LO STATO DEI MIEI CAPELLI IN ORIENTE di Tita Canta

Non esiste il passato, perchè è passato, non esiste il futuro, perchè deve ancora venire, esiste solo questo attimo che forse non esiste perchè nel momento in cui se ne parla è già passato.

Trama

“Lo stato dei miei capelli in Oriente” è la storia di un viaggio di iniziazione alla vita e all’amicizia di due giovani donne, o meglio, adulte-bambine, sulla soglia dei trent’anni. Tita e Luisa si conoscono a malapena quando decidono di partire per un viaggio avventura in Thailandia. Lo studio, l’Erasmus, l’università, la ricerca di un posto nel mondo, le relazioni finite, quelle nascenti hanno occupato la loro esistenza fino a questo momento. Sono due donne ancora inesperte, un po’ goffe e sicuramente poco avventurose, appartengono alla generazione X, quella nata entro la fine degli anni ’80. Una generazione invisibile, piccola e la X, a rappresentare la mancanza di un’identità sociale definita. Cosa le ha mosse a partire? Il desiderio di essere due Leonarde. Cioè vivere un’avventura come quella di Leonardo di Caprio in “The beach”, il famoso film in cui il protagonista parte con lo zaino per un viaggio improvvisato, drammatico e trasformativo, nella pericolosissima Thailandia. Ma le due protagoniste si rendono conto ben presto di essere molto lontane da quel modello di donna avventurosa e indipendente, che vive con quello che c’è e non teme di abbandonarsi alla sorte. Una vera Leonarda non porterebbe tutto quel carico con sé. Vestiti, saponi, trucchi, parrucchi, sensi di colpa, condizionamenti e salviettine intime. Una vera Leonarda ha uno zaino contenuto, non si preoccupa dei capelli e sa sempre dove andare e cosa mangiare… La storia di Tita, voce narrante, e di Luisa è come un granellino di sabbia, che inceppa gli ingranaggi dei pensieri troppo pensati che spesso allontanano dalla vera essenza della vita e illudono che sia più importante avere un’identità sociale che essere semplicemente delle Leonarde, adattabili, libere e selvagge.

Recensione

Un titolo così non si dimentica. E non passa inosservato lo spirito con cui l’autrice, Tita Canta, mi ha inviato il suo romanzo. Fresca, scanzonata, informale, diretta. Uno stile che mi piace (rende tutto più semplice, no?) e che ho ritrovato nel suo romanzo.

“Lo stato dei miei capelli in oriente” fa riferimento alla condizione, costante e imperturbabile, che la capigliatura di Tita assunse durante un viaggio in Thailandia, in una imprecisata estate di circa quindici anni fa, quando il pianeta Terra sembrava più grande di adesso, i suoi abitanti più pittoreschi, degni di fiducia e indiscutibilmente portatori di una enorme varietà di valori aggiunto, tale che conoscerne una grande quantità poteva significare arricchimento sicuro e senza prezzo del nostro io.

Un periodo a noi vicino, ma inesorabilmente distante dall’oggi, quando internet era un miraggio e i voli costavano un occhio della testa. Un viaggio in Thailandia era, di conseguenza, Il Viaggio, quello maiuscolo, quello che cambia l’esistenza, che urla al mondo l’urgenza di vita, di conoscenza. La voglia di rompere gli schemi. Il desiderio di arrendersi, di lasciarsi vivere, succeda quel che succede.

I quindici anni che separano l’oggi dal Viaggio di Tita sono a ben vedere un’eternità. Per noi più grandicelli, che abbiamo assaggiato gli anni di fine secolo, il paragone tra ieri e oggi appare lampante e per certi versi anche inspiegabile. Se c’eri, saprai. Se non c’eri, un vero peccato per te! La cronaca di quel viaggio è a ben vedere lo specchio di una mentalità che abbiamo perduto. Ecco perchè va letto. E’ storia, è vita, è l’anima della generazione nata negli anni ottanta, quando tutto sembrava facilmente raggiungibile. Realizzare i propri sogni, spesso, era riconducibile quasi esclusivamente a una questione di volontà.

Dunque, oltre a ciò, cosa troverete in questo curioso romanzo? Non un manuale di istruzioni per turisti fai da te, non una cronaca di viaggio (anche se per certi lo è!), non un diario.

Troverete la storia di due ragazze trentenni che affrontano per la prima volta un viaggio in solitaria in un luogo esotico. Oggi le due ragazze, Tita e la sua amica Luisa, potrebbero essere rimpiazzate da due diciottenni in viaggio premio per la maturità superata.

Oggi tutto si è spostato in avanti, lo sapete, vero? Ma Tita e Luisa sono due donne che bramano l’avventura (le “Leonarde” della situazione, come fu Leonardo di Caprio nel celeberrimo film “The beach”) nell’età in cui le nostre mamme scodellavano figli uno via l’altro. Il loro entusiasmo, la voglia di conoscersi, di conoscere gli altri, di fare cazzate, di esagerare, di sperimentare, rompere, imporsi, volare, cozza (questa è l’impressione) con la loro età anagrafica. Ma Tita e Luisa hanno da poco alzato la testa, uscendo da relazioni poco convincenti e dai retaggi familiari, che pesano come macigni sulle loro coscienze.

E’ quindi naturale che vogliano sperimentare qualcosa di sensazionale e indimenticabile.

Tornando ai capelli di Tita, che per tutta la durata del viaggio hanno vissuto di vita propria, ribellandosi essi stessi alla schiavitù dell’igiene per forza, del phon e della piastra, che hanno dato mostra di enorme coraggio, crespi e ingestibili, ribelli e dispettosi, che hanno reso Tita, la loro indiscussa padrona, insicura della sua bellezza, improponibile per i canoni estetici della bella Italia, sono l’emblema del lato selvaggio di ognuno, del “chissenefrega”. Il simbolo dell’abdicazione dalla schiavitù della forma a vantaggio di una riscoperta del proprio io interiore, che vuole emergere in cerca di consensi.

“Lo stato dei miei capelli in Oriente” è un romanzo che va saputo leggere. Chi ne vedrà solo una cronaca di un viaggio fuori dagli schemi, è miope. Chi vi troverà l’urgenza di imporre il proprio io in un ambiente libero e folleggiante, è uno che la sa lunga. Anche se della necessità di essere delle nuove “Leonarde” alla fine non importa più.

Tita Canta, che ha dentro il suo nome una delle più belle frasi minime che io abbia mai letto (c’è forse atto più liberatorio del cantare, magari a squarciagola?) ha scritto un romanzo che sprizza vitalità, una vitalità contagiosa e necessaria. Bello come può esserlo solo una esperienza vissuta. Insuperabile come può esserlo un ricordo struggente. Unico come la giovinezza, che da sola vale ben più di ogni altra cosa.

Provare per credere!

L’autore

Nata a Piacenza, ha vissuto nella bassa emiliana fino a vent’anni e da molto tempo si è trasferita a Parma.
Sì è laureata alla Facoltà di Economia dell’Università di Parma e ha conseguito un master in Comunicazione Pubblicitaria all’Università di Bari.
Ha lavorato come copywriter in pubblicità e pubblicato articoli e reportage di cronaca e cultura, per tre anni, con La Gazzetta di Parma e la rivista Il Caffè del Teatro.
A trent’anni ha dato voce alla profonda passione per una visione sistemica intraprendendo studi e pratiche di discipline olistiche per più di dieci anni. Oggi lavora come counselor transpersonale nello studio olistico Le Shivaghe da lei fondato nel 2007. Collabora con altri centri di meditazione e psicologia transpersonale e ha pubblicato come self publisher diverse storie e racconti. 

  • Editore: Giovane Holden
  • Genere: narrativa italiana
  • Pagine: 98

STORIA DI FARFALLE E ALTRE METAMORFOSI di Chiara Pellegrini

Se ci pensi bene, la malinconia è come scivolare: basta rilassare le dita, allentare la presa, abbandonarsi. La gioia è un’arrampicata, richiede muscoli e tendini e fibra e sudore e tempra da guerriere. E’ una danza del cuore. Richiede fiato e convinzione, ma soprattutto la dedizione del coltivatore. Se la gioia è partecipazione, la malinconia è rinuncia. Molto più facile, se ci pensi bene. e in te rischia di diventare un’abitudine fin troppo dolce.

TRAMA: C’è una vecchia scatola in soffitta. Contiene un pacco di lettere scritte da una ragazza. Sono indirizzate a se stessa, alla donna che sarà. Quella donna le trova e risponde, ripescando dal proprio passato gli episodi che le vengono proposti dalla se stessa che è stata, e illuminandoli con la consapevolezza e l’esperienza della propria maturità. Inizia così un dialogo tutto interno, tra la donna di oggi e la ragazza di ieri, che permette alla prima di comprendere meglio avvenimenti accaduti e mettere a fuoco errori, punti di forza, sensibilità, dolori. Un dialogo intenso, che diventa aggancio per l’osservazione di se stesse e del mondo, contemplato nel brusìo febbrile che accompagna lo schiudersi della primavera e la sua maturazione fino alle soglie dell’estate.

RECENSIONE:

Il romanzo è un lungo monologo a due voci, che travalica il tempo e lo spazio. Un diario, visto che mittente e destinatario sono la stessa persona. Un romanzo epistolare tra la ragazza di un tempo e la donna di oggi. Un salvagente, un appiglio in un mare in tempesta, che la donna porge alla ragazza, forte della sua esperienza e di un proverbiale “senno del poi” spogliato da ogni interesse e da ogni secondo fine, se non quello che fa riferimento alla necessità di comprendere e codificare i moti dell’anima.

Si fa evidente che il tempo, il vissuto,  filtra la nostra esperienza e gli dona una nuova luce e nuove motivazioni. Si fa ancora più evidente che la gioventù possiede un accento di crudezza e anche di crudeltà, perché tutto ciò che accade assumerà solo molto più tardi dei contorni netti e solo allora prenderà il suo colore. Il rosa della pesca matura o il nero, opaco e deciso, della tragedia.

L’idea dell’autrice è semplice nella sua genialità. Nei nostri momenti no, nelle incertezze, dentro alle più buie paure, tutti noi cerchiamo un aiuto esterno. L’amica del cuore, il fidanzato, in alcuni casi un terapeuta.

Eppure c’è una persona che più di tutti ci conosce, ci comprende, ci giustifica. Quella persona siamo noi stessi, accessibili  attraverso un dialogo interiore.

Ho trovato bellissima questa idea di narrazione. La stessa voce, che assume, alternativamente i toni incerti e gli interrogativi tipici dell’adolescenza oppure la voce, ferma e calma della maturità. Una sola donna, senza neanche un nome, forse proprio perché vuole essere tutte le donne, nessuna esclusa.

In questo lento raccontare ho trovato tanta vita, esperienze vissute, traumi,  casualità, chiusure ed aperture che hanno determinato l’esistenza della protagonista, che solo in età adulta ha potuto assumere una configurazione definita e definitiva. Vi ho trovato come motivo portante la rassegnazione, che qui non è solo connotata negativamente, ma assume la parvenza di una strenua forza, di una fermezza indicibile.

Comprendere le mosse della nostra esistenza, le scelte che abbiamo compiuto, le interpretazioni che abbiamo dato ai comportamenti di chi abbiamo avuto di fronte, ci consente di accettare il nostro vissuto e la nostra sorte, così come è e così come è stata, nel bene e nel male. L’autrice tratta approfonditamente il tema delle scelte e di come esse hanno determinato il nostro destino. Ne ho tratto una certa amarezza di fondo, per la consapevolezza che quasi tutte le scelte determinanti della nostra vita siano influenzate dal timore di essere inadeguate o incomprese. Triste destino, questo, che non ci permette di correggere il tratto della nostra vita con l’ausilio dell’esperienza e della consapevolezza che inevitabilmente sopraggiungono con la maturità. Ed ecco che la necessità di accettarci emerge prepotente, attraverso una metamorfosi che da bruco ci trasformerà in farfalla.

Le lettere scritte dalla ragazza contengono dubbi ma anche confessioni. Hanno in sé rabbia ma anche il desiderio di trovare risposte. L’infelicità troneggia sulla protagonista ma ella stessa, da adulta, comprende e motiva la sua scelta di restare. Restare, che è un po’ il leitmotiv di tutto il romanzo.

Un romanzo tutto al femminile, scritto anche come un manuale di istruzioni.  Noi donne, con gli uomini, dobbiamo mangiare sette sacche di sale e poi non basta, ché alla fine si fa sempre come vogliono loro.

La storia di una donna è sempre la somma delle storie delle donne che l’hanno preceduta, la madre, la nonna e così via, attraverso una catena che non è solo un intrecciarsi di anelli, forte e compatto, ma anche il simbolo di una prigionia, che si rinnova nel tempo.

E così come le eroine dei romanzi ( e Chiara Pellegrini cita Vera Wormser di “Una scrittura femminile azzurro pallido”, Effi Brief, Bertha Young di Bliss, Donna Bobò di “Ragazze siciliane”) anche la protagonista è destinata all’ombra e all’infelicità. Ad essere bollata, giudicata. E non meritare l’amore, poiché quello vero e puro l’ha solo sfiorata.

Un romanzo intriso di dolce malinconia, scritto con una prosa delicata ma foriera di immagini e di emozioni fortissime, in cui riconoscersi e dalle quali imparare. Imparare a perdonarsi, imparare a scegliere, imparare a essere felici, seppure per un attimo.

L’AUTRICE: Chiara pellegrini è insegnante e divide la sua vita tra la scuola, la scrittura, la letteratura e la passione per il mondo vegetale, cercando spesso di intrecciarle insieme.

“Storia di farfalle e altre metamorfosi” è il suo romanzo di esordio, che ha ottenuto il terzo posto al premio “Zeno – Città di Salerno” (2019)

  • Editore: Robin Edizioni (Le Giraffe)
  • Genere: narrativa
  • Pagine: 236

FORMULE MORTALI di Francois Morlupi

Ansaldi non seppe rispondere alla domanda. Era del resto la chiave che cercava da anni. Come riuscire ad andare avanti malgrado il vivere quotidianamente con la malvagità dell’essere umano? Come avere speranza nel futuro quando il presente ogni giorno peggiorava?

TRAMA ➡️ In una torrida estate romana un passante scopre il cadavere di un uomo atrocemente torturato e mutilato. Sul terreno insanguinato gli arti amputati disegnano una celebre formula fisica. È il primo di una serie di omicidi rituali che coinvolgono vittime senza alcun legame apparente. A tentare di risolvere il caso è chiamato il commissario Ansaldi, professionista integerrimo ma tormentato dall’ansia e dagli attacchi di panico. Ad accompagnarlo in questa avventura verso il male, il vice ispettore Loy, una ragazza con un forte disturbo antisociale di personalità, e altri tre membri del commissariato di Monteverde. Tenteranno insieme di venire a capo di quello che ormai i media hanno battezzato come “il caso delle formule mortali”, un’indagine dopo la quale nessuno dei protagonisti sarà più lo stesso.

RECENSIONE ➡️ Il protagonista di questo romanzo, il Commissario Ansaldi, si presenta al pubblico senza alcun filtro, nelle primissime pagine di questo bel thriller.

In un letto d’ospedale, circondato da sonde, fili e macchinari, mentre cerca di tagliare la corda senza essere visto. Un uomo di mezza età, corpulento, maniaco dell’ordine, poco incline ai rapporti umani, decisamente vittima dell’ansia, quella maiuscola, che affoga quotidianamente nei medicinali e nel cibo.

Uomo di principi, ligio al suo dovere di investigatore, con una vita privata risicata nell’angusto spazio che il suo lavoro gli lascia. Amante dell’arte, il suo personale antidoto contro il male di vivere.

Al suo capezzale ho trovato una giovane donna, che trascura il suo aspetto fisico, indifferente ai dettami estetici della moda, incurante dell’immagine che lascia di sé agli altri. Magra e muscolosa, dai capelli scuri e lisci, con un piercing vistoso in faccia e un tatuaggio a forma di lanterna su un braccio.

L’espressione triste, gli occhi schivi a nascondere il contenuto dei suoi pensieri, perennemente imbronciata, votata al lavoro, quasi asettica, che tiene le proprie emozioni sotto chiave. Decisamente mancante di empatia, persino con i colleghi, che tiene sempre a debita distanza.

Il suo nome è Eugènie Loy, di madre francese e padre italiano. E’ vice-ispettore e nonostante lavori a stretto contatto con Ansaldi, non è ancora riuscita a lasciarsi andare del tutto con lui. Sempre attenta a non svelare troppo di sé, sfuggente, con l’atteggiamento di chi non vuole soffrire più.

Eppure, se c’è un uomo che stimi e per il quale non possa evitare di preoccuparsi un po’, questo uomo è proprio Ansaldi. E Ansaldi ricambia, seppur quasi di nascosto, questa inclinazione, quasi a fiutare in lei qualcosa che li leghi, nonostante entrambi si trincerino dietro a pesanti corazze, pur di non mostrarsi vulnerabili.

Con queste premesse, e con la curiosità a mille, inizia l’indagine cuore di questo romanzo.  E inizia  con il botto, senza preavviso e mi ha lasciata attonita e senza difese, per l’efferatezza dei metodi di morte, per le circostanze misteriose e per la totale assenza di appigli. Immediatamente i miei sensi si sono allertati a cercare qualcosa a cui aggrapparmi, ma a stento ho provato a fare qualche congettura e solo parecchie pagine più in là.

Sicuramente Francois  Morlupi ha avuto un’idea davvero inusitata per descrivere le morti che affollano il romanzo. Ma come forse ho già detto in altre sedi (e Francois lo sa bene!) in ultimissima analisi un thriller è fatto di morte, colpevole, movente ed eroe che scopre tutto ciò che ho appena elencato!

Certo, conta molto come l’autore descrive questi passaggi e come si arriva alla soluzione, ma ciò che davvero fa la differenza sono i personaggi. E in questo Francois eccelle, a mio avviso!

Il team investigativo che fa capo ad Ansaldi è un capolavoro! Ho gia descritto il Commissario e la sua vice. Insieme a loro ci sono Di Chiara, un uomo semplice, con desideri semplici (pizza, calcio, cinema coreano) ma molto sensibile e con un forte istinto di squadra, Leoncini, un ragazzone di colore che ruba il cuore a tutte le donne che incontra, ma con un passato doloroso e Caldara, non particolarmente brillante ma estremamente diligente, un po’ succube della moglie che lo tiene in pugno, appellandosi ai suoi continui impegni di lavoro per farlo sentire in colpa.

Francois è solito contestualizzare, nei momenti più significativi dell’indagine, alcuni sprazzi di vita di ognuno di loro, parentesi piacevoli che mi hanno aiutata ad inquadrare e a conoscere meglio i ragazzi della squadra.

Nel corso della lettura sono diventata sempre più intima con loro e li ho apprezzati tutti, perché ognuno di loro ha in sé molta umanità; sono personaggi veri, ai quali ci si abitua e nei quali è possibile riconoscersi.

Francois descrive tutto questo con una penna sopraffina, delicata, mai pesante (anche quando parla il linguaggio del sangue!). Una scrittura molto fluida, scorrevole, facile da fare nostra, semplice da ricordare anche a distanza di qualche giorno. I dialoghi sempre molto genuini, arricchiti dagli intercalari tipici del linguaggio di tutti i giorni, conditi con citazioni  dalle quali si impara sempre qualcosa.

E onnipresente e adocchiante, ecco l’ironia a ricamare merletti sopra le parole! Adoro l’ironia, adoro sorridere sotto i baffi leggendo le battute argute, dissacranti e decisamente centrate di questi meravigliosi personaggi! Un sorriso serve sempre, a stemperare l’animosità che inevitabilmente sorge quando si parla di morte! E i passaggi spassosi non mancano … lo riscontrerete quando vi troverete in un certo luogo al di là del mar Ligure! In quelle pagine Francois compie un piccolo miracolo, cesellando un paio di personaggi bislacchi e adorabili e descrivendo l’ambiente (nono solo quello naturale, ovviamente!) con maestria, impagabile ironia e una certa dose di sfacciataggine!

Insomma, in Formule mortali si respira la vita vera, che è fatta di lacrime e di sorrisi, di solidarietà, empatia ma anche di rispetto reciproco e di fratellanza. Non importa se si è riservati, schivi, asettici oppure maniaci, ipocondriaci, affetti dalle più scure dipendenze. Se si è presi al cappio da una moglie capricciosa, oppure impuniti “sciupa femmine” oppure, ancora, desiderosi di una normalità che a volte sconfina nella banalità. Quando c’è da lavorare si lavora. E se c’è da soffrire si soffre, ci si sacrifica, si dà tutto per riportare la giustizia dopo un terribile torto subìto. Sopra tutto e tutti troneggia la città eterna, tenuta in scacco dall’afa ma sempre affascinante e generosa.

Formule mortali è un romanzo che ha catturato la mia attenzione e il mio cuore. Questa squadra ha talento da vendere e tantissime cosa ancora da dare al lettore. Ed infatti, c’è un seguito a questo romanzo, uscito da poco e sinceramente credo che correrò a leggerlo!

L’AUTORE ➡️ Francois Morlupi, itali francese, è nato nel 1983 a Roma dive vive e lavora. Grande appassionato di gialli, in particolare di quelli scandinavi, di storia contemporanea e di film coreani, ha iniziato ascrivere per scommessa nel 2017. Il suo romanzo d’esordio “Formule motali”, ha vinto diversi premi letterari nella categoria noir-giallo e il Commissario Ansaldi e la sua squadra sono ormai familiari e apprezzati da numerosi lettori.

“Il colbacco di Sofia” è la sua seconda opera, un noir ambientato tra la Bulgaria, visitata nel 2018, e Roma, la sua città tanto amata e parimenti criticata.

E voi, leggerete le storie del Commissario Ansaldi e della sua squadra?

L’AUTORE ➡️ François Morlupi, italo francese, è nato nel 1983 a Roma dove vive e lavora. Grande appassionato di gialli, in particolare di quelli scandinavi, di storia contemporanea e di film coreani, ha iniziato a scrivere per scommessa nel 2017. Durante la quarantena per il coronavirus, in mancanza della sua pizza del venerdì, ha conquistato la cintura nera ai campionati di pizza surgelata. Il suo romanzo d’esordio, Formule Mortali, ha vinto diversi premi letterari nella categoria noir-giallo e il commissario Ansaldi e la sua squadra sono ormai famigliari e apprezzati da numerosi lettori. Il Colbacco di Sofia è la sua seconda opera, un noir ambientato tra la Bulgaria, visitata nel 2018, e Roma, la sua città tanto amata e parimenti criticata.

  • Casa editrice: EdizioniCroce
  • Genere: noir
  • Pagine: 320
  • Data di pubblicazine: aprile 2018

LE COLPE DELLA NOTTE di Antonio Lanzetta

TRAMA ➡️ La sera in cui i suoi genitori sono morti, Cristian è uscito di casa sbattendo la porta, arrabbiato con il mondo. Non avrebbe mai immaginato cosa lo aspettava al suo ritorno: un lago di sangue sul pavimento della cucina e la pistola d’ordinanza stretta tra le dita di suo padre. Un omicidio suicidio, avevano detto. E poi era stato spedito al sud, a Castellaccio, nella casa famiglia di Flavio, che continua a salvare ragazzini dal buio in cui a volte vengono risucchiati.

Davvero il padre di Cristian ha ucciso la madre e poi si è tolto la vita?

Qualcosa di oscuro sembra nascondersi dietro quello che apparentemente è un inspiegabile delitto e Damiano, lo Sciacallo, inizia la sua indagine personale, trovandosi come sempre a scavare fino alle radici del male.

Mentre prova a rimettere insieme i pezzi della sua vita, Cristian conoscerà il dolore, l’amicizia, la paura, e comprenderà che alcune ferite non si rimarginano mai. Come quelle di Girolamo, un maresciallo dei carabinieri in pensione, ossessionato dall’Uomo del Salice e dalla scomparsa di una bambina avvenuta negli anni ottanta.

RECENSIONE ➡️ La storia di Castellaccio e dei suoi abitanti è una storia di eterni ritorni.

Con “Le colpe della notte” il ritorno  stavolta avviene attraverso gli occhi di Cristian, un ragazzo di diciassette anni a cui la vita ha già tolto tutto. Adolescente problematico, solo, in sovrappeso e con una preoccupante dipendenza dai videogiochi, conduce una vita opaca a Firenze, fatta di solitudine. Finchè la vita non gli tira il più atroce degli scherzi.

Ed ecco che, come già era successo a Flavio, anche Cristian si ritrova a Castellaccio. Per lui non c’è un nonno ad attenderlo. C’è solo Flavio e la sua casa famiglia. Flavio, un animo tormentato che continua la sua battaglia personale volta a salvare giovani vite sbandate e senza futuro.

Il romanzo investe molto sulla figura di Cristian e Lanzetta è molto bravo ad immedesimarsi negli stati d’animo del ragazzo e ancor di più a rappresentare le complicate dinamiche dell’adolescenza.

Così come era successo a Flavio, anche per Cristian si intravede un poco di serenità. Pian piano il ragazzo sembra risorgere dalle sue personali ossessioni grazie all’amicizia di Orso e di Jay-C.

Ma l’ombra è in agguato e prende le forme delle vicende del passato. Un passato di morte.

L’Uomo del Salice non è mai stato sconfitto del tutto. Castellaccio ne serba il doloroso ricordo, come lo subiscono, da sempre, anche Flavio, Stefano e Damiano.

Quest’ultimo in particolare è tormentato. Damiano, lo Sciacallo, è uno che non molla la presa. Uno che vuole conoscere la verità. Uno che scava. Uno che poi trova.

Ma le scoperte a volte scatenano un effetto domino devastante. Ed infatti la vicenda prenderà una direzione inaspettata, perché ciò che sembra a volte è decisamente lontano da ciò che invece è.

Anche per Cristian arriverà il momento di farsi delle domande. Non solo sulla sua vita e sulla sua famiglia, ma anche sul recente passato. Castellaccio serba molti misteri da svelare e uno è quello di Elena, una bambina che è scomparsa nel 1987 e che non è più stata ritrovata.

In una girandola di eventi la verità verrà a galla, dolorosa come sempre, lasciandoci attoniti e con l’amaro in bocca.

Le colpe della notte è forse il romanzo più soft dell’intera trilogia. Dopo il delirio di sangue del precedente romanzo “I figli del male”, Castellaccio torna a propinarci una storia più personale, dentro ad una vicenda meno sovrannaturale e più ancorata alla realtà. Una storia di ossessione, dove la debolezza di un uomo è causa ed effetto di un crimine odioso e cattivo. Una storia dove non vince nessuno.

Castellaccio assume adesso una veste più “normale”, non più l’ombelico del mondo di ogni più cruda nefandezza, bensì il luogo dove la disgrazia e l’ossessione sono i moventi per gli errori di un uomo.

Una parabola discendente per la gang di Castellaccio, che pare trovare la propria pace attraverso la liberazione dai propri demoni. Una epilogo dolce anche per il giovane Cristian, che lascerà Castellaccio per essere adottato dai nonni.

Che Lanzetta abbia messo la parola fine alle storie di Castellaccio è cosa probabile e lo si può intuire chiaramente dall’epilogo. Certo, Lanzetta lascia molte cose irrisolte. Noi lettori sappiamo bene cosa cela Castellaccio. Sappiamo che le anime di molte persone ancora sono dannate e non potranno lasciare quel lembo di terra assolato e baciato da uno dei mari più belli del mondo.

Chissà se Antonio ci ripenserà. Magari tra un po’, quando la nostalgia dei ragazzi di Castellaccio lo travolgerà e non potrà più opporvi resistenza. Per noi lettori questo accadrà molto prima e non potremo che aspettare in silenzio.

  • Editore: La Corte Editore
  • Genere: noir
  • Pagine: 272

I FIGLI DEL MALE di Antonio Lanzetta

TRAMA

È ancora notte quando Damiano Valente viene svegliato da una telefonata e in pochi minuti si ritrova sulla scena di un crimine atroce e inspiegabile: davanti ai suoi occhi un uomo con la gola tagliata, riverso in un’auto su una spiaggia vicino Castellaccio. Sporco di sangue e conficcato nella ferita, un biglietto con un messaggio contenente solo due parole: Lui vede.

Damiano, lo Sciacallo, uno scrittore diventato famoso ricostruendo i casi di cronaca nera nei suoi libri, aveva promesso di non farsi più coinvolgere, di non scrivere più. Per dimenticare. Per sfuggire a un passato di morte e sangue che invece continua a tormentarlo.

Ma gli incubi non sono finiti e lui non può tirarsi indietro. Anche perché il suo amico Flavio viene inghiottito dal buio, mentre cerca di aiutare una paziente della clinica psichiatrica in cui lavora.

Quale può essere il collegamento?

Per scoprire la verità Damiano dovrà tornare indietro fino al 1950, nel suo Sud profondamente segnato dalla guerra e dal regime fascista.

Sono gli anni del giovane Mimì e del suo amore per Teresa. Gli anni del piccolo Tommaso e del pomeriggio in cui ritrova il corpo martoriato di un bambino sulla riva di un fiume.

Gli anni in cui tutto ebbe inizio.

RECENSIONE ➡️ Tornare a Castellaccio mi ha fatto un certo effetto, devo confessare. Sarà perchè sono passati diversi mesi dalla conclusione della lettura del precedente romanzo di Antonio Lanzetta e avevo scordato le sensazioni a lettera maiuscola che la scrittura di questo autore provoca in me.

I suoi romanzi sono noir tenebrosi, che fanno accapponare la pelle e che ti gettano in un  vortice di emozioni fortissime. Ma sono anche romanzi estremamente scorrevoli, in cui sottende sempre una storia di formazione, di amicizia e di buoni sentimenti, dove questa dicotomia mai stride ma, al contrario, fornisce al lettore alcuni momenti per riprendere fiato, dopo le apnee più impegnative.

A Castellaccio ritroviamo i nostri tre protagonisti: Damiano, sempre più provato nel corpo e nella mente, il cui passato è un pungolo che non smette mai di straziarlo; Stefano, la cui vita si è incamminata su binari che altri hanno tracciato per lui ma rischia di deragliare e Flavio, il cui spirito non trova pace. La sua vita si è spezzata e adesso cerca di trovarvi un senso impegnandosi ad aiutare gli altri.

Lanzetta utilizza la collaudata soluzione narrativa dei due piano temporali, che già utilizzo ne Il buio dentro.

Stavolta andremo negli anni 50, a trovare un giovane Mimì (per chi non ricordasse, Mimì è il nonno di flavio), che la vita ha già segnato. Un giustiziere, un uomo tutto di un pezzo, con un passato doloroso. Un punto di riferimento per Tommaso, un ragazzino di quindici anni che sarà il protagonista della storia che si svolge in questo recente passato. Tommaso vive con un padre violento ed alcolista. Costretto a lasciare la scuola per aiutare il padre, non osa neanche sognare una vita diversa, né di ribellarsi alle angherie paterne, nonostante intuisca uno spiraglio di luce grazie alla tenera amicizia con Elvira, bella e vivace, che viene dalla città.

Tommaso avrà un ruolo centralissimo nella storia, costretto come sarà a venire a patti con l’orrore, quello più tremendo e più abbietto.

E quello stesso orrore travalicherà i decenni e arriverà a noi, fino a coinvolgere le vite dei nostri tre amici.

Castellaccio si confermerà il crocevia di oscure vicende, che travalicano la ragione per sconfinare nella credenza e nel sovrannaturale. Castellaccio, che non sarà solo il luogo che ha dato i natali all’Uomo del Salice, ma che sarà addirittura l’occhio del ciclone di accadimenti al limite della logica e di ogni convenzione sociale.

Non posso dire di più. Il romanzo va letto e basta.

Lanzetta si conferma un maestro del raccontare. Sa come farlo e quali toni usare. Come un abile burattinaio, muove i fili che un attimo ci spaventano e l’attimo dopo sanno consolarci, attraverso un ritmo narrativo di grande effetto. La storia che narra è nerissima, screziata di rosso sangue. L’orrore che raffigura nelle nostre menti è puro e giunge a scardinare le nostre ataviche consapevolezze.

Che dire di più? I tre protagonisti escono dal romanzo più forti che mai, con qualche livido ma ancora più uniti. Ovviamente saranno vincitori, ma di quelle vittorie che lasciano l’amaro in bocca. Nessuno dei tre saprà scrollarsi di dosso i ricordi che fanno più male, anzi, saranno più che mai consapevoli che il male, quello vero, non si vince mai. Si può combattere, mettere a tacere per un po’, ma esso saprà risorgere.

Specialmente a Castellaccio. Soprattutto lì, per sempre.

  • Editore: La Corte Editore
  • Genere: noir
  • Pagine: 356

IL BUIO DENTRO di Antonio Lanzetta

“La morte non aveva voce. Era silenzio, freddo, abbandono, una ferita aperta, il sangue spillato da una lama. La morte era il tempo che rallentava la sua corsa, l’odore di polvere da sparo, un grido che echeggiava all’infinito. La morte era conoscenza, lucida consapevolezza che la fine si sceglieva da sola”

Primo atto di una apprezzata trilogia, “Il buio dentro” ha fatto rimbalzare il nome dell’autore un po’ dappertutto, registrando unanimi consensi nei lettori, verso una storia di quelle che ti tengono incollato alle pagine, suscitando curiosità e rendendoci vittima dell’urgenza di leggere questo romanzo, urgenza che si è fatta strada anche in me e mi ha spinto a procrastinare altre letture per consentirmi di colmare quella che fino a ieri sentivo essere una incolmabile lacuna.

TRAMA ➡️ Il corpo di una ragazza viene ritrovato appeso ai rami di un albero. Il filo spinato scava nei polsi e nella corteccia di un vecchio salice bianco. Le hanno tagliato la testa e l’hanno lasciata sul terreno solcato dalle radici, gli occhi vuoti ora fissano quelli di Damiano Valente. Lui è lo Sciacallo, un famoso scrittore specializzato nel ricostruire i casi di cronaca nera nelle pagine dei suoi libri. Nessuno conosce il suo aspetto, e per Damiano questa è una fortuna: il volto deturpato da cicatrici e quella gamba spezzata che si trascina dietro come un fardello non sono trofei che gli piace mettere in mostra. Lo Sciacallo è un cacciatore che insegue nella morte le tracce lasciate dall’assassino della sua amica Claudia. Un omicidio avvenuto nell’estate del 1985, quando lui era solo un ragazzino con la passione per la corsa e amici in cui credere. Un omicidio che gli ha cambiato la vita.

Trentuno anni dopo, Damiano ritorna ai piedi di quel maledetto salice bianco, per dare una risposta a quella sua ossessione che come una ferita pulsante gli impedisce di andare avanti. Con lui ci sono gli amici di sempre, Stefano e Flavio, le cui esistenze si intrecciano inesorabilmente nella dura e cruda scoperta della verità, riportandoli a rivivere le emozioni di una folle estate che ha segnato le loro vite per sempre.

RECENSIONE ➡️

Ho iniziato la lettura di questo romanzo sapendo che non mi sarei staccata facilmente dalle sue pagine e così è stato. Nel romanzo ho trovato molte storie che hanno riportato anche me indietro nel tempo, all’estate del 1985, quando anch’io (ahimè lo confesso!) ero una ragazzina che con fatica provava a crescere e a costruire delle idee e delle aspirazioni. Ecco che magicamente ho fatto la conoscenza di Damiano, Flavio, Stefano e Claudia, protagonisti di questa avvincente storia.

Ho iniziato la lettura di questo romanzo sapendo che non mi sarei staccata facilmente dalle sue pagine e così è stato. Nel romanzo ho trovato molte storie che hanno riportato anche me indietro nel tempo, all’estate del 1985, quando anch’io (ahimè lo confesso!) ero una ragazzina che con fatica provava a crescere e a costruire delle idee e delle aspirazioni. Ecco che magicamente ho fatto la conoscenza di Damiano, Flavio, Stefano e Claudia, protagonisti di questa avvincente storia.

Nella torrida estate del 1985, in un piccolo paese del Sud arroccato sulle colline davanti al mare, troviamo Damiano, un giovane insicuro che sta scoprendo la sua sessualità, che è consapevole delle sue debolezze e della sua difficoltà di accettare di essere diverso da come la società del momento lo vorrebbe. C’è Stefano, figlio di un faccendiere, che sa di essere destinato ad ereditare il lavoro del padre, nonostante desideri fuggire da una realtà che non gli sta bene addosso. Flavio, una figura centrale nelle vicende del 1985, un ragazzino dal passato difficile e dal presente altrettanto complicato, che nelle pagine del romanzo compie la sua personale evoluzione fino a diventare uomo. E poi c’è Claudia, un soffio d’aria primaverile, freschezza e sensualità insieme, candore e consapevolezza della sua forza. Per lei, nel suo nome, si compie il destino dei suoi tre amici, che in quella torrida estate vivranno per mai dimenticare e affronteranno un futuro incerto.

Nel presente Damiano è “un corpo spezzato che si trascina in mezzo ai vivi”. Spezzato nel corpo ma soprattutto spezzato nell’anima. La rabbia, mai sopita, derivante dell’omicidio della sua giovane amica lo ha spinto a diventare “lo sciacallo” un giornalista che utilizza le storie di cronaca nera per riversarle nei suoi libri. Stefano è un uomo ambiguo, infelice. Seppur realizzato nel lavoro, vive all’ombra di un rimpianto, che solo alla fine si appalesa.

E poi c’è Flavio, cresciuto anch’esso con i suoi fantasmi e assetato di verità, al pari di Damiano.

In questo romanzo non c’è nessun commissario, nessun ispettore, nessuna figura istituzionale chiamata a svolgere un’indagine. In questo romanzo l’indagine è ufficiosa ed è inoltre attrice non protagonista, restando seconda rispetto alla personale indagine condotta da Damiano.

Nel romanzo spiccano i sentimenti dei protagonisti, il loro vissuto e il loro dolore, che da solo è sufficiente a spingerli verso la verità. Perché ne “Il buio dentro” sono le dinamiche interiori dei protagonisti, durante l’estate del 1985, a guidarli verso l’assassino. Questo particolare, davvero ardito per certi versi, fa del romanzo un vero capolavoro.

Questa è dunque una storia di amicizia, di crescita, di maturità, di formazione. E nella storia c’è ampio spazio per una deviazione, una stortura, un terribile inciampo, che fa di un ragazzo un assassino. E la crudezza di alcune immagini, il dolore, la deviazione umana sono oasi di buio in un mare azzurro di confortante amicizia. A tratti il buio oscura la vita dei nostri personaggi, a tratti la loro giovinezza, la loro semplice vita riporta serenità, quotidianità e normalità in un oceano di sofferenza e di follia.

Ma c’è anche spazio per un puro sentimento familiare che salva un giovane orfano dalla solitudine, per i primi battiti del cuore, per la solidarietà e per l’amore.

Insomma, avrete capito che Antonio Lanzetta ha confezionato un grande romanzo!

Vi do appuntamento tra qualche giorno per leggere la recensione del secondo romanzo della trilogia “I figli del male”.

IL TORMENTO DELLA RAGIONE di Maurizio Babini


Il cielo era un lenzuolo nero di seta perfettamente stirato e privo della più piccola imperfezione.
Le stelle fecero un passo indietro con deferenza fini a scomparire del tutto agli occhi di coloro che in quel momento non avevano per loro la minima considerazione.
Si spensero come fiamme di candele, emettendo un sospiro, e si nascosero nell’abisso dell’universo come comparse defilate dietro le quinte, per lasciare il palcoscenico alla protagonista.
La luna, piena, maestosa, pulsante di mistero, si stava abbandonando lentamente alle tenebre, nonostante fosse lei la regina di quell’oscurità.

TRAMA ⬇️

Cavalese, 1664. La caccia alle streghe dei primi anni del XVI secolo è un evento che riposa tra le pagine dei registri negli archivi polverosi della città. Qualcosa, però, riporta in vita i sentimenti di paura legati a quei fatti. Bernard, Elias e Sebastian, tredicenni avventurieri e competitivi, in una tipica domenica estiva decidono di dimostrare la loro intraprendenza alla cascata di Cavalese, luogo ideale per le loro avventure. Ma per Bernard, figlio e allievo del liutaio Gasser, l’avventura tra le acque gelide si trasformerà in un incubo senza fine. Una bambina si aggira tra i boschi e solo lui sembra vederla: è Angela.

Non è l’unico, però, a essere a conoscenza della sua esistenza. Padre Klaus, giunto in paese per mostrare al liutaio Gasser una Viella medievale, sembra nascondere qualcosa e Bernard scoprirà che il suo arrivo non è una semplice coincidenza. Assieme al mistero della bambina, il domenicano porterà alla luce anche i segreti che custodisce, nella cripta della Pieve, la statua della Pietà.

Marghera 2018. Ale e Debby, delusi dalle rispettive carriere di musicisti classici, riscoprono nell’Urbex una nuova forma di gratificazione personale. Assieme a due amici si ritrovano a progettare un’incursione segreta alla Villa del Musicista. Qualcosa di mistico li guida all’interno della struttura abbandonata fino a intrappolarli tra le sue mura.

A Verona, nel frattempo, l’antiquario Guglielmo Petrucci riceve la visita di una cliente alquanto determinata. Ciò che la donna gli consegna è qualcosa che l’uomo ha cercato per anni, qualcosa che gli permetterà finalmente di mettere in pratica il rituale riportato tra le pagine di un antico quaderno e grazie a una sensitiva, verranno a galla tutti i misteri legati alla Villa del Musicista, alla Viella medioevale e ad Angela.

RECENSIONE ⬇️

La luna è una delle protagoniste del nuovo romanzo di Maurizio Babini, un fantasy corposo e strutturato, dove passato e presente si intrecciano e dove una girandola di personaggi ruotano attorno ad una trama di larghissimo respiro.

Maurizio Babini dimostra una grande disinvoltura a dipanare le vicende del passato, quelle che personalmente ho più apprezzato durante la lettura. Sicuramente dietro alla storia di Bernard Gasser e dei suoi amici Elias e Sebastian c’è uno studio certosino dell’ambiente, la verdissima Val di Fiemme in provincia di Trento, e della storia di questa piccola comunità. La miseria con cui i piccoli artigiani della valle dovevano quotidianamente confrontarsi, il conforto della religione, l’asprezza del clima, la precarietà della vita stessa, legato a doppio nodo all’ignoranza e alla caducità della giovinezza e della salute. Una giovinezza sfiancata da pesanti obblighi familiari e sopita dalla deferenza dovuta ai genitori e più in generali agli anziani.

Un’esistenza che sempre più spesso doveva cedere alla superstizione: magia al posto della medicina, abitudini, credenze e consuetudini al posto della giustizia e della legge.

In un quadro così ben delineato e non privo di fascino e mistero, non è difficile immaginare il sottile diaframma che separava la virtù dalla stregoneria. La storia stessa ci insegna che laddove imperversa l’ignoranza, le credenze e le superstizioni trovano terreno fertile. Ed ecco che un’assurda caccia alle Streghe provoca un terribile scompenso, che solo la vendetta può riparare.

Una vendetta che evidentemente è forte, perché travalica gli ostacoli del tempo. Una sete di giustizia che diventa sempre più impellente e, di pari passo, una serie di misteri che urgono di essere risolti.

Nel presente una serie di circostanze metterà in contatto dei giovani appassionati di Urbex (che per chi non lo sapesse consiste nella passione verso i luoghi abbandonati) con un arzillo e intraprendente antiquario, una misteriosa medium e la figlia.

Come detto c’è qualcosa di irrisolto che muove tutti i personaggi citati. In un vortice di eventi tutti si troveranno assieme, a combattere una sorta di crociata della verità, che se da un lato è volta alla conoscenza di un passato misterioso, dall’altra vuole finalmente sopire il male.

Non posso dire di più, per non svelare troppo. Dico solo che gli eventi si susseguiranno senza sosta, con quella incalzante velocità che lascia nel lettore la curiosità di sapere ciò che accadrà. E mentre la Luna fa capolino tra le nubi e muove i fili della storia come un abile e subdolo burattinaio, il lettore si immergerà nella storia e non ne vorrà emergere fino alla fine del romanzo.

Le oltre 350 pagine del libro scorreranno veloci verso la fine, con un epilogo che lascerà decisamente a bocca aperta.

Non conoscevo Maurizio Babini e devo dire sono rimasta piacevolmente impressionata dalle sue doti di narratore. Come detto già, la storia è corposa, si svolge su più piani temporali e mette sulla scena parecchi personaggi. Un terreno piuttosto scivoloso dove poter inciampare. Ma Babini rimane ben dritto e intreccia i fili narrativi con maestria, a rivelare un tessuto armonico, colorato e forte.

Il suo è un linguaggio semplice, che lascia poco spazio alle emozioni dei suoi personaggi per dare completo privilegio alla storia, alle sue vicende, al susseguirsi dei fatti e a risaltare la curiosità, il mistero e un pizzico di batticuore, specialmente per chi è un po’ suggestionabile come la sottoscritta.

Buoni anche i dialoghi, che rivelano dimestichezza con le parole e un’ottima immaginazione.

Insomma, una buona prova per l’autore che confeziona un prodotto narrativo apprezzabile, fruibile dagli amanti del fantasy, un piccolo esercito che sembra decisamente destinato a crescere giorno per giorno, ma anche dalle altre tipologie di lettori. Perché se c’è coerenza narrativa e mistero, nessun lettore credo possa dichiararsi immune dal fascino del genere “fantastico”. Aggiungo che la componente storica del romanzo non è da meno, come già ho detto all’inizio, e contribuisce felicemente a dare completezza al romanzo che può pregiarsi di possedere verità storica e impetuosa fantasia.

L’AUTORE ➡️ MAURIZIO BABINI

Nato a Lugo nel 1977, vive in provincia di Ravenna. Diplomato Geometra, non ha mai praticato la professione, preferendo quella di operaio specializzato. Amante del “fai da te”, adora la montagna, l’alpinismo e il campeggio. Legge prevalentemente romanzi storici, gialli e Horror. Nel 2017 è stato elezionato al concorso Nazionale “Mario Luzzi”, per la pubblicazione sul catalogo generale di poesia 2017 dei suoi tre componimenti con cui ha partecipato. Sempre nello stesso anno, ha completato la stesura del suo primo romanzo storico “Ali di Farfalla” rettificato in seguito in “La linea dei Sette Sigilli” con la pubblicazione a gennaio 2019 in self su Amazon. Nell’ottobre del 2018 è uscito “L’Enigma Nostradamus” pubblicato dalla Pav Edizioni, seguito temporale de “La linea dei Sette Sigilli”. “L’Inganno di Raffaello”, uscito a settembre 2019 su Amazon, è il suo terzo romanzo storico. Un concorso letterario per racconti sulle orme di Agatha Christie, è stato il preludio alla stesura del primo romanzo giallo, “L’Assassino di Paddington”, pubblicato a novembre 2019 su Amazon.

Ritornato in possesso dei diritti letterari de L’Enigma Nostradamus, ne ha curato una nuova pubblicazione in self.

A luglio 2020 pubblica in self su Amazon il romanzo Il tormento della ragione per in concorso “Storyteller2020″.

  • Romanzo autopubblicato
  • Genere: fantasy / storico
  • pagine: 360

OHIO di Stephen Markley

Mi sono decisa a leggere questo romanzo, osannato dalla critica e accolto positivamente dai lettori, in modo pressoché unanime.
Sapevo che dovevo tenermi pronta per qualcosa di penetrante, per un’immersione dentro alla vita di questi giovanissimi protagonisti, esistenze che implodono, segnate dal disincanto e costrette a venire a patti con la vita vera.


Il romanzo è un microcosmo, uno spaccato della provincia americana, doloroso, crudele, senza pietà, senza assoluzione, dove neanche la giovinezza è un alibi, dove la fame di vivere e di diventare grandi fa girare la testa.
New Canaan è una piccola città in mezzo al niente. E’ facile dimenticare il mondo che sta là fuori, quando si hanno diciassette anni e tutto appare grande, smisurato, pieno di possibilità. A diciassette anni si è invincibili, chiusi dentro la bolla, a volte rassicurante, altre tremendamente claustrofobica, della propria piccola esistenza, quella che sta per sbocciare e che ci farà spiccare il volo verso la vita, che si smania di mordere, come un frutto maturo.


A New Canaan tutti si conoscono da sempre. La vita dei protagonisti è all’apice; la frenesia di crescere e di fare nuove esperienze è un tarlo potentissimo. I primi ideali, i primi amori, il sesso, la voglia di emergere, quella sensazione di potenza che ti manda su di giri. Il desiderio di essere accettati, l’esigenza insopprimibile di affermare il proprio io, spesso in contraddizione con gli insegnamenti della famiglia.
Innamorarsi, essere amati o manipolati. Correre costantemente in bilico tra realtà e finzione, avvicinarsi alla fiamma fino a bruciarsi. Provare nuove sensazioni, giocare con il destino. Sentirsi un Dio impunito, che tutto può e al quale tutto è dovuto.


Quando i quattro protagonisti ripenseranno agli anni del Liceo sono ormai passati dieci anni dal diploma. Si sono persi di vista, qualcuno se n’è andato lontano. Tutti loro hanno dato i primi morsi alla vita, buttando giù, in molti casi, un boccone indigesto ed amaro. I legami si sono rotti, gli amori sono finiti e i sogni si sono infranti.
Ma per molti di loro il ricordo degli anni di scuola ha continuato a tormentarli; per un’assenza, per una delusione, per il disincanto di dover accorgersi che la vita non fa sconti, né perdona mai.


Il passato torna, il più delle volte, a tormentarci, per via di un ricordo. A causa di qualcosa che doveva andare e non è andato. Le scelte fatte dopo la scuola non sempre si sono rivelate azzeccate. Qualcuno ci ha rimesso la pelle oppure si è scottato, in una guerra che improvvisamente non è più stata la sua battaglia.
La notte in cui Bill, Stacey, Dan e Tina si incrociano a New Canaan è la notte della resa dei conti. La matassa intricata e dolorosa dei ricordi sarà dipanata, a poco a poco. E mentre si fa spazio, per tutti, un incontenibile bisogno di aprirsi e di confessare i propri peccati o le proprie speranze infrante, i tasselli della memoria andranno a comporre un puzzle spaventoso. Perché il dolore difficilmente si lascia tacitare da una menzogna. E perché anche i sentimenti più nascosti, verso i quali si prova vergogna, spingeranno per venire
alla luce. E, allo stesso modo, il senso di colpa dovrà trovare sfogo, come anche il bisogno di riavvicinarsi.
L’epilogo della storia è inaspettato, ma la sua tremenda portata è facile da immaginare. Così come la pioggia, alla lunga, ingrossa l’acqua del fiume, così la corrente impetuosa romperà gli argini e trascinerà tutto via con sé. Niente potrà opporre resistenza, perché l’acqua, il fango, la morte, dovranno trovare il mare.
L’epilogo, seppure terribile, sarà prevedibile. E sarà anche necessario. E liberatorio.
Della baldanza della gioventù, dei sogni, dell’amore, della forza della fiducia non rimarrà che cenere.


Ohio è una parabola della vita che vira in tragedia. E’ la negazione di una assoluzione, senza l’attenuante dell’inesperienza, dell’ingenuità, della leggerezza, della voglia di essere compresi dagli altri e accettati per come si è.
Un romanzo cattivo, senza un lieto fine. Un romanzo che assomiglia tragicamente alla vita vera e che porta con sé la negazione di un perdono. Ohio consegna al lettore un conto da pagare che è troppo alto. Eppure, dopo che il conto sarà pagato, farà intravedere al lettore uno spiraglio, un pezzo di cielo senza nuvole,
Perché dopo ogni tempesta torna, invariabilmente, il sereno. Da qualche parte e per qualcuno.

TRAMA ➡️ Una notte d’estate, quattro ex compagni di liceo si ritrovano per caso nella città che hanno lasciato da tempo. Raccontando, ciascuno, un pezzo di verità, scopriranno prima dell’alba il segreto che ha segnato le loro vite. È un posto dimenticato da Dio, New Canaan. Dopo il diploma, dieci anni fa, se ne sono andati tutti. Bill, attivista disilluso con una passione per i guai; Stacey, una dottoranda che ha imparato ad accettare la propria omosessualità; Dan, reduce dall’Iraq segnato nel corpo e nella mente; Tina, ex cheerleader fragile e amareggiata. Ma la notte in cui le traiettorie dei quattro giovani si incrociano di nuovo, passato e presente, i giorni del liceo carichi di promesse e le disillusioni dell’età adulta, fanno
contatto ed esplodono. Da anni non si leggeva un romanzo che affrontasse, con tanta ferocia e pietà, la perdita dell’innocenza.

  • Editore: Einaudi Editore
  • Genere: narrativa straniera
  • Traduzione: Cristiana Mennella
  • Pagine: 538

DOPPIO SILENZIO di Gianni Farinetti

http://thrillerrnord.it/doppio-silenzio/

Terminata la lettura di questo romanzo, che ha occupato l’intero spazio di un sonnolento pomeriggio d’agosto, al riparo dal caldo, lontana dagli echi di una estate chiassosa e sfacciata, ho avuto la piena consapevolezza di aver commesso vari errori, nella mia esistenza di lettrice.

Uno, quello di non aver mai letto Gianni Farinetti. Due, quello di aver semplicisticamente etichettato questo suo ultimo romanzo come un thriller. Tre, quello di aver dimenticato cosa si prova a perdersi dentro l’abbacinante freschezza e la struggente malinconia delle parole, quando queste sono un ricamo, un cesello di emozioni e di pura suggestione.

Gianni Farinetti mi ha immediatamente conquistata. Il suo personaggio, Sebastiano Guarienti, è un uomo incantevole, che si affaccia all’età di mezzo, quella che ha l’assurdo potere di renderti enormemente affascinante, oppure, al contrario, tremendamente banale, vetusto, vanaglorioso e inconsapevole del tempo che passa.

Sebastiano Guarienti ovviamente appartiene alla prima schiera. Un uomo sensibile, che ha conosciuto l’amore in tutte le sue forme, quello carnale e avventato della giovinezza e l’altro, quello della maturità, fatto di complicità, certezze e consapevolezze. Questa sua sensibilità è come una irriverente calamita, che lo attira verso la bellezza. Quella di un bel viso ma anche quella, ben più palpabile, della natura, dell’arte, della storia.

Questo evanescente ma imperioso richiamo lo terrà in scacco per un paio di giorni, prigioniero della nostalgia e abbacinato dal sortilegio che solo Palermo è in grado di esercitare sui suoi visitatori.

Palermo, protagonista assoluta del romanzo, è l’emblema stesso dell’incantesimo. Una città ambigua e mutevole, che nasconde diverse facce sotto il manto della sua leggendaria bellezza. La faccia cattiva, della povertà e della malavita, la faccia buona, quella che trae linfa dai fasti del passato. Farinetti canta la città con slancio e amorevole riguardo.

Riguardo verso il suo passato da nobildonna decaduta, verso gli intrecci delle razze che hanno calpestato il suo suolo nei secoli, verso i suoi meravigliosi orpelli, le sue capricciose facciate, tenute su dall’orgoglio e dal ricordo del passato, quasi doloroso poiché perduto per sempre. Le atmosfere di “gattopardiana” memoria fanno il resto e la meraviglia che si prova leggendo le descrizioni della città sono sublimi. Una città immobile, che non vuole cambiare. Che caparbiamente rimane attaccata al suo passato mentre con una mano armata di scure ne distrugge le fondamenta. Un dualismo doloroso e perfetto che spesso screzia gli amori più impetuosi e più sanguigni.

Non ho saputo resistere alla prosa di Gianni Farinetti. Ho immaginato Palermo, che conosco a malapena, i suoi vicoli, i suoi fasti, il caldo del suo clima, che non opprime ma illanguidisce, la sua lingua, così musicale. Le sue antiche dimore, che si sgretolano piano piano, sotto gli occhi di tutti. E quelle che invece sono state spazzate via da logiche oscure e irrispettose.

Un delitto macchierà i muri di una villa ormai decadente. Un delitto rabbioso, consumato con diciassette coltellate da una mano che si paleserà tuttavia lieve. Sebastiano conoscerà un segreto e sceglierà di mantenerlo tale, perché sa che l’amore, la passione, conoscono molte strade per fare breccia in un uomo e sono capaci di determinare conseguenze inimmaginabili. 

Un colpevole senza colpa, se non quella di amare ad ogni costo. L’assoluzione dal suo peccato sarà unalnime, perché non si punisce che pecca per troppo disperato amore.

Un epilogo che vira al sereno. E che lascia il lettore orfano di questo romanzo troppo breve.

TRAMA ➡️ Da sempre molto affascinato dalla città – con le sue contraddizioni e i suoi paradossi, bellezza e devastazione del patrimonio storico, festosità mescolata a cupezza – Sebastiano Guarienti vola a Palermo per il matrimonio di un amico con una ragazza la cui famiglia è molto facoltosa. In aereo, su un quotidiano, legge distrattamente la notizia di un omicidio successo proprio nel capoluogo siciliano: un noto impresario edile è stato ucciso a coltellate nelle rovine di un’antica villa. Durante il soggiorno, ha modo di conoscere i membri della famiglia della sposa, i Galvano, tra i quali spiccano uno dei figli, Diego, e la sua gemella, Giulia, entrambi fascinosi, eccentrici, sfuggenti. Dopo il matrimonio, mentre si dirige in taxi verso l’aeroporto, Sebastiano scorge dal finestrino dell’auto la sagoma di un uomo che assomiglia sorprendentemente a un suo antico amante, un ragazzo che non vede da oltre vent’anni. Turbato, decide di capire chi sia quella figura, così scende dal taxi e perde il volo. Ha così inizio uno strano e misterioso inseguimento che porterà Guarienti, lungo il suo percorso, a fare scoperte sconcertanti.

  • Editore: Marsilio
  • Genere: thriller
  • Edizione: 2020
  • Pagine : 194

IL CONTRARIO DELLE LUCERTOLE di Erika Bianchi

Vedi papà, io penso che noi siamo proprio il contrario delle lucertole. Perché il pezzo di coda che abbiamo perso a noi non solo non ci ricresce, ma continua a farci male.

Ho incontrato Erika Bianchi poco dopo l’uscita del suo romanzo “Il contrario delle lucertole”.

Giunti Editore cercava una blogger che presentasse Erika a Livorno e giunse a me per caso, un’aberrazione del destino. Insomma, presentai Erika. La mia prima imbranatissima presentazione che conclusi con una febbre inaspettata che mi tenne a letto per due giorni.

Erika meritava un presentatore migliore, senza dubbio. Perché il suo romanzo è bello. Bello come pochi. Scritto impeccabilmente, con un’accuratezza unica. Pieno di sentimento. Parole, frasi, pensieri, vita, in cui l’autrice ha riversato tutta se stessa senza riserve. Una lettura che è un viaggio totalizzante.

Oggi, a distanza di oltre due anni, voglio risarcire Erika del mio mediocre lavoro di quel sudaticcio pomeriggio a Livorno.

Ci provo, con queste mie righe, a rammentare al pubblico, a volte un po’ capriccioso, una perla contemporanea che merita di vivere ancora e di essere letta e letta e letta…

Il romanzo è la storia di una famiglia non convenzionale che si snoda dal dopoguerra fino ai giorni nostri, coinvolgendo 4 generazioni. C’è una ragazzina francese, Lena, che sul finire degli anni 40 del novecento dà alla luce una figlia, nata dall’avventura di una notte con un ragazzo toscano, Zaro, che si trova in Francia al seguito di un grande campione italiano del ciclismo, Gino Bartali.

Una figlia, di nome Isabelle, che non sarà mai riconosciuta dal padre e che crescerà all’ombra di questo rifiuto.

Madre e figlia affronteranno un lungo viaggio per giungere in Toscana nella speranza di ricostruire quella famiglia che verrà invece negata. E in toscana troveranno il figlio legittimo di questo padre, Nanni, che sebbene cresciuto in seno alla famiglia, ne subisce anch’esso le angherie, ma saprà riconoscerà come tale la sorella.

Isabelle a sua volta crescerà insieme all’assenza della madre, in una terra che non è la sua e a sua volta metterà al mondo due figlie che non sarà capace di amare. E le figlie pagheranno le conseguenze di questa cronica assenza di amore, in special modo una delle due, Cecilia che cadrà nella spirale crudele dell’anoressia.

Questa storia è narrata a ritroso, parte ciò dai giorni nostri, dall’epilogo, e giunge alla notte in cui tutto ebbe inizio, e si snoda anno dopo anno raccontando la storia di queste donne e delle loro vite in cui manca invariabilmente un pezzo, un vuoto che ognuna di loro ha ereditato dalla propria madre. E’ la storia di destini zoppi, di figlie abbandonate, ma anche di amori assoluti, di biciclette e di animali.

Talvolta è la voce narrante delle protagoniste che racconta, talvolta il racconto è alla terza persona singolare.

Personalmente ho amato le voci narranti, la sensazione è stata quella di entrare nella testa e nell’anima di queste donne, di viverne le angosce e la bellezza della loro forza.

Nel romanzo la bicicletta ha un posto d’onore e con essa uno dei suoi maggiori condottieri, Gino Bartali.

La bicicletta è il motivo scatenante di tutta la costruzione narrativa ed è metafora della vita stessa: “misurare i passi, aggiustare il ritmo, controbilanciare le oscillazioni, un po’ come andare in bicicletta, un po’ come vivere. Pedalare significa correggere un sistema di equilibri che si spezzano in continuazione, proprio come vivere.

Vi si ripercorrono i suoi successi e si gode anche di un magnifico idioma toscano, parlato da Zaro e da Nanni con freschezza e genuinità.

Vi sono poi gli animali delle favole che Carlo, primo marito di Isabelle, racconta alle figlie piccole prima di dormire. Le favole hanno ad oggetto il difficile equilibrio tra uomo e donna in amore e la difficoltà di essere genitore. Sono piccole perle queste favole, che si insinuano leggère in mezzo alle storie di queste donne, spezzando il ritmo narrativo con toni leggiadri ma densi di significato.

L’animale per eccellenza è la lucertola, la cui coda rinasce immemore delle vicende che ne hanno determinato la perdita. Di contro ci siamo noi umani, che non solo non possiamo far ricrescere un arto amputato, ma che continuiamo a soffrirne la perdita.

E poi ci sono le donne con il loro universo, spesso complicato. Il romanzo è al femminile, in un mondo in cui il ruolo dell’uomo è causa ed effetto dell’emotività e delle vicende delle protagoniste.

Le figure maschili, numericamente inferiori a quelle femminili, sono figure assolute, negative o positive: Zaro è un cinico donnaiolo, che non si sottrae alla viltà e non si piega a comprendere il suo unico figlio, che non disdegnerà di umiliare; Carlo è invece un uomo che accoglie le proprie figlie come una chioccia, cercando di colmare il vuoto lasciato dalla madre, con una dedizione e un calore commuovente.

Insomma, che dire! Questo romanzo è un viaggio nei vuoti dell’anima, che spesso ci portiamo appresso come un’eredità ineluttabile. Ma è anche un romanzo sulla forza interiore, che apre spiragli nel buio dell’esistenza.

TRAMA ➡️

1948, Dinard, sulle coste settentrionali della Francia: nel cuore di un luglio leggendario, quello in cui Gino Bartali scala la Francia a pedalate facendo sognare uomini e donne appena usciti dagli orrori della guerra, un gruppo di tecnici segue il campione. Tra loro Zaro Checcacci, giovane meccanico nativo – come “Ginettaccio” – di Ponte a Ema, che durante una delle serate euforiche dopo una tappa vinta incontra Lena, giovanissima cameriera bretone. Il tempo di una notte e la carovana del Tour riparte, lasciando Lena sola, e ignara di portare nel ventre Isabelle, che nascerà nove mesi dopo.
Ponte a Ema, 1959. Nell’officina di biciclette di Zaro, ormai sposato e padre di un bambino, Nanni, si presentano Lena e Isabelle, che ha dieci anni. Zaro non vorrà mai riconoscerla come figlia, eppure tra Isabelle e Nanni si instaurerà un rapporto di fratellanza profonda.
Vent’anni dopo, mentre soffia il vento della contestazione, Isabelle è una giovane donna che non è mai voluta salire su una bicicletta. Ma è sopravvissuta all’infanzia e dà alla luce due bambine, Marta e Cecilia, destinate a portare nel loro cammino e nel loro stesso corpo le tracce della storia che le precede… Mentre Marta, la primogenita, trova uno spazio nel mondo, dentro l’animo di Cecilia si apre la voragine spaventosa e seducente della fame, capace di divorare anche un’intelligenza straordinaria come la sua.

Narrata a ritroso, dai giorni nostri alla notte in cui tutto ebbe inizio, prende forma in questo romanzo la storia di quattro generazioni; la storia di una famiglia meticcia, in cui si intrecciano destini zoppi e figlie abbandonate ma anche amori assoluti e racconti di biciclette, animali, sogni tramandati come tesori.
In queste pagine, che a tratti hanno l’andamento ventoso e travolgente delle migliori avventure umane e altrove si soffermano su poche immagini come fotogrammi, Erika Bianchi si rivela una scrittrice matura, forte, sorprendente.

  • Editore: Giunti Editore
  • Pubblicazione: 2017
  • Genere: narrativa italiana
  • Pagine: 305