Quello che possiamo sapere di Ian McEwan:

Il futuro che guarda il presente



Ian McEwan immagina un futuro che racconta il nostro presente: memoria, social e verità in Quello che possiamo sapere.

Quello che possiamo sapere di Ian McEwan è un romanzo che guarda il presente come se fosse già passato, e proprio per questo riesce a raccontarlo con una lucidità inquietante. Ambientato in un futuro prossimo, il libro costruisce una distanza temporale che permette di osservare il nostro oggi come un reperto: fragile, contraddittorio, già esposto al giudizio di chi verrà dopo. McEwan sceglie una prospettiva narrativa insolita e profondamente letteraria per interrogare la memoria, la verità e il modo in cui la storia del nostro tempo verrà conosciuta e interpretata.

Fin dalle prime pagine, il romanzo mette in scena una tensione costante tra ciò che crediamo di sapere e ciò che effettivamente resta. Una guerra silenziosa tra vero e falso, tra probabilità e aspettative, tra documenti e narrazioni. Una riflessione che coinvolge il futuro dell’umanità, il collasso ambientale, il ruolo dei social e l’illusione che l’accumulo di dati possa coincidere con la conoscenza.

Raccontare il presente come se fosse passato

Scrivere un romanzo ambientato in un futuro prossimo e parlare di un passato che, agli atti pratici, è il presente, è una scelta romantica. Un romanzo abitato dai riverberi della nostalgia di qualcosa che non si è conosciuto, ma che viene immaginato come migliore. Nonostante il ricordo delle catastrofi ambientali che hanno mutato profondamente il mondo, la sua conformazione, e l’uomo che vi abita, disorientato da nuovi confini, nuove forme ed altrettanto nuove idee di segregazione e di solitudine. Nonostante le difficoltà di adattare l’idea al ricordo, la sensazione al vissuto vero. E di mantenere un interesse vivo verso il passato, che di per sé appare più facilmente un sacco vuoto, un luogo ormai arido, irraggiungibile e per questo trascurabile. Guardare il passato dall’alto, da una finestra aperta sul tempo, suona come un invito a riconsiderare il nostro presente, a proteggerlo, a dargli il valore che merita e che solo a posteriori, generalmente, viene percepito per quello che era, cioè una assoluta ricchezza.

Questo anelito per qualcosa che non si è conosciuto e che è andato perso meriterebbe una parola tutta sua, perché va al di là della nostagia, è la smania per qualcosa che un tempo era noto. Non proprio un tormento, ma nemmeno una risorsa. Quel misto di piacere e pena è emotivamente devastante, impedisce la concentrazione.

Nostalgia e distacco: guardare il nostro tempo da lontano

Ian McEwan, con la sua penna assolutamente perfetta, guarda l’oggi da lontano imponendosi quel distacco che dovrebbe rendere l’occhio più obiettivo. L’uomo ha bisogno di distanza, di memoria, per riabilitare qualcosa che sembrava corrotto, inappropriato e incurabile. E ciò che costruisce appare un piccolo miracolo e qualcosa di assolutamente mai visto. Basta andare avanti di cento anni per scoprire la terra spazzata via dalle acque e l’uomo inselvatichito, preda di nuove dipendenze, di vincoli che adesso, dopo le inondazioni e i disastri ambientali, sembra accettare con rassegnazione sorda, instupidito, quasi, dagli abbagli di un’epoca ormai trascorsa che non potrà più tornare. Una involuzione che sembra dettata dalla ribellione della natura contro gli abusi della specie umana. Un ripiegarsi su se stesso, l’occhio a scrutare e la mente a rivangare ciò che è stato, in un mondo più grande, più esteso, seppure sull’orlo di un precipizio, causato dall’influenza incontrollata dei social e dai sussulti di un ecosistema al collasso.

La nostalgia, l’indulgenza, lo stupore attraversano il lettore, mentre legge di un futuro che mostra i segni del degrado, della perdita, della non conoscenza. Un mondo che appare geograficamente più grande a causa delle difficoltà dei trasporti in un ambiente governato dalle acque, ma significativamente più piccolo, perduto nel ricordo, in un presente in cui l’impronta del disastro deve ancora essere metabolizzata. E’ da quel presente limaccioso e rassegnato che Thomas Metcalfe, studioso di letteratura del periodo 1990 – 2030, si muove, intrecciando la ricerca di un vecchio poemetto risalente al 2014 con le sua vita personale.

Thomas Metcalfe e l’ossessione per la memoria perduta

Il romanzo si muove sugli esiti di questa ricerca. L’oggetto è un componimento poetico a corona, quindici sonetti ognuno dei quali inizia con la strofa con cui finisce il precedente, scritto nel 2014 dall’eminente poeta Francis Blundy per la moglie Vivien. Una sola copia, decantata dal poeta stesso la sera del compleanno di Vivien, mai pubblicata ed evidentemente andata perduta. Come tutto ciò che è introvabile, la Corona per Vivien scatena nel mondo accademico e in molti altri ambienti una sorta di febbre. Quel tipo di passione ardente che si prova per ciò che non si potrà avere. Metcalfe vive una specie di ossessione per quell’opera dal gusto barocco e con essa anche per il periodo in cui viene alla luce. Un’epoca complessa, in cui le trasformazioni tecnologiche investono l’uomo e lo pongono innanzi a cambiamenti veloci, destabilizzanti ma anche forieri di un’euforia difficilmente imbrigliabile. Una miccia capace di innescare più tipi di incendi, tutti pericolosi per la specie e per il pianeta. Produzione incontrollata, governata dai magnati dell’energia fossile, grandi gruppi industriali che credono solo nel denaro, speculazione, guerre atomiche come spauracchio di poteri che inseguono ricchezze con un occhio miope e egoista. E poi disastri ambientali come dirette conseguenze. Intelligenza artificiale e social totalmente fuori controllo, capaci di dissacrare qualsiasi credo e qualsiasi reputazione, anche la più immacolata. Il sapere minacciato da un manipolo di persone senza cultura, a capo chino sopra una tastiera e davanti ad uno schermo.

Il nostro presente come passato affascinante

Il nostro presente diventa un passato che resta ugualmente affascinante, seppure stretto nelle morse di un’accelerazione che lo distorce e lo snatura. L’aria ancora non del tutto incontaminata, l’acqua brillante, la terraferma che si estende sotto i piedi. Erba, alberi, fiori. Una varietà di specie ormai perdute, risorse disponibili, una vita lunga, piena, sfacciatamente aperta ad ogni piacere. McEwan riesce così ad emozionarci e a palesare la bellezza di cui ancora disponiamo, pur mettendoci in guardia dai pericoli e da ciò che potrebbe accadere. All’ecosistema, alla politica, alla gestione delle risorse, alla pace stessa, oggi minacciata da più parti.

Ecco, questo è il sentimento che sto cercando di descrivere. La figura in attesa sul ponte moderno sono io. Il ponte crollato sul fiume e l’uomo che cent’anni prima lo attraversa rappresentano il passato dal quale anch’io sono escluso, il passato che da qui sembra integro e prezioso, il tempo in cui molti problemi dell’umanità potevano ancora essere risolti. Quando troppo pochi comprendevano la sublime bellezza dei loro mondi, naturali e costruiti dall’uomo.

Nel 2119 MetCalfe è deciso a scoprire la verità sul poemetto perduto. Una ricerca disperata in un mondo che ha perso interesse per il passato. Persino i suoi corsi accademici non destano interesse negli studenti, presi più dai dettagli delle vite passate che non dalla storia nel suo complesso. Il suo rapporto con la compagna è in crisi come lo è tutta la sua vita, una missione anacronistica, una battaglia persa in un presente sempre più miope e preso da se stesso.

Cosa resterà di noi

La storia recente ha lasciato tracce ben visibili. Nei primi anni 2000 si fa già uso della posta elettronica, i telefoni stanno mutando in dispositivi che fotografano, che utilizzano il messaggio di testo, che navigano su Internet. I social si stanno affacciando e si apprestano a racchiudere veri e propri microcosmi di informazioni. Eppure della Corona nessuna traccia. Metcalfe ha avuto accesso a una miriade di informazioni su Blundy e su Vivien e sui loro conoscenti ed amici ma niente sembra portarlo al poemetto. Eppure nella storia arriva una svolta e la sua portata sarà enorme. Tutti i costrutti di Metcalfe cadranno, mostrando una volta per tutte che niente è mai del tutto sovrapponibile a ciò che ci immaginiamo e all’idea che ci eravamo fatti di persone ed eventi.

La fallacia del sapere e delle deduzioni storiche

Il romanzo racchiude molte verità e molte lezioni. Una fra tutte la fallacia dei nostri ragionamenti e delle nostre deduzioni, quando cerchiamo di comprendere chi ci ha preceduti. E anche i preconcetti che minano le nostre conoscenze, le conseguenze errate che traiamo dai comportamenti degli uomini e delle donne del passato. La convinzione di sapere, di dedurre, la fede sconfinata nella logica, nella consuetudine, nell’effetto scatenato da una causa che siamo convinti di penetrare a fondo.

Il tema di ciò che traiamo dai fatti e dai ricordi del passato e di ciò che lasceremo ai posteri è trattato con enorme trasporto emotivo. Una pietà che corre lungo tutte le pagine. La compassione per l’uomo e per i suoi limiti. Il perdono precostituito verso i suoi errori, la possibilità di immaginare un futuro verosimilmente catastrofico ma in cui non tutto è perduto. Ed infine l’enorme fiducia nell’uomo e in tutte le specie, dotate di una provvidenziale onniscienza e della capacità di prevedere gli eventi, evitando il peggio. Chi ci seguirà sulla linea del tempo cosa potrà sapere di noi? Quali notizie lasceremo, quali ricordi, dalle bacheche dei nostri social, dai nostri messaggi senza punteggiatura, dalle foto modificate, dai nostri tentativi di sembrare interessanti? La storia futura dovrà orientarsi in questo rumore. Dovrà distinguere tra ciò che è stato vissuto e ciò che è stato messo in scena. Tra emozione autentica e costruzione narrativa.

Memoria e racconto: il vero antagonista del romanzo

Infine la memoria, questa spugna che assorbe tutto e che sa anche trasformarlo in ciò che più fa comodo, distorcendo il significato primario a vantaggio del nostro ego, diventa in Quello che possiamo sapere l’antagonista del racconto, della parola scritta. Ciò che resta non è solo ciò che è accaduto, ma ciò che è stato raccontato con maggiore forza, maggiore visibilità, maggiore capacità di circolazione. Quello che possiamo sapere dialoga con questa inquietudine. Ricorda che la conoscenza richiede tempo, selezione, responsabilità. Che ogni archivio ha bisogno di uno sguardo etico. Che la memoria, senza pensiero, resta materia grezza.

Forse la storia del nostro tempo, ricostruita attraverso i social, apparirà confusa, contraddittoria, eccessiva. Un archivio smisurato di immagini, opinioni e identità performate. Quello che possiamo sapere di Ian McEwan ci ricorda che il senso non coincide con la quantità, e che la memoria ha bisogno di pensiero per diventare conoscenza. In un mondo che registra tutto, la letteratura resta il luogo in cui il tempo viene compreso, non solo conservato. E oggi, più che mai, questo fa la differenza.

Perché leggere “Quello che possiamo sapere” di Ian McEwan

Leggere oggi Quello che possiamo sapere di Ian McEwan significa interrogarsi su come il nostro tempo verrà ricordato. Non come lo raccontiamo, ma come resterà. Il romanzo mette in crisi l’idea che conservare tutto equivalga a comprendere, e mostra quanto la memoria, senza uno sguardo etico e interpretativo, possa trasformarsi in una distorsione.

McEwan costruisce una storia che parla di archivi, di social, di conoscenza e di perdita, ma soprattutto parla di responsabilità. Di ciò che lasciamo dietro di noi mentre viviamo immersi nel presente. In un’epoca che registra tutto e riflette poco, questo romanzo invita a rallentare, a selezionare, a pensare.

Quello che possiamo sapere si legge per comprendere che la verità non nasce dall’accumulo, ma dall’interpretazione. E che la letteratura resta uno degli ultimi strumenti capaci di dare forma umana al caos della memoria contemporanea.

Il romanzo

Nell’ottobre del 2014, durante una cena tra amici, il grande poeta Francis Blundy dedica alla moglie Vivien un poema che non verrà mai pubblicato e di cui si perderanno le tracce. Un secolo più tardi, in un mondo ormai in gran parte sommerso dopo un Grande Disastro, lo studioso di letteratura Thomas Metcalfe scopre degli indizi che puntano a un intreccio amoroso e criminale. Ma che ne sappiamo degli uomini e delle donne del passato, con le loro passioni e i loro segreti? E che sapranno i nostri discendenti di noi e del mondo guasto che gli lasceremo in eredità? Nel maggio del 2119 Thomas Metcalfe, studioso di letteratura del periodo 1990-2030, si reca per l’ennesima volta alla biblioteca Bodleiana per consultarne gli archivi, a lui arcinoti, nel tentativo di scovare qualche scampolo di informazione inedita sull’oggetto dei suoi interessi, la fantomatica “Corona per Vivien” del grande poeta Francis Blundy, mai ritrovata. Il viaggio è disagevole, ora che la Bodleiana è stata trasferita nella Snowdonia, nel Nord del Galles, per sottrarre il suo prezioso contenuto alle acque che, dopo il Grande Disastro e l’Inondazione che ne seguì, sommersero l’originaria sede, a Oxford, e gran parte della terra. Ma gli abitanti del ventiduesimo secolo, sopravvissuti a quella catena di eventi, sono avvezzi al disagio e alla penuria, e inclini a guardare alla ricchezza e alla varietà del mondo precedente ora con rabbia ora con sognante nostalgia. Forse anche così si spiega l’ossessione di Metcalfe per il poemetto perduto. Miracolo di costruzione poetica, la Corona di Blundy fu composta poco più di cent’anni prima, nel 2014, in occasione del compleanno della moglie Vivien, e recitata un’unica volta durante i festeggiamenti presso il Casale dei Blundy, in un tripudio di vini e cibi deliziosi e ora introvabili, alla presenza della loro cerchia di amici. Facendo riferimento al celebre banchetto del 1817, cui parteciparono Keats e Wordsworth, l’evento fu successivamente definito «Secondo Immortal Convivio». La profusione di diari, corrispondenze e messaggi disponibili racconta delle correnti di amore e invidia che attraversavano tutti i partecipanti, del primo marito di Vivien, il liutaio Percy, e della malattia degenerativa che si era impossessata del suo cervello, delle ambizioni represse della donna. Ma dell’agognata “Corona per Vivien” neanche l’ombra. Che fine ha fatto la sublime poesia della cui stessa esistenza ormai i più dubitano? Quale verità si cela dietro la sua scomparsa? E quale differenza potrebbe mai fare il suo ritrovamento? Sarà un’intuizione geniale a fornire l’indizio che orienterà Metcalfe in una caccia al tesoro stevensoniana nell’ignoto. Il suo viaggio svelerà una storia d’amore e di compromessi e un crimine impunito, e getterà una luce nuova su figure che le parole tramandate gli avevano fatto credere di conoscere intimamente.


L’autore

Scrittore e sceneggiatore britannico. Esordisce con due raccolte di novelle, Primo amore, ultimi riti (1975 – pubblicato da Einaudi nel 1979 con la traduzione di Stefania Bertola) e Tra le lenzuola (1978 – edito da Einaudi nel 1982 sempre con la traduzione della Bertola), che ritraggono, in uno stile raffinato e impersonale, situazioni quotidiane, dominate tuttavia dall’ossessione per il sesso e segnate dalla morte. Sesso, perversione e morte sono temi trattati anche nei primi romanzi, Il giardino di cemento (1978, portato sul grande schermo nel 1993 dal regista Andrew Birkin con la nipote Charlotte Gainsbourg e tradotto dalla Bertola per Einaudi nel 1980) e Cortesie per gli ospiti (The Comfort of Strangers 1981 – Einaudi 1983, tradotto in film nel 1991 dal regista Paul Schrader con Christopher Walken, Rupert Everett, Natasha Richardson ed Helen Mirren), e diventano una metafora del vuoto di valori del mondo contemporaneo. Nei romanzi successivi lo scrittore si interroga sulla natura delle relazioni e dei sentimenti, spesso estremi, nati in contesti esasperati. Bambini nel tempo (1988 – Einaudi traduzione di Susanna Basso): la scrittura nervosa e asciutta di McEwan si apre in questo testo a improvvisi lampi di suggestiva liricità. Lettera a Berlino (1990 – Einaudi, anocra tradotto da Susanna Basso), da cui John Schlesinger trasse nel 1993 il film The Innocent, con Anthony Hopkins e Isabella Rossellini. Del 1993 anche la storia di The Good Son di Joseph Ruben con Macaulay Culkin, Elijah Wood. Cani neri (1992) indaga invece l’impossibilità di conciliare religione e progresso scientifico, materialismo e metafisica. Si ricordano poi L’amore fatale (1997, Enduring Love) da cui l’omonimo film del 2004 di Roger Michell con Daniel Craig, Amsterdam (1998, Booker Prize), Espiazione (2001 Atonement – nel 2007 divenuto un film di Joe Wright con James McAvoy e Keira Knightley), Sabato (2005), Chesil Beach (2007 a breve un film con la regia di Sam Mendes e la sceneggiatura dello stesso McEwan). Del 2011 è Solar. Nel 2012 esce Miele. Alla sua produzione appartengono anche le raccolte di storie per bambini Rose Blanche (1985) e L’inventore dei sogni (1994). McEwan ha scritto anche per la televisione. Nel 2017 ha vinto il Premio Bottari Lattes Grinzane per la sezione La Quercia, intitolato a Mario Lattes (editore, pittore, scrittore, scomparso nel 2001), dedicato a un autore internazionale che ha saputo raccogliere nel corso del tempo condivisi apprezzamenti di critica e di pubblico.
Tra le sue recenti pubblicazioni ricordiamo: Nel guscio (2017), il racconto Il mio romanzo viola profumato (2018),Macchine come me (2019), Lo scarafaggio (2020), Lezioni (2023), Quello che possiamo sapere (2025).


  • Casa Editrice: Einaudi Editore
  • Traduzione: Susanna Basso
  • Pagine: 376
  • Prezzo: E 21,00

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Il peso della farfalla di Erri De Luca

La vita e la morte nella natura selvaggia

Un’analisi poetica e simbolica del racconto di Erri De Luca: il camoscio, l’uomo, la farfalla e il fragile equilibrio tra natura, vita e morte.



La delicatezza della vita e l’inevitabilità della morte nella scrittura di Erri De Luca.

La purezza di una farfalla e il peso della vita che finisce. Un camoscio e un uomo. Il re e il bracconiere. La maestosità della natura, l’istinto, la chiaroveggenza dolorosa che nasce dai sensi dell’animale. Il calcolo dell’uomo, l’intelligenza che addomestica la sensazione, la spinta egoista che lo muove. Solitudine e introversione assoldati al bisogno di misurarsi con qualcosa che sfugge alla comprensione, qualcosa di grande e di schiacciante.

Appartenere ad un branco, con le sue gerarchie e le sue leggi. Le stagioni che dettano i ritmi naturali, le generazioni che si affacciano alla vita ogni primavera, la terra che cambia colore e consistenza sotto gli zoccoli sensibili e il cielo che brilla di notte ed è soffitta lucida di giorno. Tetto soave che racchiude i pascoli, le rocce. E gli strapiombi, gli strappi che l’animale ricuce con un balzo, frutto di atavici istinti che scalzano la morte, forti della vita istintiva che corre nelle sue vene.

Agire da solo, inviso dagli altri. La pelle è una corazza per un animo selvatico che si scontra con l’umidore dolce dei sensi, tenuti al laccio e che tuttavia emergono a tratti, come un relitto che affiora a pelo d’acqua con il suo carico inestimabile. La montagna è un rifugio. Inospitale, aspro, duro, per dare un senso di potenza all’uomo, che conosce i suoi limiti, la sua inferiorità rispetto all’animale e per questo vuole sfidarlo.

Tra l’uomo e il re dei camosci c’è il sangue di una madre abbattuta e sventrata, nel coro nero delle aquile che banchetteranno con le viscere dell’animale, complici del fucile che dà la morte.

Una vita ad osservare, l’attesa di un incontro e il bisogno di uno scontro. che diventa necessario, il senso ritrovato di due vite trascorse ad imperare. Il camoscio sul suo branco. L’uomo sul suo passato e le sue debolezze.

La farfalla: simbolo di vita, destino e fine.

E la farfalla, la sua mirabile grazia e l’inconsistenza delle sue ali incorruttibili eppure fragilissime, è il destino e la morte che incombe sul re dei camosci e sul cacciatore, un dettaglio che appare ogni volta che l’animale e l’uomo riflettono sulla propria vita e sul senso della fine che incombe. Il volo spezzettato che è l’opposto del sibilo del piombo, quando sfreccia crudele verso la carne inerme. Il volo innocente e delicato che segna il punto di svolta e il finale inevitabile. È il simbolo della vita, della mortalità e del delicato equilibrio tra uomo e natura, dove un gesto minimo cambia tutto. La disarmante poesia che racchiude il nucleo tematico del racconto: la delicatezza della vita e l’inevitabilità della morte, il contrasto tra la forza bruta e la fragilità umana e animale.

Vita, morte e consapevolezza

La morte che giunge è un dono che l’uomo e il camoscio, ormai pari, ricevono. La conoscenza assoluta e definitiva che la vita è un pulviscolo fugace, piccolissimo e lieve di fronte al disegno della natura e delle sue leggi. Resta la fede in un’esistenza pura, istintiva, cruda e persino crudele. È la consapevolezza che potenza e fierezza coesistono con fragilità e vulnerabilità. E che fragilità e vulnerabilità sono le luci tremule che ci riportano a terra, a fare i conti con una vita che fugge via, inconsistente e piccola. La luce che annienta l’illusione di lasciare un segno nel campo infinito, nel disegno immutabile e imperante. L’animale lo sa. L’uomo no. Lo apprende alla fine. E non sempre.

La poetica di Erri De Luca: natura, ferinità, verità.

Un racconto che racchiude il senso della vita e della morte e l’incedere del tempo dentro ai grovigli dei sensi e degli istinti. Una scrittura che incanta, che coglie in pieno la forza della natura, l’impeto di vita dell’animale, la sua saggezza, la spinta a muoversi dentro ad una sintonia perfetta, in contrasto con lo sforzo calcolato dell’uomo, che segue la corrente adattandosi e ingannando la natura con l’intelligenza.

Tutto è poesia, nella penna illuminata di De Luca. Tutto è incanto, purezza, ferinità, ricerca di quella connessione capace di elevare un’esistenza e di riportarla verso i ritmi naturali, verso il primordiale battito. Dove la perfezione esiste ed è accessibile. La chiave per trovarla sta in queste pagine.


Il racconto

Il re dei camosci è un animale ormai stanco. Solitario e orgoglioso, da anni ha imposto al branco la sua supremazia. Forse è giunto il tempo che le sue corna si arrendano a quelle di un figlio più deciso. E novembre, tempo di duelli: è il tempo delle femmine. Dalla valle sale l’odore dell’uomo, dell’assassino di sua madre. Anche l’uomo, quell’uomo, era in là negli anni, e gran parte della sua vita era passata a cacciare di frodo le bestie in montagna. E anche quell’uomo porta, impropriamente, il nome di “re dei camosci” – per quanti ne aveva uccisi. Ha una Trecento magnum e una pallottola da undici grammi: non lasciava mai la bestia ferita, l’abbatteva con un solo colpo. Erri De Luca spia l’imminenza dello scontro, di un duello che sembra contenere tutti i duelli. Lo fa entrando in due solitudini diverse: quella del grande camoscio fermo sotto l’immensa e protettiva volta del cielo e quella del cacciatore, del ladro di bestiame, che non ha mai avuto una vera storia da raccontare per rapire l’attenzione delle donne, per vincere la sua battaglia con gli altri uomini. “In ogni specie sono i solitari a tentare esperienze nuove,” dice De Luca. E qui si racconta, per l’appunto, di questi due animali che si fronteggiano da una distanza sempre meno sensibile, fino alla pietà di un abbraccio mortale.


L’autore

Diciottenne, vive in prima persona la stagione del ’68 ed entra nel gruppo extraparlamentare Lotta Continua. Poi sceglie di esercitare diversi mestieri manuali in Africa, Francia, Italia: camionista, operaio, muratore. Studia da autodidatta l’ebraico e traduce alcuni libri della Bibbia. È opinionista de «il Manifesto».
Ha pubblicato con Feltrinelli: Non ora, non qui (1989), Una nuvola come tappeto (1991), Aceto, arcobaleno (1992), In alto a sinistra (1994), Alzaia (1997), Tu, mio (1998), Tre cavalli (1999), Montedidio (2001), Il contrario di uno (2003), Mestieri all’aria aperta. Pastori e pescatori nell’Antico e nel Nuovo Testamento (con Gennaro Matino, 2004), Solo andata. Righe che vanno troppo spesso a capo (2005), In nome della madre (2006), Almeno 5 (con Gennaro Matino, 2008), Il giorno prima della felicità (2009), Il peso della farfalla (2009), E disse (2011), I pesci non chiudono gli occhi (2011), Il torto del soldato (2012),  La doppia vita dei numeri (2012), Ti sembra il caso? Schermaglia fra un narratore e un biologo (con Paolo Sassone-Corsi 2013) e Storia di Irene (2013).

  • Casa Editrice: Feltrinelli
  • Pagine: 70
  • Prezzo: E 9,00

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L’attesa del diavolo di Mary MacLane: desiderio, scandalo e femminile radicale.


L’attesa del diavolo di Mary MacLane, tradotto e riscoperto da Sofia Artuso per Ago Edizioni: femminile, fuga, desiderio, scrittura come atto di esistenza.


L’attesa del diavolo: Mary MacLane e la fame di esistere

L’attesa del diavolo arriva dal primo Novecento come una lama crudele. Taglia il tempo, attraversa il secolo, si posa sul presente con una precisione feroce. Mary MacLane scrive per emergere, per essere vista, per incidere il proprio nome nella carne del mondo. Scrive per restare. E rimane, come un lampo che illumina un cielo grigio. Luce che acceca e che riscrive le modalità di essere donna, in un’epoca che vorrebbe rinchiuderla in un perimetro asfittico, in secondo piano, i contorni sfocati e la voce ridotta ad un bisbiglio. Una gabbia che Mary decide fin da giovanissima di violare.

Questo romanzo, riscoperto grazie al lavoro di scout letteraria di Sofia Artuso e restituito al lettore italiano attraverso una traduzione che conserva febbre, eccesso e vertigine, rappresenta una chiamata. Una chiamata al desiderio, alla voce, alla libertà. Ago Edizioni compie qui un gesto editoriale necessario: riporta alla luce una scrittura che brucia.


Mary MacLane: una voce femminile troppo avanti per il suo tempo

Mary MacLane nasce nel 1881 e cresce in un contesto nordamericano dominato da moralismo, controllo sociale e rigida gerarchia patriarcale. A diciannove anni pubblica L’attesa del diavolo e diventa subito un caso. Il libro vende moltissimo, scandalizza, divide. Una giovane donna che parla di ambizione, corpo, desiderio e grandezza personale scuote un mondo che vuole le donne silenziose.

Mary si percepisce come creatura eccezionale. Rivendica il diritto alla gloria, alla memoria, alla centralità. Il suo femminile appare moderno, visionario, radicale. Una soggettività che si afferma senza chiedere autorizzazioni.


Il femminile come centro e come urgenza

Il femminile che attraversa L’attesa del diavolo vive di intensità. Mary parla di sé come soggetto assoluto, corpo desiderante, mente febbrile. Il femminile prende spazio, reclama attenzione, pretende sguardi. Qui la donna scrive per fondarsi, per darsi forma, per esistere pienamente. Ogni pagina diventa una dichiarazione di presenza. Ogni frase un atto di rivendicazione.


Fuga e felicità: il desiderio di una vita più grande

La fuga rappresenta una tensione costante. Fuggire significa cercare una felicità possibile, coerente con la propria intensità interiore. La provincia soffoca, le convenzioni stringono, il tempo storico limita. Mary guarda oltre e immagina una vita diversa, più ampia, più vera. La fuga assume valore creativo. Diventa gesto di fedeltà verso se stessa. Una promessa di libertà.


Scrittura come realizzazione di sé

Per Mary MacLane la scrittura coincide con l’esistenza. Scrivere significa diventare. La pagina accoglie corpo, ossessioni, desiderio di assoluto. Ogni parola serve a fissare una traccia, a opporsi alla sparizione. La scrittura fonda l’identità. Espone. Incide. Salva. Tradurre tutto questo richiede ascolto e coraggio.


Sofia Artuso: scouting letterario e traduzione come alleanza

Il lavoro di Sofia Artuso si muove su due piani fondamentali: la scoperta e la restituzione. Come scout letteraria riconosce una voce necessaria sepolta dal tempo. Come traduttrice sceglie di accompagnarla, rispettarne il ritmo, conservarne l’eccesso. La traduzione mantiene intatta la carica emotiva del testo, il suo stile diretto, febbrile, volutamente sbilenco. Una lingua che corre, inciampa, accelera. Una lingua viva. Alla quale Artuso ridà voce, consentendone tutti i rimbombi, oggi più che mai assordanti, nonostante siano trascorsi molti anni di lotte e di rivendicazioni femministe. Un lavoro che si immagina complesso, impegnativo. L’atto di imbrigliare il narrato di Mary, un puledro scalpitante che non vuole essere domato ma correre a perdifiato sull’erba, dietro a nuvole capricciose e sfuggenti. L’atto con il quale la traduttrice asseconda lo spirito di Mary, resistendo alla tentazione di normalizzarlo, di renderlo più educato. Evitando di sentirsi chiamata in causa come donna prima che come professionista. Compiendo, giocoforza, un atto politico.


Uno stile diretto, folle, scandaloso

Lo stile di Mary MacLane vibra di urgenza. Diretto, confessionale, ardente. Una scrittura che rifiuta l’equilibrio e abbraccia l’eccesso. Una follia che assume valore conoscitivo. Permette di vedere più a fondo, più a nudo. Questo stile scuote perché espone. Disturba perché rivela. Affascina perché osa. E’ un atto di auto-creazione, una vera sfida al mondo.


Scandalo e patriarcato: il bisogno di scuotere

Mary scrive dentro una società che assegna alle donne ruoli ristretti. La sua risposta passa attraverso lo scandalo. Attraverso il desiderio. Attraverso la parola. L’attesa del diavolo incrina l’ordine patriarcale e ne mostra le crepe. La voce di Mary disturba perché afferma una soggettività femminile piena, carnale, ambiziosa.


Carnalità come linguaggio dell’anima

Il corpo attraversa ogni pagina. Sente, desidera, reclama. La carnalità diventa forma di conoscenza. Il desiderio parla una lingua primaria. Corpo e parola coincidono. La carne si fa scrittura. La scrittura diventa corpo.


Il suicidio come ultima soglia di libertà

Nel romanzo emerge anche il pensiero del suicidio. Una riflessione dura, lucidissima. Il suicidio appare come possibilità estrema di controllo, come ultima chiave custodita. Una scelta che restituisce padronanza. In una società che decide per le donne, questo pensiero assume un valore radicale. Terribile e potente insieme. Ed è anche un pensiero tremendamente evocativo, dal momento che Mary, ancora molto giovane, disillusa e dimenticata, muore probabilmente per sua propria mano. Rigettata dalla stessa società che qualche anno prima l’ha osannata. Dopo il clamore, il silenzio. Dopo l’onda anomala, la quiete assordante.


Il diavolo come figura umana da venerare

Il diavolo del titolo vive lontano dalla teologia. Rappresenta l’alterità, la trasgressione, la promessa di una vita più intensa. Una figura umana che vede Mary, che la riconosce, che la desidera. Venerare il diavolo equivale a scegliere l’eccesso, la febbre, il desiderio. Una presa di posizione simbolica che racchiude tutta la forza sovversiva del testo. Il diavolo di Mary MacLane è il latore di una felicità che annienta. Che è il fine e il mezzo per realizzarsi. E’ desiderio, carnalità, piacere estremo che passa dal corpo, attraversandolo e conquistandone ogni recesso. Un’idea che al tempo è blasfemia, e che proprio per questo incarna il desiderio di Mary di scandalizzare nel profondo i suoi lettori. Solo scuotendo il lettore Mary può aspirare a lasciare il segno. Solo lo scandalo può darle luce, risonanza. Tutto il resto resterebbe solamente il canto dl cigno di una donna insana di mente, immediatamente messo a tacere.


Mary MacLane oggi: una presenza ingestibile

Mary oggi userebbe la parola come arma. Scriverebbe per esporsi, per disturbare, per lasciare segni. Parlare di corpo, desiderio, morte, ambizione resterebbe il suo gesto politico. Verrebbe osservata, sezionata, discussa. Continuerebbe a scrivere. Sempre. Per essere vista. Per essere ricordata. In un presente in cui spesso si scrive per essere visti e solo secondariamente, per esistere.

Perché leggere oggi L’attesa del diavolo

Leggere oggi L’attesa del diavolo significa accettare un corpo a corpo. Con il desiderio, con l’ambizione, con la voce di una donna che rifiuta ogni forma di ridimensionamento. In un tempo che ama le narrazioni rassicuranti, Mary MacLane arriva come una presenza che eccede, che parla troppo, che chiede tutto. E proprio per questo risulta necessaria.

Questo libro interroga il presente con una lucidità quasi imbarazzante. Parla di visibilità come bisogno vitale, di scrittura come atto fondativo dell’identità, di fuga come scelta legittima quando il mondo risulta insufficiente. Temi che attraversano le vite di molte donne contemporanee, spesso ancora costrette a contrattare spazio, voce, desiderio.

Leggere Mary MacLane oggi significa riconoscere una genealogia. Capire da dove arriva una certa radicalità femminile. Ritrovare una scrittura che vive fuori dal compromesso, che rifiuta la pedagogia del dolore e la retorica della guarigione. Qui non esiste redenzione. Esiste intensità. Esiste fame di vita. Esiste la volontà di lasciare un segno.

In un’epoca che chiede alle donne di essere forti ma composte, consapevoli ma concilianti, Mary MacLane sceglie l’eccesso come forma di verità. Il suo io smisurato, esposto, dichiarato, diventa un gesto politico ancora attivo. Un invito a occupare lo spazio senza chiedere scusa.

L’attesa del diavolo si legge oggi per ricordare che il desiderio non ha bisogno di giustificazioni. Che la scrittura può essere una casa, una fuga, un’arma. Che alcune voci arrivano troppo presto e per questo continuano a parlarci più forte.


Il romanzo

«Vorrei che questo Ritratto venisse pubblicato e prendesse il largo in quel profondo mare salato – il mondo. Lì, sicuramente, qualcuno in grado di capirlo e di capirmi ci sarà». Mary MacLane vive a Butte, nel Montana, che a detta della stessa autrice, offre «uno dei panorami più brutti che si possa desiderare di vedere». Ha diciannove anni quando scrive I Await the Devil’s Coming, un grido forte e distinto che vuole far tremare i buoni propositi della società borghese americana totalmente incapace di accogliere una mente libera e rivoluzionaria come quella di Mary MacLane, che arriva a porsi nel 1901 la questione: «esiste, in questo mondo spietato, qualcosa di sublime quanto l’amore puro di una donna verso un’altra donna?». Di qui nasce L’attesa del Diavolo, che non è: «quell’orrenda creatura in calzamaglia rossa, con zoccoli caprini, coda e un forcone a due punte. Invece, penso a lui come a una persona di immane fascino, forte, dalla volontà d’acciaio e con indosso abiti comuni – un uomo di cui innamorarsi perdutamente, follemente». Un memoir, un ritratto che si serve della struttura del diario, quasi un retaggio formale dell’infanzia, un libro la cui scrittura insegue il senso e i pensieri dando vita a un flusso di coscienza animato dalla ricerca a tratti estenuante e a tratti rassegnata, di una pur effimera via di fuga.
E in questa fessura di vita di tre mesi, in cui MacLane riporta il suo quotidiano nero su bianco, si riconosce la spavalderia dei vent’anni che non ammette chiaroscuri ma soltanto colori netti e vividi.

Al libro bastò un solo mese di pubblicazione per suscitare un’eco fortissima, tanto che il nome di Mary MacLane si fece conoscere presto in tutto il Nord America. La stampa riempì intere colonne di giornale di articoli su questa autrice sconosciuta, la squadra di baseball di Butte si fece ribattezzare in The Mary MacLanes, si arrivò subito a parlare di “MacLaneismo”, il «Washington Post» definì il libro come «uno dei più sorprendenti pubblicati negli ultimi anni», venne persino inventato un cocktail col suo nome. Un libro la cui forza evocativa non si è persa nel tempo, ma, al contrario, è ancora capace di restituire al lettore un sentimento di lotta e grazia.


L’autrice

Nasce nel 1881 a Winnipeg, in Canada. In tenera età si trasferisce con la sua famiglia negli Stati Uniti: in un primo momento nel Minnesota, poi, in seguito alla morte del padre e al nuovo matrimonio della madre, a Butte, nel Montana. Nel 1902, a diciannove anni scrive il suo primo libro, I Await the Devil’s Coming che, pubblicato con il titolo The Story of Mary MacLane, vende inaspettatamente centomila copie. La censura si affretta a vietarne la vendita dopo soltanto un mese a causa degli argomenti trattati considerati scandalosi. Seppur breve, questo successo le garantisce la possibilità di lasciare la provinciale Butte per l’agognata New York. Invischiata in processi per furto, regista, giocatrice d’azzardo, morì proprio a New York il 6 agosto 1929, forse suicida, con una copia del suo primo, indimenticato, libro tra le mani.


  • Casa Editrice: Ago Edizioni
  • Traduzione: Sofia Artuso
  • Pagine: 240
  • Prezzo: E 18,00

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Estinzione di Francesco Mazza: amore e ossessione nell’era digitale

-significato, trama e perché leggerlo-


Una radiografia feroce delle relazioni e del desiderio nell’era dei social e dell’omologazione. Scopri trama, temi, pregi e perché leggerlo



Si pensa che le coppie che funzionano siano quelle basate sul reciproco rispetto, sul dialogo, su caratteri e sensibilità diverse che si incastrano come le tessere di un puzzle, e che i partner ideali siano quelli in grado di capirsi, di sostenersi, di valorizzarsi a vicenda. Tutte stronzate. Le coppie che funzionano, e durano nel tempo, sono quelle dove la combinazione di patologie diverse finisce per ingigantirle e crearne di nuove. Nessuno vuole qualcuno che lo aiuti a cambiare: cambiare se stessi costa troppa fatica. Si ricerca piuttosto qualcuno che ci confermi nei nostri lati peggiori, che legittimi i nostri difetti, sollevandoci con la sua presenza dal compito di cambiare.


I paradossi del nostro vivere.

Da quello che sembra un romanzo su una relazione tossica partono diramazioni inaspettate, narrazioni che niente hanno a vedere con i protagonisti ma che conducono il lettore verso gli acuminati paradossi del nostro vivere, in cui l’apparenza impera sull’essenza, e la realizzazione, la felicità intima sono deformate dalle visioni edonistiche e materialistiche di una società che aspira alla perfezione anche al costo di perdere autenticità.

Niente di nuovo dunque. Si e no, in verità. Si, perché delle aberrazioni delle nostre esistenze è piena la letteratura e perché tanto è grande e pregnante l’esempio, tanto altrettanto potente sono le narrazioni che ne discendono. No, perché in Estinzione di Francesco Mazza, edito La Nave di Teseo, la radiografia sociale è millimetrica, impietosa ma anche risibile, sarcastica, deridente. Persino umiliante per la specie umana, che Francesco Mazza tratteggia senza indulgenza, in un momento storico in cui la vita vissuta scende a patti con la finzione, soppesando senza troppo pensare la fatica e l’avvilimento di vivere realmente contro lo splendore fugace e illusorio di immaginarne gli esiti, simulando una vita immaginaria, un involucro luccicante che nasconde marcescenza e inconsistenza.

Tutto, in questo romanzo, è amara constatazione. Ma è anche geniale analisi, visione precisa, grottesca presa di coscienza del nostro modo di vivere, una deriva stupefacente e illusoria a cui l’essere umano tuttavia si abbandona, per spirito di emulazione e per lasciarsi abbracciare dalla confortevole coperta del conformismo, dell’accettazione sociale.

La scrittura velenosa e l’antidoto per l’autenticità.

Francesco Mazza si lancia in questa narrazione non nuova ma lo fa con rinnovato slancio, con assoluta freschezza, con una dose generosa di causticità. Sferzante, velenosa e persino vessatoria, la sua scrittura incide solchi profondi sull’epidermide del lettore, spargendovi il sale della consapevolezza, dell’ammissione, della colpa. Un dolore inflitto per educare, per correggere quell’inclinazione che ormai corrode il baricentro del nostro vivere. Tanta penosa presa di coscienza che si stempera nell’ironia, annacquando il desiderio di annullarsi nelle acque profonde dell’errore, rei delle nostre debolezze, del nostro bisogno di uniformarsi, della paura della solitudine, dell’assenza, dell’oblio.

L’utilizzo della prima persona rende la narrazione assolutamente autentica e meravigliosamente incisiva. Silvio è un uomo lucido, dotato di senso critico, perfettamente inserito nel suo tempo, del quale conosce ogni vizio, ogni punto debole. Sa che gli ordigni (gli smartphone, ndr) hanno ormai preso il sopravvento sull’uomo, che sono ormai i prolungamenti di una coscienza che latita, corruttibile e in effetti corrotta dalle istanze di una società che esige perfezione e bellezza. Sa che i social sono luoghi imperanti in cui nasce e vive il successo di una persona, ormai più simile alla realtà che non ad una vetrina. Eppure cade, vacilla quando scopre che la donna che frequenta, che egli stesso giudica frivola, superficiale, corrotta, lo tradisce. Nasce in lui un sentimento sconosciuto, un impeto irrefrenabile che mescola desiderio e dolore. Un vortice che muta ogni sua volontà, che lo spinge verso azioni irrazionali e che tuttavia acuisce ancora di più la sua visione critica e irriverente della realtà. Un vortice che annienta la sua volontà e che gli fa fare cose che mai avrebbe accettato e che eppure accetta, avvinto da una arrendevolezza contro la quale non può nulla. Vede il marcio e lo attraversa. Sente l’ipocrisia e l’inganno ma non può fare a meno di includerlo in una vita che ormai ha preso una deriva ingovernabile.

E nel parossismo degli eventi, abbrancato dalle spire del paradosso, Silvio china il capo e sceglie quello che per lui è il male minore. La relazione con Alisia, che ormai si decompone nei miasmi della menzogna e della finzione giunge ad una svolta inattesa. E le vite di Silvio e di Alisa ne saranno investite, giungendo ai margini dell’assurdo.

L’euristica del quieto vivere: critica e soluzioni.

Estinzione di Francesco Mazza è un romanzo che sorprende per la sua carica dirompente. Per l’analisi sociale che induce, per la critica severa del nostro modo di vivere. Per la lucidità con cui tratteggia gli errori cognitivi in cui cadiamo ogni giorno e con cui esacerba gli inganni, le trappole in cui scegliamo di cadere, alla ricerca di una improbabile ed ambigua zona di confort.

L’ironia tiene saldamente in mano le impalcature di questo romanzo che si fa leggere senza sforzo e che ci condanna inesorabilmente senza rancore, come un nemico intelligente e scaltro che ci inganna con eleganza. L’estinzione della razza umana non è mai un monito ma un paradossale invito. Solo un’uscita di scena può risolvere l’aberrante tendenza alla finzione, all’immaginario, all’effimero. Che Mazza sembra suggerire, attingendo anche a paradossi scientifici dei quali probabilmente conosciamo solo la scorza e non l’essenza.

Che l’umanità stia percorrendo una china pericolosa non si può negare. E che una sollecitazione verso l’autenticità e l’accettazione della nostra meravigliosa imperfezione sia necessaria, neanche. Questa lettura è necessaria. Spaventosa, stordente. Che fa gaslighting con garbo, redendolo simile all’esercizio di una virtù salvifica. Perché con ironia, leggerezza e sprezzo ci mostra dove potremmo andare se non tirassimo il freno a mano. Rallentando, imponendoci una sosta. Dove ammirare quel panorama che spesso non siamo più in grado di intercettare se non con una fotocamera.


Perchè leggere Estinzione di Francesco Mazza

  • Radiografia del presente — Il romanzo decostruisce i rapporti umani nell’era digitale con una lente cruda e intelligente, dove amore e ossessione si intrecciano al desiderio di visibilità.
  • Riflessione originale sul desiderio — Attraverso la parabola di Silvio, Mazza esplora come l’omologazione e la noia possano essere interpretate come una forma sottile di “estinzione” del desiderio. 
  • Stile narrativo avvincente — La scrittura precisa e feroce unisce introspezione psicologica e critica sociale, creando un’esperienza di lettura profonda e stimolante.

A chi è consigliato questo libro

  • Amanti della narrativa contemporanea densa, che cercano più di una trama: una riflessione che arriva agli strati più profondi della nostra esperienza emotiva e sociale.
  • Lettrici e lettori curiosi di temi digitali e sociologici, interessati a capire come i social e l’algoritmo influenzino desideri e identità reali. 
  • Chi apprezza i romanzi di introspezione psicologica, dove il conflitto interiore e la tensione narrativa si intrecciano a questioni universali.

Il romanzo

Il protagonista di questo libro, Silvio, è sterile ma la sua compagna, Alisia, è incinta. Il figlio è di un altro, e lui lo sa. Eppure tace: il silenzio è l’unico modo per continuare ad averla. Da quel momento, il tradimento diventa ossessione, l’amore si rovescia in malattia: Silvio diventa preda di una misteriosa e oscura forza, fatta di attrazione e dipendenza. Piacere e dolore, in lui, diventano un tutt’uno.

Intorno, il mondo pare condividere la stessa deriva: uffici dove si recita il lavoro senza produrre nulla, città scintillanti ma infelici, social network che trasformano ogni ambizione in farsa. Alisia incarna questo tempo: vuole diventare influencer, ed è disposta a tutto pur di riuscirci, mentre Silvio, nel tentativo di sfuggire alla sua paradossale “lussuria del dolore”, sprofonda in una spirale di relazioni sessuali, sogni grotteschi, incontri con scambisti e sex therapist.
Il paradosso di Fermi, scoperto una notte davanti a un documentario, diventa per Silvio la chiave per interpretare quello che vede intorno a sé: se le civiltà extraterrestri sono scomparse forse non è stato un cataclisma a distruggerle, ma la noia, l’omologazione, la fine del desiderio. E se anche la nostra estinzione fosse già iniziata e, anzi, tutti l’avessimo in tasca?

Con la precisione di un entomologo e la ferocia del narratore, Francesco Mazza compone un romanzo che è nello stesso tempo confessione intima e radiografia sociale. Una storia che interroga le relazioni, il desiderio, il senso stesso della vita umana in un’epoca in cui l’uomo appare ormai superfluo.

L’autore

Francesco Mazza è nato a Milano. Da anni lavora in TV e sul web come autore e interprete di video e cortometraggi satirici. Nel 2021 ha pubblicato il memoir Il veleno nella coda, definito dal critico Giovanni Pacchiano “la coscienza di Zeno dei nostri giorni”. Estinzione è il suo primo romanzo.


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Ava Anna Ada – di Ali Millar

Vivere e desiderare mentre il mondo crolla

Anna Ava Ada di Ali Millar è un romanzo distopico ed ecocritico su desiderio, social, controllo e crisi climatica. Una lettura affilata sul nostro presente.



In Ava Anna Ada di Ali Millar, romanzo pubblicato da Sur Edizioni, il desiderio individuale si intreccia a una società distopica segnata dal controllo, dalla crisi ecologica e dall’ossessione per la visibilità.


Da quel momento smisi di volerla. A volte capita: pensi di volere una certa cosa, e poi ti accorgi che ti sbagli. Il giorno dopo ero seduta all’Albero Segnavia, a sfogliare uno per uno gli account che lei seguiva sullo Schermo. Pensai a mia madre che comprava gli asciugamani per copiare gente che vedeva lì sopra: possibile che anche la vita di Anna fosse il tentativo di assomigliare a quella di un’altra?


Le esistenze fittizie e la catastrofe che incombe a ricordarci quanto è reale il nostro quotidiano orrore.

Ciò che rimane addosso dopo una lettura vertiginosa come questa è la sensazione, netta, che le nostre tragedie, i nostri rimedi per ottenere una vita che resti vivibile e sopportabile anche nelle peggiori circostanze, siano nulla. Un pallido tentativo per illuderci che una singola vita, la nostra, sia tanto significativa da meritare un destino diverso da quello degli altri, su questo pianeta. Un destino, una vita che appare asservita al bisogno di essere visibile. Al bisogno di fuga dal reale, alla necessità di crearsi una nicchia in cui esistere nel modo che vorremmo fosse quello reale.

Ali Millar, al suo prepotente esordio letterario, crea un presente distorto, immaginario, ma pur sempre realistico, dove alcune attitudini del nostro vivere sono amplificate ed estremizzate. Lo specchio di una realtà deformante in cui l’essere umano viene continuamente valutato mediante una scala di valore netta e discutibile. Il valorimetro, uno strumento che stabilisce chi sei e quanto vali, quante risorse pubbliche ti sono destinate. Se vivrai e come lo farai. Una realtà fragile, un equilibrio che può rompersi compiendo scelte sbagliate, conducendo esistenze ai margini, classificate come sacrificabili. Sullo sfondo le eco di una catastrofe climatica imminente, che sembra creata allo scopo di distogliere l’attenzione dall’iniquità di quel vivere. Un’Onda, capace di travolgere tutto e tutti, la cui portata è devastante. Un pericolo senza forma che aleggia nell’aria come un presagio. Che può condurre all’apatia oppure all’esaltazione. Una punizione, una selezione naturale, che lascerà in vita solo chi ha sufficiente valore. Uno spauracchio a cui credere oppure no, che tuttavia tiene tutti in scacco, limitandone gli spostamenti. Una trappola, un ricatto al quale si può sfuggire solo rifugiandosi nella realtà virtuale degli Schermi.

Lo scarto con la nostra realtà è davvero minimo, eppure Millar sa amplificarlo, sa renderlo più stridente, più crudele. Forse perché guarda con lucidità feroce dentro le nostre vite, nei labirinti delle nostre paure e nei recessi delle nostre miserie. Senza il timore di offendere o di spaventare. Senza che la distopica rivoluzione in cui rinchiude il nostro essere sia il cerchio concentrico da cui cercare invano di fuggire, senza difese o attenuanti. Inermi contro una forza che è più grande di noi, che ci trattiene, ci inchioda e finisce per schiacciarci. Una penna impietosa e lucidissima. Una lama che taglia straziando e cerca nel dolore una assoluzione che tarda a venire a galla. Un pungolo che ci spoglia, incredibilmente affilato, che mette in mostra le nostre essenze. I mezzi che scegliamo per raggiungere inostri scopi, le menzogne, la manipolazione che utilizziamo in quel turbine di quotidiano in cui importa solo il fine, lo scopo, quale che sia.

La narrazione a più voci, che intreccia ed esalta le distanze.

Nel romanzo Ava Anna Ada la narrazione è affidata alle voci di Anna, di Ava e del pubblico che assiste alle loro gesta. Quest’ultimo è il vero misuratore degli eventi, un corpo unico e compatto che osserva e giudica, spesso con crudeltà ma anche con una buona dose di imparzialità. Una voce che si distanzia dalle singole visioni delle due protagoniste. Una sorta di coscienza, che appare come un faro nella notte, ad illuminare di razionalità gli accadimenti che colgono Anna a Ava nella manciata di giorni in cui si svolge il romanzo. Ada, per contro, è un fantasma. E’ il ricordo della figlia adolescente di Anna, che è morta a causa di qualcosa di terribile che la erodeva dentro. Un disturbo alimentare probabilmente, che spesso nel romanzo viene evocato come la massima manifestazione del rifiuto di vivere. Come l’empia punizione verso chi doveva aver cura di te e ti ha abbandonato. Il sigillo di una genitorialità distorta, ripiegata su se stessa, alla ricerca di un fulgore rapido ed esaltante, quello che Anna cerca sui social, con la sua professione di influencer. La massima espressione dell’apparire, dove persino il lutto subito viene utilizzato per attirare nuovi follower e massimizzare gli engagement. Ava invece è una giovane ragazza che cerca con ogni mezzo di fuggire da una situazione precaria. Il padre se ne è andato e la madre vive una situazione di forte instabilità. Il valore che la società le assegna on è insufficiente a garantirle un’esistenza serena. Senza un lavoro fisso e una rispettabilità sociale evidente rischiano entrambe la deportazione. L’arrivo di Anna sulla Punta, una remora località costiera tra l’Inghilterra e la Scozia, sembra essere l’occasione per elevarsi. Ava inizia a studiare il profilo social di Anna per assomigliare alla figlia morta e diventa quell’apparizione, quel brivido, quell’aberrazione capace di trascinare Anna nella follia, ancora più in fondo a quel buco nero che sembra risucchiarla sempre più.

Tra Anna ed Ava si insinua una corrente sotterranea, fatta di complicità, follia, attrazione. Delle due è Ava ad essere più lucida. Lei comanda il gioco, almeno all’inizio, giocando sulla somiglianza con Ada e straziando la pena di Anna, un miscuglio di dolore, perdita, senso di colpa, allucinazione, droghe e giochi pericolosi.

La scrittura di Millar, tra vertigine e analisi sociale.

Il fulcro di questo romanzo è proprio la prosa che l’autrice utilizza, sospesa tra la vertigine e l’analisi sociale. La scelta di affidare la narrazione alternativamente alle due protagoniste si rivela molto efficace. Il loro è un linguaggio intimo, irriverente e senza filtri, che lascia alla luce tutte le loro aberrazioni e meschinità. Frutto di esistenze distorte, l’una dal lutto, l’altra dall’esigenza di sopravvivere in un mondo che vuole annientarla. Ma anche figlie di una società malata, in cui conta l’apparire. Governata da un dispotismo cieco, che distrugge la diversità, che utilizza il terrorismo come calmiere, che desidera uniformare tutto e tutti, al soldo di una paura latente e magnifica, fatta per mantenere ordine e per sottomettere.

Una realtà che spinge il singolo ad una strenua difesa della propria individualità, con ogni mezzo a disposizione. Un disegno ad un passo da molte realtà in cui lo spettro del totalitarismo è chiaro e neanche troppo celato.

I legami personali, un ago impazzito tra tanti poli di attrazione

Il cuore del romanzo è il legame tra Ava ed Anna, segnato da attrazione, dipendenza, squilibri di potere. Millar indaga il desiderio non come spazio di liberazione, ma come terreno ambiguo, dove bisogno, manipolazione e sopravvivenza emotiva si intrecciano. Non c’è innocenza nello sguardo reciproco: ogni relazione è anche una negoziazione.

I temi del romanzo

  • Crisi climatica e mondo sull’orlo dell’apocalisse -> la minaccia costante di un cataclisma chiamato l’Onda è la metafora potente della crisi ecologica che incombe sul nostro tempo. La narrazione mette in luce l’inerzia e la distrazione collettiva di fronte ad una catastrofe annunciata, suggerendo che la società contemporanea fatica a connettere gli eventi climatici con la propria vita reale;
  • Relazioni umane, desiderio e manipolazione -> al centro della trama c’è l’incontro tra due donne molto diverse: Ava, una giovane che vive ai margini e cerca di fuggire ad una condizioni economica precaria e Anna, influencer quarantenne segnata da un trama familiare. Il loro rapporto sfugge a definizioni semplici: è fatto di attrazione, manipolazione, desiderio e tensione emotiva;
  • Società dei social, identità e valore numerico -> analisi impietosa del nostro presente, con la dittatura imperante dei social che rischia di inquinare sempre più i nostri modi di vivere e i nostri principi. Anna incarna l’ossessione per l’apparenza e i numeri digitali. La narrazione suggerisce una critica sociale profonda della cultura delle metriche digitali come misura del valore personale e come questo sistema possa trasformare l’esperienza umana in spettacolo.
  • Identità, narrazione e punti di vista -> la struttura mescola punti di vista diversi – quello di Anna, di Ava e di una voce collettiva (Noi) per mostrare quanto sia inaffidabile la percezione di sé e del mondo. Questo artefatto critica l’idea stessa di verità unica e invita a riflettere sulle multiplicità delle storie e della verità.
  • Corpi, traumi e relazioni familiari -> accanto ai temi sociali e ambientali il libro affronta anche esperienze profonde e intime, come il rapporto di Ava con il proprio corpo e il desiderio, il trauma personale e familiare di Anna, le relazioni disfunzionali tra genitori e figli. Questi aspetti inseriscono la narrazione in un registro più psicologico e corporeo, dove il trauma e il desiderio attraversano ogni scelta dei personaggi. Qui il corpo non è neutro ma un archivio di ferite.
  • Umorismo nero e tensione narrativa -> nonostante l’atmosfera spesso cupa o inquietante, il romanzo utilizza umorismo nero e ironia per sottolineare l’assurdità e l’esasperazione del presente. Questo fa emergere un tono narrativo unico, che oscilla tra tragedia, grottesco e riflessione sociale.

Perchè leggere Ava Anna Ada di Ali Millar

Perché è un romanzo che prende sul serio il presente e ne mostra le fratture senza ricomporle: la crisi climatica come sfondo costante e rimosso, le relazioni come luoghi di consumo e dipendenza, l’identità come costruzione esposta allo sguardo e al giudizio. Leggerlo significa accettare uno sguardo che non offre vie di fuga né redenzioni, ma costringe a restare dentro l’inquietudine.

Perché è un libro necessario per chi cerca una narrativa capace di interrogare il rapporto tra umano e mondo vivente senza ricorrere a miti riparativi. L’ecologia, qui, non è paesaggio né metafora, ma una condizione che attraversa i corpi, i desideri, le relazioni di potere. La catastrofe annunciata non arriva mai, e proprio in questa sospensione Millar racconta con precisione il nostro tempo: quello in cui tutto sembra sul punto di crollare, ma la vita continua come se nulla potesse davvero cambiare.

Perché ha una scrittura affilata e instabile, capace di tenere insieme ironia e vertigine, intimità e collasso. E perché pone una domanda che resta aperta anche dopo l’ultima pagina: come si vive, come si ama, come si desidera in un mondo che abbiamo già iniziato a perdere?

Anna Ava Ada non racconta la fine del mondo, ma l’abitudine alla sua imminenza. È un romanzo che chiede al lettore di interrogarsi non su ciò che verrà, ma su come stiamo già vivendo dentro la perdita.


Il romanzo

Un’estate soffocante, un’adolescente che sogna la fuga, un’influencer che sta perdendo il controllo, uno tsunami in arrivo, un’attrazione impossibile: cosa succede quando l’equilibrio – naturale, sociale, psichico – si spezza?

È un’estate torrida sulla Punta, una remota località costiera fra Inghilterra e Scozia colpita dalla crisi economica e minacciata – almeno stando ai telegiornali, e alle centinaia di curiosi accorsi per l’occasione – dall’arrivo imminente di una catastrofica Onda.

Ava è un’adolescente solitaria e inquieta, che si prostituisce per accumulare i soldi sufficienti a garantire a sé e alla madre un futuro migliore. Anna è una ricca ed elegante influencer quarantenne che si è appena trasferita sulla Punta con il marito e il figlio di otto anni, nel vano tentativo di lasciarsi alle spalle un terribile trauma, la morte della figlia Ada. Dal momento in cui si incontrano, fra la ragazza e la donna scoppia un’attrazione ambigua e irrefrenabile, che in un crescendo di desiderio e manipolazione reciproca sconvolgerà la vita di entrambe le famiglie.

Ava Anna Ada è una favola dark, inquietante e sensuale venata di humour nero, un romanzo potentissimo che ci tiene incollati alla pagina raccontando il deflagrare insieme violento e liberatorio delle pulsioni represse in un mondo – immaginario, ma fin troppo simile al nostro – sull’orlo dell’apocalisse.


L’autrice

Ali Millar è nata in Scozia nel 1980. È cresciuta all’interno di una comunità di Testimoni di Geova e, dopo averla lasciata e aver studiato scrittura creativa alla Napier University di Edimburgo, ha raccontato l’esperienza nel memoir The Last Days (2022), segnalato dal Guardian fra i migliori libri dell’anno. Ha pubblicato pezzi giornalistici sul Guardian e sul Sunday Times, fra gli altri, e tiene una newsletter: Ali Millar’s 3 am things. Ava Anna Ada è il suo primo romanzo.


  • Casa Editrice: Sur Edizioni
  • Traduzione: Martina Testa
  • Pagine: 306
  • Prezzo: E 19,00

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Scritto il 28 dicembre 2025

OPPURE IL DIAVOLO di Luca Tosi



 I pesci non si fan sentire, quando vengono torturati. Io uguale: i miei trentun anni a Poggio Berni, tutti in apnea, li ho vissuti.” “Sono sempre stato convinto di essere un ragionatore. E che gli altri non li facevano, ragionamenti al mio livello. Tanto meno a Poggio Berni”.

5 dicembre 2025

Il diavolo non sta nei dettagli, sta in provincia.

Chiamarsi Natale e non Filippo, Paolo o Mario. Vivere in un buco di paese nella buia provincia italiana, dove è più probabile ottenere un’etichetta che fare uno sbadiglio, di noia, ovviamente. Essere quello strano, il disadattato. Quello senza una donna, senza soldi, senza idee né speranze. Quello che un giorno ha baciato un uomo e si è meritato un epiteto che non sto a ripetere. Quello con una madre da brividi, ruvida come carta vetrata, senza creanza né empatia. Una madre che ti rinnega, che vive sospesa tra la tragedia e il ridicolo. Che usa le mani come un boscaiolo usa l’ascia e che se con le mani fa male, con la lingua ne fa ancora di più.

Natale è uno di noi. Solo più sfigato, più inviso. Un tipo che è cresciuto tra una madre respingente e un paese intero che lo guarda storto. La maldicenza e il bieco pettegolezzo come una coperta pulciosa tirata addosso. Un ragazzotto senza talenti, che attira su di sé ogni energia negativa. Uno che parla da solo, che rimugina, che pensa, e mentre pensa aggroviglia cause ed effetti, cercando i colpevoli che portano la sua vita ad un passo dalla rovina e dal discredito.

In Oppure il diavolo l’arte del rimuginare tocca l’apice. Quel tramestio irregolare, casuale, imprevedibile ed illogico che ci coglie mentre cerchiamo, spesso invano, di dare un senso alle cose che ci accadono. Il movimento intestino che vuole fare luce sui moventi che ti incasinano la vita.

Natale cerca un capro espiatorio per le sue disgrazie. E lo trova. Di sicuro è il diavolo, chi altri? E poi quegli amici creduti tali che invece tramano alle sue spalle. Sfrontati e vanagloriosi, come Dragoi che crede di essere intoccabile con la sua macchina e il suo pappagallo variopinto. O come Tabanelli, che copia le sue movenze o Pigini, ambiguo, incasellabile. Persino la barista Angela, che sembra innocua ma che a lui non ha mai regalato un cremino, mai. E anche Corsini e Terenzi, due malelingue.

Luca Tosi architetta magistralmente un racconto tragico e ironico sulla vita di provincia, una piovra che ti piglia e cerca di stritolarti, mangiandoti l’anima. Dalla provincia non si scappa, se non con la fantasia. Un’immaginazione che è foriera dei sentimenti più abbietti, che ti abbrutisce. Che può sedarsi solo con la vendetta, che in Natale si manifesta nel modo più bislacco e ridicolo. Una vendetta inutile come la fuga, perché tanto la tua aura, la tua etichetta, non si staccherà mai, ti rovinerà per sempre la vita.

Natale è un personaggio a metà strada tra il grottesco e il tragico. Nonostante la sua morale spicciola e semplice, che per certi versi è la cosa che più si avvicina alla saggezza. Ma se scavi, se ascolti la sua storia, finisci per empatizzare con le sue sfortune, le sue fisse, le sue cattiverie da monello. E lo assolvi. Perché Natale in fondo ci assomiglia, porta in sé quei difetti, quelle storture che almeno una volta nella vita ci hanno colto in pieno.

Un linguaggio preso in prestito dal gergo dialettale, sgrammaticato e intriso fino al midollo di quella saggezza popolare che tende pericolosamente al luogo comune. Una prosa concentrica, ossessiva, che concede molto allo slang dialettale e che sa rubare un sorriso per stemperare la rabbia. Un’esperienza di lettura che esce dal consueto. Come uno specchio deformante in cui la nostra immagine, in fondo, è molto più simile al reale di quanto ci si immagini.


Leggi questo romanzo se…

Se hai dei conti in sospeso con la provincia, perchè sentirsi in gabbia nel luogo in cui si è nati è più comune di quanto sembri. Se apprezzi la scrittura autentica e terrigna, i linguaggi popolari, la atmosfere distanti, quasi di altri tempi. Se ami i protagonisti fuori dagli schemi, se cerchi ogni occasione utile per riflettere sul male quotidiano, non una entità esterna ma una presenza sottile che si insinua tra le pieghe della vita di tutti i giorni, incarnata nelle “tracce diaboliche” che tutti portiamo dentro. E infine, se prediligi quella brevità densa che riesce ad andare dritto al sodo in poche pagine e se credi che in ogni situazione sia opportuno salvarsi da sé.


Il romanzo

Ci sono disgrazie nella vita che possono imbastardirti l’anima e i pensieri: Natale ne ha avute almeno due, una madre manesca e insofferente e vivere a Poggio Berni, frazione di molte dicerie e pochi abitanti – riuscirà a metterseli contro tutti e a escogitare poi vendetta. È lui stesso a raccontarci questa storia dalle conseguenze impreviste e dai desideri indecifrabili, con una voce ironica che sa mostrarci il mondo e i sentimenti come non abbiamo mai pensato possano essere. Con questo personaggio in bilico tra la rovina e il riscatto Luca Tosi rivela le ferite del pregiudizio, i suoi effetti. E se qualcosa non torna, ci dev’essere lo zampino del demonio, c’è da scommetterci.


L’autore

Luca Tosi (Cesena, 1990) attualmente vive a Bologna. Ha esordito nel 2022 con Ragazza senza prefazione, finalista al Premio pop. Suoi racconti sono apparsi su antologie e riviste, fra cui «Futura» (newsletter del «Corriere della Sera»), «minima&moralia» e «Snaporaz». Collabora alla selezione dei racconti di «‘tina», rivista diretta da Matteo B. Bianchi. Oppure il diavolo è il suo secondo romanzo.


  • Casa Editrice: TerraRossa Edizioni
  • Pagine: 100
  • Prezzo: E 13

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QUESTO MIO CORPO di Sara Durantini


Brucia quel desiderio che un tempo credevo mi conferisse valore, quel desiderio che, in realtà, era la mia gabbia. Forse, la sfida più grande è proprio questa: imparare ad esistere senza bisogno di conferme, imparare a riconoscersi senza dipendere dallo sguardo altrui. Essere per se stessi.

1 dicembre 2025

La ragazza con il trench.

Inizio dal fondo, dalle ultime parole di Sara Durantini, autrice della prima biografia italiana dedicata a Annie Ernaux. Ernaux, che per Sara è arrivo e partenza. Esempio, ispirazione e profondissima riflessione sull’esistere della donna nel nostro tempo. Narrarsi per spiegare, per rappresentare il significato di vivere in una società che respinge, fraintende, sottovaluta la figura femminile. Produrre letteratura in meraviglioso bilico tra la biografia e la narrazione. Innalzare la biografia a letteratura, farne monumento della lotta della donna per affermare la propria esistenza.

Anche Sara Durantini si racconta in questo suo ultimo romanzo, edito come il precedente da Dalia Edizioni. Una voce in prima persona, come già fece con Pampaluna. Un romanzo che non lascia spazio al dialogo, poiché è un flusso di coscienza senza argini, rotto solamente dall’esigenza di pensare e revisionare i propri costrutti mentali.

Sara scrive con un tono immersivo, spietato. Lascia che il sé narrante esca allo scoperto, in una narrazione che accoglie il peso di essere viste, negli anni della formazione ma anche dopo, in una società che tra l’auto-determinazione femminile e la sua rilevanza sociale frappone mille ostacoli, rendendo il desiderio di emergere qualcosa da giustificare, di cui, talvolta, vergognarsi. Una lotta svilente che assorbe ogni energia vitale e che finisce per umiliare quando invece dovrebbe essere sfidante e di esempio per chiunque altro.

Leggere questo libro significa guardare in faccia ciò che spesso abbiamo occultato o addolcito, utilizzando parole non del tutto centrate, per riscrivere l’indicibile e renderlo innocuo, trasformato, comune. Circostanze che ci hanno colto impreparate, alle quale abbiamo risposto attingendo gesti e memorie da verità radicate fino nelle ossa, che ci disegnano come esseri senzienti, accudenti. Che ci sussurrano che un gesto da solo già implica la resa e che solo arrendendoci eviteremmo lo scontro, il discredito sociale, la maldicenza. Che spesso accodarsi dietro la consuetudine può essere meno faticoso che dissentire. Che solo la difesa può essere lecita e mai l’attacco. E che nessuno ci vorrà se alziamo la voce, se utilizziamo la rabbia, se siamo troppo o troppo poco.

Sara scrive di sé e scrive per tutte. Per scuotere, per scoprire un velo, per aprire gli occhi, per chiamare le cose con il loro nome. La violenza non è mai un atto isolato ma il risultato di forze centrifughe che portano la donna dentro l’occhio del ciclone, mentre dice “ora scappo” ma rimane, inchiodata, crocifissa, data per scontata. Cenere per terra e corpo dolente, violato, come una cicatrice che non guarisce e sta lì, putrescente, a ricordare come il corpo sia materia, carne e macerie.


Lo specchio della scrittura: il corpo come campo di battaglia.

Esiste una geografia narrativa che passa attraverso il corpo, attraverso la scrittura che lo interroga, lo nomina, lo tradisce e infine lo salva. Questo mio corpo di Sara Durantini, pubblicato da Dalia Edizioni, si inscrive in questo territorio con una lucidità feroce e necessaria, ponendosi come tappa fondamentale di un percorso autoriale che già con Pampaluna aveva tracciato le coordinate di un’esplorazione senza sconti della soggettività femminile.

Lo sdoppiamento come metodo conoscitivo.

Il romanzo si costruisce su una frattura : quella tra l’io che scrive e l’io che ha vissuto, tra l’autrice che osserva e la protagonista che viene osservata. Esiste una linea sottile, quasi impercettibile, tra il dire “io” e il narrare di un’altra. Sara Durantini, con Questo mio corpo, traccia questa frontiera mobile con la stessa consapevolezza che già aveva mostrato in Pampaluna, costruendo una narrazione che è insieme confessione e anatomia sociale, testimonianza personale e atto d’accusa collettivo.

Il romanzo si muove nel territorio impervio della scrittura autobiografica, quel genere che Annie Ernaux ha elevato a strumento di scavo sociologico e che Marguerite Duras ha caricato di una violenza lirica capace di attraversare il tempo. Come nelle opere di queste autrici, anche in Durantini la prima persona non è mai soltanto individuale: è il pronome di un’intera generazione di donne che hanno dovuto negoziare il proprio diritto all’esistenza attraverso il corpo.

Lo sdoppiamento tra autrice e protagonista diventa un meccanismo di difesa: per raccontare certe violenze – quelle sottili, quelle che non lasciano lividi visibili – occorre una distanza, per quanto minima. La scrittura funziona come uno specchio deformante, necessariamente parziale, che costringe chi scrive e chi legge a rivedere se stessi attraverso una lente più onesta, meno consolatoria.

Il consenso come campo minato.

Al centro del romanzo sta la questione del consenso, che Durantini rivela in tutta la sua complessità, indagando quella zona grigia dove viene estorto, costruito, fabbricato attraverso dinamiche di potere così interiorizzate da risultare invisibili. La sottomissione che attraversa le pagine non è mai semplice vittimizzazione. È qualcosa di più insidioso: è l’interiorizzazione di una logica di potere che si fa carne, che plasma i corpi femminili rendendoli disponibili, che trasforma il bisogno di essere viste. L’autrice mostra come la ricerca di visibilità, il desiderio di esistere nello sguardo altrui, possa tradursi in forme di auto-annullamento che solo apparentemente sono scelte libere. In una società che ha sistematicamente negato credibilità alle voci femminili, che ha relegato le donne al ruolo di oggetti dello sguardo maschile, il corpo diventa l’unico linguaggio possibile, l’unica forma di comunicazione.

La scrittura come atto salvifico

Ma è nella scrittura stessa che Durantini trova il varco per uscire dalla spirale della compiacenza e dell’invisibilità. Scrivere il corpo, nominarlo, raccontarne le vicende significa sottrarlo al silenzio in cui la società vorrebbe rinchiuderlo. La scrittura autobiografica, qui, è non solo terapia individuale, ma anche gesto politico, atto di riappropriazione e di rivelazione insieme. Scrivere diventa lo specchio in cui ripensare se stessi, non per riconoscersi ma per riconoscere le forze che ci hanno plasmati. È attraverso la parola scritta che l’autrice può finalmente vedere ciò che, mentre accadeva, restava invisibile: i meccanismi di una cultura che insegna alle donne a cercare legittimazione esterna, a costruire la propria identità come riflesso del desiderio maschile, a scambiare sottomissione per amore e annullamento per dedizione.

Ma la scrittura apre un’altra via. Attraverso il linguaggio, il corpo diventa finalmente soggetto della propria storia, non più superficie su cui altri iscrivono i propri desideri. La scrittura salva perché permette lucidità. Quella lucidità che diventa strumento di decostruzione dell’ordine simbolico che ha fatto di quel corpo un oggetto prima ancora che un soggetto.

Un atto d’accusa necessario.

Ed ecco la domanda fondamentale di questo libro: a quale prezzo abbiamo costruito la nostra identità? Cosa abbiamo sacrificato sull’altare dell’accettazione sociale? E soprattutto: siamo disposti a guardarci davvero nello specchio della scrittura, senza distogliere lo sguardo?

In un panorama letterario spesso incline alle mezze misure e alle conciliazioni, Sara Durantini sceglie la via della verità senza mediazioni. Questo mio corpo è un libro necessario, che aggiunge un tassello fondamentale alla genealogia della scrittura femminile che fa del corpo il proprio manifesto politico. È un libro che chiede, anzi pretende, di essere ascoltato.


Il romanzo

Una giovane donna impara a interrogare il proprio corpo: lo esplora nel desiderio, ne scopre le ferite, lo attraversa in cerca di sé stessa.
Sono i giorni delle lezioni all’università e dei nuovi incontri. Per lei, arrivata dalla campagna, tutto è da scoprire.
La relazione con F, un ragazzo come tanti, all’apparenza premuroso, si incrina. È lui a decidere se e dove vedersi, quando fare l’amore, a dettare le regole tra loro. Lei acconsente, sempre, ma i suoi “sì” lasciano in bocca il sapore aspro della rinuncia.
Nell’incontro con una ragazza libera e forte che vive di cinema e parole, la protagonista di questa storia intravede invece qualcosa di possibile che ancora non sa nominare.
Le voci di Annie Ernaux, Marguerite Yourcenar, Marguerite Duras diventano specchi attraverso cui rileggere la propria storia e il significato più profondo di essere donna.
Questo mio corpo è un racconto lucido e carnale sul desiderio e sul trauma, sulla sottomissione mascherata da consenso, sull’approdo faticoso all’identità femminile. Un inno al potere della parola quando, finalmente, rompe il silenzio.


L’autrice

Sara Durantini, nata a San Martino dall’Argine (MN) nel 1984, consegue la laurea magistrale in lettere moderne presso l’Università di Parma; vincitrice dell’edizione 2005-2006 del Premio Tondelli per la sezione inediti con il lungo racconto L’odore del fieno, nel 2007 pubblica il primo romanzo, Nel nome del padre, con la casa editrice Fernandel. Nel 2008 pubblica un racconto inserito nell’antologia Quello che c’è tra di noi, a cura di Sergio Rotino (Manni Editore), nel 2009 partecipa al Dizionario affettivo della lingua italiana, a cura di Matteo B. Bianchi e Giorgio Vasta (Fandango Libri), nel 2011 pubblica un racconto inserito nell’antologia Orbite vuote (Intermezzi Editore). Nel 2019 partecipa all’edizione aggiornata del Nuovo dizionario affettivo della lingua italiana (Fandango Libri) e nello stesso anno partecipa al volume L’unica via è il pensiero (Intermedia Edizioni) a cura del professore Hervé A. Cavallera. Nel 2021 pubblica L’evento della scrittura. Sull’autobiografia in Colette, Marguerite Duras, Annie Ernaux per la casa editrice milanese 13lab. Nel 2022 pubblica Annie Ernaux. Ritratto di una vita per la casa editrice deiMerangoli, prima biografia italiana dedicata alla scrittrice francese Premio Nobel per la Letteratura 2022. 

Per Dalia ha curato il romanzo corale La terra inesplorata delle donne nel 2023 e ha pubblicato Pampaluna nel 2024, libro che ha ricevuto il Premio di scrittura femminile Il Paese delle Donne nello stesso anno. Un breve saggio dedicato alla trasposizione teatrale italiana di Memoria di ragazza di Annie Ernaux è contenuto nel volume curato da Michèle Bacholle e Jacqueline Dougherty edito da Brill Academic Publishers. Negli anni, racconti e articoli sono apparsi in antologie e riviste letterarie. Attualmente collabora con la rivista femminista “Pro.Vocazione” e con la rivista francese “Collateral revue”. 


  • Casa Editrice: Dalia Edizioni
  • Pagine: 136
  • Prezzo: E 14,00

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ANIMALI, CUSTODI DI STORIE di Francesca Matteoni


Circondata dalla mia paura e poi dai ghiacci, la foca leopardo canta una leggenda straniera. I suoi suoni pulsano siderali come se, alla confluenza degli oceani meridionali, qualcuno stesse sintetizzando segnali dalla galassie, aprendo un portale. Il futuro lo varca e mi bisbiglia la più formidabile delle rivelazioni: la possibilità di un mondo senza umani. Una ninna nanna subacquea d’estinzione.


Il poetico bestiario che guarda al passato per ripensare il futuro.

24 novembre 2026

Ho avuto il privilegio di parlare a quattr’occhi con Francesca Matteoni un sabato pomeriggio di fine novembre spazzato dal primo vero vento invernale dell’anno. Una conversazione iniziata per caso che è decollata all’improvviso in una ascensione vertiginosa verso temi importanti, che sapevo capaci di intersecarsi con molte questioni esistenziali, etiche, storiche, folkloristiche con al centro l’uomo e il suo governo assoluto su ogni altra specie vivente.

Da lì in effetti partono molte altre derivazioni: non solo lo specismo, ma il selvatico, come ciò che sfugge ad ogni schema logico, e le sue interconnessioni con il fatato, la figura femminile come matrice dei miti sulla natura e sulla vita, gli animali mitologici, le cui eco sono servite e servono ad addolcire il lutto, a renderlo accettabile, quasi un dono.

Con il suo vissuto, le sue esperienze e la sua sensibilità, Matteoni condivide con il lettore le storie sugli animali, veri e immaginifici, e su loro rapporto con l’uomo. Creature che dividono con noi il pianeta in un fragile ecosistema che noi umani abbiamo supposto essere fondato sulla nostra supremazia. La stessa tutela della fauna selvatica, che oggi è spesso motivo di discussione e di vanto, viene meno se non rinunciamo ad alcuni paradigmi culturali che si fondano sui nostri privilegi, sulla nostra retorica predatoria. Ma davvero siamo pronti a fare a meno del nostro supposto primato di specie?

E’ curioso come questo libro sfugga a qualsiasi etichetta. Non è un romanzo, non è un saggio, almeno nel senso classico. E’ un libro per certi versi didattico. Ed è sicuramente un memoir, in cui una parte dell’autrice esce allo scoperto per vissuto, visioni, ideologie. E’ un diario di viaggio, perché Matteoni scrive di esperienze fatte in prevalenza nel Regno Unito, nel quale peraltro ho appreso che molto specie animali non esistono più, perché si sono estinte e non sono mai state più introdotte. Ed è anche una sorta di poetico bestiario, nel quale molti animali non così conosciuti o virtuosi o comunemente ritenuti esteticamente degni di nota trovano un loro spazio, si lasciano guardare ed apprezzare, acquisendo agli occhi del lettore una loro neonata dignità, un loro valore in quella che è una riscoperta vera e propria.

Animali, custodi di storie è un libro che guarda al passato per ripensare il futuro, come fanno spesso le opere che non cercano l’effetto immediato ma una trasformazione profonda del modo in cui leggiamo il mondo. Matteoni intreccia tradizioni, miti, osservazioni sul campo e riflessioni contemporanee, restituendo agli animali un ruolo che avevamo ridotto o semplificato. Nel suo racconto non sono figure decorative, ma presenze capaci di orientarci, come se aprissero un’altra linea narrativa dentro la nostra. È un invito a riconsiderare la relazione tra umano e non-umano, superando la convinzione che tutto debba essere gestito, controllato o incasellato in una logica di rendita. C’è anche un piano più scomodo, ma necessario: quello che mette in dialogo specismo, capitalismo e colonialismo come strutture culturali che hanno plasmato il nostro rapporto con il vivente. Tre sistemi differenti che condividono una stessa matrice: la gerarchia, l’appropriazione, la trasformazione dell’altro—che sia persona, specie o territorio— in risorsa da utilizzare. Il libro scardina questi meccanismi in modo sottile ma efficace, riportandoci a una domanda essenziale: che cosa resta quando togliamo l’idea di dominio e rimettiamo al centro la convivenza?  Matteoni non dà risposte prefabbricate: apre varchi. Attraverso animali reali e immaginati, mostra come questi tre sistemi di potere continuino a influenzare il nostro modo di nominare e trattare il vivente. È un libro, insomma, che non è facile da leggere e da accettare, poiché richiede un reset interiore, un aggiornamento dei parametri con cui leggiamo il mondo. Reset che può concretamente rappresentare ai nostri occhi qualcosa che spaventa, che rifiutiamo pur nella profonda consapevolezza della sua veridicità.

Animali, custodi di storie è un libro affascinante quanto spaventoso, dalla lettura del quale si esce con più domande che risposte. Scoiattoli, ghiri, lontre, foche, orsi e lupi si passano il testimone lasciando che la loro immagine ai nostri occhi si deformi spostandoci nel tempo e nello spazio. Ma anche creature mitologiche, come la selkie, una foca che diventa donna se rinuncia alla sua pelle ma che torna inesorabilmente in acqua se la ritrova, come rispondendo ad un richiamo irresistibile. Sono tutte creature con le quali l’essere umano divide gli spazi, in un fragilissimo ecosistema dove tutti sono importanti e parti di una catena perfetta e inimitabile.

Palpabile è il richiamo verso la speranza in un mondo senza prevaricazione di specie, dove tutti gli esseri viventi fanno la loro parte in armonia. Come del resto è irresistibile il rimando alle filosofie e alle architetture passate e presenti che rimandano a schemi di vita differenti, ai quali dover ripensare per frenare l’attitudine all’autodistruzione del nostro pianeta, strapazzato da secoli di predominio cieco dell’umano.

Leggilo se vuoi ampliare questi temi:

  • La biodiversità come patrimonio condiviso, non solo come dato scientifico.
  • La necessità concreta di restituire agli animali spazi, tempi e diritti negati.
  • Miti, leggende e credenze come archivi di saggezza che ci aiutano a leggere il mondo animale in modo più profondo.
  • Le connivenze tra specismo, capitalismo e colonialismo: tre sistemi che alimentano lo stesso modello di sfruttamento.
  • Il ruolo dello specismo come struttura culturale radicata e spesso invisibile.
  • La linea mobile tra domestico e selvatico: come si è costruita e come si sta trasformando.
  • La biodiversità come patrimonio condiviso, non solo come dato scientifico.
  • La necessità concreta di restituire agli animali spazi, tempi e diritti negati.
  • Miti, leggende e credenze come archivi di saggezza che ci aiutano a leggere il mondo animale in modo più profondo. 

Il libro

Chi fa rumore nel bosco o nell’onda? Chi ci scruta, non visto? Attraverso scoiattoli, ghiri, lontre, foche, orse, lupi, gheppi e uccelli acquatici – gli animali custodi delle storie raccontate nel libro di Francesca Matteoni –, l’osservazione e l’immaginario si aprono alle più profonde forme di connessione tra le specie terrestri e gli ecosistemi condivisi, ridefinendo la soglia fra domestico e selvatico, fra amore e terrore, nell’“inebriante e dolorosa rete del tutto”.

In queste pagine le esperienze personali dell’autrice, insieme alle sue letture e memorie, si alternano a suggestioni e approfondimenti provenienti dagli Animal Studies, dal folklore, dalle tradizioni storiche e antropologiche che ci legano agli animali, fino alla letteratura, al cinema e alle arti che li vedono protagonisti. Un mondo di convivenze reali, interazioni costanti e proiezioni simboliche da decifrare, in cui ci fanno da guida creature metamorfiche (“mutaforma”) come la selkie dei mari nordici, sia donna sia foca grigia; la madre-lontra, metà acquatica e metà terrestre; la figura sciamanica dell’orsa, che scandisce il ciclo di morte, rinascita e comprensione di sé, o quella del lupo mannaro, il deviante diabolico perseguitato nei processi per stregoneria di epoca moderna. È così che le storie degli animali umani e non umani si sono intrecciate e si intrecciano di continuo nella trama ibrida dei viventi, dal culto e dalla parentela al conflitto e alla sopraffazione. Ed è per questo che gli animali reclamano il loro spazio vitale – e politico – come compagni senzienti di strada e di mondo: un atto di riconnessione con il pianeta e con tutto ciò che esiste ostinatamente insieme a noi.


L’autrice

Francesca Matteoni (Pistoia,1975) ha pubblicato le raccolte di poesia Artico (Crocetti, 2005) e Appunti dal parco (Wizarts, 2008), nonché due plaquette d’arte e la silloge Higgiugiuk la lappone nel X Quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2010). Fa parte della redazione del blog letterario Nazione Indiana e si occupa della rubrica di scrittura della rivista romana «Metromorfosi».


  • Casa Editrice: Nottetempo Edizioni
  • Pagine: 252
  • Prezzo: E 17,90

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L’USO DELLA FOTO di Annie Ernaux e Marc Marie


Cerco di descrivere la foto con un doppio sguardo, quello di allora e quello di adesso. Ciò che vedo ora non è ciò che vedevo quella mattina, quando sono scesa prima di colazione e mi sono ritrovata nel corridoio dell’ingresso con il mio ricordo umido della notte. Alcuni elementi di questa scena non sono immediatamente identificabili, il luogo non è quello della mia esperienza quotidiana, mi appare più grande, con piastrelle enormi. Di fatto, non mi è né estraneo né fa-miliare, ha semplicemente subito una distorsione delle dimensioni e un’esaltazione di tutti i colori. La mia prima reazione è cercare di scoprire in quegli ammassi delle forme, degli esseri, come davanti a un test di Rorschach in cui le macchie siano state sostituite da capi di abbigliamento e di biancheria. Non mi trovo più nella realtà che quella mattina aveva suscitato la mia emozione e poi portato a fare questo scatto. E il mio immaginario a decifrare la foto, non la memoria. Ho bisogno di non averla più sotto gli occhi, di metterla da parte; solo così, in una sorta di rievocazione differita, possono riaffiorare in me immagini della primavera del 2003. Affinché sia il pensiero stesso a mettersi in moto.


Scatti che respirano: l’amore messo a fuoco in L’uso della foto.

19 novembre 2025

Una coppia trasforma oggetti e istanti fotografati in un racconto a due voci, dove l’amore emerge nella sua nudità, semplice e vertiginosa. Fotografie come nature morte, frammenti di quotidiano, oggetti che diventano testimoni silenziosi di un’intimità che non ha bisogno di proclami.

La stanza inondata della luce del mattino è una sorta di tela condivisa. Un vestito lasciato a terra è un’onda; una scarpa slanciata, un vettore di desiderio; la piega di un lenzuolo, un segreto che si lascia intravedere. La materia è comune, ma la percezione è doppia: il quadro respira perché la voce non è mai una sola. È un dipinto di pura prossimità: nessuna posa, nessuna strategia narrativa, solo la volontà di fermare ciò che normalmente passa inosservato.

Il romanzo offre un’estetica dell’istante minimo che si spalanca su qualcosa di più grande. Una visione in cui gli oggetti sono la sintassi e il sentimento è il significato. E chi legge resta lì, sospeso, con la sensazione di aver guardato attraverso una fessura sacra: la verità semplice e devastante dell’amore che accade.

In L’uso della foto Annie Ernaux apre un varco, come se la narrazione tradizionale fosse diventata troppo stretta per contenere la densità dell’esperienza. Un romanzo che nasce dall’urgenza di trovare un altro modo di raccontare, di celebrare la vita e il corpo quando la malattia attraversa tutto, rendendo il linguaggio un territorio fragile.

La foto è fissa, è vertiginosa. La sua ambiguità ferisce e illumina insieme: è un resto, una traccia, un silenzio che pulsa. Ernaux la usa per incidere la memoria senza abbellirla, per scavarci dentro con una sincerità ostinata. La scrittura, di fronte a queste immagini, diventa una danza di avvicinamenti e ritirate. È un tentativo di non tradire la verità che la fotografia trattiene senza sapere di trattenerla. È il gesto di osservare ciò che resta, di dare dignità ai margini dell’esperienza: il pigiama accartocciato, una borsa aperta sul pavimento, la traccia lasciata da una presenza che non c’è più. La foto, nella sua crudele immobilità, racconta ciò che il dolore impedisce di dire. E la scrittura tenta di respirare insieme a essa, come se ogni frase fosse un passo dentro l’ombra e dentro la luce.

Il coinvolgimento di Marc Marie è la leva che rivoluziona davvero il libro. Ernaux non vuole un monologo, non vuole essere l’unica a produrre senso. L’esperienza condivisa esige due sguardi, due metriche, due percezioni del medesimo istante. La doppia voce narrante assume così un valore politico e sentimentale: impedisce la centralizzazione dell’io, disinnesca la tentazione di dominare la memoria, evita che una sola versione diventi “la” versione.

Ernaux e Marie firmano una sorta di patto d’autenticità: nessuno possiede la verità dell’altro, ma insieme possono avvicinarsi a un ritratto più ampio, più fedele, più umano. La loro scrittura dialoga, diverge, si incastra, mostrando che l’amore è sempre un prodotto a due voci, mai un soliloquio. È la celebrazione dell’enormità e della semplicità di amare senza sovrastrutture.

Intorno a loro il mondo sembra rallentare fino a raccogliersi in un punto luminoso e fragile. Ogni oggetto fotografato diventa un nodo narrativo, un gesto di presenza, una particella di tempo che smette di scorrere e si lascia osservare. Il quadro che esce dal romanzo è quasi pittorico: una stanza che vibra di luce obliqua, stoffe come onde mute, ombre che raccontano ciò che le parole sfiorano soltanto.

Leggere L’uso della foto significa attraversare una soglia: quella in cui il ricordo diventa materia viva, in cui il corpo femminile malato e amato non è tabù ma centro del mondo, in cui lo sguardo sostituisce la voce senza impoverirla. È un libro che incanta ed esalta ogni senso perché non fa scenografie: mostra. E nella semplicità delle sue immagini, nella precisione implacabile del suo stile, accende un desiderio quasi fisico di continuare a guardare, a leggere, a restare.

La poetica di Annie Ernaux si conferma archeologia del sé e radiografia sociale. In Ernaux la vita privata è materia politica, la memoria un campo di lotta, il testo un luogo dove l’io è sempre attraversato dall’epoca, dal ceto, dal genere. Ernaux cambia le metriche del vero, mostrando come potere, classe, patriarcato e desiderio si depositino nei piccoli gesti. La sua opera è una bussola per orientarsi nel tardo Novecento e nei primi anni del XXI secolo e per capire come la vita quotidiana diventi storia e come la scrittura possa essere uno strumento operativo di libertà.


Il romanzo

Dopo ogni incontro, una donna e un uomo fotografano il paesaggio che il sesso lascia dietro di sé: vestiti sul pavimento, scarpe rovesciate, lenzuola sgualcite. Non ritraggono i corpi, ma le tracce dell’accaduto, la mappa di un’intimità che si è consumata e già svanisce. È così che, per tutto il 2003, si amano la scrittrice Annie Ernaux e l’autore e giornalista Marc Marie. Per lei è un anno cruciale, segnato dall’operazione e dalla cura di un tumore al seno. Quegli scatti in pellicola, che richiedono tempo per essere sviluppati, fanno nascere un piccolo cerimoniale domestico.
Poi l’idea di scegliere alcune immagini e scriverne, elaborando ognuno il proprio testo in solitudine, «senza mai mostrare né accennare nulla all’altro». Le fotografie diventano così lo spazio da cui può prendere forma anche il racconto della malattia, «l’altra scena», assente negli scatti ma presente nel corpo di lei.
Libro unico e irripetibile, L’uso della foto indaga il desiderio, la perdita, la distanza tra ciò che si vede e ciò che si vive, nella consapevolezza che «il più alto grado di realtà sarà raggiunto solo se queste fotografie scritte si trasformeranno in altre scene nella memoria dei lettori».


L’autrice

Annie Ernaux è nata a Lillebonne nel 1940 ed è una delle voci più autorevoli del panorama culturale francese. Studiata e pubblicata in tutto il mondo, nei suoi libri ha reinventato i modi e le possibilità dell’autobiografia, trasformando il racconto della propria vita in acuminato strumento di indagine sociale, politica ed esistenziale. Considerata un classico contemporaneo, è amata da generazioni di lettrici e lettori. Nel 2022 è stata insignita del Premio Nobel per la letteratura.


  • Casa Editrice: L’Orma Editore
  • Traduzione: Lorenzo Flabbi
  • Pagine: 168
  • Prezzo: E 17,10

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GRANDE RAGAZZA, PICCOLA CITTA’ di Michelle Gallen



A giudicare dalla penombra nella camera da letto Majella capì che il sole mattutino era sparito e un altro cielo grigio premeva su di loro con tutta la sua forza e lo avrebbe fatto fino a che l’invisibile sole non fosse affondato dietro le montagne. Controllò il cellulare: “nessun nuovo messaggio”. Si rimise giù e ascoltò il chiacchiericcio della tele di sotto.


Aghibogey e l’apoteosi del fallimento della narrazione politica del nostro tempo.

6 novembre 2025

Per chi ha sempre creduto che i Troubles fossero scaramucce di un passato morto e sepolto, in un angolo di Europa remoto e trascurabile, la lettura di questo romanzo rimette la Storia e le istanze dell’Irlanda del Nord al posto che meritano, ossia nel ricordo vivido di un recente passato sanguinoso e intransigente. Una necessità, in fondo, per chi come molti di noi, ha dimenticato quei lunghi anni, odorosi di polvere da sparo e di sangue sparso a terra. Una lotta che fece della religione il suo assurdo baricentro, con le sue propaggini velenose.

Michelle Gallen, che è nata e cresciuta durante i Troubles, ambienta il suo romanzo di esordio, Grande ragazza, piccola città, in una immaginaria piccola cittadina nord-irlandese nel 2004, quando il conflitto è ormai finito ma non sono terminate le sue eco. Il paese è ormai privo di soldati, di armi, di fumi che escono dai cumuli di macerie. I ponti sono stati ripristinati ed è nuovamente possibile passare il confine. Un ritorno repentino alla normalità che suona quasi traumatico per chi, come Majella, è cresciuto con la questione irlandese a tentennare tra i piedi, respirando l’aria acre, densa di pericoli, di quella paura che diventa impercettibilmente un’ombra conosciuta e non fa più impressione. La pace è sparita, nascosta sotto le occhiate di sdegno, la segregazione, il fiume che divide, come sempre ha fatto da che c’è memoria, la zona cattolica da quella protestante.

Tutto appare normale, anche se non lo è. Il padre di Majella, attivista dell’IRA, è scomparso improvvisamente e nessuno sa cosa ne è stato di lui. Una militanza che non è stata indolore e che ha lasciato un’ombra lunga sulla vita di tutta la famiglia. Scelte delle quali Majella non è del tutto consapevole. Majella non sempre dimostra di comprendere a pieno ciò che la circonda. Una forma di difesa per chi come lei ha visto la propria vita prendere una rotta inaspettata, allontanandosi da una situazione di tranquilla ordinarietà per virare verso gli stridori dell’indigenza e del disagio. Sua madre è rimasta intrappolata tra il disincanto e la rabbia, che vive e incarna la stessa frustrazione di un paese che non trova pace. Che si è consegnata alle trappole dell’alcolismo e ha rinunciato a prendersi cura di se stessa e di sua figlia.

Majella è cresciuta in un contesto in cui occorre prendere una posizione netta. La necessità di scegliere da che parte stare è diventata per lei una sorta di resistenza silenziosa che trova sfogo nell’abitudine, nella passività, nella mancanza di stimoli e di obiettivi. L’assenza del padre è un vuoto che Majella riempie con il suo bisogno di routine, con la solitudine, il rifiuto di tutto ciò che potrebbe portarla verso gli altri, con i quali tuttavia ha a che fare tutti i giorni, poiché lavora in un chip shop. Un ambiente che trasuda calore e grasso di patatine fritte. Un luogo in cui il cibo cessa di essere nutrimento e diventa oppio per dimenticare i problemi di tutti i giorni. I clienti del chipper sono sgrammaticati, disagiati, poveri, soli. In cerca di calore, di una parvenza di normalità. Non hanno peli sulla lingua, sono scurrili, vivono una vita in perenne bilico tra la sopravvivenza e la speranza. Tutti si conoscono e ognuno oscilla tra la pietà e il rancore verso l’altro. Sono pettegoli e sporchi, impantanati in una vita che li ha traditi, costretti a schierarsi, pagandone le conseguenze.

Anche Majella ha deposto le armi. Non si cura del suo aspetto, mangia sregolatamente, vive con una madre sciatta e alcolista in una casa sporca e buia, dove tutto è caotico e opaco, dove persino i sogni non si azzardano ad entrare. Fa sesso quando capita, si sbronza il fine settimana. passa il tempo libero a letto a guardare la televisione. Sa di meritare disprezzo e disapprovazione. E’ sola ma non è mai sazia di solitudine.

In quello che è un fallimento su larga scala, Michelle Gallen riesce a costruire l’apotesi del fallimento di tutte le grandi narrazioni politiche che, dopo aver sparso sangue si risolvono e svaniscono nello squallore di una cucina fredda, dove una donna e sua figlia mettono malamente insieme i frammenti di una vita marginale e patetica. Ma, e questa è la sua grandezza, lo fa con studiata leggerezza, mutuando un linguaggio paradossale e raffazzonato, costruendo incredibili caricature, utilizzando una comicità tragica e secca che fa sorridere mentre un malore intestino contrae le viscere e suggerisce quella tristezza cattiva che non sa consolare. Un tono antisentimentale rotondissimo, con il quale dice l’indicibile. Con il quale tratteggia la sconfitta dell’essere umano che cerca di risorgere dalla cenere dopo gli incendi della lotta. La vita dopo la violenza, dopo l’ideologia radicale, dopo la perdita.

E nell’incertezza tra il pianto e il riso, tra lo sdegno e l’empatia, Gallen costruisce un microcosmo vivido e colorato, dove possiamo facilmente intravedere quel filo di compassione che rende tutto più vicino, più umano.

Grande ragazza, piccola città è davvero un piccolo capolavoro di realismo e di rinascita. Un’occhio crudo che guarda il mondo fuori con indifferenza. Con il disinteresse di chi ha visto senza penetrare a pieno il significato di lottare per un ideale che scardina tutta la tua vita senza saperti ricompensare. Un’amara disillusione sulle possibilità di cambiare davvero il destino dei popoli e un invito a cercare la felicità nelle piccole cose. Una narrazione intrisa di umorismo, sagacia, ironia, profonda sensibilità. E un personaggio davvero indimenticabile che riesce ad intravedere un baricentro nella nebbia fitta della sua vita. Una vita che si rivolta contro, senza dare scampo. Il disegno di un destino impietoso che schiaccia tutto e tutti ma che in fondo non sa finalizzare la vittoria e si lascia doppiare da quel corridore insospettabile che non getta la spugna e continua a correre, cadenzato, concentrato, perseverante. Fino al traguardo.


Il romanzo

Majella O’Neill ha ventisette anni e vive con la madre alcolizzata in un’immaginaria cittadina dell’Irlanda del Nord: Aghybogey. Passa le giornate al lavoro in un chip shop dove è spettatrice delle vite tragicomiche dei suoi concittadini, spesso ubriachi e scortesi, e a casa dove trascorre gran parte del tempo a guardare vecchi episodi di «Dallas», a bisticciare con la ma’ e ad abbuffarsi di cibo fritto che si porta dal lavoro. Non ha amici, non ha peli sulla lingua, ha manie e tic, non è interessata ai pettegolezzi che le racconta ogni giorno il collega Marty, e alla cupezza della routine, e più in generale della vita nel Nord Irlanda – siamo nel 2004 e i Troubles sono finiti da poco, ma la comunità è ancora sconvolta e divisa dalla violenza –, reagisce con una certa causticità. La sua vita cambia con la morte dell’amata nonna, dopo un’aggressione misteriosa, e questo dolore, insieme a una sorprendente rivelazione, le farà capire che Aghybogey non è il centro del mondo… Majella O’Neill è un personaggio indimenticabile e Michelle Gallen ce lo fa conoscere con un dark humour tutto suo e con una lingua espressiva, frizzante, che esplode quando a prendere la parola sono gli strampalati abitanti di Aghybogey. Una storia piena di ritmo che alterna momenti comici e drammatici ed esplora le possibilità del futuro che attende ciascuno di noi.


L’autrice

Michelle Gallen è nata nel 1975 nella contea di Tyrone, Irlanda del Nord. È cresciuta durante i Troubles a pochi chilometri dal confine con la Repubblica d’Irlanda. Si è laureata in Letteratura inglese al Trinity College di Dublino e in Editoria alla Stirling University in Scozia. Ha iniziato la sua carriera di scrittrice nel 2006 con un racconto per la rivista irlandese «The Stinging Fly». Grande ragazza, piccola città è uscito nel 2020 per la casa editrice inglese John Murray ed è stato finalista agli Irish Books Awards come esordio dell’anno, al Costa First Novel Award, al Comedy Women in Print. Il secondo romanzo, Factory Girls, uscito nel 2022 sempre per John Murray, ha vinto il premio Comedy Women in Print ed è stato in short list al Royal Society of Literature Encore Award 2023. Entrambi i romanzi sono usciti in America e in Francia. Ha pubblicato racconti su varie riviste, tra cui «Mslexia», «The Stinging Fly», «Cyphers», «QWF» e ha vinto l’Orange/NW Short Story Award. Vive a Dublino con il marito e i due figli. Attualmente lavora al terzo romanzo e alla sceneggiatura delle serie tv per la BBC tratte dai suoi due libri.


  • Casa editrice: KellerEditore
  • Traduzione: Elvira Bassi
  • Pagine: 342
  • Prezzo: E 19,00

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