SOTTO LA FALCE di Jesmine Ward


E’ qui che si incontrano il passato e il futuro. E’ dopo l’aggressione del pitbull, dopo che mio padre se n’è andato, e dopo che il cuore di mia madre si è spezzato. Dopo i bulli in corridoio, dopo le barzellette sui negri, dopo che mio fratello mi disse quello che faceva mentre eravamo per strada. Dopo che mio padre ha avuto altri sei figli da quattro donne diverse, quindi dieci figli in tutto. Dopo che mia madre ha smesso di lavorare per una famiglia bianca con una villa sulla spiaggia e ha iniziato a lavorare per un’altra famiglia bianca con una grande casa sul bayou. Dopo due diplomi, dopo un paralizzante periodo di nostalgia e un tiepido fidanzato a Stanford. Prima di Ronald, prima di C.J. Prima di Demond, prima di  Rog. E’ qui che le mie due storie si uniscono. E’ l’estate del 2000. E’ l’ultima estate che passerò con mio fratello. E’ il cuore. E’ così. Ogni giorno, è così.

Trama

Dal 2000 al 2004, tra DeLisle e altre cittadine del delta del Mississippi, Jesmyn Ward ha visto morire cinque persone care, cinque amici tra cui suo fratello Joshua: morti per overdose, per incidenti connessi all’alcol, per omicidio o suicidio. Nel tentativo di combattere il dolore e dare un senso all’accaduto, Jesmyn Ward decide di raccontare la loro storia, segnata dall’amore profondo della comunità ma avvelenata dal razzismo endemico e soffocante di quelle terre, dalla mancanza di un’istruzione adeguata e dalla disoccupazione, dalla povertà che alimenta una sfortuna implacabile. Le vite dei cinque amici si legano a quella dell’autrice, che torna indietro nel tempo in cerca delle origini della famiglia e della gente di DeLisle. La verità che porta alla luce è feroce: in Mississippi il destino degli uomini è determinato dall’identità, dal colore della pelle, dalla classe sociale, senza possibilità di riscatto.

Sotto la falce è un memoir e un atto d’accusa, un racconto durissimo e commovente che diventa intimo e universale. Jesmyn Ward insegna come amare le proprie origini e lottare per liberarsene, e come vincere il dolore attraverso la letteratura per onorare i propri cari, restituendo loro la voce che in vita gli è stata negata.

Questo libro è per gli uomini caduti sotto la falce, che sono diventati i nostri fratelli.


Recensione

Leggere come sanguinare. Un colpo in faccia, a risvegliare quello che non vorremmo sentire.

Anni, decenni e secoli a nascondere. A nasconderci. A negare l’innegabile. A giustificare ciò che è inaccettabile.

Memoir come questo andrebbero letti, anzi prescritti, come una medicina.

Anche quando il male da curare è congenito. O incurabile. Una metastasi che corrode tutto ciò che tocca.

La questione razziale è annosa. Persino scontata. Per certi versi, come passata di moda, sovrastata da mille altri problemi, alcuni dei quali, inutile dirlo, trovano nel razzismo la loro matrice, la loro molla scatenante.

Jesmin Ward squarcia qualsiasi cosa incontri con il suo romanzo. Sentimenti, cose, persone. Leggere le sue parole è difficile, perché inevitabilmente ci si sente complici, finanche colpevoli delle orrende dinamiche che girano intorno al razzismo.

Jesmin Ward racconta la sua vita e le sue perdite. Una vita costretta fra le morse dei retaggi del passato. Frutto di un disagio che definirei cosmico, che spezza qualsiasi fiducia verso il futuro.

Nel sud degli Stati Uniti si viene al mondo sconfitti in partenza. La famiglia in cui nasci probabilmente si sfalderà, poiché tuo padre, sopraffatto dall’impotenza, troverò sfogo in uno dei tanti paradisi artificiali e lascerà tua madre a tirare su i figli, a sfiancarsi con lavori duri e sottopagati. Crescerai schivando i colpi dei bulli, fomentando il tuo senso di inadeguatezza e la consapevolezza che probabilmente non combinerai niente di buono. Lascerai la scuola troppo presto, perché nessuno si interesserà a te, ai tuoi voti, al tuo benessere psicologico.  Sarai l’ennesimo ragazzo di colore destinato a incrementare il numero dei piccoli criminali e dei drogati. E se diventerai tossico o spacciatore, nessuno ne sarà stupito o scandalizzato. Semplicemente seguirai il tuo destino.

Sarai infelice, insicuro, sperduto, senza mezzi. Vivrai poco, questo è certo. Ad un certo punto toglierai il disturbo. Lasciando il campo alle nuove leve.

La Ward si è salvata con i libri. Studiando, laureandosi, trovando un lavoro e andando via dal Mississippi. Una terra che ama profondamente ma dalla quale occorre prendere le distanze, per sottrarsi alle sue sabbie mobili.

Ma non ha potuto salvare i suoi amici e suo fratello, stritolati dai pregiudizi razziali come topi da un rapace.

Lei li ha visti disfarsi sotto i colpi della rassegnazione. Li ha visti rifugiarsi nell’alcol, nella cocaina. Annientati dalla depressione. Schiacciati dalla mancanza di una qualsiasi prospettiva. E non ha potuto fare nulla per salvarli.

“Sotto la falce” è un grido di dolore, che squarcia un silenzio diventato intollerabile. Ma è anche una ballata che suona languida sotto il peso dei ricordi. Una vita intera raccontata attraverso immagini forti. Momenti di una vita che nasce segnata, la lotta contro le avversità, contro i pregiudizi. L’intollerabilità di esseri neri in un mondo che ti guarda con sospetto, con cattiveria. Ma anche con indifferenza, quella stessa di cui spesso ci siamo macchiati anche noi, che ci sentiamo inattaccabili, giusti e misericordiosi.

Un memoir che nasce per assecondare l’urgenza di ricordare, ma anche quella di condannare, di diffondere, di rendere partecipi. Perché non basta negare. Occorre fare. Parlare, dimostrare, denunciare, opporsi.

La voce di Jasmine Ward è feroce ed intollerabile. Graffia e fa male. Ferisce dove la nostra carne è più debole. Non sono lacrime quelle che invoca, ma urla di ribellione, di rottura. La sua prosa eppure è calma e pacata. Non cede all’irruenza del dolore, né alla rabbia che nasce dall’ingiustizia e dalla prevaricazione.

Il filo del racconto è una lama che brucia, ma la lettura è intrisa di dolcezza e soavità. E’ cura e rimedio che consola e lenisce. Ai capitoli che ripercorrono la vita dell’autrice, si succedono capitoli dedicati agli amici che sono morti. Non c’è solo l’urgenza di ricordare chi non c’è più, c’è anche lo sforzo di comprendere, di introdursi in quelle vite, di condividere il battito dei quei cuori e il dolore della loro perdizione.

Una lettura che brucia e fa lacrimare. Stordisce, scuote, risveglia e colpisce forte. Che cerca il dolore. Il suo ma anche il nostro. Una lettura che è ricerca di condivisione, necessaria a sopportare un fardello troppo enorme per una sola persona.


L’autrice

Jesmyn Ward vive in Mississippi, dove insegna scrittura creativa alla Tulane University, ed è oggi considerata una delle maggiori scrittrici americane con­ temporanee. Con Salvare le ossa (NNE 2018) e Canta, spirito, canta (NNE 2019) ha vinto due volte il National Book Award, prima donna dopo scrittori co­me William Faulkner, John Cheever, Philip Roth. NNE ha pubblicato anche La linea del sangue, che completa la Trilogia di Bois Sauvage, e Naviga le tue stelle, poeticamente illustrato da Gina Triplett.


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Genere: memoir
  • Traduzione: Gaja Cenciarelli
  • Pagine: 270