IL GIORNO DEL GIUDIZIO di Alessandro Scorsone

“E vidi, quando l’Agnello aprì il sesto sigillo, che vi fu un violento terremoto. Il sole divenne nero come un sacco di crine, la luna diventò simile al sangue, le stelle del cielo caddero sopra la terra come quando un fico scosso dalla bufera lascia cadere i fichi acerbi. Il cielo si ritirò, come una pergamena che si arrotola, e tutti i monti e le isole furono smossi da loro luogo. Allora i re della terra, i grandi, i capitani, i ricchi e i potenti, e infine ogni uomo, schiavo o libero, si nascosero tutti nelle caverne e fra le rupi dei monti” Apocalisse 6, 12-15

Trama

La poliziotta Erika Cristiani, un serial killer e un’indagine in corso. Un “caso” come un altro confinato in un dossier. Ma, al di sotto della superficie, nelle profondità della storia, si articolano dinamiche sconosciute ai più. Pochi, gli eletti, sono a conoscenza di un evento che si abbatterà sull’umanità: il Giudizio Universale. Come sventare l’inevitabile? Il dossier della dottoressa Cristiani è la chiave di volta. Svelerà gli arcani segreti che si celano dietro le porte del Potere. Oscuri presagi sono ascoltati attraverso i canali della radio, la Voce di un Giustiziere parla con chiarezza: punirà coloro che hanno commesso peccato. Esiste una via per la salvezza?

Recensione

Immaginate che la vostra vita, le vostre scelte, le vostre azioni siano giudicate da un tribunale in cui non vi siano difensori, né appelli. Che i vostri segreti, il vostro passato, ciò che è inconfessabile e sepolto nell’angolo più nascosto della vostra coscienza venga allo scoperto.

E che vi sia, in alto, incombente su di voi, un Giudice implacabile assettato di vendetta, il cui scopo sia solo quello di punirvi per i vostri sbagli.

Immaginate di vedere morte e distruzione imperversare per mano di questo Giudice, che tutto può e tutto vede.

Ecco, questo è ciò che accade nelle prime pagine di questo corposo romanzo, che non usa cautele, né filtri nel gettare il lettore nello scompiglio più terribile che si possa immaginare.

E lo scompiglio non è che l’inizio di un incubo ben più grande, che apre scenari assai più spaventosi.

In un quadro generale così disarmante è sicuramente difficile mantenere un pensiero razionale, senza soccombere al terrore. Eppure la protagonista Erika Cristiani, non si lascerà intimidire.

Bionda ed esile come una bambola, Erika nasconde una forza inusitata e una enorme sete di conoscenza.

Erika è una giovane donna che ha investito molto nella sua carriera e già è riuscita a raccoglierne i frutti, poiché è vicequestore aggiunto. Il marito non è da meno: Gerry è uno scienziato, idealista e convinto di poter asservire la scienza al benessere delle persone e alla loro sicurezza. Da anni è impegnato in un progetto in cui ha investito tutto se stesso, mettendo in gioco persino la felicità del suo matrimonio.

Poi, improvvisamente, tutto cambia. La Nasa pare interessata al progetto di Gerry, che desidera impiegare per difendere la Terra da una minaccia spaventosa. Il progetto porta la coppia in America, dove apprenderà la più terribile verità che un uomo può sopportare.

Di fronte allo spauracchio di una fine certa tutti i peggiori istinti verranno a galla. In un mondo che sembra avviarsi verso la distruzione e che è preda dei deliri di chi desidera solo epurare la razza umana dal Male che imperversa da sempre, la Ragione dovrà farsi forza per emergere e per trovare una soluzione.

Sarà una lotta contro il tempo e contro il pregiudizio. Una lotta che scoperchierà dei vasi al cui interno è racchiusa tutta la cupidigia, la sete di potere e la meschinità dell’Uomo.

“Il giorno del giudizio” è un romanzo al quale è difficile attaccare una sola etichetta. Non basta definirlo un thriller. Ed è riduttivo pensare che sia solo un romanzo fantasy. Vi ho trovato tratti tipici del romanzo distopico, oltre che molte caratteristiche di un romanzo di attualità, poiché racchiude in sé molteplici temi che riguardano argomenti caldi, di cui è sempre necessario parlare.

Quest’opera ha dentro sé un mondo intero. La sua inesauribile bellezza offuscata tuttavia dalla meschinità dei suoi abitanti. La sua storia e il suo declino. L’apice della civiltà e della Bellezza e l’inesorabile discesa negli inferi causata dal Male. Quel Male che risale alla notte dei tempi, connaturato con l’Uomo e con la sua sete di conoscenza. Un sapere che è al tempo stesso motivo di orgoglio per l’Uomo e causa della sua caduta.

“Il giorno del giudizio” è una miscela esplosiva di Fede e di Scienza. Entrambe armate, l’una contro l’altra, a definire un limite invisibile. Duellanti impavide in una lotta atavica che non prevede né vincitori né vinti.

La Fede con i suoi dogmi che spinge il Giustiziere a seminare morte e vendetta. La Scienza, superba figlia dell’Uomo, che pretende di trovare una soluzione razionale ad ogni male.

Molteplici anche i temi trattati, che pongono l’opera al centro delle dinamiche storiche e sociali del nostro tempo. Politica, finanza, sfruttamento delle risorse, il tutto confezionato in un quadro coerente e attuale.

Alessandro Scorsone, sorprendentemente al suo primo romanzo, si dimostra maestro nel combinare tutti questi elementi. E il risultato è un sorprendente affresco della nostra società racchiusa in un disegno che seppure intinto in uno scenario fantastico e fantascientifico, non perde quasi mai la sua verosimiglianza.

Gli elementi fantastici non sovrastano mai la realtà per come la conosciamo, eccetto che per alcuni passaggi in cui la fantasia e la creatività dell’autore prendono il sopravvento. Ma immediatamente dopo torniamo con i piedi per terra, insieme ad Erika e alla sua sete di giustizia.

Ciò che il lettore coglierà nelle ultime pagine del romanzo tuttavia riporterà i riflettori della storia sull’Uomo. L’Uomo, con la sua volontà e i suoi più intimi desideri, riconducibili, in ultima istanza, al desiderio insopprimibile di essere amati per ciò che siamo.

Un desiderio e un’urgenza che si mostreranno capaci di smuovere qualsiasi cosa. Un desiderio e un’urgenza che saranno in fondo l’unico motore della Storia con la maiuscola ma anche e soprattutto della narrazione.

Degna di nota l’ambientazione del romanzo, che si muove tra Roma e gli Stati Uniti. Con un linguaggio degno dei grandi thriller, Scorsone si destreggia egregiamente negli ambienti elitari del nostro pianeta. I dialoghi realistici, la caratterizzazione dei personaggi, l’intera costruzione narrativa sono senza evidenti pecche. Una costruzione nel complesso coerente, che si avvale tuttavia di alcuni espedienti decisamente fantasiosi, che sebbene possano essere un po’ forzati, è necessario accettare per dare coerenza alla storia. Una storia che, come detto, assume, in più punti, sfumature che virano al fantasy.

La prosa è accurata e la lettura accattivante e scorrevole. Scorsone non si dimentica di scendere nell’intimo dei suoi personaggi, lasciando che il lettore vi si avvicini, senza quella avarizia di dettagli che a volte si riscontra nei thriller e nei fantasy, generi che si prestano a privilegiare l’azione allo studio psicologico dei personaggi.

Il personaggio di Erika, la protagonista, è accuratamente descritto e caratterizzato. Scorsone scende in profondità, segno che fa presagire l’intento di riutilizzarlo per un proseguo del romanzo, eventualità che anche il finale lascerebbe subodorare.

Un finale che riporta in lettore in una dimensione terrena a ricordarci che una sola mancanza, un solo doloroso ricordo può essere una terribile cassa di risonanza che porta il Male a imperversare.

Tutto, insomma, ci riporta all’Uomo, come singolo. All’Uomo, ai sui desideri e alle sue mire più intime.

Ed è in questo dettaglio che “Il giorno del giudizio” torna ad essere un thriller e a dismettere i panni del romanzo fantasy. I desideri possiedono una forza inusitata e non disdegnano di servirsi del Male per potersi realizzare. E la realtà spesso supera di gran lunga anche la più cruda fantasia.

L’autore

Alessandro Scorsone, scrittore trentasettenne, nato a Palermo, dopo aver perseguito studi classici si è laureato in Psicologia all’Università degli Studi di Palermo e attualmente opera come libero professionista nel settore giudiziario. Sin da piccolo ha coltivato la passione per la scrittura, in brevi pubblicazioni scolastiche di tipo fiabesco e saggistico. Influenzato dal genere thriller di tipo psicologico, dalla semiotica e dalla ricerca costante di nuove tecniche e soluzioni letterarie, produce tre versioni diverse del suo primo romanzo poi intitolato “Il Giorno del Giudizio”.

  • Casa Editrice: 2000diciassette Ediziono
  • Genere: thriller
  • Pagine: 426
  • Grafica: Luca Scorsone

POTENZA E BELLEZZA di Elido Fazi

“Se questo fosse vero, e cioè che il paradigma per valutare la felicità degli Stati è la Bellezza e non la Potenza, probabilmente non esisterebbe un popolo più felice di quello degli Italiani”.

Trama

In un’afosa giornata di luglio del 1796, a Bologna, due uomini s’incontrano per combinare un matrimonio. Il primo è Costantino, un inquieto agricoltore del Piceno, che oltre a essere sensale di nozze produce fucili e sciabole. Il secondo è Monaldo, giovane conte di Recanati, mite e ben educato, che aspira solo a metter su famiglia e a coltivare i suoi studi. Intanto la città è in fermento per l’arrivo di un certo Bonaparte, il “generalino francese” che a soli 26 anni ha già sconfitto i Piemontesi e gli Austriaci. L’Italia è fragile e divisa, e dietro alla bandiera della “Libertà” si cela il desiderio di conquista dell’ennesimo invasore straniero. Quanto tempo passerà prima che i Francesi arrivino anche nelle Marche? E chi difenderà il papa? Costantino è pronto a imbracciare le armi e già si prepara ad arruolare un piccolo esercito di insorgenti tra i montanari delle sue terre. Monaldo invece è più cauto: da poco è entrato a far parte del Consiglio Comunale di Recanati e il suo primo desiderio è quello di salvaguardare la sua famiglia e la sua città. Ma la Storia travolge tutto e tutti. Mentre la guerra infuria in Europa, sconvolgendone l’assetto politico, la quiete delle Marche è scossa insieme agli animi dei suoi abitanti. Tra questi anche i figli di Costantino e Monaldo, che condividono lo stesso nome di battesimo. Il primo Giacomo, ardimentoso come il padre, ne seguirà le orme entrando nella resistenza, mentre il secondo, geniale fin dall’infanzia, è destinato a lasciare il segno nella letteratura italiana e nel pensiero politico del suo tempo…

In Potenza e Bellezza, Elido Fazi racconta due storie parallele. Da un lato, seguendo la parabola di Napoleone e rivelando l’uomo nascosto all’ombra dell’imperatore, denuncia con lucidità e minuzia la follia del potere, che non può mai saziarsi perché si nutre solo di se stesso. Dall’altro, attraverso un ritratto intimo e appassionato delle Marche e della sua gente, evoca la gioia e la pienezza che riceviamo in dono dalla natura, dalla poesia, dall’arte, e che dovremmo custodire come il nostro tesoro più prezioso. Perché, come scrive Giacomo Leopardi a soli 17 anni, nell’Orazione per la Liberazione del Piceno, «Se questo fosse vero, e cioè che il paradigma per valutare la felicità degli Stati è la Bellezza e non la Potenza, probabilmente non esisterebbe al mondo un popolo più felice di quello degli Italiani».

Recensione

Non è frequente leggere un romanzo storico tanto accurato quanto  “Potenza e bellezza” di Elido Fazi.

Tanto che ho spesso la netta sensazione che chiamarlo “romanzo” sia profondamente riduttivo. Perché, ad essere sinceri, vi è davvero poco dell’elemento narrativo in questa opera, se paragonato alla mole ragguardevole di nozioni storiche vi che troviamo.

Elido Fazi, coadiuvato da una penna particolarmente ispirata e profondamente erudita, offre al suo lettore un quadro preciso della nostra penisola negli ultimissimi anni del secolo XVIII quando un giovane generale, una sorta di parvenu, stravolge gli equilibri politici dell’intera Europa.

Non è nobile, non è particolarmente bello, non vanta antenati importanti. E soprattutto è di nazionalità francese per un puro caso, dato che la Corsica, che gli ha dato i natali 26 anni prima, è da poco stata annessa alla Francia, nazione della quale a stento egli  padroneggia il linguaggio.

Napoleone Bonaparte ha una storia che affascina chiunque si affacci a conoscerla.

Assetato di potere, asservito alla guerra, soggiogato dai fremiti della battaglia. Insensibile alle sorti del suo nemico, paranoico verso chi lo ostacola, una macchina distruttiva che stritola nei suoi potenti ingranaggi chiunque vi si avvicini.

“Potenza e bellezza” celebra l’intera sua esistenza, dalla sua gloriosa ascesa fino agli abissi della sua caduta.

Un ritratto inedito e impietoso di un uomo che ha dato tutto se stesso alla sete di conquista.

Una sete che non si placa facilmente, che si nutre del sangue del nemico. Sangue, che più se ne beve, più si brama.

In quegli anni l’Europa è abbacinata dagli ideali della Rivoluzione Francese. La libertà è un miraggio per l’intera penisola, divisa tra tanti padroni, priva di una identità nazionale. Napoleone giunge in Italia come un liberatore. Dispensatore di quella libertà di cui in molti, forse troppi, si riempiono la bocca.

Purtroppo, appare quasi subito evidente che non c’è libertà, ma solo la sostituzione di un nuovo padrone con il vecchio. I francesi in realtà portano morte, violenza, mentre razziano con inusitata cupidigia ogni opera d’arte in cui si imbattono. L’Italia è depredata di tutte le sue bellezze artistiche, che prendono il largo verso la Francia. Persino il Papa sente su di sé la minaccia che deriva dalle scorribande dei francesi,  il cui furore sembra impossibile da frenare.

L’autore si focalizza sulla vicenda storica delle Marche, regione che all’epoca appartiene allo Stato della Chiesa.

In quella terra verdeggiante, dove la campagna declina dolcemente verso l’Adriatico, nessuno è disposto ad accettare il dominio del nuovo padrone. Mentre Costantino, abile artigiano costruttore di spade e di coltelli, organizza una sorta di resistenza popolare, Monaldo, giovane conte che rifugge la violenza e che esita a prendere una posizione precisa per timore di perdere i suoi privilegi, costruisce una fortezza intorno alla sua famiglia, in seno alla quale cresce, sognante e curioso, il piccolo Giacomo Leopardi, che fin dalla tenera età appare destinato a grandi cose.

Costantino e Monaldo interpretano gli opposti di un modello che racchiude in sé l’animo italico. Impavido, assetato di libertà, disposto alla morte pur di difendere la sua terra.

I loro destini sono entrambi stravolti dalla Storia, in modo indelebile.

Costantino, Monaldo e i rispettivi figli rappresentato lo strenuo baluardo della Bellezza, quella musa che ispira da sempre il popolo italiano. Che lambisce ogni ferita, curandola dalla febbre. Che fa sopportare qualsiasi angheria. Perché la Bellezza tutto può. Consolare, curare, guarire. La Bellezza rende la vita degna di essere vissuta ed eleva l’anima verso il Paradiso.

La Bellezza può addirittura neutralizzare i graffi che l’esercizio del potere perpetra sugli animi, incattivendoli e rendendo cieco chi impugna la spada verso il debole.

Nell’afrore delle vicende storiche di quegli anni, in cui la Potenza imperversa seminando morte e distruzione,  e si nutre della sua stessa carne e del suo stesso sangue, altra cura non c’è se non quella che deriva dal perseguire l’ideale della Verità e della Bellezza.

Verità e Bellezza salveranno l’uomo dalle sue miserie. Questo è ciò che il giovane Giacomo crede fortemente.

Noi, oggi, possiamo forse tirare le somme e stabilire il vincitore e il vinto. Se la Potenza, con le sue crudeli necessità, o la Bellezza, con i suoi balsami lenitivi, a sollevare la nostra anima dalla schiavitù del corpo.

Giacomo probabilmente non lo saprà mai. Mi piace pensare che egli abbia puntato la posta più alta sulla Bellezza, che ha perseguito e celebrato meravigliosamente con i suoi versi immortali, vincendo di gran lunga la sua personale battaglia. E che la sua penna, mai stanca, sia stata la cura più efficace. Una penna che continua a vivere e a dispensare Bellezza in chi la legge.

“Potenza e bellezza” è un romanzo che da solo cura le ferite inferte alla nostra identità nazionale, oggi più che mai bistrattata e asservita a mille prepotenti padroni. Una lettura che si rivelerà illuminante e portatrice di coraggio e di un sentimento che assomiglia fortemente all’orgoglio. Un rullio di tamburi che pian piano diventerà più forte ed imperioso, a ricordarci di quanto l’italica fierezza sia stata in passato impavida e indistruttibile. Un tempo, nemmeno troppo lontano, in cui il popolo si batteva con ogni arma a disposizione per la sua libertà.

Un tempo in cui l’Italia era solo un embrione. Un’idea, un sogno, nella testa e nel cuore dei suoi abitanti.

Di romanzi così trovo ce ne sia un gran bisogno. Grazie a letture così si può davvero essere grati di poterci definire gente d’Italia.

L’autore

Elido Fazi si laurea in Economia e Commercio presso l’Università La Sapienza”di Roma e nel 1977 consegue un Master in Economia presso l’Università di Manchester. Nel 1979, dopo due anni presso la Ford of Europe di Londra, entra alla Business International Corporation, per la quale dall’86 dirige la sede italiana. Nel 1989 viene nominato Vice Presidente di Business International/The Economist Intelligence Unit, con responsabilità per i paesi mediterranei. Nel 1993 fonda Business International, società a capitale italiano che gestisce il marchio Business International di proprietà dell’Economist Group con un accordo di licensing. Nel 1994 fonda la casa editrice, Fazi Editore. Ha tradotto e pubblicato il poema in versi La caduta di Iperione (1995), e ha scritto due romanzi ispirati alla vita di John Keats, L’amore della luna (2005) e Bright Star (2010). Con Paolo C. Conti, ha pubblicato il pamphlet Euroil. La borsa iraniana del petrolio e il declino dell’impero americano (2007). Di grande successo fu la collana One Euro, in cui pubblicò La terza guerra mondiale? La verità sulle banche, Monti e l’Euro (2012) e La terza guerra mondiale? libro secondo – Chi comanda, Obama o Wall Street? (2012). Con Gianni Pittella (vice presidente del Parlamento Europeo) ha pubblicato Breve storia del futuro degli Stati Uniti d’Europa (2013).

  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Genere: romanzo storico
  • Pagine: 453


UNA STORIA STRAORDINARIA di Diego Galdino


Il profumo è come la voce dei cantanti, tipo quando ascolti una canzone alla radio che non avevi mai sentito prima e non hai nessun dubbio su chi sia a cantarla… (…)
Il profumo è importante, devi sceglierlo bene… Perché servirà a ricordare che tu esisti, che sei esistito, ti renderà indimenticabile… Senza bisogno di fare niente.

Trama

Luca e Silvia sono due ragazzi come tanti che vivono vite normali, apparentemente distanti. Eppure ogni giorno si sfiorano, si ascoltano, si vedono. I sensi percepiscono la presenza dell’altro senza riconoscersi, fino a quando qualcosa interrompe il flusso costante della vita: Luca perde la vista e Silvia viene aggredita in un parcheggio. La loro vita, sconvolta, li porta a chiudersi in un’altra realtà e il destino sembra dimenticarsi di loro. Tuttavia, due anni dopo, la loro grande passione, il cinema, li fa incontrare per la prima volta e Luca e Silvia finiscono seduti uno accanto all’altra alla prima di un film d’amore. I due protagonisti, feriti dalle vicissitudini degli eventi passati, si ritrovano, così, loro malgrado, a vivere una storia fuori dall’ordinario. Ma l’amore può essere tanto potente da superare i confini dei nostri limiti e delle nostre paure? E il destino, quando trova due anime gemelle, riesce a farle rialzare e camminare insieme?

Un’intensa e romantica storia d’amore attraverso i cinque sensi, il cinema e una Roma piena di fascino e magia che rendono questa storia straordinaria.

Recensione

Tutto ciò che gira intorno a Diego Galdino è per me fonte di grande curiosità.

E’ inusuale che un barista diventi anche scrittore di successo? O forse, invece, è una sorta di destino? Quello di chi è nato e cresciuto dietro al bancone di un bar, indubbiamente luogo catalizzatore di mille storie e baricentro degli istanti di vita di moltissime persone. Probabilmente scrivere libri è il naturale prolungamento dell’esistenza di chi, da sempre, serve un caffè veloce a chiunque si affacci davanti al suo bancone. Un caffè che spesso produce uno scambio di battute, una confidenza, una confessione. Il barista in fondo è una sorta di amico a cui si può confidare tutto, perché è un estraneo che indossa, almeno per una manciata di istanti, le vesti di un amico capace di comprendere qualsiasi cosa.

Un barista conosce, per forza, un milione di storie. Un barista ha l’occhio lungo e l’orecchio sensibile, entrambi  allenati da anni di caffè che sono, spesso,  balsami per l’anima.

Ed ecco che il barista Diego Gandino diventa scrittore. Scrive quasi per gioco. E le sue storie piacciono. Perché sono storie semplici, fatte di occasioni, coincidenze, sentimenti. Storie che, mi piace pensare, nascono dagli sguardi e dai gesti dei suoi avventori, inconsapevoli muse ispiratrici per il barista scrittore, che è come carta assorbente quando si tratta di estrapolare vite vissute da un semplice sorseggiare di caffè. E sono storie che nascono e vivono a Roma, la città eterna, che per Diego è una mamma indulgente e piena di sorprese.

In questi suo ultimo lavoro, Diego inserisce tutte le sue carte vincenti. Un amore che scocca tra due anime simili poiché ferite. Un sentimento potente capace di rivoluzionare una vita intera. Un amore che è in grado di restituire la speranza di una felicità che sembrava perduta per sempre. Una storia che sboccia a Roma e che dalla città eterna trae tutta la sua magia. Un amore che si palesa attraverso i sensi, sensi che costituiscono la spina dorsale del romanzo, attraverso una costruzione coerente e di grande effetto scenico.

“Una storia straordinaria” è anche un tributo ai grandi film d’amore della nostra epoca, i cui personaggi e le cui storie si affacciano al lettore, in un mosaico di rimandi alle scene più toccanti. Attimi indimenticabili che non lasceranno indifferenti i cultori della settima arte.

Insomma, “Una storia straordinaria” incarna alla perfezione quello che promette nel suo titolo.

Il  romanzo, scritto con una prosa scorrevole e coinvolgente, è un’isola di serenità e di dolce evasione. Una lettura che infonde speranza e convince  anche i cuori più aridi dell’innegabile potere dell’amore e della bellezza di amare e  essere amati.

Un romanzo che si legge in un soffio, dalle cui pagine fa capolino, curiosamente, anche il suo autore, citato proprio dai protagonisti, che ad un certo punto esprimono il desiderio di andare a prendere un caffè da “quel barista di Roma che fa lo scrittore”. Espediente che ho apprezzato e che mi ha fatto sorridere.

Avevo dunque ragione nel dire che la storia di questo autore e delle sue storie risveglia grande curiosità?

Credo proprio di si! A me è venuta subito voglia di leggere anche gli altri romanzi di Diego Galdino. Uno scrittore da scoprire. Magari mentre sorseggiamo il suo caffè.

L’autore

Diego Galdino (classe 1971) vive a Roma, e ogni mattina si alza mentre la città ancora dorme per aprire il suo bar dove tutti i giorni saluta i clienti con i caffè più fantasiosi della città. Definito da Il Messaggero il Cinderella Man della letteratura, è un autore di successo internazionale, tradotto nei Paesi di lingua tedesca, spagnola e in Polonia, Bulgaria e Serbia. Ha esordito con il romanzo Il primo caffè del mattino, di cui sono stati venduti anche i diritti cinematografici in Germania, Mi arrivi come da un sogno, Vorrei che l’amore avesse i tuoi occhi, Ti vedo per la prima volta, L’ultimo caffè della sera, sono tutti pubblicati con Sperling&Kupfer, mentre Bosco bianco è stato autopubblicato per una scelta di cuore. Con Una storia straordinaria fa il suo ingresso nel catalogo Leggereditore.

  • Casa Editrice: Leggereditore
  • Genere: narrativa italiana
  • Pagine: 216

RAGAZZA, DONNA, ALTRO di Bernardine Evaristo



Io non sono una vittima, non trattarmi mai come una vittima, mia madre non mi ha cresciuta per farmi diventare una vittima.

Trama

È una grande serata per Amma: un suo spettacolo va in scena per la prima volta al National Theatre di Londra, luogo prestigioso da cui una regista nera e militante come lei è sempre stata esclusa. Nel pubblico ci sono la figlia Yazz, studentessa universitaria armata di un’orgogliosa chioma afro e di una potente ambizione, e la vecchia amica Shirley, il cui noioso bon ton non basta a scalfire l’affetto che le lega da decenni; manca Dominique, con cui Ammaha condi­vi­so l’epoca della gavetta nei circuiti alternativi e che un amore cieco ha trascinato oltre­oceano…

Dalle storie (sentimentali, sessuali, familiari, professionali) di queste donne nasce un romanzo corale con dodici protagoniste: etero e gay, nere e di sangue misto, giovani e anziane; impiegate nella finanza o in un’impresa di pulizie, artiste o insegnanti, matriarche di campagna o attiviste transgender. Cucite insieme come in un arazzo, le loro vite (e quelle degli uomini che le attraversano) formano un romanzo anticonvenzionale e appassionante che rilegge un secolo di storia inglese da una prospettiva inedita e necessaria.

Recensione

Ragazza, donna, altro è un libro che non si dimentica.

Particolare, nella forma e nella sostanza. Un librone, che si presenta al lettore infrangendo una delle regola imprescindibili della punteggiatura: non vi sono punti alla fine delle frasi. Solo un rientro più marcato a sinistra del testo che inizialmente è piuttosto destabilizzante.

La sostanza, invece, è tutta un’altra storia. Di sostanza in “Ragazza, donna, altro” ce n’è da vendere. Un libro, denso, vischioso, pesante, affollato. Un libro pieno di storie e di Storia, che a tratti sorprende e a tratti fa ammutolire per la semplicità con cui presenta al mondo intero la sottile e cruda questione del colore della pelle. Un colore che vira tra il bianco e il nero e che all’interno racchiude una moltitudine di sfumature che sono infinite, quasi indistinguibili ma che hanno dettato e dettano ancora una sorta di graduatoria di gradimento per chi queste sfumature le porta addosso. Un romanzo in cui si parla di razze e di razzismo senza ipocrisia, senza veli e senza vergogna.

Il romanzo ha una struttura quasi geometrica. Quattro parti, ognuna delle quali dedicata a tre donne. Una quinta parte che racchiude l’epilogo, l’apoteosi di come il caso possa far accadere l’impossibile.  Una lezione su come tutto nella vita abbia un senso e sulla circolarità della vita, che spesso ci riporta all’inizio del percorso, con una danza ipnotica e insopprimibile. Dodici donne le cui vite non si possono semplicemente racchiudere in una definizione di genere. Non sono solo donne o ragazze, ma anche altro. E in questo avverbio c’è il mondo intero, senza esclusioni, in una definizione che lascia spazio ad una interpretazione del tutto personale. Un romanzo, quindi, che vuole comprendere il tutto. Tutto quello che il lettore desidera ricomprendervi. Senza limiti o preclusioni.

Impossibile non assorbire le storie di queste dodici donne, che catturano e sorprendono.

Storie semplici, illuminanti e dolorose al tempo stesso. Storie di scoperte, rivincite, cambiamenti, emancipazione, volontà, sopruso, violenza, riscatto. Storie che ti entrano sotto pelle, nelle quali rivedersi senza tuttavia riuscirci a pieno. Chi non ha nelle sue cellule il grido di dolore dello schiavo strappato dalla sua terra con la violenza e privato di ogni dignità,  non potrà mai sentire interamente su di sé il dolore di queste donne, che si difendono dai graffi della vita con stoica rassegnazione, indurendo con le lacrime la propria corazza contro l’ignoranza. Donne che insegnano ai figli a non soccombere, a sopportare. Che li vogliono istruiti e realizzati ma mai dimentichi delle proprie radici.

Le donne di Bernardine Evaristo sono diversissime tra loro ma le accomuna la volontà di affermarsi come persone, benché povere o vecchie o emarginate o sole. Spesso si accompagnano ad uomini che non le meritano, ma capita anche che si imbattano in uomini che le salvano e che danno un senso alla loro vita.

Impossibile non amarle e non essere solidali con loro. Attraverso i loro occhi il lettore vive un secolo di storia inglese, che inizia con lo stridore del periodo coloniale e finisce ai giorni nostri passando per guerre, lotta per l’integrazione, femminismo e rivendicazione dell’identità sessuale.

Una storia che comunque vede queste donne vincenti. Instancabili inseguitrici di un’inossidabile idea di giustizia sociale, fermamente orientate a realizzarsi, lottatrici senza paura per vedere affermati i loro diritti, che sono, in ultima analisi, i diritti di ogni creatura vivente.

Se è vero che il dolore di una razza intera si riverbera sui posteri e li dota di una forza inesauribile, non stupisce che le donne di questo romanzo siano creature meravigliosamente libere e infinitamente piene di grazia e di bellezza. Una forza che forse manca agli altri,  alle razze stanche e vecchie, irretite da secoli di prepotenza e di furore. Vittime dei loro stessi pregiudizi, schiave delle convenzioni, derubate della voglia di affermarsi. Razze senza scopo, che si sono prese tutto con la forza e che non sono più capaci di lottare.

Le donne di questo romanzo si amano e basta. Tutte quante, giovani, vecchie, etero, lesbiche, donne di successo e donne delle pulizie, donne emancipate e donne ancorate alle tradizioni, hanno dentro una luce che manca spesso ai più.

Incredibili eroine dei nostri tempi, stravaganti trasformiste, spudorate provocatrici, geniali artiste, seguaci dell’idea dell’amore a tutti i costi, nascondono tutte un dolore o un segreto da non rivelare, per non sembrare deboli. Donne la cui pelle ha tutte le sfumature dell’ebano e tutti gli odori della loro storia.

Donne che nascondono un mondo intero dentro di sé, che spesso è davvero impossibile immaginare.

Un mondo che Bernardine Evaristo riesce a rappresentare in un caleidoscopio di colore, dolcezza, forza e candore, regalandoci un indimenticabile affresco delle donne nere europee di oggi, in un coro di voci diverse, da ascoltare in silenzio.

L’autrice

Bernardine Evaristo è nata a Londra nel 1959 da madre inglese e padre nigeriano. È autrice di otto romanzi (fra cui Mr. Loverman, Playground 2014) e di testi teatrali e critici, ed è da sempre impegnata in campagne per l’inclusione e la visibilità degli artisti di colore. Ragazza, donna, altro, vincitore del Man Booker Prize e di un British Book Award, finalista all’Orwell Prize per la letteratura politica e al Women’s Prize for Fiction, nel Regno Unito è stato il primo libro di una donna di colore ad arrivare in testa alla classifica della narrativa tascabile.

  • Casa Editrice: Sur Edizioni
  • Genere: narrativa straniera
  • Traduzione: Martina Testa
  • Pagine: 520

NELLA BUONA E NELLA CATTIVA SORTE di Marina Di Guardo

All’improvviso tutto fu silenzio. Non si avvertì più il frusciare delle foglie, il ritmo sincopato del frinire delle cicale, i molteplici, sconosciuti suoni che avvolgevano il bosco. Il tempo sembrò essersi fermato in un momento ben preciso. Quello in cui Irene si era ritrovata davanti a quel corpo di bambina riverso per terra: la posa scomposta, i vestiti spiegazzati, sporchi di fango, i capelli che coprivano buona parte di quel volto.

Trama

Irene, giovane illustratrice di talento, vive da anni ostaggio del marito Gianluigi, manager geloso e violento, convinta, come tante altre vittime di violenza domestica, di meritarsi la semi-segregazione a cui lui la costringe a forza di minacce e lividi. All’indomani dell’ennesimo litigio, grazie al sostegno di Alice – l’amica d’infanzia trapiantata a Londra – Irene trova finalmente il coraggio di ribellarsi: mentre il marito è al lavoro, carica in macchina la loro piccola figlia Arianna e scappa da Milano, per correre verso un piccolo paese di provincia nella casa in cui è cresciuta e che i genitori le hanno lasciato in eredità. Gianluigi però la rintraccia prima del previsto, e le ordina di tornare in città, preannunciando ritorsioni – non solo da parte dei suoi avvocati. Irene sente le forze già esili cedere, ma nel paese scopre insperati alleati: un’anziana vicina di casa, un negoziante che forse ha un debole per lei… Purtroppo, inquietanti incidenti minacciano presto la sua fragile serenità. Irene nonostante tutto cerca faticosamente di rimettere insieme i cocci della sua vita, ma tutto precipita quando chi dovrebbe proteggerla da Gianluigi viene ritrovato brutalmente assassinato.

Recensione

“Nella buona e nella cattiva sorte” è un romanzo che lascia il segno.  E’ accattivante,  tentacolare, nero.

Un romanzo che esplora l’inesplorabile.  Che narra l’inenarrabile.  Che scava dove fa più male.

Un storia che potrebbe essere la storia di ognuna di noi, che abbiamo schivato una sorte avversa forse per mera fortuna. Perché abbiamo avuto il dono inestimabile di vivere senza che la molla della follia e delle scelte avverse e scellerate ci abbia toccato.

Difficile che non ci sia capitato, almeno una volta, di subire delle prevaricazioni, magari proprio da una persona a noi vicina. La violenza non è solo quella fisica. E’ verbale; è insita in un atteggiamento. O anche in una situazione di svantaggio, quale che sia, causata esclusivamente dal nostro essere donna.

E’ per questo motivo che tutte noi lettrici ci immedesimeremo immediatamente in Irene e vivremo in un’angoscia costante durante la lettura del romanzo.

Irene è la vittima perfetta. Non è indipendente economicamente. Non ha più la spalla rassicurante dei suoi genitori, entrambi morti. Non ha un fratello, non ha una sorella. Ha una sola amica, che però vive all’estero e non può garantire ad Irene una presenza fisica. Ha solo sua figlia, una bambina di 10 anni che vive insieme alla madre l’incubo e il disagio di avere un padre violento. Che teme ma che non cessa di voler compiacere, suo malgrado, e che ha un rapporto ambiguo anche con la madre stessa.

La lettura non si affranca mai dalla sensazione di claustrofobia che pervade il romanzo.  Leggendo si entra in un vortice di paura e si angoscia. Ci si sente indifesi, completamente in balia degli umori di un uomo folle e violento, la cui suscettibilità e la cui malvagità sembrano  non avere confini.

La discesa verso gli inferi è lenta ma inesorabile. Irene sembra destinata a soccombere; tutto intorno a lei parla il linguaggio della morte, che in realtà la insegue da sempre e che ha assunto, nel tempo molteplici sembianze: quelle dell’amica di infanzia, scomparsa misteriosamente quando erano bambine,  quelle della madre, schizofrenica e anaffettiva ed infine quelle di chi ha provato a difenderla dall’ira cieca dell’ex marito.

Leggere un noir significa essere pronti a qualsiasi orrore. Significa confrontarsi con il lato buio che è in ognuno di noi e saperlo accettare. Significa, ancora, saper rinunciare ad un lieto fine e essere aperti a risvolti inattesi e spaventosi.

Ed ecco che torna ad affacciarsi in noi l’immedesimazione, quel tarlo che è capace di instillare il male e la sue subdole potenzialità dentro alla nostra testa.

Alla fine, è inevitabile interrogarci su quali siano le pulsioni che inducono una persona a fare del male al suo prossimo. A volte il male è o appare l’unica soluzione.

Ecco, leggendo “Nella buona e nella cattiva sorte” si ha davvero la misura di quanto siano forti quelle pulsioni e di quali e quanti traumi possono, anche a distanza di molti anni, ridestare la nostra mente e portarci a prendere delle decisioni discutibili.

Marina Di Guardo è maestra nel portare il lettore dove vuole.  E’ maestra nel ricreare le atmosfere claustrofobiche dove irrazionalità e timore di fondono in una miscela esplosiva, capace di offuscare la razionalità.

Marina ci guida in un percorso pieno di insidie. Magistrale affabulatrice, serba per i suoi lettori dei risvolti inattesi, che giungono a sorprenderci, proprio quando una velata certezza inizia a farsi strada nella nostra mente.

Inaspettatamente, sarà dolce naufragare nel mare del dubbio, come lo sarà risvegliarci nella consapevolezza di non essere riusciti a intuire la verità. E non ne vorremmo all’autrice per averci ingannati, perché alla fine la sorpresa sarà maggiore del risentimento di essere stati in qualche modo raggirati, nonostante gli appigli che l’autrice ci ha gettato ai piedi ma che noi non siamo riusciti a cogliere.

Non ravviso controindicazioni a questa lettura. Scorrevole, disseminata di personaggi carismatici e ben delineati. Una lettura che non ti  molla un attimo, che non ti dà respiro.

Che ti fa riflettere sui risvolti del destino e sulle conseguenze dei nostri traumi. Che ti lascia a bocca aperta con un finale inaspettato. Che parla del Male senza mai scendere in dettagli macabri.

Che ti lascia, alla fine, con un’espressione attonita e compiaciuta al tempo stesso. Mentre sogghigni a mezza voce un’espressione di stupore.

L’autrice

Marina Di Guardo è nata a Novara ma ha origini siciliane. Vive tra Cremona e Milano. Prima di dedicarsi alla scrittura, ha lavorato come vicedirettrice dello showroom di Blumarine. Ha esordito nella narrativa con il romanzo L’inganno della seduzione (Nulla Die, 2012), poi seguito da Non mi spezzi le ali (Nulla Die, 2014). Si misura per la prima volta con il genere thriller nel 2015, quando pubblica nella collana digitale ZoomFiltri di Feltrinelli, curata da Sergio Altieri, Bambole gemelle. Con Mondadori ha pubblicato i thriller Com’è giusto che sia (2017), opzionato per una serie televisiva, e La memoria dei corpi (2019), i cui diritti cinematografici sono stati acquistati da una casa di produzione americana. La memoria dei corpi è stato pubblicato in Grecia, in Polonia e presto uscirà anche in Brasile e in altri Paesi.

  • Casa Editrice: Mondadori Editore
  • Genere: noir
  • Pagine: 219

L’ESTATE DI ANGELA di Giovanna Angela Parodi

Ma si trovava a un tratto tutta presa da emozioni di una qualità nuova, più intensa, più involontaria e sconosciuta, non appena qualcosa, anche un nonnulla, faceva vibrare in lei quella corda, di cui ancora non possedeva la chiave, e ne restava spaventata e confusa.

Trama

Angela, la protagonista di questo romanzo adolescenziale, ha quasi dodici anni. È una ragazzina determinata, bella e intelligente. Convinta di possedere tutte le qualità per le quali i maschi sono tanto ammirati, nel suo giro di amicizie. Qualcosa, però, ultimamente sta cambiando, dentro e fuori di lei. In meglio? In peggio? Le reazioni degli altri a questi suoi cambiamenti la mettono alla prova. Sembra infatti che tutti si aspettino da lei qualcosa che ancora non conosce. A cominciare dai genitori, dalla nonna, che le ripetono spesso: “Ora sei più grande…” Anche quest’estate trascorrerà le vacanze con la nonna materna, in un paesino, nel basso Piemonte, dove non sono mai state prima e dove conoscerà e si confronterà con persone e situazioni nuove, stimolanti. L’estate del 1961 sarà per Angela un periodo di scoperte e di nuove esperienze, sia interiori che di rapporto con gli altri, con il mondo della campagna che la circonda e con i nuovi amici.

Recensione

Questo breve romanzo, poco più che un racconto, è una sorta di educazione sentimentale di una preadolescente, Angela, che conosciamo  durante l’estate del 1961.

Lungi dall’essere un diario, lontano anni luce dall’essere un racconto di giochi e di amicizia, “L’estate di Angela” descrive la genesi del passaggio dall’infanzia all’adolescenza della protagonista.

Tutto in questo romanzo, a ben vedere, è il riflesso di un passaggio. Quello della protagonista che attraverso le sue piccole esperienze quotidiane vive la metamorfosi del corpo e del suo sentirsi vivere. Quello del tempo, che pigramente si ostina a trascorrere e a palesare la necessità di acquisire nuovi comportamenti, nuove consapevolezze.

Agli albori degli anni sessanta del novecento è ancora vivida la distinzione di genere, che impone una rigida differenziazione dei comportamenti che la giovane donna deve assumere, rispetto a quelli degli uomini. La compostezza dei gesti, la necessità di assumere movenze adeguate, la rassegnazione a subire un codice di comportamento considerato consono. Ed ancora, l’accettazione della differenziazione dei compiti che progressivamente ci si aspetta da un adolescente, che contempla, per una femmina, l’onere di occuparsi della casa, del cucito e di tutti quei lavori universalmente considerati appannaggio esclusivo del mondo femminile.

Ed è consuetudine, per una femmina, iniziare a parlare di fidanzamento e della necessità di mettere su famiglia.

Gli adulti che circondano Angela, di punto in bianco, cambiano atteggiamento nei suoi confronti. All’improvviso Angela non è più considerata una bambina. Deve farsi carico di alcune faccende domestiche, non può più indossare calzoncini corti, deve essere accorta e condiscendente. Un cambiamento che avviene repentino, senza che Angela abbia avuto la possibilità di capire quando esattamente tutto è mutato e perché. Una mutazione che Angela subisce e che non riesce a giustificare. Che la confonde e rende tutto oscuro e incomprensibile, seppur ovviamente non può che attribuire al tempo che passa e ai primi accenni di cambiamento del suo corpo, che di punto in bianco sembra aver perduto le spoglie dell’infanzia.

All’improvviso sembra che tutti guardino Angela con occhi diversi e che si aspettino da lei comportamenti e atteggiamenti che lei non sente assolutamente suoi.

Per fortuna è giunta l’estate e Angela, come tutti gli anni,  potrà andare in villeggiatura con la nonna, che è solita lasciarla libera di giocare e di scorrazzare in campagna con i suoi nuovi amici.

In campagna, libera e spensierata,  Angela potrà confrontarsi con un mondo che non conosce: nuovi luoghi, nuove persone, nuove conoscenze. Ma potrà soprattutto guardarsi crescere, sia nel corpo, che diventerà un acerbo corpo di donna, che nello spirito, che, al pari del corpo, vive il disagio e la scoperta delle sue nuove consapevolezze.

Tutto ciò che è intorno ad Angela le parla una lingua nuova. Lei, che è sempre stata una sorta di maschiaccio, si confronta con l’altro sesso con circospezione, con timidezza, sentendo l’impaccio che il suo essere femmina determina negli uomini.

Angela scoprirà che certi suoi atteggiamenti nascono anche a causa della sua voglia di provocare. Pur provandone vergogna per la consapevolezza di tenere un atteggiamento ambiguo verso l’altro sesso, capisce che in fondo quel comportamento è ambiguo solo perché viene da lei. Ed è una scoperta che la sconcerta profondamente ma che le regala anche una certa maturità. Alla fine dell’estate Angela si sentirà molto più grande della sua età, pronta a distinguere la voglia di piacere con il desiderio di essere considerata solo una bambina.

“L’estate di Angela” è una lettura che si beve d’un fiato e che ci immerge in un mondo che sembra perduto.

Un mondo ovattato e pudico, dove l’educazione per una dodicenne consiste nell’imparare a rigovernare la cucina e nell’accettare il posto più scomodo dove sedere, in seconda fila e con le gambe ben unite. Mantenendo una posa composta e sperando di accasarsi quanto prima, all’ombra di un focolare che bisogna in qualche modo meritarsi con il sacrificio e la dedizione.

Un mondo neanche troppo lontano, che da qualche parte ancora sopravvive, dove una bambina si sveglia ed è già donna. Ed è sola, ingabbiata in una metamorfosi che percepisce forzata e cattiva.

E dovrà parlare un’altra lingua e muoversi secondo altri codici, fino a ieri proibiti e oggi necessari, più dell’ossigeno.

L’autrice ci lascia le tracce di una storia ordinaria e comune e si addentra nei pensieri della protagonista con delicata circospezione. Senza mai tirare le somme, ci conduce per mano in un’epoca a noi vicina ma per certi versi lontanissima.

Un libricino leggero e pesante al tempo stesso. La storia delle nostre mamme, che mai come adesso ci appare lontana e irraggiungibile.

L’autrice

Giovanna Angela Parodi è stata a lungo un’insegnante di lettere nella periferia genovese, in particolare nella scuola media, a contatto quindi con il mondo dell’adolescenza per cui ha sempre coltivato vivo interesse.

Inoltre, ha spesso scritto nel corso della propria vita riflessioni in forma di diario da cui ha potuto via via attingere, per giungere infine alla stesura di questo testo. Nel romanzo L’estate di Angela, sua opera prima, inquadra in particolare aspetti della prima adolescenza femminile, frutto in parte della sua esperienza reale.

  • Casa Editrice: Giovane Holden Edizioni
  • Genere: narrativa di formazione
  • Pagine: 100

CALMA & KARMA di Gioele Urso


Un messaggino sul telefono la svegliò dal sogno dentro il quale era stata catapultata, si stava immaginando a casa, in Nigeria, con la madre, il padre e i propri fratelli e sorelle attorno ad un tavolo a mangiare (…)
“Quando tutto questo sarà finito, avrò abbastanza soldi per tornare a casa” aveva pensato Assya mentre con il cellulare in mano si avvicinava alla finestra. A illuminare l’oscurità c’erano solamente le quattro frecce lampeggianti di quell’automobile parcheggiata a bordo strada. Disagio, angoscia e malinconia si fecero largo dentro l’animo di quella giovane donna che poi si voltò, afferrò un soprabito dalla spalliera della sedia e lo indossò.

Trama

Torino, il cadavere di una ragazza di colore viene trovato sulle sponde del fiume Po.

Il responsabile dell’indagine è il commissario Riccardo Montelupo, un poliziotto sui generis ma integerrimo e amatissimo dai suoi collaboratori.

La scarsità di indizi e un muro di omertà rende complicato dipanare la matassa che si cela dietro questo omicidio, fino a che una fuga di notizie e la decisione di un cronista di pubblicare le immagini del cadavere martoriato daranno un’improvvisa accelerata alle indagini.

In una Torino multietnica e postindustriale, in cui sfruttati e sfruttatori non sono sempre così distinguibili, si snoda una vicenda che metterà a dura prova il commissario Montelupo facendo vacillare anche alcune sue certezze.

Recensione

Quando un ottimo thriller sta dove non ti aspetti.

Non occorre un volto noto o un nome altisonante  per partorire un  buon romanzo. Gioele Urso è solo al suo secondo lavoro e probabilmente è sconosciuto ai più. Eppure possiede la qualità principale che deve avere uno scrittore di thriller. Tenere il lettore sulla corda, mantenendo l’interesse alto in modo costante.

Insomma, gradevolissima sorpresa per me la lettura di questo libro di poco più di 200 pagine, confezionato in un volume  di piccole dimensioni, maneggevole e dall’aspetto grafico accattivante.

Con un incipit aggressivo e di grande effetto, il romanzo si fa subito prorompente, portandoci sulla scena di un delitto e presentandoci a stretto giro di pagine il protagonista, il commissario Riccardo Montelupo.

Uomo di poche parole, schietto sino a sconfinare nell’irriverente. Poco incline a rispettare le regole se il fine giustifica i mezzi scelti per perseguirlo. Un commissario che antepone il suo essere Uomo rispetto alla sua professione di tutore della legge. Di lui non sappiamo molto. Niente accenni alla sua vita privata, al suo passato. Montelupo cede il palcoscenico all’indagine, ma soprattutto alla storia, quella riferibile alla trama ma anche e soprattutto alle vicende attuali che ci coinvolgono tutti i giorni, di cui, volenti o nolenti, è pervasa la nostra vita.

Ciò che subito si fa strada nel lettore tuttavia è un senso di fiducia in questo integerrimo poliziotto. Ci si affida a lui, approvando le sue scelte investigative e confidando che il suo istinto ci porterà alla soluzione del caso.

Un caso che subito si mostra difficile. E anche incapace di portare su di sé l’interesse dell’opinione pubblica.

Quando a morire è una giovane ragazza di colore, probabilmente una prostituta, è più facile girare lo sguardo. Quando a morire è uno dei tanti derelitti che affollano Torino, sporcandola con i loro stracci e la loro aria smarrita,  in fondo si può anche soprassedere dal trovare a tutti i costi un colpevole. Perché i colpevoli sono figure nebulose e  senza corpo. La povertà, la paura, la fame. La prostituzione,  lo sfruttamento, la tossicodipendenza. Mostri enormi e senza corpo che ingoiano chi è debole e senza difese. Morti che appartengono ad un limbo di disperazione e di smarrimento.

In quei giorni Torino assiste allo sgombero dell’ex villaggio olimpico. Una struttura fatiscente e spettrale che implode nella sua decadenza e che da molto tempo è occupata da migranti, spettri essi stessi, uomini e donne che dovevano essere collocati nella società civile ma che sono stati dimenticati per strada, vittime di qualche distrazione legislativa.

Aamiina è una mediatrice culturale che da tempo si occupa di assistere i migranti nella scelta volontaria di lasciare l’ex villaggio olimpico per aderire ad un programma di ricollocamento. In molti hanno acconsentito a lasciare le palazzine fatiscenti e maleodoranti. Tra questi anche Assya, una giovane nigeriana che lotta per spezzare le catene che la tengono prigioniera di chi l’ha portata in Italia.

In mezzo alla disperazione più abbietta che trasuda dai muri ammuffiti delle palazzine c’è anche chi ha trovato il modo di sfruttare i più deboli, arricchendosi sulle lacrime altrui. E in fondo alla catena, tra sangue, odio e dolore, ci sono gli insospettabili. Uomini potenti che decidono sulla vita e sulla morte con uno schiocco di dita.

Assya muore, trucidata e violata. E dalla sua morte si dipana tutta la vicenda, che Montelupo dirige con grande lucidità ed acume.

Dove c’è dolore e la compassione latita è difficile trovare un colpevole. Tutt’al più si può trovare una verità e scoperchiare una pentola, ma non di più.

Ottima prova per Gioele Usrso che con una scrittura che va dritta al cuore orchestra una storia cruda e dissacrante su una città che mostra i suoi gioielli più belli e preziosi, incastonata in una cornice di meravigliosa bellezza e opulenza, ma che nasconde con un trucco pesante e volgare le piaghe di una migrazione ignorata e disumana.

L’ambientazione di questo romanzo è stupefacente. La dicotomia tra fasti del passato e degrado del presente, unita alla crudele capacità di non vedere ciò che invece è sotto gli occhi di tutti, regala al lettore un’esperienza cruda e toccante della nostra realtà.

Una realtà in cui tutte le Assya del mondo sono purtroppo spettri invisibili e fastidiosi, che irrompono nelle nostri notti a guastarle, ricordandoci di loro, della loro misera esistenza, dove la dignità è ormai perduta, sconfitta dall’indifferenza.

Gioele Urso confeziona un romanzo davvero notevole, che mi ha commosso e mi ha spaventato al tempo stesso. L’incedere delle vicende, la capacità di entrare nell’animo profondo e intimo dei personaggi, la maestria con cui trasmette al lettore le emozioni e la cruda trasposizione della disperazione e della rassegnazione di una umanità invisibile e disperata, costituiscono un piccolo capolavoro.

Quindi, buona vita a Riccardo Montelupo! Mi auguro di leggere ancora di lui e della sua Torino, massacrata dall’indifferenza ma pur sempre incantata e incantevole.

L’autore

Gioele Urso è un giornalista politico torinese che si occupa anche di social network e nuovi media. Dal 2002 opera in ambito radio-televisivo e digitale.

Comincia la sua gavetta a Radio Beckwith per poi approdare a Videogruppo Televisione.

Attualmente si occupa di comunicazione istituzionale, progetti editoriali e produzioni video per il web. Nel 2018 ha pubblicato un romanzo noir dal titolo “Le colpe del nero” (Edizioni del Capricorno), primo episodio delle avventure del commissario Montelupo.

  • Casa Editrice: Golem Edizioni
  • Genere: thriller
  • Pagine: 204

LEI MI AVREBBE DETTO SI di Manuel Pomaro

Mi sono appena svegliato. Solo pochi istanti fa ti stavo sognando: era il nostro matrimonio e tu eri al mio fianco. Mancano solo poche ore a questo lieto evento e spero che, in un modo o nell’altro, tu sarai accanto a me.

Trama

Miriam e Ascanio attraversano una crisi di coppia. La ragazza intreccia una relazione con Pablo, un cuoco che organizza cene emozionali.

Ascanio scopre il tradimento e prepara un’atroce vendetta.

Lauren sta cercando di allontanarsi da una relazione satura. Un incontro a Capodanno la indurrà a credere che ciò sarà possibile, ma gli strascichi del precedente rapporto potrebbero minare il suo tentativo di tornare ad amare.

È giusto credere che in prossimità di eventi catastrofici nascano le migliori storie d’amore?

Può una proposta di matrimonio portare allo stesso tempo gioia e disperazione?

Recensione

Al rosa ho sempre preferito il nero.

Eppure, quando Manuel Pomaro mi contattò (uso il passato remoto perché l’ho fatto aspettare un po’ troppo per questa recensione) accettai subito di leggere il suo romanzo, complice l’educazione e il garbo con cui si interfacciò con me.

Ed eccomi, qualche settimana più tardi, dunque, alle prese con un romanzo “romance”.

L’inizio non è stato idilliaco. Non mi riconoscevo con nessuno dei personaggi, a mio avviso semplici, superficiali, di poca sostanza. Uomini e donne abbagliati dalla forma e non dalla sostanza. Dediti a passioni futili, di scarsi principi, dalla carne debole e dall’intelletto mediocre.

Proseguendo, stoica, la lettura, ho iniziato a fare la pace con loro.

Ad un certo punto, infatti, la storia cambia registro. Non vi ho trovato più solo dei quasi quarantenni che latitano nel lasciare il terreno fertile e rigoglioso della gioventù e delle donne desiderose solo di “accasarsi”. Ma ho iniziato a rilevare l’amarezza di non riuscire a trovare il proprio posto nel mondo, perduti in labirinti di relazioni futili . Mi sono imbattuta in tematiche importanti, come la violenza e la sudditanza psicologica che troppo spesso prolifica sotto le mentite spoglie dell’amore. E nel bisogno, legittimo e insopprimibile, di trovare una persona da amare, che ci supporti e ci aiuti nel cammino della vita.

La stessa figura del protagonista, Ascanio, prende sostanza a partire dalle seconda metà del libro. Matura, in un certo senso e lo fa grazie all’autostima che la relazione appagante con Lauren gli ha regalato.

Ascanio, che si presenta piatto, pantofolaio e banalotto, si trasforma piano piano in un uomo a tutto tondo, capace di perdonare, di cambiare per amore della donna che ama, di apprezzare le gioie della famiglia.

In un certo senso tutti i personaggi che gravitano intorno ad Ascanio e a Lauren crescono e trovano la loro dimensione.

Ma in ogni storia d’amore che si rispetti occorre trovare anche un lieto fine adeguato.

E Manuel Pomaro ce lo propina, inaspettato e molto emozionante.

Quindi, nel complesso una buona prova per Pomaro, che ha dalla sua una scrittura scorrevole e una certa disinvoltura nell’avvicendarsi dei dialoghi. Certo, il romanzo è leggero e tale, probabilmente, deve essere e rimanere. Dal canto mio avrei preferito un maggiore spessore. Per esempio, un approfondimento sui personaggi, sul loro lato psicologico, sul loro passato. Maggiori passaggi descrittivi e meno dialoghi. Maggiore partecipazione, quella che imprigiona il lettore nell’anticamera della poesia e lo fa riflettere sul senso della vita. Quello,in altre parole, che rende la lettura un viaggio dentro se stessi.

Ma in questo modo sarebbe stata un’altra storia, probabilmente anche meno apprezzata dal pubblico, al quale Pomaro propina pane per i loro denti.

Che dire, ancora? Sicuramente che io non sono la persona più adatta a recensire questo romanzo.

D’altro canto è bene uscire ogni tanto dalla nostra confort zone e provare a leggere anche qualcosa di diverso dal solito.

L’unico dispiacere è la consapevolezza di fare, mio malgrado, un torto a questo autore che, leggo su instagram, è davvero molto apprezzato dai lettori del genere.

Non posso che scusarmi con Manuel se non ho rispettato le sue aspettative. Non desidero muovergli una critica, vorrei fare esattamente il contrario.

Vi dirò di più: Manuel potrebbe tranquillamente pensare ad un seguito della storia. Il finale che ci lascia è una sorta di inizio che potrebbe essere utilizzato ad arte per lo scopo.

Per cui, Manuel, confessa: stai già scrivendo il seguito delle vicende di Ascanio?

MERIDIANA di Marco Emanuele Pollano

Riconobbe l’odore del sangue.
Incapace di seguirne la traccia visiva, ne annusò la presenza, senza stupirsi di non aver sbagliato la ricerca.
Non sangue qualsiasi, ma piastrine arcinote, abbandonate in quel luogo dalla sua memoria, buone a sporcare radici e neve per i sei lunghi mesi di quel febbrile inverno.

Trama

Una quieta valle alpina ha assistito, impassibile nelle sue atmosfere cristalline, a un delitto.

Beatrix, bella ragazza belga nota per il suo carattere particolare, sembra scomparsa. Angelo, un montanaro burbero e fragile, sa che la donna giace morta in una buca tra gli abeti, occultata da un lungo inverno. Ma questa è una verità che egli deve a ogni costo nascondere. A tutti: in primis alla moglie Clara, donna dai tanti silenzi enigmatici, poi ai rocciosi abitanti del suo borgo, e naturalmente alla polizia che allertata da François, equivoco fratello della vittima, arriva a indagare.

Ma il passato custodito tra quelle sfavillanti montagne è carico di segreti, e il loro intrecciarsi rende la vicenda molto più ambigua di quanto non appaia.

Negli occhi del commissario Giovanna Altamura, meridionale pratica e dalla acuta sensibilità, prendono a svilupparsi i contorni di un enigma feroce e sottile, i cui protagonisti strisciano nei risvolti di inquietanti tortuosità psicologiche.

Sentimenti in apparenza domati nelle grigie pieghe di un rapporto consolidato si destano improvvisamente e chiedono con veemenza una rivalsa. Nelle arie leggere della montagna si crea allora un delicato equilibrio di sospetto e di minaccia, che in un meccanismo perfetto finisce per serrarsi sui protagonisti, avviluppandoli in un crudele triangolo criminoso.

L’attenta caratterizzazione dei personaggi, la trama affatto scontata e la narrazione in cadenze sapienti regalano un romanzo elegante e complesso, che si inserisce a pieno titolo nella tradizione del miglior giallo italiano.

Recensione

 “Meridiana” è l’opera prima di Marco Emanuele Pollano ed anche il primo romanzo che leggo dopo aver intrapreso una bellissima collaborazione con Giovane Holden Edizioni, casa editrice che apprezzo molto e che sono certa farà parlare di sé.

Il genere è uno dei miei preferiti. Non si contano più i romanzi appartenenti a questo genere che nel tempo ho letto. Italiani, stranieri, contemporanei, classici. Belli, brutti, sorprendenti ma anche scontati e poco brillanti. Pietre miliari del genere, ma anche di autori sconosciuti.

Ho maturato la convinzione che non esiste genere più insidioso per un esordiente. Difficile creare una trama coerente. Complesso trovare uno schema investigativo che sia intricato ma anche comprensibile ai più. Un’impresa assai ambiziosa creare dal niente personaggi convincenti, interessanti e originali. E poi dare al romanzo quel ritmo narrativo che crea suspense, che fa battere il cuore ad un ritmo elevato, che non ti fa staccare gli occhi dalle pagine.

Eppure, “Meridiana” scarta queste difficoltà e passa il traguardo senza sforzi particolari, grazie ad una serie di caratteristiche che adesso vi illustro.

Il libro gode di un’atmosfera claustrofobica, quasi asfissiante. La sensazione, durante la lettura, è quella di trovarsi intrappolati in un luogo angusto, che non offre vie di fuga. L’aria viziata, un ambiente ostile e ristretto, occhi impenetrabili che ti guardano dentro. E il freddo, la neve che rende i contorni indefiniti.

Ci troviamo in una valle alpina, che si intuisce isolata e ostile verso chi è forestiero. I suoi abitanti hanno interiorizzato la solitudine, la superstizione e la diffidenza propria del paesaggio, impervio e chiuso. Montanari che vivono in simbiosi con un ambiente avaro e quasi crudele, il cui stesso dialetto  è oscuro e incomprensibile.

L’isolamento è tale da esercitare un potere ipnotico sugli abitanti della valle, che sembrano soggiacere al potere subdolo della suggestione. In special modo Angelo, un montanaro arcigno e di pochissime parole, la cui vita è stata attraversata da una luce calda e fugace quando, in gioventù, ha amato Beatrix ricambiato da lei. Una passione carnale e travolgente che doveva rimanere segreta. Perché Armando è sposato e ha un figlio.

La scomparsa di Beatrix è al centro della trama. E da essa si dipana una vicenda sordida, della quale fin dall’inizio conosciamo i dettagli. Una storia dove i sentimenti prendono il sopravvento sulla morale. Sentimenti che non sono necessariamente virtuosi, ma che possono assumere i toni grigi e l’odore nauseabondo della gelosia e dell’avidità. Che parlano di delusione, di sacrificio, di incomprensioni mai sanate. Che possono irretire una persona fino a spezzare la sua volontà e i suoi principi.

Sarà il commissario Giovanna Altamura che, chiamata ad indagare sulla scomparsa di Beatrix,  dovrà scontrarsi con un muro di omertà e di pregiudizi.

Lei, che porta nel cuore il sole del sud Italia e che dovrà penetrare l’animo dei valligiani. Lei, che troverà in quella terra ostile un filo invisibile che lega il gelo e il sole, in un parallelismo che racchiude in sé tutte le contraddizioni del mondo. Lei, che nonostante tutto riuscirà a trovare un valido alleato anche nelle freddi nevi piemontesi.

E si sa, il sole, alla lunga, scioglie anche la neve più ostinata. E così il mistero sarà svelato. E ci sarà anche il colpo di scena finale a lasciare il lettore a bocca aperta.

Dunque, ottima ambientazione per l’opera di Pollano. Bella la prosa, arricchita da dialoghi in dialetto e buono l’incedere del racconto, che scorre fluido attraverso capitoli brevi, che vedono una sapiente alternanza delle scene, espediente che spezza la narrazione e la rende interessante.

Il personaggio della Altamura non arriva tuttavia ad avere quella centralità che ci si aspetta da un thriller, generalmente incentrato proprio sulla figura investigativa. Le intuizioni della commissario sono deboli  e la sua figura poteva essere maggiormente sviluppata. Perché è stata trasferita così lontano? Cosa si è lasciata alle spalle? Hai dei segreti? Dei demoni da combattere? Una vita privata infelice? Siamo così assuefatti a leggere di investigatori dannati e tormentati che finiamo per cercare l’abisso in ognuna di queste figure!

Invece lei se ne sta in disparte e ci lascia a crogiolarci nella nostra curiosità, senza soddisfarla a pieno!

Diciamo che in questo romanzo è proprio l’intuito a latitare. Perché anche la soluzione del caso è affidata … al caso! Per contro, esso enfatizza il senso del segreto, inteso come mistero da chiarire ma anche come l’ostacolo che impedisce a persone che vivono gomito a gomito di comunicare e di condividere.

Il senso di oppressione e di chiusura è massimo proprio tra chi invece dovrebbe godere di fiducia e confidenza reciproca. E questa sensazione di asfissia è resa davvero in modo eccelso e devo dire che l’ho particolarmente gradita.

Insomma, in ultima analisi, non possiamo negare il valore e la fruibilità di questo romanzo che brilla per le atmosfere che ricrea e per lo studio approfondito dell’animo umano e delle sue pulsioni.

Buona la prima per Marco Emanuele Pollano a cui auguro il successo e la visibilità che merita.

  • Casa Editrice: Giovane Holden
  • Genere: thriller
  • Pagine: 237

GLI ANSIOSI SI ADDORMENTANO CONTANDO LE APOCALISSI ZOMBIE di Alec Bogdanovic

Il pro-pro-nipote di Bruf è un trentenne sfigato, vive con i suoi
che oramai cominciano a perdere colpi. Del suo vecchio gruppo
di amici non sente più nessuno, la stessa cosa vale per il resto
della famiglia. Quando fai una roba del genere la voce inevita-
bilmente si diffonde e nessuno riesce più a trattarti come prima.
All’inizio pensavo valesse l’adagio di Jung, che la gente tendes-
se a odiare le persone che presentano quei tratti della personali-
tà di cui si vergognano. Così immaginavo che anche loro aves-
sero un piccolo mostro depresso, impotente e mutilato che gli
ribolliva dentro. Mi resi conto che non era proprio così: non mi
odiavano. Tantomeno mi volevano bene, avevano soltanto con-
statato che ero socialmente inutile se non dannoso, una bomba
pronta a scoppiare.

Trama

La depressione è il male della nostra epoca. È la malattia più diffusa al mondo ed è la più temuta dopo il cancro. Il nostro anti-eroe ci si imbatte nell’adolescenza e cerca di liberarsene con la disciplina e il metodo di un ricercatore, peccato che la cavia da laboratorio sia lui stesso. Finirà così per autocondannarsi a un’interminabile escalation di sfortune e miserie umane: queste daranno corpo a un romanzo di formazione in cui tragedia e commedia si intersecano e fondono fino a diventare del tutto indistinguibili.

Recensione

Apprezzo molto chi osa proporre letture fuori dal coro.

Essere originali è un indubbio pregio, ma è anche una insidia che se non è ben gestita, può rivelarsi un’arma a doppio taglio.

Alec Bogdanovich, a mio avviso, ha coraggio e, dalla sua, una mente analitica e la capacità di costruire schemi di causa ed effetto con i quali assoggettare le problematiche che egli stesso desidera sviscerare.

La genialità dei suoi assiomi riguardanti la genesi dell’ansia nell’uomo e la modalità per curarla e azzerarla cozzano tuttavia con un linguaggio che ho trovato a tratti esageratamente dissacrante. Qualcosa, in fondo, ha pizzicato le corde della mia sensibilità, pungendola sul vivo. Facendomi storcere il naso e spolverandomi addosso un sentimento che a tratti assomiglia all’irritazione.

E questo Alec lo sa bene. Lo ha previsto e lo ha voluto, di proposito. Alec vuole pungerci nel tenero. Addirittura si prende gioco di noi lettori, spingendosi oltre la morale e il perbenismo. Sa che le Recensitrice non aspetta altro che bannarlo. Criticarlo. Stroncarlo. Uno spauracchio dipinto come una mostruosità informe, richiamata persino mediante l’accostamento ad uno dei mostri che affollavano l’immaginazione dei boomers, vale a dire la balena di Pinocchio.

Dunque. Se siete disposti a lasciare che Alec vi porti in giro al guinzaglio e che ogni tanto vi strattoni un po’, potete affrontare la lettura di questo manuale di istruzione per “millenials” ansiosi. 

Alec Bogdanovic racconta le gesta tragicomiche di un ragazzo nato negli anni 90. I suoi primi passi nel mondo, le sue difficoltà ad inserirsi nella cerchia dei suoi coetanei, la sua sessualità contorta e conturbante, che lo vede impotente prima e iperdotato poi. La difficoltà di amare senza provocare dolore. La delirante pretesa di interrompere la spirale che vede l’ossitocina, l’ormone dell’empatia, capitolare suo malgrado ed innescare la depressione.

Si, perché Alec è ansioso. Di quell’ansia che nel Pleistocene ti salva la vita ma che oggi te la rende impossibile e insulsa.

Alec conosce alla perfezione i meccanismi dell’ansia. Le sue cause e i suoi effetti. E con essi gioca. Compone un puzzle dove ogni casella è il tentativo di governare la tachicardia e il panico. E per governare questi capricci dell’anima non esita a compiere gesti incredibili, eclatanti e smisuratamente egoisti.

Ma ogni volta è un fallimento.

Alec è un menestrello del nostro tempo, che canta una storia senza lieto fine. Canta con tutto il suo impegno. Canta e non si stanca di cercare soluzioni al suo annoso problema. Perché la sua mente è un meccanismo perfettamente oliato e sufficientemente cinico da scovare soluzioni che non contemplano la felicità di chi incontra sulla sua strada.

Le donne della sua vita sono grottesche e inutili. Oggetti senza un senso, da usare e da plasmare. Tutte, tranne Marina, il primo amore, sono etichettate con epiteti spesso poco edificanti per il genere femminile.

E nessuna potrà comunque salvare Alec dai suoi mali. L’unica dimensione che gli risulterà accettabile sarà una sorta di relazione a distanza. Distante anni luce dall’essere accettata e accettabile.

A salvarlo, almeno in parte, arriverà, inaspettata e benedetta, la pandemia. La catastrofe di un virus che impone il distanziamento sociale è il più grande livellatore sociale mai concepito.

Tutti chiusi nel loro piccolo mondo, soli e disposti a credere che fuori, zombie famelici possano contagiarci e condurci alla catastrofe. E così, nella follia generale, gli Alec di questo mondo potranno riappropriarsi di una fetta di normalità, quella che credevano persa per sempre.

Una conclusione allegorica che mi vanto di ritenere sia stata, invece, la genesi di questo romanzo, ironico, dissacrante, nero e dirompente. La storia, strampalata e geniale, di un antieroe del nostro tempo.

L’autore

Alec Bogdanovic è uno scrittore italiano. Nato a Sofia il Primo Gennaio 1992, Alec perde i genitori in tenera età in seguito a due circostanze separate. Il padre adottivo e zio materno, Lyudmil, è un militare che lavora all’ambasciata bulgara a Roma, dove Bogdanovic si trasferisce all’età di 6 anni.

Alec passa un’adolescenza turbolenta in periferia, frequenta bande di strada restando coinvolto in piccoli reati che, grazie all’influenza del padre adottivo, non hanno conseguenze. In questo periodo Bogdanovic comincia ad appassionarsi alla scrittura, prima di testi rap e poi di monologhi teatrali, lasciando però naufragare presto entrambi i progetti.

Dopo essersi diplomato a fatica come perito agrario, contro la volontà del padre, continua gli studi in università mentre si mantiene lavorando come barista. Studia prima Scienze Politiche, poi Psicologia e infine Statistica, in cui riesce finalmente a laurearsi con 110 e lode con una tesi sull’analisi dei Big data.

Dopo aver lavorato per un breve periodo in una Big Four, si licenzia per cominciare a frequentare il corso di sceneggiatura al Centro Sperimentale di Cinematografia, non arrivando a completare gli studi.

Comincia allora a collaborare per diverse piccole case editrici, prima come traduttore e correttore di bozze, in seguito come editor.

Nel 2020 debutta col suo primo romanzo, Gli Ansiosi si Addormentano Contando le Apocalissi Zombie, edito dalla Rogas Edizioni.

  • Casa Editrice: Rogas
  • Genere: narrativa
  • Pagine: 124