LE CAMELIE INVERNALI di Ermal Meta



Sono seduta su una delle panchine in metallo del ponte superiore dell’unico traghetto in partenza stasera. Ho davanti agli occhi le immagini allegre e terribili della nave Vlora, partita dalla stessa banchina nell’agosto del 91, che arrivò sulle coste italiane con un carico di disperati festanti. In tasca l’unica foto scattata la sera di due settimane prima. E’ l’immagine sfocata di un uomo alla finestra. Di lui si vede solo un ombra in controluce, un contorno indefinito, come una macchia. Forse l’anima è solo una macchia che non va via.


Il riverbero del passato: radici e memoria del luogo da cui veniamo.

La storia dell’Albania è uno scrigno di crudele bellezza. Una terra dilaniata, un passato che non le ha fatto sconti, quando, solitaria e invisibile, si è lasciata calpestare da uomini venuti dal mare per assoggettarla, ha ceduto ai regimi, ha chiuso lo sguardo davanti al futuro, quel luogo che credeva di non meritare e che l’ha trattenuta dentro ad una bolla trasparente.

Dell’Albania conosciamo spesso solo la superficie più banale. Conosciamo i suoi uomini e le sue donne, che dopo la fine del regime comunista, nel caos creatosi con la caduta del Muro di Berlino e delle dittature dell’est, fuggirono in massa per inseguire il sogno italiano. Il sogno dell’abbondanza in una terra avara, che non era pronta ad accogliere quei disperati, i nuovi sognatori, seguaci dell’utopia dell’integrazione.

Le immagini della Vlora sulla banchina del porto di Bari, presa d’assalto da oltre ventimila albanesi, è una fotografia che non dà pace a chi, come me, quell’epoca l’ha vissuta senza comprenderla. Ed è un’immagine che non dà pace neanche a Lara, studentessa di giornalismo, nata in Italia da genitori albanesi e giunta in Albania per la prima volta per intervistare un uomo che vive recluso nella sua abitazione da oltre trent’anni. Una storia che è il volano per riportare la narrazione indietro di trent’anni, in un’Albania sfiancata dal suo stesso passato, chiusa nelle paratie oscure della propria storia e delle proprie tradizioni. Una terra dove l’onore conta più della vita. Dove il sangue versato si lava con il sangue di chi ha offeso, attraverso una vendetta che colpisce i figli al posto dei genitori. E’ la dura legge del Kanun, che esige la riparazione di un delitto con il sangue. Una sorta di occhio per occhio dal retaggio antico e crudele dal quale ci si salva solo mediante l’isolamento.

Il Kanun è dunque il nodo narrativo del nuovo romanzo di Ermal Meta, artista poliedrico nato in Albania e cresciuto in Italia che mostra ancora una volta il forte legame con le sue origini. Con una Storia che lo trattiene a sé in un rapporto che appare ambivalente, di nostalgia e di rifiuto, di appartenenza e di mutazione. Radici che non possono essere recise, sebbene contorte e deboli. Ma è anche e soprattutto la forza dell’amicizia, il sentimento supremo nel nome del quale i due protagonisti di questo romanzo supereranno gli ostacoli che la società del tempo costruisce per separare e per distruggere. E quella della libertà, che è l’anelito più forte di tutti, capace di rompere ogni catena.

La narrazione di Meta ha un forte impatto emotivo. Appare immediatamente percepibile il suo coinvolgimento nella vicenda, circostanza che la rende vivida e reale pur nella sua complessità. Si percepisce chiaramente nella sua prosa, la condanna verso un retaggio culturale inaccettabile, ma al contempo è palpabile una sofferta indulgenza, una dolcezza che esonda anche dalle pagine più crude, segno della compassione verso un popolo minato da una Storia avversa. Il lettore dovrà fare i conti con la violenza di un passato che non vuole evolvere, né cambiare. Con una società fortemente patriarcale, in cui la donna non ha voce, spesso intrappolata in matrimoni combinati, senza amore né rispetto. Con uomini che nascondono le proprie debolezze nell’alcol e nella prevaricazione. Con una società che non ha più niente da dare e che spinge le persone ad emigrare, verso luoghi dei quali non si sa niente, dove delinquere e violare diventa l’unico mezzo per sopravvivere. Ma l’amicizia, il legame tra due ragazzi cresciuti insieme sa squarciare il buio. Un sentimento genuino che spezza la catena di sangue del kanun. Questo spiraglio, la luce che tutto può e tutto ripara, rischiara l’intera narrazione e trova un motivo per corroborarsi, per diventare inattaccabile, anche quando la realtà supera ogni amarezza.

Ermal Meta ci regala ancora una volta un romanzo autentico, che tocca nel profondo. Che solletica il nostro bisogno di credere che i buoni sentimenti siano l’antidoto necessario e sufficiente a distruggere il dolore e la violenza. Ermal si conferma un narratore sensibile ed attento, una dote che mi piace pensare sia il regalo che l’Albania gli ha riservato. Un dare e un avere che nella contabilità di una esistenza non può che aggiungere, sommare. Un surplus che un figlio trattiene in sé, per contenere tutti i ricordi dolorosi della sua gente. Il suo romanzo è una miscela potentissima di ribellione e di rassegnazione, due attitudini opposte che spesso descrivono un popolo troppo a lungo tenuto al giogo e repentinamente liberato, perduto nella solitaria pianura delle possibilità. Il luogo in cui si decide la direzione di una vita, troppo spesso affidata al caso. O al caos.


Il romanzo

Albania. 2025. Lara, una giornalista italiana, di genitori albanesi, fa ritorno in Albania per intervistare un uomo di cui non sa il nome, che vive rinchiuso nella sua abitazione da trent’anni, dal 1995. Non sa cosa la aspetta, non sa che questo incontro cambierà la sua vita. Albania. 1995. Due famiglie. Halil e Rozafa hanno perso la figlia, Nina, scomparsa nel nulla e mai più ritrovata. Sono rimasti con il figlio maggiore, Uksan. Zek è un uomo violento, picchia sua moglie Odeta e il loro figlio Samir. Samir e Uksan sono coetanei, amici per la pelle, con la vita davanti, anche in una terra senza futuro. Un equivoco, una banale lite e Halil, padre di Uksan, picchia a morte Zek, padre di Samir. Scatta il Kanun, la riparazione del delitto. Samir, ora, è obbligato dalla sua famiglia a preservarne l’onore, vendicare il sangue versato, uccidere il suo amico fraterno Uksan. L’amicizia tra i due ragazzi, il desiderio di libertà sarà più forte della vendetta. E Lara chi sta andando a incontrare?


L’autore


1981, Fier

Ermal Meta è un cantautore albanese naturalizzato italiano. È stato un componente dei gruppi Ameba 4 e La Fame di Camilla, a partire dal 2013 ha intrapreso invece la carriera solista, pubblicando quattro album in studio e vincendo il Festival di Sanremo 2018 in coppia con Fabrizio Moro con il brano “Non mi avete fatto niente”.
Esordisce nella narrativa con Domani e per sempre (La nave di Teseo 2022) di cui sono stati opzionati i diritti cinematografici da Carlo degli Esposti – Palomar per una serie televisiva.
Tra gli altri titoli, Le camelie invernali (La nave di Teseo, 2025).


  • Casa Editrice: La Nave di Teseo
  • Collana: Oceani
  • Pagine: 207
  • Prezzo: E 19,00

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L’AQUILA NERA – Una storia rimossa del fascismo in Albania – di Anita Likmeta


Scrivere di questi eventi significa misurarmi non solo con il passato ma anche con il mio presente. La scacchiera di Ciano non è solo un simbolo della politica italiana di quel tempo, ma anche una metafora della mia stessa condizione. Essere albanese significa portare con sé il peso di una storia segnata dalla dominazione e dalla resistenza. Essere italiana significa, invece, appartenere ad un Paese che, in quel periodo, fu il carnefice di quella storia. Come posso conciliare queste due parti di me? Forse non posso. Forse questa contraddizione è ciò che mi definisce, proprio come la storia di Zog e Ciano definisce L’Albania di oggi: un Paese che, nonostante tutto, continua a cercare la propria autonomia, la propria voce. E io, attraverso la scrittura, cerco la stessa cosa: un modo per essere entrambe le cose, senza perdere la mia essenza.


Riscrivere la Storia, un atto necessario.

13/05/2025 – Laura Salvadori

Di Anita Likmeta ho letto Le favole del comunismo, suo primo romanzo, uscito lo scorso anno sempre per Marsilio. E trovo che il passaggio che ho scelto come didascalia sia emblematico del sentimento ambivalente che prova per le sue due patrie: quella natale, che le ha aperto gli occhi sulle miserie di un regime totalitario e quella in cui ha scelto di vivere, che l’ha messa di fronte alle complessità del processo di integrazione in un Paese che non è il tuo.

E’ proprio questa dicotomia, tra sradicamento e inclusione, che mi ha spinto a leggere ciò che l’autrice ha da dire. Trovo illuminante e necessario che qualcuno si prenda la briga di scuoterci e di aprirci alla conoscenza delle verità storiche semisconosciute o parafrasate. Come la storia recente dell’Albania, di cui sappiamo poco e male. Una storia segnata dall’invasione fascista del 1939, quando l’Italia, abbagliata dai miraggi dell’espansione coloniale, decise di annettere l’Albania al suo traballante impero, costruito, come spesso accade, con il sangue e il sopruso. Un’annessione che fa rima con invasione, un atto camuffato da qualcos’altro. Da una millantata collaborazione che avrebbe dovuto aiutare l’Albania nel cruciale passaggio verso il progresso, il benessere, la stabilità. Una messa in scena della propaganda fascista, un paravento che nascondeva la vera natura di quell’atto. Una sottomissione, un progressivo e inesorabile infiltrarsi dentro la macchina dello stato albanese allo scopo di sottrarne la sovranità.

Anita Likmeta costruisce con enorme perizia e con grande partecipazione emotiva gli eventi che si sono susseguiti nella sua terra natale dagli anni trenta agli anni novanta del novecento, quando l’Albania, finalmente libera da una tirannia di matrice opposta ma ugualmente tossica e corrosiva, implode su se stessa dando il via al primo flusso migratorio di una lunga serie. Uso qui una parola che la stessa Likmeta bolla come impropria, poiché usata spesso per definire il suo popolo, ridotto ad un numero crescente di persone da accogliere. Ma del resto qui si tratta di Storia e la Storia non si confuta, né si mistifica. Alla storia si rende onore con la verità che è tale se va al di là delle parole scelte per descriverla.

Quando nel 1991 la Vlora giunge nel porto di Bari con a bordo ventimila disperati, i ruoli tra i due paesi sono rovesciati. L’invasore di allora diventa invaso. Ma l’invasore di oggi non porta una divisa e stivali lucidi. E’ una persona smarrita, un rappresentante dei nuovi dannati della Terra, gli esclusi, i dimenticati, che non hanno più niente in mano se non la loro miseria. L’Italia degli anni 90, del consumismo e della modernità, non è pronta ad accogliere gli esuli. La sua è una risposta che nuota nella diffidenza. E nell’oblio. L’Italia si è dimenticata cosa significa invadere una terra, appropriarsene e farne ciò che vuole. L’Italia non è pronta a rivedere in quei volti scavati, l’immagine di se stessa pochi decenni prima. Non c’è compassione senza memoria.

Sulla Vlora c’è anche la mamma di Anita con i suoi due fratellini. In cerca di un futuro per i suoi figli. Anita potrà ricongiungersi a lei solo diversi anni dopo. Iniziando così la sua sofferta transizione verso una identità nuova, che stenta ad appiccicarsi alla sua pelle, che la spinge per molto tempo a sentirsi sola e diversa. Senza voce, incorporea, senza peso.

Il romanzo incede tra passato e presente, tra la Storia maiuscola e quella minuscola, che parla il linguaggio della sottrazione, della rinuncia e della ribellione. Sotto le parole, i fatti, è palpabile una sofferenza sorda e il desiderio inespresso di essere vista, calcolata, ricompresa. E quello ancora più viscerale di mostrare il rovescio della medaglia. Il riverbero dei tempi in cui l’Italia affondò la lame sulle carni inermi e quello in cui il più debole, ferito e armato solo del proprio coraggio, resistette all’ingiuria e al furto della propria identità nazionale. E con l’oppresso, l’oppressore giunse ad armarsi e a difendere la resistenza albanese, quando, dopo l’armistizio del ’43, l’esercitò si sfaldò e quel fucile imbracciato per forza fu puntato altrove, verso un nuovo nemico.

Tra i flutti imprevedibili della Storia, tra i gorghi e le correnti avverse e subdole, Anita Likmeta ci consegna, insieme alla Storia dell’Albania, la sua storia personale. Una storia che è lo specchio di una Italia debole e spicciola, che non si cura di chi gli ha affidato la propria vita, per salvarla e renderla degna di essere vissuta. Leggerla non è facile. Occorre mettersi in discussione, ripensare a ciò che ci hanno fornito preconfezionato, pronto per essere sminuito, contrastato. Occorre scendere a patti con la parte debole di noi stessi.

Ma il passato non si cambia. Può solo essere vivisezionato e interpretato, per correggere il tiro, in futuro. La Storia insegna.

La storia non fa sconti, né ammende. E l’occhio è complice di ogni misfatto, poiché ha la possibilità di chiudersi. Ma io lo tengo aperto e nel rumore che mi circonda, tengo sveglio anche il vostro. La tua voce, il mio orecchio, un coro.


Il romanzo

Non ricordo chi fu il primo a vederlo, se mio cugino Armand o sua sorella Xhixhja. Ricordo però che facemmo subito capannello intorno a quello strano ritrovamento. Un lungo osso bianco era affiorato dalla terra e se ne stava lì, mezzo dentro e mezzo fuori, come la radice di un albero.» Fine estate 1994. A Rrubjekë, un villaggio con le case basse di pietra e i campi che si estendono a perdita d’occhio, una banda di ragazzini in cerca di avventure si imbatte nei resti di alcuni soldati italiani. Anita è la più piccola del gruppo, ma percepisce tutta la drammaticità di quel momento in cui la morte si rivela ai suoi occhi nell’uliveto non lontano dalla casa dove vive con i nonni. È allora che comincia a farsi domande che la porteranno a decidere di raccontare una storia dolorosa condivisa tra le sue due patrie: quella natale, l’Albania, e quella d’adozione, l’Italia. Tra legami profondi e ferite aperte, tra cronaca familiare e tragedia collettiva, Likmeta sottrae all’oblio una vicenda complessa che si snoda su più piani temporali, dagli anni trenta agli anni novanta del Novecento, fino ai giorni nostri. Scoprirà così che l’Italia non è stata solo quella degli invasori, delle navi che riempirono il porto di Durazzo il 7 aprile 1939, delle uniformi per le strade di Tirana, dei manifesti con il volto di Mussolini, dell’italiano imposto come lingua del potere. Un’altra Italia non si era limitata a eseguire ordini e, nel caos dell’8 settembre 1943, aveva scelto. Di quelle testimonianze diventa urgente ritrovare e custodire la memoria. Soprattutto oggi, nella consapevolezza che «il fascismo non è un ricordo del passato. L’invasione dell’Albania non è un fatto archiviato nei manuali. Raccontarla significa strapparla alla retorica e alla neutralità. Significa dire che dietro le manovre politiche, le leggi, i trattati, c’erano volti, mani, terre spaccate e storie che si sono spezzate».


L’autrice

Anita Likmeta , nata a Durazzo in Albania e naturalizzata italiana, è scrittrice e giornalista. Ha scritto per la rivista «La Biennale di Venezia» e collabora con diverse testate. Il suo primo romanzo, Le favole del comunismo (Marsilio, 2024), ha ricevuto prestigiosi riconoscimenti, tra cui il Premio internazionale Viareggio-Rèpaci e il Premio letterario Giuseppe Dessì.


  • Casa Editrice: Marsilio Editore
  • Pagine: 165
  • Prezzo: E 17.00

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L’ISOLA CHE C’È’ E CHE SI FA NOTARE


In un mondo che presta attenzione solo alla grandezza come dimensione geometrica, è davvero insolito assistere all’arrembaggio di una piccola realtà geografica, come un’isola di 19 chilometri quadrati, che dista dalla terra ferma 3 ore di traghetto.

Mi riferisco all’Isola di Capraia e al suo omonimo comune, il meno popolato d’Italia tra i comuni con sbocco sul mare. Nota in un passato non troppo remoto per essere stata la sede di un istituto penitenziario (istituito nel lontano 1873 come Colonia Penale Agricola e definitivamente dismesso nel 1986) ha vissuto un lungo periodo di splendore (se così si può dire, date le circostanze) grazie alla frequentazione dei familiari del personale del carcere, che presero residenza sull’isola, procreando, mantenendo una vivace economia di sussistenza e costituendo a poco a poco una folta comunità di famiglie.

Con la chiusura del carcere le presenze a Capraia sono a poco a poco diminuite. Le persone hanno lasciato l’isola, improvvisamente divenuta quello che in realtà è: uno scoglio vulcanico in mezzo al mar Ligure, economicamente non autosufficiente, legato ai capricci del mare e del tempo. Anche il turismo pareva stentare: l’assenza di spiagge, i pochi accessi al mare dalla terraferma, un solo centro abitato con neanche 1 chilometro di strada asfaltata. E un cuore pulsante denso di macchia mediterranea, tutta da esplorare. Il suo lato selvaggio, austero, impervio, l’offerta turistica limitata, appetibile quasi esclusivamente per spartani escursionisti, amanti della natura senza fronzoli, hanno tenuto Capraia fuori dalle mete turistiche, dimenticata in un angolo di mare azzurrissimo e incontaminato, persa nella stordente aria salmastra del suo cielo.

Come trovare la chiave di volta per togliere Capraia dal suo splendido isolamento? L’occasione è stata  il PNRR Borghi, Linea B, del Ministero della Cultura che Capraia ha vinto, classificandosi prima in Toscana e settima in Italia per punteggio del progetto di rigenerazione culturale e sociale proposto. Capraia ha deciso di puntare sulle peculiarità e unicità dell’isola, storicamente crocevia strategico sulle rotte dell’Alto Tirreno tra Toscana, Liguria e Corsica e luogo di fertili contaminazioni culturali, contribuendo a creare un’identità storico-culturale, territoriale e paesistica unica, riconoscibile e poco trasformata dai processi economici degli ultimi anni.

Tra i temi principale del progetto il restauro della cinquecentesca Torre del Porto, già adibita a biblioteca pubblica, che sarà interamente fruibile e visitabile e la creazione del Premio Internazionale del Mare, dedicato alle opere di narrativa italiane e straniere pubblicate in Italia a tema “mare, isole, navigazione“. Un Premio che vede in Piero Ottone, uno dei protagonisti del giornalismo italiano per oltre mezzo secolo, capraiese di adozione e grande appassionato di mare e delle sue sfide, il rappresentante ideale. Un modo per ricordare un grande professionista e un grande uomo che con Capraia aveva un rapporto speciale.

Il Premio Letterario Internazionale del Mare: al via la seconda edizione tra curiosità ed eccellenze del mondo culturale.

Una sola edizione, nel 2023, è stata sufficiente a creare un’enorme cassa di risonanza per Capraia. Grazie alle personalità coinvolte nel progetto e alla presentazione dello stesso, avvenuta nell’importante palcoscenico del Salone Internazionale del Libro di Torino. E grazie alla dedizione e all’amore di un manipolo di persone che sono riuscite in un’impresa che a tutt’oggi appare titanica, in un mondo sempre più governato da nomi, luoghi e personalità altisonanti. Una sorta di riscossa del “piccolo” sul “grande” che ha in sé una buona parte del suo successo. E questo ci piace moltissimo.

Manca poco più di un mese alla cerimonia di premiazione, che si terrà sull’Isola il prossimo 7 giugno. A breve sapremo quali saranno le 5 opere finaliste tra le quali verrà scelto l’opera vincitrice per la sezione “opera italiana” (nel 2023 fu “Trema la notte” di Nadia Terranova, edito Einaudi Editore) e per la sezione “opera straniera” (nel 2023 Ultramarino di Mariette Navarro,  edito La Nuova Frontiera, con la traduzione di Camilla Diez).

Le 29 opere finaliste:

  • AFRODITE VIAGGIA LEGGERA di Francesca Sensini – Ponte alle Grazie
  • ALMA di Federica Manzon – Feltrinelli
  • BASTA UN PEZZO DI MARE di Ludovica Della Bosca – Corbaccio
  • COME VENTO TRA LE VELE di Sybil Von Der Schulenburn – Sperling & Kupfer
  • EPIGENETICA di Cristina Batocletti – La Nave di teseo
  • IL SENTIMENTO DEL MARE di Evelina Santangelo – Einaudi
  • IL VECCHIO AL MARE di Domenico Starnone – Einaudi
  • L’ISOLA CHE MI AMAVA di Stefania Aphel Barzini – Ponte alle Grazie
  • L’ISOLA DEI FEMMINIELLI di Aldo Simeone – Fazi Editore
  • L’ISOLA DI ELSA di Silvia Grossi – Libri dell’Arco
  • L’ULTIMA CROCIERA di Chiara Clini – Piemme Edizioni
  • L’ULTIMA ISOLA di Claudio Galassi – Narrazioni Clandestine
  • LA STAGIONE di Marco Raio – Bompiani
  • LE NAVI PERDUTE DEL CAPITANO FRANKLIN di Luigi Guarnieri – Einaudi
  • L’ISOLA DOVE VOLANO LE FEMMINE di Marta Lamalfa – Neri Pozza
  • ORO PURO di Fabio Genovesi – Mondadori
  • PARADISO di Michele Masneri – Adelphi
  • PELLEOSSA di Veronica Galletta – Minumun Fax
  • SEA PARADISE di Eleonora Lombardo – Sellerio Editore
  • SETTEMBRE NERO di Sandro Veronesi – La Nave di Teseo
  • L’ULTIMA ESTATE A ROCCAMARE di Alberto Riva – Neri Pozza
  • AL MARE di Dorte Hansen – Fazi Editore
  • L’ODORE FREDDO DEL MARE di Elizabeth O’Connor – Garzanti
  • L’UOMO CON LO SCANDAGLIO di Patrick Svensson – Iperborea
  • LA FURIA di Sorj Chalandon – Guanda
  • LA NAVE DELLA NOTTE di Jess Kidd – Bompiani
  • LA TRAVERSATA di Ulrike Draesner – Voland Edizioni
  • TERRA DI CAMPIONI di Diego Zuniga – La Nuova Frontiera
  • UNDER JUNGLE di James Sturz – Blu Atlantide

La giuria

Il Premio si avvale di una Giuria tecnica presieduta da Loredana Lipperini, giornalista culturale e scrittrice, e ne fanno parte: Anna Folli, giornalista e scrittrice; Ilide Carmignani, traduttrice e scrittrice; Giovanni Capecchi, docente di letteratura italiana all’Università per Stranieri di Perugia; Gianluca Borghese, Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Zagabria; Elena Pianea, Direzione Beni, Istituzioni, Attività Culturali e Sport della Regione Toscana; Bettina Mignanego, giornalista e rappresentante della famiglia Ottone; Nadia Terranova, scrittrice e vincitrice della I edizione; Ammiraglio Donato Marzano, Presidente della Lega Navale Italiana, esperto di mare e navigazione. La Giuria selezionerà una rosa di cinque opere finaliste e tra queste decreterà il vincitore dell’opera italiana e quello dell’opera straniera.

È previsto inoltre l’apporto del Comitato dei lettori, istituito con la collaborazione della Direzione Beni, Istituzioni, Attività Culturali e Sport di Regione Toscana e composto da una selezione di “lettori forti” individuati tra gli utenti più attivi delle Biblioteche toscane aderenti all’iniziativa.

Sulla base delle valutazioni dei lettori del Comitato si procederà alla selezione dell’opera vincitrice del Premio Pegaso delle biblioteche toscane, promosso e conferito da Regione Toscana. Il vincitore sarà inserito come finalista e verrà reso noto solo durante la cerimonia finale di premiazione.


Perchè seguire il Premio Internazionale del Mare

Perché, vi starete quindi chiedendo?

◼Perché c’è un’isola bellissima e misconosciuta che vuole farsi spazio e dire la sua.

◼Perché anche un sogno grande può realizzarsi quando chi lo insegue ci crede davvero.

◼Perché la bella letteratura è sempre un buon motivo per chiunque.

◼Perché il mare ci affascia da sempre ed è sinonimo di avventura e di sfida.

◼Perché per una settimana finalisti e addetti ai lavori potranno scoprire un angolo di paradiso incontaminato, mare trasparente e una natura che scoppia di salute e che splende nella sua diversità e nel suo lato selvaggio.

E perché anche tu potresti prenderne parte.


L’edizione 2023 da un punto di vista privilegiato: la mia esperienza alla cerimonia di Premiazione.

Due anni fa ho avuto l’enorme privilegio di assistere alla Cerimonia di Premiazione del Premio Internazionale del Mare. In una cornice meravigliosa (il chiostro del convento di S.Francesco, facente parte del complesso architettonico costituito dalla chiesa di S. Antonio e dal convento di S. Francesco, risalente al 1660) Loredana Lipperini ha condotto la serata, attraverso una breve intervista agli autori finalisti e alcune letture di brani tratti dai loro romanzi.

La mite notte, il fragore del mare che poco distante si infrangeva sugli scogli della piccola baia sottostante, l’energia delle storie tratte dai libri e l’entusiasmo di assistere a qualcosa di unico, sopra un’isola così distante dalla terraferma eppure così terrena, concreta, ha reso la serata indimenticabile. E’ stata l’occasione per conoscere gli autori e per chiacchierare serenamente con loro, in un’atmosfera di familiarità e di vicinanza.

Le vincitrici della 1^ edizione del Premio: Nadia Terranova (Trema la notte – Einaudi) per la sez. opere italiane e Mariette Navarro (Ultramarino – La Nuova Frontiera) per la sez. opere straniere

Non solo gli autori, ma anche i membri della Giuria e molti altri nomi illustri che si legano al mare, alle isole e alla navigazione erano presenti alla serata finale e si sono goduti anche un assaggio dell’isola e delle sue bellezze, che io conosco molto bene.

Laura Salvadori, 29 aprile 2025


LE SORELLE BLUE di Coco Mellors


Ma c’è una cosa che nessuna di loro sa: finché sei viva puoi essere trovata, e non è mai troppo tardi.

27 aprile 2025

Appartenersi: storia di un’assenza che pesa e che divide.

4 è il numero della completezza e della stabilità. 4 sono le stagioni, i punti cardinali, i semi delle carte. E 4 sono le sorelle Blue. Avery, la maggiore, saggia e stanca del mondo. Fuggita da adolescente, e tornata da adulta dopo un trascorso di dipendenze. Bonnie, delicata e concreta. Una donna corporea, che ha scelto il pugilato come espressione di vita. Nicky, femminile ed emotiva. Nata per diventare madre in un corpo che è sceso a patti con il dolore. Lucky, bella e fragile. Prigioniera di un corpo che ha preso il sopravvento e che mai saprà esprimere la sua vera essenza,

Il mito delle sorelle March ritorna inevitabilmente alla memoria, e in questo romanzo diventa una presenza costante, mai ingombrante né mai a suggerire un confronto, che tuttavia non riesce mai ad offuscarne la bellezza, la profondità e la meraviglia di un mondo che avanza sulla scorte di una matematica perfezione. Una perfezione che si rompe con una morte, come già accade nel sopracitato romanzo. Ma non è una malattia imprevedibile a portarla da Nicky. E’, al contrario, un destino che sembra segnato, un gesto che in qualche modo aleggia nell’aria, che si preannuncia timidamente, di soppiatto e che è umano cercare di non cogliere perché troppo estremo da realizzare e troppo dirompente per poter essere compreso. La soluzione per porre fine al dolore schiacciante dell’endometriosi, malattia silente e subdola che mina la vita di una donna e spesso ne preclude la maternità. La morte di Nicky è una bomba atomica che rade al suolo tutto. E che scatena i sensi di colpa e mina i precari equilibri che da sempre tengono malamente in piedi la famiglia Blue.

La narrazione è intima e procede espandendosi a poco a poco, esplorando a tutto tondo l’universo delle quattro sorelle, le cui vite si intrecciano l’una all’altra, in un susseguirsi di incontri e scontri, dall’infanzia all’età adulta, con l’ombra dei genitori a far da contrasto, da reagente. Un’assenza, quella dei genitori, che implode attraverso le fasi dell’alcolismo del padre, che muta ogni tensione, ogni equilibrio fino a rompere del tutto la coesione familiare. E che si conclama attraverso il lassismo della madre, che affida le figlie alla benevolenza e alla lungimiranza del destino, ritenendolo all’altezza di fare le sue veci.

Coco Mellors, al suo secondo romanzo dopo il successo di Cleopatra e Frankenstein centra nuovamente l’obiettivo di raccontare la complessità dei rapporti umani e il fragore dell’amore, quell’alchimia dei corpi che si schianta contro una quotidianità fatta di solitudine, di dipendenza, di desiderio di salvezza. Come nel suo precedente lavoro, anche in questo romanzo i personaggi lottano contro la voragine che vuole trascinarli a fondo, contro la corrente che li allontana dal centro delle loro vite. New York torna con i suoi tentacoli, una città dissoluta e apparente, dove le feste e le droghe sono specchi di una felicità effimera e distorta.

In Le sorelle Blue Mellors esplora le dinamiche imprevedibili dei rapporti familiari con l’occhio puntato sulle falle di una genitorialità assente e distorta, che crede di proteggere e invece allontana e trascura il proprio ruolo. Una latitanza emotiva che imprime nelle sorelle il senso di rivalsa e una muta e sorda ribellione che in Avery sfocia nella fuga, in Bonnie nella disciplina, in Nicky nel desiderio di maternità e in Lucky nella dipendenza. Al centro di ognuna delle sorelle si erge il corpo, come ingannevole tiranno, al cui soldo si snoda l’intera esistenza di ognuna. Un corpo che pretende e che vuole essere ascoltato, che detta legge, spesso senza ragione. Un corpo cattivo, che vuole attenzione ad ogni costo ed esige un prezzo altissimo da pagare e un dolore che non sa restituire alcunché. Il corpo di ogni donna, in fondo, che deve decidere se meritare dolore o estasi amorosa, se abbandonarsi ai piaceri effimeri e distruttivi o votarsi al rigore. Se procreare o restare sterile. Se obbedire o trasgredire. Scelte escludenti, per le quali una donna viene giudicata.

Sarà il ricordo di Nicky a contrastare la forza centrifuga che tiene le sorelle Blu lontane. E che le riporterà a New York, alla casa che le ha viste bambine, dove la loro famiglia ha deragliato, e le ha lasciate sole a fare scudo contro un mondo incomprensibile e spietato.

La prosa di Mellors è olio fluido sui meccanismi che governano i rapporti umani. Il lubrificante perfetto che toglie ogni attrito, ogni interruzione. Sa graffiare e poi lenire nel modo giusto, acuendo il bisogno del lettore di soffrire e di partecipare al dolore, desiderando guarire ogni male e cercare la felicità, che non può prescindere dal riappacificarsi con il passato e con il senso di colpa, ancora fresco e dilaniante.

Una meravigliosa parabola della sorellanza e dei legami di sangue, che fa del richiamo della carne un privilegio da curare e da preservare e che conferma, ancora una volta come il filone della “sad girl” che si muove tra relazioni complesse, senso di smarrimento e ricerca di sé è una chiave tuttora vincente e avvincente. Questo aspetto, decisamente pregnante in questo romanzo, avvicina Mellors a Sally Rooney: entrambe le autrici costruiscono personaggi che cercano una voce propria anche quando sono immersi nella vulnerabilità.

E di racconti sulla vulnerabilità associata alla consapevolezza di sé e al desiderio di salvezza c’è davvero bisogno, oggi. Perché questi aspetti ci appartengono e disegnano su di noi una mappa emozionale che può condurci a luoghi sicuri, lontani dall’autodistruzione e dall’apatia.


Il romanzo

Avery è una avvocata che vive a Londra e dietro una vita apparentemente perfetta nasconde un segreto. Bonnie era una pugile ma dopo una sconfitta brutale ha dovuto smettere e forse deve lasciare Los Angeles. Lucky, la piú giovane, fa la modella a Parigi. Poi c’era Nicky, la cui morte improvvisa ha devastato le sorelle. Adesso, riunite nell’appartamento che le ha viste crescere, le tre sorelle si ritrovano ad affrontare un evento che rischia di dividerle. E che, invece, finirà per unirle ancora di piú.


L’autrice

Coco Mellors inglese di nascita, ha lasciato Londra per New York a quindici anni. Ha studiato scrittura creativa alla New York University e vive a Los Angeles. Per Einaudi ha pubblicato Cleopatra e Frankenstein (2023 e 2024), tradotto in 12 Paesi, che diventerà presto una serie tv prodotta dalla Warner Bros, e Le sorelle Blue (2025).


  • Casa Editrice: Einaudi Editore
  • Pagine: 424
  • Prezzo: E 20,00

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CRUDELE E’ LA NOTTE di Giovanni Jonvalli e Mirco Filistrucchi



A volte si domandava che senso avesse lavorare così, lottando ogni giorno contro i criminali da una parte e i politici dall’altra. Non era per questo che si era arruolato in polizia, anni prima. Fissando la maniglia rifletté che poteva ancora lasciar perdere e la cosa sarebbe finita lì. Poi ripensò alla leggerezza del cadavere di Miguelito Aguilar, a quella pelle bluastra, gelida contro le sue mani. E aprì la porta.


La verità a dispetto di tutto, nella Spagna buia del Caudillo.

Un vero viaggio nel tempo, questo noir, opera prima di un duo di artisti che a quattro mani confezionano un’opera corposa, accattivante e coraggiosa che parla il linguaggio universale della libertà, in contrasto e in antitesi con tutte le dittature passate, presenti e future.

Giovanni Jonvalli, un passato da fotografo di scena e Mirco Filistrucchi, paroliere e copywriter, mutuano le vicende della Spagna dei primi anni sessanta e conducono il lettore dentro le vie di una Madrid magica e nebulosa, in cui animali misteriosi, eventi tragici e bizzarri, suggestioni mistiche, apparizioni degne di un abile trasformista unite ad un clima di repressione sorda e violenta, si muovono delineando un mondo crudele e mutevole, surreale e poliedrico, in cui la dittatura franchista fa da sfondo. Un ambiente già contaminato, in cui tutto deve sembrare armonia, senza sbavature né aberrazioni. In cui non si tollera la diversità, la stravaganza e l’attitudine alla libertà, che va tenuta sotto traccia, per sopravvivere. Un mondo che pretende di essere perfetto, creato per soffocare alle radici qualsiasi manifestazione del male.

La Spagna di quegli anni appare la giusta cassa di risonanza per un thriller che aspira, con motivo, ad essere indimenticabile. Mentre il resto dell’Europa sembra già aver dimenticato le macerie fisiche e morali della seconda Guerra Mondiale e il mondo si prepara a spaccarsi in due grandi poli soccombendo alle logiche della guerra fredda, la Spagna dei primi anni 60 rappresenta un’isola in cui un regime simil-fascista continua ad imperversare. Un luogo che sembra essere rimasto indietro, ancorato a logiche che ormai, in Europa, sembrano superate. Il luogo giusto per rappresentare il grande tema di questo romanzo, ossia la fugacità della Giustizia nei regimi dittatoriali, teatri dell’apparenza, perfetti per antonomasia, ove nessuna stortura può esistere.

Si dice che Jonvalli abbia rinvenuto un vecchio carteggio tra una sua parente e un professore di Madrid e che questa sia stata la molla per pensare a rappresentare una storia di morte dentro alla sacca viscida della dittatura franchista, un regime ormai fuori tempo massimo dentro ai meccanismi della Storia. E si dice, ancora, che i due scrittori stiano già scrivendo un seguito (o un prequel?), circostanza che fa ben sperare, poi capirete perché.

Il malinconico ispettore e il dissidente sognatore.

In questo ambiente, dicevamo, si muove Florentino Abedes, un ispettore di saldi principi, con un’inclinazione spiccata alla malinconia. Solo, con un padre che sta perdendo il proprio baricentro e ha sempre più bisogno di assistenza. Solo, in un ambiente che non va preso alla leggera, in cui si può galleggiare ma facilmente si può colare a picco. Senza una donna, senza figli. Solo con il suo lavoro, che a dispetto di tutto, continua ad essere la sua ancora di salvezza, l’illusione che aggiusta un mondo di crudeli apparenze, che sembra andare alla deriva.

Con lui, allo scopo di aiutarlo in un’indagine che da subito si mostra complicata, c’è Camillo Blanco, un professore universitario, un dissidente, che a causa delle sue idee liberali è stato messo al bando. Un uomo indotto al silenzio, che sta appassendo, chiuso in una bolla soffocante che simula una libertà ormai perduta. Camillo, che sfrutta la sua particolare narcolessia per vedere tra le righe, interpretando segnali criptici per decifrare la realtà.

Insieme ma in completa solitudine, dato che l’indagine rischia di infangare la candida veste del franchismo, i due si gettano a capofitto nella ricerca di un assassino silente che da anni sta mietendo giovani vittime. Bambini uccisi con modalità che è impossibile ascrivere al caso. Bambini che il regime si rifiuta di riconoscere come vittime di un killer. Piccole vite spezzate, ignorate dalla legge. E famiglie ridotte al silenzio, nella vana attesa di una giustizia che non può arrivare.

La trama è condotta con maestria, e utilizza un linguaggio efficace e vivido per rappresentare i luoghi, i sentori, le frustrazioni e gli inganni di una società che declina e mette a nudo le sue fragilità. Gli eventi, spesso al limite della ragione, e il sentimento, costantemente avvilito da logiche malvage e avverse, tengono il lettore in scacco, portandolo ad empatizzare con i protagonisti, soli in un mondo che vuole metterli a tacere.

Gli autori rappresentano una Madrid spaccata, tra il desiderio di rinascita e le logiche imperscrutabili della dittatura. Una città che fa mostra di sé, senza difendersi dalle offese di un periodo storico oscuro, affascinata dai riverberi del folklore e della tradizione, un’atmosfera in cui magia, fanatismo religioso e superstizione si fondono, mettendo a nudo le connivenze tra politica e potere ecclesiastico e i soprusi contro i più deboli. Un coacervo mutevole e imprevedibile dove tuttavia la pietà, la condivisione fanno mostra di sé, fragile baluardo di una umanità che stenta a morire.

Crudele è la notte è un thriller sorprendente che sembra irrompere, come una meteora, in un mercato editoriale in cui, spesso, tutto sembra scontato e già detto. Un romanzo di ampio respiro, avvincente, dal finale imprevedibile. Nostalgico, colmo di un indispensabile desiderio di umanità, in lotta aperta con i riverberi di tutti i regimi. Edificante e, non ultimo, utile a scacciare i fantasmi delle dittature. Non è mai ridondante ricordarlo. Ricordatevene.


Il romanzo

Madrid, estate 1962. Mentre la Spagna soffoca sotto il pugno di ferro del generalissimo Francisco Franco, le morti misteriose di alcuni bambini vengono archiviate troppo in fretta. L’ispettore Florentino Abedes non è convinto della versione ufficiale: per lui, a colpire è un imprendibile infanticida. Uomo di destra, ma dai valori non negoziabili, Abedes crede a un’idea di giustizia spesso in contrasto con la legge applicata dai funzionari del regime. Così, non ci pensa due volte a coinvolgere nell’inchiesta Camilo Blanco, professore di filologia, perseguitato a causa delle sue posizioni liberali e affetto da una rara forma di narcolessia. Camilo è “l’uomo dei sogni”, capace di interpretare le visioni oniriche e scandagliare il proprio inconscio a caccia di indizi. Sarà proprio il dono del professore, insieme alla tenacia di Florentino, a portare alla soluzione di un enigma che si intreccia con alcune indecifrabili apparizioni della Madonna nella provincia profonda, su cui ancora incombe il ricordo dell’Alzamiento di Franco e delle violenze della guerra civile. Tra figure femminili dal fascino sfuggente, nei malinconici risvolti di un paese rebelde ormai ridotto all’ordine, i due indagatori affronteranno i fantasmi del passato per provare a vivere di nuovo. Crudele è la notte parla delle ore più buie, dell’anima nera d’Europa, di quell’incubo che da una birreria di Monaco di Baviera nel 1923 si allunga fino alla Grecia dei colonnelli. Parla delle dittature di ieri, e di sempre.


Gli autori

Mirco Filistrucchi (1957), paroliere, ha collaborato con i più importanti interpreti italiani e vanta numerose parecipazioni a Sanremo.

Giovanni Jonvalli (1968) è paroliere, fotografo ed esperto di informatica. Ha pubblicato sulle più prestigiose riviste internazionali.


  • Casa Editrice: Sem
  • Pagine: 393
  • Prezzo: E 22,00

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LA SECONDA VENUTA DI HILDA BUSTAMANTE di Salomé Esper


Quando Hilda morì, Alvaro aveva settantotto anni. Il suo dolore era indescrivibile. Quando si rividero e l’orologio riprese a camminare, avevano ormai la stessa età. Da allora in poi, il tempo non ebbe più importanza.


Un piccolo miracolo di resurrezione che spazza via tutte le certezze di questo mondo.

Il rimando ai dogmi cristiani è evidente, fin dal titolo di questo romanzo, la cui coloratissima copertina fa da specchio ingannatore sui suoi contenuti che, ben lungi da essere leggeri e fantastici, sono in realtà un richiamo su ciò che potrebbe accadere se ogni cosa conosciuta e assodata si ribaltasse, mostrano un lato metafisico. Nel titolo già si annuncia il nucleo di questo libricino, opera prima di Salomé Esper, scrittrice, editor e poeta argentina. Le seconda venuta non inneggia, forse, al giudizio universale, quando i morti resusciteranno e i giusti vivranno in eterno? Un processo di compimento della storia dell’umanità in cui ognuno raggiunge definitivamente il termine della propria salvezza o perdizione.

Nell’opera c’è un inevitabile, onnipresente rimando al tema religioso, alla Fede cristiana in particolare, con il suo fardello di penitenze e di espiazioni. Con i suoi giochi di causa ed effetto, tesi verso il concetto di peccato e remissione. Quando Hilda ritorna nel mondo dei vivi, aprendo la propria bara a mani nude ed emergendo dalla terra, ogni genere di catastrofe si abbatte sulla comunità: i vetri delle case andranno in mille pezzi, il parroco peccatore si darà alla fuga, le cavallette invaderanno il cielo, le amiche di sempre cadranno in preda al pianto purificatore.

Solo Alvaro godrà la gioia del ricongiungimento con il proprio amore perduto, senza porsi domande, accettando l’inaspettato regalo con riconoscenza. E Hilda si riapproprierà dei propri spazi, meravigliandosi della cosa più naturale e ovvia ma non per questo meno dolorosa: la vita è andata avanti pur senza di lei. Una vita vissuta dentro a piccole cose: l’amore di Alvaro che tuttavia non ha dato frutti, le piccole abitudini, la gioia di crescere la piccola Amelia, le amiche del gruppo “le devote”, assidue frequentatrici della Chiesa, più per abitudine che per vera Fede, come spesso accade. Saranno loro a paragonare la seconda venuta di Hilda ad un’apparizione, santificandola. Ma Hilda non si sente diversa da com’era prima di morire. Hilda accetta il suo risveglio per quello che è: un’occasione per riabbracciare chi ama, per essere grata, per pensare che la vita è un dono meraviglioso che non va indagato, messo sotto una lente di ingrandimento per carpirne i segreti, ma solo accettato per come è. Un fitto mistero che ci vede attori muti, in attesa di un copione a cui attenersi mentre la vita scorre gloriosa, unica e irripetibile.

L’unico timore di Hilda è rivolto verso l’esterno, verso chi vorrà giudicare, capire, investigare, ad ogni costo. Generando paura e diffidenza, tutte emozioni che non le appartengono, lei che ha condotto la sua vita con semplicità, cercando di aggiustarla al meglio secondo le sue possibilità, in buona fede.

Questo è il succo di un racconto paradossale e magico, dove religiosità e superstizione si scontrano con la gioia pura di vivere. Senza condizionamenti, né chiusure. Preclusioni, queste, che sembrano appartenere solo agli ordini precostituiti, in questo caso le istituzione religiose, ingabbiate in apparati elefantiaci e tradizionalisti, che spesso non sanno cogliere l’immediatezza e la semplicità di ciò che accade intorno a loro.

Questa cronaca di un fine settimana miracoloso scorre veloce e dona uno sguardo lungo e celestiale verso un orizzonte fantastico. La scrittura di Esper è docile, quasi fiabesca, fatta di capitoli brevi e ancor più brevi riflessioni. I suoi personaggi sono come la sua prosa. Persone limpide, gioiose, che vivono una vita semplice. Che sanno trovare il nucleo dell’esistenza senza sforzo, e che senza sforzo vivono, abbandonandosi con fiducia ai loro sentimenti. In un certo senso la resurrezione di Hilda è una ricompensa. Per lei che si risveglia e torna alla sua vita di sempre, senza rincorrere altro. Per i suoi cari, che hanno rinunciato a lei con dignità e hanno continuato a vivere nello stesso modo, mantenendo e perpetuandone la memoria. E questo è ciò che dovrebbe essere, sempre.


Il romanzo

Hilda Bustamante ha 79 anni e, come sempre succede, un giorno arriva per lei il momento di morire. Eppure, in modo del tutto inatteso, qualche tempo dopo Hilda torna alla vita, riesce a uscire dalla bara e, senza capire bene cosa le sta succedendo, si riavvia verso casa, con grande commozione di Álvaro, l’amore della sua vita, di Amelia, l’adorata nipotina adottiva, e delle «ragazze» della chiesa, che l’hanno sempre considerata una persona piuttosto straordinaria. Questo romanzo racconta la storia di Hilda e il piccolo e meraviglioso scandalo della sua resurrezione: il suo ritorno è solo il primo degli eventi che sconvolgeranno la città, fra invasioni di cavallette, vetri in frantumi e campane impazzite. Ma non è un’apocalisse, non è una storia di zombie, è piuttosto una storia d’amore, di immensa gratitudine, di comprensione e rispetto. Rediviva, Hilda cambierà il passato e il presente, trasformando per sempre le persone intorno a lei.


L’autrice

Dopo gli studi in comunicazione e in editoria, ha vissuto per diversi anni in Messico. Scrittrice, editor e poeta, ha pubblicato le sillogi poetiche sobre todo (2010) e paisaje (2014). La seconda venuta di Hilda Bustamante è il suo primo romanzo, in corso di traduzione in diversi paesi.


  • Casa Editrice: SUR edizioni
  • Traduzione: Carlo Alberto Montalto
  • Pagine: 171
  • Prezzo: E 17,50

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TUTTI I NOSTRI SEGRETI di Fatma Aydemir



Il silenzio gli ronza nelle orecchie come una sirena minacciosa, come un allarme antincendio, come il fragore di un carro armato in transito. Hakan conosce questo silenzio. Nella sua famiglia non si discute mai animatamente. Nella sua famiglia ci si affronta così: con occhiate eloquenti e sguardi negati, con mille cose che non vengono mai espresse e di conseguenza rendono l’aria ancora più pesante, perché tutti sanno a cosa si riferisce il non detto e contro chi è rivolto. Il silenzio è l’arma di sua madre, così com’era l’arma di suo padre. Il silenzio, ora Hakan se ne rende conto, è la colonna sonora della sua infanzia. Forse è per questo che a un certo punto si è rifugiato nei beats martellanti di un Larry Smith, proprio per questo, forse, trovava tanta forza nelle rime schiette di un Rakim. Magari Peri ha ragione, tutta questa roba ha a che vedere con il passato di Hüseyin, con un vissuto di cui non è mai riuscito a parlare. Dev’essere successo qualcosa. Qualcosa di così terribile che non ci sono parole per descriverlo. E ora che Hüseyin li ha lasciati all’improvviso, si ritrovano lì seduti, abbandonati con la sua unica eredità. Il silenzio.


La vita non è un rewind. Storia di una famiglia e dei suoi silenzi dentro la macchina perversa dell’immigrazione.

Il tema dell’emigrazione è sicuramente pregnante, in questo romanzo. L’essere ancorato alle proprie radici mentre il mondo le disconosce, le banalizza, ne mistifica il valore, ritenendole sbagliate. Essere stranieri in un paese che non ti vuole, Ma anche quello del tempo che scorre a velocità esponenziale lasciando indietro le generazioni silenti, strette tra le spire dell’obbedienza. Uomini votati al dio della virilità. Donne dedite alla cura degli altri, al sacrificio di sé.

Fatma Aydemir, immigrata tedesca di terza generazione, di famiglia turco-curda, ne è voce auterevole, avendo vissuto sulla propria pelle le dinamiche perverse dell’integrazione nella Germania degli anni 90, un decennio cruciale e difficile per i migranti. Il suo romanzo ripercorre la storia di una famiglia curdo-turca a partire dagli anni 70 fino al 1999. Huseyn, il padre, approda in Germania per fuggire la miseria del villaggio in cui vive. Solo 8 anni dopo Emine, la giovane moglie e figli piccoli lo raggiungono. E’ una integrazione quasi impossibile, che Emine vive con indifferenza, chiusa tra le mura di casa, uscendone solo per fare la spesa, camminando di fretta, occhi a terra. Huseyn lavora incessantemente. allo scopo di dare un futuro ai suoi figli. Entrambi sono consapevoli di trovarsi ai margini della società. Vivono a scartamento ridotto, subendo le angherie di una società che non li vuole.

Dopo trent’anni Huseyn va in pensione e corona il sogno di un appartamento suo a Instambul, la patria ritrovata, nella quale egli ripone la sua vita intera. La ricompensa, la fuga da un passato che ha sempre voluto dimenticare. Ma la morte lo coglie ancora prima che Emine e i figli possano raggiungerlo. Una morte inattesa, che scardina un equilibrio precario. La famiglia di Huseyn si regge sopra ad un segreto, innominabile. Tenuto con cura, perché sono proprio i segreti che uniscono, nel tentativo di proteggere chi non potrebbe sopportare la verità. Un segreto è una storia che viene rimossa per vivere in pace. E’ ciò che tiene unita una famiglia ad un tavolo, insieme al silenzio. Il non detto. che è l’unica eredità di Huseyn.

Tutto, in questo romanzo, rimanda ad un senso di irrisolto. Tutto ciò che viene detto, o fatto, proviene da un anacronistico senso del dovere. Principi che ormai non contano più niente, specie adesso che la famiglia è in Germania, una terra senza cuore, che ha regalato solitudine invece che una nuova vita. Ferite sempre nuove, e sempre gli stessi ricordi che ritornano, un circolo vizioso che ha imposto di resistere, perché la scelta di trasferirsi continui ad avere senso compiuto.

Tutto rimanda alle dinamiche dell’integrazione, desiderata ma anche avversa, nel continuo strappo tra tradizione e emancipazione, quella che investe completamente Sedva, la figlia maggiore di Husyen e di Emine. Quella che spaventa e che rifiuta Emine. L’emancipazione femminile è l’altro grande tema del romanzo. Un tema doloroso, che investe la famiglia come un treno in corsa. Quella che non si può comprendere, che sfalda ogni certezza, che distrugge alla base i capisaldi della propria esistenza.

Sedva è l’agnello sacrificale. Sedva, che non viene mandata a scuola. Sedva che raggiunge la famiglia in Germania solo dopo molti anni, l’ultimo tassello mancante, dopo che ha sofferto l’abbandono della sua famiglia. Giunta in Germania non si rende conto subito dell’aria avversa che circonda la sua famiglia e tutti gli immigrati in genere. Lei è un’anima errante, senza un posto per se stessa. Non può che piegarsi ad un matrimonio frettoloso, che finirà presto. Dal quale fuggirà senza avere l’appoggio della madre. Sola, dovrà ricostruire la sua vita. E lo farà, diverrà una donna indipendente, con il proprio lavoro e il proprio conto in banca. Una madre attenta all’educazione dei figli, che non debbono sentirsi né essere riconosciuti come stranieri.

Tra Sedva e la madre c’è un baratro. Quando Huseyn muore non si vedono da cinque anni, Cinque anni di rancore. Per Perihan invece è stato più facile. Lei ha potuto studiare in Germania, ha fatto il liceo e l’Università. E si è ribellata alle regole di una tradizione nella quale non si riconosce. Umit, l’ultimo figlio, nato in Germania, è ormai fuori da queste dinamiche. Soffre il frastuono dell’adolescenza e ha ceduto solo il calcio al padre, che del resto ignora le sue inquietudini e le sue incertezze. Hakan, il maggiore dei figli, ha ceduto ben altro al padre. Il suo è un ruolo difficile. Essere il primo figlio maschio impone il peso delle aspettative, peso che Hakan disperde in attività al limite della legalità e nello sprezzo della vita.

Il romanzo è condotto con la seconda e la terza persona, una scelta che acuisce un senso di confidenza con i personaggi che a turno si succedono nel raccontare il loro lutto e la loro vita. Tutto ruota intorno a Huseyn e alla sua morte, alla necessità di confrontarsi con il ricordo di quel padre distante, schiacciato dal lavoro, un’ombra sfuggente sopra ad una poltrona, di sera o sul balcone di casa, con una sigaretta in mano. L’uomo che ha dato il via a tutto quel circo, che ha lavorato in fabbrica fino a sfiancarsi per giustificare quella scelta. Una scelta, poi si saprà, dettata dal bisogno di seppellire un ricordo. Un ricordo che affiora nell’ultima parola che pronuncerà prima di morire.

Con la sua morte tutto il costrutto cade. E il confronto tra Emine e Sedva chiude un capitolo per aprirne uno nuovo, fatto di consapevolezza, libertà e autodeterminazione. Sarà un confronto amaro, che possiamo astrarre dal contesto e generalizzarlo con quello, speculare, tra due generazioni di donne. La prima, che ha subito l’angheria del patriarcato e che ripercorre lo stesso errore ai danni della seconda. E sarà anche lo svelarsi di un terribile segreto e del suo epilogo. Il rimorso che non può assolvere, né trovare sollievo se la mente e il cuore non sono pronti ad accogliere. Emine accoglie sulle proprie spalle il peso dei silenzi e del bisogno di ricucire gli strappi. Una figura che ha un che di mostruoso, e che si risolve solo quando decide di aprirsi, liberando le profondità del suo io e del suo passato,

Tutti i nostri segreti è un romanzo bellissimo e doloroso. Una saga familiare segnata dalla lama tagliente dell’immigrazione, senza più una patria in cui credere e senza una guida. Allo sbando in una società che muta velocemente lasciando indietro chi sta ai margini, chiuso in una lingua che non conosce, in usi e costumi che non comprende, abbarbicato a tradizioni che ormai suonano anacronistiche e assurde. Una storia che vuole essere l’emblema della difficile integrazione di chi è straniero, dell’emancipazione femminile che fatica ad emergere e dell’affermazione dei diritti della comunità queer. Simbolo di un fallimento evidente, che ha tenuto l’immigrato prigioniero in una gabbia interiore, emblema di una fuga verso la patria che non avviene mai.

Un romanzo necessario anche a stabilire un ponte tra gli uomini in un’epoca di movimenti di popoli lungo le traiettorie di un mondo sempre più freddo e insofferente.


Il romanzo

Giunto all’età della pensione, Hüseyin ha finalmente realizzato il suo sogno: dopo trent’anni di duro lavoro nelle fabbriche tedesche, si è comprato un appartamento a Istanbul per farvi ritorno con la moglie. Mentre cammina lungo i corridoi dipinti di fresco assaporando l’idea di una vita nuova, però, ha un malore improvviso e muore pronunciando un nome: «Ciwan». Nei giorni successivi, la moglie e i quattro figli accorrono in Turchia per partecipare al funerale. C’è Ümit, adolescente frastornato da fantasie inconfessabili, che gioca a calcio per far piacere al padre; Sevda, la figlia maggiore, a cui non è stato concesso di studiare e che ha rifiutato un matrimonio combinato; Peri, la ribelle, studia all’Università di Francoforte, vive una vita trasgressiva e critica ferocemente i valori dei genitori; Hakan, il fratello maggiore, cerca di inventarsi un futuro, soffocato dalle aspettative riposte dai genitori sul primo figlio maschio; e infine Emine, la madre, taciturna e addolorata, parla con i parenti una lingua che i figli non hanno mai sentito e, insieme al marito, ha custodito il più terribile dei segreti per una vita intera. Un segreto che durante queste giornate verrà lentamente a galla, riaprendo ferite molto antiche e cambiando i destini dei quattro figli, combattuti tra il peso delle tradizioni e il desiderio di libertà.
Incluso da «Der Spiegel» nella lista dei cento libri tedeschi più importanti degli ultimi cent’anni, Tutti i nostri segreti è un grande romanzo familiare in cui dramma e ironia si fondono perfettamente: la commovente storia di una famiglia intrappolata tra passato e presente, tra una patria perduta e sempre rimpianta, e una nuova terra mai davvero sentita propria.


L’autrice

Nata nel 1986 a Karlsruhe, nell’ex Germania Ovest, da una famiglia di origine turco-curda, ha esordito nel 2017 con Ellbogen, romanzo vincitore del Klaus-Michael Kühne-Preis e del Franz-Hessel-Preis, successivamente adattato in una versione cinematografica. Nel 2019 ha curato l’antologia Eure Heimat ist unser Albtraum insieme a Hengameh Yaghoobifarah. Tutti i nostri segreti, il suo secondo romanzo, pubblicato in Germania nel 2022, ha conquistato le classifiche di vendita tedesche, ha vinto il Robert-Gernhardt-Preis e il Preis der LiteraTour Nord 2023, è stato finalista al Deutscher Buchpreis, il più importante premio letterario tedesco, ed è in fase di pubblicazione in diciassette paesi. Vive a Berlino e scrive per «The Guardian».


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Traduzione: Teresa Ciuffoletti
  • Pagine: 324
  • Prezzo: E 18,50

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TORNARE A CASA di Tom LAMONT


Guardò fuori nel cortile. Quella mattina, solitarie sferette di pioggia si erano abbattute con forza sul pavimento incatramato. Come se fosse stata scagliata dall’alto con una traiettoria rettilinea, ogni goccia aveva generato una rigida colonna di schizzi che emergeva candida contro il catrame circostante prima di collassare e consumarsi, venendo a malapena notata da Sibyl prima di scomparire, come quelle macchioline di polvere o le anomalie che baluginano sulle vecchie pellicole. In seguito la pioggia cadde più fitta. Per qualche strano effetto ottico, la pioggia non era visibile dallo studio, e le uniche testimonianze erano i rigagnoli che cominciavano a scorrere lungo i margini del cortile, il rimbombo delle grondaie, quelle effimere scintille bianche in contrasto con il catrame, piccoli asterischi che si alzavano dal pavimento e guizzavano per attirare l’attenzione, le eteree aiuole di fiori che continuavano ad apparire e svanire.


Ricostruire ciò che si è rotto. La famiglia e i legami che contano davvero.

Le relazioni umane sono un mare in continuo movimento. Un moto ondoso, che crea riccioli di schiuma e risacche pericolose. Specchi azzurri di placidità che diventano tempeste indomabili e che tornano a sonnecchiare, cullati dalla bonaccia. Un movimento perpetuo, incessante, ipnotico. Che crea e distrugge ciò che vi si cela sotto.

Il romanzo di Tom Lamont indaga le correnti sotterranee ed emerse di questo mare. In particolare i legami che si creano tra le persone nelle contingenze dell’esistenza. In tutte le circostanze, gli accadimenti e i destini che ci lambiscono o che ci investono in pieno, cambiando le traiettorie della nostra vita. Un mare che Lamont sa navigare con perizia, assecondando le correnti favorevoli e scansando le insidie, i gorghi, le sirene incantatrici.

Al centro del romanzo c’è il piccolo Joel, rimasto solo dopo che Lia, la madre, muore tragicamente. Teo, tornato a casa per fare visita all’anziano padre, è da sempre innamorato di Lia. Il giorno in cui lei muore, Teo sta facendo compagnia al figlioletto. Sembra naturale, per tutti, che Teo si prenda cura del piccolo, mentre i servizi sociali decidono cosa è meglio fare. Joel irrompe nella vita di Teo rivoluzionando tutto. Un’onda gigantesca che toglie il sonno, mette alla prova la pazienza e la resistenza di entrambi. Un vortice che disorienta tutti ma che dispensa tenerezza e amore. Un’onda lunga, che finisce per travolgere anche le persone più vicine a Teo. Il padre Vic, che trova in Joel l’estremo motivo per resistere alla morte e che rende più acuto lo stridore con il suo passato da genitore distante e con l’ombra, mai sopita, della sua infanzia difficile. Ben, l’amico di sempre, un personaggio bizzarro che nasconde la propria sensibilità sotto una coltre spessa di vizi e di difetti. E Sybil, la rabbina della piccola comunità cui tutti fanno parte, schiacciata dal bisogno di conciliare la tradizione ebraica con il compito assegnatole di rinvigorire il senso di appartenenza dei fedeli. Sybil, che perde la Fede e la ritrova nella solidità di un bisogno da curare.

Il romanzo si snoda tra la sottile tensione degli eventi, imprevedibili e dirompenti, pronti a scoperchiare segreti e nodi irrisolti sepolti nel passato e l’enorme senso di dolorosa urgenza che si crea quando una madre muore e un bambino resta solo al mondo. Un mondo che a volte sembra creato per complicare il corso naturale delle cose, il senso del giusto e del compiuto. Nell’implosione di un mondo intero i personaggi raccolgono macerie e frammenti per ricostruire un contesto accettabile e un porto sicuro per il bambino. Un lavorio incessante, fatto di sconfitte e minuscole vittorie, dove l’arbitrarietà delle emozioni e le eco imprevedibili del passato creano disegni insensati, che occorre riportare a terra saldamente. Un regno instabile, dove il caos non può essere ricondotto facilmente all’ordine. Non se l’amore, il rancore, il bisogno di crescere, il dubbio, la necessità di superare i mostri del passato si mettono da parte. Non se latitano, se hanno paura di mostrarsi, di rompere un equilibrio che si basa sul non detto e il non fatto.

La vita, le sue interazioni, il disegno caotico dei fatti, lo scatenarsi di eventi che irrompono come tessere di un domino impazzito, tutto questo coacervo di emozioni e di istinti è il mare magnum in cui il romanzo si snoda. Un spaccato di vita dove i sentimenti hanno la loro rivincita senza cedere il passo ai sentimentalismi. Dove tutto è facile anche se complicato. Dove le scelte si fanno con il cuore e sono quelle giuste. Dove l’uomo trova un senso e un motivo di vita, pur nelle avversità.

Tom Lamont ha una penna evocativa, poetica, immensamente sensibile. Capace nel raccontare la vita com’è: uno spiritello curioso e bizzarro che si diverte a vedere fin dove si può spingere senza passare il limite. Una narrazione intima, affilata, che si affida al dialogo ma che sa anche intrattenere il lettore con passaggi introspettivi, flussi di coscienza che si nutrono di una prosa spessa, avvolgente, capace di rendere il testo vivo, mediante immagini vividissime che parlano con immediatezza al lettore, rendendone chiare e morbide le intenzioni e i significati più profondi.

Lamont oscilla tra la semplicità di un parlato estremamente colloquiale e a tratti anche divertente e la profondità emotività che trasmette al lettore. Il risultato è una narrazione coinvolgente, che punta dritta al cuore, difficile da dimenticare. Sarà per questo che Tornare a casa è un piccolo manuale per amare, curare, educare. E’ un inno all’importanza dei legami tra umani, che trascendono l’idea tradizionale di famiglia, mettendo il risalto la genuinità delle relazioni basate sull’amore e sull’amicizia. Ed è la celebrazione perfetta della paternità, di quella connessione tutta maschile che a volte passa in secondo piano ma che invece è portatrice di sorpresa, meraviglia, dono.


Il romanzo

A trent’anni, con un lavoro stabile e un nuovo appartamento, Téo Erskine sente di aver finalmente preso le distanze da Enfield, il sobborgo di Londra in cui è cresciuto, e dalle pressanti richieste del padre Vic, che è sempre più bisognoso di cure. Dopo una festa con gli amici d’infanzia, però, la vita di Téo cambia d’improvviso: Lia, il suo amore mai ricambiato, si toglie la vita mentre lui è a Enfield a fare da baby-sitter a Joel, il figlio di lei. E non solo: gli assistenti sociali lo nominano tutore del bambino, almeno finché non ne venga rintracciato il padre naturale. Tra dubbi e timori, Téo non può sottrarsi alla richiesta, quindi si stabilisce a Enfield nella casa del padre e inizia a prendersi cura del piccolo, coinvolgendo la nuova rabbina del quartiere e l’amico Ben. Ma dal passato riaffiorano vecchi rancori e segreti che obbligheranno tutti a fare i conti con l’età adulta e gli scherzi del destino. Tornare a casa racconta la nascita di una famiglia inaspettata, che si forma attorno a un vuoto e che si salda in nome dell’amicizia e di un impegno profondo nella cura reciproca. Tom Lamont ci consegna un esordio commovente, un racconto della paternità ironico e dolce, capace di sovvertire i ruoli sociali e di mettere in discussione le consuetudini e le regole dei legami di sangue.

Questo libro è per chi ricorda la casa d’infanzia come un regno di infiniti corridoi, per chi ama la delicata ironia dei libri di Nick Hornby, per chi va sempre nello stesso cinema malandato, e per chi vaga per il quartiere valutando modi audaci per cambiare la propria vita: un nuovo lavoro, una nuova speranza.


L’autore

Tom Lamont vive a Londra con la moglie e i due figli. Giornalista pluripremiato, scrive per The Guardian, The Observer e GQ America. È tra i fondatori della rubrica giornalistica “The long read”. Ha intervistato personaggi celebri, scrive di libri, cinema, musica e sport. Tornare a casa è il suo romanzo d’esordio. 


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Traduzione: Antonio Mareta
  • Pagine: 336
  • Prezzo: 19 euro

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BUGIE SU MIA MADRE di Daniela Dröscher



In un certo senso è come se mio padre, per tutta la vita, avesse confuso mia madre con una casa. Con la differenza che in una casa si possono fare degli interventi di valorizzazione senza chiedere il permesso, sul corpo di un’altra persona no. A causa di una moglie sovrappeso mio padre si ritrovò ad avere una macchia brutta e ostinata che gli rovinava una facciata bianchissima – ecco che ritorna l’immagine della casa. Il corpo di mia madre rappresentava la visibilità in un mondo che puntava tutto sull’invisibilità. Non dare nell’occhio era uno dei principi più profondamente radicati nell’ambiente di provenienza di mio padre. Il suo corpo, invece, è quello di un bambino del dopoguerra. E il mondo contadino in cui è cresciuto è un mondo ostile e difficile.


17 marzo 2025

Mamma mangia tutto. Un corpo ingombrante, inaccettabile, che aspira all’invisibilità, nella famiglia nucleare degli anni ottanta.

La madre, il confine del suo corpo, il potere che emana, è il primo concetto che interiorizza il bambino. L’odore, la capacità innata di consolare, accogliere, curare. La forma morbida di un seno, l’incombere fisico che appare capace di ogni vittoria contro qualsiasi nemico. Un corpo che la società vuole invisibile, instancabile, dedito alla cura e ottenebrato dalla dipendenza economica, emotiva e suggestionale dal maschio.

Ela, ormai adulta, racconta la sua infanzia, analizzandola alla luce delle dinamiche sociali del nostro tempo. Un occhio acuto, impietoso, teso a rielaborare il proprio passato, a contestualizzarlo, inserendolo nel tempo e nello spazio giusto, con il suo bagaglio passato a influenzarne la forma e le direzioni.

Sua madre è il baricentro del racconto. Una donna volitiva ma segnata dall’insicurezza, imprigionata in un fisico possente, che incarna in sé l’idea, imperante, della pigrizia, dell’incuria. Un corpo che la madre porta con leggerezza, grazie anche alle eco della sua famiglia, che proviene dall’esperienza dell’immigrazione e dell’indigenza, per la quale grassezza è indice di prosperità e di benessere. Un corpo che il marito non accetta, che ritiene vergognoso, impresentabile, il segno tangibile dell’insuccesso. Un corpo che trattiene in sé l’idea di mediocrità, quella stessa insulsaggine che impedisce al marito di emergere, di assumere e mantenere una posizione sociale nella scala, sempre più ripida, che porta al successo.

La piccola Ela è costretta a fare l’ago della bilancia, schiacciata tra queste avverse dinamiche familiari. Il padre è bilioso, irascibile. Tanto insicuro e bisognoso di approvazione, quanto è succube delle sue origini contadine. Un uomo che pretende di avere il controllo su tutto e che obbliga la moglie a continue vessazioni, per indurla a dimagrire. La pretesa che la moglie non lavori, che dipenda da lui, che non si perda in inutili passatempi, sono tutte emanazioni dell’idea patriarcale che la donna sia asservita alla cura degli altri, succube della vita domestica, schiava legalizzata al servizio della famiglia.

Ela passa da un sentimento di dolorosa passione per la madre ad un senso di vergogna per il suo corpo fuori dagli schemi, che non passa inosservato e attira malignità e sberleffi. Segue con trasporto le sue vicende, a partire dal sentimento di estraneità verso la Germania, lei che proviene dalla Svevia, terra di confine, sottratta dalla Polonia e considerata terra straniera a tutti gli effetti. Un retroscena che terrà la madre preda di stereotipi razzisti, che la trasformerà in una straniera spesso mal vista e sicuramente mai accettata dalla famiglia di suo marito. La madre non ha un suo spazio: vive nella casa dei suoceri, in un paese diverso e nulla le appartiene realmente. Di suo ha solo il corpo, che viene continuamente insultato e messo sotto accusa.

La madre ha un lavoro ma dovrà rinunciare a qualsiasi velleità di carriera con la gravidanza della seconda figlia, quando ormai il suo matrimonio è già naufragato. Le figlie cresceranno ma l’anziana madre si ammalerà e avrà bisogno delle sue cure. E’ lei il punto fermo della famiglia, e ne diverrà anche il perno economico, quando erediterà una cospicua somma dal padre. Denari che il marito pretenderà di gestire, imbarcandosi in imprese azzardate e fuori luogo. E mentre lei riverserà nel cibo le sue frustrazioni, lui si farà sempre più ostile e distante, rabbioso e incoerente. L’odio verso il corpo ormai dilatato della moglie sfocerà in una vessazione inaccettabile, che porterà disordine e rottura.

Una storia con un epilogo già segnato, che tuttavia si addolcisce nel confronto franco che Ela, ormai adulta, ha con sua madre. Un tentativo di comprendere la madre intimamente, di dare un nome al suo malessere, di conoscere più a fondo il suo passato. Con la volontà di vivisezionare la famiglia patriarcale, con i suoi dettami, le sue regole, i suoi fondamenti.

La pretesa di avere il potere sul corpo della donna, di comandare la sua forma, lo spazio che può legittimamente occupare. Decretare la sua visibilità, farlo uscire dalla nebbia, assurgerlo a vessillo e a simbolo del potere di un uomo. Misurarlo, pesarlo, giudicarlo. Costringere la donna a costruire un castello di menzogne per poter sopravvivere. O a chiudersi nel silenzio, esso stesso una forma di menzogna, dettata dall’incomprensione. La banalizzazione della maternità, vista come unica fonte di realizzazione, un idillio senza macchia da gestire in autonomia.

Le bugie che stringono la madre, il suo vissuto e la memoria collettiva su di lei, sono raccolte dalla figlia e analizzate a posteriori, con l’intento di ammorbidire la sua reputazione e i suoi ricordi. Con lei la figlia rivive quei giorni, subendone ancora l’influenza, con la consapevolezza che i tempi oggi non avrebbero permesso tanta acredine e tanta violenza. E anche la madre, ormai anziana, si riconcilia con il proprio passato, avendone compreso le dinamiche e avendo interiorizzato le proprie debolezze. Una vita segnata dagli eccessi, dai “troppo” o dai “troppo poco”.

Il disturbo alimentare non ha un nome, in questa storia, ma è evidente in ogni passaggio nonostante passi solo per un intollerabile capriccio. Come l’annullamento della donna nella famiglia, una piovra che l’afferra e la tiene prigioniera di un eden fittizio e manipolatorio.

Il romanzo è anche un’analisi della società tedesca degli anni 70 e 80 dello scorso secolo. Anni in cui le eco del regime nazionalsocialista si fanno ancora sentire. L’ideale di perfezione e di forza ancora permea la società e la competizione è vista come lo specchio dell’ambizione. Si normalizza la violenza, compreso l’isolamento sociale della donna, che la madre subirà per tutta la sua vita, nella società in quanto esule e in famiglia a causa del suo corpo non conforme.

Ela è il frutto di questa lotta intestina. Un bambino che cresce troppo in fretta, nell’inquietudine di dover tenere in equilibrio una situazione irrimediabilmente distorta, che porta su di sé il peso della felicità e della realizzazione familiare. Un bambino che è il parafulmine delle forze a cui la donna è sottoposta nel patriarcato.

In un crescendo di presente e di passato, nell’intento di ricostruire detto e non detto, bugie e menzogne di quel passato fatto di dominio e di impotenza, l’autrice conduce un’analisi spietata della società di allora e di adesso, intessuta di una quotidianità a tratti esilarante, regalandoci un racconto che sa irritare, sconvolgere e scandalizzare come sanno fare solo le cose vissute davvero.


Il romanzo

Germania, anni Ottanta. Ela ha sei anni e «come una piccola investigatrice privata» osserva la vita domestica trasformarsi in un campo di battaglia: la madre è troppo grassa e deve dimagrire a tutti i costi. Così ha decretato il capofamiglia, ossessionato dal corpo della moglie, che ritiene responsabile di ogni suo fallimento, dalla mancata promozione alle ambizioni sociali frustrate. Giorno dopo giorno, attorno a quel corpo si stringe un assedio fatto di ammonimenti, vergogna e controllo. Ormai adulta, l’autrice ritorna su quegli anni con uno sguardo capace di districare finalmente verità e menzogne, elementi essenziali di quel dominio quotidiano a cui da bambina assisteva impotente. Alternando il passato di vivaci capitoli narrativi al presente di fulminanti analisi, Daniela Dröscher ricostruisce le tensioni di un’infanzia segnata dai non detti, svelando con precisione i meccanismi invisibili attraverso cui il patriarcato modella il corpo e la vita delle donne.


L’autrice

Daniela Dröscher (1977) è una scrittrice tedesca. Per i suoi romanzi, saggi e opere teatrali è stata insignita di numerosi riconoscimenti letterari, tra cui il premio Anna Seghers e il premio Robert Gernhardt.
Bugie su mia madre, il suo ultimo libro, è stato tra i finalisti del Deutscher Buchpreis 2022.


  • Casa Editrice: L’Orma
  • Traduzione: Flavia Pantanella
  • Pagine: 384
  • Prezzo: E 24,00

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IL MIO GRANDE, BELLISSIMO ODIO di Elisabeth Åsbrink 


Non sono solo un’artista gelosa delle proprie idee, sono un essere umano che ha bisogno di parlare con altri esseri umani. Se non si ha il coraggio di fare entrare e uscire l’aria dai polmoni, o di riempire e svuotare il cuore dal suo rosso fiotto, si può dire di essere vivi? Se ci si riduce a una mummia, per timore di essere feriti o di apparire troppo sinceri, si può dire di essere vivi? E se non si vive, come si può creare una letteratura di carne e sangue?


10 marzo 2025

L’odio che corrompe. L’odio che spinge a combattere. Vita e morte di una donna sola.

Non avevo mai sentito parlare di Victoria Benedictsson. Quando mi sono avvicinata a questo romanzo ho immediatamente sentito un’affinità, un legame, qualcosa che mi portava verso Victoria. Volevo sapere tutto di lei. Della sua opera. Del suo risveglio dal coma indotto dalla società di quel tempo. Di come si era liberata dal giogo del matrimonio borghese, dalle catene della morale, in un’epoca in cui farlo era semplicemente impensabile. Le donne, nella seconda metà del XIX secolo, sono gingilli. Esseri tenuti a bada dal patriarcato imperante, Morigerate o dissolute, senza vie di mezzo.

Cerco una sua foto sul web. Trovo una ragazza dal volto austero, che non sorride. Lo sguardo tuttavia è dritto, puntato verso qualcosa al di là della macchina. Mi interrogo se quello sguardo sia uno sguardo d’odio. Saprò che l’odio cui aspira Victoria riprende un pensiero di Emile Zola “l’odio è l’indignazione dei cuori possenti…”. Un odio che sgorga con forza dalla negazione di una educazione scolastica, dalla rivendicazione della libertà di scrivere, di essere un’artista. Dalla prigione, sbarre erette nelle sconfinate e solitarie pianure della Scania.

Mi chiedo se da quello sguardo traspare già la decisione di togliersi la vita, un anelito che, apprendo leggendo, sembra averla inseguita da sempre. Una vita di fuga, l’unica per chi come Victoria possiede una grande forza, quella che la conduce al centro del dibattito sulla questione morale, e una fragilità senza limiti, che la fa dubitare del suo valore.

Victoria è un essere umano complesso. Nata da una famiglia modesta, viene educata a casa dalla madre. Fin da piccola si rifugia nel suo mondo fantastico, per sopportare la malinconia delle sua giornate e il peso del lutto per la prematura morte del fratello, che aleggia come fumo tossico in tutta la casa, facendola sentire inutile. Da giovinetta Victoria vuole dipingere, ma il padre le nega l’accesso alla scuola. Il matrimonio le appare come l’unica via di fuga da una vita che le sembra inutile. Il promesso sposo è molto più grande di lei. Victoria non ha idea di cosa sia il legame matrimoniale, che le si rivela in tutta la sua violenza. Si sente braccata, senza via di scampo da una vita già segnata, senza una sua identità sociale ed economica.

Si rifugia nella scrittura e pubblica le sue prime opere sotto uno pseudonimo maschile. Scelta che perdurerà per tutta la sua vita. Per scrivere e per essere presa sul serio è necessario persino pensare da uomo. Eppure quello è il periodo di John Stuart Mill, di Ibsen, dei fratelli Edvar e George Brandes. E’ una disputa che durerà molti anni, combattuta sul suolo scandinavo, che agita la morale, il matrimonio borghese, la libertà sessuale. Le donne ne sono causa e effetto. Ci si interroga sulla castità, sul sesso prima del matrimonio, sulla forza degli istinti, sulla necessità della prostituzione per tenere a bada gli uomini nell’attesa del matrimonio. Si mette in dubbio la religione, e con essa le regole della moralità. E ci si interroga sul matrimonio come atto di sostentamento per le donne, alle quali non è permesso lavorare, una gabbia dorata dove l’amore latita e muore.

Victoria cresce come artista negli anni in cui questa battaglia è più cruenta e le istanze per la creazione di una nuova società sono più forti. Lei stessa è l’esempio vivente di una nuova figura di donna, che si affranca dal matrimonio, persino dai figli e si rende indipendente, combattendo contro uno stuolo di benpensanti che la osteggiano e la deridono. Il lavoro è la sua verità, ma per verificarne la valenza Victoria combatterà tutta la vita con un potente senso di inferiorità e con l’esigenza fortissima di avere accanto a sé dei compagni di vita, persone con le quali confrontarsi, aprirsi e sfogare le proprie frustrazioni.

Victoria sarà solitaria, quasi un’anacoreta, costretta all’isolamento anche dalle circostanze e dalla ristrettezza culturale dell’ambiente da cui proviene e sarà al tempo stesso all’angosciosa e continua ricerca di una fratellanza, di un sostegno morale, specie dopo la fine del suo matrimonio. Una e non l’unica delle contraddizioni che segneranno la sua vita. Vita alla quale crede, che deve scorrere e fluire libera per poter fare letteratura. Vita alla quale tuttavia rifugge perché troppo dolorosa, con la morte come ultima ratio, quel salvagente che in qualsiasi momento sa di poter afferrare. Vita che è continua fonte di ispirazione per lei, attenta osservatrice di ciò che la circonda. L’ambiente rurale della Scania del tempo, il matrimonio, lo scontro tra aspirazioni e realtà, sono tutti aspetti che Victoria mutua per farne letteratura, così come la sua stessa esistenza diverrà, a brevissima distanza dalla sua morte, materiale per il romanzo La signorina Julie di August Strindberg.

I suoi diari fanno parte integrante di questa biografia e sono una fonte inesauribile e imprescindibile per entrare in connessione con il mondo di Victoria Benedicsson. Scritti con l’ausilio di codici cifrati, a volte scarni a volte veri fiumi di parole e di interrogativi. Diari che diventano il canovaccio dei suoi romanzi e che talvolta trasformano lei stessa in un personaggio di un romanzo. I diari saranno testimoni anche della sua passione per George Brandes, personalità indiscussa del periodo, critico letterario, filosofo, docente infuocato e libero pensatore, critico verso la religione e le sue ricadute sulla condizione della donna. Con lui Victoria intreccerà una relazione manipolatoria, che la renderà dipendente e acuirà ancora di più il suo senso di inferiorità. Una relazione che sarà la miccia per quella morte tante volte evocata.

Victoria Benedictsson è stata un’artista fuori dal comune. Colei che senza alcun mezzo si tirò fuori da un matrimonio senza amore, costruì da autodidatta la sua ossatura di scrittrice e si inserì nell’ambiente letterario più stimolante dell’epoca, riuscendo a sostenersi economicamente e a farsi un nome. Ciò che fece fu una vera rivoluzione. Riuscì a sottrarsi alle catene più forti e subdole del tempo con la sola forza della sua volontà, costruendo da sola la sua carriera. Un’impresa che appare anche oggi non comune e non priva di difficoltà. E di difficoltà ne visse parecchie, conducendo un’esistenza sempre il bilico sul baratro, con la morte sempre accanto, simbolo della cocente sconfitta ma anche balsamo per curare le ferite inferte da un cammino periglioso e fuori dal comune.

Elisabeth Asbrik conduce questa storia nella Storia con amore, rispetto e verità. Riesce nell’intento di consegnare intatta al lettore una donna e la sua epoca, dipingendola qual era e investendo energia e dedizione nel disegno della sua vita e delle sue opere. Una lettura che avvince, che coinvolge e ci fa scoprire un personaggio incredibile, visionaria, coraggiosa, forte nell’intento di creare l’artista prima della donna. la scrittura prima della vita, l’anima prima del corpo. Con Victoria il lettore scopre un’epoca intera, con i suoi artefici, con le sue lotte intestine, le avvisaglie di una società che cambia e di consapevolezze che si svegliano e cercano la loro soluzione. Gli aneliti, i sacrifici, le battaglie che hanno preceduto le lotte femministe e la ribalta delle correnti atee rispetto all’impero della religione. La luce dopo le tenebre, che si diffonde nel mondo conosciuto. Anche grazie ad artiste come Victoria, che accettò di essere il capro espiatorio di queste correnti di cambiamento, immolando la sua vita all’arte e a quell’ideale di perfezione e di centralità che le negò la vita.

Il mio grande, bellissimo odio va oltre la biografia. E’ un’incursione nelle pieghe dell’anima. E’ uno studio sull’amore, sul possesso, sulle dinamiche tra i sessi, sul femminile nella sua interezza. Sul desiderio e sui costrutti che lo ingabbiano per farlo diventare inopportuno e pericoloso. Una religione del comportamento e delle aspettative.

Ringrazio di cuore Elisabeth Asbrink per essere stata per me (e per molti altri, ovviamente!) il faro nella notte. Grazie per aver nuovamente evocato l’eco di Victoria Benedictsson facilitandone il perdurare del rimbombo. Un rimbombo necessario, illuminante ed esemplare.


Il romanzo

Un romanzo biografico di Elisabeth Åsbrink riscopre Victoria Benedictsson: intellettuale, pioniera e scrittrice svedese, unica donna a brillare nel fermento culturale della Scandinavia di Strindberg, Ibsen e Georg Brandes.

Solitaria, eppure dominata da una necessità viscerale di vicinanza e complicità; isolata nella Svezia rurale, eppure assidua frequentatrice dei teatri di Copenaghen; donna che avrebbe preferito nascere uomo: Victoria Benedictsson è stata una delle voci più importanti dell’Ottocento svedese, autrice di romanzi, racconti e opere teatrali firmati con lo pseudonimo di Ernst Ahlgren. Sono gli anni di Strindberg, Ibsen, Ellen Key, di Georg Brandes, che iniziò i dibattiti sul sesso e il ruolo delle donne nel matrimonio e nella società scandinava: le questioni che Benedictsson vive in prima persona. Lei che sogna di diventare un’artista ma viene ostacolata dalla famiglia e poi finisce intrappolata in un matrimonio infelice, con molti figli a carico che fatica ad amare, fonte di un perenne senso di colpa. E che dopo lunghe battaglie col marito, armata solo del suo «bellissimo odio», cioè una strenua determinazione a rivendicare ciò che si merita, riuscirà a mantenersi con la sua penna e a entrare nel ristretto circolo di Brandes, il suo mito e futuro amante. Ma oltre i successi e le conquiste della pioniera, quella di Victoria Benedictsson è anche una vita di dolore, di frequenti malattie e di insicurezze, mossa da una profonda e insaziabile sete di connessione, che finirà tragicamente con il suicidio a soli trentotto anni. Scavando tra diari, lettere e scritti privati, Elisabeth Åsbrink riscopre un’intellettuale di culto a lungo dimenticata con un romanzo biografico in cui la sua lucida voce si mescola, appropriandosene, a quella potentissima della sua protagonista scrittrice.


L’autrice

Scrittrice e giornalista svedese, si è affermata in patria e all’estero con reportage letterari di argomento storico e sociale che fondono fascino narrativo, una ricerca minuziosa e una profonda sensibilità, ottenendo premi prestigiosi come l’August e il Kapuściński. Iperborea ha pubblicato 1947, racconto poetico di un anno decisivo per la storia dell’Occidente, Made in Sweden, un viaggio tra cinquanta parole, eventi e personaggi che hanno fatto la Svezia, e Abbandono, che racconta tre generazioni di donne sullo sfondo della storia del Novecento.


  • Casa editrice: Iperborea
  • Traduzione: Katia De Marco
  • Pagine: 480
  • Prezzo: E 20,00

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