I PIPISTRELLI di Inès Cagnati


Cammino nella notte che ha dentro di sé i treni. I treni sono tutti partiti. Le notti della terra sono percorse dalla follia dei treni neri. Vanno in tutte le direzioni come lunghi bruchi urlanti, condannati a non incontrarsi mai se non vogliono distruggersi. Dovunque i treni fuggono e si sfuggono, le persone si cercano e si sfuggono, i treni gridano. Devo tornare a casa. Cammino lentamente nella notte dei treni. Domani tornerò.


L’amara vita di chi non è più nessuno. Inés Cagnati: racconti di un’infanzia violata.


17 dicembre 2024

Di Inés Cagnati ormai mi pare di conoscere tutto. Il suo linguaggio naif, che giunge dagli afflati di un’infanzia violentata dall’indigenza, materiale ed emotiva. La sua inguaribile mestizia, che pure giunge da un narrato semplice, costruito per mezzo delle eco di una natura perfetta, densa di bellezza, eppure contaminata dal rigore, dalla scarsità, da una forma di ingratitudine e di avarizia che abbrutisce e schiaccia l’uomo che la cura. I suoi retaggi, così dolorosi. La sua storia di immigrazione, di estraneità, di discriminazione. La terra piena di sassi, la dolcezza di una cagna, il corpo lanoso e caldo, la sua testardaggine, l’accettazione della sua condizione subalterna, destinata a calci e digiuni. La madre assente, una figura senza confini, anaffettiva, dura, della quale anelare una carezza, un po’di attenzione. Il padre, se c’è, rabbioso, irascibile, indomabile e incomprensibile. Una nidiata di sorelle, femmine senza utilità, gambe sottili, sottane sporche e capelli come nidi di uccelli. La campagna, ingrata, che incattivisce il padre e chiude la madre tra le sbarre di un silenzio pieno di risentimento, E la povertà, che circonda ogni cosa. Una natura matrigna, un male cosmico, che contamina ogni creatura vivente.

Di Inès Cagnati ci si innamora perdutamente. Un amore che è struggimento, ansia, dolore sordo senza cura. Inès torna sempre all’infanzia come contenitore del dolore più acuto perché incomprensibile. Un dolore che fa a pugni con l’ingenuità e il candore dell’infanzia, duro a morire, anche nelle condizioni più estreme. Le bambine di Inès Cagnati sono abituate al dolore. Lo accettano e cercano inconsciamente di ingannarlo, accontentandosi di niente. Con una strenua resistenza, con quel senso di condanna che nasce dalla necessità di sopravvivere pur dentro a situazioni di tribolazione e angustia.

Leggendo i suoi romanzi esce l’urgenza di consolare, di guarire. E torniamo con il ricordo alle nostre personali amarezze, dalle quali in qualche modo ci siamo emancipati crescendo, con la netta sensazione, tuttavia, che l’esperienza non abbia giovato affatto a queste bambine, divenute, senza dubbio, adulte chiuse dentro silenziose stanze buie, reiette e incomprese.

Quanta mestizia in quelle pagine. E quanta soave tristezza, un balsamo che scorre sopra ferite aperte che tuttavia non sanguinano più. Quella prosa che mutua pensieri e speranze dal linguaggio infantile. L’ingenuità, la purezza che sembra dare una giustificazione a tutto, che sembra perdonare ogni offesa, ogni graffio. Che sa ingannarsi, che sa dimenticare e infischiarsene, se necessario.

In I pipistrelli l’autrice si cimenta nel racconto breve. I suoi sono, ancora, personaggi esclusivamente femminili. Bambine schiacciate da famiglie assenti, da lavori sfiancanti, costrette a confrontarsi con ambienti estranei, che le emarginano e le fanno sentire diverse da tutti gli altri. Compiti che le bambine di Inès assolvono con leggerezza e rassegnazione, cercando nella natura che le circonda quella strenua consolazione che non trovano in famiglia. Donne abbandonate, illuse, pazze o ritenute talI perché povere e sole. Un mondo crudele nel quale tuttavia questi mesti personaggi riescono a trovare sacche di sopportazione e tolleranza, dentro alle quale continuare a vivere cullando assurde speranze di vita.

Un microcosmo, come quelli già narrati in Génie la matta e in Giorno di vacanza, anch’essi pubblicati da Adelphi, uniche opere al momento tradotte in Italia di questa autrice. Un microcosmo che non offre scampo ma che al tempo stesso incanta per il suo candore e la sua innocenza. Di mestizia non si muore, sembra dirci Cagnati. E’ un destino che tocca ai poveri e agli emarginati, con il quale presto si scende a patti.

Un piccolo esercito di invisibili, senza voce. Che si fa schermo con una corazza difficile da penetrare. Una voce, quella di Cagnati, che è puro incanto, che ci apre il cuore con una lama sottile, che ci fa vergognare delle nostre meschinità, che ci solleva dal senso di colpa per non essere stati noi stessi poveri, infelici, straziati dal bisogno e dall’indigenza grazie a quella stilla di compassione che sembra sgorgare per rimettere i nostri debiti e farci guadagnare un perdono.


Il romanzo

«So il nome e le proprietà di tutte le erbe che curano il corpo» dice con fierezza la protagonista tredicenne di uno dei racconti qui riuniti, da cui sembra spirare il profumo mielato dei fiori d’acacia e quello amarulento del latte di fico. La natura è del resto l’unico sapere di chi non ha per orizzonte che indigenza, campi, vigne, stagni, colline, e l’unico riparo dal dolore per le creature difettive che Inès Cagnati sa raffigurare con un ritegno che lascia intravedere abissi di tristezza. La tristezza che scaturisce da madri dal viso tirato e cupo e da padri cui solo la collera riesce a dar voce. E insieme dall’«altro mondo», popolato di insegnanti armate solo di «parole violente» e regole inflessibili; di figli che non sanno nascondere l’insofferenza delle loro origini e di anziani genitori che la sera se ne stanno lì a «guardare il volo vellutato dei pipistrelli nel crepuscolo violaceo»; di comunità che respingono chiunque appaia disturbante e alieno – e dunque pazzo. Come la donna che tutti chiamavano «la pipistrella» perché nel capanno isolato in cui viveva solo quei «sacchetti di polvere nera imprigionata nelle ragnatele» parevano accoglierla e rispecchiarla. Alberi e animali, popolo di tacita e primordiale saggezza, sono la vera patria di queste vulnerabili creature, cui è concesso al più il sogno di andarsene lontano, «fino al deserto dove passano i cammelli con le carovane del sale».


L’autrice

Inès Cagnati (21 febbraio 1937 – 9 ottobre 2007) è stata una scrittrice e pittrice francese. Nata a Parigi, ha trascorso gran parte della sua vita nel sud della Francia. La sua carriera artistica ha abbracciato diverse forme di espressione, includendo la pittura, la scrittura di racconti e romanzi, nonché la traduzione di opere letterarie. Nonostante la sua breve carriera letteraria, Inès Cagnati ha lasciato un’impronta significativa nel panorama letterario francese. I suoi romanzi e racconti sono stati apprezzati per la loro profondità emotiva e per la capacità dell’autrice di evocare paesaggi e atmosfere suggestive. Di InèsCagnati sono apparsi presso Adelphi Génie la matta (2022) e Giorno di vacanza (2023).I pipistrelli è uscito per la prima volta nel 1989.


  • Casa Editrice: Adelphi
  • Traduzione: Lorenza Di Lella, Francesca Scala
  • Pagine: 165
  • Prezzo: E 18,00

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MACELLAIO di Joyce Carol Oates



Nelle scuole di medicina ci insegnavano, e l’esperienza lo confermava ampiamente, che le femmine sono più inclini dei maschi alla follia, giacché la sede dell’isteria è l’utero. Le donne sono più portate a piangere, a qualsiasi età; come notò Aristotele, le lacrime delle donne sono “di consistenza più morbida e meno sostanziosa” delle lacrime degli uomini. Le emozioni nella donna emergono da specifici organi femminili, mentre le emozioni nel maschio sgorgano dal cervello. Poiché si riteneva fermamente che il comportamento immorale e criminale fosse conseguenza della degenerazione d’alcune razze e discendenze famigliari, la sterilizzazione delle donne che ne erano afflitte, per obbligo statale, avrebbe rappresentato una parte indispensabile della carriera chirurgica di alcuni medici, cui era affidata la responsabilità della salute pubblica.


Quando la follia non è che il pretesto per imbracciare un bisturi. L’epopea sanguinosa delle serve a contratto nell’America negli anni che precedettero la Guerra di Secessione.


8 dicembre 2024

Sulla versatilità di Joyce Carol Oates non si discute. In 60 anni di scrittura, questa autrice illuminata e inesauribile ha, credo, abbracciato ogni genere, ogni argomento, ogni tema possibile, con la sua penna fluida e profondissima.

In questo romanzo, che La nave di Teseo pubblica con una copertina minimalista e inquietante, (tanto da evocare nell’immaginario del lettore una discesa dell’autrice nel genere horror, l’unico, forse, mai calcato dall’autrice) Oates descrive l’epopea di un medico vissuto in New Jersey nel XIX secolo. Un personaggio volutamente grottesco e improbabile, debole rappresentante di quella schiera di precursori della medicina che si affidarono al metodo sperimentale e alla pratica della dissezione dei cadaveri per progredire nella chirurgia. Ultimo di una schiera di figli, inviso al padre poiché non brillante negli studi, cresciuto all’ombra di un terribile senso di inferiorità nei confronti dei fratelli e di chiunque altro, in verità. Poco più di un ciarlatano, con una laurea in medicina presa studiando frettolosamente sui libri, senza fare pratica. Goffo, insignificante, con una sindrome dell’impostore che lo minava nel profondo e una paura atavica del corpo femminile, ciò che paradossalmente invece diverrà il suo campo di sperimentazione e di cura. Insicuro, quasi balbettante, con un vero terrore del sangue, paura viscerale che vincerà solo attraverso l’abitudine, dopo aver dato foggio di una viltà paralizzante, seconda solo alla sua vanagloria.

Oates non fa sconti nel disegnare la personalità aberrante del giovane Silas Aloysius Weir, dottore in medicina. Un medico di campagna con la anacronistica volontà di consacrare il proprio nome tra i grandi della medicina. Per riabilitarsi agli occhi del padre, desiderio che condizionerà tutta la sua carriera.

A parlare di lui è il figlio primogenito, Jonathan, venuto in possesso, dopo la morte del padre, del suo diario, i cui estratti occupano la maggior parte del romanzo. Un interlocutore interessato e coinvolto che, in ogni pagina del romanzo, palesa la sua indecisa opinione sul padre, in perenne oscillazione tra lo sdegno e l’indulgenza. Un tentennamento che possiamo comprendere, visto che Silas verrà, dopo la sua morte, ingiustamente osannato come grande pioniere della medicina, in quello che altro non sarà che una deliberata volontà di riabilitarlo, mettendo a tacere le orribili dicerie sul suo conto.

Dicerie che emergono dal sottosuolo, dalla maldicenza, ma che indiscutibilmente si sovrappongono a molte verità scomode: Silas Weir, durante la sua carriera, approfittò dello stato di indigenza e di sottomissione fisica e psicologia delle serve a contratto nel suo ospedale. Creature invisibili, insignificanti, del tutto sovrapponibili a cavie umane. Persone “nulle”, come le chiama lo stesso Weir, che possono morire tra atroci sofferenze, nella sopraffazione più abbietta, in nome del progresso medico.

Oates è magistrale nel disegnare la situazione di queste donne. Sono una schiera silente e invisibile, in massima parte immigrate irlandesi. che soggiacciono ai peggiori pregiudizi. Si ritengono lascive, sporche, approfittatrici, pazze. Esseri che non sanno sottrarsi alle attenzioni malevole dei loro padroni e che rimangono incinte ancora bambine. Colpevoli di non saper evitare che un uomo le tocchi e fornichi con loro. Isteriche, folli, malvagie, portatrici di malattie e affette dalla fistula, la lacerazione della vescica che spesso occorre nei parti e che trasforma le donne in esseri impuri, purulenti e incontinenti.

La fistula, in verità, sarà la croce e la delizia di Weir, che si lancerà nello studio della sua riparazione. Brigit, una giovanissima serva albina e muta, ne è affetta. E Weir subisce, fin da subito, il fascino di questa giovane, che prenderà sotto la sua ala protettiva, facendone la sua aiutante. Una fascinazione che segnerà anche la sua rovinosa caduta.

L’epopea di Weir tra le mura dell’Istituto per le donne malate di mente è degna di un pulp. La cure di Weir per la follia femminile sono raccapriccianti e intrise di misoginia e di pregiudizio. Questi temi sono trattati con così tanti particolari che la narrazione scivola impercettibilmente nel grottesco. Il ridicolo si avviluppa alla figura e alle convinzioni mediche di Weir, trasformandolo in un personaggio assurdo, talmente meschino e gretto da essere risibile e paradossale. La sua bizzarria, la sua stupidità e ignoranza è tale che perfino le serve che ha preso come aiutanti ne sanno più di lui, semplicemente facendo uso del buon senso, dote che Weir non pare possedere, accecato com’è dal desiderio della sua consacrazione. A questo si aggiunga che la narrazione in prima persona amplifica le eco delle sue azioni, rendendole ancor più bislacche.

Quello che è a tutti gli effetti un romanzo-documento sulla Storia della medicina, finisce per diventare uno specchio impietoso della società del tempo, in cui si pratica ancora la schiavitù e non si fa mistero di considerare i poveri, i diversi, gli stranieri, esseri inferiori. Persone da disprezzare. Un schiera di subumani da sfruttare in ogni modo possibile, ignorando la loro stessa natura di essere pensanti, capaci di provare emozioni e dolore.

Oates è regina nel tratteggiare la figura di Weir rendendolo l’immagine vanagloriosa e meschina della classe media del tempo, dotata di quella miopia e di quella vanità insana che tutti vedono ma nessuno vuole additare. Weir incarna l’uomo medio di tutti i tempi, che utilizza ogni tipo di condiscendenza per giustificare il suo operato. Azioni che sembrano mosse da un bene superiore ma in realtà sono solo frutto di un insano egoismo. L’equilibrio delicatissimo e incerto tra giusto e grottesco, tra serio e faceto, tra finzione e verità, il risibile dentro allo scopo nobile, nascosto tra le sue pieghe più remote, è il vero capolavoro di questo romanzo, che restituisce al lettore una pagina di storia macabra e indegna senza il balsamo dell’indulgenza.

Il tutto senza saper evitare un certo grado di coinvolgimento emotivo e una vena di romanticismo, seppure soffusa e impercettibile. Quell’amore, che chiamiamo ossessione o vertigine, non può mai uscire di scena. L’autrice, sensibilissima interprete delle pulsioni umane, lo lascia fluire, senza governarlo. E l’amore esce, scorre, rende tutto più plausibile, più vero e più tragico. Anche nel dolore più atroce, anche nello scempio di sangue innocente. Questo è il capolavoro che costruisce Joyce Carol Oates e che permea molto dei suoi romanzi, come una magia. Ed è proprio per questo che Joyce Carol Oates è unica e inimitabile.


Il romanzo

Nel 1836, dopo essere stato accusato di un terribile esperimento dalle tragiche conseguenze, il dottor Silas Aloysius Weir è costretto a cercare lavoro presso l’Istituto del New Jersey per donne malate di mente. Nel giro di poco tempo il dottor Weir trasforma l’Istituto nel suo regno e vi agisce indisturbato. Qui, infatti, gli è permesso proseguire a sperimentare le sue macabre pratiche, senza alcun controllo. Per decenni ha la possibilità di usare donne povere e in difficoltà, trascurate dallo Stato e dalla sanità, come cavie umane, sottoponendole a esperimenti e privazioni grotteschi. Nonostante questo viene celebrato come un pioniere della medicina chirurgica, addirittura come il “padre della Gino-Psichiatria”. L’ambizione e la follia di Weir sono alimentate anche dalla sua ossessione per una giovane serva irlandese, Brigit Kinealy, che diventa non solo il suo principale soggetto sperimentale, ma anche l’unica in grado di contrastare il suo dominio di follia e terrore. Narrato dal figlio maggiore del dottor Weir, che ha ripudiato la brutale eredità del padre, “Macellaio” è una miscela unica di finzione e realtà che racconta la vicenda del suo protagonista mentre passa dall’anonimato professionale alla fama nazionale, fino alla sua caduta.

Joyce Carol Oates trascina il lettore in un viaggio da incubo attraverso le regioni più oscure della psiche umana riuscendo però ad affascinarlo con un romanticismo inaspettato, confermandosi, ancora una volta, una delle voci più importanti della letteratura contemporanea internazionale.


L’autrice

Joyce Carol Oates ha ricevuto numerosi importanti riconoscimenti, tra i quali ricordiamo: la National Medal of Humanities, il National Book Critics Circle Ivan Sandrof Lifetime Achievement Award, il National Book Award e il PEN/Malamud Award for Excellence in Short Fiction. Autrice enormemente prolifica, ha scritto alcune delle opere più significative del nostro tempo. Per La nave di Teseo ha pubblicato Ho fatto la spia (2020), Pericoli di un viaggio nel tempo (2021), La notte, il sonno, la morte, e le stelle (2021), L’altra te (2022) e le nuove edizioni di Una brava ragazza (2020), La figlia dello straniero (2020), Blonde (2021) e Sorella, mio unico amore (2022). Ha insegnato alla Princeton University ed è membro dell’American Academy of Arts and Letters dal 1978.


  • Casa Editrice: L Nave di Teseo
  • Traduzione: Chiara Spaziani
  • Pagine: 479
  • Prezzo: E 24,00

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ABBONDANZA di Jakob Guanzon



Ripensa a dicembre, a quando avevano lasciato la loro casa e si erano messi in viaggio per sempre, e adesso è tutto chiaro, di nuovo e proprio lì, davanti ai suoi occhi. Lui ha un solo compito, costi quel che costi: fare quello che deve. Qualunque cosa, costi quel che costi, per tenere il figlio al sicuro, per renderlo felice, per farlo stare bene. E che fortuna, Henry. La medicina che serve al ragazzo è proprio dentro quel supermercato, e quindi è lì che deve andare, e gli sembra una cosa maledettamente bella sapere almeno questo.


26 novembre 2024

L’america degli esclusi, l’america delle meraviglie.


Che sia amaro, questo romanzo, non si può negare. Un veleno, che contamina ogni cellula, che spazza via ogni spiraglio di luce. Un racconto che segna il destino degli emarginati, che lo rende ineluttabile, come un cancro che diventa inevitabilmente metastasi e corrompe ogni organo vitale. La luce che non c’è, la buona sorte che prende un’altra strada e si volta noncurante dall’altra parte. L’occasione, che si affaccia e cerca solo un modo di fartela pagare. E l’amore, che sembra esistere solo per porgerti un conto da pagare, sempre troppo salato. Non meritarsi neanche un grammo di fortuna, un’attenuante, una seconda occasione. Un treno che passa e tu sei in ritardo, corri e inciampi, corri e torni indietro. Senza scarpe, senza soldi, senza opzioni. Perdi il treno, resti sul binario, freddo, spazzato dal vento, a stomaco vuoto. Solo con il disprezzo di chi ti scruta dal finestrino, e ti schernisce, e ti offende con la sua sicumera, la sua fortuna sempre al fianco, come un’assicurazione sulla vita.

Queste le sensazioni che offuscano le pagine di questo romanzo. Leggerlo è vertigine e impotenza. Un romanzo sui vinti di oggi, nell’epoca dell’opulenza e dell’abbondanza, che non a caso è il titolo che l’autore, al suo esordio, sceglie per la sua opera. Un titolo volutamente anacronistico, a significare che l’abbondanza, mai come oggi, è davvero una parola multistrato. Lo stesso protagonista, Henry, sembra volercelo indicare, mentre percorre le strade di un America spietata del nostro tempo a bordo di un pick-up di seconda mano e rincorre un sogno semplice: un lavoro, una casa e un po’ di felicità per il figlioletto Junior, che conosce solo il disagio di un’infanzia complicata e solitaria.

I soldi scarseggiano. A volte pochi spicci, a volte una piccola fortuna frutto di lavoretti sporadici e malpagati, a volte, una sola volta a dire il vero, una cascata di dollari, che Henry pagherà caro, con il suo primo vero tradimento. I soldi scandiscono le giornate di Henry e di Junior. Decidono cosa si può o non si può fare. Una cena al McDonald’s oppure del cibo in scatola. Benzina per spostarsi, una tappa in un bagno pubblico a togliersi un po’ di sporcizia di dosso, per far finta di trattenere un po’di dignità. La fame, che stringe il corpo in una morsa. L’apatia del piccolo Junior, i suoi ricordi contaminati, il sorriso che non spunta più su un visetto sempre più smunto e opaco.

Henry ha un passato con cui fare pace. Che spunta tra un capitolo e l’altro. Un’infanzia e una adolescenza segnata dalla malattia della madre e dalle paturnie di un padre irrisolto e frustrato.

L’amore lo coglie giovane e impreparato. Lei è ancora più segnata di lui, fiaccata da una dipendenza emotiva schiacciante. L’amore è un lusso che non sanno permettersi. E’ quella vertigine che sdoppia la vista e offusca la visione. E l’errore è dietro l’angolo, a far loro gli occhi dolci. A confonderli, traviarli, proprio mentre dona loro una nuova vita da accudire e crescere.

Con una padronanza e una sensibilità incredibile, Guanzon conduce le redini di una storia che dilania, che fa sognare e soffrire, che fa fremere e che spezza il cuore. Il senso di impotenza pervade ogni pagina, per ciò che vorresti accadesse ma che non accade, Per ciò che vorresti dire e fare, ma che non puoi esprimere, né pensare. E presto, troppo presto, sai perfettamente che non potrai fare niente per Henry se non guardarlo mentre lotta, e fallisce, e si inganna e perde, e si sente impotente, incompreso, bistrattato da quel mondo fuori che non è per lui, che gli rema contro, che lo mette alla prova e lo osserva capitolare malamente, senza sconti.

Guanzon costruisce con commuovente lucidità una ballata degli esclusi, restituendo un quadro dell’America dei derelitti, degli emarginati, di chi si muove dietro le quinte di un palcoscenico opulento, sgargiante e chiassoso, fatto per nascondere ciò che fa più male. Il fallimento di una società che non è sociale, né solidale. Che chiude gli occhi davanti al marciume e che scalza con il piede gli strati decomposti di un mondo sommerso scomodo e oltraggioso.

Una scrittura limpida e coinvolgente che ribalta i valori per i quali vale la pena lottare riducendoli all’essenziale, donando al lettore una vera lezione di vita. L’opportunità di provare a mettersi nei panni degli altri e di cogliere come una mancanza, un vuoto, possano diventare una voragine dalla quale è impossibile fuggire.

Il messaggio di Guarzon è comunque un messaggio di speranza. La fiducia che l’autore riversa nell’amore è tanta e solidissima. Diventa il motore che muove verso la lotta, verso la sopravvivenza. Gli ostacoli sono un trampolino per riscattarsi. La fine di una cosa è solo l’inizio di qualcos’altro, ecco la morale. E una bugia può servire a filtrare una realtà agghiacciante. A stratificare un momento, ad aprire una visione e a serbare un ricordo intatto, da utilizzare nei momenti peggiori della vita.

Non una sola lettura, in fondo, ma più di una ad appannaggio del lettore. Come la vita stessa, del resto, che può essere bella o brutta, alternativamente, ma anche nello stesso momento. Bella o brutta, da una angolazione o da un’altra. E’ questione di visuale, di sentimento, di sensazione. Di fede, di scopi, di priorità.


Il romanzo

Sfrattati dalla loro casa-roulotte la notte di Capodanno, Henry e il figlio Junior sono costretti a vivere in un pick-up, lavandosi nei bagni pubblici e mettendo da parte le bustine di ketchup come riserva di zucchero per i momenti peggiori.

Sei mesi dopo, mentre le tasche di Henry sono quasi vuote, un barlume di speranza compare all’orizzonte: nonostante i precedenti per droga che gli hanno sempre impedito di trovare un lavoro, Henry ottiene un colloquio per l’indomani. Un’altra buona ragione per festeggiare oltre a quella principale: il compleanno di Junior.

Le esigue finanze rimaste permettono una cena da McDonald’s e una notte in un motel, finalmente in un letto vero e proprio. Mentre Junior guarda la tv e Henry si esercita ad apparire un impiegato affidabile, sembra che per i due le cose volgano al meglio, ma una lite violentissima che Henry ha nel parcheggio del motel e un malore improvviso di Junior li restituiscono alla notte e alla loro battaglia quotidiana contro un destino e un paese ingiusto.

Attraverso una struttura narrativa brillante, che scandisce le giornate di Henry e Junior sulla base del denaro che hanno a disposizione, una delle giovani voci più talentuose della letteratura americana contemporanea firma un romanzo struggente, in cui grandi magazzini e fast-food fanno da sfondo a un’esistenza vissuta a perdifiato, tra tentazioni, cadute, sogni e delusioni.

Un racconto senza sconti dell’America degli esclusi, dove crepe di grazia possono aprirsi anche nella disperazione, e tutto quello che conta è restituire a un bambino di otto anni il sorriso.


L’autore

Jakob Guanzon è cresciuto in Minnesota e oggi vive a New York. Ha conseguito il dottorato in Lettere alla Columbia University e ha lavorato a Madrid come docente, editore e traduttore. Abbondanza, finalista al National Book Award, è il suo primo romanzo.


  • Casa Editrice: Marsilio
  • Traduzione: Gaja Cenciarelli
  • Pagine: 368
  • Prezzo: E 19

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IL DIO DEI BOSCHI di Liz Moore


Una volta, giocando a Dictionary, Alice ha trovato la parola “trascendente”, ed è proprio quella la parola che le viene in mente quando pensa allo spazio liminale tra vita e morte in cui incontra suo figlio. Lo spazio in cui si concede di riconoscere ciò che ha fatto è trascendente. Lo spazio in cui non ce la mette tutta per impedire a frammenti di luce e ricordo di emergere di tanto in tanto, in momenti inaspettati, e con tanta acutezza da darle la sensazione di una pugnalata, è trascendente. In quel mondo in cui i ricordi arrivano, lei li accetta, li esamina in maniera oggettiva e si apre a loro, invece di allontanarli.


18 novembre 2024

Che la penna di Liz Moore fosse magica, era già appurato. Ma con Il Dio dei boschi Moore ha definitivamente consacrato il suo grande talento di narratrice e di interprete sensibile e illuminata dell’animo umano, regalandoci un romanzo indimenticabile in cui le sorti di una famiglia si legano ad una terra florida, ricca e fitta di un mistero asfissiante e palpabile che ha macchiato il passato e dato vita ad un dolore inspiegabile e inaccettabile.

La terra ha un ruolo centrale nel romanzo. E’ il simbolo di una ricchezza che affonda le radici nella concretezza dei boschi, nei terreni scoscesi e inaccessibili, nella bellezza quasi crudele di una natura selvatica e indomabile. I Van Laar, come la terra che possiedono, sono gente concreta e solida. Affidabile e senza macchia, come si addice a dei banchieri che ripongono le proprie sorti esclusivamente nella fiducia che ispirano ai loro clienti.

Una famiglia apparentemente perfetta, che abita quei luoghi da tre generazioni. Che ama la natura al punto di fondavi un campo estivo, per diffonderne nei giovani l’amore e il rispetto. Eppure quei boschi, verdi e solidi e profumati, nascondono un segreto: diversi anni or sono hanno inghiottito il piccolo Bear, il rampollo della famiglia, un bambino di otto anni, curioso, energico e dolcissimo. E oggi, in un giorno d’agosto del 1975, stessa sorte sembra toccare anche a Barbara, la figlia tredicenne dei Van Laar, che un giorno scompare riaprendo una ferita che sanguina ancora e smuovendo dal fondale viscido dei ricordi un fango spesso e nerissimo. Perché la tragedia è un’ombra che oscura la reputazione degli irreprensibili banchieri. Le chiacchiere, i mormorii sommessi, le dicerie sono tarli che corrodono dall’interno minando ogni superficie fino a farla implodere.

La costruzione del romanzo è superba. Moore si muove con maestria e lucidità tra diversi piani temporali, utili ad illustrare al lettore le dinamiche interiori che muovono i personaggi, e l’altalena di eventi che legano alla perfezione il passato con il presente. Le storie si dipanano con naturalezza e convergono verso la tragedia. Poi tornano al presente, in un’epoca in cui la donna vive della luce riflessa dell’uomo, schiacciata tra le convenzioni sociali e le gabbie dorate della famiglia.

Sono femminili tutti i personaggi chiave del romanzo. Alice, la giovanissima moglie di Peter Van Laar III, che vive all’ombra dell’ingombrante marito, così tanto da non meritare di avere neanche un’opinione. Un’incubatrice per produrre figli, un soprammobile, meglio se debole e remissiva. Alice, che muore il giorno in cui scompare il suo amato Bear, che viene fatta passare per pazza, poi invitata a trovare conforto negli antidepressivi, inutile sacco vuoto ora che il suo piccolo non c’è più. Alice offuscata, sopraffatta dalla nostalgia, da tenere in disparte, per evitare imbarazzi. Poi nuovamente madre di Barbara, nata per sostituire il fratello, cresciuta nell’ombra, ora adolescente ribelle e invisibile, di cui nessuno si cura. T.J. la direttrice del campo estivo, una giovane androgina e risoluta, schiva e indomita sulla cui sessualità ci si interroga più o meno apertamente. Louise, giovane coordinatrice del campo, una famiglia sfasciata alle spalle, che cerca negli uomini quella figura che le è mancata da piccola, remissiva, docile e sottomessa se in ballo c’è la speranza in un futuro migliore. Judyta, che solo da pochi mesi è investigatrice e che vede nel lavoro il mezzo per emergere, in un mondo comandato dagli uomini e fatto solo per loro.

E la storia di Bear, nucleo del romanzo, che è un rompicapo assurdo e subdolo. Quando è in ballo la reputazione di un banchiere bisogna risolvere in fretta e ancora più velocemente dimenticare. Cosa è successo quel giorno del 1961 mentre la famiglia Van Laar è impegnata nella festa che ogni anno si svolge nella proprietà?

E cosa è successo a Barbara in quel 1975 infuocato e crudele, mentre una comitiva di adolescenti legnosi e goffi gioca a fare gli esploratori? Chi espierà, stavolta, le colpe dei Van Laar, la storia della loro ascesa, i legami di sangue e di gratitudine, le apparenze, le gelosie, quei segreti che pesano come macigni?

Il dramma familiare diventa un thriller adrenalinico e concitato. Le passioni, i segreti, le costrizioni della ricchezza, del buon nome. La reputazione che sorpassa il bene in ordine di importanza, provocando una stortura che il tempo non sarà capace di correggere mai.

Tutto il romanzo è perfezione, stridore, acuto grido di dolore e ingiustizia sociale e di genere. Desiderio, ascesa, follia, menzogna, colpa e espiazione. Un groviglio di sensazioni e sentimenti dal quale emerge solo il dolore della perdita e dell’ingiustizia, quella che si può guarire solo con l’estremo sacrificio.

Un microcosmo senza pecche, in cui rispecchiare il nostro sentire profondo. Il mondo imperfetto e fallace che Moore rappresenta in maniera perfetta, incantevole e crudele, attraverso una scrittura cruda, precisa e affilata, che concede solo quel fugace senso di incompiuto come unica consolazione. Ne esce una rappresentazione impietosa dell’uomo e dei suoi massimi sistemi, delle sue leggi e delle sue menzogne, macigni che schiacciano l’immagine che ognuno crede di avere, mentre tutto il suo debole e fallace costrutto crolla miseramente.

Ma chi legge perdona lo stridore della storia, l’afrore che spinge l’uomo a mentire e a sopraffare. Moore percorre ogni contraddizione, ogni stortura addentrandosi nel cuore dei personaggi, come nel fondo di una foresta inaccessibile e sconosciuta e ci consegna una storia di amicizia e di fedeltà, di desiderio, di cambiamento e di seconde possibilità.

Nel bosco c’è un tesoro nascosto. C’è un luogo di pace che la morte ha solo offuscato. C’è salvezza e pace. Se riuscirai a raggiungerlo.


Il romanzo

È l’estate del 1975 quando Barbara Van Laar, adolescente problematica, scompare da Camp Emerson, il campo estivo fondato dalla sua ricca famiglia nel parco delle Adirondack. La notizia fa subito scalpore: anni prima anche suo fratello Bear è sparito nei boschi in circostanze misteriose, e non è mai stato ritrovato. La giovane investigatrice Judyta Luptack comprende subito che tutti nascondono qualcosa: gli uomini della famiglia, che ai tempi di Bear hanno tardato a chiamare i soccorsi; la madre dei ragazzi, incapace di riprendersi dal dolore; il capitano della polizia, che ancora una volta ha fretta di trovare un colpevole, e Tracy, l’unica amica di Barbara al campo e l’unica a conoscere i suoi movimenti segreti. Mentre le indagini procedono, passato e presente si intrecciano, mettendo in luce tradimenti, menzogne, conflitti e giochi di potere. In questo sontuoso romanzo, Liz Moore mescola thriller e dramma familiare, raccontando una comunità dove ricchezza e benessere diventano gabbie che imprigionano affetti, desideri e ambizioni. Con uno stile limpido e ammaliante, Il dio dei boschi si addentra nelle contraddizioni umane come nel folto di una foresta impenetrabile, e ci consegna un ritratto memorabile della giovinezza, dell’amicizia e delle seconde possibilità che la vita concede quando si ha il coraggio di cambiarne le regole.

Questo libro è per chi affida un desiderio inconfessato a una stella cadente, per chi ha amato Dio di illusioni di Donna Tartt, per chi durante una tempesta ha trovato rifugio tra i rami di un abete, e per chi ricorda con affetto quel momento della vita che è come prendere fiato prima di parlare: un’ultima, dolce pausa prima di rivelare al mondo la propria natura.


L’autrice

Liz Moore è una scrittrice e musicista americana, e insegna Scrittura creativa alla Temple University di Philadelphia. NNE ha pubblicato I cieli di Philadelphia (2020), da cui è stata tratta la miniserie Long Bright River, Il mondo invisibile (2021) e Il peso (2022), romanzo che è stato selezionato per l’International IMPAC Dublin Literary Award e ha imposto il talento di Liz Moore sulla scena letteraria internazionale. Tradotto in più di venti paesi, Il dio dei boschi è uno dei bestseller americani del 2024, selezionato per il Summer Book Club di Jimmy Fallon e incluso da Barack Obama tra i migliori libri dell’anno.


  • Casa editrice : Enne Enne Edizioni
  • Traduzione: Ada Arduini
  • Pagine: 533
  • Prezzo: E 22,00

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LA PIU’ BRAVA di Carolina Bandinelli


Arriva un momento in cui uno sportello con la cerniera difettosa o una macchia, un pomello sbilenco, diventa una cosa brutta, quasi una minaccia, una crepa da cui potrebbe cominciare il crollo inesorabile, il principio dell’entropia. E invece uno sportello ben fatto, di un bel legno o meglio ancora un materiale sostenibile, magari composto da particelle di plastica trovate nell’oceano, con un’apertura scorrevole, funzionale, pulito, pulitissimo, ogni volta che lo apri ti sussurra: sei una bella persona, una brava persona, è tutto sotto controllo, ma tua vita è comoda, luminosa, areata con ampia zona giorno e cucina abitabile.


Emma, quando il futuro, inaspettatamente, è adesso.

10 novembre 2024


Un romanzo travolgente. Un fiume in piena che corre roboante verso il mare, impetuoso come la vita incompiuta e irrisolta di Emma.  Che scorre nello spazio angusto e veloce di una sola giornata. I pensieri, si sa, vanno alla velocità della luce e Emma ha di che pensare, ora che la sua vita è ad un passo dalla concretezza. 

Una cosa che spaventa. Mentre la provvisorietà, quel tanto di irrisolto e indefinito, è davvero confortante. Puoi ripensarci, cambiare, dire che scherzavi. Tirare un frego e rifare tutto da capo. Senza senso di colpa.

Ma quando può durare questo limbo?

Si può davvero cincischiare in una comoda terra di mezzo mentre tutto il mondo decide, compie, costruisce e consolida? Che va avanti lasciandoti indietro?

Carolina Bandinelli ci regala un racconto che nasce e cresce sull’onda dei ricordi di una vita. Ieri a Firenze, o nei campeggi vintage della costa, dentro sonnolente e capricciose estati. Oggi a Londra e tutto ha trovato la giusta collocazione: il lavoro, la casa dei sogni, l’amore.

Eppure mai come adesso Emma si interroga e mette tutto in discussione.

Perché, in fondo, non c’è niente di più destabilizzante della stabilità. Del ritrovarsi adulta. Di dover rispondere alle aspettative degli altri, così intransigenti e spietati.

Una donna ha tanto da spiegare e da giustificare al mondo. O peggio ancora, alle amiche, che non vede da un po’. La questione della maternità, ad esempio. 

Un’esperienza di lettura insolita e travolgente. Un romanzo che non si molla, che si fa ascoltare, che non ha capitoli ma è un tutt’uno. Un coacervo di pensieri, una cascata che travolge, a tratti esilarante ma sempre profonda e portatrice di spunti per vivere in consapevolezza quell’età complicata e ingrata in cui si è troppo giovani per essere vecchi e troppo maturi per essere giovani.

Una voce che prende fiato solo per sopravvivere, tanto ha da dire e da raccontare. Un racconto che ci appartiene e in cui è facile ritrovarsi. Se si è donne alla prese con l’intransigenza del tempo che passa e che detta legge su ciò che andrebbe fatto o detto.

Come fuggire a questo out out?  Forse si può… 

Di certo si può condividere un malessere generazionale, con consapevolezza e ironia, senza per forza dover essere le più brave!


Il romanzo

Una donna, la sua storia, le sue esperienze, il presente a cui è approdata. Un esordio eclettico, pieno di ironia e pensiero sul mondo. 

Emma ha trentasei anni e vive a Londra da dodici, una mattina si sorprende adulta: ha un gatto stabile, un compagno stabile, un lavoro stabile in un’università prestigiosa. Sta addirittura per comprare casa. Quello che per anni ha chiamato “futuro” adesso è presente. Cos’è che l’ha portata in quel preciso punto della vita? Da cos’è composta la sua identità? Intorno a questo interrogativo, in una giornata qualunque, si raccolgono le esperienze che hanno segnato la sua storia: dalla famiglia al rapporto con gli uomini e il sesso, dalla relazione con le altre donne alla questione, irrisolvibile, della maternità. Emma sa di essere cambiata eppure rimangono i dubbi su questa crescita, questa evoluzione.

Carolina Bandinelli ci porta con sé in una galoppata generazionale che parla di expat e di desideri, di contagi e conforti, di femminismo e consapevolezze, del non sentirsi mai all’altezza, del non poter essere – nonostante tutto – le più brave.


L’autrice

È Associate Professor in Media and Creative Industries all’Università di Warwick. Da più di dieci anni contribuisce al dibattito culturale, in Italia e all’estero, con interventi su lavoro creativo, desiderio e media digitali. La sua ricerca è apparsa su testate internazionali tra cui BbcNew York TimesEl País. Nel 2024 ha pubblicato Le postromantiche: sui nuovi modi di amare (Laterza), un saggio personale sulla cultura dell’amore e del sesso.


  • Casa Editrice: Nutrimenti
  • Pagine: 160 pagine
  • prezzo: E 17,00

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BILLY IL CANE di Alberto Rollo



La violenza dei cani, quando c’è, è la nostra violenza. La rabbia viene dall’altra faccia della luna, è una delle nostre radici profonde, per questo chiede spazio, anche se non ne ha diritto, per questo attacca quando chi la sente è sicuro di essere stato attaccato. Non c’è legge che governa lo spavento di stare al mondo.


30 settembre 2024

L’innocenza di un piccolo muso nel fango.

L’immagine del piccolo cane tra i flutti del fango, naufrago innocente nelle spire di un mare di giallo, non mi abbandona mai, mentre leggo questo romanzo memoir. Il perro enterrado di Goya, emblema dell’innocenza, dell’arrendevolezza davanti alla morte, che coglie un essere esente da ogni colpa e lo immola nella sua totale impotenza, appare sotto le pagine, come un ectoplasma. La natura delle cose, la loro anima profonda e immutabile restituisce la consapevolezza che l’uomo non possa governare alcunché, giacché anche il suo essere, la sua stessa anima è comandata da leggi antiche e istintive. L’uomo e la bestia non sono che specchi. L’uno riflette l’altra e lo completa, lo risolve.

In Billy in cane vi sono, vividissime, le eco de Il richiamo della foresta. Anche Billy, come Buck, vive l’asservimento alle leggi dell’uomo, seppure in un contesto domestico. Buck è per Billy l’esempio, la cartina di tornasole che sancisce ciò che può essere accettato come codice di comportamento e ciò che invece non si può evitare di fare. Il morso, che in certi casi è come una vertigine. La rabbia, quel vortice che annulla ogni volontà e ogni raziocinio. L’impulso sessuale, cieco, ineluttabile istinto. E come Buck, Billy torna alla natura, alla terra che è l’ultimo grembo di ogni essere vivente e alla ferinità, che da sempre governa il suo essere.

Billy il cane è una lettura che incanta, che riduce una vita intera ad un pugno di cose e di sensazioni. Un lungo racconto a due voci che riassume l’intensità e l’unicità del rapporto tra il cane e il suo uomo, il suo tutore, come Rollo suggerisce (che immagine intensa, quella dell’uomo come tutore del cane! Un’immagine che suggerisce parità di dignità e scambio di energia costante e costruttiva).

La voce narrante è Billy, che dall’uomo mutua le parole, i modi di vivere e ne estrae saggezza e luce. Una vita che inizia tra gli stenti, in cattività, e che rinasce con l’uomo che decide di salvarlo. In realtà la salvezza è una corrente densa e mutevole, che va e viene in entrambe le direzioni. Billy e l’uomo non cessano mai di compenetrarsi e di assistersi. La mutualità del loro rapporto non viene mai meno, anche nelle incomprensioni che lo scuotono. Il gesto incompreso dell’altro è sempre un invito ad allargare il proprio sguardo. Che non sempre funziona. Il cane racconta le gesta di un terzetto di umani (il tutore e la sua famiglia). L’uomo vede e vive la ferinità del cane, i suoi caparbi istinti, la volontà di ritagliare nella calma vita domestica un angolo in cui sfogare il suo lato selvaggio. Il susseguirsi delle voci narranti, dei fatti salienti di una vita intera, del dilagare di debolezze e bisogni che la presenza dell’altro può provare a curare, fanno di questo romanzo una lettura commuovente, intima e coinvolgente, che non cede facilmente il passo al sentimentalismo. Rimanendo asciutta, quasi scarna, volta a far emergere l’essenziale. Senza suggerire, al contrario, invitando il lettore ad immedesimarsi, a completare pensieri e sensazioni, elaborando e ripensando alla profondità di un rapporto fatto di silenzi e di intuizioni.

Bella la prosa di Rollo che coglie con estrema naturalezza ogni increspatura emotiva per la capacità, quasi soprannaturale, di descrivere l’animale, dentro e fuori di esso. Poetica, indulgente e portatrice di una riflessione profonda su cosa significhi, oggi, concedere spazio e voce all’istinto e all’autenticità senza filtri.

Una lettura che mi riporta alle suggestioni ferine di I miei stupidi intenti di Zannoni e che ritorna, come un cerchio, al piccolo cane prigioniero della sabbia: la vita è tutto un fluire verso l’ultimo atto, nel quale si consuma il vero e unico dramma della natura: quel semplice “finire” che si consuma, da sempre, in solitudine.


Il romanzo

Tra gli ontani, gli aceri, i castagni e le balze erbose dell’estate, Billy il Cane si muove non visto verso una meta che conosce lui solo: ha consumato il suo tempo. Si sottrae fieramente al consorzio umano, come la sua profonda ferinità gli impone. I suoi tutori lo cercano e lui, fratello della notte, inciampa con la memoria nella sua vita da cane: rivede l’infanzia disgraziata, l’ingresso nella casa del balzano terzetto dei suoi tutori che lo hanno strappato alla strada, la biblioteca del tutore dove ha ‘assaggiato’ la carta di tanti libri e per osmosi ha imparato la sua lingua. E poi le sfide, le risse, i morsi, gli amori e soprattutto la rabbia che sempre ha abitato il suo bellicoso cuore smargiasso, impaziente di avanzare nel mondo. Il piccolo cane con la lettera maiuscola se ne va, con le orecchie di velluto puntate verso il cielo, per continuare a sentire tutto, eterno come eterne sono le vite di chi ha molto vissuto.


L’autore

Alberto Rollo, nato a Milano, è scrittore, critico, traduttore e figura significativa dell’editoria italiana. Operatore culturale, grande appassionato di musica, è traduttore, fra gli altri, di Jonathan Coe, Steven Millhauser, Truman Capote, Henry James. Ha pubblicato Un’educazione milanese (2016, finalista al Premio Strega 2017), L’ultimo turno di guardia (2020, Premio internazionale L’Aquila, terna finalisti Premio Napoli) e Il miglior tempo (2021).


  • Casa editrice: Ponte alle Grazie
  • Data di uscita: 3 settembre 2024
  • Pagine: 181
  • Prezzo: 16,90

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GLI STRAORDINARI di Edoardo Vitale



Le giornate erano ancora abbastanza lunghe e si faceva in tempo a cogliere l’ultima luce del giorno mentre si posava sui grattacieli che tracciavano forme nitide nel cielo. Uomini in camicia dai tagli di capelli perfetti e donne dalle borse griffate si mischiavano con gli adolescenti in tuta e scarpe da ginnastica. Passeggiavano su viale Europa finché non prendevano posto fuori dai bar per bere gli Aperol Spritz che avevano agognato per tutto il giorno.
Sembravano assolutamente determinati a dimenticare quello che era avvenuto e ciò che erano stati nelle otto ore precedenti.
L’aperitivo era il corollario naturale di ogni giornata di lavoro, di lì a poco il quartiere avrebbe sprigionato il bagliore finale, prima di svuotarsi rapidamente e cadere in un coma denso e ovattato, una specie di stand-by indotto. Nei giorni infrasettimanali non c’era una vera vita notturna all’EUR, fatta eccezione per i rider che sfrecciavano in scooter e consegnavano cibo nelle ville limitrofe, trincerate dietro alte siepi e schiere di telecamere di sorveglianza, antifurti, inferriate e cancelli allarmati. Tutto il quartiere poteva sembrare un set cinematografico a fine riprese, sui circoli sportivi e sulle insegne degli estetisti calavano il buio e il silenzio e si espandevano a macchia d’olio verso i sobborghi circostanti del Torrino, dell’Axa, di Casal Palocco, i quartieri discreti, dove vivevano i car-diologi, gli avvocati, i chirurghi, i manager e i calciatori, per rimanere immuni agli abomini che dominavano il resto della città.
Poi, al mattino seguente, gli stessi uomini in camicia e le stesse donne incipriate sbucavano uno a uno dai garage, a bordo dei loro SUV, per fare ritorno negli uffici, dopo aver lasciato i figli al sicuro nelle scuole private. Alcuni di loro, prima di aprire lo sportello, si abbandonavano a un breve pianto. 

23 settembre 2024

Quando la carriera risucchia la vita e la deforma. Il caso dei millenials, la generazione di mezzo.


Gli straordinari non sono le ore che dedichiamo al lavoro che non sarebbero dovute. Sono le persone che rompono le righe, che si tolgono cravatta e tacchi vertiginosi, che resistono alle tentazioni di una realtà che ci vuole asserviti ai simboli e alle etichette.

Questo romanzo è un racconto vertiginoso e spietato dell’epoca in cui il lavoro ci ha investiti e e risucchiati. L’epoca in cui il successo professionale è divenuto un tiranno sempre più esigente, difficile da mantenere se non a costo di enormi sacrifici. Che annulla la vita privata e pretende di pilotarla come crede. Che vuole sempre di più. Che annienta desideri, sogni e aspettative. Un equilibro che può spezzarsi con niente e che va mantenuto ad ogni costo. 

Poco più che trentenni, Nico e Elsa hanno raggiunto un’importante posizione lavorativa in seno ad un’azienda che promuove i valori green, tanto in voga. Il lavoro, con i suoi tempi, scandisce la loro vita, sempre più orchestrata da quelli che l’azienda ritiene essere i suoi valori cardine.

Il bisogno di controllo, l’insonnia costante, le emicranie, quell’ansia  sottile che verosimilmente può essere scambiata per adrenalina, sono ormai compagni di vita. Vita che si è trasformata in un vortice senza via di fuga. 

Non si può evadere da una simile prigione. Una gabbia dorata inespugnabile abitata da altri inconsapevoli prigionieri con i quali dividere una vita al servizio di obiettivi sempre più ambiziosi.

Nico tuttavia inizia a mettere in discussione se stesso e ciò che ha dovuto modificare per inseguire il successo e le aspettative degli altri. Il suo occhio vede con estrema chiarezza cosa è diventato, un ingranaggio in una catena inesorabile e affabulatrice. Il suo rapporto con Elsa che sembra esistere e resistere anche grazie al collante e alla pressione del loro lavoro. Il suo stesso corpo, che sembra ribellarsi ai ritmi che Nico gli impone. Una vita intera costruita al servizio di una missione che giorno dopo giorno appare sempre più  forzata e subdola.

Edoardo Vitale confeziona un romanzo dagli echi distopici e dalla forza narrativa travolgente che possiede una profondità, una consapevolezza e una chiarezza che stordiscono. 

Capace di smontare con grande efficacia i costrutti assurdi e fallaci della società consumistica e di scoprire le trappole che la società tende all’uomo senza sosta, rappresentandogli un mondo fittizio e dorato che invece è il tiranno più feroce che possiamo immaginare.

Vitale ci mostra cosa c’è al di là del confine, oltre il confort dei nostri modi di vivere. Una terra insidiosa piena di buche e di gorghi.  Ma che può essere abitata, grazie all’enorme potere del compromesso e della rinuncia in favore di schemi esistenziali più semplici.

Questo romanzo è quanto di più coraggioso, poetico e dirompente si possa leggere. È una lettura che scoperchia vasi e cancella a colpi di spugna costrutti e dettati. 

Un canto che libera la generazione di mezzo, nata e cresciuta sotto la luce accecante della produttività a tutti i costi e maturata mentre la velocità del cambiamento confonde ogni percezione. Questo romanzo gli concede il beneficio della vertigine, dello straniamento. E una seconda occasione, sempre.


Il romanzo

Nico ed Elsa si sono conosciuti durante gli anni dell’università, a Roma. Mentre il paese era paralizzato dalla crisi economica e i loro coetanei andavano all’estero per cercare lavoro o per trovare se stessi, si sono innamorati sfacciatamente, e a quell’amore si sono aggrappati come a una scialuppa durante una tempesta. Dopo qualche anno di appartamenti condivisi e lavori precari, sono stati assunti da pANGEA, una multinazionale che si occupa di sviluppo sostenibile e transizione ecologica: in pratica, di aiutare i brand ad apparire più etici e green. Oggi hanno trentasei anni e grazie al loro talento e ad alcune idee di grande successo, come un’app di ginnastica respiratoria che stimola la produttività degli utenti, hanno scalato i vertici dell’azienda. Sono direttori creativi del reparto di Innovazione digitale, vincono premi prestigiosi, hanno comprato casa e l’hanno arredata con devozione, possono permettersi cibo a chilometro zero, viaggi intercontinentali, abbigliamento slow fashion. Ma lavorano senza sosta, sono costantemente connessi, hanno la sensazione di non potersi fermare mai, neppure la notte, quando i progetti e le scadenze si trasformano in incubi. Mancano poche settimane al p-Day, l’appuntamento più importante dell’anno, il giorno in cui pANGEA presenta al pubblico i prodotti del futuro. Quest’anno si terrà per la prima volta a Roma e la squadra di Innovazione digitale è più che mai sotto pressione. Mentre il caldo assedia la città, gli incendi costringono le persone a chiudersi in casa e le proteste degli attivisti climatici vengono represse con la forza, nella quotidianità apparentemente perfetta di Nico ed Elsa si insinuano, come granelli di sabbia in un ingranaggio, dubbi e insofferenze impossibili da ignorare. Con una prosa precisa e affilata, a tratti frenetica, a tratti malinconica e pervasa di dolcezza, Edoardo Vitale si chiede che cosa sia l’amore ai tempi della performance, dell’ansia dilagante e della crisi climatica. Gli straordinari è la storia di Elsa e Nico, ma racconta il presente e il passato recente di un’intera generazione, esplora il suo complesso rapporto col lavoro e ne smaschera in modo sconcertante ossessioni, vizi, dipendenze e paure.


L’autore

Edoardo Vitale è nato a Roma nel 1989. Scrive di cultura per diversi magazine, Gli straordinari è il suo primo romanzo.


  • Casa editrice: Mondadori
  • Pagine: 170
  • Prezzo: E 18,50

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VIVA IL LUPO di Angelo Carotenuto


La mattina dopo mi mossi verso il mondo che aveva partorito quell’incanto. Era oltre le vecchie concerie, prima di entrare nella zona nuova del paese. Fermai la moto di fronte a questo chalet a due piani, aveva un giardino curato davanti alla porta e uno più brullo sul retro. Abbassai il cavalletto e sedetti là, a guardare cosa succedeva e chi passava. Finché misi a fuoco il rumore di un treno in corsa, non molto lontano, e il suono gelato di un passaggio a livello.

16 settembre 2024

Guardare senza vedere, storie di talent per invisibili.

Gli eventi che investono la nostra vita sono spesso catene inarrestabili, frane improvvise che travolgono esistenze e cambiano la morfologia del terreno su cui poggiano i piedi, ritenuto a torto una base solida, al contrario spesso vere e proprie sabbie mobili che ci colgono impreparati, indifesi, disarmati.

Questo improvviso sgambetto è ciò che accade a Puro, un cinquantenne a cui la vita ha finora sorriso. È un uomo di successo, leader di un gruppo musicale che si è fatto strada, approfittando dei venti favorevoli e cogliendo le giuste opportunità dentro al mondo effimero e mutevole della televisione. 

Oggi Puro è il giudice più autorevole di un talent show televisivo. Sotto i suoi occhi sfila ogni settimana il futuro della musica, un caleidoscopio di voci, corpi, storie che appartengono a persone imperscrutabili e misteriose per Puro, che finora ha emesso verdetti senza soffermarsi, come del resto il contest richiede, sulle vite e sulle speranze di queste giovani vite.

Poi Tete, giovanissima concorrente a cui Puro ha detto no, muore. Sotto un treno, senza lasciare indizi. Suicidio o terribile incidente?

Per Puro si spalanca l’abisso. Perde la voce, l’unico suo baluardo nel mondo degli altri e si lascia invadere da domande senza risposta, che lo lasciano in balia di un innominabile vortice di emozioni.

Mentre la sua carriera si sgretola Puro mette in discussioni tutta la sua vita e sente di dover riconsiderare chi gli si è parato davanti: compagne, figli, colleghi, amanti,  concorrenti. Dentro di loro Puro intuisce mondi imperscrutabili, a volte affioranti, che lui non si è mai preso la briga di guardare, privandosi di quello scambio salvifico che è il contatto profondo con l’altro. 

Chi sono le persone che hanno attraversato la sua vita? Cosa significa essere giovani oggi? Cosa si prova quando, affacciandosi sugli strapiombi della vita si vede solo nebbia e vertigine?

Il viaggio di Puro scorre dentro a chi ha incontrato e dentro di sé. E un fiume insidioso che lo apre a nuovissime consapevolezze. Un percorso di crescita e di apertura verso gli altri che serba enormi sorprese e gli lascia la voglia di scavare in profondità senza fermarsi alla superficie. Anche quando questa lo abbaglia.

Il tutto costruito con arguzia, ironia, sensibilità, nel roboante calderone fuori e dentro ad un talent, che mostra l’incredibile varia umanità che ci circonda, densa di storie e di vita. 

Un lavoro davvero convincente quello di Angelo Carotenuto. Capace di farsi interprete di due generazioni spesso impenetrabili e distanti. Davanti a sé scoprirà un mondo intonso, rigoglioso, pieno di teneri boccioli e di strenue spine, che trafiggono e lasciano cicatrici. Un omaggio alla generazione silente, che si nasconde dietro ad uno schermo e che non sa più interagire senza provare imbarazzo. Che cerca spazi e tempi che la rappresentino. Luoghi in cui mostrarsi senza filtri e tempo da strappare ai grandi, frettolosi spettatori di disagi e di sconfitte, tristi Cassandre che avevano già previsto il loro fallimento. E una assoluzione per adulti, quelli che “ai miei tempi” era tutto più facile e più bello. Quelli che si sentono forti ma sono fragili bandierine al vento. Ogni tanto accade un miracolo e qualcuno si prende la briga di andare a conoscere, a tastare il terreno.

Carotenuto dimostra che un ponte si può costruire. Iniziamo oggi, allora.


Il romanzo

Un mercoledì di fine luglio Gabriele Purotti si sveglia senza voce. Ha poco più di cinquant’anni ed è il leader dei Dorita, uno dei gruppi rock più in vista della scena indie italiana. Tutti lo conoscono come Puro, è diventato davvero famoso grazie alla televisione, ogni settimana gli passano davanti le giovani speranze della musica italiana e lui è il loro giudice, nel talent show musicale di maggior successo, «Viva il lupo». Adesso il suo futuro di cantante è a rischio, i medici non sanno darsi spiegazioni, lui sì. La voce si è spenta appena saputo della morte di Tete, una ragazzina sedicenne. È stata travolta da un treno mentre attraversava in monopattino un passaggio a livello, con le cuffie alle orecchie e la musica alta. Due giorni prima, alle audizioni del programma, aveva dimostrato un grande talento. Però era stata rifiutata con il voto decisivo del Puro. Forse – sospetta la Procura – potrebbe essere stato un gesto volontario. Gabriele sprofonda nell’abisso del rimorso e comincia una doppia ricerca, dentro e fuori di sé. Vuol sapere tutto di Tete, ricostruire i suoi sogni e quel mondo che sente d’aver spezzato. Poi ha l’urgenza di rintracciare le altre ragazze e i ragazzi da lui bocciati negli anni, di verificare se si è lasciato dietro una scia di dolore e disperazione. Mentre la gara televisiva prosegue inarrestabile senza di lui, macinando rivalità e rancori, vincitori e sconfitti, Puro riesce a entrare in contatto con la famiglia della ragazzina, scoprendo una nonna straordinaria e un fratello stralunato e geniale. Un doppio incontro che cambierà il senso della sua ricerca e il corso della vita di ognuno di loro.
Un romanzo che racconta il presente nei desideri e nelle sconfitte, nella violenza della competizione e nella dolcezza dell’amicizia, capace di rappresentare lo smarrimento della vecchiaia che incombe, lo struggimento di un’adolescenza che pare non aver fine, il disagio di una società di adulti fragili, convinti che invece la fragilità sia dei giovani.


L’autore

Angelo Carotenuto, nato nel 1966, è giornalista professionista dal 1991. Ha lavorato nella redazione napoletana della Gazzetta dello Sport, poi a Repubblica, dove è stato capo redattore della sezione Sport. Attualmente scrive di calcio, libri, musica, cinema per il Venerdì e per il Corriere dello Sport-Stadio. Ha pubblicato i romanzi: Dove le strade non hanno nome (Ad est dell’equatore, 2013) e La grammatica del bianco (Rizzoli, 2014), ambientato durante il torneo di tennis a Wimbledon nel 1980, e vincitore del Premio Selezione Bancarella Sport, e, con Sellerio, Le canaglie (2020) e Viva il lupo (2024). Ha scritto e diretto il documentario C’era una volta Gioânn – 100 anni di Gianni Brera (Sky Arte, 2019).


  • Casa Editrice: Sellerio
  • Data di pubblicazione: 27/08/2024
  • Pagine: 250
  • Prezzo: 16

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VEGLIARE SU DI LEI di Jean-Baptiste Andrea

Ma qualcosa mi aveva preso. Il suo nome mi girava in testa come quei motivetti che i nostri vecchi cantavano quando aveva alzato il gomito, quelle canzoncine popolari che gli restituivano gli occhi dei vent’anni. Viola, Viola, Viola.


3 settembre 2024

Volo e pietra: incanto e disincanto di due anime ribelli

Fresco di stampa (è uscito ieri 3 settembre per La Nave di Teseo) e vincitore, in Francia, di numerosi premi tra cui il prestigioso Prix Goncurt nel 2023, 𝑽𝒆𝒈𝒍𝒊𝒂𝒓𝒆 𝒔𝒖 𝒅𝒊 𝒍𝒆𝒊 è il romanzo perfetto per intraprendere un viaggio sensoriale, storico e sentimentale nell’animo di un talentuoso scultore italiano, Mimo Vitaliani e nella storia d’Italia, dagli inizi del novecento e fino agli anni 80.

Una storia fedelmente resa, che da questa mutua gli umori, i dissapori e le storture del regime fascista, della guerra, della società patriarcale e dei compromessi che all’epoca, come adesso, occorreva accettare per emergere, specie se eri diverso o femmina.

I protagonisti del romanzo sono due personaggi particolari. Lui, Mimo, è affetto da nanismo. Povero, costretto da piccolo a lasciare la propria casa al seguito di uno zio tirannico e alcolista, dovrà lottare con ogni sua cellula per essere accettato dagli altri. La sua arte, attenta a restituire realismo ai suoi soggetti, lo porterà a contatto con una delle famiglie più potenti del tempo, gli Orsini, a cui appartiene Viola, impavida sognatrice, sulla quale si concentrano mille forze concentriche e pericolose: il desiderio di spiccare il volo e la voglia di affrancarsi dai soprusi di una società patriarcale, che vuole la donna moglie mansueta e madre votata al sacrificio. 

Viola rifugge questa immagine già anche nel suo aspetto androgino e spigoloso. Con Mimo suggella un patto di perpetua assistenza e vicinanza. Patto destinato ad avere vita dura, quando Viola vedrà infrangersi i suoi sogni e quando Mimo pagherà il proprio successo come scultore con il compromesso e il tradimento.

Eppure questo amore, che sarà puro e platonico fino alla fine, è un legame più forte di qualsiasi condizionamento. Anche quando uscirà sconfitto dalle prove della vita. E quando il destino chiuderà un sipario di macerie e di sangue, per Mimo giungerà l’occasione della sua vita di artista: una Pietà mistica, dalle suggestioni ipnotiche, che sembra condizionare chiunque la osservi. Un’opera pericolosa e misteriosa che dovrà essere celata agli occhi degli altri.

Vegliare su di lei è una grande storia d’amore e di lotta. Di amicizia, di sofferenza e di voglia di volare per fuggire alle prigioni che ci inchiodano a terra, senza sbarre ma ugualmente inespugnabili, specie per un nano e per una donna. 

Un romanzo che attraversa la storia e la comprime in un unico anelito di libera espressione. Una scrittura perfetta, a tratti cinica e cruda, ma sempre, sempre tesa a scavare dentro ai desideri di chi lotta per avere voce.

Nessuno vince. Tutti in qualche modo escono sconfitti. Eppure ognuno chiude in bellezza, libero e senza limiti.

A volte per fuggire da una gabbia non serve forzare le sbarre. La libertà è sempre un fatto intimo e come tale resta dentro di noi. E ci rende simili a luce. 


Il romanzo

Nel grande gioco del destino, Mimo sembra proprio aver ricevuto le carte sbagliate. Affetto da nanismo, nato in una famiglia di poveri immigrati italiani in Francia, perde il padre, scultore che gli aveva insegnato i rudimenti dell’arte, durante la prima guerra mondiale quando lui è ancora molto piccolo. Incapace di mantenere entrambi, la madre lo affida a uno “zio”, Alberto, in Italia, anche lui scultore, ma dedito più alla bottiglia che allo scalpello. Mimo, però, ha dalla sua un grandissimo talento per la scultura, coraggio e determinazione. Viola Orsini, invece, erede di una famiglia importante, tra le più potenti di tutta la Liguria, trascorre l’infanzia e l’adolescenza tra gli agi e le comodità, ma è troppo intelligente e ambiziosa per potersi rassegnare a vivere una vita di ozio e noia. Sin da bambina va contro le consuetudini tipiche della sua classe e sogna in grande. Mimo e Viola non si sarebbero mai dovuti incontrare, ma il destino è inintelligibile, e così, a tredici anni, si trovano, si sfiorano, si riconoscono e giurano solennemente di non lasciarsi mai. Su di loro, però, incombono le differenze di ceto, che sembrano precludergli ogni possibilità di stare insieme. Sullo sfondo, gli anni convulsi e turbolenti del primo conflitto mondiale, del dopoguerra, del fascismo e della liberazione, attraverso i quali Mimo e Viola saranno costretti a camminare, cercando di tenersi stretti l’uno all’altra, uniti da un legame incrollabile.


L’autore

Jean-Baptiste Andrea è un regista, scrittore e sceneggiatore francese. Mia regina (Einaudi 2018), il suo romanzo d’esordio, ha vinto il Prix Femina des lycéens e il Prix du premier roman e in totale ha raccolto 12 premi letterari. Lavora come sceneggiatore e regista tra la Francia e gli Stati Uniti. Il suo secondo romanzo Deux million d’années et un jour è uscito dopo due anni. Des diables and saints (L’uomo che suonava Beethoven, Einaudi 2022) fa parte della sua trilogia sull’infanzia e si è aggiudicato il Grand Prix RTL-Lire, il premio Relay des Voyageurs Lecteurs e il Prix Ouest-France Étonnants Voyageurs. Nel 2023 conquista il Premio Goncourt con Vegliare su di lei, «la storia d’amore tra Michelangelo – che sogna di diventare un grande artista – e Viola – che sogna di volare. Un romanzo perfetto, sull’amore per l’arte, sull’amore eterno tra un uomo e una donna, sul coraggio di seguire i propri sogni e le proprie idee», come ha scritto Elisabetta Sgarbi, editore La Nave di Teseo.


  • Casa editrice: La Nave di Teseo
  • Traduzione: Simona Mambrini
  • Pagine: 480
  • Prezzo: E 22

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LE FAVOLE DEL COMUNISMO di Anita Likmeta


La verità è che se mia madre fosse qui mi racconterebbe una favola. E se nessuno mi racconta una favola, so che un giorno, quando avrò tutte le parole che servono, me la racconterò da sola.


29 luglio 2024

Al di là del mare, ciò che non abbiamo mai voluto sapere.


Al di la del mare, una terra dilaniata dal regime, dalla povertà, dalla guerra. E una bimba, che la madre ha lasciato ai nonni per andare in cerca di fortuna. 

Ari è ferita nel profondo dall’abbandono. La sua piccola vita è una rincorsa, una salita per sopravvivere e accettare le difficoltà e il disagio di vivere tra gli anni 80 e 90 in Albania, dove  non c’è l’acqua, la luce, ogni cosa è scarsa, anche la più elementare come il cibo e le scarpe. 

Quando il muro di Berlino cade in molti partono verso l’Italia ma i nonni di Ari restano, attaccati alla loro terra, convinti che rimanere sia la scelta più giusta. Certi che l’emigrazione possa trasformarli in creature invise e osteggiate.

Ari aspetta il ritorno della sua mamma. Spera che la porti via con sé verso l’Italia, verso l’ineffabile  miraggio dell’abbondanza. Nel frattempo si consola scrivendo delle favole. Sono parodie taglienti sulla realtà che la piccola vive, sulle dinamiche della dittatura, che non sa spiegarsi ma che emergono con tutto il loro stridore dalle storie, dove animali, personaggi strambi, soprusi ed  emarginazione consegnano a chi legge una morale, che è spesso un monito ad adattarsi ad una realtà cattiva ma pur sempre preferibile a violenza e prevaricazione.

Un romanzo ipnotico, crudo, spietato seppure condito di tenerezza, ironia e candore. Ogni stortura, ogni aberrazione risulta smorzata se è la voce di un bambino a raccontarla. Ma è al contempo ancora più inaccettabile e dolorosa. Una voce pura e disincantata, che sa concentrare in poche immagini una realtà che spacca il cuore. Luoghi e stato d’animo che stanno sospesi e agghiaccianti tra la miseria più sordida e l’incertezza spaventosa che segue ogni regime.

Ari calpesterà il suolo italiano e ne farà conquista, perché nel presente è ricca, colta, affascinante. Sotto il suo sguardo la Ari bambina non scompare mai del tutto. Sta lì, tra le ciglia, a dirci che tutto è possibile. Anche se hai al piede la catena più pesante.

Una lettura che illumina e crea senso di colpa. Indispensabile per ripensare e riscrivere la nostra storia recente. Perché degli errori del passato dovremmo fare tesoro.

Anita Likmeta, come già Pajtim Statovci, si fa portavoce di tutti gli esuli della storia presente. Fa luce sulla storia delle terre dilaniate al di là dell’Adriatico, e palesa meravigliosamente bene quell’urgenza che negli anni 90 creò i presupposti per una immigrazione di massa nel nostro paese. Un’urgenza di cui noi non sappiamo niente. Scambiata per bieco opportunismo. Banalizzata e sminuita. 

Una ferita ancora aperta per chi varcò il mare verso il sogno. Incompreso e inviso da coloro ai quali chiedeva aiuto e solidarietà. Una ferita putrescente, che ancora pulsa e fa male.

Possa la letteratura essere balsamo per tutto il sangue. Per tutto il dolore.


Il romanzo

Le favole del Paese delle Aquile raccontano di asini, meli, operazioni volte a salvare una ragazza pazza con la coda di cavallo, e di fogli che una volta piantati possono far germogliare non solo agli e cipolle, ma pure case. Il Paese delle Aquile è il più felice che ci sia. Anche se non c’è l’acqua corrente, anche se ci sono più bunker che mucche, anche se la mamma di Ari l’ha lasciata dai nonni perché è rimasta incinta troppo giovane per poter lavorare, e anche se quando cade il muro di Berlino altro che fine immediata della dittatura: nel Paese delle Aquile ci sono solo disordine e omicidi e uomini con la faccia coperta. Certo, quando cade il muro di Berlino molti partono per l’Italia, diretti alla riva opposta al Paese delle Aquile che è il più felice di tutti. Ma Ari e i nonni no, loro restano. I nonni si sentono troppo vecchi per partire, e allora Ari aspetta che la madre – partita sulla nave che hanno preso tutti gli altri – torni a prenderla.

Ci sono due Ari in questo romanzo: una è la bambina che vive in Albania tra gli anni Ottanta e Novanta, ed è senza scarpe, perché le scarpe non devono essere consumate e dunque si va scalzi; l’altra è una giovane donna che di scarpe ne ha moltissime, così come ha l’acqua corrente, e oggi vive nel centro di Milano, in un appartamento elegante, passando ore sotto la doccia perché gli shampoo biologici non fanno abbastanza schiuma. Le due si somigliano, un po’ perché sono belle e la bellezza è tutta uguale, un po’ perché sono la stessa Ari.

Anita Likmeta, con tenerezza e ironia, con allegria e spietatezza, esordisce nel romanzo e ci racconta un’infanzia dove, certe volte, pisciarsi sotto era l’unico modo per riscaldarsi.


L’autrice

Anita Likmeta  è un’imprenditrice nata a Durazzo, in Albania, durante il regime comunista di Enver Hoxha, naturalizzata italiana. Arrivata in Italia dopo la guerra civile nel 1997 ha conseguito la maturità classica e si è laureata in Lettere e Filosofia. Le favole del comunismo è il suo primo romanzo.


  • Casa Editrice: Marsilio Editore
  • Pagine: 158
  • Prezzo: E 16,00