
Passa ‘ a vita e nun ce n’accurgimmo…
Ma che ne ho saputo io di lei per tutti gli anni della mia adolescenza e giovinezza e della sua maturità, quando vivevo la vita mia non incrociando mai la sua se non per casuali collisioni? Che ne sanno di noi i nostri figli quando non sono più i bambini con gli occhi rivolti a noi e non ancora gli adulti costretti a misurarsi con la nostra decadenza e fine? Per lungo tempo non diamo vita che a fortuite eclissi, allineandoci una volta ogni tanto come pianeti adusi a orbitare da soli nello spazio. Chi è la donna adulta, né ragazza né vecchia, che sorride dalle foto degli anni Settanta e Ottanta vestita di prendisole a fiori, di pantaloni scampanati, di abiti che non ricordo? È mai stata passabilmente felice? Si è mai acquietata vicino al suo uomo per un ragionevole periodo di pace? È forse questo tempo della nostra pienezza, il momento buono che è sparito e non può tornare, ciò che ci fa soffrire perché ci lascia dentro la nostalgia della sua scomparsa e ci avvelena il presente con la rabbiosa rimembranza della nostra vita migliore.
12 marzo 2024
Il personaggio sovrasta una persona impossibile. Una madre, certezza, eccesso e caricatura.
Una madre che occupa ogni spazio di un racconto. Che trabocca, querula e indecente, dalle pagine che, sebbene copiose, non possono assolutamente aspirare a contenere un etto di questa madre fuori dagli schemi. Ingombrante, rumorosa, colorita, sboccata, incline alla tragedia quel tanto da farla sconfinare nel grottesco, nel comico. Una donna che sposa la missione di manovratrice delle dinamiche familiari, dittatore del focolare, factotum, portavoce, mentore e vessillo della famiglia, del marito e dei figli, innocenti malcapitati agnelli sacrificali di un ego sconfinato e indomito.
Un’opera insolita per chi la madre l’ha sempre e solo venerata, o al massimo raccontata con quel trasporto che spesso si tinge di malinconia, di solidale partecipazione, di riconoscenza, di estremo rispetto, esacerbato dalla necessità di ricordare e celebrare.
Qui no. Qui siamo agli antipodi. Qui c’è un figlio che ha detestato e detesta sua madre, garrula incarnatrice di tutti i vizi dell’Italia. Una donna esagerata in ogni sua declinazione che ha fatto della sua vita una crociata contro tutto e tutti. Becera e qualunquista, giudicante e immune al giudizio altrui, che schifa il prossimo prima che questo possa schifare lei.
Una donna del sud, dalla sensualità prorompente, dal contegno ambiguo, friccicariella, come ama dire di se stessa, un aggettivo che la pone ad un soffio dall’essere zoccola, quando questo stesso concetto assume, dalle sue labbra, mille sfumature, alcune decisamente perdonabili, in un’epoca che vede la donna assurgere per lo più al ruolo di gingillo, per cui leggerezza, leggiadria e provocazione sono solo metodi accettabili di sopravvivenza in un mondo declinato al maschile.
Una sgherra, epiteto che comunica a chiunque un senso latente di resistenza, di indomabilità. Una sannita, che conosce e impone le sue personalissime forche caudine a chiunque gli si pari davanti. Donne, verso le quali non ha che la benché minima solidarietà di genere e che considera universalmente zoccole. Gli uomini, figli di zoccola e l’autore stesso, suo unico figlio maschio, definito con malagrazia “un animale a sangue freddo”.
Angela Izzo è un personaggio che schiaccia la persona. Una donna che ha voluto essere personaggio a qualsiasi prezzo. Che ha irretito i figli e si è inimicata mezzo mondo per quel suo modo di nascondere un latente senso di inferiorità culturale nel modo più semplice ed efficace: attaccando il prossimo con ogni mezzo a sua disposizione.
Una donna del Sud che incarna ogni chiassosità, ogni sguerguenza, ogni beceraggine. Con il suo indugiare in un dialetto stretto e spesso scurrile e con appresso le storie, sempiterne, della sua vita. Piccole e grandi rivincite, comiche ripicche su un destino che la vorrebbe sopire tenendola un passo indietro al marito, ai figli e ai parenti tutti. Furba di una furbizia al limite della legalità, in fissa per ogni forma di beneficio pubblico e che fa del pensare male una filosofia di vita. Una donna impulsiva, che agisce perché “accussì m’ha ditt ‘a capa”.
Circondata da un circo di personaggi spesso grotteschi e dalle personalità della Storia. Musolino, invocato come portatore di ordine in un mondo confuso, la Merkel, brutta e inelegante “una Hitler con la gonna”,
Una donna portavoce di quel confuso scontro tra nord e sud, filippiche portate avanti quando, ormai vedova, decide di trasferirsi a Milano, vicino al figlio Antonio.
Perché, dunque, raccontare di una madre così? Odiata, invisa, maleodorante e di cui vergognarsi? Perché la necessità dell’approvazione di un genitore, seppure detestato, malvisto, dal contegno assolutamente incondivisibile, è una forza trascinante e primordiale. E perché la tendenza a giustificare, capire, sviscerare, malcela il desiderio di scoprire qualcosa di buono, un’ombra che nasconde qualsiasi cosa possa essere accostata al bene, all’amore, al desiderio di felicità di un genitore verso il figlio.
Una verità, questa, che fa capolino timida sul finale. Una sola domanda, che si estingue nella ricerca dei motivi per cui un figlio voglia bene a una madre così. Un mistero che ne racchiude uno ancora più grande e che tuttavia non è lo scopo di questo grande lavoro, destinato a rimanere. Lo scopo è più semplice, più elementare e forse meno nobile: raccontare la vita, le gesta, le follie e le fissazioni di una donna di altri tempi. Nata in un mondo che ha fatto del cambiamento il suo vessillo e della necessità di demolire il ruolo della madre un mantra della modernità. Una distruzione repentina e caparbia che ha spiazzato ogni baricentro e che ancora oggi ci fa cercare a capo chino ogni maceria, ogni detrito.
Angela si erge sopra ai resti fumanti di questo ordigno, indimenticabile paladina di un mondo già passato e ormai lontano.
Un libro che ho amato tantissimo, che mi ha fatto ridere, lacrime agli occhi che si perdono dentro l’idioma napoletano e nei meandri di un sistema di pensiero che è ormai leggenda e nel quale possiamo riconoscerci. Una scrittura che è sinfonia mai amara e che conserva, sempre, un’impronta benefica e salvifica. Che dispensa indulgenza anche mentre si esaspera nel prenderne le distanze.
Franchini beatifica suo malgrado questa donna che non si può non amare pur nella rabbia dei suoi atteggiamenti e nella accecante miopia delle sue vedute. Una donna dalle carni prorompenti che non si vergogna di usare la sua femminilità per i suoi scopi e che lo fa senza mercificarsi. Una saggezza popolare che non ha niente di saggio ma che si erge a glossario per sopravvivere.
Il romanzo
Il fuoco che ti porti dentro racconta la vita e la morte di Angela, una donna dal carattere impossibile. Una donna che incarna in maniera emblematica tutti gli orrori dell’Italia, nessuno escluso: «il qualunquismo, il razzismo, il classismo, l’egoismo, l’opportunismo, il trasformismo, la mezza cultura peggiore dell’ignoranza, il rancore…»
Questa donna era la madre dell’autore. Il romanzo è un’indagine nella vita, nelle passioni e negli odi di una donna, alla ricerca di una spiegazione possibile. La forma è quella della commedia, il contenuto quello della tragedia. Quale esperienza manifesta o occulta, quale frustrazione, quale nascosta ferita può renderci tanto ostili, rabbiosi, refrattari a qualsiasi forma di pacificazione? Quale motivo, semplice o complesso, sta dietro la furia di Angela: la guerra che la segna da bambina? un padre morto troppo presto o una madre morta troppo tardi che le ha, a sua volta, infelicitato la giovinezza e la maturità? un atavico complesso d’inferiorità o l’appartenenza alla cultura del Meridione oppresso le cui ragioni Angela vorrebbe far valere contro l’odiato Nord usurpatore? Oppure, più semplicemente, il fuoco interno che la divora è privo di qualsiasi ragione come il cuore nascosto di un vulcano? Antonio Franchini, con maestria e misura, eccesso e discrezione, ha scritto un romanzo-memoir popolato di personaggi che circondano una protagonista sempre al centro della scena. Un’eroina eccessiva e imprevedibile, capace di alternare toni drammatici e ossessivi a momenti decisamente comici. È un racconto che mescola la commedia eduardiana al furore ctonio, l’urgenza di uno sfogo viscerale alle cadenze studiate di una messa in scena, di una vera e propria recita.
L’autore
Antonio Franchini è nato a Napoli nel 1958. Ha esordito nel 1992 con Camerati. Quattro novelle sul diventare grandi. Per Marsilio ha pubblicato: Quando vi ucciderete, maestro? (1996, 2019), Acqua, sudore, ghiaccio (1998, 2021), L’abusivo (2001, 2020), Cronaca della fine (2003, 2019), Signore delle lacrime (2010, 2020), Memorie di un venditore di libri (2011) e Leggere possedere vendere bruciare (2022). Nel 2020, per NNE, è uscita la raccolta di racconti Il vecchio lottatore. Vive a Milano e lavora nell’editoria.
- Casa Editrice: Marsilio
- Pagine: 223
- Prezzo: E 18,00









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