QUALCOSA NELLA NEBBIA di Roberto Camurri

E lì, davanti a un mare sconosciuto e lontano, tenendo tra le braccia una versione irreale di me, sono dentro ai miei racconti. (…).
Mi sento travolto, e tutto trema attorno a me. Trema il mare e trema il canale, e la città e i suoi tetti, tremano le nuvole sopra la mia testa, i profumi degli alberi, dell’erba, della rugiada nelle albe invernali, del sole e dei fiori nell’afa delle estati.
Tremano il profumo e il candore della neve.
 

Trama

Uno scrittore sceglie di ambientare i suoi romanzi a Fabbrico, un paese che non ha mai visto ma che lo attrae inspiegabilmente. È un uomo insoddisfatto e arrabbiato, odia la sua famiglia e il suo lavoro. Il suo primo libro ha avuto successo, e ora sta scrivendo nuove storie, diverse, ambientate in una Fabbrico spettrale in cui si muovono tre personaggi: Alice, che ha avuto una grottesca carriera in tv e ha scelto di tornare a vivere in paese; Giuseppe, da sempre innamorato di Alice anche se può averla solo in un perverso gioco sessuale; e Andrea detto Jack, che da bambino assiste all’arrivo di un’inquietante famiglia nella casa con cinque comignoli vicina alla sua, diventando testimone di una terribile tragedia. Invitato a un festival letterario in Olanda, lo scrittore comincia a confondere realtà e finzione, e grazie a una donna misteriosa scopre un passato che non sapeva di avere.

Amore e amicizia, fiducia e tradimento, vita e morte: Roberto Camurri torna ai temi di A misura d’uomo in un romanzo intimo e intenso, radicalmente sincero. E con una lingua suadente e musicale, e delicati tocchi sovrannaturali, svela la natura ammaliante del passato, che ci attrae con il suo incessante richiamo ma ha il potere di liberarci dalle nostre più recondite paure.


Recensione

Ci sono luoghi che finiscono per diventare una trappola per chi li ha immaginati. Luoghi del cuore, della mente. E luoghi geografici veri e propri, popolati di persone, di storie, di destini che si attorcigliano al collo togliendoci  il fiato.

Fabbrico è uno di questi. Esiste davvero, ma Roberto Camurri lo ha destrutturato, reinventato. Lo ha cancellato per farlo risorgere in un mondo di fantasia.

Fabbrico è come un imbuto che risucchia vita e vitalità di uno scrittore in crisi, che risponde con l’odio agli interrogativi che sente gravare sulle sue spalle. Nel suo matrimonio aleggia indifferenza e rabbia e un solo ricordo, di quando dopo l’amore fatto in auto con la moglie, una nebbia repentina e improvvisa li avvolge fino a svelare Fabbrico, con le sue case e, una su tutte, una casa con cinque comignoli.

Fabbrico si materializza davanti a lui ed è il paese che lui stesso racconta nei suoi romanzi. A Fabbrico c’è Alice, c’è Giuseppe e c’è Andrea, detto Jack. Sono i personaggi che lo scrittore ha creato, che ha partorito con la sua penna, che vivono grazie a lui ma che ad un certo punto è come se si riappropriassero delle proprie vite, per viverle in maniera autonoma. Si staccano dalla volontà del loro creatore, e gli vanno incontro con lo scopo di confonderlo. La dimensione onirica è molto forte in questo romanzo, così come la confusione mai risolta tra immaginario e reale. E c’è anche autoinganno, quell’istinto di auto protezione che colora e confonde una realtà che non possiamo accettare.

Lo scrittore scrive per capire, per far dissolvere quella nebbia che ormai l’ha avvolto. Scrive per delineare un ricordo che scatta quando vede davanti a sé i cinque comignoli di una casa.

Un grido di aiuto e il desiderio di velarsi gli occhi per non vedere. Lo scrittore ha bisogno dei suoi personaggi, e loro di lui. Fabbrico è un luogo immaginato ma i suoi contorni sono sempre più netti e più spaventosi.

Fabbrico è un magnete che gira impazzito come l’ago in una bussola. E che si ferma davanti a Alice, a Jack, a Giuseppe, alla loro voglia di dimenticare, di rifare, di distruggere e di ricostruire. Lo scrittore non può che guardarli vivere, perché dopo che ha dato loro la vita ne ha anche perso il controllo. E ne subisce il giudizio.

In un vortice di confusione, dove memoria e sensazione si intrecciano e si sovrappongono, le recondite impressioni di una vita lontanissima tornano a galla. E riaffiorano consapevolezze che erano state celate. E i personaggi tornano ad essere lievi ectoplasmi che fluttuano dentro ad una coscienza che recalcitra dentro a sensazioni attutite, che spaventano e fanno male. E Fabbrico torna ad esistere.


L’autore

Roberto Camurri è nato nel 1982, undici giorni dopo la finale dei Mondiali a Madrid. Vive a Parma ma è di Fabbrico, un paese triste e magnifico che esiste davvero. È sposato con Francesca e hanno una figlia. Lavora con i matti e crede ci sia un motivo, ma non vuole sapere quale. Il suo libro d’esordio, A misura d’uomo (NNE 2018), ha vinto il Premio Pop e il Premio Procida ed è stato tradotto in Olanda, Spagna e Catalogna. Il suo secondo romanzo, Il nome della madre, è stato tradotto in Olanda e Germania. Qualcosa nella nebbia è il suo terzo romanzo.


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Collana: La Stagione 2022
  • Genere: narrativa
  • Pagine: 172

CHE RAZZA DI LIBRO! di Jason Mott

Deglutì, cercando di trattenere le lacrime e di trovare le parole per dire a suo figlio: “Lo dimenticherai”.
Cercò le parole per dire: “Questo è solo il primo di tanti ragazzini che incontrerai nel corso della tua vita. Si accumuleranno l’uno sull’altro, settimana dopo settimana. Proverai a ricordarli ma alla fine la tua mente sarà troppo piena, e loro traboccheranno e te li lascerai alle spalle. E poi un giorno sarai grande e ti renderai conto di aver dimenticato il suo nome, il nome del primo ragazzino nero morto che avevi giurato di non dimenticare, e ti odierai. Odierai la tua memoria. Odierai il mondo. Odierai di non essere riuscito a fermare il flusso di cadaveri che si sono accumulati nella tua mente. Cercherai di rimediare, non ci riuscirai e affogherai nella rabbia. Te la prenderai con te stesso per non aver trovato una soluzione e affogherai nella tristezza. E lo farai e lo rifarai ancora, per anni, e un giorno avrai un figlio e lo vedrai sulla tua stessa strada e vorrai dirgli qualcosa per rimediare, qualcosa che lo salvi da tutto questo… e non saprai cosa dire”.
William voleva dire a Nerofumo tutte le parole giuste, ma non le aveva in mente. In mente aveva soltanto l’immagine di suo figlio disteso sul cemento, morto, proprio come tutti i ragazzini che andavano e venivano in televisione.

Trama

Uno scrittore americano ha appena pubblicato un libro di successo: durante il tour promozionale, fra interviste, avventure amorose e sbronze colossali, incontra un ragazzino dalla pelle nerissima che da quel momento in poi lo segue come un’ombra. A ogni tappa il Ragazzino racconta qualcosa di sé, affermando che i suoi genitori gli hanno insegnato a diventare invisibile, per proteggersi dalla brutalità del mondo. E in effetti, lo scrittore è l’unico in grado di vederlo, ma poiché è affetto da una strana malattia che gli impedisce di distinguere la realtà dal sogno è certo che si tratti di una semplice allucinazione. Ben presto, però, le sue visioni hanno il sopravvento, mettendolo di fronte a un passato che da sempre cerca di sfuggire, una verità che preme per liberarsi e ritrovare corpo e voce.

Commovente e feroce, esilarante e tragico, Che razza di libro! è la storia di un bambino che vede nell’invisibilità una promessa di vita, e di un uomo che vorrebbe uscire dalla propria pelle, per nascondersi dalla violenza. Con una lingua brillante e arguta, Jason Mott mette a nudo discriminazione e pregiudizio, mostrandoci la possibilità di un mondo dove il colore non è più un confine.


Recensione

Dire cosa sia questo libro non è cosa facile. Un racconto che parte a due voci. Un dialogo che finisce per diventare monologo. E un titolo che sembra ironico e ammiccante ma che sottintende esattamente ciò che recita. Razza. Non come “tipologia”.  Non come quell’interazione che sta ad indicare che il libro in questione sia un’eccezione, qualcosa fuori dalle righe. No. Razza indica razza. Un gruppo di individui di una specie contraddistinti da comuni caratteri esteriori ed ereditari.

Si, Che razza di libro parla di razzismo. Una parola ormai antiquata, anacronistica, fuori dal tempo. Quel razzismo, si, il razzismo padre di tutti i razzismi, quello che indica la presunta superiorità dei bianchi sui neri.

 Eppure il razzismo sopravvive anche in questa epoca. Di razzismo si muore, e non solo metaforicamente. Una condizione che sta appiccicata addosso indelebile. E ineluttabile, come il sangue che scorre nelle vene.

Jason Mott, autore americano che con questo libro ha vinto in National Book Award 2021, parla di razzismo senza cadere nel luogo comune. Senza rivangare la storia, senza puntare il dito, senza eccessi, senza sensazionalismo, senza retorica. Ma utilizzando un registro ibrido, che include ironia, sarcasmo, dramma e pathos. Si sorride, si piange, ci viene la pelle d’oca leggendo questo libro. E soprattutto non ci si annoia mai, perché ci si ritrova presi in ostaggio da una scrittura leggiadra e tagliente, evocativa e brillante. Immersi in una trama distopica, che ci porta a spasso tra le pagine senza che si riesca a capire dove si andrà a parare.

Verità e fiction, realtà e immaginario si mescolano e si confondono, creando un collage di tessuto mélange, dove la dimensione onirica va a braccetto con i fatti e crea il substrato ideale per confondere e irretire il lettore.

Veniamo alla trama. Il romanzo parla la voce di uno scrittore e quella di un bambino. Il bambino ha sviluppato il dono dell’invisibilità e può essere visto solo dallo scrittore, che è in qualche modo schiacciato dalla sua fervida immaginazione, quasi una malattia che confonde i confini della realtà con quelli del suo immaginario. L’invisibilità  serve al bambino per non essere visto da chi vorrebbe deriderlo, offenderlo, ferirlo, discriminarlo. In alcuni casi persico ucciderlo, per il solo fatto che è di colore. Serve per non fargli fare la fine di suo padre, morto ammazzato da un poliziotto davanti a casa. Eppure il bambino vuole essere visto dallo scrittore. Vuole esistere. Vuole capire perché non può farsi vedere. Vuole capire da cosa deve essere protetto. Il bambino incarna il fardello di essere nero. Una condizione che innesca l’inconciliabile desiderio di sparire e di esistere. Il bambino è chiunque viva in una condizione discriminante. E’ lo scrittore stesso che ha bisogno di ricordare chi è realmente. Una persona che confonde la realtà e che sembra non ricordare il suo passato.

Per tutto il romanzo aleggia nell’aria la notizia della morte di un bambino per mano della polizia. E’ uno dei tanti morti innocenti o è il bambino non visto? E il padre di famiglia ucciso sul prato? E’  il padre del bambino o dello scrittore? L’incertezza è il filo conduttore di questo romanzo, che è addirittura un romanzo nel romanzo, uno specchio autobiografico, probabilmente. E poi l’ultima cruciale domanda: come si può proteggere chi amiamo da tutto questo?

Dietro questi espedienti, che tengono impegnata la mente del lettore, si nascondono ben altri messaggi. E sono questi i messaggi importanti, quelli che ci fanno riflettere sul destino di un popolo schiacciato da tutti i macigni del mondo. Che poi si sorrida, leggendo, è tutta un’altra storia. E l’abilità di Jason Mott sta proprio in questo folle equilibrio tra dramma e ironia, quasi a suggerire che non occorre vestirci a lutto per ricordare l’amarezza della storia dei neri afro-americani. E che la cosa importante è proprio ricordare e consentire ad un popolo vessato di poter piangere la sua sorte disumana senza cadere nella palude insidiosa della commiserazione.

Che dire, Che razza di libro è una genialata. E’ la solidale carezza che diamo al bambino, che si affaccia alla vita senza sapere quanto questa possa essere crudele. E’ l’ironico candore dello scrittore, che preferisce dimenticare i suoi trascorsi piuttosto che indugiare nel rimpianto e nel rancore. E’ l’uno e l’altro. Ma anche l’uno e l’altro. Tutti e due. Insieme. Che si danno la mano. A sostenersi l’un l’altro. Perché il ricordo fa così troppo male, che è meglio truccarlo un po’.


L’autore

Jason Mott è uno scrittore americano, autore di romanzi e poesie. Che razza di libro! è stato selezionato in diversi premi, tra cui il Carnegie Medals for Excellence in Fiction, l’Aspen Words Literary Prize, il Joyce Carol Oates Prize. Ha vinto il Sir Walter Raleigh Prize for Fiction e il National Book Award for Fiction 2021.


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Collana: La Stagione
  • Traduzione: Valentina Daniele
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 310

L’ALBERO DELLA NOSTRA VITA di Joyce Maynard

Era quella la parte terribile dell’essere genitori. Più amavi, più avevi da perdere. Come se fosse il tuo cuore quello che il lanciatore stava scagliando verso il piatto di casa, e che si librava a mezz’aria, pronto per essere sfracellato da un colpo di mazza. Dopo aver avuto un figlio non eri mai più al sicuro.

Trama

Eleanor è una donna giovane e indipendente, fa l’illustratrice di libri per bambini e vive da sola in una bellissima casa di campagna nel New Hampshire. Quando conosce Cam, a fine anni Settanta, è subito amore e sesso e famiglia, e in poco tempo nascono Alison, Ursula e Toby. Cam è un bravo padre ma non sa trovarsi un lavoro; e un giorno perde di vista il piccolo Toby, che ha un incidente dalle conseguenze irreparabili. Eleanor non riesce a perdonare il marito, e innalza un muro di rancori che diventa insuperabile quando scopre un tradimento. Così decide di andarsene, lasciando a Cam e ai figli la casa e la normalità in cui hanno sempre vissuto. Il suo silenzio avrà conseguenze sul rapporto con i ragazzi, che entrano in conflitto con lei e lentamente la abbandonano. Ma grazie alla sua tenacia, Eleanor saprà ricostruire se stessa e riavvicinare le persone che ama.

L’albero della nostra vita è la storia di una donna e di una coppia, sullo sfondo di una Storia che si riflette implacabile nella vita di ciascuno: le lotte sociali, l’avvento della tecnologia, la tragedia del Challenger, un filo rosso che lega tutti in un’unica, grande esperienza umana. Con saggezza e compassione, Joyce Maynard ci mostra il potere liberatorio del perdono, l’unica forza al mondo che può rivelarci il significato più puro e creativo dell’amore.

Questo libro è per chi non vede l’ora di partire per un epico viaggio alla ricerca della casa dei sogni, per chi ancora conosce a memoria la coreografia del video di Thriller, per chi da piccolo riponeva ogni speranza negli astronauti che conquistavano lo spazio, e per chi immagina la propria vita come una barchetta di legno in balìa della corrente, che sussulta e sobbalza fino a raggiungere il mare aperto.


Recensione

Apro le pagine e entro prepotentemente nella vita di Eleonor. E di lei conosco tutto. La sua storia, i suoi segreti. Le cose che hanno lasciato un graffio nel suo intimo. I suoi desideri e la realtà delle sue giornate. Il suo progetto di vita e il sisma che distrugge da dentro ciò che si è costruita. L’amore senza argine per i figli, la passione screziata di disappunto verso Cam. I muri di una casa entro i quali scorre la linfa della sua vita. Le pareti, che rimbombano delle risate di tre bambini. La campagna, che non serba angoli nascosti, né rancori, né segreti.

La gioia di vivere una vita piena. I pensieri, che a volte scappano via dalla testa e si rifugiano in fondo al cuore e lì sedimentano. E covano delusione. Ma germogliano nella calda carezza del perdono.

Eleonor rappresenta un pezzetto di ognuno di noi: l’amante appassionata, la donna che si realizza con la sua arte, la madre presente e affascinata dai propri figli, che sono ciò che di più vero e bello possiede. La donna spezzata e la donna rinata. La donna che ama e la donna che si fa da parte. Quella che si allontana e che ritorna, con il perdono tra le mani. Una donna e la vita che dà e toglie. Un fiume che scorre inesorabile, sopra ad ogni sasso, lambendo gli argini e trascinando con sé ogni cosa. Un fiume che cancella i ricordi che fanno male e che restituisce la vita al terreno arido e assetato. Un fiume a cui ogni donna affida i suoi figli, in un viaggio insidioso e pieno di meraviglia, che dovranno affrontare da soli, come gli omini di sughero che Alison, Ursula e Toby affidavano ogni anno alla corrente.

L’albero della nostra vita è un viaggio. Scritto in terza persona da una penna lucida e profonda, che non conosce reticenze e che non utilizza alcun attenuante. Una penna che conosce la dolcezza e le asperità della vita, che tratteggia senza alcuna fatica, senza il timore di dissacrare né di eccedere. Che utilizza le corde profonde del sentire per trasferire al lettore la meraviglia di vivere a pieno la propria storia. Una vita che è la Vita. Quella che ognuno di noi vive ogni giorno. Che è bella, ma anche crudele. Avara e prodiga. Meravigliosa e complicata. Che ci mette alla prova e aspetta la nostra risposta, che apre scenari nuovi e inaspettati, ai quali adattarci e dai quali cercare di estrapolare gioia e pienezza.

Il racconto abbraccia oltre cinquant’anni di vita e si immerge negli avvenimenti che hanno segnato la nostra storia recente. La storia di Eleonor si intreccia alla storia della sua casa, una fattoria che si riempie della vita dei suoi abitanti. Eleonor, che vi giunge per caso, quasi a nascondervisi, per curare le sue ferite. Poi arriva Cam, affascinante e pieno di passione.  E i bambini, a poca distanza l’uno dall’altro. Sono adorabili contenitori di dolcezza e meraviglia. Corpicini caldi, manine appiccicose, favole e giochi da inventare e vita che si riempie fino a traboccare, a lasciarti senza fiato. La felicità fa quasi male e fa paura, perché è perfetta. La famiglia, che Eleonor ha sempre desiderato. Quella che lei non ha mai avuto.

La maternità accoglie Eleonor in un vortice di sentimenti che non lasciano spazio ad altro. La vita è così piena ed estenuante che trascina via con sé ogni altro spazio e qualsiasi altro pensiero. E l’amore per Cam sbiadisce. Il legame si spezza. E Eleonor lascia la fattoria, per non assistere alla capitolazione di un sogno.

E inizia un processo inesorabile di corrosione. I legami si sfilacciano e poi si spezzano. Il rancore si diffonde a macchia d’olio e la solitudine torna ad abitare le giornate di Eleonor.

Ma il fiume continua a scorrere, incurante di tutto. E Eleonor torna a galleggiare. E a nuotare. E a navigare, a favore di corrente. Un omino di sughero caparbio e inaffondabile. E tornerà a casa, a rinsaldare i legami. A costruirne di nuovi. A sostenere chi vacilla. A chiudere il cerchio.

Una vita da vivere e che viviamo, spesso inconsapevoli, di farlo, ogni giorno. Scegliendo, ma anche subendo i capricci del destino. Partiamo con un bagaglio a sorpresa e utilizziamo il suo contenuto come meglio sappiamo. E viaggiamo senza conoscere la meta. Cercando una terra promessa e facendo salire altri passeggeri, che ci accompagneranno. Per un minuto, un anno o per sempre. Il viaggio sarà bello se c’è il sole. Ma arriverà la pioggia e ci bagnerà. E il vento, poi, ci asciugherà. Come Eleonor si è lasciata asciugare dai venti secchi che accarezzavano i muri stinti della fattoria. Come Eleonor che ha costruito e ha demolito. Che è partita e poi è tornata.

“L’albero della nostra vita” è un inno alla Vita. Una canzone stonata che suona una musica che ci piace. La fotografia di ciò che siamo. La meraviglia della vita, che è sorpresa, ebrezza, passione. Delusione, dolore e caduta. E rinascita, respiro, luce.


L’autrice

Joyce Maynard è una scrittrice e sceneggiatrice americana, giornalista per il New York Times, Vogue, O, The Oprah Magazine, e The New York Times Magazine. Ha pubblicato diciassette libri, tra cui At Home in the World, che racconta la sua relazione da giovanissima con J.D. Salinger. Il suo romanzo To Die For è diventato il celebre film Da morire, così come Labor Day, di prossima pubblicazione per NNE, è stato portato sul grande schermo da Jason Reitman.


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Traduzione: Silvia Castoldi
  • Collana: La Stagione
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 494

L’UOMO CHE AVEVA VISTO TUTTO di Deborah Levy

Mi ero trovato in tasca una matita per occhi azzurra. Si chiamava Spuma d’oceano, e me l’aveva regalata Jennifer per il mio compleanno. Di solito andavo in biblioteca in giacca e cravatta, cercando di far intendere che ero uno studioso serio e del tutto in accordo con un regime ideologicamente sorvegliato da vecchi abiti formali. Si, il regime e io potevano sederci sullo stesso divano e respirare in sincronia, sereni e affettuosi, a goderci un silenzio cordiale. Cominciavo a essere sempre più simile a mio padre, quindi mi passai un po’ di Spuma d’oceano sotto gli occhi e partii per un’altra giornata a studiare la resistenza culturale al nazismo nella Germania degli anni Trenta. Spuma d’oceano si rivelò un vero e proprio maremoto.

Trama

È il 1988 quando il giovane Saul Adler viene investito da un’auto a Londra sulle strisce pedonali di Abbey Road, celebri per l’album dei Beatles. Si riprende, ma il giorno dopo la sua fidanzata Jennifer Moreau, una promettente fotografa che l’ha scelto come musa, lo lascia senza motivo. Depresso, Saul si trasferisce a Berlino Est per portare avanti i suoi studi sull’Europa orientale; e da quel momento gli eventi sembrano legarsi e slegarsi in un vortice di coincidenze e discordanze. La memoria di Saul è sempre più inaffidabile, lui pare conoscere fatti non ancora accaduti ma tradisce i suoi più cari amici, Walter e Luna, che vengono arrestati dalla Stasi. Quando però, anni dopo, rimane vittima dello stesso incidente su Abbey Road, Saul intraprende un viaggio intimo alla ricerca di se stesso, per ricomporre la realtà spezzata in cui è immerso.

Magico e struggente, L’uomo che aveva visto tutto è un romanzo sullo spazio sfocato tra verità e ricordi, un luogo mutevole in cui passato e presente convivono. Come in un’immagine a lunga esposizione, Deborah Levy fotografa squarci di tempo interiore, dove la nostra identità prende forma, e illumina il desiderio oscuro di vivere infinite vite, mille amori, mille esperienze.


Recensione

Una vita intera racchiusa in poco più di 200 pagine. Non una linea retta, ma tante macchie psichedeliche, alcune sfuocate, altre a tinte forti. Che si sovrappongono, che fluttuano distanti, si avvicinano, si allontanano, cozzando tra loro.

Debora Levy scrive un romanzo onirico e straniante,  utilizzando la prima persona singolare per disegnare l’esistenza di Saul Adler, un uomo avvenente, sensibile, affascinante quanto inquieto. Vittima inconsapevole di svariate fascinazioni. Deluso dalla memoria e confuso dall’accavallarsi degli eventi della sua vita, che a tratti paiono incomprensibili, preda di un capriccio o, meglio ancora, di un destino beffardo e crudele.

La storia di Adler sfugge non solo alla memoria di se stesso, ma anche alla prevedibilità degli eventi, che si susseguono senza alcuna continuità, in modo apparentemente casuale.

Abbey Road, a Londra, è il luogo in cui tutto inizia e finisce. Un luogo iconico, scelto dai Beatles per uno scatto che è divenuto famoso e che fa da sfondo anche ad una foto che vede Saul come soggetto principale. Una foto che lo inseguirà nella Germania Est, nei giorni che precederanno la caduta del Muro, finendo nelle mani di un’amante opportunista, per poi tornare a Londra, appesa al muro della mostra fotografica di Jennifer, l’amata Jennifer. Colei che scatta la foto, in quel giorno in cui tutto inizia.

La Germania Est sembra essere per Saul un luogo di perdizione. Lì si consuma la sua avventura con Walter, lì scenderà a patti con l’oppressione del regime, che spinge le persone a goffi sotterfugi e a melodrammatici stratagemmi per vivere una vita degna di essere vissuta. Sempre lì assaggerà il sapore della prigionia, fisica e mentale ed elaborerà il rancore verso il padre e il fratello.

Tornato a Londra, sulle strisce bianche e nere di Abbey Road, il passato di Saul tornerà a tormentarlo. Gli anni sembrano essere passati in un attimo, ma il vuoto della memoria e l’occhieggiare di ricordi fallaci e ruffiani, portano Saul a ripensare la propria vita, a ricostruirla, prendendo congedo da chi gli ha nuociuto e chiedendo perdono a chi si è lasciato travolgere dal suo egocentrismo.

L’uomo che aveva visto tutto è la parabola di una vita che passa inosservata, senza mordente, senza il coraggio necessario a guardare le cose per come sono davvero. Così come Saul da giovane  non metabolizza l’esperienza nella Germania Est, anche il Saul maturo non riesce a penetrare il nucleo della sua esistenza, lasciando che gli amori della sua vita rimangano relegati al ruolo di semplici comparse. Non è un caso se Saul, affacciandosi sulle strisce di Abbey Road finisca sempre per non attraversarle. L’incompiutezza di quella traversata, così come l’incompiutezza della sua intera esistenza sono in fondo un destino comprensibile, per Saul come per la maggior parte di noi, assolti di default dalla nostra codardia, che pare l’unico modo plausibile per vivere una vita complicata e piena di insidie.


L’autrice

Deborah Levy (1959) è tra le maggiori scrittrici inglesi. Nata in Sudafrica, è autrice di romanzi come A nuoto verso casa (Garzanti 2014), finalista al Man Booker Prize, e Come l’acqua che spezza la polvere (Garzanti 2018). L’uomo che aveva visto tutto è stato selezionato per il Man Booker Prize 2020 ed è entrato nella short list del Goldsmiths Prize 2019. NNE pubblicherà anche il suo prossimo romanzo.


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Genere: distopico
  • Traduzione: Gioia Guerzoni
  • Pagine: 240

LA VOCE DENTRO di Frances Leviston

Più lo lavori, più il feltro si restringe. I bordi diventano ondulati, irregolari; si increspa, e gli avvallamenti si riempiono di schiuma. Pensi che sia rovinato, e a volte è così; ma altre volte si sta solo avvicinando alla sua nuova forma. Versi altra acqua per sciacquare la schiuma e poi, quand’era relativamente pulito, lo metti ad asciugare su un grande telaio, in inglese “tenter”, da cui deriva l’espressione “to be on tenterhooks”, che significa “essere sulle spine”.

Trama

Le dieci protagoniste di questo romanzo in quadri si chiamano tutte Claire. Hanno età e vite diverse, ma le loro storie costruiscono il ritratto di un’unica donna riflessa in uno specchio frantumato. Claire è una presentatrice televisiva che manda all’aria la sua prima intervista importante; Claire assume un’assistente robot di nome Patience perché si prenda cura della madre anziana al posto suo, ma poi viene divorata dalla gelosia; Claire è una danzata assente e distaccata, che affida a un diario le sue insospettabili avventure sessuali; e Claire è una figlia in rotta con la madre, che decide di affrontare per l’ultima volta affidando il suo grido di rabbia a un inquietante burattino.

Con una lingua elegante e musicale, e pennellate che vanno dal grottesco all’horror, Frances Leviston racconta il momento, doloroso e liberatorio, in cui una donna decide di deviare il corso della propria vita, lasciandosi alle spalle quella voce interiore che nasce dal rapporto col materno. Come moderne Cassandre, le sue protagoniste si ritrovano in un mondo che non ha i tratti familiari del passato, ma non per questo rinunciano a seguire la natura profetica delle loro fantasie, infiniti corridoi da percorrere senza paura di trasgredire le regole e s dare l’autorità.

Questo libro è per chi coltiva lamponi in un orto d’estate, per chi ha viaggiato in tutta Europa tra le pagine di Tutto quello che è un uomo, per chi di fronte a un pianoforte chiuso si copre le orecchie per proteg­gersi dal silenzio, e per chi ha dipinto una cifra in più sul quadrante dell’orologio, per vivere in un’ora inventata dove non invecchiare mai.


Recensione

Portano lo stesso nome. Sono donne che vivono tutte un dissidio interiore, che transitano in un’esistenza che si contorce su se stessa, a stravolgere, a fraintendere, a supporre qualcosa che si rivela trascendente, sconosciuto, irreale, fastidioso.

Dieci vite, dieci storie di lotta, contro nemici spesso incorporei, che stanno dentro, al riparo, nascosti bene dalle vesti esterne, dai pensieri altrui, dalle convenzioni.

Claire, questo è il nome che ricorre. Luce, faro, trasparenza, in netto contrasto con il buio che incombe su ognuna di loro. Ogni Claire è stretta in un dolore, che non riesce a neutralizzare con la sola forza di volontà.

L’umore che prevale in questa raccolta è la rassegnazione, la resa. Ed anche la sconfitta. Una sconfitta che non porta dolore, ma solo la constatazione di un destino avverso, proteso verso il fallimento come un male inevitabile.

Ogni Claire ha una storia familiare insolita, che la porta ad incrinare l’idea di coesione, di solidarietà che il concetto di nucleo familiare pretende. Ogni Claire ha in testa un’idea felice, un intento virtuoso, che tuttavia, altrettanto puntualmente naufraga e implode.

Non conta l’età, il ceto, la provenienza, la situazione. Claire, quale che sia la donna di uno dei dieci racconti, combatte con un’ombra, uno spauracchio. E inevitabilmente perde.

Frances Leviston ha grande dimestichezza con le parole. La sua penna è svelta, arguta, ammiccante. Tesse in scioltezza lessici che allungano le loro braccia verso l’estasi e il tripudio della poesia, affrancandosi dalla schiavitù della metrica. Il senso di asfissia è latente, ma ammicca dalla prosa densa di significati sottili e dalle atmosfere stantie e opprimenti di vite disilluse, che si rassegnano a rimanere banali e attanagliate da un senso di sconfitta.

Così è la Claire che manda a monte un sogno, o la Claire che si ritrova a competere con un robot. Quella che si scontra con l’inconsistenza e le insidie di un personaggio immaginario o quella che va incontro a un ricordo disturbante e mai dimenticato. Claire ha spesso un rapporto conflittuale con sua madre. Claire soffre per l’incapacità di trattenere un amore o di provocarlo.

I quadri che disegna la Leviston sono acquarelli delicati ma anche dipinti a tinte forti, aggressivi e sfrontati. Dipinti in cui rispecchiarsi, in cui lenire i nostri malumori e le nostre delusioni. Un romanzo che permette al lettore di praticare la consolazione di un “mal comune, mezzo gaudio”. Che lo lambisce con l’idea che l’infelicità è democratica e distribuita tra gli abitanti della terra con una sbalorditiva perequazione.

Un’incursione nel disturbante mondo privato degli altri, che a volte può sembrare un prato sempre verde, ma che spesso è una brughiera battuta dal vento, che spettina i capelli e lascia il capo scoperto, nudo.


L’autrice

Frances Leviston è una scrittrice e poetessa inglese, e insegna alla University of Manchester. Le sue raccolte di poesie, Public Dream e Disinformation, sono state candidate al T.S. Eliot Prize, al Forward Prize for Best First Collection, al Jerwood ­Aldeburgh First Collection Prize e al Dylan Thomas Prize. La voce dentro è stato inserito dal Guardian tra i migliori libri del 2020. NNE pubblicherà anche il suo prossimo romanzo.


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Collana: La Stagione
  • Traduzione: Ada Arduini
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 249

ATTI DI SOTTOMISSIONE di Megan Nolan

La sofferenza delle donne è dozzinale ed è usata in modo dozzinale da donne disoneste in cerca soltanto di attenzioni – e fra tutti i nostri peccati capitali, cercare attenzioni di sicuro dev’essere uno dei più gravi.

Trama

Quando lei, giovane e travolta dalla Dublino notturna, incontra lui, Ciaran, bello e risoluto, succede qualcosa di semplice e straordinario: l’attrazione rompe gli argini, si mescola alle fragilità e alle paure, diventa il significato stesso del vivere. Nasce così una relazione che per la protagonista è un alternarsi di estasi e sofferenza, di gelosia sfrenata unita a un piacere così intenso e bruciante da creare dipendenza: lei vuole annullarsi nel corpo di lui, dissolversi nei desideri fino a non lasciare più spazio alla propria identità. Mentre Ciaran, uomo emotivamente incapace e ferito, non trattiene i propri atteggiamenti malsani e crudeli. Fino all’epilogo, distruttivo e liberatorio, che apre la strada a una fuga e una rinascita.

Megan Nolan racconta una storia di anti-amore, interrogandosi su cosa significa vivere in funzione del desiderio altrui, della volontà di essere amate a tutti i costi, rinunciando a ogni filtro che non sia lo sguardo dell’altro. Attraverso un serrato monologo interiore, sincero come il cristallo, Atti di sottomissione parla della seduzione del nulla, che può piegare il senso stesso dell’amore rovesciando certezze, moralismi, rivendicazioni e cliché, in un’estenuante battaglia interiore per la conquista delle proprie emozioni.

Questo libro è per chi sogna un amore che renda magica la pioggia, per chi galleggiando in mare aperto perde peso ma trova consistenza, per chi non sa godersi il primo bicchiere di vino perché pensa già al secondo, e per chi cerca nel corpo dell’altro un luogo di preghiera, dove dimenticare la propria carne viva e dissolversi nella bellezza assoluta.


Recensione

Una storia scritta in prima persona che rompe gli argini del buon senso e della decenza. Un romanzo che scuote, scandalizza e rappresenta l’estasi e la sofferenza che deriva dall’amare una persona a cui inconsapevolmente hai consegnato le chiavi della tua felicità. Tutto riponi in quell’amore che nasce innocente e denso di aspettative. Una scatola magica, un vaso di Pandora da cui irrompe un coacervo di emozioni, di gesti, di brividi e di godimento fisico e mentale. La tua vita si indirizza tutta verso quell’anfratto di gioia pura, dove ogni sensazione diventa estrema e pericolosa. Perché è pericoloso consegnarsi ad un altro e lasciare che sia il depositario del significato di una intera esistenza.

La storia di lei è una storia già scritta, incisa a fuoco sulla pelle di molte donne, ansiose di piacere, di essere approvate, tanto da concedersi con troppa facilità. La vertigine di essere accettate, di essere belle, apprezzate, disinibite e intelligenti  ti fa fare cose che non vorresti fare, ti fa cedere, abbassare il capo. E questo cedimento ti svilisce, ti degrada. Ma non puoi sfuggirgli, quando riponi nell’amore tutta le tue speranze, tutta la tua fede.

Quando lei incontra Ciaran è già provata dalla vita. Ha abbandonato gli studi, conduce una vita precaria, beve troppo e l’alcol è un appiglio scivoloso ma apparentemente affidabile per salvarla dalle sue paure.

Ciaran è la sua salvezza. Ma anche la sua perdizione. Instabile e emotivamente provato, la spingerà sull’orlo del buio e lei potrà solo decidere di annientarsi oppure reagire nell’unico modo che conosce, distruggendosi.

“Atti di sottomissione” è un romanzo coraggioso, sincero, doloroso e catartico. Una prosa asciutta, sfrontata, provocatoria che tuttavia lascia ampio spazio ad una introspezione così chiara da sembrare quasi crudele. Una finestra sul costante delirio di una donna che cerca di difendersi dai morsi di un amore malato e totalizzante, fino a che non riuscirà a distruggerlo e a distruggere se stessa nella necessaria esplosione.

Una storia di dolore, chiusa nelle stanze asfittiche di una femminilità corrotta e sbagliata. La ricerca di un equilibrio che si nasconde nelle pieghe della pelle, dietro ai tagli e alle cicatrici, sotto i vestiti provocanti o sciatti e nella carne che non trova mai la giusta misura, succube di un’altalena che vede nella forma e nell’esteriorità del corpo la nemesi dell’insoddisfazione e dell’infelicità.

Una lettura necessaria, che sfonda le membrane del buon senso e del buon esempio. Una lettura che ci ricorda quanto sia complesso essere donna, dentro alla giungla delle emozioni, delle aspettative e delle buone maniere. La giungla dalle quale si alzano le suggestioni che ti incatenano ad una immagine, ad uno stereotipo. La giungla che sopisce la voce che ti sprona ad alzarti, a credere in te stessa e a costruire la tua vita da sola, senza dipendere dagli altri. Quella voce che ti punisce. Quella voce che ti salva.


Non poteva essere che questo romanzo ad aprire la collana “Le fuggitive”, che accoglie storie di donne che sono in fuga da una vita che vuole incasellarle, soffocarle, imprigionarle dentro a luoghi comuni e a preconcetti. Donne non comuni, che rifiutano la prigione degli stereotipi e il peso enorme delle aspettative degli altri. Donne che vogliono essere se stesse, alla ricerca del luogo esatto in cui poter vivere la loro femminilità, fuori dagli schemi, in libertà.


L’autrice

Megan Nolan (1990) è nata in Irlanda e vive a Londra. I suoi saggi, fiction e articoli sono stati pubblicati su The New York Times, The White Review,The Sunday Times, The Village Voice,The Guardian e nell’antologia Winter Papers. Salutato dalla critica come uno dei migliori esordi del 2021, Atti di sottomissione è il suo primo romanzo.


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Collana: Le Fuggitive
  • Traduzione: Tiziana Lo Porto
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 286

IO SONO LA BESTIA di Andrea Donaera

 
Me la ritrovo qui, addosso, con i pugni a stringermi la maglietta.
 “Fammi scappare”.
I suoi occhi bruciano.  Gli occhi che ha.

Trama

Mimì è folle di dolore: il figlio Michele, quindici anni, si è tolto la vita. Si dice che sia colpa di Nicole, la compagna di scuola, che ha rifiutato ridendo il suo regalo, un quaderno di poesie.

Mimì non è un padre come gli altri. È un boss della Sacra, e per quel gesto vuole vendetta: così prende Nicole e la rinchiude in una casa sperduta nella campagna salentina. Il guardiano della casa, Veli, rivede in Nicole la ragazza che ama: Arianna, la figlia maggiore di Mimì. Anche Arianna ama Veli. O forse lo amava, prima che la morte del fratello bruciasse tutto e tutti come un incendio. Tra Veli e Nicole fiorisce un legame fatto di racconti e silenzi, ma anche di sfida e ferocia.

In una narrazione a più voci, animata da una lingua che impasta prosa, poesia e musica, Io sono la bestia racconta storie d’amore anomale, brutali, interrotte. Ma Andrea Donaera racconta soprattutto un destino di violenza scolpito nella pietra del linguaggio, che esplode travolgendo l’innocenza di personaggi e luoghi.


Recensione

Gli amori malati, che feriscono. Gli amori che non sanno neanche di esserlo, perché nascono dalla paura. Che nascono distorti, come una pianta in un dirupo, che viene su piegata su se stessa, cercando la luce.

Ma qui di luce non ce n’è. C’è solo una penombra che sta in agguato, pronta a diventare buio profondo o luce che acceca.

Nella densità, nell’orrore di questa storia c’è chi cerca di difendersi da un male che abbraccia ogni cosa e chi c’è cresciuto dentro il male. Senza difendersi, ha accolto il male dentro sé, come se fosse l’unico modo per vivere in una terra bellissima e avara, dove un solo gesto produce vendetta e odio profondo. Dove si vive il ricatto della paura. Una terra rassegnata ad accogliere il sangue dei suoi figli. Un purgatorio dal quale non si fugge, che imprigiona, che riduce al silenzio.

“Io sono la bestia” è una storia di dolore, che non trova sfogo né sollievo. Un dolore che inizia e finisce con la morte.

La morte è l’incipit, ma anche la causa e l’effetto dei fatti che seguiranno. Alla morte però non si rimedia, né con la vendetta, né con il perdono. Neppure con l’oblio, neppure con il sangue versato.

La morte alla fine distrugge tutto. E non servirà per evitare l’implosione di tutto e di tutti. Al male perpetrato, al male subito non c’è rimedio, né salvezza. Rimane solo la perdita e la condanna di una storia che si ripete, immutata.

La vita fa capolino, timida, dalle parole di Nicole, così feroce nel suo desiderio di crescere libera. Dagli sguardi di Veli, che spera di poter fuggire da un destino di rinuncia. Dai pensieri di Arianna, che ha amato chi non avrebbe dovuto amare. E irrompe nelle poesie di Michele, che nell’amore crede di poter sopire il male che ha subito da chi lo avrebbe dovuto proteggere.

Ma la morte è più forte. Ammorba la testa di Mimì, che vuole tacitare i ricordi e i rimorsi, che sono diventati macigni dopo che Michele si è tolto la vita. E rimane sovrana, a dettare legge e a pretendere di essere la soluzione per tutti i mali.

In mezzo a questi eventi c’è la scrittura di Andrea Donaera, una lama affilata che incide la pelle in mille ghirigori di sangue. Una ferita sottile, che fa male e non guarisce. Che lascia una cicatrice indelebile.

Parole che creano sprazzi di vita. Dialoghi brevi, la semplicità di un parlato quotidiano, che non cerca il virtuosismo ma che tende, invece, a dare sensazione, a colpire il lettore, a lasciarlo senza fiato.

Una prosa che tocca nel profondo, che lascia che l’immedesimazione sia completa e sfiancante. Un vortice che risucchia e la sensazione di andare a fondo insieme a Michele, a Veli, a Nicole, a Arianna,  a Mimì.

Donaera crea un romanzo a più voci e sono voci che nascono dal profondo, dalle viscere e dal cuore dei suoi personaggi. Ascoltarli diventa il modo per penetrarli e per riflettere sulle strade che utilizza l’amore per palesarsi, per venire a galla.

C’è amore ovunque, anche dove c’è morte e distruzione.  Ma l’amore non trova alcun pertugio da forzare, per irrompere nelle vite di chi rimane. Ciò che è stato rimane. Ciò che è stato tornerà ad essere. Senza soluzione, né lieto fine.


L’autore

Andrea Donaera è nato nel 1989 a Maglie ed è cresciuto a Gallipoli. Nel 2019 ha pubblicato per NNE il suo romanzo d’esordio,Io sono la bestia, che è stato salutato da pubblico e critica come un vero caso editoriale ed è stato tradotto in Francia. Collabora con il quotidiano Domani e scrive per Metalitalia.


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Genere: Narrativa italiana
  • Pagine: 227