“E’ mia ferma convinzione”, disse Mrs Belmont gravemente, “che non ci sia stato nessuno di noi che abbia raggiunto, né mai raggiungerà, una vetta più alta come durante quei giorni nel deserto. Quando i nostri peccati verranno soppesati, molto ci verrà perdonato per quei giorni altruisti”.
Trama
Navigando lungo le acque placide del Nilo nubiano, gli ignari passeggeri del piroscafo Korosko risalgono il fiume per visitare i monumenti dell’Antico Egitto dei faraoni. Ma tra le bellezze del deserto si insidia la minaccia di un gruppo di banditi dervisci, guidati dal terribile emiro Abderrahman. Messi alla prova sia nel fisico che nella mente, gli sventurati turisti tenteranno in ogni modo di sopravvivere a questa inaspettata e violenta tragedia tra le colline del deserto nubiano.
Recensione
Arthur Conan Doyle non scrisse solo le gesta di Sherlok Holmes, ma anche molte altre opere. La sua fu una produzione letteraria di tutto rispetto e merita davvero di essere riscoperta.
Non mi sono quindi lasciata sfuggire l’occasione di leggere questo romanzo, ambientato all’epoca del massimo splendore letterario del suo autore, sul finire del XIX secolo.
Amo particolarmente questo periodo storico, in cui compaiono gentiluomini in marsina e svenevoli fanciulle dalla vita sottile e dalla carnagione di alabastro. Uomini e donne che parlano un linguaggio affascinante e che credono fermamente che il mondo sia un luogo meraviglioso in cui vivere.
Non fanno eccezione i protagonisti de “La tragedia del Korosko”, che troviamo durante una piacevole crociera sul Nilo, a bordo di un piroscafo che pigramente naviga in acque limacciose e calme. Senza fretta e con la strenua fiducia che la navigazione non sarà disturbata dai facinorosi “Dervisci”, musulmani seguaci del Mahdi sudanese, promotore della rivolta anticolonialista che ebbe il suo maggior palcoscenico proprio in Sudan.
La vicenda, che va necessariamente contestualizzata, offre tuttavia molti spunti di riflessione, che convergono, in estrema sintesi, nella convinzione dell’esistenza di una egemonia “razziale” e “culturale” che si ripropone nel tempo.
Ai quei tempi, lo sappiamo bene, l’Inghilterra dominava e imperversava sul pianeta, in virtù di una supremazia di mezzi ma anche di pensiero. L’Egitto non sfuggiva certo a questa regola e i primi vagiti della rivolta si erano fatti sentire, scatenando una lieve preoccupazione subito sopita da una sconfinata e a tratti insensata fiducia nel destino.
Questo è l’argomento di discussione degli ignari passeggeri del Korosko quando decidono di attraversare il deserto alla ricerca delle vestigie egizie. Sbarcano sicuri di sé e della propria brillante vita, certi di occupare il posto giusto nel mondo e per questo di non poter subire scossoni o deviazioni da un percorso di vita che sembra già scritto.
E invece accadrà l’inaspettato. Non si è mai preparati ad evenienze così tragiche come un rapimento perpetrato da temibili banditi e meno che mai lo saranno i nostri protagonisti.
Tuttavia, come si conviene all’Uomo e al suo sacro istinto di sopravvivenza, i malcapitati sapranno resistere fino alla fine, al netto di alcune inevitabili perdite umane, mettendo in pista piccole strategie e fantasiosi mezzi per procrastinare il momento della loro probabile morte.
Un racconto che evoca l’incertezza della condizione umana ma anche la sua strenua lotta per sopravvivere. Il pericolo che fa sbocciare in noi atteggiamenti e pensieri che pensavamo impossibili, ci fa anche vedere la vita da una diversa prospettiva, aprendoci a soluzioni del tutto inusitate. Ed infine un’epoca al suo tramonto, che fa intravedere tra le crepe che si allargano inarrestabili, quanto la pretesa egemonia della razza bianca sia un mito fallace e deviante, in una sorta di ciclo della storia che cambia rotta a favore degli oppressi e a discapito degli oppressori.
Incantevole la prosa di Conan Doyle, notevole il ritmo narrativo e la capacità di tenere alta l’attenzione in un racconto che è circoscritto ad un solo piano narrativo. Bellissimo l’epilogo, in un contesto in cui la necessità di palesare una morale della storia appena conclusasi non è solo consolazione ma anche e soprattutto necessità di fornire un insegnamento morale oltre che storico.
L’autore
Dopo aver intrapreso e fallito la carriera di medico, Arthur Conan Doyle (Edimburgo 1859 – Crowborough 1930) si dedicò alla scrittura di alcuni racconti, dai quali nacque il famoso detective Sherlok Holmes.
All’interno della propria vasta produzione letteraria, Conan Doyle scrisse anche testi di altro genere, racconti fantascientifici e romanzi storici, come La tragedia del Korosko, pubblicato nel 1898.
Se doveva dire qualcosa, stringeva gli occhi e si metteva a tracciare segni nell’aria senza mai distogliere lo sguardo da chi gli stava di fronte, una preghiera che recitava con il corpo, parole mute che sgorgavano da un angelo ferito.
Trama
Leo ha sei anni. È nato sordo, ma la sua infanzia scorre serenamente. Con la sua famiglia, Leo parla la Lingua dei Segni, e quella degli affetti, che assumono forme inesplorate nei movimenti delle mani dei genitori e della sorella Anna. Ma è giunto il tempo della scuola e Leo viene mandato lontano da casa, a Milano, in un istituto che accoglie bambini come lui. Siamo ai tempi in cui nelle scuole è vietato usare la Lingua dei Segni. All’improvviso per Leo la vita diventa incomprensibile, dentro un silenzio ancora più grande di quello che ha vissuto fino a quel momento. Poi, in una notte d’inverno del 1964, Leo scompare. A nulla servono le ricerche della polizia: di Leo non si ha più notizia. Diciannove anni dopo, nello studio della sorella Anna, si presenta Michele, un compagno di Leo ai tempi della scuola. E inizia a raccontare la sua storia, partendo da quella notte d’inverno.
Recensione
Questo romanzo è un insieme di storie che convergono tutte al centro di un dolore antico. Non è solo la storia di Leo, un bambino sordo che nell’Italia degli anni sessanta del novecento è costretto ad abbandonare l’uso della LIS, la lingua dei segni. E’anche la storia di una famiglia lasciata sola a gestire un dolore troppo grande. E’ la storia di un genitore che si arrende e di un altro che inventa per sé una nuova dimensione di vita. E’ la storia di Anna, una donna che vuole conoscere la verità e che combatte con i suoi ricordi. E’ un romanzo sulle diverse sfaccettature dell’amore, che talvolta toglie e talvolta dà.
Il romanzo utilizza diversi piani temporali. Frequenti le incursioni nel passato, nel mondo ovattato e silente di Leo, un bambino senza voce che si esprime attraverso i gesti. Piccolo e inerme davanti ad un mondo chiassoso e basato sui suoni, quelli che Leo non potrà mai sentire. Leo, che sente il mondo attraverso Anna, la sorella maggiore. Leo che all’età di sei anni conoscerà il buio, tra le mura del Tarra, la scuola speciale per sordi, che vieta la lingua dei segni perché la gestualità è retaggio degli animali e non degli uomini di Dio.
La storia di Anna si srotola in terza persona, al tempo passato. Una giovane donna che non ha dimenticato il fratellino, scomparso nel nulla diciannove anni prima. Anna non ha ancora trovato la sua strada. Anna si getterà anima e corpo nella ricerca della verità. Una ricerca dolorosa che significherà anche una crescita personale, attraverso la quale scoprire la natura del suo “io” e il dolore di una verità inaspettata.
Ad un certo punto, quasi impercettibilmente, il romanzo diverrà quasi unicamente la storia di Anna. Leo si ridurrà ad un pretesto, quello che la spingerà ad investigare sulla sua scomparsa e che le farà scoprire anche molte cose di sé che non conosceva.
La storia di Michele invece è prigioniera del presente. Michele è un uomo enigmatico, che sembra racchiudere in sé la chiave del mistero che avvolge la scomparsa di Leo. Un’ombra che si aggira tra le pagine e trascina la mente di Anna a quella notte di tanti anni fa.
Stefano Corbetta dà voce al dolore di una perdita. Lo utilizza come volano per compiere una progressione dentro ai suoi personaggi. Il dolore così non sarà solo impotenza, senso di colpa. Ma diverrà anche desiderio di riscatto, esigenza di comprendere perché certe cose sono accadute e cosa si poteva fare per evitarle.
Buona la prosa di Stefano Corbetta, densa di stati d’animo e piena di immagini.
Scura e lugubre, invece, è l’eco che getta sulle vite dei protagonisti, annichiliti dalle beffe di un destino il cui intento pare essere proprio quello di distruggerle. E’ necessario contestualizzare la vicenda, in un periodo storico che, benché neanche troppo lontano, appare distante anni luce dalle necessità dell’inclusione e dalla centralità della famiglia nella società. Una famiglia che esce sconfitta e del tutto annientata rispetto al desiderio più che legittimo di sperare in una vita migliore per il figlio portatore di handicap.
Peccato che di Leo, in definitiva, non sappiamo molto. Leo appare fugace per poi scomparire. La sua esperienza fallimentare tra le mura del Tarra è solo accennata. La sua piccola vita ci sfiora soltanto. Le sue lacrime, la sua ribellione, la sua voce silenziosa, sono solo cenni in una storia che finisce per focalizzare altro. Dalla sinossi, personalmente, mi ero fatta un’altra idea di storia e dentro di me continuo ad anelarla.
Ciò non toglie che “La forma del silenzio” sia una lettura bella e malinconica. Una malinconia che non trova conforto in niente e in nessuno. Un modo di essere. La conseguenza della perdita della fiducia nella Vita e nell’Uomo. Le nostre solitudini che sedimentano rancore dentro di noi e che ci spingono con prepotenza a lottare per la verità.
L’autore
Stefano Corbetta è nato a Milano nel 1970. Accanto alla professione di arredatore di interni, ha affiancato negli anni esperienze in ambiti diversi: la musica jazz, il teatro, la scrittura.
Ha tenuto laboratori di scrittura in alcune scuole dell’area milanese. Ha esordito nel 2017 con il romanzo “Le coccinelle non hanno paura” (Morellini). “Sonno bianco”, il suo secondo romanzo, è uscito per HACCA nel settembre 2018. Sempre nello stesso anno è stato incluso nella antologia “Lettera alla madre” (Morellini). Nel 2019 ha scritto due racconti che sono stati inclusi nella raccolta “Polittico” (Caffèorchidea) e “Mosche contro vetro” (Morellini).
Di Esercizi di Fiducia ce n’era una varietà infinita. Alcuni erano basati sul dialogo e somigliavano alla terapia di gruppo; altri richiedevano silenzio, occhi bendati, cadute all’indietro da tavoli o scale a pioli sull’intreccio formato dalle braccia dei compagni.
Trama
Sono gli anni Ottanta; David e Sarah, quindicenni, frequentano un’accademia d’arte drammatica e si sono appena innamorati; come molte storie adolescenziali, la loro sarà breve, intensa, piena di passione e di incomprensioni, esposta alle interferenze dei coetanei e degli adulti, fra cui il carismatico professor Kingsley. A distanza di quindici anni, un’ex compagna di scuola ripercorre gli eventi di quei mesi da un altro punto di vista, rivelando che ciò che ci è stato raccontato è solo una versione imperfetta e parziale dei fatti. E ancora più avanti nel tempo, con un ulteriore ribaltamento di prospettiva, scopriremo (forse) la dolorosa verità.
Un romanzo a più voci che racconta l’amicizia, il desiderio, la fragilità e le ossessioni degli adolescenti, le dinamiche di sesso, potere e consenso, il delicatissimo rapporto fra insegnanti e allievi e l’attrito fra verità e finzione in ogni forma di racconto, dal teatro alla letteratura; appassionante e sorprendente, ricco di sottigliezza psicologica e colpi di scena, è l’opera che ha definitivamente consacrato presso critica e pubblico un’autrice già finalista al premio Pulitzer.
Recensione
Ho desiderato avere tra le mani questo romanzo fin dalla sua uscita. Una forma di estrema e quasi fastidiosa curiosità mi ha spinto a leggerlo, probabilmente perché volevo permettermi l’ennesimo salto indietro nel tempo, agli anni ottanta, che mi hanno visto adolescente, proprio come i protagonisti del libro di Susan Choi.
Invece, non mi sono mai riconosciuta in quegli adolescenti inquieti e precoci. Io, adolescente di provincia, con i retaggi dell’educazione cattolica ancora cuciti addosso. Con i “non posso”, i “meglio di no”, i “che direbbero i miei se lo sapessero”.
Sarah, David, Karen, Manuel e gli altri invece si rivelano fin da subito adolescenti indipendenti, liberi in ogni accezione del termine, automuniti, avvezzi al sesso e all’amore. Insomma, lontani anni luce dal mio vissuto.
Del resto, siamo in una metropoli degli Stati Uniti. Dove tutto è enorme. Dove tutto è possibile. Dove padri e madri hanno da tempo allentato le redini sui colli imberbi e ancora teneri dei figli. Figli che amano in modo totale. Capaci di slanci incredibili, di emozioni forti e di lacrime.
Susan Choi scava nel profondo dell’animo di questi ragazzi. Scandaglia, pungola, senza remore.
Il suo linguaggio è fitto, una rete di sussurri e di grida. E’ una discesa dentro ai loro corpi e nelle loro teste, senza un paracadute che salvi il lettore dalla sua buona fede.
E’ davvero lodevole questo suo calarsi nei panni dei protagonisti, questo incarnare così bene l’incertezza e le paure dell’età evolutiva. Le pulsioni che li avvicinano al mondo degli adulti e le paranoie che li fanno ripiombare nell’adolescenza.
“Esercizi di fiducia” è esattamente questo. Il ripetersi di comportamenti, di cause e di conseguenze che accompagnano i ragazzi verso l’età adulta. La fiducia è un bene primario, che però non è così facilmente reperibile. La fiducia va conquistata, piano piano, a costo di lacrime e di delusioni.
Le dinamiche di questo manipolo di adolescenti sono accentuate dalla loro propensione alla finzione. E anche dalla loro abitudine a fingere. Nella prestigiosa scuola di teatro che frequentano è necessario sapersi calare in molte vite immaginarie e per farlo alla perfezione occorre fare molta pratica. Per loro, quindicenni alle prime armi, la vita e la finzione si intrecciano e si confondono. La parte da recitare impatta sempre sul vissuto e modifica le loro vite vere fino a stravolgerle.
Le loro vite sono argilla nelle mani di mille manovratori, non sempre dalle limpide intenzioni. I loro intimi pensieri sono creta, che giorno dopo giorno assumono una forma diversa.
Ed infatti, a distanza di diversi anni, quando ormai i protagonisti sono trentenni, molte cose accadute a scuola assumeranno una forma assai distante da quella che sembrava essere. Ed ecco che i malintesi e i fraintendimenti, il detto e il non detto saranno codificati nella maniera giusta, a mostrare le cose per quelle che sono.
Ho trovato questo romanzo illuminante. Susan Choi interpreta l’immaginario dell’adolescenza con grandissimo acume e ci mostra le nostre infinite capacità di interpretare la realtà con il nostro personale metro, frutto delle nostre paure e delle nostre ossessioni del momento.
La realtà che ci viene raffigurata è spesso fallace e fuorviante, in un modo doloroso e per certi versi devastante. Ma la giovinezza del resto è proprio questo. Esaltazione, paura e trasfigurazione dei fatti. I macigni che da giovani non si possono spostare neanche di un centimetro appaiono simili a granelli di sabbia se guardati con gli occhi della maturità. Quando, cioè, non vi è più nessun timore. Quando si è perso, però, tutto il nostro ingenuo candore, tutte le aspettative dolci amare della vita.
Una scrittura che è un fiume in piena, con la stessa forza distruttrice. Una lettura che travolge, che fa nascere in noi un sorriso amaro, per ciò che abbiamo perso irrimediabilmente.
L’autrice
Susan Choi (1969) è nata negli Stati Uniti da padre coreano e madre ebrea americana. Vive a Brooklyn e insegna letteratura inglese a Yale. È autrice di cinque romanzi, fra cui American Woman (2003), finalista al premio Pulitzer, e A Person of Interest (2008), finalista al PEN/Faulkner Award e vincitore del PEN/W.G. Sebald Award. Esercizi di fiducia, che ha vinto il National Book Award per la narrativa nel 2019, è il suo primo libro tradotto in Italia.
Mi sono voltata a guardare il suo profilo in penombra, ed ero così triste che mi sentivo soffocare. Da quasi quattordici anni cercavo d trovare qualcosa, tra noi, che non v’era. Lei proveniva da me, l’avevo faqtta io, e c’era stato un tempo in cui l’avevo desiderata, un tempo in cui avevo creduto che sarebbe stata il mio mondo. Adesso sembrava una donna, c’era una sapenza femminile che le cresceva negli occhi, ed era in punto di sbocciare senza di me. Era sul punto di scegliersi una vita in cui per me non c’era posto. Mi avrebbe lasciato indietro.
Trama
È la vigilia di Natale e Blythe è seduta in macchina a spiare la nuova vita di suo marito. Attraverso la finestra di una casa estranea osserva la scena di una famiglia perfetta, le candele accese, i gesti premurosi. E poi c’è Violet, la sua enigmatica figlia, che dall’altra parte del vetro, a sua volta, la sta fissando immobile. Negli anni, Blythe si era chiesta se fosse stata la sua stessa infanzia fatta di vuoti e solitudini a impedirle di essere una buona madre, o se invece qualcosa di incomprensibile e guasto si nascondesse dietro le durezze e lo sguardo ribelle di Violet. Quando ne parlava con Fox, il marito, lui tagliava corto, tutto era come doveva essere, diceva. Era cominciata così, o forse era cominciata molto prima, quando era stata lei la bambina di casa. Blythe ora è pronta a raccontare la sua parte di verità, e la sua voce ci guida dentro una storia in cui il rapporto tra una madre e una figlia precipita in una voragine di emozioni, a volte inevitabili, altre persino selvagge. Un tour de force che pagina dopo pagina stilla tutto quel che c’è da sapere quando una famiglia, per preservare la sacralità della forma, tace. Viscerale, onesto fino alla brutalità, La spinta è un viaggio ipnotico e necessario nella psiche di una donna a cui nessuno è disposto a credere.
Recensione
C’è un destino, sotto la nostra pelle, al quale è assai complicato sottrarsi.
E c’è una strada, segnata dalla notte dei tempi, che si finisce per percorrere, inevitabilmente. Specie se si è donne.
Questo è il mantra che sta alla base dell’opera prima di Ashley Audrain, “La spinta”.
Un romanzo acclamato, uscito in contemporanea in 34 paesi. Un romanzo capace di tenere alta l’attenzione del lettore. Un diario di vita, di un’intera esistenza che scorre nel ricordo delle tare del passato, tare che ci portiamo addosso come stigmate.
La protagonista scrive in prima persona, si racconta, in modo intimo, senza alcune velo. Una vita che inizia già priva della spalla più importante e necessaria, quella della figura materna, una figura sfocata, assente, che scomparirà troppo presto. Una vita che sembra rifiorire grazie all’incontro con Fox, l’uomo di cui si innamora e che sposerà. La maternità sarà la tappa successiva, una tappa obbligata che tuttavia sconvolgerà la vita della protagonista. Tra Violet e la madre non scocca la scintilla. Violet è una bambina irrequieta, che fin dalla tenera età mostra alcuni lati di sé che spaventano la madre. Fin dai primi giorni Violet respinge Blythe in tutti i modi possibili. Tra loro c’è un solco incolmabile, destinato ad ingrossarsi con il passare del tempo.
E la madre è del tutto incapace di gestire l’ondata devastante di sensazioni e di insicurezza che la travolge dopo il parto. Tra madre e figlia c’è Fox, sempre pronto a difendere e giustificare Violet e altrettanto propenso a scaricare sulla moglie la responsabilità del loro disagio familiare.
Ciò che leggiamo è storia risaputa. Diventare madre non coincide necessariamente con l’atto di mettere al mondo una creatura. Sentirsi sopraffatte, inadeguate, sbagliate. Private di un appoggio, di comprensione. Additate se stanche o riluttanti. Condannate se il neonato non è l’unico assoluto punto di riferimento.
Una madre conosce il proprio figlio meglio di chiunque altro. Eppure Blythe non sarà creduta quando sospetta un problema comportamentale in Violet. Tutto si ridurrà in una sua mancanza. Mancanza di pazienza, di comprensione, di gesti affettuosi. Mancanza di fiducia, di empatia, di resistenza.
Perché una madre deve incarnare l’apoteosi del sacrificio. Nulla può stancarla. Niente può indurla ad arrendersi.
E poi accade l’inevitabile. Blythe dovrà reinventare la propria vita, elaborare i propri lutti, fare la pace con il suo passato.
Ashley Audrain ci porta con sé in un vortice di emozioni forti, dentro ad un uragano di dolore e di solitudine. Bravissima a descrivere le tempeste emotive della protagonista e magistrale nell’istillare nel lettore qualsiasi sorta di dubbio. L’autrice non giudica mai Blythe, si limita a raccontare i fatti e lascia a noi lettori il metro per giudicar il dolore di una donna e di una madre.
Questo è un romanzo che non lascia scampo. Questa è una storia di destini, di ombre che si propagano a vista d’occhio, ad intaccare la vita di una madre e della propria figlia. Un incantesimo che si rinnova ad ogni generazione, a ricreare dal nulla il dolore, il disagio e la morte.
Una storia di donne, di madri e di figlie. Madri intrappolate nei tentacoli che la figura materna stringe intorno alla loro vita. Donne che devono essere madri a tutti i costi. Donne chiamate a recitare un copione, a tenere fede a delle aspettative, a sacrificare tutto in nome della maternità.
Guai a chi non sappia adeguarsi. Guai a chi deve indossare un abito angusto, seppure adorno di tutte le bellezze del mondo. Donne così finiscono male. Sole, diseredate, folli. Malate incurabili, da tenere in gabbia. Da evitare. Donne che è preferibile vedere morte, piuttosto che libere di mostrare al mondo la loro insofferenza.
Madri bollate da un cancro incurabile, che è destinato ad infettare anche l’innocente che hanno loro malgrado messo al mondo.
Blythe deve lottare con questo demone quando a sua volta diverrà madre. Blythe non vuole assomigliare a Cecilia, sua madre, e a Etta, sua nonna. Entrambe madri cattive, malate, folli. Madri incuranti dei loro figli, che troppo presto hanno lasciato la scena, consegnandoli ad un mondo ottuso e intransigente.
Eppure dovrà piegarsi fin da subìto ad un destino avverso. E nell’infelicità che ne deriva, è Blythe che è colpevole. Di non essere amorevole. Di non dedicarsi anima e corpo alla bambina. Di non essere paziente.
Quando tutto imploderà, gli equilibri familiari sono saltati da un pezzo. Blythe è sola e dovrà ricostruire la propria vita. Dovrà fare pace con se stessa, con i suoi ricordi. Ricostruire il rapporto sfilacciato con Violet e accettare la fine del suo matrimonio.
In un processo di accettazione e di crescita, che la porterà faccia a faccia con una verità spaventosa.
Quale sia la morale di questo romanzo?
Innanzitutto che la figura materna è pregna di un coacervo di luoghi comuni e di obblighi. Ma prima ancora, ci rammenta, semmai ce ne fosse bisogno, la necessità di scindere la donna dalla madre. E di accettare che non tutte le donne vogliano vestire i panni del sacrificio e dell’abnegazione. Insomma, di tutto ciò che secoli di storia hanno gettato sulle spalli delle donne, che sono sante o streghe. Virtuose o meretrici. Senza una via di mezzo. Solo ai concetti estremi, dove è assai difficile trovare il proprio ruolo.
E poi, ci insegna quanto sia pesante il fardello di crescere con una madre che non si è votata esclusivamente al benessere del figlio. Un ruolo esigente, che vuole la madre annullarsi completamente nel suo ruolo, accantonando tutto ciò che la distoglierebbe da questo.
Ecco, dove l’istinto materno latita, c’è un figlio che cresce zoppo, amputato. Un figlio incompleto, che, se donna, rischia fortemente di generare un altro essere incompleto, e via e via in una ripetizione infinita.
Infine, questo romanzo ribadisce quanto sia difficile la missione di crescere un figlio, in una società ancora profondamente maschilista. Sulla donna ricadono tutti gli obblighi e tutti i doveri, che deve assolvere alla perfezione e con un sorriso stampato sulla faccia, indelebile e impassibile.
Con una scrittura coinvolgente ed intima, Ashley Audrain entra in punta di piedi ma con enorme fragore nel mondo delle donne. Distrugge con grande leggerezza più di uno stereotipo e ha il coraggio di assumere una posizione scomoda e dissacrante nei confronti della maternità, urlando a squarciagola la necessità di dare sostegno alle donne e alle madri del nostro tempo, riabilitando, al tempo stesso, le donne e le madri del passato.
Le donne che leggeranno questo romanzo si riconosceranno in queste madri, vittime del pregiudizio e di svariati tipi di meschinità.
Gli uomini, invece, imparino ad amare le donne della loro vita. A sostenerle e a celebrarle. A credere nel loro infallibile istinto. A sorreggerle quando il loro passo si farà incerto. Perché il mondo ha bisogno delle donne. E ha bisogno che siano amate e realizzate.
L’autrice
Ashley Audrain vive a Toronto. Ha lavorato a lungo come capo ufficio stampa di Penguin Books Canada. La spinta, il suo primo romanzo, ha conquistato gli editori di tutto il mondo: è in corso di traduzione in 34 paesi e i diritti televisivi sono stati acquisiti dai produttori di C’era una volta a… Hollywood.
La bellezza della Casa è incommensurabile; la sua gentilezza infinita.
Trama
Piranesi vive nella Casa. Forse da sempre. Giorno dopo giorno ne esplora gli infiniti saloni, mentre nei suoi diari tiene traccia di tutte le meraviglie e i misteri che questo mondo labirintico custodisce. I corridoi abbandonati conducono in un vestibolo dopo l’altro, dove sono esposte migliaia di bellissime statue di marmo. Imponenti scalinate in rovina portano invece ai piani dove è troppo rischioso addentrarsi: fitte coltri di nubi nascondono allo sguardo il livello superiore, mentre delle maree imprevedibili che risalgono da chissà quali abissi sommergono i saloni inferiori.
Ogni martedì e venerdì Piranesi si incontra con l’Altro per raccontargli le sue ultime scoperte. Quest’uomo enigmatico è l’unica persona con cui parla, perché i pochi che sono stati nella Casa prima di lui sono ora soltanto scheletri che si confondono tra il marmo.
Improvvisamente appaiono dei messaggi misteriosi: qualcuno è arrivato nella Casa e sta cercando di mettersi in contatto proprio con Piranesi. Di chi si tratta? Lo studioso spera in un nuovo amico, mentre per l’Altro è solo una terribile minaccia. Piranesi legge e rilegge i suoi diari ma i ricordi non combaciano, il tempo sembra scorrere per conto proprio e l’Altro gli confonde solo le idee con le sue risposte sfuggenti. Piranesi adora la Casa, è la sua divinità protettrice e l’unica realtà di cui ha memoria. È disposto a tutto per proteggerla, ma il mondo che credeva di conoscere nasconde ancora troppi segreti e sta diventando, suo malgrado, pericoloso.
Susanna Clarke, autrice fantasy fra le più acclamate, torna in maniera trionfale con un nuovo, inebriante romanzo ambientato in un mondo da sogno intriso di bellezza e poesia.
Recensione
L’attesa è finita!
Oggi arriva in libreria “Piranesi”, attesissimo romanzo di Susanne ClarKe di cui si è tanto parlato in questi giorni.
Dopo l’enorme successo del suo precedente romanzo, uscito nel 2004, non mi stupisce che le aspettative per questo suo ultimo lavoro siano altissime. Immaginate quindi la gioia e la soddisfazione nel poter leggere questa strabiliante opera in anteprima! Una lettura ipnotica e abbacinante, che mi ha trascinato in luoghi che non avrei voluto più lasciare. Luoghi che hanno stuzzicato la mia curiosità e suscitato in me un sentimento di compassione e solidarietà per quest’uomo e per il suo Mondo.
Questo è un romanzo la cui trama gira intorno a se stessa, vorticosa, come i saloni e i vestiboli della Casa, un labirinto ipnotico in cui vive Piranesi, un uomo la cui solitudine è interrotta solamente dall’incedere delle Maree e dalle visite, al martedì e al venerdì, dell’Altro, una figura misteriosa che divide la Casa con lui.
Un uomo che è il solo e unico figlio della Casa. E una casa, descritta da uno spazio infinito e grandioso, dove vivono solo pesci e uccelli e statue, gigantesche figure dispensatrici di calma e di gioia, ospiti muti, uniche figure che evocano l’esistenza, ormai remota, di un mondo antico che forse non esiste più.
La Casa si mostra al lettore come un luogo spaventoso, pieno di echi, mutevole e insidioso. Ma è anche una madre benevola che dispensa al suo amato figlio ciò di cui ha bisogno.
Un figlio riconoscente e fedele, che ha perduto qualsiasi riferimento con il mondo da noi conosciuto.
Piranesi e la Casa vivono in una simbiosi perfetta quanto anomala. La casa è un’allegoria del mondo e spinge Piranesi ad esplorarla. Piranesi è un bizzarro Messia, il figlio di un Dio che non è più incorporeo ma fatto di mura, pavimenti, scalinate. Spazi infiniti che solo occasionalmente accolgono le nuvole e che di notte rendono l’accesso alla visione delle stelle attraverso le sue finestre.
Un Messia che scrive di suo pugni i propri Vangeli, diari in cui Piranesi annota meticolosamente ogni accadimento della sua esistenza.
E di annotare c’è evidentemente un gran bisogno. Innanzitutto per evitare di perdersi nei saloni, che si susseguono uno dopo l’altro. E poi anche per puntualizzare aspetti pratici, atti a garantire la sopravvivenza di questo bislacco Robinson Crusoe.
Salta subito all’occhio il parallelismo tra il nome del protagonista e il Piranesi architetto veneziano, autore delle Carceri, tavole ardite raffiguranti ambienti assolutamente fuori dalle righe. Saloni infiniti, spazi immensi e tuttavia claustrofobici, la cui ripetizione infinita richiama l’immagine di una prigione psicologica, se non fisica.
Il nostro Piranesi, seppure non sia l’artefice di quelle architetture inconsuete e drammatiche, ne è lo stoico depositario, un custode fedele e imperturbabile che vede la Casa come la causa e l’effetto della propria esistenza.
Susanna Clarke è abile nel creare una curiosa tensione nel lettore. La lettura, che incede scorrevole e piena di appeal, non è altro che un continuo interrogarsi sulla figura di Piranesi e sulla natura di quel Mondo misterioso in cui si muove.
E mentre siamo completamente perduti nell’impresa di costruire una trama coerente per il romanzo e nel compito complesso di dare un ruolo preciso al protagonista, ecco che la verità fa capolino, quasi a guastare quello che ci eravamo immaginati.
Perché ormai ci siamo immedesimati nella lucida follia della trama e nella fantastica e irreale figura del protagonista, la cui vita, solitaria, sperduta e aleatoria ci ha comunque stregato.
Piranesi, in fondo, ci insegna come difendere un sogno. Come vestirci dell’unica verità che conosciamo. Piranesi ribadisce, nel caso ce ne fosse bisogno, che la mente è la nostra gabbia più inespugnabile. Una gabbia dorata, dove spesso risulta preferibile rifugiarsi a discapito della vita reale.
Ed ecco, alla fine, dobbiamo per forza decidere tra un sogno incantato e la fredda realtà. Tra l’immaginario e l’immaginato. Tra la fantasia e la ragione. Ma è una scelta difficile quanto vana. Perché non possiamo imbrigliare l’immaginazione, un cavallo instancabile che fugge al galoppo e non si lascia prendere da nessuno. E perché non esiste una ricetta per la felicità che vada bene per tutti.
L’autrice
Nata a Nottingham nel 1959, ha avuto un successo clamoroso con il suo romanzo d’esordio Jonathan Strange & il Signor Norrell (2004): pubblicato in trentaquattro paesi e finalista al Man Booker Prize, il libro ha venduto quattro milioni di copie, è stato accolto come l’opera inglese più grande e originale pubblicata dai tempi di C.S. Lewis e J.R.R. Tolkien ed è stato definito da Neil Gaiman «il più grande fantasy inglese degli ultimi settant’anni». A quindici anni di distanza, Piranesi è il suo grande ritorno.
Ho conosciuto questa autore in occasione della lettura del suo ultimo romanzo, “Calma & Karma”, un noir ambientato a Torino, in cui l’omicidio di una giovane nigeriana scoperchia scenari intrisi di un disagio che conosciamo ormai bene ma che forse non siamo ancora pronti ad accettare.
Gioele Urso mi ha gentilmente concesso un’intervista, che con enorme piacere vi riporto di seguito, invitandovi, ovviamente, a (ri)leggere la mia recensione sul blog.
Vorrei che ci parlassi del protagonista del tuo romanzo, il commissario Riccardo Montelupo, un uomo di poche parole, schietto, quasi irriverente, con una predilezione quasi patologica per la verità. A chi ti sei ispirato per questo personaggio?
La tua è una domanda per me difficile. Non sono uno di quegli autori che progetta a tavolino la nascita di un personaggio o di una serie. Spesso mi lascio trascinare dal gioco della scrittura. Montelupo dunque nasce da una serie di fattori. Primo tra tutti le contaminazioni che ho subito negli anni da lettore. Ho amato Poirot, Montalbano e, in tempi più recenti, l’ispettore capo Chen di Shangai che è nato dalla penna del giallista cinese Qiu Xiaolong. Il commissario Riccardo Montelupo nasce da queste contaminazioni, ma anche dai personaggi che ho avuto modo di incontrare durante la attività di giornalista.
Sempre rimanendo in tema “Montelupo”: Di lui non ci fai sapere molto. Nessun cenno al suo passato, alla sua vita privata. Eppure siamo al secondo romanzo con protagonista questo integerrimo poliziotto, cosa che fa presagire che ci saranno altre puntate di questa serie. Perchè hai scelto di essere così misterioso? Dovresti sapere che i lettori di thriller sono dei curiosi patologici!
Non amo i romanzi didascalici e dunque da autore preferisco lasciare spazio al lettore. La scrittura e la lettura sono un gioco che si fa in due. Preferisco che i miei personaggi siano caratterizzati per le scelte che compiono e per quel che fanno. Curo molto i gesti e gli umori, che sono un modo per rendere i protagonisti delle storie più umani. C’è da dire un’altra cosa però, il vero protagonista della vicenda non è Montelupo, ma la vittima. Di lei cerco di svelare, poco per volta, ogni piccolo dettaglio.
Veniamo alla trama. In “Karma e Calma” assistiamo all’omicidio di una ragazza nigeriana. Una giovane donna con un passato doloroso e un’esistenza ai margini della società. Un omicidio, insomma, che rischia di non interessare affatto l’opinione pubblica, facilmente incline a considerare il fatto come l’ennesima uccisione di una prostituta o di una tossicodipendente. Parlaci di questa tua scelta narrativa.
Ho scelto di raccontare questa storia perché con i noir cerco di mettere in luce aspetti della nostra quotidianità ai quali spesso preferiamo non far caso. La prostituzione, la povertà, la micro criminalità sono intorno a noi, ma spesso preferiamo pensare che la cosa non ci coinvolga. Invece non è così. Il noir è un modo leggero per discutere di temi che solitamente sono relegati a salotti televisivi noiosi o alle pagine interne dei giornali, che ormai leggono in pochi.
Ciò che rende speciale questo romanzo è, a mio avviso, la meravigliosa e toccante descrizione della vita di Assya, la vittima. I suoi ricordi, le sue speranze, la sua dolorosa esistenza in una società cieca e diffidente. Cosa ha rappresentato per te il personaggio di Assya?
Assya è un personaggio speciale. In lei ho voluto raccogliere le storie di sofferenza di uomini e donne che ho incrociato sul mio percorso. Sono un giornalista, ho lavorato per istituzioni e ho visitato centri di detenzione, centri per il rimpatrio e centri di prima accoglienza. Sono stato in case rifugio e case famiglia. Ho parlato con chi cerca di dare nuova speranza a queste persone che non hanno nulla a parte la loro speranza. Assya è tutto questo.
Il romanzo è ambientato a Torino, una città che tu descrivi senza utilizzare filtri. Torino che mostra i suoi gioielli più preziosi, la sua bellezza, la sua magnifica storia, i fasti del suo passato, ma affoga nel degrado più profondo. Un luogo in cui le Assya di tutto il mondo sono spettri invisibili, che giungono indesiderati a insidiare la nostra coscienza. Qual è il messaggio che vuoi darci?
Di andare oltre. La narrazione che subiamo quotidianamente in materia di immigrazione è a senso unico. Ci dicono che lo straniero è uno spacciatore, un ladro o una prostituta, invece spesso sono persone con storie difficili alle loro spalle. Bisogna andare oltre la propaganda dei partiti o i titoli dei giornali per capire veramente il mondo che ci sta intorno. Un mondo che noi, ma anche le istituzioni, preferiamo ignorare.
Nel tuo romanzo emerge prepotente l’immagine di un mondo sommerso e disperato, manovrato dalla mano invisibile dei potenti. Un’immagine che lascia ben poco spazio alla speranza di un mondo migliore. Per questo aspetto “Calma & Karma” diventa un’opera che denuncia la corruzione della nostra società. Pensi sia riduttivo definire il tuo romanzo “solo” un thriller?
Io spero che il mio libro piaccia ai lettori e che al termine della lettura abbia lasciato qualche spunto di riflessione. Poi che sia considerato noir, thriller, giallo politico o altro non mi interessa. L’importante è che sia una chiave per iniziare un discorso.
Vuoi spiegarci il significato del titolo che hai dato al tuo romanzo? Cosa vuol richiamare il titolo “Calma & Karma”?
Nella vita ci vuole ‘calma’ per risolvere le questioni delicate, ma si deve fare affidamento anche nel ‘karma’ proprio e degli altri per avere quell’aiutino di cui necessitiamo.
Gioele, quali sono i tuoi progetti letterari per il futuro?
Ho due storie nel cassetto che non sono propriamente riconducibili al genere noir e che mi piacerebbe portare a termine. Ci sto pensando. Intanto Montelupo ogni tanto viene a farmi visita perché ci sono delle cose che ha lasciato in sospeso e vorrebbe risolverle. Ne stiamo parlando.
Cosa legge Gioele Urso? Che libro c’è attualmente sul tuo comodino?
In questo momento sto leggendo il secondo volume di ‘M’ di Scurati. I miei autori preferiti sono Stephen King, Irvine Welsh, Nck Hornby, Andrea Camilleri, Chuck Palahniuk e Gabriel Garcia Marquez. In qualche modo ognuno di loro ha contaminato la mia vita di uomo, lettore e autore.
Grazie infinite a Gioele Urso e alla Casa Editrice “GOLEM EDIZIONI” che ha fatto sì che questa intervista fosse possibile.
Tuttavia non aveva motivo di preoccuparsi, perché con i Whiteoak non ci si annoiava mai. Tutti parlavano contemporaneamente, come un’aiuola di fiori che sbocciano nello stesso istante, all’apparire del sole.
Trama
La cara vecchia Adeline se n’è andata, ma il suo spettro aleggia ancora nelle stanze di Jalna e le sue parole riecheggiano nei corridoi della tenuta; la sua ultima beffa, poi, è ancora sulla bocca di tutti. Finch ne è ben consapevole: il ventunesimo compleanno si avvicina, e con esso il momento in cui avrà accesso al patrimonio della nonna. La questione è spinosa, e il ricordo dello sconcerto dei suoi familiari all’apertura del testamento lo tormenta. Ma gli zii e i fratelli, nel tentativo di superare il malanimo, gli organizzano una grande festa di compleanno, al termine della quale il ragazzo sorprende tutti proponendo a Ernest e Nicholas un viaggio a proprie spese in Inghilterra, la madrepatria dei Whiteoak, la terra in cui tutto ha avuto inizio, dove si annidano vecchi ricordi e storie leggendarie che rendono quei luoghi noti anche ai membri più giovani della famiglia. Dopo la traversata in transatlantico, i tre si godono un breve soggiorno a Londra, dove Finch assaggia la libertà e si approccia a nuove prospettive sul mondo. Ma è a casa della zia Augusta, nella campagna del Devon, che lo attende la vera sorpresa: la cugina Sarah, orfana cresciuta dalla zia, raffinata e amante della musica, dalla quale si sente subito attratto e per la quale ben presto dovrà misurarsi con un avversario. Nel frattempo, in Canada, il piccolo Wakefield scopre la sua vena poetica e i rapporti tra Renny e Alayne prendono una direzione inaspettata. Al loro ritorno, Finch e gli zii troveranno una famiglia molto cambiata.
Dopo Jalna e Il gioco della vita, ecco il terzo capitolo della saga bestseller di Mazo de la Roche, icona della letteratura canadese del primo Novecento, personaggio dalla vita misteriosa e protagonista di una battaglia editoriale con l’autrice di Via col vento, sua grande rivale nelle classifiche dell’epoca.
Recensione
Tornare a Jalna è sempre un’esperienza incantevole. Come ritrovare un vecchio amico di cui sentivamo la mancanza. Un amico capace di dare al mondo una piega più dolce, facendolo sembrare un posto meraviglioso in cui vivere.
In questo terzo capitolo, che racconta un anno esatto di vita dei Whiteoak, troveremo meno colpi di scena rispetto a Il gioco della vita. La cara Adeline Court, bisbetica matrona, attaccabrighe, irascibile, sensibile agli zuccheri e amante dei pappagalli è passata a miglior vita, sciogliendo ogni riserva relativamente alla designazione del suo erede universale. E il fato ha rotto una coppia per formarne un’altra, che sembrava invece destinata ad un amore impossibile. Renny, dal fascino volpino, aspro e mascolino, corona il suo sogno d’amore con Alayne, mentre Eden esce momentaneamente di scena.
Eppure, nello spazio di un solo anno, la famiglia Whiteoak subisce un profondo cambiamento.
E non mi riferisco solamente allo spostamento di una bella fetta della storia da Jalna al sonnolento e verdeggiante Devon, bensì al turbamento dei delicati equilibri familiari provocati dalla improvvisa e inaspettata eredità di Finch e dalla prolungata assenza dello stesso e degli anziani zii.
Il personaggio di Finch del resto è una figura piuttosto tormentata. Penultimo della stirpe dei Whiteouk, non possiede il fascino e la forza di Renny, né il tocco artistico di Eden. Lontano anni luce dal possedere le capacità e l’instancabilità di Piers e troppo cresciuto per suscitare la dolcezza del piccolo Wakefield.
Finch è troppo grande per essere piccolo e troppo piccolo per essere grande. Studente mediocre, è perennemente dilaniato dall’incertezza tipica di chi stenta a trovare il proprio posto nel mondo. Finch non riesce in niente. Né nella musica, che pure ama molto. Né nello studio, che trascina senza energia né passione.
Ed ecco che l’improvvisa eredità giunge a confonderlo ancora di più. Corroso dal senso di colpa, inizierà a compiere scelte discutibili riguardo ai suoi denari, nell’indifferenza generale dei suoi parenti stretti, troppo orgogliosi per mostrarsi interessati alla destinazione di quelle somme. Come se non bastasse, il giovane è vittima dei primi turbamenti dell’amore, che finiscono per confonderlo ulteriormente. Finch è davvero lontanissimo dell’essere ciò che gli altri indomiti Whiteoak si aspettano da lui. La consapevolezza di costituire la bozza malfatta di un degno discendente di questa orgogliosa stirpe non potrà che esasperare l’inclinazione di Finch al fallimento. Indubbiamente la fortuna di Finch non potrà che essere, al contrario, una dolorosa condanna.
Nel frattempo a Jalna si insinuano dinamiche avverse, che minano la felicità di Renny e di Alayne.
Una felicità che pare fondarsi su una passione travolgente quanto effimera. Anche nel dispiegarsi di questi eventi, Mazo de la Roche si conferma la geniale e finissima conoscitrice dell’animo umano, come abbiamo già avuto modo di constatare.
Sinceramente, l’uscita di scena di Adeline e la momentanea assenza dei vecchi zii Ernst e Nicholas, felicemente tornati a calpestare, probabilmente per l’ultima volta, il suolo inglese, guasta un po’ la verve della narrazione che, nel descrivere gli stati d’animi degli anziani Whiteouk-Court, le loro ossessive manie, i loro contorti pensieri, i loro battibecchi, le loro ipocondrie, trova i suoi acuti più esilaranti.
Inutile dire quanto ami i loro dialoghi, le loro piccole follie, le loro meschine abitudini e il capriccioso incedere della loro pigra esistenza, passata tra la sala da pranzo i loro salottini privati, con la mano indolente e grassoccia a grattare il pelo morbido dei loro animali da compagnia, altrettanto bizzarri e bisbetici dei loro padroni.
Jalna è proprio questo. Il racconto di una stirpe che spara le sua ultime cartucce, disarmata di fronte al nuovo che avanza, a dissipare mode e abitudini che cesseranno di esistere alla dipartita di queste figure ingombranti e volitive. Una stirpe che appare immortale, che non si piega all’idea di dover uscire di scena, forte della sua superiorità genetica sulle nuove leve, alle quali il destino e il tempo che scorre sembra togliere qualcosa ad ogni passaggio generazionale.
Indolenza, capriccio e inconsapevole follia governano le pagine di questa saga. Una saga che ci fa sorridere e ci rende complici di questi amabili e pazzi personaggi, di fronte ai quali proviamo incontenibile affetto e voglia di accogliere e di perdonare.
A cadenze regolari occorre davvero tornare a respirare l’aria di Jalna. Un’aria ricca di ossigeno, che ci rinfranca e induce buonumore. Jalna, con i suoi vividi personaggi, così ottimamente descritti nei più intimi particolari che ci sembra di conoscerli da sempre.
Jalna, una casa e i suoi abitanti che non si fanno dimenticare facilmente.
E dopo che abbiamo letto l’ultima pagina, si torna immediatamente ad aspettare il seguito. A presto, amabili Whiteoak!
Se lo spaventoso anfratto appariva terrificante alla luce del giorno, ora, che era notte, il disco della luna risplendeva e si poteva vedere la roccia deserta, la vista era raccapricciante, sembrava che una incalcolabile frotta di mostri orrendi, i terribili obbrobri dell’inferno, scavasse e rotolasse sul suolo fumante e saltasse fuori con occhi fiammeggiati, sguainando gli artigli giganteschi verso gli uomini.
Trama
Ispirato da una vicenda riportata in alcune cronache svedesi del XVII secolo, E.T.A. Hoffmann scrive il racconto Le miniere di Falun (Die Bergwerke zu Falun) nel dicembre del 1815 e lo pubblica all’interno della raccolta Die Serapions Brüder (I confratelli di Serapione, 1819-1821).
Tornato a Göteborg da un lungo viaggio, il giovane marinaio delle Indie orientali Elis Fröbom viene a sapere della morte della madre, ultima superstite della famiglia Fröbom.
Rimasto solo e abbandonato al mondo, egli decide di seguire il consiglio di un misterioso anziano minatore: abbandonare per sempre la vita di mare e dirigersi a Falun per dedicarsi al lavoro in miniera. Qui viene accolto dall’imprenditore minerario Pehrson Dahlsjö e da sua figlia Ulla.
Per Elis comincia una vita nuova, felice e serena, finché non sarà costretto ad affrontare i propri demoni, le insidie delle spettrali miniere di Falun .
Recensione
Questa tenebrosa novella consente a chi la legge di entrare in un mondo oscuro e fatato, tipico delle opere di Ernst Theodor Amadeus Hoffman, importante esponente del romanticismo tedesco, abile compositore ma anche autore di numerose opere, famose per la capacità di evocare atmosfere spettrali e fantastiche e per i personaggi, dai tratti psicologici oscuri.
Non è da meno, infatti, anche Elis Frobom, giovane marinaio che, rimasto solo al mondo, privato dagli affetti e abbandonato ai capricci della vita, finisce per essere attratto verso le miniere di Falun, luogo sordido e misterioso, voragine aperta su un mondo sommerso che abbacina e al tempo stesso confonde il giovane.
Elis, giunto a Falun, soggiace immediatamente al fascino tenebroso degli abissi sotterranei, incalzato da una figura misteriosa e ammaliato dalle grazie dell’affascinante quanto inafferrabile Ulla, creatura virginale e eterea.
La figura misteriosa, Torbern, si dimostrerà ben più di una guida per Elis. Sarà un personaggio cruciale, che attirerà il protagonista verso il suo destino.
Un finale tragico, che si accosta ad un mistero terrificante e un epilogo degno di una favola d’amore, a dimostrare che l’uomo tende inutilmente a ricercare il sogno nella sua realtà più dura, per ammansirla e per piegare un destino avverso. L’Uomo ha in sé più di un mistero inspiegabile, oltre che ad una propensione verso il mistico che non sempre può essere manovrata dal raziocinio.
Così Elis si immolerà alla miniera e alle sue affascinanti profondità ma sarà al tempo stesso consacrato all’amore più puro.
Una novella breve che colpisce il lettore per le atmosfere gotiche e per l’idea dell’invincibilità del nostro destino, che ci conduce dove vuole,senza che la nostra coscienza possa opporsi.
Sopravvivere alla guerra, alla deportazione e al carcere, scampare a una condanna a morte e ritrovare la libertà tramite un lento e accanito ritorno verso casa, restare in vita per testimoniare e non far dimenticare un’esperienza che ha coinvolto migliaia di resistenti contro la barbarie nazista: tutto questo è Ora che eravamo libere, l’intenso memoir che la giornalista olandese Henriette Roosenburg pubblicò nel 1957 e che, grazie all’immediato successo presso i lettori americani, documentò in modo diretto la Nacht und Nebel, la terribile direttiva emessa nel dicembre 1941 da Adolf Hitler volta a perseguitare, imprigionare e uccidere tutti gli attivisti politici invisi al regime nazista. Nata nel 1916 in Olanda, Henriette Roosenburg aveva appena cominciato l’università quando si unì alla resistenza antinazista. A causa della sua attività come staffetta partigiana prima e giornalista poi, nel 1944 fu catturata, imprigionata nel carcere di Waldheim in Sassonia e condannata a morte. Nel maggio dell’anno successivo, venne liberata assieme ad altre sue compagne di prigionia, iniziando un lunghissimo viaggio per tornare a casa, un’autentica odissea attraverso la Germania sprofondata nel caos di fine conflitto. In mezzo a soldati alleati che presidiano il territorio, nazisti in fuga e tedeschi diffidenti o addirittura ostili perché ancora fedeli al regime, tra innumerevoli astuzie, baratti e peripezie, le protagoniste di questa estenuante via crucis riusciranno alla fine a riabbracciare le proprie famiglie in patria.
Procedendo in modo limpido e preciso e con una lingua duttilissima ma priva di sbavature, guidata dall’urgenza dell’affermazione dei fatti accaduti, Henriette Roosenburg ci offre non solo un momento cruciale della propria personale esistenza, ma soprattutto un poderoso affresco della tragedia che ha coinvolto milioni di vite durante e immediatamente dopo la seconda guerra mondiale. Bestseller negli anni Cinquanta, ai tempi della prima uscita americana, questo potente memoir viene oggi riscoperto a livello internazionale.
Recensione
Non sono mai troppe le testimonianze di diritti calpestati. Di prigionie, di segregazioni, di privazioni.
Mai come in questo momento storico, in cui l’individualismo imperversa più o meno indisturbato, storie come questa sono necessarie a ricordarci la necessità di mantenerci umani, ossia uomini e donne dotati di un sentimento di empatia, solidarietà e compassione verso il proprio simile.
Henriette Roosenborg, giornalista olandese che subì la dura prigionia nel carcere di Waldheim , ci racconta, con i toni concisi del diario, il suo ritorno a casa dopo la liberazione della Sassonia da parte dell’esercito russo. Risparmiando al lettore il racconto della prigionia, a cui fa un breve cenno nella parte iniziale del suo romanzo, la Roosenborg ci porta con sé lungo le strade dissestate della Germania sconfitta, disseminate di povertà, diffidenza, morte. Strade battute dai soldati russi, che presidiano ogni angolo con l’aria di chi ha conquistato la terra con il sangue. Strade che conducono a fattorie ormai sterili, dove si sopravvive a stento, o attraverso paesi distrutti. E lungo quelle strade i tedeschi, scarne figure impallidite dalle privazioni di una guerra infinita, combattuta a tutti i costi, anche dopo che lo spauracchio della sconfitta si è fatto sempre più concreto e palpabile.
Henriette ha ventinove anni, proviene da una famiglia della borghesia. E’ stata una ragazza forte e indipendente, che ha deciso di mettere in gioco la propria vita al servizio della resistenza olandese.
Quando noi la conosciamo, invece, è ormai l’ombra di ciò che è stata. Denutrita, sporca, privata di tutto ciò che era solo pochi mesi prima. Con lei i suoi compagni di sventura, esseri senza nome né sesso.
All’arrivo dei russi Henriette si ritrova libera. Una libertà che cela dietro sé un’altra ben più orribile prigionia, quella della perdita della speranza. I prigionieri sono allo sbando in balia di se stessi, spinti a rinchiudersi nuovamente nei campi profughi.
La storia di Henriette e dei suoi compagni di viaggio tuttavia ci dimostra che la forza dell’uomo è inesauribile. Anche nella disperazione più profonda, questa forza ci spinge a sopravvivere. A fugare ogni nostra paura, ogni nostra viltà. A mettersi in gioco, a sfidare un nemico più forte e enormemente spaventoso che può, con un semplice schiocco di dita, decidere della nostra vita.
Così Henriette e i suoi compagni si metteranno in viaggio verso casa. Senza contare la debolezza derivante dalla malnutrizione e i pericoli che fanno capolino ovunque. Senza pensare al domani, ma solo all’oggi. A placare la fame, a sopportare le vesciche ai piedi, a ripararsi dalla pioggia. Ad aguzzare l’ingegno per eludere i rischi di un viaggio a piedi lungo le terre occupate.
Henriette e gli altri andranno avanti fino alla meta. Niente potrà fermarli. Il loro è un destino vincente. Loro sono uomini e donne che non sono destinati a morire.
Al contrario, dovranno confrontarsi con l’istinto di sopravvivenza, il più potente degli istinti umani e con la consapevolezza che tra le file nemiche potranno trovare un sorriso appena accennato, una mano tesa e una crosta di pane secco. Segni che inducono la protagonista a mettere in discussione l’assunto che in ogni tedesco si nasconda un nemico implacabile e cinico.
Pur nella miseria più disumana e dilagante, c’è sempre la possibilità di imbattersi in un raggio di sole.
Segno che l’umanità non è segnata a morte. Segno che c’è ancora speranza che l’uomo serbi nel profondo un briciolo di cuore. Un diario intimo e doloroso che non assume mai, tuttavia, i toni esasperati e striduli della denuncia. La Roosenborg si limita a scrivere una cronaca, in cui solo a sprazzi si lascia andare a libere considerazioni sulla sua esperienza e sulla sua condizione. L’autrice si guarda vivere dall’alto e ci lascia una disarmante testimonianza sulla forza della vita. Che non va dimenticata, mai.
L’autrice
Quando scoppiò la seconda guerra mondiale, Henriette Roosenborg era studentessa di Lettere. Audace e avventurosa, prese subito parte alla resistenza olandese: lavorava per la stampa clandestina e aiutava le persone ad attraversare il confine. All’inizio del 1944 fu catturata dai nazisti e condannata a morte per ben tre volte. Emigrata in America dopo il conflitto, morì nel 1972 a New York dopo un’appassionata carriera giornalistica che la vide diventare una delle firme di maggior prestigio del «Time».
Con la caduta del Muro di Berlino tutti i simboli della Repubblica Democratica Tedesca sono crollati uno ad uno, lasciando spazio a prodotti e stili di vita occidentali. Con una sola eccezione: Unser Sandmännchen (‘il nostro Sabbiolino’) era una trasmissione per bambini che andava in onda la sera sulla tv di Stato della Ddr e il cui protagonista aveva il compito di accompagnare i giovani telespettatori tra le braccia di Morfeo, spargendo su di loro la sua sabbia magica. Come tutti i prodotti della propaganda, anche Sabbiolino era pensato per far crescere le nuove generazioni nel mito del socialismo. Nonostante questo è riuscito a vincere la corrente contraria che, dopo la Wende, ha visto una progressiva occidentalizzazione della parte est della Germania, approdando al di là del Muro. Anzi, ad oggi, può essere considerato uno dei simboli più fulgidi della cosiddetta Ostalgie, ossia la nostalgia per alcuni aspetti di quella drammatica vicenda che fu la Ddr, depauperati ormai di ogni valenza politica e vissuti come simulacri di un’infanzia mitica e lontana. Narrare un periodo così delicato della Storia attraverso il personaggio di Sabbiolino fornisce quindi una chiave di lettura valida ed inedita, per raccontare con delicatezza il brusco passaggio di un’intera generazione all’età adulta.
Recensione
Questo grazioso libro di Cristino, che a prima vista può passare per un romanzo dell’infanzia, è invece una lucida ed approfondita analisi della ormai sepolta DDR, alias Repubblica Democratica Tedesca, baluardo dell’era comunista nell’Europa del dopoguerra.
Non lasciatevi ingannare dalla copertina, che raffigura un buffo ometto con un cappello a punta e un pizzetto bianco accanto ad una traballante automobile di altri tempi. Non si tratta di un pupazzo qualsiasi, ma di un ambasciatore di tutto rispetto, l’unico capace di operare una migrazione al contrario dopo la caduta del Muro di Berlino. L’unico simbolo che dall’Est totalitario e oscurantista sbarcò nell’Ovest opulento e libero, mentre era in atto il terribile stillicidio di persone che dopo la caduta del Muro si riversarono fuori dai confini asfissianti della Germania Est.
Sabbiolino fu un prodotto della Germania comunista. Nato come protagonista di un programma per bambini, alla sera li preparava ad un sonno sereno e pieno di sogni, grazie alla sua polverina magica che, messa sugli occhi di ogni bambino, lo avrebbe indotto al sonno. Il buffo ometto era in realtà uno strumento della propaganda comunista, che pretendeva un controllo assoluto sulle menti vergini dei bambini della DDR, quelli che domani sarebbero divenuti coscienziosi e consapevoli cittadini della Germania socialista. La sabbia magica, in realtà non doveva addormentare solo i bambini ma un popolo intero, ottenebrato da un regime totalitario e annientante.
Pur legato a doppio filo a questo suo ruolo, Sabbiolino seppe interpretarlo fin da subito con grande capacità di personalizzazione, coadiuvato da una canzoncina orecchiabile e dal fascino che esercitava sui fanciulli dell’Est grazie all’impressionante parco macchine di cui disponeva. Sabbiolino ogni sera alle 19 compariva in TV su un mezzo diverso: avveniristiche auto, elicotteri e altri marchingegni volanti, barche, moto. Persino su razzi spaziali, all’epoca in cui la Russia duellava con gli Stati Uniti per il primato spaziale.
Il caro pupazzetto, che nell’aspetto fondeva la saggezza di un vecchietto e l’aspetto ingenuo e fresco di un bambino, viveva mille avventure e era protagonista di strabilianti viaggi in tutto il mondo, con una casuale predilezione per i paesi dell’orbita comunista. Sabbiolino viaggiava così come i suoi spettatori, grandi e piccoli, erano invece prigionieri del regime e della Stasi. I vertici politici del tempo avevano già capito che pur non potendo viaggiare, i piccoli seguaci di Sabbiolino poteva sfogare la loro voglia di evasione semplicemente vivendo a distanza le avventure del pupazzo.
E mentre la fama di Sabbiolino prolificava in germania Est, i televisori dei piccoli tedeschi dell’Ovest iniziavano inesorabilmente la ricerca del segnale che proveniva dal Muro. Invano le TV occidentali provarono ad acquistarne i diritti. Sabbiolino era un preziosissimo mezzo di idealizzazione della DDR, fondata sulla solidarietà sociale e su un millantato successo industriale.
Sabbiolino rimase un prodotto dell’Est fino a quel fatidico 9 novembre 1989, quando, improvvisamente, il Muro crollò. Sabbiolino divenne così l’omino del sonno della Germania unita, unico baluardo di una Germania che cessò immediatamente di esistere. Simbolo, molto più tardi, della “ostalgie”, la struggente nostalgia di chi aveva vissuto lo shock derivante dal repentino sradicamento dalle proprie origini.
Sabbiolino, il perequatore delle due Germanie, che, così distanti l’una dall’altra per leggi, storia, economia, diritti individuali e per ogni altra cosa sotto il cielo, divenne l’unico prodotto che resistette alla caduta del Muro. Quasi a voler dire che l’infanzia è davvero una sorta di lente multicolore, che livella tutto e tutti con il suo sano senso di estraneità.
Attraverso le gesta di questo strabiliante omino del sonno, Cristino racconta con enorme chiarezza e incredibile dimestichezza narrativa un evento cruciale per il Novecento quale il crollo dell’Impero Sovietico e la seguente divisione della Germania in due blocchi, divisa da un muro che venne raffigurato come necessario per contenere una società giusta dalla quale trarre ispirazione.
Gli anni della Guerra Fredda, le rocambolesche fughe da Berlino Est, la repressione del regime totalitario, il grigiore della dittatura, con la sua propaganda e i suoi frusti simboli, uno su tutto la Trabant, il sogno a quattro ruote dei tedeschi dell’Est.
Per finire poi a quale fatidico 9 novembre del 1989, quando i picconi si abbatterono sul cemento armato che divideva il bello dal brutto, il giusto dall’errato, il bianco dal nero, senza che fosse ancora chiaro da quale delle due parti puntasse l’ago della bilancia.
E tra vincitori e vinti, ecco che Sabbiolino non perde un etto del suo fascino. Sabbiolino rimane in piedi, unico vero unificatore dell’infanzia tedesca.
Un’opera piacevolmente centrata sulla verità storica, magnificamente costruita e portatrice di un diverso quanto curioso e interessante punto di vista sulla storia del secondo dopoguerra.
L’autore
Francesco Pietro Cristino è giornalista, vice-caporedattore della redazione Interni del Tg1. È stato collaboratore dell’emittente radiofonica multilingue Funkhaus Europa del servizio pubblico tedesco ArdWdr. Vincitore per due volte del Premio Campione dell’Ordine dei Giornalisti della Puglia, è autore del documentario tv Good bye Vietnam – L’Italia e l’avventura dimenticata dei boat people.
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