golfo dei Poeti: Sirio Guerrieri”, il “Giugno Locrese”, uno dei più longevi e prestigiosi premi letterari italiani, e il Premio “Città di Livorno”).
Autore di quattro libri: “Frammenti di parole” (GDS, 2010), “SoundtrackS” (David and Matthaus, 2014), “Le trentatré versioni di un’ape di mezzanotte” (Progetto Cultura, 2015) e “Infinitesimalità” (VJ Edizioni, 2016).
Nel tempo libero, insegna e studia recitazione, è autore radiofonico per whiteradio.it, colleziona 45 giri da tutto il mondo (ne possiede duemila), ama leggere, praticare sport all’aria aperta e viaggiare.

  • Casa Editrice: Le Mezzelane
  • Genere: poesia
  • Pagine: 72

L’ALTRO di Thomas Tryon

 
Così uguali, eppure così diversi. Ricordò come reagivano a “fare il gioco”, quel “transfert” quasi mistico che lei aveva scoperto da ragazza e insegnato a loro. Così diversi, Niles un figlio dell’aria, uno spirito gioioso, bel disposto, cordiale, affettuoso, la sua indole si rispecchiava anche nel suo viso: tenero, allegro, premuroso.
Holland? Di nuovo qualcosa di diverso. Aveva sempre voluto bene a tutti e due in egual misura, eppure Holland era un figlio della terra, silenzioso, guardingo, chiuso in se stesso, intrappolato da segreti non condivisi. Ardentemente desideroso di affetto, ma incapace di darne; così misteriosamente introverso.
 

Trama

Niles Perry sono gemelli identici di tredici anni. Molto legati, tanto da poter quasi leggere il pensiero l’uno dell’altro, ma anche molto diversi: Holland, audace e dispettoso, negli occhi una luce sinistra, esercita il suo carisma sul fratello Niles, gentile e remissivo, desideroso di compiacere gli altri, il tipo di ragazzo che rende orgogliosi i genitori. Hanno da poco perso il padre in un tragico incidente e vivono in una fattoria del New England con la madre e la nonna. Le giornate estive in campagna sono lunghe e noiose ma la fantasia multiforme dei ragazzi è un’arma efficace, che si alimenta di oggetti preziosi custoditi gelosamente in una vecchia scatola di latta, assi che scricchiolano e orecchie tese a percepire passi misteriosi, spettacoli macabri inscenati in cantina e vecchie storie che sembravano dimenticate. Ecco però che l’incantesimo dell’infanzia si spezza: una dopo l’altra, una serie di figure vicine ai ragazzi vengono coinvolte in cruenti fatti di sangue. E diventerà presto chiaro che la mano dietro a queste inquietanti tragedie può essere una sola…
L’eterno fascino perturbante dei gemelli è protagonista in questo romanzo in cui nulla è come sembra, che rapisce il lettore e lo conduce attraverso una sottile analisi dell’oscurità che dimora dentro ognuno di noi. Il ritorno di un grande classico dell’horror, bestseller da tre milioni e mezzo di copie, paragonato a Shirley Jackson e Patricia Highsmith e precursore dell’esplosione del genere insieme a pietre miliari come L’esorcista.

Recensione

Il tema del doppio non cessa mai di suscitare nell’uomo una morbosa curiosità.  Probabilmente proprio per questo motivo Tryon, già attore di successo negli anni cinquanta del novecento, volle cimentarsi nella scrittura horror e dette alla luce, nel 1971, il suo romanzo più famoso, “L’altro” che Fazi Editore ha deciso di far tornare alla luce.

Il romanzo è incentrato sul rapporto ambivalente e misterioso di due gemelli alle soglie dell’adolescenza, simili nell’aspetto ma molto diversi nel carattere: Holland, dal carattere torvo e misterioso e Niles, che invece è docile, gentile e succube del fratello, per il quale nutre un’ammirazione malata, venata da una sudditanza psicologica che non riesce a scrollarsi di dosso.

Il romanzo è intriso di atmosfere gotiche e ammorbanti. La vicenda si svolge in una piccolo centro della provincia americana, dove tutti si conoscono molto bene e dove il pettegolezzo e le malelingue non conoscono ostacoli. L’atmosfera sonnolenta, il caldo asfissiante dell’estate, i giochi subdoli e strambi dei due gemelli, i personaggi che li circondano, a partire dalla madre che non lascia mai la sua stanza, prostrata dal lutto e dalla nonna di origini russe che sembra leggere nel pensiero dei due nipoti, per finire poi ai vari personaggi che gravitano intorno alla casa dei Perry, ognuno con la sua personale ossessione. E poi la narrazione, che alterna due piani temporali: uno scritto in prima persona e l’altro scritto in terza persona, che sballotta il lettore avanti indietro nel tempo. Senza dimenticare la continua e ricercata confusione tra i ruoli dei due gemelli, che insinua una nebulosa incertezza nella mente del lettore, già preda della scrittura ipnotica e raccapricciante dell’autore.

I gemelli appaiono fin dalle prime pagine assai misteriosi. I giochi che condividono, i loro segreti incomprensibili, i fatti che narrano e ciò che accade nella casa dei Perry gettano subito una luce sinistra su di loro. In particolare su Holland, la cui armonica, con il suo suono simile ad un lamento, che precede ogni sua  mossa. Holland, con il suo sguardo orientale, che ogni tanto sparisce sul tram che porta alle Shadow Hills. Holland, che sembra attirare la disgrazia in ogni luogo che calpesta.

Ed ecco che dai Perry iniziano a verificarsi dei fatti raccapriccianti. Sparizioni, morte, orrore che sembrano seminati dalle mani svelte e rapaci di Holland.

La successione di quegli ebenti sembra non avere fine. Il lettore ha già da tempo emesso la sua sentenza. Ma i colpi di scena non mancheranno e lasceranno chi legge davvero spiazzato.

Malvagità? Follia? Superstizione? Chi è che ha fatto ciò che ha fatto? Chi è l’altro?

Ovviamente lo scoprirete da soli. Ma non prima di esservi sentiti spaesati. Non prima di aver temuto di non aver capito proprio niente. Non prima di aver assorbito quelle subdole e spaventose atmosfere, in cui follia e perversione vanno terribilmente a braccetto.

Non so se siete pronti per andare a Pequot Landing… sta di fatto che la curiosità avrà la meglio e vi troverete invischiati in un fango purulento e infido. E mentre scivolerete giù sentirete forse il suono di un’armonica a bocca….

Con una scrittura ipnotica e piena di simboli macabri e ottenebranti, Tryon si mostra un geniale affabulatore e un prestigiatore delle parole, che dalla sua penna escono scure e ammorbanti, ed hanno ormai perso la loro leggerezza per assumere toni sordidi e pieni di suspense.

Tryon ha un talento incredibile per indurre visioni oniriche nel lettore, ipnotizzato dalle sue onomatopee e dai suoni, odori e tinte dei luoghi che descrive. Il labirinto che sa creare nella nostra mente è una prigione inespugnabile. Tryon ci inganna con sapiente mistificazione e rinchiude i nostri pensieri in modo che non possano in alcun modo liberarsi dalle loro catene.

“L’altro” è davvero un capolavoro horror. Eppure Tryon non si serve di immagini cruente. Tryon si serve solo delle parole, così innocenti seppur cariche di enorme potenziale. E con le parole rinchiude la nostra immaginazione e la rende schiava.

Chissà se tornerete a Pequot Landing……

Chissà chi vi aprirà la porta quando busserete….

L’autore

Attore e scrittore statunitense, Thomas Tryon ha avuto un’importante carriera cinematografica recitando anche al fianco di John Wayne. Dopo aver assistito alla proiezione del film Rosemary’s Baby di Roman Polanski, tratto nel 1968 dall’omonimo romanzo di Ira Levin, Tryon volle misurarsi con la stesura di un romanzo proprio. Ne scrisse diversi, di genere horror e fantascientifico. L’altro è la sua opera più celebre, e ispirò il film omonimo diretto da Robert Mulligan.

  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Darkside
  • Genere: horror
  • Pagine: 400