SERVO E SERVA di Ivy Compton Burnett


“George, io mi arrendo con te” disse Bullivant. “L’abisso fra noi due è troppo vasto. Per troppo tempo ho cercato di colmarlo, ma invano. Ora basta. Prendo atto del mio fallimento. D’ora in avanti ognuno per la sua strada. Saremo fisicamente vicini, lavoreremo insieme, ma in spirito siamo lontani. Non avevo misurato correttamente la nostra distanza”.
George, a cui il tutto appariva piuttosto esagerato, guardò Bullivant lasciare la stanza col passo di uno che ha compiuto un gesto estremo. Guardò la cuoca, o meglio la sua schiena, e Miriam, che non osò ricambiare il suo sguardo ben sapendo che la cuoca aveva gli occhi anche sul retro della testa, sebbene al momento si rifiutassero di incontrare lo sguardo di George. Capì che in futuro avrebbe dovuto contare solo su stesso.


Trama

Dopo Più donne che uomini e Il capofamiglia, accolti con grandissimo entusiasmo, prosegue la pubblicazione di Ivy Compton-Burnett, autrice fondamentale del Novecento inglese amata dai più grandi scrittori.

Il pater familias Horace Lamb, nobile tirannico, sadico e avaro, trascorre le giornate vessando la servitù e i numerosi figli (ma non la consorte: fra i due è lei quella ricca). Insieme a lui e alla moglie Charlotte vive il cugino Mortimer, uomo al contrario molto pacifico, che non si è mai sposato, è nullatenente ed è segretamente innamorato di Charlotte, la quale altrettanto segretamente lo ricambia. Quando la donna parte per un lungo viaggio in America l’equilibrio della casa traballa: il nuovo precettore dei bambini, Gideon, la sua opprimente madre Gertrude e la remissiva sorella Magdalen entrano con prepotenza nelle dinamiche familiari e rimescolano le carte in tavola… E nel consueto gioco di sotterfugi, cattiverie e dialoghi avvelenati che come sempre domina le pagine di Compton-Burnett, la servitù si riserva questa volta un ruolo di rilievo, conquistando a poco a poco la scena e assurgendo al ruolo di irriverente protagonista. Patrimoni e matrimoni, tradimenti e crudeltà quotidiane: Ivy Compton-Burnett al suo meglio, in un romanzo che, insieme a Il capofamiglia, lei stessa considerava il suo preferito.


Recensione

I romanzi di Ivy Compton Burnett sono boccate d’ossigeno dentro alle nubi tossiche del presente. Quadri vivaci di un passato affatto remoto sebbene ormai lontanissimo dalle nostre abitudini di vita. Riflessi di un modo di vivere ormai perduto, in cui la famiglia è un’isola in un mare incerto e tempestoso. Un’isola con il suo microclima, la sua vegetazione. In cui sole o nuvole sono derivazioni degli umori del suo capofamiglia. Una famiglia allargata, dai cui rami dipendono molti altri parenti e che coinvolge ed è coinvolta anche dalle dinamiche della servitù. L’occhio e il cuore di questa illuminata autrice abbracciano con grande chiarezza le dinamiche familiari della seconda metà dell’ottocento inglese, cavalli indomiti e imprevedibili, ma sempre tenuti a freno dalle briglie del padrone.

In “Servo e serva” siamo al cospetto di una famiglia borghese in cui troneggia la figura del padre, Horace, dispotico e terribilmente avaro. Sadico, crudele, manipolatore, tiene in pugno i figlioletti, malvestiti, malnutriti e decisamente tiranneggiati, ma lascia indenne la moglie, Charlotte, perché ricca, la vecchia zia Emilia e in qualche misura anche il cugino, Mortimer, sebbene sia privo di sostanze e viva praticamente a spese della famiglia.

La servitù, una cuoca devota e petulante, un maggiordomo saggio e lungimirante e due giovani sguatteri prelevati da un orfanotrofio, completano il quadro familiare. I quattro sono il sottobosco familiare. A conoscenza di qualsiasi avvenimento accada in casa, assorbono ed in qualche modo guidano le vicende familiari, come un pubblico erudito in platea, che osserva, commenta e giudica.

Lo spaccato familiare è descritto con vivacità dall’audace penna della Burnett, che governa con slancio e precisione i dialoghi, fitti, colorati, vividi e ironici. La narrazione in realtà è fatta esclusivamente di dialoghi; la voce dei personaggi è viva, reale e riesce a fare a meno dell’intervento del narratore senza che la trama debba perdere di efficacia. Questa caratteristica è unica e davvero significativa e se da un lato è sintomo di un grandissimo talento narrativo, dall’altro a volte rende più difficile seguire il filo della narrazione. Leggere la Burnett è un esercizio di concentrazione; non ci si deve distrarre perché si rischia di perdere il filo del discorso. La lettura, in ogni caso, è un’esperienza irripetibile e assai gratificante per il lettore, immerso in un disegno perfetto di parole, suoni ed espressioni che descrivono l’essenza di un mondo ormai lontano per abitudini, costume e consuetudini.

La trama è intessuta a partire dalla figura di Horace, quasi una caricatura nella sua aberrante meschinità, che è lampante e terribilmente iniqua ma anche così carica di ironia da sconfinare nel ridicolo. La sua condotta, le sue parole, l’atteggiamento assurdo nei confronti dei figlioletti è un ricamo perfetto che strappa più sorrisi che biasimo. Horace è un tripudio di bassezze, che trasforma in pillole di saggezza per i suoi interlocutori con una capacità disarmante. Una figura assurda e geniale, che poteva uscire solo da una penna altrettanto geniale. Il destino di Horace è un destino parimenti assurdo e incredibile, determinato, come causa e come effetto, dall’odio che induce in chi gli sta davanti. Illuminato da sprazzi di disarmante lucidità e da altrettante dimostrazioni di ottusità, Horace è una figura meravigliosamente costruita, sempre al centro di congetture, un magnete che attira avversione ma anche rispetto per il suo ruolo e timore per le sue rappresaglie e che finisce per essere il simbolo di una società che si mostra per ciò che non è. Horace è una lugubre fenice, che risorge immancabilmente dalle sue ceneri, suscitando sdegno e rassegnazione in chi gli sta intorno.

La strampalata famiglia non è indenne da minacce volte a destabilizzarla, come del resto anche la servitù, che ha i suoi punti deboli nei due sguatteri, che con la loro goffaggine finiscono tuttavia per essere la bocca della verità, capaci di vedere con chiarezza i lati oscuri di Horace. Famiglia e servitù rappresentano perfettamente gli umori e i costumi della classe sociale alla quale appartengono e i loro punti di vista descrivono i diversi modi di vedere e di intendere le cose, restituendo al lettore un quadro realistico ed illuminante dei modi di pensare del tempo.

“Servo e serva” è un magistrale viaggio indietro nel tempo, costruito con una prosa eccellente, con un linguaggio ricco e ironico e una verve unica, che l’autrice padroneggia dalla prima all’ultima pagina. Vizi e virtù dell’epoca in un racconto a due voci, in cui anche la classe lavoratrice dice la sua facendosi interprete lucida della realtà. Una lettura imperdibile più adatta agli amanti del periodo storico e ai cultori del fraseggio, meraviglioso specchio di un’epoca irripetibile.


L’autrice

Scrittrice britannica nata a Londra, sesta di dodici figli di un noto medico omeopata. Una vita familiare infelice le fornì materiale per i venti romanzi che scrisse, tutti di matrice autobiografica e incentrati sul tema del dispotismo familiare. Premiata e apprezzata da autori di grande prestigio, trascorse un’esistenza piuttosto appartata rifuggendo la fama. Fazi Editore ha pubblicato Più donne che uomini nel 2019 e Il capofamiglia nel 2020. Nei suoi diari, Virginia Woolf definiva la propria scrittura «di gran lunga inferiore alla verità amara e alla grande originalità di Miss Compton-Burnett».


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Traduzione: Manuela Francescon
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 353

REGINA ROSSA di Juan Gómez-Jurado


Poi si ferma, perché riscopre una verità universale che dimentica ogni giorno quando va a dormire. Il mondo è gestito dai mediocri, dagli egoisti e dagli idioti. In particolar modo da questi ultimi.

Trama

Primo capitolo di una trilogia che domina le classifiche spagnole da anni, Regina Rossa è un vero e proprio fenomeno. Preparatevi a conoscere Antonia Scott, la nuova regina del thriller spagnolo.

Antonia Scott è speciale. Molto speciale. Non è una poliziotta né una criminologa. Non ha mai impugnato un’arma né portato un distintivo. Eppure ha risolto dozzine di casi. Ma è da tempo che non esce dalla sua soffitta a Lavapiés. Dotata di un’intelligenza straordinaria, è stanca di vivere: ciò che ha perso contava molto più di ciò che l’aspetta là fuori. Jon Gutiérrez, quarantatré anni, omosessuale, ispettore di polizia a Bilbao, è nei guai: su Internet circola un video in cui, nell’intento di aiutare una giovane prostituta, introduce nell’auto del suo protettore una dose di eroina sufficiente a mandarlo dritto in prigione. A farli conoscere è Mentor, la misteriosa figura a capo dell’unità spagnola di Regina Rossa: un programma segreto volto alla cattura di criminali di alto profilo in Europa. Così, loro malgrado, Antonia e Jon si trovano a collaborare a un caso spinoso: il cadavere di Álvaro Trueba, il figlio della presidentessa della banca più grande d’Europa, è stato ritrovato in una villa immacolata con un calice pieno di sangue in mano. La stessa notte, anche Carla Ortiz, figlia di uno dei più ricchi imprenditori del mondo, è scomparsa. Entrambe le famiglie hanno ricevuto una telefonata da un uomo che dice di chiamarsi Ezequiel, ma non vogliono rivelare i dettagli della conversazione avuta con lui: evidentemente, ci sono dei segreti così grandi da non poter essere sacrificati nemmeno in nome di un figlio. Chi è Ezequiel? Si tratta di uno psicopatico o dietro c’è qualcosa di più? Per Antonia e Jon scatta così una disperata corsa contro il tempo, tra false piste, pestate di piedi e trappole mortali, attraverso i meandri più oscuri di Madrid.


Recensione

“Regina rossa” irrompe sulla scena e dopo niente sarà come prima.

Una storia potente, reale, che porta il lettore nel cuore della vicenda. Una donna spezzata, che non vuole tornare a vivere e indugia in un limbo ovattato, accanto all’uomo che ha amato, ridotto ad una spoglia vivente. Un programma che rischia di saltare, perché lei, la Regina Rossa, è chiusa in se stessa e prostrata dal rimorso.

Antonia Scott ha una storia complicata alle spalle. Già dalla sua infanzia ha fatto i conti con la morte e con l’assenza. Poi è arrivato l’incarico nel programma Regina Rossa, una squadra di eccellenza volta a risolvere casi complessi e pericolosi per l’incolumità dell’Europa. Che Antonia ha padroneggiato con successo. Ma ogni medaglia ha il suo rovescio e per Antonia il successo e la consacrazione hanno portato un conto salato, che può correggere ed attenuare solo con l’aiuto della chimica.

Antonia è piccola di statura, poco appariscente. Nervosa, veloce, intelligente. L’essere umano più intelligente del pianeta. Il suo cervello è una macchina da guerra. Ma in lei qualcosa si è rotto irrimediabilmente.

A rimetterla in pista ci pensa Jon Gutiérrez, poliziotto, grande e grosso, omosessuale, cuore tenero, carriera compromessa proprio dalla sua sensibilità, che lo ha portato ad un passo falso. Jon sarà costretto a lavorare con Antonia ad un caso spinoso. Il male che dovranno fronteggiare ha qualcosa di disumano. Il dolore, la crudeltà, l’efferatezza che dovranno combattere non hanno uguali. Sarà una corsa contro il tempo, contro i demoni della follia. Un rompicapo che non trova soluzione e che verrà a galla a poco a poco, a svelarsi in tutta la sua carica pestilenziale.

Inutile dire che le spire di questo romanzo sono trappole mortali. Che la trama è un vortice di suspense. Che la prosa è un tamburo che rulla ossessivo e ipnotico dentro la testa. L’autore trascina il lettore sulla scena e lo coinvolge emotivamente a trecentosessanta gradi. Leggi e non riesci a staccarti dalle pagine. Leggi e senti un legame fortissimo verso i personaggi, spogliati di qualsiasi fronzolo, nudi nella loro disarmante umanità e nelle loro debolezze.

Sappiamo come sia complicato confezionare un buon thriller. Occorre coerenza, realismo, equilibrio. Una storia potente, dei protagonisti carismatici e autentici, che siano speciali senza essere supereroi. Occorre tenere la penna in bilico tra una manciata di esigenze opposte, senza che nessuna vada a sovrastare l’altra.

Juan Gómez-Jurado è riuscito in tutto questo ed ha compiuto un vero miracolo. “Regina rossa” è davvero un thriller imperdibile. Un thriller completo, che contiene molte altre storie al suo interno, che non si accontenta di rimanere chiuso dentro al suo nucleo, ma che si espande, si completa con le storie di vita dei suoi protagonisti, attraverso flashback e discese nella psiche dei personaggi, che si lasciano penetrare dal lettore, senza veli e senza reticenze. Un thriller che si bea di una prosa senza pecche, condotta al tempo presente, che non tralascia alcun particolar pur rimanendo accattivante ed emotivamente coinvolgente. Una scrittura che pretende l’attenzione del lettore e la ottiene senza sforzo alcuno.

Un plauso a Fazi Editore che ha portato in Italia questo gioiello e che ci regalerà anche i successivi due capitoli di una trilogia che ha fatto il vuoto intorno a sé e che si è portata in cima alle classifiche di tutto il mondo.

In chiusura ed in estremissima sintesi: non fatevelo scappare!


L’autore

Juan Gómez-Jurado è nato a Madrid nel 1977, è un giornalista e un romanziere tradotto in quaranta lingue. La trilogia composta da Regina Rossa, Lupa Nera e Re Bianco ha avuto un successo clamoroso, con oltre un milione di copie vendute, e l’ha consacrato come l’autore di thriller spagnolo più venduto di sempre, nonché come uno dei massimi esponenti del genere a livello internazionale.


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Darkside
  • Traduzione:
  • Elisa tramontin
  • Pagine: 438

SORELLE di Daisy Johnson

 
Se il cervello è una casa con tante stanze, allora io vivo nello scantinato. E’ buio e silenzioso. A volte sento qualcosa che si muove sopra alla mia testa, come dell’acqua che scorre nei tubi o qualcosa che viene digerito lentamente. A volte c’è una luce forte e riesco a vedere dove vivo. Tutti gli angoli e gli scompartimenti del sottoscala, ogni piccolo spazio. Le pareti sono umide al tatto. Ho dovuto farmi piccola per entrarci, allungarmi come le bisce che crescono nell’erba vicino alla spiaggia.
Se il cervello è una casa con tante stanze, in ognuna ci abita Settembre. Le stanze sono grandi come chiese e lei si gonfia come un pallone per riempirle, i suoi pensieri fanno rumore come le sirene antinebbia e suonano in tutte le  stanze come  campane. Non so che aspetto hanno le sue stanze, ma quando me le immagino somiglianti alla spiaggia, con la bassa marea, chilometri di sabbia, acqua a non finire. Certe volte ripenso al formicaio e capisco che è come qui, con tutte le pareti che si schiacciano, le gallerie che crollano un momento dopo che sono strisciata fuori.

Trama

Le sorelle adolescenti Luglio e Settembre sono strette da un legame simbiotico forgiato con una promessa di sangue quando erano bambine. Vicine quanto possono esserlo due ragazze nate a dieci mesi di distanza, a volte è difficile stabilire dove finisca l’una e cominci l’altra. Abituate all’isolamento, non hanno mai avuto amici: bastano a se stesse. Ma un pomeriggio a scuola accade qualcosa di indicibile. Qualcosa da cui non si può tornare indietro. Alla disperata ricerca di un nuovo inizio, si trasferiscono con la madre dall’altra parte del paese, sul mare, in una vecchia casa di famiglia semiabbandonata: le luci tremolano, da dietro le pareti provengono strani rumori, dormire sembra impossibile. Malgrado questo inquietante scenario, a poco a poco la vita torna ad assumere una parvenza di normalità: nuove conoscenze, falò sulla spiaggia… Luglio si accorge però che qualcosa sta cambiando, e il vincolo con la sorella inizia ad assumere forme che non riesce a decifrare. Ma cos’è successo quel pomeriggio a scuola che ha cambiato per sempre le loro vite? Ricco di tensione e profondamente commovente, il secondo romanzo della talentuosa Daisy Johnson penetra a fondo nelle zone più oscure dei legami affettivi, raccontando una conturbante storia d’amore e invidia tra sorelle che i fan di Shirley Jackson e Stephen King divoreranno.


Recensione

Un rapporto simbiotico in cui si è innestato un piccolo tarlo. La boccuccia ossuta, rosicchia pianissimo ma è inesorabile e morde, consuma, erode, spacca.

Tutto sembra bello e idilliaco, le due sorelline quasi coetanee, una dai capelli come fili di seta, indomita, volitiva, curiosa. L’altra più scura e incerta, quasi un’ombra che segue la sorella maggiore come se fosse una sua espansione corporea.

Insieme, quasi una sola anima in due corpi dissimili. Inseparabili, unite, indivisibili. In quella perfezione, in quella apparente dolcezza, si scopre una crepa. Che si allarga, che contagia, che distrugge.

Settembre e Luglio sono nate a dieci mesi di distanza. Il loro è un rapporto escludente e chiuso, in cui a nessuno è concesso di affacciarsi, neanche alla madre, una figura sfuggente, intrappolata nel malessere e nel lutto. Settembre e Luglio non hanno amici. Bastano a se stesse. Crescono dentro ad un mondo solo loro, fatto di codici, di giochi inventati, di una complicità quasi patologica che diventa mania, suggestione, dipendenza.

Settembre è crudele e manipolatrice. Luglio la asseconda, sempre un passo indietro. Sempre pronta a giustificare la sorella, ad accontentare ogni suo capriccio, ad obbedire ad ogni suo ordine e a sottostare ad una sistematica pressione che mina il suo equilibrio e riduce inesorabilmente la sua volontà. Ma Luglio senza Settembre è come se non esistesse. Un amore asfittico la lega a lei, alla quale non sa negarsi. Settembre è luce ma è anche buio. Una malattia alla quale Luglio a volte vuole sottrarsi, pur sapendo che soccomberà alla sua virulenza. Tra le due sorelle c’è un rapporto malato, del quale si intravede, tra le pagine, la terribile carica pestilenziale e il potenziale distruttivo che porta con sé.

Follia e accondiscendenza descrivono un rapporto di sudditanza psicologica in cui la malvagità, le gelosie e il desiderio di esclusione prolificano indisturbati. Follia e accondiscendenza che vestono i panni rassicuranti dell’affetto, della complicità. Attorno alle due sorelle solo assenza, e una casa misteriosa, quasi una creatura dotata di una vita propria, che nasconde ricordi dolorosi.

Finchè qualcosa accade. E rompe ogni equilibrio. Dopodichè ci sarà solo caos. Dopodichè una nuova esistenza dovrà trovare sfogo, collocazione, motivazione.

La scrittura di Daisy Johnson è un pozzo di incertezza e di sospetto. E’ subdola e abbacinante e attira il lettore nelle sue trappole. La curiosità che desta in chi legge è una spirale che si attorciglia ai pensieri. Il malessere che suscita è sempre più stordente poiché una viscida sollecitudine si fa strada tra le ciglia.

“Sorelle” è un grandioso ritratto delle molteplici sfaccettature dei rapporti familiari in cui ritroviamo le innocue complicità che lo caratterizzano ma anche dinamiche che sfuggono a qualsiasi classificazione, proprio perché esclusive, escludenti e tremendamente personali. Rapporti in cui entrano in gioco forze opposte ed esplosive, comandate da sentimenti imbizzarriti e indomabili. Rapporti spesso blindati, incomprensibili, dove amore, possesso e abnegazione si mescolano e assumono sfumature imperscrutabili.

Un groviglio assai complesso e difficile da descrivere, che tuttavia Daisy padroneggia e ipnotizza con un potere quasi magico. Un groviglio che si scioglierà inaspettatamente, in un epilogo che lascia attoniti e, forse, anche sollevati. Una ferita inferta con premeditazione, con mano decisa a squarciare l’impenetrabile cortina che avvolge i rapporti familiari fino a farne brandelli.


L’autrice

Nata nel 1990, nel 2016 ha pubblicato la raccolta di racconti Fen, grazie alla quale ha vinto l’Harper’s Bazaar Short Story Prize, l’A.M. Heath Prize e l’Edge Hill Short Story Prize. Attualmente vive a Oxford. Fazi Editore ha pubblicato Nel profondo, il suo romanzo d’esordio finalista al Man Booker Prize, nel 2019.


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Traduzione: Stefano Tummolini
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 202

LA RAGAZZA A di Abigail Dean



E dormivamo anche noi, dormivamo sempre. L’inverno comprimeva le ore di luce. Evie si svegliava la notte e la tosse la squassava tutta, scuoteva le catene. – Torna a dormire – . Che altro potevo dirle? La lucidità mi stava abbandonando: dal buio vedevo emergere ogni tanto figure salvifiche. Recavano acqua, coperte, pane. A volte era la signorina Glade, altre volte zia Peggy. Mormoravano in lingue sconosciute che non capivo.
Qualche volta invece veniva Madre. Pensavo ai periodi in cui ci aveva amato di più, ovvero quando eravamo nel suo ventre, silenziosi, solo suoi, e lasciavo che mi accudisse così. Qualche volta ci portava latte, avanzi di cibo.  Ci imboccava. Altre volte aveva con sé una bacinella di plastica e un panno. S’inginocchiava vicino al letto e parlava dolcemente a se stessa, come fosse anche lei una bambina piccola. La sensazione del panno umido sulle membra, tra la mascella e lo stomaco, sulla pelle svuotata del seno e delle natiche – carne invecchiata anzitempo – e poi tra le gambe dove c’era sempre un disordine, una vergogna, come se il corpo non ce la facesse proprio a smettere di essere umano. In quei momenti di tenerezza mi rendevo conto di come poteva essere la resa: non pensare più a come fuggire, a come proteggere Evie, a come dimostrare quanto ero brava. Era inebriante, come scivolare piano in mezzo a lenzuola pulite.


Trama

Lex non vuole più pensare alla sua famiglia. Non vuole più pensare all’infanzia degli orrori. Non vuole più pensare a sé stessa come la Ragazza A, quella che era riuscita a scappare. Ma quando molti anni dopo sua madre muore lasciando la vecchia casa in eredità, la voragine del passato si spalanca di nuovo sotto i suoi piedi. Lex vorrebbe trasformare l’edificio in un luogo di pacificazione, ma per prima cosa deve fare i conti con i sei fratelli e con l’indicibile infanzia che hanno condiviso. Così, quella che comincia come un’adrenalinica storia di sopravvivenza e riscatto, diventa racconto di rivalità tra fratelli e alleanze ancestrali.


Recensione

I segreti che ci portiamo dentro, il nostro vissuto, sono pozzi insondabili dei quali spesso siamo i più integerrimi carcerieri. Timore, vergogna, traumi a volte ci impediscono di comprendere, di realizzare ciò che è accaduto, in un passato che sembra lontanissimo ma che in realtà non ci ha mai abbandonato.

A volte è un granello di sabbia che fa inceppare un meccanismo. Altre è un macigno, che lo schiaccia e lo disintegra. Granello o roccia, indipendentemente dalle loro dimensioni,  sanno essere dirompenti allo stesso modo e causare crepe insaldabili nella nostra vita.

L’essere umano è una creatura delicata, debole. Un niente lo incrina. Eppure è anche capace di sopportare l’insopportabile e di farlo con la forza di un uragano.

“La ragazza A” è la storia di una caduta e della estenuante risalita verso la luce. Una storia di perdite e di rinascite. La storia di chi si è opposto alla morte e ha continuato, nonostante tutto, a guardare avanti.


Quando non si ha neanche un nome che ci distingua. Quando la vita ci tradisce nel peggiore dei modi, distruggendo la nostra scintilla vitale. Un fiore che piega la sua corolla. Un filo d’erba schiacciato da un sasso. L’assenza di luce.  Lo stordimento, la sorpresa. E poi il dolore, l’incredulità. Nessuno da amare. Nessuno in cui credere. Il rifiuto. La ribellione che squarcia la pelle e il respiro. Perché io, perché a me. Non saper difendersi. Non riuscire a fuggire. Non trovare una spiegazione. Il sollievo di sapersi rassegnare. La carezza del sonno. L’oblio. La fine.

Dei bambini. La loro voglia di vivere, di scoprire, di sapere, di vedere, di mettersi alla prova. Ridotti in schiavitù da chi li doveva proteggere. Nel nome di un Dio impietoso, cattivo, vendicatore.

Cercare un confine che non si trova. Spingersi al limite. Via la luce, via il sole. Via il vento sulla faccia, una corsa a perdifiato. Via un libro da leggere, un sogno da inseguire. Via il futuro, il domani. Soli, tra quattro mura. Perdere l’orientamento. Sapersi perduti, senza poter essere salvati. E ancora lo stordimento di una sorda consapevolezza che si fa strada in te. Che fa a pugni con l’incredulità. Che va a braccetto con le tue colpe, che di colpe devi averne molte anche se sei solo un bambino. Non riuscire nemmeno a odiare.

Confusione. Dolore. Paura. Oblio. E negli sprazzi di lucidità cercare di stare vivi, aggrapparsi ad un pensiero. Meditare la fuga e poi tornare a disperare. Desiderare la morte e poco dopo sorprendersi ad ascoltare i rumori di casa tua, dove credevi di essere al sicuro, come dovrebbero essere tutti i figli.

Quand’è che si smette di pretendere ciò che ci spetta? Quand’è che si realizza di vivere in un incubo?

Quand’è che un bambino può chiamare le cose con il loro nome?

Forse quando è troppo tardi. Oppure quando l’istinto si ridesta e decidi che vuoi vivere.

“La ragazza A” non si descrive. Non si racconta, non si spiega. Il solo parlarne produce dolore.

La potenza di questa storia, il massacro della sua prosa, lo squarcio delle sue immagini è fuoco sulla pelle.

Un occhio rivolto ad un passato di orrori, un occhio al futuro, in un tempo in cui si cerca di ricostruire, o di dimenticare. Passato e presente si dividono la scena in questo romanzo che dilania. La ragazza A, quella che è riuscita a fuggire, racconta il suo inferno e quello dei suoi fratelli. Divisi dopo la tragedia, si sono tenuti in contatto come hanno potuto, ma adesso è necessario rivedersi, per decidere le sorti della casa che li ha visti bambini. Frugare in un fondale torbido smuove ricordi sopiti e fa venire a galla nuovi retroscena. Seppure invischiati in uno stagno di brutalità e di follia, i bambini hanno cercato la loro salvezza in modi diversi. Quando in gioco c’è la vita ogni mossa è lecita. Eppure alcune scoperte avranno il sapore della sconfitta, mentre altre scopriranno verità terribili.

La prosa di Abigail Dean prorompe fra le pagine e non ha nessuna intenzione di filtrare ciò che è scomodo o scandaloso. Scende impietosa nei recessi della mente e li sconvolge con ricordi, immagini, dolore e brutalità. Descrive l’abominio che certe esperienze lasciano dentro. Racconta le ambiguità e gli inganni che permettono ad una persona di andare avanti, anche se dentro ogni cosa si è rotta irrimediabilmente.

La penna scivola leggera come un rasoio sulla pelle e lascia cicatrici che sanguinano e che bruciano. Eppure non eccede mai. Semmai rimane neutra, quasi afona, nonostante strazi tutto ciò che incontra.

Difficilmente ci imbatteremo in qualcosa di simile. L’esordio della Dean è un punto fermo, attorno al quale gravita l’orrore di un’infanzia negata e la meravigliosa sensibilità di una penna illuminata.


L’autrice

Abigail Dean è una scrittrice di Manchester, che vive nel sud di Londra. Il suo primo romanzo, GIRL A , è stato pubblicato nel Regno Unito nel gennaio 2021 ed è stato subito un bestseller del Sunday Times.


  • Casa Editrice: Einaudi Editore
  • Collana: Stile Libero Big
  • Traduzione: Manuela Francescon
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 364

IL NASO di Nikolaj Gogol


 Spense la luce della stanza e continuò a riflettere che il suo era davvero un caso incomprensibile, diavolo. Se avesse perduto un bottone, un cucchiaino d’argento, un orologio o qualcosa di simile, si sarebbe potuto capire. Ma perdere, che cosa? Il naso? Diavolo! E a chi era sparito il naso?

Trama

In una San Pietroburgo che può essere intesa come attuale, il 25 marzo di un anno imprecisato, il barbiere Ivan Jakovlèvič trova un naso umano in una pagnotta. Se ne vuole disfare e su un ponte lo getta nelle acque del fiume Neva. Il maggiore Kovalèv si sveglia e non trova più il naso dove dovrebbe stare, in mezzo al volto. Esce da casa e vede il suo naso – lo stesso del barbiere – salire in carrozza. Segue il naso in una chiesa. L’avvicina. Parla con il suo naso antropomorfizzato. Il naso gli gira le spalle e se ne va. Kovalèv lo rincorre ed esce in strada. Il naso è scomparso. Kovalèv si fa accompagnare in carrozza dal capo della polizia, non lo trova, risale in vettura, si fa portare a un giornale dove vorrebbe pubblicare un annuncio. Non riesce a farlo e se ne va. Si reca dal commissario del quartiere. Non ne cava nulla anche là. Rincasa, è il tramonto. Mentre riflette, sopraggiunge trafelato un funzionario di polizia, gli porge il naso. L’hanno ritrovato! Sì, ma Kovalèv non riesce a riattaccare il naso. Chiama in aiuto un medico che abita nello stesso palazzo. Anche il medico desiste. È dunque impossibile riattaccare il benedetto naso? Il giorno dopo, Kovalèv scrive una lettera all’ufficialessa che riteneva fosse la responsabile della sparizione del naso. Le chiede di metterlo in grado di riattaccarlo… Intanto, la notizia del naso si è diffusa per l’intera città di San Pietroburgo. Siamo ormai arrivati al 7 aprile e riuscirà mai il nostro Kovalèv a rivedere in uno specchio il proprio organo dell’olfatto?


Recensione

Sospeso ironicamente tra il serio e il faceto, tra la favola e il racconto di denuncia, “Il naso” è un classico nella produzione letteraria di Nikolaj Gogol, poeta, scrittore e drammaturgo russo. Un racconto che spesso trova spazio nelle antologie scolastiche come esempio perfetto dei risultati esaltanti che si possono ottenere mescolando satira e surreale.

La storia è nota: un funzionario della Russia ante rivoluzione perde il suo naso in circostanze misteriose e con esso anche la sua credibilità, qualità che reputa indispensabile per mantenere il suo status di privilegiato. Solo affrontando diverse traversie riuscirà a riappropriarsene e a salvare la sua reputazione, debole e vacillante attributo che trova fondamento nell’arretratezza e nella superstizione della società russa di allora.

Le figure che attraversano il racconto, al lordo di quella del malcapitato Kolalèv, sono meravigliosi esempi di un periodo storico chiuso e retrogrado: il barbiere, donnaiolo impenitente, bugiardo e dedito all’alcol, l’ufficialessa superiore Palageja, tirannica matrona così temuta da kolalèv, i poliziotti, ciechi e corrotti, depositari di ogni forma di ingiustizia e di irragionevolezza e tutte le altre comparse, che esistono solo per ribadire che in Russia, ai tempi dello Zar, si è in balia di mille variabili impazzite, che non si possono in alcun modo governare, né  comprendere.

Gogol utilizza queste bieche e strampalate comparse per tratteggiare la società dell’epoca, noncurante delle minacce e delle pressioni che colpiscono anche la sua persona, così come quella di Kolalèv.

Ne esce un inno feroce e geniale del senso del ridicolo che spesso imprigiona l’uomo, vittima e a volte artefice dei capricci di un sentire così sottile e perfido come è la sensazione e il timore di rendersi, appunto ridicoli.

L’uomo è disposto a tutto pur di non cadere in un simile vespaio. Si illude, nega l’innegabile e cerca di riprendersi il proprio naso, che fugge improvvisamente per vestire i panni di un uomo in tutto e per tutto simile al suo stesso proprietario e ugualmente folle e irrazionale.

Con il naso finalmente tornato al suo posto ogni pericolo è scampato. Tutto si piò affrontare se si possiede un naso. Tutto diventa accettabile. Tutto si aggiusta, basta crederci.


  • Casa editrice: 13Lab Milano
  • Collana: MyosotiS
  • Genere: classico della letteratura russa
  • Traduzione: Giovanni Nebuloni
  • Pagine: 121

I RICORDI NON FANNO RUMORE vol 2 di Carmen Laterza


L’altra sera pensavamo insieme a quante vite ci sono in una sola, a come c’era sembrato eterno il tempo della guerra e senza speranza. Eravamo bambini e quello era l’unico modo che conoscevamo, senza sole. Ma forse è anche per quello che adesso tutto ci stupisce e ci sembra un miracolo.

Trama

Bianca è cresciuta, lavora a Pavia come cameriera nella casa della signora Cattaneo e nel tempo libero frequenta un corso di taglio e cucito. Un giorno al mercato conosce Arturo, un ragazzo sorridente e baldanzoso che la corteggia regalandole un fiore ogni volta che la incontra e la conquista con il suo ottimismo nei confronti della vita. Bianca e Arturo sono giovani e innamorati: si sposano e partono per la Svizzera, dove li attende un lavoro sicuro e la possibilità di costruire una famiglia insieme.

Dopo un’infanzia segnata dalle difficoltà della guerra e dall’aridità degli affetti, Bianca vive finalmente con serenità e guarda al futuro con speranza e determinazione. Anche quando le difficoltà della vita quotidiana in una terra straniera si rivelano maggiori del previsto, anche quando i soprusi che lei e Arturo devono sopportare come immigrati italiani in Svizzera rischiano di frenare l’entusiasmo o limitare i progetti, Bianca non cede allo sconforto e continua a guardare oltre, nel punto in cui – lei lo sa – la porterà la perfezione del loro amore.

Solo un nodo rimane irrisolto e doloroso nel suo cuore: l’inspiegabile abbandono da parte della madre tanti anni prima e la sua scomparsa misteriosa.

Con questo nuovo romanzo Carmen Laterza porta dunque avanti la storia di Bianca sullo sfondo di tempi e spazi nuovi, tra il laborioso dinamismo dell’Italia del dopoguerra in piena ricostruzione e la puntuale operosità delle fabbriche svizzere; ma uguale resta l’incredibile profondità, umana e narrativa, dei suoi personaggi femminili, straordinari modelli di forza e resilienza.


Recensione

Una storia semplice, che ci riporta indietro nel tempo, quando l’Italia e gli italiani si ridestavano dalle rovine della guerra e iniziavano a volgere lo sguardo al futuro, leccandosi le ferite ancora doloranti inflitte da orrori, perdite, paura e incertezza. La voglia di riscattarsi, il desiderio di essere felici, di realizzarsi, di sollevarsi dalla povertà e dall’ignoranza. Un periodo storico denso di speranza, l’anticamera del boom economico che travolgerà l’Italia poco dopo, segno tangibile dell’incredibile forza del popolo e della sua voglia di cambiare pagina.

La saga familiare di Carmen Laterza ha il sapore della speranza e l’ingenuità della giovinezza. Profuma di passato, di anni in cui bastava poco per essere felici. Un profumo che esala dalle pagine e che avvolge Bianca e chi gli sta vicino.

In questo secondo volume Bianca si affaccia all’età adulta. La perdita della madre, che crede ormai lontana e irraggiungibile, ha reso la sua adolescenza difficile, inghiottita dalle paludi dell’incertezza. Nonostante tutto però Bianca ha costruito la sua piccola esistenza: ha un lavoro e la vita le ha regalato nuovamente la vicinanza di Maria, l’amica d’infanzia che aveva lasciato a Milano durante la guerra.

Quando anche l’amore si affaccia nella sua vita, Bianca intravede i riflessi abbacinanti della felicità. Una nuova esistenza la aspetta in Svizzera. Ma anche nuove difficoltà, quelle che molti emigranti affrontano in quegli anni difficili: il sogno di potersi integrare, i pregiudizi, l’indigenza, sono spilli che pungono il suo cuore, che oscilla incerto tra la speranza e un inquieto senso di incompletezza, che nasce dalla consapevolezza di aver perduto per sempre l’affetto della madre, della quale non sa più niente.

La scrittura di Carmen Laterza è molto coinvolgente. La storia che costruisce rappresenta le nostre radici e ritaglia un vivido angolo di vita dentro alla nostra storia recente.

Le vicende di Bianca si sposano con il nostro vissuto e leggerle è un po’ come respirare un’aria familiare. Bianca incarna i sentimenti e i desideri delle donne italiane del dopoguerra. Donne che lottano contro una vita difficile, spesso relegate ai margini, discriminate e costrette a fare i conti con quei pregiudizi di genere che a lungo terranno la donna lontana da opportunità e considerazione sociale. Donne che appaiono deboli e spesso sopraffatte da destini avversi, ma che sanno sfoderare una forza dirompente che rompe gli argini dell’indifferenza e delle avversità.

Con grande maestria Carmen Laterza governa la trama e sa toccare i tasti giusti per incuriosire il lettore e lasciarlo in sospeso. L’autrice offre al lettore quello che mediamente desidera leggere: una storia pulita, in cui i buoni sentimenti vincono sulle avversità, attraverso un percorso sofferto e irto di ostacoli.

Sul finire di questo secondo capitolo sono diversi i nodi cruciali che rimangono da sciogliere. Ma non c’è niente da fare. Il libro finisce e il lettore può solo speculare su ciò che potrebbe accadere nel capitolo successivo. Io mi sarei fatta una mia idea… chissà se è quella giusta…

Arrivederci Bianca!


L’autrice

CARMEN LATERZA è nata e cresciuta a Pordenone, dove vive tuttora. Laureata in Lettere a indirizzo musicologico e diplomata in Pianoforte, per più di vent’anni ha lavorato come editor e ghostwriter, scrivendo e correggendo per gli altri testi di ogni tipo. Nota sui social con il nome di Libroza, a lungo ha fatto divulgazione sui temi della Scrittura Creativa e del Self Publishing.

Ora si dedica esclusivamente ai propri libri, che pubblica in modo indipendente con il marchio Libroza.


  • Libro autopubblicato (Libroza)
  • Genere: narrativa italisns
  • Pagine: 342

SOTTO LA FALCE di Jesmine Ward


E’ qui che si incontrano il passato e il futuro. E’ dopo l’aggressione del pitbull, dopo che mio padre se n’è andato, e dopo che il cuore di mia madre si è spezzato. Dopo i bulli in corridoio, dopo le barzellette sui negri, dopo che mio fratello mi disse quello che faceva mentre eravamo per strada. Dopo che mio padre ha avuto altri sei figli da quattro donne diverse, quindi dieci figli in tutto. Dopo che mia madre ha smesso di lavorare per una famiglia bianca con una villa sulla spiaggia e ha iniziato a lavorare per un’altra famiglia bianca con una grande casa sul bayou. Dopo due diplomi, dopo un paralizzante periodo di nostalgia e un tiepido fidanzato a Stanford. Prima di Ronald, prima di C.J. Prima di Demond, prima di  Rog. E’ qui che le mie due storie si uniscono. E’ l’estate del 2000. E’ l’ultima estate che passerò con mio fratello. E’ il cuore. E’ così. Ogni giorno, è così.

Trama

Dal 2000 al 2004, tra DeLisle e altre cittadine del delta del Mississippi, Jesmyn Ward ha visto morire cinque persone care, cinque amici tra cui suo fratello Joshua: morti per overdose, per incidenti connessi all’alcol, per omicidio o suicidio. Nel tentativo di combattere il dolore e dare un senso all’accaduto, Jesmyn Ward decide di raccontare la loro storia, segnata dall’amore profondo della comunità ma avvelenata dal razzismo endemico e soffocante di quelle terre, dalla mancanza di un’istruzione adeguata e dalla disoccupazione, dalla povertà che alimenta una sfortuna implacabile. Le vite dei cinque amici si legano a quella dell’autrice, che torna indietro nel tempo in cerca delle origini della famiglia e della gente di DeLisle. La verità che porta alla luce è feroce: in Mississippi il destino degli uomini è determinato dall’identità, dal colore della pelle, dalla classe sociale, senza possibilità di riscatto.

Sotto la falce è un memoir e un atto d’accusa, un racconto durissimo e commovente che diventa intimo e universale. Jesmyn Ward insegna come amare le proprie origini e lottare per liberarsene, e come vincere il dolore attraverso la letteratura per onorare i propri cari, restituendo loro la voce che in vita gli è stata negata.

Questo libro è per gli uomini caduti sotto la falce, che sono diventati i nostri fratelli.


Recensione

Leggere come sanguinare. Un colpo in faccia, a risvegliare quello che non vorremmo sentire.

Anni, decenni e secoli a nascondere. A nasconderci. A negare l’innegabile. A giustificare ciò che è inaccettabile.

Memoir come questo andrebbero letti, anzi prescritti, come una medicina.

Anche quando il male da curare è congenito. O incurabile. Una metastasi che corrode tutto ciò che tocca.

La questione razziale è annosa. Persino scontata. Per certi versi, come passata di moda, sovrastata da mille altri problemi, alcuni dei quali, inutile dirlo, trovano nel razzismo la loro matrice, la loro molla scatenante.

Jesmin Ward squarcia qualsiasi cosa incontri con il suo romanzo. Sentimenti, cose, persone. Leggere le sue parole è difficile, perché inevitabilmente ci si sente complici, finanche colpevoli delle orrende dinamiche che girano intorno al razzismo.

Jesmin Ward racconta la sua vita e le sue perdite. Una vita costretta fra le morse dei retaggi del passato. Frutto di un disagio che definirei cosmico, che spezza qualsiasi fiducia verso il futuro.

Nel sud degli Stati Uniti si viene al mondo sconfitti in partenza. La famiglia in cui nasci probabilmente si sfalderà, poiché tuo padre, sopraffatto dall’impotenza, troverò sfogo in uno dei tanti paradisi artificiali e lascerà tua madre a tirare su i figli, a sfiancarsi con lavori duri e sottopagati. Crescerai schivando i colpi dei bulli, fomentando il tuo senso di inadeguatezza e la consapevolezza che probabilmente non combinerai niente di buono. Lascerai la scuola troppo presto, perché nessuno si interesserà a te, ai tuoi voti, al tuo benessere psicologico.  Sarai l’ennesimo ragazzo di colore destinato a incrementare il numero dei piccoli criminali e dei drogati. E se diventerai tossico o spacciatore, nessuno ne sarà stupito o scandalizzato. Semplicemente seguirai il tuo destino.

Sarai infelice, insicuro, sperduto, senza mezzi. Vivrai poco, questo è certo. Ad un certo punto toglierai il disturbo. Lasciando il campo alle nuove leve.

La Ward si è salvata con i libri. Studiando, laureandosi, trovando un lavoro e andando via dal Mississippi. Una terra che ama profondamente ma dalla quale occorre prendere le distanze, per sottrarsi alle sue sabbie mobili.

Ma non ha potuto salvare i suoi amici e suo fratello, stritolati dai pregiudizi razziali come topi da un rapace.

Lei li ha visti disfarsi sotto i colpi della rassegnazione. Li ha visti rifugiarsi nell’alcol, nella cocaina. Annientati dalla depressione. Schiacciati dalla mancanza di una qualsiasi prospettiva. E non ha potuto fare nulla per salvarli.

“Sotto la falce” è un grido di dolore, che squarcia un silenzio diventato intollerabile. Ma è anche una ballata che suona languida sotto il peso dei ricordi. Una vita intera raccontata attraverso immagini forti. Momenti di una vita che nasce segnata, la lotta contro le avversità, contro i pregiudizi. L’intollerabilità di esseri neri in un mondo che ti guarda con sospetto, con cattiveria. Ma anche con indifferenza, quella stessa di cui spesso ci siamo macchiati anche noi, che ci sentiamo inattaccabili, giusti e misericordiosi.

Un memoir che nasce per assecondare l’urgenza di ricordare, ma anche quella di condannare, di diffondere, di rendere partecipi. Perché non basta negare. Occorre fare. Parlare, dimostrare, denunciare, opporsi.

La voce di Jasmine Ward è feroce ed intollerabile. Graffia e fa male. Ferisce dove la nostra carne è più debole. Non sono lacrime quelle che invoca, ma urla di ribellione, di rottura. La sua prosa eppure è calma e pacata. Non cede all’irruenza del dolore, né alla rabbia che nasce dall’ingiustizia e dalla prevaricazione.

Il filo del racconto è una lama che brucia, ma la lettura è intrisa di dolcezza e soavità. E’ cura e rimedio che consola e lenisce. Ai capitoli che ripercorrono la vita dell’autrice, si succedono capitoli dedicati agli amici che sono morti. Non c’è solo l’urgenza di ricordare chi non c’è più, c’è anche lo sforzo di comprendere, di introdursi in quelle vite, di condividere il battito dei quei cuori e il dolore della loro perdizione.

Una lettura che brucia e fa lacrimare. Stordisce, scuote, risveglia e colpisce forte. Che cerca il dolore. Il suo ma anche il nostro. Una lettura che è ricerca di condivisione, necessaria a sopportare un fardello troppo enorme per una sola persona.


L’autrice

Jesmyn Ward vive in Mississippi, dove insegna scrittura creativa alla Tulane University, ed è oggi considerata una delle maggiori scrittrici americane con­ temporanee. Con Salvare le ossa (NNE 2018) e Canta, spirito, canta (NNE 2019) ha vinto due volte il National Book Award, prima donna dopo scrittori co­me William Faulkner, John Cheever, Philip Roth. NNE ha pubblicato anche La linea del sangue, che completa la Trilogia di Bois Sauvage, e Naviga le tue stelle, poeticamente illustrato da Gina Triplett.


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Genere: memoir
  • Traduzione: Gaja Cenciarelli
  • Pagine: 270

LA RAGAZZINA RAGNO di Letizia Vicidomini


Io me la immagino, seduta in mezzo al letto a gambe incrociate, con i lunghi capelli neri divisi in mezzo e lucidi come un tessuto di seta, muovere le braccia sottili da direttore d’orchestra e dirigere la vita di tutti.
Poi le braccia diventano zampe lunghissime di ragno che ghermiscono ciò che vuole, anche a distanza, con ferocia e determinazione.

Trama

C’è una ragazzina che domina il suo mondo domestico come una sovrana dispotica: ordina e stabilisce regole, impone il proprio volere, allunga le zampe come un ragno al centro di una delicatissima ragnatela. Gestisce qualcosa di troppo grande per lei. E viene uccisa, per questo. C’è un ragazzo muto, che però ascolta e vede quello che accade intorno a lui: a volte troppo, e questo potrebbe costargli molto. C’è una famiglia disgregata, fatta da individui soli, compressi nel proprio piccolo universo di minuscoli piaceri e grette soddisfazioni. C’è una donna che sente forte la necessità di correre in aiuto di chi ha bisogno, che chiama a sé un anziano commissario in pensione affinché insieme possano spiegare una morte iniqua. C’è tanto da capire di una giovane vita spezzata. Più complessa, più adulta, più sporca di quanto dovesse essere alla sua età. Ingiusta. Come la vita sa essere, a volte.


Recensione

C’è tutto il disagio dei nostri giorni in questo godibilissimo thriller. Una lettura che si attorciglia intorno ai nostri pensieri, che giunge a stanarci dalle nostre comode poltrone per rappresentare i dubbi, gli sbagli e le ossessioni dei giovani del nostro tempo. Non è bastato un intreccio perfetto, a Letizia Vicidomini. No, ha voluto di più e l’ha ottenuto incasellando la sua trama millimetrica dentro alle incertezze e agli stordimenti dei nostri figli, sempre più confusi da un presente complicato ed esigente.

“La ragazzina ragno” è un romanzo fatto di giovani. E intorno a loro stanno gli adulti, pronti a difenderli, a giustificarli e a farsi persino tiranneggiare. La contropartita è quasi inconsistente. Una frase, un po’ di considerazione. La ricerca di una confidenza. La speranza in un futuro che sorrida loro, una manciata di deboli opportunità che li allontani dalla cattiva strada e li faccia sentire al sicuro. Cullarsi nell’illusione che essi seguano la strada migliore, quella che gli adulti hanno tracciato per loro, appianando ogni ostacolo, addrizzando curve e levigando il fondo, per non farli cadere. Per rendere il cammino il meno incerto e faticoso possibile. Svendersi per un nonnulla, sempre pronti a perdonare, giustificare, sostenere, qualsiasi costo.

I giovani protagonisti di questo thriller vivono ognuno dentro il loro personale piccolo inferno. Sono emarginati, soli, insicuri. Convinti che la vita non faccia per loro. Si nascondono o sono nascosti. Lottano oppure si arrendono alla loro invisibilità. Spesso con una famiglia inesistente alle spalle, che non li vede. O che li vede in modo distorto.

Hanno ambizioni smodate, che a volte li portano a svendersi per ottenere ciò che vogliono. E scelgono la via più breve, perché sono impazienti, convinti che la vita si debba mordere, senza indugiare.

Hanno dalla loro la forza della gioventù e del sogno, che fa credere loro di essere immortali. Che pur indugiando nell’errore, potranno tirarsene fuori senza fatica, al momento opportuno, per poi tornare in carreggiata.

Ridono degli adulti, che manovrano come pallidi burattini. Hanno mille scuse per giustificarsi e mille motivi per pretendere il perdono.

Maya è una piccola despota e usa l’astuzia e la bellezza per fare soldi facili. Luca è un bulletto che crede di aver trovato la chiave di volta per sfuggire ad un destino già segnato. Rita crede che l’amore la salverà dalle sue scelte sbagliate. Demo cerca di rompere le catene del suo mondo silenzioso ma sa che perderà la sua partita. Gennaro invece l’ha già persa e si nasconde in un mondo immaginario per evadere da una vita che ormai non sa più dargli niente.

Intorno a loro c’è cecità, noncuranza, menefreghismo. Finchè la morte non bussa alla porta. Allora molti si ridestano. Chi piange, chi si dispera. Ma c’è anche chi si rimbocca le maniche e si mette a scavare. Cerca la verità e la trova, in un angolo impensabile, proprio dove nessuno avrebbe creduto.

“La ragazzina ragno” non è solo un thriller. E’ anche un ritratto crudo e impietoso della nostra società, in cui spesso si sceglie di non vedere ciò che crea dolore. In questo libro non c’è un superuomo che prende in mano la situazione e che punisce il colpevole. Ci sono due persone normalissime, un anziano ex poliziotto e una donna in crisi, che decidono di aprire gli occhi e di acuire lo sguardo.

Tassello dopo tassello scopriranno la verità e sarà una verità che taglia, che fa male. Che sbrindella le carni, che sanguina e non si cura con un cerotto, ma con un cambiamento di mentalità. Con un atto di coraggio, che spesso si risolve semplicemente con la volontà di alzare lo sguardo.

Letizia Vicidomini coinvolge e al tempo stesso scuote le nostre coscienze. La sua scrittura è tagliente e mette sapientemente a nudo paure, desideri, dubbi e malesseri di una giovinezza che abbaglia e che confonde. Bella l’ambientazione napoletana, densa di colore e invischiata nelle paludi della criminalità spicciola, che è anche quella più pericolosa e tentacolare.


L’autrice

Letizia Vicidomini è nata a Nocera Inferiore (Salerno) nel 1964 e lavora a Napoli. Speaker radiofonica (RTL 102.5, Kiss Kiss, Radio Marte) e attrice, ha pubblicato La poltrona di seta rossa (2014), Nero. Diario di una ballerina (2015), Notte in bianco (2017), Lei era nessuno (2019), Il segreto di Lazzaro (2021). Ha ottenuto numerosi riconoscimenti ed è stata più volte segnalata nei principali concor¬si letterari di genere, fra cui Giallo Garda e Garfagnana in Giallo.


  • Casa Editrice: Mursia
  • Collana: Giungla Gialla
  • Genere: thriller
  • Pagine: 299

I FIGLI DEL DILUVIO di Lydia Millet


Avevo preso l’abitudine di aggirarmi da sola per la fattoria quando la pioggia diminuiva. Trovavo un posto tranquillo e me ne stavo lì ad ascoltare le gocce che picchiettavano sulle foglie e sul terreno.
Chiudevo gli occhi per capire cos’altro riuscivo a sentire.
Mi allenavo a dimenticare quello che era al di là di me e a notare solo dove mi trovavo. Mi allevavo ad essere fradicia e infreddolita e affamata e a non farci caso.

Trama

Un’estate, un gruppo di famiglie si riunisce in una villa a due passi dall’oceano per trascorrere insieme una lunga vacanza. Per madri e padri significa passare il tempo tra vizi e alcol, in un infinito happy hour; mentre i figli, ragazzi e ragazze dai sette ai diciassette anni, lasciati a loro stessi, creano una comunità e si nascondono l’un l’altro l’identità dei genitori, cercando di non essere collegati in alcun modo a quegli adulti imbarazzanti. Ma l’arrivo di un diluvio devastante sconvolge i loro piani. Il piccolo Jack, ispirato da una Bibbia illustrata, decide di salvare più animali possibile; sua sorella Eve e gli altri ragazzini lo aiutano, raccogliendo viveri nelle case sugli alberi. Ma la tempesta infuria, distrugge la villa e le città, e per salvarsi i ragazzi sono costretti ad abbandonare i genitori, depressi e disorientati, per ritrovarsi da soli in un territorio caotico e irriconoscibile.

Ironico e drammatico, crudo e fiabesco, I figli del diluvio è un romanzo vertiginoso, che parla di una società fragile che corre ciecamente verso il disastro, dove gli adulti hanno perso ogni visione e dove la speranza può esistere solo nella radicale innocenza dei bambini, che si affidano alla Natura trovando nuovi linguaggi, nuovi sguardi, nuove risorse per reinventare il mondo.


Recensione

E’ difficile decidere cosa sia questo romanzo. Una lettura trascinante, distopica, che abbaglia chi legge con una luce subdola e stordente. Una prosa zeppa di allegorie, che lascia spazio alle conclusioni del lettore, libero di leggervi ciò che vuole. Un romanzo-denuncia, ma anche un libro che spinge la mente del lettore al volo, all’immaginazione, verso una interpretazione che giunge tuttavia a sconvolgere la nostra idea di futuro.

L’idea che costruisce Lydia Millet è quella, un po’ “Golding-iana” (alludo al “Signore delle Mosche”- ndr -) di un gruppo di bambini e di adolescenti lasciati a se stessi, che costruiscono in autonomia una loro versione della società, in completa antitesi con quella degli adulti, che disprezzano, per vari motivi.

Così come i ragazzi sono assennati, saggi e giusti, gli adulti sono pigri, distratti, qualunquisti, dediti ai vizi e così disattenti e miopi da lasciare che le esigenze della loro prole da un lato e quelle della Natura dall’altro,  siano completamente disattese.

Intorno a loro c’è una Natura ribelle e vendicativa, che in pochi attimi annichilisce il mondo conosciuto con la sua forza dirompente. Sulla Terra annientata da secoli di sfruttamento da parte dell’uomo, si abbatte una sorta di diluvio universale, che, parafrasando l’analogo evento biblico e replicandone cause e conseguenze, riduce la vita al caos.

Mentre le esistenze diventano precarie, uno dei bambini reinterpreta la Bibbia, dagli eventi della Genesi ai misteri più oscuri e complessi come quello della natura trina di Dio. Del resto, ciò che accade rivela una incredibile analogia con alcuni eventi biblici. Da qui il primo messaggio di questo romanzo, che porta il lettore all’analisi del comportamento spregiudicato dell’Uomo verso i delicati equilibri sui quali si basa la Vita. I ragazzi sono i depositari delle ragioni della Natura. Gli adulti sono gli ottusi delatori dell’ecosistema, incapaci di una visione di lungo respiro e vittime di una infelicità che diventa cosmica, guaribile sono con i suoi surrogati.

La lettura, che si srotola fluida e accattivante in prima persona, si fa interprete dei pensieri di una ragazzina, che racconta gli avvenimenti che porteranno la Terra al collasso e che affascina con la sua indipendenza, la sua chiaroveggenza e l’incredibile interpretazione degli eventi ai quali assiste. Il mondo degli adulti rimane schiacciato dal dilagare della stupidità e dell’incuria con cui guarda al domani, pronto ad abdicare dal ruolo genitoriale e a lasciare che tutto accada senza porre alcuna resistenza. I giovani interpreteranno i nuovi Noè, capaci di salvare gli animali e di riportare l’ordine nel caos profondo di una apocalisse senza precedenti.

Sopra a tutti c’è un Dio spogliato di indulgenza e di perdono, parente di quel Dio impietoso che ci guarda dalle pagine della Bibbia, pronto a punire un Uomo che si mostra debole, miope e egoista.

Il genio della Millet è innegabile e diventa illuminante in questo romanzo, che mescola fantasy, catastrofismo e denuncia. La sua prosa incatena e scuote. Parole come macigni che vogliono provocare e scandalizzare e che riescono appieno in questi intenti. Un romanzo che si imparenta alla favola e che come quest’ultima, propina la sua agghiacciante morale.

Una lettura che pretende di suscitare un’avida attenzione e una profonda riflessione nel lettore, costretto ad ammettere la pochezza dei suoi simili e la sua crudele visione edonistica e distruttiva.


L’autrice

Lydia Millet (Boston, 1968) è una scrit­trice, saggista e attivista americana, che per la sua opera ha ottenuto diversi riconoscimenti, tra cui la Guggenheim Fellowship e l’American Award of Arts and Letters. I suoi libri sono stati finalisti al Premio Pulitzer, all’Arthur C. Clark, al National Book Critics Award e al Los Angeles Book Prize. I figli del diluvio è stato finalista al National Book Award 2020, e selezionato tra i migliori libri dell’anno da Time, Washington Post, NPR, ChicagoTribune, Esquire, BBC.


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Traduzione: Gioua Guerzoni
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 201

EMILIO PUCCI LO STILISTA AVIATORE di Enrico Mannucci


Forse non tutti sanno che:
Abile sciatore, venne arruolato dalla squadra nazionale olimpica italiana e partecipò alle Olimpiadi invernali del 1936
Nel 1938 si arruolò come ufficiale nell’aviazione italiana e partecipò alla Seconda guerra mondiale come aviatore sugli aerosiluranti
Ogni stampa che Pucci ideò portava il nome del designer “Emilio” con una firma scritta a mano, cosa che segnò il debutto del nome di uno stilista come logo

Trama

La vita del marchese Emilio Pucci, il geniale anticipatore, sin dai primi anni Cinquanta, del “made in Italy” al di qua e al di là dell’Atlantico, diventato stilista quasi per caso: nel 1947, durante una vacanza a Zermatt, la fotografa di «Harper’s Bazaar» notò la tenuta sciistica in inusuali colori fluo di una giovane, cara amica di Pucci, ideata e creata proprio da lui. Gli fu dedicato un articolo sulla nota rivista di moda e da quel momento il suo successo fu immediato.

Nella vita di Pucci il lato fatuo, la flànerie, ha convissuto e si è intrecciato con episodi tragici e a volte drammatici.

Il suo legame sentimentale con Edda Ciano accese di pettegolezzi tutti i salotti buoni dell’Italia fascista, quando lei gli si affidò per sottrarre alla Gestapo i diari del marito, Galeazzo Ciano, appena fucilato a Verna, in un susseguirsi di fughe mozzafiato dai servizi segreti alleati e dagli ufficiali tedeschi.

In questo lungo racconto l’autore riesce in modo mirabile a ricostruire le atmosfere e i personaggi dell’epoca che circondano e accompagnano la vita di Pucci e mezzo secolo della nostra storia.


Recensione

Il marchese Emilio Pucci di Barsenio è un personaggio iconico, il primo sarto che rese grande la moda italiana e che portò in tutto il mondo il suo stile, le sue stampe colorate e i suoi tessuti innovativi.

Nato agli albori del novecento, in una Firenze che è poco più di un paese, da nobili origini che saranno per certi versi la sua croce personale, Emilio Pucci è stato un personaggio eclettico, dai molteplici talenti, energico, inquieto, sempre alla ricerca della perfezione, in ogni campo.

Il suo nome inneggia ad uno stile innovativo, che insegue comodità, praticità, rinnovamento, amore per la figura femminile che sa esaltare senza l’ausilio di alcun orpello. Un talento nato per caso, che schiva nel tempo gli ostacoli di un periodo storico complicato, tra due guerre mondiali, l’epoca fascista, la rinascita, il boom economico. Una vita che sembra un romanzo, sempre in bilico tra la ricerca di un suo posto nel mondo e le esigenze spesso crudeli della storia, che lo vede aviatore, soldato stretto tra le spire dei servizi segreti, sciatore professionista e infine stilista, una parola che lui stesso non approva, poiché si definisce semplicemente un sarto.

E sarto, il marchese Pucci, lo diventa per caso. Sulle nevi di Zermatt, si trova a disegnare degli abiti caldi e comodi per sciare, che coniughino senso estetico e praticità. Ed è subito successo. Emilio non si separa più da ago e filo e diventa ciò che tutti noi conosciamo: il fine ideatore di tessuti leggeri, che avvolgono il corpo femminile ed esaltano le sue forme, il designer che mutua i colori esotici per le sue stampe psichedeliche,  che avvolge la donna in morbidi pantaloni e le dona vivacità e coraggio.

Lo stile di Emilio Pucci attraversa l’oceano e consacra Firenze a capitale della moda italiana almeno fino agli anni ottanta, quando Milano, con i sui astri nascenti, gli sottrae lo scettro del design e delle grandi firme.

L’autore, Enrico Mannucci, tesse una tela meravigliosa intorno alla caleidoscopica figura di Emilio Pucci e con la sua storia disegna meravigliosamente anche la storia italiana a partire dagli anni trenta fino agli anni novanta. Precisione, passione, fedeltà storica sono gli ingredienti di questa opera che sembra un romanzo ma che è invece la storia vera di un italiano di grande successo, sensibile al gusto, alla bellezza e fedele servitore del genio italico. Una biografia davvero ben disegnata , che rende giusto omaggio a chi, per primo, ha portato la moda italiana fuori dall’Italia, sfidando le regole che volevano la donna graziosamente infilata in abiti vezzosi quanto scomodi e per certi versi opprimenti.

Dimenticavo. Se amate le biografie non mancate di dare un’occhiata alla collana “biografie” della casa editrice Diarkos. Troverete piacevolissime sorprese tutte da leggere.


L’autore

Enrico Mannucci, nato a Firenze nel 1952, ha lavorato a Paese Sera, La Nazione, Il Tirreno, Panorama, L’Europeo (diretto da Lanfranco Vaccari, la testata cui è più affezionato), Anna, Sette, Il Corriere della Sera. Fra i libri che ha scritto, Grandi marche d’Italia, Casa Savoia, Caccia grossa ai diari del duce, In pace e in guerra, nonché due biografie – questa di Emilio Pucci e quella di Tommaso Besozzi, I giornali non sono scarpe – per la collana ’Storie della storia d’Italia’ diretta da Oreste del Buono.


  • Casa Editrice: Diarkos Editore
  • Genere: biografia
  • Pagine: 348