STORIA DI FARFALLE E ALTRE METAMORFOSI di Chiara Pellegrini

Se ci pensi bene, la malinconia è come scivolare: basta rilassare le dita, allentare la presa, abbandonarsi. La gioia è un’arrampicata, richiede muscoli e tendini e fibra e sudore e tempra da guerriere. E’ una danza del cuore. Richiede fiato e convinzione, ma soprattutto la dedizione del coltivatore. Se la gioia è partecipazione, la malinconia è rinuncia. Molto più facile, se ci pensi bene. e in te rischia di diventare un’abitudine fin troppo dolce.

TRAMA: C’è una vecchia scatola in soffitta. Contiene un pacco di lettere scritte da una ragazza. Sono indirizzate a se stessa, alla donna che sarà. Quella donna le trova e risponde, ripescando dal proprio passato gli episodi che le vengono proposti dalla se stessa che è stata, e illuminandoli con la consapevolezza e l’esperienza della propria maturità. Inizia così un dialogo tutto interno, tra la donna di oggi e la ragazza di ieri, che permette alla prima di comprendere meglio avvenimenti accaduti e mettere a fuoco errori, punti di forza, sensibilità, dolori. Un dialogo intenso, che diventa aggancio per l’osservazione di se stesse e del mondo, contemplato nel brusìo febbrile che accompagna lo schiudersi della primavera e la sua maturazione fino alle soglie dell’estate.

RECENSIONE:

Il romanzo è un lungo monologo a due voci, che travalica il tempo e lo spazio. Un diario, visto che mittente e destinatario sono la stessa persona. Un romanzo epistolare tra la ragazza di un tempo e la donna di oggi. Un salvagente, un appiglio in un mare in tempesta, che la donna porge alla ragazza, forte della sua esperienza e di un proverbiale “senno del poi” spogliato da ogni interesse e da ogni secondo fine, se non quello che fa riferimento alla necessità di comprendere e codificare i moti dell’anima.

Si fa evidente che il tempo, il vissuto,  filtra la nostra esperienza e gli dona una nuova luce e nuove motivazioni. Si fa ancora più evidente che la gioventù possiede un accento di crudezza e anche di crudeltà, perché tutto ciò che accade assumerà solo molto più tardi dei contorni netti e solo allora prenderà il suo colore. Il rosa della pesca matura o il nero, opaco e deciso, della tragedia.

L’idea dell’autrice è semplice nella sua genialità. Nei nostri momenti no, nelle incertezze, dentro alle più buie paure, tutti noi cerchiamo un aiuto esterno. L’amica del cuore, il fidanzato, in alcuni casi un terapeuta.

Eppure c’è una persona che più di tutti ci conosce, ci comprende, ci giustifica. Quella persona siamo noi stessi, accessibili  attraverso un dialogo interiore.

Ho trovato bellissima questa idea di narrazione. La stessa voce, che assume, alternativamente i toni incerti e gli interrogativi tipici dell’adolescenza oppure la voce, ferma e calma della maturità. Una sola donna, senza neanche un nome, forse proprio perché vuole essere tutte le donne, nessuna esclusa.

In questo lento raccontare ho trovato tanta vita, esperienze vissute, traumi,  casualità, chiusure ed aperture che hanno determinato l’esistenza della protagonista, che solo in età adulta ha potuto assumere una configurazione definita e definitiva. Vi ho trovato come motivo portante la rassegnazione, che qui non è solo connotata negativamente, ma assume la parvenza di una strenua forza, di una fermezza indicibile.

Comprendere le mosse della nostra esistenza, le scelte che abbiamo compiuto, le interpretazioni che abbiamo dato ai comportamenti di chi abbiamo avuto di fronte, ci consente di accettare il nostro vissuto e la nostra sorte, così come è e così come è stata, nel bene e nel male. L’autrice tratta approfonditamente il tema delle scelte e di come esse hanno determinato il nostro destino. Ne ho tratto una certa amarezza di fondo, per la consapevolezza che quasi tutte le scelte determinanti della nostra vita siano influenzate dal timore di essere inadeguate o incomprese. Triste destino, questo, che non ci permette di correggere il tratto della nostra vita con l’ausilio dell’esperienza e della consapevolezza che inevitabilmente sopraggiungono con la maturità. Ed ecco che la necessità di accettarci emerge prepotente, attraverso una metamorfosi che da bruco ci trasformerà in farfalla.

Le lettere scritte dalla ragazza contengono dubbi ma anche confessioni. Hanno in sé rabbia ma anche il desiderio di trovare risposte. L’infelicità troneggia sulla protagonista ma ella stessa, da adulta, comprende e motiva la sua scelta di restare. Restare, che è un po’ il leitmotiv di tutto il romanzo.

Un romanzo tutto al femminile, scritto anche come un manuale di istruzioni.  Noi donne, con gli uomini, dobbiamo mangiare sette sacche di sale e poi non basta, ché alla fine si fa sempre come vogliono loro.

La storia di una donna è sempre la somma delle storie delle donne che l’hanno preceduta, la madre, la nonna e così via, attraverso una catena che non è solo un intrecciarsi di anelli, forte e compatto, ma anche il simbolo di una prigionia, che si rinnova nel tempo.

E così come le eroine dei romanzi ( e Chiara Pellegrini cita Vera Wormser di “Una scrittura femminile azzurro pallido”, Effi Brief, Bertha Young di Bliss, Donna Bobò di “Ragazze siciliane”) anche la protagonista è destinata all’ombra e all’infelicità. Ad essere bollata, giudicata. E non meritare l’amore, poiché quello vero e puro l’ha solo sfiorata.

Un romanzo intriso di dolce malinconia, scritto con una prosa delicata ma foriera di immagini e di emozioni fortissime, in cui riconoscersi e dalle quali imparare. Imparare a perdonarsi, imparare a scegliere, imparare a essere felici, seppure per un attimo.

L’AUTRICE: Chiara pellegrini è insegnante e divide la sua vita tra la scuola, la scrittura, la letteratura e la passione per il mondo vegetale, cercando spesso di intrecciarle insieme.

“Storia di farfalle e altre metamorfosi” è il suo romanzo di esordio, che ha ottenuto il terzo posto al premio “Zeno – Città di Salerno” (2019)

  • Editore: Robin Edizioni (Le Giraffe)
  • Genere: narrativa
  • Pagine: 236

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