
La memoria non è solo una pietra con dei geroglifici incisi sopra, il racconto di una storia. La memoria assomiglia alle dune di sabbia, granelli che si muovono, si spostano da una parte all’altra, assumono forme diverse, trasportati dal vento. Un fatto di oggi può essere riletto in un altro modo domani. La memoria è viva. Un dettaglio del vissuto può essere ricordato anni dopo, assumere una rilevanza che prima non aveva, e lasciare in secondo piano ciò che in un primo momento era più rappresentativo. Pensiamo oggi con l’aiuto di una piccola parte del nostro passato.
3 marzo 2025
La memoria da difendere e da preservare.
Cosa rende un ricordo degno di essere memorizzato? Quali alchimie lo rendono solido, inattaccabile, simbolo di una vita intera? Quante lacrime, quanti sorrisi occorrono per legare un ricordo alle corde della memoria? Che sopravvive al tempo e alle distorsioni del sentire collettivo, delle correnti di pensiero, delle visioni?
In questo romanzo tutto ruota intorno alla memoria. E’ un inno alla memoria, che prende le mosse sin dalle prime pagine, quando l’autore introduce la figura di sua madre, un tempo impavida e orgogliosa, oggi piegata dall’Alzheimer, senza più echi del proprio passato. La memoria è il filo conduttore del romanzo, un percorso a ritroso nella storia del Brasile e nel cuore della storia personale della famiglia Paiva.
Per la famiglia Paiva il ricordo che troneggia in cima al diagramma della loro storia è il sequestro e l’assassinio del padre, Rubens Paiva, ex deputato e uomo inviso ai poteri forti della dittatura che impera in Brasile negli anni 70. Da quel giorno del gennaio 1971 di lui non si avranno più notizie. Il regime occulterà ogni prova e ne cancellerà ogni traccia. La sua famiglia, la moglie Eunice e i cinque figli, si confronteranno con una perdita mutilata, con un lutto sopito dalla speranza che Rubens sia vivo. Anche se con il tempo la speranza lascerà posto al disincanto. Come in un macabro puzzle, il tempo farà emergere piccoli tasselli di morte, disseminati qua e là, in un mondo al rovescio in cui anche pensare può essere pericoloso.
L’ombra del sopruso più abbietto non piegherà Eunice. Che farà dell’orgoglio e dell’indignazione la sua forza. Che tornerà all’università per prendere la laurea in legge, che diverrà un avvocato stimato e che vincerà la sua battaglia per la verità, raggiunta quando ormai la malattia sta invadendo le sue cellule celebrali, rinchiudendola in un labirinto di specchi dal quale non saprà più uscire. Sarà la malattia della madre, metafora della labilità della memoria, a spingere Marcelo a ricostruire la storia di suo padre, attraverso una ricerca spasmodica della verità.
Mi è difficile dire cosa sia questo romanzo, che giunge a noi nella meravigliosa traduzione di Marta Silvetti a 10 anni di distanza dalla sua stesura originale, e che si fa spazio anche sulla scia del film che Walter Salles ne ha tratto nel 2024, fresco vincitore dell’Oscar 2025 come miglior film straniero. Sicuramente è un romanzo di denuncia, che vuole proteggere la memoria storica di una dittatura, una aberrazione che non deve ripetersi. Ed è un romanzo intimo, sulla storia di una famiglia che affronta la perdita e il sopruso restando unita e solida. E’ la parabola del ricordo, delle sue mutazioni e del pericolo che le sue eco siano contraffatte. La memoria collettiva che svanisce sotto i colpi delle correnti del pensiero, che assume forme inattese, che si trasforma e ammorbidisce gli spigoli più dolorosi. E la memoria individuale che in questa storia è come l’Alzheimer, che offusca il ricordo e la percezione di sé. L’Alzheimer che colpisce Eunice, colei che ha combattuto strenuamente perché il ricordo non fosse appannato, non prendesse altre forme, per poi essere indebolito e reso inoffensivo. Quel ricordo che racchiude un potenziale deflagrante infinito e che potrebbe a poco a poco diventare trascurabile come uno schiocco di dita.
Nel racconto di questa famiglia vivace e anticonformista, che viveva in una delle città più belle del mondo, dove il calore delle spiagge si fonde con il colore accecante delle favelas, si trova un pezzo della storia più nera del Brasile. Ed è la storia di molte famiglie e di molti paesi spezzati dal regime dittatoriale. Una parabola avversa che ci trascina nelle sabbie mobil, senza appigli per non essere inghiottiti dal fango. E’ una storia di dignità, di lotta e di coraggio. La storia di una donna che non piange in pubblico e che non vuole recitare la parte della vittima. Che saprà emergere ed alzare la propria voce affinché l’arroganza del regime possa trovare condanna.
Sono ancora qui è un romanzo che si fonda sull’idea di Resistenza. Resistenza al dolore collettivo e a quello individuale. Alla privazione, all’ingiustizia, persino alla morte, verso la quale ci possiamo opporre con il ricordo. Resistere alle istanze di distruzione, quando lasciarsi distruggere è l’opzione forse più desiderabile. Resistere per i figli, per la storia che continua e contro il male, che deve essere contrastato. Resistere essendo femmina in un mondo declinato al maschile, dove la mentalità patriarcale impera e lascia poco spazio alla donna, che lavora fuori casa e che vuole affermarsi nel mondo del lavoro. Una donna che non va bene per gli uomini di quel tempo e che fatica ad essere accettata.
Marcelo, figlio di Rubens Paiva e autore di questo romanzo, lascia al lettore una prosa intatta, che incalza solida e inattaccabile, concedendosi solo il lieve rimbombo della malinconia. Una scia quasi impercettibile che tuttavia non corrompe il senso di strenua giustizia che circonda la sua scrittura. Dentro la quale c’è anche tanta vita, tanta voglia di riscatto, tanta ingenua gioventù, fatta di lotta e di speranza. Quella vita che si mescola alla morte, e ne corrompe il senso. Una miscela che è l’essenza della nostra esistenza, in perenne bilico tra estasi e tragedia. Quella voglia di andare avanti, svoltare l’angolo e allungare la vista. Verso il futuro, che è il riflesso di un passato spesso inclemente. Che non ci impedisce tuttavia di vivere. E che in questa incongruente attitudine trova il proprio significato e la propria soluzione. Il mistero della vita, che dura e perdura sempre e nonostante tutto.
Il romanzo
Rio de Janeiro, gennaio 1971: Marcelo ha solo undici anni quando il padre, un ex deputato, viene sequestrato dagli agenti della dittatura militare. Da quel momento di lui non si avranno più notizie.
Con cinque figli da crescere e nonostante il dolore, Eunice, la madre di Marcelo, ingoia le lacrime e trova la forza di ricostruire la propria vita. Riprende gli studi con una determinazione straordinaria e diventa avvocato, dedicandosi alla difesa dei diritti civili, alle lotte per la democratizzazione del Paese e alla ricerca della verità.
Anni dopo, quando Eunice si ammala di Alzheimer, Marcelo inizia un viaggio nei ricordi al tempo stesso personale e universale: un atto di testimonianza che mira a mantenere viva la storia e l’identità della famiglia e quindi anche la memoria collettiva.
Con una prosa limpida e toccante, che alterna momenti di intensa emozione a sprazzi di ironia e disincanto, l’autore racconta una storia di resistenza, amore e giustizia, cercando di comprendere cosa sia realmente accaduto in quei giorni fatidici del 1971 e dando voce a un’intera generazione segnata dalla dittatura.
L’autore
Marcelo Rubens Paiva (San Paolo, 1959) è scrittore, drammaturgo e sceneggiatore. Tra le sue opere più note figurano i romanzi Felice anno vecchio (Feltrinelli, 1988) e Blecaute. I suoi testi affrontano temi di grande rilevanza sociale e personale, rendendolo una figura di spicco della scena letteraria brasiliana contemporanea. Ha ricevuto importanti riconoscimenti, tra cui il prestigioso Premio dell’Academia Brasileira de Letras per il copione di Malu de bicicleta, tre volte il Premio Jabuti per la letteratura e il Premio Shell di teatro per l’opera Da boca pra fora. Da Sono ancora qui è tratto l’omonimo film di Walter Salles, premio per la migliore sceneggiatura a Venezia.
Traduzione di Marta Silvetti
(Roma, 1985) Marta Silvetti si è specializzata in traduzione letteraria presso l’Università La Sapienza di Roma. Ha tradotto, tra gli altri, Afonso Cruz, Afonso Reis Cabral, Djaimilia Pereira de Almeida e Luiz Ruffato, oltre alle Lezioni italiane di José Saramago. Nel 2016 ha ricevuto il Premio Babel-BooksinItaly per la traduzione de La bambola di Kokoschka di Afonso Cruz.
- Casa Editrice: La Nuova Frontiera
- Pagine: 288
- Prezzo: E 18,00
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