111 BIGLIE D’ACCIAIO di Daniele Amitrano

Ed è in quel lasso di tempo che concepiamo quale sia la vera dimensione e la forza del nostro timore. Potrà risultare paradossale ma in fin dei conti è proprio così. E’ il sussulto provocato dal coraggio a farci capire quant’è stata grande la paura che l’ha preceduto.

Trama

111 biglie d’acciaio, una dopo l’altra, segnarono fatalmente il 16 novembre del 1988 un paesino del centro-nord Italia, Bagnara di Romagna. Attraverso documenti, interviste e la collaborazione con Marco Conte, Daniele Amitrano ha riletto e romanzato uno dei più grandi misteri irrisolti della storia contemporanea. Il racconto ruota intorno ai cardini dell’emotività: saranno, infatti, i ricordi, articolati  in forma di flashback, di una delle famiglie coinvolte in questo episodio, a  ricostruirne  in  parte le dinamiche. L’autore tiene i fili intricati di verità taciute, sospetti e tradimenti che mettono in scena, davanti agli occhi del lettore, quegli avvenimenti bui che, collegati con un filo rosso alla ‘ndrangheta e alla collusione di alcuni esponenti delle Istituzioni, scossero la Caserma dei Carabinieri.

Recensione

Di casi irrisolti, di vicende oscure ne è piena la Storia. Lo sappiamo bene noi italiani, che di faccende misteriose ne abbiamo vissute parecchie, anche sulla nostra pelle. Vicende che ci hanno segnato e che hanno contribuito a formare in noi quell’alone nebuloso e quella ammorbante incertezza sfociata, in tinte più o meno accentuate, in una forma congenita di sfiducia.

Una sensazione, questa, che non ha confini precisi. Ma che inevitabilmente abita in noi, come un male che ci attanaglia e che prima o dopo si paleserà a minare il nostro fisico. Un male contagioso e purulento, destinato a venire allo scoperto. Un male che non ci coglierà di sorpresa, quando verrà a contagiarci.

Eppure la storia che Daniele Amitrano con Marco Conte ci propina con il romanzo “111 biglie d’acciaio” ha la capacità di ammutolirci. Di stordirci, di scuoterci e poi di lasciarci senza fiato. Senza parole, senza soluzioni. Solo con un vuoto e con l’amarezza e il senso di colpa di non averla neppure ricordata.

“111 biglie d’acciaio” è la storia di una strage, accaduta nel 1988 in un paesino di 2000 anime in Emilia Romagna. Una strage in cui persero la vita cinque dei sei carabinieri del comando di Bagnara di Romagna. Una mattanza, un massacro, apparentemente frutto di un’aberrazione. Cinque corpi crivellati di colpi. Un solo corpo colpito da un unico colpo, alla testa. 111 proiettili. Una vicenda subito abbuiata. Molte voci, quelle dei familiari, tacitate.

Daniele Amitrano romanza questa storia amara. Dà voce a chi l’ha persa per sempre. Dà vita a chi la vita l’ha persa quasi senza accorgersene. Fa riemergere dalle profondità più scure della nostra storia recente ipotesi che mai furono prese in considerazione ma che oggi appaiono come quelle più plausibili.

Daniele condivide i natali con Luigi Chianese che in quel novembre del 1988 comanda la stazione dei Carabinieri di Bagnara in Romagna. Luigi è un uomo schivo. Non ama stare al centro dell’attenzione. E’ un padre di famiglia, un uomo innamorato e un padre attento ed affettuoso. Ha trent’anni, due baffi scuri e due occhi di smeraldo. Crede fermamente nella giustizia e solo da pochi mesi è stato promosso maresciallo e assegnato a quel piccolo paese, dove conduce un’esistenza tranquilla, sempre attento a mantenere un’atmosfera di vicinanza e di cordialità tra i suoi sottoposti, che conosce molto bene.

Luigi è un uomo attento, ligio al dovere, fiero di portare quella divisa che contraddistingue chi è uso ad obbedir tacendo e tacendo morire.

Luigi ha intuito e coraggio. Convive con la paura, la tiene a bada ma ne ha al contempo un profondo rispetto. Luigi non chiude gli occhi davanti a niente. Va dritto, a seguire il suo istinto e il suo cuore. Dritto, a inseguire l’ideale che anni or sono lo ha indotto ad abbracciare gli ideali dell’Arma.

Perché un Carabiniere non si ferma davanti e niente e a nessuno. Dritto, a scoprire la verità, quale che sia. Brutta, sporca, pericolosa, scomoda. Ma è e sarà sempre la Verità, quella che ti fa andare avanti e che rende la vita di un Carabiniere (come quella di chiunque altro) speciale, preziosa, degna di essere vissuta.

L’umanità, il tocco delicato, il candore, la bellezza che Daniele Amitrano ha messo in questo suo romanzo è disarmante. L’amore, il rispetto e la dedizione che ha profuso nel ridisegnare la vita di Luigi Chianese, della moglie Luciana e dei suoi colleghi e compagni di sventura è sconfinato e ineguagliabile.

Non solo un tributo, per quanto meritatissimo. Ma anche e soprattutto la restituzione di quell’umanità che la cronaca, con le sue crude esigenze, ha tolto alle figure di questi uomini di Stato.

Daniele Amitrano fa rivivere questi uomini e queste donne, con le loro virtù e le loro debolezze. Con tutte le sfumature che facevano di loro, appunto, degli uomini e delle donne e per questo, creature uniche e insostituibili.

Lo scenario che ci propone è solo un’ipotesi, ma è lo scenario che appare più probabile.

Al di là della storia, che probabilmente non vuole affatto assumere i colori della denuncia o della provocazione, “111 biglie d’acciaio” è il resoconto di molte vite spezzate. Vite che amavano, credevano, speravano e sognavano. Vite spezzate da qualcosa di oscuro e poi dimenticate per comodo.

Non posso evitare di paragonare l’opera di Daniele Amitrano ad un atto d’amore. Amore per la verità e per la giustizia. Leggere questo romanzo è un’esperienza dolorosa ma necessaria. Perché non è mai troppo tardi per rendere omaggio alla Verità e alla Vita.

La scrittura di Amitrano rende veramente giustizia allo scopo di questo libro. La sua prosa è leggera, un soffio d’aria tiepida. Mai impostata, mai eccessiva ma sempre pacata e umile, quasi inconsapevole della musicalità e della dolcezza che esprime. I personaggi ne escono vividi, reali. Amitrano è parco nell’uso del lessico, quasi a voler dimostrare che non servono molte parole, né fronzoli per ottenere una scrittura evocativa ed emozionante.

Auguro a Daniele Amitrano e al suo romanzo tutto il bene possibile. So riconoscere la genuinità in un romanzo che leggo e so con certezza che Daniele ha messo nella sua opera un pezzo di sé e anche qualcosa del maresciallo Chianese e dei suoi baffi neri, quello che di lui non è morto e non morirà mai.

Il resto ovviamente è Storia.

  • Casa Editrice: 13Lab Milano
  • Genere: noir
  • Pagine: 243

L’autore

Daniele Amitrano nasce a Formia (LT) il 14 febbraio del 1982. E’ sposato e ha due figli. Presta servizio presso lo Stato Maggiore dell’Esercito a Roma e riveste il grado di maresciallo capo. Diplomato in ragioneria nel 2000, consegue la laurea in Scienze Organizzative e Gestionali nel 2006 e una seconda laurea in Scienze politiche nel 2013. La passione per la scrittura lo porta a pubblicare due raccolte di poesie tra il 2005 e il 2007. Nel 2006 la poesia “Nel tuo respiro” tratta dalla prima pubblicazione ha vinto il premio letterario Canto e Disincanto. Nel 2009 la poesia “Tra delicatezza e dramma (urlo di madre)” ha vinto il premio letterario “Il volo di Pegaso”. Nel 2015 la poesia inedita “Ritratto della mia terra” vince il premio letterario “Baia di Monte d’Oro”.

Ha pubblicato due libri di poesie: “Brezza di seta pregiata” e “Oasi in deserti di migrazioni” Ed. Il Filo. “Figli dello stesso fango” è stato invece il primo romanzo, pubblicato dalla Watson edizioni nel novembre 2014, a cui seguirà, nel 2018 “La bambina che urlava nel silenzio” edito da 13Lab Milano e nel 2019 “PIL parole in libertà”edito dalla stessa casa editrice.

“111 biglie d’acciaio” è il suo ultimo romanzo.

IL GIOVANE HOLDEN di J.D. Salingen

“È buffo, con le ragazze. Ogni volta che gli nominate un autentico bastardo – mediocríssimo o presuntuosissimo e via discorrendo – quando lo dite a una ragazza, lei vi racconta subito che ha il complesso d’inferiorità. Può anche darsi che ce l’abbia, ma questo non gli impedisce di essere un bastardo, dico io.”

Trama

Il libro narra le vicende del giovane Holden Caulfield, adolescente sedicenne americano proveniente da una famiglia benestante, impetuoso e incosciente che è espulso dal college Pencey a causa del suo rendimento scolastico troppo basso. Avendo paura delle conseguenze e non volendo comunicare la dolorosa notizia dell’ennesima espulsione ai suoi genitori, decide di prendersi un po’ di “libertà” prima delle vacanze natalizie. Prima di allontanarsi dall’Istituto, decide di passare a salutare il suo professore di storia Spencer, ma capisce di non aver fatto bene poiché il prof. Spencer lo sgrida e lo riprende per il suo comportamento immaturo che lo ha portato all’espulsione dal college. Poi si reca a salutare i suoi compagni di dormitorio, Ackley e Stradlater, con i quali ha sempre avuto un rapporto complesso, in particolare con Stradlater. Lasciato l’Istituto decide di partire alla volta di New York, dove incontra i personaggi più disparati: Ernie, un pianista, la prostituta Sunny, una sua vecchia amica Sally Hayes e un’altra sua vecchia conoscenza, Carl.

Dall’esperienza newyorkese, il giovane però non trae il beneficio sperato, anzi decide, sentendosi sempre più tradito dal mondo degli adulti, di ritirarsi in quel mondo magico e conosciuto dell’adolescenza e dei suoi ideali. A questo punto decide di allontanarsi da tutto e tutti ma anche di andare a trovare la sorellina Phoebe. Lei capisce le intenzioni del fratello di andare lontano, perché è l’unica a comprendere il suo stato d’animo di rancore verso la società e si presenta con una valigia pensando che voglia portarla con se; nasce un litigio che porta Holden a vivere un senso di sconforto e per riparare la invita a passare del tempo con lui alle giostre.

Recensione

Quest’opera, ormai considerata un classico della letteratura contemporanea americana è ciò che si può definire un romanzo sulle incertezze dell’età adolescenziale.

Romanzo di formazione, breve biografia, testo di ribellione adolescenziale all’ipocrisia dell’età adulta, Il giovane Holden è ognuna di queste cose. Romanzo famoso, lettura indispensabile e testo amato dagli adolescenti americani degli anni ’50 è davvero da ritenere un’opera che non può mancare nella libreria di ogni lettore.

Questi sono i motivi per cui mi sono decisa ad avvicinarmi all’opera. Proprio perché ritenevo insopportabile l’idea di confessare di non averlo ancora letto.

Volendo essere sintetici, possiamo dire che il romanzo non è altro che il racconto in prima persona di un adolescente sensibile, irritabile, umorale, scostante e con una decisa tendenza alla critica verso il mondo degli adulti. Il racconto copre un periodo molto breve, una manciata di giorni a ridosso delle vacanze di Natale ed è un lungo monologo a cui Caulfield si abbandona. Una sorta di confessione ma anche la ricerca ossessionante e compulsiva di un sentimento di comprensione e solidarietà, finanche di compassione o di empatia da parte dell’interlocutore, che lo stesso indica con la seconda persona plurale, a suggerirci che è ad un pubblico imprecisato che Holden si rivolge.

Parlare di sé spesso gli risulta complesso. Durante il monologo capita che Holden cada in contraddizione. Che desideri fare una cosa mentre in realtà ne fa una diametralmente opposta. Oppure che non riesca a spiegarsi certe sue pulsioni. In più di un’occasione Holden dichiarerà la sua pazzia, utilizzando un tono semiserio che solo nell’epilogo si comprenderà essere la denuncia di un disagio profondo.

Solo nelle ultime pagine scopriremo che questo racconto a posteriori altro non è che una sorta di spiegazione di quegli atteggiamenti e delle ossessioni che lo porteranno ad affrontare un periodo di analisi.

Ciò che è certo è che il romanzo non si esaurisce in un elenco dei disturbi di Holden, delle sue stranezze e dei suoi comportamenti spesso strampalati e del tutto insensati. Il romanzo in realtà è il grido straziante di una generazione che, cresciuta nell’immediata dopoguerra, vive l’ascesa esponenziale del benessere in una società ancora profondamente maschilista e bigotta. La beat generation americana, che celebra il rifiuto dei comportamenti convenzionali, che sperimenta le droghe, la sessualità alternativa e rifugge il materialismo e i luoghi comuni.

Holden è il perfetto rappresentante di questo movimento. Possiede infatti l’ardore che deriva dalla consapevolezza di appartenere ad una generazione che rompe con il passato. Denuncia l’ipocrisia e la falsità degli adulti, si estranea da chi lo rende irritabile, confessa la sua confusione interiore, frutto delle sollecitazioni provenienti dai suoi coetanei, denuncia la difficoltà di comunicare con gli adulti.

Holden è uno studente fallimentare, perché si è fatto espellere più volte dalle prestigiose scuole scelte per lui dalla sua famiglia. E’ un emarginato, senza amici, perché chi lo circonda è detestabile, bigotto, narcisista, fissato. E’ in rotta di collisione con la famiglia, che probabilmente non perdonerà il suo ennesimo fallimento.

Ed ecco che l’idea della fuga prende forma in lui, insieme alla necessità di allontanarsi dai detestabili compagni di studio. Giunto a New York vivrà due giorni di folle confusione, in cui bizzarri personaggi gli faranno da contorno in una girandola di alcol, corse in taxi, deliri amorosi, liti furibonde, incontri al limite della follia. La fuga in solitaria a New York, che doveva prepararlo ad affrontare i genitori dopo l’espulsione dalla scuola, che doveva guarirlo dalle sue inquietudini e sopire la sua rabbia, si rivelerà un misero fallimento. Il senso di estraneità dalla società del tempo e la sensazione di essere stato tradito dal mondo degli adulti, che incombe anagraficamente su di lui, sarà molto forte e dirompente.

E così Holden approderà di nascosto nella casa dei suoi, per ricercare nella sorellina Phoebe quell’accoglienza, l’ingenuità, il candore e l’innocenza che non riesce più a trovare nel suo mondo.

In una sorta di rifiuto di crescere e di affrontare i cambiamenti che comporta, impelagato nella paura di fallire e di rimanere solo e sperduto dentro ad una folla impazzita e incomprensibile, Caulfield si rende conto che anche l’innocenza tipica dell’infanzia non è che un effimero volo di farfalla e che niente potrà impedire quello che è un processo irreversibile. La consapevolezza determinerà una forte frustrazione che culminerà con l’esaurimento nervoso ed il ricovero in ospedale.

Il romanzo è una denuncia del disagio giovanile dell’epoca. Per quanto sia necessario contestualizzarlo, non si può evitare di fare un parallelismo con il disagio giovanile odierno che, pur parlando una lingua diversa, possiede la medesima matrice, riassumibile nel rifiuto di doversi conformare ai dettami sociali del tempo e nel sentimento di ribellione verso la generazione precedente, percepita come falsa e ipocrita.

Superbo il linguaggio che Salinger utilizza per dar voce a Holden. Un linguaggio colloquiale, talvolta critico, tipico degli adolescenti americani di quegli anni, che non disdegna l’utilizzo dello slang e delle espressioni talvolta sgrammaticate e anche volgari degli adolescenti. I dubbi, gli scrupoli, la rabbia e la scarsa conoscenza di sé e dei suoi atteggiamenti, sono resi in modo impeccabile e talvolta strappano anche un sorriso, per l’incapacità dello stesso Holden di comprendere i suoi comportamenti e i suoi pensieri.

Insomma un romanzo che va letto ed assaporato con la giusta disposizione d’animo. Noi stessi, che lo leggiamo, dobbiamo mostrare un minimo di comprensione verso il giovane protagonista. Non lo dobbiamo deludere perché lui si aspetta dai suoi interlocutori indulgenza, capacità di immedesimazione e, perché no, anche una spalla su cui appoggiarsi.

Precipitoso, crudo, disarmante. Ma anche illuminante, tenero e meravigliosamente vero. Una lettura indispensabile per capire le crudeli sfaccettature nascoste in quella dolorosa pulsione chiamata crescere.

  • Casa Editrice: Einaudi editore
  • Genere: narrativa americana
  • Pagine: 251

I RICORDI NON FANNO RUMORE di Carmen Laterza.

Bianca rimase per terra, immobile come un sasso, con il volto scomposto da un dolore troppo grande per i suoi nove anni. Poi, sentendo la mano della zia che si appoggiava di nuovo alla sua spalla, si rialzò di scatto, si voltò verso di lei e la guardò come se la vedesse per la prima volta.
Allora provò un senso di solitudine buia e senza scampo. Vide il proprio fiato prendere corpo davanti a sé, sincopato e affannoso. Udì il gracchiare di un corvo in lontananza e un motore, forse un camion, che passava sulla provinciale.

Trama

Bianca è una bambina allegra e vivace e vive con sua madre Giovanna in casa dei signori Colombo. La sua vita è fatta di cose semplici ma lo scoppio della Seconda Guerra mondiale travolge gli equilibri familiari e Bianca è costretta a lasciare Milano per andare in campagna dalla zia, dove pensa di poter cominciare una nuova vita.

Bianca scopre ben presto che la guerra è ovunque intorno a lei, fuori e ancora di più dentro casa, e l’unica possibilità di sopravvivere è rendersi autonoma, imparare a contare solo su se stessa. Ma per riuscirci deve mettere in discussione le proprie convinzioni sui rapporti familiari, sulle regole sociali e sulla verità dei propri ricordi.

Perché i ricordi sembrano cimeli di un passato lontano ma quando riemergono, di fronte agli snodi cruciali della vita, si rivelano per quello che sono: compagni silenziosi e discreti del nostro cammino che determinano la rotta delle nostre scelte. E come una bussola interiore ci guidano così: senza fare rumore.

Recensione

Sono grata a Carmen Laterza per avermi omaggiata del suo nuovo romanzo, I ricordi non fanno rumore, che ho appena terminato di leggere.

Il romanzo ha dalla sua un titolo molto accattivante e una copertina deliziosa, che evoca, in me, la fotografia di un’Italia più povera e più vera.

La storia che vi si legge è la storia di tutti noi. Dei nostri nonni, che vissero la guerra durante la loro infanzia, privati della spensieratezza e della fiducia nel futuro. Cresciuti tra i bombardamenti, la fame, la morte. I loro sguardi spauriti negli occhi resi più grandi dalla fame e dalla paura. Gambette magre, vestiti larghi e troppo leggeri. Abituati ad elemosinare attenzione e stremati dal lavoro che nessuno, allora, si sognava di sottrarre alle loro braccia troppo esili. Abituati a fare a meno di un abbraccio e a contare esclusivamente su se stessi.

Bianca ancora non conosce queste cose. La sua piccola vita scorre serenamente anche se la guerra incombe su di lei e sulla madre, Giovanna, che è sola e che da sola la cresce, cercando di non farle mancare niente.

Giovanna è già stata duramente messa alla prova dalla vita. Ad una donna non è concesso commettere errori e Giovanna deve schermarsi dietro ad una bugia per essere accettata. Come non è concesso sperare di tirare avanti dignitosamente senza un uomo accanto.

Fuggite dalle bombe e dalla devastazione, Giovanna e Bianca troveranno rifugio in campagna, dalla sorella Augusta. Sfiancata dalle gravidanze e da un marito gretto e violento, Augusta non conosce altra difesa che modi bruschi e scostanti e una fede bigotta e cieca. Sebbene entrambe condividano un destino di amarezza e di dolore, Giovanna e Augusta non sono capaci di farsi forza a vicenda. Il loro è un dolore sordo che finisce per allontanare anziché unire. Giovanna fuggirà di nuovo e Bianca resterà da sola con gli zii e i cugini, trovando conforto nella dedizione e nell’impegno, gli unici appigli per poter continuare a vivere e a credere nei suoi sogni.

I ricordi non fanno rumore è una storia amara scritta al femminile, in un’epoca in cui essere donna significa camminare a capo chino, cercando di rendersi invisibile agli occhi del mondo, un mondo meschino e retrogrado pronto a scagliarsi contro i più deboli e i più soli.

Le donne di Carmen Laterza sanno bene quale sia il loro posto nel mondo. Stanno ai margini, stringono i denti, leonesse pronte a difendere i loro cuccioli ma anche fragili farfalle a cui basta un niente per non essere più in grado di volare. Se sono belle dovranno sopire la loro bellezza per non attirare su di sé troppi sguardi. Se sono povere dovranno lavorare duramente fino a sfiorire anzitempo. Se sono sole dovranno difendere ad ogni costo la loro dignità e lottare contro chi vorrà approfittare della loro ingenuità.

Ognuna di queste donne possiede dentro di sé una forza sconosciuta, che spesso emerge proprio quando si è allo stremo delle forze. Una forza che nemmeno loro sanno di avere e che a volte si veste di lacrime e a volte di urla. Una forza che c’è anche quando una donna piange, quando mente per essere accettata, quando scappa e quando supplica.

Bianca cresce all’ombra di queste donne. Da bambina che era, stretta al fianco della madre, diventa un’adolescente silenziosa, attenta a non disattendere ai suoi doveri e disincantata verso la vita, che le ha tolto affetti e certezze. La vita è avara con lei ma Bianca è abile a crearsi delle nicchie di piccola felicità in cui riprendere fiducia in se stessa. Ci sono i libri, che Giuseppe le porta di nascosto. C’è il quaderno nero, in cui si sforza di ricopiare le parole dei libri. Ci sono i ricordi, quelli della sua mamma e quelli del padre che non ha mai conosciuto e che si immagina forte e coraggioso. E c’è Elvira, che le insegna tutto ciò che sa e soprattutto a credere in se stessa e nei suoi sogni.

I ricordi non fanno rumore è una storia di riscatto e di speranza. In Bianca entrambe si incarnano, quasi a vendicare le umiliazioni subite dalla madre, le angherie e lo sfinimento che hanno distrutto il sorriso della zia Augusta e il tradimento che ha infranto i sogni di Elvira, l’unica che tuttavia ha trovato in sé la forza per andare avanti da sola.

Bianca raccoglie tutte le loro lacrime e ne fa un balsamo per curare le sue stesse ferite. Tutte le speranze delle donne del dopoguerra sono fuse in lei, che poco più che bambina dovrà costruire il suo futuro da sola.

Intorno a queste donne indimenticabili c’è l’Italia della Guerra, senza più certezze, affamata, disillusa e perduta, che Carmen Laterza descrive con precisione e grande senso della Storia, quella con la maiuscola.

Un periodo oscuro descritto con gli occhi della povera gente che non riesce a dare un nome e non trova alcuna giustificazione al terrore che prova, alla fame che gli attanaglia gli intestini, alle bombe, alla cattiveria e alla meschinità degli uomini. Un periodo in cui si compie il destino dell’Italia ma che appare incomprensibile e del tutto immotivato agli occhi di chi non vede che orrore e morte.

Carmen Laterza dà vita ad un romanzo amaro e disilluso verso il quale è difficile rimanere indifferenti. Con una scrittura coinvolgente e curata, porta il lettore dentro alla storia e lo lega con fili sottili che non si potranno facilmente recidere. Una prosa che emoziona e che ci riporta indietro nel tempo, in un racconto che potremmo aver ascoltato mille volte ma che non stanca perché figlio della nostra storia recente.

Restare a galla è la sfida che dovrà raccogliere la piccola Bianca, la cui storia si interrompe alle soglie di una nuova vita che si affaccia davanti a lei. Cosa succederà nel suo futuro lo sapremo, spero, nel prossimo volume. Non farci aspettare troppo Carmen, mi raccomando!

  • Edizioni: Libroza
  • Genere: narrativa italiana
  • Pagine: 278

Rubrica RECENSIONI A COPPIE: “Storia di una capinera” di Giovanni Verga e “Il quaderno azzurro” di James A. Levine

Sono rimasta immobile nella prima luce del mattino, con le palpebre che fluttuavano tra il sonno e la veglia, a guardare fuori attraverso l’ingresso del nido. Sapevo che quella matita non sarebbe bastata per scrivere tutta la mia vita, ma ce n’era abbastanza per cominciare.

Trama di “Storia di una capinera” di Giovanni Verga

Nel romanzo di Verga la protagonista Maria scrive all’amica Marianna, che i lettori non conosceranno mai; le sue lettere coprono un arco di circa due anni, dal 3 settembre 1854 al 24 settembre 1856. Sono seguite da due lettere senza data e dall’annuncio della morte di Maria siglato da suor Filomena.

Maria è un educanda orfana di madre; trascorre l’estate del 1854, in una tenuta alle pendici dell’Etna, con il padre e la matrigna, fuori dal convento dove abitualmente risiede. Qui ella incontra il giovane Nino, come lei sfollato assieme alla famiglia per sfuggire all’epidemia di colera che incombe su Catania. La vita libera e spensierata all’aria aperta, nell’incanto dei boschi e delle campagne, avvicina i due giovani. Nella lettera del 10 novembre 1854 Maria confida a Marianna di essersi innamorata del giovane Nino; ora però vorrebbe ritornare al raccoglimento e al silenzio claustrale.

La storia d’amore tra i due giovani prosegue: s’incontrano, si sfiorano, si baciano. Nella lettera del 21 novembre Maria è consapevole di essere amata e ciò la trasforma: la vita del convento le sembra adesso soffocante e vuota. Viene separata a forza dal giovane Nino; si ammala e, una volta guarita, viene rinchiusa definitivamente in convento.

La terza parte si apre, un anno dopo, con la lettera dell’8 febbraio 1856. Maria sta per fare la promessa dei voti perpetui, ma è molto malata. Intanto le annunciano che la sorella Giuditta sposerà Nino. Per il dolore, Maria entra in un delirio quasi folle. Tenta la fuga, ma senza successo: perciò viene reclusa nella cella delle monache pazze. Lì, l’unica ad avere compassione di lei è suor Agata, ridotta a una sorta di larva umana. In una lettera conclusiva suor Filomena rievoca gli ultimi giorni di Maria, i commoventi funerali, le sue ultime volontà.

Trama di “Il quaderno azzurro” di James A. Levine

Batuk ha quindici anni e due tesori: la sua bellezza e una matita. Viveva in campagna prima di essere venduta dalla famiglia, costretta dall’indigenza, alla tenutaria di un bordello. Da sei anni Batuk è prigioniera nella strada delle prostitute bambine, chiusa in una gabbia che lei chiama nido, affacciata sul vortice senza speranza delle vie di Mumbai. La bellezza le garantisce un trattamento di favore nella realtà agghiacciante che la circonda, ma l’unico modo per sfuggire all’orrore quotidiano è la sua capacità di dare voce al suo mondo interiore. Perché Batuk crede nella forza delle parole, nel loro potere consolatorio. Sarà proprio la scrittura a permetterle di ribellarsi di fronte all’ennesimo gesto di cinismo e di spietata violenza.

Recensioni a coppie.

Apparentemente questi due romanzi non potrebbero essere più lontani l’uno dall’altro.

Per l’epoca in cui sono stati scritti, la fine del XIX secolo per “Storia di una capinera” e il recente 2009 per “Il quaderno azzurro”; per la figura delle protagoniste, una monaca nel primo e una giovane prostituta nell’altro; per l’ambientazione, italiana nel primo, esotica nel secondo. Per il genere, un classico della letteratura italiana il primo, un romanzo di narrativa nemmeno troppo conosciuto il secondo.

Eppure, a mio avviso, i due romanzi hanno anche diverse cose in comune.

Innanzitutto la forma epistolare per entrambi, così diretta, coinvolgente, forte. Poi l’età delle protagoniste, poco più che bambine. Ma questi due romanzi si assomigliano perché entrambi affrontano il tema della condizione femminile. Una condizione di subordinazione che non muta, non evolve nel tempo. Una condizione che fa delle loro voce un sussurro mal percepito. Storie, queste, in cui deliberatamente si decide di mettere a tacere non solo un grido, ma anche il pensiero e la storia di chi è stato costretto a vivere una vita non sua.

Gli anni che separano le storie delle due protagoniste, Maria e Batuk, potrebbero essere dieci o mille. Ed è facile capire che il tempo che le separa non è poi così importante.

Concepire la donna come una creatura muta e consenziente, paziente e priva della capacità di ribellarsi, è storia vecchia quanto il mondo.

Che sia la storia di una giovane costretta a prendere i voti e a sopire con forza un amore struggente e assoluto o che sia la storia di una giovane asiatica, una bambina, venduta dalla stessa famiglia e iniziata alla prostituzione, non cambia molto. Non cambia il dolore, il tradimento, la disillusione. Né l’amarezza di essere destinate con la forza ad una esistenza abbietta e ingiusta. Né la rabbia o la rassegnazione.

I due romanzi si leggono in fretta. Si buttano giù come si fa con una medicina, amara ma necessaria.

A nulla vale la nostra rabbia, la nostra ribellione e le nostre lacrime. Il destino di Maria e di Batuk si compirà, e niente potrà far deviare queste vite perdute dalla strada che qualcuno ha segnato per loro.

Oggetti senza voce, creature dimenticate da tutti, lasciate a se stesse. E se Maria vive nella speranza di poter rivedere un giorno il suo amato pur nella consapevolezza di non possedere la forza per ribellarsi al suo destino, Batuk costruisce intorno a sé un mondo immaginario, in cui rifugiarsi quando la sia vita diventa insopportabile. Maria è vittima di una religione vissuta come strumento di oppressione e di controllo e vivrà alla ricerca di una fonte di consolazione per il dolore conseguente alle sue privazioni. Batuk è vittima della povertà e di un mondo in cui la mercificazione dell’infanzia è ammessa e incoraggiata. Entrambe non potranno ribellarsi e fuggire dalle loro misere esistenze se non con la morte. Una morte che tuttavia sopraggiungerà tra l’indifferenza generale.

Per entrambe l’epilogo sarà tragico ma in fondo accolto con grande serenità, come la fine di una sofferenza inflitta. Ma non vi sarà mai rassegnazione per nessuna delle due. Ognuna a suo modo sugellerà la propria fine, con un inganno o con la pazzia. Entrambe vie di fuga verso una dimensione più consona, più umana, più vivibile.

La voce di Maria e di Batuk, che si leva prepotentemente dai loro scritti, è una voce flebile ma potente al tempo stesso. Una voce che dobbiamo ascoltare per rendere a queste due ragazze la giustizia a cui anelano. Per restituire loro dignità e un briciolo di solidarietà e di compassione.

Naturalmente è comunque necessario conteatualizzare i due romanzi.

Il romanzo di Verga si insinua nella letteratura tardo romantica dell’epoca, in un contesto non ancora del tutto contaminato dal Verismo che invece scaturirà prepotente nelle opere a questa successive. La figura di Maria è frutto dell’esaltazione amorosa, vissuta con una intensità dolorosa ma anche con un profondo senso di colpa per la debolezza che l’innamoramento induce nella ragazza. Maria è in ogni caso una figura in cui il desiderio di condurre una vita libera cozza costantemente con il senso di protezione che la vita di clausura evoca in lei. Una donna che anela l’amore fisico e che al tempo stesso subisce il suo fascino subdolo, che la allontana da un ideale di purezza. Un animo delicato e tradito dagli affetti a lei più vicini, in cui senso di ribellione e desiderio di normalità e di accettazione si scontrano con forza.

Il quaderno azzurro è invece un romanzo di denuncia verso lo sfruttamento sessuale dell’infanzia. E sull’infanzia si focalizza, dandogli voce e anima. La voce di Batuk è quella di una bambina che rimodella, attraverso il gioco, la sua spaventosa realtà. La ragazzina colora il suo mondo grigio con i colori della fantasia e dell’ingenuità, creatura quasi inconsapevole dell’ingiustizia e della crudeltà che ha subito per mano del padre, un padre che tuttavia non cessa di pensare e di amare. Batuk in un certo senso si rassegna alla sua vita più facilmente di Maria proprio perchè è una bambina capace di fuggire dalla realtà con il pensiero, la fantasia e il gioco. “Il quaderno azzurro” non può che essere frutto della nostra epoca, in cui un bambino diventa merce di scambio in un attimo.

DEI BAMBINI NON SI SA NIENTE di Simona Vinci

Sempre dritto per cinque minuti, dentro i campi e poi ancora dritto, seguendo il fosso per altri cinque minuti, tra il fango e le ortiche, le rane e i grilli. Le lucciole, ancora spente. O andate, chissà. Cielo nero, adesso, e una luna lontanissima, pallida. Non la luna tonda con la faccia materna e triste, una luna smangiata, col profilo feroce, appuntito.

Trama

Una bambina di dieci anni canta, in grembiule azzurro e anfibi rossi, davanti a un mare di grano. È Martina, che non fa domande, che cerca di capire con gli occhi. E attraverso il suo sguardo, che vede il mondo con lo stupore assorto, un po’ imbambolato, dei grandi saggi, il lettore entra nel racconto perfetto di un mistero. Alla fine dell’anno scolastico, nel tempo breve e infinito di un’estate, tra i campi gialli e verdi di Granarolo dell’Emilia, lontano dallo sguardo degli adulti, un gruppo di bambini si esercita in giochi proibiti sempre piú estremi. Buono e cattivo, gioia dolore e schifo, e anche l’orrore, ci sono, semplicemente. Attraverso il punto di vista di Martina, Matteo, Luca e Mirko, il ragazzo piú grande, quindici anni, il capo del gruppo. L’esordio, di straordinaria maturità, di una scrittrice che, riallacciandosi a Marguerite Duras e Ian McEwan, sa raccontare l’universo dei bambini e quasi adolescenti tra innocenza e corruzione, tra giochi odori cose familiari e certezze spensierate di una volta, il rock acido dei Soundgarden e la scoperta del sesso, del corpo, e di come sia inevitabile e spaventoso crescere.

Recensione

Questo romanzo è già vecchio, perché è uscito nel 1997. Quando internet era pressoché sconosciuto e i social erano lungi dal prendere piede nelle nostre vite. Quando, insomma, tutti noi eravamo più innocenti e più veri.  Gli anni in cui i bambini giocavano ancora per la strada e suonavano i campanelli.

Non sono dunque i social i responsabili di ciò che andremo a leggere. E’, piuttosto, un tarlo ben più letale e pericoloso, chiamato assenza. Assenza di interesse, in tutte le sue declinazioni.

Ciò che ci aspetta è la storia di una deviazione. Di qualcosa che profuma di innocenza perduta e che vira, a poco a poco, nell’odore persistente dell’incoscienza. Un odore che non si definisce. Che tuttavia assomiglia all’afrore della tragedia, alla quale non sappiamo dare altro nome. La tragedia che i bambini stessi, autori e vittime, non sanno riconoscere come tale, alla quale arrivano pieni del loro candore e della disarmante semplicità con cui guardano alla vita. Lasciandosela vivere addosso. Senza farsi domande. Senza stupore, né limiti. Perché la moralità è un concetto inesistente e sconosciuto per dei bambini, a cui niente appare vietato o cattivo, poiché vissuto con naturalezza e curiosità.

La storia è forte e probabilmente non è per tutti. La lettura è tagliente, ti segna con una ferita purulenta, che non guarisce. Fin da subito farà storcere il naso a chi vede l’infanzia come l’Eden della nostra esistenza, in cui conta solo essere amati ed amare, crescere e costruirsi la propria identità. Andare a scuola, giocare con gli amici, cullarsi nell’innocenza, la stessa innocenza, lo stesso candore che diventa, poi, a poco a poco, un fardello, un peso che impedisce di spiccare il volo.

E lassù, in quel cielo viola e abbacinante, quante cose ci sono da scoprire! E quante di queste scoperte saranno esperienze che il bambino vuole vivere in autonomia, senza il filtro dei genitori.

In questo romanzo assistiamo al fallimento del ruolo del genitore come guida. Una inadeguatezza che diventa cecità. E una cecità che si legittima con la difficoltà di guardarsi dentro, di mettersi in gioco e in discussione. E di questi bambini, questi figli che crescono troppo in fretta senza lasciarci il tempo di crescere anche noi con loro, non sappiamo più nulla. Cosa pensano, di cosa hanno paura, cosa li rende felici. Un romanzo in un certo senso profetico, che in epoca non sospetta evidenzia le difficoltà del ruolo genitoriale in una società in cui il concetto di tabù diventa sempre più indefinito e la solitudine dei bambini e degli adolescenti è sempre più dilagante.

Questi bambini, che cedono alla necessità della scoperta, che esplorano da soli le loro sensazioni. Il cui corpo, seppure acerbo e che fino a poco fa non avevano neanche degnato di uno sguardo, inizia a palpitare, Un corpo che non esitano e cedere in prestito senza pudore, in un vortice di gioco, di ascolto, di condivisione. Un corpo che sboccia, che esplode. Una sessualità precoce e assillante che non trova supporto nel pensiero, ancora immaturo e suscettibile di essere manovrato da stimoli esterni alla famiglia.

Una lettura che vi terrà svegli e che prenderà il vostro stomaco in una morsa. Che vi aprirà gli occhi in modo doloroso e indimenticabile. I bambini a un certo punto, inspiegabilmente e senza preavviso, cessano di essere bambini e diventano altro. I bambini, ad un certo punto, obbediscono ad una voce estranea, ipnotizzante. Un richiamo troppo forte, troppo opprimente. Non sentono e non vedono altro che la propria voglia di crescere e di sperimentare.

La nostra voce allora dovrà farsi più alta, più squillante. Bisognerà farsi sentire, che noi ci siamo e siamo qui per loro. Siamo qui a tendere una mano e a incoraggiare i loro passi.  Per trattenerli ma anche per lasciarli andare. E quando sono troppo distanti e il filo che li lega a noi rischia di rompersi, bisognerà urlare, con tutto il fiato di cui siamo capaci, per riportarli a casa.

Simona Vinci irrompe sulla scena editoriale con questo romanzo potente, scioccante, a tratti scandaloso. Una scrittura asciutta, capace di interpretare magistralmente il ruolo di un preadoloscente, del quale mutua pensieri, atteggiamenti, persino la sua fisicità e il suo muoversi, dinoccolato, incerto, fiducioso, nello sconfinato mondo esterno alla famiglia. Una prosa che si nutre di immagini. Immagini forti, crude, che tuttavia si addolciscono e si stemperano nel lattiginoso limbo in cui si trovano i nostri figli, invischiati nell’infanzia, dove noi vorremmo farli rimanere il più a lungo possibile, e protesi pericolosamente verso il mondo degli adulti, del quale copiare comportamenti, parole e schemi.

Una lettura che assomiglia ad un viaggio. Attraverso i campi, in mezzo ai grilli, dentro ai fossi. Un percorso dritto, che serve per crescere e per diventare adulti. Un viatico che porterà questi ragazzi, ormai cresciuti, verso la consapevolezza. Una lettura che spacca tutto ciò in cui si imbatte. Che siano coscienze, che siano speranze, che sia pudore. Una lettura che, una volta fatta, niente sarà più come prima.

  • Editore: Einaudi Editore
  • Genere: narrativa contemporanea
  • Pagine: 169

Rubrica RECENSIONI A COPPIE: “Bambino 44” e “L’amore ai tempi della neve”.

A un tratto tutta la stanchezza era scomparsa, e non grazie a qualche droga. La rabbia e l’adrenalina gli scorrevano nel sangue. La mano era ferma. Chiuse un occhio e prese la mira con attenzione. A quella distanza non lo avrebbe mancato. Se sparava ora, la bambina sarebbe sopravvissuta, non ci sarebbero stati omicidi. Senza pensarci , la parola gli era venuta in mente: omicidi.

Trama di “Bambino 44” di Tom Rob Smith

GENNAIO 1933 Nel gelo che non dà tregua a un popolo già stremato, due bambini si allontanano da casa in cerca di cibo. Un uomo si avvicina nella neve brandendo un bastone.

FEBBRAIO 1953 Due fratellini giocano a palle di neve. Poche ore dopo, uno giace cadavere straziato sui binari della ferrovia moscovita. La polizia segreta, che vigila sul funzionamento di uno Stato che si pretende perfetto, in cui il crimine non deve esistere, incarica l’ex eroe di guerra Leo Demidov di liquidare il caso come un incidente. Quando un altro bambino viene trovato morto, però, il funzionario modello Demidov mette in dubbio l’efficienza del Sistema e inizia a scavarsi la fossa con le proprie mani. Spiato, umiliato, esiliato, Leo verrà privato di tutto, indotto a diffidare perfino della moglie, la sua meravigliosa Raisa, ma riuscirà a recuperare la propria libertà interiore. Trasformato da predatore in preda, infatti, continuerà ugualmente la sua spasmodica caccia all’assassino, fino al momento che sconvolgerà per sempre la sua esistenza. Ispirato alla realtà storica, un romanzo che unisce alla potenza narrativa l’inquietante ritratto di un regime di terrore. Child 44 è un bestseller internazionale che ha venduto più di due milioni di copie nel mondo.

Trama di “L’amore ai tempi della neve” di Simon Montefiore.

Mosca 1945: mentre Stalin si appresta a festeggiare la vittoria sui nazisti insieme ai suoi più stretti collaboratori, poco distante risuonano due spari. Un ragazzo e una ragazza vengono trovati morti su un ponte: non sono persone qualsiasi, bensì appartengono a due delle famiglie più influenti e più vicine a Stalin e frequentano entrambi il collegio più esclusivo dove studia tutta la nuova élite politica e intellettuale dell’Unione Sovietica. Si tratta di un omicidio? Di un doppio suicidio? Di una cospirazione contro lo Stato? Le indagini si svolgono sotto il diretto controllo di Stalin, che fa interrogare i compagni di scuola costringendoli a testimoniare contro i loro amici, i loro fratelli e i loro stessi genitori, in una terribile caccia alle streghe che porta alla luce amori illeciti e segreti famigliari e in cui il più piccolo sbaglio può significare una condanna a morte…

Reensione a coppie

Per la rubrica Recensioni a coppie oggi parliamo di due romanzi entrambi ambientati in Russia ai tempi di Stalin. L’ambientazione storica e geografica ci offre, immediatamente, il quadro di ciò che dobbiamo aspettarci. Il periodo staliniano è un momento cruciale per la storia moderna della Russia. Si può parlare di dittatura del pensiero, dato che lo Stato perpetra un controllo ai limiti della follia sulla mente del cittadino. La repressione è ai massimi livelli e le punizioni sono esemplari e terribili. Niente e nessuno può deviare dal percorso che lo Stato ha segnato per tutti; anche il più insignificante segnale può significare essere denunciato come nemico dello Stato, con conseguenze inimmaginabili. E nessuno è al riparo, perché chiunque, un giorno, può denunciarti e tu non avrai alcuna possibilità di difenderti e con tutta probabilità confesserai il falso, per evitare la tortura. Una orribile guerra di tutti contro tutti in cui non vince nessuno. E dall’altro lato della barricata una Stato che sa di essere fallace e ingiusto, ma che si trova nella condizione di doverlo negare, a qualsiasi costo. Uno stato che perpetra la menzogna e millanta una perfezione che è lungi da possedere.

Oltre il quadro storico, c’è quello geografico, di ben più ampio fascino. Gli interminabili inverni russi, bianchissimi di neve e straziati da gelo. I cieli viola, sotto un sole che perde in partenza la battaglia contro il ghiaccio. Il fiato che sbuffa vapore, le case mal-riscaldate, la rassegnazione dell’uomo di fronte alla natura, potente, assoluta, credule e meravigliosa al tempo stesso.

Insomma, il materiale per portare l’attenzione alle stelle c’è!

Aggiungo che entrambi i romanzi sono dei thriller perfettamente congegnati, che affiancano alla complessa ricerca del colpevole le notevoli difficoltà legate al regime staliniano, regime che impone di procedere nelle indagini con estrema cautela e circospezione. Ma al di là della complessità della trama, entrambi i romanzi brillano per la luce che gettano sul periodo storico e sulle sensazioni e sui sentimenti dei protagonisti. Vi leggiamo l’impotenza dell’individuo davanti alla macchina dello Stato e la sua tenacia e il suo coraggio nel voler rivendicare il diritto alla verità. Per noi che siamo cresciuti nella certezza di avere diritto al vero e al giusto, la lettura di questi due romanzi smuoverà qualcosa nel profondo. Che sia incredulità, che sia disgusto, che sia dolore, indignazione, solidarietà e cosa altro vogliate. Qualsiasi cosa sia è in ogni caso legittima, se anche solo per un attimo ci fa riflettere sui significati della parola libertà.

Bambino 44 è incentrato sulla figura del protagonista, Leo Demidov, spietato membro del MGB, con un passato di morte e di prevaricazione alle spalle. Nel romanzo Leo compie un percorso di consapevolezza e di crescita interiore. Di fronte alla morte di alcuni bambini, che lo Stato vuol far passare come incidenti e alle accuse mosse ingiustamente verso la moglie Raisa accusata dalla Stato di tradimento, Leo prenderà a poco a poco le distanze dal suo passato e intraprenderà un percorso di redenzione, che lo porterà a sperimentare la crudele perversione di potersi salvare solo a patto di denunciare chi ami e a subire l’umiliazione del confino.

Il romanzo è proprio la storia di questo percorso personale, che si concretizzerà nella volontà di trovare l’assassino dei bambini, un mezzo per contestare il regime e per prendere le distanze dal suo passato.

In L’amore ai tempi della neve, pur essendoci delle morti su cui far luce, ci sono delle storie familiari sulle quali troneggia l’alone della dittatura staliniana. La figura di Stalin è descritta in tutta la sua crudeltà, come anche quella dei suoi più stretti collaboratori. Il clima di terrore verrà fagocitato attraverso un meccanismo crudele e inumano, quello di colpire i genitori attraverso i figli. I figli, imprigionati e i genitori, pedine sotto scacco e in balia dei loro sentimenti. L’amore muove i suoi fili ed è paradossalmente portatore di morte, Ma all’amore non si può rinunciare e neanche lo si può sopire, neanche con lo spauracchio del dolore e della vergogna. I personaggi di questo romanzo lo impareranno a loro spese, ognuno con la storia. Ma l’amore non ne uscirà sconfitto, mentre la macchina statale, grondante sangue e menzogne, fallirà malamente per aver trasformato un innocente sogno di gioventù in un gioco al massacro.

Rubrica RECENSIONI A COPPIE; Due capolavori di Edith Wharton: L’ETA’ DELL’INNOCENZA e ETHAN FROME

“Avevi ragione: non sarei dovuto venire oggi”, disse, abbassando la voce perchè il cocchiere non potesse udire. Ellen si chinò in avanti, come per dire qualcosa; ma Newland aveva già gridato all’uomo di proseguire e la carrozza si rimise in moto mentre egli stava fermo all’angolo della strada. Non nevicava più e si era levato un vento tagliente che gli frustava il viso mentre continuava a guardare la carrozza che si allontanava. Sentì qualcosa di rigido e freddo sulle ciglia e si accorse che aveva pianto e che il vento aveva gelato le sue lacrime.

Trama di “L’età dell’innocenza”

Rilanciato dal successo del film con Michelle Pfeiffer e Daniel Day Lewis, L’età dell’innocenza è un mirabile affresco della borghesia newyorchese di fine Ottocento, contro il cui ottuso moralismo Edith Wharton si scaglia coraggiosamente difendendo l’autenticità di un amore sincero. La storia sentimentale tra Newland Archer, brillante avvocato dell’aristocrazia cittadina, e la contessa Ellen Olenska, cui inflessibili convenzioni impediscono di divorziare dal marito, è lo specchio di una società che l’autrice conosce e contesta profondamente. Una società ipocrita e perbenista, in cui pregiudizi atavici, tradizionalismi ormai svuotati di significato, princìpi ingiusti e falsamente morali impongono precise regole comportamentali, che cozzano contro il desiderio di affermazione del singolo. Contro tutto questo lotta con ammirevole tenacia la protagonista del romanzo, che tenta di difendere fino alla fine il suo amore e la sua libertà di scelta, cui si oppone la consapevolezza, che porterà Archer alla rinuncia finale, dei suoi doveri sociali.

Trama di “Ethan Frome”

Fin dalla sua apparizione, nel 1911, questo romanzo si propone come una sorta di ordigno narrativo affascinante e perturbante. Racconta la vicenda che lega tra loro Ethan Frome, Zeena, sua moglie, e Mattie, cugina di lei, della quale Ethan si innamora. Sembra che questo nuovo legame possa essere l’inizio di una fase di cambiamento, la fuga per Ethan dalla prigione domestica. Le cose però vanno diversamente. Con maestria inventiva la Warthon riserva ai tre personaggi un destino al contempo tragico e grottesco. Un libro nel quale la narrazione è lo strumento che permette di sciogliere il nodo, all’apparenza inestricabile, dei legami tra gli esseri umani.

Recensioni in coppia

Ho scelto di parlare di questi due bellissimi romanzi nello stesso articolo, inaugurando una rubrica che ho deciso di chiamare, appunto, “recensioni a coppie”. Vi inserirò la recensione di due romanzi che per qualche motivo sono legati.

Per questi due romanzi il legame è abbastanza ovvio, dato che sono opere della stessa brillante autrice. Ma c’è dell’altro. Essi sono entrambi romanzi che parlano d’amore e di rinuncia, della sofferta ricerca di una felicità che sappiamo impossibile e tuttavia irrinunciabile.
Nelle loro pagine si legge dell’eterna lotta tra desiderio e convenzioni sociali, queste ultime viste come perenne ostacolo alla realizzazione personale e alla felicità.
In essi l’uomo deve chinare il capo a queste ultime, come a voler sottolineare la condizione di prigionia dell’animo umano, chiuso tra le sbarre dorate di una società intransigente.

L’Età dell’innocenza, probabilmente il più famoso dei due, fama dovuta in parte anche alla bellissima trasposizione cinematografica di martin Scorsese del 1993, fu pubblicato nel 1920 e valse all’autrice l’assegnazione del premio Pulitzer.

Newland é fidanzato con May, ragazza semplice e mite. Durante il fidanzamento conosce Ellen, cugina di May, donna dal passato doloroso e dall’animo sensibile, la cui schiettezza non é ben accetta dalla rigida e formale società del tempo.
Proprio grazie a queste qualità, Newland inizia a provate un sentimento sempre più forte per Ellen, che ella ricambia.
Pur amandosi profondamente, i due non sapranno rompere gli schemi che li legano alle rispettive famiglie e vivranno gli anni a venire consacrandoli alla rinuncia dell’amore.

I personaggi magistralmente descritti, nelle azioni così come nella loro psicologia e la vivida descrizione della società newyorkese ne hanno fatto un’opera profonda e toccante, densa di romanticismo ma anche di passione e di dolore.

Il romanzo è dunque incentrato sulla storia di un amore impossibile. Un amore assoluto e struggente che meriterebbe di essere coronato anche a costo di uno scandalo, tanto è potente. Ma che piega la testa sotto la forza delle convenzioni, che seppur inique e profondamente ingiuste, sono pesanti zavorre capaci di trascinano a fondo il sogno di vedere quell’amore realizzato.

In una società dove l’onore della donna conta più di ogni altra cosa e dove la sua reputazione ha una connotazione alquanto labile, che poggia esclusivamente sulle fragili fondamenta delle apparenze, May Welland può esercitare la sua piccola tirannia grazie al suo ruolo di moglie che sa celare pensieri, infelicità, incertezze sotto un cappellino alla moda o all’ombra delle proprie pudiche ciglia.

Ellen Olenska, invece, dovrà lottare per riprendere il suo posto in società, dopo un matrimonio naufragato. La sua immagine, orrendamente straziata da un’onta inaccettabile, non potrebbe sopportare l’ulteriore disonore di una relazione clandestina.

May e Ellen giocano ruoli diversi e diametralmente opposti in questo romanzo. L’una costretta a non vedere l’infelicità che sta incombendo sul suo matrimonio perfetto. L’altra che dovrà soffocare le urla del suo cuore per proteggere se stessa e l’uomo che ama. Ma sono entrambe vittime dell’ipocrisia su cui si fonda la società newyorkese di fine 800, della quale finisce succube anche Newland, pur anelando ad ideali di libertà e di sincerità.

Eppure in Ellen Olenka è lampante il clangore della ribellione. Una ribellione che è muta e che veste i panni della rinuncia, perchè diventare l’amante dell’uomo che ama significherebbe relegare l’amore che la lega a Newland al rango di un banale e squallido tradimento.

 In Ethan Frome viene riproposto il tema della rinuncia alla realizzazione dell’amore.
E’ un romanzo breve e struggente da leggere in un soffio che ci offre una scrittura semplice in cui traspare la rassegnazione ad una esistenza priva di ardore e di pienezza, ma che ci regala anche la poesia di un amore struggente e senza futuro.

Ethan Frome vive una vita senza gioia nella sua fattoria del New England, insieme alla moglie Zeena, donna fredda e ipocondriaca che lo tiranneggia. E quando la bella e giovane cugina di lei, Mattie Silver, arriva in casa per aiutarli, Ethan rimane affascinato dalla sua allegria e dalla spensierata gioventù, emblemi di una vita diversa e più felice. Poichè anche Mattie sembra attratta dalla silenziosa serietà dell’uomo, Zeena decide di mandare via la ragazza. Ethan è combattuto fra il desiderio di fuggire con lei, per allontanarsi da quella vita vuota e senza senso, e il timore di venir meno al proprio dovere e sfidare le rigide convenzioni sociali. Ma l’ultimo giorno, in un gioco disperato, i due innamorati prenderanno la decisione che muterà per sempre, tragicamente, i destini di tutti e tre. Un racconto avvincente e spietato, in cui la speranza sembra fiorire solo per venir crudelmente tradita dalla cieca brutalità del caso.

L’epilogo è forse un monito o forse una morale, che pare voler dire alla felicità che non sia superba e che non sia spavalda. La felicità può accecare lo sguardo degli uomini e offuscare il loro pensiero razionale. E il cuore, che altro non è che il simbolo del desiderio di essere felici, è un traditore. Uno specchio lucente che ottenebra il pensiero. Un lago limpido dove veder aleggiare la colpa di aver ricercato la felicità dove non poteva stare.

E anche dove è la morte l’ultima spiaggia, non si canti vittoria. Perchè a volte anche la morte ci sfugge per tradirci e relegarci per sempre nel dolore e nel rimpianto. Come a volerci ricordare la condizione di costante infelicità a cui è condannato l’uomo e chi di questo destino osa farne beffe. Ma forse un solo istante di estasi può valere un’intera vita di dolore e di colpa. E questo è forse vero sia per Ethan che per Ellen e Newland, che vivranno nel ricordo di quell’attimo fugace di estati perfetta.

NOBODY di Charlotte Link


La stupidità unitamente all’incoscienza. E’ di questo che soffre il mondo.

Trama

A Scarborough, una località di mare dello Yorkshire, viene trovato il corpo di una studentessa brutalmente assassinata. Per mesi la polizia brancola nel buio alla ricerca non solo di un autore, ma anche di un movente. Fino a quando un nuovo omicidio scuote gli abitanti della cittadina. Questa volta la vittima è una donna anziana. Le modalità dell’assassinio, tuttavia, sono le stesse e la poliziotta incaricata delle indagini si convince che il nesso fra gli omicidi sia da ricercare nel passato delle due famiglie. E, con l’aiuto di un diario trovato per caso, si imbatte in una vicenda accaduta più di mezzo secolo prima, quando in paese era arrivato insieme agli sfollati da Londra durante i bombardamenti, un bambino di cinque anni apparentemente orfano, ritardato e che si era subito attaccato a una ragazzina di poco maggiore. Brian era il suo nome: questo era tutto ciò che si sapeva di lui. Da tutti era stato «battezzato» Nobody e da tutti era stato maltrattato per anni, atrocemente. A Scarborough tutti avevano cercato di dimenticare questa brutta storia. Ma ognuno, in cuor suo sapeva che un giorno o l’altro sarebbe saltata fuori.

Recensione

Da diversi mesi avevo sul mio kobo questo romanzo di Charlotte Link, affermata e prolifica autrice tedesca che non avevo mai letto prima. Mi sono decisa a leggere questo thriller per interrompere una serie di letture di generi diversi, rispondendo così al bisogno di tornare al mio genere preferito.

La scelta si è rivelata giusta. Il romanzo, uscito in Italia nel 2010, è un bel tomo di oltre 500 pagine, che scorrono via senza sforzo, grazie all’alternanza di passato e presente, in una trama claustrofobica e circoscritta ad un numero ridotto di personaggi.

Mi piace molto quando, in un romanzo, viene inserita una storia che si svolge nel passato. Finisco sempre per rimanerne affascinata, spesso anche di più rispetto alla vicenda del presente.

In più, l’ambientazione profondamente inglese ha fatto il resto. Il suggestivo Yorkshire, le sue brughiere, le terre verdi scoscese verso il mare, le piccole cale odorose di alghe dove un mare di acciaio, freddo e spumoso, riversa la sua forza, le fattorie isolate, dove greggi pascolano incessantemente in un clima uggioso e inclemente. Insomma, un quadro decisamente pieno di inquietante appeal, fatto apposta per introdurre il lettore a confrontarsi, volente o nolente, con la malvagità dei suoi simili.

La struttura del romanzo appare immediatamente insolita. L’autrice non dà immediato risalto alla figura del poliziotto che è incaricato di indagare. L’ispettrice Valerie Almond giunge sulla scena quasi in sordina, e non è affatto la protagonista della storia. L’indagine non è centrale nel romanzo e la Link non si dilunga mai nel descrivere scene del crimine, né ci trascina ai bordi di tavoli autoptici e men che mai ci introduce negli ambienti della Polizia. Il lettore è invece catapultato al centro della storia, investigatore inconsapevole dal quale ci si aspetta che registri ogni frase detta, ogni comportamento, ogni coincidenza che suona sospetta.

Quasi a corroborare questa impressione, la Almond è spesso colta in momenti di sconforto e di difficoltà, cosciente di brancolare nel buio, costretta talvolta a sentirsi inadeguata e anche confusa di fronte agli eventi, spesso in contraddizione tra loro. Saranno infatti i personaggi a doversi, in qualche modo, far carico dell’indagine. I loro sospetti, i loro comportamenti saranno fondamentali per la soluzione del caso.

Ho giudicato questa costruzione assai efficace per sottolineare la necessità che il lettore stia costantemente all’erta per cogliere i vari indizi necessari a trovare l’assassino.

Anche la ristretta cerchia degli indiziati ci riporta allo schema classico del giallo. Si sa, da subito, che l’assassino è uno dei sospettati come si sa bene che ognuno di questi personaggi ha qualche scheletro nell’armadio.

La figura più centrale è quella di Leslie, medico di successo che non può dire di aver avuto altrettanto successo nella propria sfera privata. Leslie infatti è divorziata e sta attraversando un periodo piuttosto negativo, presa a combattere una difficile battaglia contro la solitudine che la attanaglia.

Giunta nello Yorkshire da Londra, si troverà a dover sopire l’istinto di protezione verso la sua vecchia amica d’infanzia Gwen, che sembra destinata a subire le subdole attenzioni di un cacciatore di dote, e a indagare nel passato di sua nonna Fiona. Un passato misterioso, di cui Leslie non conosce che la superficie.

E mentre il passato verrà drammaticamente a galla, la smania di scoprire la verità sarò così pressante da farci ingoiare pagine su pagine per poi rivelare una storia terribile da immaginare.

Il romanzo ci parlerà chiaramente di come un segreto nascosto per anni fatichi a farsi svelare e di come la debolezza di un uomo possa avere conseguenze catastrofiche. Una cosa non detta per lungo tempo da sasso si trasforma in macigno, difficile da sollevare. E ci renderemo conto che l’occhio a volte vede solo ciò che vuole vedere. Perché l’uomo possiede mille alibi pronti a sollevarlo dalla colpa. E perché l’acredine e l’infelicità crescono esponenzialmente se non sono leniti dalla compassione e sono destinati a scoppiare con enorme fragore.

Leslie imparerà tutto questo a sue spese. Il dolore e l’amara realtà che dovrà suo malgrado digerire la metteranno tuttavia in condizioni di affrontare la propria vita con quel coraggio che fino a pochissimo tempo prima le mancava, mettendola in balia delle sue insicurezze.

Nobody è un thriller psicologico magnificamente congegnato, che fruga nell animo umano senza pudore e che porta a galla aspetti di cui non vorremmo parlare. Le debolezze dei personaggi di Charlotte Link sono un po’ anche le debolezze di tutti noi. Debolezze che nascono quasi innocenti e innocue ma che il tempo può trasformare in enormi e tragici eventi, dai quali non possiamo e non sappiamo redimerci.

Come in ogni giallo che si rispetti l’assassino sarà chi non ti saresti mai aspettato, proprio a riprova del fatto che le apparenze possono ingannare anche la mente più spregiudicata.

Insomma, un giudizio più che positivo per questo romanzo che ben mi predispone verso le altre opere di questa autrice. A molto presto, signora Link! E piacere di aver fatto la sua conoscenza!

L’autrice

Charlotte Link, nata nel 1963, è una delle scrittrici tedesche più affermate. In Italia Corbaccio ha pubblicato La casa delle sorelleLa donna delle roseAlla fine del silenzioL’uomo che amava troppoLa doppia vitaL’ospite sconosciutoNemico senza volto; la trilogia Venti di tempestaProfumi perdutiUna difficile ereditàL’isolaL’ultima tracciaNobodyQuando l’amore non finisceIl peccato dell’angeloOltre le apparenzeL’ultima volta che l’ho vistaGiochi d’ombraL’ingannoLa scelta decisiva, La palude e il memoir Sei nelle mie parole.

  • Editore: Corbaccio
  • Genere: thriller
  • Pagine: 541

LONGBOURN HOUSE di Jo Baker


Però, però… c’era un pensiero che non era mai riuscita a reprimere, ed era il fatto che esisteva anche lei, lei come persona. Avrebbe avuto mai, in futuro, la possibilità di occuparsi delle sue cose, del suo benessere e dei suoi bisogni e non solo di quegli degli altri? Avrebbe potuto ottenere, un giorno, ciò che voleva, senza dover più contare sulla fiamma della felicità altrui per riscaldare se stessa?

Trama

Sarah è a servizio a Longbourn House da quando era bambina, ma non si è ancora rassegnata a certi compiti ingrati quali lavare la biancheria e svuotare i pitali dei signori. Questa pesante routine senza svaghi la opprime: non vuole accontentarsi di mandare avanti la casa d’altri come Mrs Hill, la governante, fa da sempre. Perciò, quando un giorno di settembre Mr Bennet assume a sorpresa un nuovo valletto, la gioia per la novità è grande. James ha il fisico asciutto e gli avambracci scuriti dal sole. Lavora di buon umore, fischiettando, ed è gentile, ma dà poca confidenza. Sembra sapere tante cose, eppure sul suo passato è stranamente vago. Ama i cavalli e dorme nel solaio della stalla: lí, su una mensola, ha dei libri e, sotto il letto, una sacca scolorita piena di conchiglie. È un mondo intero quello che apre per Sarah, una nuova geografia di orridi, vallette in fiore e campi di battaglia. Ispirato al non detto di Orgoglio e pregiudizio, Longbourn House ricostruisce con tono brioso la vita della servitú nell’Inghilterra di inizio Ottocento, facendo emergere tra le righe la fatica e le disuguaglianze su cui si reggeva il bel mondo. All’interno di questo affresco storico, che oltre alla campagna dell’Hertfordshire include la Spagna sconvolta dalle guerre napoleoniche e i porti commerciali sull’altra sponda dell’Atlantico, Jo Baker dona pensieri ed emozioni autentici alle ombre che nel celebre romanzo di Jane Austen si limitavano a passare sullo sfondo rapide e silenziose.

Recensione

Che questo titolo richiami alla mente qualcosa di indimenticabile è naturale. Chi non ha letto ed amato “Orgoglio e pregiudizio” di Jane Austen? Sicuramente in moltissimi. O almeno, se non lo ha letto, ne ha sentito parlare. Un romanzo che a torto o a ragione è assurto a icona della letteratura classica inglese. Irrinunciabile, osannato, plurinominato ovunque.

Ecco, partendo da “Orgoglio e pregiudizio”, vi dico subito che “Longbourn House” è il romanzo che dà voce agli abitanti dei piani bassi dell’omonimo edificio. Dove in genere sono dislocate le cucine, le scuderie, le lavanderie, le dispense, nei cui effluvi e vapori di vario tipo la servitù passa le sue giornate portando avanti un lavoro faticoso, ingeneroso, infinito e mai apprezzato per quel che meriterebbe davvero.

L’idea dell’autrice, audace e decisamente geniale, dà vita ad un romanzo incantatore, di cui conosciamo le vicende ma che ci viene proposto attraverso i pensieri di Sarah, la giovane cameriera di Longbourn House.

Leggendo viene naturale allungare il collo nel tentativo di (ri)leggere le vicende delle cinque signorine Bennet, di Mr Bingley e di Mr. Darcy. Ma sarà uno sforzo inutile, perché di loro non sapremo niente più di ciò che è essenziale alla storia di Sarah.

Il romanzo mantiene un’aurea dorata, grazie al suo lessico lezioso, impreziosito dal fraseggio antiquato e quanto mai delizioso tipico dei primi decenni del 1800. La leggiadra vita delle signorine del tempo, che mio malgrado non posso evitare di invidiare, è resa alla perfezione dall’autrice, che descrive i vezzi dell’epoca con grande dimestichezza. Dimore con dozzine di stanze finemente decorate. Rituali irrinunciabili che scandiscono giornate trascorse a ricamare, giocare a carte e a ricevere visite.  Abiti di leggerissima mussola, che stringono vitini di vespa e corpi di bambola. Pudore e pudicizia. Candore e ingenuità. Ma anche pregiudizio profondo nei confronti della donna. Fragile e adorabile gingillo, da venerare come un oggetto di rara fattezza da tenere in bella mostra.

Ma dietro queste agiatezze c’è chi lavora alacremente, non potendo contare su nobili natali. Qualcuno che veste abiti informi e sbiaditi dai troppi lavaggi. Qualcuno le cui mani sono preda di calli e di geloni. Qualcuno che è rassegnato a vivere in soffitta o in un sottoscala e che sa che non potrà mai aspirare a qualcosa di diverso. Persone che possono solo obbedire, senza mai ribellarsi.

La frattura tra i due mondi è totale e descritta con maestria da Jo Baker, che fa apparire questa diversità in tutta la sua crudeltà, ma che propina al lettore come un dogma, che non può essere cambiato.

Sarah, ma anche i coniugi Hill e la piccola Polly, vivono la loro condizione con grande naturalezza, accettando di rimanere in basso, quasi al buio, rispetto ai signori Bennet, il loro padroni, che riconoscono superiori a loro stessi, legittimi destinatari di tutti i vantaggi di cui beneficiano fin dalla nascita.

Eppure anche nei cuori di questi modesti domestici si agitano mille passioni. Il desiderio di una piccola comodità di cui godere, di un dolce o di un abito dismesso da una delle signorine Bennet. E anche il desiderio di vedersi risparmiata una fatica, come il bucato settimanale o la svuotatura dei pitali al mattino.

Naturalmente ci sarebbe posto anche per l’amore, quello che vedono dipanarsi nelle vite delle piccole Bennet, la cui madre non vede l’ora di maritare ad un ricco e nobile giovanotto. L’amore, o la sua brutta copia, se questo deve significare accasarsi con chiunque possa mantenerle nell’agiatezza. O se deve significare, invece, lo scandalo di una relazione non convenzionale. In ogni caso, un amore che non contempla necessariamente il raggiungimento della felicità, per il quale è sufficiente una facciata che sia accettata dalla buona società.

Sarah invece ha un cuore puro, immune da pregiudizi o calcoli. La piccola e insignificante Sarah, con le sue mani screpolate e i suoi abiti informi, mostrerà una capacità di amare, comprendere e accogliere fuori del comune. Appassionata, disposta a lottare per il suo amore, indomita e indomabile, sembra aver fatto tesoro delle pene e delle infelicità delle signorine Bennet per costruirsi una identità forte e colma di determinazione. Ma anche Mr Hill, brontolone e ben poco affabile, coltiverà il suo amore, riuscendo a preservarlo e a tenerlo lontano dai pregiudizi e dallo scandalo. E così la sua signora, Mrs Hill, che ha fatto del lavoro la sua arma di difesa, necessaria per dimenticare la sua vita spezzata e per accettare di essere stata messa da parte in nome di un inutile decoro. Un amore spezzato ma mai dimenticato, che solo verso il tramonto dell’esistenza potrà trovare un suo posto ed essere finalmente nominato. Ed infine anche James, lo stalliere, che giunge all’improvviso a Longbourn House, circondato da un alone di mistero. James che ha vissuto credendo di non meritare l’amore di nessuno, potrà cogliere l’essenza di questo sentimento a pieno, riconquistando il sacrosanto diritto ad essere amato e accettato com’è.

L’amore, questo sentimento indomabile e bizzarro, governa le sorti di questo meraviglioso romanzo. Le tante facce di questo nobile sentimento trovano tutte una giusta collocazione, una giustificazione e anche un suo destino.

Ed è proprio l’amore a decidere della felicità o dell’infelicità degli abitanti di Longbourn House. Chi si abbandonerò ad esso sarà premiato. Chi vi si opporrà, con la forza o con il calcolo, se ne allontanerà inesorabilmente.

La nostra piccola Sarah sarà l’eroina del romanzo. Una formica, che con le sue minuscole braccia solleverà il mondo, prendendo in mano il suo destino.

Jo Baker ci regala un romanzo da leggere in un soffio. Non solo, ci dona un punto di vista quanto mai insolito e privilegiato per riassaporare le meravigliose vicende delle sorelle Bennet, come a rammentarci che ogni cosa può essere osservata da punti di vista diversi. Pur rimanendo la stessa, ogni cosa assume una diversa sfumatura e saper riconoscere queste sfumature di colore è una ricchezza enorme per chi legge ma più in generale, per chiunque.

Una lezione da tenere bene in mente. Un monito utile per affrontare l’oggi, dove la diversità è spesso malvista da chi si pregia di appartenere alla massa dei più. Dove le piccole Sarah di questo mondo stentano a trovare il proprio posto al sole e forse hanno perso anche la voglia di lottare.

  • Editore: Einaudi Editore
  • Genere: narrativa
  • Pagine: 378

IL GRANDE ME di Anna Giurickovic Dato

Eppure, ho compreso, la gioia non è il contrario del dolore, ma ne è una componente e con esso può convivere.

Trama

Simone, davanti alla consapevolezza di una morte certa, viene raggiunto a Milano dai suoi tre figli, dopo molti anni di lontananza. È l’inizio di un periodo doloroso, ma per Carla si tratta anche dell’ultima occasione per recuperare del tempo con suo padre. Simone, angosciato dal pensiero di aver fallito e di non poter più cambiare il suo passato, ripercorre le tappe della propria eccentrica esistenza, vissuta con grande passione e voracità. Mentre la sua lucidità mentale vacilla sempre più, vuole usare il poco tempo che gli resta anche per rimediare a vecchi errori e confessa ai figli un segreto. In Carla e i suoi fratelli riaffiorano ricordi di anni lontani, i momenti dell’infanzia in cui la famiglia era ancora unita e quelli legati alla separazione dei genitori, nel tentativo di ricostruire una verità dai contorni sempre più incerti. I ragazzi non possono far altro che assecondare il padre, tra realtà e delirio, mentre la malattia si dilata richiedendo sempre più attenzioni e occupando la totalità delle loro giornate. Inizia così una ricerca – anche interiore – dai risvolti inaspettati, che porterà Carla e la sua famiglia a scontrarsi con un’ulteriore dura realtà, oltre a quella della vita e della morte. Sarà un confronto necessario, che Carla ha cercato e allo stesso tempo sfuggito per anni, ma che ora dovrà affrontare con tutta la forza di cui è capace.

Dopo il sorprendente esordio con La figlia femmina, Anna Giurickovic Dato torna con un romanzo crudo, sincero e a tratti destabilizzante, una riflessione profonda sulla figura del padre, capace di emozionare e far riflettere. Il grande me è un libro forte, che parla all’animo del lettore senza paure e senza reticenze, raccontando la storia di una famiglia rivoluzionata dalla notizia di una fine imminente e dalla scoperta di un segreto mai svelato, ma soprattutto la storia di una figlia costretta a fare i conti, ancora molto giovane, con il dolore di una grande perdita.

Recensione

Non si è mai del tutto pronti ad affrontare una lettura cruda e sfacciata come lo è “Il grande me”. La morte fa parte di quelle cose che è meglio non nominare, figuriamoci scriverne.

Come se parlandone, la Morte potesse materializzarsi davanti a noi, svelta e feroce a colpire chi ha avuto l’ardire di nominarla, chi se ne è fatto beffe, sfidandola.  Parlarne significa evocarla, volerla sminuire, Lei che tutto può. Lei, che irrevocabilmente decide.

Leggere questo romanzo è già una sfida. Eppure, dopo le prime pagine, non è più possibile smettere di leggere. Poche frasi e si è già invischiati, alla grande. E il racconto è vita. Quella vera, che prima o dopo ci tocca vivere. Lasciare andare una persona che si ama è complicato. Chi muore fa morire inevitabilmente anche un pezzo di noi, per ciò che non potremo più vivere insieme a chi ci lascia per sempre.

Molti sono i verbi della fine. Consolare, soffrire, negare l’evidenza, prendersi cura, lenire, proteggere, accompagnare, rassegnarsi. Tutti quanti richiedono il massimo della nostra abilità, in una partita che giochiamo per la prima ed ultima volta, senza la possibilità di avere repliche, senza poter correggere dove abbiamo sbagliato, senza poter riprovare. Si va in scena senza aver provato. Si recita senza suggeritore, costretti a improvvisare.

Incontriamo Carla quando la verità è già storia. Un boccone amarissimo difficile da mandare giù, gravido di sensi di colpa, di inadeguatezze e di senso di incapacità.

Carla e i suoi fratelli hanno dovuto fare a meno della presenza del loro papà troppo presto.  Con la separazione dei genitori, il padre è andato a vivere lontano. Un padre amatissimo, imponente, con una testa di riccioli neri e due baffi che vibrano e sembrano avere vita propria. Un padre gentile, premuroso, che ha una risposta per tutto. Un padre che protegge da tutto e da tutti.

La sua assenza è un peso che fiacca l’infanzia di Carla e dei suoi fratelli. Ma ci si abitua all’assenza, la si accetta e crescendo questo papà assume contorni sempre più sfocati. Si impara a farne a meno. Ci si immagina che il padre sia comunque felice nella sua nuova vita, senza indagare oltre.

Quando Simone si ammala e i figli vanno a vivere a casa sua per assisterlo, è un po’ come conoscersi nuovamente. Tra loro adesso non c’è più la distanza, questa comoda scusante. C’è la morte e con essa è complicato scendere a patti.

Carla conoscerà il dolore dell’imminente separazione e dovrà trovare un modo per sopportare questo peso. Dovrà scendere a patti con il tempo. Che restringe e dilata la sensazione del suo scorrere, come la sabbia in una crudele clessidra.

La sua è una lucida analisi, perché mai si è permessa il lusso di cedere alla speranza. Ma con Simone cederà più volte, attraverso gli sfiancanti tentativi di rendere al padre una realtà diversa. La finzione verrà ad abitare le sue giornate, insieme al desiderio di conoscere il padre a fondo, come mai ha potuto fare.

Confrontarsi ogni giorno con le mille sfaccettature di una malattia terminale sarà difficile, eppure Carla troverà un suo equilibrio per non lasciarsi sopraffare. Per essere non più la figlia, ma lei stessa il genitore di suo padre. Per accettare le mutazioni che la malattia impone alla mente del malato. Per accogliere tra le braccia il “grande me” che è diventato il padre, spaventato dall’idea di essere stato un cattivo genitore e ossessionato dalla necessità di lasciare vivo il ricordo di sé.

“Il grande me” non è un romanzo che si lascia assaporare. “Il grande me” è un’abbuffata, un’orgia di sapori dissonanti che finisce tra gli afrori della nausea. Non si può far a meno di lasciarsi investire, inermi sotto le ruote inesorabili di un tir. Leggendo si muore un poco anche noi. Perché non potremo scordare la sensazione di impotenza, di vuoto, di ineluttabilità che la lettura provoca in noi.

Come un colpe di forbice taglia in due un nastro i cui lembi non potremo riunire, così la morte ci lascia in bocca mille frasi mai dette, che non potremo più pronunciare. E ci sarà sempre, sempre, qualcosa che non abbiamo detto. Per pudore, per paura, per errore, per dimenticanza, per superficialità, per cattiveria. Per tutti i motivi del mondo, che non saranno mai quelli giusti, quando non ci sarà più data la possibilità di pronunciare ciò che non abbiamo detto.

Anna Giurickovic Dato si addentra con coraggio e con circospezione nei temi che il romanzo affronta. Sono temi difficili, da descrivere e da proporre al lettore, che sicuramente, in molti casi, non sarà nuovo ad esperienze simili. Temi che sfondano il pudore che atavicamente la Morte porta con sé e che si addentrano nell’anima di meccanismi che sono spesso a noi sconosciuti, ma che inevitabilmente ci riguardano.

La sua penna è delicatissima, mai supponente, ma sempre leggera, umile e a dimensione umana, abile ed emozionante mentre descrive le dinamiche della separazione e della morte, senza mai sconfinare nel metafisico. Una penna che non ha pudore nel parlare di chemioterapia, di flebo e di palliativi e che ha la forza di mostrare le infinite sfumature dell’animo di chi ci lascia per sempre. E di chi rimane a guardare.

L’autrice

È nata a Catania nel 1989, ma vive tra Roma e Parigi. È avvocato, ha un dottorato in Diritto pubblico ed è sceneggiatrice. Il suo romanzo d’esordio, La figlia femmina (Fazi Editore, 2017), è arrivato finalista al Premio Brancati 2018 ed è stato tradotto all’estero in cinque paesi tra cui Francia, Germania e Spagna, ottenendo un largo successo di critica e pubblico. Il grande me è il suo secondo romanzo.

  • Editore: Fazi Editore
  • Genere: narrativa
  • Pagine: 228