I LUPI DENTRO di Edoardo Nesi


Ecco Make cross from your lovers e Throw roses in the rain, che un giorno avevi deciso di tautarti su una palla, tutte e due, ed eri anche andato a Bologna dal tatuatore ma poi all’ultimo momento t’eri vergognato e allora nulla, ecco Wast your summer praying in vain, e poi ancora ecco quella meraviglia di strofa benedetta e minima che da sempre ti commuove e ti ricorda che i momenti migliori della vita di noi maschi, quelli che contano davvero e forse ci ricorderemo sul letto di morte, non son mai, mai figli del pensiero ma sempre del corpo, d’un gesto, d’una sensazione fisica, carnale, sei di di nuovo lì, immerso dentro la canzone, a ricevere ancora una volta i regali immensi e umili e verissimi di Springsteen, la comprensione fraterna, uno scintillio di significato, l’ entusiasmo grullo e benedetto e poi l’abbandono, il darsi, la condivisione, eccola e la canti più forte che puoi, Roll down the window and let the wind blow back your hair, e mentre ridi e le lacrime avviano ad affacciarsi agli occhi, la canzone si anima come gonfiata da quello stesso vento ed esplode riempiendosi del suono degli strumenti che fino a quel momento eran stati muti e ora invece si uniscono alla voce e al pianoforte e tramutano quella poesia fervida e sommessa nel frutto migliore della più grande invenzione del Ventesimo secolo che poi è il rock, cazzo, il rock’n’roll, l’incanto per cui ogni nota e ogni parola ti scuoton e ti risuonano dentro per decenni, oggi come ieri, son tue e ti son di conforto perchè il rock’n’roll, oltre che a far festa, è sempre servito anche a consolare chi alle feste non veniva invitato, come te che lonely eri a quindici anni quando sentisti Thunder Road per la prima volta e lonely ti ritrovi ora che la senti a quasi sessanta.


12 novembre 2023


Nostalgia, nostalgia canaglia, perché si stava meglio quando si stava peggio.

Se mi avessero chiesto di inserire, in seconda di copertina, le avvertenze per l’uso di questo romanzo, avrei inserito: attenzione, per i lettori nati sul finire degli anni sessanta, inizio settanta (manco a dirlo, anch’io rientro nella categoria) forte rischio di nostalgia, mista a imbarazzo, mista a disagio, mista a “caxx, sono davvero così vecchi*?”.

Mi è stato immediatamente chiaro che Nesi, in questo suo romanzo che fa degli anni Ottanta un vero e proprio manifesto, si rivolga ad un pubblico giovane, a quelli che metaforicamente sono (potrebbero essere) figli suoi. Per veicolare l’unico vero messaggio, forte e chiaro, del suo lavoro: gli anni Ottanta sono stati irripetibili, meravigliosi, pieni di tutto. Gli anni della speranza che non muore mai, della fiducia nel domani, del tutto si aggiusta, del tutto può (ancora) accadere. Un ritornello già ascoltato (e qui anche Max Pezzali potrebbe dire la sua ….). Perché, ovviamente, chi c’era, già lo sa (giusto?).

Ma veniamo al romanzo. Federico Carpini, alla soglia dei sessant’anni, vive la sua ultima giornata prima che il suo mondo crolli definitivamente. Dopo una vita passata tra gli agi e la sensazione (o dovrei dire la certezza) che la gioventù, la bellezza, la buona sorte, i soldi non sarebbero mai finiti, che le infinite possibilità della vita avrebbero continuato in eterno a concentrarsi miracolosamente sulla sua testa e su quella della sua famiglia, arriva il tracollo. Lentamente, impercettibilmente. Una goccia che con la sua inesorabile costanza, buca la roccia.

Il mondo dorato dei Carpini finisce con l’arrivo dei cinesi a Prato. Prato, una città cresciuta al ritmo ossessivo dei telai. Una periferia zeppa di opifici e davanti, il mondo intero che chiede le pezze di Prato, pagandole a peso d’oro. Un’economia nata dal basso, dall’umiltà dei cenciaioli che con caparbietà si organizzano fino a diventare una potenza. Ricchi arricchiti, tasche piene di soldi e un cuore e una testa da artigiano. Cuore e testa proiettati nel benessere più assurdo, quando anche tutta l’Italia si ergeva a potenza mondiale. Un mondo dorato e incredibile, che ancora ci apparteneva.

Nesi si sposta con maestria tra le due epoche del romanzo. Il passato, brillante di vita, di amori. Pieno delle canzoni di quel tempo, concentrato nella sforzo di far crescere e di far maturare al punto giusto la generazione nata nell’epoca delle grandi contestazioni. Inculcandogli il gusto per il bello e la pretesa di essere felici. Consegnandogli le chiavi per un futuro pieno di luce, in tutto simile all’idea di eternità. E il presente, sconosciuto, straniero. Un luogo impervio in cui non nascono fiori, né erba. Un luogo in cui si alza il fumo delle macerie del passato, acuminate e strazianti. Il presente del fallimento e dell’amarezza. In cui tocca voltarsi indietro per ricordare anche un solo istante di felicità.

E nel rovinoso implodere di questo mondo dorato, cadono amicizie, rapporti familiari, amori, insieme alla certezza di non poter più essere felici. Relazioni che Carpini ricorda con passione e rimpianto, ma anche con tenerezza e indulgenza.

Un romanzo piacevole, che si lascia leggere senza sforzo. Ma che non è mai indolore nel suo incedere. Perché rimorsi, rimpianti, ricordi e amarcord sono disegnati e resi dall’autore con ammorbante partecipazione emotiva. Costruiti dal Nesi. Anzi no, sgorgati con forza dirompente dai suoi ricordi di vita. Perché seppure la trama sia frutto della sua fantasia, è chiaro che tutto ciò che scrive nasce un sentimento rotondo e impietoso che lo investe in pieno, senza lasciargli scampo.

Ed ecco che qui torno alle mie riflessioni iniziali. Al boomer la possibilità di sognare a occhi aperti e tornare indietro nel tempo, al suono languosissimo delle canzoni del tempo (e Nesi ne conosce una tonnellata e non ne tralascia nemmeno una che sia una!) e al luccichio delle luci dei locali e al friccichio delle farfalle nello stomaco e al primo bacio e a quella insormontabile e mai dimenticata sensazione di potere tutto, tutto, tutto…). Al più giovane la possibilità di immaginare cosa siano stati gli anni Ottanta per chi li ha vissuti. Un’immaginazione che si pretende piena, rotonda, quasi una preveggenza per menti illuminate. Il quadro di un’Italia sconosciuta, un’epoca perduta dentro ai meandri della provincia, mai come allora veicoli di meravigliosa operosità e di sagace opportunismo.

Edoardo Nesi riesce nel miracolo di rianimare un passato che sembrava morto e che si scopre invece vivo nella memoria di chi l’ha vissuto. Il suo romanzo descrive la parabola perfetta di una enorme sconfitta. Della rinuncia a stare bene che investì la piccola borghesia italiana, colpevole di averci creduto troppo. La celebrazione dell’epoca della nostra meraviglia, come singoli e come Nazione. Senza calcare troppo la mano sui tasti dell’emotività, ma strappando un sorriso, con l’idioma fresco e becero dei toscani e le bizzarrie e le prodezze dei giovani degli anni Ottanta, che vivevano ogni giorno come fosse l’ultimo e come se non dovessero morire mai.

Eppure, un po’ brucia ammettere “io c’ero”. E quell’io, un po’ stranito e sorpreso, dovrà decidere in fretta se abbandonarsi alla “nostalgia canaglia” e al “si stava meglio quando si stava peggio” o schierarsi nelle file di chi un po’ si imbarazza a pensare a com’era quando suonavano i Dire Straits e gli Aerosmith perché in fondo è acqua passata.


Il romanzo

Come tutti noi, Federico Carpini insegue un sogno impossibile. Il suo è quello di poter vivere ancora una volta una grande giornata prima di vedersi portar via dagli ufficiali giudiziari la poca, ultima roba che gli è rimasta: il segno finale d’un patrimonio conquistato dal padre nella sventata, fulgida età dell’oro degli anni Ottanta e poi svanito. Mentre vive quel giorno come se fosse l’ultimo, portando allo stremo la sua sformata carcassa di ex-bello ormai sessantenne e la sua vecchia Porsche 964, saranno i ricordi di un’epoca e d’una vita incomparabilmente migliore ad accompagnarlo. Sarà il riaffiorare del ricordo di Ginevra, la donna più bella del mondo, a carezzarlo e al tempo stesso tormentarlo. Ma non sarà solo, Fede. Ad abbracciarlo e sostenerlo nel mondo dimentico e insensato nel quale ci troviamo a vivere ci saranno anche Ivo Barrocciai e Vittorio Vezzosi, i suoi amici e i personaggi più indimenticabili di Nesi, che si schiereranno al suo fianco nel giorno più importante e così, sorridendo amaro, e spesso ridendo, si va a celebrare una vita ineguagliabile, un’epoca perduta e una sconfitta colossale.

Edoardo Nesi torna al romanzo con quest’opera accelerata e incalzante, instillata di forza vitale, comica e tragica, che va a concludere un ciclo letterario unico – iniziato nel 1995 e proseguito per otto romanzi – in cui dalle profondità della provincia toscana s’è raccontato lo splendore e la caduta di un’Italia troppo poco raccontata, troppo poco compresa, troppo poco amata.


L’autore

Edoardo Nesi ha pubblicato Fughe da fermo (1995), Ride con gli angeli (1996), Rebecca (1999), Figli delle stelle (2001), L’età dell’oro (2004, Premio Bruno Cavallini; Finalista Premio Strega 2005), Per sempre (2007), Gianna Nannini. Stati d’anima (2009), Storia della mia gente (2010, Premio Strega 2011), Miracolo inevitabile (2011), Le nostre vite senza ieri (2012), L’estate infinita (2015), La mia ombra è tua (2019). È il traduttore italiano del romanzo di David Foster Wallace Infinite Jest. Ha scritto e diretto il film Fughe da fermo (2001).


25 di Bernardo Zannoni

“Qualcosa succederà», gli aveva detto. Gero rimase incollato al muro per un tempo indefinibile. I minuti diventarono mezzore, poi ore intere, infine fu sera e fu buio. Il suo corpo non rispondeva più: era svuotato di tutto, dai muscoli ai nervi, dal fegato al cervello. Era uno spaventapasseri, impalato fra il divano e la porta, il custode inutile di un posto abbandonato. lo assalirono allora i suoi terribili pensieri, sempre esatti nel presentarsi, e lo fecero con una forza mai vista prima. Un’immensa slavina di solitudine lo scosse da capo a piedi, lo schiacciò come una carica di cavalleria rivolta il terreno e rade al suolo l’erba.

Adesso non aveva che se stesso al mondo: era l’unico ad appartenersi, l’unico a volersi bene, ad amarsi. La Grande Gabbia si definiva attorno a lui, e dentro era buio, ed ogni cosa nascosta, pronta a fargli più male, adesso che era solo. Gero scoprì una terribile paura, un terrore vorace che lo divorò in un istante, senza che potesse opporglisi: sentì di aver esaurito il tempo per sperare, che non ci fosse più rimedio.


05 ottobre 2023

C’è un prima e un dopo, sempre. E se il dopo segue ad un capolavoro della levatura de I miei stupidi intenti può diventare assai complesso da gestire.

Zannoni è piuttosto vicino, anagraficamente, a quei 25 di cui parla nel suo secondo romanzo, appena uscito per Sellerio Editore. Le incertezze, le inquietudini, gli stalli e le sbandate di un’età crudelissima che immagino conseguenti agli umori legati al parto del suo secondo romanzo, un nascituro con un’eredità davvero pesante da gestire.

Un romanzo che credo sia letto con occhi e aspettative diverse in base all’età del lettore. Per me, che praticamente raddoppio quel numero, è stata una lettura angosciante (figli in zona 25….) ma niente che già non conoscessi o non immaginassi. Certo è che Zannoni, impantanato nell’età ingrata in cui si può essere adulti senza esserlo davvero, si dimostra il portavoce perfetto per diffondere quel morbo curioso e allucinante, che spinge verso quel pertugio buio e spaventoso che è la maturità e la consapevolezza. Quell’insetto pruriginoso che è il posto che ci aspetta, il porto di approdo dopo una traversata con il mare in tempesta.

Il romanzo si svolge in un breve lasso di tempo. Gero, un ragazzone che vive passivamente le sue giornate senza attendere né pretendere, senza progetti né ambizioni particolari, quasi vittima di una vita che non ha voluto né vuole vivere, vive tuttavia una serie di eventi disorientanti. Eventi che pretendono di essere vissuti in prima fila, mettendoci volontà e sentimento, ogni sorta di azione e di emozione che Gero ha da tempo messo in soffitta, colmato di ragnatele, accantonato.

Come de resto ogni velleità che riguardi amicizia e amore, impegno, missione, lavoro. In una parola vita, quella cosa che è così faticoso condurre a traguardo. Lunga, il più delle volte. E noiosa. E anche spaventosa, se implica che qualcuno si aspetti qualcosa da te.

Gero vive in una casa spoglia, che gli ha lasciato sua madre. Ma sta spesso dalla zia, un essere umano grottesco che riporta Gero in superficie, ogni volta che tenta di inabissarsi. Per questo invisa, ma al tempo stesso una figura necessaria, l’unica ancora per Gero, legato a lei più per opportunismo che per affetto.

Gero non ha un lavoro. La sua unica esperienza si rivela un vero incubo, sotto ogni punto di vista.

Gero ha un paio di amici e basta, uno dei quali in coma. L’altro che appare e scompare, figura brumosa e inafferrabile. Ogni giorno è uguale al precedente, in perenne attesa che accada qualcosa. Una svolta, un punto di rottura. Un qualcosa che rompa uno stato di inedia totale, che si autoalimenta e che allontana Gero dalla vita vera. Gero, un animaletto viscido e sgusciante, poco presente finanche a se stesso, che subisce ogni singolo accadimento come se non potesse evitare di viverlo.

Chiuso in un guscio che è conforto e prigione insieme. Bisognoso di cambiare ma anche spaventato dal cambiamento. Ago impazzito in una bussola danneggiata, protagonista di una vita fatta di casualità spinta all’eccesso, vittima di eventi che gli scoppiano in mano senza che li abbia realmente voluti. Malato, come tanti suoi coetanei, di una malattia che gli altri vogliono curare a tutti i costi ma che in fondo va bene così.

Qual è il messaggio che sottintende questo romanzo?

Indulgenza verso una generazione danneggiata dalla generazione precedente, che ha sottratto desideri e portato al parossismo le aspettative? Ricerca di una chiave di condivisione, di un canale che renda possibile al resto del mondo sbirciare sui disagi dei giovani adulti del nostro tempo? Speranza che seppure nel lassismo più totale, le cose belle possano accadere comunque?

Non lo so. Fatevi una vostra idea una volta che avrete letto questo romanzo. Che è fatto di fumo di sigarette, di dormite senza sogni, di letti sfatti e di disordine e sporcizia. Di assenze importanti, di dimenticanze, di solitudine, quella che addormenta i sensi e i desideri.

Ed è fatto anche di una prosa ordinata, di una semplicità disarmante e di un’efficacia sorprendente, lontana anni luce da ogni manierismo. Che si legge in un attimo e dopo puff, tutto svanisce, lasciando un senso di vuoto. Un vuoto pieno zeppo di cose non dette, che non si riempie facilmente.

Un’opera che deve far riflettere noi “grandi”. Sulle nostre colpe, sulle nostre assenze e sui nostri alibi. Per tutti i Gero lasciati soli, stuzzicati da speroni sempre più insistenti, come se bastasse picchiare più forte per svegliare, per fa risplendere.

Ma non è così, questo è chiaro.

Stavolta non è l’animale che si umanizza e soffre per questa sua emancipazione consapevole e dolorosa, ma il piccolo uomo che tenta di fare un passo indietro, alla ricerca di un istinto salvifico che lo scuota e gli faccia trovare la via, lontano dalle inquietudini. Stranezze della nostra epoca, non c’è altro da dire.


Il romanzo

Gerolamo è una strana creatura, un ragazzo di venticinque anni che vive in una città di mare, abita da solo, mangia spesso dalla zia. Ha qualche amico e nessun lavoro, esce di sera e di notte, dorme la mattina. Aspetta, ma non si sa bene cosa. Lo agita un desiderio quasi violento di diventare adulto e al tempo stesso porta dentro di sé un Gerolamo precedente, bambino e adolescente, che non lo vuole abbandonare.
Eppure nella sua attesa, nell’immobilità, nell’indecisione sospesa tra dubbi e inesperienza, nella paura costante di perdersi, Gerolamo è travolto dall’intensità e dalla meraviglia di quanto gli accade. Ha un amico che sta molto male, un altro che finalmente si è innamorato, un pappagallo da accudire per qualche giorno, la ragazza del piano di sopra sul punto di partorire. Fuma molte sigarette, beve volentieri, ma soprattutto Gero spera che giunga un momento in cui le cose cambino, in cui per lui e per tutti quelli intorno a lui arrivi il «punto di rottura», un bagliore di chiarezza che squarcia le nubi piene di pioggia, la realtà finalmente tirata a lucido, la vita che si mette a scorrere nella direzione giusta.
Alla sua seconda opera Bernardo Zannoni racconta il mondo degli umani con la fantasia e la profondità emotiva con cui aveva narrato la società degli animali ne I miei stupidi intenti. Scrive un romanzo che ha i tempi scomposti e incoerenti della giovinezza, lo sguardo in cui si fondono dolcezza e crudeltà di chi ha fame di vita, la comicità e l’assurdo delle menti che si avviluppano su se stesse. Dalle sue incursioni appassionate, fiabesche, avventurose, scaturisce un disegno di sorprendente realismo, un ritratto pieno di curiosità e di premura, al tempo stesso divertito e sgomento di fronte a quegli strani esseri che compongono il genere umano.


L’autore

Bernardo Zannoni (1995) è nato e vive a Sarzana. I miei stupidi intenti (Sellerio 2021) è il suo primo romanzo.


  • Casa Editrice: Sellerio Editore
  • Genere: narrativa
  • Pagine: 192
  • Prezzo: E 16,00

GLI ABISSI di Pilar Quintana

A quel punto l’abisso, non riuscendo a farmi buttare giù né a divorarmi, mi entrava dagli occhi, una cosa deliziosa e orribile, una pallina che saltellava nella pancia e una nausea schifosa e pestilente, fino a rimanere ben sepolto dentro di me.


24 luglio 2023

Mai come in questo romanzo il mondo femminile appare contaminato da un male di vivere senza nome né cura. Donne prese al laccio da destini che non appartengono loro. Femmine private dal diritto di scegliere, circoncise da un mondo ottuso, sordo, che se ne frega delle loro inclinazioni, dei loro desideri.

Donne gingillo. Incubatrici di vite, fatte per dire si. Per rinunciare. Per tendere disperatamente verso l’abisso, chiuse in camere buie, attirate da giacigli umidi, abbacinate dalle eco del mondo esterno, ove altre donne, altrettanto prigioniere delle loro voglie, schivano la vita e la rinnegano in mille modi diversi.

L’abisso è il vuoto che inghiotte. È la vertigine che chiama, una voce di Sirena così suadente da nascondere senza alcun sforzo la voragine che si apre sotto i piedi.

Le donne di Pilar Quintana sono ostaggi inutili di un’esistenza sorda. Sono aneliti di una vita pulsante, vivida, dove l’amore e il sesßo sono i pilastri per la pienezza e la felicità ma sono negati. Non c’è ricchezza, né fama che possa lenire questa abbacinante tristezza. Loro scompaiono, muoiono senza che nessuno osi palesare i loro probabili suicidi.

In un mondo chiuso, quasi magico e irreale, popolato da piante tentacolari, spiriti maligni e stanze oscure, la piccola Claudia esplora il mondo delle donne, a partire da quello della madre, creatura quasi metafisica che vive preda di una profonda e instabile malinconia. Incomprensibile e incompresa, la madre è lo specchio attraverso il quale Claudia guarda al mondo degli adulti, abbacinata dalle distorsioni di famiglie disfunzionali dove la donna trova se stessa solo attraverso la morte. Come se questa vita non fosse fatta per lei. Come se l’infelicità fosse una propaggine del suo essere legata alla condiscendenza, alla rinuncia di sé.

La Colombia di Quintana riporta alla mente gli ambienti magici di Garcia Marquez, dove introversione e solitudine impregnano ogni narrazione. Le donne di Quintana sono preda di quella abbacinante Soledad che gia investe i Buendía. È il corrispettivo dell’incapacità di amare e di offrire solidarietà, che inquina e contamina la famiglia da un lato e lo sguardo limpido della piccola Claudia dall’altro, già destinata a tacere e a sacrificarsi pur di non nuocere alla madre, indifferente quasi sempre dello sviluppo interiore della figlia.

Una scrittura complessa, solida, ammorbante, che riesce nell’intento di rappresentare le sfaccettature più estreme dell’essere femmina in un mondo indifferente e pretenzioso.


Il romanzo

Dei bambini a volte si sa molto, se non tutto: è grazie alla voce magnetica e approfondita della scrittrice Pilar Quintana se riusciamo a immergerci così bene nella vita di Claudia, una bambina di otto anni che inizia a sondare gli abissi della vita adulta grazie alle trasformazioni della sua famiglia e a una rottura di un’intimità con la madre. Ambientato a Cali in Colombia, Gli abissi è un romanzo in cui una famiglia della classe media appare dominata da una donna irrequieta e interrotta che passa le giornate a leggere le riviste patinate o seppellita nel letto per tamponare la sua brama di vita. E` una visione perturbante per una figlia, che cerca di risolvere il mistero delle madri che restano anche quando vogliono andarsene, e prova a districarsi nella giungla della vita familiare e della femminilità con tutti gli strumenti della sua coscienza ancora morbida, interrogativa. Come le piante che affollano alcune pagine del romanzo e il paesaggio drammatico delle montagne che fa da sfondo alle vacanze, Quintana ci offre una scrittura densa, rilucente e sempre da decifrare, dimostrando la straordinaria affinità di quest’autrice per il selvatico che c’è in noi. Dopo il successo internazionale de “La cagna”, Pilar Quintana torna con una storia che risuona a lungo nella mente di chi legge, basata sulla voce di una bambina tenera, cruda, impossibilmente già grande. Nel 2021 il romanzo ha vinto il prestigioso Premio Alfaguara, confermando la sua posizione di nuova maestra della letteratura colombiana.


L’autrice

Pilar Quintana è una delle autrici più celebri e lette in America Latina. Ha studiato comunicazione sociale alla Università Javeriana di Bogotà e fatto diversi lavori tra cui sceneggiatrice televisiva, pubblicista, terapeuta di giaguari, assistente alla costruzione, commessa di abbigliamento, addetta all’imballaggio di mango e dog sitter. Nel 2011 è stata scrittrice residente presso l’International Writing Program dell’Università dello Iowa e nel 2012 è stata visiting writer al Workshop internazionale degli scrittori dell’Università Battista di Hong Kong. Il suo lavoro è apparso su riviste e antologie in tutto il mondo e in molte lingue. Ha viaggiato tre anni in tutto il mondo per poi vivere sulla costa pacifica colombiana. Ha scritto i romanzi Cosquillas en la lengua (2003), Coleccionistas de polvos raros (Premio de Novela de Letras, 2010), Conspiración iguana (2009), la raccolta di racconti Caperucita se come al lobo (2012) e Los abismos (2021, vincitore del Premio Alfaguara).  È co-sceneggiatrice del film Lavaperros, uscito nel 2020 e diretto dal più famoso regista colombiano, Carlos Moreno.


  • Casa Editrice: La Tartaruga
  • Traduzione: Elisa Tramontin
  • Pagine: 222
  • Prezzo: E 20,

LIETO FINE di Isaac Rosa

                                    Quando sopraggiunge il "ti voglio bene ma non ti amo"

A quel punto ti sei presentato tu con la tua erezione contro le mie natiche, pronto a cronicizzare come sempre le tue consuetudini copulatorie, perché per te la normalità era quella: passare una giornata intera senza altra comunicazione tra noi se non quelle relative alla gestione domestica, senza che sapessi niente di me né io di te, collidendo casualmente e dissimulando appena gli sguardi infastiditi, litigando per qualunque stupidaggine e tirando fuori vecchie recriminazioni, ma non c’era motivo di preoccuparsi perché la notte ti infilavi nel letto e mi abbracciavi con un affetto che non avevo visto per tutta la giornata, e mi dicevi qualcosa di bello all’orecchio: ti voglio bene, ti voglio molto bene, ti voglio tanto bene, ti amo. E mi toccavi, sì, l’orologio del ventre che ultimamente girava solo per avvisare che era ora di scopare. Una trombata matrimoniale, poi a dormire.


14 luglio 2023

Un passo a due sulla fine di un amore. Due voci che si alternano nella complicata sintesi di un sentimento che si sgretola quasi all’improvviso, dopo essere stato travolgente e assoluto. Niente di nuovo, direte. Invece no, tutto il contrario. Perché Isaac Rosa, più che mai illuminato in questa sua ultima opera, tanto da farmi dimenticare, strada facendo, che l’autore di queste pagine è un uomo, riesce a rendere unica la cronologia, al contrario, di un amore.

Lui e lei si alternano nel racconto in prima persona. Sono voci attonite, rancorose, piene di recriminazioni. Ognuno chiuso nella sua visione di un amore che perisce sotto i colpi della vita, dell’abitudine, di ciò che spesso ci fa pronunciare il necrologio di ogni amore. Quel “ti voglio bene ma non ti amo” capace di nascondere infinite fratture, generalmente insanabili, che allontanano una coppia rinchiudendola nella gabbia dorata dell’abitudine. Comoda, sicura, ma pur sempre una gabbia ove il cuore inaridisce.

Un racconto accorato, dove le lacrime si nascondono tra le ciglia, pronte a cadere. L’impressione latente ma costante che sarebbe bastato poco a salvare l’amore. Un pizzico di interesse in più, maggiore vicinanza e comprensione, quell’indulgenza che spesso manca quando il tempo rende più evidente le diversità, i punti di vista, gli atteggiamenti reali o attesi. Ma siamo sempre pronti a fare il primo fatidico passo?

E nell’elenco delle mancanze e dei tradimenti, Rosa sa incastonare vere istantanee di vita in comune. L’estasi dell’amore fisico, la vicinanza estrema dell’innamoramento, quando ci sentiamo talmente affini, talmente sovrapponibili e complementari da assomigliarci anche fisicamente.

Una vita in comune che sembra inattaccabile. Il desiderio sempre acceso, che non ha bisogno di alcuna sollecitazione. La vita che cresce, che si forma, i figli che nascono creando un’isola di estasi che cela in modo subdolo l’insidia della stanchezza e dell’inesorabilità. I desideri, le carriere che devono decollare, gli incastri e i compromessi per far funzionare quel complicato ingranaggio che è il menage domestico, la gestione dei soldi, che a volte ci sono e a volte latitano e rendono i progetti di vita chimere. Il senso di colpa che ne deriva. Il senso di colpa sempre, sempre presente, il tarlo peggiore. Invisibile ma dai denti aguzzi, instancabili.

Un’esperienza di lettura che mette alla prova, per la chiarezza quasi profetica con cui l’autore raffigura la parabola discendente dell’amore che mai come in questo romanzo appare fragile come cristallo e destinato, in un modo o nell’altro a rompersi in mille pezzi.

L’amore, che si confonde con il desiderio. L’amore che deve bruciare nell’atto fisico dell’amplesso. Il desiderio che poi scema, come poter dire il contrario? E che trascina l’amore nel suo pozzo profondissimo.

Nessun lieto fine, dunque? Beh, non qui, sicuramente. Non è un mistero, del resto, perché il romanzo parte dalla fine dell’amore e percorre a ritroso tutta la sua storia. Nessun lieto fine, in generale? Beh si, a mio avviso. Questo è un romanzo, è finzione. Ma il realismo con cui dipinge l’evoluzione dell’amore fino alla sua fine è assoluto.

Per chi non crede nell’amore eterno questo romanzo è una cruda conferma. Per chi invece ci crede è forse motivo di frustrazione dover trovare argomenti ed esempi per affermare il contrario.

Quello che invece rimane, sia per il cinico che per l’inguaribile romantico, è la prosa perfetta di Isaac Rosa, precisa, circostanziata, millimetrica. Un’analisi minuziosa sulle dinamiche dell’amore, in tutte le sue sfaccettature. Un’incursione intimissima dentro ad un uomo e a una donna, che non tralascia niente, che analizza ogni sfumatura, ogni pensiero. Un’indagine sociologica sui rapporti umani, sulle trasformazioni sociali che impattano sull’idea di famiglia e sulle aspettative delle persone nei confronti della coppia. L’autopsia dell’amore, dei nostri errori, dei nostri desideri più segreti e inconfessabili.

Un’analisi matematica che lascia spazio alle vibrazioni dell’amore, comunque violente e assolute, sia quando esplode che quando implode, inesorabile. Che ci crediate o no.


Il romanzo

Antonio e Ángela stanno insieme da tredici anni, ne hanno poco piú di quaranta, hanno due bambine piccole, vivono nella costosissima Madrid e lavorano entrambi nel settore culturale. Iniziando dal finale, e cioè dalla loro separazione, Isaac Rosa ripercorre in un lento rewind il loro rapporto, registrandone, come un implacabile sismografo, l’euforia, la stanchezza, le vette, i fallimenti, e allo stesso tempo le vibrazioni piú recondite e inconfessabili. Un’autopsia incessante dei desideri, delle aspettative e degli errori di una relazione amorosa, in cui emergono risentimenti e incomprensioni. Ma anche una galleria di momenti felici.


L’autore

Isaac Rosa è nato a Siviglia nel 1974. Per Einaudi ha pubblicato Lieto fine (2023). I suoi romanzi hanno vinto numerosi premi letterari e sono stati tradotti in diverse lingue.


  • Casa Editrice: Einaudi Editore
  • Traduzione: Federica Niola
  • Pagine: 265

GIORNO DI VACANZA di Inès Cagnati

Ho camminato. Ho camminato a lungo nel freddo della terra e del cielo. La neve ha cominciato a cadere, soffice, silenziosa. Sono diventata un blocco di ghiaccio vacillante alla deriva nella neve. Nevicava senza sosta e io camminavo senza sosta.

Poi, sul finire della notte, sono arrivata ai margini della palude immobile per il gelo sotto un freddo cielo stellato. Ho pensato a Daisy che dormiva nella sua cuccia, con il piccolo nell’incavo della pancia morbida. Mi sono detta: E’ una buona madre, Daisy, è una buona madre.


13 luglio 2023

Inès Cagnati torna in libreria con una nuova ballata sull’infanzia. Galla è una ragazzina appena adolescente che vive con la sua famiglia in un territorio ostile, paludoso, dove tutto è acqua, umidità, tormento. Un luogo inospitale, povero, che ha contaminato anche la sorte e gli umori della sua famiglia, che vive di stenti cercando di ricavare quel poco da una terra piena di sassi e da un manipolo di animali smunti. Una sfortuna che ha a che fare con la terra ma anche con la pluralità di figlie femmine nate una dopo l’altra come i flutti incessanti di un fiume in piena. Tante e quasi indistinguibili l’una dall’altra agli occhi del padre, irascibile e intristito dall’indigenza e da tutte quelle figlie, ma anche a quelli della madre, che partorisce femmine una via l’altra finendo per non curarsi di loro, tanta è la stanchezza e l’inesorabilità di questo suo destino.

Galla è forse la preferita della madre, che soffre la sua mancanza da quando è riuscita ad essere ammessa al liceo, che si trova a 35 chilometri di distanza da casa. Distanza che Galla percorre in bicicletta, anche dentro al freddo tagliente dell’inverno, schivando le insidie della palude e del fango, che pare risucchiare ogni cosa e nascondere insidie immaginabili. La bicicletta, un arnese rugginoso e cigolante, è la sua unica ricchezza. Un amore odio che Galla subisce senza ribellarsi, sebbene le scorribande in bicicletta siano estenuanti e talvolta anche spaventose per una bimbetta della sua età, affamata e malvestita.

Galla non possiede altro. Il suo corredo proviene dall’aggiustatura dei vecchi vestiti di una zia morta. Il suo aspetto è terribile, un coacervo di trascuratezza, di povertà, di sporcizia e di bruttezza. Galla ne soffre ma tiene duro. Le difficoltà l’hanno resa coriacea ma anche estremamente sensibile e vulnerabile.

Verso la madre nutre sentimenti contrastanti. Lo struggimento infinito per la sua condizione di vita, stritolata tra l’estrema indigenza e le cattiverie del marito. La pena, l’amore struggente che sembra poter straripare dal suo cuore matto, che batte al ritmo delle sue paure e dei suoi tormenti interiori. Ma anche rabbia, impazienza, che scaturiscono da un legame insopprimibile che tiene Galla in scacco, consapevole di non essere capace di procurare ulteriore amarezza alla madre, che le appare spesso distante e insensibile. Una madre colpevole di soffrire e di far soffrire a sua volta. Un amore malato che spinge Galla a rubare nel convitto ove abita pur di strapparle un attimo di felicità in mezzo a tanta mestizia. Una madre incapace di sentire le istanze emotive della figlia che, nel suo giorno di vacanza da scuola affronta il viaggio in bicicletta per andare a trovarla. Galla in realtà non varcherà mai la soglia di casa. Il padre la sbatterà fuori e Galla passerà la notte nel fienile con la cagna Daisy e il suo cucciolo. Un cucciolo ben pasciuto, che dorme tra le zampe morbide della madre. Una madre amorevole, attenta, che vive la propria maternità con infinita devozione. Una buona madre.

La notte nel fienile, pregna delle eco dei ricordi d’infanzia, delle storie di famiglia e delle sventure delle sue numerosissime sorelle vive e morte e il giorno successivo, in cui non riesce a risolversi di mostrarsi alla madre e che trascorrerà nel periglioso viaggio di ritorno verso il liceo, sono il volano dei pensieri di Galla, delle sue amarezze, delle sue considerazione sulla vita, sull’amicizia, sulla famiglia. Pensieri candidi, profondi, dolorosamente incentrati sulla difficoltà di vivere senza una guida, senza nessuno che la ami e a cui importa di lei. Il sentirsi indesiderata e brutta è un tutt’uno con la sua estrema indigenza. Una povertà che dà il diritto a chiunque a trattarla con sgarbo e incostanza. La sua solitudine è motivo di indifferenza e di diffidenza da parte delle compagne ma anche dei suoi professori, dipinti come esseri meschini e supponenti.

Inès Cagnati riesce ancora una volta ad incantarci con un racconto intimo, crudele, struggente, che è un coltello affilato dentro carni morbide, che strazia e regala un dolore sordo e illuminato. Quel dolore che fa urlare mentre conduce verso l’estasi. La sua prosa è struggente, profonda, efficace nel descrivere il candore di un’infanzia che resiste ai pugni della vita con innata grazia e con l’indulgenza di chi cerca un perdono e perdona a sua volta senza sforzo alcuno.

Una vita amara e un’infanzia senza più gioie. Lo sguardo spalancato sull’abisso della povertà, sulla meschinità di un destino che ci siamo in qualche modo meritati, per pigrizia o per malasorte.

Quell’unico giorno di vacanza è in realtà la prova generale di una sconfitta. Ed è anche un’occasione mancata e una prova di viltà e di lassismo. Che ci parla di un destino ineluttabile che l’uomo finisce per accettare, un destino che ci siamo meritati per aver accettato la palude, i sassi, la povertà e la morte senza ribellarsi. Il destino di tutti i poveri, che non possono cambiare il corso delle cose perché ormai scritturati dalla vita a recitare il ruolo dei perdenti. Un destino orrendo e implacabile che ci apparire degno e desiderato perfino l’amore e le attenzioni di una cagna, che accoglie, scalda e non fa domande.

Una prosa davvero superativa, intensa e struggente, che cala un velo di tristezza sugli occhi. Malinconia che implode su se stessa, che distrugge e che illumina tutto con la luce tenerissima della poesia.


Il romanzo

Non si può crescere in un paese di paludi, di piogge, di nebbie, di terre livide dove tutto muore, senza rimanerne segnati per sempre: di più, senza assomigliare a quel paesaggio inamabile. Né vivere in una casa fatiscente, sperduta fra boschi, malerbe e acque solitarie, dove anche l’amore è intollerabile violenza, senza desiderare che il mondo intero esploda «in una girandola di sangue». Nera come una zingara, taciturna come uno strano fiore selvatico, traboccante di rancore e di disprezzo per se stessa, Galla vorrebbe solo andarsene via, lontano dai troppi lutti, dal peso delle innumerevoli sorelle, da un padre abbrutito dal lavoro, dalla madre che ama troppo per sopportarne la dolente presenza. Ma l’unica possibilità di fuga, oltre ai sogni, è la vecchia e fragile bicicletta dal lamento di salamandra morente, e l’unica meta la scuola dov’è interna, a trentacinque chilometri, in città. Un tragitto che separa due vite e due mondi inconciliabili – la pietraia che non dà frutti e le terre miracolate dalla fertilità –, e che un sabato Galla decide di percorrere per rivedere la madre: sarà un giorno di vacanza sinistro e fatale, dove tutto precipiterà, rivelandole il senso di ogni cosa. Perché il malevolo, straziante paese da cui proveniamo – sembra dirci Inès Cagnati con la sua prosa di insolente intensità – è la carne stessa di cui siamo fatti, e possiamo, se non sbarazzarcene, almeno intravedere nel ricordo le meraviglie di cui era fiorito.


L’autrice

Inès Cagnati (21 febbraio 1937 – 9 ottobre 2007) è stata una scrittrice e pittrice francese. Nata a Parigi, ha trascorso gran parte della sua vita nel sud della Francia. La sua carriera artistica ha abbracciato diverse forme di espressione, includendo la pittura, la scrittura di racconti e romanzi, nonché la traduzione di opere letterarie. Nonostante la sua breve carriera letteraria, Inès Cagnati ha lasciato un’impronta significativa nel panorama letterario francese. I suoi romanzi e racconti sono stati apprezzati per la loro profondità emotiva e per la capacità dell’autrice di evocare paesaggi e atmosfere suggestive.


  • Casa Editrice: Adelphi Edizioni
  • Traduzione: Lorenza di Lella e Francesca Scala
  • Pagine: 151
  • Prezzo: E 18,00

WEYWARD di Emilia Hart

A quel punto mi ritrovai a fluttuare. A sognare. Sentivo riprovazione da parte della galleria, ma sembrava che fosse a chilometri di distanza da me. Il mio corpo non aveva peso, come se fossi in acqua. Con lo sguardo cercai Grace. Accanto a lei William Metcalfe si teneva la testa tra le mani. Perciò non lo vide. Non vide Grace che alzava lo sguardo verso di me. Non vide la sua espressione.


11 luglio 2023

La natura femminile è da sempre attorniata da un fitto alone di mistero. La maternità, la capacità di accogliere, la forza atavica sopita da un dissimulato candore. Quella cosa innominabile che fa si che la donna si imponga con la sua sola presenza, la sua determinazione spesso sconosciuta e sottovalutata persino da lei stessa.

Emilia Hart si è servita delle mille sfaccettature della femminilità per confezionare un romanzo bellissimo, di cui, sono certa, si parlerà a lungo. Un romanzo che lega la donna alla natura. Un legame imperscrutabile e fortissimo, che si è mantenuto tale nel tempo. Una forza trascendente, che non si può spiegare ma che si estrinseca in un passo a due in cui ogni forza, ogni equilibrio è determinato e indissolubile. Un esordio impeccabile, che si fonda su una storia di resilienza, di solidarietà e di rivendicazione. Donne in epoche diverse che si ergono contro la prepotenza dell’uomo, che da sempre usa la sua prestanza fisica per imporre le proprie leggi e per governare sul corpo delle donne, asservendolo ai propri capricci.

Donna e natura, due facce della stessa medaglia. Un legame malvisto. Un potere occulto e imperscrutabile nelle mani di creature eteree, misteriose e per questo invise. In passato, la donna che guariva con le erbe era una figura ambigua. Spesso senza un uomo accanto. Un’esistenza ai margini. Una strega che il Maligno aveva tratto a sé approfittando della sua debolezza di carne e di spirito. Una donna indipendente, la cui arte sublime andava a cozzare con le approssimative arti mediche del tempo.

Altha è così. Figlia di una guaritrice, conoscitrice delle erbe, accusata di aver provocato la morte di un uomo con le sue arti magiche. Accusata di essere una Strega, affronta un processo umiliante e rischia la forca. Senza potersi difendere, perché farlo significherebbe venire meno ad una promessa. Senza poter contare sulla solidarietà di nessuno, alla mercé di credenze assurde che solo il tempo potrà dissolvere.

Violet è una ragazzina a metà del millenovecento. E’ libera, amante degli alberi e degli insetti, sogna un futuro da scienziata. Suo padre, un uomo altero e bigotto, non permetterà mai che realizzi il suo sogno. Violet deve sposarsi e per farlo deve smettere con i suoi atteggiamenti strambi. Violet proverà a compiacere il padre ma non potrà evitare che un uomo calpesti la sua piccola vita. Dovrà salvarsi da sola. Sola, con il ricordo di sua madre morta prematuramente, una donna strana, a detta di tutti, sulla quale aleggia un mistero. Come è morta? Chi era veramente?

Kate è una donna del nostro tempo. L’amore l’ha tradita nel modo più doloroso e l’ha costretta a fuggire lontano, a nascondersi in un vecchio cottage che era appartenuto alla sua prozia.

Lì Kate affronta un cambiamento radicale, grazie alle vibrazioni che la natura circostante le invia. Una nuova vita che nasce e che apre a Kate un orizzonte che non sapeva esistesse. Una nuova percezione di sé e il desiderio fortissimo di conoscere il passato della prozia e della sua famiglia di origine.

Un origine che converge verso un nome misterioso. Weyward. Il nome che le accomuna tutte e tre.

Altha, Violet e Kate sono legate da un destino comune e da una solidarietà che trascende il tempo e lo spazio. Donne che subiscono le angherie degli uomini. Donne oltraggiate da uomini mediocri e prevaricatori che non hanno fatto i conti con il potere di una femmina costretta a difendersi.

Un romanzo che ho sentito fortemente, che risarcisce secoli di sopraffazioni e di soprusi e che riabilita ogni donna che sia stata accusata di stregoneria. Strega è una parola inventata dagli uomini, una parola che dà potere a chi la pronuncia, non a coloro che descrive. Una parola che esige forche eroghi che trasforma donne vive in cadaveri. Strega, per punire la donna che usa i doni della natura per guarire e per lenire i mali del mondo. Una donna da temere, da estirpare. Una donna da punire, per l’uomo che da sempre la teme.

Un esordio davvero potente per una storia vecchia quanto il mondo. Un omaggio al mondo femminile in ogni sua declinazione, che sfida le convenzioni, che vibra in sintonia con la natura, madre di tutte le madri e fonte inesauribile di vita. La stessa che la donna dona da sempre, anche a chi osa diffamarla e ridurla al silenzio con la forza. Senza poterci tuttavia riuscire.


Il romanzo

Hanno fatto di tutto per metterci in gabbia, ma una donna Weyward sarà sempre libera e selvaggia.

2019. Con il favore del buio della sera, la trentenne Kate fugge da Londra alla volta del Weyward Cottage, una vecchia casa di campagna ereditata da una prozia che ricorda appena. Avvolta da un giardino incolto su cui torreggia un acero secolare, la dimora la proteggerà da un uomo pericoloso. Presto, però, Kate inizierà a capire che le sue mura custodiscono un segreto molto antico.

1942. Mentre la guerra infuria, la sedicenne Violet è ostaggio della grande e lugubre tenuta di famiglia. Vorrebbe soltanto arrampicarsi sugli alberi e poter studiare come suo fratello, ma da lei ci si aspetta tutt’altro. Un pensiero inquietante, poi, la tormenta: molti anni fa, poco dopo la sua nascita, la madre è scomparsa in circostanze mai chiarite. L’unica traccia di sé che ha lasciato è un medaglione con incisa la lettera W.

1619. La solitaria Altha, cresciuta da una madre che le ha trasmesso il suo amore per il mondo naturale, viene accusata di stregoneria; rinchiusa nelle segrete di un castello, presto sarà processata. Un contadino del villaggio è morto dopo essere stato attaccato dalla propria mandria, e la comunità locale, coesa, ha puntato il dito contro di lei: una donna insolita. E le donne insolite fanno paura.

Ma le Weyward appartengono alla natura. E non possono essere addomesticate. Intrecciando con maestria tre storie che attraversano cinque secoli, Emilia Hart ha dato vita a un potente romanzo sulla resilienza femminile e sulla forza salvifica della solidarietà tra donne in un mondo dominato dagli uomini.


L’autrice

Scrittrice anglo-australiana nata a Sydney, ha studiato Letteratura inglese e Legge alla University of New South Wales per poi lavorare come avvocato a Sydney e a Londra, dove oggi vive. Il suo talento è stato notato nell’ambito del Caledonia Novel Award 2021. I suoi racconti sono stati pubblicati in Australia e nel Regno Unito. Weyward è il suo romanzo d’esordio: acquisito in venti paesi prima della pubblicazione, ha fatto scattare un passaparola istantaneo tra addetti ai lavori e librai. Una volta uscito ha mantenuto le promesse: tra i libri più venduti in Inghilterra e in America, ha da subito messo d’accordo pubblico e critica.


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Traduzione: Enrica Budetta
  • Pagine: 406
  • Prezzo: E 20,00

IN ALTO NEL BUIO di Sequoia Nagamatsu

– essere o non essere un distopico –


Questa è la camera in cui collocherò il tuo corpo. Galleggerai in una soluzione di acqua e idrossido di potassio a una temperatura di 350 gradi. La tua pelle si sfalderà come cenere e i tendini delle tue mani, con cui hai inviato messaggi nel corso degli anni, si srotoleranno fino a raggiungere la lunghezza della seta di ragno, finchè tutto sarà scomparso.


5 luglio 2023

Tutto l’illuminato romanzo di esordio di Sequoia Nagamatsu, uscito alla fine di giugno per Neri Pozza Editore, sembra voler giocare con l’etichetta di “distopico”, affermando di esserlo (e questo già dalla copertina, su cui campeggia un casco spaziale pieno di colorati fiori provenienti dal nostro amato e decadente pianeta) e contestualmente negandolo con i fatti.

Sia bene o un male non sta a me dirlo. Sta di fatto, tuttavia, che questo romanzo è troppo bello per essere distopico e troppo futuristico per non esserlo.

Eppure, il nodo principale di tutta la costruzione letteraria di Nagamatsu è una riflessione profonda e cinica su dove stiamo andando, in un’epoca che isola sempre più l’individuo, sigillandolo in bolle sterili e immaginarie. Un costrutto che è pura letteratura dentro ad una visione del destino dell’umanità che spazia in avanti sulla linea del tempo, regalandoci una prospettiva futura che è assolutamente plausibile seppur spaventosa.

Tutta l’opera appare profetica, in un modo che allarma per come l’autore è riuscito a cogliere gli effetti devastanti di una pandemia, senza peraltro averla vissuta, dato che quando Nagamatsu scriveva questo romanzo il Covid 19 era un’eventualità inimmaginabile, così tanto da pensare che una pandemia potesse essere argomento di un romanzo, appunto, distopico.

Ciò che fa l’autore, e che rende questo romanzo travolgente e bellissimo, è spostare la lancetta dell’orologio solo di poche tacche, portandoci in un prossimo futuro che estremizza e accelera le tendenze che già stiamo vedendo oggi, con l’esperienza del Covid sulle spalle e l’attitudine, ormai quasi consolidata, di fare affidamento sulla realtà virtuale, spesso più sopportabile della verità cruda che ci riguarda tutti.

Il racconto inizia con un virus che mette in ginocchio l’intera popolazione mondiale. Un virus che viene dal passato, una spada di Damocle che oscilla sul pianeta da millenni e che viene allo scoperto senza preavviso, quasi a voler condannare il desiderio di scoperta che da sempre caratterizza l’Uomo. La Terra è stremata dal cambiamento climatico, ampie zone del Pianeta sono già invivibili e le popolazioni si spostano per inseguire una condizione di vita accettabile.

La morte imperversa ovunque. E diventa un’industria fiorente, che trascina con sé ricchezza e opportunità, stravolgendo persino i fondamenti dell’economia. Una vera e propria merce di scambio.

Si va a morire in strutture che gestiscono il trapasso in vari modi. Si mercifica la morte e la si maschera inventando nuove onomatopee, nuove parole e nuove mode per un trapasso ecologico, utile e illusorio.

Si vive rifugiandosi in paradisi artificiali. Affidando la nostra vita a replicanti che diventano i depositari dei nostri ricordi. Si studia il processo della morte più del processo di guarigione da un virus che confonde i corpi e gli organi e che muta velocemente. Si cerca anche una via di fuga, affidando la nostra a vita a viaggi interstellari che coprono spazi e tempi inimmaginabili.

Nagamatsu dà vita a diversi personaggi, ognuno con una storia che stupisce per la sua sconcertante radice di follia. Personaggi che trovano tutti un percorso comune. Interconnessioni che ci riportano alla causalità della nostra esistenza, a quella dose di aleatorietà che le rende preziosa, misteriosa e oscura. L’autore sembra volerci dire che niente accade per caso, ma per un disegno superiore.

Ce lo fa capire a più riprese e poi ce lo urla in faccia a gran voce, propinandoci visioni fuori dall’ordinario che se da un lato ci spaventano, dall’altro riescono a consolarci togliendoci di dosso la responsabilità delle nostre scelte sul destino del mondo, che mai come in questo romanzo appare segnato ma denso di bellezza e di possibilità.

La prosa asciutta e affilata di Naganatsu fa il resto. Noncurante dell’effetto che può avere sul lettore, sembra voler oscurare le vibrazioni spaventose del futuro con il balsamo dolcissimo della sua scrittura, che è carica della rassegnazione e della pienezza che coglie l’uomo mentre lascia questo mondo.

Indulgente, illuminata, colma di saggezza. Un lascito ai posteri che suona esattamente come un testamento, per un figlio amatissimo e bisognoso più che mai di una guida.

Un romanzo a suo modo corale, in cui tante voci si intrecciano, si sovrappongono, si scontrano e si sussurrano a vicenda. Un destino che travolge tutto, che modifica e che impone all’uomo di adattarsi, come del resto ha sempre fatto nel tempo della sua esistenza. L’uomo resiste, si trasforma, si reinventa. E non perde mai la sua umanità. E questa è la cosa più bella che si possa scrivere. E in cui credere.


Il romanzo

Anno 2030. Il suolo della Siberia, in fase di disgelo, è un soffitto sul punto di crollare. La grande ferita del cratere di Batagaika si è allargata come se un dio avesse aperto uno squarcio nella crosta ghiacciata, e sta rilasciando miasmi intrappolati dall’alba del tempo. Dal permafrost emergono anche i resti mummificati di «Annie», una bambina di trentamila anni, forse uccisa da un virus che ora, sciaguratamente, si è liberato del suo sarcofago di ghiaccio. Qui, alla fine del mondo, giunge l’eminente scienziato Cliff Miyashiro, per terminare il lavoro della figlia Clara, morta in un incidente poco prima della sensazionale scoperta della bambina paleolitica. Il dottor Miyashiro si trova cosí, insieme all’umanità intera, di fronte a una minaccia antica e nuovissima, risalita dal sottosuolo come dall’inferno: la peste artica, morbo che riscriverà i destini di molti. Un comico fallito viene assunto in un sinistro parco a tema per accompagnare i piccoli ospiti in un ultimo viaggio. Uno scienziato vive una seconda possibilità di essere padre dopo che il suo animale cavia sviluppa la capacità di parlare. Un factotum di uno dei nuovi hotel del commiato, indurito dall’esistenza, si innamora inaspettatamente. Un’antropologa forense decide di accettare un paziente vivo che dona il proprio corpo alla scienza. Una pittrice affresca la navicella spaziale su cui viaggia in cerca di un pianeta da chiamare casa. Un passato ancestrale raggiunge un probabile futuro in queste storie struggenti che parlano di noi, creature effimere, delle nostre paure eterne, del comune sentire che è forse l’unica via di salvezza in un avvenire denso di interrogativi che viene da lontano, e non solo nel tempo. Ma da qualche parte lassú, in alto nel buio, una luce brilla ancora. In questo esordio pieno di grazia e di potenza, Sequoia Nagamatsu trascende ogni genere letterario tessendo solide trame che, nell’indagare i corpi e le loro fragilità, celebrano le infinite e meravigliose possibilità della vita.


L’autore

Sequoia Nagamatsu è uno scrittore americano, già autore della raccolta Where We Go When All We Were is Gone. I suoi racconti sono apparsi su riviste come Conjunctions, The Southern Review, ZYZZYVA, Tin House, Iowa Review, Lightspeed Magazine. Insegna al Saint Olaf College e vive a Minneapolis con la moglie, la scrittrice Cole Nagamatsu. In alto nel buio è stato selezionato come New York Times Editors’ Choice, per lo Ursula K. Le Guin Prize, l’Andrew Carnegie Medal for Excellence in Fiction e il PEN/Hemingway Award. 


  • Casa Editrice: Neri Pozza
  • Traduzione: Giovann Zucca
  • Pagine: 317
  • Prezzo: E 19,00

L’ARTIGLIO DEL TEMPO di Anna Vera Viva

– nel cuore del rione Sanità a Napoli il passato non muore mai –


La strada brulicava di vita: scooter, bancarelle, voci riempivano la Sanità. Quella vita si ammassava ancora più frenetica e chiassosa sulle fondamenta piene di morte. Quasi a mischiare e moltiplicare la sua voce con quella di chi ne era stato privato.


28 giugno 2023

Quando una creazione, quale che sia, riesce bene, è inevitabile, prima o poi, tornare indietro a recuperarne l’anima, per vedere se qualcosa è rimasto in sospeso e farlo, così, rinascere, dandogli nuova linfa. Anna Vera Viva, raccolto il successo del suo romanzo “Questione di sangue” uscito lo scorso anno per Garzanti, si è avventurata nuovamente nel cuore di Napoli, assumendosi il rischio che ogni replica porta con sé. Una scommessa che questa brava autrice ha vinto con grande margine, sfruttando bene le qualità della sua opera prima: l’ambientazione, i personaggi, il tocco di noir che ravviva e confonde tutto.

Napoli è un palcoscenico che non può deludere e Anna Vera sa manovrarne la scenografia con grande talento: i suoi colori, il suo folklore, l’odore di mare e di ottimo cibo, gli schiamazzi dei ragazzi e delle donne che rimbombano nei vicoli, dove un luccichio azzurro fa capolino tra i tetti. La voglia di vivere, di arrangiarsi anche con poco, di reinventarsi ogni giorno la vita. Un popolo, quello partenopeo, che sa farsi amare senza riserve.

Don Peppino, il malavitoso e Padre Raffaele, il parroco votato al sociale e ad un senso di giustizia che non lo abbandona mai, sono personaggi completamente in antitesi ma legati dal sangue, quel fluido vitale che significa vita ma anche morte. Che è linfa ma anche paura e ricatto. Il sangue, che non dimentica.

Il tema del ricordo, in realtà, ricorre in questo nuovo romanzo, che mescola le eco di un passato doloroso e indimenticabile ad un omicidio che macchia le strade del rione Sanità.

L’autrice utilizza due diversi piani temporali e mette in campo un personaggio cruciale per lo svolgersi della vicenda: Antonino, un ragazzino sveglio e sagace che inconsapevolmente darà l’innesco per la soluzione del caso, gettando su Padre Raffaele il seme del dubbio, quello che lo porterà, nuovamente, ad indagare.

Il passato ha radici forti. Il passato non porta con sé il sollievo del perdono ma, al contrario, ha dentro il veleno di una memoria che non cessa di far male.

L’innesco di una vicenda che risale al periodo buio della Seconda Guerra Mondiale arricchisce una trama che è già densa di colore e di rumori. Napoli non ha dimenticato le leggi razziali, l’antisemitismo, i campi di concentramento. E Samuele, ormai ultraottantenne, sembra rivivere l’orrore di quei tempi, come in incubo che appare all’improvviso durante la notte. E poi muore in circostanze misteriose. Intorno a lui si affollano oscuri individui che sembrano interessati a combinare un affare che appare davvero poco chiaro. L’ombra della malavita aleggia sulla Sanità, insieme alle brume di un rancore vecchio di diversi anni.

Pane per i denti di Assuntina, perpetua petulante e pettegola ma anche cuoca sublime, che non aspetta altro che di gettarsi in una indagine che si mostra subito complicata.

E la verità verrà a galla, insieme ai segreti di un tempo crudele che non può essere dimenticato.

Un’altra ottima prova per Anna Vera Viva, un’autrice la cui scrittura incarna alla perfezione lo spirito chiassoso di Napoli, le sue contraddizioni e i suoi dirompenti colori. Una prosa evocativa, che profuma di mare e di ottima cucina, che risuona del chiasso dei suoi vicoli, che non si scoraggia, non si avvilisce ma trova sempre un motivo per rinascere e risollevarsi. Una penna che sa cogliere il succo di ogni storia, che arriva al punto, senza peli sulla lingua. Che si affida alle chiacchiere più sguaiate per strappare un sorriso ma che sa anche affondare la lama nei drammi dell’uomo, nelle sue paure e nel cuore delle sue debolezze.

Una lettura che è un’avventura. Che prende il lettore e lo catapulta nel centro della storia, strapazzandolo in un vortice di emozioni forti ma anche cullandolo dentro ai buoni sentimenti, quelli che resistono alle istanze della malavita e del peccato.

Dò per scontato che vi avventuriate nel cuore del rione Sanità, dopo questa mia appassionata arringa. Meglio se con alle spalle la lettura del primo capitolo di questa serie. Ma bene anche senza. Vi mancherà qualche tassello qua e là, questo è certo, ma il godimento della lettura sarà comunque salvo.

Provare per credere.


Il romanzo

La Sanità è un’isola e per navigare il mare che la circonda ci vogliono passione, abilità e coraggio. Lo sa bene padre Raffaele, da poco tornato nei luoghi dove ha vissuto i primi anni di un’infanzia rubata e dove l’ombra di Peppino, il fratello malavitoso che il destino gli ha dato in sorte, si allunga su ogni evento del quartiere. Questa volta, però, un’ombra ancora più fosca avvolge le indagini del prete e della sua perpetua: è l’ombra della storia; di una guerra lontana che sembra ancora vicina; di una Napoli che si ribella ai nazisti; di un popolo fiero che non cede al gioco dei potenti. Perché c’è un morto che non è una persona come le altre: sul braccio porta tatuati i numeri che ricordano un orrore impossibile da dimenticare. È Samuele, l’anziano venditore di cappelli che viene trovato senza vita nel suo negozio. Per tutti si tratta di un incidente, ma nulla di quanto accade alla Sanità risponde alla spiegazione più logica e padre Raffaele, convinto che la morte di Samuele sia strettamente allacciata a quel tempo, si trova a ripercorrere eventi che parevano ormai lontani. Perché lui sa che la storia ha tentacoli lunghi e che il male scorre in fiumi che giungono fino a noi. Così il sangue del passato si mescola con quello del presente, si insinua negli stessi vicoli, ma parla parole nuove che padre Raffaele dovrà decifrare.
Anna Vera Viva ha dato vita a due personaggi che sono entrati nel cuore dei lettori. Un prete e un boss della malavita che indagano, vivono e respirano alla Sanità che li ha visti crescere, perdersi e poi ritrovarsi. Le atrocità della seconda guerra mondiale tornano a riaffiorare, ma Napoli sa come resistere e non lasciarsi zittire da niente e nessuno.


L’autrice

Anna Vera Viva, salentina, si trasferisce a Napoli nel 1982. Scrive da molti anni ed è sceneggiatrice di docufilm e cortometraggi tra cui La consegna e Specchio delle mie brame, candidati al David di Donatello. Le sue passioni sono viaggiare e gironzolare per musei e gallerie d’arte contemporanea. Soggiorna spesso a Parigi e tra le montagne abruzzesi. Con Garzanti ha pubblicato anche Questioni di sangue (2022), il primo capitolo delle indagini di padre Raffaele.


  • Casa Editrice: Garzanti
  • Genere: noir
  • Pagine: 270
  • Prezzo: E 17,90

BABYSITTER di Joyce Carol Oates

– essere la moglie di un uomo ricco negli anni 70 –

Assenza, presenza. Non è una sorpresa, non dovrebbe ferire Hannah, che i bambini tendano a dare le loro madri per scontate. Mami è quella che c’è sempre.

Ai loro occhi non sento di esistere. Ai loro occhi non sono reale. Con te, sento di essere reale…

Glielo dirà. Se, cosa che è in dubbio, lo rivedrà ancora.


26 giugno 2023

Joyce Carol Oates è una degli autori contemporanei che meglio riesce a decifrare il complicato universo che si scuote e che muove la donna. Millimetrica come un laser, precisa come un bisturi, questa illuminata e prolifica autrice sa sprofondare nei recessi più intimi delle sue protagoniste, sezionando ogni minuscola connessione, ogni pensiero, ogni risvolto, qualsiasi movente che comandi i loro comportamenti e le loro scelte.

Non è un caso che i suoi romanzi siano sempre bei mattoncini. Lei riesce, intorno ad un semplice e autoconclusivo accadimento, a costruire un mondo intero di cause, conseguenze, circostanze e sinallagmi che sanno condurre la sua penna in mille e diversi territori. Senza mai stancare. Al contrario, accendendo nel lettore l’illusione di saper tener testa ai vorticosi pensieri che questa autrice innesca.

Questa nuova uscita, in libreria dal 6 giugno 2023 per La Nave di Teseo, esplora la vita di Hannah, una quarantenne americana che sulla fine degli anni 70 intreccia una relazione extraconiugale con un uomo, la cui figura è nebulosa, oscura, al punto che di lui non conosciamo neanche il vero nome.

Hannah è la classica moglie di un uomo d’affari. Dedita alla famiglia, ai suoi bambini, occupa nella società del tempo un posto apparentemente comodo e soddisfacente. Ha una bella casa, una domestica filippina (non proprio bianca, dunque, di estrazione più che modesta. Eppure efficiente, fidata, perfetta, al punto che Hannah si sente sminuita confronto a lei. Ed anche giudicata, e sempre in modo non proprio lusinghiero), un bellissimo guardaroba che sfoggia ai pranzi con le altri mogli che come lei sono al fianco di uomini importanti.

Un passo dietro al marito. Un passo dietro a tutti gli uomini, di qualsiasi estrazione sociale (se bianchi, naturalmente) che possono giudicarla male, se vogliono, e addirittura offenderla, proprio per quello che è, cioè la moglie di un uomo ricco. Una che con la sua sola bellezza si è comprata questo privilegio senza rendergli, probabilmente, il necessario onore, riguardo e riconoscenza.

La relazione extraconiugale di Hannah è malsana, naturalmente. E’ avvilente, è squalificante, è squallida. Hannah è una pedina e lo è in modo inequivocabile. Ma lei non vuole crederlo. Hannah si aggrappa al suo amante, si lascia usare. Il bisogno di esistere fuori dal suo ruolo di moglie e madre combatte con il senso di colpa nei confronti dei figli e con la consapevolezza di non essere (più) una buona madre. Titani che combattono l’uno contro l’altro. Il campo di battaglia è lei stessa, che soccombe davanti alle serpi viscide che escono fuori da un rapporto malato che si ramifica in diverse aberrazioni e distorsioni.

L’innesco, in questa vicenda sordida, di un serial killer che rapisce e uccide le sue piccole vittime, è solo un pretesto per rendere il quadro complessivo ancora più incerto. I ruoli dei personaggi diventano nebulosi. Capire chi si cela dietro il serial killer, denominato Babysitter perché restituisce i corpi dei bambini con una cura che sfiora l’ossessione, diventa lo scopo ulteriore di questo romanzo, lo arricchisce e lo slega dal tema principale, che è la società americana degli anni 70, intrisa di razzismo e di sessismo. Un luogo in cui il male si cela sempre dietro il diverso e l’emarginato e dove ogni accadimento, ogni conquista, si porta dietro il senso di colpa latente di chi vive ai margini, donne comprese, merce di scambio in un mercato dove la carne fresca è la qualità più richiesta. Carne che tuttavia non ha altra utilità che quella di essere usata e mostrata, prima che deperisca.

Chi vince alla fine? Nessuno. Il lieto fine non è mai compreso nel prezzo, nei romanzi della Oates.

Si resta con l’amaro in bocca, schiacciati dalla consapevolezza che l’uomo ha in sé qualcosa di sbagliato, una deviazione morale che lo allontana da un esito favorevole, qualsiasi sia la competizione in cui si getta.

In particolare, in Babysitter, le ossessioni e le deviazioni che colpiscono i personaggi creano quel clima di promiscuità in cui ogni azione, ogni pensiero risulta contaminato, aberrante, squallido. Il male diventa sovrano e inespugnabile, cosa che si riscontra spessissimo nella produzione letteraria della Oates. Un male che si perpetua, si autoalimenta, si nutre di se stesso. E prolifica e nel farlo confonde il pensiero razionale, che si perde e si reinventa, ogni volta più debole e più crudele.

Ed ecco che il finale sorprende e forse delude chi si accosta per la prima volta a questa autrice. Perché obbliga il lettore a darsi una spiegazione e a costruirsi un epilogo. E perché, in ultima istanza, lo priva della speranza, che è il balsamo che potrebbe ammorbidire ogni crudeltà, ogni bassezza, quella che porta il lettore stesso sul banco degli imputati (non ho anch’io a volte fatto, detto, pensato, desiderato le cose che mi hanno offeso mentre leggevo? Che mi hanno ferito? Che mi hanno inquietato e rivoltato, addirittura?).

Ma questa è la vita, in fondo. E Joyce Carol Oates ci offre una palestra in cui allenarci, in cui imparare a parere i colpi, a tenere alta la guardia. In cui accettare la nostra enorme imperfezione. Con una lettura che è un cerchio che si apre e si chiude, pur senza sigillare alcunché.


Il romanzo

Tra il 1976 e il 1977 una serie di terribili omicidi sconvolge la città di Detroit. Un serial killer, che un giornalista ha ribattezzato Babysitter, ha ucciso almeno sei ragazzini nella contea di Oakland, un quartiere residenziale di Detroit. Le vittime sono state rapite mentre erano da sole e i loro corpi senza vita vengono fatti ritrovare a distanza di giorni, in luoghi pubblici, accuratamente lavati e ricomposti. La polizia non ha che deboli indizi e la paura si diffonde sempre più nei ricchi sobborghi bianchi della città. Hannah Jarrett è una bella donna di trentanove anni. È sposata con Wes, un ricco uomo d’affari sempre molto impegnato, fa la casalinga e ha due splendidi figli, Conor e Katya. Una classica e felice famiglia della buona borghesia di Far Hills, a nord di Detroit. Hannah, però, ha un segreto: a una raccolta fondi ha conosciuto Y.K., un uomo affascinante ed enigmatico. Anche se non ne conosce il nome, il suo carisma oscuro la attrae in maniera irresistibile fino a farla sprofondare in una relazione fatta di sesso e sopraffazione, che la getta in uno stato tra l’euforia, la paura e la depressione. Mikey, infine, è un ragazzo con un passato difficile e un presente fatto di lavoretti tra il legale e l’illegale, al servizio di un uomo misterioso che conosce molti segreti. Un giorno, mentre esegue un lavoro per il suo capo, si trova costretto, suo malgrado, ad affrontare una situazione più grande di lui e a riparare un torto. Le conseguenze delle sue azioni avranno effetti imprevisti per Hannah, Y.K. e anche per Babysitter.

Joyce Carol Oates costruisce, attorno a un fatto di cronaca nera realmente accaduto, un romanzo ricco di suspense, con una trama avvincente, impeccabile nel ritmo e nella scrittura, denunciando, ancora una volta, la corruzione, il razzismo e il sessismo insiti nella cultura americana e confermandosi una scrittrice fondamentale, spietata e meravigliosa.


L’autrice

Joyce Carol Oates ha ricevuto numerosi importanti riconoscimenti, tra i quali ricordiamo: la National Medal of Humanities, il National Book Critics Circle Ivan Sandrof Lifetime Achievement Award, il National Book Award e il PEN/Malamud Award for Excellence in Short Fiction. Autrice enormemente prolifica, ha scritto alcune delle opere più significative del nostro tempo. Per La nave di Teseo ha pubblicato Ho fatto la spia (2020), Pericoli di un viaggio nel tempo (2021), La notte, il sonno, la morte, e le stelle (2021), L’altra te (2022) e le nuove edizioni di Una brava ragazza (2020), La figlia dello straniero (2020), Blonde (2021) e Sorella, mio unico amore (2022). Ha insegnato alla Princeton University ed è membro dell’American Academy of Arts and Letters dal 1978.


Intervista a FRANCESCO ZANI

Torino, 21 maggio 2023

La pioggia imperversa su Torino e il Salone è affollatissimo. Francesco Zani mi si para davanti. È giovane, informale, sorridente. Mi ha già conquistata come prima di lui lo ha fatto il suo romanzo d’esordio, Parlami, una fetta di provincia italiana, quella avida di successi facili, di competizione spesso non proprio sana e anche di qualunquismo. Quella che non vede se non vuole vedere. Che non accetta la diversità perché la vive come il segno tangibile dell’insuccesso, la peggiore onta per un piccolo imprenditore stagionale che sogna la ricchezza facile e indolore.

In Parlami il protagonista è l’anello debole di una famiglia di instancabili lavoratori. Eppure sarà quello che illumina tutto con la sua saggezza e la sua generosità.

Un romanzo che ci tocca da vicino e che ci insegna che la diversità a volte è una chiave che sa aprire molte porte.


Chi è Gullit, il protagonista del tuo romanzo?

Alessandro detto Gullit è un bambino che nella Romagna degli anni 90′ ha il coraggio di essere diverse: parla solo con il fratello maggiore e quando lo fa balbetta, lascia accese le luci di casa, legge il giornale al contrario, non ha amici, non ha passioni. Vive la sua vita come d’istinto, riuscendo a instaurare un legame solo con il fratello maggiore. 

Il tuo romanzo parla di legami, di diversità, di inclusione. Quale di questi aspetti ti sta più a cuore?

Certamente tutti e tre quelli che tu citi. I legami sono quelli che mandano avanti la vita di tutti noi, il motore che ci rende qualcosa di più di esseri solo esistenti; la diversità ci fa scoprire chi siamo, trovando attorno a noi le cose che sentiamo lontane e quelle che invece riconosciamo in noi; l’inclusione è invece il concetto più difficile e arduo: è qualcosa di alto per cui serve tanta fatica. E credo che a tutti i livelli, nel nostro paese, ci sia tanto da fare. 

La famiglia è un altro tema. Quella di cui parli è una famiglia disfunzionale che preferisce non vedere ciò che invece è piuttosto evidente. Mi riferisco naturalmente alle problematiche di Gullit. Cosa mi dici a riguardo?

La famiglia di questo romanzo non vuole mai essere giudicata, mi piaceva fare un ritratto di qualcosa che mi è capitato di vedere e di osservare. I genitori sono presi dalle loro cose e non riescono a vedere davvero Gullit così come il fratello maggiore che però compie un percorso un po’ diverso. Il padre e la madre rimangono fermi verso loro stessi, prima di crollare definitivamente. 

In Parlami disegni molto bene la provincia italiana. Un luogo insidioso, in cui il bisogno di conformarsi , la smania di fare soldi e di affermarsi sostituisce a volta il bisogno di guardarsi in faccia. Quanto ha influito crescere in provincia nella tua formazione?

La provincia mi ha donato la cosa più preziosa che un ambiente possa far nascere dentro di noi: la noia. Ci ho combattuto per tutta l’infanzia insieme ai miei amici, e questo ci ha temprato e ci ha fatto crescere trovando le nostre passioni. Ho capito che mi piaceva raccontare nei pomeriggi d’inverno lunghissimi che passavo davanti al camino di casa di mia nonna. Erano interminabili, mi sembravano noiosi e adesso sono la cosa che più mi manca nella vita 

Cosa significa per te essere diverso? Ritieni che solo la diversità sia capace di cogliere l’essenza della nostra esistenza?

La diversità è vita e senza di quella non potremmo andare avanti. 

Parlami è un romanzo autobiografico?

Parlami non è autobiografico, la trama è completamente inventata. Ci sono tante cose nell’ambientazione e negli episodi diciamo secondari che ho invece rubato dalla vita vera. 

Stai già lavorando al prossimo romanzo?

Per il momento no, mi godo ancora Parlami!


Il romanzo

Si chiama Alessandro ma per tutti è Gullit, come il calciatore del Milan, anche se parla appena e balbetta, accende le luci di casa durante il giorno, legge i giornali al contrario e non ha neppure un amico.
L’unico a capirlo davvero è il fratello maggiore, capace di varcare i confini di quel mondo chiuso che il ragazzo ha creato per difendersi, fatto di gesti ripetitivi e silenzi incomprensibili. I due crescono insieme sotto il sole di Cesenatico, tra gli ombrelloni colorati del Bagno Beatles, lo stabilimento balneare gestito dai genitori che si accende di allegria in estate per rimanere nascosto nella nebbia d’inverno. Se per il padre il bagno è la chiave per un’esistenza migliore, per la madre le stagioni che si susseguono al lavoro sono sempre più faticose, tanto da spingerla a mandar giù un bicchiere di vino dopo l’altro per tentare di sopravvivere alla tristezza. Quando la pericolosa ambizione del padre trascina l’attività di famiglia in un giro d’affari poco chiaro, il giovane Gullit decide di farsi avanti, rompendo per sempre l’equilibrio delle cose.
Parlami, il commovente esordio di Francesco Zani, racconta con voce limpida e sincera l’arrivo di un bambino speciale capace di scardinare i meccanismi di una famiglia come tante. Un romanzo di formazione delicato e vibrante che ci mostra come l’amore sia capace di superare anche le differenze più profonde, con un protagonista dallo sguardo diverso che entrerà sicuramente nel cuore dei lettori.


L’autore

Francesco Zani è nato a Cesena nel 1991. Dopo la laurea in Filosofia, ha studiato Editoria presso l’università La Sapienza di Roma. Ha lavorato e scritto per la televisione e adesso si occupa di comunicazione. Parlami è il suo primo romanzo.