LE STANZE BUIE di Francesca Diotallevi

C’era qualcosa, in quel silenzio, che rendeva greve l’aria circostante. Pesante come una fitta nebbia, capace di intorpidire ogni senso, rendendo vano qualunque tentativo di reagire a quell’inerzia. All’improvviso compresi di essere sfinito. Come se quella casa e i suoi abitanti stessero assorbendo ogni mia energia. In quell’atmosfera pastosa, in cui risultava quasi difficile muoversi, la voce della signora Flores ebbe l’effetto di un sasso lanciato in uno stagno: un tonfo sordo e un’eco che andava allargandosi in cerchi sempre più ampi.

Trama

Si possono coltivare le passioni in un tempo ingeneroso?

Qualcosa di torbido e inesprimibile affiora alla superficie di questo romanzo. Ed è indefinito, difficilmente afferrabile eppure persistente, come il profumo che porta addosso Lucilla Flores, protagonista di questa storia fosca e al tempo stesso delicata e malinconica. Francesca Diotallevi, con una capacità di raccontare fuori dal comune, ci porta in una piccola provincia del Piemonte della seconda metà dell’Ottocento, dentro la casa di un aristocratico dedito a vigneti e poco d’altro. Dove la servitù inganna il tempo di un lavoro sempre uguale con qualche ingenuo pettegolezzo, e dove arriva a servizio un maggiordomo che prende il posto del vecchio zio appena scomparso.

Ma nessun dio oscuro e severo sarebbe stato capace di tanto dolore e di tanta ingiustizia: verso una bimba innocente, e verso la moglie del conte, Lucilla, una donna con il volto «velato di oscurità», smarrita dentro un segreto che non le si addice, che non dovrebbe appartenerle, lei, la creatura più lieve, sospesa e innocente che si possa immaginare.

Le stanze buie è una dichiarazione d’amore alle passioni, alla poesia, alla bellezza della natura, a quel femminile che ci meraviglia ogni volta che si rivela a noi. La storia di un amore negato, la prepotenza di un mondo chiuso e meschino, capace soltanto di nascondere, di reprimere, di lasciare che esistenze intere si lascino coprire dalla polvere della storia senza riscatto e senza futuro.

Tra queste stanze ferite dal pregiudizio e dall’indifferenza, Francesca Diotallevi trova, però, una luce e una delicatezza quasi preraffaelita e in questo contrasto affila una lama che taglia sempre perfettamente. E mostra che la felicità non è nelle cose del mondo, se il tempo è ostile.


Recensione

Non è un classico, eppure ne ha la forma, i colori, l’aria, che emana e che abbraccia il lettore dalle sue pagine.  Seppure le brume, i colori stinti, l’umidore che pervade le pagine, le abitudini, i riti e le sembianze incorporee che emana,  evochino le atmosfere vittoriane. E sembra vedere la luce proprio in quell’epoca, quando il gusto per la forma, la lentezza dei gesti, la necessità di un cerimoniale ben preciso pervadono gli scritti di un’epoca chiusa in se stessa.

Le stanze buie sembra provenire da un passato polveroso e sordido. Invece è un romanzo giovane, che vede la luce nel 2013, in un’epoca che è lontanissima dalle atmosfere che rappresenta.

Un romanzo che si trasforma, pagina dopo pagina, in una palude infida, che risucchia il lettore dentro ai labirinti del non detto, del taciuto, delle cose negate, nascoste, segrete. Cose che si celano dentro ad una realtà che appare deviata, a sottintendere che qualcosa di effimero, di trascendente, di spirituale avanza minaccioso. A evocare presenze oscure, ricordi dolorosi. Fugaci espressioni di passioni sopite, sfarfallio di vesti candide portate da un gelido sbuffo di vento, che fa rabbrividire. Che scuote da un torpore innaturale. Che ridesta pensieri che credevamo spenti, lontani.

Una casa isolata, nelle Langhe Piemontesi. Un nobiluomo di campagna, la giovane moglie, la figlioletta, cagionevole di salute, bisognosa di cure costanti. La servitù, gretta e sottomessa. Un maggiordomo che sarà spettatore di eventi al limite del lecito e del possibile. Il bisogno di proteggere, quello di amare. Il bisogno,ancora più forte, di conoscere la verità. Di tenere a bada la suggestione. Il passato, che grida per emergere, per essere conosciuto. Vendetta o perdono, un’eredità scomoda da sopportare.

La storia di un amore malato. Di una casa che custodisce troppi segreti. Di un uomo che deve portare a termine una missione, che deve scoprire la verità sulla sua vita. Tragedia e trasgressione. Delizia e morte. Innocenza e crudeltà. Facce di una stessa medaglia, che una volta lanciata in aria, non si sa quale parte mostrerà al mondo. Ma quale che sia, sarà comunque distruzione. E dopo, sarà desiderio di ricostruire, per proteggere ciò che rimane.

Sentimenti che implodono, che gridano di essere lasciati liberi da qualsiasi costrizione. E la verità che è un ordigno destinato a sconvolgere tutto.

La prosa di Francesca Diotallevi mantiene intatto il gusto per le cose trascorse e sa ricreare un sentimento incerto, che prende le mosse dal passato. Un fraseggio affettato, un registro classico che sembra non appartenere ad un autore contemporaneo. Una scrittura che sa come richiamare alla mente un vissuto chiuso e asfissiante, ma anche il gusto per forme e colori che si esprimono in modi e consuetudini provenienti dal passato.

La lettura sarà un vortice ossessionante, che cattura chi legge e lo trascina nei corridoi bui e nelle stanze polverose, piene delle eco di un passato tragico e misterioso. Vittime e carnefici di ossessionanti visioni. Presenze reali e incorporee a creare un circo di impressioni, di oscurità, di presenze ineffabili.

“Le stanze buie” è un romanzo strepitoso, che si legge in un soffio, che cattura, che incatena, che spacca la mente in due metà, in cui la forza dell’irrazionalità tesse trame assurde e perfide.

Un romanzo in cui la speranza si nasconde, si nega e lascia che l’odio e la follia prendano il sopravvento. Ma che lascia aperto uno spiraglio a beneficio della verità, per quanto assordante e dolorosa possa essere.

Una verità che si farà forza per far irrompere la luce. Nell’epilogo tutto torna, tutto si risolve. Il male si libera e lascia posto alla consapevolezza. La mente respira, il cuore torna a far fluire sangue tiepido e spesso, colmo di vita. La verità è sempre ossigeno, è sempre sollievo e cura. Il passato torna a rintanarsi nel suo pertugio colmo di rimpianto. I volti si distendono, gli occhi cercano la luce. Non si può vivere chiusi in una prigione. E’ ora di aprirsi al sole.


L’autrice

Francesca Diotallevi è nata a Milano nel 1985. È laureata in Scienze dei Beni Culturali. Tra le sue opere Amedeo, je t’aime (Mondadori Electa, 2015), Dentro soffia il vento (Neri Pozza, 2016), vincitore della seconda edizione del Premio Neri Pozza sezione giovani e Dai tuoi occhi solamente (Neri Pozza, 2018), candidato al Premio Strega e vincitore del Premio Comisso sezione giovani, del Premio Manzoni e del Premio Mastronardi. Le stanze buie (Neri Pozza, 2021), oggi ripubblicato in una versione profondamente rivista, apparve, come suo romanzo di esordio, per Mursia nel 2013.


  • Casa Editrice: Neri Pozza
  • Genere: noir
  • Pagine: 283