IL SILENZIO DEL MONDO di Tommaso Avati

Ma fu in quell’istante che si dissero tutto. Fu in quel silenzio perfetto che il destino si compì in tutta la sua ineluttabile precisione. La madre le posò una mano sul grembo. Lasciò che la figlia ne avvertisse il calore. Lo aveva fatto? Non glielo chiese. L’altra non lo disse. Desideravano solo rimanere così ora – la mano dell’una sul grembo dell’altra – ripetendo un gesto che già una volta aveva aggiustato un destino. Non volevano altro che rimanere così, ora, mentre la sera fuori scendeva lentamente su tutto, mentre il silenzio tornava a posarsi sul mondo.

Trama

Questo romanzo narra una saga familiare che si svolge in un periodo di tempo che va dall’avvento del fascismo fino ai giorni nostri. È la storia di tre donne: nonna, madre e figlia, tutte non udenti. Rosa viene dal tempo antico e contadino. Impara una lingua simile a quel che vede e tocca: forte e sanguigna. Quella lingua è come una madre, se la porta con sé fino alla fine, e per essa si scontra col mondo civilizzato che non la capisce, e che lei non può comprendere. Da Rosa nasce Laura, che cresce nella grande città, conosce la lingua della gente, la governa, la padroneggia. Ma quella lingua che tutti parlano in realtà non le appartiene. Riconoscerlo è doloroso, richiede fatica, ci vuole coraggio. Una volta accettata la verità, sarà difficile tornare indietro. E da Laura nasce Francesca che è il prodotto dell’oggi. Parla la lingua di tutti, usa codici sofisticati, alterna tivi, evoluti. Ma Francesca sospetta che non bastino, lo capisce poco alla volta mentre l’ansia del mondo lentamente la assale. Il silenzio del mondo è un romanzo sulla diversità dell’essere sordi, sul linguaggio, sul dolore del comunicare. Un libro dove i gesti sostituiscono le parole, dove l’ascolto è qualcosa che va inventato nuovamente, ogni giorno. Ma è anche un romanzo che l’autore ha cucito per sé.


Recensione

Quante facce ha il silenzio, quali significati cela nella sua perfetta assenza? Ed è vero che il silenzio è assenza di suoni? O è, invece, il suono più perfetto dell’universo? Quello che tutti possono sentire? Quello a cui ognuno può dare un significato solo suo?

Questo romanzo ruota intorno al silenzio, che è anche scelta, non solo casualità. La sordità insegue le protagoniste di generazione in generazione, le colpisce con lievità, come neve al suolo, senza contaminare la loro essenza profonda, senza minare la loro fragilità, inserendosi nella loro vita come un seme su di un terreno grasso e fertile.

Il silenzio ha le sue ancelle, che portano su di sé tutto il peso dei suoni. Sono l’isolamento in un mondo disabitato, che riversa la sua bellezza negli odori, nei colori, nelle sensazioni. Ma un uomo non è un isola. Ed ecco che i segni arrivano a colmare i vuoti del silenzio. Dapprima per caso, poi per precisa intenzione.

I segni sono voce, rumore, urla e sussurri. Sono gesti che esprimono l’universo privato di chi li usa.

Rosa li impara per caso e deve nasconderli agli occhi del marito, che non riesce ad accettarli e che tiene la figlioletta prigioniera del silenzio. Laura imparerà i segni da lei, Rosa,  quasi in segreto. Perché i segni suscitano negli altri un sordo timore e una insensata voglia di nasconderli.  Laura potrà realizzarsi grazie ai segni e ambire ad una vita felice. Ma la felicità a volte è una chimera, che si dona al capriccio e del capriccio diventa schiava. Laura voterà le spalle al mondo degli udenti e anche a sua figlia Francesca, che è una donna del suo tempo e del tempo cavalca il buono e il brutto, senza chiudersi mai in se stessa.

Il silenzio del mondo è la storia di tre donne la cui vita ruota intorno ad una assenza. Non è solo assenza di suoni. Ma anche altri tipi di assenza, forse anche più complicati da gestire e da comprendere. L’assenza di amore, di comprensione, di radici. Un assenza che sembra creare i maggiori scompensi proprio a chi i suoni li sente. Sentire non è appannaggio solo dell’udito, ma di tutti i sensi. E anche del cuore, dell’intelletto, della sensibilità e della profondità di una persona.

Rosa, Laura e Francesca sono i frutti del loro tempo e vivono la sordità in modo diverso, come del resto la vive anche la società che le circonda, dapprima chiusa e ostile. Il tempo crea crepe nella percezione del silenzio e si apre ai segni, che diventano una lingua universale.

Tommaso Avati ci regala una storia ad alta intensità emotiva e ci porta in un universo denso di echi e di coni d’ombra, dove la luce irrompe quando il silenzio spezza i legami e poi li riunisce, li modifica, li irrobustisce.

Una prosa asciuttissima, che scava in un passato avaro, intima e tagliente come una lama. Una storia indimenticabile, in cui il perdono e voglia di comprendere riescono a penetrare la cortina, spesso impenetrabile di ogni assenza, quale che sia.


L’autore

Tommaso Avati si è sempre diviso tra cinema e letteratura. Nel 2014 ha vinto il Montreal World Film Festival per la miglior sceneggiatura per Il ragazzo d’oro. Nel 2020 ha vinto il Nastro d’argento al miglior soggetto per il film Il signor Diavolo. Ha scritto due romanzi, Ogni città ha le sue nuvole (2017) e Quasi tre (2018). Vive a Roma.


  • Casa Editrice: Neri Pozza
  • Collana: Bloom
  • Genere: narrativa italiana
  • Pagine: 206

LE LETTERE DI ESTHER di Cécile Pivot

 
Prima dell’incontro mandai una mail ai sei partecipanti, chiedendo di riflettere su una domanda: “da che cosa ti difendi?”. Se ne avessero avuto voglia, avrebbero risposto brevemente di fronte agli altri. Mi piace questa domanda, perché sono convinta che tutti noi ci difendiamo da qualcosa. E perché lascia grande libertà a chi risponde. Si può essere evasivi, ricorrere a luoghi comuni oppure, al contrario, rivelare una parte di sé.

Trama

“Le lettere mi mancavano. Ormai non ne scriviamo più, le consideriamo una perdita di tempo che ci priva di immagini e suoni.” È per colmare la nostalgia che Esther, libraia di Lille, decide di organizzare un laboratorio di scrittura epistolare. Per lei, che con il padre ha intrattenuto una corrispondenza durata vent’anni, è come riportare in vita un rituale antico: accantonare per un po’ l’immediatezza delle mail e l’infinita catena di messaggi WhatsApp che ogni giorno ci scambiamo, per sedersi a un tavolo, prendere carta e penna, darsi tempo, nel silenzio di una stanza tutta per noi, e raccontarsi. Trovare le parole giuste per qualcuno che ci leggerà, non ora e nemmeno domani. E riassaporare il gusto perduto di una comunicazione più ricca, più sensata. “Da che cosa ti difendi?” è la prima, spiazzante domanda di Esther per i cinque sconosciuti che, rispondendo al suo annuncio, hanno scelto di mettersi in gioco. Attraverso piccoli quadri della loro vita quotidiana e l’intenso scambio epistolare si delineerà poco per volta il ritratto di una classe eterogenea e sorprendente: Samuel, il più giovane, che non riesce a piangere per la morte del fratello; Jeanne, ex insegnante di pianoforte, vedova, che si difende dalla solitudine accudendo animali maltrattati; Jean, un uomo d’affari disilluso che vive per il lavoro e ha perso contatto con le gioie più autentiche; Nicolas e Juliette, una coppia in crisi sulla quale il passato getta ombre soffocanti. Esponendo dubbi e debolezze all’ascolto e alle domande, la scrittura sarà, per loro, lo strumento per rivelarsi l’uno all’altro con sincerità, alleggerendo il cuore. Intriso di tenerezza e umanità, Le lettere di Esther è un elogio alla lentezza, una celebrazione della forza delle parole, un resoconto travolgente delle fragilità umane.


Recensione

E’ stata una lettura curiosa, fuori dalle righe. Un’intrusione nelle vite di sei persone che non potrebbero essere più diverse e più distanti. E un elogio alla comunicazione epistolare, della quale si è perso praticamente ogni traccia.

Non si usa più scrivere lettere, è più che evidente. Oggi abbiamo altre forme di comunicazione, più immediate, più veloci, più informali. Meno pregnanti, meno definitive, meno giudicanti.

Utilizziamo un linguaggio informale, distante, assolutamente non ricercato. Perché il messaggio, la mail, nascono per comunicare qualcosa di veloce e di essenziale, che colpisca per la sua immediatezza. Che vada dritto al punto, senza sbavature inutili. I nostri stati d’animo sono affidati a segni e simboli di facile intuizione, che ci aiutano a far capire, in un attimo, il senso di ciò che stiamo scrivendo. Se siamo tristi, se scherziamo, se siamo sarcastici e semplicemente allegri o solidali.

Non occorre essere aulici o utilizzare termini forbiti. Nessuna immaginazione, nessuna esigenza evocativa, né sintattica. Il messaggio, la mail, hanno vita breve. Saranno presto cestinati, dimenticati, archiviati.

Una lettera invece è fatta per rimanere intatta nel tempo, dentro la sua busta, insieme al ricordo che  suscita. Una lettera ingiallisce, custodisce le macchie di lacrime versate, l’impronta di un bacio, un fiore secco, un profumo spruzzato sulla carta. Una lettera parla di chi l’ha scritta e nasce con sforzo e con la volontà di scegliere i vocaboli da usare, le frasi da scrivere. La punteggiatura, il tono, l’accozzare parole a formare un quadro denso di sensazioni.  Si pensa, prima di vergare una frase. All’effetto che quella frase farà all’interlocutore. Allontanando il pericolo di essere fraintesi o non capiti. Una lettera è fatta per essere letta e riletta, spesso imparata a memoria.

Esther pensa al suo laboratorio di scrittura epistolare come un modo per riportare in vita il rituale di scrivere lettere e di intrattenere una corrispondenza con qualcuno. Per tornare a celebrare un’abitudine che è andata perduta. Constaterà, invece, che scrivere lettere ha una suo risvolto terapeutico, perché ci induce e ci obbliga  a pensare. Scrivere di sé, in fondo, è un esercizio per conoscerci nel profondo, per confessare cose inconfessabili, per ripensare alle nostre scelte, per metterci in discussione, perdonare e perdonarci. Conoscerci e farci conoscere dagli altri, senza filtri.

Jean, Samuel, Jeanne, Nicolas e Juliette si spoglieranno a mano a mano dei veli che occultano la loro coscienza e il loro dolore. Scenderanno a patti con il loro passato e potranno aprirsi ad un futuro che appariva opaco e poco attraente. Le lettere si faranno fitte, un botta e risposta che racchiude una intimità che non è mai impudente. Tutti e cinque scopriranno la semplicità che si cela dietro al raccontarsi. Acquisiranno consapevolezza di sé e potranno raddrizzare la propria vita, che in qualche modo va alla deriva.

Il potere della parola scritta è enorme e Cecile Pivot lo sa celebrare alla perfezione in questo suo romanzo, che è anche un premio alla comunicazione lenta, riflessiva, inclusiva e autentica. Un invito a parlare a se stessi e di sé, in uno scambio che è sempre profittevole. Scrivere a se stessi e di noi stessi aiuta a far chiarezza dentro le nostre vite incasinate, prese nella morsa della velocità e del sensazionalismo.

Uno specchio vivace e intimo di vite autentiche, che trovano nella scrittura la chiave di lettura della propria vita e un invito, forse solo sussurrato, a scrivere di noi stessi, sforzandoci di confezionare frasi belle,  musicali e profonde, con le quali decodificare i nostri bisogni e i nostri desideri.


L’autrice

Cécile Pivot ha lavorato per molti anni come giornalista prima di dedicarsi alla scrittura. Le lettere di Esther è il suo primo romanzo pubblicato in Italia.


  • Casa Editrice: Rizzoli
  • Genere: narrativa
  • Pagine: 284

JACU di Paolo Pintacuda

«Vittoria intese l’inquietudine del figlio giacché lo scrutava di sfuggita. Avrebbe voluto dire qualcosa, qualsiasi cosa che lo preparasse, ma scelse di tacere e lasciare che fosse Jacu a scoprire da solo ciò per cui era nato».



Trama

Una narrazione originale che mescola ricostruzione storica e romanzo in una maniera completamente spiazzante.
Negli ultimi giorni del 1899, la misera quiete di Scurovalle, un grumo di case su di un anonimo monte siciliano, è turbata da un incredibile evento: Vittoria, ventidue anni e già vedova, partorisce l’ultimo settimino del secolo, un bambino che, secondo le credenze popolari, avrà poteri magici e curativi e sarà in grado di assistere qualsiasi sventurato. Sebbene Vittoria tenti di assicurare un’infanzia normale al figlio, sin dalla tenera età il piccolo Jacu dimostra di possedere questo dono prodigioso, diventando un punto di riferimento irrinunciabile per tutti i compaesani.
Anni dopo, però, gli effetti della guerra raggiungono perfino la sperduta comunità di Scurovalle, riempiendo i cuori di paura, diffidenza e rancore. Jacu, che per un errore dell’anagrafe non viene spedito al fronte insieme ai suoi coetanei, vede il proprio paese natale voltargli le spalle e sprofonda così in un periodo di grande tristezza cui decide di mettere fine arruolandosi volontario. Ma la guerra non risparmia nessuno e da quel momento né Jacu né la sua amata Scurovalle saranno più gli stessi.
Una storia potente e visionaria che intreccia le sorti di un eroe dal cuore puro con quelle di una comunità arcaica, raccontando con una lingua nuova e incalzante le vicende di un protagonista luminoso oscurato dal buio della Grande guerra.
Una realtà appartata, quella dell’immaginario paese presente nel libro, con una manciata di anime in cui si ritrovano tutte le sfumature dell’indole dell’uomo: la superstizione, l’invidia, il rancore, ma anche la generosità e la speranza.
Uno straordinario affresco umano e corale con una prosa densa e raffinata che conferisce a Jacu il sapore di un classico.


Recensione

Magia, credenze, un groviglio potentissimo tra misticismo popolare e narrazione incantata e incantevole. Sullo sfondo un secolo che volge al termine e che si apre impaurito e schivo al nuovo, al progresso, alla scienza. E i profumi e le suggestioni della Sicilia, che in quel lontano 1899 sembra ancora prigioniera di tradizioni ataviche e avvolgenti.

Vittoria è troppo giovane per essere vedova, ed è incinta. Gli occhi di Scurovalle non hanno ancora finito di esaminarla e giudicarla che il piccolo Giacomo, Jacu in dialetto, viene alla luce. E’ settimino, l’ultimo settimino del secolo, per giunta. Sarà un guaritore, come dicono tutti. Destinato a assistere e a curare gli sventurati che troverà sul suo cammino.

E Jacu guarisce, e cura. Lenisce, consola, prigioniero egli stesso di un ruolo che gli hanno cucito addosso e che, come quell’aria di stramberia e di mistero che lo avvolge da sempre, non sembra destinata a dissolversi.

Il destino di Jacu è segnato. Ed è un destino buono e crudele allo stesso tempo. Un destino che non gli concederà, mai, di porsi ai margini, fuori dalle luci della curiosità e delle ottuse convinzioni dei paesani.

Una sorte che brucerà la sua infanzia e la sua vita, prendendone un pezzo alla volta. Una sorte che incatena Jacu alla Sicilia e al suo popolo, intransigente, superstizioso, ma anche capace di grandi slanci e di potente umanità.

Paolo Pintacuda, al suo esordio come autore di narrativa ma assolutamente non nuovo al mondo delle parole, costruisce una storia che odora di favola e di magia. La sua Sicilia non serba misteri per lui, cresciuto nei vicoli di Bagheria, annusando fin da piccolo gli odori inebrianti e assorbendo sulla pelle quel sole che abbacina il corpo e la mente.

Ed è questa Sicilia, ammiccante e pretenziosa, che racconta nel suo romanzo, riuscendo in pieno a rendere al lettore la sensazione asfissiante ed esaltante che deriva dalla consapevolezza di  appartenere ad una comunità, ad una sensazione, ad un’idea comune, quella che ti fa cedere alla sensazione e arretrare davanti al raziocinio. Un linguaggio che si accosta a quello dei grandi narratori del passato, che si reinventa dentro ai confini colorati del Sud, che incanta e che è balsamo sulle labbra del lettore, vittima anch’esso di un incantesimo che lo trasporta nello spazio e nel tempo fino a lambire un passato intransigente e capriccioso.

La ballata di Jacu diventa subito fiaba e dannazione e buio. E la guerra, che incombe e che sconvolgerà tutto e tutti, diventa una madre bugiarda, che spegne la luce e porta freddo e dannazione.


L’autore

È nato a Bagheria nel 1974. Durante l’infanzia ha frequentato assiduamente il Cinema Nazionale dove il padre, Mimmo Pintacuda, noto fotografo e figura cui si è ispirato Giuseppe Tornatore per il personaggio di Alfredo in Nuovo Cinema Paradiso, lavorava come proiezionista. È sceneggiatore per il cinema e vincitore del Premio Solinas 2010. Come coautore, nel 2019 ha firmato il soggetto e la sceneggiatura del film Tuttapposto, diretto da Gianni Costantino, con Luca Zingaretti e Roberto Lipari.


  • Casas Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Genere: narrativa italiana
  • Pagine: 152

RESIDENZA PER SIGNORE SOLE di Togawa Masako

Quasi tutte le inquiline della residenza, invece,  pur avendo condotto, in passato, per quanto è possibile ad una donna, un’esistenza piena, ora che avanzano negli anni tendono a ritirarsi nel proprio bozzolo, e a guardare con nostalgia ai giorni splendenti della loro giovinezza.

Trama

La Residenza K, un palazzo di mattoni rossi che ospita donne nubili, appare agli abitanti di Tokyo come una dimora tranquilla per signore per bene, ma nasconde in realtà un passato sinistro. Quando dalla portineria sparisce misteriosamente il passe-partout, la chiave universale che apre tutte le centocinquanta stanze affacciate sui lunghi corridoi dei cinque piani, le inquiline cominciano a vivere nell’ansia. Ogni camera, infatti, oltre a un’immensa solitudine, custodisce colpe che ciascuna di loro tiene scrupolosamente per sé: strani furti, incidenti sospetti e persino un suicidio aleggiano tra quelle mura, abitate da donne assorte nel ricordo dei tempi andati. E adesso, in previsione dello spostamento dell’edificio che deve far posto a una strada, queste donne temono che succeda qualcosa di orribile: i lavori potrebbero portare alla luce un crimine avvenuto anni prima, e con esso tanti altri segreti che le pareti spesse della Residenza K – e la sua curiosa portinaia con la passione per i libri – serbano con discrezione. Pubblicato per la prima volta nel 1962, Residenza per signore sole è un grande classico del noir giapponese. Una perla rara, ricca di tensione e atmosfera, che ricorda i thriller di P.D. James, conservando però l’inconfondibile tocco di magia che continua a far innamorare della letteratura del Sol Levante le lettrici e i lettori di tutto il mondo.


Recensione

Unire e miscelare il genere noir con la letteratura giapponese ha qualcosa di eversivo. E’ un esperimento insolito, coraggioso e dagli esiti incerti. Il mistero insondabile che devia la psiche umana, così debole e creativa, unito alla lentezza per certi versi esasperante della letteratura del Sol Levante, pregna di passaggi descrittivi e di un accanimento del tutto nuovo nel catalogare e disquisire sui sentimenti, ci restituisce qualcosa di inaspettato e di sorprendentemente morboso.

“Residenza per signore sole” è una miscela esplosiva di questi due ingredienti. Scritto negli anni sessanta, è ambientato in un Giappone chiuso e tradizionalista, in cui una donna che non sia moglie né madre stenta a trovare la sua collocazione.

Una donna nubile non può che abitare in una residenza per signore sole, un luogo poco felice, densamente popolato da donne deluse dalla vita, in ogni sua accezione. Donne il cui passato è un capitolo chiuso, che stentano a trovare una dimensione in una società maschilista. Donne che non hanno più un lavoro, che non hanno un marito. Che vivono di ricordi, annegando nella nostalgia, nel rimpianto e nel rancore. Tutte le donne della residenza K  portano chiuso in sé un segreto doloroso, da difendere dagli occhi e dalle orecchie indiscrete delle coinquiline. Le sventure altrui non riescono a instillare in loro sentimenti di pietà, di solidarietà, di condivisione. Al contrario, la curiosità verso la vita interiore delle vicine di appartamento è un tarlo che rode dall’interno, e scava, scava fino a far sanguinare le carni.

Il sospetto, il sotterfugio producono effetti devastanti sulle abitanti della Residenza K, che scendono a dubbi compromessi pur di vedere soddisfatta la loro curiosità. La solitudine gioca brutti scherzi a molte di loro, la cui vita è ormai un deserto arido e desolato che può rinverdirsi solamente venendo a conoscenza degli aspetti scabrosi della vita altrui.

Il dipanarsi delle vicende che coinvolgono la Residenza K crea un’atmosfera misteriosa e subdola e denuda le sue abitanti fine a mostrarne l’intima essenza. In fondo sono solo donne sole e deluse dalla vita, che usano l’astio e la vendetta per curare le proprie ferite, in una società che le tiene ai margine, le deride e le emargina, poiché non servono più a nessuno scopo.

L’autrice ama tendere trappole al lettore e lo conduce dove vuole, senza sforzo. Svia con noncuranza la sua attenzione per sorprenderlo sul finale. Con una prosa morbosa e ammiccante, seppure morbida e cristallina, Togawa Masako compie un piccolo miracolo, pur accontentandosi di confezionare un romanzo breve, interamente circoscritto alle mura della residenza, che ruota attorno al mistero di un bambino scomparso in circostanze misteriose.

Un romanzo godibilissimo, che coinvolge per le atmosfere torbide e che scava nell’animo umano a sondare debolezze e a straziare le carni come un bisturi impietoso. Un’autopsia accuratissima  che disseziona solitudini, memorie, impressioni, rancori e lievi speranze di donne lasciate ai margini, inutili e sole e che sembra voler suggerire che solo la maternità, la gioventù e la bellezza rendono sopportabile e significativa la vita di una donna.


L’autrice

Togawa Masako  (1931-2016) è stata una delle più importanti scrittrici giapponesi di noir. Nata a Tokyo, cantante, attrice e per anni titolare di un nightclub, ha raggiunto la fama non solo come giallista, ma anche come icona gay e femminista. Residenza per signore sole ha vinto il prestigioso premio per il genere intitolato a Edogawa Ranpo.


  • Casa Editrice: Marsilio
  • Collana: Farfalle
  • Traduzione: Antonietta Pastore
  • Genere: noir
  • Pagine: 176

L’UOMO CHE AVEVA VISTO TUTTO di Deborah Levy

Mi ero trovato in tasca una matita per occhi azzurra. Si chiamava Spuma d’oceano, e me l’aveva regalata Jennifer per il mio compleanno. Di solito andavo in biblioteca in giacca e cravatta, cercando di far intendere che ero uno studioso serio e del tutto in accordo con un regime ideologicamente sorvegliato da vecchi abiti formali. Si, il regime e io potevano sederci sullo stesso divano e respirare in sincronia, sereni e affettuosi, a goderci un silenzio cordiale. Cominciavo a essere sempre più simile a mio padre, quindi mi passai un po’ di Spuma d’oceano sotto gli occhi e partii per un’altra giornata a studiare la resistenza culturale al nazismo nella Germania degli anni Trenta. Spuma d’oceano si rivelò un vero e proprio maremoto.

Trama

È il 1988 quando il giovane Saul Adler viene investito da un’auto a Londra sulle strisce pedonali di Abbey Road, celebri per l’album dei Beatles. Si riprende, ma il giorno dopo la sua fidanzata Jennifer Moreau, una promettente fotografa che l’ha scelto come musa, lo lascia senza motivo. Depresso, Saul si trasferisce a Berlino Est per portare avanti i suoi studi sull’Europa orientale; e da quel momento gli eventi sembrano legarsi e slegarsi in un vortice di coincidenze e discordanze. La memoria di Saul è sempre più inaffidabile, lui pare conoscere fatti non ancora accaduti ma tradisce i suoi più cari amici, Walter e Luna, che vengono arrestati dalla Stasi. Quando però, anni dopo, rimane vittima dello stesso incidente su Abbey Road, Saul intraprende un viaggio intimo alla ricerca di se stesso, per ricomporre la realtà spezzata in cui è immerso.

Magico e struggente, L’uomo che aveva visto tutto è un romanzo sullo spazio sfocato tra verità e ricordi, un luogo mutevole in cui passato e presente convivono. Come in un’immagine a lunga esposizione, Deborah Levy fotografa squarci di tempo interiore, dove la nostra identità prende forma, e illumina il desiderio oscuro di vivere infinite vite, mille amori, mille esperienze.


Recensione

Una vita intera racchiusa in poco più di 200 pagine. Non una linea retta, ma tante macchie psichedeliche, alcune sfuocate, altre a tinte forti. Che si sovrappongono, che fluttuano distanti, si avvicinano, si allontanano, cozzando tra loro.

Debora Levy scrive un romanzo onirico e straniante,  utilizzando la prima persona singolare per disegnare l’esistenza di Saul Adler, un uomo avvenente, sensibile, affascinante quanto inquieto. Vittima inconsapevole di svariate fascinazioni. Deluso dalla memoria e confuso dall’accavallarsi degli eventi della sua vita, che a tratti paiono incomprensibili, preda di un capriccio o, meglio ancora, di un destino beffardo e crudele.

La storia di Adler sfugge non solo alla memoria di se stesso, ma anche alla prevedibilità degli eventi, che si susseguono senza alcuna continuità, in modo apparentemente casuale.

Abbey Road, a Londra, è il luogo in cui tutto inizia e finisce. Un luogo iconico, scelto dai Beatles per uno scatto che è divenuto famoso e che fa da sfondo anche ad una foto che vede Saul come soggetto principale. Una foto che lo inseguirà nella Germania Est, nei giorni che precederanno la caduta del Muro, finendo nelle mani di un’amante opportunista, per poi tornare a Londra, appesa al muro della mostra fotografica di Jennifer, l’amata Jennifer. Colei che scatta la foto, in quel giorno in cui tutto inizia.

La Germania Est sembra essere per Saul un luogo di perdizione. Lì si consuma la sua avventura con Walter, lì scenderà a patti con l’oppressione del regime, che spinge le persone a goffi sotterfugi e a melodrammatici stratagemmi per vivere una vita degna di essere vissuta. Sempre lì assaggerà il sapore della prigionia, fisica e mentale ed elaborerà il rancore verso il padre e il fratello.

Tornato a Londra, sulle strisce bianche e nere di Abbey Road, il passato di Saul tornerà a tormentarlo. Gli anni sembrano essere passati in un attimo, ma il vuoto della memoria e l’occhieggiare di ricordi fallaci e ruffiani, portano Saul a ripensare la propria vita, a ricostruirla, prendendo congedo da chi gli ha nuociuto e chiedendo perdono a chi si è lasciato travolgere dal suo egocentrismo.

L’uomo che aveva visto tutto è la parabola di una vita che passa inosservata, senza mordente, senza il coraggio necessario a guardare le cose per come sono davvero. Così come Saul da giovane  non metabolizza l’esperienza nella Germania Est, anche il Saul maturo non riesce a penetrare il nucleo della sua esistenza, lasciando che gli amori della sua vita rimangano relegati al ruolo di semplici comparse. Non è un caso se Saul, affacciandosi sulle strisce di Abbey Road finisca sempre per non attraversarle. L’incompiutezza di quella traversata, così come l’incompiutezza della sua intera esistenza sono in fondo un destino comprensibile, per Saul come per la maggior parte di noi, assolti di default dalla nostra codardia, che pare l’unico modo plausibile per vivere una vita complicata e piena di insidie.


L’autrice

Deborah Levy (1959) è tra le maggiori scrittrici inglesi. Nata in Sudafrica, è autrice di romanzi come A nuoto verso casa (Garzanti 2014), finalista al Man Booker Prize, e Come l’acqua che spezza la polvere (Garzanti 2018). L’uomo che aveva visto tutto è stato selezionato per il Man Booker Prize 2020 ed è entrato nella short list del Goldsmiths Prize 2019. NNE pubblicherà anche il suo prossimo romanzo.


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Genere: distopico
  • Traduzione: Gioia Guerzoni
  • Pagine: 240

LE PORTATRICI di Jessica Schiefauer

 Alcune cose sono semplici da raccontare. Altre parti sono più difficili. Ciò che è successo dentro di me, nelle mie sensazioni o nel mio corpo, quei ricordi sono scivolosi come saponette, mi sgusciano dalle mani quando voglio scriverli. Ma sono importanti, devono essere descritti in qualche modo. Senza di loro ci sarebbero grossi buchi nella storia. (…)
Qualcosa si muoveva dentro di me. Un piccolo, minuscolo battito, come una farfalla che muoveva le ali sottili.
Infilai le mani sotto la canottiera, cercando di coprire la pancia più che potevo con i palmi. Sotto la pelle e il grasso sentivo la membrana tesa, la parete che mi separava da ciò che c’era là dentro. Una stanza scavata dentro di me, un buco a forma di uovo, e in quel buco c’era qualcosa che si muoveva.
Alzai lo sguardo verso i boccioli bianchi, trattenni il respiro, mi ascoltai dentro. Ma era tutto silenzioso, non c’erano ali di farfalla che battevano.
Le mie dita si mossero lente sulla pelle. Sentii la mia stessa voce, arrivò di sorpresa, come se fosse di qualcun’altra.

Trama

Quando il Covid ci ha colpito nella primavera del 2020, Jessica Schiefauer aveva già consegnato il suo romanzo su cui lavorava da più di un decennio. Ambientata in un mondo postpandemico, si narra la storia di Nikki e della sua compagna Simone. Il Morbo ha devastato il loro mondo per generazioni, e ha costretto la popolazione a separarsi secondo linee di genere: la società è riservata alle donne, note come “portatrici”, mentre gli uomini, i “diffusori” della malattia, sono tenuti in quarantene a prova di fuga. Se una portatrice entra in contatto fisico con un diffusore, la malattia si sviluppa nei corpi di entrambi causando la morte della portatrice nel giro di quarantotto ore. Il diffusore va incontro alla stessa sorte, ma viene anche colto da un folle bisogno di fecondare più portatrici possibile prima di morire.

In una città chiamata Irisburg nel continente scandinavo, Nikki e Simone condividono una vita tranquilla e felice insieme. a loro è una società in cui i cittadini del mondo possono stabilirsi dove vogliono. Mangiare carne è ormai impensabile e il dibattito politico ruota attorno al modo migliore per gestire le risorse limitate della Terra. Invece del lavoro, le portatrici effettuano un numero limitato di ore di servizio ogni settimana. E in cambio del contributo alla democrazia con il voto, ricevono un’unità abitativa e un buono vita. Ma quando Simone decide di avere una bambina, tutto cambia. Tutto ciò che Nikki pensava di sapere sulla sua partner, sul suo mondo e su sé stessa è capovolto.

Le portatrici apre una finestra su una società radicalmente diversa, dove i sistemi politici ed economici di oggi sono stati relegati al passato e sostituiti da una visione eco-femminista che a prima vista sembra più luminosa, più verde, più giusta, un mondo immaginario plasmato dal Morbo ma anche da nuove tecnologie, modalità di trasporto e metodi di riproduzione, completo di un proprio vocabolario Eppure le cose non sono come sembrano e Nikki scopre il lato oscuro della sua società. In questo mondo rivoluzionato, le portatrici lottano ancora con i concetti umanissimi di amore, tolleranza e desiderio, paura, violenza e potere.


Recensione

Una società che appare completamente ribaltata rispetto al nostro presente. Un mondo tutto al femminile, fatto solo di donne, che portano avanti l’umanità attraverso nuovi metodi di concepimento. Una democrazia aperta e diretta, che elargisce a chi vota una casa e di che vivere. Non si lavora, si contribuisce con servizi utili alla società. Nessuna prevaricazione: tutte hanno le stesse cose. Nessuna ambisce ad avere di più, un concetto che pare scomparso dalla società.

C’è un ordine quasi innaturale e uno scandire dei giorni che sembra aver cancellato gli acuti intellettuali e la creatività dell’individuo. Le donne si amano tra loro, bastano a loro stesse e portano la vita.

Gli uomini, al contrario, diffondo un morbo terribile e per questo vivono segregati, al pari di animali pericolosi e selvaggi. Ingovernabili, abbruttiti dal desiderio incontrollabile di fecondare. Irsuti, dai lineamenti marcati, dai ghigni bestiali,  spaventosi e primordiali. C’è ancora memoria di un lontanissimo passato in cui il patriarcato imperversava. Epoche in cui la donna era tenuta ai margini e l’uomo distruggeva il pianeta in tutti i modi possibili. Oggi invece la società ha raggiunti una perfezione che va mantenuta a tutti i costi.

Un affaccio futurista che suona immediatamente interessante, curioso. E la lettura parte immediatamente con il piede giusto. Si fa affascinante e con naturalezza si insinua nel lettore un esercizio irresistibile di immaginazione e di immedesimazione in una società che ha perso qualsiasi connotato romantico ed erotico, in cui prevale l’obbedienza e l’appiattimento di ogni individualismo.

Jessica Schiefauer ha lavorato moltissimi anni alla stesura di questo romanzo e gli ha dato la luce proprio quando un altro morbo prendeva il sopravvento nel mondo intero. Il sopraggiungere del Covid, in realtà, ha reso lo sforzo di immedesimazione molto più facile per il lettore e lo ha avvicinato senza grossi sforzi al mondo descritto nel libro, che sarebbe risultato, altrimenti, piuttosto lontano dalla nostra realtà.

Sarà per questo che tutta la narrazione mantiene una sua plausibilità e ci fa precipitare a corpo morto in un mondo che per quanto spaventoso serba un’immagine di ordine e di giustizia sociale, eccetto,naturalmente, per l’uomo, inteso esclusivamente come genere, che viene demolito e demonizzato con sbalorditiva sistematicità. Una demolizione che ho percepito come una sorta di nemesi storica (i maschietti mi perdoneranno se mi sono lasciata prendere la mano!).

Nel romanzo, la storia di Nikki è una storia di consapevolezze e di scoperta. Una crescita interiore che diventa esponenziale e l’apertura verso ciò che viene giudicato pericoloso. La voglia di capire, la capacità di acquisire un pensiero critico e il necessario ripensamento su verità preconfezionate che ci tengono in scacco. La spinta a pensare con la propria testa anche quando si tratta di demolire dogmi indiscussi sui quali abbiamo la nostra intera esistenza. La naturale, doverosa, catartica apertura verso il diverso, che non può che costituire, per chi legge, un monito e una esortazione. Una visione della maternità vissuta come una missione, completamente soggiogata alla necessità di mandare avanti la specie e svuotata da qualsiasi sentimento ed istinto. E, infine, la consapevolezza che qualcuno sopra di noi manipola le nostre percezioni e la nostra coscienza ad uso e consumo del potere. E ci tiene in scacco, lavorando sulle nostre paure e sui nostri preconcetti.

C’è poco da aggiungere, direi. Le Portatrici è un romanzo che tutti dovrebbero leggere, perché gli spunti di riflessione che propone sono importanti e irrinunciabili. Un romanzo godibile, con una costruzione narrativa e una prosa impeccabile, fatta per catturare l’attenzione e per provocare il lettore, costretto a riflettere su temi spinosi e di non facile lettura.  Una storia di crescita. Un vaso che si scoperchia su una realtà che, in fondo, non è poi così lontana da quella in cui viviamo, in cui permangono  mille altri modi di segregazione, non solo quella di genere.


L’autrice

Jessica Schiefauer è nata e cresciuta in un paese fuori Göteborg. Dopo il conferimento dell’August Prize per Girls (Feltrinelli, 2016), si è confermata come una delle più interessanti voci della letteratura young adult in Svezia. I suoi romanzi si concentrano su temi quali l’autostima, la crescita, la sessualità e l’identità di genere. Con il romanzo Quando arrivano i cani (Camelozampa, 2022) ha vinto nuovamente l’August Prize nel 2015.


  • Casa Editrice: Fandango Libri
  • Traduzione: Samanta K. Milton Knoles
  • Genere: distopico
  • Pagine: 346

PANDORA di Susan Stokes-Chapman

<<Agali agali ginatai i agourida méli>>
“Piani piano, l’uva aspra si fa miele”, mormora.
Non c’era giorno che i suoi genitori non le insegnassero qualcosa della terra antica dov’era nata sua madre.
Abbi pazienza, questo vuol dire in sostanza il proverbio. Ma forse che Dora non ne ha già avuta fin troppa?

Trama

Londra,1799. Un tempo rinomato, l’Emporio di Antichità Esotiche dei Blake, racchiuso fra un caffè e la bottega di un merciaio, ha da offrire soltanto opere contraffatte, armature scalcagnate e ninnoli privi di valore da quando è finito nelle mani di Hezekiah Blake dopo la tragica morte di suo fratello Elijah. Stimati archeologi e collezionisti, Elijah Blake e sua moglie Helen sono rimasti uccisi dal crollo di uno scavo in Grecia. L’incidente ha lasciato illesa Pandora, la figlia della illustre coppia, ma ha determinato la sciatta decadenza dell’Emporio, rapidamente divenuto una bottega di polverose cianfrusaglie nelle mani sbagliate di Hezekiah. Gli anni sono passati e Pandora, detta Dora, è ora una giovane donna che sogna di diventare un’artista orafa. Un sogno che lei coltiva con caparbietà mentre trascorre le sue ore nell’Emporio in cui l’inettitudine e l’oscura attività dello zio trascinano sempre più il nome dei Blake nell’infamia e nell’oblio. Un giorno, di ritorno al negozio, una scena spaventosa si schiude davanti agli occhi della ragazza: di fronte all’Emporio giace, ribaltato, un carro. Il cavallo, sdraiato sul fianco, sembra illeso, Hezekiah, invece, è intrappolato sotto l’animale. Attorno a lui tre uomini malvestiti, con il terrore negli occhi e l’odore salmastro dei marinai addosso, armeggiano e imprecano alla scalogna mentre fissano una cassa incrostata di molluschi rimbalzata sul selciato. Nei giorni successivi Hezekiah, malconcio e sospettoso, chiude la cassa a chiave nello scantinato e vieta alla nipote di accedervi. Che cosa c’è in quella cassa? Perché Hezekiah è impallidito quando la nipote glielo ha domandato? E per quale motivo ordina a chiunque di non mettere piede nello scantinato? Incapace di tenere a freno la curiosità, Dora si avventura nello stanzino buio e umido per imbattersi in qualcosa che cambierà per sempre la sua vita.


Recensione

Nella Londra di fine 1700 o si è nobili e ricchi o si appartiene alla colorata e nutrita compagine dei derelitti. O si abita nei quartieri eleganti al di là del Tamigi, dove maestose ville si ergono al centro di verdeggianti giardini, o si proviene dai maleodoranti quartieri dei bassifondi, dove il fango e il cattivo odore si contendono il primato di quello che salta subito agli occhi ai malcapitati che si trovano ad attraversarli.

Londra è già un grande centro e viverci è una scommessa per tutti coloro che non sono nati sotto una buona stella. Così è per Hezekiah, che vive vendendo paccottiglia nel suo emporio, un tempo rinomato negozio di antichità e che sopravvive di misteriosi espedienti. E così è anche per sua nipote Pandora, che tutti chiamano Dora, che è orfana e ha per amico Hermes, una gazza che è un concentrato di istinto e incanto. Dora sogna di diventare una disegnatrice di gioielli e di potersi mantenere, un giorno, grazie alla sua arte. Un sogno piuttosto ardito, per i tempi. Tempi in cui una donna difficilmente trova la sua strada fuori dal matrimonio, a meno che non sia un viatico che la conduca direttamente dentro ad un bordello.

Dora ha talento, è caparbia e soprattutto detesta suo zio, che con i suoi oscuri traffici e cedendo alle lusinghe della contraffazione, sta trascinando l’emporio Blake nell’oblio.

Le giornate di Dora si susseguono tutte uguali, tra una miseria latente ma sempre più invasiva, il disegno e il lavoro all’emporio. Finché una misteriosa cassa viene portata in gran segreto nello scantinato.

E’ così che entra in scena Edward Lawrence, aspirante antiquario e il misterioso vaso contenuto nella cassa. Un vaso antico, che riserverà non poche sorpresa a Dora e al suo nuovo amico. Edward e Dora stringeranno una sorta di sodalizio: dovranno scoprire la provenienza del grande vaso. Lei per prendervi ispirazione per i suoi gioelli. Lui per scrivere un saggio stupefacente, mediante il quale  poter essere finalmente ammesso presso la Società degli Antiquari.

Da qui il mistero si fa fitto e coinvolgerà il passato di Dora, la passione per l’antica Grecia dei suoi genitori, il mistero della loro morte e il Vaso, che sembra contenere una sorta di maleficio, un alone di morte che ammorba tutto e tutti.

In una Londra georgiana che impazzisce per le antichità e l’esotismo, rincorre i miti greci e le credenze di un tempo lontanissimo, pronta a tutto per possedere un manufatto dal quale riecheggino i fasti di lontanissima memoria, tutti i nodi verranno a galla a causa o per merito di un enorme vaso di terracotta, che sembra contenere l’innominabile e che porta l’immaginazione verso l’inizio del mondo e la creazione della prima donna mortale, Pandora, colei che contiene in sé tutti i doni, creata da Zeus per incarnare tutte le virtù femminili. Il suo vaso racchiude tutti i mali che potrebbero abbattersi sui mortali e Pandora deve tenerlo ben chiuso. Ma Pandora sarà vinta dalla curiosità e aprirà il vaso….

In questa città che odora di verdure marce e che contiene un variegato popolo di malcapitati, una cenerentola sui generis con la passione per l’arte orafa cercherà la sua scarpetta di cristallo, per poter fuggire da un destino che le va stretto. Non si lascerà scoraggiare dai rintocchi della mezzanotte e scoprirà le sue origini, affrontando a viso aperto la verità sulla sua famiglia. E troverà il suo principe, dal quale non si lascerà salvare. Perché le principesse dei bassifondi si salvano da sole, con la grinta, la rabbia e la determinazione. Salverà se stessa, la sua memoria e anche il vaso che sembra portare il suo nome, affrancandolo dall’aura cattiva che lo circonda.

Pandora è un romanzo affascinante, pieno di suggestioni, ricolmo del fascino di un’epoca che fa della contraddizione la sua forza. Scritto con una prosa evocativa e coinvolgente, trascina il lettore in un vortice di avventurosa follia e lo porta con sé nei vicoli malsani e nei sobborghi malfamati, dove sopravvivere è già una vittoria e dove la vita è un terno al lotto. In una continua altalena tra il passato e il presente, tra la ricchezza e i disagi della povertà, Pandora ci ipnotizzerà fino alla fine delle sue pagine, che si lasciano bere a perdifiato come a calmare un’arsura che ci secca la gola. Pandora intesa come l’opera stessa e Pandora, la protagonista, una vera eroina della sua epoca, trascinata verso il basso da una sorte avversa e che osa risalire la china con le unghie e con i denti, certa di meritare una sorte diversa da quella che sembra scritta per lei. Pandora, che vuole inseguire i suoi sogni senza cercare l’appoggio di un uomo e che crede nella volontà, quella forza dirompente che può condurla lontana dalla miseria e dall’onta.

Susan Stokes-Chapman, al suo esordio, ci consegna un romanzo sensazionale,  che contiene uno specchio meravigliosamente disegnato della società georgiana, in cui personaggi ridondanti e magnificamente descritti raccontano ognuno il suo pezzo di storia. Un’avventura unica, che prende le mosse dai grandi miti del passato e che li utilizza per creare una trama articolata, avvincente e misteriosa. Un romanzo che incoraggia il desiderio di riscatto e di giustizia. Un’opera che si farà amare con facilità e che difficilmente si farà dimenticare.

Insomma, un romanzo di cui c’era bisogno. Perché il lettore si merita di immaginare, di costruire, di pensare e di credere. Credere che la giustizia vinca, che l’amore trionfi e che da una apparente sconfitta si possa risorgere, più forti. Credere di poter realizzare i propri sogni, senza abbassarsi a compromessi, con l’impegno costante e la volontà di emergere.  Allora, come adesso.


L’autrice

Susan Stokes-Chapman è nata nel 1985 ed è cresciuta a Lichfield, Staffordshire. Ha studiato per quattro anni alla Aberystwyth University, laureandosi con un BA in Educazione e Letteratura Inglese e un MA in Scrittura Creativa. Lavora nell’istruzione superiore e attualmente vive nelle West Midlands.


  • Casa Editrice: Neri Pozza
  • Traduzione: Massimo Ortelio
  • Genere: narrativa
  • Pagine: 364

SONATA D’INVERNO di Dorothy Edwards

Era stata colta da un’improvvisa sensazione di solitudine, così intensa, che il luogo e le persone intorno a lei, il giardino duro, pietroso, e gli alberi, spiccavano vuoti come se non avessero ulteriori implicazioni, come se lei avesse rinchiuso dentro di sé tutta l’immaginazione e l’affetto che avrebbero potuto dar loro vita. In quel momento provava un disgusto quasi insopportabile per la vita, una sorta di nausea.

Trama

In un piccolo villaggio della campagna inglese che sa di Jane Austen quanto di Čechov, mentre l’inverno imbianca il paesaggio si dipanano le vicende sentimentali e sociali di una piccola comunità: due sorelle corteggiate a intermittenza, un cugino che non sa cosa fare di sé, una ragazzina ribelle che cerca di evadere da un contesto familiare soffocante, e il forestiero Arnold Nettle, giovane e cagionevole musicista trasferitosi in campagna per fuggire l’inverno cittadino. Le lunghe serate trascorrono tra goffe conversazioni ed esibizioni musicali che sono le sole ad animare la calma che avvolge il paese. Tutti, in cuor loro, aspirano a qualche indefinito mutamento, sperano in un attimo epifanico che possa imprimere alla vita un corso più deciso, ma la voce dei protagonisti rimane in gola, così come il rumore dei passi si perde nel silenzio ovattato dell’inverno.

La solitudine della condizione umana è la grande protagonista di questa storia, tratteggiata con pochi tocchi delicati, simili a quelli che animano le corde del violoncello suonato nelle buie sere invernali. Dorothy Edwards firma un romanzo quieto, intimo, nel quale lo stato d’animo dei personaggi prende corpo accordandosi con la musica e con il paesaggio, mentre si comincia a intravedere, in fondo alle strade innevate, l’inevitabile arrivo della primavera.


Recensione

Un velo di introversa malinconia ammanta le pagine di questo romanzo,  uno spiraglio attraverso il quale spiare il quieto incedere della vita in un piccolo centro in mezzo alla campagna inglese.

Tutto sa di lentezza, di ottuso desiderio, anelito ad una felicità che sembra spaventare, più che infondere una qualsiasi aspettativa. L’ambiente, chiuso, claustrofobico, dove non accade mai niente. La solitudine, che isola gli abitanti, spingendoli a chiudersi in se stessi. E l’inverno, umido, inquieto, spietato, che scaccia la luce e prende in scacco la natura, ibernandola sotto la neve e il ghiaccio.

Olivia e Eleonor, giovani orfane, dal carattere mite che lascia intravedere, tuttavia, la brace che arde sotto la cenere. Giorge, goffo giovanotto di campagna, annoiato e senza una occupazione. Paoline, inquieta e ribelle, che insegue un ideale d’amore distorto e cerca disperatamente l’attenzione che le viene negata in famiglia. Mr. Nettle, giunto in campagna a svernare, prigioniero di una timidezza che sembra paralizzare ogni suo intento. Ed infine Mr Premiss, che arriva a turbare gli animi già vulnerabili della piccola compagnia, instillando sogni di evasione e di idilli mai realizzati.

Tutti loro inseguono un ideale di vita e vanno in cerca di un brivido che scuota la loro grigia esistenza. I loro sono desideri semplici ma inconfessabili, che si consumano di una combustione lenta e inesorabile. Desideri che riversano sugli altri ma che ritornato indietro inappagati e ancora più urgenti.

L’insoddisfazione e l’immutabilità ricadono su di loro con gravità e si risolvono in una rassegnazione pesante da sopportare ma che l’abitudine rende quasi naturale ed endemica.

Questo senso di sconfitta si alza lieve dal terreno indurito dal ghiaccio e si legge nelle nuvole grigie che si addensano all’orizzonte. L’ambiente invernale è forse il vero protagonista di questo romanzo, capace di deliziare l’occhio come di offuscarlo. L’autrice, la cui penna è deliziosamente malinconica ma anche prodiga di ricercate descrizioni sulla natura e sugli animi dei personaggi, riesce ad elevare alla quadrato la crudele bellezza dell’inverno inglese, che diventa anche la condizione dell’animo dei personaggi, presi in ostaggio dalla solitudine e da un freddo che paralizza e sopisce vivacità e speranza.

Sonata d’inverno è un romanzo delicato e poetico. Uno spaccato di vita semplice, che non pretende niente dalla destino se non un braccio a cui potersi appoggiare e una spalla da cingere. Un racconto senza un inizio e una fine, in cui tutto può accadere ma dove non accade niente e che sembra indicare l’inconcludente sforzo di vivere e l’infrangersi di ogni desiderio contro l’ineffabile e irremovibile realtà.


L’autrice

Dorothy Edwards è stata una figura eccentrica rispetto all’establishment letterario dell’Inghilterra di inizio secolo: gallese, socialista e vegetariana, dopo la laurea in greco girò l’Europa impartendo lezioni di inglese. La sua raccolta di racconti Rhapsody (1927) la fece conoscere e apprezzare dalla critica e le aprì le porte del Bloomsbury Group, ma Londra non era il Galles e Dorothy tornò ben presto nella casa natia, dove si dedicò a tempo pieno alla scrittura. Morì suicida nel 1934. Sonata d’inverno è il suo unico romanzo.


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Traduzione: Francesca Frigerio
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 176

IL CIELO SBAGLIATO di Silvia Truzzi

Il vento che soffia dal lago è gelido. Regina tiene stretto il fagotto dentro il cappotto liso mentre copre la poca distanza che separa vicolo Barche da piazza Ferrante Apporti. Sale al secondo piano di una casetta che le pare una reggia: ha perfino le tende alle finestre. “Regina, come posso aiutarti?”, dice la padrona di casa mentre la fa accomodare. C’è molta luce nell’appartamento e un fuoco scoppiettante riscalda il soggiorno che odora di pane, ma alla  vecchia quell’improvviso calore fa male alle ossa, tanto è abituata all’umido del suo tugurio a piano terra.

Trama

Mantova, 1918. Nel giorno dell’armistizio della Grande Guerra due bambine vengono al mondo a poche ore di distanza. Dora in una poverissima casa vicino al lungolago, già orfana perché sua madre muore di parto e suo padre è un soldato disperso. Qualche ora dopo nasce Irene, l’ultimogenita dei marchesi Cavriani, famiglia dell’antica nobiltà cittadina. Le due bambine crescono – una tra la fame e la miseria dei vicoli, l’altra negli agi del palazzo che porta il nome della sua famiglia – e si incontrano ogni domenica sul sagrato di Sant’Andrea. Dora chiede l’elemosina e nella sua mano la piccola Irene deposita un soldo e un sorriso di solidarietà e compassione. Gli anni passano e mentre il Fascismo si fa regime, e insanguina le strade della città, due vite destinate a rimanere separate da un’insormontabile differenza di classe si incrociano di nuovo. La sorte che ha portato Dora nella casa borghese della famiglia Benedini, dove è stata accolta e ha ricevuto un’istruzione, le ha fatto dono di una bellezza fuori del comune che fa girare la testa agli uomini. Tra loro c’è anche il timido Eugenio, figlio dei ricchissimi Arrivabene e cognato di Irene. Sfidando l’ostilità delle famiglie, Dora si fidanza in segreto con Eugenio ma il bel mondo che comincia a spalancarsi davanti ai suoi occhi ha in serbo per lei molte sorprese: in una girandola di splendidi vestiti, ricevimenti e intrighi, Dora dovrà difendere tutto ciò che ha conquistato con tanta fatica.


Recensione

Gli anni sono quelli  cruciali, tra le due guerre e lo scenario è la provincia italiana, chiusa a doppia mandata dal pregiudizio e  dalla diseguaglianza sociale. A Mantova, ma anche in ogni altra piccola città italiana, si può nascere sotto una buona stella oppure dentro alla miseria più abbietta, quella che ti fa battere i denti dal freddo e dalla fame. Due scenari così lontani tra loro che non vi è la minima idea di cosa voglia dire nascere sotto il cielo sbagliato. Ed infatti, in quel lontano novembre del 1918, mentre si chiude il sipario sulla Grande Guerra, due bimbe vengono al mondo. Una è Irene, marchesina di nascita che nasce tra gli agi e i privilegi. L’altra è Dora, la cui mamma muore di parto  e che crescerà tra gli stenti e la mancanza di amore.

Niente, in apparenza, potrà accomunare le due bambine. Eppure il destino deciderà diversamente e la piccola Dora, salvata dalla strada da una famiglia di ricchi commercianti, potrà iniziare la sua scalata verso una vita dignitosa. Una strada in salita, complicata dai ricordi amari che la piccola porta chiusi in sé e dalla diffidenza,sempre più pressante, che la sua bellezza suscita negli altri.

Dora stenta a trovare il suo posto nel mondo, schiacciata tra il desiderio di vivere una vita ricca e piena e il timore di essere riconosciuta come la piccola stracciona che chiedeva l’elemosina sul sagrato della Chiesa.

La sua è una rinascita che esplode e non può essere sopita. Ma è anche uno sbocciare di petali che acceca e confonde, tant’è lo splendore e il colore di quel fiore acerbo. Dora è pur sempre una donna e la sua bellezza è pericolosa, poiché attira troppo l’attenzione. E non è facile, quando si è giovani e si anela una carezza o uno sguardo di approvazione più dell’ossigeno, discernere il giusto da ciò che non lo è. Del resto quello è il destino di tutte le donne del tempo, indipendentemente dalla loro condizione sociale. Si è donne, e ci si aspetta da loro solo un bel viso e un carattere docile. E naturalmente, l’attitudine a stare un passo  dietro all’uomo. Un uomo da compiacere e al quale obbedire.

“Il cielo sbagliato” è un romanzo fatto da donne. Donne di ogni estrazione sociale, che condividono l’amarezza di non contare niente e si compiacciono con un gingillo. Donne per le quale la reputazione e il buon nome  conta più di ogni altra cosa.

Il retroscena storico fa il resto. In una Mantova stretta nella morsa del fascismo e annichilita dalla violenza dello squadrismo, si compie il destino dell’Italia, che si avvia a grandi passi verso il secondo conflitto mondiale. Silvia Truzzi cura molto l’aspetto storico del romanzo, con una fedele ricostruzione degli eventi tra la prima e la seconda guerra mondiale.  La storia di Dora e di Irene non può fare a meno di questo palcoscenico storico, dove si intrecciano gli eventi più significativi del tempo e che consentono ai personaggi di dire la loro e di rappresentare gli umori e le istanze del popolo in quegli anni cruciali che ci hanno reso quello che siamo adesso.

In bilico tra il romanzo di formazione e il romanzo storico, Il cielo sbagliato è un’opera di grande respiro scritta con passione e rigore storico. Un romanzo sull’emancipazione e il desiderio di affermazione e sulla fatica di essere se stessi in un  mondo che ci attacca addosso tante etichette diverse, così pesanti e difficili da cancellare. Un libro che si legge senza sforzo,  che cattura con la forza di una narrazione che si avviluppa al lettore e lo trascina con sé.  Un libro sul coraggio di essere donne in un’epoca avversa e sul valore della solidarietà, unico sostegno per mantenersi in piedi tra le trappole e le insidie di un mondo che perde la sua dimensione umana nelle avversità della nostra storia recente.


L’autrice

Silvia Truzzi, giornalista, è nata a Mantova e vive a Milano. Laureata in Giurisprudenza, lavora al Fatto Quotidiano dalla sua fondazione nel 2009. Ha vinto il Premio giornalistico internazionale Santa Margherita Ligure per la cultura nel 2011 e il Premio satira politica Forte dei Marmi, sezione giornalismo, nel 2013. È autrice del programma di Massimo Gramellini, Le parole. Nel 2016 ha pubblicato Perché No (con Marco Travaglio) e nel 2019 C’era una volta la sinistra (con Antonio Padellaro). Con Longanesi ha pubblicato Un Paese ci vuole. Sedici grandi italiani si raccontano (2015) e il romanzo Fai piano quando torni (2018).


  • Casa Editrice: Longanesi
  • Genere: narrativa/storico
  • Pagine: 381

I GREENWOOD di Michael Christie

Si ergono. Si allungano. Si arrampicano. Hanno sete. Lasciano cadere le foglie. Cadono. Vedi, Jake? Noi con i nostri verbi li rendiamo umani. Ma in realtà non dovremmo. Perchè loro sono migliori di noi. Sono i nostri re e le nostre regine. (D’altra parte li abbiamo cinti di corone, giusto?) E sono la cosa che più assomiglia agli dei che abbiamo. A ogni modo, Jacinda, tu sei uguale a loro.

Trama

Jacinda “Jake” Greenwood lavora come guida naturalistica e accompagna ricchi turisti appassionati di ecologia a visitare le rigogliose foreste di un’isola della British Columbia, che curiosamente – una coincidenza? – porta il suo nome. Senza radici e senza una famiglia alle spalle, un giorno Jake entra in possesso del diario della nonna, un aiuto inatteso che le permette di ricostruire il suo passato. Come se percorresse la circonferenza di un albero secolare, un cerchio dopo l’altro, è finalmente in grado di attraversare il tempo che è stato, gli anni che si sono accumulati come fa il legno: strato su strato. Leggendo quelle pagine, Jake si rende conto che anche la sua esistenza poggia su strati invisibili, racchiusi nelle vite di quelli che l’hanno preceduta, nella serie di crimini e miracoli, casualità e scelte che ha portato a lei: ogni strato è la conseguenza di un altro, così come ogni successo e ogni disastro vengono conservati per sempre. Ripercorrendo a ritroso il Novecento, scoprirà che quello che unisce tutti i membri della dinastia dei Greenwood sin dal lontano 1908 – quando la stirpe mise radici in seguito allo scontro frontale tra due treni – è proprio il bosco. Con il loro pulsare silenzioso, gli alberi offrono rifugio, ma custodiscono anche delitti, decisioni estreme, rinunce ed errori. Imponente, trascinante e brillantemente strutturato come gli anelli concentrici di un tronco, I Greenwood mette in scena l’intreccio di menzogne, omissioni e mezze verità che segna le origini di ogni famiglia, un groviglio di segreti e tradimenti che ricade su quattro generazioni unite nel destino delle foreste del Canada.


Recensione

Gli alberi accompagnano questa storia come enormi guardie, armate di fronde odorose e forti di un passato che portano inciso nel tronco, anello dopo anello. Creature semplici eppure complesse, che nascono aggrappandosi al terreno con tutta la tenacia di cui sono capaci e da lì crescono, centimetro dopo centimetro, corrono verso il cielo, fanno ombra al sole, fruscianti di foglie che dal verde virano al marrone, e suonano melodie nel vento.

Gli alberi sono senza tempo e senza memoria. Si innalzano nel silenzio assoluto, senza proferire suono che non sia la soave voce di madre natura, che non si stanca mai di elargire bellezza e perfezione intorno a sé.

Esistono e le loro cortecce travalicano il tempo. E la loro memoria non ha falle, perché un albero ha visto un passato lontanissimo e al tempo stesso sa tendere i suoi rami verso il futuro, forte della sua longevità e della sua natura inoffensiva.

Un albero si può ammirare. Rispettare, amare. E in cambio della bellezza che profonde nella nostra vita, ci ossigena, ci dona refrigerio, assolve le nostre colpe, mitiga il cuore e ristora l’anima con la vista di un verde così puro da far male agli occhi. L’albero è vita e il suo legno odoroso continua a vivere in eterno, anche dopo che l’albero è stato abbattuto e con lui una fetta di storia e la memoria potente di ciò che è stato. Guai a chi non rispetta questi giganti di corteccia e clorofilla. Onori a chi si piega davanti al loro fusto, a rendere omaggio ad un dispensatore di vita e di bellezza.

I Greenwood sono una stirpe che è legata agli alberi a doppia mandata. Harris e Everett sono cresciuti da soli in una foresta e dagli alberi hanno tratto prima conforto, compagnia e dopo sostentamento e ricchezza. Per Harris, che ha ottenuto denaro e potere dagli alberi, nonostante li abbia abbattuti in enormi quantità. Per Everett, al quale gli alberi hanno donato un virgulto speciale, da proteggere e farne una ragione di vita. Gli alberi li hanno uniti e poi li hanno divisi per sempre, ma la piccola Pod, che sembra nata dal ramo dell’acero che l’ha nascosta e sorretta, avrà il compito di riunirli, in qualche modo. Pod, che rifiuta l’atteggiamento di Harris nei confronti degli alberi, diventa un’attiva ecologista, pronta a tutto pur di fermare lo sfruttamento scriteriato delle foreste vergini. E suo figlio, Liam, che per una strana sorte, torna agli alberi come appassionato falegname, e ridà vita al legname di recupero trasformandolo in oggetti meravigliosi. E in fondo alla catena dei Greenwood c’è Jake, proiettata in un futuristico 2038, quando ormai gli alberi sono scomparsi dalla faccia della Terra e sopravvivono solo in un isola di pace e di verde, Grennwood Island, ridotta a d essere una sorta di oasi naturalistica ad uso e consumo di turisti miopi e insulsi, del tutto inconsapevoli di camminare sull’orlo di un baratro senza futuro.

La storia dei Grenwood si snoda per oltre un secolo e gli alberi sono il filo conduttore della loro esistenza. Una storia meravigliosa da leggere e incredibilmente appassionata. Intrisa di una poetica profonda e crudele, figlia dello sforzo di sopravvivere in un mondo che non è capace di accogliere e di comprendere lo stato d’animo di chi è emarginato e solo. Una storia che trasuda sacrificio e passione, voglia di sopravvivere e desiderio di morire, in cui il valore di una vita è niente oppure tutto.  Una storia che è la somma di troppe solitudini e che trova comunque la sua ragione di vita nella sorprendente forza della natura, che tutto può e e tutto cura. E guarisce chi vi si accosta con timore e devozione, come anche chi la maltratta e la sfida. Perché la Natura, in fondo, non muore mai e porta il suo vivido sentore attraverso gli anni e i secoli. E il suo baluardo ha una chioma che danza sotto i colpi del vento e che freme e suona musiche capaci di dare l’estasi ed il tormento agli uomini.

Michael Christie ci regala un viaggio nel tempo, costruito con una scrittura che è un soffio di vita, leggera, semplice e deliziosamente evocativa. Christie riesce senza alcuno sforzo a penetrare l’intimità dei suoi personaggi, messi a nudo con grande delicatezza ed enorme rispetto, a sondare le loro profondità più nascoste e a sottintendere che ogni asperità, ogni errore, ogni passo falso è frutto della smania di vivere e di essere accettati da chi amiamo. Un viaggio che l’uomo intraprende insieme agli alberi, muti testimoni della storia passata, presente e futura.

Un albero non muore mai. Puoi sradicarlo, tagliarne i rami, coglierne i frutti. Abbatterlo o incendiarlo. Lui serba tuttavia la sua memoria e vive negli oggetti costruiti con il suo legname. E di nuovo nasce, cresce, sfida le altezze, i venti e gli eventi, in una parodia della vita stessa.


L’autore

Michael Christie , tra gli scrittori più acclamati del Canada, è stato anche falegname. I Greenwood, un successo internazionale, è stato selezionato per i più prestigiosi premi letterari canadesi, tra cui lo Scotiabank Giller Prize, e diventerà presto una serie tv. Nato nell’Ontario, Christie vive insieme alla sua famiglia sull’isola di Galiano, nella British Columbia, in una casa di legno da lui stesso costruita.


  • Casa Editrice: Marsilio Editori
  • Traduzione: Fabio Zucchella
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 596