L’ESTATE DI ANGELA di Giovanna Angela Parodi

Ma si trovava a un tratto tutta presa da emozioni di una qualità nuova, più intensa, più involontaria e sconosciuta, non appena qualcosa, anche un nonnulla, faceva vibrare in lei quella corda, di cui ancora non possedeva la chiave, e ne restava spaventata e confusa.

Trama

Angela, la protagonista di questo romanzo adolescenziale, ha quasi dodici anni. È una ragazzina determinata, bella e intelligente. Convinta di possedere tutte le qualità per le quali i maschi sono tanto ammirati, nel suo giro di amicizie. Qualcosa, però, ultimamente sta cambiando, dentro e fuori di lei. In meglio? In peggio? Le reazioni degli altri a questi suoi cambiamenti la mettono alla prova. Sembra infatti che tutti si aspettino da lei qualcosa che ancora non conosce. A cominciare dai genitori, dalla nonna, che le ripetono spesso: “Ora sei più grande…” Anche quest’estate trascorrerà le vacanze con la nonna materna, in un paesino, nel basso Piemonte, dove non sono mai state prima e dove conoscerà e si confronterà con persone e situazioni nuove, stimolanti. L’estate del 1961 sarà per Angela un periodo di scoperte e di nuove esperienze, sia interiori che di rapporto con gli altri, con il mondo della campagna che la circonda e con i nuovi amici.

Recensione

Questo breve romanzo, poco più che un racconto, è una sorta di educazione sentimentale di una preadolescente, Angela, che conosciamo  durante l’estate del 1961.

Lungi dall’essere un diario, lontano anni luce dall’essere un racconto di giochi e di amicizia, “L’estate di Angela” descrive la genesi del passaggio dall’infanzia all’adolescenza della protagonista.

Tutto in questo romanzo, a ben vedere, è il riflesso di un passaggio. Quello della protagonista che attraverso le sue piccole esperienze quotidiane vive la metamorfosi del corpo e del suo sentirsi vivere. Quello del tempo, che pigramente si ostina a trascorrere e a palesare la necessità di acquisire nuovi comportamenti, nuove consapevolezze.

Agli albori degli anni sessanta del novecento è ancora vivida la distinzione di genere, che impone una rigida differenziazione dei comportamenti che la giovane donna deve assumere, rispetto a quelli degli uomini. La compostezza dei gesti, la necessità di assumere movenze adeguate, la rassegnazione a subire un codice di comportamento considerato consono. Ed ancora, l’accettazione della differenziazione dei compiti che progressivamente ci si aspetta da un adolescente, che contempla, per una femmina, l’onere di occuparsi della casa, del cucito e di tutti quei lavori universalmente considerati appannaggio esclusivo del mondo femminile.

Ed è consuetudine, per una femmina, iniziare a parlare di fidanzamento e della necessità di mettere su famiglia.

Gli adulti che circondano Angela, di punto in bianco, cambiano atteggiamento nei suoi confronti. All’improvviso Angela non è più considerata una bambina. Deve farsi carico di alcune faccende domestiche, non può più indossare calzoncini corti, deve essere accorta e condiscendente. Un cambiamento che avviene repentino, senza che Angela abbia avuto la possibilità di capire quando esattamente tutto è mutato e perché. Una mutazione che Angela subisce e che non riesce a giustificare. Che la confonde e rende tutto oscuro e incomprensibile, seppur ovviamente non può che attribuire al tempo che passa e ai primi accenni di cambiamento del suo corpo, che di punto in bianco sembra aver perduto le spoglie dell’infanzia.

All’improvviso sembra che tutti guardino Angela con occhi diversi e che si aspettino da lei comportamenti e atteggiamenti che lei non sente assolutamente suoi.

Per fortuna è giunta l’estate e Angela, come tutti gli anni,  potrà andare in villeggiatura con la nonna, che è solita lasciarla libera di giocare e di scorrazzare in campagna con i suoi nuovi amici.

In campagna, libera e spensierata,  Angela potrà confrontarsi con un mondo che non conosce: nuovi luoghi, nuove persone, nuove conoscenze. Ma potrà soprattutto guardarsi crescere, sia nel corpo, che diventerà un acerbo corpo di donna, che nello spirito, che, al pari del corpo, vive il disagio e la scoperta delle sue nuove consapevolezze.

Tutto ciò che è intorno ad Angela le parla una lingua nuova. Lei, che è sempre stata una sorta di maschiaccio, si confronta con l’altro sesso con circospezione, con timidezza, sentendo l’impaccio che il suo essere femmina determina negli uomini.

Angela scoprirà che certi suoi atteggiamenti nascono anche a causa della sua voglia di provocare. Pur provandone vergogna per la consapevolezza di tenere un atteggiamento ambiguo verso l’altro sesso, capisce che in fondo quel comportamento è ambiguo solo perché viene da lei. Ed è una scoperta che la sconcerta profondamente ma che le regala anche una certa maturità. Alla fine dell’estate Angela si sentirà molto più grande della sua età, pronta a distinguere la voglia di piacere con il desiderio di essere considerata solo una bambina.

“L’estate di Angela” è una lettura che si beve d’un fiato e che ci immerge in un mondo che sembra perduto.

Un mondo ovattato e pudico, dove l’educazione per una dodicenne consiste nell’imparare a rigovernare la cucina e nell’accettare il posto più scomodo dove sedere, in seconda fila e con le gambe ben unite. Mantenendo una posa composta e sperando di accasarsi quanto prima, all’ombra di un focolare che bisogna in qualche modo meritarsi con il sacrificio e la dedizione.

Un mondo neanche troppo lontano, che da qualche parte ancora sopravvive, dove una bambina si sveglia ed è già donna. Ed è sola, ingabbiata in una metamorfosi che percepisce forzata e cattiva.

E dovrà parlare un’altra lingua e muoversi secondo altri codici, fino a ieri proibiti e oggi necessari, più dell’ossigeno.

L’autrice ci lascia le tracce di una storia ordinaria e comune e si addentra nei pensieri della protagonista con delicata circospezione. Senza mai tirare le somme, ci conduce per mano in un’epoca a noi vicina ma per certi versi lontanissima.

Un libricino leggero e pesante al tempo stesso. La storia delle nostre mamme, che mai come adesso ci appare lontana e irraggiungibile.

L’autrice

Giovanna Angela Parodi è stata a lungo un’insegnante di lettere nella periferia genovese, in particolare nella scuola media, a contatto quindi con il mondo dell’adolescenza per cui ha sempre coltivato vivo interesse.

Inoltre, ha spesso scritto nel corso della propria vita riflessioni in forma di diario da cui ha potuto via via attingere, per giungere infine alla stesura di questo testo. Nel romanzo L’estate di Angela, sua opera prima, inquadra in particolare aspetti della prima adolescenza femminile, frutto in parte della sua esperienza reale.

  • Casa Editrice: Giovane Holden Edizioni
  • Genere: narrativa di formazione
  • Pagine: 100

MERIDIANA di Marco Emanuele Pollano

Riconobbe l’odore del sangue.
Incapace di seguirne la traccia visiva, ne annusò la presenza, senza stupirsi di non aver sbagliato la ricerca.
Non sangue qualsiasi, ma piastrine arcinote, abbandonate in quel luogo dalla sua memoria, buone a sporcare radici e neve per i sei lunghi mesi di quel febbrile inverno.

Trama

Una quieta valle alpina ha assistito, impassibile nelle sue atmosfere cristalline, a un delitto.

Beatrix, bella ragazza belga nota per il suo carattere particolare, sembra scomparsa. Angelo, un montanaro burbero e fragile, sa che la donna giace morta in una buca tra gli abeti, occultata da un lungo inverno. Ma questa è una verità che egli deve a ogni costo nascondere. A tutti: in primis alla moglie Clara, donna dai tanti silenzi enigmatici, poi ai rocciosi abitanti del suo borgo, e naturalmente alla polizia che allertata da François, equivoco fratello della vittima, arriva a indagare.

Ma il passato custodito tra quelle sfavillanti montagne è carico di segreti, e il loro intrecciarsi rende la vicenda molto più ambigua di quanto non appaia.

Negli occhi del commissario Giovanna Altamura, meridionale pratica e dalla acuta sensibilità, prendono a svilupparsi i contorni di un enigma feroce e sottile, i cui protagonisti strisciano nei risvolti di inquietanti tortuosità psicologiche.

Sentimenti in apparenza domati nelle grigie pieghe di un rapporto consolidato si destano improvvisamente e chiedono con veemenza una rivalsa. Nelle arie leggere della montagna si crea allora un delicato equilibrio di sospetto e di minaccia, che in un meccanismo perfetto finisce per serrarsi sui protagonisti, avviluppandoli in un crudele triangolo criminoso.

L’attenta caratterizzazione dei personaggi, la trama affatto scontata e la narrazione in cadenze sapienti regalano un romanzo elegante e complesso, che si inserisce a pieno titolo nella tradizione del miglior giallo italiano.

Recensione

 “Meridiana” è l’opera prima di Marco Emanuele Pollano ed anche il primo romanzo che leggo dopo aver intrapreso una bellissima collaborazione con Giovane Holden Edizioni, casa editrice che apprezzo molto e che sono certa farà parlare di sé.

Il genere è uno dei miei preferiti. Non si contano più i romanzi appartenenti a questo genere che nel tempo ho letto. Italiani, stranieri, contemporanei, classici. Belli, brutti, sorprendenti ma anche scontati e poco brillanti. Pietre miliari del genere, ma anche di autori sconosciuti.

Ho maturato la convinzione che non esiste genere più insidioso per un esordiente. Difficile creare una trama coerente. Complesso trovare uno schema investigativo che sia intricato ma anche comprensibile ai più. Un’impresa assai ambiziosa creare dal niente personaggi convincenti, interessanti e originali. E poi dare al romanzo quel ritmo narrativo che crea suspense, che fa battere il cuore ad un ritmo elevato, che non ti fa staccare gli occhi dalle pagine.

Eppure, “Meridiana” scarta queste difficoltà e passa il traguardo senza sforzi particolari, grazie ad una serie di caratteristiche che adesso vi illustro.

Il libro gode di un’atmosfera claustrofobica, quasi asfissiante. La sensazione, durante la lettura, è quella di trovarsi intrappolati in un luogo angusto, che non offre vie di fuga. L’aria viziata, un ambiente ostile e ristretto, occhi impenetrabili che ti guardano dentro. E il freddo, la neve che rende i contorni indefiniti.

Ci troviamo in una valle alpina, che si intuisce isolata e ostile verso chi è forestiero. I suoi abitanti hanno interiorizzato la solitudine, la superstizione e la diffidenza propria del paesaggio, impervio e chiuso. Montanari che vivono in simbiosi con un ambiente avaro e quasi crudele, il cui stesso dialetto  è oscuro e incomprensibile.

L’isolamento è tale da esercitare un potere ipnotico sugli abitanti della valle, che sembrano soggiacere al potere subdolo della suggestione. In special modo Angelo, un montanaro arcigno e di pochissime parole, la cui vita è stata attraversata da una luce calda e fugace quando, in gioventù, ha amato Beatrix ricambiato da lei. Una passione carnale e travolgente che doveva rimanere segreta. Perché Armando è sposato e ha un figlio.

La scomparsa di Beatrix è al centro della trama. E da essa si dipana una vicenda sordida, della quale fin dall’inizio conosciamo i dettagli. Una storia dove i sentimenti prendono il sopravvento sulla morale. Sentimenti che non sono necessariamente virtuosi, ma che possono assumere i toni grigi e l’odore nauseabondo della gelosia e dell’avidità. Che parlano di delusione, di sacrificio, di incomprensioni mai sanate. Che possono irretire una persona fino a spezzare la sua volontà e i suoi principi.

Sarà il commissario Giovanna Altamura che, chiamata ad indagare sulla scomparsa di Beatrix,  dovrà scontrarsi con un muro di omertà e di pregiudizi.

Lei, che porta nel cuore il sole del sud Italia e che dovrà penetrare l’animo dei valligiani. Lei, che troverà in quella terra ostile un filo invisibile che lega il gelo e il sole, in un parallelismo che racchiude in sé tutte le contraddizioni del mondo. Lei, che nonostante tutto riuscirà a trovare un valido alleato anche nelle freddi nevi piemontesi.

E si sa, il sole, alla lunga, scioglie anche la neve più ostinata. E così il mistero sarà svelato. E ci sarà anche il colpo di scena finale a lasciare il lettore a bocca aperta.

Dunque, ottima ambientazione per l’opera di Pollano. Bella la prosa, arricchita da dialoghi in dialetto e buono l’incedere del racconto, che scorre fluido attraverso capitoli brevi, che vedono una sapiente alternanza delle scene, espediente che spezza la narrazione e la rende interessante.

Il personaggio della Altamura non arriva tuttavia ad avere quella centralità che ci si aspetta da un thriller, generalmente incentrato proprio sulla figura investigativa. Le intuizioni della commissario sono deboli  e la sua figura poteva essere maggiormente sviluppata. Perché è stata trasferita così lontano? Cosa si è lasciata alle spalle? Hai dei segreti? Dei demoni da combattere? Una vita privata infelice? Siamo così assuefatti a leggere di investigatori dannati e tormentati che finiamo per cercare l’abisso in ognuna di queste figure!

Invece lei se ne sta in disparte e ci lascia a crogiolarci nella nostra curiosità, senza soddisfarla a pieno!

Diciamo che in questo romanzo è proprio l’intuito a latitare. Perché anche la soluzione del caso è affidata … al caso! Per contro, esso enfatizza il senso del segreto, inteso come mistero da chiarire ma anche come l’ostacolo che impedisce a persone che vivono gomito a gomito di comunicare e di condividere.

Il senso di oppressione e di chiusura è massimo proprio tra chi invece dovrebbe godere di fiducia e confidenza reciproca. E questa sensazione di asfissia è resa davvero in modo eccelso e devo dire che l’ho particolarmente gradita.

Insomma, in ultima analisi, non possiamo negare il valore e la fruibilità di questo romanzo che brilla per le atmosfere che ricrea e per lo studio approfondito dell’animo umano e delle sue pulsioni.

Buona la prima per Marco Emanuele Pollano a cui auguro il successo e la visibilità che merita.

  • Casa Editrice: Giovane Holden
  • Genere: thriller
  • Pagine: 237