IL FUOCO CHE TI PORTI DENTRO di Antonio Franchini


Passa ‘ a vita e nun ce n’accurgimmo…

Ma che ne ho saputo io di lei per tutti gli anni della mia adolescenza e giovinezza e della sua maturità, quando vivevo la vita mia non incrociando mai la sua se non per casuali collisioni? Che ne sanno di noi i nostri figli quando non sono più i bambini con gli occhi rivolti a noi e non ancora gli adulti costretti a misurarsi con la nostra decadenza e fine? Per lungo tempo non diamo vita che a fortuite eclissi, allineandoci una volta ogni tanto come pianeti adusi a orbitare da soli nello spazio. Chi è la donna adulta, né ragazza né vecchia, che sorride dalle foto degli anni Settanta e Ottanta vestita di prendisole a fiori, di pantaloni scampanati, di abiti che non ricordo? È mai stata passabilmente felice? Si è mai acquietata vicino al suo uomo per un ragionevole periodo di pace? È forse questo tempo della nostra pienezza, il momento buono che è sparito e non può tornare, ciò che ci fa soffrire perché ci lascia dentro la nostalgia della sua scomparsa e ci avvelena il presente con la rabbiosa rimembranza della nostra vita migliore.


12 marzo 2024

Il personaggio sovrasta una persona impossibile. Una madre, certezza, eccesso e caricatura.

Una madre che occupa ogni spazio di un racconto. Che trabocca, querula e indecente, dalle pagine che, sebbene copiose, non possono assolutamente aspirare a contenere un etto di questa madre fuori dagli schemi. Ingombrante, rumorosa, colorita, sboccata, incline alla tragedia quel tanto da farla sconfinare nel grottesco, nel comico. Una donna che sposa la missione di manovratrice delle dinamiche familiari, dittatore del focolare, factotum, portavoce, mentore e vessillo della famiglia, del marito e dei figli, innocenti malcapitati agnelli sacrificali di un ego sconfinato e indomito.

Un’opera insolita per chi la madre l’ha sempre e solo venerata, o al massimo raccontata con quel trasporto che spesso si tinge di malinconia, di solidale partecipazione, di riconoscenza, di estremo rispetto, esacerbato dalla necessità di ricordare e celebrare.

Qui no. Qui siamo agli antipodi. Qui c’è un figlio che ha detestato e detesta sua madre, garrula incarnatrice di tutti i vizi dell’Italia. Una donna esagerata in ogni sua declinazione che ha fatto della sua vita una crociata contro tutto e tutti. Becera e qualunquista, giudicante e immune al giudizio altrui, che schifa il prossimo prima che questo possa schifare lei.

Una donna del sud, dalla sensualità prorompente, dal contegno ambiguo, friccicariella, come ama dire di se stessa, un aggettivo che la pone ad un soffio dall’essere zoccola, quando questo stesso concetto assume, dalle sue labbra, mille sfumature, alcune decisamente perdonabili, in un’epoca che vede la donna assurgere per lo più al ruolo di gingillo, per cui leggerezza, leggiadria e provocazione sono solo metodi accettabili di sopravvivenza in un mondo declinato al maschile.

Una sgherra, epiteto che comunica a chiunque un senso latente di resistenza, di indomabilità. Una sannita, che conosce e impone le sue personalissime forche caudine a chiunque gli si pari davanti. Donne, verso le quali non ha che la benché minima solidarietà di genere e che considera universalmente zoccole. Gli uomini, figli di zoccola e l’autore stesso, suo unico figlio maschio, definito con malagrazia “un animale a sangue freddo”.

Angela Izzo è un personaggio che schiaccia la persona. Una donna che ha voluto essere personaggio a qualsiasi prezzo. Che ha irretito i figli e si è inimicata mezzo mondo per quel suo modo di nascondere un latente senso di inferiorità culturale nel modo più semplice ed efficace: attaccando il prossimo con ogni mezzo a sua disposizione.

Una donna del Sud che incarna ogni chiassosità, ogni sguerguenza, ogni beceraggine. Con il suo indugiare in un dialetto stretto e spesso scurrile e con appresso le storie, sempiterne, della sua vita. Piccole e grandi rivincite, comiche ripicche su un destino che la vorrebbe sopire tenendola un passo indietro al marito, ai figli e ai parenti tutti. Furba di una furbizia al limite della legalità, in fissa per ogni forma di beneficio pubblico e che fa del pensare male una filosofia di vita. Una donna impulsiva, che agisce perché “accussì m’ha ditt ‘a capa”.

Circondata da un circo di personaggi spesso grotteschi e dalle personalità della Storia. Musolino, invocato come portatore di ordine in un mondo confuso, la Merkel, brutta e inelegante “una Hitler con la gonna”,

Una donna portavoce di quel confuso scontro tra nord e sud, filippiche portate avanti quando, ormai vedova, decide di trasferirsi a Milano, vicino al figlio Antonio.

Perché, dunque, raccontare di una madre così? Odiata, invisa, maleodorante e di cui vergognarsi? Perché la necessità dell’approvazione di un genitore, seppure detestato, malvisto, dal contegno assolutamente incondivisibile, è una forza trascinante e primordiale. E perché la tendenza a giustificare, capire, sviscerare, malcela il desiderio di scoprire qualcosa di buono, un’ombra che nasconde qualsiasi cosa possa essere accostata al bene, all’amore, al desiderio di felicità di un genitore verso il figlio.

Una verità, questa, che fa capolino timida sul finale. Una sola domanda, che si estingue nella ricerca dei motivi per cui un figlio voglia bene a una madre così. Un mistero che ne racchiude uno ancora più grande e che tuttavia non è lo scopo di questo grande lavoro, destinato a rimanere. Lo scopo è più semplice, più elementare e forse meno nobile: raccontare la vita, le gesta, le follie e le fissazioni di una donna di altri tempi. Nata in un mondo che ha fatto del cambiamento il suo vessillo e della necessità di demolire il ruolo della madre un mantra della modernità. Una distruzione repentina e caparbia che ha spiazzato ogni baricentro e che ancora oggi ci fa cercare a capo chino ogni maceria, ogni detrito.

Angela si erge sopra ai resti fumanti di questo ordigno, indimenticabile paladina di un mondo già passato e ormai lontano.

Un libro che ho amato tantissimo, che mi ha fatto ridere, lacrime agli occhi che si perdono dentro l’idioma napoletano e nei meandri di un sistema di pensiero che è ormai leggenda e nel quale possiamo riconoscerci. Una scrittura che è sinfonia mai amara e che conserva, sempre, un’impronta benefica e salvifica. Che dispensa indulgenza anche mentre si esaspera nel prenderne le distanze.

Franchini beatifica suo malgrado questa donna che non si può non amare pur nella rabbia dei suoi atteggiamenti e nella accecante miopia delle sue vedute. Una donna dalle carni prorompenti che non si vergogna di usare la sua femminilità per i suoi scopi e che lo fa senza mercificarsi. Una saggezza popolare che non ha niente di saggio ma che si erge a glossario per sopravvivere.


Il romanzo

Il fuoco che ti porti dentro racconta la vita e la morte di Angela, una donna dal carattere impossibile. Una donna che incarna in maniera emblematica tutti gli orrori dell’Italia, nessuno escluso: «il qualunquismo, il razzismo, il classismo, l’egoismo, l’opportunismo, il trasformismo, la mezza cultura peggiore dell’ignoranza, il rancore…»

Questa donna era la madre dell’autore. Il romanzo è un’indagine nella vita, nelle passioni e negli odi di una donna, alla ricerca di una spiegazione possibile. La forma è quella della commedia, il contenuto quello della tragedia. Quale esperienza manifesta o occulta, quale frustrazione, quale nascosta ferita può renderci tanto ostili, rabbiosi, refrattari a qualsiasi forma di pacificazione? Quale motivo, semplice o complesso, sta dietro la furia di Angela: la guerra che la segna da bambina? un padre morto troppo presto o una madre morta troppo tardi che le ha, a sua volta, infelicitato la giovinezza e la maturità? un atavico complesso d’inferiorità o l’appartenenza alla cultura del Meridione oppresso le cui ragioni Angela vorrebbe far valere contro l’odiato Nord usurpatore? Oppure, più semplicemente, il fuoco interno che la divora è privo di qualsiasi ragione come il cuore nascosto di un vulcano? Antonio Franchini, con maestria e misura, eccesso e discrezione, ha scritto un romanzo-memoir popolato di personaggi che circondano una protagonista sempre al centro della scena. Un’eroina eccessiva e imprevedibile, capace di alternare toni drammatici e ossessivi a momenti decisamente comici. È un racconto che mescola la commedia eduardiana al furore ctonio, l’urgenza di uno sfogo viscerale alle cadenze studiate di una messa in scena, di una vera e propria recita.


L’autore

Antonio Franchini è nato a Napoli nel 1958. Ha esordito nel 1992 con Camerati. Quattro novelle sul diventare grandi. Per Marsilio ha pubblicato: Quando vi ucciderete, maestro? (1996, 2019), Acqua, sudore, ghiaccio (1998, 2021), L’abusivo (2001, 2020), Cronaca della fine (2003, 2019), Signore delle lacrime (2010, 2020), Memorie di un venditore di libri (2011) e Leggere possedere vendere bruciare (2022). Nel 2020, per NNE, è uscita la raccolta di racconti Il vecchio lottatore. Vive a Milano e lavora nell’editoria.


  • Casa Editrice: Marsilio
  • Pagine: 223
  • Prezzo: E 18,00

FINE DI UNA STORIA di Graham Greene


Quando partì l’attacco ci eravamo appena coricati. Non faceva nessuna differenza. A quei tempi la morte non aveva importanza, nei primi giorni arrivavo a invocarla: l’annichilimento, la distruzione grazie alla quale avrei fatto a meno di alzarmi, di vestirmi, di seguire la scia della lampadina di lei fino al lato opposto del Common, come il fanalino posteriore di un’automobile che si allontana a passo d’uomo. A volte mi sono chiesto se, in fin dei conti, l’eternità non sia che l’infinito prolungamento del momento della morte, e questo era il momento che io avrei scelto, che ancora sceglierei se lei fosse viva, il momento della fiducia assoluta e dell’assoluto piacere, il momento in cui era impossibile litigare perché era impossibile pensare.


Lui, lei e l’Altro: il triangolo con quattro lati.

28 febbraio 2024

Non c’è solo da scavare sul come e il perché chi ama ancora voglia girare intorno alla fine di un amore. C’è la grandezza e la luce accecante di un autore cult, che fece della sua vita un romanzo. Cattolico per convenienza e poi per scelta consapevole, i suoi amori tumultuosi, i bombardamenti, le droghe, le contestazioni, i dissidi, l’essere sempre fuori dalle righe. E, paradossalmente, essere etichettato come lo scrittore cattolico, un epiteto che abbracciò un uomo che visse pericolosamente e spesso in modo contraddittorio.

Fine di un amore è un romanzo con uno schema narrativo importante. E con personaggi altrettanto complessi. Il tormentato ed affascinante Bendrix, un uomo corroso dalla gelosia nonostante abbia il ruolo dell’amante nel triangolo amoroso che Greene concepisce. Un senso del possesso corrosivo, percorso come una corrente elettrica dall’odio verso Sarah, giovane, affascinante, per certi versi misteriosa per come gestisce il suo adulterio, senza sensi di colpa, quasi con leggerezza. Un odio che in realtà è solo amore disperato. E’ nostalgia velenosa, è ribellione e rifiuto di un dolore che Bendrix pensa non debba appartenergli. Chiamarlo odio è un modo per giustificare l’ossessione, per assolvere se stesso da una circostanza moralmente inaccettabile. E Henry, l’opaco marito, scialbo uomo di stato preso da questioni che appaiono inique e che lo allontanano dai bisogni della moglie.

La prima parte del romanzo è l’inizio della relazione tra Bendrix e Sarah. Mentre Londra risuona degli allarmi antiaerei e la morte sembra nascondersi dietro ogni angolo richiamando a sé ogni sentimento di urgenza e di provvisorietà, Bendrix e Sarah si amano perdutamente, in modo impudico, esplicito e scandaloso. L’amore fiorisce nella morte che impera e poi finisce, in modo brusco e inspiegabile.

Due anni dopo, finita la guerra, Bendrix incontra nuovamente Henry e la passione per Sarah si riaccende. Una miccia pronta ad esplodere, che non si fa specie di utilizzare ogni mezzo per indagare, spiare, sapere. L’odio torna a celare malamente una passione mai finita. La necessità di sapere, di speculare sull’amata non conosce limiti per Bendrix, che assolda un investigatore che pedini Sarah e che possa scoprire se ha una amante e chi è.

Poi la voce narrante cambia. Non più Bendrix ma Sarah, che parla attraverso il suo diario e che narra del suo incontro con la Fede. Un incontro fortuito, che nasce da un voto e che riporta la mente del lettore al voto di Lucia Mondella, anch’essa per certi versi perduta e salvata da un Dio ingombrante, pretenzioso e poco incline all’indulgenza.

E infine Bendrix, che si trova suo malgrado a confrontarsi con Dio, il suo grande concorrente, colui che ha preso Sarah con l’inganno. Bendrix, che diventa il conforto, la spalla di Henry, quando Sarah uscirà di scena.

Il romanzo è l’epopea di una donna adultera che cerca la Fede per sfuggire la morte e che poi la insegue con ostinazione e rabbia. Ed è la parabola emotiva di un uomo vittima dell’adulterio, che crede di manovrare le redini di un amore e che invece ne rimane schiacciato.

Dio li guarda dall’altro, beffandosi dei loro tormenti. Quello di Sarah, che vive rammaricandosi di non riuscire a credere e quello di Bendrix, corroso dai tormenti di un amore che gli si rivolta contro.

Una lettura ingombrante ed evocativa, che descrive la guerra come la più efficace e spietata cassa di risonanza delle emozioni umane. L’amplificatore perfetto e crudele degli aneliti degli animi sensibili, bisognosi di un riparo e di un conforto che mitighi le loro insicurezze e curi i loro più innominabili desideri. Un romanzo che imita i grandi classici del passato e che di questi mutua le passioni e le storture, quelle che distolgono l’uomo dalla chiarezza, dalla rettitudine, dalla virtù. La Fede è la cura efficace e psichedelica delle passioni indegne, sembra volerci dire Graham. Ciò che risana e riabilita quello che l’uomo corrompe. Ma rimare comunque il più grande mistero che l’Uomo conosca, quello a cui affidarsi ma anche quello che ti soffoca.


Il romanzo

Sarah Miles e Maurice Bendrix sono stati amanti durante la guerra. Il loro è un amore clandestino, rabbioso, quasi feroce. Una passione così assoluta che perfino i terribili bombardamenti tedeschi su Londra sembravano solo un sottofondo rumoroso. Il marito di lei, Henry, alto funzionario, non aveva mai dato segno di sospettare. Poi, Sarah aveva troncato di netto la relazione, improvvisamente e senza nessuna spiegazione.
Dopo quasi due anni, finita la guerra, un incontro casuale tra Bendrix e Henry Miles riaccende la gelosia dell’ex amante: Bendrix non crede che Sarah sia semplicemente tornata dal marito; «l’odio, il sospetto e l’invidia», mai realmente sopiti, lo spingono ad assoldare un investigatore privato che pedini Sarah alla ricerca di un «terzo uomo».
Ma che cosa ha capito Bendrix, che di mestiere scrive romanzi, ricordando il passato amore e inseguendo, attraverso i resoconti del detective, il presente di Sarah? Che cosa ha capito della «fine di una storia»? Il diario di Sarah svela un’altra verità. Non è solo l’ossessione, a volte selvaggia e spietata, di Bendrix che ha distorto la sua versione dei fatti. È anche che la storia di Sarah ha intrapreso una strada incommensurabile dove si incontra l’assurdo della fede, come desiderio di non essere soli nel deserto. Pubblicato nel 1951, Fine di una storia – da Greene definito il suo «Great Sex Novel» – è un romanzo lancinante, il resoconto di un amore carnale, immenso, crudele, in cui, per via dell’enormità della guerra, irrompe il divino. Ma è un divino diviso, tragicamente incerto, rischioso. Alla fine di questa storia, al di là dello scandalo e delle censure, resta – ha scritto Scott Spencer nella sua introduzione – la «convinzione che anche nelle circostanze più squallide ci sia qualcosa che non si vede, qualcosa che resiste e nobilita».


L’autore

Di Graham Greene (1904-1991), scrittore, giornalista, autore di reportage di viaggio, ma anche agente segreto di Sua Maestà Britannica, Sellerio ha già pubblicato Il console onorario (2019), Il treno per Istanbul (2019), Il fattore umano (2020), Una pistola in vendita (2020), Il terzo uomo (2021), In viaggio con la zia (2022), Un Mondo tutto mio. Diario dei sogni (2022), Brighton Rock (2023), Fine di una storia (2024) e sono in via di pubblicazione, tra gli altri: I commediantiIl nocciolo della questioneL’americano tranquillo.


  • Casa Editrice: Sellerio
  • Pagine: 365
  • Prezzo: E 16,00

IL POZZO VALE PIU’ DEL TEMPO di Ginevra Lamberti


Vorrebbe tanto il suo lenzuolo bianco tutto intero. Sarebbe semplice avvolgersi nella sua trama, sperare di trovarlo cresciuto proprio come lei, abbastanza da coprirla dalla testa ai piedi. Tenere fuori solo l’ovale del viso e guardare da sotto in su la facciata di una casa molto più grande di quella della Valle Scura. Contemplarla a lungo chiedendosi se valga la pena entrare oppure no.


Un futuro di scarsità e il mito della fagocitazione dell’infanzia.

19 febbraio 2024


Che ci si trovi in un punto imprecisato in avanti sulla linea del tempo si rileva dalla temperatura esterna, mortifera e invivibile, e da una involuzione esponenziale dei rapporti umani, che cessano di esistere come interazione e diventano appannaggio di una sopravvivenza labile e insperata.

Il mondo come lo conosciamo non esiste più. E la colpa è del clima, che ormai prevede temperature bollenti, assenza di piogge e un ambiente naturale compromesso, in cui gli animali hanno ritrovato una dimensione selvatica e indomita.

Le persone migrano. Abbandonano le città, ormai ridotte a serbatoi incontrollati di risorse. Lasciano le case comode per inerpicarsi sui monti o per popolare nuovamente valli strette e profonde, dove il sole stenta a penetrare. Sopravvivere costringe l’uomo ad dimenticare remore e convenzioni sociali. Ogni cosa ha un prezzo e ogni scopo viene raggiunto costi quel che costi.

Ginevra Lamberti dona al suo Veneto una connotazione crudele e straniera, rappresentando un coacervo di foreste, di acquitrini, di fango secco. La sua gente ridotta ad un insieme scomposto di bocche affamate, di menti offuscate da atavici pregiudizi. Un’esistenza che stenta a preservarsi, che si appoggia al caso e alla forza oscura dei potenti, disposti a tutto pur di conservare i propri privilegi. Una terra legata al passato, a tradizioni e dicerie che trasudano orrore e che sembrano fagocitare l’infanzia poiché è con i deboli che si cerca espiazione e salvezza.

Questo mondo oscuro, in cui niente ha valore se non la pura sopravvivenza, è raccontato da Dalia, una bimba di otto anni, abbandonata dalla famiglia, ferita, sola. Il candore proverbiale dell’infanzia si è rotto in lei. Rimane solo un’attitudine sorda alla fantasia, alla salvezza.

La sua è un’apoteosi quasi biblica, che prima è abitudine, poi ribellione e dopo disfatta. Come ogni vittima consapevole, non sa trovare né giustizia, né perdono, né espiazione.

Sopravvivere. Se il corpo in qualche modo si abitua a temperature infernali e alla scarsità di cibo, la mente non può cessare di cercare colpevoli e capri espiatori. Dove c’è un pozzo non c’è cibo, medicine e armi. Dove ci sono armi non c’è di che sopravvivere. La fame fomenta gli animi e li rende audaci. E mentre i bambini scompaiono, il cibo non è solo più un mezzo ma diventa la metafora del potere e del compromesso. L’innocenza perisce e il male si può solo estirpare con la morte.

Ginevra Lamberti confeziona un romanzo potente e magico. Una favola nera che allontana il sonno e attira l’incubo, in cui la tematica ecologica si intreccia con l’involuzione sociale, un istinto animalesco e feroce che prende il sopravvento e spinge l’uomo verso le sue inclinazioni più basse. La sua scrittura mutua tempi, incedere e immagine dal folklore e dal mito e dalla favola trae l’attitudine feroce a soffocare il mondo dell’infanzia, a farne il parafulmine di ogni bassezza umana, a colpevolizzarlo e a farne il capro espiatorio di ogni maledizione e di ogni incantesimo.

In fondo non serve scomodare il fiabesco per raccontare l’infanzia violata. Ma farlo, da sempre, rende la violenza, il sopruso più sopportabile, meno orrendo di come appare. E questo semplice assunto è il cibo con cui ognuno è cresciuto, normalizzando, spesso, atteggiamenti violenti e delatori. Lamberti gioca con questo aspetto. Se ne serve con intelligenza ed efficacia per disegnare un mondo alieno e irriconoscibile che tuttavia serba in sé quell’impeto alla potenza che devasta e impera. Un mondo senza speranza per noi umani. E ancora di più per chi è debole e solo. Niente di nuovo, dunque. Niente di buono.


Il romanzo

Dalia, otto anni, dopo un incidente passa molti giorni in un ospedale che non è un ospedale perché il mondo non è più il mondo; viene dimessa, torna a casa, la casa è vuota, probabilmente tutti sono morti. Dalia, nei giorni di ricovero, conosce due bambini che hanno avuto pure loro un incidente: il bambino soporoso che non può parlare e Morena, che non si muove bene, ma riesce a scrivere. Uscita dall’ospedale, di quei bambini, Dalia per molto tempo non saprà niente. Senza famiglia, senza soldi e senza casa, Dalia viene accolta dalla vecchia Fioranna, che ha fatto la maestra, sa insegnare e sa difendersi. Fioranna insegna a Dalia due cose: che il mondo così come gli esseri umani l’hanno conosciuto esiste ancora ma è nascosto sulle montagne, e come seppellire un corpo. Così Dalia, dalla valle tiranneggiata dalla famiglia Boscarato, i padroni di sempre – perché il mondo non è più lo stesso, ma chi è padrone tale rimane –, ascende alla montagna e arriva al Villaggio dei Pozzi. Sapendo come accudire e come seppellire, Dalia sa come trattare i corpi vivi e morti, anche quelli non umani. È così che diventa l’assistente del macellaio Biagio e la dama di compagnia dell’eccentrica Orsola. Se in ospedale, da bambina, i compagni di Dalia erano il bambino soporoso e la bambina con la penna, nella sua età matura sono proprio loro: Biagio, il macellaio burbero perseguitato da una gatta bianca, e Orsola, la donna delle storie, che vive da sola in un albergo dismesso dove, come ormai ovunque, si è consumato un delitto.

La temperatura del mondo fluttua intorno ai cinquanta gradi, le coltivazioni stentano, il bestiame muore, in montagna c’è acqua ma non ci sono armi né medicinali, in pianura ci sono sia le armi che i medicinali, ma non ci sono né acqua né cibo. È naturale che i Boscarato, come fanno sempre i padroni, tentino di mangiarsi tutte le risorse. Ma quando la temperatura esterna è tanto alta il capitale umano è l’unica risorsa che resta, e mangiare non ha più un significato così metaforico.

Se Agota Kristof, nella Trilogia della città di K., ha scritto che si è davvero capaci di uccidere quando si ammazza qualcosa che non bisogna mangiare, se Cormac McCarthy, ne La strada, ha descritto esseri umani che sono riserve alimentari di altri esseri umani, Ginevra Lamberti narra come la produzione di massa cambia il racconto dell’uomo che mangia l’uomo. In un romanzo potente, per scrittura e immaginazione, in cui la tenerezza è prima di tutto un abisso, anzi un fosso, nel quale le prostitute vendono i gesti e le parole della cura e non quelli della seduzione – ammesso che ci sia differenza –, e dove il Veneto è un Far West e Venezia ha smesso di essere un pesce perché la laguna non esiste più, Ginevra Lamberti fonda la mitologia del cambiamento climatico, del rispetto dei morti senza il culto, delle leggende che si ripetono uguali e maledicono secondo maledizioni sempre nuove perché sempre nuove sono le colpe, e dell’amore, che dopo aver fatto movere il sole e le altre stelle, per secoli, adesso le fa implodere.


L’autrice

è nata nel 1985 e vive tra Roma e Vittorio Veneto. Dopo La questione più che altro, uscito nel 2015 per Nottetempo, con Marsilio ha pubblicato Perché comincio dalla fine (2019, premio Mondello 2020) e Tutti dormono nella valle (2022). I suoi romanzi sono stati tradotti in Germania, Cina, Francia, Regno Unito e Brasile. È editorialista del quotidiano Domani.


  • Casa Editrice: Marsilio Editore
  • Pagine: 272
  • Prezzo: E 18,00

I CINQUE MISTERI DOLOROSI DI ANDY AFRICA di Stephen Buoro


Voglio dire a Eileen che la nostra propensione a cantare e a ballare di continuo non deve trarla in inganno e farle pensare che siamo un popolo felice. Perché non lo siamo. Siamo un popolo di maschere. Cantare, ballare e ridere sono i nostri tentativi per costringerci a dimenticare. Per ignorare l’Orrore. Per avere la felicità che non ci possiamo mai permettere. E, a volte, funziona.

L’africa. Una simulazione. Uno spirito-guida, un ciuffo biondo e il deserto che inghiotte.

5 Febbraio 2024

L’africa è un buco nero. Una terra bruciata dal sole, dove il futuro sembra non arrivare. L’Africa non ha speranze: ti tiene a terra, una gravità insensata e potente. Giù, nella polvere, tra i muri senza intonaco di fatiscenti casupole, l’energia elettrica che latita e che giunge debole a portare le eco del resto del mondo, un altrove lontanissimo, che ti fa rimpiangere ogni giorno di non essere nato al di là del deserto.

Andrew in Africa c’è nato. Per lui è un destino cattivo, ma anche l’unica casa che conosca. E la sua pelle nera un marchio, che lo mette costantemente nella condizioni di doversi meritare qualsiasi cosa. Non basta che la sua insegnante gli ripeta che ogni africano è uno stregone, un mago o un supereroe. Che ogni africano ha un cerchio di luce sulla testa. E che i bianchi conoscono il valore di ciò che hanno meglio di loro. Ecco perché son sempre avanti.

L’Africa è la casa della sua mamma, nera come la notte, con un buco tra i denti e il seno cadente. Prima di lui ha partorito Ydna, nato morto. Uno spirito con cui parlare. Una presenza che accompagna Andy da sempre anche se ultimamente capita che non si faccia sentire per giorni. Ed è la casa dei suoi drughi, Morocca e Slim, con i quali trascorre giornate sonnacchiose e condivide sogni di fuga.

Quando arriva Eileen, con i suoi capelli biondo platino e la sua pelle bianca, la vita di Andy subisce un cambiamento. L’amore, l’ossessione per Eileen e i suoi capelli eterei lo allontana da tutto. Dalle sue certezze, dagli affetti e dal senso di appartenenza. Un incantesimo al quale è difficile sfuggire, che conduce Andy su strade mai battute, preda di una vertigine che sposta il baricentro della sua vita. Come la vita di molti africani, che perdono memoria di sé e si gettano nelle fauci del mondo, offrendosi senza scrupoli e senza ideali.

Una storia di crescita che si appropria delle istanze di un presente sempre più contaminato dall’urgenza di avere e di apparire e dagli abbagli di una felicità che si mostra facile da agguantare e da mantenere. Una storia dove la magia e la spiritualità della terra africana si scontrano con i suoi disagi sempre e con i retaggi della storia.

Un romanzo di formazione, che mette in guardia dai falsi miti e ribalta l’urgenza di cambiare nel desiderio di capire la storia e le sue istanze. Una prosa efficacissima e dai toni freschi e intimi, che apre uno squarcio sull’Africa, sui suoi abitanti, sulle lotte religiose che la dilaniano e sulle mire di conquista che tempo per tempo l’hanno schiacciata.

Una storia dall’epilogo già visto, che induce in noi un momento di riflessione sui grandi temi che riguardano il presente. Il razzismo, le correnti migratorie, l’accoglienza, il falso mito. E la distanza abissale tra vecchie e nuove generazioni, quest’ultime sempre più sensibili alle urgenze della bellezza, della velocità e della visibilità mediatica.

Andy è il profeta di se stesso e della sua generazione. Un ruolo che sa interpretare con grande realismo, regalando la lettore una storia attraverso la quale reinventare il nostro punto di vista e aprire la visuale su un continente di cui sappiamo poco. Un romanzo indimenticabile, che è satira e luogo comune degli aneliti dei neri. Che è allegoria della storia africana e critica feroce dell’Imperialismo e del capitalismo.


Il romanzo

“Cara gente bianca, amo le ragazze bianche. Le bionde, soprattutto. Le bionde che si fanno la coda di cavallo, e una volta alla settimana i codini. So che sposerò una ragazza bianca, una bionda. Penso che le ragazze nere siano brutte? Certo che no. Significherebbe che la mia mamma è brutta. E questa stronzata non la voglio proprio sentire. Da nessuno”.

Kontagora, Nigeria. Le giornate del quindicenne Andrew Aziza sono scandite dalle canzoni stonate della madre Gloria, dai vagabondaggi con i suoi amici, uniti dal sogno condiviso di creare una lega di supereroi africani, dalle conversazioni con l’insegnante Zahrah, che l’ha ribattezzato Andy Africa, a proposito di teoremi matematici, poesia e afrofuturismo. Ma tra scuola, chiesa e il continuo fantasticare su un futuro lontano e migliore, un pensiero fisso si insinua in lui insieme alla pubertà: la passione sfrenata per le ragazze bionde, che lo rende cieco alle avances della sua amica Fatima e gli fa quasi dimenticare gli interrogativi sul padre che non ha mai conosciuto.

Così, sarà inevitabile per Andy innamorarsi all’istante della prima ragazza bianca su cui posa gli occhi: la biondissima e inglesissima Eileen, nipote del parroco locale, giunta in visita a Kontagora. Il suo arrivo coincide però con un attentato anticristiano in cui la mamma di Andy resta gravemente ferita, e con l’inaspettata apparizione di uno sconosciuto che afferma di essere suo padre. Nel giro di poche ore l’intera esistenza di Andy si capovolge, preda di sconvolgimenti molto più grandi di lui, che lo porteranno, insieme a coloro che ama, verso direzioni ignote e imprevedibili.

I cinque misteri dolorosi di Andy Africa sorprende, emoziona e costringe a ripensare il proprio punto di vista, tanto sui grandi temi dei nostri giorni – l’immigrazione, la direzione turbolenta in cui si sta muovendo il mondo – quanto sui desideri e i bisogni, veri o presunti, che guidano la nostra vita.


L’autore

Stephen Buoro è nato in Nigeria nel 1993 e vive a Norwich, in Inghilterra. “I cinque dolorosi misteri di Andy Africa” é il suo primo romanzo.


  • Casa Editrice: Atlantide Edizioni
  • Pagine: 398
  • Prezzo: E 20,00

CRISALIDE di Anna Metcalfe



Elliot: Mi piaceva guardarla. All’inizio non se ne accorgeva o non gliene importava niente. Non faceva mai come fanno certe persone, che quando qualcuno le guarda lo sentono — una zona calda sul viso o sul collo – e poi, senza neanche farci caso, si girano. Se lei quella zona calda la sentiva, era capace di ignorarla. L’aveva imparato. Faceva parte del suo grande progetto, restare il più immobile possibile. Diventare inamovibile.

Bella: Nella descrizione del video mia figlia aveva illustrato sua posizione. Diceva che l’isolamento è essenziale per crescita della creatività. Linkava altri account che celebravano la solitudine, spesso coniando parole nuove come solitarietà e isolatezza. Scriveva di guide spirituali che avevano trovato l’illuminazione nel silenzio, di artisti che si erano ritirati dal mondo per il bene della loro pratica. (…) “Star soli può essere bello”, aveva scritto. Ormai era l’unica forma di interazione che tollerava – citazioni e conversazioni ricordate, cose che poteva incorporare nella sua filosofia senza dover affrontare la complessità di un alto essere umano.

Susie: Dopo la rottura è venuta a stare da me. È arrivata alla fine di settembre e se n’è andata a fine marzo. Durante la metà buia dell’anno è andata in letargo e quando ne è riemersa era cambiata. Può sembrare che le abbia fatto un favore – a darle un posto dove stare, a tenerla al sicuro – ma in realtà era il contrario. Erano mesi che provavo una sensazione di agitazione, di nervosismo che, quando si è trasferita da me, per un po’ è scomparsa.


La solitudine, la ricerca di sé, le vetrine virtuali. Mi mostro, ergo sum.

29 gennaio 2024

La crudele contemporaneità di quest’opera prima coglie di sorpresa, quasi colpendoci a tradimento là dove la carne è più tenera, con l’inaspettata violenza di una verità di cui si è consapevoli ma che è difficile da palesare e riconoscere.

Crisalide è la somma di più solitudini. Solitudini subìte, quelle di Elliot, di Bella e di Susie. E solitudini cercate, quella di Lei, che non ha neanche un nome ma che rappresenta la bandiera accecante di chi decide di vendicare la sua esistenza complicata, pesante, incompresa e derisa mediante l’isolamento e la ricerca di una nemesi sociale, negando la sua presenza agli altri e mostrandosi solo attraverso i canali social.

La bravura di Anna Metcalfe, che si cimenta in un tema complesso, dibattuto e per certi versi anche inflazionato, è quella di aggirare la disputa collettiva sull’enorme tema dell’impatto dei social sulla vita moderna. Non commenta, non suggerisce, non tira conclusioni. Si limita a dispensare i fatti, la storia, l’evoluzione dei personaggi, indicando come l’emulazione possa, invero, essere in grado di lenire i disagi di chi è e si sente solo.

Due sono i piani di lettura di questo romanzo. Il punto di vista della protagonista, che nasce e cresce preda di un evidente disagio sociale, arginato attraverso un rapporto con la madre basato sull’umiliazione e il senso di colpa. Che cresce e subisce i contraccolpi di una relazione tossica. E che decide di prendere in mano la sua vita attraverso il suo corpo, che diventa la bandiera della sua interiorità. Un corpo solido, muscoloso, instancabile, esteticamente ipnotico. Un corpo da sottomettere mediante la volontà ferrea di mostrarsi forte, avulsa da ogni cedimento, quasi estraneo alle leggi della fisica e a ogni limite umano.

Il punti di vista di tre persone che hanno in qualche modo vissuto una fetta di vita con lei. Tre personaggi con un unico denominatore comune: la solitudine che caratterizza le loro vite, rendendole scialbe e opprimenti.

Elliot, un ragazzo solitario, abitudinario, dedito al lavoro, che si autodefinisce asociale. Bella, la madre, che soffre per tutta la vita il rapporto con la figlia, fatto di senso di inadeguatezza. Un rapporto difficile, che la figlia fagocita attraverso espressioni e comportamenti crudeli. Susie, la collega, colei che accoglie la ragazza dopo che ha messo fine alla relazione malata con il fidanzato. Susie, materna, accogliente, preda di un desiderio violento di assecondare, emulare, curare.

Sono le voci di questi personaggi a raccontare di lei. Delle sue difficoltà, dei suoi cedimenti, della sua rinascita, attraverso la cura ossessiva del corpo e la ricerca della solitudine, come cura, nemesi e vessillo di una vita che solo mediante la segregazione acquista significato. La negazione di ogni interazione umana ha il pregio inestimabile di consentire alla persona di focalizzarsi su se stessa e di fargli portare avanti un progetto senza che nessuno possa ostacolarlo, osteggiarlo, deriderlo. La natura diventa fonte di felicità e di realizzazione e i video che bucano l’etere diventano una sorta di diktat, qualcosa da seguire e da imitare. Lei si pone come un moderno guru, dispensando uno stile di vita estremo come panacea ai malesseri che derivano da una socialità corrotta, aberrante. Invece di subire il giudizio altrui, spesso crudele, lei vive in solitudine. Una solitudine che è tuttavia interrotta dalle sue interazioni con i social. I suoi video diventano virali, il suo stile di vita desiderato e spesso emulato.

Ed ecco che nasce la domanda: si è davvero soli se si è connessi? E la costante connessione è l’unica prova che si è vivi? Che esistiamo? Esistiamo anche se siamo eremiti, irraggiungibili e chiusi in noi stessi?

Sono questi i quesiti, irrisolti, che Crisalide lascia nel lettore. Temi davvero degni di riflessione, che ci riguardano da vicino. E un solo pensiero, che turba e infligge il dubbio: come vivere senza i social? Senza l’approvazione o il biasimo degli altri, che ci vedono attraverso uno schermo? E lo schermo: è un velo, un tramezzo, un filtro? O è una lente di ingrandimento capace di renderci conosciuti e riconoscibili?

Questi quesiti non troveranno soluzione durante la lettura, anzi si acuiranno e desteranno in voi altri dubbi. Ma una cosa è certa. Questa lettura vi prenderà completamente. La sua prosa scarna, quasi giornalistica, eppure intima e intrisa di disarmante sincerità. Le voci, confessioni senza veli di chi si è trovato ad osservare, ad essere testimone di qualcosa di grande. Ma anche di un’esistenza ordinaria, che si intreccia con altre esistenze ordinarie. E la figura di Lei, il suo fascino irresistibile, la sua forza, la determinazione ferma dei suoi intenti, che persegue con una dedizione al limite dell’umano. Una figura destinata a colpire e a fare segno. Perché ci culla nell’idea, oggettivamente vacua, che anche noi, se messi alle strette, reagiremmo con la stessa determinazione. E che se non fosse così, potremmo sempre darlo e vedere.

Ecco, in ultima istanza, la lezione: i social ci piacciono perché ci danno sempre un’attenuante, una via di fuga, una possibilità. L’importante è sembrare. L’essere viene dopo, miccia pronta ed esplodere. Il rumore, le macerie, basta renderle invisibili. I social ci piacciono perché coltivano l’ego, la narcisistica illusione di poter essere diversi da come siamo. E Crisalide ci piace perché ci illude, senza sforzo, di poter essere un giorno come Lei. Simbolo, faro, esempio.


Il romanzo

Una donna decide di tagliare i ponti con l’esterno, compresi amici, amanti e famiglia. Da piccola l’ansia la faceva tremare, ma ora si allena per diventare sempre più forte, per addestrarsi all’immobilità perfetta, piegando il suo corpo in posizioni plastiche, complesse. Comincia a mostrarsi solo attraverso i social, in video che la ritraggono immersa nella natura, sola, irraggiungibile e intangibile. E i suoi follower aumentano, scegliendo come lei di negarsi al mondo. Tre persone che l’hanno amata senza capirla raccontano la sua storia: Elliot, il suo primo seguace, che l’ha vista fortificare il suo corpo in palestra; la madre Bella, che l’ha cresciuta da sola e la ricorda come una bambina taciturna e nervosa; e Susie, collega e amica, che le ha offerto rifugio mentre ricostruiva la sua vita dopo una relazione tossica. Ipnotico e avvolgente, Crisalide è la storia di una donna che decide di sfidare lo sguardo degli altri, di ridursi all’essenziale e di trasformarsi in una musa ispiratrice, come una dea guerriera scolpita nella pietra. Con uno stile asciutto e poetico, Anna Metcalfe parla di passioni domate e di equilibrio ritrovato, di potere e autosufficienza, e della provocatoria libertà di sottrarsi a tutto, una metamorfosi energica e profonda capace di svelare potere e bellezza. Questo libro è per chi compone infinite liste per ritrovare la calma, per chi ha amato La vegetariana di Han Kang, per chi si è svegliato una mattina desiderando nuove abitudini, e per chi aspetta il momento in cui rimanere immobile e lasciarsi attraversare da un’onda di silenzio e respiro, per formulare una domanda immensa, universale.


L’autrice

Anna Metcalfe vive a Londra e insegna Scrittura creativa alla University of Birmingham. La sua raccolta di racconti Blind Water Pass (2016) è stata selezionata al SundayTimes Short Story Award, e nel 2023 l’autrice è stata nominata dalla rivista Granta tra i venti migliori giovani scrittori britannici. Crisalide è il suo debutto nella narrativa. 


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Pagine: 263
  • Prezzo: E 19,00

OLIVIA di Dorothy Strachey


Straziami, ma di baci saziami: genesi, estasi e veleno del primo amore.


La serata era finita. Era tempo di andare a letto. Avrei voluto che durasse di più. Qualcosa stava per succedere che io temevo non meno di quanto lo desiderassi. Mi stavo avvicinando a un abisso in cui sarei caduta piena di ebrezza e di paura. Distoglievo gli occhi, ma sapevo che era là.


21 gennaio 2023

E’ interessante e singolare che la genesi di questo romanzo sia piena della stessa struggente titubanza che coglie Olivia, la protagonista, quando giunge a Les Avons e conosce Mlle Julie, restandone come abbagliata. Uno stordimento, un’attrazione senza nome che inciampa su se stessa, alla ricerca di una definizione e di una collocazione.

Così come Olivia percepisce che il suo amore per Julie si aggira sul confine del proibito, così anche Dorothy si rende conto che la storia che ha scritto potrebbe essere fraintesa o peggio, attribuita alla sua sfera personale. Perché indubbiamente la sua è una storia d’amore che cerca altre definizioni allo scopo di sviare il lettore, mentre, in modo assai contraddittorio, nega con forza la sua stessa essenza, cercando di relegarla alle aberrazioni, alle fantasie di una sedicenne.

Dorothy Strachey scrive “Olivia” nel 1933. Vorrebbe mostrarlo, renderlo noto (è dello stesso anno il tentativo di farlo leggere a Gide, che invece dedica al manoscritto meno di una rapida occhiata). La lettera che accompagna il manoscritto è una commistione di desiderio di darlo alla luce e impulso a schernirsi, ad ammantarsi di modestia e, forse, di quella velata insicurezza che prende quando non si è certi, anzi si teme fortemente, di non essere compresi dall’interlocutore.

L’incertezza ha la meglio e il manoscritto rimane in un cassetto. Poi, anni dopo, quando l’autrice è ormai ottantenne, Dorothy torna sui suoi passi e lo dà alla stampa. L’età è tale che nessun timore ormai contamina la voglia di rendere pubblico il romanzo. Ed arriva il successo. Cospicuo, roboante.

Un successo comprensibile nella sua dinamica potente. Il ricordo, la eco del primo amore è un rimbombo che in chiunque stenta a cessare. Difficile non riconoscersi in Olivia, nella sua delicata e innocente spinta ad amare. Un amore che cerca una definizione, senza confini precisi se non quelli dei sensi, dell’estasi, di quella gioia che irrompe all’improvviso nel petto e crea voragini sanguinanti. Un amore che non si sa cosa sia, perché prima di allora non si è mai amato. Il fremito che spossa le membra, la fibrillazione insopportabile e quasi mistica che ci investe quando l’attesa di un gesto, di una parola diventa insostenibile.

Il romanzo, condotto in prima persona, è una vera e propria indagine sulle conseguenze della passione. Olivia è inspiegabilmente attratta dalla sua insegnante, M.lle Julie. Una donna affascinante ma anche ambigua, nella quale l’istinto materno e la tensione erotica si scontrano e si compenetrano al tempo stesso. Olivia cerca attenzioni; l’estasi della letteratura si fonde in lei con il desiderio fortissimo di essere accolta e capita. L’anelito ad un contatto intimo diventa insopportabile. Olivia teme un confronto, un contatto ma lo desidera con tutta se stessa fino ad immaginare di essere amata dello stesso accecante amore. Eppure Olivia non sa immaginare un modo per essere amata da Julie. Ma brama questo innominato ardore al punto di restare sospesa in un limbo immaginario, in attesa perenne che qualcosa accada, vittima di un desiderio sessuale che non conosce come tale e che provoca in lei una frustrazione cocente e un’estasi assoluta che coesistono e si scontrano acuendo e fagocitando una dolorosa tensione.

E’ proprio in questo passaggio l’assoluta pienezza e genialità di questo romanzo. Il saper rendere, in modo assolutamente lampante, cosa sia l’amore. Un misto di vergogna e di voluttà. Una ricerca ossessionante di pienezza, di una foce libera e quieta per quel fiume impetuoso che ci prende quando amiamo e abbiamo paura di non essere amati. Quando desideriamo e ricerchiamo con ottundente insistenza lo sfogo che permetta a tanta sfiancante pressione di liberarsi e di farci godere di quella pienezza che abbiamo irrimediabilmente perduto con la fine dell’infanzia, quando tutto era accessibile. Quando desideriamo ma non sappiamo perché. Quando sappiamo che soffriremo ma ugualmente vogliamo affrontare il travaglio, il guado, la scure della delusione. Perché conoscere è sempre meglio di indugiare nella palude dell’insoddisfazione e dell’incertezza.

Quando Dorothy scrive questo romanzo ha 68 anni eppure le eco dell’adolescenza sono ancora chiarissime in lei. La sua prosa è lancinante, piena di un pathos roboante e inarrestabile, che tocca acuti di incredibile estasi amorosa e scende a farsi trascinare dai gorghi scuri del dolore, tanto più forte perché incomprensibile. Una trama che cede il posto ad una indagine profonda dell’io più sconosciuto e segreto e che finisce per trascinare via con sé quel piccolo mondo fatto di poesia, letture e passeggiate nei boschi, La passione malcelata tra Olivia e Julie interrompe un equilibrio e scatena lotte intestine, fino a chiamare a sé la tragedia, ultimo atto di un caos emotivo e sensuale che scardina tutto ciò che era precostituito e conosciuto.

Olivia è un romanzo indimenticabile, che porta in sé il candore dell’infanzia e la consapevolezza amara ed egoista dell’età adulta. Due mondi che si scontrano e che implodono dentro Olivia, e che la accompagnano verso la dolorosa conoscenza di sé e del mondo che le sta intorno. Insegnandole la sconfitta, il perdono e il privilegio di farne tesoro per il futuro.


Il romanzo

Delicata confessione in equilibrio tra l’innocenza della giovinezza e le ambiguità del mondo adulto, Olivia è un romanzo ambientato nel collegio francese di Les Avons, dove la protagonista, sedicenne, viene mandata a completare la sua educazione, com’era d’uso nelle famiglie inglesi ai primi del ’900. In quel luogo in cui regna – per l’epoca – una straordinaria libertà intellettuale, Olivia scopre l’amore: è una delle direttrici della scuola, Mademoiselle Julie, a sconvolgerla, con tutta la violenza di una passione che si manifesta soltanto in piccoli gesti – una carezza, il regalo di un dolce – ma che non per questo è meno assoluta, segnata com’è da momenti d’inebriante felicità alternati ad altri di cupa disperazione. In un mondo così fragile che basta un sussurro per mandarlo in frantumi, la passione di Olivia è un tornado che scuote l’intero collegio, suscita gelosie, maldicenze, invidie e incomprensioni ed esaspera gli animi a tal punto che una tragedia è forse l’unica conclusione possibile…

Un classico di straordinaria attualità per il modo in cui tratta i temi dell’identità sessuale e dell’affermazione femminile, esaltato dalla magistrale traduzione di Carlo Fruttero e da una illuminante introduzione di André Aciman.


L’autrice

Dorothy Strachey (1865-1960) nasce a Londra da Sir Richard Strachey, un ufficiale, e da Jane Grant, ed è la terza dei loro dieci figli. La famiglia è molto attiva in ambito culturale (la madre è anche una suffragetta) e Dorothy, dopo aver frequentato il collegio francese di Les Ruches e l’Allenswood Academy, presso Londra, diventa insegnante di quest’ultima; tra le sue alunne c’è anche Eleanor Roosevelt, la futura moglie del presidente degli Stati Uniti. Nel 1903, quasi quarantenne, sposa il pittore Simon Bussy e i due si trasferiscono a Roquebrune, nel Sud della Francia. Nel 1918 conosce André Gide, di cui diventerà la traduttrice e al quale sarà legata da una profonda amicizia.


  • Casa Editrice: Astoria
  • Data di uscita: 23/01/2024
  • Prezzo: E 16,00

UN AMORE SENZA FINE di Scott Spencer


Non vorrei dirlo, non vorrei davvero, ma se sei arrivata fin qui immagino sia evidente che l’incendio di quando ti amavo continua a bruciare.


3 dicembre 2023

Lascia che l’amore ti attraversi e spanda brandelli di te dove non sai raggiungerli.


Siamo tutti più o meno d’accordo nell’affermare che l’amore può tutto o quasi. Nel momento in cui i nostri occhi traboccano d’amore per una persona, tutto ci appare possibile. Tutto è assoluto, maiuscolo. Un’onnipotenza che è ottundente come una droga. E se questo amore è il primo che ci capita di vivere, tutto ciò che ho appena affermato si eleva a potenza. E noi, attraversati da questo maroso invincibile, siamo il più delle volte impreparati, inesperti, vittime di un’amplificazione dei sensi che è orgia e ebrezza infinita.

Un amore senza fine è il racconto intimo e febbrile di questa ammaliante ebrezza. Scritto con l’energia, il furore, l’oscurità, del primo amore. Un amore ingombrante, schiacciante, disarmante. Che coglie di sorpresa e che amplifica ogni sensazione, ogni sentimento. Insieme alla scoperta del se*so, ulteriore incantesimo al quale è impossibile sottrarsi.

Il dramma, l’ineluttabilità di un gesto è il filo conduttore del romanzo. La tensione narrativa si accompagna alla tensione erotica dei protagonisti, in un crescendo che imprigiona il lettore tra le pagine, scritte con enorme profondità e attenzione verso gli impulsi del protagonista, David, di cui seguiamo la vita e l’ossessione amorosa per Jade.

L’amore tra i due ragazzi sboccia e si consuma immediatamente. E’ un fuoco che arde, che brucia ogni cosa e che stupisce entrambi per la sua forza. Lo stupore si accompagna al sentimento di fusione tra i due, inconsapevoli di essere attirati nella trappola dell’esclusività, un luogo dolcissimo ma insidioso. Un posto per due che appare incomprensibile agli occhi degli altri, incapaci di comprendere questo sentimento così assoluto. Poi la separazione. Il dramma che scopre le sue pericolose attitudini.

Amare e distruggere. Due facce della stessa medaglia. Amare o morire. Tutto è plausibile se messo a confronto con la fine. E ogni gesto, anche il più eclatante e inaccettabile dei gesti, torna ad avere senso se può in qualche modo ricongiungere David a Jade.

La storia di David, così accuratamente resa dalla penna di Spencer, è un vortice malefico e subdolo, che promette pace ma semina morte. Che assicura felicità ma fa vivere al di fuori della legge, con un segreto inconfessabile che dondola sulla testa come una falce. Un’ebrezza che sembra infinita ma che non può che finire, consumata da suo stesso fuoco.

Eppure la storia di David e di Jade è il più efficace inno all’amore mai conosciuto. Fatto di complicità, conoscenza profondissima dell’altro, di perdono, di protezione e di erotismo allo stato puro. La prova che per amore tutto può essere superato. Un amore capace di far innamorare di sé, di quell’anelito struggente, sconosciuto e inevitabilmente devastante. Un sentimento furioso, ingestibile, vivo di vita propria, capace di governare le vite di David e di Jade, asservirle ai suoi capricciosi desideri, senza ragione, senza pudori, senza alcun filtro.

Un amore senza fine è considerato a ragione un romanzo cult. Il canto trascinante e pretenzioso dell’amore adolescenziale, incontaminato, di chi crede che la vita debba essere vissuta al soldo di questo dolce e terribile dittatore. I riverberi di un’epoca che rompe con la tradizione e con il passato, che pretende di essere vissuta a gran velocità dopo gli orrori della guerra e all’ombra dell’opulenza del boom economico, in cui tutto può essere possibile.

David e Jade vivono il loro amore, la loro dirompente ses*sualità alla luce del sole, con la benedizione dei genitori di lei, non ancora quarantenni, dediti alle droghe leggere come segno distintivo di modernità e di apertura. Genitori al quale la trama assegna un ruolo cruciale nella vicenda, quasi un monito verso il permessivismo, teso a rompere schemi tuttavia difficili di ricomporre e da vivere sulla propria pelle. Lei, Ann, attratta in modo oscuro da David, che rappresenta ai suoi occhi la follia e l’ebrezza dell’amore giovanile, che vorrebbe rivivere sulla propria pelle e che invece le appare lontanissimo. Lui, Hugh, il primo a rendersi conto dell’inadeguatezza della relazione delle figlia, strappata troppo presto dalle lusinghe dell’infanzia e data in pasto ad un amore che prende tutto senza scuse e senza attenuanti.

Rose e Arthur, genitori di David, sentono immediatamente che la storia d’amore di David nasconde delle insidie. Si sentono derubati dai Butterfield, colpevoli di aver attirato l’unico loro figlio in una trappola. Rose è incapace di qualsiasi slancio verso il figlio che fino alla fine ammette di non saper comprendere né aiutare. Per Arthur invece la storia d’amore di David è il pretesto per ripensare alla sua vita e per decidere di separarsi da Rose.

Gli anni sessanta tuttavia non sono ancora maturi per comprendere le pulsioni di un amore tanto estremo. Il comportamento di David sconvolge i benpensanti e si tenterà inutilmente di riportarlo alla ragione. Come un outsider qualunque, che non vuole adeguarsi al pensiero comune. E il tenore di vita dei Butterfield, il loro spiccato anticonformismo, finirà per costituire paradossalmente un attenuante per David.

E lui, David, che personaggio incredibile! Un ragazzo capace di un gesto inaudito e violento che innesca l’intera vicenda e che porta il lettore a schierarsi. Condannare questo gesto o dimenticarlo in forza di un preteso bene superiore (rivedere Jade)? Eppure, pur nello sdegno e nell’incomprensibilità di questo gesto che irrompe nelle prime pagine del romanzo, quando ancora non abbiamo potuto misurare la forza di questo amore, siamo propensi a perdonare, a desiderare di essere noi stessi oggetti di tanta passione e tanta forza. E anche lo stesso David, consapevole delle sue colpe, sembra non decidere mai del tutto se difendersi o compiacersi.

Ancora oggi (soprattutto oggi) non sembra casuale che sia proprio lui a scegliere di distruggere. Che sia lui a imbastire una trama vorticosa, furente, al limite della follia. Lui a chiudersi ad altre storie d’amore nell’attesa di ricongiungersi all’amata. Lui a sfidare la legge, a incentrare tutta la sua vita intorno a lei. Jade da parte sua si limita a sparire, cercando di rimettere insieme i pezzi della sua vita. E’ lei che per prima si rende conto che quest’amore nasconde qualcosa di sbagliato. Lei costruisce sulle maceria che lui crea. Lei per prima taglia il cordone ombelicale di una storia che produce aberrazione e che si fonda su una menzogna.

Ma questo non toglie niente a questo romanzo, anzi ne amplifica i riverberi e le implicazioni. Le lusinghe e le vibrazioni sotto pelle. Un romanzo che rimane forse l’unico, folle, struggente inno al primo amore, che non si dimentica e al quale tutto può essere perdonato. Anche un incendio (evidentemente..), se tale è ciò che arde furente nel cuore.


Il romanzo

Tra i romanzi più celebrati degli ultimi decenni, Un amore senza fine è forse il libro più potente che mai sia stato scritto sull’amore giovaAmato e rispettato da scrittori, critici e lettori, Un amore senza fine è una potente, viscerale meditazione sulla passione che diventa l’unico motore di una vita. Tradotto in venti lingue, ha ispirato due dei film meno riusciti della storia del cinema (secondo alcuni commentatori), di cui il più noto è quello di Franco Zeffirelli.
Al centro del romanzo è la discesa negli inferi di un sentimento assoluto, la storia trascinante, furiosa, di forte ed esplicito erotismo di David Axelroad e Jade Butterfield, due ragazzi consumati dallo stupore dell’intimità e dell’attrazione reciproca. David e Jade non sembrano rendersi conto di quanto il loro rapporto, il desiderio, la sessualità, siano difficili da comprendere per chi sta loro attorno. Quando il padre di Jade allontana David dalla propria casa, il ragazzo immagina un piano per riguadagnare la fiducia dei genitori di lei. Ciò che segue è un incubo, l’immersione in un’oscurità in cui le emozioni di David sono un crimine e una malattia, un mondo di telefonate anonime, lettere folli e senza speranze, baratri e timori, alla ricerca costante, inevitabile, quasi punitiva dell’unica cosa che davvero conti per David: l’amore della sua ragazza e della sua famiglia.
Fin dalla pubblicazione nel 1979 il romanzo è diventato un classico americano, ammirato e letto da milioni di persone, indicato da molti autori come una delle opere più originali e autentiche della recente letteratura statunitense. Lo scrittore Jonathan Lethem lo inserisce «tra Il grande Gatsby e La rabbia giovane di Terrence Malick, la storia di una ossessione romantica narrata con una voce intensa, intelligente e ricca di sfumature, come nelle migliori opere di Philip Roth o Richard Yates». Celebrato per la sensibilità dello stile e l’analisi acuta della cultura contemporanea, Spencer possiede la capacità di trascrivere l’energia emotiva che si cela dietro la superficie del la normalità quotidiana. Joyce Carol Oates, una grande ammiratrice dell’opera, ha scritto: «Nessuna descrizione può rendere giustizia alla prosa di Scott Spencer, sempre profonda, brillante, sorprendente».


L’autore

Scott Spencer è nato nel 1945 a Washington, ed è autore di undici romanzi. Ha collaborato con Rolling Stone, il New York TimesThe New YorkerGQ e Harper’s, ha insegnato scrittura alla Columbia University e al Workshop per scrittori della University of Iowa. Un amore senza fine (1979, Sellerio 2015 e 2023 nella nuova traduzione di Tommaso Pincio) è stato un bestseller mondiale, e dal romanzo sono stati tratti due film, il primo diretto da Franco Zeffirelli (1981) e il secondo da Shana Feste (2014), entrambi accolti da critiche feroci. Con questa casa editrice ha pubblicato anche Una nave di carta (2019), romanzo finalista al National Book Award e Un oceano senza sponde (2022).


  • Casa Editrice: Sellerio
  • Genere: narrativa americana contemporanea
  • Prezzo: E18,00

L’EDUCAZIONE DELLE FARFALLE di Donato Carrisi


Adesso lo sapeva, solo le madri riuscivano a pensare a un figlio come a un peso e anche come a una benedizione. Solo le madri riuscivano a voler bene e insieme a detestare il frutto del proprio ventre. Solo una madre poteva comprendere come fosse possibile un simile compromesso fra odio e amore. E solo una madre, dopo aver perso un figlio, poteva salvare la propria coscienza da una simile contraddizione.


Quando la vita vera è più spaventosa di quella immaginata.


23 novembre 2023

Un Carrisi del tutto inedito, quello che è uscito in libreria il 7 novembre scorso. Che rinuncia alle lusinghe di un altro sequel, che si tiene a debita distanza dal sangue, che affronta un tema scivoloso e delicatissimo, quello della genitorialità.

Un Carrisi diverso, già a partire dalla copertina, bianca, pulita, senza immagini che stordiscono l’occhio. Un fiore che sembra sbocciare silenzioso eppure potente da un abbacinante candore. E le farfalle, che nella cover non appaiono ma che si intuiscono pronte a succhiarne il nettare. Il cui battito d’ali, impercettibile, può essere in grado di muovere un’intero Oceano dall’altra parte del mondo.

Ne L’educazione delle farfalle la protagonista è una donna, Serena, che ha incentrato la sua vita esclusivamente su se stessa. Non ha un compagno, non ha amici. Il suo baricentro è il lavoro. Una professione che richiede cinismo, spregiudicatezza e fame di denaro. Serena è una macchina da guerra che non conosce tregua o sconfitta, Ripudia l’amore e rifiuta l’idea di un figlio. La sua vita è una corsa a fari spenti verso il successo. Programmata per vincere e protesa verso un’idea di perfezione che è intransigenza e assoluto rigore.

Ma qualcosa va storto e Serena si ritrova con una figlia da crescere. Un essere in tutto simile a lei, che cresce imparando a tenere le distanze, a non pretendere niente, a stare al suo posto senza alcuna replica, circondata da un esercito di babysitter, camerieri, autisti, come brutte copie di un’idea di madre che la piccola non potrà mai conoscere.

Una breve parentesi destinata a perire. Perchè Aurora sparisce nel nulla. Un’uscita di scena violenta e inattesa che getta Serena in un baratro profondissimo, fatto di dipendenza e di ossessione. E di mutamento profondo. Verso il suo lavoro, la sua vita indipendente. Le sue regole, le sue ambizioni. Finché l’abbaglio di ritrovare la figlia perduta non la investe in pieno.

Sulla figura di Serena, prima squalo sanguinario, poi leonessa ferita e infine agnello sacrificale, Carrisi costruisce l’intero romanzo, una parabola perfettamente disegnata che decolla insieme all’ambizione professionale, discende col manifestarsi del lutto e implode con forza al rivelarsi della verità. Un romanzo che disegna sul corpo di questa donna il destino di chi è madre. Un destino fatto di sacrificio e di perdita del senso di sé. Ma anche di inadeguatezza, di autostima perduta, di non sentirsi all’altezza, incapace di crescere un figlio, inadatta a qualsiasi responsabilità, anaffettiva, tossica, l’unica madre al mondo a non meritarsi un figlio.

Il tema della genitorialità è un tema nuovo a Carrisi. Un coacervo di sensazioni impazzite, obiettivamente difficile da governare, in cui ogni senso, ogni declinazione è amplificata e imprevedibile. L’autore tocca tutti gli angoli dell’essere madre: la negazione, il rifiuto, il legame indissolubile, l’aberrazione e la follia della perdita e il più tragico e malvagio di tutti. Il senso di colpa, un acido che annienta e distrugge. La contraddizione che cannibalizza la donna, in bilico tra amore e odio nei confronti del figlio.

Serena interpreta tutte queste fasi con un senso profondo di immedesimazione. E subisce l’accelerazione esponenziale del cambiamento da madre al limite dell’anaffettività a madre presente e dolente. Una mutazione che impatta sull’intera sua vita e non solo sul suo essere madre. Serena scende nell’abisso della perdita e riaffiora a galla ritrovando la speranza e il perdono.

Anche l’ambientazione del romanzo segue questo schema. La scena si sposta dai grattacieli di Milano alle viuzze fiabesche di un paesino di montagna, tuttavia cupo e inospitale, contenitore perfetto delle angosce e dei sensi di colpa di Serena. Un paesaggio ammorbante che sembra contaminare la protagonista trascinandola in un vortice di dolore al quale non sa sottrarsi con le sue sole forze.

Ambizioso e difficile il tema che Carrisi ha scelto di affrontare in questo suo ultimo lavoro. Una donna di fronte alla maternità sta davanti ad uno specchio deformante, che rimanda al lettore immagini distorte. L’autore non si preoccupa di esprimere giudizi sulla sua protagonista. Semplicemente la getta in pasto al lettore, certo che esso saprà comprenderla (quando non vuole avere figli), giustificarla (quando educa la figlia con freddezza e rigore), lenire il suo dolore (quando la perde, dopo che l’ha quasi ignorata per tutta la sua breve vita). Serena rappresenta una donna dei nostri tempi, attanagliata dalle incertezze, divisa tra il dovere di procreare e la voglia di essere solo se stessa, senza legami che la obblighino a non poter più scegliere.

Il tema della genitorialità e delle aspettative che la società ripone nella donna e nella madre è del resto una prateria sconfinata, che mostra mille diverse sfaccettature. Con un denominatore comune, quello di non sentirsi all’altezza del ruolo che la società le attribuisce. Una campo incolto in cui correre a perdifiato, senza timore di inciampare.

La narrazione è fluida, ritmata, efficace e accattivante, Lontanissima dalle angosce e dagli abissi a cui Carrisi ci ha abituati. Una narrazione e una prosa ancorate a terra, e i personaggi, persone comuni alle prese con traumi, ahimè, altrettanto comuni. Facile immedesimarvisi, senza dover fare i conti con quel brivido tra le scapole e quell’ombra di sudore freddo sulla fronte che il lettore di Carrisi ben conosce.

Carrisi dimostra di non aver bisogno di sovrannaturale, di terrore e di menti disturbate per creare suspense e tensione narrativa. La sua penna si rivela capace di toccare tutte le corde emotive del lettore, costruendogli intorno un castello dal quale è impossibile fuggire. Pur con i pochi ingredienti a disposizione e cedendo solo a qualche lieve tocco di morbosità.

La normalità diventa circo e il circo diventa spavento e baratro. E una madre che perde sua figlia è il nodo da cui partono oltre 400 pagine di prosa. Per me questa è già una motivazione per far partire l’applauso. Ti unirai a me?


Il romanzo

La casa di legno brucia nel cuore della notte. Lingue di fuoco illuminano la vallata fra le montagne. Nel silenzio della neve che cade si sente solo il ruggito del fuoco. E quando la casa di legno crolla, restano soltanto i sussurri impauriti di chi è riuscito a fuggire in tempo.
Ma qualcosa non è come dovrebbe essere. I conti non tornano. E il destino si rivela terribilmente crudele nei confronti di una madre: Serena.
Se c’è una parola con cui Serena non avrebbe mai pensato di identificarsi è proprio la parola «madre».
Lei è lo «squalo biondo», una broker agguerrita e di successo nel mondo dell’alta finanza. Lei è padrona del suo destino, e nessuno è suo padrone.
Ma dopo l’incendio allo chalet tutto cambia, e Serena inizia a precipitare nel peggiore dei sogni. E se l’istinto materno che lei ha sempre negato fosse più forte del fuoco, del destino, di qualsiasi cosa nell’universo?
E se davvero ci accorgessimo di amare profondamente qualcuno soltanto quando ci appare perduto per sempre?
Questo non è semplicemente l’ultimo capolavoro di Donato Carrisi. Perché Serena non è un personaggio come gli altri, e questa non è una storia come le altre. Questo è un viaggio inarrestabile alla scoperta degli angoli più oscuri del nostro cuore e delle nostre paure, al termine del quale il nostro modo di vedere il mondo, semplicemente, non sarà più lo stesso.


L’autore

Donato Carrisi è nato nel 1973 a Martina Franca e vive fra Roma e Milano. Dopo aver studiato giurisprudenza, si è specializzato in criminologia e scienza del comportamento. Scrittore, regista e sceneggiatore di serie televisive e per il cinema, è una firma del Corriere della Sera. È l’autore dei romanzi bestseller internazionali (tutti pubblicati da Longanesi) Il suggeritore, Il tribunale delle anime, La donna dei fiori di carta, L’ipotesi del male, Il cacciatore del buio, La ragazza nella nebbia – dal quale ha tratto il film omonimo con cui ha vinto il David di Donatello per il miglior regista esordiente –, Il maestro delle ombre, L’uomo del labirinto – da cui ha tratto il film omonimo –, Il gioco del suggeritore, La casa delle voci, Io sono l’abisso – da cui ha tratto il film omonimo –, La casa senza ricordi, La casa delle luci ed è autore della favola dark Eva e la sedia vuota. Ha vinto prestigiosi premi in Italia e all’estero come il Prix Polar e il Prix Livre de Poche in Francia e il Premio Bancarella in Italia. I suoi romanzi, tradotti in più di 30 lingue, hanno venduto milioni di copie.


  • Casa Editrice: Longanesi
  • Pagine: 432
  • Prezzo: E 23

I LUPI DENTRO di Edoardo Nesi


Ecco Make cross from your lovers e Throw roses in the rain, che un giorno avevi deciso di tautarti su una palla, tutte e due, ed eri anche andato a Bologna dal tatuatore ma poi all’ultimo momento t’eri vergognato e allora nulla, ecco Wast your summer praying in vain, e poi ancora ecco quella meraviglia di strofa benedetta e minima che da sempre ti commuove e ti ricorda che i momenti migliori della vita di noi maschi, quelli che contano davvero e forse ci ricorderemo sul letto di morte, non son mai, mai figli del pensiero ma sempre del corpo, d’un gesto, d’una sensazione fisica, carnale, sei di di nuovo lì, immerso dentro la canzone, a ricevere ancora una volta i regali immensi e umili e verissimi di Springsteen, la comprensione fraterna, uno scintillio di significato, l’ entusiasmo grullo e benedetto e poi l’abbandono, il darsi, la condivisione, eccola e la canti più forte che puoi, Roll down the window and let the wind blow back your hair, e mentre ridi e le lacrime avviano ad affacciarsi agli occhi, la canzone si anima come gonfiata da quello stesso vento ed esplode riempiendosi del suono degli strumenti che fino a quel momento eran stati muti e ora invece si uniscono alla voce e al pianoforte e tramutano quella poesia fervida e sommessa nel frutto migliore della più grande invenzione del Ventesimo secolo che poi è il rock, cazzo, il rock’n’roll, l’incanto per cui ogni nota e ogni parola ti scuoton e ti risuonano dentro per decenni, oggi come ieri, son tue e ti son di conforto perchè il rock’n’roll, oltre che a far festa, è sempre servito anche a consolare chi alle feste non veniva invitato, come te che lonely eri a quindici anni quando sentisti Thunder Road per la prima volta e lonely ti ritrovi ora che la senti a quasi sessanta.


12 novembre 2023


Nostalgia, nostalgia canaglia, perché si stava meglio quando si stava peggio.

Se mi avessero chiesto di inserire, in seconda di copertina, le avvertenze per l’uso di questo romanzo, avrei inserito: attenzione, per i lettori nati sul finire degli anni sessanta, inizio settanta (manco a dirlo, anch’io rientro nella categoria) forte rischio di nostalgia, mista a imbarazzo, mista a disagio, mista a “caxx, sono davvero così vecchi*?”.

Mi è stato immediatamente chiaro che Nesi, in questo suo romanzo che fa degli anni Ottanta un vero e proprio manifesto, si rivolga ad un pubblico giovane, a quelli che metaforicamente sono (potrebbero essere) figli suoi. Per veicolare l’unico vero messaggio, forte e chiaro, del suo lavoro: gli anni Ottanta sono stati irripetibili, meravigliosi, pieni di tutto. Gli anni della speranza che non muore mai, della fiducia nel domani, del tutto si aggiusta, del tutto può (ancora) accadere. Un ritornello già ascoltato (e qui anche Max Pezzali potrebbe dire la sua ….). Perché, ovviamente, chi c’era, già lo sa (giusto?).

Ma veniamo al romanzo. Federico Carpini, alla soglia dei sessant’anni, vive la sua ultima giornata prima che il suo mondo crolli definitivamente. Dopo una vita passata tra gli agi e la sensazione (o dovrei dire la certezza) che la gioventù, la bellezza, la buona sorte, i soldi non sarebbero mai finiti, che le infinite possibilità della vita avrebbero continuato in eterno a concentrarsi miracolosamente sulla sua testa e su quella della sua famiglia, arriva il tracollo. Lentamente, impercettibilmente. Una goccia che con la sua inesorabile costanza, buca la roccia.

Il mondo dorato dei Carpini finisce con l’arrivo dei cinesi a Prato. Prato, una città cresciuta al ritmo ossessivo dei telai. Una periferia zeppa di opifici e davanti, il mondo intero che chiede le pezze di Prato, pagandole a peso d’oro. Un’economia nata dal basso, dall’umiltà dei cenciaioli che con caparbietà si organizzano fino a diventare una potenza. Ricchi arricchiti, tasche piene di soldi e un cuore e una testa da artigiano. Cuore e testa proiettati nel benessere più assurdo, quando anche tutta l’Italia si ergeva a potenza mondiale. Un mondo dorato e incredibile, che ancora ci apparteneva.

Nesi si sposta con maestria tra le due epoche del romanzo. Il passato, brillante di vita, di amori. Pieno delle canzoni di quel tempo, concentrato nella sforzo di far crescere e di far maturare al punto giusto la generazione nata nell’epoca delle grandi contestazioni. Inculcandogli il gusto per il bello e la pretesa di essere felici. Consegnandogli le chiavi per un futuro pieno di luce, in tutto simile all’idea di eternità. E il presente, sconosciuto, straniero. Un luogo impervio in cui non nascono fiori, né erba. Un luogo in cui si alza il fumo delle macerie del passato, acuminate e strazianti. Il presente del fallimento e dell’amarezza. In cui tocca voltarsi indietro per ricordare anche un solo istante di felicità.

E nel rovinoso implodere di questo mondo dorato, cadono amicizie, rapporti familiari, amori, insieme alla certezza di non poter più essere felici. Relazioni che Carpini ricorda con passione e rimpianto, ma anche con tenerezza e indulgenza.

Un romanzo piacevole, che si lascia leggere senza sforzo. Ma che non è mai indolore nel suo incedere. Perché rimorsi, rimpianti, ricordi e amarcord sono disegnati e resi dall’autore con ammorbante partecipazione emotiva. Costruiti dal Nesi. Anzi no, sgorgati con forza dirompente dai suoi ricordi di vita. Perché seppure la trama sia frutto della sua fantasia, è chiaro che tutto ciò che scrive nasce un sentimento rotondo e impietoso che lo investe in pieno, senza lasciargli scampo.

Ed ecco che qui torno alle mie riflessioni iniziali. Al boomer la possibilità di sognare a occhi aperti e tornare indietro nel tempo, al suono languosissimo delle canzoni del tempo (e Nesi ne conosce una tonnellata e non ne tralascia nemmeno una che sia una!) e al luccichio delle luci dei locali e al friccichio delle farfalle nello stomaco e al primo bacio e a quella insormontabile e mai dimenticata sensazione di potere tutto, tutto, tutto…). Al più giovane la possibilità di immaginare cosa siano stati gli anni Ottanta per chi li ha vissuti. Un’immaginazione che si pretende piena, rotonda, quasi una preveggenza per menti illuminate. Il quadro di un’Italia sconosciuta, un’epoca perduta dentro ai meandri della provincia, mai come allora veicoli di meravigliosa operosità e di sagace opportunismo.

Edoardo Nesi riesce nel miracolo di rianimare un passato che sembrava morto e che si scopre invece vivo nella memoria di chi l’ha vissuto. Il suo romanzo descrive la parabola perfetta di una enorme sconfitta. Della rinuncia a stare bene che investì la piccola borghesia italiana, colpevole di averci creduto troppo. La celebrazione dell’epoca della nostra meraviglia, come singoli e come Nazione. Senza calcare troppo la mano sui tasti dell’emotività, ma strappando un sorriso, con l’idioma fresco e becero dei toscani e le bizzarrie e le prodezze dei giovani degli anni Ottanta, che vivevano ogni giorno come fosse l’ultimo e come se non dovessero morire mai.

Eppure, un po’ brucia ammettere “io c’ero”. E quell’io, un po’ stranito e sorpreso, dovrà decidere in fretta se abbandonarsi alla “nostalgia canaglia” e al “si stava meglio quando si stava peggio” o schierarsi nelle file di chi un po’ si imbarazza a pensare a com’era quando suonavano i Dire Straits e gli Aerosmith perché in fondo è acqua passata.


Il romanzo

Come tutti noi, Federico Carpini insegue un sogno impossibile. Il suo è quello di poter vivere ancora una volta una grande giornata prima di vedersi portar via dagli ufficiali giudiziari la poca, ultima roba che gli è rimasta: il segno finale d’un patrimonio conquistato dal padre nella sventata, fulgida età dell’oro degli anni Ottanta e poi svanito. Mentre vive quel giorno come se fosse l’ultimo, portando allo stremo la sua sformata carcassa di ex-bello ormai sessantenne e la sua vecchia Porsche 964, saranno i ricordi di un’epoca e d’una vita incomparabilmente migliore ad accompagnarlo. Sarà il riaffiorare del ricordo di Ginevra, la donna più bella del mondo, a carezzarlo e al tempo stesso tormentarlo. Ma non sarà solo, Fede. Ad abbracciarlo e sostenerlo nel mondo dimentico e insensato nel quale ci troviamo a vivere ci saranno anche Ivo Barrocciai e Vittorio Vezzosi, i suoi amici e i personaggi più indimenticabili di Nesi, che si schiereranno al suo fianco nel giorno più importante e così, sorridendo amaro, e spesso ridendo, si va a celebrare una vita ineguagliabile, un’epoca perduta e una sconfitta colossale.

Edoardo Nesi torna al romanzo con quest’opera accelerata e incalzante, instillata di forza vitale, comica e tragica, che va a concludere un ciclo letterario unico – iniziato nel 1995 e proseguito per otto romanzi – in cui dalle profondità della provincia toscana s’è raccontato lo splendore e la caduta di un’Italia troppo poco raccontata, troppo poco compresa, troppo poco amata.


L’autore

Edoardo Nesi ha pubblicato Fughe da fermo (1995), Ride con gli angeli (1996), Rebecca (1999), Figli delle stelle (2001), L’età dell’oro (2004, Premio Bruno Cavallini; Finalista Premio Strega 2005), Per sempre (2007), Gianna Nannini. Stati d’anima (2009), Storia della mia gente (2010, Premio Strega 2011), Miracolo inevitabile (2011), Le nostre vite senza ieri (2012), L’estate infinita (2015), La mia ombra è tua (2019). È il traduttore italiano del romanzo di David Foster Wallace Infinite Jest. Ha scritto e diretto il film Fughe da fermo (2001).


25 di Bernardo Zannoni

“Qualcosa succederà», gli aveva detto. Gero rimase incollato al muro per un tempo indefinibile. I minuti diventarono mezzore, poi ore intere, infine fu sera e fu buio. Il suo corpo non rispondeva più: era svuotato di tutto, dai muscoli ai nervi, dal fegato al cervello. Era uno spaventapasseri, impalato fra il divano e la porta, il custode inutile di un posto abbandonato. lo assalirono allora i suoi terribili pensieri, sempre esatti nel presentarsi, e lo fecero con una forza mai vista prima. Un’immensa slavina di solitudine lo scosse da capo a piedi, lo schiacciò come una carica di cavalleria rivolta il terreno e rade al suolo l’erba.

Adesso non aveva che se stesso al mondo: era l’unico ad appartenersi, l’unico a volersi bene, ad amarsi. La Grande Gabbia si definiva attorno a lui, e dentro era buio, ed ogni cosa nascosta, pronta a fargli più male, adesso che era solo. Gero scoprì una terribile paura, un terrore vorace che lo divorò in un istante, senza che potesse opporglisi: sentì di aver esaurito il tempo per sperare, che non ci fosse più rimedio.


05 ottobre 2023

C’è un prima e un dopo, sempre. E se il dopo segue ad un capolavoro della levatura de I miei stupidi intenti può diventare assai complesso da gestire.

Zannoni è piuttosto vicino, anagraficamente, a quei 25 di cui parla nel suo secondo romanzo, appena uscito per Sellerio Editore. Le incertezze, le inquietudini, gli stalli e le sbandate di un’età crudelissima che immagino conseguenti agli umori legati al parto del suo secondo romanzo, un nascituro con un’eredità davvero pesante da gestire.

Un romanzo che credo sia letto con occhi e aspettative diverse in base all’età del lettore. Per me, che praticamente raddoppio quel numero, è stata una lettura angosciante (figli in zona 25….) ma niente che già non conoscessi o non immaginassi. Certo è che Zannoni, impantanato nell’età ingrata in cui si può essere adulti senza esserlo davvero, si dimostra il portavoce perfetto per diffondere quel morbo curioso e allucinante, che spinge verso quel pertugio buio e spaventoso che è la maturità e la consapevolezza. Quell’insetto pruriginoso che è il posto che ci aspetta, il porto di approdo dopo una traversata con il mare in tempesta.

Il romanzo si svolge in un breve lasso di tempo. Gero, un ragazzone che vive passivamente le sue giornate senza attendere né pretendere, senza progetti né ambizioni particolari, quasi vittima di una vita che non ha voluto né vuole vivere, vive tuttavia una serie di eventi disorientanti. Eventi che pretendono di essere vissuti in prima fila, mettendoci volontà e sentimento, ogni sorta di azione e di emozione che Gero ha da tempo messo in soffitta, colmato di ragnatele, accantonato.

Come de resto ogni velleità che riguardi amicizia e amore, impegno, missione, lavoro. In una parola vita, quella cosa che è così faticoso condurre a traguardo. Lunga, il più delle volte. E noiosa. E anche spaventosa, se implica che qualcuno si aspetti qualcosa da te.

Gero vive in una casa spoglia, che gli ha lasciato sua madre. Ma sta spesso dalla zia, un essere umano grottesco che riporta Gero in superficie, ogni volta che tenta di inabissarsi. Per questo invisa, ma al tempo stesso una figura necessaria, l’unica ancora per Gero, legato a lei più per opportunismo che per affetto.

Gero non ha un lavoro. La sua unica esperienza si rivela un vero incubo, sotto ogni punto di vista.

Gero ha un paio di amici e basta, uno dei quali in coma. L’altro che appare e scompare, figura brumosa e inafferrabile. Ogni giorno è uguale al precedente, in perenne attesa che accada qualcosa. Una svolta, un punto di rottura. Un qualcosa che rompa uno stato di inedia totale, che si autoalimenta e che allontana Gero dalla vita vera. Gero, un animaletto viscido e sgusciante, poco presente finanche a se stesso, che subisce ogni singolo accadimento come se non potesse evitare di viverlo.

Chiuso in un guscio che è conforto e prigione insieme. Bisognoso di cambiare ma anche spaventato dal cambiamento. Ago impazzito in una bussola danneggiata, protagonista di una vita fatta di casualità spinta all’eccesso, vittima di eventi che gli scoppiano in mano senza che li abbia realmente voluti. Malato, come tanti suoi coetanei, di una malattia che gli altri vogliono curare a tutti i costi ma che in fondo va bene così.

Qual è il messaggio che sottintende questo romanzo?

Indulgenza verso una generazione danneggiata dalla generazione precedente, che ha sottratto desideri e portato al parossismo le aspettative? Ricerca di una chiave di condivisione, di un canale che renda possibile al resto del mondo sbirciare sui disagi dei giovani adulti del nostro tempo? Speranza che seppure nel lassismo più totale, le cose belle possano accadere comunque?

Non lo so. Fatevi una vostra idea una volta che avrete letto questo romanzo. Che è fatto di fumo di sigarette, di dormite senza sogni, di letti sfatti e di disordine e sporcizia. Di assenze importanti, di dimenticanze, di solitudine, quella che addormenta i sensi e i desideri.

Ed è fatto anche di una prosa ordinata, di una semplicità disarmante e di un’efficacia sorprendente, lontana anni luce da ogni manierismo. Che si legge in un attimo e dopo puff, tutto svanisce, lasciando un senso di vuoto. Un vuoto pieno zeppo di cose non dette, che non si riempie facilmente.

Un’opera che deve far riflettere noi “grandi”. Sulle nostre colpe, sulle nostre assenze e sui nostri alibi. Per tutti i Gero lasciati soli, stuzzicati da speroni sempre più insistenti, come se bastasse picchiare più forte per svegliare, per fa risplendere.

Ma non è così, questo è chiaro.

Stavolta non è l’animale che si umanizza e soffre per questa sua emancipazione consapevole e dolorosa, ma il piccolo uomo che tenta di fare un passo indietro, alla ricerca di un istinto salvifico che lo scuota e gli faccia trovare la via, lontano dalle inquietudini. Stranezze della nostra epoca, non c’è altro da dire.


Il romanzo

Gerolamo è una strana creatura, un ragazzo di venticinque anni che vive in una città di mare, abita da solo, mangia spesso dalla zia. Ha qualche amico e nessun lavoro, esce di sera e di notte, dorme la mattina. Aspetta, ma non si sa bene cosa. Lo agita un desiderio quasi violento di diventare adulto e al tempo stesso porta dentro di sé un Gerolamo precedente, bambino e adolescente, che non lo vuole abbandonare.
Eppure nella sua attesa, nell’immobilità, nell’indecisione sospesa tra dubbi e inesperienza, nella paura costante di perdersi, Gerolamo è travolto dall’intensità e dalla meraviglia di quanto gli accade. Ha un amico che sta molto male, un altro che finalmente si è innamorato, un pappagallo da accudire per qualche giorno, la ragazza del piano di sopra sul punto di partorire. Fuma molte sigarette, beve volentieri, ma soprattutto Gero spera che giunga un momento in cui le cose cambino, in cui per lui e per tutti quelli intorno a lui arrivi il «punto di rottura», un bagliore di chiarezza che squarcia le nubi piene di pioggia, la realtà finalmente tirata a lucido, la vita che si mette a scorrere nella direzione giusta.
Alla sua seconda opera Bernardo Zannoni racconta il mondo degli umani con la fantasia e la profondità emotiva con cui aveva narrato la società degli animali ne I miei stupidi intenti. Scrive un romanzo che ha i tempi scomposti e incoerenti della giovinezza, lo sguardo in cui si fondono dolcezza e crudeltà di chi ha fame di vita, la comicità e l’assurdo delle menti che si avviluppano su se stesse. Dalle sue incursioni appassionate, fiabesche, avventurose, scaturisce un disegno di sorprendente realismo, un ritratto pieno di curiosità e di premura, al tempo stesso divertito e sgomento di fronte a quegli strani esseri che compongono il genere umano.


L’autore

Bernardo Zannoni (1995) è nato e vive a Sarzana. I miei stupidi intenti (Sellerio 2021) è il suo primo romanzo.


  • Casa Editrice: Sellerio Editore
  • Genere: narrativa
  • Pagine: 192
  • Prezzo: E 16,00