LA SUA VERITA’ di Alice Feeney

Resto seduto da solo per un po’ nella penombra, a finire il vino che lei deve aver lasciato qui intenzionalmente, sapendo che ne avrei avuto bisogno. Quando la bottiglia è vuota e la casa è di hiovo immersa nel silenzio, mi avvicino alla segreteria telefonica. E cancello il messaggio.
A volte mi sembra di non sapere più chi sono.

Trama

Ogni storia ha due facce. Quindi qualcuno mente. Sempre.

Il cadavere di una donna ritrovato in un bosco, con molteplici ferite d’arma da taglio e un braccialetto dell’amicizia legato attorno alla lingua. È la classica notizia di cronaca nera destinata a monopolizzare l’attenzione del pubblico, e l’esperta giornalista Anna Andrews dovrebbe essere entusiasta di seguire quel caso. Invece preferirebbe essere ovunque, piuttosto che lì. Perché il delitto è avvenuto nella cittadina in cui è nata e cresciuta e da cui è scappata a sedici anni senza guardarsi più indietro. E adesso, in quel bosco, c’è la ragione per cui ha dovuto abbandonare tutto, la causa di tutte le sue sofferenze, un ricordo del suo passato che avrebbe preferito tenere sepolto. Se i pensieri potessero uccidere, dovrebbero arrestarla subito…

Quando arriva sul luogo del delitto, il detective Jack Harper è convinto di sapere già cosa si troverà davanti. Invece gli basta lanciare un’occhiata alla vittima per rendersi conto che questo omicidio è diverso da qualsiasi altro su cui gli sia mai capitato d’indagare. Perché lui, quella donna, la conosceva bene. Da qualche mese, infatti, loro due avevano una relazione, ed erano stati insieme proprio quella notte. Jack è probabilmente l’ultima persona ad averla vista viva. Se i suoi colleghi lo scoprissero, lui diventerebbe l’indiziato numero uno…

Ogni storia ha almeno due versioni. La versione di lui e la versione di lei. La versione di Anna e la versione di Jack. Entrambi determinati a proteggere a ogni costo i loro segreti…


Recensione

Un gioco di specchi in cui il colpevole cambia volto continuamente, a seconda dell’angolazione da cui si guarda.  Un gioco di sospetti, che si accavallano, si intrecciano, si confondono. Un attimo crediamo di avere colto la verità. L’attimo dopo la verità è già volala via, portata via dagli eventi che si susseguono senza sosta.

Lui e lei. Un tempo erano sposati e avevano una figlia. Poi il sogno si rompe e ognuno va per la sua strada. Un odio sottile li divide per sempre. Rancore, nostalgia e rimorsi sono ostacoli troppo grandi per superare il dolore.

Lui, Jack,  è un poliziotto e scappa da Londra per rifugiarsi nuovamente nel piccolo centro in cui entrambi sono cresciuti. Lei, Anna,  resta a Londra, ad inseguire il sogno di diventare conduttrice della BCC. Per un po’ ci riesce, poi ripiomba nel purgatorio, a fare l’inviata. L’alcol è sempre più l’unica ancora che la tiene a galla, dopo la morte della figlioletta. E il passato è sempre più distante, e la allontana anche dall’anziana madre, che invece ha bisogno di lei.

Il passato è una zavorra troppo pensante. Anche se vogliamo dimenticare.

Quando una giovane donna viene assassinata brutalmente Anna e Jack devono fare i conti con quel passato. Con i ricordi dolorosi di una giovinezza ingrata, quando crescere è difficile e ancora di più integrarsi, farsi accettare dagli altri. Il desiderio di piacere può essere una calamita troppo potente, che ti spinge a dire e a fare cose che non avresti mai fatto, se non per compiacere qualcuno che ti sta a cuore.

Tutta la narrazione si svolge a due voci. La voce di Jack e la voce di Anna. Ognuno dà la sua versione dei fatti, fatti che si fanno confusi, nebulosi , a tratteggiare il sospetto che sia Anna che Jack abbiano qualcosa a che fare con l’omicidio. Nel racconto dei due si inseriscono anche i fatti del passato, che vanno a disegnare un quadro sempre più complesso. Chi è davvero Anna?  E cosa nasconde Jack?

Alice Feeney costruisce un thriller ad altissima tensione, che gioca con gli indizi come un prestigiatore con le sue carte, in un abbaglio continuo e destabilizzante. L’autrice è maestra nel far vedere al lettore solo ciò che vuole e sa manovrare i suoi sospetti che a fasi alterne si concentrano su Anna o su Jack, come in una ipnotica partita a ping pong.

Le pagine volano via, ma la soluzione  non si farà trovare facilmente. Saprà nascondersi. E poi farà capolino, occhieggiando al lettore un’idea che sembra essere la soluzione. Di chi ci fideremo? Chi dice la verità e chi mente?

“La sua verità” è un thriller che si svolge in un spazio di tempo assai limitato, dentro il quale l’autrice scava senza sosta attraverso la ricostruzione millimetrica degli eventi.  Con l’intento di confondere, abbacinare e sottintendere, la Feeney riesce a realizzare un romanzo al cardiopalma, in cui il sospetto diventa protagonista assoluto, sospeso tra un personaggio e l’altro, manovrato dai moventi che si affacciano alla mente del lettore, inconsapevole giudice e vittima sacrificale di un meccanismo perverso e geniale.

Una struttura inusuale, creata per tenere in pugno il lettore, dona a questo thriller il privilegio dell’originalità, che esalta una trama in fondo è addirittura banale, in cui il desiderio di vendetta spicca tra tutti gli altri insani desideri dell’uomo. E, in fondo, il male sta spesso dove non si giudica…


L’autrice

Alice Feeney è scrittrice e giornalista, e ha lavorato per quindici anni per la BBC come responsabile del settore Art & Entertainment. Nel 2016 si è diplomata presso la Faber Academy, la scuola di scrittura creativa nelle cui aule sono stati ideati alcuni dei bestseller più amati degli ultimi anni. Ha esordito con Ogni piccola bugia, un thriller tradotto in tutto il mondo, seguito nel 2019 da Ogni tuo passo.


  • Casa Editrice: Editrice Nord
  • Traduzione: Grazie Brundu
  • Genere: thriller
  • Pagine: 372

L’ARIA INTORNO A NOI di Tom Malmquist

Apro la finestra. Fuori tutto è calmo e silenzioso. Solo qualche macchina che passa in lontananza. Attorno ai lampioni fluttuano cristalli di ghiaccio. Non sembra nemmeno neve, sembra che l’aria si sia improvvisamente congelata.

Trama

È il 2010 quando Tom Malmquist legge su un vecchio quotidiano la notizia della morte di Mikael K., un uomo di trent’anni trovato senza vita in una grotta alle porte di Stoccolma. Omicidio o suicidio? Il fatto risale al 1991, quando Tom era poco più di un ragazzo, e il caso rimane irrisolto e viene archiviato. Dopo quasi vent’anni, Tom si documenta con l’intenzione di scrivere un libro, e via via scopre sempre più inquietanti analogie che lo legano alla vittima. Guidato da un’ossessione frenetica si trasforma in un detective irriducibile, e l’indagine diventa il suo unico traguardo, come se trovare un senso alla vita e alla morte di Mikael fosse la chiave per trovare un senso alla propria vita, e un nuovo inizio.

L’aria intorno a noi è un’inchiesta narrativa su un uomo senza qualità, nascosto nelle pieghe di un fatto di cronaca. Muovendosi con coraggio tra autofiction e true crime, Tom Malmquist riesce a rivelare il mistero di ogni vita, che negli occhi degli altri può prendere forma e consegnarsi alla potenza abbagliante dei ricordi.

Questo libro è per chi ha provato a indovinare il peso del suo cuore, per chi vorrebbe rendere omaggio a John May di Still Life, per chi torna ai luoghi d’infanzia dove si orienta seguendo solo la memoria, e per chi vorrebbe rendere eterno l’istante leggero e perfetto in cui si taglia un traguardo, quando la fatica sembra scomparsa e le gambe non hanno ancora smesso di correre.


Recensione

Malinconia, male di vivere. Margini che si accartocciano sulle solitudini, che sono tante e diverse.

Tom Malmquist scrive una sorte di biografia camuffata da fiction, che si snoda in una Svezia fredda e indifferente, lontana dalla sua facciata di perfezione. Tom è un uomo adulto, che svolge una professione dai confini poco delineati. E’ uno scrittore e scrivere è cura ma anche dannazione per la sua vita. Un’esistenza che sembra felice, destinata a scorrere senza attrito sui binari dell’abitudine.

Tom vuole dimenticare il suo passato, si illude di averlo fatto dal momento che è riuscito a sganciarsi da una famiglia opprimente e ha una compagna dalla quale aspetta un figlio. Ma il passato torna a bussare alla sua porta, la spalanca, offrendola ai venti gelidi dei ricordi. Un omicidio avvenuto vicino alla casa della sua infanzia, si riaffaccia ai suoi occhi. Un fatto molto oscuro, che non trovò soluzione ai tempi e che aprì gli occhi dell’opinione pubblica sulla morte assistita, un argomento spinoso, difficile da inquadrare e da comprendere.

Tom si getta a capofitto nell’impresa quasi disperata e ossessiva di rivangare il caso. Ascolta testimonianze, legge i rapporti dell’inchiesta e si lascia risucchiare dai fatti di quel lontano 2010. La vittima, Mikael, era molto sola, forse omosessuale, sicuramente preda di complessi e di psicosi di vario genere. Tanto da far sospettare di voler morire per mano altrui.

Sulle solitudini, sulle incomprensioni, sull’invisibilità dei chi vive ai margini si appoggia l’indagine interiore di Tom, che prende le mosse dal vecchio cold case per giungere ad affrontare i propri fantasmi. La paura di crescere, l’insoddisfazione di una vita che sembra destinata allo squallore, il disintegrarsi della famiglia. L’incapacità di comprendere se stessi, di trovare la propria strada sono i tarli che hanno azzannato la giovane vita di Tom e che tornano a dilaniare le sue carni, anche a distanza di anni.

Cercare l’assassino di Mikael, trovare un movente a quella sua morte assurda, diventa per Tom l’unico modo per scendere a patti con la sua giovinezza, con i suoi errori e le sue paure, in realtà mai guarite del tutto.

Il dolore ammanta le pagine di questo romanzo e un senso di asfissia lo avvolge strettamente. E’ difficile lasciar andare i ricordi che fanno male, Tom lo sa e solamente dopo molti anni complicati riesce in qualche modo a far la pace con la morte di Mikael e venire a patti con il suo passato oscuro.

L’aria intorno a noi è una miscela in cui l’ossigeno latita. Pesante, deprimente, senza speranza di un soffio salvifico che porti nuova vita. E’ l’aria della consapevolezza, l’aria dell’accettazione. L’aria che racchiude tutti gli odori del mondo, alcuni soavi effluvi, altri miasmi irrespirabili. L’aria che dobbiamo respirare, ad ogni costo. Adattando i polmoni ad una miscela di gas spesso velenosa.

Tom Malmquist ci circonda di parole piene di echi, che non riescono in nessun modo a trovare uno spiraglio di serenità. La sua scrittura è ottenebrata e ottenebrante. Chiusa, buia. Senza alcun cenno di vitalità.

Non c’è spensieratezza nella gioventù, né gioia nella vita adulta, presa in ostaggio dall’incertezza in ogni sua accezione. Solo il tempo può lenire i nostri graffi, salvandoli dalla cancrena. Solo il perdono riesce a risarcire le ferite e le ustioni, riconducendoci tra le braccia della terra, come in principio.


L’autore

Tom Malmquist (1978) è uno scrittore e poeta svedese. L’aria intorno a noi è stato pubblicato in numerosi pae­si, e NNE pubblicherà anche il suo romanzo d’esordio, In Every Moment We Are Still Alive, che ha vinto diver­si premi internazionali, fino ad arriva­re in vetta alla classifica del New York Times.


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Traduzione: Katia De Marco
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 291

MAGNIFICA CREATURA di Antonella Boralevi

Guardavo e mi rendevo conto che l’universo dove avevamo abitato fino ad allora noi Valiani era invecchiato di colpo, disintegrato da quella musica che spaccava i timpani, dai liquidi colorati dentro ai bicchieri, dai balli sfrenati, dallo sfarzo, dallo sfoggio, da quella mania di fare, costruire, creare, inventare. Tutto nuovo, tutto moderno, come era nuova e moderna la casa che mia sorella aveva saputo escogitare. Tutto vibrava di energia, quella sera, nell’attico e superattico sospeso dentro un cielo di velluto. Non era una casa che si inaugurava, era una società appena nata che trovava il suo posto. E al centro, come sempre, c’era Ottavia.

Trama

Toscana, 1951. Luminosa e spavalda, Ottavia si sposa per il rotto della cuffia per evitare il marchio di zitella. Verdiana la spia dall’ombra, mangiata di invidia e di solitudine. Sono due sorelle, ma sono due opposti. Una sembra vincere tutto, l’altra non riuscire ad afferrare nulla. La loro grande famiglia, i Conti Valiani, cresciuti nel privilegio, ora incontra gli arricchiti Salvadori, che abitano la fatica di chi si è fatto da solo. Nell’Italia del boom, che ha voglia di entusiasmo e normalità, c’è una morale pubblica e ci sono i peccati privati. Cesare, il marito di Ottavia, non resiste a esibire le proprie libertà alla moglie, mentre lei, impeccabile e radiosa nel vortice delle feste, delle Prime, della scalata al successo, continua a portare con sé il ricordo di un grande amore perduto. Con l’arrivo di Verdiana al Palazzo di San Miniato le apparenze non si possono più salvare, e il gioco si farà sempre più feroce.

Il vento nuovo degli anni Sessanta, che nasce tra balli scatenati e idee impegnate, travolge tutti come la grande alluvione del 1966 a Firenze. Ma ogni tempesta porta con sé una seconda possibilità, il momento di scoprire la magnifica creatura che è nascosta in ognuno di noi e chiede solo di essere ascoltata.

Un romanzo che parla al cuore. Due vite intrecciate, tra amori che non finiscono e desideri irresistibili, in un paese che ricomincia a sognare. Quando arriva una seconda occasione, siamo pronti a riconoscerla?


Recensione

Una è il sole. L’altra l’ombra. Una è luce, l’altra buio.

Ottavia, splendente, volitiva, una stella che brilla e illumina tutto ciò su cui posa il suo sguardo. Bella, intelligente, sicura di sé. Certa di piacere e nata per compiacere.

Verdiana, scialba, grigia, consapevole di essere insignificante. Nata e cresciuta all’ombra di Ottavia, che acceca chiunque la guardi. Che crea ordine e perfezione dove c’era caos. Che rende succubi del suo fascino chiunque la guardi. Verdiana, seconda anche nelle attenzione del padre. Che cresce crogiolandosi nella sua invisibilità, costretta sua malgrado ad assistere ai continui successi di Ottavia.

Sono sorelle e sono nobili. Piccole principesse in un’epoca che affonda le sue radici nella povertà, nell’orrore della guerra, alla quale assistono impotenti e che cancella con un colpo improvviso di spugna sogni e speranza della giovinezza. Complici ma anche nemiche. Vicine ma corrose da una competizione sempre più accesa e infida.

Ottavia calpesta tutto e tutti per inseguire la felicità. Verdiana assiste alla sua scalata verso il successo come una spettatrice invidiosa, presa a cogliere in fallo la sorella per accaparrarsi una fettina di felicità e un po’ di attenzione.

Siamo nel 1951, la guerra è ormai quasi dimenticata. Ottavia si sposa con un parvenu , rozzo, insulso e bruttino. Le nozze servono per allontanare lo spauracchio del nubilato, una condizione abominevole per una donna. Negli anni cinquanta ci si sposa per avere una voce, seppur fievole, nella società. Ci sposa e si affronta con stoicismo lo spauracchio dell’infelicità. Ma Ottavia è una stella che non muore. Ottavia è un animale che si adatta al destino che gli tocca. Si ambienta e riesce a trarne vantaggio. Non smette di ammaliare, anzi, accresce il suo fascino e ostenta il successo.

Verdiana invece appassisce e si innamora dell’uomo sbagliato. Si concede gioie fugaci e aberranti  e finisce per soccombere e per crogiolarsi nella sua mediocrità. E’ una vipera che morde per difendersi ma che perisce del suo stesso veleno. Una vita piatta, banale e inutile. Invisa da tutti, invecchia intrappolata nella sua perfidia e nella sua iniquità.

Intorno a loro c’è l’Italia del dopoguerra.  Gli anni della rinascita, del boom economico. Delle automobili, del frigorifero, del boogie woogie, dei primi timidi accenni di un femminismo che si svilupperà a pieno titolo solo più avanti.

Gli anni in cui tutto diventa possibile. Anni intrisi di ottimismo, di voglia di fare, di desiderio di felicità e di passioni da liberare, senza filtri né freni inibitori. Anni in cui Ottavia fiorisce e Verdiana perisce. Ma la sorte ha un asso nella manica e a volte sovverte un destino che sembra segnato. Ci saranno vecchi e nuovi amori, passioni smodate e scomode. Fughe, ritorni. E nascondersi, per poi scoprirsi. Crescere, cambiare, aprire gli occhi. E concedersi il lusso di soccombere, di fallire. Di tornare al punto di partenza. Di lasciare andare. Di rimediare e di rinascere. E magari anche perdonare il torto più grande. E ricominciare a vivere.

Antonella Boralevi si conferma artefice di una storia che toglie il fiato e il sonno. Deliziosamente incastonata in un’epoca recente seppur lontanissima dal nostro presente, la storia della famiglia Valiani è un gioiello narrativo senza pecche, capace di far volare il lettore e di catapultarlo in una storia vivida, appassionata e meravigliosamente caratterizzata.

E’ ancora Verdiana che tiene in mano le redini della narrazione e che ci regala un punto di vista insolito, quello della sorella sfortunata, che subisce gli sgambetti di un destino che l’ha vista nascere e crescere in un cono d’ombra. Ed è ancora lei che scava nella sua memoria e ricostruisce gli anni della rinascita e del riscatto con un ritratto vivido e ammaliante.

La prosa, impeccabile e prodiga di colpi di scena, regala un affaccio privilegiato sugli umori e le speranze delle donne e degli uomini degli anni ruggenti. Le prime ancora vittime di un ruolo che inizierà via via a stare loro sempre più stretto. I secondi attaccati ad un’ideale distorto di virilità e ad un’immagine di donna che si sta progressivamente sgretolando.

Antonella Boralevi riesce nell’impresa di prendere il meglio da tutti i suoi protagonisti, nonostante alcuni di loro abbiano un contegno discutibile. Ed estrapola il meglio anche dalla nostra Italia, fulgida e intraprendente nell’epoca che più di tutte l’ha vista brillare.

Non mi rimane che chiedermi chi sia la meravigliosa creatura alla quale la Boralevi allude nel titolo di questo secondo capitolo della saga dei Valiani. Ottavia, con la sua aura di perfezione e stupore? Verdiana, che sopporta l’amarezza di una vita vissuta ai margini della storia? L’Italia, che risorge fulgida dalle macerie della guerra? O forse Diomira e Ida, nate serve e divenute donne consapevoli e realizzate?

Ecco, io penso che la magnifica creatura siamo noi. Noi che non ci arrendiamo, che crediamo ancora nel potere salvifico della lettura, che rileggiamo la nostra Storia per trarne una lezione e per migliorare il domani. Noi, che sappiamo ancora immaginare, che preferiamo la parola scritta alle immagini preconfezionate. Noi che ci concediamo di sognare a occhi aperti. Noi che leggiamo una storia tessuta da chi ha mantenuto la voglia di narrare e di stupire. Una storia incantevole che è parte della Storia.


L’autrice

Antonella Boralevi è autrice di romanzi, racconti, sceneggiature, saggi. Ha portato in televisione il talk show di approfondimento emotivo. Tiene rubriche su quotidiani e settimanali. Il suo Lato Boralevi esce ogni giorno sul sito della “Stampa”. Commenta su “Huffington Post”. Tra i suoi romanzi, Prima che il vento (2004), Il lato luminoso (2007), I baci di una notte (2013), Chiedi alla notte (2019), La bambina nel buio (nuova edizione La nave di Teseo, 2019). Con Tutto il sole che c’è (La nave di Teseo, 2021) ha creato una saga di grande successo. È tradotta in Germania, Francia, Giappone, Russia. Magnifica creatura è il suo ventitreesimo libro.  


  • Casa Editrice: La Nave di Teseo
  • Collana: Oceani
  • Genere: narrativa italiana
  • Pagine: 476

IL SILENZIO DEL MONDO di Tommaso Avati

Ma fu in quell’istante che si dissero tutto. Fu in quel silenzio perfetto che il destino si compì in tutta la sua ineluttabile precisione. La madre le posò una mano sul grembo. Lasciò che la figlia ne avvertisse il calore. Lo aveva fatto? Non glielo chiese. L’altra non lo disse. Desideravano solo rimanere così ora – la mano dell’una sul grembo dell’altra – ripetendo un gesto che già una volta aveva aggiustato un destino. Non volevano altro che rimanere così, ora, mentre la sera fuori scendeva lentamente su tutto, mentre il silenzio tornava a posarsi sul mondo.

Trama

Questo romanzo narra una saga familiare che si svolge in un periodo di tempo che va dall’avvento del fascismo fino ai giorni nostri. È la storia di tre donne: nonna, madre e figlia, tutte non udenti. Rosa viene dal tempo antico e contadino. Impara una lingua simile a quel che vede e tocca: forte e sanguigna. Quella lingua è come una madre, se la porta con sé fino alla fine, e per essa si scontra col mondo civilizzato che non la capisce, e che lei non può comprendere. Da Rosa nasce Laura, che cresce nella grande città, conosce la lingua della gente, la governa, la padroneggia. Ma quella lingua che tutti parlano in realtà non le appartiene. Riconoscerlo è doloroso, richiede fatica, ci vuole coraggio. Una volta accettata la verità, sarà difficile tornare indietro. E da Laura nasce Francesca che è il prodotto dell’oggi. Parla la lingua di tutti, usa codici sofisticati, alterna tivi, evoluti. Ma Francesca sospetta che non bastino, lo capisce poco alla volta mentre l’ansia del mondo lentamente la assale. Il silenzio del mondo è un romanzo sulla diversità dell’essere sordi, sul linguaggio, sul dolore del comunicare. Un libro dove i gesti sostituiscono le parole, dove l’ascolto è qualcosa che va inventato nuovamente, ogni giorno. Ma è anche un romanzo che l’autore ha cucito per sé.


Recensione

Quante facce ha il silenzio, quali significati cela nella sua perfetta assenza? Ed è vero che il silenzio è assenza di suoni? O è, invece, il suono più perfetto dell’universo? Quello che tutti possono sentire? Quello a cui ognuno può dare un significato solo suo?

Questo romanzo ruota intorno al silenzio, che è anche scelta, non solo casualità. La sordità insegue le protagoniste di generazione in generazione, le colpisce con lievità, come neve al suolo, senza contaminare la loro essenza profonda, senza minare la loro fragilità, inserendosi nella loro vita come un seme su di un terreno grasso e fertile.

Il silenzio ha le sue ancelle, che portano su di sé tutto il peso dei suoni. Sono l’isolamento in un mondo disabitato, che riversa la sua bellezza negli odori, nei colori, nelle sensazioni. Ma un uomo non è un isola. Ed ecco che i segni arrivano a colmare i vuoti del silenzio. Dapprima per caso, poi per precisa intenzione.

I segni sono voce, rumore, urla e sussurri. Sono gesti che esprimono l’universo privato di chi li usa.

Rosa li impara per caso e deve nasconderli agli occhi del marito, che non riesce ad accettarli e che tiene la figlioletta prigioniera del silenzio. Laura imparerà i segni da lei, Rosa,  quasi in segreto. Perché i segni suscitano negli altri un sordo timore e una insensata voglia di nasconderli.  Laura potrà realizzarsi grazie ai segni e ambire ad una vita felice. Ma la felicità a volte è una chimera, che si dona al capriccio e del capriccio diventa schiava. Laura voterà le spalle al mondo degli udenti e anche a sua figlia Francesca, che è una donna del suo tempo e del tempo cavalca il buono e il brutto, senza chiudersi mai in se stessa.

Il silenzio del mondo è la storia di tre donne la cui vita ruota intorno ad una assenza. Non è solo assenza di suoni. Ma anche altri tipi di assenza, forse anche più complicati da gestire e da comprendere. L’assenza di amore, di comprensione, di radici. Un assenza che sembra creare i maggiori scompensi proprio a chi i suoni li sente. Sentire non è appannaggio solo dell’udito, ma di tutti i sensi. E anche del cuore, dell’intelletto, della sensibilità e della profondità di una persona.

Rosa, Laura e Francesca sono i frutti del loro tempo e vivono la sordità in modo diverso, come del resto la vive anche la società che le circonda, dapprima chiusa e ostile. Il tempo crea crepe nella percezione del silenzio e si apre ai segni, che diventano una lingua universale.

Tommaso Avati ci regala una storia ad alta intensità emotiva e ci porta in un universo denso di echi e di coni d’ombra, dove la luce irrompe quando il silenzio spezza i legami e poi li riunisce, li modifica, li irrobustisce.

Una prosa asciuttissima, che scava in un passato avaro, intima e tagliente come una lama. Una storia indimenticabile, in cui il perdono e voglia di comprendere riescono a penetrare la cortina, spesso impenetrabile di ogni assenza, quale che sia.


L’autore

Tommaso Avati si è sempre diviso tra cinema e letteratura. Nel 2014 ha vinto il Montreal World Film Festival per la miglior sceneggiatura per Il ragazzo d’oro. Nel 2020 ha vinto il Nastro d’argento al miglior soggetto per il film Il signor Diavolo. Ha scritto due romanzi, Ogni città ha le sue nuvole (2017) e Quasi tre (2018). Vive a Roma.


  • Casa Editrice: Neri Pozza
  • Collana: Bloom
  • Genere: narrativa italiana
  • Pagine: 206

LE LETTERE DI ESTHER di Cécile Pivot

 
Prima dell’incontro mandai una mail ai sei partecipanti, chiedendo di riflettere su una domanda: “da che cosa ti difendi?”. Se ne avessero avuto voglia, avrebbero risposto brevemente di fronte agli altri. Mi piace questa domanda, perché sono convinta che tutti noi ci difendiamo da qualcosa. E perché lascia grande libertà a chi risponde. Si può essere evasivi, ricorrere a luoghi comuni oppure, al contrario, rivelare una parte di sé.

Trama

“Le lettere mi mancavano. Ormai non ne scriviamo più, le consideriamo una perdita di tempo che ci priva di immagini e suoni.” È per colmare la nostalgia che Esther, libraia di Lille, decide di organizzare un laboratorio di scrittura epistolare. Per lei, che con il padre ha intrattenuto una corrispondenza durata vent’anni, è come riportare in vita un rituale antico: accantonare per un po’ l’immediatezza delle mail e l’infinita catena di messaggi WhatsApp che ogni giorno ci scambiamo, per sedersi a un tavolo, prendere carta e penna, darsi tempo, nel silenzio di una stanza tutta per noi, e raccontarsi. Trovare le parole giuste per qualcuno che ci leggerà, non ora e nemmeno domani. E riassaporare il gusto perduto di una comunicazione più ricca, più sensata. “Da che cosa ti difendi?” è la prima, spiazzante domanda di Esther per i cinque sconosciuti che, rispondendo al suo annuncio, hanno scelto di mettersi in gioco. Attraverso piccoli quadri della loro vita quotidiana e l’intenso scambio epistolare si delineerà poco per volta il ritratto di una classe eterogenea e sorprendente: Samuel, il più giovane, che non riesce a piangere per la morte del fratello; Jeanne, ex insegnante di pianoforte, vedova, che si difende dalla solitudine accudendo animali maltrattati; Jean, un uomo d’affari disilluso che vive per il lavoro e ha perso contatto con le gioie più autentiche; Nicolas e Juliette, una coppia in crisi sulla quale il passato getta ombre soffocanti. Esponendo dubbi e debolezze all’ascolto e alle domande, la scrittura sarà, per loro, lo strumento per rivelarsi l’uno all’altro con sincerità, alleggerendo il cuore. Intriso di tenerezza e umanità, Le lettere di Esther è un elogio alla lentezza, una celebrazione della forza delle parole, un resoconto travolgente delle fragilità umane.


Recensione

E’ stata una lettura curiosa, fuori dalle righe. Un’intrusione nelle vite di sei persone che non potrebbero essere più diverse e più distanti. E un elogio alla comunicazione epistolare, della quale si è perso praticamente ogni traccia.

Non si usa più scrivere lettere, è più che evidente. Oggi abbiamo altre forme di comunicazione, più immediate, più veloci, più informali. Meno pregnanti, meno definitive, meno giudicanti.

Utilizziamo un linguaggio informale, distante, assolutamente non ricercato. Perché il messaggio, la mail, nascono per comunicare qualcosa di veloce e di essenziale, che colpisca per la sua immediatezza. Che vada dritto al punto, senza sbavature inutili. I nostri stati d’animo sono affidati a segni e simboli di facile intuizione, che ci aiutano a far capire, in un attimo, il senso di ciò che stiamo scrivendo. Se siamo tristi, se scherziamo, se siamo sarcastici e semplicemente allegri o solidali.

Non occorre essere aulici o utilizzare termini forbiti. Nessuna immaginazione, nessuna esigenza evocativa, né sintattica. Il messaggio, la mail, hanno vita breve. Saranno presto cestinati, dimenticati, archiviati.

Una lettera invece è fatta per rimanere intatta nel tempo, dentro la sua busta, insieme al ricordo che  suscita. Una lettera ingiallisce, custodisce le macchie di lacrime versate, l’impronta di un bacio, un fiore secco, un profumo spruzzato sulla carta. Una lettera parla di chi l’ha scritta e nasce con sforzo e con la volontà di scegliere i vocaboli da usare, le frasi da scrivere. La punteggiatura, il tono, l’accozzare parole a formare un quadro denso di sensazioni.  Si pensa, prima di vergare una frase. All’effetto che quella frase farà all’interlocutore. Allontanando il pericolo di essere fraintesi o non capiti. Una lettera è fatta per essere letta e riletta, spesso imparata a memoria.

Esther pensa al suo laboratorio di scrittura epistolare come un modo per riportare in vita il rituale di scrivere lettere e di intrattenere una corrispondenza con qualcuno. Per tornare a celebrare un’abitudine che è andata perduta. Constaterà, invece, che scrivere lettere ha una suo risvolto terapeutico, perché ci induce e ci obbliga  a pensare. Scrivere di sé, in fondo, è un esercizio per conoscerci nel profondo, per confessare cose inconfessabili, per ripensare alle nostre scelte, per metterci in discussione, perdonare e perdonarci. Conoscerci e farci conoscere dagli altri, senza filtri.

Jean, Samuel, Jeanne, Nicolas e Juliette si spoglieranno a mano a mano dei veli che occultano la loro coscienza e il loro dolore. Scenderanno a patti con il loro passato e potranno aprirsi ad un futuro che appariva opaco e poco attraente. Le lettere si faranno fitte, un botta e risposta che racchiude una intimità che non è mai impudente. Tutti e cinque scopriranno la semplicità che si cela dietro al raccontarsi. Acquisiranno consapevolezza di sé e potranno raddrizzare la propria vita, che in qualche modo va alla deriva.

Il potere della parola scritta è enorme e Cecile Pivot lo sa celebrare alla perfezione in questo suo romanzo, che è anche un premio alla comunicazione lenta, riflessiva, inclusiva e autentica. Un invito a parlare a se stessi e di sé, in uno scambio che è sempre profittevole. Scrivere a se stessi e di noi stessi aiuta a far chiarezza dentro le nostre vite incasinate, prese nella morsa della velocità e del sensazionalismo.

Uno specchio vivace e intimo di vite autentiche, che trovano nella scrittura la chiave di lettura della propria vita e un invito, forse solo sussurrato, a scrivere di noi stessi, sforzandoci di confezionare frasi belle,  musicali e profonde, con le quali decodificare i nostri bisogni e i nostri desideri.


L’autrice

Cécile Pivot ha lavorato per molti anni come giornalista prima di dedicarsi alla scrittura. Le lettere di Esther è il suo primo romanzo pubblicato in Italia.


  • Casa Editrice: Rizzoli
  • Genere: narrativa
  • Pagine: 284

JACU di Paolo Pintacuda

«Vittoria intese l’inquietudine del figlio giacché lo scrutava di sfuggita. Avrebbe voluto dire qualcosa, qualsiasi cosa che lo preparasse, ma scelse di tacere e lasciare che fosse Jacu a scoprire da solo ciò per cui era nato».



Trama

Una narrazione originale che mescola ricostruzione storica e romanzo in una maniera completamente spiazzante.
Negli ultimi giorni del 1899, la misera quiete di Scurovalle, un grumo di case su di un anonimo monte siciliano, è turbata da un incredibile evento: Vittoria, ventidue anni e già vedova, partorisce l’ultimo settimino del secolo, un bambino che, secondo le credenze popolari, avrà poteri magici e curativi e sarà in grado di assistere qualsiasi sventurato. Sebbene Vittoria tenti di assicurare un’infanzia normale al figlio, sin dalla tenera età il piccolo Jacu dimostra di possedere questo dono prodigioso, diventando un punto di riferimento irrinunciabile per tutti i compaesani.
Anni dopo, però, gli effetti della guerra raggiungono perfino la sperduta comunità di Scurovalle, riempiendo i cuori di paura, diffidenza e rancore. Jacu, che per un errore dell’anagrafe non viene spedito al fronte insieme ai suoi coetanei, vede il proprio paese natale voltargli le spalle e sprofonda così in un periodo di grande tristezza cui decide di mettere fine arruolandosi volontario. Ma la guerra non risparmia nessuno e da quel momento né Jacu né la sua amata Scurovalle saranno più gli stessi.
Una storia potente e visionaria che intreccia le sorti di un eroe dal cuore puro con quelle di una comunità arcaica, raccontando con una lingua nuova e incalzante le vicende di un protagonista luminoso oscurato dal buio della Grande guerra.
Una realtà appartata, quella dell’immaginario paese presente nel libro, con una manciata di anime in cui si ritrovano tutte le sfumature dell’indole dell’uomo: la superstizione, l’invidia, il rancore, ma anche la generosità e la speranza.
Uno straordinario affresco umano e corale con una prosa densa e raffinata che conferisce a Jacu il sapore di un classico.


Recensione

Magia, credenze, un groviglio potentissimo tra misticismo popolare e narrazione incantata e incantevole. Sullo sfondo un secolo che volge al termine e che si apre impaurito e schivo al nuovo, al progresso, alla scienza. E i profumi e le suggestioni della Sicilia, che in quel lontano 1899 sembra ancora prigioniera di tradizioni ataviche e avvolgenti.

Vittoria è troppo giovane per essere vedova, ed è incinta. Gli occhi di Scurovalle non hanno ancora finito di esaminarla e giudicarla che il piccolo Giacomo, Jacu in dialetto, viene alla luce. E’ settimino, l’ultimo settimino del secolo, per giunta. Sarà un guaritore, come dicono tutti. Destinato a assistere e a curare gli sventurati che troverà sul suo cammino.

E Jacu guarisce, e cura. Lenisce, consola, prigioniero egli stesso di un ruolo che gli hanno cucito addosso e che, come quell’aria di stramberia e di mistero che lo avvolge da sempre, non sembra destinata a dissolversi.

Il destino di Jacu è segnato. Ed è un destino buono e crudele allo stesso tempo. Un destino che non gli concederà, mai, di porsi ai margini, fuori dalle luci della curiosità e delle ottuse convinzioni dei paesani.

Una sorte che brucerà la sua infanzia e la sua vita, prendendone un pezzo alla volta. Una sorte che incatena Jacu alla Sicilia e al suo popolo, intransigente, superstizioso, ma anche capace di grandi slanci e di potente umanità.

Paolo Pintacuda, al suo esordio come autore di narrativa ma assolutamente non nuovo al mondo delle parole, costruisce una storia che odora di favola e di magia. La sua Sicilia non serba misteri per lui, cresciuto nei vicoli di Bagheria, annusando fin da piccolo gli odori inebrianti e assorbendo sulla pelle quel sole che abbacina il corpo e la mente.

Ed è questa Sicilia, ammiccante e pretenziosa, che racconta nel suo romanzo, riuscendo in pieno a rendere al lettore la sensazione asfissiante ed esaltante che deriva dalla consapevolezza di  appartenere ad una comunità, ad una sensazione, ad un’idea comune, quella che ti fa cedere alla sensazione e arretrare davanti al raziocinio. Un linguaggio che si accosta a quello dei grandi narratori del passato, che si reinventa dentro ai confini colorati del Sud, che incanta e che è balsamo sulle labbra del lettore, vittima anch’esso di un incantesimo che lo trasporta nello spazio e nel tempo fino a lambire un passato intransigente e capriccioso.

La ballata di Jacu diventa subito fiaba e dannazione e buio. E la guerra, che incombe e che sconvolgerà tutto e tutti, diventa una madre bugiarda, che spegne la luce e porta freddo e dannazione.


L’autore

È nato a Bagheria nel 1974. Durante l’infanzia ha frequentato assiduamente il Cinema Nazionale dove il padre, Mimmo Pintacuda, noto fotografo e figura cui si è ispirato Giuseppe Tornatore per il personaggio di Alfredo in Nuovo Cinema Paradiso, lavorava come proiezionista. È sceneggiatore per il cinema e vincitore del Premio Solinas 2010. Come coautore, nel 2019 ha firmato il soggetto e la sceneggiatura del film Tuttapposto, diretto da Gianni Costantino, con Luca Zingaretti e Roberto Lipari.


  • Casas Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Genere: narrativa italiana
  • Pagine: 152

RESIDENZA PER SIGNORE SOLE di Togawa Masako

Quasi tutte le inquiline della residenza, invece,  pur avendo condotto, in passato, per quanto è possibile ad una donna, un’esistenza piena, ora che avanzano negli anni tendono a ritirarsi nel proprio bozzolo, e a guardare con nostalgia ai giorni splendenti della loro giovinezza.

Trama

La Residenza K, un palazzo di mattoni rossi che ospita donne nubili, appare agli abitanti di Tokyo come una dimora tranquilla per signore per bene, ma nasconde in realtà un passato sinistro. Quando dalla portineria sparisce misteriosamente il passe-partout, la chiave universale che apre tutte le centocinquanta stanze affacciate sui lunghi corridoi dei cinque piani, le inquiline cominciano a vivere nell’ansia. Ogni camera, infatti, oltre a un’immensa solitudine, custodisce colpe che ciascuna di loro tiene scrupolosamente per sé: strani furti, incidenti sospetti e persino un suicidio aleggiano tra quelle mura, abitate da donne assorte nel ricordo dei tempi andati. E adesso, in previsione dello spostamento dell’edificio che deve far posto a una strada, queste donne temono che succeda qualcosa di orribile: i lavori potrebbero portare alla luce un crimine avvenuto anni prima, e con esso tanti altri segreti che le pareti spesse della Residenza K – e la sua curiosa portinaia con la passione per i libri – serbano con discrezione. Pubblicato per la prima volta nel 1962, Residenza per signore sole è un grande classico del noir giapponese. Una perla rara, ricca di tensione e atmosfera, che ricorda i thriller di P.D. James, conservando però l’inconfondibile tocco di magia che continua a far innamorare della letteratura del Sol Levante le lettrici e i lettori di tutto il mondo.


Recensione

Unire e miscelare il genere noir con la letteratura giapponese ha qualcosa di eversivo. E’ un esperimento insolito, coraggioso e dagli esiti incerti. Il mistero insondabile che devia la psiche umana, così debole e creativa, unito alla lentezza per certi versi esasperante della letteratura del Sol Levante, pregna di passaggi descrittivi e di un accanimento del tutto nuovo nel catalogare e disquisire sui sentimenti, ci restituisce qualcosa di inaspettato e di sorprendentemente morboso.

“Residenza per signore sole” è una miscela esplosiva di questi due ingredienti. Scritto negli anni sessanta, è ambientato in un Giappone chiuso e tradizionalista, in cui una donna che non sia moglie né madre stenta a trovare la sua collocazione.

Una donna nubile non può che abitare in una residenza per signore sole, un luogo poco felice, densamente popolato da donne deluse dalla vita, in ogni sua accezione. Donne il cui passato è un capitolo chiuso, che stentano a trovare una dimensione in una società maschilista. Donne che non hanno più un lavoro, che non hanno un marito. Che vivono di ricordi, annegando nella nostalgia, nel rimpianto e nel rancore. Tutte le donne della residenza K  portano chiuso in sé un segreto doloroso, da difendere dagli occhi e dalle orecchie indiscrete delle coinquiline. Le sventure altrui non riescono a instillare in loro sentimenti di pietà, di solidarietà, di condivisione. Al contrario, la curiosità verso la vita interiore delle vicine di appartamento è un tarlo che rode dall’interno, e scava, scava fino a far sanguinare le carni.

Il sospetto, il sotterfugio producono effetti devastanti sulle abitanti della Residenza K, che scendono a dubbi compromessi pur di vedere soddisfatta la loro curiosità. La solitudine gioca brutti scherzi a molte di loro, la cui vita è ormai un deserto arido e desolato che può rinverdirsi solamente venendo a conoscenza degli aspetti scabrosi della vita altrui.

Il dipanarsi delle vicende che coinvolgono la Residenza K crea un’atmosfera misteriosa e subdola e denuda le sue abitanti fine a mostrarne l’intima essenza. In fondo sono solo donne sole e deluse dalla vita, che usano l’astio e la vendetta per curare le proprie ferite, in una società che le tiene ai margine, le deride e le emargina, poiché non servono più a nessuno scopo.

L’autrice ama tendere trappole al lettore e lo conduce dove vuole, senza sforzo. Svia con noncuranza la sua attenzione per sorprenderlo sul finale. Con una prosa morbosa e ammiccante, seppure morbida e cristallina, Togawa Masako compie un piccolo miracolo, pur accontentandosi di confezionare un romanzo breve, interamente circoscritto alle mura della residenza, che ruota attorno al mistero di un bambino scomparso in circostanze misteriose.

Un romanzo godibilissimo, che coinvolge per le atmosfere torbide e che scava nell’animo umano a sondare debolezze e a straziare le carni come un bisturi impietoso. Un’autopsia accuratissima  che disseziona solitudini, memorie, impressioni, rancori e lievi speranze di donne lasciate ai margini, inutili e sole e che sembra voler suggerire che solo la maternità, la gioventù e la bellezza rendono sopportabile e significativa la vita di una donna.


L’autrice

Togawa Masako  (1931-2016) è stata una delle più importanti scrittrici giapponesi di noir. Nata a Tokyo, cantante, attrice e per anni titolare di un nightclub, ha raggiunto la fama non solo come giallista, ma anche come icona gay e femminista. Residenza per signore sole ha vinto il prestigioso premio per il genere intitolato a Edogawa Ranpo.


  • Casa Editrice: Marsilio
  • Collana: Farfalle
  • Traduzione: Antonietta Pastore
  • Genere: noir
  • Pagine: 176

L’UOMO CHE AVEVA VISTO TUTTO di Deborah Levy

Mi ero trovato in tasca una matita per occhi azzurra. Si chiamava Spuma d’oceano, e me l’aveva regalata Jennifer per il mio compleanno. Di solito andavo in biblioteca in giacca e cravatta, cercando di far intendere che ero uno studioso serio e del tutto in accordo con un regime ideologicamente sorvegliato da vecchi abiti formali. Si, il regime e io potevano sederci sullo stesso divano e respirare in sincronia, sereni e affettuosi, a goderci un silenzio cordiale. Cominciavo a essere sempre più simile a mio padre, quindi mi passai un po’ di Spuma d’oceano sotto gli occhi e partii per un’altra giornata a studiare la resistenza culturale al nazismo nella Germania degli anni Trenta. Spuma d’oceano si rivelò un vero e proprio maremoto.

Trama

È il 1988 quando il giovane Saul Adler viene investito da un’auto a Londra sulle strisce pedonali di Abbey Road, celebri per l’album dei Beatles. Si riprende, ma il giorno dopo la sua fidanzata Jennifer Moreau, una promettente fotografa che l’ha scelto come musa, lo lascia senza motivo. Depresso, Saul si trasferisce a Berlino Est per portare avanti i suoi studi sull’Europa orientale; e da quel momento gli eventi sembrano legarsi e slegarsi in un vortice di coincidenze e discordanze. La memoria di Saul è sempre più inaffidabile, lui pare conoscere fatti non ancora accaduti ma tradisce i suoi più cari amici, Walter e Luna, che vengono arrestati dalla Stasi. Quando però, anni dopo, rimane vittima dello stesso incidente su Abbey Road, Saul intraprende un viaggio intimo alla ricerca di se stesso, per ricomporre la realtà spezzata in cui è immerso.

Magico e struggente, L’uomo che aveva visto tutto è un romanzo sullo spazio sfocato tra verità e ricordi, un luogo mutevole in cui passato e presente convivono. Come in un’immagine a lunga esposizione, Deborah Levy fotografa squarci di tempo interiore, dove la nostra identità prende forma, e illumina il desiderio oscuro di vivere infinite vite, mille amori, mille esperienze.


Recensione

Una vita intera racchiusa in poco più di 200 pagine. Non una linea retta, ma tante macchie psichedeliche, alcune sfuocate, altre a tinte forti. Che si sovrappongono, che fluttuano distanti, si avvicinano, si allontanano, cozzando tra loro.

Debora Levy scrive un romanzo onirico e straniante,  utilizzando la prima persona singolare per disegnare l’esistenza di Saul Adler, un uomo avvenente, sensibile, affascinante quanto inquieto. Vittima inconsapevole di svariate fascinazioni. Deluso dalla memoria e confuso dall’accavallarsi degli eventi della sua vita, che a tratti paiono incomprensibili, preda di un capriccio o, meglio ancora, di un destino beffardo e crudele.

La storia di Adler sfugge non solo alla memoria di se stesso, ma anche alla prevedibilità degli eventi, che si susseguono senza alcuna continuità, in modo apparentemente casuale.

Abbey Road, a Londra, è il luogo in cui tutto inizia e finisce. Un luogo iconico, scelto dai Beatles per uno scatto che è divenuto famoso e che fa da sfondo anche ad una foto che vede Saul come soggetto principale. Una foto che lo inseguirà nella Germania Est, nei giorni che precederanno la caduta del Muro, finendo nelle mani di un’amante opportunista, per poi tornare a Londra, appesa al muro della mostra fotografica di Jennifer, l’amata Jennifer. Colei che scatta la foto, in quel giorno in cui tutto inizia.

La Germania Est sembra essere per Saul un luogo di perdizione. Lì si consuma la sua avventura con Walter, lì scenderà a patti con l’oppressione del regime, che spinge le persone a goffi sotterfugi e a melodrammatici stratagemmi per vivere una vita degna di essere vissuta. Sempre lì assaggerà il sapore della prigionia, fisica e mentale ed elaborerà il rancore verso il padre e il fratello.

Tornato a Londra, sulle strisce bianche e nere di Abbey Road, il passato di Saul tornerà a tormentarlo. Gli anni sembrano essere passati in un attimo, ma il vuoto della memoria e l’occhieggiare di ricordi fallaci e ruffiani, portano Saul a ripensare la propria vita, a ricostruirla, prendendo congedo da chi gli ha nuociuto e chiedendo perdono a chi si è lasciato travolgere dal suo egocentrismo.

L’uomo che aveva visto tutto è la parabola di una vita che passa inosservata, senza mordente, senza il coraggio necessario a guardare le cose per come sono davvero. Così come Saul da giovane  non metabolizza l’esperienza nella Germania Est, anche il Saul maturo non riesce a penetrare il nucleo della sua esistenza, lasciando che gli amori della sua vita rimangano relegati al ruolo di semplici comparse. Non è un caso se Saul, affacciandosi sulle strisce di Abbey Road finisca sempre per non attraversarle. L’incompiutezza di quella traversata, così come l’incompiutezza della sua intera esistenza sono in fondo un destino comprensibile, per Saul come per la maggior parte di noi, assolti di default dalla nostra codardia, che pare l’unico modo plausibile per vivere una vita complicata e piena di insidie.


L’autrice

Deborah Levy (1959) è tra le maggiori scrittrici inglesi. Nata in Sudafrica, è autrice di romanzi come A nuoto verso casa (Garzanti 2014), finalista al Man Booker Prize, e Come l’acqua che spezza la polvere (Garzanti 2018). L’uomo che aveva visto tutto è stato selezionato per il Man Booker Prize 2020 ed è entrato nella short list del Goldsmiths Prize 2019. NNE pubblicherà anche il suo prossimo romanzo.


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Genere: distopico
  • Traduzione: Gioia Guerzoni
  • Pagine: 240

LE PORTATRICI di Jessica Schiefauer

 Alcune cose sono semplici da raccontare. Altre parti sono più difficili. Ciò che è successo dentro di me, nelle mie sensazioni o nel mio corpo, quei ricordi sono scivolosi come saponette, mi sgusciano dalle mani quando voglio scriverli. Ma sono importanti, devono essere descritti in qualche modo. Senza di loro ci sarebbero grossi buchi nella storia. (…)
Qualcosa si muoveva dentro di me. Un piccolo, minuscolo battito, come una farfalla che muoveva le ali sottili.
Infilai le mani sotto la canottiera, cercando di coprire la pancia più che potevo con i palmi. Sotto la pelle e il grasso sentivo la membrana tesa, la parete che mi separava da ciò che c’era là dentro. Una stanza scavata dentro di me, un buco a forma di uovo, e in quel buco c’era qualcosa che si muoveva.
Alzai lo sguardo verso i boccioli bianchi, trattenni il respiro, mi ascoltai dentro. Ma era tutto silenzioso, non c’erano ali di farfalla che battevano.
Le mie dita si mossero lente sulla pelle. Sentii la mia stessa voce, arrivò di sorpresa, come se fosse di qualcun’altra.

Trama

Quando il Covid ci ha colpito nella primavera del 2020, Jessica Schiefauer aveva già consegnato il suo romanzo su cui lavorava da più di un decennio. Ambientata in un mondo postpandemico, si narra la storia di Nikki e della sua compagna Simone. Il Morbo ha devastato il loro mondo per generazioni, e ha costretto la popolazione a separarsi secondo linee di genere: la società è riservata alle donne, note come “portatrici”, mentre gli uomini, i “diffusori” della malattia, sono tenuti in quarantene a prova di fuga. Se una portatrice entra in contatto fisico con un diffusore, la malattia si sviluppa nei corpi di entrambi causando la morte della portatrice nel giro di quarantotto ore. Il diffusore va incontro alla stessa sorte, ma viene anche colto da un folle bisogno di fecondare più portatrici possibile prima di morire.

In una città chiamata Irisburg nel continente scandinavo, Nikki e Simone condividono una vita tranquilla e felice insieme. a loro è una società in cui i cittadini del mondo possono stabilirsi dove vogliono. Mangiare carne è ormai impensabile e il dibattito politico ruota attorno al modo migliore per gestire le risorse limitate della Terra. Invece del lavoro, le portatrici effettuano un numero limitato di ore di servizio ogni settimana. E in cambio del contributo alla democrazia con il voto, ricevono un’unità abitativa e un buono vita. Ma quando Simone decide di avere una bambina, tutto cambia. Tutto ciò che Nikki pensava di sapere sulla sua partner, sul suo mondo e su sé stessa è capovolto.

Le portatrici apre una finestra su una società radicalmente diversa, dove i sistemi politici ed economici di oggi sono stati relegati al passato e sostituiti da una visione eco-femminista che a prima vista sembra più luminosa, più verde, più giusta, un mondo immaginario plasmato dal Morbo ma anche da nuove tecnologie, modalità di trasporto e metodi di riproduzione, completo di un proprio vocabolario Eppure le cose non sono come sembrano e Nikki scopre il lato oscuro della sua società. In questo mondo rivoluzionato, le portatrici lottano ancora con i concetti umanissimi di amore, tolleranza e desiderio, paura, violenza e potere.


Recensione

Una società che appare completamente ribaltata rispetto al nostro presente. Un mondo tutto al femminile, fatto solo di donne, che portano avanti l’umanità attraverso nuovi metodi di concepimento. Una democrazia aperta e diretta, che elargisce a chi vota una casa e di che vivere. Non si lavora, si contribuisce con servizi utili alla società. Nessuna prevaricazione: tutte hanno le stesse cose. Nessuna ambisce ad avere di più, un concetto che pare scomparso dalla società.

C’è un ordine quasi innaturale e uno scandire dei giorni che sembra aver cancellato gli acuti intellettuali e la creatività dell’individuo. Le donne si amano tra loro, bastano a loro stesse e portano la vita.

Gli uomini, al contrario, diffondo un morbo terribile e per questo vivono segregati, al pari di animali pericolosi e selvaggi. Ingovernabili, abbruttiti dal desiderio incontrollabile di fecondare. Irsuti, dai lineamenti marcati, dai ghigni bestiali,  spaventosi e primordiali. C’è ancora memoria di un lontanissimo passato in cui il patriarcato imperversava. Epoche in cui la donna era tenuta ai margini e l’uomo distruggeva il pianeta in tutti i modi possibili. Oggi invece la società ha raggiunti una perfezione che va mantenuta a tutti i costi.

Un affaccio futurista che suona immediatamente interessante, curioso. E la lettura parte immediatamente con il piede giusto. Si fa affascinante e con naturalezza si insinua nel lettore un esercizio irresistibile di immaginazione e di immedesimazione in una società che ha perso qualsiasi connotato romantico ed erotico, in cui prevale l’obbedienza e l’appiattimento di ogni individualismo.

Jessica Schiefauer ha lavorato moltissimi anni alla stesura di questo romanzo e gli ha dato la luce proprio quando un altro morbo prendeva il sopravvento nel mondo intero. Il sopraggiungere del Covid, in realtà, ha reso lo sforzo di immedesimazione molto più facile per il lettore e lo ha avvicinato senza grossi sforzi al mondo descritto nel libro, che sarebbe risultato, altrimenti, piuttosto lontano dalla nostra realtà.

Sarà per questo che tutta la narrazione mantiene una sua plausibilità e ci fa precipitare a corpo morto in un mondo che per quanto spaventoso serba un’immagine di ordine e di giustizia sociale, eccetto,naturalmente, per l’uomo, inteso esclusivamente come genere, che viene demolito e demonizzato con sbalorditiva sistematicità. Una demolizione che ho percepito come una sorta di nemesi storica (i maschietti mi perdoneranno se mi sono lasciata prendere la mano!).

Nel romanzo, la storia di Nikki è una storia di consapevolezze e di scoperta. Una crescita interiore che diventa esponenziale e l’apertura verso ciò che viene giudicato pericoloso. La voglia di capire, la capacità di acquisire un pensiero critico e il necessario ripensamento su verità preconfezionate che ci tengono in scacco. La spinta a pensare con la propria testa anche quando si tratta di demolire dogmi indiscussi sui quali abbiamo la nostra intera esistenza. La naturale, doverosa, catartica apertura verso il diverso, che non può che costituire, per chi legge, un monito e una esortazione. Una visione della maternità vissuta come una missione, completamente soggiogata alla necessità di mandare avanti la specie e svuotata da qualsiasi sentimento ed istinto. E, infine, la consapevolezza che qualcuno sopra di noi manipola le nostre percezioni e la nostra coscienza ad uso e consumo del potere. E ci tiene in scacco, lavorando sulle nostre paure e sui nostri preconcetti.

C’è poco da aggiungere, direi. Le Portatrici è un romanzo che tutti dovrebbero leggere, perché gli spunti di riflessione che propone sono importanti e irrinunciabili. Un romanzo godibile, con una costruzione narrativa e una prosa impeccabile, fatta per catturare l’attenzione e per provocare il lettore, costretto a riflettere su temi spinosi e di non facile lettura.  Una storia di crescita. Un vaso che si scoperchia su una realtà che, in fondo, non è poi così lontana da quella in cui viviamo, in cui permangono  mille altri modi di segregazione, non solo quella di genere.


L’autrice

Jessica Schiefauer è nata e cresciuta in un paese fuori Göteborg. Dopo il conferimento dell’August Prize per Girls (Feltrinelli, 2016), si è confermata come una delle più interessanti voci della letteratura young adult in Svezia. I suoi romanzi si concentrano su temi quali l’autostima, la crescita, la sessualità e l’identità di genere. Con il romanzo Quando arrivano i cani (Camelozampa, 2022) ha vinto nuovamente l’August Prize nel 2015.


  • Casa Editrice: Fandango Libri
  • Traduzione: Samanta K. Milton Knoles
  • Genere: distopico
  • Pagine: 346

PANDORA di Susan Stokes-Chapman

<<Agali agali ginatai i agourida méli>>
“Piani piano, l’uva aspra si fa miele”, mormora.
Non c’era giorno che i suoi genitori non le insegnassero qualcosa della terra antica dov’era nata sua madre.
Abbi pazienza, questo vuol dire in sostanza il proverbio. Ma forse che Dora non ne ha già avuta fin troppa?

Trama

Londra,1799. Un tempo rinomato, l’Emporio di Antichità Esotiche dei Blake, racchiuso fra un caffè e la bottega di un merciaio, ha da offrire soltanto opere contraffatte, armature scalcagnate e ninnoli privi di valore da quando è finito nelle mani di Hezekiah Blake dopo la tragica morte di suo fratello Elijah. Stimati archeologi e collezionisti, Elijah Blake e sua moglie Helen sono rimasti uccisi dal crollo di uno scavo in Grecia. L’incidente ha lasciato illesa Pandora, la figlia della illustre coppia, ma ha determinato la sciatta decadenza dell’Emporio, rapidamente divenuto una bottega di polverose cianfrusaglie nelle mani sbagliate di Hezekiah. Gli anni sono passati e Pandora, detta Dora, è ora una giovane donna che sogna di diventare un’artista orafa. Un sogno che lei coltiva con caparbietà mentre trascorre le sue ore nell’Emporio in cui l’inettitudine e l’oscura attività dello zio trascinano sempre più il nome dei Blake nell’infamia e nell’oblio. Un giorno, di ritorno al negozio, una scena spaventosa si schiude davanti agli occhi della ragazza: di fronte all’Emporio giace, ribaltato, un carro. Il cavallo, sdraiato sul fianco, sembra illeso, Hezekiah, invece, è intrappolato sotto l’animale. Attorno a lui tre uomini malvestiti, con il terrore negli occhi e l’odore salmastro dei marinai addosso, armeggiano e imprecano alla scalogna mentre fissano una cassa incrostata di molluschi rimbalzata sul selciato. Nei giorni successivi Hezekiah, malconcio e sospettoso, chiude la cassa a chiave nello scantinato e vieta alla nipote di accedervi. Che cosa c’è in quella cassa? Perché Hezekiah è impallidito quando la nipote glielo ha domandato? E per quale motivo ordina a chiunque di non mettere piede nello scantinato? Incapace di tenere a freno la curiosità, Dora si avventura nello stanzino buio e umido per imbattersi in qualcosa che cambierà per sempre la sua vita.


Recensione

Nella Londra di fine 1700 o si è nobili e ricchi o si appartiene alla colorata e nutrita compagine dei derelitti. O si abita nei quartieri eleganti al di là del Tamigi, dove maestose ville si ergono al centro di verdeggianti giardini, o si proviene dai maleodoranti quartieri dei bassifondi, dove il fango e il cattivo odore si contendono il primato di quello che salta subito agli occhi ai malcapitati che si trovano ad attraversarli.

Londra è già un grande centro e viverci è una scommessa per tutti coloro che non sono nati sotto una buona stella. Così è per Hezekiah, che vive vendendo paccottiglia nel suo emporio, un tempo rinomato negozio di antichità e che sopravvive di misteriosi espedienti. E così è anche per sua nipote Pandora, che tutti chiamano Dora, che è orfana e ha per amico Hermes, una gazza che è un concentrato di istinto e incanto. Dora sogna di diventare una disegnatrice di gioielli e di potersi mantenere, un giorno, grazie alla sua arte. Un sogno piuttosto ardito, per i tempi. Tempi in cui una donna difficilmente trova la sua strada fuori dal matrimonio, a meno che non sia un viatico che la conduca direttamente dentro ad un bordello.

Dora ha talento, è caparbia e soprattutto detesta suo zio, che con i suoi oscuri traffici e cedendo alle lusinghe della contraffazione, sta trascinando l’emporio Blake nell’oblio.

Le giornate di Dora si susseguono tutte uguali, tra una miseria latente ma sempre più invasiva, il disegno e il lavoro all’emporio. Finché una misteriosa cassa viene portata in gran segreto nello scantinato.

E’ così che entra in scena Edward Lawrence, aspirante antiquario e il misterioso vaso contenuto nella cassa. Un vaso antico, che riserverà non poche sorpresa a Dora e al suo nuovo amico. Edward e Dora stringeranno una sorta di sodalizio: dovranno scoprire la provenienza del grande vaso. Lei per prendervi ispirazione per i suoi gioelli. Lui per scrivere un saggio stupefacente, mediante il quale  poter essere finalmente ammesso presso la Società degli Antiquari.

Da qui il mistero si fa fitto e coinvolgerà il passato di Dora, la passione per l’antica Grecia dei suoi genitori, il mistero della loro morte e il Vaso, che sembra contenere una sorta di maleficio, un alone di morte che ammorba tutto e tutti.

In una Londra georgiana che impazzisce per le antichità e l’esotismo, rincorre i miti greci e le credenze di un tempo lontanissimo, pronta a tutto per possedere un manufatto dal quale riecheggino i fasti di lontanissima memoria, tutti i nodi verranno a galla a causa o per merito di un enorme vaso di terracotta, che sembra contenere l’innominabile e che porta l’immaginazione verso l’inizio del mondo e la creazione della prima donna mortale, Pandora, colei che contiene in sé tutti i doni, creata da Zeus per incarnare tutte le virtù femminili. Il suo vaso racchiude tutti i mali che potrebbero abbattersi sui mortali e Pandora deve tenerlo ben chiuso. Ma Pandora sarà vinta dalla curiosità e aprirà il vaso….

In questa città che odora di verdure marce e che contiene un variegato popolo di malcapitati, una cenerentola sui generis con la passione per l’arte orafa cercherà la sua scarpetta di cristallo, per poter fuggire da un destino che le va stretto. Non si lascerà scoraggiare dai rintocchi della mezzanotte e scoprirà le sue origini, affrontando a viso aperto la verità sulla sua famiglia. E troverà il suo principe, dal quale non si lascerà salvare. Perché le principesse dei bassifondi si salvano da sole, con la grinta, la rabbia e la determinazione. Salverà se stessa, la sua memoria e anche il vaso che sembra portare il suo nome, affrancandolo dall’aura cattiva che lo circonda.

Pandora è un romanzo affascinante, pieno di suggestioni, ricolmo del fascino di un’epoca che fa della contraddizione la sua forza. Scritto con una prosa evocativa e coinvolgente, trascina il lettore in un vortice di avventurosa follia e lo porta con sé nei vicoli malsani e nei sobborghi malfamati, dove sopravvivere è già una vittoria e dove la vita è un terno al lotto. In una continua altalena tra il passato e il presente, tra la ricchezza e i disagi della povertà, Pandora ci ipnotizzerà fino alla fine delle sue pagine, che si lasciano bere a perdifiato come a calmare un’arsura che ci secca la gola. Pandora intesa come l’opera stessa e Pandora, la protagonista, una vera eroina della sua epoca, trascinata verso il basso da una sorte avversa e che osa risalire la china con le unghie e con i denti, certa di meritare una sorte diversa da quella che sembra scritta per lei. Pandora, che vuole inseguire i suoi sogni senza cercare l’appoggio di un uomo e che crede nella volontà, quella forza dirompente che può condurla lontana dalla miseria e dall’onta.

Susan Stokes-Chapman, al suo esordio, ci consegna un romanzo sensazionale,  che contiene uno specchio meravigliosamente disegnato della società georgiana, in cui personaggi ridondanti e magnificamente descritti raccontano ognuno il suo pezzo di storia. Un’avventura unica, che prende le mosse dai grandi miti del passato e che li utilizza per creare una trama articolata, avvincente e misteriosa. Un romanzo che incoraggia il desiderio di riscatto e di giustizia. Un’opera che si farà amare con facilità e che difficilmente si farà dimenticare.

Insomma, un romanzo di cui c’era bisogno. Perché il lettore si merita di immaginare, di costruire, di pensare e di credere. Credere che la giustizia vinca, che l’amore trionfi e che da una apparente sconfitta si possa risorgere, più forti. Credere di poter realizzare i propri sogni, senza abbassarsi a compromessi, con l’impegno costante e la volontà di emergere.  Allora, come adesso.


L’autrice

Susan Stokes-Chapman è nata nel 1985 ed è cresciuta a Lichfield, Staffordshire. Ha studiato per quattro anni alla Aberystwyth University, laureandosi con un BA in Educazione e Letteratura Inglese e un MA in Scrittura Creativa. Lavora nell’istruzione superiore e attualmente vive nelle West Midlands.


  • Casa Editrice: Neri Pozza
  • Traduzione: Massimo Ortelio
  • Genere: narrativa
  • Pagine: 364