LA RAGAZZA A di Abigail Dean



E dormivamo anche noi, dormivamo sempre. L’inverno comprimeva le ore di luce. Evie si svegliava la notte e la tosse la squassava tutta, scuoteva le catene. – Torna a dormire – . Che altro potevo dirle? La lucidità mi stava abbandonando: dal buio vedevo emergere ogni tanto figure salvifiche. Recavano acqua, coperte, pane. A volte era la signorina Glade, altre volte zia Peggy. Mormoravano in lingue sconosciute che non capivo.
Qualche volta invece veniva Madre. Pensavo ai periodi in cui ci aveva amato di più, ovvero quando eravamo nel suo ventre, silenziosi, solo suoi, e lasciavo che mi accudisse così. Qualche volta ci portava latte, avanzi di cibo.  Ci imboccava. Altre volte aveva con sé una bacinella di plastica e un panno. S’inginocchiava vicino al letto e parlava dolcemente a se stessa, come fosse anche lei una bambina piccola. La sensazione del panno umido sulle membra, tra la mascella e lo stomaco, sulla pelle svuotata del seno e delle natiche – carne invecchiata anzitempo – e poi tra le gambe dove c’era sempre un disordine, una vergogna, come se il corpo non ce la facesse proprio a smettere di essere umano. In quei momenti di tenerezza mi rendevo conto di come poteva essere la resa: non pensare più a come fuggire, a come proteggere Evie, a come dimostrare quanto ero brava. Era inebriante, come scivolare piano in mezzo a lenzuola pulite.


Trama

Lex non vuole più pensare alla sua famiglia. Non vuole più pensare all’infanzia degli orrori. Non vuole più pensare a sé stessa come la Ragazza A, quella che era riuscita a scappare. Ma quando molti anni dopo sua madre muore lasciando la vecchia casa in eredità, la voragine del passato si spalanca di nuovo sotto i suoi piedi. Lex vorrebbe trasformare l’edificio in un luogo di pacificazione, ma per prima cosa deve fare i conti con i sei fratelli e con l’indicibile infanzia che hanno condiviso. Così, quella che comincia come un’adrenalinica storia di sopravvivenza e riscatto, diventa racconto di rivalità tra fratelli e alleanze ancestrali.


Recensione

I segreti che ci portiamo dentro, il nostro vissuto, sono pozzi insondabili dei quali spesso siamo i più integerrimi carcerieri. Timore, vergogna, traumi a volte ci impediscono di comprendere, di realizzare ciò che è accaduto, in un passato che sembra lontanissimo ma che in realtà non ci ha mai abbandonato.

A volte è un granello di sabbia che fa inceppare un meccanismo. Altre è un macigno, che lo schiaccia e lo disintegra. Granello o roccia, indipendentemente dalle loro dimensioni,  sanno essere dirompenti allo stesso modo e causare crepe insaldabili nella nostra vita.

L’essere umano è una creatura delicata, debole. Un niente lo incrina. Eppure è anche capace di sopportare l’insopportabile e di farlo con la forza di un uragano.

“La ragazza A” è la storia di una caduta e della estenuante risalita verso la luce. Una storia di perdite e di rinascite. La storia di chi si è opposto alla morte e ha continuato, nonostante tutto, a guardare avanti.


Quando non si ha neanche un nome che ci distingua. Quando la vita ci tradisce nel peggiore dei modi, distruggendo la nostra scintilla vitale. Un fiore che piega la sua corolla. Un filo d’erba schiacciato da un sasso. L’assenza di luce.  Lo stordimento, la sorpresa. E poi il dolore, l’incredulità. Nessuno da amare. Nessuno in cui credere. Il rifiuto. La ribellione che squarcia la pelle e il respiro. Perché io, perché a me. Non saper difendersi. Non riuscire a fuggire. Non trovare una spiegazione. Il sollievo di sapersi rassegnare. La carezza del sonno. L’oblio. La fine.

Dei bambini. La loro voglia di vivere, di scoprire, di sapere, di vedere, di mettersi alla prova. Ridotti in schiavitù da chi li doveva proteggere. Nel nome di un Dio impietoso, cattivo, vendicatore.

Cercare un confine che non si trova. Spingersi al limite. Via la luce, via il sole. Via il vento sulla faccia, una corsa a perdifiato. Via un libro da leggere, un sogno da inseguire. Via il futuro, il domani. Soli, tra quattro mura. Perdere l’orientamento. Sapersi perduti, senza poter essere salvati. E ancora lo stordimento di una sorda consapevolezza che si fa strada in te. Che fa a pugni con l’incredulità. Che va a braccetto con le tue colpe, che di colpe devi averne molte anche se sei solo un bambino. Non riuscire nemmeno a odiare.

Confusione. Dolore. Paura. Oblio. E negli sprazzi di lucidità cercare di stare vivi, aggrapparsi ad un pensiero. Meditare la fuga e poi tornare a disperare. Desiderare la morte e poco dopo sorprendersi ad ascoltare i rumori di casa tua, dove credevi di essere al sicuro, come dovrebbero essere tutti i figli.

Quand’è che si smette di pretendere ciò che ci spetta? Quand’è che si realizza di vivere in un incubo?

Quand’è che un bambino può chiamare le cose con il loro nome?

Forse quando è troppo tardi. Oppure quando l’istinto si ridesta e decidi che vuoi vivere.

“La ragazza A” non si descrive. Non si racconta, non si spiega. Il solo parlarne produce dolore.

La potenza di questa storia, il massacro della sua prosa, lo squarcio delle sue immagini è fuoco sulla pelle.

Un occhio rivolto ad un passato di orrori, un occhio al futuro, in un tempo in cui si cerca di ricostruire, o di dimenticare. Passato e presente si dividono la scena in questo romanzo che dilania. La ragazza A, quella che è riuscita a fuggire, racconta il suo inferno e quello dei suoi fratelli. Divisi dopo la tragedia, si sono tenuti in contatto come hanno potuto, ma adesso è necessario rivedersi, per decidere le sorti della casa che li ha visti bambini. Frugare in un fondale torbido smuove ricordi sopiti e fa venire a galla nuovi retroscena. Seppure invischiati in uno stagno di brutalità e di follia, i bambini hanno cercato la loro salvezza in modi diversi. Quando in gioco c’è la vita ogni mossa è lecita. Eppure alcune scoperte avranno il sapore della sconfitta, mentre altre scopriranno verità terribili.

La prosa di Abigail Dean prorompe fra le pagine e non ha nessuna intenzione di filtrare ciò che è scomodo o scandaloso. Scende impietosa nei recessi della mente e li sconvolge con ricordi, immagini, dolore e brutalità. Descrive l’abominio che certe esperienze lasciano dentro. Racconta le ambiguità e gli inganni che permettono ad una persona di andare avanti, anche se dentro ogni cosa si è rotta irrimediabilmente.

La penna scivola leggera come un rasoio sulla pelle e lascia cicatrici che sanguinano e che bruciano. Eppure non eccede mai. Semmai rimane neutra, quasi afona, nonostante strazi tutto ciò che incontra.

Difficilmente ci imbatteremo in qualcosa di simile. L’esordio della Dean è un punto fermo, attorno al quale gravita l’orrore di un’infanzia negata e la meravigliosa sensibilità di una penna illuminata.


L’autrice

Abigail Dean è una scrittrice di Manchester, che vive nel sud di Londra. Il suo primo romanzo, GIRL A , è stato pubblicato nel Regno Unito nel gennaio 2021 ed è stato subito un bestseller del Sunday Times.


  • Casa Editrice: Einaudi Editore
  • Collana: Stile Libero Big
  • Traduzione: Manuela Francescon
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 364

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...