LE STANZE BUIE di Francesca Diotallevi

C’era qualcosa, in quel silenzio, che rendeva greve l’aria circostante. Pesante come una fitta nebbia, capace di intorpidire ogni senso, rendendo vano qualunque tentativo di reagire a quell’inerzia. All’improvviso compresi di essere sfinito. Come se quella casa e i suoi abitanti stessero assorbendo ogni mia energia. In quell’atmosfera pastosa, in cui risultava quasi difficile muoversi, la voce della signora Flores ebbe l’effetto di un sasso lanciato in uno stagno: un tonfo sordo e un’eco che andava allargandosi in cerchi sempre più ampi.

Trama

Si possono coltivare le passioni in un tempo ingeneroso?

Qualcosa di torbido e inesprimibile affiora alla superficie di questo romanzo. Ed è indefinito, difficilmente afferrabile eppure persistente, come il profumo che porta addosso Lucilla Flores, protagonista di questa storia fosca e al tempo stesso delicata e malinconica. Francesca Diotallevi, con una capacità di raccontare fuori dal comune, ci porta in una piccola provincia del Piemonte della seconda metà dell’Ottocento, dentro la casa di un aristocratico dedito a vigneti e poco d’altro. Dove la servitù inganna il tempo di un lavoro sempre uguale con qualche ingenuo pettegolezzo, e dove arriva a servizio un maggiordomo che prende il posto del vecchio zio appena scomparso.

Ma nessun dio oscuro e severo sarebbe stato capace di tanto dolore e di tanta ingiustizia: verso una bimba innocente, e verso la moglie del conte, Lucilla, una donna con il volto «velato di oscurità», smarrita dentro un segreto che non le si addice, che non dovrebbe appartenerle, lei, la creatura più lieve, sospesa e innocente che si possa immaginare.

Le stanze buie è una dichiarazione d’amore alle passioni, alla poesia, alla bellezza della natura, a quel femminile che ci meraviglia ogni volta che si rivela a noi. La storia di un amore negato, la prepotenza di un mondo chiuso e meschino, capace soltanto di nascondere, di reprimere, di lasciare che esistenze intere si lascino coprire dalla polvere della storia senza riscatto e senza futuro.

Tra queste stanze ferite dal pregiudizio e dall’indifferenza, Francesca Diotallevi trova, però, una luce e una delicatezza quasi preraffaelita e in questo contrasto affila una lama che taglia sempre perfettamente. E mostra che la felicità non è nelle cose del mondo, se il tempo è ostile.


Recensione

Non è un classico, eppure ne ha la forma, i colori, l’aria, che emana e che abbraccia il lettore dalle sue pagine.  Seppure le brume, i colori stinti, l’umidore che pervade le pagine, le abitudini, i riti e le sembianze incorporee che emana,  evochino le atmosfere vittoriane. E sembra vedere la luce proprio in quell’epoca, quando il gusto per la forma, la lentezza dei gesti, la necessità di un cerimoniale ben preciso pervadono gli scritti di un’epoca chiusa in se stessa.

Le stanze buie sembra provenire da un passato polveroso e sordido. Invece è un romanzo giovane, che vede la luce nel 2013, in un’epoca che è lontanissima dalle atmosfere che rappresenta.

Un romanzo che si trasforma, pagina dopo pagina, in una palude infida, che risucchia il lettore dentro ai labirinti del non detto, del taciuto, delle cose negate, nascoste, segrete. Cose che si celano dentro ad una realtà che appare deviata, a sottintendere che qualcosa di effimero, di trascendente, di spirituale avanza minaccioso. A evocare presenze oscure, ricordi dolorosi. Fugaci espressioni di passioni sopite, sfarfallio di vesti candide portate da un gelido sbuffo di vento, che fa rabbrividire. Che scuote da un torpore innaturale. Che ridesta pensieri che credevamo spenti, lontani.

Una casa isolata, nelle Langhe Piemontesi. Un nobiluomo di campagna, la giovane moglie, la figlioletta, cagionevole di salute, bisognosa di cure costanti. La servitù, gretta e sottomessa. Un maggiordomo che sarà spettatore di eventi al limite del lecito e del possibile. Il bisogno di proteggere, quello di amare. Il bisogno,ancora più forte, di conoscere la verità. Di tenere a bada la suggestione. Il passato, che grida per emergere, per essere conosciuto. Vendetta o perdono, un’eredità scomoda da sopportare.

La storia di un amore malato. Di una casa che custodisce troppi segreti. Di un uomo che deve portare a termine una missione, che deve scoprire la verità sulla sua vita. Tragedia e trasgressione. Delizia e morte. Innocenza e crudeltà. Facce di una stessa medaglia, che una volta lanciata in aria, non si sa quale parte mostrerà al mondo. Ma quale che sia, sarà comunque distruzione. E dopo, sarà desiderio di ricostruire, per proteggere ciò che rimane.

Sentimenti che implodono, che gridano di essere lasciati liberi da qualsiasi costrizione. E la verità che è un ordigno destinato a sconvolgere tutto.

La prosa di Francesca Diotallevi mantiene intatto il gusto per le cose trascorse e sa ricreare un sentimento incerto, che prende le mosse dal passato. Un fraseggio affettato, un registro classico che sembra non appartenere ad un autore contemporaneo. Una scrittura che sa come richiamare alla mente un vissuto chiuso e asfissiante, ma anche il gusto per forme e colori che si esprimono in modi e consuetudini provenienti dal passato.

La lettura sarà un vortice ossessionante, che cattura chi legge e lo trascina nei corridoi bui e nelle stanze polverose, piene delle eco di un passato tragico e misterioso. Vittime e carnefici di ossessionanti visioni. Presenze reali e incorporee a creare un circo di impressioni, di oscurità, di presenze ineffabili.

“Le stanze buie” è un romanzo strepitoso, che si legge in un soffio, che cattura, che incatena, che spacca la mente in due metà, in cui la forza dell’irrazionalità tesse trame assurde e perfide.

Un romanzo in cui la speranza si nasconde, si nega e lascia che l’odio e la follia prendano il sopravvento. Ma che lascia aperto uno spiraglio a beneficio della verità, per quanto assordante e dolorosa possa essere.

Una verità che si farà forza per far irrompere la luce. Nell’epilogo tutto torna, tutto si risolve. Il male si libera e lascia posto alla consapevolezza. La mente respira, il cuore torna a far fluire sangue tiepido e spesso, colmo di vita. La verità è sempre ossigeno, è sempre sollievo e cura. Il passato torna a rintanarsi nel suo pertugio colmo di rimpianto. I volti si distendono, gli occhi cercano la luce. Non si può vivere chiusi in una prigione. E’ ora di aprirsi al sole.


L’autrice

Francesca Diotallevi è nata a Milano nel 1985. È laureata in Scienze dei Beni Culturali. Tra le sue opere Amedeo, je t’aime (Mondadori Electa, 2015), Dentro soffia il vento (Neri Pozza, 2016), vincitore della seconda edizione del Premio Neri Pozza sezione giovani e Dai tuoi occhi solamente (Neri Pozza, 2018), candidato al Premio Strega e vincitore del Premio Comisso sezione giovani, del Premio Manzoni e del Premio Mastronardi. Le stanze buie (Neri Pozza, 2021), oggi ripubblicato in una versione profondamente rivista, apparve, come suo romanzo di esordio, per Mursia nel 2013.


  • Casa Editrice: Neri Pozza
  • Genere: noir
  • Pagine: 283

CASA TRELAWNEY di Hannah Rothschild

“Noi non siamo,  né saremo mai come la gran parte della popolazione britannica”


Trama

Per ottocento anni Trelawney Castle – una stanza per ogni giorno dell’anno, undici scaloni e oltre sei chilometri di corridoi – è stato il più maestoso e il più sontuoso castello della contea di Cornovaglia, rappresentando degnamente la famiglia omonima.

Ma con l’incespicante trascorrere dei secoli, la mollezza delle abitudini ha smorzato l’ambizione dei signori di Trelawney: gli ultimi otto dei ventiquattro conti si sono distinti per dissolutezza e inettitudine finanziaria, mentre due guerre mondiali, il crollo di Wall Street e le tasse ereditarie hanno finito col dissipare il patrimonio della famiglia.

Nel 2008 le finestre sono ormai oscurate dall’avanzata dell’edera e dei rovi, alcuni soffitti parzialmente crollati rivelano gli ambienti soprastanti e gli attuali abitanti del castello tengono a bada il degrado chiudendo le porte a chiave.

Jane Tremayne, nuora del ventiquattresimo conte di Trelawney e moglie dell’erede, Kitto, svolge la maggior parte delle mansioni domestiche e accudisce il giardino, gli anziani suoceri e l’ultimo cavallo rimasto nella stalla. Kitto investe in progetti improbabili, con l’inettitudine di chi è consapevole di essere l’ultimo, biasimato superstite di una nobile dinastia. Dei loro tre figli solo il maggiore, Ambrose, frequenta l’ultimo anno a Harrow, mentre le tasse esorbitanti della scuola privata costringono il secondogenito, Toby, e la sorella, Arabella, a frequentare il liceo pubblico locale.

E poi ci sono Enyon e Clarissa, conte e contessa di Trelawney, intenzionati a fingere che ogni cosa si sia conservata nello splendore di un tempo, mentre l’eccentrica prozia Tuffy si è barricata in un villino fatiscente in fondo al parco, dedicando la sua esistenza allo studio delle pulci.

L’unica che sembra essersi salvata dalla rovina è Blaze, la sorella di Kitto: allontanata da Trelawney Castle per questioni ereditarie, ha rinnegato il passato e fatto fortuna nella finanza a Londra.

Ma quando una vecchia amicizia in comune, Anastasia, chiede ospitalità per la figlia diciannovenne, Ayesha, Blaze e Jane, da tempo estranee, dovranno necessariamente riunirsi per salvare quel che resta di Trelawney Castle dal dissesto finanziario, ora che i mercati e le banche sono sull’orlo del tracollo. Un’occasione, forse, per scoprire anche cosa tiene davvero unita una famiglia.

Con sferzante humour britannico, e grazie a una prosa vivace, Hannah Rothschild dà vita, attraverso le vicende di un’antica casata sull’orlo del lastrico, a una trascinante commedia sociale. Un romanzo irresistibile che racconta le eccentricità dell’aristocrazia britannica con l’arguzia di Jane Austen e la comicità di Evelyn Waugh.


Recensione

Immaginate una coppia di arzilli vecchietti che vive nel ricordo della sua passata ricchezza. Chiusa nell’alterigia della sua nobiltà decaduta, e dimentica di essere ormai finita in disgrazia. Intorno a loro il declino, il disfacimento  sono al parossismo. Tutto cade a pezzi, le abitudini, l’orgoglio, le buone maniere, il prestigio di un nome e di un titolo nobiliare. Come cade a pezzi il simbolo di questo potere ormai malamente sbiadito: il castello dei Trelawney, un gioiello dalle dimensioni mastodontiche, fatto di innumerevoli stanze, scalinate, piani, saloni e ogni altra meraviglia. Imponente maniero quanto improbabile accozzaglia di stili diversi, frutto delle manie di grandezza di diverse generazioni di Conti la cui dissolutezza è aumentata di anno in anno fino a sconfinare con il completo dissesto finanziario.

Nel 2008, in effetti, Trelawney Castle sta in piedi quasi per  miracolo. O forse per inerzia. Le piante hanno invaso i delicati solai, i soffitti rovinano a terra, le finestre sono scardinate, gli affreschi sbiaditi. L e stanze riecheggiano prive del mobilio e il freddo imperversa in ogni ala e  neanche la tiepida estate della Cornavaglia riesce a stemperarlo. Il castello è così enorme che una ristrutturazione costerebbe un occhio della testa e i Conti non  navigano certo nell’oro.  Il cibo è divenuto scadente, l’acqua calda non c’è e il freddo attanaglia tutti gli abitanti. Ma niente sembra intaccare lo smalto dei Tremayne.

Di fronte ad un declino così evidente e rovinoso, è sicuramente meglio fare finta di niente. Le porte si chiudono sugli appartamenti decadenti, sulle stanze invase dell’edera. La servitù non c’è più. Tutto si regge sulle spalle di Jane, moglie di Kitto, l’ultimo signore di Trelawney.

Ma il 2008 è anche l’anno in cui la crisi finanziaria mondiale si palesa. Le borse crollano sotto i colpi inferti ad una finanza senza scrupoli ed è il dissesto ovunque. Nessuno ne sarà esente e anche i Conti di Trelawney subiranno le conseguenze degli investimenti poco accorti di Kitto.

Come sollevare le sorti di una stirpe di nobili decaduti ma anche quella di una intera nazione?

Fra escamotage al limite della follia, colpi di testa, ricongiungimenti familiari e i primi passi di quella tecnologia che di lì a breve giungerà a sconvolgere le vite di tutti, si dipanano le sorti di una famiglia e della sua magione.

Hannan Rothschild si fa interprete arguta, illuminata e meravigliosamente ironica e dissacrante del declino della vecchia aristocrazia inglese, chiusa nelle sue abitudini, testarda nel voler mantenere un’apparente ricchezza  e ravvivata dai colori sgargianti di un’ironia e di una eccentricità che diventano croce e delizia di una generazione costretta a fare i conti con la modernità e con i colpi di coda di un destino beffardo.

La sua prosa è pungente, affabile, generosa e enormemente intrisa di humor inglese. Un vero e proprio manuale di auto affabulazione che elargisce suggerimenti su come si mantengono le apparenze, anche contro ogni evidenza. Un manuale per superare ogni ostacolo con intelligenza, senza lasciarsi sopraffare da un destino avverso. Un libro che urla a gran voce che per ogni problema c’è una soluzione. Bisogna solo non stancarci mai di continuare a cercarla.

Intrighi, ricordi, amori mai dimenticati, calcolo e un pizzico di altezzosità sono gli ingredienti di questo frizzante romanzo che si svolge nel presente ma che sembra uscito dalle brume del secolo scorso. Una lettura piacevole e illuminata, che ricama sopra ad un avvenimento tragico del nostro recentissimo passato per descrivere l’irriverente rifiuto di soccombere di fronte agli sgambetti del destino, con ogni mezzo.


L’autrice

Hannah Rothschild è una scrittrice e regista. Il suo primo romanzo, The Improbability of Love, ha vinto il Bollinger Everyman Wodehouse Prize per il miglior romanzo comico ed è entrato nella graduatoria finale per il Baileys Women’s Prize for Fiction. Scrive per periodici e quotidiani, inclusi The Times, New York Times, Vogue, Bazaar e Vanity Fair. È vicepresidente dell’Hay Literary Festival, fiduciaria della Tate Gallery e prima donna presidente della National Gallery di Londra. Vive a Londra.


  • Casa Editrice: Neri Pozza
  • Traduzione: Alessandro Zabini
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 426

LA FAMIGLIA DEL PIANO DI SOPRA di Lisa Jewell


Fa fatica a individuare la linea di demarcazione, il punto in cui una si trasforma nell’altra. La prima volta che la madre adottiva l’ha presa in braccio, probabilmente. Ma lei non era senziente, non aveva coscienza del passaggio da Serenity a Libby, del silenzioso intrecciarsi dei fili di cui fatta la sua identità.

Trama

Cheyne Walk è una delle strade più eleganti di Chelsea, il quartiere in cui vive la buona società londinese. I suoi appartamenti, tuttavia, non sono soltanto la quinta di una vita ricca e spensierata, ma costituiscono a volte anche il teatro di raccapriccianti ritrovamenti. Come quello che si spalancò davanti agli occhi degli agenti di polizia accorsi al numero 16 di Cheyne Walk, dopo una telefonata anonima che segnalava un possibile triplice suicidio. Sul pavimento della cucina giacevano i corpi dei coniugi Martina e Henry Lamb e di un terzo uomo non identificato. In una camera al primo piano, c’era una bambina di circa dieci mesi in buone condizioni di salute, con una zampa di coniglio sotto la copertina della culla. Stando alle dichiarazioni dei vicini, da alcuni anni in quella casa abitavano molti bambini e diversi adulti, tutti misteriosamente svaniti nel nulla, compresi i due figli maggiori dei Lamb.

Una vicenda di cronaca nera irrimediabilmente consegnata al passato per Scotland Yard, una ferita tragicamente riaperta per Libby, ovvero Serenity Lamb, la bambina che venticinque anni prima era stata adottata dai signori Jones, diventando Libby Jones.

La giovane donna ha ereditato la casa di Cheyne Walk e, con lei, il suo spaventoso passato, un passato fatto di indagini senza sbocco, tracce di sangue e DNA sconosciuti, messaggi e strane scritte sui muri, pannelli segreti e un orto di piante officinali, alcune delle quali erano state usate per il palese suicidio collettivo dei suoi genitori.

Cos’è accaduto davvero tra quelle mura? Che fine hanno fatto gli altri abitanti della casa di Chelsea? E, soprattutto, in che modo quei drammatici eventi hanno a che fare con gli strani rumori che Libby sente provenire dal piano di sopra, benché sia certa di essere sola in quella strana e tetra dimora? Avvincente, claustrofobico thriller psicologico, che, tra suspense e colpi di scena, riesce a tenere il lettore inchiodato alla pagina, La famiglia del piano di sopra costituisce una splendida conferma del talento dell’autrice di Ellie all’improvviso.


Recensione

Ci sono libri che infondono in chi li legge umori, odori, sensazioni. Che creano delle atmosfere che sembrano vivere di vita propria, che sentiamo sulla pelle come vividi sudari. Come se aprendo le pagine venissimo risucchiati nell’universo parallelo contenuto in esse.

“La famiglia del piano di sopra” è uno di questi libri. Immediatamente ti rapisce, quasi con violenza. E sei costretto ad entrare in un imbuto, denso di sensazioni che si incollano sulla pelle. Sei costretto ad addentrarti in un tunnel sempre più stretto e claustrofobico finché non desideri più uscirne. Indugi in una palude che ti spinge verso il basso ma sei troppo curioso per metterti in salvo, per tentare di fuggire.

Una lettura nera come l’inferno che tratta il tema della manipolazione psicologica con enorme maestria. Una condizione che diventa l’anticamera dell’inferno per 4 ragazzini, che si trovano a convivere con il folle disegno di un uomo visionario.

La trama è condotta su due piani temporali; i capitoli si alternano tra presente e passato. Il presente è quello di Libby e di Lucy, coinvolte entrambe dagli eventi che si svolsero nella casa di Cheyne Walk; il passato è il racconto in prima persona di Harry Lamb, anch’esso poco più che un bambino all’epoca dei fatti. Passato e presente si incastrano perfettamente per ricostruire anni di prostrazione e di dolore e per scoprire la verità.

Tutto il romanzo gira intorno alla morte misteriosa dei coniugi Lamb e di un terzo sconosciuto e alla scomparsa dei 4 ragazzini. Quando la polizia varcherà la soglia della bellissima villa sul Tamigi troverà i tre cadaveri e una bimba di 10 mesi in ottima salute, Serenity. Omicidio, suicidio, follia collettiva sfociata nel più aberrante dei gesti? Che fine ha fatto la famiglia Lamb, un tempo ricca e ben in vista nella società londinese? E chi sono le misteriose figure che negli ultimi anni occupavano la casa, un tempo magnifica magione e oggi ridotta a scheletro buio e spoglio? Quali veleni hanno impregnato le pareti di Cheyne Walk? Pareti come prigioni, che hanno sottratto ai suoi abitanti la luce e il calore del sole.

Si brancolerà nel buio per decenni e il mistero della villa spoglia e dei suoi abitanti scalzi e vestiti di semplici sai neri rimarrà tale per molto tempo. Il come e il perché di quelle morti e di quelle sparizioni sarà un vero rompicapo, dove mistero, superstizione, magia, alchimia, manipolazione e suggestione giocheranno il ruolo principale.

I temi trattati sono calamite per chi legge e la trama è una tela inespugnabile in cui cadere inermi ad attendere la dolce morte che porrà fine al peggiore degli incubi. Una lettura magnificamente costruita per irretire il lettore e una prosa che è un martello pneumatico, incessante e cadenzato, che batte inesorabile dove fa più male.

L’unica sbavatura, a mio avviso, si riscontra nel finale, che per stessa ammissione dell’autrice, stentava ad uscire fuori dalla sua penna. Vi ho letto come un repentino cambiamento di registro, che ha finito per confondermi. Inutile e pernicioso tocco di luce dentro ad un cielo fitto di nuvole burrascose. A volte è preferibile rimanere tra i flutti e i gorghi, invece di godere di un’improvvisa schiarita che ci coglie impreparati. Ma questo è un mio pensiero ed è senz’altro un peccatuccio veniale. Il romanzo è e rimane una chicca. Un vero e proprio gioiello noir in cui perdersi. Segno che è davvero impossibile inseguire la perfezione, ammesso che esista.


L’autrice

Lisa Jewell è nata e cresciuta nel nord di Londra, dove vive ancora con il marito e le due figlie. Il suo primo libro, Ralph’s Party, è stato il romanzo d’esordio più venduto del 1999. Ha scritto numerosi altri romanzi che sono entrati nella classifica dei bestseller del Sunday Times. Con Neri Pozza ha pubblicato Io ti ho trovato (2017) e Ellie all’improvviso (2018).


  • Casa Editrice: Neri Pozza
  • Traduzione: Annamaria Biavasco e Valentina Guani
  • Genere: noir
  • Pagine: 334

LORO di Roberto Cotroneo


Il nostro tempo, il tempo che scorre mentre viviamo, prima c’è, poi non c’è più. Ma il prima e il dopo non sono nulla in quei momenti. Non esistono.
Per questo il silenzio era mortale, perché era eterno, inafferrabile e al tempo stesso concreto, presente, profondamente corrotto: quello che stavo vedendo era orribile.



Trama

Può il memoriale di una giovane donna sconvolgere a tal punto da turbare persino coloro che si avventurano abitualmente nei recessi piú oscuri della mente?

È quanto accade in queste pagine, nelle quali Margherita B. narra dei fatti accaduti nel 2018, quando prende servizio, stando alle sue parole, come istitutrice presso una famiglia aristocratica, gli Ordelaffi, in una magnifica villa progettata da un celebre architetto alle porte di Roma: la casa di vetro.

Il compito che le viene affidato è prendersi cura delle gemelline Lucrezia e Lavinia. Nella casa di vetro, tutto sembra meraviglioso quell’estate. Ogni cosa è scelta con gusto, con garbo, con dedizione. Le gemelle, identiche, sono una meraviglia di educazione e di talento. Lucrezia ama il pianoforte, Lavinia l’equitazione. Ma pochi giorni dopo l’arrivo di Margherita cominciano a rivelarsi presenze terrificanti. Sono loro, dicono le bambine, gli antichi ospiti della casa, tornati per riportare in luce l’orrore.

Romanzo fitto, intenso, con personaggi indimenticabili, Loro rivisita le ossessioni che da anni segnano la narrativa di Roberto Cotroneo: il tema della verità e dell’ambiguità, del bene e del male, della violenza, del sacro e della felicità, quando brucia fino a farsi cenere. Le sue pagine, oscure e strazianti, si muovono per territori sinistri, e indagano soprattutto quella terra di nessuno che è la nostra mente.

Un romanzo che, nel suo finale del tutto imprevedibile, è un omaggio alla grande letteratura e, nello stesso tempo, un racconto nitido che si muove dentro uno scenario torbido e sa guardare oltre l’ignoto. Alla fine, a prevalere saranno il fallimento di ogni ragione e il trionfo di un mondo che non è di questo mondo.


Recensione

Apro le pagine del libro e un vortice mi spinge dentro. Una maligna forza di gravità mi trattiene. E’ la morbosa curiosità, il gelo che scorre lieve tra le scapole, il desiderio di scoprire cose inenarrabili.

Ciò che vive e pulsa in ognuno di noi. La vertigine di conoscere l’orrore. Ciò che non è di questo mondo ma di un altro mondo parallelo, in cui forze e forme di vita sconosciute giocano con i nostri sensi, acuendoli, portandoli al parossismo.

“Loro” è una calamita subdola. Ti attira dentro ad una storia totalizzante, in cui l’autore mischia tutti gli ingredienti per renderla irresistibile. Il mistero, il sovrannaturale, il doppio. Personaggi subdoli, la cui stessa natura è messa in dubbio. Una casa fatta di vetro, dove tutti vedono tutto e nessuno si può nascondere, neanche dai propri pensieri. Due gemelle enigmatiche, che sembrano essere dotate di poteri sconosciuti. Bellissime ma anche terrificanti, le cui mani sembrano tenere le fila dei destini di tutti gli abitanti della casa.

E poi l’onnipresente alone di una presenza oscura, la cui leggenda si intreccia con il destino della casa.

Tutto il romanzo è permeato dal tema del sovrannaturale. Che riduce la mente di chi ci si imbatte in un groviglio di pensieri sconnessi.

Margherita, giovane istitutrice delle straordinarie e talentuose gemelle della casa di vetro, dovrà fare i conti con la parte metafisica del suo intelletto, combattendo giornalmente con l’orrore che si para davanti ai suoi occhi. Il suo diario trasmette magnificamente le sensazioni che faranno presa sulla sua mente.

Come in un romanzo d’altri tempi, la casa trasuda mistero. Le sue origine controverse, il suo passato di morte spingono la protagonista ad affacciarsi sull’abisso. Ciò che vedrà, le presenze eteree e sovrannaturali che affollano la sua vista, la faranno precipitare in un buco nero, dal quale è impossibile fuggire. Margherita è sola dentro all’incubo.  Le suggestioni, le apparizioni sono forse un cruccio della mente?

Roberto Cotroneo è assolutamente perfetto nel dipanare una vicenda che cammina in bilico tra suggestione e realtà. L’autore incanta con la sua prosa evocativa e abbacinante e indebolisce gli argomenti della ragione, fino a ridurla in cenere. Il romanzo, in fondo, annichilisce il raziocinio ed esalta fino al parossismo il sovrannaturale, sovvertendo i nostri istinti di esseri pensanti e razionali. Questo scarto direi che è il nucleo del romanzo; e sarà la ragione a soccombere, liberando le briglie che da sempre l’uomo utilizza, più o meno scientemente, per sopire il mondo invisibile che sta oltre, dietro tutto ciò che da sempre è considerato vero. Le cose dell’altro mondo prendono il sopravvento e insinuano nel lettore orrendi scenari, che forse abitano solo nella nostra mente, specchio incerto e labile delle nostre credenze e delle nostre suggestioni.

Il finale del romanzo, che è un coup de théathe in piena regola, è l’apoteosi dell’imprevedibilità della mente umana, catalizzatrice delle nostre emozioni più vivide e della nostra immaginazione più fervida. Ed è anche l’apoteosi di quella consapevole follia che ci rende unici ma anche estremamente vulnerabili e imprevedibili.

“Loro” si nutre delle nostre ataviche paure verso tutto ciò che non è di questo mondo, ma di altri, imperscrutabili, affascinanti e terrificanti mondi. Mondi di cui vorremmo sapere di più, che vorremmo rendere conosciuti, ma che ci spaventano e minano tutte le nostre certezze, quelle che ci fanno andare avanti, alle quali ci aggrappiamo per sopportare un’esistenza fin troppo ordinata e ordinaria, ma che basta davvero poco per scardinare.

Con una prosa affabulatrice e ipnotica, Cotroneo scruta dentro alle nostre paure e le fomenta con il potere assoluto della suggestione, che la sua penna sa bene come manovrare. Il bene e il male, il desiderio di prevalere, l’ambiguità dell’amore, la manipolazione delle nostre credenze, sono temi che l’autore tratta con grande maestria, confezionando un’opera che difficilmente passerà inosservata e che rimarrà salda nella memoria del lettore.

Dopo, non vi sarà che il dubbio a crogiolare dentro di noi. E la consapevolezza che a volte i fantasmi esistono, fuori e dentro alla nostra mente.


L’autore

Roberto Cotroneo è un giornalista, fotografo, scrittore e critico letterario italiano. Ha diretto per molti anni le pagine culturali dell’Espresso. Scrive per il Corriere del Ticino. Nel 2003 esce per Mondadori Chiedimi chi erano i Beatles. Lettera a mio figlio sull’amore per la musica, un racconto sulla musica vista attraverso storie, ricordi, pensieri e grandi suggestioni. È stato finalista al Premio Campiello nel 1996 con Presto con fuoco. Nel 1999 vince il premio Fenice-Europa con il libro L’età perfetta. Nel tempo libero ama suonare il pianoforte.


  • Casa Editrice: Neri Pozza
  • Genere: noir
  • Pagine: 191

L’ISOLA DELLE ANIME di Johanna Holmstrom


“A volte penso che sia una sfortuna nascere donna. Deboli fisicamente, ma allo stesso tempo seducenti per gli uomini. Cos’ seducenti da renderli deboli nella testa, ma in generale la forza non manca loro quando si prendono ciò che vogliono. E non fa differenza quanto sia forte una donna, perché un uomo è sempre più forte; né quanto lei sia buona, o coraggiosa, o chi sia o da dove venga. Riusciranno sempre a buttarla a terra  e approfittare di lei. E poi lei striscerà nel fango, che si trovi in alto o in basso“.

Trama

Finlandia, 1891. Una notte, ai primi di ottobre, una barchetta scivola sull’acqua nera del fiume Aura. A bordo, Kristina, una giovane contadina, rema controcorrente per riportare a casa i suoi due bambini raggomitolati sul fondo dell’imbarcazione. Le mani dolenti e le labbra imperlate di sudore, rientra a casa stanchissima e si addormenta in fretta. Solo il giorno dopo arriva, terribile e impietosa, la consapevolezza del crimine commesso: durante il tragitto ha calato nell’acqua densa e scura i suoi due piccoli, come fossero zavorra di cui liberarsi.

La giovane donna viene mandata su un’isoletta al limite estremo dell’arcipelago, dove si erge un edificio, un blocco in stile liberty con lo steccato che corre tutt’attorno e gli spessi muri di pietra che trasudano freddo. È Själö, un manicomio per donne ritenute incurabili. Un luogo di reclusione da cui in poche se ne vanno, dopo esservi entrate.

Dopo quarant’anni l’edificio è ancora lì ad accogliere altre donne «incurabili»: Martha, Karin, Gretel e Olga. Sfilano davanti agli occhi di Sigrid, l’infermiera, la «nuova». I capelli cadono intorno ai piedi in lunghi festoni e poi vengono spazzati via, si apre la cartella clinica della paziente, ma non c’è alcuna cura, solo la custodia. Un giorno arriva Elli, una giovane donna che, con la sua imprevedibilità, porta scompiglio tra le mura di Själö. Nella casa di correzione dove era stata rinchiusa in seguito alla condanna per furti ripetuti, vagabondaggio, offesa al pudore, violenza, rapina, minacce e possesso di arma da taglio, aveva aggredito le altre detenute senza preavviso. Mordeva, hanno detto, e graffiava.

L’infermiera Sigrid diventa il legame tra Kristina ed Elli, tra il vecchio e il nuovo. Ma, fuori dalle mura di Själö la guerra infuria in Europa e presto toccherà le coste dell’isola di Åbo.

Magnifico romanzo che muove da un luogo realmente esistito, L’isola delle anime è una commovente storia sul prezzo che le donne devono pagare per la loro libertà. Un inno alla solidarietà, all’amore e alla speranza.


Recensione

Sono stata inghiottita dalle pagine di questo romanzo immediatamente, fitte di una prosa trascinante, che non lascia scampo. Cadenzata, ferma, illuminata. Dolorosamente minuziosa. Parole capaci di inchiodarti senza che sia necessario scendere a patti con il bisogno di destare sensazione. Tanti racconti di sofferenza, di esclusione, di paura, di stanchezza e di solitudine. Racconti di donne, messe ai margini, lasciate sole a gestire qualcosa di spaventosamente grande. Racconti che scavano nel passato ma che non si fatica a contestualizzare nel nostro presente, che non è mai del tutto pronto ad accogliere le mille sfaccettature dell’essere donna.

Perché nelle tragedie di queste donne del passato è facilissimo rivedersi. Poiché le loro storie sofferte non sono molto cambiate da allora. Depressione, solitudine, inadeguatezza, traumi, disagi e abusi. Allora, come adesso.  Adesso, come allora, risulta così semplice puntare il dito. Condannare invece di comprendere.

Escludere e punire invece di accogliere e comprendere.

Le storie delle donne di Sjalo sono scritte con un inchiostro rosso, salato di lacrime e vermiglio di sangue.

Sjalo è un luogo di correzione. Un ospedale psichiatrico dove si praticano metodi discutibili per guarire le anime di donne e ragazze, la cui vita è stata annientata dalla colpa. Infanticidio, omicidio, lussuria, follia, depressione. Donne e ragazze accusate anche solo di essere diverse. Troppo allegre o troppo tristi. Troppo belle o troppo esuberanti. Vite spezzate da vicende impietose e piegate dagli abusi. Vite annientate, messe a tacere. Donne lasciate sole a cercare di sopravvivere senza mezzi, senza niente.

Kristina è una di queste. La follia di un attimo ha distrutto la sua vita e quella dei suoi bambini. Nessuno si è mai preso cura di lei, né i genitori, né il compagno. Nessuno si è preso la briga di parlarle. Nessuno si è accorto di lei e della sua sofferenza.

E poi c’è Elli, rifiutata dai propri genitori a causa della sua condotta scandalosa, che vuole disperatamente andarsene da quel luogo di non ritorno. Disposta ad accettare l’impensabile pur di lasciare Sjalo.

Le loro storie, come quelle delle loro compagne di sventura, toccano il cuore in profondità, a rappresentare la sottile linea che divide la lucidità dalla follia. A volte è un giudice impietoso a decidere dove stia questo confine, mentre  spesso proprio il caso a stabilire se ci si trovi da una parte o dall’altra.

Eppure ognuna di queste donne ha in sé un mondo intero, fatto di rimpianti, di dolcezza, di incredulità e di speranza. I ricordi della loro infanzia, di un amore rubato, della dolcezza di un abbraccio. Il rimorso di una scelta sbagliata e la consapevolezza di essere state lasciate sole a decidere, dentro ad un purgatorio che non ha fine.

Non c’è perdono, non c’è espiazione, solo l’impotenza di non potersi difendere, di non poter esprimere il proprio disagio e la propria sofferenza.

Johanna Holmstrom ci consegna un diario intimo, crudele e sofferto in cui troneggia l’impotenza e le difficoltà di essere donne, in un’epoca che prende le mosse sul finire del XIX secolo fino alla metà del secolo scorso. E mentre tutto cambia intorno alle donne di Sjalo e la guerra imperversa e distrugge vite umane, tutto rimane altrimenti immutato. Un tunnel buio e interminabile dove tuttavia brilla una tenue luce.

Il finale restituisce una lacrima di umanità alla storie di queste donne. A quelle che sono rimaste in vita, che non si sono lasciate piegare.

Un romanzo crudo e crudele che scuote gli animi di chi si affaccia dentro alle sue storie. Un’opera davvero indimenticabile, piena di una sensibilità che taglia la pelle in profondità, la dove il sangue è più scuro e più denso. Una trama che si snoda tra presente e passato e che scandaglia gli animi delle protagoniste con la spietatezza di un coltello affilato e la rude dolcezza di una carezza che consola e rinfranca.

La penna di Johanna Holmstrom trasuda pietà e dispensa l’assoluzione dei peccati. Una penna che sa cosa sia la compassione e che non teme di sviscerare luci ed ombre dell’anima di una donna.

Del resto chi meglio di una donna conosce la tirannia di dover essere sempre presenti a se stesse, senza passi falsi. Johanna Holmstrom canta la dannazione di essere donne, oggi come ieri. Una condanna che non può che urlare e palesare la sua forza e che non si consuma dietro le sbarre ma dentro il silenzio e l’invisibilità. Ai margini. In solitudine.


L’autrice

Johanna Holmström è nata nel 1981 e cresciuta a Sibbo sulla costa meridionale della Finlandia di lingua svedese. Dal suo debutto a 22 anni, ha vinto il premio letterario Svenska Dagbladet e il premio letterario svedese YLE.


  • Casa Editrice: Neri Pozza
  • Traduzione: Valeria Gorla
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 368