LA CASA DI ROMA di Pierluigi Battista

 
E siamo stati bene, perché appartenere fa stare bene, e infatti io ce non sento di appartenere ne soffro, e rafforza un sentimento dimenticato ma non del tutto. E ne siamo usciti quasi contenti, malgrado la tristezza infinita della circostanza estrema che ci aveva convocati quel giorno, ricordando una canzone che ci apparteneva. “Chissà se ci pensano ancora, chissà”. Ci pensano, ci pensano.

Trama

Può un romanzo mandare in pezzi un’intera famiglia? Quando Marco, un giovane sceneggiatore, decide di raccontare in un libro la storia della sua famiglia, non immagina le conseguenze che quelle pagine avranno sui suoi affetti più cari. Ordinando i ricordi della madre e dello zio, Marco insegue i fili della famiglia Grimaldi attraverso una lunga e irrisolta rivalità, quella tra il nonno Emanuele, “fascista antropologico” nato alla vigilia della marcia su Roma, e suo fratello Raimondo, “comunista granitico”, classe 1917 come la Rivoluzione bolscevica. Due fratelli divisi non solo dalle idee politiche, ma anche dalle scelte di vita: Raimondo, professore e partigiano, è amato e benvoluto dalla buona società; Emanuele porta con sé lo stigma dell’adesione alla Repubblica sociale, mentre cerca senza successo di lavorare nel mondo del cinema. Nel dopoguerra i due fratelli, nonostante si detestino, decidono di convivere nella stessa casa romana, Villa Caterina, dove i rispettivi figli crescono giocando insieme nel grande giardino comune. Ma la tensione degli anni Settanta riaccende le divisioni politiche tra i Grimaldi, e come un sortilegio antico la violenza torna a separare i due rami della famiglia. Mentre le ricerche di Marco proseguono, tra le pagine di un romanzo che, forse, non sarà mai scritto, emergono i personaggi, i caratteri, gli scontri, le miserie e le grandezze (se ce ne sono), le ambizioni frustrate, i tradimenti dei Grimaldi: una famiglia alle prese con i dolori, le fratture, le svolte dentro l’Italia degli ultimi decenni. Pierluigi Battista racconta l’avventura di una famiglia che attraversa la storia italiana, e con essa si confronta. Un romanzo emozionante sulla memoria e sull’oblio, sull’ossessione di essere come tutti e sul desiderio di essere se stessi.


Recensione

Un romanzo epistolare, dall’inizio alla fine”. Un romanzo a più voci, le voci di una famiglia borghese italiana che attraversa la storia recente e si lecca le ferite che l’hanno graffiata. A volte una lieve scalfittura,  più fastidiosa che dolorante. A volte un taglio profondo, che ha bisogno dei punti e di un buon cerotto.

Non è vero che si passa indenni dalle traversie della storia. Seppur nella perfezione di una felicità che appare effimera ma altrettanto solida e incorruttibile, gli eventi ci segnano, a fondo. E’ che spesso non ce ne accorgiamo subito, ma solo successivamente. Quando la memoria ritorna a pungolare il ricordo. Quando alcuni accadimenti si risollevano dal loro sedimentare e tornano a galla con nuove verità, nuovi retroscena.

La famiglia Grimaldi è già di per sé una famiglia complicata. Spaccata dall’ideologia politica che ha diviso nettamente i due fratelli Raimondo e Emanuele, l’uno comunista e l’altro fascista. Confusa dalle ramificazioni che ha visto nascere nel tempo, per mezzo dei figli , tre per fratello, e dei nipoti, cinque in tutto.

Una famiglia numerosa, attraversata dalle correnti della vita, sospinta dai venti delle stagioni, frustata dalla pioggia delle scelte fatte nel tempo e strapazzata dalle nubi delle scomparse dalla scena.

A confondere le idee ai Grimaldi, la cui coesione è un baluardo assai debole, sarà Marco, nipote di Emanuele, che insegue l’idea di scrivere un romanzo sulla loro famiglia. Marco ingaggerà i propri parenti, primo fra tutti lo zio Raffaello e la madre Anita, perché gli forniscano il materiale per il suo libro, a condizione che ciò che verrà scritto da l’uno e dall’altra sia condiviso con gli altri, allo scopo di facilitare le memorie di tutti. O forse anche di provocare.

Inizia così uno scambio epistolare tra Marco, la madre, lo zio e alcuni dei cugini. Il lavorio di revisione, di ripensamento, di correzione, il desiderio di aggiungere, limare, convalidare o smentire diventa sempre più pregnante, così come lo sdegno o l’imbarazzo che si viene a creare quando l’uno legge la versione dell’altro dei fatti salienti che hanno caratterizzato la storia della famiglia.

Fantasmi, segreti, gelosie e tradimenti grandi e piccoli vengono alla luce e, insieme a loro, i diversi punti di vista sulla storia recente, che prende le mosse dagli anni del fascismo fino ai giorni nostri passando per la guerra, la ricostruzione, il boom economico, il sessantotto, gli anni di piombo e il presente.

Profondissima la visione storica di Pierluigi Battista, che infonde al romanzo la sua impronta giornalistica e lo dota di un valore storico davvero notevole. La borghesia italiana non passa indenne dalle maglie della storia raccontata per bocca dei Grimaldi. Anzi, soccombe malamente e non può che ammettere la sua sconfitta. Così come è sconfitta l’intera famiglia Grimaldi, incapace di lasciare fuori dalla villa di Roma le gelosie, i fraintendimenti e le divisioni imposte dall’ideologia politica, così pregnante da non poter mai essere sottovalutata o messa da parte. Un’eco, una parola o un atteggiamento si amplificano impietosamente sotto i colpi del tempo. Uno screzio iniquo, una piccola crepa che potrebbe rinsaldarsi con pochissimo sforzo, diventano crateri,  precipizi, trappole mortali nelle quali non c’è posto per nessuna forma di perdono.

La nuove leve Grimaldi non potranno che constatare questa sconfitta e rinunciare alla volontà di ricucire gli strappi, che il tempo trasforma in voragini che non si aggiustano più, attraverso una resa che è  anche la parabola della sconfitta della nostra storia recente, incapace di costruire mura solide sulle spoglie della resa dei  valori politici e sociali  del nostro Paese.

Ma non tutto il male viene per nuocere. Dentro l’acredine dei rimorsi e delle recriminazioni si troverà il tempo e il modo per ripensare, per rivedere e fare pace con le proprie coscienze. Il passato assumerà sfumature pastello, perché è dolce ricordare attraverso gli occhi di chi ci è vissuto accanto.

Con una scrittura forbita, politicamente corretta e piena di virtuosismi, così borghese e così rispecchiante i modi e i tempi della classe media italiana, Pieluigi Battista ci regala un ritratto di ciò che siamo stati e di ciò che abbiamo affidato ai nostri figli, illuminati elaboratori degli eventi del passato. Un ritratto amaro, in cui l’Uomo non rimane indenne da colpe e da bassezze ma che fornisce anche la chiave del perdono.

La storia è il passato, per forza, e per comprenderla non puoi usare soltanto i parametri del presente e schiacciare il passato sulla logica dell’attuale. Certo, bisogna vedere se si tratta di un passato interessante e appassionante, ma questo, lo capisci, è un altro paio di maniche.


L’autore

Pierluigi Battista (Roma, 1955) è inviato e editorialista del «Corriere della Sera», di cui è stato vicedirettore dal 2004 al 2009. Ha lavorato come inviato alla «Stampa» e come condirettore a «Panorama». Per La7 ha condotto il programma «Altra Storia» (2003-2004). Fra i suoi libri ricordiamo: La fine dell’innocenza. Utopia, totalitarismo e comunismo (Padova 2000), Cancellare le tracce. Il caso Grass e il silenzio degli intellettuali italiani dopo il fascismo (Milano 2007), La fine del giorno. Un diario (Milano 2013) e I libri sono pericolosi, perciò li bruciano (Milano 2014), Mio padre era fascista (Milano 2016), A proposito di Marta (2017), Tutta colpa del dottor Zivago (2018), Libri al rogo (2018) e La cultura e la guerra all’intolleranza (2019). La casa di Roma è il suo primo romanzo.


  • Casa Editrice: La Nave di Teseo
  • Collana: Oceani
  • Genere: narrativa italiana
  • Pagine: 292

LEI CHE NON TOCCA MAI TERRA di Andrea Donaera

 
“Niente al  mondo è fatto per rimanere. Niente al mondo è fatto per ritornare. Scoprire questo significa soffrire.” 
Ci guardiamo. Come se fossimo l’uno lo specchio dell’altro. “ Così si impazzisce”. Alza un angolo della bocca in una specie di sorriso.
“Si. Così si impazzisce”
.

Trama

Miriam è in coma dopo un incidente. Andrea la conosce appena ma si è innamorato perdutamente di lei, e ora le siede accanto e le parla, tutti i giorni, perché riesce a sentire la sua voce. Le loro parole si incontrano in un limbo oscuro, dove Miriam ricostruisce i suoi ricordi e Andrea cerca di tenerla ancorata alla vita. Attorno al letto della ragazza si muovono altre figure, che attendono il suo risveglio. Ci sono Mara e Lucio, i genitori, già segnati da una tragedia che li ha allontanati l’uno dall’altra. C’è papa Nanni, il venerato santone esorcista, che vede in Andrea un allievo e in Miriam i segni del demonio. E infine c’è Gabry, la migliore amica di Miriam, che da Bologna le manda lunghi messaggi. In sette giorni, i racconti dei personaggi si alternano a svelare una trama di amore e morte, di salvezza e destino, dove la ragione sfuma nell’inconscio finché la realtà non deflagra e riprende il sopravvento.

Andrea Donaera torna con un dramma familiare ambientato in un Salento al di là delle cartoline, dove la spiritualità sta nelle ombre e non esiste fede che non sia anche certezza del male. Scritto in una lingua poetica e viva, Lei che non tocca mai terra è una ballata dolce e crudele, una storia romantica e cangiante, capace di insinuarsi come un incantesimo nei sogni più profondi.

Questo libro è per chi da piccolo girava su se stesso fino a sentire la testa leggera, per chi è riuscito a ribellarsi al suo Avversario come in un romanzo d’avventura, per chi attende un bacio che lo riporti in vita, e per chi ha ascoltato per un istante il silenzio del vento, mentre lo spazio e il tempo cessavano di esistere.


Recensione

L’amore come una gabbia. L’amore come una punizione. Una condanna, che porta con sé dannazione, dolore, peccato. L’amore che non esiste. Perché altrimenti come spiegare questo alone di morte? Questa voragine, dalla quale non ci si salva. Lacrime, preghiere, speranze disattese. E poi dolore, solo dolore. Un tunnel buio e mortifero dal quale non si esce, come dai vicoli di Gallipoli, una sorta di paese delle streghe, fatto di vecchi alle finestre che vedono tutto e tutti. Lontanissima dalle luci e dal vociare dei turisti. Lontana dai riflessi del mare, che qui appare solo plumbeo e minaccioso.

Donaera ci porta dentro ad una storia maledetta, in cui il misticismo e la spiritualità sono tarli che rodono dall’interno, e creare e distruggere, a fasi alterne, la vita di una famiglia e di un ragazzo.

Il ragazzo,  Andrea,  ha già provato il fragore della devastazione che ha lasciato sua madre prigioniera di un corpo morto. La ragazza, Miriam, proviene da una storia di tragedie. La sua famiglia si è dissolta dopo la morte della giovane zia, della quale porta il nome. Come una maledizione che si tramanda. Una morte misteriosa, in cui il compagno, Padre Nanni, ha un ruolo non troppo chiaro.

Padre Nanni è un uomo di Chiesa. Un santone, un esorcista. Una figura carismatica ma molto, troppo oscura. Uno che estirpa il Male dalle persone. Andrea è un suo discepolo; ha cercato in Padre Nanni una figura di riferimento, mentre la sua vita cadeva a pezzi. Ma adesso è confuso. Padre Nanni non vuole che veda Miriam. Miriam è il Male. Ma per Andrea Miriam invece è l’amore. Anche se adesso Miriam è in coma a causa di un incidente.

Il romanzo è un dialogo ininterrotto a più voci. Andrea parla a Miriam e ne sente la voce. Miriam parla dal suo limbo, parole sconnesse, frasi che rimbombano in un’eco opprimente e spaventosa. E parlano Lucio e Mara, i genitori di Miriam. E parla anche Gabry, la sua migliore amica.

Attraverso immagini dissonanti e pensieri senza filtri, che sgorgano come lapilli dalla coscienza e dai ricordi dei personaggi, Donaera costruisce la storia di Miriam e della sua famiglia. Un flusso continuo di parole, a volte sgrammaticate, lontane da virtuosismi letterari. Parole che appartengono al registro comune e che nella loro disarmante grettezza nascondono la poesia più ottundente e profonda che si possa leggere.

La prosa istintiva, che non si lascia ingabbiare dentro le regole della bella scrittura, irrompe dalla penna dell’autore. Una prosa che cattura, che si aggrappa al lettore, preda del riflesso di ataviche credenze e vittima di una suggestione che sorprende e che spaventa.

Una storia che impressiona e che affascina, scritta cercando di sopire la poesia che inevitabilmente sgorga dalle parole. E una struttura insolita, in cui i personaggi si passano il testimone della narrazione e si liberano dai freni inibitori del pudore e dalla costrizione delle regole. E l’effetto che fuoriesce è fulgore, emozione, meraviglia.

Fede e credenze si sovrappongono al Male in un ambiente gotico e chiuso. Il Male che si nasconde dietro il gesto più innocuo e insospettabile. La voce dei personaggi che sgorga dai recessi e sprigiona quella bellezza struggente e malinconica che incanta e solleva.

Ed ecco che una vicenda in cui si mescola follia, vendetta ed esaltazione diventa la cassa di risonanza di una poetica intima e verace, che diffonde poesia dentro all’ordinarietà di un orrore familiare. E alla fine, è vero che l’amore vince su tutto. Sull’ignoranza, la malasorte, la superstizione, l’inganno. E sulla morte, sempre.


L’autore

Andrea Donaera è nato nel 1989 a Maglie ed è cresciuto a Gallipoli. Nel 2019 ha pubblicato per NNE il suo romanzo d’esordio,Io sono la bestia, che è stato salutato da pubblico e critica come un vero caso editoriale ed è stato tradotto in Francia. Collabora con il quotidiano Domani e scrive per Metalitalia.


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Collana: La Stagione
  • Genere: noir
  • Pagine: 234

GIORNI FELICI di Brigitte Riebe

A volte Silvie immagina di essere una cliente qualsiasi che si aggira per i reparti. Non conosce le stoffe come sua sorella Rike, non ha l’occhio per il taglio e i modelli di Miriam Sternberg, vicina alla famiglia Thalheim sin dall’infanzia. E di sicura non sa disegnare con la maestria della sorellastra Flori, l’ultima nata in casa Thalheim. Ma Silvia sa vedere. E sentire: in questo è unica. Riesce a indovinare i desideri più intimi delle persone, anche quando non li lasciano trasparire.

Trama

Ritornano le sorelle Thalheim e il loro lussuoso negozio sul viale del Ku’damm. Con la guerra ormai alle spalle e gli affari ben avviati, le ragazze possono finalmente tirare un sospiro di sollievo. Ma i colpi di scena sono sempre dietro l’angolo.

Berlino, 1952. «Vivi la vita come una danza»: questo è sempre stato il motto di Silvie Thalheim. Mentre l’attività di famiglia è la priorità assoluta per la sorella Rike, dopo il periodo oscuro della guerra Silvie vuole solo una cosa: godersi la vita al massimo. Terminata una storia passionale ma tormentata con l’attore Wanja Krahl, corona il sogno di una relazione stabile e felice con l’editore Peter van Ackern, conosciuto alla Fiera del libro di Francoforte. Grazie al boom economico, gli affari vanno a gonfie vele e i grandi magazzini Thalheim sono sulla bocca di tutte le berlinesi: sottogonne e calze di nylon, ma anche raffinate collezioni dall’Italia, vanno a ruba. Da quando il fratello gemello di Silvie è tornato dalla guerra, le dinamiche familiari sono cambiate: Oskar dovrebbe dirigere l’azienda, ma preferisce abbandonarsi alla frenesia delle notti di festa. Quando un concorrente minaccia di portare via tutto ai Thalheim, Silvie si rende conto che deve assumersi la responsabilità del negozio e dei suoi cari. Non conosce le stoffe come sua sorella Rike, non ha l’occhio per il taglio e i modelli di Miriam Sternberg e non sa disegnare con la maestria della sorellastra Flori. Ma Silvie sa vedere e sentire. Riesce a indovinare i desideri più intimi delle persone: in questo è unica.


Recensione

A distanza di sei mesi dall’uscita di “Una vita da ricostruire” esce oggi per Fazi Editore il secondo capitolo della saga dei Thalheim, incentrata sulle vicende dell’omonima famiglia a partire dal dopoguerra nella complicata cornice di Berlino, dilaniata dalle dinamiche che porteranno, più avanti, alla costruzione del Muro. Una saga famigliare molto bella e ben costruita, che, attraverso una full immersion nella moda degli anni 50, ripercorre con grande rigore storico gli anni topici del dopoguerra in Germania.

Tanti, dunque, gli elementi che fanno di questi due romanzi delle ottime esperienze di lettura, non ultimo l’illuminante focus sulla dimensione femminile del tempo, indecisa tra la confortante  sicurezza della tradizione e gli slanci e i primi vagiti del femminismo. Del resto questa serie è una serie al femminile, almeno fino ad adesso. Il primo capitolo, dedicato alla figura di Rike, volitiva, votata alla carriera, decisa, oculata e quasi fredda nel suo anteporre la carriera alla vita privata. Il secondo capitolo, incentrato sul personaggio di Silvie, bella, femminile, sensuale, anticonformista e decisamente intraprendente. Una donna dalla sensibilità spiccata, che riesce ad interpretare i moti interiori di chi gli sta davanti ma che stenta a realizzarsi nella vita privata, proprio perché è una donna che non si accontenta, che cerca il grande amore, che vuole essere amata senza riserve per quello che è.

Ma prima vi lascio un piccolissimo focus sulle vicende del primo libro: siamo alla fine della guerra e Berlino è stremata dalle bombe, dal dolore e dalla prostrazione dei suoi abitanti. Le donne della famiglia Thalheim, proprietaria di uno dei più grandi negozi di moda della città, intuiscono i begli abiti possono fare molto per risollevare il morale delle donne berlinesi. La fortuna dei Magazzini Thalheim prende le mosse da questa semplice intuizione. Rike, in particolare, sarà l’anima degli affari. Intorno a lei diversi personaggi alle prese con problemi di cuore, e dissidi familiari e segreti inconfessabili fanno il resto.

Questo secondo capitolo prosegue con il racconto della poliedrica famiglia, una vera e propria famiglia allargata moderna che non cesserà, anche stavolta, di riservarci delle sorprese. Silvie brilla di luce propria in questo secondo romanzo, un personaggio davvero carismatico, che lavora in una radio di Berlino ovest e si divide con gli impegni del negozio di famiglia. Irrequieta e bellissima, sente su di sé il peso del tempo che passa e che la lascia senza marito, senza casa e senza figli. Le vicende personali dei personaggi si dividono il palcoscenico con gli eventi della Storia e rendono al meglio il dolore di una città dilaniata. La lettura si mantiene costantemente interessante e scorrevole, e si bea di una prosa brillante, efficace e senza sbavature. Non ci si annoia mai a leggere la storia di questi poliedrici personaggi, che non cessano di stupire il lettore per i loro slanci e le loro debolezze. Del resto l’autrice non manca di fantasia e di vivacità e confeziona veri e propri colpi di scena. Impossibile rilassarsi; in poche pagine accadono le cose più impensabili e al lettore tocca soccombere al dolce amaro dell’attesa. Del resto, anche stavolta, il finale è magistrale,  costruito per creare un effetto sorpresa.

Come in ogni serie che si rispetti, dunque curiosità ai livelli massimi e tanta empatia per i personaggi creati da Brigitte Riebe. E via, senza indugio, a fare il conto alla rovescia in attesa del romanzo conclusivo.


L’autrice

Brigitte Riebe ha conseguito un dottorato in Storia e successivamente ha lavorato come editor per una casa editrice. Ha pubblicato numerosi romanzi di grande successo, in cui ripercorre le vicende dei secoli passati. I suoi libri sono stati tradotti in diverse lingue. Vive con il marito a Monaco.


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Traduzione: Teresa Ciuffoletti e Nicola Vincenzoni
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 311

LA FAMIGLIA DEL PIANO DI SOPRA di Lisa Jewell


Fa fatica a individuare la linea di demarcazione, il punto in cui una si trasforma nell’altra. La prima volta che la madre adottiva l’ha presa in braccio, probabilmente. Ma lei non era senziente, non aveva coscienza del passaggio da Serenity a Libby, del silenzioso intrecciarsi dei fili di cui fatta la sua identità.

Trama

Cheyne Walk è una delle strade più eleganti di Chelsea, il quartiere in cui vive la buona società londinese. I suoi appartamenti, tuttavia, non sono soltanto la quinta di una vita ricca e spensierata, ma costituiscono a volte anche il teatro di raccapriccianti ritrovamenti. Come quello che si spalancò davanti agli occhi degli agenti di polizia accorsi al numero 16 di Cheyne Walk, dopo una telefonata anonima che segnalava un possibile triplice suicidio. Sul pavimento della cucina giacevano i corpi dei coniugi Martina e Henry Lamb e di un terzo uomo non identificato. In una camera al primo piano, c’era una bambina di circa dieci mesi in buone condizioni di salute, con una zampa di coniglio sotto la copertina della culla. Stando alle dichiarazioni dei vicini, da alcuni anni in quella casa abitavano molti bambini e diversi adulti, tutti misteriosamente svaniti nel nulla, compresi i due figli maggiori dei Lamb.

Una vicenda di cronaca nera irrimediabilmente consegnata al passato per Scotland Yard, una ferita tragicamente riaperta per Libby, ovvero Serenity Lamb, la bambina che venticinque anni prima era stata adottata dai signori Jones, diventando Libby Jones.

La giovane donna ha ereditato la casa di Cheyne Walk e, con lei, il suo spaventoso passato, un passato fatto di indagini senza sbocco, tracce di sangue e DNA sconosciuti, messaggi e strane scritte sui muri, pannelli segreti e un orto di piante officinali, alcune delle quali erano state usate per il palese suicidio collettivo dei suoi genitori.

Cos’è accaduto davvero tra quelle mura? Che fine hanno fatto gli altri abitanti della casa di Chelsea? E, soprattutto, in che modo quei drammatici eventi hanno a che fare con gli strani rumori che Libby sente provenire dal piano di sopra, benché sia certa di essere sola in quella strana e tetra dimora? Avvincente, claustrofobico thriller psicologico, che, tra suspense e colpi di scena, riesce a tenere il lettore inchiodato alla pagina, La famiglia del piano di sopra costituisce una splendida conferma del talento dell’autrice di Ellie all’improvviso.


Recensione

Ci sono libri che infondono in chi li legge umori, odori, sensazioni. Che creano delle atmosfere che sembrano vivere di vita propria, che sentiamo sulla pelle come vividi sudari. Come se aprendo le pagine venissimo risucchiati nell’universo parallelo contenuto in esse.

“La famiglia del piano di sopra” è uno di questi libri. Immediatamente ti rapisce, quasi con violenza. E sei costretto ad entrare in un imbuto, denso di sensazioni che si incollano sulla pelle. Sei costretto ad addentrarti in un tunnel sempre più stretto e claustrofobico finché non desideri più uscirne. Indugi in una palude che ti spinge verso il basso ma sei troppo curioso per metterti in salvo, per tentare di fuggire.

Una lettura nera come l’inferno che tratta il tema della manipolazione psicologica con enorme maestria. Una condizione che diventa l’anticamera dell’inferno per 4 ragazzini, che si trovano a convivere con il folle disegno di un uomo visionario.

La trama è condotta su due piani temporali; i capitoli si alternano tra presente e passato. Il presente è quello di Libby e di Lucy, coinvolte entrambe dagli eventi che si svolsero nella casa di Cheyne Walk; il passato è il racconto in prima persona di Harry Lamb, anch’esso poco più che un bambino all’epoca dei fatti. Passato e presente si incastrano perfettamente per ricostruire anni di prostrazione e di dolore e per scoprire la verità.

Tutto il romanzo gira intorno alla morte misteriosa dei coniugi Lamb e di un terzo sconosciuto e alla scomparsa dei 4 ragazzini. Quando la polizia varcherà la soglia della bellissima villa sul Tamigi troverà i tre cadaveri e una bimba di 10 mesi in ottima salute, Serenity. Omicidio, suicidio, follia collettiva sfociata nel più aberrante dei gesti? Che fine ha fatto la famiglia Lamb, un tempo ricca e ben in vista nella società londinese? E chi sono le misteriose figure che negli ultimi anni occupavano la casa, un tempo magnifica magione e oggi ridotta a scheletro buio e spoglio? Quali veleni hanno impregnato le pareti di Cheyne Walk? Pareti come prigioni, che hanno sottratto ai suoi abitanti la luce e il calore del sole.

Si brancolerà nel buio per decenni e il mistero della villa spoglia e dei suoi abitanti scalzi e vestiti di semplici sai neri rimarrà tale per molto tempo. Il come e il perché di quelle morti e di quelle sparizioni sarà un vero rompicapo, dove mistero, superstizione, magia, alchimia, manipolazione e suggestione giocheranno il ruolo principale.

I temi trattati sono calamite per chi legge e la trama è una tela inespugnabile in cui cadere inermi ad attendere la dolce morte che porrà fine al peggiore degli incubi. Una lettura magnificamente costruita per irretire il lettore e una prosa che è un martello pneumatico, incessante e cadenzato, che batte inesorabile dove fa più male.

L’unica sbavatura, a mio avviso, si riscontra nel finale, che per stessa ammissione dell’autrice, stentava ad uscire fuori dalla sua penna. Vi ho letto come un repentino cambiamento di registro, che ha finito per confondermi. Inutile e pernicioso tocco di luce dentro ad un cielo fitto di nuvole burrascose. A volte è preferibile rimanere tra i flutti e i gorghi, invece di godere di un’improvvisa schiarita che ci coglie impreparati. Ma questo è un mio pensiero ed è senz’altro un peccatuccio veniale. Il romanzo è e rimane una chicca. Un vero e proprio gioiello noir in cui perdersi. Segno che è davvero impossibile inseguire la perfezione, ammesso che esista.


L’autrice

Lisa Jewell è nata e cresciuta nel nord di Londra, dove vive ancora con il marito e le due figlie. Il suo primo libro, Ralph’s Party, è stato il romanzo d’esordio più venduto del 1999. Ha scritto numerosi altri romanzi che sono entrati nella classifica dei bestseller del Sunday Times. Con Neri Pozza ha pubblicato Io ti ho trovato (2017) e Ellie all’improvviso (2018).


  • Casa Editrice: Neri Pozza
  • Traduzione: Annamaria Biavasco e Valentina Guani
  • Genere: noir
  • Pagine: 334

LA MIA PROPRIETA’ PRIVATA di Mary Ruefle


La vecchiaia felice arriva a piedi nudi e porta con sé grazia e parole gentili, e maniere che la cupa giovinezza non ha mai nemmeno conosciuto.

Trama

In questo libro, Mary Ruefle, tra le maggiori poetesse e artiste americane, raccoglie pensieri, riflessioni e visioni sull’amore, sull’arte, la felicità e il tempo. A metà tra memoir e diario, La mia proprietà privata è una scatola magica, che una volta aperta mostra incredibili meraviglie: un sogno bizzarro dove Dio ti chiede quale vestito deve indossare; la solitudine sconfinata di una foresta coperta di neve; un romanzo scritto su centoquattro piatti da portata di cui ne rimane solo uno. Sono oggetti preziosi raccontati con una voce poetica intrisa di umorismo e disincanto, ma anche di fiducia e tenerezza; attraverso di loro, l’autrice ci accompagna nel mondo che conosciamo per mostrarcelo con occhi nuovi, in una libera associazione di parole e sentimenti che parte dal quotidiano per abbracciare il senso profondo dell’esistenza.

Fotografie e musica, neve e nuvole, tutto ci immerge nella trama del romanzo di noi stessi, e una tristezza che si tramuta in gioia tinge di colori speciali ogni frammento, lava la nostra mente e i nostri occhi, ci fa capire e sentire di poter essere capiti. La proprietà privata che Mary Ruefle ci offre non è che la nostra libertà, illuminata dalla saggezza dell’esperienza.

Questo libro è per chi si domanda dove vanno a finire le nuvole, per chi crede che nei versi dei poeti siano racchiusi il passato, il presente e il futuro, per chi almeno una volta ha desiderato di diventare invisibile, e per chi conosce la meraviglia delle piccole cose, l’incanto che può provocare un semplice foulard trasportato dal vento nel cielo color lavanda.


Recensione

Pezzi di vita. Sprazzi di luce. Pensieri, sensazioni, consapevolezze, ricordi, desideri. Voci che si mescolano, si sovrappongono. Senza capo, né coda. Senza un ordine, senza un filo conduttore. Niente che faccia pensare alla vana esigenza di raccontare una storia. Niente di più intimo, niente di più personale che un mosaico di pensieri che si srotolano in prosa ma che virano con forza verso la poesia.

“La mia proprietà privata” allude a qualcosa che sgorga dall’interno e sommerge ciò che sta intorno. Parole come acqua che scorre verso il mare, inarrestabile. Tutto ciò che vi si legge è privato. Una concessione che l’autrice fa al suo pubblico, una chiave di accesso dentro ad un universo di pensieri e di parole nate dalla sensibilità di chi ha fatto della poesia la sua vita.

Vi troviamo digressioni sui temi che più assillano l’uomo come la vita, l’amore, la casualità degli eventi, il tempo che passa.  Parole che sono perle ma anche pietre. E in entrambi i casi, sono chiavi di lettura della vita e delle sue bizzarre visioni. Un abbecedario, una legenda, un libretto di istruzioni per vivere e per comprendere.

Frammenti di una vita. E toni allegri, compassati, melanconici, frivoli, sfrontati. In fondo siamo proprio noi lettori lo specchio in cui si riflette la voce dell’autrice. Noi, gli interpreti perfetti di questi racconti, che decidiamo, in assoluta autonomia se il tono di una pagina è triste oppure no, Se è nostalgico, rancoroso, rabbioso o sognante. Noi lettori siamo la cartina di tornasole.

E’ con questa estrema libertà che Mary Ruefle si dona a noi e ci concede di interpretare i suoi racconti. Di farli nostri. Lei davanti, noi un passo indietro, come timidi scolari ingordi di imparare. Lei sublime interprete di vita, noi semplici spugne che assorbono la linfa che cade dalle pagine. E dalle pagine di Mary c’è tanto da imparare. Le piccole cose. I pensieri innocenti. Vedere nel cuore delle cose. Chiamarle con il loro nome, senza averne paura.


L’autrice

Mary Ruefle (1952) è una poetessa, artista e saggista americana, insegna al Vermont College e alla University of Iowa. Paragonata a Emily Dickinson, ha pubblicato diverse raccolte di poesia e l’ultima, Dunce (Wave Books, 2019), è stata finalista al National Book Award e al Pulitzer Prize. Autrice di culto negli Stati Uniti, collabora con quotidiani e riviste ed è stata inclusa nelle antologie Best American Poetry, Great American Prose Poems (2003), American Alphabets: 25 Contemporary Poets (2006) e The Next American Essay (2002).


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Traduzione, Gioia Guerzoni
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 119

SERVO E SERVA di Ivy Compton Burnett


“George, io mi arrendo con te” disse Bullivant. “L’abisso fra noi due è troppo vasto. Per troppo tempo ho cercato di colmarlo, ma invano. Ora basta. Prendo atto del mio fallimento. D’ora in avanti ognuno per la sua strada. Saremo fisicamente vicini, lavoreremo insieme, ma in spirito siamo lontani. Non avevo misurato correttamente la nostra distanza”.
George, a cui il tutto appariva piuttosto esagerato, guardò Bullivant lasciare la stanza col passo di uno che ha compiuto un gesto estremo. Guardò la cuoca, o meglio la sua schiena, e Miriam, che non osò ricambiare il suo sguardo ben sapendo che la cuoca aveva gli occhi anche sul retro della testa, sebbene al momento si rifiutassero di incontrare lo sguardo di George. Capì che in futuro avrebbe dovuto contare solo su stesso.


Trama

Dopo Più donne che uomini e Il capofamiglia, accolti con grandissimo entusiasmo, prosegue la pubblicazione di Ivy Compton-Burnett, autrice fondamentale del Novecento inglese amata dai più grandi scrittori.

Il pater familias Horace Lamb, nobile tirannico, sadico e avaro, trascorre le giornate vessando la servitù e i numerosi figli (ma non la consorte: fra i due è lei quella ricca). Insieme a lui e alla moglie Charlotte vive il cugino Mortimer, uomo al contrario molto pacifico, che non si è mai sposato, è nullatenente ed è segretamente innamorato di Charlotte, la quale altrettanto segretamente lo ricambia. Quando la donna parte per un lungo viaggio in America l’equilibrio della casa traballa: il nuovo precettore dei bambini, Gideon, la sua opprimente madre Gertrude e la remissiva sorella Magdalen entrano con prepotenza nelle dinamiche familiari e rimescolano le carte in tavola… E nel consueto gioco di sotterfugi, cattiverie e dialoghi avvelenati che come sempre domina le pagine di Compton-Burnett, la servitù si riserva questa volta un ruolo di rilievo, conquistando a poco a poco la scena e assurgendo al ruolo di irriverente protagonista. Patrimoni e matrimoni, tradimenti e crudeltà quotidiane: Ivy Compton-Burnett al suo meglio, in un romanzo che, insieme a Il capofamiglia, lei stessa considerava il suo preferito.


Recensione

I romanzi di Ivy Compton Burnett sono boccate d’ossigeno dentro alle nubi tossiche del presente. Quadri vivaci di un passato affatto remoto sebbene ormai lontanissimo dalle nostre abitudini di vita. Riflessi di un modo di vivere ormai perduto, in cui la famiglia è un’isola in un mare incerto e tempestoso. Un’isola con il suo microclima, la sua vegetazione. In cui sole o nuvole sono derivazioni degli umori del suo capofamiglia. Una famiglia allargata, dai cui rami dipendono molti altri parenti e che coinvolge ed è coinvolta anche dalle dinamiche della servitù. L’occhio e il cuore di questa illuminata autrice abbracciano con grande chiarezza le dinamiche familiari della seconda metà dell’ottocento inglese, cavalli indomiti e imprevedibili, ma sempre tenuti a freno dalle briglie del padrone.

In “Servo e serva” siamo al cospetto di una famiglia borghese in cui troneggia la figura del padre, Horace, dispotico e terribilmente avaro. Sadico, crudele, manipolatore, tiene in pugno i figlioletti, malvestiti, malnutriti e decisamente tiranneggiati, ma lascia indenne la moglie, Charlotte, perché ricca, la vecchia zia Emilia e in qualche misura anche il cugino, Mortimer, sebbene sia privo di sostanze e viva praticamente a spese della famiglia.

La servitù, una cuoca devota e petulante, un maggiordomo saggio e lungimirante e due giovani sguatteri prelevati da un orfanotrofio, completano il quadro familiare. I quattro sono il sottobosco familiare. A conoscenza di qualsiasi avvenimento accada in casa, assorbono ed in qualche modo guidano le vicende familiari, come un pubblico erudito in platea, che osserva, commenta e giudica.

Lo spaccato familiare è descritto con vivacità dall’audace penna della Burnett, che governa con slancio e precisione i dialoghi, fitti, colorati, vividi e ironici. La narrazione in realtà è fatta esclusivamente di dialoghi; la voce dei personaggi è viva, reale e riesce a fare a meno dell’intervento del narratore senza che la trama debba perdere di efficacia. Questa caratteristica è unica e davvero significativa e se da un lato è sintomo di un grandissimo talento narrativo, dall’altro a volte rende più difficile seguire il filo della narrazione. Leggere la Burnett è un esercizio di concentrazione; non ci si deve distrarre perché si rischia di perdere il filo del discorso. La lettura, in ogni caso, è un’esperienza irripetibile e assai gratificante per il lettore, immerso in un disegno perfetto di parole, suoni ed espressioni che descrivono l’essenza di un mondo ormai lontano per abitudini, costume e consuetudini.

La trama è intessuta a partire dalla figura di Horace, quasi una caricatura nella sua aberrante meschinità, che è lampante e terribilmente iniqua ma anche così carica di ironia da sconfinare nel ridicolo. La sua condotta, le sue parole, l’atteggiamento assurdo nei confronti dei figlioletti è un ricamo perfetto che strappa più sorrisi che biasimo. Horace è un tripudio di bassezze, che trasforma in pillole di saggezza per i suoi interlocutori con una capacità disarmante. Una figura assurda e geniale, che poteva uscire solo da una penna altrettanto geniale. Il destino di Horace è un destino parimenti assurdo e incredibile, determinato, come causa e come effetto, dall’odio che induce in chi gli sta davanti. Illuminato da sprazzi di disarmante lucidità e da altrettante dimostrazioni di ottusità, Horace è una figura meravigliosamente costruita, sempre al centro di congetture, un magnete che attira avversione ma anche rispetto per il suo ruolo e timore per le sue rappresaglie e che finisce per essere il simbolo di una società che si mostra per ciò che non è. Horace è una lugubre fenice, che risorge immancabilmente dalle sue ceneri, suscitando sdegno e rassegnazione in chi gli sta intorno.

La strampalata famiglia non è indenne da minacce volte a destabilizzarla, come del resto anche la servitù, che ha i suoi punti deboli nei due sguatteri, che con la loro goffaggine finiscono tuttavia per essere la bocca della verità, capaci di vedere con chiarezza i lati oscuri di Horace. Famiglia e servitù rappresentano perfettamente gli umori e i costumi della classe sociale alla quale appartengono e i loro punti di vista descrivono i diversi modi di vedere e di intendere le cose, restituendo al lettore un quadro realistico ed illuminante dei modi di pensare del tempo.

“Servo e serva” è un magistrale viaggio indietro nel tempo, costruito con una prosa eccellente, con un linguaggio ricco e ironico e una verve unica, che l’autrice padroneggia dalla prima all’ultima pagina. Vizi e virtù dell’epoca in un racconto a due voci, in cui anche la classe lavoratrice dice la sua facendosi interprete lucida della realtà. Una lettura imperdibile più adatta agli amanti del periodo storico e ai cultori del fraseggio, meraviglioso specchio di un’epoca irripetibile.


L’autrice

Scrittrice britannica nata a Londra, sesta di dodici figli di un noto medico omeopata. Una vita familiare infelice le fornì materiale per i venti romanzi che scrisse, tutti di matrice autobiografica e incentrati sul tema del dispotismo familiare. Premiata e apprezzata da autori di grande prestigio, trascorse un’esistenza piuttosto appartata rifuggendo la fama. Fazi Editore ha pubblicato Più donne che uomini nel 2019 e Il capofamiglia nel 2020. Nei suoi diari, Virginia Woolf definiva la propria scrittura «di gran lunga inferiore alla verità amara e alla grande originalità di Miss Compton-Burnett».


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Traduzione: Manuela Francescon
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 353

REGINA ROSSA di Juan Gómez-Jurado


Poi si ferma, perché riscopre una verità universale che dimentica ogni giorno quando va a dormire. Il mondo è gestito dai mediocri, dagli egoisti e dagli idioti. In particolar modo da questi ultimi.

Trama

Primo capitolo di una trilogia che domina le classifiche spagnole da anni, Regina Rossa è un vero e proprio fenomeno. Preparatevi a conoscere Antonia Scott, la nuova regina del thriller spagnolo.

Antonia Scott è speciale. Molto speciale. Non è una poliziotta né una criminologa. Non ha mai impugnato un’arma né portato un distintivo. Eppure ha risolto dozzine di casi. Ma è da tempo che non esce dalla sua soffitta a Lavapiés. Dotata di un’intelligenza straordinaria, è stanca di vivere: ciò che ha perso contava molto più di ciò che l’aspetta là fuori. Jon Gutiérrez, quarantatré anni, omosessuale, ispettore di polizia a Bilbao, è nei guai: su Internet circola un video in cui, nell’intento di aiutare una giovane prostituta, introduce nell’auto del suo protettore una dose di eroina sufficiente a mandarlo dritto in prigione. A farli conoscere è Mentor, la misteriosa figura a capo dell’unità spagnola di Regina Rossa: un programma segreto volto alla cattura di criminali di alto profilo in Europa. Così, loro malgrado, Antonia e Jon si trovano a collaborare a un caso spinoso: il cadavere di Álvaro Trueba, il figlio della presidentessa della banca più grande d’Europa, è stato ritrovato in una villa immacolata con un calice pieno di sangue in mano. La stessa notte, anche Carla Ortiz, figlia di uno dei più ricchi imprenditori del mondo, è scomparsa. Entrambe le famiglie hanno ricevuto una telefonata da un uomo che dice di chiamarsi Ezequiel, ma non vogliono rivelare i dettagli della conversazione avuta con lui: evidentemente, ci sono dei segreti così grandi da non poter essere sacrificati nemmeno in nome di un figlio. Chi è Ezequiel? Si tratta di uno psicopatico o dietro c’è qualcosa di più? Per Antonia e Jon scatta così una disperata corsa contro il tempo, tra false piste, pestate di piedi e trappole mortali, attraverso i meandri più oscuri di Madrid.


Recensione

“Regina rossa” irrompe sulla scena e dopo niente sarà come prima.

Una storia potente, reale, che porta il lettore nel cuore della vicenda. Una donna spezzata, che non vuole tornare a vivere e indugia in un limbo ovattato, accanto all’uomo che ha amato, ridotto ad una spoglia vivente. Un programma che rischia di saltare, perché lei, la Regina Rossa, è chiusa in se stessa e prostrata dal rimorso.

Antonia Scott ha una storia complicata alle spalle. Già dalla sua infanzia ha fatto i conti con la morte e con l’assenza. Poi è arrivato l’incarico nel programma Regina Rossa, una squadra di eccellenza volta a risolvere casi complessi e pericolosi per l’incolumità dell’Europa. Che Antonia ha padroneggiato con successo. Ma ogni medaglia ha il suo rovescio e per Antonia il successo e la consacrazione hanno portato un conto salato, che può correggere ed attenuare solo con l’aiuto della chimica.

Antonia è piccola di statura, poco appariscente. Nervosa, veloce, intelligente. L’essere umano più intelligente del pianeta. Il suo cervello è una macchina da guerra. Ma in lei qualcosa si è rotto irrimediabilmente.

A rimetterla in pista ci pensa Jon Gutiérrez, poliziotto, grande e grosso, omosessuale, cuore tenero, carriera compromessa proprio dalla sua sensibilità, che lo ha portato ad un passo falso. Jon sarà costretto a lavorare con Antonia ad un caso spinoso. Il male che dovranno fronteggiare ha qualcosa di disumano. Il dolore, la crudeltà, l’efferatezza che dovranno combattere non hanno uguali. Sarà una corsa contro il tempo, contro i demoni della follia. Un rompicapo che non trova soluzione e che verrà a galla a poco a poco, a svelarsi in tutta la sua carica pestilenziale.

Inutile dire che le spire di questo romanzo sono trappole mortali. Che la trama è un vortice di suspense. Che la prosa è un tamburo che rulla ossessivo e ipnotico dentro la testa. L’autore trascina il lettore sulla scena e lo coinvolge emotivamente a trecentosessanta gradi. Leggi e non riesci a staccarti dalle pagine. Leggi e senti un legame fortissimo verso i personaggi, spogliati di qualsiasi fronzolo, nudi nella loro disarmante umanità e nelle loro debolezze.

Sappiamo come sia complicato confezionare un buon thriller. Occorre coerenza, realismo, equilibrio. Una storia potente, dei protagonisti carismatici e autentici, che siano speciali senza essere supereroi. Occorre tenere la penna in bilico tra una manciata di esigenze opposte, senza che nessuna vada a sovrastare l’altra.

Juan Gómez-Jurado è riuscito in tutto questo ed ha compiuto un vero miracolo. “Regina rossa” è davvero un thriller imperdibile. Un thriller completo, che contiene molte altre storie al suo interno, che non si accontenta di rimanere chiuso dentro al suo nucleo, ma che si espande, si completa con le storie di vita dei suoi protagonisti, attraverso flashback e discese nella psiche dei personaggi, che si lasciano penetrare dal lettore, senza veli e senza reticenze. Un thriller che si bea di una prosa senza pecche, condotta al tempo presente, che non tralascia alcun particolar pur rimanendo accattivante ed emotivamente coinvolgente. Una scrittura che pretende l’attenzione del lettore e la ottiene senza sforzo alcuno.

Un plauso a Fazi Editore che ha portato in Italia questo gioiello e che ci regalerà anche i successivi due capitoli di una trilogia che ha fatto il vuoto intorno a sé e che si è portata in cima alle classifiche di tutto il mondo.

In chiusura ed in estremissima sintesi: non fatevelo scappare!


L’autore

Juan Gómez-Jurado è nato a Madrid nel 1977, è un giornalista e un romanziere tradotto in quaranta lingue. La trilogia composta da Regina Rossa, Lupa Nera e Re Bianco ha avuto un successo clamoroso, con oltre un milione di copie vendute, e l’ha consacrato come l’autore di thriller spagnolo più venduto di sempre, nonché come uno dei massimi esponenti del genere a livello internazionale.


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Darkside
  • Traduzione:
  • Elisa tramontin
  • Pagine: 438

SORELLE di Daisy Johnson

 
Se il cervello è una casa con tante stanze, allora io vivo nello scantinato. E’ buio e silenzioso. A volte sento qualcosa che si muove sopra alla mia testa, come dell’acqua che scorre nei tubi o qualcosa che viene digerito lentamente. A volte c’è una luce forte e riesco a vedere dove vivo. Tutti gli angoli e gli scompartimenti del sottoscala, ogni piccolo spazio. Le pareti sono umide al tatto. Ho dovuto farmi piccola per entrarci, allungarmi come le bisce che crescono nell’erba vicino alla spiaggia.
Se il cervello è una casa con tante stanze, in ognuna ci abita Settembre. Le stanze sono grandi come chiese e lei si gonfia come un pallone per riempirle, i suoi pensieri fanno rumore come le sirene antinebbia e suonano in tutte le  stanze come  campane. Non so che aspetto hanno le sue stanze, ma quando me le immagino somiglianti alla spiaggia, con la bassa marea, chilometri di sabbia, acqua a non finire. Certe volte ripenso al formicaio e capisco che è come qui, con tutte le pareti che si schiacciano, le gallerie che crollano un momento dopo che sono strisciata fuori.

Trama

Le sorelle adolescenti Luglio e Settembre sono strette da un legame simbiotico forgiato con una promessa di sangue quando erano bambine. Vicine quanto possono esserlo due ragazze nate a dieci mesi di distanza, a volte è difficile stabilire dove finisca l’una e cominci l’altra. Abituate all’isolamento, non hanno mai avuto amici: bastano a se stesse. Ma un pomeriggio a scuola accade qualcosa di indicibile. Qualcosa da cui non si può tornare indietro. Alla disperata ricerca di un nuovo inizio, si trasferiscono con la madre dall’altra parte del paese, sul mare, in una vecchia casa di famiglia semiabbandonata: le luci tremolano, da dietro le pareti provengono strani rumori, dormire sembra impossibile. Malgrado questo inquietante scenario, a poco a poco la vita torna ad assumere una parvenza di normalità: nuove conoscenze, falò sulla spiaggia… Luglio si accorge però che qualcosa sta cambiando, e il vincolo con la sorella inizia ad assumere forme che non riesce a decifrare. Ma cos’è successo quel pomeriggio a scuola che ha cambiato per sempre le loro vite? Ricco di tensione e profondamente commovente, il secondo romanzo della talentuosa Daisy Johnson penetra a fondo nelle zone più oscure dei legami affettivi, raccontando una conturbante storia d’amore e invidia tra sorelle che i fan di Shirley Jackson e Stephen King divoreranno.


Recensione

Un rapporto simbiotico in cui si è innestato un piccolo tarlo. La boccuccia ossuta, rosicchia pianissimo ma è inesorabile e morde, consuma, erode, spacca.

Tutto sembra bello e idilliaco, le due sorelline quasi coetanee, una dai capelli come fili di seta, indomita, volitiva, curiosa. L’altra più scura e incerta, quasi un’ombra che segue la sorella maggiore come se fosse una sua espansione corporea.

Insieme, quasi una sola anima in due corpi dissimili. Inseparabili, unite, indivisibili. In quella perfezione, in quella apparente dolcezza, si scopre una crepa. Che si allarga, che contagia, che distrugge.

Settembre e Luglio sono nate a dieci mesi di distanza. Il loro è un rapporto escludente e chiuso, in cui a nessuno è concesso di affacciarsi, neanche alla madre, una figura sfuggente, intrappolata nel malessere e nel lutto. Settembre e Luglio non hanno amici. Bastano a se stesse. Crescono dentro ad un mondo solo loro, fatto di codici, di giochi inventati, di una complicità quasi patologica che diventa mania, suggestione, dipendenza.

Settembre è crudele e manipolatrice. Luglio la asseconda, sempre un passo indietro. Sempre pronta a giustificare la sorella, ad accontentare ogni suo capriccio, ad obbedire ad ogni suo ordine e a sottostare ad una sistematica pressione che mina il suo equilibrio e riduce inesorabilmente la sua volontà. Ma Luglio senza Settembre è come se non esistesse. Un amore asfittico la lega a lei, alla quale non sa negarsi. Settembre è luce ma è anche buio. Una malattia alla quale Luglio a volte vuole sottrarsi, pur sapendo che soccomberà alla sua virulenza. Tra le due sorelle c’è un rapporto malato, del quale si intravede, tra le pagine, la terribile carica pestilenziale e il potenziale distruttivo che porta con sé.

Follia e accondiscendenza descrivono un rapporto di sudditanza psicologica in cui la malvagità, le gelosie e il desiderio di esclusione prolificano indisturbati. Follia e accondiscendenza che vestono i panni rassicuranti dell’affetto, della complicità. Attorno alle due sorelle solo assenza, e una casa misteriosa, quasi una creatura dotata di una vita propria, che nasconde ricordi dolorosi.

Finchè qualcosa accade. E rompe ogni equilibrio. Dopodichè ci sarà solo caos. Dopodichè una nuova esistenza dovrà trovare sfogo, collocazione, motivazione.

La scrittura di Daisy Johnson è un pozzo di incertezza e di sospetto. E’ subdola e abbacinante e attira il lettore nelle sue trappole. La curiosità che desta in chi legge è una spirale che si attorciglia ai pensieri. Il malessere che suscita è sempre più stordente poiché una viscida sollecitudine si fa strada tra le ciglia.

“Sorelle” è un grandioso ritratto delle molteplici sfaccettature dei rapporti familiari in cui ritroviamo le innocue complicità che lo caratterizzano ma anche dinamiche che sfuggono a qualsiasi classificazione, proprio perché esclusive, escludenti e tremendamente personali. Rapporti in cui entrano in gioco forze opposte ed esplosive, comandate da sentimenti imbizzarriti e indomabili. Rapporti spesso blindati, incomprensibili, dove amore, possesso e abnegazione si mescolano e assumono sfumature imperscrutabili.

Un groviglio assai complesso e difficile da descrivere, che tuttavia Daisy padroneggia e ipnotizza con un potere quasi magico. Un groviglio che si scioglierà inaspettatamente, in un epilogo che lascia attoniti e, forse, anche sollevati. Una ferita inferta con premeditazione, con mano decisa a squarciare l’impenetrabile cortina che avvolge i rapporti familiari fino a farne brandelli.


L’autrice

Nata nel 1990, nel 2016 ha pubblicato la raccolta di racconti Fen, grazie alla quale ha vinto l’Harper’s Bazaar Short Story Prize, l’A.M. Heath Prize e l’Edge Hill Short Story Prize. Attualmente vive a Oxford. Fazi Editore ha pubblicato Nel profondo, il suo romanzo d’esordio finalista al Man Booker Prize, nel 2019.


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Traduzione: Stefano Tummolini
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 202

LA RAGAZZA A di Abigail Dean



E dormivamo anche noi, dormivamo sempre. L’inverno comprimeva le ore di luce. Evie si svegliava la notte e la tosse la squassava tutta, scuoteva le catene. – Torna a dormire – . Che altro potevo dirle? La lucidità mi stava abbandonando: dal buio vedevo emergere ogni tanto figure salvifiche. Recavano acqua, coperte, pane. A volte era la signorina Glade, altre volte zia Peggy. Mormoravano in lingue sconosciute che non capivo.
Qualche volta invece veniva Madre. Pensavo ai periodi in cui ci aveva amato di più, ovvero quando eravamo nel suo ventre, silenziosi, solo suoi, e lasciavo che mi accudisse così. Qualche volta ci portava latte, avanzi di cibo.  Ci imboccava. Altre volte aveva con sé una bacinella di plastica e un panno. S’inginocchiava vicino al letto e parlava dolcemente a se stessa, come fosse anche lei una bambina piccola. La sensazione del panno umido sulle membra, tra la mascella e lo stomaco, sulla pelle svuotata del seno e delle natiche – carne invecchiata anzitempo – e poi tra le gambe dove c’era sempre un disordine, una vergogna, come se il corpo non ce la facesse proprio a smettere di essere umano. In quei momenti di tenerezza mi rendevo conto di come poteva essere la resa: non pensare più a come fuggire, a come proteggere Evie, a come dimostrare quanto ero brava. Era inebriante, come scivolare piano in mezzo a lenzuola pulite.


Trama

Lex non vuole più pensare alla sua famiglia. Non vuole più pensare all’infanzia degli orrori. Non vuole più pensare a sé stessa come la Ragazza A, quella che era riuscita a scappare. Ma quando molti anni dopo sua madre muore lasciando la vecchia casa in eredità, la voragine del passato si spalanca di nuovo sotto i suoi piedi. Lex vorrebbe trasformare l’edificio in un luogo di pacificazione, ma per prima cosa deve fare i conti con i sei fratelli e con l’indicibile infanzia che hanno condiviso. Così, quella che comincia come un’adrenalinica storia di sopravvivenza e riscatto, diventa racconto di rivalità tra fratelli e alleanze ancestrali.


Recensione

I segreti che ci portiamo dentro, il nostro vissuto, sono pozzi insondabili dei quali spesso siamo i più integerrimi carcerieri. Timore, vergogna, traumi a volte ci impediscono di comprendere, di realizzare ciò che è accaduto, in un passato che sembra lontanissimo ma che in realtà non ci ha mai abbandonato.

A volte è un granello di sabbia che fa inceppare un meccanismo. Altre è un macigno, che lo schiaccia e lo disintegra. Granello o roccia, indipendentemente dalle loro dimensioni,  sanno essere dirompenti allo stesso modo e causare crepe insaldabili nella nostra vita.

L’essere umano è una creatura delicata, debole. Un niente lo incrina. Eppure è anche capace di sopportare l’insopportabile e di farlo con la forza di un uragano.

“La ragazza A” è la storia di una caduta e della estenuante risalita verso la luce. Una storia di perdite e di rinascite. La storia di chi si è opposto alla morte e ha continuato, nonostante tutto, a guardare avanti.


Quando non si ha neanche un nome che ci distingua. Quando la vita ci tradisce nel peggiore dei modi, distruggendo la nostra scintilla vitale. Un fiore che piega la sua corolla. Un filo d’erba schiacciato da un sasso. L’assenza di luce.  Lo stordimento, la sorpresa. E poi il dolore, l’incredulità. Nessuno da amare. Nessuno in cui credere. Il rifiuto. La ribellione che squarcia la pelle e il respiro. Perché io, perché a me. Non saper difendersi. Non riuscire a fuggire. Non trovare una spiegazione. Il sollievo di sapersi rassegnare. La carezza del sonno. L’oblio. La fine.

Dei bambini. La loro voglia di vivere, di scoprire, di sapere, di vedere, di mettersi alla prova. Ridotti in schiavitù da chi li doveva proteggere. Nel nome di un Dio impietoso, cattivo, vendicatore.

Cercare un confine che non si trova. Spingersi al limite. Via la luce, via il sole. Via il vento sulla faccia, una corsa a perdifiato. Via un libro da leggere, un sogno da inseguire. Via il futuro, il domani. Soli, tra quattro mura. Perdere l’orientamento. Sapersi perduti, senza poter essere salvati. E ancora lo stordimento di una sorda consapevolezza che si fa strada in te. Che fa a pugni con l’incredulità. Che va a braccetto con le tue colpe, che di colpe devi averne molte anche se sei solo un bambino. Non riuscire nemmeno a odiare.

Confusione. Dolore. Paura. Oblio. E negli sprazzi di lucidità cercare di stare vivi, aggrapparsi ad un pensiero. Meditare la fuga e poi tornare a disperare. Desiderare la morte e poco dopo sorprendersi ad ascoltare i rumori di casa tua, dove credevi di essere al sicuro, come dovrebbero essere tutti i figli.

Quand’è che si smette di pretendere ciò che ci spetta? Quand’è che si realizza di vivere in un incubo?

Quand’è che un bambino può chiamare le cose con il loro nome?

Forse quando è troppo tardi. Oppure quando l’istinto si ridesta e decidi che vuoi vivere.

“La ragazza A” non si descrive. Non si racconta, non si spiega. Il solo parlarne produce dolore.

La potenza di questa storia, il massacro della sua prosa, lo squarcio delle sue immagini è fuoco sulla pelle.

Un occhio rivolto ad un passato di orrori, un occhio al futuro, in un tempo in cui si cerca di ricostruire, o di dimenticare. Passato e presente si dividono la scena in questo romanzo che dilania. La ragazza A, quella che è riuscita a fuggire, racconta il suo inferno e quello dei suoi fratelli. Divisi dopo la tragedia, si sono tenuti in contatto come hanno potuto, ma adesso è necessario rivedersi, per decidere le sorti della casa che li ha visti bambini. Frugare in un fondale torbido smuove ricordi sopiti e fa venire a galla nuovi retroscena. Seppure invischiati in uno stagno di brutalità e di follia, i bambini hanno cercato la loro salvezza in modi diversi. Quando in gioco c’è la vita ogni mossa è lecita. Eppure alcune scoperte avranno il sapore della sconfitta, mentre altre scopriranno verità terribili.

La prosa di Abigail Dean prorompe fra le pagine e non ha nessuna intenzione di filtrare ciò che è scomodo o scandaloso. Scende impietosa nei recessi della mente e li sconvolge con ricordi, immagini, dolore e brutalità. Descrive l’abominio che certe esperienze lasciano dentro. Racconta le ambiguità e gli inganni che permettono ad una persona di andare avanti, anche se dentro ogni cosa si è rotta irrimediabilmente.

La penna scivola leggera come un rasoio sulla pelle e lascia cicatrici che sanguinano e che bruciano. Eppure non eccede mai. Semmai rimane neutra, quasi afona, nonostante strazi tutto ciò che incontra.

Difficilmente ci imbatteremo in qualcosa di simile. L’esordio della Dean è un punto fermo, attorno al quale gravita l’orrore di un’infanzia negata e la meravigliosa sensibilità di una penna illuminata.


L’autrice

Abigail Dean è una scrittrice di Manchester, che vive nel sud di Londra. Il suo primo romanzo, GIRL A , è stato pubblicato nel Regno Unito nel gennaio 2021 ed è stato subito un bestseller del Sunday Times.


  • Casa Editrice: Einaudi Editore
  • Collana: Stile Libero Big
  • Traduzione: Manuela Francescon
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 364

IL NASO di Nikolaj Gogol


 Spense la luce della stanza e continuò a riflettere che il suo era davvero un caso incomprensibile, diavolo. Se avesse perduto un bottone, un cucchiaino d’argento, un orologio o qualcosa di simile, si sarebbe potuto capire. Ma perdere, che cosa? Il naso? Diavolo! E a chi era sparito il naso?

Trama

In una San Pietroburgo che può essere intesa come attuale, il 25 marzo di un anno imprecisato, il barbiere Ivan Jakovlèvič trova un naso umano in una pagnotta. Se ne vuole disfare e su un ponte lo getta nelle acque del fiume Neva. Il maggiore Kovalèv si sveglia e non trova più il naso dove dovrebbe stare, in mezzo al volto. Esce da casa e vede il suo naso – lo stesso del barbiere – salire in carrozza. Segue il naso in una chiesa. L’avvicina. Parla con il suo naso antropomorfizzato. Il naso gli gira le spalle e se ne va. Kovalèv lo rincorre ed esce in strada. Il naso è scomparso. Kovalèv si fa accompagnare in carrozza dal capo della polizia, non lo trova, risale in vettura, si fa portare a un giornale dove vorrebbe pubblicare un annuncio. Non riesce a farlo e se ne va. Si reca dal commissario del quartiere. Non ne cava nulla anche là. Rincasa, è il tramonto. Mentre riflette, sopraggiunge trafelato un funzionario di polizia, gli porge il naso. L’hanno ritrovato! Sì, ma Kovalèv non riesce a riattaccare il naso. Chiama in aiuto un medico che abita nello stesso palazzo. Anche il medico desiste. È dunque impossibile riattaccare il benedetto naso? Il giorno dopo, Kovalèv scrive una lettera all’ufficialessa che riteneva fosse la responsabile della sparizione del naso. Le chiede di metterlo in grado di riattaccarlo… Intanto, la notizia del naso si è diffusa per l’intera città di San Pietroburgo. Siamo ormai arrivati al 7 aprile e riuscirà mai il nostro Kovalèv a rivedere in uno specchio il proprio organo dell’olfatto?


Recensione

Sospeso ironicamente tra il serio e il faceto, tra la favola e il racconto di denuncia, “Il naso” è un classico nella produzione letteraria di Nikolaj Gogol, poeta, scrittore e drammaturgo russo. Un racconto che spesso trova spazio nelle antologie scolastiche come esempio perfetto dei risultati esaltanti che si possono ottenere mescolando satira e surreale.

La storia è nota: un funzionario della Russia ante rivoluzione perde il suo naso in circostanze misteriose e con esso anche la sua credibilità, qualità che reputa indispensabile per mantenere il suo status di privilegiato. Solo affrontando diverse traversie riuscirà a riappropriarsene e a salvare la sua reputazione, debole e vacillante attributo che trova fondamento nell’arretratezza e nella superstizione della società russa di allora.

Le figure che attraversano il racconto, al lordo di quella del malcapitato Kolalèv, sono meravigliosi esempi di un periodo storico chiuso e retrogrado: il barbiere, donnaiolo impenitente, bugiardo e dedito all’alcol, l’ufficialessa superiore Palageja, tirannica matrona così temuta da kolalèv, i poliziotti, ciechi e corrotti, depositari di ogni forma di ingiustizia e di irragionevolezza e tutte le altre comparse, che esistono solo per ribadire che in Russia, ai tempi dello Zar, si è in balia di mille variabili impazzite, che non si possono in alcun modo governare, né  comprendere.

Gogol utilizza queste bieche e strampalate comparse per tratteggiare la società dell’epoca, noncurante delle minacce e delle pressioni che colpiscono anche la sua persona, così come quella di Kolalèv.

Ne esce un inno feroce e geniale del senso del ridicolo che spesso imprigiona l’uomo, vittima e a volte artefice dei capricci di un sentire così sottile e perfido come è la sensazione e il timore di rendersi, appunto ridicoli.

L’uomo è disposto a tutto pur di non cadere in un simile vespaio. Si illude, nega l’innegabile e cerca di riprendersi il proprio naso, che fugge improvvisamente per vestire i panni di un uomo in tutto e per tutto simile al suo stesso proprietario e ugualmente folle e irrazionale.

Con il naso finalmente tornato al suo posto ogni pericolo è scampato. Tutto si piò affrontare se si possiede un naso. Tutto diventa accettabile. Tutto si aggiusta, basta crederci.


  • Casa editrice: 13Lab Milano
  • Collana: MyosotiS
  • Genere: classico della letteratura russa
  • Traduzione: Giovanni Nebuloni
  • Pagine: 121