LA CASA SENZA RICORDI di Donato Carrisi

Il ragazzino varcò la soglia quando era da poco passata la mezzanotte. Per prima cosa, si guardò intorno, forse domandandosi il motivo del suono che sentiva in sottofondo, ma senza lasciar trasparire alcuna reazione. Indossava un maglioncino a rombi con sotto una camicia chiara, pantaloni di flanella e un paio di adidas consumate. Il caschetto biondo gli scendeva sulla fronte fin quasi a coprirgli gli occhi azzurri, i tratti del viso erano delicati, quasi efebici, forse per via dell’incarnato lattiginoso. Pur essendo alle soglie dell’adolescenza, su di lui non vi erano tracce di pubertà.

Trama

Un bambino senza memoria viene ritrovato in un bosco della Valle dell’Inferno, quando tutti ormai avevano perso le speranze. Nico ha dodici anni e sembra stare bene: qualcuno l’ha nutrito, l’ha vestito, si è preso cura di lui. Ma è impossibile capire chi sia stato, perché Nico non parla. La sua coscienza è una casa buia e in apparenza inviolabile. 
L’unico in grado di risvegliarlo è l’addormentatore di bambini. Pietro Gerber, il miglior ipnotista di Firenze, viene chiamato a esplorare la mente di Nico, per scoprire quale sia la sua storia. 
E per quanto sembri impossibile, Gerber ce la fa. 
Riesce a individuare un innesco – un gesto, una combinazione di parole – che fa scattare qualcosa dentro Nico. Ma quando la voce del bambino inizia a raccontare una storia, Pietro Gerber comprende di aver spalancato le porte di una stanza dimenticata. 
L’ipnotista capisce di non aver molto tempo per salvare Nico, e presto si trova intrappolato in una selva di illusioni e inganni. Perché la voce sotto ipnosi è quella del bambino. 
Ma la storia che racconta non appartiene a lui.


Recensione

Come si gestiscono le aspettative  su un libro  per il quale tutti urlano al miracolo? Per l’autore sono probabilmente pesi da trascinare, perché nello stesso modo e con la stessa velocità con cui queste ti portano alle stelle, ugualmente possono trascinarti in basso quando e se fossero disattese. Tutto il mondo ti aspetta, tutto il mondo ti guarda e tutti, nessuno escluso, si sentiranno in dovere di dire la loro.

Per il lettore sono invece specchi ingannevoli: ti spingono a comprare subito  e non conoscono mezze misure: il romanzo in questione, probabilmente, sarà osannato o discreditato, senza intercessioni.

E ora vi chiederete: perché questo preambolo? E io vi rispondo senza indugio: il cappello è propedeutico ad introdurre i miei pensieri sull’ultimo romanzo di Donato Carrisi, La casa senza ricordi.

Le aspettative mi hanno spinto a voler leggere subito questo romanzo. Le stesse aspettative mi hanno spinto a cedere il passo, come già accaduto per Io sono l’abisso, ad una visione disincantata della mia esperienza di lettura. Alla fine, ho lasciato che le mie impressioni sedimentassero e mi sono chiusa in una sorta di splendido isolamento, per lasciare intatti e vergini i miei pensieri, senza contaminazioni esterne.

E adesso, però, è giunta l’ora di rompere gli indugi e di parlare. Carrisi cede alla lusinga di dare in pasto al lettore una sorta di sequel de La casa delle voci. Scelta condivisibile, dal momento che quest’ultimo è stata un’ottima prova per l’autore, che si addentra con maestria nei meandri dei ricordi e delle suggestioni, mediante una full immersion  nel mondo affascinante e subdolo dell’ipnosi. Ricicla il buon Pietro Gerber, ipnotista infantile e lo mette al centro di una caso mediatico forte, che ha a che fare con la sparizione di un bambino. Il bimbo racchiude un enorme mistero e affaccia il lettore sugli abissi di una infanzia abusata, che sembra uscita da un incubo. La storia è interessante, il mistero fitto e ammorbante. La prosa bella, pulita, sordida e nebulosa quanto basta per catturare il lettore e tenerlo in pugno fino alla fine. Carrisi si conferma un manipolatore di pubblico, che sa perfettamente quali tasti premere per ottenere l’attenzione del lettore. Carrisi è l’affabulatore, quando quest’ultimo è perlatro la figura chiave del suo romanzo. Scelta piuttosto curiosa, vero?

Ed ecco, insomma, il rovescio della medaglia: lo stesso lettore che lo osanna è pronto, al tempo stesso, ad analizzare il romanzo parola per parola, allo scopo di trovare il punto debole, l’anello mancante, la falla, l’errore.

Carrisi ha creato un ottimo espediente e costruisce una trama coinvolgente, lasciando che la lettura sia fluida,  scorrevole e esaltante. I suoi argomenti, il ricorso a piani temporali diversi, i suoi personaggi misteriosi, cultori di una scienza abbacinante ed enigmatica come l’ipnosi, sono tutto tasselli vincenti.

Ma, ecco le note dolenti, la trama a tratti si mostra debole, addirittura inverosimile.  E la conclusione del libro mi è apparsa troppo sospesa, tanto da dover ricorrere ad un personaggio chiave de La casa delle voci che si accolla l’onere di dare una spiegazione al lettore su ciò che sta accadendo.

Troppi interrogativi da sciogliere e l’impressione di un finale senza fine, che non crea aspettativa sull’epilogo di questa storia, ma solo frustrazione nel lettore, che rimane con un pugno di mosche a guardarsi intorno in cerca di un suggerimento.

Si, lo so. Con Carrisi sono intransigente. Mentre ammiro estasiata la sua capacità di ricamare con le parole e di creare atmosfere morbose, al contempo so di essere critica e puntigliosa all’ennesima potenza. Perché da Carrisi pretendo molto. Carrisi non può mirare alla sufficienza. Carrisi deve puntare in alto e ottenere il massimo dei voti e anche la lode, nel caso. Di Carrisi non possiamo dire:” bravo, ma potrebbe fare di più” come un professore intransigente direbbe del suo migliore alunno, quello più brillante, quello più dotato.

Quindi, e concludo: bene, benissimo la prosa accattivante e splendida. Bene, benissimo la scelta di argomenti che creino inquietudine e curiosità nel lettore. Bene, cavalcare l’onda di un successo precedente (la fanno tutti, ormai, per cui, per par conditio, dobbiamo concenderlo anche al Maestro).

Ma benino la latitanza di coerenza. Benino, il finale affrettato. Benino la figura del protagonista, che si trova a lavorare con una sorta di ventriloquo, paventando al lettore una fattispecie che non credo sia replicabile nella realtà (lo spauracchio dello spoiler non mi fa essere maggiormente precisa…).

Di Carrisi viene detto che scrive sceneggiature e non romanzi. Che vede un cinema buio invece di tante pagine bianche da riempire. Sicuramente Carrisi è uno che sa governare la penna e ha un’immaginazione feconda. Sa pungere la curiosità del lettore e sa ammaestrarlo come vuole. Si è fatto un nome e sa sfruttare magistralmente tutte le opportunità che ne derivano.

Sfornare un romanzo all’anno non è cosa da poco.  Come essere sempre all’altezza delle aspettative, giust’appunto. Ma che se ne parli bene, che se ne parli male, l’importante è parlarne. 

E di Carrisi, nessuno si è ancora stancato di parlare.


L’autore

Donato Carrisi è nato nel 1973 a Martina Franca e vive fra Roma e Milano. Dopo aver studiato giurisprudenza, si è specializzato in criminologia e scienza del comportamento.

Scrittore, regista e sceneggiatore di serie televisive e
per il cinema, è una firma del Corriere della Sera. È l’autore dei romanzi bestseller internazionali
(tutti pubblicati da Longanesi) Il suggeritoreIl tribunale delle animeLa donna
dei fiori di cartaL’ipotesi del maleIl cacciatore del buioLa ragazza nella nebbia – dal
quale ha tratto il film omonimo con cui ha vinto il David di Donatello per il miglior regista
esordiente –, Il maestro delle ombre, L’uomo del labirinto – da cui ha tratto il film
omonimo – , Il gioco del suggeritore e La casa delle voci.
Ha vinto prestigiosi premi in Italia e all’estero come il Prix Polar e il Prix Livre de Poche in Francia e il Premio Bancarella in Italia. I suoi romanzi, tradotti in più di 30 lingue, hanno venduto milioni di copie.


  • Casa Editrice: Longanesi
  • Collana: La Gaja Scienza
  • Genere: thriller

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