BUGIE SU MIA MADRE di Daniela Dröscher



In un certo senso è come se mio padre, per tutta la vita, avesse confuso mia madre con una casa. Con la differenza che in una casa si possono fare degli interventi di valorizzazione senza chiedere il permesso, sul corpo di un’altra persona no. A causa di una moglie sovrappeso mio padre si ritrovò ad avere una macchia brutta e ostinata che gli rovinava una facciata bianchissima – ecco che ritorna l’immagine della casa. Il corpo di mia madre rappresentava la visibilità in un mondo che puntava tutto sull’invisibilità. Non dare nell’occhio era uno dei principi più profondamente radicati nell’ambiente di provenienza di mio padre. Il suo corpo, invece, è quello di un bambino del dopoguerra. E il mondo contadino in cui è cresciuto è un mondo ostile e difficile.


17 marzo 2025

Mamma mangia tutto. Un corpo ingombrante, inaccettabile, che aspira all’invisibilità, nella famiglia nucleare degli anni ottanta.

La madre, il confine del suo corpo, il potere che emana, è il primo concetto che interiorizza il bambino. L’odore, la capacità innata di consolare, accogliere, curare. La forma morbida di un seno, l’incombere fisico che appare capace di ogni vittoria contro qualsiasi nemico. Un corpo che la società vuole invisibile, instancabile, dedito alla cura e ottenebrato dalla dipendenza economica, emotiva e suggestionale dal maschio.

Ela, ormai adulta, racconta la sua infanzia, analizzandola alla luce delle dinamiche sociali del nostro tempo. Un occhio acuto, impietoso, teso a rielaborare il proprio passato, a contestualizzarlo, inserendolo nel tempo e nello spazio giusto, con il suo bagaglio passato a influenzarne la forma e le direzioni.

Sua madre è il baricentro del racconto. Una donna volitiva ma segnata dall’insicurezza, imprigionata in un fisico possente, che incarna in sé l’idea, imperante, della pigrizia, dell’incuria. Un corpo che la madre porta con leggerezza, grazie anche alle eco della sua famiglia, che proviene dall’esperienza dell’immigrazione e dell’indigenza, per la quale grassezza è indice di prosperità e di benessere. Un corpo che il marito non accetta, che ritiene vergognoso, impresentabile, il segno tangibile dell’insuccesso. Un corpo che trattiene in sé l’idea di mediocrità, quella stessa insulsaggine che impedisce al marito di emergere, di assumere e mantenere una posizione sociale nella scala, sempre più ripida, che porta al successo.

La piccola Ela è costretta a fare l’ago della bilancia, schiacciata tra queste avverse dinamiche familiari. Il padre è bilioso, irascibile. Tanto insicuro e bisognoso di approvazione, quanto è succube delle sue origini contadine. Un uomo che pretende di avere il controllo su tutto e che obbliga la moglie a continue vessazioni, per indurla a dimagrire. La pretesa che la moglie non lavori, che dipenda da lui, che non si perda in inutili passatempi, sono tutte emanazioni dell’idea patriarcale che la donna sia asservita alla cura degli altri, succube della vita domestica, schiava legalizzata al servizio della famiglia.

Ela passa da un sentimento di dolorosa passione per la madre ad un senso di vergogna per il suo corpo fuori dagli schemi, che non passa inosservato e attira malignità e sberleffi. Segue con trasporto le sue vicende, a partire dal sentimento di estraneità verso la Germania, lei che proviene dalla Svevia, terra di confine, sottratta dalla Polonia e considerata terra straniera a tutti gli effetti. Un retroscena che terrà la madre preda di stereotipi razzisti, che la trasformerà in una straniera spesso mal vista e sicuramente mai accettata dalla famiglia di suo marito. La madre non ha un suo spazio: vive nella casa dei suoceri, in un paese diverso e nulla le appartiene realmente. Di suo ha solo il corpo, che viene continuamente insultato e messo sotto accusa.

La madre ha un lavoro ma dovrà rinunciare a qualsiasi velleità di carriera con la gravidanza della seconda figlia, quando ormai il suo matrimonio è già naufragato. Le figlie cresceranno ma l’anziana madre si ammalerà e avrà bisogno delle sue cure. E’ lei il punto fermo della famiglia, e ne diverrà anche il perno economico, quando erediterà una cospicua somma dal padre. Denari che il marito pretenderà di gestire, imbarcandosi in imprese azzardate e fuori luogo. E mentre lei riverserà nel cibo le sue frustrazioni, lui si farà sempre più ostile e distante, rabbioso e incoerente. L’odio verso il corpo ormai dilatato della moglie sfocerà in una vessazione inaccettabile, che porterà disordine e rottura.

Una storia con un epilogo già segnato, che tuttavia si addolcisce nel confronto franco che Ela, ormai adulta, ha con sua madre. Un tentativo di comprendere la madre intimamente, di dare un nome al suo malessere, di conoscere più a fondo il suo passato. Con la volontà di vivisezionare la famiglia patriarcale, con i suoi dettami, le sue regole, i suoi fondamenti.

La pretesa di avere il potere sul corpo della donna, di comandare la sua forma, lo spazio che può legittimamente occupare. Decretare la sua visibilità, farlo uscire dalla nebbia, assurgerlo a vessillo e a simbolo del potere di un uomo. Misurarlo, pesarlo, giudicarlo. Costringere la donna a costruire un castello di menzogne per poter sopravvivere. O a chiudersi nel silenzio, esso stesso una forma di menzogna, dettata dall’incomprensione. La banalizzazione della maternità, vista come unica fonte di realizzazione, un idillio senza macchia da gestire in autonomia.

Le bugie che stringono la madre, il suo vissuto e la memoria collettiva su di lei, sono raccolte dalla figlia e analizzate a posteriori, con l’intento di ammorbidire la sua reputazione e i suoi ricordi. Con lei la figlia rivive quei giorni, subendone ancora l’influenza, con la consapevolezza che i tempi oggi non avrebbero permesso tanta acredine e tanta violenza. E anche la madre, ormai anziana, si riconcilia con il proprio passato, avendone compreso le dinamiche e avendo interiorizzato le proprie debolezze. Una vita segnata dagli eccessi, dai “troppo” o dai “troppo poco”.

Il disturbo alimentare non ha un nome, in questa storia, ma è evidente in ogni passaggio nonostante passi solo per un intollerabile capriccio. Come l’annullamento della donna nella famiglia, una piovra che l’afferra e la tiene prigioniera di un eden fittizio e manipolatorio.

Il romanzo è anche un’analisi della società tedesca degli anni 70 e 80 dello scorso secolo. Anni in cui le eco del regime nazionalsocialista si fanno ancora sentire. L’ideale di perfezione e di forza ancora permea la società e la competizione è vista come lo specchio dell’ambizione. Si normalizza la violenza, compreso l’isolamento sociale della donna, che la madre subirà per tutta la sua vita, nella società in quanto esule e in famiglia a causa del suo corpo non conforme.

Ela è il frutto di questa lotta intestina. Un bambino che cresce troppo in fretta, nell’inquietudine di dover tenere in equilibrio una situazione irrimediabilmente distorta, che porta su di sé il peso della felicità e della realizzazione familiare. Un bambino che è il parafulmine delle forze a cui la donna è sottoposta nel patriarcato.

In un crescendo di presente e di passato, nell’intento di ricostruire detto e non detto, bugie e menzogne di quel passato fatto di dominio e di impotenza, l’autrice conduce un’analisi spietata della società di allora e di adesso, intessuta di una quotidianità a tratti esilarante, regalandoci un racconto che sa irritare, sconvolgere e scandalizzare come sanno fare solo le cose vissute davvero.


Il romanzo

Germania, anni Ottanta. Ela ha sei anni e «come una piccola investigatrice privata» osserva la vita domestica trasformarsi in un campo di battaglia: la madre è troppo grassa e deve dimagrire a tutti i costi. Così ha decretato il capofamiglia, ossessionato dal corpo della moglie, che ritiene responsabile di ogni suo fallimento, dalla mancata promozione alle ambizioni sociali frustrate. Giorno dopo giorno, attorno a quel corpo si stringe un assedio fatto di ammonimenti, vergogna e controllo. Ormai adulta, l’autrice ritorna su quegli anni con uno sguardo capace di districare finalmente verità e menzogne, elementi essenziali di quel dominio quotidiano a cui da bambina assisteva impotente. Alternando il passato di vivaci capitoli narrativi al presente di fulminanti analisi, Daniela Dröscher ricostruisce le tensioni di un’infanzia segnata dai non detti, svelando con precisione i meccanismi invisibili attraverso cui il patriarcato modella il corpo e la vita delle donne.


L’autrice

Daniela Dröscher (1977) è una scrittrice tedesca. Per i suoi romanzi, saggi e opere teatrali è stata insignita di numerosi riconoscimenti letterari, tra cui il premio Anna Seghers e il premio Robert Gernhardt.
Bugie su mia madre, il suo ultimo libro, è stato tra i finalisti del Deutscher Buchpreis 2022.


  • Casa Editrice: L’Orma
  • Traduzione: Flavia Pantanella
  • Pagine: 384
  • Prezzo: E 24,00

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IL MIO GRANDE, BELLISSIMO ODIO di Elisabeth Åsbrink 


Non sono solo un’artista gelosa delle proprie idee, sono un essere umano che ha bisogno di parlare con altri esseri umani. Se non si ha il coraggio di fare entrare e uscire l’aria dai polmoni, o di riempire e svuotare il cuore dal suo rosso fiotto, si può dire di essere vivi? Se ci si riduce a una mummia, per timore di essere feriti o di apparire troppo sinceri, si può dire di essere vivi? E se non si vive, come si può creare una letteratura di carne e sangue?


10 marzo 2025

L’odio che corrompe. L’odio che spinge a combattere. Vita e morte di una donna sola.

Non avevo mai sentito parlare di Victoria Benedictsson. Quando mi sono avvicinata a questo romanzo ho immediatamente sentito un’affinità, un legame, qualcosa che mi portava verso Victoria. Volevo sapere tutto di lei. Della sua opera. Del suo risveglio dal coma indotto dalla società di quel tempo. Di come si era liberata dal giogo del matrimonio borghese, dalle catene della morale, in un’epoca in cui farlo era semplicemente impensabile. Le donne, nella seconda metà del XIX secolo, sono gingilli. Esseri tenuti a bada dal patriarcato imperante, Morigerate o dissolute, senza vie di mezzo.

Cerco una sua foto sul web. Trovo una ragazza dal volto austero, che non sorride. Lo sguardo tuttavia è dritto, puntato verso qualcosa al di là della macchina. Mi interrogo se quello sguardo sia uno sguardo d’odio. Saprò che l’odio cui aspira Victoria riprende un pensiero di Emile Zola “l’odio è l’indignazione dei cuori possenti…”. Un odio che sgorga con forza dalla negazione di una educazione scolastica, dalla rivendicazione della libertà di scrivere, di essere un’artista. Dalla prigione, sbarre erette nelle sconfinate e solitarie pianure della Scania.

Mi chiedo se da quello sguardo traspare già la decisione di togliersi la vita, un anelito che, apprendo leggendo, sembra averla inseguita da sempre. Una vita di fuga, l’unica per chi come Victoria possiede una grande forza, quella che la conduce al centro del dibattito sulla questione morale, e una fragilità senza limiti, che la fa dubitare del suo valore.

Victoria è un essere umano complesso. Nata da una famiglia modesta, viene educata a casa dalla madre. Fin da piccola si rifugia nel suo mondo fantastico, per sopportare la malinconia delle sua giornate e il peso del lutto per la prematura morte del fratello, che aleggia come fumo tossico in tutta la casa, facendola sentire inutile. Da giovinetta Victoria vuole dipingere, ma il padre le nega l’accesso alla scuola. Il matrimonio le appare come l’unica via di fuga da una vita che le sembra inutile. Il promesso sposo è molto più grande di lei. Victoria non ha idea di cosa sia il legame matrimoniale, che le si rivela in tutta la sua violenza. Si sente braccata, senza via di scampo da una vita già segnata, senza una sua identità sociale ed economica.

Si rifugia nella scrittura e pubblica le sue prime opere sotto uno pseudonimo maschile. Scelta che perdurerà per tutta la sua vita. Per scrivere e per essere presa sul serio è necessario persino pensare da uomo. Eppure quello è il periodo di John Stuart Mill, di Ibsen, dei fratelli Edvar e George Brandes. E’ una disputa che durerà molti anni, combattuta sul suolo scandinavo, che agita la morale, il matrimonio borghese, la libertà sessuale. Le donne ne sono causa e effetto. Ci si interroga sulla castità, sul sesso prima del matrimonio, sulla forza degli istinti, sulla necessità della prostituzione per tenere a bada gli uomini nell’attesa del matrimonio. Si mette in dubbio la religione, e con essa le regole della moralità. E ci si interroga sul matrimonio come atto di sostentamento per le donne, alle quali non è permesso lavorare, una gabbia dorata dove l’amore latita e muore.

Victoria cresce come artista negli anni in cui questa battaglia è più cruenta e le istanze per la creazione di una nuova società sono più forti. Lei stessa è l’esempio vivente di una nuova figura di donna, che si affranca dal matrimonio, persino dai figli e si rende indipendente, combattendo contro uno stuolo di benpensanti che la osteggiano e la deridono. Il lavoro è la sua verità, ma per verificarne la valenza Victoria combatterà tutta la vita con un potente senso di inferiorità e con l’esigenza fortissima di avere accanto a sé dei compagni di vita, persone con le quali confrontarsi, aprirsi e sfogare le proprie frustrazioni.

Victoria sarà solitaria, quasi un’anacoreta, costretta all’isolamento anche dalle circostanze e dalla ristrettezza culturale dell’ambiente da cui proviene e sarà al tempo stesso all’angosciosa e continua ricerca di una fratellanza, di un sostegno morale, specie dopo la fine del suo matrimonio. Una e non l’unica delle contraddizioni che segneranno la sua vita. Vita alla quale crede, che deve scorrere e fluire libera per poter fare letteratura. Vita alla quale tuttavia rifugge perché troppo dolorosa, con la morte come ultima ratio, quel salvagente che in qualsiasi momento sa di poter afferrare. Vita che è continua fonte di ispirazione per lei, attenta osservatrice di ciò che la circonda. L’ambiente rurale della Scania del tempo, il matrimonio, lo scontro tra aspirazioni e realtà, sono tutti aspetti che Victoria mutua per farne letteratura, così come la sua stessa esistenza diverrà, a brevissima distanza dalla sua morte, materiale per il romanzo La signorina Julie di August Strindberg.

I suoi diari fanno parte integrante di questa biografia e sono una fonte inesauribile e imprescindibile per entrare in connessione con il mondo di Victoria Benedicsson. Scritti con l’ausilio di codici cifrati, a volte scarni a volte veri fiumi di parole e di interrogativi. Diari che diventano il canovaccio dei suoi romanzi e che talvolta trasformano lei stessa in un personaggio di un romanzo. I diari saranno testimoni anche della sua passione per George Brandes, personalità indiscussa del periodo, critico letterario, filosofo, docente infuocato e libero pensatore, critico verso la religione e le sue ricadute sulla condizione della donna. Con lui Victoria intreccerà una relazione manipolatoria, che la renderà dipendente e acuirà ancora di più il suo senso di inferiorità. Una relazione che sarà la miccia per quella morte tante volte evocata.

Victoria Benedictsson è stata un’artista fuori dal comune. Colei che senza alcun mezzo si tirò fuori da un matrimonio senza amore, costruì da autodidatta la sua ossatura di scrittrice e si inserì nell’ambiente letterario più stimolante dell’epoca, riuscendo a sostenersi economicamente e a farsi un nome. Ciò che fece fu una vera rivoluzione. Riuscì a sottrarsi alle catene più forti e subdole del tempo con la sola forza della sua volontà, costruendo da sola la sua carriera. Un’impresa che appare anche oggi non comune e non priva di difficoltà. E di difficoltà ne visse parecchie, conducendo un’esistenza sempre il bilico sul baratro, con la morte sempre accanto, simbolo della cocente sconfitta ma anche balsamo per curare le ferite inferte da un cammino periglioso e fuori dal comune.

Elisabeth Asbrik conduce questa storia nella Storia con amore, rispetto e verità. Riesce nell’intento di consegnare intatta al lettore una donna e la sua epoca, dipingendola qual era e investendo energia e dedizione nel disegno della sua vita e delle sue opere. Una lettura che avvince, che coinvolge e ci fa scoprire un personaggio incredibile, visionaria, coraggiosa, forte nell’intento di creare l’artista prima della donna. la scrittura prima della vita, l’anima prima del corpo. Con Victoria il lettore scopre un’epoca intera, con i suoi artefici, con le sue lotte intestine, le avvisaglie di una società che cambia e di consapevolezze che si svegliano e cercano la loro soluzione. Gli aneliti, i sacrifici, le battaglie che hanno preceduto le lotte femministe e la ribalta delle correnti atee rispetto all’impero della religione. La luce dopo le tenebre, che si diffonde nel mondo conosciuto. Anche grazie ad artiste come Victoria, che accettò di essere il capro espiatorio di queste correnti di cambiamento, immolando la sua vita all’arte e a quell’ideale di perfezione e di centralità che le negò la vita.

Il mio grande, bellissimo odio va oltre la biografia. E’ un’incursione nelle pieghe dell’anima. E’ uno studio sull’amore, sul possesso, sulle dinamiche tra i sessi, sul femminile nella sua interezza. Sul desiderio e sui costrutti che lo ingabbiano per farlo diventare inopportuno e pericoloso. Una religione del comportamento e delle aspettative.

Ringrazio di cuore Elisabeth Asbrink per essere stata per me (e per molti altri, ovviamente!) il faro nella notte. Grazie per aver nuovamente evocato l’eco di Victoria Benedictsson facilitandone il perdurare del rimbombo. Un rimbombo necessario, illuminante ed esemplare.


Il romanzo

Un romanzo biografico di Elisabeth Åsbrink riscopre Victoria Benedictsson: intellettuale, pioniera e scrittrice svedese, unica donna a brillare nel fermento culturale della Scandinavia di Strindberg, Ibsen e Georg Brandes.

Solitaria, eppure dominata da una necessità viscerale di vicinanza e complicità; isolata nella Svezia rurale, eppure assidua frequentatrice dei teatri di Copenaghen; donna che avrebbe preferito nascere uomo: Victoria Benedictsson è stata una delle voci più importanti dell’Ottocento svedese, autrice di romanzi, racconti e opere teatrali firmati con lo pseudonimo di Ernst Ahlgren. Sono gli anni di Strindberg, Ibsen, Ellen Key, di Georg Brandes, che iniziò i dibattiti sul sesso e il ruolo delle donne nel matrimonio e nella società scandinava: le questioni che Benedictsson vive in prima persona. Lei che sogna di diventare un’artista ma viene ostacolata dalla famiglia e poi finisce intrappolata in un matrimonio infelice, con molti figli a carico che fatica ad amare, fonte di un perenne senso di colpa. E che dopo lunghe battaglie col marito, armata solo del suo «bellissimo odio», cioè una strenua determinazione a rivendicare ciò che si merita, riuscirà a mantenersi con la sua penna e a entrare nel ristretto circolo di Brandes, il suo mito e futuro amante. Ma oltre i successi e le conquiste della pioniera, quella di Victoria Benedictsson è anche una vita di dolore, di frequenti malattie e di insicurezze, mossa da una profonda e insaziabile sete di connessione, che finirà tragicamente con il suicidio a soli trentotto anni. Scavando tra diari, lettere e scritti privati, Elisabeth Åsbrink riscopre un’intellettuale di culto a lungo dimenticata con un romanzo biografico in cui la sua lucida voce si mescola, appropriandosene, a quella potentissima della sua protagonista scrittrice.


L’autrice

Scrittrice e giornalista svedese, si è affermata in patria e all’estero con reportage letterari di argomento storico e sociale che fondono fascino narrativo, una ricerca minuziosa e una profonda sensibilità, ottenendo premi prestigiosi come l’August e il Kapuściński. Iperborea ha pubblicato 1947, racconto poetico di un anno decisivo per la storia dell’Occidente, Made in Sweden, un viaggio tra cinquanta parole, eventi e personaggi che hanno fatto la Svezia, e Abbandono, che racconta tre generazioni di donne sullo sfondo della storia del Novecento.


  • Casa editrice: Iperborea
  • Traduzione: Katia De Marco
  • Pagine: 480
  • Prezzo: E 20,00

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SONO ANCORA QUI di Marcelo Rubens Paiva


La memoria non è solo una pietra con dei geroglifici incisi sopra, il racconto di una storia. La memoria assomiglia alle dune di sabbia, granelli che si muovono, si spostano da una parte all’altra, assumono forme diverse, trasportati dal vento. Un fatto di oggi può essere riletto in un altro modo domani. La memoria è viva. Un dettaglio del vissuto può essere ricordato anni dopo, assumere una rilevanza che prima non aveva, e lasciare in secondo piano ciò che in un primo momento era più rappresentativo. Pensiamo oggi con l’aiuto di una piccola parte del nostro passato.


3 marzo 2025

La memoria da difendere e da preservare.

Cosa rende un ricordo degno di essere memorizzato? Quali alchimie lo rendono solido, inattaccabile, simbolo di una vita intera? Quante lacrime, quanti sorrisi occorrono per legare un ricordo alle corde della memoria? Che sopravvive al tempo e alle distorsioni del sentire collettivo, delle correnti di pensiero, delle visioni?

In questo romanzo tutto ruota intorno alla memoria. E’ un inno alla memoria, che prende le mosse sin dalle prime pagine, quando l’autore introduce la figura di sua madre, un tempo impavida e orgogliosa, oggi piegata dall’Alzheimer, senza più echi del proprio passato. La memoria è il filo conduttore del romanzo, un percorso a ritroso nella storia del Brasile e nel cuore della storia personale della famiglia Paiva.

Per la famiglia Paiva il ricordo che troneggia in cima al diagramma della loro storia è il sequestro e l’assassinio del padre, Rubens Paiva, ex deputato e uomo inviso ai poteri forti della dittatura che impera in Brasile negli anni 70. Da quel giorno del gennaio 1971 di lui non si avranno più notizie. Il regime occulterà ogni prova e ne cancellerà ogni traccia. La sua famiglia, la moglie Eunice e i cinque figli, si confronteranno con una perdita mutilata, con un lutto sopito dalla speranza che Rubens sia vivo. Anche se con il tempo la speranza lascerà posto al disincanto. Come in un macabro puzzle, il tempo farà emergere piccoli tasselli di morte, disseminati qua e là, in un mondo al rovescio in cui anche pensare può essere pericoloso.

L’ombra del sopruso più abbietto non piegherà Eunice. Che farà dell’orgoglio e dell’indignazione la sua forza. Che tornerà all’università per prendere la laurea in legge, che diverrà un avvocato stimato e che vincerà la sua battaglia per la verità, raggiunta quando ormai la malattia sta invadendo le sue cellule celebrali, rinchiudendola in un labirinto di specchi dal quale non saprà più uscire. Sarà la malattia della madre, metafora della labilità della memoria, a spingere Marcelo a ricostruire la storia di suo padre, attraverso una ricerca spasmodica della verità.

Mi è difficile dire cosa sia questo romanzo, che giunge a noi nella meravigliosa traduzione di Marta Silvetti a 10 anni di distanza dalla sua stesura originale, e che si fa spazio anche sulla scia del film che Walter Salles ne ha tratto nel 2024, fresco vincitore dell’Oscar 2025 come miglior film straniero. Sicuramente è un romanzo di denuncia, che vuole proteggere la memoria storica di una dittatura, una aberrazione che non deve ripetersi. Ed è un romanzo intimo, sulla storia di una famiglia che affronta la perdita e il sopruso restando unita e solida. E’ la parabola del ricordo, delle sue mutazioni e del pericolo che le sue eco siano contraffatte. La memoria collettiva che svanisce sotto i colpi delle correnti del pensiero, che assume forme inattese, che si trasforma e ammorbidisce gli spigoli più dolorosi. E la memoria individuale che in questa storia è come l’Alzheimer, che offusca il ricordo e la percezione di sé. L’Alzheimer che colpisce Eunice, colei che ha combattuto strenuamente perché il ricordo non fosse appannato, non prendesse altre forme, per poi essere indebolito e reso inoffensivo. Quel ricordo che racchiude un potenziale deflagrante infinito e che potrebbe a poco a poco diventare trascurabile come uno schiocco di dita.

Nel racconto di questa famiglia vivace e anticonformista, che viveva in una delle città più belle del mondo, dove il calore delle spiagge si fonde con il colore accecante delle favelas, si trova un pezzo della storia più nera del Brasile. Ed è la storia di molte famiglie e di molti paesi spezzati dal regime dittatoriale. Una parabola avversa che ci trascina nelle sabbie mobil, senza appigli per non essere inghiottiti dal fango. E’ una storia di dignità, di lotta e di coraggio. La storia di una donna che non piange in pubblico e che non vuole recitare la parte della vittima. Che saprà emergere ed alzare la propria voce affinché l’arroganza del regime possa trovare condanna.

Sono ancora qui è un romanzo che si fonda sull’idea di Resistenza. Resistenza al dolore collettivo e a quello individuale. Alla privazione, all’ingiustizia, persino alla morte, verso la quale ci possiamo opporre con il ricordo. Resistere alle istanze di distruzione, quando lasciarsi distruggere è l’opzione forse più desiderabile. Resistere per i figli, per la storia che continua e contro il male, che deve essere contrastato. Resistere essendo femmina in un mondo declinato al maschile, dove la mentalità patriarcale impera e lascia poco spazio alla donna, che lavora fuori casa e che vuole affermarsi nel mondo del lavoro. Una donna che non va bene per gli uomini di quel tempo e che fatica ad essere accettata.

Marcelo, figlio di Rubens Paiva e autore di questo romanzo, lascia al lettore una prosa intatta, che incalza solida e inattaccabile, concedendosi solo il lieve rimbombo della malinconia. Una scia quasi impercettibile che tuttavia non corrompe il senso di strenua giustizia che circonda la sua scrittura. Dentro la quale c’è anche tanta vita, tanta voglia di riscatto, tanta ingenua gioventù, fatta di lotta e di speranza. Quella vita che si mescola alla morte, e ne corrompe il senso. Una miscela che è l’essenza della nostra esistenza, in perenne bilico tra estasi e tragedia. Quella voglia di andare avanti, svoltare l’angolo e allungare la vista. Verso il futuro, che è il riflesso di un passato spesso inclemente. Che non ci impedisce tuttavia di vivere. E che in questa incongruente attitudine trova il proprio significato e la propria soluzione. Il mistero della vita, che dura e perdura sempre e nonostante tutto.


Il romanzo

Rio de Janeiro, gennaio 1971: Marcelo ha solo undici anni quando il padre, un ex deputato, viene sequestrato dagli agenti della dittatura militare. Da quel momento di lui non si avranno più notizie.
Con cinque figli da crescere e nonostante il dolore, Eunice, la madre di Marcelo, ingoia le lacrime e trova la forza di ricostruire la propria vita. Riprende gli studi con una determinazione straordinaria e diventa avvocato, dedicandosi alla difesa dei diritti civili, alle lotte per la democratizzazione del Paese e alla ricerca della verità.
Anni dopo, quando Eunice si ammala di Alzheimer, Marcelo inizia un viaggio nei ricordi al tempo stesso personale e universale: un atto di testimonianza che mira a mantenere viva la storia e l’identità della famiglia e quindi anche la memoria collettiva.
Con una prosa limpida e toccante, che alterna momenti di intensa emozione a sprazzi di ironia e disincanto, l’autore racconta una storia di resistenza, amore e giustizia, cercando di comprendere cosa sia realmente accaduto in quei giorni fatidici del 1971 e dando voce a un’intera generazione segnata dalla dittatura.


L’autore

Marcelo Rubens Paiva (San Paolo, 1959) è scrittore, drammaturgo e sceneggiatore. Tra le sue opere più note figurano i romanzi Felice anno vecchio (Feltrinelli, 1988) e Blecaute. I suoi testi affrontano temi di grande rilevanza sociale e personale, rendendolo una figura di spicco della scena letteraria brasiliana contemporanea. Ha ricevuto importanti riconoscimenti, tra cui il prestigioso Premio dell’Academia Brasileira de Letras per il copione di Malu de bicicleta, tre volte il Premio Jabuti per la letteratura e il Premio Shell di teatro per l’opera Da boca pra fora. Da Sono ancora qui è tratto l’omonimo film di Walter Salles, premio per la migliore sceneggiatura a Venezia.


Traduzione di Marta Silvetti

(Roma, 1985) Marta Silvetti si è specializzata in traduzione letteraria presso l’Università La Sapienza di Roma. Ha tradotto, tra gli altri, Afonso Cruz, Afonso Reis Cabral, Djaimilia Pereira de Almeida e Luiz Ruffato, oltre alle Lezioni italiane di José Saramago. Nel 2016 ha ricevuto il Premio Babel-BooksinItaly per la traduzione de La bambola di Kokoschka di Afonso Cruz.


  • Casa Editrice: La Nuova Frontiera
  • Pagine: 288
  • Prezzo: E 18,00

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STORIA DI UNA BRAVA RAGAZZA di Arianna Farinelli

Scrivendo queste pagine capisco che tutto ciò che è venuto dopo è stato in qualche modo una conseguenza di quegli anni in periferia, come se quelle prime esperienze fossero state in grado di generare echi, scosse e scie per i decenni a venire. Rivedo la ragazzina che sono stata e le donne della mia infanzia: la fragilità mista alla forza, la docilità apparente, i soprusi, la rabbia, la vergogna. Si dice che noi donne siamo le peggiori nemiche di noi stesse: rivali, vendicative, prevaricatrici, gelose le une delle altre, sempre in competizione tra noi. Si dice che la solidarietà femminile sia solo una chimera e che la sorellanza non esista se non nei buoni propositi. Non è questa la mia esperienza: se nella vita ho superato avversità e sofferenze è stato proprio grazie all’amicizia, alla cura e al sostegno di altre donne. Ed è sempre grazie a loro se oggi trovo il coraggio di raccontare quella parte della mia vita adulta che, a distanza di anni, resta ancora la piú personale e la piú dolorosa.


27 febbraio 2025

Io valgo, attraverso il prisma distorto del giudizio maschile.

Ci sono cose che sappiamo bene ma che hanno continuamente bisogno di essere ribadite per poter affermare la propria esistenza. Se giri l’angolo, se ti distrai un attimo e lasci che altre idee provino a prendere il sopravvento sull’idea originale, c’è l’enorme rischio che queste cose perdano forza, diventino vagamente ridicole, estreme, in quell’accezione equivoca che finisce per sminuirle e per farci vergognare di averle pensate e sponsorizzate.

Noi donne lo sappiamo bene. Basta uno sguardo in tralice, un accenno di dubbio, un sorriso sghembo a sgombrare il campo alle nostre rivendicazioni sull’annosa questione della differenza di genere. Un tema caldo, scomodo, che a volte siamo disposte ad accantonare per evitare scontri. Per essere accettate, per non passare per le solite guastafeste, quelle che non vuole nessuno, destinate a solitudine, sterilità e oltraggioso confino.

Questo, in soldoni, il tema che sviscera Arianna Farinelli nel suo nuovo romanzo “Storia di una brava ragazza“. Farinelli si rifà alla sua esperienza di vita, partendo dall’adolescenza di borgata, alla prima gioventù in un liceo classico del centro, all’università fatta di studio disperato e intransigente, per finire all’altro lato dell’Oceano Atlantico, in cui approda per sfondare come docente universitario finendo tuttavia intrappolata in un matrimonio borghese, schiacciata dalla cura dei figli e dalla consapevolezza che la sua carriera potrà attendere, anche all’infinito, secondaria e subordinata rispetto alla missione più importante, quella di moglie e madre.

Una storia che ci appartiene, che ci somiglia e ci definisce. Che fa male a vederla emergere dalle pagine, da una prosa incisiva, forte, che non fa sconti né a se stessa né a nessuna di noi. La storia delle donne della famiglia, la storia delle donne italiane e del femminismo, l’ideologia della contraddizione dinnanzi alla quale inchinarsi ma complessa da praticare e incredibilmente camaleontica. Che un momento è verità assoluta e il momento dopo si trasforma in un sottile imbarazzo. In quel mal di pancia che ti coglie sul più bello, facendoti fare marcia indietro.

Arianna tocca tutte le tappe obbligate durante la sua maturazione. Le differenze di classe, che la fanno vergognare del lavoro della madre, quello stesso lavoro che le consentirà di frequentare uno dei licei più esclusivi della capitale. La difficile conciliazione tra la sua condizione sociale e l’ambizione ad elevarsi, tanto difficile se provieni dallo “sprofondo”, da quella periferia sgrammaticata e becera dove la femminilità e la bellezza sono prede dei ragazzi e degli uomini. E dalla quale si può fuggire solo con lo studio e la cultura.

Lo studio, appunto, il passaporto per crescere ed affermarsi. La fuga dall’Italia, dal conformismo, dalle disparità di genere, i temi avversi che la allontano dall’indipendenza e dal successo. E New York, la meta sperata che poco dopo implode su se stessa, mostrandole il suo lato nascosto. Lo stesso dal quale è scappata, che rinasce, si perpetua in un teatrino già visto. Quello che vede la donna scissa in due parti: quella che desidera emergere e quella che si fa sabotaggio, preferendo sminuirsi pur di essere accettata dai maschi, ritenuta degna di sperare in un buon matrimonio da cui dipendere, economicamente ed emotivamente.

Il matrimonio è l’inganno in cui Arianna si lancia ancora giovanissima. Un salto senza paracadute che la trasformerà in una creatura dedita alla cura degli altri. La gabbia dorata che le farà fare un passo indietro, che le farà perdere l’opportunità di investire nella propria carriera e che poi l’abbandonerà.

Arianna è la voce che spesso ci è mancata, troppo debole oppure del tutto assente. E’ quella filastrocca che troppo spesso abbiamo avuto bisogno di ripeterci, come una tabellina che non vuole entrarci in testa o che sappiamo fin troppo bene e ci vergogniamo a ripetere davanti a tutti.

A cosa serve oggi, dunque, sapere? In questi anni ormai così distanti dagli anni in cui venne sancito il diritto a divorziare, ad abortire, in cui si cancellò il matrimonio riparatore, in cui lo stupro fu riconosciuto reato contro la persona. Serve a fare quadrato, a rivendicare, a fortificarci, a non vergognarci di essere brave, brillanti e colte. Serve a scegliere, a pretendere di essere chiamate con il nostro titolo di studio, a non piegarsi alla necessità di essere amate a qualsiasi costo. Serve a non asservire. A essere libere da ruoli preconfezionati che non ci rispecchiano.

Serve a riconoscere a noi stesse il nostro valore, che non è frutto dei giudizi di un compagno, di un datore di lavoro, di un collega o di un familiare maschio. Serve a fregarsene di primeggiare nella classifica tetta/culo in cui qualche maschio si è divertito a inserirci, serve a fregarsene di dover essere belle r docili per forza.

Questo romanzo è uno strumento di riflessione sulla necessità di ridefinire il valore femminile, svincolandolo dai giudizi esterni e promuovendo una consapevolezza autonoma e autentica. E’ un manifesto da leggere alla bisogna, come un breviario che indica la strada per il regno dei giusti. Che si trova qui, sulla terra. Un paradiso da ricercare con determinazione e coraggio. Con coralità, unione e forza.


  • Casa editrice: Einaudi Editore
  • Pagine: 194
  • Prezzo: E 17,50

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LA BABILONESE di Antonella Cilento



Stia in guardia dal passato, Mr Layard, cerca sempre di raggiungerci, non importa quanto andiamo veloce.

Mentre il palazzo si allontana e Ninive svanisce, Libbali immagina le guardie reali che la cercano: manca il cadavere della regina,il medico di corte è stato ucciso, avranno riferito. E a se stessa promette: tornerò. Se il dio Luna Sin fa reincarnare Acherib e Assunrbanipal, io tornerò. Quattro volte o quaranta volte quattro, se serve. Una per ogni occhio e ogni dente di Ninlil, Nintu, Ninmah e Uttu.


24 febbraio 2025

Un viaggio tra storia, arte e destino. La piccola fiamma metafora della salvezza.

I romanzi, spesso, nascono per caso. La Babilonese di Antonella Cilento nasce da una visita ad una mostra allestita nel 2019 al MANN (Gli Assiri all’ombra del Vesuvio) e da un ricordo mai completamente sedimentato nella memoria, quello di un fumetto dell’infanzia, Le lenticchie di Babilonia.

Da questo incontro, più che mai fortuito e improbabile, Cilento ha costruito una storia grandiosa, una sorta di romanzo della memoria che parte da Ninive, la leggendaria e antica capitale dell’Impero Assiro e finisce al giorno d’oggi, a Napoli. Nelle amalgame della storia, che avanza nel tempo con lo scorrere dei capitoli, appaiono personaggi storici come Henry Layard, archeologo inglese vissuto nel XIX secolo, scopritore della città di Ninive, e il pittore Aniello Falcone, vissuto nel XV secolo, coevo di Velasquez, al quale la sua opera viene spesso paragonata.

La vendetta è il filo conduttore che lega questa storia, che mescola fantasia e realismo, un mix che esplode grazie al talento dell’autrice che avevo già conosciuto con Lisario o Il piacere infinito delle donne, finalista al Premio Strega 2014. Entrambi i romanzi intrecciano storia e immaginazione mediante una scrittura raffinata, vivace ed altamente evocativa. Entrambi si divertono a stupire il lettore con un linguaggio colorato, che ricorre spesso al dialetto, proponendo immagini forti, epopee spesso grottesche, personaggi a volte quasi caricaturali immersi in vicende avventurose in cui le passioni sono cavalli bizzarri e indomabili, che tengono in scacco l’uomo governando le sue azioni, sempre un passo avanti rispetto al rigore del raziocinio.

Come nella migliore tradizione, sarà uno scavo archeologico ad agitare il ricordo di un amore segnato dal tradimento e dalla tragedia. I rimbombi di vendetta e di morte sono echi inarrestabili che rimbalzano nelle pareti del tempo e giungono fino a noi. Un’immagine si sussegue nel tempo, quella di una bambina bionda con una lucerna.

I personaggi sulla scena saranno tutti ossessionati da quella visione. E l’interrogativo che è il leitmotiv della storia è quello di un sogno al quale tutti torniamo infinite volte, perché è la storia stessa che si ripete, nel tempo e nello spazio, creando collegamenti e connessioni che sfuggono al raziocinio. Così Layard è avvolto dalla visione di se stesso nelle vesti di Assurbanipal, il re di Ninive che fece decapitare il giovane ebreo dagli occhi azzurri amante della moglie e uccidere la quattro figliolette di lei.

Il tema del viaggio è pregnante, muove i personaggi attraverso i secoli, dove il destino sembra ripetersi in un ciclo di vita, morte e rinascita. E il tema della memoria come necessità di tramandare i fatti del passato e di preservarne gli afflati, rivendicando i destini che vi si sono avviluppati.

La figura della donna segue le fila del tempo, mostrandosi ora detentrice di una qualche forma di potere, ora prigioniera di ruoli che la condannano a essere senza voce né libertà. La fiammella che la bambina bionda porta con sé rischiara in qualche modo la condizione femminile e la storia tutta, apportando la speranza in tempi migliori e acuendo l’esigenza di non dimenticare le nostre origini e il nostro passato. Tutto il narrato sembra segnato da un filo invisibile che collega ogni fatto a epoche e a vite precedenti. Il tema della reincarnazione emerge con forza: ciò che è stato continua ad influenzare il presente. Riflessione, questa, già presente in qualche modo in Lisario o Il piacere infinito delle donne dove la protagonista sfida le leggi del tempo attraverso la scrittura e il corpo. In La babilonese il tema si amplia: la bambina con la lucerna diventa il simbolo dell’eterno ritorno, di una ricerca interiore che trascende le singole vite.

Napoli è l’altra protagonista. Città dai mille volti, capace ogni volta di riemergere dalle ceneri dei suoi errori e delle sue disgrazie, folle di un linguaggio che è spesso inesplicabile, tortuoso e musicalmente irresistibile.

Un romanzo corposo, complesso, avvincente come un’avventura che ci incanta e ci tiene stretti a sé. Un contenitore di cultura, tradizioni popolari e verità storica. Un vero scrigno di sapere che penetra la cortina impenetrabile del mito storico in un crescendo di emozionanti gesta che portano la narrazione ad un livello molto alto di coinvolgimento.

Il romanzo è stato candidato al Premio Strega 2025 da Sandra Petrignani. Della sua motivazione riporto con piacere l’immagine della bimba con la luce, metafora, a suo dire, del potere salvifico della letteratura, per chi scrive e per chi legge.


Il romanzo

Ninive, VI secolo a.C.: la vita di Libbali, sposa del dio-re Assurbanipal, scorre immutabile finché alla ziggurat reale non arriva un giovane prigioniero ebreo dagli occhi color lapislazzulo. Tra Avhiram e Libbali nasce una passione travolgente, destinata a essere scoperta con tragiche conseguenze: nel giorno in cui Avhiram viene giustiziato e le figlie della regina pagano con la vita la colpa della madre, Libbali scampa alla morte grazie a una bambina che porta fra le mani una lucerna e la trascina con sé in una fuga nel tempo senza fine. Londra, 1848: l’archeologo Henry Layard, scopritore delle città assire, è perseguitato dalla visione di una donna accompagnata da una bambina che porta una lucerna. Napoli, 1655: mentre la peste infuria il pittore Aniello Falcone incontra la maga Albalì e la sua sfuggente figlia. Nel 1683, l’erudito Sebastiano Resta rinviene un disegno di Falcone che allude a una madonna o a una maga. Ed è il 1881 quando Filomena Argento, ultima di una dinastia di setaioli, eredita quel disegno e incontra Madame Ballu, negromante, e sua figlia… Infine, nella Napoli di oggi una coppia fronteggia il fallimento di un progetto imprenditoriale: anche il loro destino sarà segnato dall’incontro con una giovane e luminosa ragazzina. “Un trauma costruisce un inceppo della memoria: finché non è superato ce lo racconteremo, in attesa che le parole lo esauriscano”. In questo vertiginoso romanzo di romanzi ciascun personaggio ha un immenso dolore e un amore ardente da attraversare, e dunque da narrare.


L’autrice


Antonella Cilento (Napoli 1970) scrive e insegna scrittura creativa. È stata segnalata al Premio Calvino 1998 con il romanzo inedito Ora d’aria.
Tra le sue pubblicazioni: Il cielo capovolto (Avagliano, 2000), Una lunga notte (Guanda, 2002 – Premio Fiesole e il Premio Viadana, finalista al Premio Greppi e al Premio Vigevano), Non è il Paradiso (Sironi, 2003), Neronapoletano (Guanda, 2004), L’amore, quello vero (Guanda, 2005 – Premio Brancati nel 2007), Napoli sul mare luccica (Laterza, 2007), Nessun sogno finisce (Giannino Stoppani, 2007 – romanzo per ragazzi), Isole senza mare (Guanda, 2009), La paura della lince (Rogiosi, 2012), Lisario o il piacere infinito delle donne (Mondadori, 2014), finalista al Premio Strega 2014 e vincitore del Premio Boccaccio, Morfisa e l’acqua delle donne (Mondadori 2018).


  • Casa Editrice: Bompiani
  • Pagine: 372
  • Prezzo: E 20,00

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HOTEL WORLD di Ali Smith



Mattina. Si posa un uccello, poi un altro. L’albero si scuote appena. L’acqua piovana schizza via dai rami e cade, piccole parodie della pioggia.

Ricorda che devi vivere. Ricorda che davi amore. Rammenta che nevi mare.


Il romanzo sociale che diventa inno al potere salvifico delle parole.

20 febbraio 2025

Questo romanzo che ha visto la luce nel 2001 e che fece spiccare il volo alla sua autrice, l’illuminata ed eclettica Ali Smith, scrittrice sensibile alle tematiche che ruotano intorno alla discriminazione sociale, è un’opera incantevole. Incredibilmente lucida, immediata, coinvolgente, entra prepotentemente nella vita di quatto donne che si incontrano casualmente una sera d’inverno nelle fauci buie e polverose di un hotel. La quinta donna, in realtà poco più di una ragazzina è un fantasma ed è morta, qualche mese addietro, proprio nelle viscere di quell’hotel. Un capitombolo assurdo e apparentemente inspiegabile, dentro la tromba del portavivande.

Tutto si svolge nello spazio di una notte tra una receptionist, una barbona, una giornalista e Clare, la sorella minore della ragazza morta. L’hotel World fa da sfondo. E’ la causa e l’effetto dell’incontro, perfetta amalgama, baluardo silenzioso di tante vite che gli passano accanto e che lui sembra osservare, sornione, spargendo nell’aria quell’attitudine che fa sciogliere la lingua a chi passi nei pressi. Una costruzione sagace, dove tutto ha un inizio e una fine e ogni cosa, alla fine, trova la sua collocazione e la sua spiegazione. Un mosaico di poesia, denuncia e rassegnazione che dipinge le cinque protagoniste come novelle eroine di un mondo senza più commozione né pietà. Che non ti guarda più negli occhi e che obbedisce, cieco, alle sollecitazioni di una società che condanna chi si trova nel posto e nel tempo sbagliato. Che ha perduto memoria delle connessioni umane, che tratta il tempo come un nemico, che accetta la perdita come normale pegno verso un mondo sempre più disilluso e chiuso.

La narrazione è polifonica e stilisticamente audace. Per esempio, nella scelta di dare voce al fantasma della ragazza morta, che Smith colloca in un aldilà a mezza strada tra un limbo misericordioso e un piccolo inferno incomprensibile, dove le sensazioni e le parole svaniscono piano piano, lasciando al morto una sottile nostalgia ma anche poteri ultraterreni che sembrano mitigare lo stordimento che quella strana condizione produce in quell’entità incorporea ma non del tutto immemore della sua precedente vita.

E poi nella scelta di alternare le voci delle protagoniste, intente ognuna a mostrare la propria visione degli eventi che accadranno nella notte. Lasciando al lettore il compito di ricostruire, legandolo a doppio nodo ad un narrato dal quale non potrà sciogliersi facilmente.

Smith è sublime nell’indagare gli strati più intimi delle protagoniste, facendo emergere l’afrore della disparità sociale e la solitudine che alberga in ognuna. Fatti intimi e denuncia sociale sono mischiati ad arte allo scopo di dire senza urlare, lasciando che sia il lettore a cogliere le sfumature di un mondo sempre più ripiegato su se stesso. In cui nessuno si conosce davvero e in cui il pregiudizio è sempre più forte della curiosità.

Il risultato è un romanzo corale, perfettamente coerente nel narrato, in cui Smith imprime la sua personale visione dell’essere umano moderno, schiacciato dalla solitudine e dall’indifferenza. Un’opera profondamente emotiva in cui dolore e amore si intrecciano e la morte è il catalizzatore per esplorare il valore della vita e il bisogno umano di connessione. La penna che si scalda al fuoco della poesia più crudele, la scrittura incredibilmente incisiva che muove le parole con una grazia inusitata e un ritmo del tutto nuovo, un flusso di coscienza che sgorga a tratti senza punteggiatura, fiumi in piena che rendono magnificamente al lettore lo smarrimento della perdita e lo stupore che nasce dalle cose nuove che accadono e ci lasciano spesso senza alcuna difesa.

Ali Smith crea un singolare inno alla parola, soluzione e materia di ogni crisi, di ogni sensazione. La parola che non può essere dimenticata né messa mai da parte e che è creatrice assoluta di mondi nuovi in cui tutto trova un baricentro, prima o poi.

Ed il prima poi, il tempo come livella del vissuto, è la chiave di una serenità che assomiglia alla rassegnazione. Dopo ogni rottura, ogni strappo, la vita riprende il suo corso e i suoi attori tornano sulla scena. Il tempo guarisce e risolve. E così, una colazione e un biglietto da 5 sterline possono restituire una parvenza di felicità, e i fantasmi del passato perdonano la vita che è mancata loro continuando a levitare nei dintorni di essa, con la loro invisibilità e il loro stoicismo. Una caduta può esprimere l’ebrezza della velocità. Quella velocità chiave di volta di un’esistenza che si è esaurita dentro al buio asfittico di un vano ascensore.

Hotel world è quel tipo di lettura che si fa per fare pace con la vita. Non negatevela, per favore.


Il romanzo

Cinque persone: quattro sono vive, tre non si conoscono, due sono sorelle, una è morta.
Ali Smith dà vita a cinque personaggi indimenticabili e ripercorre le loro vite.

Intorno al lussuoso Global Hotel si incrociano i destini di cinque donne: Sara, una giovane cameriera morta accidentalmente all’interno dell’albergo; Lise, una receptionist dall’inattesa generosità; Else, una mendicante che per poche ore viene ammessa in quel mondo di comfort e privilegio; Penny, una giornalista più smaniosa di ricevere attenzione che in grado di darne; e Clare, la sorella di Sara, che cerca di fare i conti con la sua scomparsa. Cinque personaggi femminili ciascuno con la propria voce, cinque appassionanti flussi di coscienza da cui ricostruiamo man mano una vicenda fatta di mondi diversi che si toccano. Una godibilissima ghost story contemporanea che si legge di un fiato, sbalorditi dall’audacia della scrittura e commossi dalla sua profonda umanità.


L’autrice

Ali Smith (Inverness, Scozia, 1962) è autrice di cinque raccolte di racconti e numerosi romanzi, fra cui compaiono nel catalogo SUR il Quartetto delle stagioni (AutunnoInvernoPrimaveraEstate), CodaL’una e l’altra e Voci fuori campo. Ha vinto alcuni dei maggiori premi letterari britannici, fra cui il Costa Book Award, il Women’s Prize for Fiction e l’Orwell Prize per la letteratura politica, ed è stata ben quattro volte finalista al Booker Prize, nonché finalista al Premio Strega Europeo nel 2017.


  • Casa Editrice: Edizioni SUR
  • Traduzione: Federica Aceto
  • Pagine: 233
  • Prezzo: E 18,00

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IL VOLO SOPRA L’OCEANO di Matteo Porru


Il tempo è fatto per passare. Dal primo giorno in cui ha capito di essere al mondo, Michele ha pensato che l’unica vera azione della vita, più che scorrere, sia accadere, e ci ha riso tanto su, perché l’uomo non lo accetta mai. Non conta il quando, mentre esisti – si ripete. Conta il quando, solo il come.


17 febbraio 25

Convergenze nell’aria: il ventriloquo e il ragazzo-gabbiano


Il mare è un tappeto sotto alle traiettorie di due esistenze. Una che sboccia, l’altra che declina. Il blu rimanda all’idea di eterno. Si fonde con l’altro eterno blu, quello del cielo. Mare, cielo, eterei come le immagini che evocano da sempre. Ma l’uno spaventa, profondissimo, se si guarda da un aereo. L’altro è nuvola che condensa per farsi acchiappare da un bambino.

Nel titolo del quinto romanzo di Matteo Porru troviamo già le tracce del suo narrato. Un volo che non è solo fisico ma anche ideale, verso le orbite dell’esistenza. Che sia futuro o passato, aspettativa o rimpianto, non ha importanza. Sopra, perché guardare dall’alto regala prospettive profonde, inimmaginabili altrimenti. E Oceano, idea di grandezza che trascende l’uomo e i suoi intenti.

Il fulcro è un incontro. Tra Michele e Jonathan. Li dividono tanti mondi: quello del tempo, quello del vissuto, quello dell’immaginato. E le esperienze, diverse perché appartenenti a tempi distanti tra loro ma tenute insieme dalla colla del disincanto.

L’incontro è già un miracolo. Michele e Jonathan non potrebbero essere più distanti. Ma sono seduti accanto, stretti nello spazio fisico e mentale di un volo in aereo. Costretti, in ogni accezione possibile. Una costrizione che si risolve in una tregua tra generazioni, che pretendono entrambe di essere complesse, difficili da intrepretare e vivere. Entrambi credono nel potere dell’evasione, l’escamotage per ritrovare uno spazio per se stessi in un mondo affollato. Jonathan per rivendicare il bisogno di essere visto e amato, E Michele, ventriloquo ormai dimenticato, che ha ascoltato tutta la vita e ha parlato per mezzo dei suoi pupazzi.

I pupazzi di Michele diventano immediatamente il gancio per costruire un dialogo interiore che sfocia in un flusso coscienza, nell’eterno scontro tra ciò che mostriamo e ciò che siamo veramente.

Parlare, aprirsi sarà il modo più naturale per superare l’agonia dello spostamento forzato, del tempo che si sottrae allo spazio. Un parlato che finisce per convergere sul racconto delle loro vite, sospese davanti all’idea di non essere stati amati nello stesso modo in cui hanno amato. Michele ha perduto il padre e in qualche modo anche la madre, rapita dagli artigli della malinconia. Ha amato una sola donna e l’ha cercata in ogni gesto che ha compiuto lasciandosi ispirare nel profondo dalle eco del suo ricordo. Jonathan è un ragazzo diviso da una separazione sofferta, che trova sollievo solo nel bisogno di vendicarsi. La gioventù gli impedisce di trasformare l’energia bollente della rabbia in amore. Quell’amore che è sempre troppo alto, troppo lontano. Che sembra non poter essere colto mai e che avrebbe bisogno di una versione più modesta, meno altisonante. Più umana e meno perfetta.

L’incontro è un confronto e uno scontro ma è denso di saggezze che latitano ai margini delle loro coscienze. Chiavi che aprono lo sguardo di noi che viviamo ogni giorno, ed è sorprendente che a dispensarle sia un ragazzo così giovane, che la vita ha solo sfiorato e che ancora deve vedere e toccare e sperimentare.

Matteo Porru ha una voce inaspettata, pronta a sondare l’insondabile. Ad abitare le stanze vuote del rimpianto, che sa immaginare e rappresentare senza eccessi né immaginazione. Un linguaggio che sa incantare, che indugia nelle pieghe delle emozioni, poetico ed evocativo. Forte l’indagine psicologica che mette in campo, profonda l’analisi interiore dei personaggi, che sembrano riflettersi in un gioco di specchi per trovare la chiave di lettura di una vita che smonta i piani e mette costantemente alla prova la resilienza dell’uomo e la sua volontà di trovare ogni volta motivi per vivere e per imparare a resistere.

Tutto il romanzo ricorre al dialogo e al flash back, coinvolgendo il lettore nell’impresa di ricostruire due vite spezzate. Nel finale l’autore risolve l’enigma di una assenza, rendendo palpabile ciò che sembrava solo immaginifico. E restituisce al giovane Jonathan la fiducia necessaria per ascoltare e comprendere. Un’eredità che è anche concessa al lettore, che potrà trarre giusto beneficio dal dialogo tra Michele, vecchio e senza più illusioni e il ragazzo, che saprà assorbire l’esperienza del suo vicino di volo.

E se davvero nella vita conta il come e non il quando, come Porru scrive nelle sue pagine, non stupisce che Matteo sia così maturo, rotondo e compiuto a soli 24 anni. Quando è il non è mai troppo presto per scrivere bene. Come è l’estasi di una scrittura profonda, pensata e piena di luce.


Il romanzo

Se l’eterno ha un colore, è un tono di blu. Questo pensa Michele mentre l’aereo cerca il cielo e si solleva. Con sé ha un bagaglio leggero, ma in realtà è il più pesante che abbia mai trasportato. Perché in quel biglietto di sola andata c’è tutto quello che lo ha condotto fino a lì. Ha paura di volare, ma qualcuno gli ha detto che l’aria si storce come la vita e quella torsione non la rende peggiore. È solo un intervallo brusco e inatteso. Così si guarda intorno e nota, sul sedile accanto, un ragazzo. Si chiama Jonathan e le cuffie dietro le quali vuole nascondersi si sono rotte. Per duecentosessanta minuti non resta che chiacchierare. Un anziano e un giovane. Cosa avranno mai da dirsi? Jonathan ha molto da domandare, soprattutto perché gli adulti sono convinti che, ai loro tempi, tutto fosse migliore e che i ragazzi non abbiano niente di interessante da dire. Michele sa ascoltare. In fondo, anche lui è stato un bambino solo, costretto a volare con la fantasia per ingannare la realtà per l’assenza del padre e l’indole nostalgica della madre. C’è qualcosa, però, che Michele vorrebbe rivelare. Il segreto che l’ha fatto salire su quell’aereo. Un segreto che profuma di un incontro di tanti anni prima. E forse per volersi bene davvero non serve per forza stare vicino, ma basta pensarsi. Michele ha pensato tutta la vita a quel momento. Perché il punto non è andare. Il punto è come si arriva. Matteo Porru ha conquistato la stampa e l’Europa con “Il dolore crea l’inverno”, tradotto in diversi paesi e vincitore di premi internazionali. Anche la televisione si è accorta del suo talento ed è spesso ospite nelle trasmissioni più importanti. Ora ritorna dai suoi lettori con una storia intensa sulle speranze e sulle illusioni. Volare sopra l’oceano può aprire nuovi orizzonti o dischiudere vecchi desideri.


L’autore

MATTEO PORRU è nato a Roma nel febbraio del 2001. Editorialista, autore per il cinema e il teatro, ha vinto il premio Campiello Giovani nel 2019 con il racconto Talismani. Il dolore crea l’inverno è il suo primo romanzo per Garzanti.


  • Casa Editrice: Garzanti
  • Pagine: 144
  • Prezzo: E 16,00

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ORBITAL di Samantha Harvey



Sull’orlo di un continente la luce sta svanendo. Il mare è una distesa piatta e color rame di Sole riflesso e le ombre delle nuvole si allungano sull’acqua. L’Asia arriva e scompare. L’Australia è una sagoma scura e informe in quest’ultimo soffio di luce, che ora è diventata di platino. Tutto si sta oscurando. L’orizzonte terrestre, spalancato di luce in un’alba così recente, sta sparendo. La linea perde nitidezza nell’oscurità, come se la terra si stesse dissolvendo. e il pianeta diventa viola e sembra sfocato, un acquarello che perde colore.


Più sei lontana, più ti amo. La Terra, il tempo, la materia incomprensibile.

11 febbraio 2025

Lo sforzo dell’immaginare non è mai stato così magnifico. Il viaggio mai più remoto e incomprensibile. Un romanzo che regala solitudini, estasi e baratro, dentro ad un buco nero che sembra divorare tutto. Noi, le radici piantate a terra, salde per vincere la paura di scomparire. E i rami, come braccia di un bimbo che reclama attenzione, protesi verso l’alto. Per la voglia di sapere, conoscere, elevarsi dal nostro misero essere fisico, carne cresciuta intorno ad un tubo digerente, immondo ed essenziale. Condito con uno sprazzo di cuore, buttato là, ad amalgamarsi con le esigenze fisiche ed abbiette dell’essere umano.

E’ questa nostra natura a determinare i nostri limiti. E’ una zavorra che ci tiene ancorati a terra, a volta timorosi persino di immaginare. Samantha Harvey ci regala l’estasi dello Spazio, in questo romanzo, vincitore del Booker Prize 2024, che racconta la giornata di sei astronauti in una stazione spaziale internazionale. Un’ambientazione ambiziosa e insolita, che l’autrice rende al meglio grazie allo studio capillare delle abitudini e dei protocolli che vigono nello Spazio. Lungi dall’essere una cronaca della vita in una stazione spaziale, è invece e soprattutto un’incursione nelle sensazioni, nei pensieri, nell’intimo dei sei astronauti. Che si trovano immersi nella profondità più buia e sconfinata che può essere immaginata dall’uomo, lontanissimi eppure privilegiati, nel poter osservare la Terra da lontano.

Una posizione insolita, che rende l’uomo piccolo, ma allo stesso tempo ingranaggio necessario nell’enorme macchina della vita. L’Uomo, che lascia la sicurezza di un terreno sotto ai piedi e accetta di fluttuare senza peso, esposto ai pericoli di una condizione fisica estrema e agli abbagli che la mente pone, in quell’imbuto senza certezza che è lo Spazio. Lo spazio che fa a pezzi il tempo. Il tempo che ha perso i suoi riferimenti abituali, del quale va tenuta una buffa e artificiosa contabilità. Perché sulla navicella si susseguono numerose albe e altrettanti tramonti. In una sola giornata sono molte le orbite che gli astronauti fanno intorno alla Terra, cogliendo il nostro pianeta in ogni sfumatura. Nel buio di una notte fugace, trafitto dalle scie delle luci delle città, nei crepuscoli rosa e verdi, interrotti solo dai ciuffi morbidi della nuvole, piume dorate che ne ammantano la superficie azzurra, perfettamente curvata. Nella luce solare, vivida, incandescente, che tramuta i colori e le rende simili a perle, acciai, smeraldi, lucidi mantelli colorati e imprevedibili. Una cartina geografica che palpita, vive, muta.

Tutto muta, tutto incanta nella sua imprevedibilità. Da lassù gli astronauti sono come moderni indovini, mistiche Cassandre che indovinano le crepe inferte con le nostre mani incaute. Vedono il tempo che muta, i vortici, le depressioni e i cicloni. E studiano come la loro condizione impatta la vita che conosciamo e che inconsapevolmente viviamo là in basso.

Contrastano l’assenza di gravità che atrofizza i loro muscoli, fanno fotografie, chattano con i loro cari, studiano e sognano nelle loro cuccette. Non è nostalgia, non è rimpianto. Solo enorme distanza, che ti fa dimenticare chi sei, facendoti sentire parte di un unico organismo. Estasi dolorosa verso quel puntino azzurro che sembra essere stato posto al centro dell’Universo, tanto è bello, unico, conosciuto, certo. Quanto invece è buio, subdolo e profondo lo spazio la fuori. Inospitale, ottundente, senza rumore e senza forma. Un’attrazione infida che giunge a trascinare l’uomo che galleggia nel niente, senza un’ancora che lo tenga saldo. Perché se non si è saldi a terra anche la testa vola via. Verso i ricordi della vita terrena, verso quell’ineluttabilità che fin da piccoli li ha destinato allo spazio, al corridoio senza fondo che sembra risucchiarti ogni giorno.

Il loro è un destino quasi doloroso, che li pone al di sopra dell’incertezza, moderni paladini di una verità che hanno ormai cessato di desiderare, poiché la conoscono e la vivono in prima persona. Unici al mondo, o quasi a possedere la chiave di accesso. A penetrare il mistero del tempo che lassù sembra non esistere. Una bugia inventata dall’uomo, che si sfalda immediatamente quando si guarda la terra passarci accanto.

Samantha Harvey riesce a regalare al lettore l’estasi del volo interstellare. Un affaccio incredibilmente reale sulla vita immaginata e immaginaria di chi penzola tra le stelle ed è il depositario di ogni segreto e di ogni conoscenza. Privilegiato, ma anche segnato dalla malinconia e dallo struggimento di sapere la vita così fragile ed effimera. Destinato a incarnare e ad accogliere la brutalità dell’uomo incapace di cogliere l’estrema bellezza. Che da sola appare sufficiente a muovere e a giustificare una vita intera. Quella bellezza fugace, vulnerabile, che tutto sembra poter contaminare. E che appare così incontrastata e incontestabile dallo Spazio.


Il romanzo

Nel cuore nero del cosmo, sei astronauti viaggiano in orbita attorno alla Terra, a bordo di una stazione spaziale. Vengono dall’America, dalla Russia, dall’Italia, dalla Gran Bretagna e dal Giappone, e sono partiti per studiare il silenzioso pianeta blu, su cui scorre intensa la vita da cui sono esclusi: un matrimonio in crisi, un funerale, un fratello ammalato, un tifone che minaccia devastazione. Li vediamo nei brevi momenti di intimità in cui preparano pasti disidratati, fanno ginnastica per non perdere massa, dormono a mezz’aria in assenza di gravità, stringono legami tra loro per sottrarsi alla solitudine. Ognuno è preso dai propri pensieri e dal proprio passato terrestre, ma più scorre il tempo più cominciano a sentirsi parti di un unico corpo – Pietro la mente, Anton il cuore, Roman le mani, Chie la coscienza, Shaun l’anima e Nell il respiro. Profondo e commovente, Orbital è un canto d’amore alla bellezza dell’universo e del nostro pianeta, che osservato da lontano diventa prezioso e precario, un gioiello sospeso nell’infinito, un paradiso da proteggere. Con voce incantata, Samantha Harvey ci ricorda che di fronte all’immensità del tempo e dello spazio siamo solo piccole foglie al vento, e che la nostra esistenza è scritta dal futuro che riusciamo a sognare.


L’autrice

Samantha Harvey è una delle maggio­ri autrici in lingua inglese, già selezio­nata al premio Betty Trask, all’Orange Prize for Fiction, al Guardian First Book Award, al James Tait Black Prize e il Baileys Women’s Prize. Vive nel Re­gno Unito e insegna scrittura creativa alla Bath University. È autrice, tra gli altri, di Vento dell’ovest (Neri Pozza, 2020). Con Orbital ha vinto all’unani­mità il Booker Prize 2024. 


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Pagine: 176
  • Prezzo: E 18,00

PICCOLI PRELUDI di Helen Garner



Forse esisteva un mondo in cui era possibile assecondare ogni capriccio, dove le azioni potevano staccarsi di netto da qualsiasi parvenza di ripercussione. Forse questo Philip mai del tutto presente sarebbe stato quella creatura mitologica, a metà tra un uomo oltremodo scrupoloso e uno pronto a fare di tutto. Forse anche lei avrebbe potuto non chiedere mai scusa, mai spiegarsi.


La vertigine della diversità. La paura di essere diversa.

6 febbraio 2025.

Un dilemma vecchio quanto il mondo e tuttavia irrisolto. Da un lato il luogo sicuro, la strada segnata. Il conforto del conformismo e dell’abitudine. Dall’altro l’incertezza, l’avventura. Non dover rendere conto a nessuno delle proprie scelte, senza obblighi, senza nessuno che dipenda da te. Un dilemma prevalentemente ascrivibile al mondo femminile, da sempre legato mani e piedi all’obbligo della cura. La cura, che è il prezzo da pagare per riscattare l’amore di un uomo e di una famiglia.

Il titolo di questo breve romanzo allude ai preludi di Bach, che Athena, moglie e madre felice, si diletta a strimpellare al pianoforte. Un’abilità che Athena evidentemente deve ancora sviluppare e che rappresenta il suo tentativo di riuscire a fare qualcosa di straordinario, capace di suscitare ammirazione e rispetto. Un tentativo fallace, banalizzato dal marito e dai figli. Una passione che la stessa Athena esercita in solitudine, quasi a sottolineare che suonare è un’attività oziosa, inutile, infruttuosa.

Athena ama il marito Dexter. Il loro è un amore maturo, lontano dagli affanni e dai virtuosismi della passione. La coppia conduce un’esistenza spartana con i due figlioletti, uno dei quali affetto da un evidente ritardo cognitivo. Persino verso la disabilità del figlioletto la coppia ha un atteggiamento tiepido, quasi di fastidio. Pur nell’apparente unità familiare e nel ménage lineare, senza asperità, la famiglia vive una vita tarlata dall’abitudine e chiusa nella gabbia dei ruoli. Senza che nessuno di loro abbia piena contezza di come il contesto e l’epoca in cui vivono condizioni la loro condotta e la loro impostazione di vita. Un’equilibrio precario, che si rompe quando nella loro vita irrompono Elizabeth e Vicki che, al contrario di loro, vivono una vita senza regole, dedita alla promiscuità e alla soddisfazione di ogni capriccio.

Sarà sufficiente una breve frequentazione perché ogni schema si scardini. E la caduta sarà esemplare, roboante, rovinosa. L’occasione per ripensare alle scelte fatte e per riconoscere le proprie debolezze e imperfezioni. Per accogliere anche il lato nebuloso e imperfetto di ogni cosa, lasciando che tutto ciò di cui ci siamo presi cura si deteriori.

Una lettura vorace e impietosa, che mette in discussione molte delle nostre certezze e che smaschera la fallacia di ogni perbenismo. Che scava sui condizionamenti sociali e familiari e sul ruolo della donna in seno alla famiglia. Un ruolo che si pretende immune dal desiderio di trasgressione, dagli attacchi della noia e dall’oppressione degli obblighi che gli attribuiamo, più o meno consapevolmente.

La scrittura di Helen Garden è fluida, informale, a tratti anche scarna e spesso imprevedibile. Abile a disegnare le abitudini dei personaggi, utilizza con efficacia un registro colloquiale, riuscendo a trattare temi complessi con semplicità e ad introdurre il lettore a riflessioni profonde sulla vita e sui ruoli che la società impone senza pretendere di farlo con quella solennità che potrebbe essere percepita come ostica o tediosa.

Impossibile non lasciarsi avvolgere dalla freschezza di questi personaggi, brillanti seppur sfocati da una nuvola di malinconia. Tutti sono investiti da una sensazione di irrisolto. Incompresi per ragioni diverse da chi sta loro davanti e dalla società intera, che condanna inevitabilmente ogni deviazione, ogni scartamento rispetto al consueto. Ognuno in fondo è raggomitolato sulle proprie piccole insoddisfazioni e solitudini. Nessuno è libero, come in effetti accade anche nella vita vera.

Garner del resto non ci concede speranza. In ognuno di loro è possibile intravedere una resa. Come se ad un certo punto ognuno debba giocoforza risvegliarsi da un sonno agitato. nel quale pare di intravedere l’abbaglio e i riverberi fugaci di un sogno.


Il romanzo

Anni Ottanta, periferia di Melbourne. Dexter e Athena Fox conducono una vita tranquilla con il figlio maggiore Arthur e il piccolo Billy, affetto da disabilità. La loro casa è spartana, quasi povera – “le pareti tutte crepate, i pavimenti inclinati e le porte traballanti negli stipiti” –, ma dentro contiene un mondo ricco d’amore e condivisione. Tutto cambia, però, quando Dexter si imbatte in un’amica di vecchia data, Elizabeth, che entra nella loro quotidianità con la sorella minore Vicki. L’arrivo delle due giovani donne stravolge le abitudini dei Fox e il loro piccolo universo si apre all’ambiente bohémien della città, dove le consuetudini borghesi sono rigorosamente bandite e a governare è solo il desiderio. Il rapporto tra Dexter e Athena verrà messo alla prova, facendo affiorare in superficie tutti i loro segreti e i bisogni taciuti.
La prosa di Garner, come ha scritto Ben Lerner, è “una singolare combinazione di intimità e lontananza”, e riesce così nell’impresa di catturare il sentimento e le contraddizioni di un’intera epoca. Insieme a lei ci affacciamo in punta di piedi e restiamo in ascolto delle vite inquiete e imperfette di questi personaggi, sempre alla ricerca di connessioni in un tempo che sfugge loro dalle dita. Piccoli preludi è un capolavoro finemente inciso che celebra la bellezza enigmatica e la fragilità dell’esistenza.


L’autrice

Helen Garner è nata nel 1942 a Geelong, e ha studiato alla Melbourne University. Ha insegnato nelle scuole secondarie fino al 1972, quando è stata licenziata per aver risposto alle domande dei suoi studenti sul sesso, e ha quindi iniziato a scrivere articoli giornalistici per guadagnarsi da vivere. Come piombo nelle vene (nottetempo, 2024), suo libro d’esordio, le è valso il National Book Council Award nel 1978. Da allora Garner ha pubblicato numerose opere di narrativa e saggi­stica e prodotto lungometraggi. Il suo romanzo più recente, La stanza degli ospi­ti (Mondadori, 2009), ha vinto diversi premi ed è stato tradotto in molte lingue. Piccoli preludi (1984) è per molti il suo capolavoro. Riscoperta negli ultimi anni da critica e pubblico, è oggi considerata la maggior scrittrice australiana vivente.


  • Casa Editrice: Edizioni Nottetempo
  • Traduzione: Milena Sanfilippo
  • Pagine: 132
  • Prezzo: E 16,50

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L’ANNIVERSARIO di Andrea Bajani



Non ho mai scritto di mia madre. Non ho mai pensato che di lei valesse la pena parlare, né in fondo l’ho mai fatto con nessuno. Persino nelle più intime delle conversazioni, quando è comparsa è stato soltanto per il baluginio di una parola incastonata nella frase. La porzione di mondo che occupava era così trascurabile da non chiedere udienza. L’ingombro familiare era tutto per mio padre, che si era messo al centro della scena e aveva scritto per così dire la versione unica del romanzo familiare. Quella di uomo che aveva tutto da riscuotere dalla vita, il che implicava che fossimo tutti a pagare, a bruciare nel fuoco insieme a lui. Detto altrimenti, ho creduto a lui, non ho mai pensato che parlare di mia madre valesse la pena, perché non c’era nulla da dire. La sua vita si riassumeva nel suo venire al mondo. Il suo starci, nel mondo, non era degno di nota.

La famiglia disgregante: storia di una resezione. 

2 febbraio 2025


Andrea Bajani ha una penna davvero avvolgente. Leggi e rimani costantemente incantato dal ritmo, dalla struttura impeccabile delle sue frasi, dalla profondità della sua narrazione. Anche se il tema del suo ultimo romanzo mette davvero alla prova. 

In questa insolita dicotomia sta la bravura di questo autore. Nel suo sviscerare un racconto virulento, ottundente, una trama e un vissuto che soffoca, per mezzo di una prosa che ammalia.

Il romanzo parla di un allontanamento, quello del protagonista dalla sua famiglia di origine. L’anniversario del titolo decorre dall’ultima volta che egli ha visto i suoi genitori. 

Un atto di enorme coraggio per la voce narrante, che ha trascorso i suoi primi quarant’anni a subire il peso di una prevaricazione psicologica sottile e continua da parte del padre, una figura ingombrante e grottesca, il manovratore dei meccanismi contraddittori e subdoli della violenza domestica.

Il romanzo procede per sottrazione, andando a scorporare la figura della madre da una oscurità densa e opprimente, allo scopo di farne la protagonista di un romanzo. Nonostante ciò, il figlio stenta a descrivere il suo corpo, ad indovinare quali fossero i suoi pensieri, la sua collocazione, le sue pertinenze. La madre si sottrae, è invisibile, non esiste né per sé né per i suoi figli. 

La madre è solo ombra, manipolata nel profondo da un uomo che la rinchiude in un perimetro esiguo. Ad eseguire semplici compiti, tenendosi  occupata con passatempi oziosi, lasciandosi condurre come un cane al guinzaglio.

L’opera dell’autore è un’opera di ricostruzione. Di vivisezione di una famiglia sciagurata, dove la richiesta d’amore e di attenzione è un atto egoistico, colmo di stizza, paradossale. Dove si può solo compiacere o dichiarare guerra. L’esito di queste azioni è in ogni caso il fallimento.

Ogni dinamica è ingrandita dall’esigenza di dare un indirizzo alla sorte di questa famiglia, dove persino gli istinti più viscerali tacciono. E dal bisogno di riavvolgere il nastro del tempo, andando agli anni dell’infanzia e della giovinezza dei genitori. Ponendo la storia nel suo contesto, un contesto di immigrazione costruito per fuggire dal passato, per diventare altro. Uno sradicamento che rinchiude, vessa e isola.

Nella meraviglia di una scrittura impeccabile e tagliente, il romanzo diventa indagine psicologica e sottile anatomia della violenza maschile, dell’ambiguità dei suoi moti, di come sa lacerare i ruoli familiari, minare le certezze, sfaldare la consapevolezza di sé, scavando gallerie profondissime.

Un esame preciso dei risvolti sociali e individuali di un patriarcato cieco e fondante. Dei suoi danni. Come prenderne le distanze senza perire.

La storia di un uomo che prova a salvarsi, senza assolvere. Che prende le distanze dal bisogno risolutivo di ricucire. Una rivisitazione cruda di ogni storia di rottura senza malinconie e perdono. Per questo è una storia nuova, agghiacciante e perpetua.


Il romanzo

Si possono abbandonare il proprio padre e la propria madre? Si può sbattere la porta, scendere le scale e decidere che non li si vedrà più? Mettere in discussione l’origine, sfuggire alla sua stretta? Dopo dieci anni sottratti al logoramento di una violenza sottile e pervasiva tra le mura di casa, finalmente un figlio può voltarsi e narrare la sua disgraziata famiglia e il tabù di questa censura “con la forza brutale del romanzo”. E celebrare così un lacerante anniversario: senza accusare e senza salvare, con una voce “scandalosamente calma”, come scrive Emmanuel Carrère a rimarcarne la potenza implacabile. Il racconto che ne deriva è il ritratto struggente e lucidissimo di una donna a perdere, che ha rinunciato a tutto pur di essere qualcosa agli occhi del marito, mentre lui tiene lei e i figli dentro un regime in cui possesso e richiesta d’amore sono i lacci di un unico nodo. L’isolamento stagno a cui li costringe viene infranto a tratti dagli squilli di un apparecchio telefonico mal tollerato, da qualche sporadico compagno di scuola, da un’amica della madre che viene presto bandita. In questo microcosmo concentrazionario, a poco a poco si innesta nel figlio, e nei lettori, un desiderio insopprimibile di rinascita – essere sé stessi, vivere la propria vita, aprirsi agli altri senza il terrore delle ritorsioni. Con la certezza che, per mettersi in salvo, da lì niente può essere salvato.


L’autore

Andrea Bajani è un autore italiano. Tra i vari riconoscimenti ottenuti in carriera, ricordiamo nel 2011 il Premio Bagutta con il romanzo Ogni promessa. Nel 2008 il Premio Super Mondello, il Premio Recanati e il Premio Brancati con il romanzo Se consideri le colpe. Scrittore di romanzi e racconti, reportage, opere teatrali e traduzioni dal francese e dall’inglese, dopo aver collaborato con «L’Indice» e con l’Osservatorio Letterario Giovanile del Comune, è divenuto consulente.


  • Casa editrice: Feltrinelli
  • Pagine: 127
  • Prezzo: E 16,00

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