CHE RAZZA DI LIBRO! di Jason Mott

Deglutì, cercando di trattenere le lacrime e di trovare le parole per dire a suo figlio: “Lo dimenticherai”.
Cercò le parole per dire: “Questo è solo il primo di tanti ragazzini che incontrerai nel corso della tua vita. Si accumuleranno l’uno sull’altro, settimana dopo settimana. Proverai a ricordarli ma alla fine la tua mente sarà troppo piena, e loro traboccheranno e te li lascerai alle spalle. E poi un giorno sarai grande e ti renderai conto di aver dimenticato il suo nome, il nome del primo ragazzino nero morto che avevi giurato di non dimenticare, e ti odierai. Odierai la tua memoria. Odierai il mondo. Odierai di non essere riuscito a fermare il flusso di cadaveri che si sono accumulati nella tua mente. Cercherai di rimediare, non ci riuscirai e affogherai nella rabbia. Te la prenderai con te stesso per non aver trovato una soluzione e affogherai nella tristezza. E lo farai e lo rifarai ancora, per anni, e un giorno avrai un figlio e lo vedrai sulla tua stessa strada e vorrai dirgli qualcosa per rimediare, qualcosa che lo salvi da tutto questo… e non saprai cosa dire”.
William voleva dire a Nerofumo tutte le parole giuste, ma non le aveva in mente. In mente aveva soltanto l’immagine di suo figlio disteso sul cemento, morto, proprio come tutti i ragazzini che andavano e venivano in televisione.

Trama

Uno scrittore americano ha appena pubblicato un libro di successo: durante il tour promozionale, fra interviste, avventure amorose e sbronze colossali, incontra un ragazzino dalla pelle nerissima che da quel momento in poi lo segue come un’ombra. A ogni tappa il Ragazzino racconta qualcosa di sé, affermando che i suoi genitori gli hanno insegnato a diventare invisibile, per proteggersi dalla brutalità del mondo. E in effetti, lo scrittore è l’unico in grado di vederlo, ma poiché è affetto da una strana malattia che gli impedisce di distinguere la realtà dal sogno è certo che si tratti di una semplice allucinazione. Ben presto, però, le sue visioni hanno il sopravvento, mettendolo di fronte a un passato che da sempre cerca di sfuggire, una verità che preme per liberarsi e ritrovare corpo e voce.

Commovente e feroce, esilarante e tragico, Che razza di libro! è la storia di un bambino che vede nell’invisibilità una promessa di vita, e di un uomo che vorrebbe uscire dalla propria pelle, per nascondersi dalla violenza. Con una lingua brillante e arguta, Jason Mott mette a nudo discriminazione e pregiudizio, mostrandoci la possibilità di un mondo dove il colore non è più un confine.


Recensione

Dire cosa sia questo libro non è cosa facile. Un racconto che parte a due voci. Un dialogo che finisce per diventare monologo. E un titolo che sembra ironico e ammiccante ma che sottintende esattamente ciò che recita. Razza. Non come “tipologia”.  Non come quell’interazione che sta ad indicare che il libro in questione sia un’eccezione, qualcosa fuori dalle righe. No. Razza indica razza. Un gruppo di individui di una specie contraddistinti da comuni caratteri esteriori ed ereditari.

Si, Che razza di libro parla di razzismo. Una parola ormai antiquata, anacronistica, fuori dal tempo. Quel razzismo, si, il razzismo padre di tutti i razzismi, quello che indica la presunta superiorità dei bianchi sui neri.

 Eppure il razzismo sopravvive anche in questa epoca. Di razzismo si muore, e non solo metaforicamente. Una condizione che sta appiccicata addosso indelebile. E ineluttabile, come il sangue che scorre nelle vene.

Jason Mott, autore americano che con questo libro ha vinto in National Book Award 2021, parla di razzismo senza cadere nel luogo comune. Senza rivangare la storia, senza puntare il dito, senza eccessi, senza sensazionalismo, senza retorica. Ma utilizzando un registro ibrido, che include ironia, sarcasmo, dramma e pathos. Si sorride, si piange, ci viene la pelle d’oca leggendo questo libro. E soprattutto non ci si annoia mai, perché ci si ritrova presi in ostaggio da una scrittura leggiadra e tagliente, evocativa e brillante. Immersi in una trama distopica, che ci porta a spasso tra le pagine senza che si riesca a capire dove si andrà a parare.

Verità e fiction, realtà e immaginario si mescolano e si confondono, creando un collage di tessuto mélange, dove la dimensione onirica va a braccetto con i fatti e crea il substrato ideale per confondere e irretire il lettore.

Veniamo alla trama. Il romanzo parla la voce di uno scrittore e quella di un bambino. Il bambino ha sviluppato il dono dell’invisibilità e può essere visto solo dallo scrittore, che è in qualche modo schiacciato dalla sua fervida immaginazione, quasi una malattia che confonde i confini della realtà con quelli del suo immaginario. L’invisibilità  serve al bambino per non essere visto da chi vorrebbe deriderlo, offenderlo, ferirlo, discriminarlo. In alcuni casi persico ucciderlo, per il solo fatto che è di colore. Serve per non fargli fare la fine di suo padre, morto ammazzato da un poliziotto davanti a casa. Eppure il bambino vuole essere visto dallo scrittore. Vuole esistere. Vuole capire perché non può farsi vedere. Vuole capire da cosa deve essere protetto. Il bambino incarna il fardello di essere nero. Una condizione che innesca l’inconciliabile desiderio di sparire e di esistere. Il bambino è chiunque viva in una condizione discriminante. E’ lo scrittore stesso che ha bisogno di ricordare chi è realmente. Una persona che confonde la realtà e che sembra non ricordare il suo passato.

Per tutto il romanzo aleggia nell’aria la notizia della morte di un bambino per mano della polizia. E’ uno dei tanti morti innocenti o è il bambino non visto? E il padre di famiglia ucciso sul prato? E’  il padre del bambino o dello scrittore? L’incertezza è il filo conduttore di questo romanzo, che è addirittura un romanzo nel romanzo, uno specchio autobiografico, probabilmente. E poi l’ultima cruciale domanda: come si può proteggere chi amiamo da tutto questo?

Dietro questi espedienti, che tengono impegnata la mente del lettore, si nascondono ben altri messaggi. E sono questi i messaggi importanti, quelli che ci fanno riflettere sul destino di un popolo schiacciato da tutti i macigni del mondo. Che poi si sorrida, leggendo, è tutta un’altra storia. E l’abilità di Jason Mott sta proprio in questo folle equilibrio tra dramma e ironia, quasi a suggerire che non occorre vestirci a lutto per ricordare l’amarezza della storia dei neri afro-americani. E che la cosa importante è proprio ricordare e consentire ad un popolo vessato di poter piangere la sua sorte disumana senza cadere nella palude insidiosa della commiserazione.

Che dire, Che razza di libro è una genialata. E’ la solidale carezza che diamo al bambino, che si affaccia alla vita senza sapere quanto questa possa essere crudele. E’ l’ironico candore dello scrittore, che preferisce dimenticare i suoi trascorsi piuttosto che indugiare nel rimpianto e nel rancore. E’ l’uno e l’altro. Ma anche l’uno e l’altro. Tutti e due. Insieme. Che si danno la mano. A sostenersi l’un l’altro. Perché il ricordo fa così troppo male, che è meglio truccarlo un po’.


L’autore

Jason Mott è uno scrittore americano, autore di romanzi e poesie. Che razza di libro! è stato selezionato in diversi premi, tra cui il Carnegie Medals for Excellence in Fiction, l’Aspen Words Literary Prize, il Joyce Carol Oates Prize. Ha vinto il Sir Walter Raleigh Prize for Fiction e il National Book Award for Fiction 2021.


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Collana: La Stagione
  • Traduzione: Valentina Daniele
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 310

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