LE LETTERE DI ESTHER di Cécile Pivot

 
Prima dell’incontro mandai una mail ai sei partecipanti, chiedendo di riflettere su una domanda: “da che cosa ti difendi?”. Se ne avessero avuto voglia, avrebbero risposto brevemente di fronte agli altri. Mi piace questa domanda, perché sono convinta che tutti noi ci difendiamo da qualcosa. E perché lascia grande libertà a chi risponde. Si può essere evasivi, ricorrere a luoghi comuni oppure, al contrario, rivelare una parte di sé.

Trama

“Le lettere mi mancavano. Ormai non ne scriviamo più, le consideriamo una perdita di tempo che ci priva di immagini e suoni.” È per colmare la nostalgia che Esther, libraia di Lille, decide di organizzare un laboratorio di scrittura epistolare. Per lei, che con il padre ha intrattenuto una corrispondenza durata vent’anni, è come riportare in vita un rituale antico: accantonare per un po’ l’immediatezza delle mail e l’infinita catena di messaggi WhatsApp che ogni giorno ci scambiamo, per sedersi a un tavolo, prendere carta e penna, darsi tempo, nel silenzio di una stanza tutta per noi, e raccontarsi. Trovare le parole giuste per qualcuno che ci leggerà, non ora e nemmeno domani. E riassaporare il gusto perduto di una comunicazione più ricca, più sensata. “Da che cosa ti difendi?” è la prima, spiazzante domanda di Esther per i cinque sconosciuti che, rispondendo al suo annuncio, hanno scelto di mettersi in gioco. Attraverso piccoli quadri della loro vita quotidiana e l’intenso scambio epistolare si delineerà poco per volta il ritratto di una classe eterogenea e sorprendente: Samuel, il più giovane, che non riesce a piangere per la morte del fratello; Jeanne, ex insegnante di pianoforte, vedova, che si difende dalla solitudine accudendo animali maltrattati; Jean, un uomo d’affari disilluso che vive per il lavoro e ha perso contatto con le gioie più autentiche; Nicolas e Juliette, una coppia in crisi sulla quale il passato getta ombre soffocanti. Esponendo dubbi e debolezze all’ascolto e alle domande, la scrittura sarà, per loro, lo strumento per rivelarsi l’uno all’altro con sincerità, alleggerendo il cuore. Intriso di tenerezza e umanità, Le lettere di Esther è un elogio alla lentezza, una celebrazione della forza delle parole, un resoconto travolgente delle fragilità umane.


Recensione

E’ stata una lettura curiosa, fuori dalle righe. Un’intrusione nelle vite di sei persone che non potrebbero essere più diverse e più distanti. E un elogio alla comunicazione epistolare, della quale si è perso praticamente ogni traccia.

Non si usa più scrivere lettere, è più che evidente. Oggi abbiamo altre forme di comunicazione, più immediate, più veloci, più informali. Meno pregnanti, meno definitive, meno giudicanti.

Utilizziamo un linguaggio informale, distante, assolutamente non ricercato. Perché il messaggio, la mail, nascono per comunicare qualcosa di veloce e di essenziale, che colpisca per la sua immediatezza. Che vada dritto al punto, senza sbavature inutili. I nostri stati d’animo sono affidati a segni e simboli di facile intuizione, che ci aiutano a far capire, in un attimo, il senso di ciò che stiamo scrivendo. Se siamo tristi, se scherziamo, se siamo sarcastici e semplicemente allegri o solidali.

Non occorre essere aulici o utilizzare termini forbiti. Nessuna immaginazione, nessuna esigenza evocativa, né sintattica. Il messaggio, la mail, hanno vita breve. Saranno presto cestinati, dimenticati, archiviati.

Una lettera invece è fatta per rimanere intatta nel tempo, dentro la sua busta, insieme al ricordo che  suscita. Una lettera ingiallisce, custodisce le macchie di lacrime versate, l’impronta di un bacio, un fiore secco, un profumo spruzzato sulla carta. Una lettera parla di chi l’ha scritta e nasce con sforzo e con la volontà di scegliere i vocaboli da usare, le frasi da scrivere. La punteggiatura, il tono, l’accozzare parole a formare un quadro denso di sensazioni.  Si pensa, prima di vergare una frase. All’effetto che quella frase farà all’interlocutore. Allontanando il pericolo di essere fraintesi o non capiti. Una lettera è fatta per essere letta e riletta, spesso imparata a memoria.

Esther pensa al suo laboratorio di scrittura epistolare come un modo per riportare in vita il rituale di scrivere lettere e di intrattenere una corrispondenza con qualcuno. Per tornare a celebrare un’abitudine che è andata perduta. Constaterà, invece, che scrivere lettere ha una suo risvolto terapeutico, perché ci induce e ci obbliga  a pensare. Scrivere di sé, in fondo, è un esercizio per conoscerci nel profondo, per confessare cose inconfessabili, per ripensare alle nostre scelte, per metterci in discussione, perdonare e perdonarci. Conoscerci e farci conoscere dagli altri, senza filtri.

Jean, Samuel, Jeanne, Nicolas e Juliette si spoglieranno a mano a mano dei veli che occultano la loro coscienza e il loro dolore. Scenderanno a patti con il loro passato e potranno aprirsi ad un futuro che appariva opaco e poco attraente. Le lettere si faranno fitte, un botta e risposta che racchiude una intimità che non è mai impudente. Tutti e cinque scopriranno la semplicità che si cela dietro al raccontarsi. Acquisiranno consapevolezza di sé e potranno raddrizzare la propria vita, che in qualche modo va alla deriva.

Il potere della parola scritta è enorme e Cecile Pivot lo sa celebrare alla perfezione in questo suo romanzo, che è anche un premio alla comunicazione lenta, riflessiva, inclusiva e autentica. Un invito a parlare a se stessi e di sé, in uno scambio che è sempre profittevole. Scrivere a se stessi e di noi stessi aiuta a far chiarezza dentro le nostre vite incasinate, prese nella morsa della velocità e del sensazionalismo.

Uno specchio vivace e intimo di vite autentiche, che trovano nella scrittura la chiave di lettura della propria vita e un invito, forse solo sussurrato, a scrivere di noi stessi, sforzandoci di confezionare frasi belle,  musicali e profonde, con le quali decodificare i nostri bisogni e i nostri desideri.


L’autrice

Cécile Pivot ha lavorato per molti anni come giornalista prima di dedicarsi alla scrittura. Le lettere di Esther è il suo primo romanzo pubblicato in Italia.


  • Casa Editrice: Rizzoli
  • Genere: narrativa
  • Pagine: 284

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