BEETHOVEN di Rocco Di Campli

La nostra storia comincia in una serata di dicembre di due secoli e mezzo fa, nella città di Bonn, dentro a una palazzina in stile barocco. Siamo al numero 515 di Bonngasse. La città ha appena dato i natali a Ludwif Van Beethoven ma non è ancora pronta ad accogliere nel grembo questo figlio d’arte, non è ancora consapevole di cosa stia davvero succedendo.

Trama

Ludwig Van Beethoven fu uno dei più grandi geni mai esistiti, secondo l’opinione di molti, il più grande musicista di tutti i tempi. Il suo contributo fu inestimabile, la parabola artistica inseparabile dal suo percorso umano. Beethoven fu il primo musicista “indipendente” della storia. Compose per sé, non per i committenti, e per esprimere i palpiti segreti dell’anima. Ponendo se stesso al centro della propria opera, divenne una figura eroica, riversando nella musica i propri affanni personali e trasformandoli in un messaggio di pace e di speranza universale. Questo volume è un viaggio per accostarci a Beethoven, scandagliandone l’animo e le sfaccettature della complessa personalità. A partire dalla descrizione delle caratteristiche fisiche, attraverso la ritrattistica e le testimonianze di personaggi coevi (come Rossini), conosceremo il Maestro affrontando vari aspetti della sua esistenza: il quadro storico, le vicende politiche, gli amori, le amicizie, il coinvolgimento con gli ideali illuministi, gli slanci emotivi e gli influssi sui futuri romantici.


Recensione

Di Beethoven è stato scritto tantissimo. Genio assoluto della musica, uomo dalla vita tormentata, burbero, caparbio, destinato all’immortalità. Una vita consacrata all’arte della musica. Un musicista geniale e trasgressivo, che il destino ripaga con la sordità, quasi a sottolineare la natura divina delle sue note, mescolate in combinazioni sublimi e irripetibili, così meravigliose da accostarsi alla perfezione o alla magia, rifuggendo la matrice umana, rigettata appunto dalla sordità del suo illuminato artefice.

Un artista assoluto, che ha rivoluzionato la musica, che ha creato suoni mai ascoltati prima da orecchio umano. Un artista immortale, la cui musica viaggia nello spazio dentro alla capsula del tempo delle sonde Voyager, ad indicare l’eccellenza e l’estasi che un uomo può essere in grado di produrre. Un uomo che in vita fu tormentato da molti tarli e che adoperò la musica per scacciarli, consapevole di avere tutti i mezzi per rivoluzionare il mondo dei suoni e la concezione stessa di musica.

Questa biografia, accurata ed entusiasmante, mostra tuttavia alcuni lati inediti proprio per la sua struttura.

Il susseguirsi dei capitoli, che segue un preciso schema cronologico. L’abbondanza di riferimenti storici, così pregnanti per l’intera vita del musicista, che fu anche interessato e conoscitore degli eventi politici del tempo. Costellata da riferimenti testuali e bibliografici e da citazione di personaggi coevi al maestro. Con la precisa evidenza dell’intera produzione artistica del periodo. Rocco Di Campli fa davvero un lavoro certosino e si immerge nell’intima quotidianità di un genio, che subì l’indigenza economica e che mai conquistò una relazione amorosa duratura e stabile, mancanza che compensò consacrando alla musica l’intera sua vita.

Una biografia che riesce a tenere alta l’attenzione di chi legge dall’inizio alla fine, grazie alla freschezza della prosa utilizzata, alle curiosità e agli aneddoti che sovente propone al lettore e, non ultima, alla passione e all’entusiasmo dell’autore che traspare dalle pagine senza alcuna remora. Un entusiasmo e una passione altamente contagiosi.

Del resto la vita di Beethoven è affascinante. Non solo per la genialità e la meraviglia della sua produzione artistica,  ma per la sua complessità e la sua tragedia. Immaginarsi di comporre musica immortale non potendola ascoltare. Creare musica sentendola da dentro, immaginandola, è un concetto che sfiora l’assurdo e che racchiude l’intensità e la unicità di questo genio assoluto.

Rocco di Campli riesce nell’intento di scrivere l’ennesima biografia di Beethoven con grande maestria e freschezza regalando al lettore anche dei focus delle sue opere, in particolare  le nove sinfonie, ma anche le sue sonate. Insomma, Di Campli riesce a confezionare un’opera completa e ben fatta, che si legge con facilità e profondo interesse. Certo, non si nega che questo sia anche merito del protagonista, un artista poliedrico e tormentato. Ma ciò non toglie il valore di questa biografia, che è davvero un’opera completa, che merita di essere letta.

Il risultato della lettura è un’empatia istantanea verso Beethoven, le sue debolezze e le sue incredibili virtù. Di Campli riesce nell’impresa di umanizzare questo sublime e immortale genio musicale, di avvicinarlo al lettore, di spogliarlo di un’aura di perfezione che non ha mai avuto nella realtà. Una sorta di riabilitazione di un genio per restituirlo alla sua dimensione umana.


L’autore

Rocco Di Campli. Ingegnere meccanico, coltiva da sempre la sua passione per la musica sinfonica. La storia e la musica di Beethoven lo hanno coinvolto da sempre, fino a farlo diventare un profondo esperto. Ha tenuto conferenze sulla figura del grande musicista.


  • Casa Editrice: Diarkos
  • Genere: biografia
  • Pagine: 474

UN ESPERIMENTO D’AMORE di Hilary Mantel


Nella nostra generazione, cresciuta negli anni Sessanta, abbiamo sviluppato in fretta una doppia vita. Eravamo donne vestite da bambine, atee che andavano a Messa, vergini in via ufficiale e libertine de facto. Non era un inganno; era dualismo. Ci siamo cresciute dentro. Carne e spirito, ambizione e umiltà.

Trama

Carmel McBain è figlia unica di genitori cattolici di origine irlandese appartenenti alla classe operaia. Rispetto a ciò che la vita nella loro desolata cittadina ha da offrire, sua madre per lei aspira a qualcosa di più: ha grandi ambizioni per la figlia, ed è determinata a superare le rigide barriere sociali dell’Inghilterra. E così spinge Carmel a ottenere una borsa di studio per la scuola del convento locale e poi a sostenere gli esami per un posto alla London University. E Carmel non la delude. Ma il successo ha un prezzo non indifferente: Carmel comincia un viaggio solitario che la porterà il più lontano possibile da dove è partita, sradicandola dai legami di classe e luogo, di famiglia e di fede. In fondo, sradicandola da se stessa. Nella Londra di fine anni Sessanta, sperimentando un passo alla volta la libertà, si confronterà con preoccupazioni del tutto nuove – sesso, politica, cibo e fertilità – e si troverà coinvolta in una grottesca tragedia.

Un romanzo inedito di Hilary Mantel: l’autrice della monumentale trilogia sui Tudor si allontana dalla narrativa storica per addentrarsi in territori squisitamente contemporanei raccontando luci e ombre dell’amicizia al femminile fra complicità, gelosie, crudeltà autoinflitte. Con l’acume che la contraddistingue Hilary Mantel esamina la grande sfida imposta dalla società alle giovani donne: ragazze che desiderano il potere degli uomini ma temono di abbandonare ciò che è appropriato per loro, mentre vengono spinte a eccellere, ma sempre senza emergere troppo.


Recensione

Essere donne è una sfida esaltante ma estremamente faticosa. Lo è adesso come lo era qualche decennio fa, quando la liberazione sessuale iniziava a farsi strada e il movimento femminista era all’apice della lotta contro il preconcetto e le convenzioni.

Mai come in questo frizzante e amaro romanzo si ha la percezione chiara di cosa potesse significare crescere alla fine degli anni sessanta. Stare in bilico tra ambizione e consuetudine, tra dogmi religiosi e pulsioni di vario tipo, non ultime quelle legate al sesso.

Attraverso la forma colloquiale e intima del diario, Carmel racconta la sua vita, dai primi anni dell’infanzia fino all’università, passando per gli anni critici e incerti della pubertà, dell’adolescenza e della prima giovinezza.

Siamo alla fine degli anni sessanta e il mondo è in fermento: i giovani hanno attraversato la fase della contestazione, le ragazze hanno indossato jeans e minigonne, abbracciato fedi politiche nuove, infilato sigarette tra le labbra. Hanno scoperto di avere un corpo attraverso il quale cogliere il piacere. Grazie al quale hanno imparato ad esercitare un potere indicibile nei confronti dell’altro sesso. Si sono affacciate a nuove concezioni di vita, in cui la necessità di una cultura si fa pregnante. Dove l’ambizione a ricoprire professioni cruciali è del tutto normale. Frequentano l’università, fanno l’amore, prendono le prime pillole anticoncezionali, perché il sesso, seppure imprescindibile, ha pur sempre in sé il terribile spauracchio di una gravidanza indesiderata. Le ragazze prendono la pillola e non sanno esattamente come nascono i bambini, perché di questi argomenti ancora non si può parlare liberamente.

Le giovani donne del tempo sanno di aver tra le mani un enorme potere ma non sanno ancora bene come usarlo a loro beneficio. Perché i retaggi del passato sono macigni da spostare e con essi le credenze religiose, dettami che vogliono soffocare le naturali inclinazioni giovanili e che invece finiscono per renderle ancora più attraenti.

L’autrice srotola la vita di Carmel con grande accuratezza, decisa a fornirci l’esatto quadro familiare e sociale della protagonista. Cresciuta in una famiglia appena poco più che indigente, con una madre burbera e assediata dal bisogno di primeggiare e un padre inesistente, che passa il tempo libero a comporre puzzle e che cesserà di guardare Carmel come figlia a partire dal suo menarca.

Carmel dovrà fare proprie le manie di grandezza della madre. Frequenterà una scuola cattolica grazie a una borsa di studio, che otterrà per compiacerla e andrà all’università per gli stessi motivi, decisa a essere una brava studentessa. Nella vita di Carmel e delle sue compagne non c’è che lo studio e il bisogno di essere sempre all’altezza delle aspettative. Ma la loro è un’ambizione castrata dalla consapevolezza che comunque dovranno trovarsi un marito, crescere i figli e aspirare al massimo a fare l’insegnante o l’infermiera. Perché alla fine non si sfugge al destino di essere femmina, anche se si ha una laurea.

La vita universitaria, tuttavia, offre a Carmel e alle altre una via di fuga dal loro passato familiare. L’aria che respirano sa di libertà e con essa arriveranno la politica, la trasgressione, il sesso, la contraccezione.

E’ un’aria piena di ossigeno ma anche di inquietudine e di difficoltà a ritrovarsi e a riconoscersi. Ognuna di loro troverà il suo antidoto all’incertezza e all’ignoranza e la scoperta non sarà indenne da traumi. Il prezzo da pagare per un soffio di indipendenza sarà altissimo e i risvolti delle dinamiche che si creeranno tra le compagne saranno tragici e grotteschi.

Se ne ricava un senso di impotenza. Come se una molla potentissima ci trascinasse comunque indietro, al punto di partenza, nonostante gli sforzi enormi per allontanarsene.

Hilary Mantel costruisce una storia che lascia l’amaro in bocca, nonostante spesso ci faccia anche sorridere. Difficile non ritrovarsi nei drammi esistenziali di queste ragazze degli anni Sessanta, perché sono gli stessi drammi che in qualche misura chi è un po’ più grande ha in qualche modo vissuto.

Mi riferisco alla crudele dicotomia che emerge dall’ osare senza volerlo fare davvero. Dal cambiamento che eccita e che spaventa al tempo stesso. Dalla voglia di tagliare con il passato e dal timore di infrangere tabù difficili da sradicare, quelli che poi ti bruciano e ti annientano.

La storia delle donne è spesso un percorso a dente di sega: un passo avanti e due indietro; quell’incedere faticoso e malato che alla fine ti fa desistere. Che ti riporta verso il matrimonio, i figli e la sicurezza di una casa, le cui pareti sono gabbie dorate dalle quali guardare senza essere viste.

Carmel ripensa alla sua vita proprio da quelle sbarre e la fa con amarezza,  con un senso di incompiuto e di inutilità. Le lacrime, il dolore, la perdita sono tutte cose da mettere in conto, per poi tirare una somma.

E in questa somma sta la grandezza e l’inutilità di essere donna. Stanno i tentativi fatti per mordere la vita, dove è più tenera e succosa. Sta una vittoria o una sconfitta. A seconda se le braccia robuste e graffianti dell’abitudine sono riuscite a trascinarci in gabbia oppure no. A seconda se abbiamo dato motivo al rimpianto di farsi grande e schiacciante.

Con una prosa asciutta e a tratti ironica e crudele,  Hilary Mantel ci consegna il testamento di Carmel McBain, che visse una giovinezza coraggiosa e appagante, che vide parecchi sogni infrangersi e la sua ingenuità sgretolarsi sotto i colpi della realtà. Lei si salvò, in qualche modo, dai graffi delle sue esperienze ma vide soccombere più di una persona.

Un ritratto di una società bigotta che tenta con ogni mezzo di non farle vedere l’orizzonte, inducendola a tenere lo sguardo a terra, perché la luce non giunga ad accecarla. Che la luce divampi, però, dipende solo da noi, questo ci è sempre stato chiaro. Carmel è tutte noi.


L’autrice

Nata nel Derbyshire nel 1952, Hilary Mantel ha scritto tredici romanzi, fra i quali spicca la fortunata trilogia sulla dinastia Tudor, composta da Wolf Hall, Anna Bolena, una questione di famiglia (entrambi insigniti del Man Booker Prize) e Lo specchio e la luce. Dai primi due volumi la BBC ha tratto l’apprezzata serie tv Wolf Hall, che ha vinto il Golden Globe 2016 come miglior miniserie. Oltre alla trilogia, Fazi Editore ha pubblicato anche La storia segreta della Rivoluzione, imponente opera in tre volumi sulla Rivoluzione francese, Al di là del nero, una commedia nera di ambientazione contemporanea, e Otto mesi a Ghazzah Street, romanzo di stampo autobiografico ambientato nel mondo saudita.


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Traduttrice: Giuseppina Oneto
  • Data di uscita: 6 maggio 2021

LA TERZA VITA DI GRANGE COPELAND di Alice Walker


Non le avrebbe mai detto che la terra sulla quale lei posava i piedi, e che un giorno sarebbe stata sua, era stata comprata con sangue e lacrime. Non gliel’avrebbe mai detto perché lei avrebbe potuto credergli, e perché con Ruth aveva imparato una lezione inestimabile sull’odio: che l’odio si poteva insegnare solo ispirandolo.

Trama

Schiacciato dai debiti e mosso dal proprio carattere intemperante e autodistruttivo, il mezzadro di colore Grange Copeland lascia la moglie e il figlio Brownfield per cercare fortuna al Nord. Anni dopo, sconfitto per la seconda volta nella sua ricerca di una vita migliore, fa ritorno nella contea di Baker, in Georgia, solo per scoprire le terribili conseguenze degli errori del passato: ora Brownfield ha a sua volta una moglie e delle figlie, sulle quali sfoga brutalmente le frustrazioni dell’abbandono e della povertà. In un mondo in cui l’ingiustizia e il ciclo della violenza sembrano non avere mai fine, sarà il legame con la nipotina Ruth a restituire a Grange il rispetto di sé e a fargli riscoprire il valore dell’amore e della compassione.

Ispirato a un fatto realmente accaduto, La terza vita di Grange Copeland è il romanzo d’esordio di Alice Walker: una saga familiare commovente e senza tempo, che annuncia molti dei temi più cari all’autrice. Nell’idillio tra Grange e Ruth, nei loro dialoghi «filosofici» su Dio e sulla società, sulla bellezza e sulla libertà umana, il lettore riconoscerà un’eco delle indimenticabili pagine dedicate a Celie e Shug, le protagoniste del Colore viola.


Recensione

Quando Alice Walker scrive il suo primo romanzo molti dei temi che affronta in “La terza vita di Grange Copeland” sono ben lungi dall’essere risolti. Negli anni sessanta l’America vive ancora lo scempio della segregazione razziale, che nel sud è ancora più radicata, nonostante si assista sempre con più frequenza ai primi vagiti della contestazione che prenderà forza solo successivamente.

Questo per sottolineare che “La terza vita di Grange Copeland”  va necessariamente contestualizzato in un momento storico di enorme sofferenza per le persone di colore (e per le menti progressiste in genere), le quali, mentre pian piano prendono coscienza della loro situazione, sono tuttavia schiacciate a terra da secoli di sottomissione.

Questo romanzo è una lettura necessaria. Per comprendere la storia recente e anche per cogliere l’enorme forza dirompente e l’incredibile coraggio di questa storia.

Una storia tenuta insieme dall’odio, potentissimo collante. Oscuro movente di violenza e di abbrutimento. Causa ed effetto di una condizione di vita che cede il passo alla schiavitù, mutuandone le mosse e i fatti.

L’odio dei bianchi verso i neri e dei neri verso i bianchi. L’odio di chi ti tiene in pugno. Di chi ti schiaccia come un insetto. Di chi non ti vede e non sente il tuo grido di dolore.

L’odio annienta l’uomo che perde la sua connotazione principale: la dignità. L’odio scatena solo altro odio, che va a riversarsi sui propri simili, mettendo in scena una catena maligna e ininterrotta di violenza.

Grange Copeland vive in una situazione di perenne oppressione. Costretto la lavorare duramente per pochi spiccioli, a vivere in una baracca di lamiera, incendiata dal sole in estate e sferzata dal gelo in inverno, a sopravvivere a stento, lottando con la fame e gli stenti. La vita giorno dopo giorno gli toglie tutto e lo induce a sfogare la sua frustrazione sulla moglie e sul figlioletto Brownfield.

Nemmeno la fuga verso il Nord placherà l’odio di Grange. Anni dopo, quando tornerà a casa, avrà l’amara sorpresa di trovare il figlio stretto dentro la stessa spirale di odio e di rabbia.

La storia, come spesso accade, si ripete. Ma Grange troverà la forza di cambiare. Grazie alla vicinanza della nipotina Ruth, Grange diventerà un altro, ergendosi a scudo per la piccola Ruth.

“La terza vita di Grange Copeland è una storia di rinascita. Grange compie un piccolo miracolo arrivando a capire che l’odio e la violenza sono in fondo armi che gli sparano contro. L’amore, la comprensione, la vicinanza sono invece i mezzi che porteranno le persone di colore alla consapevolezza dei propri diritti.

Una prosa potente, che non teme di incrinare gli animi reazionari dell’America del tempo e che giunge fino a noi con la stessa forza e la stessa capacità di sorprendere di allora. Con lo stesso coraggio e la stessa determinazione.

Alice Walker spezza molte catene con le sue parole, forse ancor più che con la forza. Alice Walker urla il suo messaggio con efficacia e dipinge senza fatica un mondo buio, gretto, che sembra aver perso qualsiasi umanità. Con la voce graffiante di chi ha affrontato i demoni del pregiudizio, riesce a far ammutolire chiunque si accosti al suo libro, rappresentando ciò che di più abbietto possa esistere.

Un romanzo dirompente che instilla dolore senza risparmiare niente e che mostra al mondo gli effetti devastanti dell’odio, che abbrutisce l’uomo e lo trasforma in una bestia sanguinaria.

Eppure in fondo al tunnel si intravede una fiammella: è l’amore di Grange per Ruth. E’ la consapevolezza dei propri errori, che hanno assecondato i peggiori istinti del proprio carnefice. E’ la presa di coscienza che insieme si può lottare; che la propria voce, seppur debole, diventa un coro assordante se unita alla voce dei propri simili. E’ il poter credere che al mondo può esserci ancora un briciolo di amore.


L’autrice

Alice Walker è nata nel 1944 a Eatonton, in Georgia. Autrice di oltre trenta libri fra romanzi, racconti, saggi e raccolte di poesie, è nota anche per il suo impegno femminista e pacifista. In italiano sono già apparsi Non puoi tenere sottomessa una donna in gamba (Frassinelli), Il tempio del mio spirito, Possedere il segreto della gioia e Nella luce del sorriso di mio padre (Rizzoli), e Non restare muti (Nottetempo). Per SUR, dopo Il colore viola, sono di prossima pubblicazione anche i suoi primi due romanzi, La terza vita di Grange Copeland (1970) e Meridian (1976).


  • Casa Editrice: Sur Edizioni
  • Traduzione: Andreina Lombardi Bom
  • Data di uscita: marzo 2021
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 356

INTERVISTA A VALENTINA MIRA, AUTRICE DI “X”

X di Valentina Mira

  1. Ciao Valentina,

ti ringrazio di aver accettato di essere intervistata.

Ho letto il tuo romanzo “X” e ne ho parlato sul mio blog (link in didascalia), nel giorno della sua uscita in libreria.

Mi sono sentita subito attratta dalle tue parole e dalla tua impellenza di condividere con il pubblico la tua esperienza. Vorrei che, in primis, fossi tu a raccontare il tuo romanzo, in estrema sintesi.

Ciao! Intanto grazie a te, sia per aver deciso di leggere “X” sia per averne voluto parlare. In realtà tratta una pluralità di argomenti, dalla differenza tra fratellanza e cameratismo alla precarietà che caratterizza (non solo, ma anche) la generazione a cui appartengo, i cosiddetti Millennial. Ma soprattutto parla di violenza maschile, in una maniera che volevo fosse il contrario della retorica. Ho deciso di lasciare il mio nome alla protagonista, nonostante i mille dubbi e un milione e mezzo di paure a riguardo, per una scelta che esula la letteratura ed è invece politica: ero e sono stanca di una narrazione che vuole che chi ha subito uno stupro debba vergognarsi di dirlo ad alta voce. La vergogna non è la mia, non è la nostra; è la loro. “X” parla di come la violenza si dipana dalla famiglia alla scuola – passando per uno stupro, per l’appunto – per finire col mondo del lavoro, ma anche e soprattutto parla di resistenza. Della necessità di riscoprirne il valore, a livello sia individuale che collettivo.

  • Cosa spinge una donna a raccontarsi in modo tanto intimo? Cosa ti ha indotto a rendere di dominio pubblico un evento tanto traumatico? In altre parole, perché scriverne? E perché  in prima persona?

Credo che il silenzio su certi argomenti faccia sentire sole molte persone. Di sicuro tutte quelle che hanno vissuto esperienze del genere. Ricordo che il 90% degli stupri non vengono denunciati, per cui è evidente che c’è un problema di paura, di omertà, un muro di silenzio e di vergogna che fa comodo solo a chi violenta e non a chi viene violentata. Credo che non ci sia niente di vergognoso a dire che ti hanno fatto qualcosa di brutto, di qualunque cosa si tratti. Ho deciso di scriverne per molti motivi, solo alcuni hanno a che fare con la mia necessità di elaborare determinati fatti. Un altro di questi motivi ha a che fare col desiderio di far sentire capite e meno sole persone che non riescono neanche a dire ad alta voce quello che è successo loro, perché la società non ti prepara ad affrontare questo genere di situazioni, al massimo ti colpevolizza. Io non sono una moralista, e nei libri apprezzo l’onestà. Ho cercato solo di restituire alla letteratura quello che ha fatto per me, dandomi una mappa per orientarmi anche in assenza di stelle.

  • Il rapporto tra uomo e donna è, storicamente, un rapporto di supremazia, basato, quasi del tutto, sull’uso della forza. Ma vi è anche  l’impatto dirompente di credenze religiose e di stereotipi che vogliono la donna non solo sottomessa ma anche morigerata, modesta e accondiscendente verso le pulsioni sessuali dell’uomo. La donna accoglie queste pulsioni ma non deve provocarle.

Il suo ruolo di madre, inoltre, la pone da sempre su una sorta di piedistallo, dal quale però è estremamente facile cadere.

Questo stereotipo induce a mio avviso in errore e può essere la causa dell’atteggiamento estremamente retrogrado del legislatore nei confronti dello stupro. Cosa ne pensi?

Forse ti stupirò, ma non credo che la legge sia il problema, quanto allo stupro. Per quanto riguarda i tempi, la legge 69 del 2019 dà 12 mesi per la denuncia, e eventualità come aver abusato di persone che avevano bevuto ed erano in uno stato di minorata difesa sono delle aggravanti. Non credo, per una volta, che sia il legislatore il problema. Il problema è culturale, psicologico e sociale. Mi spiego: non essendoci né una corretta comunicazione sul tema, né l’educazione sessuale e affettiva nelle scuole, non solo non c’è prevenzione (nessuno insegna ai maschi che “no significa no”, e che non è che si chiama stupro solo se mi minacci con un coltello, per capirci), ma soprattutto non viene detto alle donne come comportarsi in caso di stupro. Perché è vero che hai 12 mesi per denunciare, ma hai pochissimi giorni – due o tre – per raccogliere le prove fisiche e psicologiche dello stupro. Questo tipo di prontezza, se nessuno ti dice che devi averla, se nessuno ti dice che è l’unico modo per sperare di vincere una causa per stupro e di non perdere tempo e soldi e uscirne ancora più malconcia, non c’è. Non credo si risolva tutto con leggi migliori, in questo caso il problema è più complesso e ci sarebbe bisogno di una soluzione più complessa. Quanto agli stereotipi che enumeravi, non potrei dirmi più d’accordo.

  • Sullo stupro,  delle due una e perché:
  •  accettazione o rifiuto?
  • Perdono o vendetta?
  • Ricordare o dimenticare?
  • Colpa o assoluzione?
  • Corpo o anima?
  • Denuncia o silenzio?
  • Rabbia o rassegnazione?
  • Solidarietà o condanna?

Uh, questa è difficile. Tra accettazione e rifiuto ti dico accettazione, è l’unico modo per andare avanti. Tra perdono e vendetta ti direi nessuna delle due, la retorica cattolica del perdono anche in assenza di scuse mi ha personalmente stancata; ti direi vendetta ma francamente non stuprerò mai un uomo, e vendetta sarebbe quello, non un libro. Tra ricordare e dimenticare, ricordare; anche se è più difficile, alla lunga ti permette di imparare qualcosa da quello che è successo. Tra colpa e assoluzione, di nuovo, non sceglierei nessuna delle due. Semplicemente perché la colpa è un altro concetto cattolico e le preferisco il concetto più maturo e meno moraleggiante di responsabilità; ma neanche l’assoluzione mi convince. Entrambe cadono dall’alto, e sarà che io in alto non ci sono mai stata né mi ci sono sentita, ma ho grande antipatia per chi pensa di poter accollare colpe o assoluzioni. Tra corpo e anima (che bella e difficile questa domanda), anche qui io scelgo entrambi. Siamo un òlos, si direbbe in greco, una totalità, ed è forse – a volte penso – proprio dalla scissione di corpo e anima che nascono un sacco di problemi. Tra denuncia e silenzio scelgo denuncia, ieri sceglievo silenzio, e rispetto entrambe le decisioni mentre non sopporto la retorica social del “denunciate!”: se non conosci i pericoli di denunciare, non far sentire ancora peggio chi ha scelto di non farlo. Tra rabbia e rassegnazione scelgo la rabbia: soprattutto quella collettiva può cambiare le cose. Tra solidarietà e condanna ovviamente scelgo la solidarietà. Con le condanne ci fai poco, mentre la solidarietà ti salva la vita.

  • Il tuo romanzo, uscito per Fandango Libri il 22 aprile, ha fatto già molto parlare di sé, anche perché ha visto la luce in un momento delicato, in cui, in tutta la nostra penisola, si parla dell’ennesimo stupro e si fatica a chiamarlo con il proprio nome.

Cosa deve cambiare nel pensiero comune  e anche nell’impianto legislativo per aiutare le vittime di stupro ad ottenere giustizia?

Molte cose. Ovviamente io faccio la scrittrice, non ho la risposta in pugno. Ma posso azzardare un’interpretazione. Intanto deve crollare il tabù sullo stupro: devi poterlo dire senza paura che ti colpevolizzino rigirando la frittata. Perché avvenga questo è importante sia il lavoro culturale (e allora libri, film, serie tv), sia l’educazione sessuale e affettiva nelle scuole. Trovo terrificante che nel 2021 i e le presidi si rifiutino di introdurre l’educazione sessuale con delle scuse che fanno cascare le braccia. Se non sai cos’è uno stupro non riesci neanche a dirlo ad alta voce. Poi, come dicevo, le leggi non sono neanche eccessivamente problematiche, mi pare. Al contrario: penso alla convenzione di Istanbul, che l’Italia insieme ad altri paesi ha firmato e che prevede che gli Stati s’impegnino per garantire tutta una serie di misure per la lotta alla violenza patriarcale. Esempio concreto: secondo la convenzione di Istanbul, la città di Roma dovrebbe avere circa 300 posti per donne che sono uscite da situazioni di violenza. La realtà? Il Comune mette a disposizione solo 20 posti. Non solo non vengono rispettate le leggi, quindi, dalle istituzioni stesse, ma non è dimenticabile che – rimanendo nel caso romano – la prima sindaca donna di Roma ha pure provato più volte a sgomberare le case delle donne che, in assenza di osservazione della convenzione, si sono organizzate da sole. Penso a Lucha y Siesta. Evidentemente la scelta di far arrivare una percentuale delle vendite di “X” a Lucha (se si acquista dal sito di Fandango) era per schierarsi in questo senso.

  • Cosa è cambiato/ cosa ti aspetti che cambierà nella tua vita dopo l’uscita del tuo romanzo?

Bella domanda! Non ne ho idea. Non sono passate neanche due settimane, per cui ti posso dire com’è cambiata fino adesso. È cambiata nel senso che ho realizzato il mio sogno d’infanzia, diventare scrittrice, e questo mi rende felice e mi fa pensare che tante difficoltà, anche lavorative, non siano venute invano, che forse siano finite o almeno messe in stand by. Sto respirando. E poi ti dico una cosa scema: era tanto che non cantavo, ma pure da sola, in macchina. E invece adesso è strano, è come se aver ritrovato la mia voce con “X” fosse qualcosa di più che simbolico, come se fosse qualcosa di materiale, di pratico. Insomma, mi sento una cifra la sirenetta di Andersen che però ha smesso di scegliere l’uomo, o gli uomini, e si è ripresa la voce che aveva dato via. E canto di nuovo. Tornando alla tua domanda su corpo e anima, forse la mia ferita si è finalmente ricomposta.


  • TITOLO: X
  • AUTORE: VALENTINA MIRA
  • CASA EDITRICE: FANDANGO LIBRI
  • PAGINE: 192

RIVIERA di Valentino Ronchi


Marianna Delfini, per sua natura, era un ospite garbato del mondo. A questo garbo va collegata la sua bellezza, probabilmente inadeguata alla Riviera Patrizia dei primi dell’Ottocento e al suo splendore da quadro, ma indubbiamente affine a quest’ultima Riviera di ultimo Novecento, inquieta e dimessa, distaccata, lontana, straordinariamente viva.

Trama

Marianna Delfini nasce nella periferia di Milano. Non in una periferia qualunque, però, ma in Riviera: un angolo defilato della città, sotto la tangenziale, dove lungo l’argine del canale sorge una fila di villette ordinate che osservano placide lo scorrere delle stagioni. In modo tranquillo e defilato scorre anche la vita di Marianna, una bambina quieta e dolce che abita con i genitori e i nonni materni. La famiglia Delfini ha vissuto per generazioni lungo questa pittoresca sponda e, mentre Marianna cresce facendo i conti con le piccole gioie e gli inevitabili dolori di un’esistenza, il passato ogni tanto si riaffaccia per ricordare anche agli adulti com’è stato crescere e formare una famiglia. La migliore amica, la zia girovaga, la scuola, il primo amore, ma anche l’amara ingiustizia del lutto: le giornate della bella Marianna, insieme a quelle di chi le sta attorno, sono scandite e ricomposte come i riflessi della Riviera sulle acque del canale, attraverso una narrazione estremamente dettagliata che si sofferma con abilità sui momenti essenziali di una vita come tante, e quindi proprio per questo irripetibile e unica.

Prova letteraria importante per il poeta Valentino Ronchi, Riviera è un romanzo delicato e costruito con grande cura. La vita di una famiglia nella periferia milanese, i cui piccoli attimi quotidiani sono raccontati con amore e gusto per i particolari, è illuminata dalla straordinaria sensibilità stilistica dell’autore che dimostra qui la sua spiccata e assoluta capacità di osservazione.


Recensione

Una vita come tante. Che inizia e finisce. E nel mentre vive, insieme ad altri milioni di persone, persa nel suo piccolo mondo, quasi ignara di essere una goccia nel mare, un soffio di vita in un oceano di altre vite, abbandonate in altri luoghi, ad altri pensieri. Inconsapevoli, il più delle volte, di condividere questo pianeta distratto con milioni di altre vite, sulle quali è completamente folle pensare di elevarsi o dalle quali potersi distinguere.

Mi è sembrato questo l’intento e l’ambizione di Valentino Ronchi. Accettare che ogni vita seppur unica sia sicuramente insignificante e ininfluente sulle sorti del mondo. Accettare l’oblio dell’esistenza di milioni di persone, che vivono vite apparentemente identiche. Che si distinguono solo per i loro pensieri, quelli che rimangono, spesso, intrappolati nel pudore e nella convinzione che non siano di interesse per gli altri.

Vite intere che durano un soffio e che non lasciano traccia alcuna.

Questa consapevolezza contiene quanto di più crudele si possa concepire. Perché l’uomo, nella sua microscopica vanagloria, difficilmente arriverà ad ammettere questa verità. Ma l’abbondanza di persone su questo pigro pianeta finisce inevitabilmente per svilire l’utilità di ogni singolo uomo. L’abbondanza, per una sempre verificata legge economica, produce disutilità.

Marianna Delfini, sulla cui storia si incentra questo romanzo, non sfugge a questa legge. Seppure sia una creatura dotata di grande bellezza e di una indiscussa grazia.  Figlia unica di genitori benestanti, cresce tra i piccoli agi di una vita borghese, nella villa di famiglia sulle rive del Naviglio della Martesana, un  tempo luogo di pregio e di villeggiatura dei nobili milanesi di inizio Ottocento. Quando vive Marianna, sul finire del Novecento, la Riviera (come viene ironicamente chiamata dai milanesi) non è più che l’ombra di se stessa. Rimangono solo alcune ville  dell’epoca, a testimoniare il glorioso passato.

Gli abitanti della Riviera convivono con l’idea di decadenza che affligge il quartiere, un occhio rivolto al luccicante passato e l’altro socchiuso, a nascondere una ruga di sottile preoccupazione e di cupa tristezza.

Marianna è bellissima e a suo modo libera. Pur conducendo una vita ordinaria, bambina ubbidiente prima e adolescente studiosa dopo, non esita a mordere la vita quel tanto che le è concesso. Osserva i piccoli fallimenti  degli adulti che la circondano, stringe pochissime amicizie ma riesce a godere delle gioie del sesso in età precoce, vivendole con un candore e una naturalezza quasi anacronistici.

Marianna attraversa le generazioni della sua famiglia trasversalmente, rimanendo nei ranghi della buona creanza pur sviluppando una sua indipendenza di gesti e di pensieri. Marianna non delude le aspettative e assorbe come una spugna i caratteri ereditari dei suoi ascendenti, quasi a ripercorrerne le vite.

L’autore affonda nell’intimo di Marianna e di chi gli sta intorno, restituendoci una immagine delicata e soave di una ragazza di buona famiglia nell’età evolutiva. Marianna attraverserà tutte le tempeste legate all’età e rimarrà intatta, pura e incredibilmente autentica.

La straordinarietà di una vita ordinaria è l’idea protagonista di questo romanzo, lieve, intimo eppure audace al tempo stesso.

Una scrittura incantevole, che sottrae musicalità e atmosfere alla poesia. Una prosa soffusa, come la luce di una candela, che tuttavia acceca il lettore, imbrigliato dalla bramosia di vedersi rivelare un segreto o un cruccio dei personaggi.

Fino all’ultima pagina l’incanto che circonda la figura di Marianna non cesserà di suscitare interesse. Poi i riflettori si spegneranno, senza rimorsi. Il buio sarà in realtà una tenue penombra, che asciugherà ogni lacrima e sopporterà ogni angheria. E la vita volterà pagina. E si porterà avanti, nonostante tutto.


L’autore

Nato a Milano nel 1976, nel 2019 ha pubblicato per Fazi Editore il libro di poesie Buongiorno ragazzi (Premio Luciana Notari 2020). Le sue precedenti raccolte poetiche sono state L’epoca d’oro del cineromanzo (2016, Premio Carducci, Premio Fogazzaro e Premio Mauro Maconi) e Primo e parziale resoconto di una storia d’amore (2017, Premio Città di Fermo), entrambe uscite per nottetempo.


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Genere: narrativa italiana

X di Valentina Mira



Aspetto che quella stupida seppia che è la notte m’inchiostri gli occhi e soprattutto li inchiostri agli altri, a quelli che non devono vedere.

Trama

X è un romanzo e una lettera.

Valentina scrive al fratello con cui non parla da anni per raccontargli quello che ne è stato di lei e soprattutto quello che non ha avuto il coraggio di dirgli in passato.

Torna all’estate del 2010, l’estate della sua maturità. C’è una festa, alcol e nelle casse la musica degli ZetaZeroAlfa, band di riferimento di CasaPound. La musica l’ha messa G., amico di tutti lì, anche di Valentina, ottimo studente della scuola cattolica nonostante la celtica al collo (è pur sempre una croce, del resto, e in quell’ambiente non è grave quanto un orecchino indossato da un ragazzo).

G. quella notte diventa uno stupratore. Uno stupratore normale in un quartiere normale di un paese normale: nessun mostro, nessuna martire, nessun livido, solo un po’ di sangue sul letto. Valentina non lo denuncerà mai.

Esattamente come il novanta per cento delle donne che sono state violentate, quel danno resta taciuto per anni. Con un’unica eccezione, un solo confidente, suo fratello che tuttavia non le crede. Al contrario, si allontana da lei e rimane amico di G., lo stupratore.

Dopo quasi dieci anni Valentina decide di riprendersi la propria storia, di spezzare l’omertà e ribaltare la vergogna, dalla violentata al violentatore, restituendola a lui. È questo che ci racconta Valentina Mira in X: il tabù e lo stigma che accompagnano lo stupro, la violenza che porta a sentire il proprio corpo come estraneo.

La necessità di una reazione. Scrive un canto di Natale per il fratello che non le ha creduto, lo porta indietro con sé in quella festa di molti anni prima, e poi nel presente in cui nulla funziona perché la violenza è sistemica e non una sfortunata eccezione, infine in un futuro che vede nel diritto a difendersi e ad aggredire l’unica via.

Un romanzo di una forza e di una franchezza senza precedenti in cui la potenza letteraria e di racconto lascia disarmati.


Recensione

Il tabù, il rimosso. La croce sulla mappa dei pirati, la voglia di dissotterrare segreti.

Due strade che si incrociano.  Una farfalla. Una croce. Una incognita. Tutto questo è ciò che una X rappresenta. Un segno. Che ingloba in sé la consapevolezza di poter dire no.

X è un romanzo. Una storia, una confessione, un grido di aiuto. Un racconto, senza filtri. Una lettura che rompe qualcosa dentro, perché leggere di un dolore che non passa è un esercizio di resistenza e di coraggio.

Dire cosa sia questo romanzo non è facile, anche se per certi versi lo è: la storia di uno stupro. La volontà precisa di raccontare, di confessare, di puntare il dito. Di scuotersi di dosso il senso di colpa.

Ma circoscrivere tutta la forza di questo libro nel perimetro scarno di una confessione non è corretto.

Valentina Mira non racconta tanto per raccontare. Scrive, confessa, urla e si oppone al luogo comune che insegue e insudicia lo stupro, riducendolo ad una conseguenza di un comportamento errato e fuorviante.

Quello della donna,  che in qualche maniera ha provocato lo stupro. Con il suo sorriso, con l’ingenuità, con un abito, con un comportamento libero e accogliente, che viene frainteso dall’uomo.

Lo stupro di X non è scenografico. Niente minacce, niente coltelli. Niente botte. Nessuna violenza, tranne quella di entrare a forza in un corpo che ti respinge. Entrare senza chiedere. Entrare perché ormai si è ad un punto di non ritorno. Entrare, perché no? Entrare, non lo vuoi anche tu?

Un gesto, cieco e ottuso, che viene dipinto come inevitabile. Un gesto che è anche una punizione, per chi ha permesso all’uomo di fraintendere. Per colpa tua ho forzato il tuo corpo. Se tu non avessi sorriso, se tu non mi avessi baciato, io non avrei affondato la parte più ottusa di me dentro di te. E’ anche colpa tua, che lo hai permesso. Che lo hai reso possibile. Che hai creato aspettative e circostanze. E dopo che lo hai fatto, come puoi lamentartene? Come puoi incolparmi? Tu mi hai provocato. Cosa dovevo fare io?

Se tu non avessi fatto. Se tu non avessi detto. Se non avessi messo quella gonna. Se tu non avessi bevuto. Se, se, se. Se, come secoli di sottomissione della donna a questa crudele regola. Secoli di rassegnazione. Secoli di donne-streghe, da bruciare sul rogo.

Valentina Mira racconta di un prima e di un dopo, lasciando poche righe per descrivere lo stupro che ha subito a diciannove anni. Un gesto che non merita neanche il diritto di cronaca.

Valentina racconta di un travaglio che dura anni. Anni in cui convivere con il ricordo di un’offesa, di un male che non si è stati capaci di evitare.

Un male che si accosta sempre più vicino alla vergogna. Una vergogna che impone il silenzio. Che non si confessa, perché in fin dei conti non conviene. Parlare di uno stupro segna un confine nella vittima, dopo il quale niente sarà più come prima.

Valentina si chiude in se stessa e non sa riemergere dalla palude, che la inghiottisce giorno dopo giorno.

Valentina sconterà il rifiuto del cibo, l’offesa al suo stesso corpo, l’apatia e lo svilimento di se stessa.

Quando rinascerà lo farà senza quasi accorgersene. La rinascita accadrà, figlia di un gesto liberatorio e di una consapevolezza di sé che finalmente arriverà a lenire le sue ferite.

Questo libro serve per farci aprire gli occhi. Per farci sentire parte di un insieme. Per combattere il senso di colpa che segue sempre un abuso. Per farci tornare a guardarci allo specchio.

Parlare di uno stupro non è mai eccessivo. Parole così non sono mai troppe. Certo, sono parole a volte difficili da leggere. E anche da scrivere.

Ma è necessario farlo ed interiorizzarle, che a mettere la testa sotto la sabbia lo hanno già fatto in troppi. Ora è l’ora di guardarci in faccia. E’ l’ora di guarire. E’ l’ora di denunciare. E’ l’ora di capire che la colpa non è nostra. Come è necessario chiamare le cose con il loro nome.

Stupro, quando qualcuno assoggetta il nostro corpo al suo sordo e spietato piacere.

Stupratore, chi offende e svilisce il nostro corpo, usando la prepotenza per aprirvi una ferita. Che non smette mai di sanguinare.


L’autrice

Valentina Mira (Roma 1991) è laureata in Giurisprudenza. Ha fatto la rider, lavorato al call center e come cameriera mentre scriveva per vari giornali e siti, tra cui il manifesto e il Corriere della Sera. Tra 2017 e 2018 ha curato la pagina culturale del Romanista. X è il suo primo libro.


  • Casa Editrice: Famdango Libri
  • Genere: narrativa italiana
  • Pagine: 192

IL MONDO INVISIBILE di Liz Moore


Allora, pensò, la realtà virtuale era il mondo invisibile. O aveva la capacità di diventarlo. In realtà si poteva dire lo stesso di tutti i sistemi informatici: universi che operavano al di fuori dell’ambito dell’esperienza umana, pianeti che orbitavano continuamente in una stratosfera alternativa e invisibile, presente ma inesplorata.

Trama

Ada Sibelius ha dodici anni, non ha mai conosciuto sua madre e vive con il padre David, un genio dell’informatica che dirige un importante laboratorio nella Boston degli anni Ottanta, dove si lavora su ELIXIR, un programma per replicare il linguaggio umano. Per Ada David è tutto, la sua infanzia trascorre tra la casa e il laboratorio del padre, e la sua fantasia è affascinata dall’esattezza di formule e codici. Ma quando la mente di David inizia a vacillare, Ada viene affidata a una collega, Liston, che la cresce insieme ai suoi tre figli. Ada scopre così la vita normale da cui è stata protetta fino a quel momento, e cerca di adattarsi senza tradire quel padre eccentrico e sfuggente, sulla cui identità inizia a emergere più di un dubbio. Anni dopo, ormai adulta e professionista insoddisfatta nella Silicon Valley, Ada riprende la ricerca della verità su di sé e sulla propria famiglia, una verità nascosta in un codice enigmatico che David le ha affidato.

Dopo I cieli di Philadelphia, Liz Moore torna con un libro profondo e appassionante che si legge d’un fiato. E ci parla dell’infinito potere dell’amore, capace di infondere una misteriosa tenerezza persino al rapporto tra uomo e tecnologia, e di travalicare i limiti e le inesattezze della vita.


Recensione

Un padre e una figlia. Gli anni ottanta, in America. L’affascinante e sconfinato mondo della matematica.  I primi vagiti dell’informatica. Il genio. L’ottenebrante dittatura della mente, gli psichedelici labirinti della scienza, dove tutto è perfetto. Dove tutto è esatto e oggettivo.

E ancora prima, il passato da nascondere di David Sibelius. L’ostilità, la paura. Una ferita che sanguina. La scienza come balsamo. Un mondo in cui rifugiarsi e in cui crescere una figlia. Lontano dalla cattiveria e dall’intolleranza. Nelle morbide braccia dei numeri dove nessuno potrà portargliela via. Dove nessuno potrà farle del male. E lei, Ada, sarà pronta a conoscere la verità su suo padre, David Sibelius.

Ada è poco più che una bambina. La sua vita si è dipanata in un silenzioso passo  a due con il padre,  un brillante scienziato  che studia il linguaggio naturale applicato alle macchine. David è il suo mondo. Con il suo passo elastico, la postura allampanata e la fissa per i numeri, i codici e gli enigmi. Ada è cresciuta in laboratorio, cibandosi di concetti matematici e fisici e facendoli sorprendentemente e precocemente suoi.

La scienza ha protetto Ada per tutta la sua infanzia, con braccia amorevoli e con la certezza tipica delle scienze esatte, che non concepisce il caos e il labirintico percorso dei sentimenti e delle passioni. La scienza    l’ha tenuta lontana da un mondo che è lungi dall’essere perfetto. Un mondo ottuso e cattivo, che non conosce l’uguaglianza, il rispetto ed è profondamente intollerante verso chi è diverso. Un mondo sconosciuto, ostile e difficile da accettare. In mondo dove Ada cadrà, quando David si ammala.

E nel quale dovrà trovare una chiave per riportare a sé l’amato padre e i suoi segreti.

“Il mondo invisibile” è una romanzo meraviglioso. Un romanzo che gioca sulle sensazioni, che spalanca la sua bocca a ingoiarci, consapevoli di essere inglobati da una storia che lascia il segno e che urla la necessità e il brivido di scacciare la morte e l’oblio. Che cattura il lettore e lo trascina con sé, dentro alla vita di David e di Ada. Una vita in simbiosi, dove la matematica è la madre che manca. Una madre accogliente e rassicurante, capace di scacciare con decisione l’incertezza e il timore di non essere all’altezza delle aspettative degli altri. Capace di proteggere un figlio dalla malvagità e dall’intolleranza.

La scienza gioca un ruolo fondamentale nella storia di David e di Ada.  Negli anni ottanta, periodo in cui si svolge la vicenda,  l’informatica sta entrando con prepotenza nel mondo scientifico, paventando la possibilità di cambiare il mondo. La dicotomia uomo-macchina non è mai stata tanto potente. Gli scienziati accettano la possibilità che in un prossimo futuro la macchina soppianti l’uomo in molteplici attività, tra cui il linguaggio, appannaggio, per antonomasia, di una intelligenza dinamica e cosciente.

David Sibelius sta lavorando al progetto “Elixir”, una macchina capace di replicare il linguaggio umano. Elixir dovrà sviluppare una sua sintassi ed essere capace di sostenere qualsiasi dialogo con l’uomo. Per fare questo occorre parlare con la macchina. Elixir, al pari di un neonato,  imparerà a parlare per imitazione  ed ad utilizzare il linguaggio per interloquire.

“Elixir” avrà un ruolo chiave nel romanzo. Interlocutrice di tutto il team di scienziati che lavorano al progetto e persino di Ada, diventerà uno scrigno di informazioni e la preziosa depositaria di un segreto che deve essere svelato. “Elixir” dovrà diventare l’alter ego di David, quando la sua mente sceglierà di abbandonarlo a poco a poco.

Ada, senza la spalla di David, dovrà affrontare il caos di un mondo imperfetto, dove i numeri non hanno alcun potere e in cui regna la fatalità e il caso. Ma c’è un luogo in cui la memoria di David è ancora viva e Ada dovrà scoprirlo, attraverso un codice che appare impossibile decifrare. Un luogo che non si immagina, che non esiste e che va costruito, creato. Un mondo invisibile dove chi si è perduto si ritrova intatto. Dove la memoria non si sfalda e il passato ritorna a guarirci, a colmare un vuoto.

“Il mondo invisibile” è un romanzo potente e delicato al tempo stesso. Un romanzo sulla forza dell’amore che travalica il tempo e le frontiere stesse della nostra mente. Un racconto che mostra come la morte sia solo una barriera immaginaria, che interrompe un percorso che crediamo sia l’unico che ci è concesso e prende una via laterale, dove tutto ciò che è corrotto si ricrea. Una storia dove la tecnologia si avvicina a toccare le corde dell’animo umano e fa intravedere una via di salvezza.

Un romanzo in cui un uomo lotta per emergere dall’ombra per affermare se stesso, in un mondo meschino che vuole schiacciarlo come una mosca, negandogli il diritto di essere se stesso. Un uomo che affida alla scienza esatta tutta la sua esistenza, per trovarvi protezione e non porre limiti alla sua capacità di sopravvivere alla malattia e alla morte.

Il romanzo ha un tono pacato, una voce incantata e incantevole. Liz Moore ha la meravigliosa capacità di creare atmosfere vivide e personaggi indimenticabili, immersi in una storia che mescola crudeltà e speranza,  dannazione ed esaltazione. Il racconto di una vita che si salva da sé e di un legame che niente potrà spezzare, immersa nella recente storia americana, che prende via negli anni quaranta nel novecento e ci porta dritti nel futuro, nel cuore di quel mondo invisibile in cui persino l’impossibile diverrà possibile.

Una voce che non ci si aspetta, ma che poi capiremo essere l’unica capace di raccontare la storia dei Sibelius.

Liz Moore, autrice che non conoscevo, ha scritto un romanzo che ha del miracoloso. Dirompente, creativo, pieno d’amore e trasudante una tristezza che nasce dall’accettazione della vacuità della nostra vita terrena.

Una vita che non ha trovato un antidoto alla morte, ma che la Moore arriva ad indicarci, seppure in una cornice che sfiora l’impossibile e ci catapulta dentro la fantascienza, in mondi lontani, impossibili ma attraenti e desiderabili.

La sua scrittura ipnotizza e conduce nei luoghi della storia, con una potenza e un’enfasi che non è comune riscontrare in un romanzo. Una scrittura che è capace di raffigurare scenari incredibili, con una lingua poetica  ed universale, quella dei legami e della speranza.

Una prosa perfetta, che incanta e che riconcilia il lettore con l’imprevedibilità del destino. Un romanzo di formazione dove il dolore della perdita si confonde con la volontà di comprendere le svolte della vita, ricostruirle, reinventarle, comprenderle e farle proprie, a farne bagaglio e armatura per continuare a vivere.


L’autrice

Liz Moore è una scrittrice e musicista americana, e insegna Scrittura creativa alla Temple University di Philadelphia. Il suo romanzo Il peso (Neri Pozza 2012) è stato selezionato per l’International IMPAC Dublin Literary Award. Dopo aver vinto il Rome Prize nel 2014, l’autrice ha trascorso un anno all’American Academy di Roma, dove ha completato la stesura di The Unseen World, di prossima pubblicazione per NNE.


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Genere: narrativa straniera
  • Traduzione: Ada Arduini
  • Pagine: 429

QUELLO CHE NON SAI di Susy Galluzzo


“Ho una figlia. Sei sorpresa, vero? Eri così contraria alla mia scelta di non avere figli per via della carriera. Dicevi che era una decisione di Aurelio, non mia.
Già, sono madre anch’io. E tu sei nonna. Contenta? Si chiama Ilaria, ha tredici anni, compiuti a marzo. E’ la mia vita.
E’ anche la mia morte”

Trama

Cosa succede quando non si ha più voglia di essere una madre?

Cosa può fare una donna stretta tra gli obblighi familiari e la sua vita di prima?

Michela, detta Ella, ha passato gli ultimi anni a crescere la figlia Ilaria, dedicandosi a lei in ogni momento anche a scapito del suo lavoro di medico e del rapporto con il marito Aurelio. Ella conosce tutte le manie e le ansie di Ilaria, sa quanto è brava a tennis ma anche quanto le è difficile concentrarsi a scuola. Dopo un allenamento, Ilaria si distrae guardando il cellulare, ferma in mezzo alla strada, mentre una macchina avanza veloce verso di lei. Ella non fa niente per avvisarla: rimane immobile a osservare la figlia che, salva per un soffio, se ne accorge. In quell’istante, inevitabilmente, tra loro si rompe qualcosa. Ella così inizia a sfogarsi scrivendo un diario rivolto alla propria madre, morta quindici anni prima: pagina dopo pagina, racconta delle crepe che si allargano fino a incrinare in modo irreversibile i delicati equilibri familiari, si addentra nei propri ricordi per riportare a galla vecchi e nuovi conflitti, rimpianti e sensi di colpa, per trovare infine la forza di affrontare la verità e ricominciare. Viaggio negli equilibri precari di una famiglia all’apparenza perfetta, Quello che non sai è un romanzo sulla maternità e sul timore di non essere mai all’altezza. Attraverso la storia di un distacco necessario, narrata in un crescendo di sentimenti contrastanti, l’autrice inscena il fallimento personale della protagonista cambiando continuamente prospettiva in un gioco psicologico complesso e molto appassionante.

Un libro intenso che affronta un tema tabù con grande abilità e coraggio meditando in maniera profonda sul lato oscuro che è in ognuno di noi e su quello che una donna non confesserebbe mai, neppure a se stessa.


Recensione

Perché non si è mai disposti ad accettare che una madre non sia perfetta? Perché è così difficile perdonarle un errore? Perché chi è madre deve incarnare un ideale e conformarvisi completamente? Senza ma, senza se? Senza attenuanti, senza scuse né proroghe?

 Perché la madre è per definizione una figura che confina con il sacro. Perché la madre ha un piede sulla terra e l’altro in cielo, tra le nuvole, là dove tutto è perfetto, giusto, scritto.

Una madre è ciò che conosciamo di più vicino a Dio. Perché una madre dà la vita. E con il suo gesto, il più nobile, il più elevato, il più meraviglioso, si consacra e si immola sull’altare della perfezione.

E quell’altare, che la innalza e la glorifica, è tanto alto ma tanto spaventoso, perché verrà un giorno in cui la madre  cadrà. E la caduta sarà rovinosa. Sarà implacabile, imperdonabile, indimenticabile. Cadrà forse per sbaglio. Per superficialità,  leggerezza. O cadrà forse per scelta, perché non potrà più portare sulle sue spalle un fardello così pesante e spietato. Il fardello di essere perfetta. Di non poter sbagliare. Di non poter dire, di non poter ammettere che forse ha bisogno di una pausa. Di staccare un attimo. Di ritrovare uno spazio suo. Dove il frutto del suo seno non ci sia. Dove il frutto del suo seno dorma profondamente, sia affidato ad altri, sia altrove, sia lontano da lei.  

Ecco Michela, dunque. La madre che non ha saputo essere perfetta. Quella che è caduta.  Quella che non poteva che cadere.

Michela, una donna che per allinearsi tra le file delle donne-madri, per assolvere a questo compito divino, ha rinunciato a tutto. Michela ha perfino rinunciato al suo nome, perché suo marito, l’irreprensibile Aurelio, la chiama con un nomignolo, Ella.

Ella non è una madre infelice. Ma è una donna incompleta. Ha perduto il suo ruolo ed è diventata esclusivamente la madre di Ilaria, una bambina complicata, insicura. Ella si è fatta scudo a lenire le paure della figlia. A poco a poco è diventata una sua appendice. Il bersaglio di ogni suo capriccio.

Ella è la madre cattiva, mentre Aurelio è il padre buono, quello che alla sera prende solo il bello della figlia, lasciando alla moglie tutto il resto. Ella non può che constatare il suo fallimento. Come donna, come moglie, come medico, come madre. Ella che subirà il distacco, inesorabile ma anche portatore di una rinascita.

Questa è la storia.

Cosa rende questo romanzo una meravigliosa parabola sull’essere madre? La franchezza, la dolorosa ammissione  che una madre a volte dice basta e vuole essere madre a modo suo. Senza dettami, costrizioni o modelli a cui fare riferimento. Senza essere giudicata se rimpiange la sua vita di prima. Prima di essersi messa in fila a ricevere il dono e ad esserne giudicata indegna. Prima, quando era solo una figlia. La figlia felice di una madre perfetta, alla quale non è riuscita ad assomigliare.

In “Quello che non sai” non c’è una sola madre imperfetta. Ce ne sono altre, con le loro fragilità che combattono come meglio possono, ma non senza soffrire o far soffrire. Ci sono madri che rimangono intrappolate in quell’infido limbo in cui si è madri ma ci si sente ancora figlie, da cullare. Un occhio al futuro, che spaventa. L’altro al passato che è un nodo alla gola che non si scioglie.

Susy Galluzzo ci regala un romanzo capace di dilaniare, di farti a brandelli. Efficace nel linguaggio, irreprensibile nella prosa, diretta, franca, disincantata. La prosa di una donna che racconta di un’altra donna, in un microcosmo che non si fa alcuna fatica ad immaginare e a rispecchiarsi.

Una donna chiusa in una morsa. E in mezzo, una voce che non si fa cruccio nell’interpretare i suoi moti interiori. Che non ha paura di mostrare i suoi sentimenti, che non teme il giudizio, alla quale non importa di essere additata. Un voce di donna, che dà voce a chi è alla gogna. E la cura, la lambisce con parole di conforto, la culla, la difende e la assolve.

Una lettura che è un diario. Pagine che trasudano la necessità di conforto ed anelano ad una assoluzione che sia plenaria, senza purgatorio. E davanti, noi lettori, che abbiamo il compito di raccogliere questa voce e di farla vibrare perché sia ascoltata.

Con una chiarezza di intenti senza pecche, con la forza dirompente di una confessione, “Quello che non sai” ci travolge in un turbinio di emozioni. Un’opera irrinunciabile. Che non lascia niente di non detto. Che non teme di dire ciò che più spaventa. Che distrugge e ricostruisce l’immagine di una donna. Quella che ci ha partorito. Quella che ci ha reso ciò che siamo. Che ci ha deluso. Che ci amato. La nostra voce. Incerta, unica. Un sussurro che inchioda e offende e chiede perdono.


L’autrice

Susy Galluzzo è nata in Calabria ma vive a Roma da molti anni. È laureata in Giurisprudenza e svolge la professione di avvocato. Ha iniziato a scrivere questo libro dopo la scomparsa della madre.


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Genere: narrativa italiana
  • Pagine: 268

31 APRILE Il male non muore mai di Giuseppe Cesaro

(Il male) perde ma non muore. Questo è il problema. Rinasce. Sempre. E ogni volta, è più forte di prima. E sa perché? Perché, al contrario del bene, impara dai propri errori. Il bene no: commette sempre gli stessi errore e, alla fine, lascia in vita il suo nemico,  non gli dà mai il colpo di grazia.

Trama

Vera Stark ha quarantacinque anni, una figlia di venticinque, un ex marito che la tormenta ma ha ritrovato l’amore con Alex, un docente di dottrine politiche all’università. Ma Vera è soprattutto una giornalista di razza e ha da poco cominciato un’inchiesta sulla crescita del neonazismo in Germania e, in modo particolare, sul gruppo “31 Aprile”, che vuole riprendere il progetto nazista là dove il Führer lo ha lasciato. Grazie alle sue ricerche e all’aiuto di due anziani antinazisti capisce ben presto che l’orrore non è alle spalle e che qualcosa di strano accade a Villa Redenzione, una casa di cura che nascondeva un tempo un lager. La villa è stata da poco trasformata in un museo da Edna Schein, anziana filantropa, figlia del fondatore di Villa Redenzione, il colonnello delle SS Mäher, processato e giustiziato per i suoi crimini alla fine della guerra.

Ma qual è il rapporto tra Edna Schein, Villa Redenzione e il “31 Aprile”? Come mai molti anziani antinazisti stanno scomparendo? E cosa c’è dietro a questo ritorno alla ribalta dell’estrema destra? Sono le questioni a cui Vera dovrà trovare risposta, rischiando la vita e mettendo in discussione tutto quello che crede di conoscere.

Giuseppe Cesaro, con un romanzo ricco di suspense e colpi di scena, riflette sul fascino che esercita, ancor oggi, la dottrina nazista e sui pericoli che rappresenta per il nostro mondo.


Recensione

Quando in un thriller troviamo anche molto altro. Quando questo rischia di soverchiare la vicenda principale del romanzo, con risultato inaspettati e decisamente accattivanti.

Ecco ciò che è accaduto fin dall’inizio della mia lettura di “31 aprile”. Una lettura che mi è apparsa subito corposa, densa, ricca di tante sfaccettature e dispensatrice di moltissime verità storiche. Una lettura accogliente, nonostante scandagli  un fondale torbido, mai dimenticato ma sempre doloroso da riscoprire e a cui dare nuova voce. Un romanzo complesso, che alla finzione affianca una delle pagine più buie del nostro recente passato. Un passato terribile, in cui l’uomo emerge lordo del sangue dei suoi simili. Un passato che esercita un fascino oscuro e maligno su molti di noi.

Siamo in Germania, ai giorni nostri, eppure tutto ci riporta indietro nel tempo, quando, dopo anni di devastazione, morte e paura, Hitler muore e con lui anche il sogno aberrante del Terzo Reich. Anni di incertezza, in cui ricostruire e provare a tornare a vivere. Anni in cui la Germania passa attraverso le maglie della denazistificazione, dei processi ai gerarchi nazisti e più in generale cerca di ripulire la propria coscienza, marchiata a fuoco dagli orrori della Soah.

Vera Stark, la protagonista, sta indagando sul gruppo neonazista denominato “31 aprile”, nome che indica il desiderio di dare nuova vita ai principi del nazismo. Il 31 aprile, giorno che mai potrà esistere nel calendario, ad indicare il testamento ideologico di Hitler, nel giorno che segue alla sua morte. Vera è una giornalista intraprendente, pronta a sacrificarsi in nome della verità. Coraggiosa, arguta, scomoda, ha ritrovato l’amore dopo un matrimonio finito male. Bella e indomita, non si ferma davanti a niente in nome della verità.

 Anche i personaggi che ruotano intorno a Vera sono assai carismatici: due anziani antinazisti che hanno vissuto in prima persona gli orrori del nazismo e dell’Olocausto, un gruppo di giovani ottenebrati dagli ideali nazisti, che si nutrono di un ideale che non conoscono neanche troppo bene ed infine la fantomatica figlia di un gerarca nazista che ha seminato orrore e morte durante la guerra. In particolare  quest’ultima, Edna Schein, avrà un ruolo primario. Figura subdola  assetata dall’odio verso chi ha condannato a morte l’amatissimo padre, si è fatta carico di restaurare l’antica villa di famiglia, un lager urbano in cui venivano perpetrate le peggiori atrocità mai immaginate. Quando la sparizione di alcuni accusatori di suo padre getterà un’ ombra oscura sul presente, Vera scenderà in campo per sventarne il mandante.

Il romanzo ha una trama accattivante, mescolando sapientemente la vicenda principale con accurate nozioni storiche e con interessanti digressioni sul debole equilibrio tra giustizia e morale, tra politica e verità storica. L’autore è maestro nel dare voce alle opposte ragioni degli oppressi e degli oppressori, facendosi illuminato portavoce di entrambe, dimostrando di padroneggiare la storia e sapersi destreggiare nei meandri della filosofia del bene e del male.

La vicenda narrata è l’espediente per permettere al lettore di acquisire molte verità sul nazismo di cui probabilmente non era a conoscenza. L’autore dimostra di conoscere moltissimi aspetti della dottrina nazista,  l’enorme valore aggiunto di questo romanzo, che scende con grande competenza storica negli inferi di un pensiero e di un periodo storico oscuro e tragicamente affascinante.

Durante la lettura ci sarà un ampio spazio per scendere in profondità nella Storia del tempo, per interrogarci sul fascino che il Male da sempre esercita sull’Uomo, per confrontarci sulle orribili urgenze che spesso l’Uomo subisce, relativamente al suo bisogno di fare del male  e per realizzare che spesso le catene della nostra mente sono tentazioni lucide e accattivanti, che ci imprigionano senza averne consapevolezza.

Giuseppe Cesaro si fa portavoce della cultura tedesca, offesa dall’ascesa e dall’apologia del nazismo e annichilita dalla vergogna, l’unico sentimento che supera l’urgenza della paura. E nello stesso tempo la assolve e la rinfranca, attraverso il ricordo di chi lottò contro gli orrori di quella ideologia.

Con una notevole competenza storica, l’autore costruisce una trama accattivante, che prende il lettore e lo trascina dentro un labirinto di specchi, in cui bene e male si confondono con l’unico scopo di tenerci in scacco. Specchi con cui abbagliarci, per non farci vedere una verità che, a conti fatti, era proprio facile scoprire.

Con un linguaggio efficace, pulito e sincero, Cesaro costruisce una storia dentro la Storia, quella con la esse maiuscola, senza temere di scoprire vecchie ferite e farle sanguinare di nuovo. Perché grattare la crosta è sempre un’azione sconveniente, che riporta a galla l’antico male che credevamo passato. Ma grattare la crosta a volta è necessario, perché solo il ricordo di un dolore passato può farci evitare nuove e più profonde ferite.


L’autore

Giuseppe Cesaro (Sestri Levante, 12 marzo 1961) ha cominciato a scrivere professionalmente alla fine degli anni ottanta. Ha pubblicato articoli, racconti, romanzi brevi e graphic novel, e collaborato alla realizzazione di romanzi, mémoire, saggi, biografie e sceneggiature per alcuni tra i più importanti editori nazionali. Dal 1998 è consulente artistico e ai testi di Claudio Baglioni. Nel 2018 La nave di Teseo ha pubblicato il suo primo romanzo Indifesa.


  • Casa Editrice: La Nave di Teseo
  • Genere: thriller
  • Pagine: 441

L’EVENTO DELLA SCRITTURA di Sara Durantini


<<Aver vissuto una cosa, qualsiasi cosa, conferisce il diritto inalienabile di scriverla. Non ci sono verità inferiori>>

Annie Ernaux


Il Novecento letterario francese ha portato in scena una scrittura nuova, riflesso di una memoria non più assoggettata a strutture oggettive e soggettive della «domination masculine». Si tratta di una lingua che, per la prima volta, parla alle donne e delle donne, spiega e racconta il sentire e la realtà femminile, si nutre di spazi e tempi propri. Partendo da queste premesse e sulla base delle coincidenze significative (junghiane e non), il libro propone un viaggio alla scoperta dell’affascinante legame tra Colette, Marguerite Duras e Annie Ernaux, tra i testi, gli scritti e le personalità delle tre autrici, che prima di essere tali sono state bambine, adolescenti, amanti e donne. Ognuna ha saputo raccontare se stessa diventando parte di quello stesso racconto. La loro scrittura è l’evento che inaugura l’epoca segnata dall’inclusione, nella letteratura e nella società, del genere e del corpo femminile attraverso le parole, un’epoca che non teme di dare un nome all’indicibile e all’innominabile. Questo viaggio “oltre la carne” racconta di come le tre autrici hanno individuato, nella ricerca autobiografica, la rappresentazione narrativa più autentica della voce femminile. Il libro esplora gli intrecci biografici fra Colette, Marguerite Duras e Annie Ernaux, in un dipanarsi tra letteratura comparata, personali esposizioni aneddotiche, sguardi monografici.Una trattazione a metà strada tra saggistica e narrativa.


Le mie riflessioni

Un libro al femminile, da e per le donne. Un romanzo che vira al rosa, tenue sfumatura che già ammicca dalla copertina.

Una ricerca profonda e circostanziata della genesi di una scrittura che parte dalla donna e mai vi si allontana. Una scrittura che indugia tra le sue pieghe tenere e che fa finalmente sentire la sua voce, senza filtri, senza pudore. Una voce autorevole, che non teme mai di tracciare un solco con il passato. Una voce sempre più forte, che osa raccontare anche ciò che sarebbe più conveniente tacere.

Sara Durantini, autrice illuminata di questo delizioso libro, ha scelto di parlare di tre autrici del novecento francese. Donne che hanno raggiunto, in vita, una certa notorietà, ma che hanno anche fatto scalpore, scosso le coscienze, fatto, detto, pensato e scritto ciò che invece doveva essere taciuto.

Colette, conosciuta come soubrette ancora prima che come scrittrice, dall’esuberante passionalità, che ha amato donne, ha danzato nuda, ha sfiorato l’incesto. Sposa bambina di un uomo molto più grande di lei, madre quasi per dovere, annientata dalla mancanza di attenzioni da parre di una madre ingombrante e distratta.

Le sue opere sono sublimi trasformazioni e rimpasti onirici della sua biografia. Vita e romanzo che si intrecciano a sfidare la morale ed il pudore. Parole come getti di lava sotto i cieli madreperla della “Ville Lumiere” che a cavallo dei due secoli ispirò molte penne del tempo.

Marguerite Duras, l’autrice de L’amante. La bambina vissuta in Indocina, preda della passione per uno straniero (Presto fu tardi nella mia vita…. un incipit indimenticabile, iconico!). La scrittura è ancora un rimpasto biografico, fatto di immagini e di incursioni nei recessi più nascosti della donna e della scrittrice.

Marguerite Duras e le sue dipendenze dall’alcol, che la terranno in scacco a lungo e la condurranno per mano attraverso la relazione con un uomo più giovane, una ossessione che cambierà spesso direzione e intensità. Duras scrive e riscrive la sua vita. Finzione e realtà si sovrappongono e si confondono dando vita ad un quadro senza perimetro, in cui figurano tanti personaggi e altrettanti aspetti della stessa autrice. La scrittura è un impeto irrefrenabile che affiora con urgenza, in modo primitivo, priva degli inutili fronzoli della grammatica e della sintassi.

Infine ecco Annie Ernaux, descritta dall’autrice come somma di Colette e di Duras. Ma con un qualcosa in più: la volontà di parlare ai posteri, di lasciare una testimonianza, che vada a sfiorare l’indagine sociale.

Con Ernaux la biografia esiste per essere raccontata. Una vita da dare in pasto agli altri, perché sappiano, interiorizzino, siano consapevoli. I suoi racconti, alcuni dei quali svelano particolari scabrosi della sua vita, trascendono il timore del giudizio altrui perché è troppo più potente l’urgenza di divulgarli.

Tre scrittrici che hanno fatto della loro vita un romanzo e che attraverso i loro romanzi hanno dato vita a più esistenze. Tre donne con la voglia di ascoltarsi, di mettersi a nudo. Tre donne che hanno usato la scrittura come cesello per disegnare le vie inedite e inattendibili della coscienza e del desiderio. Una scrittura che spacca gli argini, che diventa voce dell’anima, lontana dal voler descrivere azioni o fatti, interessata solo a rappresentare il come ed il perché dei moti interiori, anche i più remoti e incomprensibili.

L’autrice mostra una grande padronanza dell’argomento e anche una inusitata capacità di analisi, frutto di uno studio appassionato e approfondito di queste sublimi scrittrici. Leggerla è un piacere che non dobbiamo negarci. Leggerla è anche, in ultima analisi, un invito indeclinabile a leggere o rileggere le opere di queste grandi autrici, che hanno introdotto nel mondo un nuovo modo di fare letteratura. Che hanno dato voce e spessore al corpo femminile a alle sue urgenze.

Un libro che è  biografia, romanzo e saggio. Una miscela il cui risultato è un manuale di emozioni e di istruzioni per leggere e comprendere la poetica e l’intimità di queste tre grandi autrici.


L’autrice

Sara Durantini (San Martino dall’Argine – Mantova, 1984) consegue la laurea magistrale in lettere moderne presso l’Università degli studi di Parma nel 2009. Vincitrice dell’edizione 2005-2006 del Premio Tondelli per la sezione inediti con il lungo racconto L’odore del fieno, nel 2007 pubblica il suo primo romanzo, Nel nome del padre, con la casa editrice Fernandel pubblica il primo romanzo nel 2007.

Da oltre dieci anni scrive articoli per riviste letterarie online e cartacee. Dal 2011 cura il blog letterario corsierincorsi.it.

Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati in diverse antologie collettive fra cui Quello che c’è tra di noi, a cura di Sergio Rotino (Manni Editore, 2008), Dizionario affettivo della lingua italiana, a cura di Matteo B. Bianchi e Giorgio Vasta (Fandango Libri, nell’edizione 2009 e 2019), Orbite vuote, a cura di Marco Candida (Intermezzi Editore, 2011), oltre ad un approfondimento su Massimo Bontempelli accolto nel saggio L’unica via è il pensiero a cura del professore Hervé A. Cavallera (Intermedia Edizioni, 2019).

Nel 2021, Sara Durantini ha pubblicato L’evento della scrittura. Sull’autobiografia femminile in Colette, Marguerite Duras, Annie Ernaux per la casa editrice di Milano 13 lab Editore.


  • Casa Editrice: 13Lab
  • Genere: saggio
  • pagine: 133