LA CASA DI ROMA di Pierluigi Battista

 
E siamo stati bene, perché appartenere fa stare bene, e infatti io ce non sento di appartenere ne soffro, e rafforza un sentimento dimenticato ma non del tutto. E ne siamo usciti quasi contenti, malgrado la tristezza infinita della circostanza estrema che ci aveva convocati quel giorno, ricordando una canzone che ci apparteneva. “Chissà se ci pensano ancora, chissà”. Ci pensano, ci pensano.

Trama

Può un romanzo mandare in pezzi un’intera famiglia? Quando Marco, un giovane sceneggiatore, decide di raccontare in un libro la storia della sua famiglia, non immagina le conseguenze che quelle pagine avranno sui suoi affetti più cari. Ordinando i ricordi della madre e dello zio, Marco insegue i fili della famiglia Grimaldi attraverso una lunga e irrisolta rivalità, quella tra il nonno Emanuele, “fascista antropologico” nato alla vigilia della marcia su Roma, e suo fratello Raimondo, “comunista granitico”, classe 1917 come la Rivoluzione bolscevica. Due fratelli divisi non solo dalle idee politiche, ma anche dalle scelte di vita: Raimondo, professore e partigiano, è amato e benvoluto dalla buona società; Emanuele porta con sé lo stigma dell’adesione alla Repubblica sociale, mentre cerca senza successo di lavorare nel mondo del cinema. Nel dopoguerra i due fratelli, nonostante si detestino, decidono di convivere nella stessa casa romana, Villa Caterina, dove i rispettivi figli crescono giocando insieme nel grande giardino comune. Ma la tensione degli anni Settanta riaccende le divisioni politiche tra i Grimaldi, e come un sortilegio antico la violenza torna a separare i due rami della famiglia. Mentre le ricerche di Marco proseguono, tra le pagine di un romanzo che, forse, non sarà mai scritto, emergono i personaggi, i caratteri, gli scontri, le miserie e le grandezze (se ce ne sono), le ambizioni frustrate, i tradimenti dei Grimaldi: una famiglia alle prese con i dolori, le fratture, le svolte dentro l’Italia degli ultimi decenni. Pierluigi Battista racconta l’avventura di una famiglia che attraversa la storia italiana, e con essa si confronta. Un romanzo emozionante sulla memoria e sull’oblio, sull’ossessione di essere come tutti e sul desiderio di essere se stessi.


Recensione

Un romanzo epistolare, dall’inizio alla fine”. Un romanzo a più voci, le voci di una famiglia borghese italiana che attraversa la storia recente e si lecca le ferite che l’hanno graffiata. A volte una lieve scalfittura,  più fastidiosa che dolorante. A volte un taglio profondo, che ha bisogno dei punti e di un buon cerotto.

Non è vero che si passa indenni dalle traversie della storia. Seppur nella perfezione di una felicità che appare effimera ma altrettanto solida e incorruttibile, gli eventi ci segnano, a fondo. E’ che spesso non ce ne accorgiamo subito, ma solo successivamente. Quando la memoria ritorna a pungolare il ricordo. Quando alcuni accadimenti si risollevano dal loro sedimentare e tornano a galla con nuove verità, nuovi retroscena.

La famiglia Grimaldi è già di per sé una famiglia complicata. Spaccata dall’ideologia politica che ha diviso nettamente i due fratelli Raimondo e Emanuele, l’uno comunista e l’altro fascista. Confusa dalle ramificazioni che ha visto nascere nel tempo, per mezzo dei figli , tre per fratello, e dei nipoti, cinque in tutto.

Una famiglia numerosa, attraversata dalle correnti della vita, sospinta dai venti delle stagioni, frustata dalla pioggia delle scelte fatte nel tempo e strapazzata dalle nubi delle scomparse dalla scena.

A confondere le idee ai Grimaldi, la cui coesione è un baluardo assai debole, sarà Marco, nipote di Emanuele, che insegue l’idea di scrivere un romanzo sulla loro famiglia. Marco ingaggerà i propri parenti, primo fra tutti lo zio Raffaello e la madre Anita, perché gli forniscano il materiale per il suo libro, a condizione che ciò che verrà scritto da l’uno e dall’altra sia condiviso con gli altri, allo scopo di facilitare le memorie di tutti. O forse anche di provocare.

Inizia così uno scambio epistolare tra Marco, la madre, lo zio e alcuni dei cugini. Il lavorio di revisione, di ripensamento, di correzione, il desiderio di aggiungere, limare, convalidare o smentire diventa sempre più pregnante, così come lo sdegno o l’imbarazzo che si viene a creare quando l’uno legge la versione dell’altro dei fatti salienti che hanno caratterizzato la storia della famiglia.

Fantasmi, segreti, gelosie e tradimenti grandi e piccoli vengono alla luce e, insieme a loro, i diversi punti di vista sulla storia recente, che prende le mosse dagli anni del fascismo fino ai giorni nostri passando per la guerra, la ricostruzione, il boom economico, il sessantotto, gli anni di piombo e il presente.

Profondissima la visione storica di Pierluigi Battista, che infonde al romanzo la sua impronta giornalistica e lo dota di un valore storico davvero notevole. La borghesia italiana non passa indenne dalle maglie della storia raccontata per bocca dei Grimaldi. Anzi, soccombe malamente e non può che ammettere la sua sconfitta. Così come è sconfitta l’intera famiglia Grimaldi, incapace di lasciare fuori dalla villa di Roma le gelosie, i fraintendimenti e le divisioni imposte dall’ideologia politica, così pregnante da non poter mai essere sottovalutata o messa da parte. Un’eco, una parola o un atteggiamento si amplificano impietosamente sotto i colpi del tempo. Uno screzio iniquo, una piccola crepa che potrebbe rinsaldarsi con pochissimo sforzo, diventano crateri,  precipizi, trappole mortali nelle quali non c’è posto per nessuna forma di perdono.

La nuove leve Grimaldi non potranno che constatare questa sconfitta e rinunciare alla volontà di ricucire gli strappi, che il tempo trasforma in voragini che non si aggiustano più, attraverso una resa che è  anche la parabola della sconfitta della nostra storia recente, incapace di costruire mura solide sulle spoglie della resa dei  valori politici e sociali  del nostro Paese.

Ma non tutto il male viene per nuocere. Dentro l’acredine dei rimorsi e delle recriminazioni si troverà il tempo e il modo per ripensare, per rivedere e fare pace con le proprie coscienze. Il passato assumerà sfumature pastello, perché è dolce ricordare attraverso gli occhi di chi ci è vissuto accanto.

Con una scrittura forbita, politicamente corretta e piena di virtuosismi, così borghese e così rispecchiante i modi e i tempi della classe media italiana, Pieluigi Battista ci regala un ritratto di ciò che siamo stati e di ciò che abbiamo affidato ai nostri figli, illuminati elaboratori degli eventi del passato. Un ritratto amaro, in cui l’Uomo non rimane indenne da colpe e da bassezze ma che fornisce anche la chiave del perdono.

La storia è il passato, per forza, e per comprenderla non puoi usare soltanto i parametri del presente e schiacciare il passato sulla logica dell’attuale. Certo, bisogna vedere se si tratta di un passato interessante e appassionante, ma questo, lo capisci, è un altro paio di maniche.


L’autore

Pierluigi Battista (Roma, 1955) è inviato e editorialista del «Corriere della Sera», di cui è stato vicedirettore dal 2004 al 2009. Ha lavorato come inviato alla «Stampa» e come condirettore a «Panorama». Per La7 ha condotto il programma «Altra Storia» (2003-2004). Fra i suoi libri ricordiamo: La fine dell’innocenza. Utopia, totalitarismo e comunismo (Padova 2000), Cancellare le tracce. Il caso Grass e il silenzio degli intellettuali italiani dopo il fascismo (Milano 2007), La fine del giorno. Un diario (Milano 2013) e I libri sono pericolosi, perciò li bruciano (Milano 2014), Mio padre era fascista (Milano 2016), A proposito di Marta (2017), Tutta colpa del dottor Zivago (2018), Libri al rogo (2018) e La cultura e la guerra all’intolleranza (2019). La casa di Roma è il suo primo romanzo.


  • Casa Editrice: La Nave di Teseo
  • Collana: Oceani
  • Genere: narrativa italiana
  • Pagine: 292

LEI CHE NON TOCCA MAI TERRA di Andrea Donaera

 
“Niente al  mondo è fatto per rimanere. Niente al mondo è fatto per ritornare. Scoprire questo significa soffrire.” 
Ci guardiamo. Come se fossimo l’uno lo specchio dell’altro. “ Così si impazzisce”. Alza un angolo della bocca in una specie di sorriso.
“Si. Così si impazzisce”
.

Trama

Miriam è in coma dopo un incidente. Andrea la conosce appena ma si è innamorato perdutamente di lei, e ora le siede accanto e le parla, tutti i giorni, perché riesce a sentire la sua voce. Le loro parole si incontrano in un limbo oscuro, dove Miriam ricostruisce i suoi ricordi e Andrea cerca di tenerla ancorata alla vita. Attorno al letto della ragazza si muovono altre figure, che attendono il suo risveglio. Ci sono Mara e Lucio, i genitori, già segnati da una tragedia che li ha allontanati l’uno dall’altra. C’è papa Nanni, il venerato santone esorcista, che vede in Andrea un allievo e in Miriam i segni del demonio. E infine c’è Gabry, la migliore amica di Miriam, che da Bologna le manda lunghi messaggi. In sette giorni, i racconti dei personaggi si alternano a svelare una trama di amore e morte, di salvezza e destino, dove la ragione sfuma nell’inconscio finché la realtà non deflagra e riprende il sopravvento.

Andrea Donaera torna con un dramma familiare ambientato in un Salento al di là delle cartoline, dove la spiritualità sta nelle ombre e non esiste fede che non sia anche certezza del male. Scritto in una lingua poetica e viva, Lei che non tocca mai terra è una ballata dolce e crudele, una storia romantica e cangiante, capace di insinuarsi come un incantesimo nei sogni più profondi.

Questo libro è per chi da piccolo girava su se stesso fino a sentire la testa leggera, per chi è riuscito a ribellarsi al suo Avversario come in un romanzo d’avventura, per chi attende un bacio che lo riporti in vita, e per chi ha ascoltato per un istante il silenzio del vento, mentre lo spazio e il tempo cessavano di esistere.


Recensione

L’amore come una gabbia. L’amore come una punizione. Una condanna, che porta con sé dannazione, dolore, peccato. L’amore che non esiste. Perché altrimenti come spiegare questo alone di morte? Questa voragine, dalla quale non ci si salva. Lacrime, preghiere, speranze disattese. E poi dolore, solo dolore. Un tunnel buio e mortifero dal quale non si esce, come dai vicoli di Gallipoli, una sorta di paese delle streghe, fatto di vecchi alle finestre che vedono tutto e tutti. Lontanissima dalle luci e dal vociare dei turisti. Lontana dai riflessi del mare, che qui appare solo plumbeo e minaccioso.

Donaera ci porta dentro ad una storia maledetta, in cui il misticismo e la spiritualità sono tarli che rodono dall’interno, e creare e distruggere, a fasi alterne, la vita di una famiglia e di un ragazzo.

Il ragazzo,  Andrea,  ha già provato il fragore della devastazione che ha lasciato sua madre prigioniera di un corpo morto. La ragazza, Miriam, proviene da una storia di tragedie. La sua famiglia si è dissolta dopo la morte della giovane zia, della quale porta il nome. Come una maledizione che si tramanda. Una morte misteriosa, in cui il compagno, Padre Nanni, ha un ruolo non troppo chiaro.

Padre Nanni è un uomo di Chiesa. Un santone, un esorcista. Una figura carismatica ma molto, troppo oscura. Uno che estirpa il Male dalle persone. Andrea è un suo discepolo; ha cercato in Padre Nanni una figura di riferimento, mentre la sua vita cadeva a pezzi. Ma adesso è confuso. Padre Nanni non vuole che veda Miriam. Miriam è il Male. Ma per Andrea Miriam invece è l’amore. Anche se adesso Miriam è in coma a causa di un incidente.

Il romanzo è un dialogo ininterrotto a più voci. Andrea parla a Miriam e ne sente la voce. Miriam parla dal suo limbo, parole sconnesse, frasi che rimbombano in un’eco opprimente e spaventosa. E parlano Lucio e Mara, i genitori di Miriam. E parla anche Gabry, la sua migliore amica.

Attraverso immagini dissonanti e pensieri senza filtri, che sgorgano come lapilli dalla coscienza e dai ricordi dei personaggi, Donaera costruisce la storia di Miriam e della sua famiglia. Un flusso continuo di parole, a volte sgrammaticate, lontane da virtuosismi letterari. Parole che appartengono al registro comune e che nella loro disarmante grettezza nascondono la poesia più ottundente e profonda che si possa leggere.

La prosa istintiva, che non si lascia ingabbiare dentro le regole della bella scrittura, irrompe dalla penna dell’autore. Una prosa che cattura, che si aggrappa al lettore, preda del riflesso di ataviche credenze e vittima di una suggestione che sorprende e che spaventa.

Una storia che impressiona e che affascina, scritta cercando di sopire la poesia che inevitabilmente sgorga dalle parole. E una struttura insolita, in cui i personaggi si passano il testimone della narrazione e si liberano dai freni inibitori del pudore e dalla costrizione delle regole. E l’effetto che fuoriesce è fulgore, emozione, meraviglia.

Fede e credenze si sovrappongono al Male in un ambiente gotico e chiuso. Il Male che si nasconde dietro il gesto più innocuo e insospettabile. La voce dei personaggi che sgorga dai recessi e sprigiona quella bellezza struggente e malinconica che incanta e solleva.

Ed ecco che una vicenda in cui si mescola follia, vendetta ed esaltazione diventa la cassa di risonanza di una poetica intima e verace, che diffonde poesia dentro all’ordinarietà di un orrore familiare. E alla fine, è vero che l’amore vince su tutto. Sull’ignoranza, la malasorte, la superstizione, l’inganno. E sulla morte, sempre.


L’autore

Andrea Donaera è nato nel 1989 a Maglie ed è cresciuto a Gallipoli. Nel 2019 ha pubblicato per NNE il suo romanzo d’esordio,Io sono la bestia, che è stato salutato da pubblico e critica come un vero caso editoriale ed è stato tradotto in Francia. Collabora con il quotidiano Domani e scrive per Metalitalia.


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Collana: La Stagione
  • Genere: noir
  • Pagine: 234

GIORNI FELICI di Brigitte Riebe

A volte Silvie immagina di essere una cliente qualsiasi che si aggira per i reparti. Non conosce le stoffe come sua sorella Rike, non ha l’occhio per il taglio e i modelli di Miriam Sternberg, vicina alla famiglia Thalheim sin dall’infanzia. E di sicura non sa disegnare con la maestria della sorellastra Flori, l’ultima nata in casa Thalheim. Ma Silvia sa vedere. E sentire: in questo è unica. Riesce a indovinare i desideri più intimi delle persone, anche quando non li lasciano trasparire.

Trama

Ritornano le sorelle Thalheim e il loro lussuoso negozio sul viale del Ku’damm. Con la guerra ormai alle spalle e gli affari ben avviati, le ragazze possono finalmente tirare un sospiro di sollievo. Ma i colpi di scena sono sempre dietro l’angolo.

Berlino, 1952. «Vivi la vita come una danza»: questo è sempre stato il motto di Silvie Thalheim. Mentre l’attività di famiglia è la priorità assoluta per la sorella Rike, dopo il periodo oscuro della guerra Silvie vuole solo una cosa: godersi la vita al massimo. Terminata una storia passionale ma tormentata con l’attore Wanja Krahl, corona il sogno di una relazione stabile e felice con l’editore Peter van Ackern, conosciuto alla Fiera del libro di Francoforte. Grazie al boom economico, gli affari vanno a gonfie vele e i grandi magazzini Thalheim sono sulla bocca di tutte le berlinesi: sottogonne e calze di nylon, ma anche raffinate collezioni dall’Italia, vanno a ruba. Da quando il fratello gemello di Silvie è tornato dalla guerra, le dinamiche familiari sono cambiate: Oskar dovrebbe dirigere l’azienda, ma preferisce abbandonarsi alla frenesia delle notti di festa. Quando un concorrente minaccia di portare via tutto ai Thalheim, Silvie si rende conto che deve assumersi la responsabilità del negozio e dei suoi cari. Non conosce le stoffe come sua sorella Rike, non ha l’occhio per il taglio e i modelli di Miriam Sternberg e non sa disegnare con la maestria della sorellastra Flori. Ma Silvie sa vedere e sentire. Riesce a indovinare i desideri più intimi delle persone: in questo è unica.


Recensione

A distanza di sei mesi dall’uscita di “Una vita da ricostruire” esce oggi per Fazi Editore il secondo capitolo della saga dei Thalheim, incentrata sulle vicende dell’omonima famiglia a partire dal dopoguerra nella complicata cornice di Berlino, dilaniata dalle dinamiche che porteranno, più avanti, alla costruzione del Muro. Una saga famigliare molto bella e ben costruita, che, attraverso una full immersion nella moda degli anni 50, ripercorre con grande rigore storico gli anni topici del dopoguerra in Germania.

Tanti, dunque, gli elementi che fanno di questi due romanzi delle ottime esperienze di lettura, non ultimo l’illuminante focus sulla dimensione femminile del tempo, indecisa tra la confortante  sicurezza della tradizione e gli slanci e i primi vagiti del femminismo. Del resto questa serie è una serie al femminile, almeno fino ad adesso. Il primo capitolo, dedicato alla figura di Rike, volitiva, votata alla carriera, decisa, oculata e quasi fredda nel suo anteporre la carriera alla vita privata. Il secondo capitolo, incentrato sul personaggio di Silvie, bella, femminile, sensuale, anticonformista e decisamente intraprendente. Una donna dalla sensibilità spiccata, che riesce ad interpretare i moti interiori di chi gli sta davanti ma che stenta a realizzarsi nella vita privata, proprio perché è una donna che non si accontenta, che cerca il grande amore, che vuole essere amata senza riserve per quello che è.

Ma prima vi lascio un piccolissimo focus sulle vicende del primo libro: siamo alla fine della guerra e Berlino è stremata dalle bombe, dal dolore e dalla prostrazione dei suoi abitanti. Le donne della famiglia Thalheim, proprietaria di uno dei più grandi negozi di moda della città, intuiscono i begli abiti possono fare molto per risollevare il morale delle donne berlinesi. La fortuna dei Magazzini Thalheim prende le mosse da questa semplice intuizione. Rike, in particolare, sarà l’anima degli affari. Intorno a lei diversi personaggi alle prese con problemi di cuore, e dissidi familiari e segreti inconfessabili fanno il resto.

Questo secondo capitolo prosegue con il racconto della poliedrica famiglia, una vera e propria famiglia allargata moderna che non cesserà, anche stavolta, di riservarci delle sorprese. Silvie brilla di luce propria in questo secondo romanzo, un personaggio davvero carismatico, che lavora in una radio di Berlino ovest e si divide con gli impegni del negozio di famiglia. Irrequieta e bellissima, sente su di sé il peso del tempo che passa e che la lascia senza marito, senza casa e senza figli. Le vicende personali dei personaggi si dividono il palcoscenico con gli eventi della Storia e rendono al meglio il dolore di una città dilaniata. La lettura si mantiene costantemente interessante e scorrevole, e si bea di una prosa brillante, efficace e senza sbavature. Non ci si annoia mai a leggere la storia di questi poliedrici personaggi, che non cessano di stupire il lettore per i loro slanci e le loro debolezze. Del resto l’autrice non manca di fantasia e di vivacità e confeziona veri e propri colpi di scena. Impossibile rilassarsi; in poche pagine accadono le cose più impensabili e al lettore tocca soccombere al dolce amaro dell’attesa. Del resto, anche stavolta, il finale è magistrale,  costruito per creare un effetto sorpresa.

Come in ogni serie che si rispetti, dunque curiosità ai livelli massimi e tanta empatia per i personaggi creati da Brigitte Riebe. E via, senza indugio, a fare il conto alla rovescia in attesa del romanzo conclusivo.


L’autrice

Brigitte Riebe ha conseguito un dottorato in Storia e successivamente ha lavorato come editor per una casa editrice. Ha pubblicato numerosi romanzi di grande successo, in cui ripercorre le vicende dei secoli passati. I suoi libri sono stati tradotti in diverse lingue. Vive con il marito a Monaco.


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Traduzione: Teresa Ciuffoletti e Nicola Vincenzoni
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 311

LA RAGAZZA A di Abigail Dean



E dormivamo anche noi, dormivamo sempre. L’inverno comprimeva le ore di luce. Evie si svegliava la notte e la tosse la squassava tutta, scuoteva le catene. – Torna a dormire – . Che altro potevo dirle? La lucidità mi stava abbandonando: dal buio vedevo emergere ogni tanto figure salvifiche. Recavano acqua, coperte, pane. A volte era la signorina Glade, altre volte zia Peggy. Mormoravano in lingue sconosciute che non capivo.
Qualche volta invece veniva Madre. Pensavo ai periodi in cui ci aveva amato di più, ovvero quando eravamo nel suo ventre, silenziosi, solo suoi, e lasciavo che mi accudisse così. Qualche volta ci portava latte, avanzi di cibo.  Ci imboccava. Altre volte aveva con sé una bacinella di plastica e un panno. S’inginocchiava vicino al letto e parlava dolcemente a se stessa, come fosse anche lei una bambina piccola. La sensazione del panno umido sulle membra, tra la mascella e lo stomaco, sulla pelle svuotata del seno e delle natiche – carne invecchiata anzitempo – e poi tra le gambe dove c’era sempre un disordine, una vergogna, come se il corpo non ce la facesse proprio a smettere di essere umano. In quei momenti di tenerezza mi rendevo conto di come poteva essere la resa: non pensare più a come fuggire, a come proteggere Evie, a come dimostrare quanto ero brava. Era inebriante, come scivolare piano in mezzo a lenzuola pulite.


Trama

Lex non vuole più pensare alla sua famiglia. Non vuole più pensare all’infanzia degli orrori. Non vuole più pensare a sé stessa come la Ragazza A, quella che era riuscita a scappare. Ma quando molti anni dopo sua madre muore lasciando la vecchia casa in eredità, la voragine del passato si spalanca di nuovo sotto i suoi piedi. Lex vorrebbe trasformare l’edificio in un luogo di pacificazione, ma per prima cosa deve fare i conti con i sei fratelli e con l’indicibile infanzia che hanno condiviso. Così, quella che comincia come un’adrenalinica storia di sopravvivenza e riscatto, diventa racconto di rivalità tra fratelli e alleanze ancestrali.


Recensione

I segreti che ci portiamo dentro, il nostro vissuto, sono pozzi insondabili dei quali spesso siamo i più integerrimi carcerieri. Timore, vergogna, traumi a volte ci impediscono di comprendere, di realizzare ciò che è accaduto, in un passato che sembra lontanissimo ma che in realtà non ci ha mai abbandonato.

A volte è un granello di sabbia che fa inceppare un meccanismo. Altre è un macigno, che lo schiaccia e lo disintegra. Granello o roccia, indipendentemente dalle loro dimensioni,  sanno essere dirompenti allo stesso modo e causare crepe insaldabili nella nostra vita.

L’essere umano è una creatura delicata, debole. Un niente lo incrina. Eppure è anche capace di sopportare l’insopportabile e di farlo con la forza di un uragano.

“La ragazza A” è la storia di una caduta e della estenuante risalita verso la luce. Una storia di perdite e di rinascite. La storia di chi si è opposto alla morte e ha continuato, nonostante tutto, a guardare avanti.


Quando non si ha neanche un nome che ci distingua. Quando la vita ci tradisce nel peggiore dei modi, distruggendo la nostra scintilla vitale. Un fiore che piega la sua corolla. Un filo d’erba schiacciato da un sasso. L’assenza di luce.  Lo stordimento, la sorpresa. E poi il dolore, l’incredulità. Nessuno da amare. Nessuno in cui credere. Il rifiuto. La ribellione che squarcia la pelle e il respiro. Perché io, perché a me. Non saper difendersi. Non riuscire a fuggire. Non trovare una spiegazione. Il sollievo di sapersi rassegnare. La carezza del sonno. L’oblio. La fine.

Dei bambini. La loro voglia di vivere, di scoprire, di sapere, di vedere, di mettersi alla prova. Ridotti in schiavitù da chi li doveva proteggere. Nel nome di un Dio impietoso, cattivo, vendicatore.

Cercare un confine che non si trova. Spingersi al limite. Via la luce, via il sole. Via il vento sulla faccia, una corsa a perdifiato. Via un libro da leggere, un sogno da inseguire. Via il futuro, il domani. Soli, tra quattro mura. Perdere l’orientamento. Sapersi perduti, senza poter essere salvati. E ancora lo stordimento di una sorda consapevolezza che si fa strada in te. Che fa a pugni con l’incredulità. Che va a braccetto con le tue colpe, che di colpe devi averne molte anche se sei solo un bambino. Non riuscire nemmeno a odiare.

Confusione. Dolore. Paura. Oblio. E negli sprazzi di lucidità cercare di stare vivi, aggrapparsi ad un pensiero. Meditare la fuga e poi tornare a disperare. Desiderare la morte e poco dopo sorprendersi ad ascoltare i rumori di casa tua, dove credevi di essere al sicuro, come dovrebbero essere tutti i figli.

Quand’è che si smette di pretendere ciò che ci spetta? Quand’è che si realizza di vivere in un incubo?

Quand’è che un bambino può chiamare le cose con il loro nome?

Forse quando è troppo tardi. Oppure quando l’istinto si ridesta e decidi che vuoi vivere.

“La ragazza A” non si descrive. Non si racconta, non si spiega. Il solo parlarne produce dolore.

La potenza di questa storia, il massacro della sua prosa, lo squarcio delle sue immagini è fuoco sulla pelle.

Un occhio rivolto ad un passato di orrori, un occhio al futuro, in un tempo in cui si cerca di ricostruire, o di dimenticare. Passato e presente si dividono la scena in questo romanzo che dilania. La ragazza A, quella che è riuscita a fuggire, racconta il suo inferno e quello dei suoi fratelli. Divisi dopo la tragedia, si sono tenuti in contatto come hanno potuto, ma adesso è necessario rivedersi, per decidere le sorti della casa che li ha visti bambini. Frugare in un fondale torbido smuove ricordi sopiti e fa venire a galla nuovi retroscena. Seppure invischiati in uno stagno di brutalità e di follia, i bambini hanno cercato la loro salvezza in modi diversi. Quando in gioco c’è la vita ogni mossa è lecita. Eppure alcune scoperte avranno il sapore della sconfitta, mentre altre scopriranno verità terribili.

La prosa di Abigail Dean prorompe fra le pagine e non ha nessuna intenzione di filtrare ciò che è scomodo o scandaloso. Scende impietosa nei recessi della mente e li sconvolge con ricordi, immagini, dolore e brutalità. Descrive l’abominio che certe esperienze lasciano dentro. Racconta le ambiguità e gli inganni che permettono ad una persona di andare avanti, anche se dentro ogni cosa si è rotta irrimediabilmente.

La penna scivola leggera come un rasoio sulla pelle e lascia cicatrici che sanguinano e che bruciano. Eppure non eccede mai. Semmai rimane neutra, quasi afona, nonostante strazi tutto ciò che incontra.

Difficilmente ci imbatteremo in qualcosa di simile. L’esordio della Dean è un punto fermo, attorno al quale gravita l’orrore di un’infanzia negata e la meravigliosa sensibilità di una penna illuminata.


L’autrice

Abigail Dean è una scrittrice di Manchester, che vive nel sud di Londra. Il suo primo romanzo, GIRL A , è stato pubblicato nel Regno Unito nel gennaio 2021 ed è stato subito un bestseller del Sunday Times.


  • Casa Editrice: Einaudi Editore
  • Collana: Stile Libero Big
  • Traduzione: Manuela Francescon
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 364

I FIGLI DEL DILUVIO di Lydia Millet


Avevo preso l’abitudine di aggirarmi da sola per la fattoria quando la pioggia diminuiva. Trovavo un posto tranquillo e me ne stavo lì ad ascoltare le gocce che picchiettavano sulle foglie e sul terreno.
Chiudevo gli occhi per capire cos’altro riuscivo a sentire.
Mi allenavo a dimenticare quello che era al di là di me e a notare solo dove mi trovavo. Mi allevavo ad essere fradicia e infreddolita e affamata e a non farci caso.

Trama

Un’estate, un gruppo di famiglie si riunisce in una villa a due passi dall’oceano per trascorrere insieme una lunga vacanza. Per madri e padri significa passare il tempo tra vizi e alcol, in un infinito happy hour; mentre i figli, ragazzi e ragazze dai sette ai diciassette anni, lasciati a loro stessi, creano una comunità e si nascondono l’un l’altro l’identità dei genitori, cercando di non essere collegati in alcun modo a quegli adulti imbarazzanti. Ma l’arrivo di un diluvio devastante sconvolge i loro piani. Il piccolo Jack, ispirato da una Bibbia illustrata, decide di salvare più animali possibile; sua sorella Eve e gli altri ragazzini lo aiutano, raccogliendo viveri nelle case sugli alberi. Ma la tempesta infuria, distrugge la villa e le città, e per salvarsi i ragazzi sono costretti ad abbandonare i genitori, depressi e disorientati, per ritrovarsi da soli in un territorio caotico e irriconoscibile.

Ironico e drammatico, crudo e fiabesco, I figli del diluvio è un romanzo vertiginoso, che parla di una società fragile che corre ciecamente verso il disastro, dove gli adulti hanno perso ogni visione e dove la speranza può esistere solo nella radicale innocenza dei bambini, che si affidano alla Natura trovando nuovi linguaggi, nuovi sguardi, nuove risorse per reinventare il mondo.


Recensione

E’ difficile decidere cosa sia questo romanzo. Una lettura trascinante, distopica, che abbaglia chi legge con una luce subdola e stordente. Una prosa zeppa di allegorie, che lascia spazio alle conclusioni del lettore, libero di leggervi ciò che vuole. Un romanzo-denuncia, ma anche un libro che spinge la mente del lettore al volo, all’immaginazione, verso una interpretazione che giunge tuttavia a sconvolgere la nostra idea di futuro.

L’idea che costruisce Lydia Millet è quella, un po’ “Golding-iana” (alludo al “Signore delle Mosche”- ndr -) di un gruppo di bambini e di adolescenti lasciati a se stessi, che costruiscono in autonomia una loro versione della società, in completa antitesi con quella degli adulti, che disprezzano, per vari motivi.

Così come i ragazzi sono assennati, saggi e giusti, gli adulti sono pigri, distratti, qualunquisti, dediti ai vizi e così disattenti e miopi da lasciare che le esigenze della loro prole da un lato e quelle della Natura dall’altro,  siano completamente disattese.

Intorno a loro c’è una Natura ribelle e vendicativa, che in pochi attimi annichilisce il mondo conosciuto con la sua forza dirompente. Sulla Terra annientata da secoli di sfruttamento da parte dell’uomo, si abbatte una sorta di diluvio universale, che, parafrasando l’analogo evento biblico e replicandone cause e conseguenze, riduce la vita al caos.

Mentre le esistenze diventano precarie, uno dei bambini reinterpreta la Bibbia, dagli eventi della Genesi ai misteri più oscuri e complessi come quello della natura trina di Dio. Del resto, ciò che accade rivela una incredibile analogia con alcuni eventi biblici. Da qui il primo messaggio di questo romanzo, che porta il lettore all’analisi del comportamento spregiudicato dell’Uomo verso i delicati equilibri sui quali si basa la Vita. I ragazzi sono i depositari delle ragioni della Natura. Gli adulti sono gli ottusi delatori dell’ecosistema, incapaci di una visione di lungo respiro e vittime di una infelicità che diventa cosmica, guaribile sono con i suoi surrogati.

La lettura, che si srotola fluida e accattivante in prima persona, si fa interprete dei pensieri di una ragazzina, che racconta gli avvenimenti che porteranno la Terra al collasso e che affascina con la sua indipendenza, la sua chiaroveggenza e l’incredibile interpretazione degli eventi ai quali assiste. Il mondo degli adulti rimane schiacciato dal dilagare della stupidità e dell’incuria con cui guarda al domani, pronto ad abdicare dal ruolo genitoriale e a lasciare che tutto accada senza porre alcuna resistenza. I giovani interpreteranno i nuovi Noè, capaci di salvare gli animali e di riportare l’ordine nel caos profondo di una apocalisse senza precedenti.

Sopra a tutti c’è un Dio spogliato di indulgenza e di perdono, parente di quel Dio impietoso che ci guarda dalle pagine della Bibbia, pronto a punire un Uomo che si mostra debole, miope e egoista.

Il genio della Millet è innegabile e diventa illuminante in questo romanzo, che mescola fantasy, catastrofismo e denuncia. La sua prosa incatena e scuote. Parole come macigni che vogliono provocare e scandalizzare e che riescono appieno in questi intenti. Un romanzo che si imparenta alla favola e che come quest’ultima, propina la sua agghiacciante morale.

Una lettura che pretende di suscitare un’avida attenzione e una profonda riflessione nel lettore, costretto ad ammettere la pochezza dei suoi simili e la sua crudele visione edonistica e distruttiva.


L’autrice

Lydia Millet (Boston, 1968) è una scrit­trice, saggista e attivista americana, che per la sua opera ha ottenuto diversi riconoscimenti, tra cui la Guggenheim Fellowship e l’American Award of Arts and Letters. I suoi libri sono stati finalisti al Premio Pulitzer, all’Arthur C. Clark, al National Book Critics Award e al Los Angeles Book Prize. I figli del diluvio è stato finalista al National Book Award 2020, e selezionato tra i migliori libri dell’anno da Time, Washington Post, NPR, ChicagoTribune, Esquire, BBC.


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Traduzione: Gioua Guerzoni
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 201

EMILIO PUCCI LO STILISTA AVIATORE di Enrico Mannucci


Forse non tutti sanno che:
Abile sciatore, venne arruolato dalla squadra nazionale olimpica italiana e partecipò alle Olimpiadi invernali del 1936
Nel 1938 si arruolò come ufficiale nell’aviazione italiana e partecipò alla Seconda guerra mondiale come aviatore sugli aerosiluranti
Ogni stampa che Pucci ideò portava il nome del designer “Emilio” con una firma scritta a mano, cosa che segnò il debutto del nome di uno stilista come logo

Trama

La vita del marchese Emilio Pucci, il geniale anticipatore, sin dai primi anni Cinquanta, del “made in Italy” al di qua e al di là dell’Atlantico, diventato stilista quasi per caso: nel 1947, durante una vacanza a Zermatt, la fotografa di «Harper’s Bazaar» notò la tenuta sciistica in inusuali colori fluo di una giovane, cara amica di Pucci, ideata e creata proprio da lui. Gli fu dedicato un articolo sulla nota rivista di moda e da quel momento il suo successo fu immediato.

Nella vita di Pucci il lato fatuo, la flànerie, ha convissuto e si è intrecciato con episodi tragici e a volte drammatici.

Il suo legame sentimentale con Edda Ciano accese di pettegolezzi tutti i salotti buoni dell’Italia fascista, quando lei gli si affidò per sottrarre alla Gestapo i diari del marito, Galeazzo Ciano, appena fucilato a Verna, in un susseguirsi di fughe mozzafiato dai servizi segreti alleati e dagli ufficiali tedeschi.

In questo lungo racconto l’autore riesce in modo mirabile a ricostruire le atmosfere e i personaggi dell’epoca che circondano e accompagnano la vita di Pucci e mezzo secolo della nostra storia.


Recensione

Il marchese Emilio Pucci di Barsenio è un personaggio iconico, il primo sarto che rese grande la moda italiana e che portò in tutto il mondo il suo stile, le sue stampe colorate e i suoi tessuti innovativi.

Nato agli albori del novecento, in una Firenze che è poco più di un paese, da nobili origini che saranno per certi versi la sua croce personale, Emilio Pucci è stato un personaggio eclettico, dai molteplici talenti, energico, inquieto, sempre alla ricerca della perfezione, in ogni campo.

Il suo nome inneggia ad uno stile innovativo, che insegue comodità, praticità, rinnovamento, amore per la figura femminile che sa esaltare senza l’ausilio di alcun orpello. Un talento nato per caso, che schiva nel tempo gli ostacoli di un periodo storico complicato, tra due guerre mondiali, l’epoca fascista, la rinascita, il boom economico. Una vita che sembra un romanzo, sempre in bilico tra la ricerca di un suo posto nel mondo e le esigenze spesso crudeli della storia, che lo vede aviatore, soldato stretto tra le spire dei servizi segreti, sciatore professionista e infine stilista, una parola che lui stesso non approva, poiché si definisce semplicemente un sarto.

E sarto, il marchese Pucci, lo diventa per caso. Sulle nevi di Zermatt, si trova a disegnare degli abiti caldi e comodi per sciare, che coniughino senso estetico e praticità. Ed è subito successo. Emilio non si separa più da ago e filo e diventa ciò che tutti noi conosciamo: il fine ideatore di tessuti leggeri, che avvolgono il corpo femminile ed esaltano le sue forme, il designer che mutua i colori esotici per le sue stampe psichedeliche,  che avvolge la donna in morbidi pantaloni e le dona vivacità e coraggio.

Lo stile di Emilio Pucci attraversa l’oceano e consacra Firenze a capitale della moda italiana almeno fino agli anni ottanta, quando Milano, con i sui astri nascenti, gli sottrae lo scettro del design e delle grandi firme.

L’autore, Enrico Mannucci, tesse una tela meravigliosa intorno alla caleidoscopica figura di Emilio Pucci e con la sua storia disegna meravigliosamente anche la storia italiana a partire dagli anni trenta fino agli anni novanta. Precisione, passione, fedeltà storica sono gli ingredienti di questa opera che sembra un romanzo ma che è invece la storia vera di un italiano di grande successo, sensibile al gusto, alla bellezza e fedele servitore del genio italico. Una biografia davvero ben disegnata , che rende giusto omaggio a chi, per primo, ha portato la moda italiana fuori dall’Italia, sfidando le regole che volevano la donna graziosamente infilata in abiti vezzosi quanto scomodi e per certi versi opprimenti.

Dimenticavo. Se amate le biografie non mancate di dare un’occhiata alla collana “biografie” della casa editrice Diarkos. Troverete piacevolissime sorprese tutte da leggere.


L’autore

Enrico Mannucci, nato a Firenze nel 1952, ha lavorato a Paese Sera, La Nazione, Il Tirreno, Panorama, L’Europeo (diretto da Lanfranco Vaccari, la testata cui è più affezionato), Anna, Sette, Il Corriere della Sera. Fra i libri che ha scritto, Grandi marche d’Italia, Casa Savoia, Caccia grossa ai diari del duce, In pace e in guerra, nonché due biografie – questa di Emilio Pucci e quella di Tommaso Besozzi, I giornali non sono scarpe – per la collana ’Storie della storia d’Italia’ diretta da Oreste del Buono.


  • Casa Editrice: Diarkos Editore
  • Genere: biografia
  • Pagine: 348

STORIA DI UNA SCOMPARSA di F. Piccinni e C. Gazzanni


Interrogatorio dopo interrogatorio, era come se non ci fosse più distinzione tra apparenza e essere; tutto si fondeva secondo un senso arcaico e a tratti misterico. La famiglia, in questo piccolo mondo antico, diventava centrale. Ormai era chiaro come la comunità, costruita su segreti inconfessabili, si fosse erta a custode e prigione della sorte di Mauro

Trama

Salento. 21 giugno 1977. Un bambino di sei anni sta giocando di fronte alla casa dei nonni. Si chiama Mauro Romano, ha capelli biondi e lisci, gli occhi scuri. Ha una cicatrice sull’occhio sinistro, e una bruciatura sulla mano destra. Non si allontana mai di casa, eppure quel pomeriggio d’estate di 44 anni fa scompare. Si perde nel nulla, fagocitato fra la polvere e il mare. Per quarant’anni i genitori di Mauro lo cercano ovunque. Fino a ritrovare, un giorno di primavera, sulla copertina di un giornale di cronaca rosa la fotografia di un uomo abbracciato a una nota showgirl. È un emiro arabo, figlio di uno degli uomini più ricchi e potenti di tutto il pianeta.

Eppure, per i coniugi Romano quell’uomo ha qualcosa di famigliare. E ha anche una cicatrice sull’occhio sinistro, e una bruciatura sulla mano destra… E se fosse lui?

A metà fra l’inchiesta e il romanzo, Storia di una scomparsa è il racconto esclusivo, inedito, rocambolesco e avvincente di una vicenda incredibile e unica: il rapimento più lungo del mondo.


Recensione

La storia delle persone scomparse è scritta in luoghi che non possiamo raggiungere, ma solo immaginare. Sono storie di mancanze, di verità non dette. Misteriose, occulte, segrete e nascoste, riposano nell’anima di chi si è perso.

Perdersi e dimenticare. Oppure perdersi e sparire per sempre. Per chi rimane non c’è solo l’enorme dolore della mancanza, ma anche quello, forse anche più insopportabile e pesante di non sapere.

Quando una persona sparisce si crea un vuoto che non si riesce a colmare. Il dolore, la pena per la sua sorte, l’angoscia di non riuscire a riappropriarsi della vita di prima sono macigni. E il graffio più tagliente, la ferita più profonda è quella di trovarsi davanti ad un muro di gomma, che non fa passare l’urlo di dolore di chi rimane.

“Storia di una scomparsa” è tutto questo. Ricostruito con passione certosina e amore per la verità. Con tutti i mezzi, senza risparmiarsi, Flavia Piccinni e Carmine Gazzanni passano al setaccio 44 anni di alterne vicende, che hanno visto più e più volte accendersi la fiamma della speranza, per poi ritrovarsi nuovamente a brancolare nel buio.

E’ la storia di Mauro, un bimbo di 6 anni, vivace, testardo e intelligente. E’ la storia della sua famiglia, gente che vive del proprio lavoro e che non si è sottratta all’esperienza della migrazione pur di garantire un futuro migliore ai propri figli. Mamma Bianca, papà Natale. Una vita vissuta per la famiglia, senza altra distrazione a riempire le loro giornate.

Ma è anche la storia di una comunità, stretta tra gli artigli di quella omertà “che ti fa campare cent’anni” e l’occhio lungo della Sacra Corona Unita. E nella piccola comunità di  Racale c’è un’altra comunità, quella dei Testimoni di Geova, a cui appartengono anche i genitori del piccolo Mauro. Un ambiente con regole stringenti, spesso al limite del lecito.

La storia di Mauro è una storia tutta italiana, che si insinua in un periodo in cui i rapimenti di minori a scopo di estorsione sono frequenti. All’epoca non esiste un impianto normativo che detti le regole da seguire nei casi di scomparsa. Le tecniche investigative sono arretrate e omissioni o leggerezze da parte degli inquirenti non destano troppo scalpore. Del resto, quando si tratta di povera gente, gente comune che non riscuote l’interesse dell’opinione pubblica,  ci si può aspettare che dopo i primi clamori, il caso sia  dimenticato.

Il caso della scomparsa di Mauro Romano non fa eccezione. Vi saranno ritardi, leggerezze, omertà, silenzio. Anche da parte della famiglia, inizialmente, ci saranno remore e dubbi, dettati dalle regole della loro religione. Se non fosse per mamma Bianca, che lotta ogni giorno per scoprire la verità su suo figlio, probabilmente Mauro sarebbe stato presto dimenticato.

Flavia Piccinni e Carmine Gazzanni confezionano un reportage millimetrico e fedele di ciò che accadde quel giorno di inizio estate del 1977 e di tutto ciò che è venuto dopo quel tragico evento. Hanno ascoltato testimoni, letto dossier, scavato a fondo nel materiale che hanno cercato e trovato, nel rispetto della verità.

Hanno dato voce e speranza a Bianca e scoperchiato vasi scomodi. Dato luce alla forza che nasce dalla disperazione e dal rifiuto di una realtà inaccettabile.

Il risultato è un libro che risucchia il lettore dentro alle sue pagine, vergate con sollecitudine e con grande coraggio. I toni mutuati dal giornalismo e la sensibilità di chi ha fatto della scrittura il proprio mestiere regalano un’esperienza di lettura che non lascia scampo e che dà onore alla cronaca toccando con grande delicatezza e sensibilità le corde dei sentimenti.

“Storia di una scomparsa” è un romanzo dentro alla cronaca. E’ reportage sulla recente storia italiana ed è amore materno e speranza che lenisce le ferite più profonde inferte al nostro Paese.

Leggendo ci imbattiamo anche in altri “scomparsi”, le cui storie hanno falcidiato l’Italia. Sono tanti, spesso mai ritrovati e altre volte morti, di inaudite violenze e coercizioni. Un modo per ricordare chi ci ha abbandonato  senza lasciare traccia.

Del resto la storia degli “scomparsi” ha dei numeri impressionanti. E, sebbene i motivi di una scomparsa siano cambiati nel tempo, rimane, dentro ad eventi simili, un senso di incompiuto che è cosmico.

Dunque, è fondamentale scrivere regole, comportamenti, leggi. Ma è addirittura necessario accendere i riflettori non solo su chi si è perso, ma anche su chi cerca.

L’opera finisce senza chiudersi del tutto. Rimane il silenzio a suggellare la mancanza che niente potrà dissolvere, né dimenticare.


Gli autori

Flavia Piccinni (Taranto, 1986) ha pubblicato tre romanzi e un saggio sulla ’ndrangheta. È coordinatrice editoriale della casa editrice Atlantide, collabora con diversi giornali ed è parte della redazione di Nuovi Argomenti. Autrice per Rai1 e Radio3 Rai, è stata insignita del Premio Marco Rossi per l’impegno civile. Con il libro Bellissime (Fandango Libri, 2017) è stata vincitrice di numerosi premi fra cui il Premio Benedetto Croce; ne è stato tratto un documentario disponibile su Netflix e un audiolibro per Amazon Audible.

Carmine Gazzanni (Isernia,  1989), giornalista, autore televisivo per Rai1 e inviato per Rai2. Le sue inchieste hanno dato origine a numerose interrogazioni e denunce parlamentari. Scrive per molti giornali come La Notizia, Panorama e Left. Ha vinto numerosi premi, fra cui il Premio giornalistico Maurizio Rampino e il Premio giornalistico Pietro Di Donato.

Insieme, i due autori, hanno pubblicato sempre per Fandango, nel 2018, Nella Setta (Premio Mattarella Giornalismo e Premio Giornalismo Investigativo  Europeo), che ha dato adito a due proposte di legge, a svariate interrogazioni parlamentari e a un’inchiesta della Squadra Anti-Sette.

Nel 2020 hanno scritto Sarah. La ragazza di Avetrano, che diventerà una serie fiction per Groenlandia e una serie doc per Sky.


  • Casa Editrice: Fandango Libri
  • Genere: reportage
  • Pagine: 264

LA STAGIONE DEI RAGNI di Barbara Baraldi


Il tramonto tingeva il cielo sui colli del Pian del Lot di colori sgargianti, mentre Francesco Scalviati guidava la sua Fiat Croma lungo una strada sterrata, ripercorrendo il medesimo itinerario di sabato notte. Quando giunse in corrispondenza della scena del crimine, parcheggiò e continuò a piedi.
La brezza faceva sventolare il nastro di contenimento teso intorno all’area, al centro della quale spiccava l’automobile delle vittime. Tinta dalle luci del tramonto appariva ancora più spettrale, con quello sportello aperto come in attesa di un passeggero che non sarebbe mai arrivato.

Trama

È una notte d’estate del 1988, e a Torino si verifica un evento inspiegabile: il ponte Vittorio Emanuele I è completamente invaso da colonie di ragni, con lunghissime ragnatele sul parapetto che porta al santuario della Grande Madre. Quasi un prodigio, che attirerà decine di curiosi. Intanto il sostituto procuratore Francesco Scalviati si trova dalle parti del Pian del Lot, sulla scena di un crimine: una coppia di fidanzati uccisi in macchina in un luogo solitario. È il terzo, feroce omicidio che sembra imputabile alla stessa mano. Un caso cruciale e insidioso per il magistrato, in un momento particolarmente delicato della sua vita, visto che sta per diventare padre. Tra i presenti sulla scena c’è anche Leda De Almeida, giornalista investigativa con un passato traumatico in Libano, che Scalviati tenta di dissuadere dall’intraprendere un’indagine autonoma che potrebbe rivelarsi pericolosa. Ma a dare una svolta imprevista agli eventi sarà l’arrivo di Isaak Stoner, giovane e arrogante analista dell’FBI, che offre a Scalviati i nuovi potenti strumenti della criminologia, come il profiling e la teoria degli omicidi “seriali”, ancora sconosciuti in Italia. Seppur affascinato da queste idee innovative, Scalviati non riesce a fidarsi completamente del collega americano, convinto che nasconda un segreto. Nel frattempo, si avvicina il giorno del parto per sua moglie: sarà una bambina, ma i due non riescono a deciderne il nome. Proprio allora, il “mostro” colpisce di nuovo… Sulle note dei Simple Minds, dei Duran Duran e dei primi Litfiba, Barbara Baraldi ci trasporta nella città italiana più misteriosa ed esoterica, in una corsa a perdifiato tra le paure e le ossessioni di un’epoca.


Recensione

Il nastro si riavvolge velocemente, in una vorticosa corsa a ritroso e giunge nel momento in cui tutto ha inizio.  Un altro secolo; addirittura un altro millennio. Eppure sono solo una manciata di anni. Anni cruciali. In cui la tecnologia fa passi da gigante e il mondo intero si fa più piccolo. Le mode passano, la musica cambia ritmo e nuove consapevolezze si insinuano nelle persone, sempre più sole e distanti, sebbene l’avvento di internet sembri poterle avvicinare.

Tutto cambia ma tutto rimane com’è. Il male, per esempio. La deviazione, la follia, i desideri cattivi. Ma l’uomo trova altre armi per combatterlo, nuove ispirazioni, nuove tecnologie.

Nel 1988 Aurora Scalviati non ha ancora un nome. Dorme il suo sonno prenatale nei pensieri e nel corpo di Greta, sua madre e prende forma nella mente, un po’ spaventata, del padre, Francesco Scalviati.

Barbara Baraldi ha la brillante intuizione di portare il lettore dove tutto comincia, perché sa che ogni storia ha bisogno di ritrovare le sue origini per compiere al meglio la sua parabola. E, dopo la trilogia incentrata su Aurora Scalviati, brillante profiler dal passato tormentato, torna indietro a parlarci di suo padre.

Un uomo di stato, un magistrato con un forte senso del dovere, che sente la sua missione verso la giustizia come un punto fermo, che non si può aggirare, né perseguire a metà. Un uomo diviso tra l’amore per la famiglia e la fedeltà verso lo Stato, che serve con onestà e dedizione.

La storia che la Baraldi ci propone è ancora una volta molto forte, densa di connotazioni esoteriche e intrisa di mistero. Ed è una storia nella storia, perché, prendendo le mosse da una serie di omicidi efferati quanto apparentemente inspiegabili, ci introduce negli anni in cui prende forma il concetto di serial Killer, insieme alla figura del profiler, colui che disegna la mente criminale di chi uccide, circoscrivendo il perimetro di ricerca del colpevole, seppur facendo a meno della tecnologia che oggi conosciamo. Nel 1988 i computer si sono appena affacciati sulla scena e le loro potenzialità sono pressoché sconosciute. Non c’è internet e la comunicazione è ben lungi dal conoscere le meraviglie del web. La musica si ascolta sui vinili e per parlare a distanza non c’è che il telefono o il fax.

Ciò che ci aspetta è un affascinante viaggio nel tempo, del quale Barbara Baraldi mutua ogni sfumatura e ogni profumo, consapevole della fascinazione che quel periodo opera ancora oggi su tutti noi. Dalla musica, alle abitudini, alle atmosfere. Il ritratto di quegli anni è perfetto e foriero di una inevitabile nostalgia per chi quegli anni li ha vissuti. Con i loro acuti e i loro drammi, tuttora indimenticati e indimenticabili.

La storia che leggiamo è un meccanismo perfettamente concepito. C’è sangue, morte, mistero. E ci sono diversi personaggi carismatici che rendono la narrazione variegata ed interessante, e che tracciano storie parallele a quella principale, che confluiranno a creare un insieme coerente, in cui ogni tassello andrà al proprio posto. Un insieme che coinvolge ed attira e che fa digerire al lettore la mole importante del romanzo, che scorre via senza inciampi verso la soluzione.

Barbara Baraldi del resto ha una penna leggiadra, che sembra disegnare sofisticati arabeschi anche quando annega nel sangue e nel buio. Il risultato è un thriller ad altissima godibilità, in cui l’ambientazione regala gli acuti più sublimi. Una Torino attanagliata dai ragni, che improvvisamente appaiono ad ammantare il Ponte Vittorio Emanuele I come un sudario, nella stessa notte in cui si compie un delitto. I misteri esoterici legati a piazza dello Statuto e al triangolo del mistero. Un assassino che sembra risorgere da un passato lontano nel tempo e nello spazio. Un mostro, come si diceva allora, quando, appunto, la definizione di serial Killer non era ancora entrata nel nostro vocabolario comune e che evoca ben altri personaggi, che imperversarono proprio in quel periodo, seminando morte e sangue innocente. La malavita e i segreti di Leda, ex giornalista di guerra, che si trova a dover far pace con uno scomodo passato. E sopra a tutto questo il Male, che non ha spiegazione e che sembra ammantare ogni cosa.

Con una narrazione serrata e a tratti adrenalinica, Barbara Baraldi ci trascina con forza nel nostro recente passato, nell’attesa spasmodica che l’assassino compia un passo falso e che una nuova speranza venga allo scoperto, insieme alla piccola Aurora, il cui nome inneggia alla luce, quella che squarcia le tenebre e che dona conforto e speranza.


L’autrice

Barbara Baraldi è originaria della Bassa Emiliana, è autrice di thriller, romanzi per ragazzi e sceneggiature di fumetti per la serie «Dylan Dog». Il suo esordio nella letteratura poliziesca avviene sulle pagine de «Il Giallo Mondadori» con La bambola di cristallo. In contemporanea con l’uscita del romanzo in In­ghilterra e negli Stati Uniti, viene scelta dalla BBC per la realizzazione del documentario Italian noir sul giallo italiano.

Per Giunti ha pubblicato con straordinario suc­cesso la trilogia Aurora nel buio (2017), vincitore del Premio Garfagnana in giallo 2017 e del NebbiaGialla 2018, Osservatore oscuro (2018) e L’ultima notte di Aurora (2019). Nel 2021 è uscito il nuovo avvincente thriller La stagione dei ragni.


  • Casa Editrice: Giunti Editore
  • Genere: thriller
  • Pagine: 559

URLA SEMPRE, PRIMAVERA di Michele Vaccari


Non lo posso sapere, ci vorranno mesi per accettarlo, ma gli Animali sono venuti qui perché sono il tuo esercito. Sembrano una famiglia, ma come quella che potrei formare io, senza generi, senza distinzioni: cinghiali, cavalli, pecore, aquile e un coniglio grande come un bulldog.
Ci osserviamo per qualche secondo.
A un certo punto, quello più grosso tra gli ungulati, credo la madre, si avvicina, spinge il suo muso sulla mia gamba, mi invita a salirle in groppa. Almeno, questo è quello che capisco.
Appena sente che mi sto tenendo e non ho più nulla da perdere, fa un suono col muso che dalla reazione dei suoi compagni comprendo essere un via libera.
Basta un attimo.
Nessuno saprà mai più niente di me.


Trama

Per Zelinda il presente è il 2022, e Genova, la sua città, è messa a ferro e fuoco come nel G8 del luglio 2001. Procreare è diventato un reato, e per Zelinda l’ultima ribellione è la fuga, per mettere in salvo la bambina che porta in grembo a costo della sua stessa vita. Per il Commissario Giuliani il presente è l’8 settembre 2043, quando viene chiamato a indagare sulla morte di un uomo centenario che ha cambiato le sorti del paese. Per Spartaco il presente è sua nipote Egle, la figlia di Zelinda: lui, partigiano, queer, militante, dovrà addestrarla a combattere per se stessa e per gli Orfani del bosco, i bambini sopravvissuti. Presente, passato e futuro entrano senza bussare nella vita di Egle che, depositaria di una storia familiare e di un potere legato ai sogni, è l’unica in grado di immaginare il cambiamento. Nella Metropoli che è diventata l’Italia, un’oligarchia di uomini anziani, la Venerata Gherusia, ha cancellato istruzione e scienza, avvelenato terre e città, e i cittadini devono scegliere di estinguersi. Ma la scintilla del sogno è così potente da piegare la realtà, aprendo la strada alla rivoluzione.

Scritto in una lingua indomabile, Urla sempre, primavera è un romanzo vertiginoso, da leggere come un libro d’avventure. Una storia d’amore e lotta, un sogno lucido e folle dove la natura si supera dando vita a una nuova umanità.


Recensione

Un filo lega tre generazioni. Sono genovesi. Sono ribelli. Credono nella libertà, nella lotta, nel potere della Rivoluzione. La Rivoluzione, un atto belligerante, fatto di audacia e di sfida. L’atto che ribalta l’oggi e lo trasforma nel domani. L’atto che si nutre di sangue e che col sangue lava le colpe degli altri. E che pulisce le ferite di chi la Rivoluzione la fa, la diffonde, la protegge. Un atto che è catarsi, che è affermazione di un popolo, per il popolo.

Cento anni di storia. Da settembre a settembre di cento anni dopo, per arrivare al 2043, quando Genova è preda di una vegetazione fitta, impenetrabile, in cui si celano bambini perduti, animali abbandonati e Egle, colei che può manipolare i sogni.

Egle è una sorta di Messia moderno. Colei che può sovvertire l’ordine delle cose.  Con il suo esercito di animali e con l’anima del nonno, ex partigiano, la cui storia parte nel 1943, di settembre, il giorno otto.

Nel 2043, come cento anni prima, c’è un nemico da battere in nome della libertà. Qualcuno ha seminato terrore e inculcato nelle persone false credenze. Ha distrutto la vita, dando la caccia alle madri, streghe che sovvertono l’ordine con l’atto più ardito di tutti, quello di dare la vita. Ha allontanato le persone, approfittando di nuove e virulente malattie. Le ha piegate, con la violenza e l’assenza della Legge.

Ha screditato la scienza e ha allontanato gli animali, disperdendoli e riducendoli a schiavi di nuove forme di selvaticità. Ha cancellato la lingua per dare spazio a espressioni gergali e sgrammaticate, che offendono l’intelligenza umana.

Genova non è che l’ombra di se stessa. Zelinda, che è incinta di Egle, deve nascondersi. La Milizia è sulle sue tracce e presto la stanerà. Ma lei si sta preparando. Per Egle.

Egle dovrà sopravvivere nel bosco, come una nuova Biancaneve scacciata dal castello. Zelinda le lascia le tracce affinché possa usare la sua arma più potente, il sogno.

Egle è la catarsi. E’ colei che vendica la madre e il nonno e gli Uomini, tutti. Lo farà da sola, rinunciando all’efficacia della coralità. Riprendendosi ciò che l’umanità ha nelle vene e nei pensieri.

“Urla sempre, primavera” è un atto di Fede e un grido che risuona nelle orecchie, a risvegliare la nostra ribellione, sopita da anni di lavaggi del cervello.

Una storia che sta a metà tra la fantasia e la realtà, in un limbo minaccioso che ci sorride per confonderci. Una storia, che nasconde il suo veleno nell’oro che riempie le mani. Una storia che ridisegnala Storia, quella vera e per la quale è difficile stabilire un punto di partenza. Un cerchio, forse, che si chiude l’otto settembre 2043, sulle colline sopra Genova, in una data che è un emblema. Un punto di partenza ma anche la potenziale morte di tutto.

Sogno e Rivoluzione. In “Urla sempre, primavera” emerge prepotente quanto questi due concetti siano legati. Causa ed effetto, l’una dell’altra. Senza sogno non c’è Rivoluzione. E senza Rivoluzione il sogno è destinato a morire.

Un’opera pretenziosa, già nella sua struttura. Fatta di pagine bianche e pagine grigie, di salti temporali, di voci narranti che provengono dal passato e dal futuro. Capitoli che sono storie a se stanti, che solo seguendo il filo di un sogno si sovrappongono e si intrecciano, a disegnare un quadro estremamente suggestivo, che evoca una scintilla di vita, salda e splendente anche nelle avversità più abbiette.

Perché in fondo, “Urla sempre, primavera” è un grido di speranza. Un faro nella notte, che afferma quanto sia difficile sopire la voglia di libertà nell’Uomo che, anche quando sembra perduta, cova sotto la cenere in cerca di una pagliuzza attraverso la quale far divampare l’incendio.

“Urla sempre, primavera” è una ricostruzione storica dell’Italia del dopoguerra in cui l’anarchia degli avvenimenti disegna un quadro perfettamente plausibile. Vaccari è superbo nel rappresentare il concetto del “cosa sarebbe successo se…” e anche tremendamente crudele nel disegnare gli scenari futuri, in cui l’Uomo è svuotato dell’anima e ridotto ad un ammasso di carne in cui la paura fa scempio. Visionario o realista, l’autore estremizza alcuni atteggiamenti che già insidiano la società attuale e ha il coraggio di trarre delle conclusioni che ci spaventano, ci sembrano impossibili ma ci fanno riflettere. Poi, come d’incanto, ci dona la speranza, nei panni di qualcuno che potrà salvarci. Senza l’ausilio della forza. Senza un potere sovrannaturale, ma con qualcosa che hanno tutti, dalla nascita. Con un esercito di emarginati e con la complicità della Natura, che nasconde i soldati e fornisce le armi per combattere.

“Urla sempre, primavera” non è certo una lettura facile. Richiede concentrazione e coraggio e voglia di scendere negli abissi della nostra storia, dentro ad un declino di cui siamo responsabili tutti, ognuno per la sua parte. Ed è un inno alla ribellione. Una esortazione ad aprire gli occhi e a tirare delle conclusioni.

Non è una lettura di evasione. E’ una lettura disperata, che fa male. Ma è la nostra storia, alla quale bisogna dare un epilogo diverso. E’ la storia di “cosa potrebbe succedere se…”. E’ un inno alla lotta, alla ribellione, alla libertà di pensiero e alla consapevolezza che ogni piccolo gesto può avere conseguenze enormi. Ogni gesto, ogni frase, ha in sé un’enorme cassa di risonanza che spande le sue eco alle generazioni future. Ogni fiato, ogni gesto è una miccia, che può scatenare l’inferno o spegnere le fiamme.

Che ognuno sia la piccola Egle, cresciuta da sola nei boschi, insieme agli Orfani e agli Animali e con il ricordo del suo nonno partigiano. Egle, che impara dal passato e costruisce per il futuro, nelle colline sopra Genova, che mai come in quest’opera rappresenta la lotta e la ribellione. Genova, accesa dalla voglia di cambiare ma ridotta a cenere dopo che la paura ha vinto sulla volontà. Genova, inghiottita dagli alberi, devastata dal sangue e zittita dagli imbonitori. Genova, che è il mondo intero, un mondo che spaventa. Un mondo da non dimenticare. Un mondo da cambiare. Da sognare.  Da ricostruire.


L’autore

Michele Vaccari (Genova, 1980) si occupa di editoria, cinema e comunicazione. Ha coordinato la scrittura del film e del documentario per il progetto Making(of)Love, in uscita per Sky ad aprile 2021. Ha pubblicato Italian Fiction (ISBN 2007), Giovani nazisti e disoccupati (Castelvecchi 2010), L’onnipotente (Laurana 2011), Il tuo nemico (Frassinelli 2017) e Un marito (Rizzoli 2018).


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Genere: narrativa
  • Pagine: 439

LA LAMPADA DEL DIAVOLO di Patrick McGrath


Vedere di nuovo Madrid prima di morire, all’improvviso mi parve di vitale importanza e divenni euforico e impaziente, anche se non capivo bene perché.

Trama

Londra, 1975. L’anziano poeta Francis McNulty sente avvicinarsi la fine dei suoi giorni ma il suo animo non trova pace, schiacciato da una colpa che non ha mai avuto il coraggio di confessare. Le ombre di un tradimento sotto le armi, durante la Guerra Civile spagnola, si allungano nella casa di Cleaver Square quando un’oscura presenza, con le fattezze del generale Francisco Franco, comincia a fargli visita. In alta uniforme, il contegno di un militare decaduto, l’apparizione perseguita Francis con i ricordi dei giorni drammatici di quarant’anni prima. Perseguitato dalle visioni e spronato dalle domande di un giovane reporter che sta scrivendo un pezzo su di lui, il vecchio poeta accetta l’invito della figlia ad accompagnarla in viaggio di nozze a Madrid, in cui vede finalmente l’occasione per affrontare i fantasmi del suo passato. Mentre nel palazzo reale si consuma l’agonia del Generalissimo, vittima e carnefice di un’epoca che si sta consumando, Francis torna nei luoghi della sua vergogna, in un viaggio liberatorio nel tempo, nei ricordi di famiglia, nei recessi della sua mente.

Dal genio di Patrick McGrath, un romanzo che entra nei pensieri del suo protagonista, e di noi lettori, per far luce sulle diaboliche ossessioni scatenate dai segreti quando decidono di parlare


Recensione

Una vita che giunge al termine e un rimorso da disarmare. Una vita spesa ad inseguire la felicità, quella che non ha mai avuto. Che non ha mai voluto, forse, né mai meritato, più probabilmente.

Una vita senza scossoni, a Londra, nella casa di famiglia, dagli spazi sconfinati e dalle eco di una tristezza che si trascina negli anni, senza trovare una soluzione. E d’improvviso, un’altra vita, in un’altra dimensione, in cui buttarsi a capofitto per dare senso all’esistenza; una vita nuova, alla guida di un’ambulanza, a far da aiutante ad un chirurgo americano, Doc, le cui mani si ostinato a tagliare, suturare, amputare, nel tentativo di salvare più vite possibili. Sfidando la sorte, i pericoli, l’odore della morte che è onnipresente. Una vita spesa nel cuore della Storia, persa nei rivoli di sangue e di lacrime negli anni trenta in Spagna, ai tempi della Guerra Civile e dell’ascesa al potere di Francisco Franco, il Generalissimo.

Lui, che nel pieno della sua esistenza, lascia Londra per raggiungere la Spagna, nei giorni in cui si consuma la carneficina. Lui, che va in Spagna per entrare a far parte della razza umana. E che rifugge la morte, a ogni costo, anche con l’inganno.

Francis McNulthy ormai è vecchio. Malfermo sulle gambe, debole, con la mente che vacilla tra il ricordo e l’ossessione. Tra il rimpianto e la gloria. Tra il desiderio di rinvangare e quello, contrario, di dimenticare. Brame opposte, fomentate fino al parossismo da improvvise visioni che segnano una sorte di inesorabile transizione verso il territorio sconfinato e inesplorato della follia senile. Francis pare attratto dalla calamita della demenza: la figlia Gilly inizia a guardarlo con sospetto e fastidiosa sollecitudine e persino l’attempata sorella si materializza a Londra per farsi un’idea sulla sanità mentale del fratello.

Il quale appare più divertito che contrito da questo interesse. Non fa fatica a ridere di sé, a mettersi in discussione e a venire a patti con l’inesorabile declino del corpo e della mente che è insito nella vecchiaia.

Sotto l’ombrello della sua ironia, tutto appare più leggero e persino divertente. Ma le eco del passato non cessano di farsi sentire e solo il ritorno in Spagna potrà tacitare i morsi dei ricordi.

Di questo suo ultimo viaggio non resta che il sorriso di Dolores, che Francis stesso salvò dalle bombe e il sostengo di Hughes, un giovane giornalista deciso a scrivere di lui, giovane inglese alle prese con una Rivoluzione che non gli appartiene per nascita.

La potenza di un semplice e dissacrante gesto liberatorio in fondo ha maggior forza di una bomba. Francis potrà tornare a Londra a trascorrere in pace il tempo che gli resta, stretto tra le sue piccole abitudini e quella leggiadra vacuità che accompagna un anziano nel viaggio verso la fine terrena.

Patrick McGrath non deve certo dimostrare alcunchè ai suoi lettori. Eppure questa sua ulteriore prova aggiunge molto a qualcosa che di per sé appare già ridondante. Una scrittura costantemente illuminata dal piglio geniale dell’ironia. I toni semplici e sempre azzeccati nel disegnare i pensieri di chi, dall’alto dei suoi ricordi, osa ridere di sé e delle sue nuove debolezze. La capacità di accostare la tragedia a quella lievissima comicità. Un connubio e un nonsense, che dà l’idea esatta dei pensieri di un uomo giunto alla fine dei suoi giorni con una grande dose di gratitudine verso una vita che pure lo ha tradito, tratto in errore e reso codardo e discutibile.

“La lampada del diavolo” illumina una coscienza dilaniata dal rimorso. E mentre fa luce sull’errore, risvegliando la colpa, indica la via per porvi rimedio. Una ricetta semplice ma efficace.

Ma al di là della morale di questo romanzo, mi preme sottolineare la piacevolezza di questa lettura e l’assoluta amabilità della voce narrante del protagonista, una voce freschissima e dissacrante, ironica e pungente, commuovente fino alle lacrime e divertente pur nella consapevolezza del suo declino.

Una prosa ineccepibile, stretta in capitoli brevi ed efficacissimi. Una voce che assume il tono lacrimevole del rimpianto ma anche quello frivolo dello scherno. Che ci cattura, ci rapisce, ci strappa sorrisi e ci fa venire il desiderio di consolare. Un ultimo spaccato di vita di chi cerca perdono. E lo ottiene, completo e assoluto. Perché di errori e omissioni è fatta la vita di un uomo. Di cose incompiute e di occasioni perdute.


L’autore

Patrick McGrath è nato in Inghilterra e vive tra New York e Londra. È autore di numerosi romanzi, tra cui Follia (1998) – uno dei più grandi successi letterari degli ultimi anni –, Martha Peake (2001), Spider (2002, da cui è stato tratto il film di David Cronenberg), Port Mungo (2004), Trauma (2007, nuova edizione La nave di Teseo, 2019), L’estranea (2013) e La guardarobiera (La nave di Teseo, 2017). Per La nave di Teseo è uscita inoltre la raccolta Racconti di follia (2020).


  • Casa Editrice: La Nave di Teseo
  • Collana: Oceani
  • Traduzione:
  • Carlo Prosperi
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 258