L’AMORE MALATO di Amélie Cordonnier

Perché le parole sono lame che tagliano ciò che hai di più fragile. E anche di più prezioso. La tua allegria, la fiducia in te stessa. La voglia di camminare a testa alta, la certezza che tutto è ancora possibile.

Trama

«La violenza delle parole è meno grave dei pugni solo perché non lascia lividi?»

L’amore malato è l’esordio letterario che ha conquistato e turbato migliaia di lettori francesi.

Per sette anni ha creduto che Aurélien ne fosse finalmente uscito. E poi, senza preavviso, una mattina di settembre, l’incubo ha ripreso vita. Aurélien, che pure sostiene di amarla, ha ricominciato a vomitarle addosso insulti con una violenza inaudita, della quale ha reso spettatori anche i due figli. Caduta l’illusione del cambiamento, da quel giorno lei ha preso l’abitudine di annotare le oscenità e le offese che Aurélien le rivolge, per tenerne traccia e insieme provare a disinnescarle, nella patetica speranza che vadano a incrostarsi nelle note dello smartphone invece che nella sua anima. Ma ora, non è più disposta a sopportare tutto questo.

Restare? Andarsene? Il 3 gennaio compirà quarant’anni, e nel disperato tentativo di aggrapparsi a qualcosa che le dia la forza necessaria, si impone di prendere una decisione proprio entro quella data. Due settimane per ripercorrere i ricordi, le speranze, la disillusione, nell’imminenza di un Natale che a quell’angoscia aggiunge lo stridore delle inevitabili cerimonie familiari. Con una scrittura nervosa e asciutta che mantiene una distanza quasi documentaria dal racconto – a partire dal «tu» usato per la protagonista in luogo della prima persona singolare –, Amélie Cordonnier mette in scena la storia di un amore malato. Una di quelle storie di violenza coniugale che distruggono una donna pur senza lasciarle lividi sulla pelle.


Recensione

Una crepa, quasi invisibile, possiede comunque la forza per irrompere e per rompere gli argini. Mina una certezza, la rende fragile, incerta, vulnerabile. Come una goccia che a poco a poco scava la roccia, la crepa diventa frattura, e la frattura diventa lesione insaldabile.

Il tempo corrompe le cose. E l’aberrazione scardina il bene. A volte in modo impercettibile ma costante. A volte in maniera dirompente, come un terremoto che sfalda la crosta terrestre.

Un amore si guasta, si veste di gesti sbagliati, devia verso il dolore, si disintegra. Si macchia per il desiderio nascosto di annientare l’altro, di ridurlo in cenere, di minare la sua indipendenza e la sua forza interiore. Un attimo colpisce, l’attimo dopo è nuovamente pronto a chiedere perdono. A credere che tutto possa essere dimenticato, con un colpo di spugna. Mai avvenuto. Senza rancore. Con la pretesa assurda di un perdono che costa moltissimo a chi dei due deve dispensarlo. Un’altalena che distrugge, specialmente se i bambini ascoltano e vedono.

La ricerca di un motivo, che non c’è quasi mai. Il desiderio di fuggire e quello di rimanere. Voler dimenticare ma non esserne capaci. Fremere nell’attesa della tempesta che verrà, perché verrà, è certo, anche se il sole brilla nel cielo. La prima goccia di pioggia scatenata da motivi futili, incomprensibili. Perché meritarsi questo? Perché buttarsi via dietro ad un uomo che non sa apprezzare la dolcezza, la forza e la dirompente energia di una donna innamorata?

Amelie Cordonnier ha esordito nel 2020 con questo romanzo, potente, crudo e dilaniante. Una storia con i piedi per terra, che non cede mai al luogo comune, che non cerca perdono, né commiserazione, ma si limita a presentare al lettore una situazione familiare che all’apparenza non ha niente di insolito. Nelle abitudini, nell’intimità di una giovane famiglia si insinua la crepa, quella che spacca, quella che uccide.

Non vi è violenza fisica, non vi sono lividi. C’è una inesorabile lotta intestina che rompe l’equilibrio di una donna, distruggendo la sua identità.

E’ tutto molto insolito. E’ tutto molto normale. Dipende da quanto siamo disposte a fa passare. Dalle volte che decidiamo di lasciar perdere. Dall’intensità del nostro legittimo desiderio di stare bene e di far stare bene chi amiamo.

La Cordonnier trova senza sforzo la giusta chiave di lettura, attraverso un fraseggio intimo, diretto, rivolgendosi alla protagonista con la seconda persona singolare, quasi a ricordarle i gesti che ha fatto, quelli che ha subìto. Le sue scelte, il suo dolore, la fatica immane di condividere con altri la sue esperienza di violenza domestica. La guida, le tiene la mano, la conforta e la esorta a farsi valere. Mantenendo un contegno quasi distaccato, raccontando senza commentare.

Quello che ci consegna è una testimonianza, che lascia traboccare la volontà di difendersi da chi ci offende.  Un percorso di accettazione, che sfocia nella presa di coscienza di dover rompere gli schemi per difendere la propria identità. Un grido che scoperchia un vaso di dolore e che ci ricorda come sia facile colpire e fare male.


L’autrice

Amélie Cordonnier è giornalista dal 2002. Dopo aver lavorato per l’emittente Europe 1, nonché per il quotidiano «La Tribune» e il settimanale «Le Journal du Dimanche», dal 2014 è diventata responsabile della sezione Cultura della rivista «Femme Actuelle». L’amore malato (Trancher, 2018) è il suo primo romanzo, cui è seguito nel 2020 Un loup quelque part, entrambi pubblicati in Francia da Flammarion.


  • Casa Editrice: Gremese
  • Collana: Narratori francesi Contemporanei
  • Traduzione: MAria Stella Tataranni
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 172