LA CITTA’ DEI VIVI di Nicola Lagioia


«Tutti temiamo di vestire i panni della vittima. Viviamo nell’incubo di venire derubati, ingannati, aggrediti, calpestati. Preghiamo di non incontrare sulla nostra strada un assassino. Ma quale ostacolo emotivo dobbiamo superare per immaginare di poter essere noi, un giorno, a vestire i panni del carnefice?»
E’ sempre: ti prego, fa’ che non succeda ame. E mai: ti prego, fa che non sia io a farlo.

Trama

Nel marzo 2016, in un anonimo appartamento della periferia romana, due ragazzi di buona famiglia di nome Manuel Foffo e Marco Prato seviziano per ore un ragazzo piú giovane, Luca Varani, portandolo a una morte lenta e terribile. È un gesto inspiegabile, inimmaginabile anche per loro pochi giorni prima. La notizia calamita immediatamente l’attenzione, sconvolgendo nel profondo l’opinione pubblica. È la natura del delitto a sollevare le domande piú inquietanti. È un caso di violenza gratuita? Gli assassini sono dei depravati? Dei cocainomani? Dei disperati? Erano davvero consapevoli di ciò che stavano facendo? Qualcuno inizia a descrivere l’omicidio come un caso di possessione. Quel che è certo è che questo gesto enorme, insensato, segna oltre i colpevoli l’intero mondo che li circonda.

Nicola Lagioia segue questa storia sin dall’inizio: intervista i protagonisti della vicenda, raccoglie documenti e testimonianze, incontra i genitori di Luca Varani, intrattiene un carteggio con uno dei due colpevoli. Mettersi sulle tracce del delitto significa anche affrontare una discesa nella notte di Roma, una città invivibile eppure traboccante di vita, presa d’assalto da topi e animali selvatici, stravolta dalla corruzione, dalle droghe, ma al tempo stesso capace di far sentire libero chi ci vive come nessun altro posto al mondo. Una città che in quel momento non ha un sindaco, ma ben due papi.

Da questa indagine emerge un tempo fatto di aspettative tradite, confusione sessuale, difficoltà nel diventare adulti, disuguaglianze, vuoti di identità e smarrimento. Procedendo per cerchi concentrici, Nicola Lagioia spalanca le porte delle case, interroga i padri e i figli, cercando il punto di rottura a partire dal quale tutto può succedere.

Recensione

Questo non è un romanzo facile. Questa è storia, cronaca nera. E’ buio, è morte, è dolore. E’ perdita, rassegnazione, ottundimento. E’ tutto ciò che noi, al sicuro nelle nostre case, non siamo stati in grado di vedere o di immaginare. Né prima, né adesso e forse mai.

Quando si parla di morte, di assassinio, di violenza in ogni sua forma è facile costruire barriere dietro le quali nascondersi. La morte violenta, voluta, subita o solo pensata, è qualcosa che tocca gli altri. E che quando lo fa provoca quello sdegno che in genera dura lo spazio di pochi giorni. E poi si dimentica.

Certo che sapevo della morte assurda di Luca Varani. Certo che mi ricordavo l’incredulità. Quel senso di orrore che brucia come una lama sulla pelle. Ma, come spesso accade, avevo archiviato la vicenda, evitando di addentrarmi troppo nei suoi sordidi meandri.

Ciò che ha scritto Nicola Lagioia con “La città dei vivi” lascia il lettore smarrito. Lagioia ha scoperchiato una pentola lasciando fluire fuori il veleno di una generazione perduta. Un reportage preciso, circostanziato, ottimamente ricostruito delle vite dei due carnefici e di quella della vittima. Di tutto ciò che le rendeva degne ma anche complicate. Deludenti, faticose. Irte di problemi grandi e piccoli, tipici di chi cerca il suo posto nel mondo ma è bendato e brancola nel buio.

Il libro ha il taglio del romanzo. I capitoli si succedono e alternano un registro narrante in terza persona al punto di vista dell’autore che, ossessionato dalla vicenda, ce la racconta in modo puntuale e minuzioso, senza tralasciare i riferimenti alla sua vita privata che in qualche modo si intreccia a quella della nota vicenda giudiziaria.

La scrittura è un meccanismo di precisione e contiene molti elementi tipici del reportage giornalistico. Ma non evita mai di essere prosa romanzata, con i virtuosismi e la capacità evocativa che tanto toccano le corde della nostra emotività.

Lagioia non punta mai il dito, nonostante non risparmi mai al lettore una visione cruda degli avvenimenti, senza filtri né censure. Ciò che se ne ricava è un senso potente di sconfitta. Che colpisce tutti, nessuno escluso. I vecchi che non concedono ai giovani un margine di errore. Perché li vogliono realizzati, incasellati e preferibilmente conformi ad uno standard che sia accettato da tutti. E i giovani, che faticano a crescere, a capire chi sono. Che subiscono la stratificazione sociale. Che vogliono tutto. Che sono avvezzi al conforto di alcol e droghe. Che cercano scappatoie per l’impazienza di riuscire in qualcosa. Che annegano nella confusione. Sempre in cerca di un colpevole a cui attribuire le genesi di ogni fallimento e di ogni inquietudine.

Tra padri e figli la comunicazione vacilla. E’ debole, oppure manca del tutto.  La carenza di uno scambio emotivo è una falla enorme dove la gravità getta ogni parola non detta. E il pozzo è fondo è buio.

Non so dire se la lettura de “La città dei vivi” sia una lettura necessaria. Di certo è una lettura coraggiosa ed è, anche, una chiave di lettura del presente, un monito a non tapparsi gli occhi. A vigilare, perché la follia non prenda il sopravvento sulla ragione.

Insieme alla ricostruzione dei fatti che culminarono con la giornata del 4 marzo 2016 Lagioia racconta le notti di Roma, fatte di trasgressioni e di sballo.  Notti che non si consumano, impiegate a dimenticare chi siamo. Notti inutili, cattive, dove i ragazzi si spostano come correnti di un fiume nero e maleodorante alla ricerca dell’oblio. Roma ne esce orfana della sua gloria. Decadente, disfatta e portatrice di sventure. Una città che cade in rovina, offuscata dalla corruzione e dal malaffare. Eppure bella da mozzare il fiato e ostaggio dei fasti del suo passato. Roma appare meravigliosa, di un fulgore imperituro che è pari solo al suo decadimento. Indimenticabile e splendente, grazie ad una bizzarra legge che compensa sporcizia e orrore con una bellezza che non sfiorisce.

“La città dei vivi” è un luogo in cui si sopravvive solo se si riesce a dire di no. Ma se la volontà vacilla, si muore. Non necessariamente nel corpo, come Luca Varani. Si muore dentro, come Manuel e Marco e le loro famiglie rispettabili. E si continua, nonostante tutto a vivere. E a sperare in un perdono che non è detto che venga a ungerci le labbra.

“La città dei vivi” è l’apoteosi del caso, che decide, in un soffio, da che parte starai. Se sarai vittima o sarai il carnefice. Perché appartenere all’una o all’altra categoria, spesso, è del tutto aleatorio. Del libero arbitrio, della volontà, non resta che un debole spauracchio. Oggi ti sei salvato e dormi incolume nel tuo letto d’infanzia. Domani, chissà dove sarai. Potrai giacere nel tuo stesso sangue oppure essere la mano che ha lanciato il sasso. E Roma starà immobile a guardarti, con il suo occhio languido e miope.

  • Casa editrice: Einaudi Editore
  • Genere: narrativa noir / reportage
  • Pagine: 459

IL DEMONE BIANCO di Bernard Minier

“Credete che i miei crimini rendano le vostre cattive azioni meno condannabili? Le vostre piccolezze e i vostri vizi meno schifosi? Credete che ci diano gli assassini, gli stupratori, i criminali da una parte, e voi dall’altra? E’ questo che dovete capire:non c’è membrana a tenuta stagna che possa impedire al male di circolare.”

Trama

Il paesaggio è immerso nel bianco, ma non ricorda una cartolina. È una natura ostile quella che si offre alla vista in quel mattino di dicembre: una vertigine di ghiaccio sferzata dalla bufera. E c’è una sagoma scura, in lontananza, che sporca l’orizzonte. Come una farfalla gigante. Forse un’aquila, rimasta intrappolata tra i cavi della teleferica che porta alla centrale idroelettrica. Solo da vicino la realtà si svela in tutto il suo orrore: a penzolare a duemila metri d’altezza, in quella valle dei Pirenei, è un cavallo decapitato. Chi sia stato ad appenderlo lassù, e come, è un mistero che diventa oggetto d’indagine con priorità assoluta, perché il proprietario del purosangue e della centrale è uno degli industriali più ricchi e potenti di Francia. Mai il comandante Martin Servaz, della polizia di Tolosa, si era visto assegnare un’inchiesta più strana. E per di più in un habitat così poco consono a lui, cento per cento uomo di città e zero per cento atletico, ipocondriaco e allergico alle altitudini. Il caso assume risvolti inquietanti quando sulla scena del crimine viene ritrovato il dna di un famoso killer seriale: rinchiuso – questo è il punto – in un istituto psichiatrico della zona definito di massima sicurezza. Proprio lì, lo stesso giorno, ha preso servizio una giovane psicologa di belle speranze, Diane Berg, ignara di ciò che l’attende. Da strade diverse, Berg e Servaz si addentreranno nei meandri di un piano criminale pericolosamente giocato al confine tra ragione e follia.

Recensione

Mi sono innamorata di Martin Servaz, protagonista della serie thriller nata dalla penna di Bernard Minier, grazie ai romanzi usciti in Italia a partire dal 2017, editi da Piemme Edizioni: “Non spegnere la luce”, “Notte” e “Sorelle”.

E’ stato un amore a prima vista. Tutto merito di Servaz, un uomo affascinante, ma anche pieno di ombre. Eppure così sensibile, amante della bellezza in ogni sua forma. Uno sbirro decisamente fuori dalle righe. Che conosce il latino, che ascolta la musica di Gustav Mahler. Dall’intuito sottile e tagliente, che non risparmia mai quando è nel pieno di una indagine. Un uomo che mette tutto se stesso in ogni cosa che fa.

Martin Servaz si racconta con parsimonia nei romanzi di cui è protagonista. Solo leggendo i romanzi della serie che lo riguarda, ad uno ad uno, possiamo mettere insieme i tasselli del suo passato.

Un passato doloroso, che lo ha segnato fin dalla tenera età. Un padre ingombrante, una madre che è venuta a mancare troppo presto. Ogni romanzo è una scoperta, ed è generalmente una scoperta che lascia il lettore con l’amaro in bocca e la curiosità a mille. E con la voglia, insopprimibile, di tendergli una mano, di porgergli una spalla su cui appoggiarsi, già sapendo, tuttavia, che Martin non vi si appoggerà. Perché lui è un duro, uno che non muore mai. Un uomo tutto di un pezzo, per il quale la giustizia conta più di ogni altra cosa.

Sarà invece più probabile che Martin voglia consolare noi, infondendoci coraggio e speranza, anche quando il genere umano ha dato il peggio di sé, trascinandoci nel fango e nei meandri sottili e tentacolari del Male in tutte le sue forme.

Bernard Minier, un po’ come il suo personaggio, è stata una scoperta meravigliosa per me.

Un autore davvero notevole, che ha il pregio di partorire storie di ampio respiro, disseminate di personaggi decisamente realistici, in cui si intrecciano diverse vicende che poi convergono.

La sua scrittura cattura fine dalle prime pagine, scenografica e anche intimistica.

Minier riesce meravigliosamente a mettere a nudo i suoi personaggi. Di loro impariamo tutto. Entriamo nella loro testa. Apprendiamo i loro intimi pensieri, la loro psicologia.

Quando si apre uno dei romanzi di Minier è come se ci addentrassimo in un mondo parallelo in cui la nostra mente si perde. Si entra nella storia e si soffre, proviamo paura, curiosità, emozione, trepidazione e suspense. E la storia che ogni volta ci propone è un vero rompicapo. La soluzione appare un miraggio e i personaggi ruotano in una giostra ipnotica dove tutti hanno qualcosa da nascondere.

“Il demone bianco” è il primo romanzo di questa serie. Uscito in Italia nel 2013, è praticamente introvabile. Ho faticato non poco a trovarlo, usato. Diciamo che, avendo letto i romanzi successivi, a partire dal terzo, molte cose di Martin già le conoscevo. Ma è stata comunque un’avventura meravigliosa leggerlo.

La vicenda si svolge in un paese sperduto sui Pirenei, in un dicembre gelido e buio. La neve è onnipresente e con essa una sensazione opprimente che non ci lascia mai. Il senso del lugubre e del mistero è rappresentato con grande maestria da Minier. Non solo per il buio e il gelo che attanaglia la valle, ma anche per la presenza di una struttura psichiatrica poco distante dal paese, dove sono rinchiusi i peggiori criminali di tutta l’Europa. Personalità estremamente disturbate che si sono macchiate di crimini orribili vegliano insonni sulla vallata. Lì Martin Servaz farà la conoscenza di Julian Hirtmann, un pericoloso criminale che è destinato a tornare a più riprese nella sua vita. E conoscerà anche una vicenda terribile del passato che ha distrutto molte giovani vite. Martin si scontrerà con l’acredine della vendetta. Con il suo gusto amaro e il suo trascendente appeal, al quale è difficile resistere. La vendetta è un piatto da consumarsi freddo e questo Martin lo apprenderà presto, quando, suo malgrado, dovrà confrontarsi con la distruzione e la morte che solo l’abuso e l’abominio possono provocare. Proprio mentre la sua stessa figlia, adolescente, inizia ad avere i suoi primi segreti e a pretendere di escluderlo dalla sua vita.

Diversi i temi che troviamo nel romanzo. La follia, con le sue facce molteplici e subdole. Quella che pretende di poter tracciare un confine netto con la razionalità. Quella che fa paura o che viene manipolata con leggerezza e crudeltà. La follia, che finisce per essere sopita con alcune forme di violenza. Che spaventa ma che suscita, talvolta, anche compassione. Oppure morbosa curiosità.

E poi il disagio giovanile, la difficile salita che è l’adolescenza, verso una vetta che si fatica a raggiungere, chiusi nella propria insicurezza e spaventati dal dover diventare, improvvisamente adulti.

La difficoltà a schiudersi e a perdonarsi. La tentazione di farla finita, quando qualcosa di enorme ci ha distrutto per sempre.

Infine, Minier cura con grande minuzia e sensibilità i rapporti personali tra i personaggi. E i personaggi che dividono la scena con Servaz sono meravigliosamente caratterizzati. Uomini e donne dai tratti così realistici, che ricalcano alla perfezione vizi e virtù comuni agli uomini e alle donne del nostro tempo. La cui vite si intrecciano e si intrecceranno con quella del nostro protagonista, legato a loro a doppio filo, da sentimenti di lealtà, di solidarietà e anche di amicizia.

Il romanzo successivo a “Il demone bianco”, altrettanto introvabile, è già sul mio tavolo.  Non so se riuscirò a trattenermi dal leggerlo (o forse dovrei dire divorarlo?) immediatamente….

Ma si sa, l’unico modo per resistere ad una tentazione è cedervi, come diceva qualcuno tempo fa….. quindi se cedessi alla voglia di proseguire con le indagini e la vita di Martin Servaz, chi potrebbe biasimarmi?

Beh, detto questo, vi chiedo un favore. Avvicinatevi a questo meraviglioso autore. Leggetelo, e vi appassionerete alle sue storie. Leggetelo e non potrete che confermare il fatto che Bernard Minier è uno scrittore autorevole, incredibilmente talentuoso e sinceramente appassionante.

Provare per credere.

  • Casa Editrice: Piemme Edizioni
  • Genere: thriller
  • Pagine: 626

QUEL PRODIGIO DI HARRIET HUME di Rebecca West

Nessun uomo al mondo al quale lei avesse fatto concessioni indulgenti si sarebbe in cuor suo levato il cappello più velocemente di lui per inginocchiarsi. Ma un uomo deve farsi strada nel mondo! Santo cielo, lei non lo capiva!

Trama

Harriet Hume, affascinante pianista squattrinata, mistica e stravagante, è l’essenza della femminilità; Arnold Condorex, spregiudicato uomo politico imbrigliato in un matrimonio di convenienza con la figlia di un membro del Parlamento, è un ambizioso calcolatore senza scrupoli. I due si amano: sono opposti che si attraggono, e nel corso degli anni si incontrano e si respingono, in varie stagioni e in vari luoghi di Londra, come legati da un filo sottile che non si spezza mai. La loro relazione si dipana tra il realismo dell’ambientazione cittadina e l’incanto magico della fiaba: le doti musicali di Harriet sconfinano in una stregoneria allegra e un po’ pasticciona, che le permette di leggere nel pensiero dell’amato. Quando Arnold se ne rende conto, diventa ostaggio di questo dono sovrannaturale, grazie al quale Harriet può svelare le macchinazioni politiche alle quali lui è ricorso per anni – e che ancora continuerebbe volentieri a imbastire – per fare carriera. La donna costringe l’amante a fare i conti con se stesso: Harriet è la coscienza di Arnold, la sua parte migliore; è l’integrità, il rifiuto di ogni compromesso, è tutto ciò che Arnold non può manipolare, come ha fatto con la politica e con il matrimonio.

Quel prodigio di Harriet Hume racconta la vittoria dell’amore e della bellezza sull’eterna esigenza maschile di dominio, con uno stile tanto poetico quanto la Londra che celebra, e l’aggiunta di una componente fantastica che dona a queste pagine un tocco magico. La penna di Rebecca West al suo meglio: il brio, la finezza psicologica e il lirismo descrittivo dell’autrice concentrati in un romanzo delizioso.

Recensione

Inutile dire che non sapevo cosa aspettarmi da questo romanzo, non avendo mai letto niente di Rebecca West. Ancora più inutile, probabilmente è dirvi che sono rimasta a dir poco abbacinata da questo romanzo che, non si dimentichi, è stato scritto negli anni quaranta del novecento. Da ogni punto di vista, quindi, un secolo fa!

La figura di Harriet Hume, protagonista indiscussa dell’opera, risalta magnificamente con la sua esuberante quanto candida stravaganza. Una sorta di fata, inconsapevole del suo fascino e soprattutto del suo modo di essere inconsueto e del tutto fuori dalle righe.

Oggi, forse, Harriet non risulterebbe così. Sarebbe probabilmente una donna ordinaria, pur nella sua scanzonata leggerezza. Ma questa figura contestualizzata nel tempo ma anche nello spazio (la Londra bacchettona dei “sir”, degli uomini d’affari e delle signorine in abito di seta) risulta essere effettivamente un prodigio oltre che il frutto inconsueto di un romanzo che  di per sé non rispecchia neanche un po’ i dettami dell’epoca, in cui la figura femminile  si muove, timida e a volte incomprensibile, in uno spazio strettissimo.

Signorine di buona famiglia, timorate di Dio e velate da un alone di virginale ingenuità  da un lato e donne di facili costumi dall’altro. Figure, quest’ultime, che sempre sono apparse  un’aberrazione della natura femminile  e mai frutto di una scelta o di una inclinazione.

Harriet Hume, a ben vedere, non appartiene né all’una né all’altra schiera. Anche se la West (o il traduttore?) la apostrofa spesso con il poco edificante aggettivo “sgualdrinella”,  Harriet si colloca al centro. Né carne, né pesce. E forse è proprio questo il suo peggior difetto. Oppure la sua terribile sventura; perché all’epoca probabilmente non c’era un epiteto che potesse descrivere una donna come Harriet, che infatti la si definisce con un siffatto e poco edificante aggettivo.

Questo suo stare in mezzo, né madonna, né meretrice, è fonte di grande frustrazione per Arnold Condorex, uomo ambizioso, senza un patrimonio e una famiglia, corroso dal bisogno insopprimibile di “farsi strada nel mondo”. Arnold è il classico arrampicatore sociale. Senza scrupoli quando si tratta della sua carriera quanto invece puritano e succube del giudizio degli altri nella vita privata.

La West tratteggia il coprotagonista del romanzo con ben poca benevolenza. Apparentemente solidale con il suo disagio, derivante dall’indecisione di lasciarsi andare in una relazione seria e duratura con Harriet oppure di evitarla come la peste sminuendone le sua indubbie qualità, l’autrice affonda a mio parere la lama mostrando l’incapacità di Arnold di mostrarsi al di sopra della morale comune.

Arnold è indubbiamente attratto da Harriet e non solo per la sua leggiadria e per la sua indiscutibile avvenenza. E’ attratto da lei anche per la sua arrendevolezza. Per la fantasia con cui racconta le sue fiabe e per l’affabile dono di condurlo con sé in luoghi fantastici e meravigliosi, fatti di piante, fiori, signorine in ghingheri e sottili ed innocenti magie. Per il suo ingenuo candore e per la fiducia, del tutto malriposta, nella comprensione e nella solidarietà del genere umano.

Harriet è tutto ciò che una donna di quel tempo non dovrebbe essere. Indipendente, incurante del giudizio altrui, candida, celestiale, dissacrante, spensierata. Arnold è del tutto irretito da questo uragano di donna, che pur esile ed eterea, riesce a dire e a fare cose che nessuno potrebbe neanche lontanamente immaginare.

Senza considerare che questa meravigliosa creatura non smette mai di mettere Arnold davanti alle sue scelte di vita. E’ in questo modo che lo spessore morale di Harriet si mostra lontanissimo dall’opportunismo e dalla grettezza di Arnold, che ha sacrificato la sua integrità ed anche la sua felicità privata alla carriera, che porta avanti con mezzi poco ortodossi e davvero discutibili.

Arnold è esattamente preda del pregiudizio. Mentre circonda Harriet di dolcezza, amore e venerazione, non resiste alla tentazione di sminuirla, persino come pianista, professione che svolge invece con grande perizia e talento. Arnold non può evitare di ritenere che la Donna , quella creatura eterea e senza volontà, fatta solo per abbellire la vita di un uomo, debba sovrastare la Pianista.  Arnold finisce per demolire quest’ultima figura e utilizza un linguaggio tendenzioso per sgretolare l’autostima di Harriet (ma senza mai riuscirci, badate bene!). Herriet è una sfacciatella, una paperella, uno zuccherino, una piccola bugiarda.

Ma la nostra Harriet è un personaggio imperturbabile. I poco edificanti epiteti le scivolano addosso perché lei è consapevole che ciò che viene additato come un suo limite o difetto è  in realtà proprio quello che  le dà un enorme potere sugli uomini.  Che la adorano ma che si vergognano di lei.

Mi voglio soffermare un attimo sulla valenza dell’opera in un epoca ancora profondamente maschilista, in cui la donna è solo un gingillo da appendere all’occhiello della giacca. Oggi l’audacia di Rebecca West è forse anche più evidente rispetto al passato, quando tutto ciò che era eccentrico era da correggere a tutti i costi, perché sbagliato o dannoso. Oggi possiamo permetterci di sorridere di fronte agli incontri -scontri dei protagonisti. Ed Harriet ci appare finalmente per quello che è: un’adorabile signorina in abito di mussola, dall’espressione svagata o meravigliata, dalla fervida fantasia e fermamente convinta che il mondo sia un luogo magnanimo in cui vivere, un luogo dove conta l’essere e non l’apparire.

Un ultimo passaggio sul linguaggio della West. Che dirne? La sua prosa è un fiume in piena! Straripante, colma di parole, quasi una poesia ininterrotta dove manca solo la rima baciata.

Una prosa che nasce logorroica, della quale non è facile seguire il filo conduttore, tanto è ricca e piena di immagini. I dialoghi della West sono veri e propri monologhi che una mente non allenata fatica a seguire e a comprendere. “Quel prodigio di Harriet Hume”  va letto in religioso silenzio, concentrati ed aperti ad un linguaggio al quale non siamo più abituati.

Vi confesso che a tratti ho fatto fatica a seguire il filo del discorso e mi sono persa. Questo pregio sintattico è forse anche il limite di questo romanzo, che reputo non fruibile da tutti. Sicuramente non a chi ha fretta di giungere alla fine di un capitolo. E nemmeno a chi predilige il linguaggio scarno e senza fronzoli.

In questo romanzo i fronzoli sono ovunque. E sono rigogliosi, colorati, quasi psichedelici.

Il linguaggio della West è opulento, aulico, formale ma anche scherzoso. E dissacrante, ironico e sprezzante verso chi vive ingabbiato nel pregiudizio e nel perbenismo, quegli stessi “mostri” che sopravvivono tuttora.

“Quel prodigio di Harriet Hume” è un vero e proprio viaggio che tocca mille porti e rincorre i percorsi più panoramici ma anche i più tortuosi. Un viaggio virtuoso e illuminante, che rifarei ancora.

  • Casa editrice: Fazi Editore
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 262

LA CHIAVE MISTERIOSA E IL SEGRETO CHE SVELO’ di Louisa May Alcott

“L’oro dei Trevlyn e le loro proprietà nessun erede o ereditiera ma i godrà in pace, se, sebbene arrugginita, la verità nella polvere dei Trevlyn svelata non verrà”

Trama

Nessun membro della famiglia Trevlyn riuscirà a godere in pace dell’eredità della dinastia, finché una verità nascosta nella polvere non verrà svelata.

Questa antica e oscura profezia fa da sfondo alle vicende di cui Lady Trevlyn, sua figlia Lillian e Paul, servitore dal passato misterioso, sono i protagonisti nell’Inghilterra vittoriana di metà secolo XIX.

In un continuo susseguirsi di inganni e sotterfugi, la realtà che circondava i personaggi si sgretola inesorabilmente, lasciando spazio a una verità che né il tempo, né gli uomini sono riusciti a nascondere.

Recensione

Sapevate che Louisa May Alcott non ha scritto solo Piccole Donne, il celeberrimo romanzo che l’ha resa immortale?

La Alcott ha una biografia di tutto rispetto. Nata da una famiglia modesta, lottò per tutta la sua gioventù contro l’indigenza, impegnandosi in una miriade di occupazioni, facendo l’infermiera volontaria durante la Guerra di Secessione ed infine, cimentandosi nella scrittura. Una scrittura, in massima parte, ben lontana dal registro utilizzato in Piccole Donne. I suoi primi scritti sono opere gotiche, noir, immerse in atmosfere decisamente lontane da quello che furono poi utilizzate per il suo capolavoro assoluto.

E’ stata dunque la curiosità che mi ha spinto a leggere questo breve romanzo, che vide i natali nel 1867.

Il racconto è una storia di segreti familiari che, una volta svelati, potrebbero potenzialmente essere distruttivi e minare alla base i rapporti familiari dei protagonisti. In realtà, i buoni sentimenti avranno la meglio. Il perdono e la rinuncia in nome del bene comune faranno il resto. Insomma, un racconto a lieto fine dove il bene vince su tutto, ribaltando improvvisamente le sorti dei personaggi, che invece, proprio sul finale, mostrano la loro vera faccia. Una storia che si preannuncia alquanto noir ma che in ultima analisi non riesce a calcare la mano fino in fondo, quasi a dover cedere alla necessità del”vissero tutti felici e contenti”.

Le atmosfere che la Alcott introduce nel racconto sono alquanto lugubri e sono preannunciate, nell’incipit, da una avversa profezia . Una morte improvvisa, una notizia tenuta segreta, la figura ambigua della Signora Trevlyn, le atmosfere gotiche della dimora familiare. E poi, la venuta di un servitore, altrettanto misterioso, della cui vita intuiamo dei lati oscuri. Stanze buie, scorribande notturne, sonnambulismo, presenze oscure fanno il resto.

E’ facile intuire che all’epoca i racconti lugubri e i segreti familiari erano molto apprezzati.  E scrivere di essi doveva rappresentare, per un’artista, per di più donna, possedere anticonformismo e originalità, entrambi caratteri che successivamente la Alcott attribuirà alla sua beniamina Jo March, che non a caso è un personaggio che l’autrice accostò a se stessa. Ed infatti nel romanzo Piccole Donne, Jo March inizierà la sua carriera di aspirante scrittrice con racconti di questo genere, che saranno poi giudicati poco più che spazzatura dal suo futuro marito, che la indirizzerà a scrivere qualcosa di più profondo, che fosse attinente alla sua vera esperienza di vita e verosimilmente più spendibile presso il grande pubblico.

Nella vita reale dell’artista, invece sarà vero l’esatto contrario. La Alcott solo successivamente prenderà le distanze dal genere noir-gotico, ma solo per conformarsi ai gusti letterari del momento e anche per compiacere l’editore di Piccole Donne che, dopo il successo ottenuto, la obbligò in qualche modo a scrivere altri romanzi similari.

Ne “la chiave misteriosa e il segreto che svelò” ritroviamo intatto il talento letterario della Alcott. Una scrittura scorrevole, densa di potere evocativo, che fa vivere al lettore la storia quasi in prima persona.

Un racconto interessante quindi, non solo per la sua valenza letteraria ma perché ci fa conoscere un tipo di racconto in voga nella seconda metà del XIX.  Una lettura che tiene i piedi un due staffe, indecisa se calcare la mano sul mistero o se invece virare verso l’epilogo romantico.

Insomma, una Louisa May Alcott inedita per i più, che vi invito ad andare a conoscere.

  • Casa Editrice: 13Lab – Milano
  • Genere: noir
  • Pagine: 127

CERCANDO BEETHOVEN di Saverio Simonelli

«Maestro, la vostra musica io l’ho capita. Il vostro segreto, che è semplicissimo ma inimitabile: un’aderenza totale allo spirito di quello che esprime… La maggior parte dei musicisti pensa a impressionare,
a trovare il motivo caratteristico, la melodia che suscita un affetto. Voi no. Voi avete a cuore quello che la musica ci dice, che aveva detto molti anni fa e vuole continuare a dirci, voi cercate la sua voce antica,
cercate di restituirla per come era. Non le fate attraversare il tempo, la lasciate a casa propria».

Trama

In occasione del 250° anniversario della nascita, il primo romanzo con protagonista Ludwig van Beethoven: il ritratto intimo e commovente di un uomo che ha cambiato per sempre la storia della musica.

Spinto dal desiderio di scoprire il segreto della musica di Beethoven, un giovane si mette sulle tracce del celebre compositore durante un’estate trascorsa a Heiligenstadt, un sobborgo di Vienna dove Beethoven si reca abitualmente in villeggiatura. Il sogno di Wilhelm è quello di diventare un grande musicista, ma non è il solo a coltivare questo desiderio di successo in una città in cui abbonda l’ambizione, vista la presenza di numerosi intellettuali, artisti e scrittori. Con lui ci sono anche Andreas, un giovane boemo – violinista e pianista – discendente da una famiglia nobile, e una ragazza a dir poco enigmatica, Queenia. Alcuni incontri metteranno in contatto i tre, legati dalla stessa ossessione, con il Maestro, dopo un goffo tentativo di introdursi nella sua abitazione in cerca di un misterioso manoscritto. Sullo sfondo di questa intrigante vicenda, che sconvolgerà la mente di uno dei protagonisti, gli avvenimenti burrascosi e le figure decisive della Vienna di inizio Ottocento con i suoi sfarzosi salotti, i magnifici teatri e i lussureggianti giardini. In questo originale romanzo, denso di pagine raffinate e filologicamente accurate, il fermento della Vienna di Beethoven è ricostruito alla perfezione nel racconto di aneddoti su eventi e intellettuali dell’epoca – da Novalis a Hoffmann, da Goethe a Grillparzer – in una magistrale celebrazione della cultura del tempo.

Un romanzo sul potere salvifico della musica e sulla sua grande capacità di avvicinare e unire le persone, scritto con uno stile ricco e curato che ha tutto il sapore di un classico.

Recensione

Mi sono chiesta, subito dopo aver finito la lettura di “Cercando Beethoven”, se questo romanzo possa essere considerato una biografia del più celebre compositore della storia. Una biografia parziale, certo. E per di più scritta da un io narrante che si preoccupa, anche, di narrare gli avvenimenti della sua vita, probabilmente ben meno interessante di quella del Maestro.

O se invece sia il tentativo, magnificamente centrato, di umanizzare una figura da sempre idealizzata, sulla quale aneddoti, luoghi comuni e varie amenità si sono succedute nel tempo, ad annacquare, distogliere e rendere nebulosa la figura di Beethoven.

Ma in fondo, ho continuato a chiedermi, è davvero importante incasellare in un modo o nell’altro questo romanzo?

La risposta ovviamente è negativa.

“Cercando Beethoven” è una storia immaginata, che si insinua nella Storia, quella maiuscola. Intorno al Maestro, gravitano numerosi personaggi frutto della fantasia dell’autore (mi riferisco a Wilhelm, a Queenia, a Andreas) ma troviamo anche un novero di personaggi che invece sono davvero esistiti, coevi del Maestro e altrettanto famosi. Vi è un’epoca, affascinate e densa di fermento. Vi è una città, palcoscenico dell’arte e della musica. Vi è una società, spocchiosa, altera e magnificamente consapevole di rappresentare il cuore di un periodo storico in cui l’Arte detta legge al costume e ai comportamenti.  Un’epoca frivola e decadente, abbacinata dagli ideali della Rivoluzione Francese e pronta a chinare il capo di fronte ai nuovi potenti, uno per tutti Napoleone Bonaparte.

Il contesto storico è ben rappresentato da Simonelli, che ne interpreta ottimamente gli umori e le speranze.

Ma sebbene Beethoven sia l’oggetto e non il soggetto del romanzo, ciò che ne emerge prepotentemente è proprio la figura di questo geniale compositore, dipinta con un tratto diverso dal consueto. Simonelli spoglia Beethoven del suo alone di perfezione e di irraggiungibilità. Dalla sua penna sapiente e arguta, Beethoven esce completamente “umanizzato”. Un uomo molto solo, afflitto dalla sordità che tiene nascosta al pubblico perché screditerebbe la sua professione. Irritabile, goffo, schivo, consapevole delle sue capacità ma anche afflitto da una sorprendente forma di insicurezza.

Un uomo che ha rivoluzionato il modo di fare musica. Che crea una musica che appare caotica alle orecchie dei più. Ma che usa la musica per raccontare storie. Con un linguaggio incredibilmente soave e dirompente, ma anche, spesso, incomprensibile. Beethoven fa della musica un’esperienza mistica. Una sorta di transustanziazione, quel processo, caro ai cattolici, per cui la materia inerte diventa vivente.

Munito delle stesse armi, le note, le scale, l’armonia, Beethoven dà vita a qualcosa di mai visto prima. Perché la musica ha bisogno di cambiare registro: la musica voleva stare con gli uomini, voleva la polvere e gli altari dei destini umani. Consolarne i rovesci, esaltarne le conquiste, struggersi dei loro amori.

La consapevolezza della potenza della musica diventa quasi crudele. E’ una sensazione sconvolgente e cambia per sempre la prospettiva nei confronti di quest’arte sublime.

Beethoven fa della musica un’esperienza corporale, un amplesso tra mente e corpo. La musica diventa una creatura vivente che serba la memoria del suo creatore. La musica non è più un’algebra dei suoni che sapientemente combinata produce melodie incantevoli, ma il frutto della mente e del cuore di chi la compone, frutto che assume una vita ed un carattere proprio.

Ecco che il romanzo non è solo un tributo a Ludwig van Beethoven, ma anche un obbligo di riconoscenza dell’uomo verso la musica.

La storia di Wilhelm, Queenia e Andreas alla fine è solo un pretesto. Come un gingillo abbellisce la trama del romanzo e lo rende più leggero e fruibile. In fondo, ognuno di questi tre personaggi rappresenta ciò che la musica produce nell’uomo. Wilhelm è la passione, il desiderio di emulazione e il bisogno di conoscenza. Queenia è la spontaneità e l’intuito. Andreas è infine la follia, la ricerca del lato metafisico, la magia.

Sono questi personaggi ad insegnarci che la musica è un fulcro potente intorno al quale ruota tutto il resto. La musica muove questi personaggi instillandogli nuovi sentimenti, che possono culminate con la passione, l’amore ma anche con la follia.

“Cercando Beethoveen” è un romanzo che appare già vecchio ancor prima di essere letto dal grande pubblico, perché parla il linguaggio proprio dei classici. Iconico, dirompente e appassionante, ha già creato per il Maestro un nuovo palcoscenico sotto il quale ammirarlo in tutta la sua grandezza e gli ha confezionato una veste nuova, che lo rende simile a noi comuni mortali, quelli che fischiettano, stonati, i passaggi più famosi delle sue sinfonie, inconsapevoli, talvolta, di star demolendo con incredibile leggerezza, delle pietre miliari della musica.

Ma la musica è anche questo. E’ condivisione, gioia e estasi. E lo è per chiunque. Senza preclusioni.

Simonelli confeziona un romanzo che stupisce per la capacità di modificare l’approccio alla musica dell’uomo comune. Il suo linguaggio è efficace, metaforico, pieno di immagini, sicuro e consapevole di spaccare concetti e stereotipi consolidati. Un manuale di istruzioni per l’uso, che insegna a guardare alla musica e al suo maggior artefice da un’altra prospettiva. Una full-immersion nella middle europa di inizio ottocento, quella che siamo abituati a ritrovare nei classici della letteratura e che non ci si aspetta da un autore contemporaneo che si dimostra, invece, un perfetto interprete di quel tempo.

  • Casa editrice: Fazi Editore
  • Genere: narrativa
  • Pagine: 451
  • Data di uscita: 12 novembre 2020

L’autore

Saverio Simonelli, giornalista professionista, è vicecaporedattore del tg2000 per cui cura e conduce la rubrica culturale Terza Pagina. Laureato in Filologia germanica e traduttore, ha pubblicato diversi libri di saggistica e racconti per ragazzi. Questo è il suo primo romanzo.

111 BIGLIE D’ACCIAIO di Daniele Amitrano

Ed è in quel lasso di tempo che concepiamo quale sia la vera dimensione e la forza del nostro timore. Potrà risultare paradossale ma in fin dei conti è proprio così. E’ il sussulto provocato dal coraggio a farci capire quant’è stata grande la paura che l’ha preceduto.

Trama

111 biglie d’acciaio, una dopo l’altra, segnarono fatalmente il 16 novembre del 1988 un paesino del centro-nord Italia, Bagnara di Romagna. Attraverso documenti, interviste e la collaborazione con Marco Conte, Daniele Amitrano ha riletto e romanzato uno dei più grandi misteri irrisolti della storia contemporanea. Il racconto ruota intorno ai cardini dell’emotività: saranno, infatti, i ricordi, articolati  in forma di flashback, di una delle famiglie coinvolte in questo episodio, a  ricostruirne  in  parte le dinamiche. L’autore tiene i fili intricati di verità taciute, sospetti e tradimenti che mettono in scena, davanti agli occhi del lettore, quegli avvenimenti bui che, collegati con un filo rosso alla ‘ndrangheta e alla collusione di alcuni esponenti delle Istituzioni, scossero la Caserma dei Carabinieri.

Recensione

Di casi irrisolti, di vicende oscure ne è piena la Storia. Lo sappiamo bene noi italiani, che di faccende misteriose ne abbiamo vissute parecchie, anche sulla nostra pelle. Vicende che ci hanno segnato e che hanno contribuito a formare in noi quell’alone nebuloso e quella ammorbante incertezza sfociata, in tinte più o meno accentuate, in una forma congenita di sfiducia.

Una sensazione, questa, che non ha confini precisi. Ma che inevitabilmente abita in noi, come un male che ci attanaglia e che prima o dopo si paleserà a minare il nostro fisico. Un male contagioso e purulento, destinato a venire allo scoperto. Un male che non ci coglierà di sorpresa, quando verrà a contagiarci.

Eppure la storia che Daniele Amitrano con Marco Conte ci propina con il romanzo “111 biglie d’acciaio” ha la capacità di ammutolirci. Di stordirci, di scuoterci e poi di lasciarci senza fiato. Senza parole, senza soluzioni. Solo con un vuoto e con l’amarezza e il senso di colpa di non averla neppure ricordata.

“111 biglie d’acciaio” è la storia di una strage, accaduta nel 1988 in un paesino di 2000 anime in Emilia Romagna. Una strage in cui persero la vita cinque dei sei carabinieri del comando di Bagnara di Romagna. Una mattanza, un massacro, apparentemente frutto di un’aberrazione. Cinque corpi crivellati di colpi. Un solo corpo colpito da un unico colpo, alla testa. 111 proiettili. Una vicenda subito abbuiata. Molte voci, quelle dei familiari, tacitate.

Daniele Amitrano romanza questa storia amara. Dà voce a chi l’ha persa per sempre. Dà vita a chi la vita l’ha persa quasi senza accorgersene. Fa riemergere dalle profondità più scure della nostra storia recente ipotesi che mai furono prese in considerazione ma che oggi appaiono come quelle più plausibili.

Daniele condivide i natali con Luigi Chianese che in quel novembre del 1988 comanda la stazione dei Carabinieri di Bagnara in Romagna. Luigi è un uomo schivo. Non ama stare al centro dell’attenzione. E’ un padre di famiglia, un uomo innamorato e un padre attento ed affettuoso. Ha trent’anni, due baffi scuri e due occhi di smeraldo. Crede fermamente nella giustizia e solo da pochi mesi è stato promosso maresciallo e assegnato a quel piccolo paese, dove conduce un’esistenza tranquilla, sempre attento a mantenere un’atmosfera di vicinanza e di cordialità tra i suoi sottoposti, che conosce molto bene.

Luigi è un uomo attento, ligio al dovere, fiero di portare quella divisa che contraddistingue chi è uso ad obbedir tacendo e tacendo morire.

Luigi ha intuito e coraggio. Convive con la paura, la tiene a bada ma ne ha al contempo un profondo rispetto. Luigi non chiude gli occhi davanti a niente. Va dritto, a seguire il suo istinto e il suo cuore. Dritto, a inseguire l’ideale che anni or sono lo ha indotto ad abbracciare gli ideali dell’Arma.

Perché un Carabiniere non si ferma davanti e niente e a nessuno. Dritto, a scoprire la verità, quale che sia. Brutta, sporca, pericolosa, scomoda. Ma è e sarà sempre la Verità, quella che ti fa andare avanti e che rende la vita di un Carabiniere (come quella di chiunque altro) speciale, preziosa, degna di essere vissuta.

L’umanità, il tocco delicato, il candore, la bellezza che Daniele Amitrano ha messo in questo suo romanzo è disarmante. L’amore, il rispetto e la dedizione che ha profuso nel ridisegnare la vita di Luigi Chianese, della moglie Luciana e dei suoi colleghi e compagni di sventura è sconfinato e ineguagliabile.

Non solo un tributo, per quanto meritatissimo. Ma anche e soprattutto la restituzione di quell’umanità che la cronaca, con le sue crude esigenze, ha tolto alle figure di questi uomini di Stato.

Daniele Amitrano fa rivivere questi uomini e queste donne, con le loro virtù e le loro debolezze. Con tutte le sfumature che facevano di loro, appunto, degli uomini e delle donne e per questo, creature uniche e insostituibili.

Lo scenario che ci propone è solo un’ipotesi, ma è lo scenario che appare più probabile.

Al di là della storia, che probabilmente non vuole affatto assumere i colori della denuncia o della provocazione, “111 biglie d’acciaio” è il resoconto di molte vite spezzate. Vite che amavano, credevano, speravano e sognavano. Vite spezzate da qualcosa di oscuro e poi dimenticate per comodo.

Non posso evitare di paragonare l’opera di Daniele Amitrano ad un atto d’amore. Amore per la verità e per la giustizia. Leggere questo romanzo è un’esperienza dolorosa ma necessaria. Perché non è mai troppo tardi per rendere omaggio alla Verità e alla Vita.

La scrittura di Amitrano rende veramente giustizia allo scopo di questo libro. La sua prosa è leggera, un soffio d’aria tiepida. Mai impostata, mai eccessiva ma sempre pacata e umile, quasi inconsapevole della musicalità e della dolcezza che esprime. I personaggi ne escono vividi, reali. Amitrano è parco nell’uso del lessico, quasi a voler dimostrare che non servono molte parole, né fronzoli per ottenere una scrittura evocativa ed emozionante.

Auguro a Daniele Amitrano e al suo romanzo tutto il bene possibile. So riconoscere la genuinità in un romanzo che leggo e so con certezza che Daniele ha messo nella sua opera un pezzo di sé e anche qualcosa del maresciallo Chianese e dei suoi baffi neri, quello che di lui non è morto e non morirà mai.

Il resto ovviamente è Storia.

  • Casa Editrice: 13Lab Milano
  • Genere: noir
  • Pagine: 243

L’autore

Daniele Amitrano nasce a Formia (LT) il 14 febbraio del 1982. E’ sposato e ha due figli. Presta servizio presso lo Stato Maggiore dell’Esercito a Roma e riveste il grado di maresciallo capo. Diplomato in ragioneria nel 2000, consegue la laurea in Scienze Organizzative e Gestionali nel 2006 e una seconda laurea in Scienze politiche nel 2013. La passione per la scrittura lo porta a pubblicare due raccolte di poesie tra il 2005 e il 2007. Nel 2006 la poesia “Nel tuo respiro” tratta dalla prima pubblicazione ha vinto il premio letterario Canto e Disincanto. Nel 2009 la poesia “Tra delicatezza e dramma (urlo di madre)” ha vinto il premio letterario “Il volo di Pegaso”. Nel 2015 la poesia inedita “Ritratto della mia terra” vince il premio letterario “Baia di Monte d’Oro”.

Ha pubblicato due libri di poesie: “Brezza di seta pregiata” e “Oasi in deserti di migrazioni” Ed. Il Filo. “Figli dello stesso fango” è stato invece il primo romanzo, pubblicato dalla Watson edizioni nel novembre 2014, a cui seguirà, nel 2018 “La bambina che urlava nel silenzio” edito da 13Lab Milano e nel 2019 “PIL parole in libertà”edito dalla stessa casa editrice.

“111 biglie d’acciaio” è il suo ultimo romanzo.

IL GIOVANE HOLDEN di J.D. Salingen

“È buffo, con le ragazze. Ogni volta che gli nominate un autentico bastardo – mediocríssimo o presuntuosissimo e via discorrendo – quando lo dite a una ragazza, lei vi racconta subito che ha il complesso d’inferiorità. Può anche darsi che ce l’abbia, ma questo non gli impedisce di essere un bastardo, dico io.”

Trama

Il libro narra le vicende del giovane Holden Caulfield, adolescente sedicenne americano proveniente da una famiglia benestante, impetuoso e incosciente che è espulso dal college Pencey a causa del suo rendimento scolastico troppo basso. Avendo paura delle conseguenze e non volendo comunicare la dolorosa notizia dell’ennesima espulsione ai suoi genitori, decide di prendersi un po’ di “libertà” prima delle vacanze natalizie. Prima di allontanarsi dall’Istituto, decide di passare a salutare il suo professore di storia Spencer, ma capisce di non aver fatto bene poiché il prof. Spencer lo sgrida e lo riprende per il suo comportamento immaturo che lo ha portato all’espulsione dal college. Poi si reca a salutare i suoi compagni di dormitorio, Ackley e Stradlater, con i quali ha sempre avuto un rapporto complesso, in particolare con Stradlater. Lasciato l’Istituto decide di partire alla volta di New York, dove incontra i personaggi più disparati: Ernie, un pianista, la prostituta Sunny, una sua vecchia amica Sally Hayes e un’altra sua vecchia conoscenza, Carl.

Dall’esperienza newyorkese, il giovane però non trae il beneficio sperato, anzi decide, sentendosi sempre più tradito dal mondo degli adulti, di ritirarsi in quel mondo magico e conosciuto dell’adolescenza e dei suoi ideali. A questo punto decide di allontanarsi da tutto e tutti ma anche di andare a trovare la sorellina Phoebe. Lei capisce le intenzioni del fratello di andare lontano, perché è l’unica a comprendere il suo stato d’animo di rancore verso la società e si presenta con una valigia pensando che voglia portarla con se; nasce un litigio che porta Holden a vivere un senso di sconforto e per riparare la invita a passare del tempo con lui alle giostre.

Recensione

Quest’opera, ormai considerata un classico della letteratura contemporanea americana è ciò che si può definire un romanzo sulle incertezze dell’età adolescenziale.

Romanzo di formazione, breve biografia, testo di ribellione adolescenziale all’ipocrisia dell’età adulta, Il giovane Holden è ognuna di queste cose. Romanzo famoso, lettura indispensabile e testo amato dagli adolescenti americani degli anni ’50 è davvero da ritenere un’opera che non può mancare nella libreria di ogni lettore.

Questi sono i motivi per cui mi sono decisa ad avvicinarmi all’opera. Proprio perché ritenevo insopportabile l’idea di confessare di non averlo ancora letto.

Volendo essere sintetici, possiamo dire che il romanzo non è altro che il racconto in prima persona di un adolescente sensibile, irritabile, umorale, scostante e con una decisa tendenza alla critica verso il mondo degli adulti. Il racconto copre un periodo molto breve, una manciata di giorni a ridosso delle vacanze di Natale ed è un lungo monologo a cui Caulfield si abbandona. Una sorta di confessione ma anche la ricerca ossessionante e compulsiva di un sentimento di comprensione e solidarietà, finanche di compassione o di empatia da parte dell’interlocutore, che lo stesso indica con la seconda persona plurale, a suggerirci che è ad un pubblico imprecisato che Holden si rivolge.

Parlare di sé spesso gli risulta complesso. Durante il monologo capita che Holden cada in contraddizione. Che desideri fare una cosa mentre in realtà ne fa una diametralmente opposta. Oppure che non riesca a spiegarsi certe sue pulsioni. In più di un’occasione Holden dichiarerà la sua pazzia, utilizzando un tono semiserio che solo nell’epilogo si comprenderà essere la denuncia di un disagio profondo.

Solo nelle ultime pagine scopriremo che questo racconto a posteriori altro non è che una sorta di spiegazione di quegli atteggiamenti e delle ossessioni che lo porteranno ad affrontare un periodo di analisi.

Ciò che è certo è che il romanzo non si esaurisce in un elenco dei disturbi di Holden, delle sue stranezze e dei suoi comportamenti spesso strampalati e del tutto insensati. Il romanzo in realtà è il grido straziante di una generazione che, cresciuta nell’immediata dopoguerra, vive l’ascesa esponenziale del benessere in una società ancora profondamente maschilista e bigotta. La beat generation americana, che celebra il rifiuto dei comportamenti convenzionali, che sperimenta le droghe, la sessualità alternativa e rifugge il materialismo e i luoghi comuni.

Holden è il perfetto rappresentante di questo movimento. Possiede infatti l’ardore che deriva dalla consapevolezza di appartenere ad una generazione che rompe con il passato. Denuncia l’ipocrisia e la falsità degli adulti, si estranea da chi lo rende irritabile, confessa la sua confusione interiore, frutto delle sollecitazioni provenienti dai suoi coetanei, denuncia la difficoltà di comunicare con gli adulti.

Holden è uno studente fallimentare, perché si è fatto espellere più volte dalle prestigiose scuole scelte per lui dalla sua famiglia. E’ un emarginato, senza amici, perché chi lo circonda è detestabile, bigotto, narcisista, fissato. E’ in rotta di collisione con la famiglia, che probabilmente non perdonerà il suo ennesimo fallimento.

Ed ecco che l’idea della fuga prende forma in lui, insieme alla necessità di allontanarsi dai detestabili compagni di studio. Giunto a New York vivrà due giorni di folle confusione, in cui bizzarri personaggi gli faranno da contorno in una girandola di alcol, corse in taxi, deliri amorosi, liti furibonde, incontri al limite della follia. La fuga in solitaria a New York, che doveva prepararlo ad affrontare i genitori dopo l’espulsione dalla scuola, che doveva guarirlo dalle sue inquietudini e sopire la sua rabbia, si rivelerà un misero fallimento. Il senso di estraneità dalla società del tempo e la sensazione di essere stato tradito dal mondo degli adulti, che incombe anagraficamente su di lui, sarà molto forte e dirompente.

E così Holden approderà di nascosto nella casa dei suoi, per ricercare nella sorellina Phoebe quell’accoglienza, l’ingenuità, il candore e l’innocenza che non riesce più a trovare nel suo mondo.

In una sorta di rifiuto di crescere e di affrontare i cambiamenti che comporta, impelagato nella paura di fallire e di rimanere solo e sperduto dentro ad una folla impazzita e incomprensibile, Caulfield si rende conto che anche l’innocenza tipica dell’infanzia non è che un effimero volo di farfalla e che niente potrà impedire quello che è un processo irreversibile. La consapevolezza determinerà una forte frustrazione che culminerà con l’esaurimento nervoso ed il ricovero in ospedale.

Il romanzo è una denuncia del disagio giovanile dell’epoca. Per quanto sia necessario contestualizzarlo, non si può evitare di fare un parallelismo con il disagio giovanile odierno che, pur parlando una lingua diversa, possiede la medesima matrice, riassumibile nel rifiuto di doversi conformare ai dettami sociali del tempo e nel sentimento di ribellione verso la generazione precedente, percepita come falsa e ipocrita.

Superbo il linguaggio che Salinger utilizza per dar voce a Holden. Un linguaggio colloquiale, talvolta critico, tipico degli adolescenti americani di quegli anni, che non disdegna l’utilizzo dello slang e delle espressioni talvolta sgrammaticate e anche volgari degli adolescenti. I dubbi, gli scrupoli, la rabbia e la scarsa conoscenza di sé e dei suoi atteggiamenti, sono resi in modo impeccabile e talvolta strappano anche un sorriso, per l’incapacità dello stesso Holden di comprendere i suoi comportamenti e i suoi pensieri.

Insomma un romanzo che va letto ed assaporato con la giusta disposizione d’animo. Noi stessi, che lo leggiamo, dobbiamo mostrare un minimo di comprensione verso il giovane protagonista. Non lo dobbiamo deludere perché lui si aspetta dai suoi interlocutori indulgenza, capacità di immedesimazione e, perché no, anche una spalla su cui appoggiarsi.

Precipitoso, crudo, disarmante. Ma anche illuminante, tenero e meravigliosamente vero. Una lettura indispensabile per capire le crudeli sfaccettature nascoste in quella dolorosa pulsione chiamata crescere.

  • Casa Editrice: Einaudi editore
  • Genere: narrativa americana
  • Pagine: 251

I RICORDI NON FANNO RUMORE di Carmen Laterza.

Bianca rimase per terra, immobile come un sasso, con il volto scomposto da un dolore troppo grande per i suoi nove anni. Poi, sentendo la mano della zia che si appoggiava di nuovo alla sua spalla, si rialzò di scatto, si voltò verso di lei e la guardò come se la vedesse per la prima volta.
Allora provò un senso di solitudine buia e senza scampo. Vide il proprio fiato prendere corpo davanti a sé, sincopato e affannoso. Udì il gracchiare di un corvo in lontananza e un motore, forse un camion, che passava sulla provinciale.

Trama

Bianca è una bambina allegra e vivace e vive con sua madre Giovanna in casa dei signori Colombo. La sua vita è fatta di cose semplici ma lo scoppio della Seconda Guerra mondiale travolge gli equilibri familiari e Bianca è costretta a lasciare Milano per andare in campagna dalla zia, dove pensa di poter cominciare una nuova vita.

Bianca scopre ben presto che la guerra è ovunque intorno a lei, fuori e ancora di più dentro casa, e l’unica possibilità di sopravvivere è rendersi autonoma, imparare a contare solo su se stessa. Ma per riuscirci deve mettere in discussione le proprie convinzioni sui rapporti familiari, sulle regole sociali e sulla verità dei propri ricordi.

Perché i ricordi sembrano cimeli di un passato lontano ma quando riemergono, di fronte agli snodi cruciali della vita, si rivelano per quello che sono: compagni silenziosi e discreti del nostro cammino che determinano la rotta delle nostre scelte. E come una bussola interiore ci guidano così: senza fare rumore.

Recensione

Sono grata a Carmen Laterza per avermi omaggiata del suo nuovo romanzo, I ricordi non fanno rumore, che ho appena terminato di leggere.

Il romanzo ha dalla sua un titolo molto accattivante e una copertina deliziosa, che evoca, in me, la fotografia di un’Italia più povera e più vera.

La storia che vi si legge è la storia di tutti noi. Dei nostri nonni, che vissero la guerra durante la loro infanzia, privati della spensieratezza e della fiducia nel futuro. Cresciuti tra i bombardamenti, la fame, la morte. I loro sguardi spauriti negli occhi resi più grandi dalla fame e dalla paura. Gambette magre, vestiti larghi e troppo leggeri. Abituati ad elemosinare attenzione e stremati dal lavoro che nessuno, allora, si sognava di sottrarre alle loro braccia troppo esili. Abituati a fare a meno di un abbraccio e a contare esclusivamente su se stessi.

Bianca ancora non conosce queste cose. La sua piccola vita scorre serenamente anche se la guerra incombe su di lei e sulla madre, Giovanna, che è sola e che da sola la cresce, cercando di non farle mancare niente.

Giovanna è già stata duramente messa alla prova dalla vita. Ad una donna non è concesso commettere errori e Giovanna deve schermarsi dietro ad una bugia per essere accettata. Come non è concesso sperare di tirare avanti dignitosamente senza un uomo accanto.

Fuggite dalle bombe e dalla devastazione, Giovanna e Bianca troveranno rifugio in campagna, dalla sorella Augusta. Sfiancata dalle gravidanze e da un marito gretto e violento, Augusta non conosce altra difesa che modi bruschi e scostanti e una fede bigotta e cieca. Sebbene entrambe condividano un destino di amarezza e di dolore, Giovanna e Augusta non sono capaci di farsi forza a vicenda. Il loro è un dolore sordo che finisce per allontanare anziché unire. Giovanna fuggirà di nuovo e Bianca resterà da sola con gli zii e i cugini, trovando conforto nella dedizione e nell’impegno, gli unici appigli per poter continuare a vivere e a credere nei suoi sogni.

I ricordi non fanno rumore è una storia amara scritta al femminile, in un’epoca in cui essere donna significa camminare a capo chino, cercando di rendersi invisibile agli occhi del mondo, un mondo meschino e retrogrado pronto a scagliarsi contro i più deboli e i più soli.

Le donne di Carmen Laterza sanno bene quale sia il loro posto nel mondo. Stanno ai margini, stringono i denti, leonesse pronte a difendere i loro cuccioli ma anche fragili farfalle a cui basta un niente per non essere più in grado di volare. Se sono belle dovranno sopire la loro bellezza per non attirare su di sé troppi sguardi. Se sono povere dovranno lavorare duramente fino a sfiorire anzitempo. Se sono sole dovranno difendere ad ogni costo la loro dignità e lottare contro chi vorrà approfittare della loro ingenuità.

Ognuna di queste donne possiede dentro di sé una forza sconosciuta, che spesso emerge proprio quando si è allo stremo delle forze. Una forza che nemmeno loro sanno di avere e che a volte si veste di lacrime e a volte di urla. Una forza che c’è anche quando una donna piange, quando mente per essere accettata, quando scappa e quando supplica.

Bianca cresce all’ombra di queste donne. Da bambina che era, stretta al fianco della madre, diventa un’adolescente silenziosa, attenta a non disattendere ai suoi doveri e disincantata verso la vita, che le ha tolto affetti e certezze. La vita è avara con lei ma Bianca è abile a crearsi delle nicchie di piccola felicità in cui riprendere fiducia in se stessa. Ci sono i libri, che Giuseppe le porta di nascosto. C’è il quaderno nero, in cui si sforza di ricopiare le parole dei libri. Ci sono i ricordi, quelli della sua mamma e quelli del padre che non ha mai conosciuto e che si immagina forte e coraggioso. E c’è Elvira, che le insegna tutto ciò che sa e soprattutto a credere in se stessa e nei suoi sogni.

I ricordi non fanno rumore è una storia di riscatto e di speranza. In Bianca entrambe si incarnano, quasi a vendicare le umiliazioni subite dalla madre, le angherie e lo sfinimento che hanno distrutto il sorriso della zia Augusta e il tradimento che ha infranto i sogni di Elvira, l’unica che tuttavia ha trovato in sé la forza per andare avanti da sola.

Bianca raccoglie tutte le loro lacrime e ne fa un balsamo per curare le sue stesse ferite. Tutte le speranze delle donne del dopoguerra sono fuse in lei, che poco più che bambina dovrà costruire il suo futuro da sola.

Intorno a queste donne indimenticabili c’è l’Italia della Guerra, senza più certezze, affamata, disillusa e perduta, che Carmen Laterza descrive con precisione e grande senso della Storia, quella con la maiuscola.

Un periodo oscuro descritto con gli occhi della povera gente che non riesce a dare un nome e non trova alcuna giustificazione al terrore che prova, alla fame che gli attanaglia gli intestini, alle bombe, alla cattiveria e alla meschinità degli uomini. Un periodo in cui si compie il destino dell’Italia ma che appare incomprensibile e del tutto immotivato agli occhi di chi non vede che orrore e morte.

Carmen Laterza dà vita ad un romanzo amaro e disilluso verso il quale è difficile rimanere indifferenti. Con una scrittura coinvolgente e curata, porta il lettore dentro alla storia e lo lega con fili sottili che non si potranno facilmente recidere. Una prosa che emoziona e che ci riporta indietro nel tempo, in un racconto che potremmo aver ascoltato mille volte ma che non stanca perché figlio della nostra storia recente.

Restare a galla è la sfida che dovrà raccogliere la piccola Bianca, la cui storia si interrompe alle soglie di una nuova vita che si affaccia davanti a lei. Cosa succederà nel suo futuro lo sapremo, spero, nel prossimo volume. Non farci aspettare troppo Carmen, mi raccomando!

  • Edizioni: Libroza
  • Genere: narrativa italiana
  • Pagine: 278

Rubrica RECENSIONI A COPPIE: “Storia di una capinera” di Giovanni Verga e “Il quaderno azzurro” di James A. Levine

Sono rimasta immobile nella prima luce del mattino, con le palpebre che fluttuavano tra il sonno e la veglia, a guardare fuori attraverso l’ingresso del nido. Sapevo che quella matita non sarebbe bastata per scrivere tutta la mia vita, ma ce n’era abbastanza per cominciare.

Trama di “Storia di una capinera” di Giovanni Verga

Nel romanzo di Verga la protagonista Maria scrive all’amica Marianna, che i lettori non conosceranno mai; le sue lettere coprono un arco di circa due anni, dal 3 settembre 1854 al 24 settembre 1856. Sono seguite da due lettere senza data e dall’annuncio della morte di Maria siglato da suor Filomena.

Maria è un educanda orfana di madre; trascorre l’estate del 1854, in una tenuta alle pendici dell’Etna, con il padre e la matrigna, fuori dal convento dove abitualmente risiede. Qui ella incontra il giovane Nino, come lei sfollato assieme alla famiglia per sfuggire all’epidemia di colera che incombe su Catania. La vita libera e spensierata all’aria aperta, nell’incanto dei boschi e delle campagne, avvicina i due giovani. Nella lettera del 10 novembre 1854 Maria confida a Marianna di essersi innamorata del giovane Nino; ora però vorrebbe ritornare al raccoglimento e al silenzio claustrale.

La storia d’amore tra i due giovani prosegue: s’incontrano, si sfiorano, si baciano. Nella lettera del 21 novembre Maria è consapevole di essere amata e ciò la trasforma: la vita del convento le sembra adesso soffocante e vuota. Viene separata a forza dal giovane Nino; si ammala e, una volta guarita, viene rinchiusa definitivamente in convento.

La terza parte si apre, un anno dopo, con la lettera dell’8 febbraio 1856. Maria sta per fare la promessa dei voti perpetui, ma è molto malata. Intanto le annunciano che la sorella Giuditta sposerà Nino. Per il dolore, Maria entra in un delirio quasi folle. Tenta la fuga, ma senza successo: perciò viene reclusa nella cella delle monache pazze. Lì, l’unica ad avere compassione di lei è suor Agata, ridotta a una sorta di larva umana. In una lettera conclusiva suor Filomena rievoca gli ultimi giorni di Maria, i commoventi funerali, le sue ultime volontà.

Trama di “Il quaderno azzurro” di James A. Levine

Batuk ha quindici anni e due tesori: la sua bellezza e una matita. Viveva in campagna prima di essere venduta dalla famiglia, costretta dall’indigenza, alla tenutaria di un bordello. Da sei anni Batuk è prigioniera nella strada delle prostitute bambine, chiusa in una gabbia che lei chiama nido, affacciata sul vortice senza speranza delle vie di Mumbai. La bellezza le garantisce un trattamento di favore nella realtà agghiacciante che la circonda, ma l’unico modo per sfuggire all’orrore quotidiano è la sua capacità di dare voce al suo mondo interiore. Perché Batuk crede nella forza delle parole, nel loro potere consolatorio. Sarà proprio la scrittura a permetterle di ribellarsi di fronte all’ennesimo gesto di cinismo e di spietata violenza.

Recensioni a coppie.

Apparentemente questi due romanzi non potrebbero essere più lontani l’uno dall’altro.

Per l’epoca in cui sono stati scritti, la fine del XIX secolo per “Storia di una capinera” e il recente 2009 per “Il quaderno azzurro”; per la figura delle protagoniste, una monaca nel primo e una giovane prostituta nell’altro; per l’ambientazione, italiana nel primo, esotica nel secondo. Per il genere, un classico della letteratura italiana il primo, un romanzo di narrativa nemmeno troppo conosciuto il secondo.

Eppure, a mio avviso, i due romanzi hanno anche diverse cose in comune.

Innanzitutto la forma epistolare per entrambi, così diretta, coinvolgente, forte. Poi l’età delle protagoniste, poco più che bambine. Ma questi due romanzi si assomigliano perché entrambi affrontano il tema della condizione femminile. Una condizione di subordinazione che non muta, non evolve nel tempo. Una condizione che fa delle loro voce un sussurro mal percepito. Storie, queste, in cui deliberatamente si decide di mettere a tacere non solo un grido, ma anche il pensiero e la storia di chi è stato costretto a vivere una vita non sua.

Gli anni che separano le storie delle due protagoniste, Maria e Batuk, potrebbero essere dieci o mille. Ed è facile capire che il tempo che le separa non è poi così importante.

Concepire la donna come una creatura muta e consenziente, paziente e priva della capacità di ribellarsi, è storia vecchia quanto il mondo.

Che sia la storia di una giovane costretta a prendere i voti e a sopire con forza un amore struggente e assoluto o che sia la storia di una giovane asiatica, una bambina, venduta dalla stessa famiglia e iniziata alla prostituzione, non cambia molto. Non cambia il dolore, il tradimento, la disillusione. Né l’amarezza di essere destinate con la forza ad una esistenza abbietta e ingiusta. Né la rabbia o la rassegnazione.

I due romanzi si leggono in fretta. Si buttano giù come si fa con una medicina, amara ma necessaria.

A nulla vale la nostra rabbia, la nostra ribellione e le nostre lacrime. Il destino di Maria e di Batuk si compirà, e niente potrà far deviare queste vite perdute dalla strada che qualcuno ha segnato per loro.

Oggetti senza voce, creature dimenticate da tutti, lasciate a se stesse. E se Maria vive nella speranza di poter rivedere un giorno il suo amato pur nella consapevolezza di non possedere la forza per ribellarsi al suo destino, Batuk costruisce intorno a sé un mondo immaginario, in cui rifugiarsi quando la sia vita diventa insopportabile. Maria è vittima di una religione vissuta come strumento di oppressione e di controllo e vivrà alla ricerca di una fonte di consolazione per il dolore conseguente alle sue privazioni. Batuk è vittima della povertà e di un mondo in cui la mercificazione dell’infanzia è ammessa e incoraggiata. Entrambe non potranno ribellarsi e fuggire dalle loro misere esistenze se non con la morte. Una morte che tuttavia sopraggiungerà tra l’indifferenza generale.

Per entrambe l’epilogo sarà tragico ma in fondo accolto con grande serenità, come la fine di una sofferenza inflitta. Ma non vi sarà mai rassegnazione per nessuna delle due. Ognuna a suo modo sugellerà la propria fine, con un inganno o con la pazzia. Entrambe vie di fuga verso una dimensione più consona, più umana, più vivibile.

La voce di Maria e di Batuk, che si leva prepotentemente dai loro scritti, è una voce flebile ma potente al tempo stesso. Una voce che dobbiamo ascoltare per rendere a queste due ragazze la giustizia a cui anelano. Per restituire loro dignità e un briciolo di solidarietà e di compassione.

Naturalmente è comunque necessario conteatualizzare i due romanzi.

Il romanzo di Verga si insinua nella letteratura tardo romantica dell’epoca, in un contesto non ancora del tutto contaminato dal Verismo che invece scaturirà prepotente nelle opere a questa successive. La figura di Maria è frutto dell’esaltazione amorosa, vissuta con una intensità dolorosa ma anche con un profondo senso di colpa per la debolezza che l’innamoramento induce nella ragazza. Maria è in ogni caso una figura in cui il desiderio di condurre una vita libera cozza costantemente con il senso di protezione che la vita di clausura evoca in lei. Una donna che anela l’amore fisico e che al tempo stesso subisce il suo fascino subdolo, che la allontana da un ideale di purezza. Un animo delicato e tradito dagli affetti a lei più vicini, in cui senso di ribellione e desiderio di normalità e di accettazione si scontrano con forza.

Il quaderno azzurro è invece un romanzo di denuncia verso lo sfruttamento sessuale dell’infanzia. E sull’infanzia si focalizza, dandogli voce e anima. La voce di Batuk è quella di una bambina che rimodella, attraverso il gioco, la sua spaventosa realtà. La ragazzina colora il suo mondo grigio con i colori della fantasia e dell’ingenuità, creatura quasi inconsapevole dell’ingiustizia e della crudeltà che ha subito per mano del padre, un padre che tuttavia non cessa di pensare e di amare. Batuk in un certo senso si rassegna alla sua vita più facilmente di Maria proprio perchè è una bambina capace di fuggire dalla realtà con il pensiero, la fantasia e il gioco. “Il quaderno azzurro” non può che essere frutto della nostra epoca, in cui un bambino diventa merce di scambio in un attimo.

DEI BAMBINI NON SI SA NIENTE di Simona Vinci

Sempre dritto per cinque minuti, dentro i campi e poi ancora dritto, seguendo il fosso per altri cinque minuti, tra il fango e le ortiche, le rane e i grilli. Le lucciole, ancora spente. O andate, chissà. Cielo nero, adesso, e una luna lontanissima, pallida. Non la luna tonda con la faccia materna e triste, una luna smangiata, col profilo feroce, appuntito.

Trama

Una bambina di dieci anni canta, in grembiule azzurro e anfibi rossi, davanti a un mare di grano. È Martina, che non fa domande, che cerca di capire con gli occhi. E attraverso il suo sguardo, che vede il mondo con lo stupore assorto, un po’ imbambolato, dei grandi saggi, il lettore entra nel racconto perfetto di un mistero. Alla fine dell’anno scolastico, nel tempo breve e infinito di un’estate, tra i campi gialli e verdi di Granarolo dell’Emilia, lontano dallo sguardo degli adulti, un gruppo di bambini si esercita in giochi proibiti sempre piú estremi. Buono e cattivo, gioia dolore e schifo, e anche l’orrore, ci sono, semplicemente. Attraverso il punto di vista di Martina, Matteo, Luca e Mirko, il ragazzo piú grande, quindici anni, il capo del gruppo. L’esordio, di straordinaria maturità, di una scrittrice che, riallacciandosi a Marguerite Duras e Ian McEwan, sa raccontare l’universo dei bambini e quasi adolescenti tra innocenza e corruzione, tra giochi odori cose familiari e certezze spensierate di una volta, il rock acido dei Soundgarden e la scoperta del sesso, del corpo, e di come sia inevitabile e spaventoso crescere.

Recensione

Questo romanzo è già vecchio, perché è uscito nel 1997. Quando internet era pressoché sconosciuto e i social erano lungi dal prendere piede nelle nostre vite. Quando, insomma, tutti noi eravamo più innocenti e più veri.  Gli anni in cui i bambini giocavano ancora per la strada e suonavano i campanelli.

Non sono dunque i social i responsabili di ciò che andremo a leggere. E’, piuttosto, un tarlo ben più letale e pericoloso, chiamato assenza. Assenza di interesse, in tutte le sue declinazioni.

Ciò che ci aspetta è la storia di una deviazione. Di qualcosa che profuma di innocenza perduta e che vira, a poco a poco, nell’odore persistente dell’incoscienza. Un odore che non si definisce. Che tuttavia assomiglia all’afrore della tragedia, alla quale non sappiamo dare altro nome. La tragedia che i bambini stessi, autori e vittime, non sanno riconoscere come tale, alla quale arrivano pieni del loro candore e della disarmante semplicità con cui guardano alla vita. Lasciandosela vivere addosso. Senza farsi domande. Senza stupore, né limiti. Perché la moralità è un concetto inesistente e sconosciuto per dei bambini, a cui niente appare vietato o cattivo, poiché vissuto con naturalezza e curiosità.

La storia è forte e probabilmente non è per tutti. La lettura è tagliente, ti segna con una ferita purulenta, che non guarisce. Fin da subito farà storcere il naso a chi vede l’infanzia come l’Eden della nostra esistenza, in cui conta solo essere amati ed amare, crescere e costruirsi la propria identità. Andare a scuola, giocare con gli amici, cullarsi nell’innocenza, la stessa innocenza, lo stesso candore che diventa, poi, a poco a poco, un fardello, un peso che impedisce di spiccare il volo.

E lassù, in quel cielo viola e abbacinante, quante cose ci sono da scoprire! E quante di queste scoperte saranno esperienze che il bambino vuole vivere in autonomia, senza il filtro dei genitori.

In questo romanzo assistiamo al fallimento del ruolo del genitore come guida. Una inadeguatezza che diventa cecità. E una cecità che si legittima con la difficoltà di guardarsi dentro, di mettersi in gioco e in discussione. E di questi bambini, questi figli che crescono troppo in fretta senza lasciarci il tempo di crescere anche noi con loro, non sappiamo più nulla. Cosa pensano, di cosa hanno paura, cosa li rende felici. Un romanzo in un certo senso profetico, che in epoca non sospetta evidenzia le difficoltà del ruolo genitoriale in una società in cui il concetto di tabù diventa sempre più indefinito e la solitudine dei bambini e degli adolescenti è sempre più dilagante.

Questi bambini, che cedono alla necessità della scoperta, che esplorano da soli le loro sensazioni. Il cui corpo, seppure acerbo e che fino a poco fa non avevano neanche degnato di uno sguardo, inizia a palpitare, Un corpo che non esitano e cedere in prestito senza pudore, in un vortice di gioco, di ascolto, di condivisione. Un corpo che sboccia, che esplode. Una sessualità precoce e assillante che non trova supporto nel pensiero, ancora immaturo e suscettibile di essere manovrato da stimoli esterni alla famiglia.

Una lettura che vi terrà svegli e che prenderà il vostro stomaco in una morsa. Che vi aprirà gli occhi in modo doloroso e indimenticabile. I bambini a un certo punto, inspiegabilmente e senza preavviso, cessano di essere bambini e diventano altro. I bambini, ad un certo punto, obbediscono ad una voce estranea, ipnotizzante. Un richiamo troppo forte, troppo opprimente. Non sentono e non vedono altro che la propria voglia di crescere e di sperimentare.

La nostra voce allora dovrà farsi più alta, più squillante. Bisognerà farsi sentire, che noi ci siamo e siamo qui per loro. Siamo qui a tendere una mano e a incoraggiare i loro passi.  Per trattenerli ma anche per lasciarli andare. E quando sono troppo distanti e il filo che li lega a noi rischia di rompersi, bisognerà urlare, con tutto il fiato di cui siamo capaci, per riportarli a casa.

Simona Vinci irrompe sulla scena editoriale con questo romanzo potente, scioccante, a tratti scandaloso. Una scrittura asciutta, capace di interpretare magistralmente il ruolo di un preadoloscente, del quale mutua pensieri, atteggiamenti, persino la sua fisicità e il suo muoversi, dinoccolato, incerto, fiducioso, nello sconfinato mondo esterno alla famiglia. Una prosa che si nutre di immagini. Immagini forti, crude, che tuttavia si addolciscono e si stemperano nel lattiginoso limbo in cui si trovano i nostri figli, invischiati nell’infanzia, dove noi vorremmo farli rimanere il più a lungo possibile, e protesi pericolosamente verso il mondo degli adulti, del quale copiare comportamenti, parole e schemi.

Una lettura che assomiglia ad un viaggio. Attraverso i campi, in mezzo ai grilli, dentro ai fossi. Un percorso dritto, che serve per crescere e per diventare adulti. Un viatico che porterà questi ragazzi, ormai cresciuti, verso la consapevolezza. Una lettura che spacca tutto ciò in cui si imbatte. Che siano coscienze, che siano speranze, che sia pudore. Una lettura che, una volta fatta, niente sarà più come prima.

  • Editore: Einaudi Editore
  • Genere: narrativa contemporanea
  • Pagine: 169