INTERVISTA A VALENTINA MIRA, AUTRICE DI “X”

X di Valentina Mira

  1. Ciao Valentina,

ti ringrazio di aver accettato di essere intervistata.

Ho letto il tuo romanzo “X” e ne ho parlato sul mio blog (link in didascalia), nel giorno della sua uscita in libreria.

Mi sono sentita subito attratta dalle tue parole e dalla tua impellenza di condividere con il pubblico la tua esperienza. Vorrei che, in primis, fossi tu a raccontare il tuo romanzo, in estrema sintesi.

Ciao! Intanto grazie a te, sia per aver deciso di leggere “X” sia per averne voluto parlare. In realtà tratta una pluralità di argomenti, dalla differenza tra fratellanza e cameratismo alla precarietà che caratterizza (non solo, ma anche) la generazione a cui appartengo, i cosiddetti Millennial. Ma soprattutto parla di violenza maschile, in una maniera che volevo fosse il contrario della retorica. Ho deciso di lasciare il mio nome alla protagonista, nonostante i mille dubbi e un milione e mezzo di paure a riguardo, per una scelta che esula la letteratura ed è invece politica: ero e sono stanca di una narrazione che vuole che chi ha subito uno stupro debba vergognarsi di dirlo ad alta voce. La vergogna non è la mia, non è la nostra; è la loro. “X” parla di come la violenza si dipana dalla famiglia alla scuola – passando per uno stupro, per l’appunto – per finire col mondo del lavoro, ma anche e soprattutto parla di resistenza. Della necessità di riscoprirne il valore, a livello sia individuale che collettivo.

  • Cosa spinge una donna a raccontarsi in modo tanto intimo? Cosa ti ha indotto a rendere di dominio pubblico un evento tanto traumatico? In altre parole, perché scriverne? E perché  in prima persona?

Credo che il silenzio su certi argomenti faccia sentire sole molte persone. Di sicuro tutte quelle che hanno vissuto esperienze del genere. Ricordo che il 90% degli stupri non vengono denunciati, per cui è evidente che c’è un problema di paura, di omertà, un muro di silenzio e di vergogna che fa comodo solo a chi violenta e non a chi viene violentata. Credo che non ci sia niente di vergognoso a dire che ti hanno fatto qualcosa di brutto, di qualunque cosa si tratti. Ho deciso di scriverne per molti motivi, solo alcuni hanno a che fare con la mia necessità di elaborare determinati fatti. Un altro di questi motivi ha a che fare col desiderio di far sentire capite e meno sole persone che non riescono neanche a dire ad alta voce quello che è successo loro, perché la società non ti prepara ad affrontare questo genere di situazioni, al massimo ti colpevolizza. Io non sono una moralista, e nei libri apprezzo l’onestà. Ho cercato solo di restituire alla letteratura quello che ha fatto per me, dandomi una mappa per orientarmi anche in assenza di stelle.

  • Il rapporto tra uomo e donna è, storicamente, un rapporto di supremazia, basato, quasi del tutto, sull’uso della forza. Ma vi è anche  l’impatto dirompente di credenze religiose e di stereotipi che vogliono la donna non solo sottomessa ma anche morigerata, modesta e accondiscendente verso le pulsioni sessuali dell’uomo. La donna accoglie queste pulsioni ma non deve provocarle.

Il suo ruolo di madre, inoltre, la pone da sempre su una sorta di piedistallo, dal quale però è estremamente facile cadere.

Questo stereotipo induce a mio avviso in errore e può essere la causa dell’atteggiamento estremamente retrogrado del legislatore nei confronti dello stupro. Cosa ne pensi?

Forse ti stupirò, ma non credo che la legge sia il problema, quanto allo stupro. Per quanto riguarda i tempi, la legge 69 del 2019 dà 12 mesi per la denuncia, e eventualità come aver abusato di persone che avevano bevuto ed erano in uno stato di minorata difesa sono delle aggravanti. Non credo, per una volta, che sia il legislatore il problema. Il problema è culturale, psicologico e sociale. Mi spiego: non essendoci né una corretta comunicazione sul tema, né l’educazione sessuale e affettiva nelle scuole, non solo non c’è prevenzione (nessuno insegna ai maschi che “no significa no”, e che non è che si chiama stupro solo se mi minacci con un coltello, per capirci), ma soprattutto non viene detto alle donne come comportarsi in caso di stupro. Perché è vero che hai 12 mesi per denunciare, ma hai pochissimi giorni – due o tre – per raccogliere le prove fisiche e psicologiche dello stupro. Questo tipo di prontezza, se nessuno ti dice che devi averla, se nessuno ti dice che è l’unico modo per sperare di vincere una causa per stupro e di non perdere tempo e soldi e uscirne ancora più malconcia, non c’è. Non credo si risolva tutto con leggi migliori, in questo caso il problema è più complesso e ci sarebbe bisogno di una soluzione più complessa. Quanto agli stereotipi che enumeravi, non potrei dirmi più d’accordo.

  • Sullo stupro,  delle due una e perché:
  •  accettazione o rifiuto?
  • Perdono o vendetta?
  • Ricordare o dimenticare?
  • Colpa o assoluzione?
  • Corpo o anima?
  • Denuncia o silenzio?
  • Rabbia o rassegnazione?
  • Solidarietà o condanna?

Uh, questa è difficile. Tra accettazione e rifiuto ti dico accettazione, è l’unico modo per andare avanti. Tra perdono e vendetta ti direi nessuna delle due, la retorica cattolica del perdono anche in assenza di scuse mi ha personalmente stancata; ti direi vendetta ma francamente non stuprerò mai un uomo, e vendetta sarebbe quello, non un libro. Tra ricordare e dimenticare, ricordare; anche se è più difficile, alla lunga ti permette di imparare qualcosa da quello che è successo. Tra colpa e assoluzione, di nuovo, non sceglierei nessuna delle due. Semplicemente perché la colpa è un altro concetto cattolico e le preferisco il concetto più maturo e meno moraleggiante di responsabilità; ma neanche l’assoluzione mi convince. Entrambe cadono dall’alto, e sarà che io in alto non ci sono mai stata né mi ci sono sentita, ma ho grande antipatia per chi pensa di poter accollare colpe o assoluzioni. Tra corpo e anima (che bella e difficile questa domanda), anche qui io scelgo entrambi. Siamo un òlos, si direbbe in greco, una totalità, ed è forse – a volte penso – proprio dalla scissione di corpo e anima che nascono un sacco di problemi. Tra denuncia e silenzio scelgo denuncia, ieri sceglievo silenzio, e rispetto entrambe le decisioni mentre non sopporto la retorica social del “denunciate!”: se non conosci i pericoli di denunciare, non far sentire ancora peggio chi ha scelto di non farlo. Tra rabbia e rassegnazione scelgo la rabbia: soprattutto quella collettiva può cambiare le cose. Tra solidarietà e condanna ovviamente scelgo la solidarietà. Con le condanne ci fai poco, mentre la solidarietà ti salva la vita.

  • Il tuo romanzo, uscito per Fandango Libri il 22 aprile, ha fatto già molto parlare di sé, anche perché ha visto la luce in un momento delicato, in cui, in tutta la nostra penisola, si parla dell’ennesimo stupro e si fatica a chiamarlo con il proprio nome.

Cosa deve cambiare nel pensiero comune  e anche nell’impianto legislativo per aiutare le vittime di stupro ad ottenere giustizia?

Molte cose. Ovviamente io faccio la scrittrice, non ho la risposta in pugno. Ma posso azzardare un’interpretazione. Intanto deve crollare il tabù sullo stupro: devi poterlo dire senza paura che ti colpevolizzino rigirando la frittata. Perché avvenga questo è importante sia il lavoro culturale (e allora libri, film, serie tv), sia l’educazione sessuale e affettiva nelle scuole. Trovo terrificante che nel 2021 i e le presidi si rifiutino di introdurre l’educazione sessuale con delle scuse che fanno cascare le braccia. Se non sai cos’è uno stupro non riesci neanche a dirlo ad alta voce. Poi, come dicevo, le leggi non sono neanche eccessivamente problematiche, mi pare. Al contrario: penso alla convenzione di Istanbul, che l’Italia insieme ad altri paesi ha firmato e che prevede che gli Stati s’impegnino per garantire tutta una serie di misure per la lotta alla violenza patriarcale. Esempio concreto: secondo la convenzione di Istanbul, la città di Roma dovrebbe avere circa 300 posti per donne che sono uscite da situazioni di violenza. La realtà? Il Comune mette a disposizione solo 20 posti. Non solo non vengono rispettate le leggi, quindi, dalle istituzioni stesse, ma non è dimenticabile che – rimanendo nel caso romano – la prima sindaca donna di Roma ha pure provato più volte a sgomberare le case delle donne che, in assenza di osservazione della convenzione, si sono organizzate da sole. Penso a Lucha y Siesta. Evidentemente la scelta di far arrivare una percentuale delle vendite di “X” a Lucha (se si acquista dal sito di Fandango) era per schierarsi in questo senso.

  • Cosa è cambiato/ cosa ti aspetti che cambierà nella tua vita dopo l’uscita del tuo romanzo?

Bella domanda! Non ne ho idea. Non sono passate neanche due settimane, per cui ti posso dire com’è cambiata fino adesso. È cambiata nel senso che ho realizzato il mio sogno d’infanzia, diventare scrittrice, e questo mi rende felice e mi fa pensare che tante difficoltà, anche lavorative, non siano venute invano, che forse siano finite o almeno messe in stand by. Sto respirando. E poi ti dico una cosa scema: era tanto che non cantavo, ma pure da sola, in macchina. E invece adesso è strano, è come se aver ritrovato la mia voce con “X” fosse qualcosa di più che simbolico, come se fosse qualcosa di materiale, di pratico. Insomma, mi sento una cifra la sirenetta di Andersen che però ha smesso di scegliere l’uomo, o gli uomini, e si è ripresa la voce che aveva dato via. E canto di nuovo. Tornando alla tua domanda su corpo e anima, forse la mia ferita si è finalmente ricomposta.


  • TITOLO: X
  • AUTORE: VALENTINA MIRA
  • CASA EDITRICE: FANDANGO LIBRI
  • PAGINE: 192

X di Valentina Mira



Aspetto che quella stupida seppia che è la notte m’inchiostri gli occhi e soprattutto li inchiostri agli altri, a quelli che non devono vedere.

Trama

X è un romanzo e una lettera.

Valentina scrive al fratello con cui non parla da anni per raccontargli quello che ne è stato di lei e soprattutto quello che non ha avuto il coraggio di dirgli in passato.

Torna all’estate del 2010, l’estate della sua maturità. C’è una festa, alcol e nelle casse la musica degli ZetaZeroAlfa, band di riferimento di CasaPound. La musica l’ha messa G., amico di tutti lì, anche di Valentina, ottimo studente della scuola cattolica nonostante la celtica al collo (è pur sempre una croce, del resto, e in quell’ambiente non è grave quanto un orecchino indossato da un ragazzo).

G. quella notte diventa uno stupratore. Uno stupratore normale in un quartiere normale di un paese normale: nessun mostro, nessuna martire, nessun livido, solo un po’ di sangue sul letto. Valentina non lo denuncerà mai.

Esattamente come il novanta per cento delle donne che sono state violentate, quel danno resta taciuto per anni. Con un’unica eccezione, un solo confidente, suo fratello che tuttavia non le crede. Al contrario, si allontana da lei e rimane amico di G., lo stupratore.

Dopo quasi dieci anni Valentina decide di riprendersi la propria storia, di spezzare l’omertà e ribaltare la vergogna, dalla violentata al violentatore, restituendola a lui. È questo che ci racconta Valentina Mira in X: il tabù e lo stigma che accompagnano lo stupro, la violenza che porta a sentire il proprio corpo come estraneo.

La necessità di una reazione. Scrive un canto di Natale per il fratello che non le ha creduto, lo porta indietro con sé in quella festa di molti anni prima, e poi nel presente in cui nulla funziona perché la violenza è sistemica e non una sfortunata eccezione, infine in un futuro che vede nel diritto a difendersi e ad aggredire l’unica via.

Un romanzo di una forza e di una franchezza senza precedenti in cui la potenza letteraria e di racconto lascia disarmati.


Recensione

Il tabù, il rimosso. La croce sulla mappa dei pirati, la voglia di dissotterrare segreti.

Due strade che si incrociano.  Una farfalla. Una croce. Una incognita. Tutto questo è ciò che una X rappresenta. Un segno. Che ingloba in sé la consapevolezza di poter dire no.

X è un romanzo. Una storia, una confessione, un grido di aiuto. Un racconto, senza filtri. Una lettura che rompe qualcosa dentro, perché leggere di un dolore che non passa è un esercizio di resistenza e di coraggio.

Dire cosa sia questo romanzo non è facile, anche se per certi versi lo è: la storia di uno stupro. La volontà precisa di raccontare, di confessare, di puntare il dito. Di scuotersi di dosso il senso di colpa.

Ma circoscrivere tutta la forza di questo libro nel perimetro scarno di una confessione non è corretto.

Valentina Mira non racconta tanto per raccontare. Scrive, confessa, urla e si oppone al luogo comune che insegue e insudicia lo stupro, riducendolo ad una conseguenza di un comportamento errato e fuorviante.

Quello della donna,  che in qualche maniera ha provocato lo stupro. Con il suo sorriso, con l’ingenuità, con un abito, con un comportamento libero e accogliente, che viene frainteso dall’uomo.

Lo stupro di X non è scenografico. Niente minacce, niente coltelli. Niente botte. Nessuna violenza, tranne quella di entrare a forza in un corpo che ti respinge. Entrare senza chiedere. Entrare perché ormai si è ad un punto di non ritorno. Entrare, perché no? Entrare, non lo vuoi anche tu?

Un gesto, cieco e ottuso, che viene dipinto come inevitabile. Un gesto che è anche una punizione, per chi ha permesso all’uomo di fraintendere. Per colpa tua ho forzato il tuo corpo. Se tu non avessi sorriso, se tu non mi avessi baciato, io non avrei affondato la parte più ottusa di me dentro di te. E’ anche colpa tua, che lo hai permesso. Che lo hai reso possibile. Che hai creato aspettative e circostanze. E dopo che lo hai fatto, come puoi lamentartene? Come puoi incolparmi? Tu mi hai provocato. Cosa dovevo fare io?

Se tu non avessi fatto. Se tu non avessi detto. Se non avessi messo quella gonna. Se tu non avessi bevuto. Se, se, se. Se, come secoli di sottomissione della donna a questa crudele regola. Secoli di rassegnazione. Secoli di donne-streghe, da bruciare sul rogo.

Valentina Mira racconta di un prima e di un dopo, lasciando poche righe per descrivere lo stupro che ha subito a diciannove anni. Un gesto che non merita neanche il diritto di cronaca.

Valentina racconta di un travaglio che dura anni. Anni in cui convivere con il ricordo di un’offesa, di un male che non si è stati capaci di evitare.

Un male che si accosta sempre più vicino alla vergogna. Una vergogna che impone il silenzio. Che non si confessa, perché in fin dei conti non conviene. Parlare di uno stupro segna un confine nella vittima, dopo il quale niente sarà più come prima.

Valentina si chiude in se stessa e non sa riemergere dalla palude, che la inghiottisce giorno dopo giorno.

Valentina sconterà il rifiuto del cibo, l’offesa al suo stesso corpo, l’apatia e lo svilimento di se stessa.

Quando rinascerà lo farà senza quasi accorgersene. La rinascita accadrà, figlia di un gesto liberatorio e di una consapevolezza di sé che finalmente arriverà a lenire le sue ferite.

Questo libro serve per farci aprire gli occhi. Per farci sentire parte di un insieme. Per combattere il senso di colpa che segue sempre un abuso. Per farci tornare a guardarci allo specchio.

Parlare di uno stupro non è mai eccessivo. Parole così non sono mai troppe. Certo, sono parole a volte difficili da leggere. E anche da scrivere.

Ma è necessario farlo ed interiorizzarle, che a mettere la testa sotto la sabbia lo hanno già fatto in troppi. Ora è l’ora di guardarci in faccia. E’ l’ora di guarire. E’ l’ora di denunciare. E’ l’ora di capire che la colpa non è nostra. Come è necessario chiamare le cose con il loro nome.

Stupro, quando qualcuno assoggetta il nostro corpo al suo sordo e spietato piacere.

Stupratore, chi offende e svilisce il nostro corpo, usando la prepotenza per aprirvi una ferita. Che non smette mai di sanguinare.


L’autrice

Valentina Mira (Roma 1991) è laureata in Giurisprudenza. Ha fatto la rider, lavorato al call center e come cameriera mentre scriveva per vari giornali e siti, tra cui il manifesto e il Corriere della Sera. Tra 2017 e 2018 ha curato la pagina culturale del Romanista. X è il suo primo libro.


  • Casa Editrice: Famdango Libri
  • Genere: narrativa italiana
  • Pagine: 192