IL CORPO RICORDA di Lacy M. Johnson

Mi sembra talmente fragile, questa mia vita.


Trama

È la notte del 5 luglio 2000 quando Lacy M. Johnson fugge dal seminterrato in cui l’ex fidanzato l’ha rinchiusa con l’intenzione di ucciderla. Lacy ha ventidue anni e lui è stato, prima, il suo insegnante all’università, e poi l’uomo con cui ha convissuto per anni, in una relazione segnata da violenze e soprusi. Fino alla sua decisione di lasciarlo, e al fatidico ultimo incontro. Alla polizia Lacy racconta cosa è successo, e quelle parole diventano un peso insostenibile, un marchio a cui è impossibile sottrarsi, ma anche una cura, l’unico antidoto per elaborare il trauma. La ricerca di una giustizia interiore si confronta con la tenace memoria del corpo e, avanti e indietro nel tempo, Lacy ripercorre la relazione con lui, le esperienze di sesso e dipendenza, intrecciando il suo racconto con i rapporti della polizia, le valutazioni degli psicologi, gli incubi ricorrenti, nel tentativo di guarire e perdonarsi. Il corpo ricorda è una testimonianza illuminante, dolorosa e intimamente poetica. Senza mai cadere nell’autocommiserazione, Lacy M. Johnson si interroga sul significato profondo, culturale e sociale, dell’essere oggi una vittima di violenza di genere, ma al tempo stesso ne rifiuta l’etichetta e, grazie alla scrittura, trasforma il trauma in un coraggioso slancio verso la vita e l’amore. Questo libro è per chi sa che il corpo non è una superficie statica ma un varco vivente, una memoria perfetta capace di guidarci verso il futuro.


Recensione

La copertina rosa acceso richiama subito alla mente il romanzo di Megan Nolan, Atti di sottomissione, che ha inaugurato la collana “Le fuggitive”.

Un altro memoir, ugualmente crudo. E una donna che si piega alla dirompenza di un sopruso, di una violenza. Fisica, verbale, intima. Una donna che va a pezzi e che cerca di ricomporre il puzzle della sua esistenza. Con volontà, con dolore, con consapevolezza.  Senza ricorrere alla commiserazione. Vivisezionando il proprio io, alla ricerca delle radici di un errore. Cercando disperatamente di non accollarsi la colpa di una sconfitta. Perché la sofferenza, spesso, appare come una punizione. Un dolore che si poteva evitare ma che non si è riusciti a governare. A domare.

Per Lacy la vita si divide in due parti: prima e dopo il sequestro.

Prima la vita era piatta, senza scossoni. Dopo è diventata una lotta quotidiana contro i ricordi. Contro la cocente delusione di non aver mai smesso di pensare a lui. Lui, che manca più dell’ossigeno. Lui che l’ha uccisa dentro, lentamente.

Lui che manca. Eppure ha distrutto Lacy. Manipolata, violentata, annientata.

E Lacy denuncia. Cerca giustizia. Inutilmente, peraltro. E continua a vivere accanto all’ombra dell’uomo che l’ha sequestrata. Un ombra che rifugge ma che ricerca disperatamente.

E quelle ore, dentro ad una stanzetta sporca e insonorizzata, diventano lo spartiacqua della sua vita. Quella vita che pochi mesi prima era orrore ed estasi. Paura e sottomissione. Annullamento e rinascita.

Lacy M. Johnson scrive questo memoir e in esse si fonde, diventando un tuttuno con le pagine.

Lacy sa che l’amore che ha provato era una miccia pronta ad esplodere. Un’esplosione che è stata totalizzante e che ha cancellato ogni sua certezza. La vita ha continuato a scorrere ma il sequestratore, un uomo che ha anche amato intensamente, appare ricorrentemente tra i pensieri, impigliato nelle ciglia,  sull’argine dei sogni. Lacy ricostruisce la sua vita ma rimane ancorata al ricordo di quella violenza. Con chiarezza ricostruisce l’ossatura di un sentimento che l’ha portata ad un passo dalla morte e sulle ceneri di questo amore prova a ripartire, pur senza dimenticare.

“Il corpo ricorda” racconta senza pudore lo stridore acuto della dicotomia tra mente e corpo. La mente che registra l’aberrazione profonda di una violenza e il corpo che ricorda le posizioni dell’amore, i suoi gesti, l’estasi di una carezza e il dolore di un pugno. Il corpo sa. Il corpo ricorda. Il corpo non sbaglia mai. Le sue sensazioni, le sue preveggenze sono come oro colato. Precise, millimetriche, senza margine di errore.

Ma la mente è un passo avanti al corpo. Registra ogni gesto, lo cataloga e sa dargli un nome. E soffre il sopruso, la violenza. Sa cosa è giusto e cosa è sbagliato. Il corpo arranca a fatica e per un solo gesto soccombe, capitola, perdona, dimentica.

Lacy M. Johnson incanta il lettore con una prosa intima e sfacciata, e ripercorre le tappe di un rapporto che nasce malato e finisce in tragedia. Come un bisturi, la sua penna affilata sa incidere la pelle lasciando una cicatrice profonda e purulenta. E mentre taglia, dispensa poesia ed estasi come fossero balsamo. E leggerla è un colpo al cuore. La lettura come condivisione. E la scrittura, medicina per chi scrive.

Guardarsi dentro non è mai stato così sfiancante. Per Lacy e per tutte noi.


L’autrice

Lacy M. Johnson (1978) è una scrittrice, docente e attivista americana, e vive a Houston. Il corpo ricorda è stato finalista al National Book Critics Circle Award for Autobiography, al Dayton Literary Peace Prize, e all’Edgar Award for Best Fact Crime; è stato selezionato tra i migliori libri del 2014 da Kirkus, Library Journal e Houston Chronicle. Il suo libro successivo, The Reckonings (2018), è stato finalista al National Book Critics Circle Award for Criticism. 


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Traduzione: Isabella Zani
  • Collana: Le Fuggitive
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 200

TEDDY di Jason Rekulak

Entra in casa e io mi incammino verso il cottage. Ancora una volta sento dei passi ad Hayden’s Glen, altri cervi o adolescenti ubriachi o gente morta, chi lo sa, ma il rumore non mi spaventa più.

Perché ho deciso che Adrian ha ragione.

Non devo avere paura di Anya.

Non sta cercando di farmi del male.

Non sta cercando di spaventarmi.

Sta cercando di dirmi qualcosa.

E credo sia il momento di levare di mezzo gli intermediari.


Trama

Teddy è un dolce bambino di cinque anni, intelligente e curioso, che ama disegnare qualsiasi cosa: gli alberi, gli animali, i genitori e, occasionalmente, anche la sua amica immaginaria, Anya, che dorme sotto il suo letto e gioca con lui quando è da solo. Ma ora a occuparsi di lui per tutta l’estate c’è Mallory, la nuova babysitter. I due si sono piaciuti fin dal primo incontro, tanto che il signor Maxwell non ha potuto opporsi all’assunzione della ragazza, che nonostante la giovane età ha dei difficili trascorsi con la droga. All’apparenza tutto è perfetto: i Maxwell sono gentili e comprensivi, la loro casa sembra uscita direttamente dalla copertina di una rivista e le giornate sono scandite da una routine serena, che comprende giochi, pisolini e bagni in piscina. Fino a quando i disegni di Teddy cominciano a cambiare, diventano sempre più strani, cupi, quasi macabri e rivelano un tratto decisamente troppo complesso per un bambino di quell’età. Che cosa sta succedendo? Per Teddy è colpa di Anya, è lei a dirgli cosa rappresentare e a guidare la sua mano. Qualcosa non va e, anche se può sembrare una follia, solo Mallory può scoprire la verità prima che sia troppo tardi. Un thriller che sconfina nel paranormale e che, grazie alla forza espressiva delle illustrazioni, vi sorprenderà, pagina dopo pagina, in un inquietante crescendo, fino all’imprevedibile colpo di scena finale.


Recensione

## L’inebriante miscela tra suspense e orrore. La lacrima che scivola lenta e inesorabile e corrode ogni certezza. Il brivido che irrompe quando la morte non è l’ultima, irrevocabile parola prima della fine. Il dubbio inenarrabile che qualcosa torni dall’aldilà per correggere un errore che è insopportabile. E l’infanzia, corrotta e sporcata, che non è più l’eden che credevamo ##

<<Teddy, perché l’hai fatto?>>

Lo so, non bisognerebbe mai giudicare un libro dalla copertina. E’ un po’ come dire che l’abito fa il monaco. Ma è davvero impossibile resistere alla cover di questo strabiliante thriller che tende all’horror. Una casetta disegnata con i tratti incerti di un bambino, che figura anch’esso in primo piano, sorridente. E a fianco, l’immagine stilizzata di una figura agghiacciante. Un fantasma, uno zombie. Una presenza demoniaca che diffonde nell’aria tutta la sua forza e il suo orrore. E altri disegni, prodotti da una mano infantile, che scivolano fuori dalle pagine. Disegni che diventano sempre più lugubri, cupi, macabri.

Perché, ammettiamolo,  non c’è niente di più inquietante di quell’angolino dell’infanzia che odora di inquietudine, di ambiguo, di subdolo e spaventoso. Quell’innocenza che si trasforma in sottile crudeltà. Quel candore che si traveste da inquieta preveggenza. Quell’aria infida che non è inconsapevolezza, ma una lucidissima e potente visione oltre il reale, oltre il raziocinio e l’intelletto.

Giunti Editore ha intercettato quest’opera fuori dalle righe, capace di scatenare nel lettore un’enorme curiosità. E l’ha data in pasto al lettore condita dalle migliori premesse. Se si pensa che perfino un certo King si è scomodato a dare un giudizio su questo libro, possiamo stare certi che “Teddy” sia e sarà il thriller dell’anno.

Teddy è un bambino di 5 anni, che vive sereno con i genitori in una casa bellissima. E Mallory è la sua nuova babysitter. Una ragazza dal passato tormentato e dai trascorsi tragici. Mallory assisterà ad una repentina metamorfosi dei disegni di Teddy e dovrà scoprire cosa ha scatenato, nel bambino, questo cambiamento. Quali eventi conosce, qual è la mano che guida la sua, piccola e inesperta? E’ davvero solo frutto di una fantasia che galoppa a tutta velocità?

In effetti ci sarebbe qualcosa da approfondire, in Teddy. Per esempio, l’identità della sua amica immaginaria, Anya. Quella che, a suo dire, non esiste davvero. Ma che è una presenza inquietante e indefinibile, che sembra voler pretendere qualcosa dal bambino. Anya, che sembra legata a Teddy da qualcosa di profondo, sopravvissuto al tempo e ad ogni regola.  Per esempio, il passato, che fa capolino, tragico e insanguinato dalle  finestre del cottage in cui Mallory trascorre le sue ore libere.

Qualcosa sembra voler rompere una cateratta ed esplodere all’esterno. Una voce che chiede aiuto e vendetta. Troppi interrogativi si addensano sulla casa perfetta dei genitori di Teddy.  Forse, dietro ogni facciata si celano segreti che non ci aspettiamo. Un passato indecifrabile sembra gridare sempre più forte e Teddy sembra essere il mezzo attraverso il quale una forza innominabile cerca voce ed eco.

Il romanzo è arricchito dalle illustrazioni di Will Staehle, che ha curato la grafica di Anya, e di Doggie Horner, che ha confezionato i disegni di Teddy. L’immediatezza delle immagini, la loro forza evocativa, fanno di questo libro un vero gioiello per il lettore, che potrà godere di un affaccio privilegiato sulla storia senza scomodare troppo il suo spirito di osservazione.

La prosa di Jason Rekulak fa il resto. Limpida ma martellante. Senza alcuno sforzo, rinunciando completamente a qualsiasi effetto speciale se non quello delle parole e delle immagini, induce nel lettore un sottile brivido sulla schiena, quello che ci coglie quando aspettiamo qualcosa di subdolo, di viscido, di terribile. E’ un attesa incessante, che ci fa stare in bilico tra il paranormale e la suggestione. Ma è un brivido che non fa danni, quello che confeziona  Rekulak. Perché questa non è solo una storia che toglie il sonno. E’ anche una storia di riscatto, di guarigione. Che ci fa guardare dentro di noi e scendere  patti con l’impatto annientante dei nostri sensi di colpa e con la necessità, universale, di fare pace con il nostro passato.

L’essere umano troneggia dall’alto con le sue contraddizioni, le sue paure e i suoi desideri, spesso motori di scelte aberranti, alle quali pare impossibile sottrarsi. Ed il confine tra bene e male diventa labile e sfuocato. E solo una forza inarrestabile può interrompere una catena di errori, debolezze, cadute.

Teddy non è solo una storia di fantasmi. Teddy è uno specchio in cui guardare e guardarsi. Teddy è il balsamo che ripara ciò che un uomo ha rotto. Con la sua brama, i suoi desideri, i suoi errori e le sue debolezze. Ed è il pungolo che ci induce a chiederci fin dove siamo disposti a spingerci per difendere ciò che amiamo. E cosa siamo disposti a perdere per mantenere puro e incorrotto ciò che è innominabile.

L’autore

Jason Rekulak, prima di dedicarsi alla scrittura, è stato, fino al 2018, l’editore di Quirk Books. Il suo romanzo d’esordio, I favolosi anni di Billy Marvin (Rizzoli, 2018) è stato tradotto in 12 lingue e nominato per un Edgar Award. Teddy è il suo secondo romanzo che presto diventerà una serie per Netflix.


  • Casa Editrice: Giunti Editore
  • Traduzione: Roberto Serrai
  • Illustrazioni: Will Staehle e Doogie Horner
  • Genere: Thriller/horror
  • Pagine: 414

IL PESO di Liz Moore

Ero meditabondo. Dentro, tremavo tutto. Sentivo che al mio interno qualcosa si era rotto, come se le costole si fossero spezzate e qualcosa volesse venir fuori. Da quando sono confinato qui ho spesso smetito che la mia casa è diventata una manifestazione fisica della caverna di Platone, e che io sono l’uomo che la abita. La mia mente rimbalza sulle pareti e sui soffitti anche se il mio corpo non riesce a farlo. Mi sentivo un po’ claustrofobico e avrei voluto uscire e invece ho aperto la porta e ho respirato profondamente. Fuori faceva freddo, sono rimasto lì sulla soglia e per un po’ ho rabbrividito.
Poi, senza concedermi il tempo sufficiente per meditare su ciò che era accaduto, sono tornato dentro, ho preso il telefono e ho fatto il numero di Charlene, che sapevo a memoria.
Ho aspettato di perdere ogni sensibilità. Non avevo nemmeno sotto mano il dialogo che avevo scritto nel caso avesse risposto. Il telefono è squillato cinque volte. E poi, per la prima volta, ha risposto la segreteria, e per la prima volta ho sentito la voce del ragazzo, più acuto di come me l’aspettavo, più giovane della fotografia.
Qui casa Keller, ha detto la voce. Ora non possiamo rispondere. Sapete cosa fare.
Ho aspettato il bip e poi ho riattaccato.
Io non lo sapevo, cosa fare.


Trama

La vita di Arthur Opp, ex professore di Letteratura, è disegnata dai confini del suo corpo. Incapace di governare la fame di cibo, di amore, di rispetto, Arthur non esce più dalla sua casa di Brooklyn. L’unica persona che gli sta a cuore è Charlene, una ex allieva con cui ha mantenuto per anni una corrispondenza tenera e profonda, ma che da qualche tempo non sente più. Finché un giorno Charlene lo chiama per chiedergli di aiutare negli studi il figlio Kel, giovane promessa del baseball. Arthur prova a contattare il ragazzo senza riuscirci: Kel è in crisi, ha grandi aspirazioni ma poche risorse, e non tollera di vedere sua madre consumarsi nell’alcol e nella depressione. Poco alla volta, attraverso piccoli gesti e umanissime coincidenze, l’amore di Charlene avvicinerà Kel e Arthur, liberandoli dal peso del proprio dolore, e darà loro la possibilità di mostrarsi agli altri senza più disperazione né vergogna. Con una scrittura limpida e magistrale, Liz Moore parla dei vuoti d’amore e di felicità che la vita può scavare nei corpi, vuoti da riempire a ogni costo. E racconta del desiderio di cura e di affetto capace di avvicinare le generazioni, creare famiglie, e scacciare per sempre la solitudine.

Questo libro è per chi legge negli occhi di una persona tutto il suo passato, per chi non può fare a meno di tifare per la dolce Olive di Little Miss Sunshine, per chi trova nel proprio nome un indizio prezioso per conoscersi meglio, e per chi ha vissuto una vita intera seduto in disparte, finché non ha incontrato qualcuno capace di rompere l’incantesimo e aprire la porta del futuro.


Recensione

Arthur Opp ha avuto una vita, un tempo. Ma l’ha perduta. Oggi vive da recluso, in un appartamento polveroso e buio, che racchiude il peso dei ricordi. Quelli dell’infanzia e quelli dell’età adulta, entrambi dolorosi e insopportabili. La sua esistenza è come implosa su se stessa. Arthur si lascia vivere,ma dentro è come se fosse morto. Solo, senza più un lavoro, senza uno scopo se non quello di mangiare. Il cibo riempie a stento i suoi vuoti. Il cibo rapisce ogni suo pensiero e giorno dopo giorno l’ha reso molto grasso. La sua mole rallenta ogni suo gesto. Il suo corpo è un fardello che lo allontana dal mondo esterno. Un guscio impenetrabile, una trapunta fitta e asfissiante verso la quale provare vergogna. Il suo corpo è uno scudo, che attutisce i colpi dei ricordi e la pena verso la sua stessa vita, gettata al vento. Una vita che non sa riprendersi e che lascia consapevolmente fuggire via da sé.

Kel Keller invece è poco più di un ragazzino. Ma la sua breve vita è stata già molto dura. Il padre se n’è andato quando era piccolo e la madre Charlene  è un’alcolista. Kel ha sempre dovuto arrangiarsi. Con i soldi, che non bastano mai e con i piccoli e grandi problemi della sua vita da studente e da sportivo. Kel è una giovane promessa del baseball e lo sport è l’ancora che lo tiene agganciato alla realtà. La sua solitudine e i suoi tentativi di condurre un’esistenza quanto più normale possibile. La speranza  di sfondare nello sport. I primi batticuori. La paura di fallire.

Liz Moore entra senza indugio in queste due vite, dando voce ad Arthur e a Kell. Entra,  con la prepotenza di un ariete ma anche con la delicatezza di un battito d’ali. La sua scrittura è tanto cruda quanto densa di sentimento, pietà, pathos. La sua penna sublime sa destreggiarsi con maestria dentro al disagio di due vite calpestate, oltraggiate dal destino, che non sanno trovare un baricentro. Che faticano ad andare avanti, che cercano un appiglio, una mano.

Il peso è un romanzo fatto di solitudine. E’ il racconto di due vite disabitate, vuote, schiacciate. Un racconto fatto in prima persona, con una prosa che dilania. Che distrugge.

Il peso è metafora di qualcosa che schiaccia e che rende impossibile muoversi, reagire. Ed è anche materia che serve a riempire un vuoto, che diventa abisso e che sembra impossibile da colmare.

I vuoti sempre più presenti nelle nostre vite, che spesso possono riempirsi con un semplice gesto. La fame di amore, che il cibo non può rimpiazzare. La solitudine, che disorienta e fa paura.

La prosa di Liz Moore incanta e devasta al tempo stesso. La sua delicatezza, la sua sensibilità e l’acume millimetrico che impiega nel suo romanzo sono motivo di continua meraviglia, quella stessa meraviglia che ci prende quando qualcuno ci tende la mano per non farci cadere, per accompagnarci in un cammino impervio che sembra impossibile da affrontare.

Un romanzo bellissimo, che si insinua  nella carne. Un romanzo che ci trova impreparati, scoperti e nudi nell’affrontare le nostre paure. Un romanzo coraggioso. Crudele. Ma anche pieno di speranza, di incanto, di meraviglia. Un romanzo sulla forza dell’amore, che spazza via ogni tempesta. Che riporta la quiete. Balsamo per ogni ferita. Luce che squarcia le tenebre. Speranza, guarigione. Vita.


L’autrice

Liz Moore è una scrittrice e musicista americana, e insegna Scrittura creativa alla Temple University di Philadelphia. Il suo romanzo Il peso (Neri Pozza 2012) è stato selezionato per l’International IMPAC Dublin Literary Award. Dopo aver vinto il Rome Prize nel 2014, l’autrice ha trascorso un anno all’American Academy di Roma, dove ha completato la stesura del romanzo Il mondo invisibile (NNE 2021).


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Traduzione: Ada Arduini
  • Genere: narrativa
  • Pagine: 363

DEA -Le vite segrete di Marilyn Monroe

Non ho mai voluto essere Marilyn, è successo e basta.

Marilyn è come un velo che indosso su Norma Jeane.


Trama

Nata con il nome di Norma Jeane, è con quello di Marilyn che divenne conosciuta e adorata in tutto il mondo per la bellezza, la sensibilità e il talento. La sua vita fu breve e incredibilmente intensa e, se la parabola pubblica fu scintillante e indimenticabile, quella privata fu molto più oscura e dolorosa. Su Marilyn Monroe, da viva, si sono dette molte bugie e sono nate molte leggende, qualche volta anche con il contributo della stessa Marilyn, che aveva costruito la sua immagine pubblica e privata mescolando fatti veri e fantasie autogratificanti. In questo libro, diventato un cult, Anthony Summers fa piazza pulita di tutte le voci e le storie e ci consegna la biografia definitiva dell’ultima grande diva dello schermo, con sorprendenti rivelazioni sui suoi matrimoni e sulle relazioni con uomini famosi, tra cui il presidente John F. Kennedy e suo fratello Robert. Un ritratto di Marilyn come realmente fu: vitale, ricca di contraddizioni, debole, seducente, patetica e, infine, tragica. Per ricostruire la complessa vita della diva, Summers ha intervistato più di seicento persone tra conoscenti, amici e amanti; ha attinto da rapporti segreti di polizia e registrazioni telefoniche prima secretate; ha potuto utilizzare la corrispondenza privata tra Marilyn e il suo psichiatra e documenti inediti che rivelano i complotti della mafia tesi a usare l’attrice contro i Kennedy. La drammatica conclusione ripercorre, senza ombre e reticenze, la sua morte piena di misteri e di circostanze non chiarite.

Anthony Summers ricostruisce con precisione e scrupolo la biografia di Marilyn e la racconta come fosse un grande romanzo.


Recensione

Per intere generazioni è stata l’emblema assoluto della bellezza, della femminilità, dell’appeal. Un’icona, indelebile. Un’effige riconoscibile probabilmente dalla stragrande maggioranza della popolazione mondiale, di oggi e di ieri. Colei che ammaliò il mondo con la sua immagine patinata, specchio della bellezza femminile assoluta. Foriera di un modello che da sempre identifica nell’immaginario collettivo l’idea della femminilità.

Di Marilyn Monroe in realtà non si può parlare al passato. Come tutti i miti, è immortale. Come tutti i miti, la sua immagine è legata, anche, alla sua prematura scomparsa, avvenuta il 5 agosto 1962, a sessant’anni di distanza dall’uscita di questo libro, rieditato da La Nave di Teseo con la traduzione di Bruno Amato e Laura Battaglia.

Marilyn è stata meraviglia e dannazione, luce e  tenebra. Figlia involontaria di un successo che giunse improvviso e crudele ad illuminarla. A cambiare il corso della sua vita, iniziata tra gli stenti e l’incertezza. Un successo che pagò a caro prezzo, con disordini, infelicità, solitudine e dipendenze. Un successo, come spesso accade quando è assoluto e tiranno, che giunse a cancellare l’anonima, insicura e pallida Norma Jeane per farne la dea, la meraviglia, l’incantevole Marilyn Monroe.

Di lei si dice che non fosse solo la bellezza ad elevarla sopra ogni donna del creato, ma una luce, un’aura imperscrutabile che prendeva origine dagli echi del candore, dalla inconsapevolezza, dalla immaturità e dell’ingenuità. Marilyn era bella sapendo di esserlo. Ma era anche comvinta di non meritare, forse, quel clamore. Marilyn sapeva di piacere agli uomini e la sua vita dipendeva, in un certo qual modo, da quegli sguardi. Spesso concupiscenti. Di uomini che volevano usarla. Lei che fu donna in un epoca in cui era assai complicato gestire una bellezza così appariscente e dannata senza subire un giudizio.

Quell’alone impalpabile e assolutamente irresistibile che pare non l’abbandonò mai, eccetto, forse, negli ultimi mesi della sua vita, quando la profonda infelicità e la dipendenza sempre più prepotente dalle droghe giunse a confondere i confini di quella sconfinata bellezza e di quel potentissimo incantesimo che gettava su chiunque la guardasse.

Marilyn non ha mai cessato di far parlare di sé. Di lei si conosce molto,  ma alcuni tratti della sua anima più profonda rimarranno probabilmente un mistero. Come il mistero che avvolge la sua morte, avvenuta in solitudine, negli abissi dei barbiturici e nelle nebbie indotte da un decadimento fisico e morale inarrestabile. Marilyn era una luce troppo fulgida, che si doveva guardare schermandosi gli occhi per non rimanerne abbagliati. Una luce accecante che aveva attirato su di sé ben troppi insetti famelici, pronti a sottrarre calore e linfa vitale.

Anthony Summer è forse il biografo più attendibile di Marilyn Monroe. E’ riuscito a ricostruire in modo ineffabile la vita di Marilyn , le sue pieghe più nascoste, fino a far luce sui molti punti oscuri, dolorosi, apparentemente inaccostabili alla vita di una delle donne più belle e sognate di tutti i tempi.

La lettura diventa un vortice che attira il lettore dentro a una storia e ad un’epoca che mai come in questa biografia appare vittima di crudeli meccanismi. Concitata, millimetrica, precisa e affilata come un rasoio. Ma che concede tantissimo a Marilyn e alla sua memoria, insinuandosi nelle pieghe più nascoste della sua breve vita, lenendo come balsamo le sue ferite più dolorose e concedendole l’attenuante di una sensibilità e di una fragilità che difficilmente si è in grado di accostare all’immagine patinata di questa donna bellissima e affabulatrice.

Marilyn ebbe una vita complicata, quasi un romanzo. Eppure forse ciò che cercò con maggior forza fu il calore di qualcuno che tenesse a lei, che la guardasse non come un bellissimo ornamento ma come un’anima fragile, desiderosa di essere amata e protetta.

La sua vita e la sua morte disegnano una parabola che merita di essere conosciuta, insieme ad un’epoca che nacque sulle ceneri della guerra ed esplose nel boom economico,  nelle spire della politica e della guerra fredda.


L’autore

Anthony Summers dopo aver studiato a Oxford ha iniziato la sua carriera nel giornalismo fino a diventare una delle firme più celebri della BBC, per la quale ha prodotto anche importanti documentari. È riuscito a intervistare, in esclusiva, il premio Nobel Andrej Sacharov mentre si trovava agli arresti domiciliari. Ha scritto biografie di grande successo, come quelle dello Zar Nicola II, di John Fitzgerald Kennedy, di J. Edgar Hoover e di Frank Sinatra, e pluripremiati saggi. È l’unico autore a essere stato premiato due volte dalla Crime Writers’ Association per le sue inchieste. Questo libro ha ispirato il documentario Netflix I segreti di Marilyn Monroe.


  • Casa editrice: La Nave di Teseo
  • Traduzione: Bruno Amato e Laura Battaglia
  • Collana: I Fari
  • Genere: biografie
  • Pagine: 630

LA CERCATRICE DI FUNGHI di Viktorie Hanisova

Corsi fuori dalla casa. Avrei voluto continuare a correre e correre, lontano da quell’inferno, finchè per la stanchezza non fossi caduta a terra. Invece mi nascosi sotto il gelso, nell’angolo del giardino e sotto i suoi rami spessi e carichi, da cui mi spuntavano solo i piedi, scoppiai a piangere. Rimasi lì seduta per diverse ore, finché mia madre mi chiamò per il pranzo. Quindi mi asciugai le lacrime con il dorso della mano e li raggiunsi in cucina.

Trama

Sára ha 25 anni e vive in una vecchia casa nella Selva Boema. Tutte le mattine si alza, indossa un paio di vecchi scarponi, afferra il cestino e imbocca il sentiero che suo padre le ha insegnato da bambina, in cerca di funghi da rivendere alla taverna locale. I funghi sono il suo sostentamento, la sua condanna e la sua ossessione: certamente l’unico campo in cui lei, ex studentessa modello, oggi eccelle. Ogni notte Sára la passa insonne. La sua vita trascorre a un ritmo immutabile, e la routine è interrotta solo dai controlli trimestrali con la psichiatra. Ma la morte della madre, l’assillo dei fratelli per l’eredità, un cambio di gestione alla taverna e l’inattesa amicizia di un vicino la costringono ad affrontare i ricordi di un’infanzia che ha voluto nascondere anche a sé stessa.


Recensione

Il mio primo incontro con la casa editrice Voland avviene con questo romanzo, introspettivo, profondo, toccante e scritto magnificamente. Un libro che mi ha incantata, coinvolta, emozionata.

Una storia semplice, che non cede alle lusinghe di una trama complicata ma si accontenta di creare mirabili ricami attraverso i ricordi e il presente di Sára, la cercatrice di funghi.

Viktorie Hanisova ambienta il suo romanzo nella Selva Boema, una terra poco conosciuta, fitta di boschi e di foreste, dove il turismo non ha ancora preso il sopravvento sui fianchi umidi e ombreggiati, sotto gli alberi secolari, nei profumi inebrianti e atavici del sottobosco. Là, dove i funghi crescono rigogliosi ma nascosti, celati agli occhi di chi non sa coglierli, tra i fili d’erba di un verde accecante, tra la bruma del mattino, sotto le foglie timide, cadute a terra per caso, a formare un tappeto odoroso e soffice. I funghi, organismi complessi, che obbediscono a leggi naturali sconosciute ai più, cappelli del colore della terra che spuntano nello spazio di una notte e che celano sotto di sé un mondo imperscrutabile e pieno di mistero.

Sára sa tutto dei funghi. Conosce ogni specie e ogni anfratto in cui trovarli. Prima per pura passione, poi per necessità. I funghi hanno attraversato tutta la sua giovane esistenza, grazie a suo padre, che l’ha iniziata a questa arte. Fino a che la sua piccola vita è andata in frantumi. Allora i funghi sono diventati salvezza, sostentamento, rifugio, fuga da una realtà orribile.

Nella vecchia bicocca di famiglia nel cuore della foresta, Sára  conduce un’esistenza misera e miserabile. Stretta ai margini da ricordi spaventosi, rifiutata dal mondo che prima l’accoglieva e la proteggeva, bollata dalla società che la crede folle e la marchia come pericolosa e inetta. Una vita schiacciata sotto un peso enorme e gli sforzi, vani ed estenuanti, per risalire a galla. Un metro avanti e cento indietro.

La voglia di cambiare, di ribellarsi, di tagliare i ponti con la sua famiglia. Il bisogno di rinascere, di reinventarsi, di credere in qualcosa, di fidarsi degli altri. E la paura di non farcela. La consapevolezza di tornare a cadere, sempre più in basso. La vita che fugge via. Una vita che è un voltagabbana, una delusione, un fallimento.

Viktorie Hanisova riesce a dare la luce ad una storia di resistenza e di redenzione, attraverso un linguaggio semplice, accorato, profondo. Viktorie tocca le corde più sensibili di chi legge, stravolgendo ogni sua emozione e graffiando nell’intimo fino a farlo sanguinare. L’autrice riesce a rappresentare al meglio le tenebre che attanagliano una vita. Le ali tarpate, la bocca tappata, il fiato che manca, la vita che scivola via.

La strenua lotta contro i fantasmi dell’infanzia. Il fragore che si alza quando ogni certezza cade e si spezza in mille frammenti. L’irrompere della solitudine in una vita che prima era serena, felice, piena. E la risalita verso l’ossigeno, verso la luce. La rinascita, dove prima c’era solo morte e negazione.

Attraverso frequenti flash back il romanzo riesce nell’intento di dipingere distruzione e salvezza. Follia e ragione. Morte e vita.

Consiglio questo romanzo a chi si sofferma ad osservare la parabola di un’esistenza. A chi sa cogliere tragedia e luce dallo stesso evento. A chi non si piega alle sbandate del destino. A chi crede che la vita trova sempre la sua chiave di lettura. E di volta.

E a chi trae la luce dalla bellezza delle parole e dalla forza delle immagini.


L’autrice

Vicktorie Hanisova (Praga, 1980) è considerata l’astro nascente della letteratura ceca. Scrittrice, traduttrice e docente di lingue. Ha esordito nel 2015 con il romanzo Anežka, accolto positivamente da critica e lettori. I suoi libri sono tradotti in spagnolo, catalano, tedesco, croato, polacco e arabo. La cercatrice di funghi è il suo secondo romanzo.


  • Casa Editrice: Voland
  • Collana: Amazzoni
  • Traduzione: Letizia Kostner
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 308

LA CASA SUL PROMONTORIO di Romano De Marco

Al riparo di un ulivo secolare, due occhi lo spiavano seguendo ogni sua mossa. Non si fecero ingannare nemmeno un attimo da quella ridicola ostentazione di coraggio.

Trama

Mattia Lanza è lo scrittore più amato d’Italia, il più venduto, il più invidiato, il più tradotto all’estero. Ha una bella famiglia, un’agente che farebbe qualunque cosa per lui, un appartamento a New York e abbastanza soldi per soddisfare ogni possibile desiderio. Insomma, una vita da sogno. Fino alla sera in cui sua moglie e i loro due figli vengono massacrati. Due anni dopo quei fatti di sangue, assolto nel processo che lo ha visto unico indagato per il triplice omicidio, Mattia Lanza decide di tornare a scrivere. Per farlo, sceglie di isolarsi in una villa nascosta dalla vegetazione, sul promontorio di Punta Acqua Bella, in Abruzzo, un paradiso affacciato sul mare. L’incontro casuale con una donna, Eva, sembra riportargli sensazioni che da troppo tempo non viveva, compresa l’ispirazione letteraria. Ma il passato continua a tormentarlo: gli incubi, le visioni angoscianti, i presagi di sventura non gli danno pace. Di chi sono gli occhi che lo spiano di notte? Chi è l’inquietante anziana che lo segue ovunque vada e lo fissa in silenzio? E cosa sono gli strani oggetti che ha trovato nella casa, che sembrano rimandare a un vicino cimitero di guerra? Svelando la verità con continui colpi di scena, questo thriller di Romano De Marco indaga la complessità delle relazioni e ci mostra fin dove è disposto a spingersi l’essere umano per assecondare i propri desideri.


Recensione

Un evento traumatico, il peggiore che si possa immaginare. E uno scrittore, che  vende milioni di copie dei suoi romanzi, opere che probabilmente non meritano il clamore che hanno suscitato.

Mattia ha dovuto ricominciare a vivere dopo che la sua famiglia è stata massacrata da ignoti. Dopo che si è dovuto difendere da accuse infamanti. La sua vita sembra una fantasmagorica farsa che si erge sopra un lago di sconfinato dolore.  Senza un faro che la illumini ma solo la solitudine che la ricchezza inaspettata ha portato nella sua vita. E con un inconfessabile complesso di inferiorità dovuto alla consapevolezza di scrivere unicamente ciò che piace al pubblico, senza velleità artistiche, senza seguire ciò che il cuore vorrebbe dirgli.

Finché non si ritira a scrivere nella casa sul promontorio, dove conosce Eva, misteriosa e conturbante. Bella e piena di coni d’ombra.

Lì, nella casa sospesa sul mare, Mattia sembra rinascere. Fino a quando una morte misteriosa rompe la quiete.

Romano De Marco tesse un intreccio caleidoscopico e abbacinante in cui la realtà si mescola alle vicende che Mattia scrive nel suo romanzo. Un romanzo nel romanzo, dunque. E un gioco di specchi in cui le dinamiche imprevedibili e talvolta perverse dei rapporti umani, delle aspettative, dei pregiudizi e del non detto si dilettano a confondere il lettore e a prenderlo in scacco. Un gioco perverso, in cui ognuno recita una parte e potrebbe non essere chi dice di essere.

De Marco è bravissimo nel manovrare il dubbio e nel circondare ogni personaggio di un’aurea di sospetto. Ciò che si coglie, chiaramente, è la fugacità e la fragilità delle nostre convinzioni, che si poggiano, spesso, su labili fondamenta. Il pregiudizio è un’arma tagliente, che l’autore manovra e gestisce con estrema efficacia, creando situazioni che tendono al paradosso.

In fondo basta poco per deviare il corso della verità. Basta una parola, un alibi che latita, un sospetto, un segno qualsiasi. Come il finale di una storia, che una semplice coincidenza può stravolgere e modificare.

Il resto è esattamente ciò che ci si aspetta da De Marco. Intrecci articolati, trama che inchioda alle pagine, ambientazione accurata, frutto della conoscenza diretta dei luoghi del romanzo (qui si gioca in casa, tanto per dire…), personaggi plausibili e pulsanti di vita.

Chi ha già letto questo autore sa di cosa parlo. Anche se in questo nuovo lavoro De Marco aggiunge alla sua collaudata ricetta nuovi ingredienti, che rendono il piatto più morbido e i sapori meno acuti. Una spruzzata di mistero, un pizzico di sovrannaturale, una manciata di rosa e un’abbondante mano di psicologia. Un piatto unico, che si gusta da solo e che non ha bisogno di contorno. Gustoso, digeribile, completo. Quello che ci vuole per soddisfare anche i palati più esigenti.

I più attenti coglieranno dei retrogusti sorprendenti. Sono le comparse che arrivano direttamente dal passato e che contribuiscono a creare quella continuità che tanto apprezzo nei romanzi che leggo.

Il finale è forte come un caffè e stordente come un superalcolico trangugiato in fretta. E quel punto interrogativo che dondola davanti ai nostri occhi è la ricompensa per chi, come De Marco, gioca con i destini dei suoi personaggi e confeziona un thriller che rinuncia al richiamo del sangue e all’appeal di una indagine istituzionale. Un thriller senza assassino seriale, senza un commissario onnisciente e incorruttibile. Un thriller che abbraccia più generi e vira verso le istanze del grande romanzo contemporaneo e vive di luce propria. Riuscite a vederla?


L’autore

Romano De Marco (1965) vive tra Ortona, in Abruzzo, e Modena. Ha esordito nel 2009 con Ferro e fuoco. Da allora ha pubblicato 12 romanzi, alcuni dei quali tradotti all’estero e riadattati in graphic novel, e numerosi racconti. Oggi è tra i più stimati autori crime italiani. Tra i vari riconoscimenti, ha vinto due volte il Premio Scerbanenco dei lettori (con L’uomo di casa e Nero a Milano).


  • Casa Editrice: Salani Editore
  • Genere: thriller
  • Pagine: 283

CAMBIARE LE OSSA di Barbara Baraldi

 
Senza nemmeno finire la colazione , Aurora si alzò e si diresse a passo spedito verso il parcheggio dove aveva lasciato l’auto. Non aveva tempo per le distrazioni, per l’autocommiserazione o i rimpianti. Aveva di meglio da fare, adesso. Era il momento di sciogliere i polsi dalle manette e fare quello che sapeva fare meglio. Seguire le tracce.
Perché lo sapeva che l’uomo (…) era là fuori, da qualche parte, e presto avrebbe ucciso di nuovo.

Trama

Torino, 1988. Tito Ferretti ha solo quattro anni quando assiste all’omicidio di sua madre e del suo amante: è opera del “mostro”, il serial killer che sta terrorizzando la città e che sarà catturato, dopo un’indagine serrata, dal sostituto procuratore Francesco Scalviati. Sono passati 34 anni da allora. Il ricordo di quei fatti è lontano, ma il rinvenimento di un cadavere sfigurato sembra improvvisamente riaprire l’incubo: è Tito Ferretti. L’hanno massacrato con un antico spaccaossa, terza vittima di un assassino che agisce secondo una precisa, feroce dinamica. C’è un collegamento con il mostro, e quale? Il commissario Damiano Provera sa che solo una persona può venirne a capo: Aurora Scalviati, figlia del magistrato che negli anni Ottanta seguì il caso del mostro, venuta al mondo la stessa notte in cui le mani del padre si macchiarono di sangue. Capace, soprattutto, di scorgere le connessioni che nessun altro vede, e farne materia per identificare il killer. Aurora realizza subito che, anche se non sembrano avere nulla in comune, le vittime sono state scelte in base a un disegno preciso. E viene attratta da due indizi inquietanti: delle inspiegabili incisioni sulle ossa di Ferretti e un libro misterioso sulle connessioni fra teoria quantistica e fede. Mentre cerca di decifrare l’enigma arriva un’altra notizia sconvolgente: Giorgia, una ragazzina di dodici anni, è appena stata rapita… È l’inizio di un viaggio allucinante dove Aurora dovrà ricostruire un meccanismo perfetto e spietato, confrontarsi con la potenza della mente umana e capire, una volta di più, che il passato è l’unica chiave per penetrare il presente. E l’unica possibilità di redimersi.

Aurora Scalviati torna in un thriller impetuoso, costruito con precisione chirurgica, sorprendente fino all’ultima pagina.


Recensione

Tornare ai luoghi che l’hanno vista bimba, ragazza e poi giovane poliziotta. Tornare là, dove tutto ha avuto inizio  e dove tutto è finito. Ai ricordi di infanzia, di un padre amato ma distante. All’amore, quello che ti fa tremare e per il quale faresti di tutto. Al sogno, al battito d’ali di una vita che prende forma. Alla felicità, che completa una persona e che a volte fa persino paura, tanto è perfetta e fragile.

I ricordi disegnano un vuoto, ma lei sa cosa deve fare. Fuori, nascosto nel buio, c’è il male assoluto. Che uccide, che distrugge, che sembra animato da qualcosa di grande e di misterioso. Che richiama alla mente il ricordo di un altro assassino.  Un mostro, che seminò la morte sul finire degli anno ottanta a Torino.

Lei è Aurora Scalviati, una profiler, la migliore in circolazione. Lei stilerà il profilo dell’assassino che tiene in scacco la città. Ma prima, deve fare scendere a patti con il suo passato. Con il ricordo della notte in cui ha perso tutto e la sua carriera è andata a pezzi. Aurora serba un segno indelebile di quella notte. Quel proiettile che non l’ha uccisa ma l’ha resa vulnerabile.

Torino la accoglie di nuovo. Una città magica, in cui Aurora distingue le eco di suo padre Francesco, che sembra voler tornare indietro da lei, per darle gli abbracci che non ha avuto da bambina.

L’indagine è un rompicapo. Le morti si susseguono, cruenti e inspiegabili. E Aurora è magnifica, forte, determinata, assetata di verità, di giustizia. E non cede di un millimetro, neanche quando la sorte le si torce contro.

Barbara Baraldi è da applausi, in questo thriller al cardiopalma dove il mistero e il sangue si dividono la scena. La sua capacità incredibile di vivisezionare l’intimo dei personaggi, la loro psicologia, i loro moventi. Lo studio accurato degli impulsi che manovrano l’uomo, che lo rendono eroe o portatore di morte. L’arguzia di mantenere sempre un filo conduttore tra le sue opere, il cui denominatore comune è lei, Aurora.

Tornare nei luoghi de La stagione dei ragni è stata una scelta azzeccatissima. Trovare una trade-union con le vicende del mostro dimostra, se mai ce ne fosse bisogno, la stupefacente disinvoltura con cui Barbara padroneggiala trama, la modella con garbo e arguzia per creare un  meccanismo perfetto di suspense e di introspezione capace di rapire il lettore e tenerlo prigioniero delle pagine, senza sosta.

Cambiare le ossa è un ritorno in luoghi che ci fanno stare bene. E’ la serenità che ci sorprende mentre ritroviamo qualcuno in cui ci siamo rispecchiati, che ci ha toccato nel profondo,  che abbiamo desiderato conoscere in profondità e al quale abbiamo teso una mano.

No, non ci siamo stancati di Aurora Scalviati. Al contrario, l’impressione che si trae dalla lettura è che Aurora abbia ancora molte cose da dire. E questo è anche un po’ un augurio che fa capolino dalle pagine.

Aurora tornerà, ne sono certa….


L’autrice

Barbara Baraldi è originaria della Bassa Emiliana, è autrice di thriller, romanzi per ragazzi e sceneggiature di fumetti per la serie «Dylan Dog». Il suo esordio nella letteratura poliziesca avviene sulle pagine de «Il Giallo Mondadori» con La bambola di cristallo. In contemporanea con l’uscita del romanzo in In­ghilterra e negli Stati Uniti, viene scelta dalla BBC per la realizzazione del documentario Italian noir sul giallo italiano.

Per Giunti ha pubblicato con straordinario suc­cesso la trilogia Aurora nel buio (2017), vincitore del Premio Garfagnana in giallo 2017 e del NebbiaGialla 2018, Osservatore oscuro (2018) e L’ultima notte di Aurora (2019). Nel 2021 è uscito il nuovo avvincente thriller La stagione dei ragni.


  • Casa Editrice: Giunti Editore
  • Genere: thriller
  • Pafgine: 390

IL PREDATORE DI ANIME – IL 9 CHE UCCIDE di Vito Franchini

Mi chiamo Sabina Mondello, sono una poliziotta. Oggi per me è un giorno di quelli che non si dimenticano. Ho appena arrestato l’uomo più importante della mia vita, colui che mi ha spiegato che l’amore è solo una parola di cinque lettere.

Il nove capita. Come tutti gli altri numeri, se lo cerchi, lo trovi. Il fatto è che quando io non lo cerco, è lui a trovare me.


Trame

IL PREDATORE DI ANIME

Giovane e determinata, Sabina, commissario di polizia a Roma, si trova a destreggiarsi tra la tormentata passione per un PM sposato e un caso di omicidio-suicidio tra coniugi che non sembra rivelare troppe sorprese. Finché i sospetti non ricadono su un uomo con cui entrambe le vittime hanno avuto contatti il giorno della morte: il misterioso Nardo Baggio, operatore Shiatsu. Profondamente colpita da questa figura ambigua e magnetica, Sabina scoprirà di lì a poco la sua reale attività: dare supporto alle vittime di stalking, soprattutto coloro che le istituzioni non riescono a tutelare. La poliziotta non si aspetta certo di dover ricorrere lei stessa al suo aiuto: nel frattempo qualcuno ha iniziato a perseguitarla, in maniera subdola e cruenta. Che si tratti del PM con cui ha chiuso bruscamente la relazione? Rimossa dal suo incarico, Sabina diventa ben presto complice e amica di Nardo, arrivando ad affiancarlo nella sua attività. Così toccherà con mano la scaltrezza con cui l’uomo, basandosi su studi antropologici, domina la mente di vittime e carnefici, con metodi tutt’altro che convenzionali in grado di assicurare un’efficacia che un poliziotto, imbrigliato nelle disfunzioni del sistema, non può nemmeno sognare. Ma è giusto fidarsi di questo predatore di anime? Sabina rappresenta la legge, Nardo la viola, sistematicamente, in nome della giustizia. Sabina si fa guidare dai sentimenti, Nardo invece non crede alle passioni né all’amore, spiega tutto alla luce di istinti millenari che ancora ci legano ai comportamenti delle scimmie, degli umanoidi che siamo stati e che, secondo lui, ancora, in gran parte, siamo. Che cosa siamo noi veramente? Creature che uccidono per passione o scimmie nude schiave di un determinismo cieco? In un finale che lascia senza fiato, la poliziotta sarà obbligata a decidere definitivamente da che parte schierarsi.

IL 9 CHE UCCIDE

Sono passati anni dallo scandalo che ha segnato la carriera di Sabina Mondello, dirigente di polizia, a Roma. Finalmente un nuovo incarico operativo, premiante, la porta a Verona, a capo della Squadra Mobile. Appena giunta in città Sabina si ritrova a gestire il decesso di uno studente universitario, il cui corpo viene rinvenuto all’interno della Facoltà di medicina. Sul momento tutto lascia pensare a un suicidio, gesto disperato di un ragazzo troppo giovane: semplice routine per gli inquirenti. Tuttavia, una serie di coincidenze inquietanti con altre morti sospette ed enigmatiche frasi d’addio fanno emergere un dubbio dapprima latente, poi sempre più concreto: dietro ai 9 suicidi individuati da Sabina ci potrebbe essere la mano di un burattinaio, un sadico trascinatore, un Caronte che accompagna anime smarrite nell’aldilà. Solo una mente altrettanto diabolica può trovare il bandolo di tale matassa intrisa di sangue: quella di Nardo Baggio, che dal nulla ricompare a Verona, alterando ogni equilibrio. Nardo è “Il predatore di anime”, colui che ha sconvolto la vita di Sabina anni fa, e che la metterà di nuovo a soqquadro, senza chiedere il permesso, senza sconti. I suoi approcci, i suoi metodi, sono discutibili, sempre al limite, ma nessun altro appare davvero in grado di dare una spiegazione all’unico indizio ricorrente, onnipresente, infestante: il numero 9, che porterà i protagonisti di questo vortice investigativo indietro nel tempo, tra i figli dei fiori, le melodie immortali dei Beatles e una setta demoniaca che seminò morte e terrore a Los Angeles, nell’indimenticabile estate del 1969…


Recensione

Una doppietta che non si dimentica. Due colpi, sparati a breve distanza l’uno dall’altro capaci di fare centro, senza possibilità di errore.

Vito Franchini, un trascorso da addetti ai lavori e delle passioni viscerali che gli hanno permesso di costruire due thriller bellissimi, ha puntato le sue armi al cuore del lettore e lo ha conquistato immediatamente.

L’antropologia prima. La numerologia e la musica, dopo. Competenze affascinati che ha messo nelle mani di Nardo Baggio, un uomo ambiguo, affascinante e pericoloso, che vive al limite della legalità e che non esita ad attraversarla e superarla in nome di una giustizia che obbedisce a principi che non sempre vanno d’accordo con la legge.

E pensare che Nardo Baggio non è neanche il protagonista di questi due romanzi. E’ solo una comparsa, capace tuttavia di rubare la scena a Sabina, commissario di Polizia ribelle, appassionata e sanguigna, la sola e vera protagonista della serie.

Quando Baggio compare sulla scena, immediatamente la fa sua. Perché Nardo è una sorta di angelo custode con la pistola. Un paladino di altri tempi con il pallino per l’antropologia e una conoscenza assai approfondita dei desideri reconditi e delle pulsioni primordiali che muovono le azioni di ogni “scimmia nuda”, come chiama, appunto, gli esseri umani, che a dispetto della loro storia ed evoluzione sono ancora assoggettati agli istinti più primitivi.

Nardo risponde ad un suo codice d’onore. E per arrivare a realizzare i suoi scopi non esita ad utilizzare ogni mezzo, anche quelli che si discostano parecchio dalla legalità.

Eppure, a prima vista, Nardo e Sabina perseguono gli stessi scopi. Ma con modalità diverse. E ciò che più colpisce  è che i mezzi scelti da Nardo sono spesso più efficaci e sembrano anche più giusti.

Nardo è un vero e proprio maestro di vita. Non solo per Sabina, ma anche per il lettore, che non può che rimanere incantato dalle sue conoscenze e dalla suo pensiero. Di Nardo finisce che ci si innamora, nonostante per Nardo l’amore non esista e sia solo un sottoprodotto del possesso e della voglia di dominare l’altro. Nardo è l’antieroe che spodesta l’eroe con la logica, la chiaroveggenza e la precisione del suo pensiero, che sa scavare nei recessi dell’uomo fino a scardinare le nostre convinzioni più radicate, Nardo è un affabulatore che persegue un fine con ogni mezzo, con la sua machiavellica freddezza e la calma che deriva dalla conoscenza di se stesso e dei meccanismi che regolano i rapporti umani.

Nardo esiste per controvertire l’ordine costituito, gli stereotipi, le convenzioni sociali e le consuetudini consolidate. Una figura scomoda ma illuminata. Un faro per chi soggiace al pregiudizio e all’abitudine.

Ah, dimenticavo. In questi romanzi si cerca sempre un assassino, ovvio. Ma si finisce per mettere in secondo piano l’indagine perché le vicende di Sabina e di Nardo passano sempre avanti a tutto.

Dunque, a parte innamorarsi di Nardo, subire il suo fascino oscuro e affilato come una lama, si imparano anche molte cose dalla lettura dei due romanzi. Oltre all’antropologia, Nardo offre senza sovrapprezzo una eccellente lezione sulla numerologia, il satanismo, i misteri che avvolgono la vita dei Beatles, i testi delle loro canzoni, la family di Charles Manson.

Nardo Baggio, lo avrete capito, è un serpente incantatore, che giunge all’improvviso a turbare un equilibrio, a interrompere una situazione di quiete con la sua energia magnetica e le sue convinzioni. E Sabina è il piccolo roditore che aspetta con rassegnazione il morso mortale che la trascinerà negli abissi.

Gli abissi che ogni volta si spalancano davanti a lei, proprio dopo che ha faticosamente costruito qualcosa che assomiglia ad una vita.

E’ amore, questo? Oppure, come dice Nardo, l’amore è solo una parola di cinque lettere?

Ai lettori l’ardua sentenza. Quando leggerete i finali dei due romanzi potrete darvi una risposta. Ma non è detto che sia quella giusta. E dovrete anche staccarvi dal magnetismo di Nardo, perché in un modo o nell’altro Nardo scomparirà di nuovo, lasciando Sabina alla sua vita, così ordinaria, scolorita, tiepida.

La raccomandazione che vi faccio è di leggere in ordine cronologico di uscita i due romanzi, per godere a pieno della trama e dei suoi significati. Dei due non so davvero decidermi a stabilire il mio preferito. Sono entrambi illuminanti e strepitosi. Letture che costruiscono una gabbia intorno al lettore, dentro la quale decidiamo scientemente di chiuderci, per isolarci dal resto del mondo e vivere la vita di Nardo e di Sabina.

Nardo in fondo è il caos che interrompe un ordine precostituito. Sabina è l’ordine, il pensiero comune che si lascia corrompere ed illuminare dal faro che fa luce nelle tenebre. Due personaggi complementari, che si completano a vicenda. Due facce della stessa medaglia, entrambe necessarie. Come il bianco e il nero. Il freddo e il caldo. Una squadra vincente, che non si cambia, vero?


L’autore

44 anni, origini mantovane, natali persiani e una vita trascorsa a cambiare case, nazioni e continenti. Laureato in legge, ufficiale di polizia giudiziaria, riversa nei suoi scritti anni di esperienza in indagini su vari ambiti criminali, nonché le sue passioni di sempre: musica, antropologia, numerologia. Il predatore di anime (2021), thriller di sorprendente originalità, ha rapidamente scalato le classifiche italiane. Un successo confermato nel 2022 dal sequel Il 9 che uccide.


  • Casa Editrice: Giunti Editore
  • Genere: thriller

COME VENTO CUCITO ALLA TERRA di Ilaria Tuti

Non c’era poi molta differenza tra cucire un corpo e ricamare per salvare ciò che di umano era sopravvissuto dentro. L’intento era fissare la vita quando sembrava sottrarsi.


Trama

Londra, settembre 1914
«Le mie mani non tremano mai. Sono una chirurga, ma alle donne non è consentito operare. Men che meno a me: madre ma non moglie, sono di origine italiana e pago anche il prezzo dell’indecisione della mia terra natia in questa guerra che già miete vite su vite.
Quando una notte ricevo una visita inattesa, comprendo di non rispondere soltanto a me stessa. Il destino di mia figlia, e forse delle ambizioni di tante altre donne, dipende anche da me. Flora e Louisa sono medici, e più di chiunque altro hanno il coraggio e l’immaginazione necessari per spingere il sogno di emancipazione e uguaglianza oltre ogni confine.
L’invito che mi rivolgono è un sortilegio, e come tutti i sortilegi è fatto anche d’ombra. Partire con loro per aprire a Parigi il primo ospedale di guerra interamente gestito da donne è un’impresa folle e necessaria. È per me un’autentica trasformazione, ma ogni trasformazione porta con sé almeno un tradimento. Di noi stessi, di chi ci ama, di cosa siamo chiamati a essere.
A Parigi, lontana dalla mia bambina, osteggiata dal senso comune, spesso respinta con diffidenza dagli stessi soldati che mi impegno a curare, guardo di nuovo le mie mani. Non tremano, ma io, dentro di me, sono vento.»

Questa è la storia dimenticata delle prime donne chirurgo, una manciata di pioniere a cui era preclusa la pratica in sala operatoria, che decisero di aprire in Francia un ospedale di guerra completamente gestito da loro. Ma è anche la storia dei soldati feriti e rimasti invalidi, che varcarono la soglia di quel mondo femminile convinti di non avere speranza e invece vi trovarono un’occasione di riabilitazione e riscatto.
Ci sono vicende incredibili, rimaste nascoste nelle pieghe del tempo. Sono soprattutto storie di donne. Ilaria Tuti riporta alla luce la straordinaria ed epica impresa di due di loro.


Recensione

Ilaria Tuti torna in libreria e io accorro, come sempre è stato.

Torna con un romanzo bello (quante sfumature in un semplice soggettivo!) e molto altro.

Ben scritto ( e questo me lo aspettavo, conosco la penna millimetrica ed evocativa di Ilaria Tuti, autrice capace di incantare anche dovesse descrivere le paturnie quotidiane di un girino. Una che con la penna crea virtuosismi partendo dal niente, c’è poco da fare).

Ambientato in un’epoca densa di vibrazioni: la Grande Guerra, l’immane sacrificio di vite umane, gli ideali che superano ogni altra cosa, anche la paura di morire nel fiore degli anni. Un periodo storico che Ilaria Tuti ha già affrontato con enorme delicatezza e senso della storia in Fiore di roccia. In questo romanzo la scena non è l’Italia ma altri luoghi: l’Inghilterra, il Belgio, la Francia. E i personaggi sono prevalentemente inglesi, eccetto che per Cate, la protagonista, che è per metà italiana. Una donna che è l’apoteosi dell’anticonformismo, e non solo perché esercita la professione medica,  in un’epoca in cui le donne dovevano solo essere mogli e madri.

Che racchiude un messaggio a me molto caro, quello che esalta la forza e la dignità delle donne e la rivendicazione dei diritti dei più deboli.

Aggiungo, a collante di quanto già detto, che la lettura scivola via dagli occhi e si insinua dentro al lettore, a stratificare, sedimentare ed esaltare i buoni sentimenti, tra cui troneggia l’amore. Quello per la professione medica, quello della patria e l’amore vero e proprio, che lega gli esseri umani con nodi indissolubili e impossibili da sciogliere.

Ilaria Tuti, insomma, fa nuovamente centro, con un romanzo destinato a piacere su larga scala. E che accontenta i più, dando un affaccio privilegiato sulla Storia, pigiando i tasti sulla forza delle donne, capaci di attraversare i mari incerti e pericolosi del pregiudizio e offrendo un focus attento sulla storia dei soldati, spezzati in due da una guerra spietata, nel fisico e nella mente. Curati da mani femminili e costretti a scendere a patti con la loro competenza e la loro umanità.

Qualche nota disarmonica.

Il romanzo inizia e già dopo poche pagina intuiamo dove si andrà a parare. Senza contare la presenza di una mano un po’ troppo generosa che sparge zucchero ovunque. Ma era proprio necessario? Ecco, questo aspetto mi fa pensare alle logiche commerciali che (purtroppo) sottintendono sempre di più l’uscita di un romanzo, che deve vendere. E che per vendere deve offrire quello che più piace alla gente. Peccato doverlo pensare.

E ora a voi, lettori: qual è la quantità di zuccheri che sopportate in un romanzo? Alta, media, scarsa o inesistente?

Vi aspetto con la curiosità a mille nei commenti!


L’autrice

Ilaria Tuti vive a Gemona del Friuli, in provincia di Udine. Appassionata di pittura, nel tempo libero ha fatto l’illustratrice per una piccola casa editrice. Il thriller Fiori sopra l’inferno, edito da Longanesi nel 2018, è il suo libro d’esordio. Il secondo romanzo, Ninfa dormiente, è del 2019. Entrambi vedono come protagonisti il commissario Teresa Battaglia, uno straordinario personaggio che ha conquistato editori e lettori in tutto il mondo, e soprattutto la terra natia dell’autrice, la sua storia, i suoi misteri. Con Fiore di roccia (2020), e attraverso la voce di Agata Primus, Ilaria Tuti celebra un vero e proprio atto d’amore per le sue montagne, dando vita a una storia profonda e autentica. Nel 2021, con Luce della notte, torna alle storie di Teresa Battaglia. Del 2021 è anche la nomina di Ninfa dormiente agli Edgar Awards.


  • Casa editrice: Longanesi
  • Genere: narrativa
  • Pagine: 382

STORIA DEL FIGLIO di Marie Hélèn Lafon

 
Hélène sferruza qualcosa per Antoine. Scarpine e cuffiette sono il suo forte, in famiglia lo sanno e ci contano. Ha sempre avuto la sensazione che il figlio di Juliette e André sarebbe stato un maschio. Un’altra delle intuizioni di Hélène, così le chiamano, e hanno un valore oracolare. Lei e Léon hanno già sette nipotine, che crescono tra Saint-Céré, Cahors e Bergerac. Le vedono spesso, perché è un continuo andirivieni, restano e se ne vanno, a grappoli irruenti di due, tre o quattro; e la manada delle cugine, come dice Léon che si picca di tauromachia.


Trama

Il figlio è André. La madre, Gabrielle. Il padre è sconosciuto. André viene cresciuto da Hélène, la sorella di Gabrielle, e suo marito: coccolatissimo, unico maschio fra le cugine, ogni estate ritrova “la madre”, misteriosa signora che ha scelto di vivere a Parigi e torna a trascorrere le vacanze in famiglia. Questo è solo l’inizio della storia, o meglio è una parte, perché le vicende narrate in Storia del figlio coprono un arco lungo cent’anni, raccontando il prima e il dopo, indagando sui molti perché, spostando di volta in volta la lente su un personaggio e su un momento diverso: due bambini gemelli di Chanterelle a inizio Novecento, un irrequieto collegiale che conosce i primi turbamenti erotici, una donna sola in un appartamento parigino, un partigiano in cerca di suo padre e molti altri ancora. A mettere insieme tutti i pezzi, in questa saga familiare costruita come un mosaico, è la magistrale penna di Marie-Hélène Lafon che, con eleganza, delicatezza e sensibilità, racconta la verità di una famiglia nelle sue pieghe più profonde, quelle che scavano i solchi della vita.


Recensione

Questa racchiusa in questo piccolo volume è una saga familiare fuori dagli schemi. Innanzitutto per i capitoli, che si susseguono senza un ordine cronologico. E poi per la storia stessa, che piomba addosso al lettore senza preamboli. Nuda e cruda. Nessuna spiegazione, neanche l’ombra di una voce narrante che introduca il lettore alle vicende di André Léoty, figlio di Paul Lachalme e di Gabrielle Léoty.

Una lettura difficile, e non solo per lo sforzo di ricostruire l’albero genealogico della famiglia. Ma anche e soprattutto per la scrittura, una prosa complessa, pesante, ricca. Periodi molto lunghi, densa di un lessico avvolgente, ripiegato su se stesso, che obbliga il lettore ad una lettura attenta, profonda. A prender fiato, a rielaborare, a rileggere.

Non nascondo che a mio avviso “Storia del figlio” sia una lettura adatta a pochi. Una lettura che è come una mappa, un mosaico in cui il lettore mette insieme i pezzi per ricavarne la storia di una famiglia in un lasso di tempo di circa 100 anni. Il nucleo del romanzo è André, di padre ignoto. Cresciuto con una zia, all’ombra di una madre assente e quasi sconosciuta, dall’esistenza eccentrica, quasi anacronistica. E con il peso sulle spalle di un padre sconosciuto, nato a inizio secolo e già segnato da una sciagura innominabile. E poi suo figlio, che dopo una vita passata all’estero fa ritorno a Chanterelle, il luogo in cui tutto ha inizio. Il luogo dove la nuova generazione si ritrova, alla ricerca del nucleo della loro storia.

Marie Hélène Lafon giunge in Italia grazie a Fazi Editore, che ha destato da un lungo sonno gli echi di autrice pressoché sconosciuta, dalla prosa delicata, ebbra di volute e di ricami, introspettiva, indagatrice, soffice.

“Storia del figlio” non è certo una lettura da farsi sotto l’ombrellone (cosa che io ovviamente ho fatto!). Nonostante ciò è una lettura che può lasciare molto al lettore attento, profondo, alla ricerca di nuove frontiere dello scrivere. Un romanzo sui molti modi di dire famiglia e sulla sua capacità innata di adattarsi sempre e comunque alle sue dinamiche, spesso inattese e impreviste. In ogni tempo e spazio.


L’autrice

Professoressa di Lettere classiche a Parigi, ha scritto una dozzina di libri tutti ambientati nella natale regione dell’Alvernia: i suoi romanzi hanno sempre avuto molti lettori fedeli. Con Storia del figlio, grazie al quale ha vinto il premio Renaudot, ha raggiunto l’apice della sua carriera.


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Traduzione: Antonella Conti
  • Genere: narativa straniera
  • Pagine: 159