LO STATO DEI MIEI CAPELLI IN ORIENTE di Tita Canta

Non esiste il passato, perchè è passato, non esiste il futuro, perchè deve ancora venire, esiste solo questo attimo che forse non esiste perchè nel momento in cui se ne parla è già passato.

Trama

“Lo stato dei miei capelli in Oriente” è la storia di un viaggio di iniziazione alla vita e all’amicizia di due giovani donne, o meglio, adulte-bambine, sulla soglia dei trent’anni. Tita e Luisa si conoscono a malapena quando decidono di partire per un viaggio avventura in Thailandia. Lo studio, l’Erasmus, l’università, la ricerca di un posto nel mondo, le relazioni finite, quelle nascenti hanno occupato la loro esistenza fino a questo momento. Sono due donne ancora inesperte, un po’ goffe e sicuramente poco avventurose, appartengono alla generazione X, quella nata entro la fine degli anni ’80. Una generazione invisibile, piccola e la X, a rappresentare la mancanza di un’identità sociale definita. Cosa le ha mosse a partire? Il desiderio di essere due Leonarde. Cioè vivere un’avventura come quella di Leonardo di Caprio in “The beach”, il famoso film in cui il protagonista parte con lo zaino per un viaggio improvvisato, drammatico e trasformativo, nella pericolosissima Thailandia. Ma le due protagoniste si rendono conto ben presto di essere molto lontane da quel modello di donna avventurosa e indipendente, che vive con quello che c’è e non teme di abbandonarsi alla sorte. Una vera Leonarda non porterebbe tutto quel carico con sé. Vestiti, saponi, trucchi, parrucchi, sensi di colpa, condizionamenti e salviettine intime. Una vera Leonarda ha uno zaino contenuto, non si preoccupa dei capelli e sa sempre dove andare e cosa mangiare… La storia di Tita, voce narrante, e di Luisa è come un granellino di sabbia, che inceppa gli ingranaggi dei pensieri troppo pensati che spesso allontanano dalla vera essenza della vita e illudono che sia più importante avere un’identità sociale che essere semplicemente delle Leonarde, adattabili, libere e selvagge.

Recensione

Un titolo così non si dimentica. E non passa inosservato lo spirito con cui l’autrice, Tita Canta, mi ha inviato il suo romanzo. Fresca, scanzonata, informale, diretta. Uno stile che mi piace (rende tutto più semplice, no?) e che ho ritrovato nel suo romanzo.

“Lo stato dei miei capelli in oriente” fa riferimento alla condizione, costante e imperturbabile, che la capigliatura di Tita assunse durante un viaggio in Thailandia, in una imprecisata estate di circa quindici anni fa, quando il pianeta Terra sembrava più grande di adesso, i suoi abitanti più pittoreschi, degni di fiducia e indiscutibilmente portatori di una enorme varietà di valori aggiunto, tale che conoscerne una grande quantità poteva significare arricchimento sicuro e senza prezzo del nostro io.

Un periodo a noi vicino, ma inesorabilmente distante dall’oggi, quando internet era un miraggio e i voli costavano un occhio della testa. Un viaggio in Thailandia era, di conseguenza, Il Viaggio, quello maiuscolo, quello che cambia l’esistenza, che urla al mondo l’urgenza di vita, di conoscenza. La voglia di rompere gli schemi. Il desiderio di arrendersi, di lasciarsi vivere, succeda quel che succede.

I quindici anni che separano l’oggi dal Viaggio di Tita sono a ben vedere un’eternità. Per noi più grandicelli, che abbiamo assaggiato gli anni di fine secolo, il paragone tra ieri e oggi appare lampante e per certi versi anche inspiegabile. Se c’eri, saprai. Se non c’eri, un vero peccato per te! La cronaca di quel viaggio è a ben vedere lo specchio di una mentalità che abbiamo perduto. Ecco perchè va letto. E’ storia, è vita, è l’anima della generazione nata negli anni ottanta, quando tutto sembrava facilmente raggiungibile. Realizzare i propri sogni, spesso, era riconducibile quasi esclusivamente a una questione di volontà.

Dunque, oltre a ciò, cosa troverete in questo curioso romanzo? Non un manuale di istruzioni per turisti fai da te, non una cronaca di viaggio (anche se per certi lo è!), non un diario.

Troverete la storia di due ragazze trentenni che affrontano per la prima volta un viaggio in solitaria in un luogo esotico. Oggi le due ragazze, Tita e la sua amica Luisa, potrebbero essere rimpiazzate da due diciottenni in viaggio premio per la maturità superata.

Oggi tutto si è spostato in avanti, lo sapete, vero? Ma Tita e Luisa sono due donne che bramano l’avventura (le “Leonarde” della situazione, come fu Leonardo di Caprio nel celeberrimo film “The beach”) nell’età in cui le nostre mamme scodellavano figli uno via l’altro. Il loro entusiasmo, la voglia di conoscersi, di conoscere gli altri, di fare cazzate, di esagerare, di sperimentare, rompere, imporsi, volare, cozza (questa è l’impressione) con la loro età anagrafica. Ma Tita e Luisa hanno da poco alzato la testa, uscendo da relazioni poco convincenti e dai retaggi familiari, che pesano come macigni sulle loro coscienze.

E’ quindi naturale che vogliano sperimentare qualcosa di sensazionale e indimenticabile.

Tornando ai capelli di Tita, che per tutta la durata del viaggio hanno vissuto di vita propria, ribellandosi essi stessi alla schiavitù dell’igiene per forza, del phon e della piastra, che hanno dato mostra di enorme coraggio, crespi e ingestibili, ribelli e dispettosi, che hanno reso Tita, la loro indiscussa padrona, insicura della sua bellezza, improponibile per i canoni estetici della bella Italia, sono l’emblema del lato selvaggio di ognuno, del “chissenefrega”. Il simbolo dell’abdicazione dalla schiavitù della forma a vantaggio di una riscoperta del proprio io interiore, che vuole emergere in cerca di consensi.

“Lo stato dei miei capelli in Oriente” è un romanzo che va saputo leggere. Chi ne vedrà solo una cronaca di un viaggio fuori dagli schemi, è miope. Chi vi troverà l’urgenza di imporre il proprio io in un ambiente libero e folleggiante, è uno che la sa lunga. Anche se della necessità di essere delle nuove “Leonarde” alla fine non importa più.

Tita Canta, che ha dentro il suo nome una delle più belle frasi minime che io abbia mai letto (c’è forse atto più liberatorio del cantare, magari a squarciagola?) ha scritto un romanzo che sprizza vitalità, una vitalità contagiosa e necessaria. Bello come può esserlo solo una esperienza vissuta. Insuperabile come può esserlo un ricordo struggente. Unico come la giovinezza, che da sola vale ben più di ogni altra cosa.

Provare per credere!

L’autore

Nata a Piacenza, ha vissuto nella bassa emiliana fino a vent’anni e da molto tempo si è trasferita a Parma.
Sì è laureata alla Facoltà di Economia dell’Università di Parma e ha conseguito un master in Comunicazione Pubblicitaria all’Università di Bari.
Ha lavorato come copywriter in pubblicità e pubblicato articoli e reportage di cronaca e cultura, per tre anni, con La Gazzetta di Parma e la rivista Il Caffè del Teatro.
A trent’anni ha dato voce alla profonda passione per una visione sistemica intraprendendo studi e pratiche di discipline olistiche per più di dieci anni. Oggi lavora come counselor transpersonale nello studio olistico Le Shivaghe da lei fondato nel 2007. Collabora con altri centri di meditazione e psicologia transpersonale e ha pubblicato come self publisher diverse storie e racconti. 

  • Editore: Giovane Holden
  • Genere: narrativa italiana
  • Pagine: 98

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