MAGNIFICO E TREMENDO STAVA L’AMORE di Maria Grazia Calandrone



Finché succede di nuovo. Al quarto piano di via Nitti come a Catanzaro Lido. La casa piena dell’elettricità del corpo in furia. Un corpo grande, massiccio, che incute timore, che esprime il solo potere che riesce a dispiegare. Il potere fisico.

1 luglio 2024

La voragine in cui l’amore diventa morte.

Maria Grazia Calandrone torna in libreria con una storia vera, intorno alla quale costruisce, come già fece per “Dove non mi hai portata”, candidato a premio Strega 2024, un reportage minuzioso e profondo. La storia di un amore che muta in qualcos’altro di complesso, violento, distruttivo, camaleontico e incomprensibile e che diventa morte.

La morte appare in entrambi i romanzi, l’epilogo e liberazione dal dolore. Come già successe a Lucia Galante, protagonista del precedente lavoro dell’autrice, anche Luciana Cristallo si trova imprigionata dentro ad un matrimonio infelice e violento. Una gabbia dalla quale non si risolve a uscire se non all’apice della sopportazione, per amore dei figli e per quell’inspiegabile speranza che tutto finisca da sé, come per incanto. Che lui, Domenico, ritrovi la ragione, raggiunga quell’equilibrio che ha perduto insieme alle redini del suo matrimonio, che gli sfuggono di mano quando lui fallisce e lei prende in mano la loro vita per rimetterla in carreggiata.

Una storia, questa, di orgoglio ferito. Il cliché che vede il maschio soccombere quando la donna inizia a decidere per sé, per i figli, per la famiglia tutta, allo scopo d sollevarla da situazioni fallimentari. Il matrimonio, per Domenico, come un porto da raggiungere per poi salpare nuovamente verso altri luoghi. Per Luciana il coronamento del suo sogno d’amore, che naufraga immediatamente nella trascuratezza, nel tradimento, nella violenza verbale e fisica.

Negli anni ottanta la legge elargisce strumenti di difesa e di reazione per la donna oggetto di violenza. Eppure Luciana subisce. Rompe e poi si pente. Denuncia e ritira le denunce. Ha paura che le portino via i figli. La sua vita cade in picchiata in una spirale di inaudita violenza ma lei resiste. Finché un nuovo amore si affaccia. E’ questo nuovo fremito che le dà il coraggio di reagire. Di cercare un chiarimento finale. Ma l’ennesimo sopruso, l’ennesima mano che si alza diventa strumento di morte. Luciana uccide Domenico e getta il suo cadavere nel Tevere.

Un luogo, questo, che ritorna ad accogliere l’epilogo di vite schiacciate. L’acqua come elemento che lava, purifica e conclude un ciclo. L’acqua come mezzo di oblio. Di resa, di rinuncia. Soluzione estrema. Bisogno di purificare qualcosa che si è corrotto irrimediabilmente. Luciana come Lucia immerge nell’acqua la sua vita segnata dalla presenza ingombrante e egoista di un amore malato.

Maria Grazia Calandrone si insinua nella vita di queste donne segnate con umiltà, rispetto, estrema onestà. Le racconta con una sensibilità esacerbata, con partecipazione emotiva, cercando gli appigli che conducono al perdono, all’assoluzione. Mentre la sua penna ripercorre a ritroso la nostra storia recente, esse sono come ottenebrate rispetto agli accadimenti esterni, perdute, come sono, dentro al guscio della loro infelicità e dei loro conflitti. Donne che all’amore si sono consegnate totalmente, per volontà o per costrizione. L’amore come una prigionia, uno stillicidio, aghi affilati che insediano le carni alla ricerca del nervo scoperto, del sangue, della sofferenza e della rassegnazione al dolore.

La violenza è la chiave di entrambe le storie. Lucia vive la violenza come una condanna e l’adulterio come una colpa irrimediabile, che si sana solo con la morte. Per fuggire alla condanna della legge e della società tutta. In un’epoca che non sa che farsene della legge, tanto è chiusa nell’idea che la donna sia sacrificabile. Una legge che peraltro condanna la donna adultera e che non le offre alcuna via di fuga per riabilitarsi e ricominciare.

Luciana sceglie di non denunciare. Reagisce alla violenza con determinazione, creando per la sua famiglia disfunzionale una via di fuga. Tutto inutile, perché ogni sua iniziativa ferisce il suo uomo nell’orgoglio e innesca un’escalation di violenza. Luciana può contare sulla legge eppure fin da ultimo non sa abbandonarsi alla sua protezione. Fino da ultimo non sa trovare la via per amarsi e per proteggersi, incurante di tutto pur di salvare il suo matrimonio. Ma la legge del corpo è implacabile e l’istinto di sopravvivenza impera sopra ogni altro istinto.

Questo romanzo, che nasce e risorge dalle ceneri di una storia vera, è di una bellezza straziante. La prosa di Calandrone è incantevole. Un soffio di vita dentro ad un pozzo di dolore e di paura. Un racconto millimetrico, intimissimo, di una vita spezzata. Dinamiche perverse tristemente note anche oggi, che di femminicidio si continua a morire, L’inefficacia dell’impianto legislativo a protezione della donna, che viaggia con uno scarto temporale troppo grande rispetto alle esigenze dell’oggi. Che giunge a soluzioni tutelanti solo dopo che il sangue è sgorgato, copioso e infiltrante.

Luciana, come già Lucia, è nutrita, curata e assolta dalla penna dell’autrice, che giunge leggerissima a sondare i suoi pensieri, le sue sensazioni. A renderle giustizia, a far conoscere a tutti la sua storia, a pretendere comprensione, condivisione, compassione. La sovrapposizione con la sua storia è totale. E anche Domenico beneficia dello stesso trattamento misericordioso. Posto sotto una lente di ingrandimento, allo scopo di penetrare la genesi delle sue aberrazioni.

Come si esce dalla lettura di questo romanzo-reportage? Sicuramente provati. Arrabbiati, frustrati. Ma anche increduli, disarmati di fronte a tanta inutile violenza. Con la voglia di accogliere, curare, guarire. Dispensare una seconda occasione, ricercare una fonte di felicità per Luciana, che pure le legge ha assolto. Ma l’assoluzione non è mai sufficiente, da sola, a guarire. Resta la colpa, la consapevolezza di aver ucciso e la rabbia per una morte che si poteva evitare. Ma ciò che accade dopo l’ultimo irrevocabile atto è sempre superfluo e inutile.

Ma il “prima che sia troppo tardi” è troppo spesso secondario rispetto alla storia e alle sue propaggini velenose. E Lucia, e Luciana sono morte, ognuna a suo modo e niente potrà riportarle indietro, quando tutto ancora si poteva salvare.

La storia della violenza di genere, del femminicidio, del resto, è una storia che guarda sempre indietro. Che implode quando ormai niente può essere salvato.

Forse è proprio questa irrevocabilità ad acuire la sensibilità di Maria Grazia Calandrone, a esacerbare il suo bisogno di raccontare, scandagliare, straziare. Di scarnificare l’amore fino a tirarne fuori quella sua anima misconosciuta e incomprensibile. Quella tenerezza che scardina ogni regola. Quel bisogno di possedere l’altro che implode su se stesso. Quel desiderio di essere amati più di ogni altra cosa al mondo. Di essere tutto per l’altro. Di essere il confine e l’ orizzonte che corre a perdita d’occhio. La lama e il balsamo. La cura e il cancro corrosivo e letale. La porta che di sera chiude il mondo fuori, E dentro, il calore, il cuscino morbido, il profumo di pane e di latte. Un microcosmo precluso agli altri, paradiso o galera. In cui si vive o si muore. Nessuna separazione, neanche quando ormai la legge lo consente. L’epilogo, qui si scrive con il sangue e con il sangue si lava il peccato e il peccatore.


Il romanzo

Tutti gli amanti giurano che il loro amore è diverso da quello degli altri. Specie all’inizio, quando la risacca della vita non ha ancora intaccato il sentimento. Poi le cose cambiano, e le storie tendono a somigliarsi. Ma non questa. L’amore raccontato in queste pagine – tratto da una vicenda di cronaca nera – ha avuto un finale sorprendente, che solo la realtà e una sua misteriosa giustizia potevano immaginare. Del resto «il destino, quando si accanisce, mostra pure una certa fantasia».

«Magnifico e tremendo stava l’amore rielabora un caso di cronaca nera. Il 27 gennaio 2004, dopo circa vent’anni di violenza subita, Luciana uccide con dodici coltellate l’ex marito Domenico e, insieme al nuovo compagno, ne getta il corpo nel fiume Tevere. Il 24 giugno 1965 mia madre Lucia, dopo anni di violenza subita da parte del marito, getta sé stessa nel fiume Tevere, insieme al suo nuovo compagno, mio padre. Perché in quegli anni non esiste la legge sul divorzio. Il motivo della mia ossessione è fin troppo evidente. Ma la vicenda giudiziaria di Luciana si conclude con un provvedimento destinato a fare giurisprudenza. Mi è parso allora utile, anzi necessario, rintracciare negli atti processuali le motivazioni umane e legali di una sentenza tanto d’avanguardia. L’analisi della storia e dei suoi esiti ha finito per generare un libro che ha sorpreso per prima chi l’ha scritto, essendo diventata un’opera scorretta, che non assume esclusivamente il punto di vista della vittima, si chiede anzi chi dei due sia la vittima, quale patto leghi i protagonisti e in quale oscurità delle persone quel patto abbia radicato. Chi scrive, insomma, ha cercato di comprendere profondamente le ragioni della violenza. E forse, chissà, ha lavorato proprio per emanciparsi da uno sguardo semplice sulla violenza. Non c’è dunque condanna, ma esposizione, quando possibile poetica, di quel magnifico e tremendo amore».


L’autrice

Maria Grazia Calandrone è poetessa e scrittrice. Collabora con la Rai come conduttrice e autrice. Con i suoi libri di poesia ha vinto importanti premi. Tra i suoi libri in prosa, Splendi come vita (Ponte alle Grazie 2021, entrato nella dozzina del Premio Strega) e Dove non mi hai portata (Einaudi 2022, nella cinquina del Premio Strega e vincitore del Premio Vittorini, Premio Sila, Premio Pozzale Luigi Russo, Premio giuria popolare Clara Sereni e Premio giuria popolare Asti d’Appello). Per Einaudi ha pubblicato anche Magnifico e tremendo stava l’amore (2024).


  • Casa Editrice: Einaudi Editore
  • Pagine: 328
  • Prezzo: E 20,00

L’ISOLA E IL TEMPO di Claudia Lanteri



La storia è come la spugna: quando è aggrappata al fondale è tutta nera e sporca, piena di pezzi di cose attaccate, gusci di ammari, pietrisco, catrame; per farla bella e chiara bisogna sciacquarla bene con l’acqua di mare. Solo a ripeterla tante volte, con tutti i passaggi al loro posto, la storia si libera dei dispiaceri che porta.


17 giugno 2024

L’enigma che nasconde ciò che non si vuole vedere.

Un’isola vulcanica quasi sperduta nel canale di Sicilia. Un pugno di abitanti che sul finire degli anni 50 del novecento sembra soccombere dinnanzi al dispotismo dell’isolamento che chiude l’orizzonte, sebbene la vista spazi libera tra l’azzurro del cielo e le asperità nere delle scogliere.

Si vive di pesca, di capre, di capperi e lenticchie che crescono a stento in quell’ambiente salino e esposto ai venti.

Il mare è un dolcissimo tiranno, suadente quanto infido e ambiguo. E così è l’isola, poco più che uno scoglio battuto dal vento, avara di risorse con chi la abita, gelosa, possessiva, tanto da trattenere a sé i suoi abitanti con forza. Il mare è un confine invalicabile.

Onofrio (Nofriu), detto Nonò, è un ragazzetto di tredici anni. Curioso, grande osservatore, destinato a diventare un pescatore di spugne come suo padre. Ma Nonò ama la scienza, alla quale si avvicina grazie a Dalmasso, uno scienziato venuto sull’isola per catalogare e studiare le specie animali e vegetali presenti. L’incontro con Dalmasso è determinante per Nonò. Lo introduce all’utilizzo della logica, dell’esperimento, della deduzione.

Così, quando sull’isola giunge un barchino con a bordo un uomo e sua moglie morta, Nonò indaga a suo modo. Osserva, ascolta, sa come rendersi invisibile.

E scopre cose che cambiano il suo mondo, minano le sue certezze, sgretolano la rete di rapporti e le fondamenta della sua esistenza. La verità è pericolosa ma anche attraente e inevitabile. E impone scelte. Passa come un rullo compressore sull’ingenuità dell’infanzia, sulla buona fede, sulla fiducia. Distrugge tutto, persino la memoria e i ricordi che, come un filo che parte da una nassa e fa un buco come una voragine, scappano da tutte le parti se non si mantengono le cose più vicino possibile a come sono sempre state. 

Gli anni passano e Nofriu non sa dimenticare la vicenda della donna morta e le crepe che da lì sono partite. Ormai la verità è diventata un pungolo. È la prova che si cerca per difendersi dal sospetto. Che quando si trova è tardi. E il silenzio sigilla ogni cosa, tranne la coscienza. 

Nofriu invecchia dentro ai rimbombi di quella storia, che racconta a chiunque incontrerà, in un tempo ormai dilatato e sfuggente che muta l’isola, i suoi abitanti e tutto ciò che lo circonda. Ma non lui, che continuerà a condurre la sua vita fatta di piccole abitudini, riti e gesti ormai cristallizzati in un tempo che non c’è più.

Questa è stata una lettura completamente nelle mie corde. L’autrice, al suo esordio, è riuscita a rappresentare a pieno le atmosfere selvatiche e ammalianti tipiche degli ambienti chiusi e totalizzanti, quelli che abbracciano tutto l’essere di chi li abita, esistenze che diventano un tutt’uno con la natura testarda e sfuggente. Padroneggiando le insidie dei salti temporali e restituendo al lettore le ripercussioni delle dinamiche del tempo sui luoghi e sulle persone.  

La Sicilia insulare, che resta ai confini del mondo, lontana da tutto e da tutti. Le tradizioni che resistono al tempo e che cristallizzano luoghi e uomini indentro nicchie odorose e saline. La natura che impera, che allontana il cambiamento e lo rende nemico della memoria.

E il tempo, che resiste a se stesso. Che lima le asperità e che consegna la memoria al caos, e i ricordi al setaccio della coscienza. 

Un romanzo bellissimo, che si appropria delle parole e dei toni dei grandi romanzi della tradizione. Che ricorda le epopee delle famiglie siciliane del passato, circoscritte nell’abbraccio della sventura e del destino. Scritto in una suggestiva commistione con la lingua sicula e con le voci dell’infanzia, della fanciullezza e della maturità di Nofriu. Che parla di m0rte, di solitudine, di scoperta, di memoria e di giustizia.

Un plauso a Claudia Lanteri. La sua voce giunge forte e chiara e ci consegna un’opera che merita spazio e tempo. Dove il giallo di un mistero si lascia sopraffare dalla storia di un uomo e di un isola, in cui m0rte e vita, verità e finzione si mescolano e declinano nei toni sfumati del mutamento, che avvolge e confonde. Come un acquarello incompiuto.


Il romanzo

Ci sono luoghi che sono mondi. Cosí è l’isola mai nominata, di fronte alla ‘Mpidusa, verso la fine degli anni Cinquanta: pochi abitanti che si conoscono da sempre, tre cime viste dal mare, la vegetazione secca, la terra nera. E la fatica degli uomini e delle donne per la sussistenza: la pesca, le magre coltivazioni di capperi e lenticchie, qualche bestia. A spezzare il ritmo dei giorni è l’arrivo di un barchino con a bordo due persone: un uomo vivo e una donna morta. Un incendio ha distrutto la loro barca a vela, racconta il superstite, e nel naufragio hanno perso la vita anche i coniugi Domoculta e i loro tre bambini. Mentre il maresciallo Bonomo apre un’indagine convinto di poterla archiviare presto, il tredicenne Nonò s’improvvisa detective. Ascolta i discorsi di tutti nascosto negli angoli piú improbabili, fiuta piste, mette insieme i tasselli. Ma ogni cosa è piú complicata di come sembra, e anche questa storia, proprio come l’isola all’alba, appare avvolta di fatemorgane. Per riconoscerne i confini bisogna allontanarsi, fissare l’occhio sul paesaggio, su piccoli dettagli: persino certi luoghi – la caserma, il porticciolo, la pergola di Tina – scandiscono, mutando, il tempo e il senso delle cose. Ecco perché tutta la storia dev’essere narrata, con calma e da principio, a chiunque passi, alla ricerca del filo che continua a scappare dal disegno. Anche quando l’indagine volge al termine, Nonò non smette di correre per l’isola e perlustrarne i fondali, per trovare il punto in cui la barca si è inabissata. E quando finalmente, con l’aiuto del fratello Filippo, riesce a raggiungerla, insieme ai corpi dei Domoculta scopre un altro cadavere: quello del colpevole. Ma chi può credergli, se ormai tutti dicono che ha perso la ragione? Perché, di fatto, proprio nel momento in cui il giallo si sgarbuglia, tutto comincia a ingarbugliarsi nella memoria di Nonò, che a tratti rimuove le parti di racconto piú dolorose. Un narratore ferito, piú che inattendibile. In questo romanzo che vive di una scrittura letteraria molto potente, maestosa e naturale insieme, il tempo si morde la coda, è definito ma anche mobile: un tempo in cui tutto continua ad accadere. E chi racconta, con l’illusione di approdare prima o poi a un finale diverso, rimane agganciato per sempre – con il lettore – all’enigma irrisolto.


L’autrice

Claudia Lanteri vive a Palermo, dove fa la libraia. Ha pubblicato racconti su varie riviste («Snaporaz», «Malgrado le Mosche», «Micorrize »). L’isola e il tempo (Einaudi 2024) è il suo primo romanzo.


  • Casa Editrice: Einaudi Editore
  • Collana: unici
  • Pagine 355
  • Prezzo: E 19,00

HOTEL MADRIDDA di Grazia Verasani



Ci si può omologare a tanta indifferenza, basta imparare a distogliere lo sguardo senza digrignare i denti o sentire che stai andando in mille pezzi, perché in fondo a svanire è solo la vita di qualcun altro che non conoscevi, e il tuo istinto do conservazione è ancora forte: il mondo in cui hai vissuto e che non riconosci più ti ha insegnato che l’impulso di vivere è più tenace di qualsiasi atterramento.


10 giugno 2024

Le ombre di oggi disegnano un domani senza rabbia.

Non ci sono date, né appigli per determinare in quale punto della linea del tempo ci troviamo. E questa è la sfida più incisiva che Grazia Verasani lancia al lettore. Che è pieno di speranza se crede che la storia narrata in Hotel Madridda sia ambientata nel futuro. E che è preda dei peggiori presagi se data la storia nel presente.

Quel che è certo è che Verasani lancia una provocazione così tagliente da far sanguinare. Il suo è un mondo dove non c’è più rabbia, né ribellione. La voce latita, schiacciata da una rassegnazione cosmica. Che coglie anche chi alla rabbia è stato legato, coloro per i quali la rabbia era il motore della lotta. Oggi hanno i capelli bianchi, le ossa fragili, guardano in faccia la morte seppure con spavento. Sono ghettizzati a Balanskaja, un condominio asfittico, privati di ogni piccola comodità, pressati dal timore che altri denuncino ogni atteggiamento che possa assomigliare a un vagito di ribellione. Un tempo loro pensavano, scrivevano, usavano l’arte per disegnare il presente, per dissentire e per dissacrare. Oggi sono ridotti ad un cumulo di paura, avvinti ad un silenzio che li protegge. Per quanto valga la pena proteggere quella brutta copia di vita che vivono, lontana anni luce dalla libertà di espressione che esercitavano con orgoglio e passione. Tacitati e derisi da un regime che distrugge e cancella la memoria. Oppressi dalla censura, dissolti dall’indifferenza.

I giovani invece si ribellano. Hanno trovato il modo per fuggire all’oblio della dittatura morendo. Dandosi la morte lanciandosi nel vuoto dal decimo piano dell’Hotel Madridda, che, come un fatiscente feticcio, incombe sul residence dei vecchi pensatori, costretti ad assistere a quei voli a testa in giù, incontro a marciapiedi sudici sui quali schiantarsi, sottraendosi al regime e consegnandosi alla vita eterna. Un grottesco modo di lottare, di protestare. Quello di offrire le macerie dei loro corpi smembrati al nemico che vuole annientarli. Un monito e la peggiore delle punizioni per chi è costretto ad essere spettatore.

La visione di quei corpi volanti è la cosa più dirompente per Selma, finita a Balanskaja per espiare la colpa di essere stata una giornalista. La sua vita è impenetrabile, oltre che attraversata dalla monotonia, dalla paura, dall’incapacità di ribellarsi. Ed è sola, non può in alcun modo cercare la solidarietà degli altri sventurati condomini.

Eppure basta pochissimo per innescare un ordigno capace di esplodere. Uno sguardo, un gesto gentile. E un ragazzo che si nasconde in casa tua in attesa di fare il suo volo verso il basso.

Selma conosce Tino e Tino si rifugia in Selma. Due mondi impenetrabili, incomprensibili l’uno agli occhi dell’altro. In un attimo le maschere cadono e la vita si affaccia al margine di uno sguardo.

Il romanzo di Grazia Verasani è una parodia illuminata e straziante. Eppure vi ho trovato tanta speranza, quell’impeto insopprimibile che possiede la vita, capace sempre di reinventarsi, di trovare nuovi spunti per sopravvivere. C’è un’immagine forte nel libro, ed è quella di un gatto macilento che tutti i giorni si presenta alla porta di Selma a reclamare due briciole di cibo, rifuggendo ogni carezza ma esprimendo chiaramente quel bisogno primordiale di contatto. Non c’è niente di più eversivo di quel gesto. Quello di accogliere un altro essere umano nel proprio spazio emotivo, offrendogli quel poco che si può. In quel gesto ogni ombra, ogni scia di repressione, svanisce e si dissolve. Fin quando un essere umano potrà toccare un altro essere umano offrendo conforto.

Questo è un romanzo forte, spaventoso, un lampo che squarcia la quiete, laddove la quiete è stasi, rassegnazione, indifferenza. Che ci sveglia e che allontana il sonno, mantenendoci vigili, attenti e ancora umani. Una parodia dell’oggi illuminante, precisa, affilata che Verasani propone con una scrittura evocativa, efficace, che procede senza fretta, senza fronzoli, senza filtri. Un monito a restare chi siamo, a non arrenderci, a non tacere. Il futuro è oggi e l’oggi un ponte per domani.


Il romanzo

Il caseggiato a Balanskaja-Madridda è grigio, e grigia è la vita che si conduce al suo interno. Ci vivono persone che sono state giornalisti, professori, studiosi, irregolari, artisti. Hanno parlato tanto, ormai parlano poco. Davanti alle finestre del caseggiato c’è un albergo, che ha dieci piani e un tempo è stato bello: l’Hotel Madridda. Adesso è chiuso. Nessuno va più in albergo, e quasi più nessuno parla. Nemmeno Selma, la protagonista di questo romanzo, che passa il tempo a scrivere alla sorella Ida e a nutrire un gatto. Parlare non si può. E non si deve. Le parole sono vietate quasi tutte e non si capisce cosa sia un irregolare finché non ti hanno arrestato. L’hotel è transennato perché l’ultima forma di protesta dei ragazzi e delle ragazze che hanno più rabbia che paura consiste nel salire sul tetto dell’albergo e buttarsi di sotto. Così, quando Selma sente un trambusto nelle scale del caseggiato, apre la porta, osserva e torna a chiudersi dentro, senza stupirsi troppo del fatto che in casa sua, dietro la tenda, non ci sia più il gatto, ma un ragazzo: uno di quelli che voleva buttarsi per protesta è sfuggito alla polizia che lo inseguiva e si è nascosto lì.

In questo romanzo veloce e limpido, doloroso e spavaldo, Grazia Verasani racconta che cosa succede in una comunità che è stata abituata a pensare ma che, per paura, si è disabituata a farlo: quando tutto è disperazione e l’unica cosa possibile sembra essere ammazzarsi per tentare di risvegliare le coscienze – e soprattutto per sottrarre carne al regime –, ci sono ancora parole che possono essere dette. Hotel Madridda racconta perché per interpretare il futuro ci vuole il presente e il presente bisogna prenderselo.


L’autrice

Grazia Verasani ha esordito giovanissima con alcuni racconti apparsi su il manifesto. Oltre a Quo vadis, baby?– da cui nel 2005 è stato tratto l’omonimo film di Gabriele Salvatores e nel 2008 una serie tv prodotta da Sky – e agli altri romanzi della serie con protagonista l’investigatrice Giorgia Cantini (l’ultimo, uscito nel 2020, è Come la pioggia sul cellofan), ha pubblicato varie opere tra cui From Medea (Sironi 2004), da cui nel 2012 è stato realizzato il film Maternity Blues di Fabrizio Cattani, Tutto il freddo che ho preso (Feltrinelli 2008), Mare d’inverno (Giunti 2014), Lettera a Dina (Giunti 2016) e La vita com’è (La nave di Teseo 2017). Per Marsilio, nel 2021 è uscito Non ho molto tempo, in cui racconta della propria amicizia con Ezio Bosso. I suoi libri sono tradotti in vari paesi tra cui Francia, Germania, Portogallo, Stati Uniti e Russia.


  • Casa editrice: Marsilio
  • Pagine: 123
  • Prezzo: 15,00

IL SENTIERO DELLE FORMICHELLE di Alessia Castellini


il sentiero delle formichelle - alessia castellini - librinellaria

“Mia cara, non si deve mai esagerare nell’essere grate”. “Perché?” “A volte, troppe grate fanno una gabbia da cui non si può fuggire”. Prese un rametto e lo gettò nel fiume, come a liberarlo.


27 maggio 2024

Le storie che sopravvivono al tempo e la pazienza e il coraggio di chi le riporta alla luce.


C’è voluto del tempo prima che arrivassi a capire che la storia su cui poggia questo romanzo è verità storica. Che il sentiero delle formichelle è davvero un tracciato percorribile, che congiunge Tramonti a Maiori. Che Tramonti non è il paese che non c’è ma un piccolo borgo incastonato tra i monti Lattari, ricco di vegetazione e lontano dal caos della Costiera Amalfitana. Che gli sfusati amalfitani altro non sono che i limoni, l’oro giallo della Costiera. Quelli che le formichelle trasportavano sulla schiena in ceste pesanti, da Tramonti fino al mare. E che Tramonti ha dato i natali al primo pizzaiolo che iniziò la produzione di mozzarella e aprì la prima pizzeria al nord, facendo da apripista a moltissimi compaesani che tentarono la fortuna al nord.

L’autrice, Alessia Castellini, ha fatto un gran lavoro di ricerca per costruire la trama di questo romanzo. Si è recata a Tramonti e ha raccolto le testimonianze degli abitanti, attraverso le quali questa storia ha preso forma. Una storia di sorellanza, di destini, di sangue e di radici, di tradizioni e di desiderio di cambiare. Di ribellione, di ricerca del proprio io, di perdono e di nuovi inizi. Una storia e due epoche, che trovano un punto di incontro nella necessità di perdonare e di ritrovarsi. Un nuovo inizio che prende forma dalle ceneri di un distacco e dalle eco di un rimpianto che non guarisce.

Il romanzo si snoda attraverso due piani temporali. L’oggi in cui si muovono Ninfa e Alelì, due sorelle che cercano di ritrovarsi dopo un periodo di lontananza. E il passato, che si snoda tra il 1934 e i primi anni cinquanta, nel quale Rachele e Nannina, gemelle diverse nell’aspetto e nell’indole, crescono e vanno incontro al loro destino. Rachele, legata alla terra e al suo presente, che è fatto di sacrificio, sopportazione e fatica. Nannina, proiettata nel futuro, capace di vedere con chiarezza la disumanità della condizione femminile dell’epoca, fatta di prevaricazione e violenza.

Il passato è denso del sudore delle donne, schiacciate spesso dentro le mura domestiche da mariti violenti. Il matrimonio è l’unico destino possibile e con esso una vita di stenti, senza speranza. Le donne di quel tempo sono “femmene ‘e viaggio”, che ogni giorno attraversano i fianchi della montagna fino al mare con una sporta pesantissima di limoni sulla schiena. Vecchie, spose, bambine, tutte accumunate dal un destino che non si può evitare. Un destino che Rachele abbraccia con tutta se stessa e che Nannina invece rifugge con forza, da quando ha conosciuto una scrittrice che soggiorna in Costiera, che le insegna a leggere e che le apre gli occhi sulla sua vita.

Il presente è un luogo sterile e inospitale in cui Ninfa cerca di scendere a patti. Il rapporto con i suoi genitori è stato sempre impossibile e l’ha costretta alla fuga. Adesso sono morti, portando via con sé la possibilità di un chiarimento. Alelì era troppo piccola quando Ninfa se n’è andata ed è troppo piccola per realizzare la morte dei suoi genitori. Ha bisogno di tempo e di perdonare Ninfa per la sua assenza.

Il luogo in cui entrambe le storie convergono è proprio Tramonti, con le eco del suo passato. Lì le due sorelle conosceranno la storia di Rachele e di Nannina e attraverso il loro ricordo troveranno il balsamo che cura le loro ferite, in un racconto che diventa subito urgenza, dolore, rassegnazione, passione, amore. Ma anche rottura, sogni infranti, ingratitudine, catastrofe e nuova vita da sfogliare.

Il richiamo del sangue, ci insegna l’autrice, non si può tacitare. E neanche gli anni che passano sanno scolorire i ricordi più importanti, quelli viscerali, che resistono al di fuori di ogni volontà e di ogni ragionamento.

Un romanzo delicato con una carezza ma violento e ingovernabile come il primo, trascinante amore. Che parla di legami e di destini e che ci rammenta che né il primo, né il secondo sono facilmente domabili. Che ogni vita, ogni destino, scrive di suo pugno l’epilogo della storia.

Il sentiero delle formichelle è un romanzo che lascia al lettore il rimbombo potente delle storie familiari e i lividi del destino delle donne della Costiera Amalfitana. Donne indurite dalla vita e alle quali la vita ha dato pochissimo. Solo fatica e sudore e un’esistenza spesso senza amore. Donne che sono le donne di ogni epoca e di ogni luogo, con un carico pesante sulle ossa e il compito di sopportare ogni sfumatura, ogni capriccio del destino.

Donne che spesso non si ribellano e che se lo fanno, richiamano a sé una forza che non conosce tregua né cedimento. Donne legate alla terra, alle radici, al bisogno di resistere per esistere. Donne che crescono, evolvono, diventano consapevoli della loro forza, come un lascito per chi verrà dopo di loro.

Un romanzo di cui sentiremo parlare a lungo, per le sue storie che toccano nel profondo e per la penna soave, evocativa e poetica con cui l’autrice ricama le sue trame, invisibili e indimenticabili.


Il romanzo

LA STORIA VERA DELLE FORMICHELLE DELLA COSTIERA AMALFITANA. DONNE E RAGAZZE CHE PER SECOLI PERCORSERO IL SENTIERO DEI LIMONI PORTANDO PESANTISSIME CESTE SULLA SCHIENA.

Costiera Amalfitana, anni Quaranta. Rachele e Nannina attraversano la montagna ogni giorno come laboriose formichelle, trasportando pesanti sporte di limoni fino alla costa di Maiori, là dove il mare si estende a perdifiato. È il destino di tutte le donne di Tramonti. Rachele crede che il mondo abbia delle regole dure e invariabili ed è fiera delle tradizioni del suo paese, mentre Nannina sogna fin da bambina terre lontane dal ripido sentiero che dovranno percorrere per una vita, fino a spezzarsi la schiena e le ginocchia. Diverse sotto ogni aspetto, non possono però pensare di dividersi. Da quando sono venute al mondo, a distanza di una manciata di minuti, non hanno passato un giorno lontane l’una dall’altra. È sulle loro tracce che ottant’anni dopo arrivano in paese due sorelle, Ninfa e Alelì, convinte che questa storia sia solo il frutto della fantasia della loro nonna scrittrice, scomparsa da poco. Scopriranno invece che Rachele e Nannina sono esistite per davvero, e che il sentiero delle formichelle custodisce un segreto che la loro famiglia ha dimenticato per decenni. Ci sono vuoti che ti inghiottono e vuoti che ti abbracciano. Nei primi si precipita, nei secondi si volteggia. Alessia Castellini, con una grazia di scrittura unica, si immerge in un mondo antico e suggestivo, popolato di donne instancabili, e racconta una profonda e commovente storia di sorellanza che insegna come i legami, di sangue e di terra, siano indissolubili anche quando paiono fiori recisi, senza più forza e radici.


L’autrice

Alessia Castellini è nata a Palermo e ha trentun anni. Ha un dottorato di ricerca in fisica teorica ed è coautrice di articoli scientifici pubblicati su riviste internazionali. Viaggia e scatta fotografie con la sua reflex, sempre alla ricerca di storie da raccontare.


  • Casa Editrice: Piemme
  • Pagine: 352
  • Prezzo: 18,90

TRISTE TIGRE di Neige Sinno


Tigre! Tigre! che ardi e splendi

nelle selve della notte,

che immortale ti forgiò

la tremenda simmetria? (…)

Gli astri già scagliaran lance,

inondando il ciel di pianto;

ai suoi atti lui sorrise?

Lui che fece Agnello e te?


20 maggio 2024

Scomparire dentro la propria storia, destinata ad esistere nell’ombra.

Il titolo è assai criptico, ma la reputazione e il clamore di questo romanzo, vincitore del Premio Strega Europeo, precede ogni circostanza, ogni curiosità.

Il rimbombo di questo romanzo è incessante e inesorabile. Parlare di abusi su minori, specie dentro alle maglie di un memoir, è qualcosa di terribilmente morboso, dal quale probabilmente si vuole prendere le distanza, per evitare di essere contaminati da tanto orrore. Ma è anche qualcosa che vogliamo sapere. Sapere se si può sopravvivere a tanta violenza, se dopo sarà possibile innamorarsi e avere una vita, come guarire le ferite, come e se raccontarlo, come e se denunciare, come e se ricostruire il proprio vissuto.

La tigre del titolo è quella di William Blake, che nella sua opera esalta il complesso intreccio, nella creazione, di oscurità e luce. La tigre, creatura bellissima e distruttrice, usa la potenza come specchio della sua innegabile fascinazione, tanto da rendere quasi improbabile che il suo creatore, colui che ha saputo forgiare tanta bellezza e ferocia nello stesso corpo, possa aver creato anche l’agnello, simbolo di innocenza e arrendevolezza.

Ma è anche la tigre di Margaux Fragoso, che nel 2011 pubblica il libro “Tigre, tigre” e parafrasa i versi di Blake per raccontare la sua esperienza di abusi con un vicino di casa apparentemente gentile che possedeva diversi animali esotici e che finisce per condividere con la sua piccola vittima una prigione di sofferenza dalla quale è impossibile fuggire.

L’accenno al dualismo che persiste in natura è cruciale per rappresentare la coesistenza di bene e male. In un mondo fatto di straziante bellezza esiste l’orrore, il male. In una persona apparentemente innocua sopravvive e prolifica la volontà di sopraffare e distruggere, un insensato bisogno di dominio, di sopraffazione.

Le conseguenze dello stupro vanno ben al di là dell’ambito circoscritto della sessualità, minano tutto, dalla capacità di respirare fino a quella di rivolgersi alle persone, ma anche di mangiare, lavarsi, guardare immagini, disegnare, parlare o tacere, di percepire la propria esistenza come una realtà, di ricordare, di imparare, pensare, abitare il proprio corpo e la propria vita, sentirsi capaci di, semplicemente, essere.

Neige Sinno insiste molto su questo aspetto, sul bisogno di manipolare, di imperare sul destino di un’altra persona. Il fatto che la vittima sia un bambino rende le cose più facili per l’aggressore: un bambino non sa sottrarsi alle malsane attenzioni, perché non sa circoscrivere ciò che vive, non sa classificarlo, né nominarlo. Il bambino chiude se stesso in una gabbia. Si isola, annientato dall’umiliazione di subire atti che vengono percepiti come sbagliati. E il carnefice vive l’apoteosi della sua potenza. Spesso senza pensare di nuocere. Al contrario, ritiene di essere il dispensatore di esperienze che saranno il valore aggiunto del bambino, una vota cresciuto.

Detto questo si deve decidere se leggere questo memoir. Così come la stessa autrice ha dovuto decidere se raccontare o meno gli anni di abusi subiti per mano del suo patrigno.

Il dilemma non è banale. Da qualunque angolazione si guardi. Neige Sinno ha evidentemente sciolto le sue riserve. Ha deciso di consegnarci la sua esperienza. Non senza le perplessità che girano intorno alla spettacolarizzazione di un fatto privato.

Un autore scrive di se stesso poiché incapace di costruire altro di altrettanto interessante? Se è vero, l’autore scompare dentro alla storia, che è così agghiacciante da rendere iniquo tutto il resto. Una storia così cruda e orribile può esistere anche senza quelle qualità che fanno di uno scritto qualsiasi letteratura? Ciò distrugge l’ideale romantico che vede la scrittura come balsamo per ogni guarigione. Come se scrivere fosse più importante di vivere. Come tenere costantemente distinte letteratura e vita vera.

Questi interrogativi percorrono per intero tutto il memoir. Raccontare di sé appare a Sinno come un modo per sminuire le proprie qualità di scrittore. Un pretesto per arrivare al pubblico puntando sul morboso.

Non c’è nemmeno l’appiglio del presunto potere salvifico della scrittura per chi è stato abusato. La scrittura non salva Neige Sinno, perché semplicemente non può farlo. La scrittura assolve esclusivamente al ruolo di monito. Non è perdono, non è condivisione. E’ solamente bisogno di trovare un motivo, rinunciando alla velleità di smontare la figura del carnefice, che qui tace, senza fornire al pubblico la sua visione, le sue scuse, millantando un perdono. Neige, la figlia naif cresciuta in campagna all’ombra dei sogni fragilissimi dei suoi genitori hippies, con il suo sguardo sfrontato, la sua estrema acutezza e la sua voragine nel petto, non si salva. Ma vive, ama, lavora e scrive. Laconicamente, senza ricercare niente in quel suo scrivere se non la voce di sé bambina. Non è salva, perché il buio sa inseguirla ovunque. Anche quando lui non c’è più e non può più danneggiarla.

Questo non è un romanzo per tutti e deluderà chi cerca nelle pagine la descrizione degli abusi, la ricostruzione della memoria, la galleria degli orrori che rimanda l’immagine di una bambina abusata per anni fin dalla tenera età. Eppure è tanto più orribile ascoltare Neige che parla senza dire, attenendosi alla disamina delle circostanze, allo studio dell’ambiente familiare in cui è cresciuta, riconfigurando la sua memoria per accogliere quella bimba che tace, che desidera sparire. Che rischia di confondere l’attenzione con l’amore, quell’amore che lei nega con forza al patrigno. Quell’amore che diventa la scusa per l’abuso, ripetuto e per questo normalizzato e normalizzante, l’unica modalità di avvicinare la bimba a sé. Un abuso che l’aggressore ridisegna per innalzarlo ad amore, vicinanza, desiderio di condivisione.

Quella miserevole commistione tra attenzione e abuso che Neige Sinno rifiuterà, da adulta, di accantonare in un angolo della sua memoria e che la porterà a denunciare.

Quella confusione tra amore e abuso che già mosse la penna di Nabukov in Lolita, romanzo che l’autrice utilizza per entrare nella testa del predatore. Qui l’accusato si pone nei panni della vittima. Sedotto. Soggetto passivo di una passione alla quale non sa sottrarsi. Soggetto perverso che trasforma la realtà per adattarla alle sue fantasie perverse. Una storia d’amore, anziché di pedofilia.

La storia che leggerete in Triste tigre non è la storia di una bimba abusata. E’ di più ed è anche altro. E’ la ricerca e lo studio di quel luogo oscuro in cui si muovono le vittime di ogni sopruso. Un luogo che è l’imbuto e la calamita di sofferenze e distorsioni.

E’ un modo per rifiutare il ruolo di vittima. Per allontanare da sé l’abuso come leva per ricercare un cono di luce che dia alla vittima ogni attenuante. E’ chiamare l’omertà con il proprio nome e il coraggio di destrutturare le figure familiari che non hanno saputo vedere e proteggere.

Un viaggio che mette ordine nel disordine e memoria nell’oblio. Che dà alle parole il giusto significato, che nutre ogni mancanza e che rimette ogni tassello al proprio posto.


Il romanzo

Doveva avere sette anni, forse nove, non lo ricorda con esattezza Neige quando il suo patrigno ha cominciato ad abusare di lei. A parte il momento esatto in cui tutto ha avuto inizio (il trauma ha alterato per sempre la cronologia dei fatti), i ricordi sono perfettamente incisi nella mente e nel corpo della donna che Neige è diventata. La decisione a diciannove anni di rompere il silenzio, la denuncia, il processo pubblico, il carcere per lo stupratore, la vita nuova molto lontano dalla Francia. E quella donna si è interrogata a lungo se scrivere il libro che stringete tra le mani, perché trovava solo motivi per non farlo. Fino al giorno in cui il passato l’ha raggiunta e l’impossibilità di scrivere è diventata impossibilità di non scrivere. Questa che leggerete non è «soltanto» la storia di una bambina che è stata violentata per anni da un adulto; è la ricerca pervicace degli strumenti per dire di quell’altro luogo, il paese delle tenebre dove vivono tutti quelli come Neige; è il rifiuto netto della retorica delle vittime (nessuna resilienza, nessun oblio, nessun perdono); è la necessità di trovare semplici parole precise che dichiarino l’irreparabilità del danno; è l’urgenza di rendere testimonianza, sì, ma collettiva. Perché l’abuso si consuma in una dimensione separata di omertà e solitudine, una dimensione che è fisicamente la stessa in cui si svolge il resto della vita, ma che si sovrappone come un doppio di intollerabile nitore. Triste tigre è il viaggio in questa dimensione, è il dialogo necessario con i grandi della letteratura che questa dimensione l’hanno interrogata, e che hanno fornito all’autrice gli strumenti per tutto questo. Un libro, che usa la scrittura come un martello, attraversato da una domanda: colui che ha creato l’agnello ha creato anche la tigre?

Io ho voluto crederci, ho voluto sognare che il regno della letteratura mi avrebbe accolta come una delle tante orfane che vi trovano rifugio, ma neppure attraverso l’arte si può uscire vincitori dall’abiezione. La letteratura non mi ha salvata. Io non sono salva.


L’autrice

NEIGE SINNO è nata nel 1977 nella regione delle Hautes Alpes. Dopo un periodo negli Stati Uniti, si è trasferita in Messico, dove vive col compagno e la figlia. Ha studiato anglistica, traduce e ha scritto anche un altro romanzo e una raccolta di racconti. Alla sua uscita in Francia, Triste tigre è diventato immediatamente il caso editoriale dell’anno e il libro più premiato (Prix littéraire Le Monde; Prix Blù Jean-Marc Roberts; Prix Les Inrockuptibles; Prix Femina; Prix Goncourt des lycéens; Choix Goncourt de la Suisse; Choix Goncourt de la Belgique; Choix Goncourt de l’Orient; Choix Goncourt de la Slovaquie, Choix Goncourt de l’Inde, Choix Goncourt de l’Autriche, Choix Gouncourt de la Grande Bretagne, Choix Goncourt des Pays-Bas). 


  • Casa Editrice: Neri Pozza
  • Traduzione: Luciana Cisbani
  • Pagine: 240
  • Prezzo E 18,00

PULITA di Alia Trabucco Zeran


Pulita - librinellaria

Oltre la porta a vetri, oltre la cucina, il sole faceva capolino dietro gli oggetti, delineandone i contorni. Chiusi gli occhi. Avevo un fischio acuto e intermittente nelle orecchie. Le tempie mi pulsavano. Mi stava venendo il mal di testa. Per un attimo, dubitai. Proprio come avevo dubitato il primo giorno, quando ero arrivata in quella casa, di nuovo lo stesso dubbio. Non sapevo se quella nottata c’era stata davvero; se era tutto reale. Mi sedetti sul bordo del letto e guardai fisso la luce che filtrava attraverso il vetro smerigliato. Allora mi venne un’idea stranissima, ma più reale che aver lavato e asciugato ogni singola forchetta della casa, anche più reale del contatto con la stoffa della divisa sotto i polpastrelli. Pensai che io, cioè, quella donna seduta sul letto, vivevo solo provvisoriamente. Questo fu ciò che pensai. Come in un film che prima o poi sarebbe finito, e dopo avrei avuto davanti, immensa e luminosa, la vera realtà.


6 maggio 2024

Estela e l’eterna dicotomia tra realtà e immaginario, tra oro e fango.


Una confessione. Il racconto in prima persona di una morte senza senso. Sullo sfondo della dilaniante scriminatura che divide la società tra chi dispone di denari e opportunità e chi invece subisce la povertà profonda, quella che mercifica l’uomo.

Un tema attualissimo, condotto dall’autrice con enorme sensibilità e grande senso della realtà. Da leggere e assorbire con attenzione, specie se chi legge appartiene allo schieramento dei fortunati abitanti della parte giusta del mondo.

La scrittura di Alia Trabucco Zeran è fresca, efficace, rotonda. Un piacere leggerla. Una lettura che porta il lettore là dove vuole l’autrice, dentro la casa di un medico e di un’avvocata cileni e soprattutto, dentro la mente e il vissuto di Estela, la loro domestica a tempo pieno.

Estela appartiene a quella frangia di persone che lascia la propria casa in cerca di fortuna, La sua casa è al sud, in campagna. Una vita dura, comandata dai capricci del tempo e dall’indigenza, che costringe le persone ad accettare lavori duri, mal pagati, in condizioni quasi disumane. La sua casa è piccola, fredda. Qualsiasi soffio di vento sembra volersela portare via. Estela è sempre sola; la madre lavora tutto il giorno e torna a casa distrutta. Eppure quella è un’esistenza che la madre non sa condannare. Tanto da cercare di dissuadere la figlia quando questa manifesta l’idea di andare in città a servizio. Lei sa che una volta indossata quella divisa non si torna più indietro. Come se ogni cosa trattenesse la domestica dentro quelle mura che la imprigionano, uno su tutto l’affezione che gioco forza la domestica sviluppa verso la famiglia che serve.

Estella non ha nessuna esperienza come domestica e si getta a capofitto nel suo lavoro. Dopo la nascita di Julia, Estella diventa la sua tata. Julia è una bimba inquieta, bizzosa, bisognosa di attenzione. I suoi genitori sembrano ossessionati solo dai risultati che Julia dovrà raggiungere, riempiendo la piccola vita della figlia di impegni e esasperandola con il peso di mille aspettative.

Il tempo corre veloce. Estela a volte vive dentro ad una bolla irreale. La sua è una condizione quasi patologica, indotta dalle situazioni che vive ogni giorno. La sua figura compenetra la vita intima dei coniugi della quale conosce ogni piega e ogni segreto. Il loro correre quotidiano, il lavoro che assorbe entrambi più del necessario, l’intransigenza verso la figlia, l’incapacità di comprendere la sua essenza e il suo bisogno di appartenere all’infanzia. Estela è come spezzata in due: da un lato ha tutto il necessario. Dall’altro le manca tutto ciò che conta. Ha nostalgia della madre e sente su di sé la pressione del suo ruolo, che prevede solo perfezi0ne e nessun errore. La nostalgia è un pungolo, eppure quando ha l’occasione di tornare a casa, anche solo per una visita, rinuncia sistematicamente. Perchè teme di non tornare indietro e farlo significherebbe dare ragione a sua madre.

Dalle pagine di prosa finissima e abbacinante Estella esce allo scoperto come una creatura di profonda saggezza e di acutissima sensibilità. E’ capace di cogliere ogni sfumatura del ruolo che deve interpretare tra le mura domestiche. E’ critica verso il modo di vivere dei suoi padroni del quale sa cogliere ogni stortura. Intuisce il verme che da dentro divora la piccola vita di Julia, alla ricerca spasmodica di attenzione e affetto. E assiste inerme al naufragio di quella famiglia, perduta dentro logiche inconsistenti, cieca e completamente disorientata dalle istanze della società e dalla necessità di sviluppare un background sano per la figlia. Un mondo dorato che esiste anche grazie ai gesti ripetuti di chi rimane ai margini, pronto a pulire ogni macchia e a sopportare l’umiliazione di sentirsi disprezzati eppure al tempo stesso indispensabili.

Estela si sente inerme, sopraffatta e disarmata da sdoppiarsi tra la donna che spicca il volo e si allontana da uno scenario perverso e quella che rimane tra quelle mura, intrappolata nelle sue mansioni giornaliere, nelle iniquità dei suoi metodi e nei segreti che le consentono di rimanere a galla. Ma nonostante ciò Estela è un personaggio incredibilmente profondo, una donna che lotta con una realtà che non condivide al solo scopo di mantenersi salda di corpo e di mente.

La morte aleggia costantemente nel racconto di Estela. Perché già dalle prime pagine sappiano che Julia morirà e che Estela in qualche modo è coinvolta. Con questo incipit ad alta intensità drammatica, il racconto di Estela si snoda tra i brevi capitoli. Un racconto che è al tempo stesso il preciso resoconto delle sua giornate di lavoro e il vibrante abbaglio delle dinamiche familiari di cui è testimone che inducono in lei un sentimento di straniamento e di sorda ribellione.

Un romanzo bellissimo, denso di una scrittura indimenticabile, specchio perfetto di questo mondo crudelmente dicotomico del cui rimbombo non siamo mai pienamente consapevoli.

Una tensione narrativa palpabile e una voce nuova, brillante e grave, interprete senza sbavatura alcuna di una società in corsa verso il baratro.


Il romanzo

Estela ha passato sette anni in quella casa, con quella famiglia. Sette anni come domestica a tempo pieno: lavare, pulire, preparare da mangiare, occuparsi della bambina, la piccola Julia. Ora Julia è morta e tocca a lei – la domestica, la tata – dare la propria versione della storia. Raccontare per esempio di come ha lasciato la vita in provincia per tentare la fortuna a Santiago, di come ha lasciato sua madre; raccontare della stanza sul retro dove ha dormito per tutto questo tempo, quella senza finestre; raccontare della bambina, delle unghie rosicchiate, delle pellicine sanguinanti; raccontare il disgusto e insieme l’affetto per i suoi datori di lavoro, le umiliazioni costanti; raccontare dei panni puliti, dei denti puliti, della faccia pulita; raccontare di Carlos, della cagnolina randagia, del veleno, della pistola.

Alia Trabucco Zerán ha scritto un romanzo sui conflitti di classe, il denaro, la famiglia, la rabbia. Una storia in cui la tensione cresce a ogni pagina per portarci a un finale inevitabile e potentissimo, che mostra come una semplice vita di routine, per chi non ha voce, può trasformarsi in un incubo. Forse, come dice Estela: «Ci sono molti modi di parlare. La voce è solo il più semplice».


L’autrice

Alia Trabucco Zerán (1983) è una scrittrice e saggista cilena. Dopo un master in scrittura creativa alla NYU, si è dottorata in letteratura latinoamericana presso lo University College di Londra. Il suo primo romanzo, La sottrazione (SUR, 2020), selezionato come miglior esordio dal Consejo Nacional de Chile e da Babelia – El País, è stato finalista al Booker International Prize. Nel 2022 ha ricevuto il Premio Anna Seghers per la sua carriera letteraria, e il Premio della British Academy per il suo libro di non fiction Las homicidasPulita è il suo ultimo romanzo ed è in corso di traduzione in quindici paesi.

ANNA O di Matthew Blake


Anna O librinellaria

Ricordo come sono iniziati gli episodi in passato. Lentamente, con cautela, poi l’esplosione. Il mio corpo ha bisogno di sonno. La mia mente lo teme. Il sonno è l’ora delle streghe. l regno dell’Es, dell’animale, dell’inconscio. La mia mente mi spaventa. Morire di sonno. Lo desidero.


24 aprile 2024

Dentro alla foresta, gli spettri del sonno muovono la tua mano.


Nel mondo greco Hypnos è il Dio del sonno e Thanatos, suo fratello gemello, è il Dio della morte. Entrambi risiedono negli inferi, affamati di sole.

Il sonno e la morte sono sempre andati per mano, dalla notte dei tempi fino ai giorni nostri. Il sonno, la perdita di coscienza, il territorio inesplorato dei sogni e degli incubi, la sede dell’inconscio freudiano, il deserto in cui l’uomo si perde e perde coscienza di sé. Affascinante, sconosciuto, spaventoso, il sonno ha in sé quell’appeal che sconcerta. Il sonno fa abbassare ogni nostra difesa e ci consegna, inermi, alle sensazioni e ai ricordi. Alle eco del passato e alle aspettative sul futuro mentre il presente si fa da parte per lasciare campo libero all’immaginario.

Matthew Blake trova la chiave di volta per il suo primo romanzo nel territorio sconfinato legato al sonno e riesce a confezionare un prodotto ad alta intensità di lettura, accattivante, originale, capace di catturare l’attenzione fino al parossismo.

Il core del romanzo è un interrogativo non semplice da sviscerare: chi compie un crimine durante il sonno è perseguibile dalla legge? Come si pongono l’un l’altro i temi del sonnambulismo e della responsabilità penale?

Benedict Prince è uno psicologo forense esperto dei crimini legati al sonno e si è occupato, quattro anni prima, di un caso complesso e agghiacciante: Anna Ogilvy, allora 25enne, uccise a sangue freddo i due suoi migliori amici mentre dormiva. Dopo l’accaduto, la stessa Anna cadde in un sonno letargico dal quale, oggi, non si è ancora svegliata. Per Ben il sonno di Anna è da ascriversi alla sindrome della rassegnazione, un torpore nel quale il corpo e la mente si rifugiano per fuggire da fatti inaffrontabili e da una situazione inappellabile. Un disturbo funzionale che non può essere spiegato con la medicina tradizionale. Un trauma enorme che si trascina su se stesso senza soluzione se non il sonno eterno.

Da qui parte la trama di questo romanzo concentrico che dal suo nucleo si propaga abbracciando chiunque sia coinvolto. La famiglia di Anna, in primis, composta da un padre fedifrago e da una madre assente, con una carriera politica avviata, motore di ogni sua scelta, anche di quelle più discutibili. Una carriera che sovrasta ogni altra cosa, senza limiti né eccezioni, compreso il bene dei figli.

Il sonnambulismo, che fin dalla tenera età schiaccia Anna in uno spazio angusto, in cui la paura trabocca senza sosta. Cosa potrebbe essere capace di fare Anna quando vaga perduta dentro al suo sonno cattivo? E Anna, è davvero una giovane donna realizzata o cova una irrazionale voglia di riscatto?

Ben stesso, che ha visto il suo matrimonio rompersi proprio a causa dei fatti che coinvolsero Anna quattro anni fa. E che non riesce a staccarsi da quei fatti tanto da accettare di provare a risvegliare Anna, per consentire allo Stato di processarla per omicidio. Assumendosi il rischio di toccare nervi scoperti e agitare acque già troppo torbide.

Il romanzo coinvolge i personaggi a più riprese, dando alternativamente loro lo scettro della narrazione. Ognuno paleserà la propria versione dei fatti in una lotta contro il tempo e contro la morte. Personaggi misteriosi, fatti di cronaca agghiaccianti, moderne Medea che cadono vittime di esperimenti aberranti, diari segreti, dubbi amletici e una foresta carica di mistero, simbolo delle paure dell’infanzia, quelle mai superate ed elaborate.

Chi ha ucciso Indira e Douglas? Chi è veramente Anna O? La bella addormentata che usa il sonno eterno per fuggire alle sua responsabilità penali? O la vittima di un sistema aberrante che vuole punirla per un crimine che potrebbe aver commesso senza rendersene conto? E l’insospettabile e illuminato Ben, professionista che lavora sul labile confine tra medicina e magia, che ruolo ha avuto in questa storia?

I dubbi sono castelli dalle torri sempre più alte e traballanti. I misteri che ci trascinano sui fondali dell’incoscienza sono sempre più spessi e insopportabili. La lettura diventa ossessione. Le pagine macigni sulle nostre teste. E il sonno cessa di essere riparo e ristoro per diventare un luogo pieno di mostri in cui ognuno recita un ruolo diverso, sconosciuto e spaventoso, mentre aleggia un solo interrogativo: “di cosa potresti essere capace mentre stai dormendo”?

Anna O è un thriller travolgente che instillerà in te un lieve rivolo di terrore. Che risveglierà le tue paure più recondite e che ti schiaccerà con i suoi dubbi e le sue domande.

Un esperimento davvero riuscito per questo autore esordiente, che ha saputo utilizzare le sue morbosità verso il mistero insondabile del sonno per confezionare un romanzo originale, agghiacciante e sicuramente indimenticabile. Mai visto prima d’ora che un mezzo migliaio di pagine chiuse in un mattoncino di quasi un chilogrammo voli come piuma al vento dispensando brividi e insonnia. Soprattutto quest’ultima, naturalmente.


Il romanzo

Anna Ogilvy è una scrittrice venticinquenne di talento, ha fondato da poco un suo giornale, proviene da una famiglia importante e ha un brillante futuro davanti a sé. Una notte, però, durante il sonno, pugnala a morte i suoi due migliori amici e, da quel momento, non si risveglia più. È stata colpita da quella che i neurologi chiamano “sindrome della rassegnazione”, un rarissimo disturbo psicosomatico che la induce in uno stato di sonno perenne. Sono passati quattro anni da quella terribile notte quando il dottor Benedict Prince, uno psicologo forense esperto nel campo dei crimini legati al sonno, viene incaricato di indagare sul caso di Anna O, la “Bella Addormentata”, come i tabloid l’hanno ribattezzata. I suoi studi e i suoi metodi sembrano essere l’ultima speranza di risolvere il caso, svegliando l’assassina per far sì che possa essere finalmente processata. Ma la situazione in cui si trova Benedict è molto più complicata: altre persone sono coinvolte nella vicenda e non sono affatto felici del compito che è stato assegnato al dottore. Lui, a sua volta, è un uomo dal passato turbolento e costellato di misteri. Mentre lavora con Anna cercando di svegliarla, Benedict dovrà anche capire cosa è realmente accaduto e se è giusto ritenerla responsabile dei suoi crimini. Non sa, però, del pericolo che incombe su di lui e sulla sua paziente, e nemmeno immagina la portata dei segreti che si celano dietro al caso Anna O.

Con un esordio sorprendente, che è diventato un caso editoriale globale in corso di traduzione in oltre trenta paesi, Matthew Blake firma un thriller psicologico avvincente e inquietante, in cui il confine tra preda e predatore, tra vittima e carnefice, tra innocente e colpevole è sempre effimero e volubile.


L’autore

Matthew Blake ha studiato Lettere alla Durham University e al Merton College di Oxford. Ricercatore e speechwriter a Westminster, dopo aver scoperto che in media una persona passa dormendo trentatré anni della propria vita, inizia una ricerca approfondita sui crimini legati al sonno e sulla misteriosa malattia conosciuta come “sindrome della rassegnazione”, che lo porta a indagare su delitti compiuti in casi di sonnambulismo. Anna O nasce da questo interesse ed è il suo romanzo d’esordio.


  • Casa Editrice: La Nave di Teseo
  • Pagine: 506
  • Prezzo: E 22,00

QUASI NIENTE di Valentino Ronchi



“Tutto accade per la prima e l’ultima volta, Rebalin. La primultima volta, se vogliamo darle un nome” disse il professore. “Questa, ad esempio, è la prima e pure l’ultima volta che ci incontriamo qui, in questo caffè sconosciuto. Non ci sarà mai un’altra volta uguale a questa, a questa mattina. E non perché questo è un posto inconsueto, anche se il fatto che sia inconsueto amplifica la sensazione. E’ l’irreversibilità del tempo. Ogni cosa accade una e una sola volta. Una strana forma di unicità”.


La Vita, che gran tentativo!

10/04/2024

Valentino Ronchi torna al romanzo a due anni di distanza dal suo Rivieria ( RIVIERA di Valentino Ronchi ) con un’opera che tratteggia uno sprazzo di vita di Vladimir Jankélévitch (1903 – 1985), filosofo, musicologo e pianista. Il titolo riprende una sua frase. Il resto è invenzione, che tuttavia ha il pregio e la pretesa di seguire il leit motiv della vita di Jankélévitch, che egli stesso considerava un tentativo di comprenderne gli acuti, le combinazioni e le premesse per la pienezza e la felicità, sfuggente agli occhi di chi indugia ad osservarla troppo da vicino.

Il romanzo è una storia semplice, che Ronchi costruisce con delicatezza e rispetto storico. Una storia che è più un’incursione negli animi dei tre protagonisti: Jankélévitch nella sua veste di professore di filosofia di un liceo di Lione, e due giovani. Philippe Rebalin, studente di buona famiglia, dalla mente vivace e dall’impeto vitale proprio dell’adolescenza e Alina Babic, figlia di immigrati slavi, fiore delicato fuggito in extremis da una promessa di matrimonio sconveniente.

Nel 1933, mentre in Germania suonano venti di cambiamento e i rimbombi di un clima di intolleranza sempre più evidente, i tre conducono una vita separata. Jankélévitch è stato trasferito a Lione per lavoro. Lo conosciamo mentre riprogramma la sua vita lontano dalla sua città, aggrappandosi a nuove abitudini e rifugiandosi nella musica, unico vero sfogo per il filosofo, che nella musica trova la consolazione della ripetizione e l’espressione dell’irreversibilità del tempo. Philippe, di famiglia borghese, è nella classe terza del liceo e deve ancora trovare il suo posto in un mondo a lui ancora sconosciuto. Non sa se iscriversi alla classe di formazione pre-universitaria. Non conosce l’amore; vive come in superficie per non affondare il viso in cose più grandi di lui. Alina è di estrazione modesta. Bella e delicata, dall’aria nordica e dall’aspetto gracile, lavora in casa di una ricca vedova, che è per lei una figura quasi materna. Alina si sente ancora straniera sebbene viva a Lione fin da quando era una bimba. E’ inconsapevole della sua bellezza che pure splende senza sforzo dalla sua figura smilza e fugace.

Due incontri casuali. Quello del professore e del suo studente, durante le loro solitarie passeggiate mattutine. E quello dei due ragazzi, che si incontrano per caso su un tram e da lì iniziano a frequentarsi timidamente fino a che sboccia l’amore.

Quasi niente è la storia di queste convergenze. Come passaggi obbligati, come segnali di quella Vita che assecondiamo talvolta con passività, talvolta con l’appassionata volontà di prenderla tra le braccia. Se è vero che la similitudine ci attira l’uno verso l’altro senza alcun motivo se non quell’attrazione ineffabile e misteriosa, è anche vero che l’attitudine a volerci conoscere sfondando la superficie delle cose è quanto di più eversivo e rivoluzionario possa esistere.

E così il professore e lo studente si compenetrano pian piano. Il primo fornendo all’altro il desiderio di crescere e di studiare per se stessi. E il giovane Philippe contaminando il suo professore con quella magnetica sfrontatezza che è, in fondo, l’essenza della giovinezza, dei suoi impeti genuini e spontanei. Fornendogli spunti di una riflessione filosofica che avrebbe poi ripreso per se stesso.

E così Philippe e Alina cedono alle lusinghe dell’amore spirituale e terreno e alla volontà di stare insieme, unica loro dote, un tutto che cancella l’assenza di ogni altra forma di ricchezza.

Il resto è intima indagine sulle dinamiche inattese e sorprendenti degli inizi, quando le vite si intrecciano e si dichiarano pronte a trasmettere e a trattenere le esperienze dell’altro. Un esperimento sociale, forse, ma ancor di più l’istinto voyeurista di chi vuole rappresentare l’attimo in cui tutto inizia. I primi fiati di un amore. E le incursioni di un libero pensatore che voglia catalogare la verità, la felicità, la vita stessa, squarci di luce che svaniscono non appena lo sguardo vi si posi troppo a lungo. Quasi a voler dire che la vita va vissuta con un pizzico di incoscienza e di rischio, quel brivido sulla pelle che è l’essenza di un’esistenza autentica e piena.

Quasi niente è cronaca di un incontro. E’ un inno alla vita, all’imprevedibilità e alla casualità . Un romanzo che ci riporta a quell’età dell’oro in cui l’uomo era ancora capace di ascoltare se stesso e l’altro. Un passato di cui l’autore sa riportare echi e atmosfere, con la soavità di una prosa incantevole e sobria.


Il romanzo

Nel gennaio del 1933 il filosofo francese Vladimir Jankélévitch, ancora giovane professore, riceve l’incarico dal Lycée du Parc a Lione, e a Lione si trasferisce da Parigi. In questa città sferzata dal vento conosce Philippe Rebalin, un ragazzo che si affaccia alla vita adulta con sfrontatezza e passione, e Alina Babić, figlia di immigrati, scampata a un matrimonio sbagliato, che il sorriso meraviglioso dei suoi diciotto anni lo riserva a poche, pochissime persone.

Realtà e fascinazione, invenzione e gioco letterario: in questo romanzo breve i tratti netti di un amore e di una filosofia, fotografati nel momento magico e irripetibile dell’inizio.


L’autore

Valentino Ronchi (Milano 1976) ha pubblicato il romanzo Riviera (Fazi 2021) e i libri di poesia Buongiorno ragazzi (Fazi 2019), Primo e parziale resoconto di una storia d’amore, (nottetempo 2017) e L’epoca d’oro del cineromanzo (nottetempo 2016). Ha ricevuto il Premio Montale nel 2004, il Carducci nel 2013, il Fogazzaro e il Mauro Maconi nel 2016, il Luciana Notari nel 2020, l’Oreste Pellegatti nel 2023. Editor per diverse case editrici, cura la collana di poesia Quai de Boompjes per l’editore peQuod, scrive per Gradiva International Journal of Italian Poetry. Sue poesie sono incluse in Leggendo (Mondadori pearson), Cipressetti miei (Crocetti, a cura di Vivian Lamarque), Poeti underground (Il saggiatore) e nel Journal of italian translation. Con lo pseudonimo Massimiliano Varnai scrive di bibliofilia.


  • Casa Editrice: fve editori
  • Pagine: 144
  • Prezzo: E 17,00

UN ANIMALE SELVAGGIO di Joel Dicker


Ma gli animali selvaggi non sono come gli uomini. Li puoi ammansire, truccare, travestire. Puoi dare loro amore e speranza. Ma non puoi cambiare la loro natura.


8 aprile 2024

La giostra delle apparenze. Quando il passato bussa alla porta e confonde le tue carte.

Inutile dire il contrario: quando Dicker torna in libreria la febbre sale. Tutti vogliono leggerlo.

Quale sia il segreto di un successo editoriale così conclamato e trasversale è facile da dire ma anche complesso, per certi versi, perché ci costringe ad addentrarci in meccanismi inafferrabili che hanno a che fare con il nostro subconscio. Il desiderio di leggere ciò che tutti leggono, la necessità di conoscere questo autore di cui tutti parlano, il lasciarsi toccare nel profondo dai temi che l’autore tratta nei suoi best seller: l’identità, il desiderio, la necessità tipica dell’animale umano di essere riconosciuto, considerato, visto, la brama di successo, il rimpianto, la nostalgia. L’intero spettro dei sentimenti che guidano i nostri istinti, che, come il titolo di questo ultimo romanzo ci rammenta, sono spesso ingovernabili.

Chi ha letto Dicker almeno una volta difficilmente lascia che questa esperienza resti un caso isolato. Di solito far il bis. E di solito non si ferma. I suoi romanzi hanno la capacità di attirare il lettore e creare un collante indissolubile tra l’occhio che legge e la pagina oggetto di lettura. Come cerchi concentrici, le pagine dei romanzi di Dicker creano un vortice che risucchia il lettore e lo trascina dentro la trama, in quel mondo parallelo in cui è così facile perdersi. Dicker è il maestro dei solti temporali, che utilizza con enorme efficacia (e in Un animale selvaggio in modo particolare, come vedremo più avanti). Le sue trame usano spesso il flashback per rimandare il lettore ad un momento del passato che motiva e crea le basi per le azioni del presente. La curiosità che sa creare nel lettore, il coinvolgimento a 360 gradi, le continue sollecitazioni che gli indirizza sono gli ingredienti che fanno la differenza tra un romanzo piacevole e un romanzo indimenticabile, che lascia una patina di malinconia quando giungi all’ultima pagina.

Non basta avere gli ingredienti giusti per costruire un piatto perfetto. L’ingrediente segreto di Joel Dicker è la narrazione. Toccando ogni volta i tasti giusti, quelli che fanno vibrare gli animi dei lettori. Dicker è un grande romanziere. Colui che con una semplice traccia costruisce la storia, con le sue ramificazioni, i supi personaggi. le indagini dentro ai loro misteri e ai loro desideri. Così nasce il romanzo, che sembra irrompere dalla penna di Dicker come l’acqua da una sorgente, che si ingrossa e cresce fino a diventare un fiume maestoso e placido, che scorre lentamente fino al mare.

Detto questo veniamo all’ultimo lavoro di Joel Dicker, Un animale Selvaggio, uscito per La Nave di Teseo il 25 marzo di quest’anno e subito in vetta a tutte le classifiche di vendita.

Il romanzo è ambientato a Ginevra, e ha per protagonista una giovane coppia che ha tutto dalla vita: amore, successo, denaro, bellezza, due figli perfetti, una casa bellissima. Una vita che sembra scorrere sull’olio, fatta per diffondere felicità e perfezione. Eppure qualcosa incrina questo quadro idilliaco e poco alla volta segreti e retroscena inaspettati verranno allo scoperto, minacciando gli equilibri che Sophie e Arpad hanno costruito, non senza scendere a patti con un passato scomodo e con l’ingovernabilità degli istinti.

Dicker conduce la trama lasciando che il lettore vi si addentri a poco a poco, dispensando le informazioni necessarie al dipanarsi della trama a piccolissime gocce. Ogni scoperta, ogni ipotesi, è una concessione e una vittoria che il lettore deve conquistarsi. Ogni notizia, ogni tassello è parte di una costruzione perfetta che apparirà in tutto il suo diabolico splendore solo nelle ultime pagine del romanzo, quando chi legge potrà tirare le sue conclusioni e il quadro finale apparirà come uno squarcio di cielo terso dietro alle nubi.

La lettura è un’esperienza meravigliosa, rotonda, avvincente. Ci sentiamo cullati dalla prosa perfetta di Dicker, ammansiti e acquietati come un bimbo sulla soglia del sonno mentre ascolta una favola, gli occhi socchiusi e i sogno che trabocca dalle ciglia. Soddisfatti dagli incastri millimetrici della trama, che è un meccanismo perfetto, in cui tutto trova la sua collocazione e niente esiste per caso. Lo scopo è quello di abbracciare il lettore completamente, regalando un’immersione totale nella vicenda, che si abbandona malvolentieri, nell’istante in cui si realizza che l’impianto narrativo è una vita intera, quella dei personaggi che mai come nei romanzi di Dicker tendono pericolosamente verso l’autenticità, con la loro esistenza, le loro brame, i loro segreti. Esseri che ci assomigliano e che ricalcano i nostri sbagli e i nostri desideri. Che raggiungono le mete che anche noi ci prefiggiamo e che hanno scopi del tutto assimilabili ai nostri.

Faccio volentieri anche un’altra considerazione. In Un animale selvaggio Dicker scorcia il romanzo di alcune centinaia di pagine rispetto ai suoi precedenti. Il taglio più snello (sebbene le pagine siano comunque più di 400) fa bene alla lettura, comunque meno dispersiva, aspetto che penalizzava, per esempio, il suo precedente romanzo, Il caso Alaska Sanders, in alcuni punti un po’ farraginoso.

Non vi invito a leggere questo romanzo, perché lo avrete già fatto o lo starete facendo. Amato o odiato, magnificato o detestato, di Dicker si parla e si parlerà sempre. La strada è lunga (Dicker ha solo 39 anni) e la sua penna è lungi dall’esaurirsi. Una bellissima consolazione da prendersi quando un libro si chiude e con esso le sue storie. Adesso godiamoci le eco di questa storia e la presenza di questo magnifico autore in Italia, dove è già stato per la presentazione ufficiale a Milano e dove tornerà presto (al Salone internazionale del libro di maggio, dove scatenerà il delirio, come già è successo nel 2022! – l’evento è già sold out e i posti senza prenotazione sono davvero esigui rispetto alla fiumana di fan che verranno da ogni dove. Dicker è forse l’unico scrittore da palasport!)

Sono grata che al mondo esistano romanzieri di questo calibro. Ci rendono la vita più bella e ci fanno sentire meno soli. A presto Joel.


Il romanzo

2 luglio 2022, due ladri stanno per rapinare una importante gioielleria di Ginevra. Ma questo non sarà un colpo come tutti gli altri. Venti giorni prima, in un elegante sobborgo sulle rive del lago, Sophie Braun sta per festeggiare il suo quarantesimo compleanno. La vita le sorride, abita con il marito Arpad e i due figli in una magnifica villa al limitare del bosco. Sono entrambi ricchi, belli, felici. Ma il loro mondo idilliaco all’improvviso s’incrina. I segreti che Arpad custodisce cominciano a essere troppi perché possano restare nascosti per sempre. Il loro vicino, un poliziotto sposato dalla reputazione impeccabile, è ossessionato da quella coppia perfetta e da quella donna conturbante. La osserva, la ammira, la spia in ogni momento dell’intimità. Nel giorno del compleanno di Sophie, un uomo misterioso si presenta con un regalo che sconvolgerà la sua vita dorata. I fili che intrappolano queste vite portano lontano nel tempo, lontano da Ginevra e dalla villa elegante dei Braun, in un passato che insegue il presente e che Sophie e Arpad dovranno affrontare per risolvere un intrigo diabolico, dal quale nessuno uscirà indenne. Nemmeno il lettore.

Un animale selvaggio è un thriller mozzafiato costruito attorno a un meccanismo di suspense perfetto, che ci ricorda perché Joël Dicker, l’autore di La verità sul caso Harry Quebert, è diventato un fenomeno editoriale mondiale.


L’autore

Joël Dicker è nato a Ginevra nel 1985. I suoi romanzi sono tradotti in 40 lingue e hanno venduto più di dieci milioni di copie. Ha pubblicato La verità sul caso Harry Quebert (2013), Gli ultimi giorni dei nostri padri (2015), Il libro dei Baltimore (2016), La scomparsa di Stephanie Mailer (2018), L’enigma della camera 622 (2020), Il caso Alaska Sanders (2022). Ha ricevuto il Prix des écrivains genevois 2010, il Grand prix du roman de l’Académie Française 2012 e il Prix Goncourt des Lycéens 2012.


  • Casa Editrice: La Nave di Teseo
  • Pagine: 448
  • Prezzo: E 22,00

IL MIO GATTO JUGOSLAVIA di Pajtim Statovci


Quando mi chiedono come mi chiamo, a volte dico il mio vero nome, ma spesso rispondo Michael o Jon, Alberto o Henry, così riesco ad evitare la seconda domanda: E da dove vieni?


3 aprile 2024

Identità, luoghi, radici. Il romanzo di formazione del giovane Statovci.

E’ davvero impossibile non lasciarsi travolgere dalle storie di Emine e di Bekim. Storie di crescita, di sogni che si schiantano contro la realtà, di spostamenti fisici e viaggi mentali in cui la morte appare sempre come l’unico capolinea.

Questo è il primo romanzo di Pajtim Statovci. E’ il romanzo in cui si racconta, una presentazione aspra e disincantata, poetica e dilaniante. Una storia che parte dalle radici in Kosovo, dove è nato, e arriva alla fine di un percorso di vita tormentato e sofferto in Finlandia, dove è cresciuto.

I gatti sono il filo conduttore. Insieme alla morte, che aleggia ovunque. Gatti come specchi riflettenti, adorabili e graffianti grilli parlanti, coscienza e monito per i due protagonisti.

Lei, Emine, diciassettenne nella primavera del 1980, schiacciata dalle convenzioni e dall’assenza di prospettive future. Nella provincia più sperduta del Kosovo sogna l’occidente ma sa che il suo destino è tutt’altro, E’ una donna, non può studiare, non ha talenti, non ha voce alcuna. L’unica sua dote è essere una brava casalinga. L’unica speranza è trovare un marito che sia buono con lei.

Lui, Bekim, quarto di cinque figli, è cresciuto in Finlandia, una terra estrema e misconosciuta, lontana anni luce dalla terra dei suoi genitori, il Kosovo. Del Kosovo, delle sue tradizioni, persino della sua lingua non conserva più nulla. Ormai le sue radici sono in quel nord freddo e asettico, che tuttavia lo respinge, lo giudica, lo vuole simile a sé ma gli rende impossibile diventarlo. Un immigrato dai capelli scuri e dal naso aquilino, guardato con sospetto, accusato di approfittare dello stato sociale finlandese, di non stare alle regole, di essere incivile e inutile. Una condizione che accompagna la sua infanzia e che finisce per allontanarlo dai suoi genitori, di cui si vergogna. La loro lingua stentata, il loro aspetto, le loro idee anacronistiche e fuori luogo.

Emine e Bakim sono le facce di una stessa medaglia. Lei incarna la giovinezza immolata nella speranza di un matrimonio felice, che puntualmente la deluderà nel profondo, insieme all’ideale maschile, crollato miseramente sotto i colpi della violenza e della noncuranza. La fuga, la speranza e il fallimento dell’integrazione all’estero. La famiglia disgregata, l’amore finito.

Lui è l’immigrato di seconda generazione, che si integra ma che cova solitudine, disincanto e odio. Guardato con sospetto, nonostante sia un ottimo studente e un cittadino diligente e corretto. Straniero in Finlandia, straniero in Kosovo. Senza radici, senza guida.

Il romanzo è condotto in prima persona. Le voci di Emine e di Bekim si alternano alla guida del racconto. Sono entrambe voci accorate, velate di dolore, alla ricerca di un modello in cui riconoscersi. Un percorso complesso, che si srotola pieno di asperità e di sgomenti mentre i Balcani si disgregano, i cieli solcati dai caccia, le bombe, la distruzione, il cambiamento.

Esce prepotentemente da queste pagine il desiderio di essere visti e riconosciuti dagli altri. Non più invisibili, non più persone da decifrare. Esseri umani che devono amalgamare secoli di tradizioni, di pensieri inculcati con la forza del tempo e del sangue, di schemi mentali e credenze inviolabili con un presente incomprensibile e difficile da sottoscrivere.

Così Bajram, marito di Emine, fautore della fuga verso il nord, ripiegherà sull’idea del ritorno, ormai inviso dai figli e soffocato da un sentimento insopportabile di rifiuto. Il Kosovo non saprà curare le sue ferite. Così Emine sceglierà di invecchiare sola, scendendo a patti con la società finlandese, dalla quale non si staccherà più. E così Bekim, il bambino irrequieto dilaniato dagli incubi, l’adolescente che sogna la letteratura, il giovane omosessuale incompreso dal padre, pedina impazzita, ago di una bussola senza magnete, farà pace con il passato della sua famiglia e lascerà che un uomo penetri la sua cortina di solitudine.

Statovci è una voce vibrante della letteratura contemporanea, che nasce da esperienze forti di vita e che succhia linfa vischiosa e spessa da un presente difficile e da un passato complesso e soverchiante. Una penna che è tuono e sussurro, una forza che incide ragnatele di sangue sulla pelle. La forza dell’esperienza di una vita che è l’esempio perfetto dei nostri tempi difficili. Migrati e migranti. Masse umane che si scontrano ed escono perdenti contro la posta in gioco, che è quella di trovare un luogo che accolga e ripari Una guerra di radici, di lingue, di gesti e abitudini. Odori, sapori, parole, regole. E aspettative impossibili, scontri di civiltà, di tradizioni.

Impossibile restare indifferenti davanti a questa prosa. Al cospetto di un vissuto che vediamo da lontano, spettatori insipidi e distratti che lasciano che la Storia li trapassi senza fallo.

Statovci riesce a scuotere i nostri corpi e a spingerli in zone pericolose, quelle che accuratamente evitiamo per non essere coinvolti e travolti dai macigni di una attualità che ci condanna ogni giorno. La sua prosa riesce a penetrare l’impenetrabile. A indurre quella pausa di riflessione che può elevare il nostro spirito dalla terra melmosa dell’indifferenza. A lasciare libera l’immedesimazione, sconosciuta e invisa capacità.

Una scrittura unica e sottile, come l’ago che affonda nella stoffa e la ricama delicatamente. Ciò che Statovci crea con la sua penna è davvero un capolavoro di introspezione, di sottilissima psicologia e di indagine nell’intimità dei suoi personaggi, attori millimetrici della Storia. Una penna che non rinuncia agli abbagli psichedelici del surreale, che rende ancora più speciale ed incisivo un racconto che è tragico nella sua potente realtà ma anche catalizzatore di magia e dei rimbombi di un’epoca perduta e mai dimenticata.


Il romanzo

Negli anni Ottanta, in un villaggio della Jugoslavia, Emine è una giovane donna che spesso si scontra con le idee del mondo attorno a sé e con un padre severo e superstizioso. Per un capriccio, un uomo che conosce appena le chiede la mano, e lei in quel matrimonio intravede la possibilità di un cambiamento. Quando i Balcani in guerra si sgretolano, la famiglia fugge in Finlandia e la vita nel nuovo paese è dominata dalla paura e dalla vergogna.
Accanto a lei, il figlio Bekim cresce in una terra dove a chi viene da fuori si comanda di accontentarsi di poco e di essere grati. Il ragazzo rischia di diventare un emarginato sociale, è un immigrato ed è gay, in un paese sospettoso verso gli stranieri fino alla violenza. Quando gli chiedono il suo nome, spesso ne inventa uno. A volte finge di essere russo. I duri del posto gli sputano in faccia. È ossessionato dalla pulizia e distaccato non solo dai suoi compagni di scuola ma anche dalla madre, che a sua volta è alla ricerca di una identità e di un futuro diversi. A parte incontri occasionali, l’unico compagno di Bekim è un enorme serpente, un boa che lascia vagare liberamente per l’appartamento. Poi, una notte in un gay bar, il giovane incontra un gatto come nessun altro. Questa creatura parlante, capricciosa, affascinante e manipolatrice lo guiderà in un viaggio sconvolgente nel passato, verso il Kosovo e i suoi demoni, per dare un senso alla storia magica e crudele della sua famiglia.
Il primo romanzo di Pajtim Statovci è una continua sorpresa: un serpente letale, un gatto sprezzante e sexy; incontri online e matrimoni balcanici; il caos surreale del l’identità; le cose che cambiano quando cambia il nostro mondo, quelle che invece non cambiano mai; il catastrofico antagonismo tra padri e figli; l’attonito sentimento dell’amore. Statovci è uno scrittore di singolare originalità e potenza, e in questo suo esordio abbraccia la complessità del nostro mondo creando un’opera letteraria che possiede la forza di un classico del futuro.


L’autore

Pajtim Statovci, nato in Kosovo nel 1990, è cresciuto in Finlandia dove si è trasferito con la famiglia fuggita dalla guerra quando aveva due anni. Il mio gatto Jugoslavia, uscito nel 2014 (Sellerio 2024), ha vinto il Premio Helsingin Sanomat. Le transizioni (Sellerio 2020), il suo secondo romanzo, tradotto in molte lingue, finalista al National Book Award, ha vinto il Toi-sinkoinen Literature Prize nel 2016 e nel 2018 gli è stato assegnato l’Helsinki Writer of the Year Award. Gli invisibili (Sellerio 2021) ha ricevuto il prestigioso Finlandia Prize, che consacra l’autore come il più giovane vincitore di ogni tempo.


  • Casa Editrice: Sellerio
  • Pagine: 289
  • Prezzo: E 17,00