
Mia madre è un pesce: anatomia di una sparizione
La morte aleggia tra le pagine di Mia madre è un pesce con leggerezza, con una grazia che sparge stupore e lascia il lettore con un velo di malinconica speranza. Che la vita in fondo non sia condanna, ripetizione. Ma che sia un posto che accoglie, dove poter scegliere. Quel contenitore misterioso in cui possiamo trovare una chiave di lettura, delle istruizioni per attraversarla senza troppa pena. Un paniere colmo di sorprese dove il nero che vi abita possa trovare la sua sfumatura più clemente, più brillante.
Massimiliano Timpano avvicina la morte alla poesia, e la poesia alla morte, in un movimento circolare in cui l’una genera l’altra e dall’altra riceve significato. Le parole diventano un modo per abitare l’assenza, per dare forma a ciò che sfugge alla ragione, per accogliere il mistero dentro la quotidianità. La letteratura compie così il suo gesto più umano: rende accessibile l’indicibile, avvicina ciò che temiamo, trasforma lo smarrimento in una possibilità di comprensione.
Il titolo, che evoca inevitabilmente il piccolo Vardaman di Mentre morivo di William Faulkner, racchiude già questa intuizione folgorante. In questa equazione infantile il dolore trova una lingua tutta sua. La madre si trasforma, varca la barriera della perdita e continua a esistere. Una dimensione che riconcilia e ammorbidisce ciò che appare indicibile.
La poesia, in fondo, ha l’onere di avvicinare l’uomo alla morte facendo sì che sia vista come qualcosa di palpabile, una presenza familiare, parte del paesaggio umano. Qualcosa che possiamo guardare, nominare, perfino comprendere attraverso una metafora.
La compassione di Timpano nasce qui, in questa capacità di accompagnare il lettore verso il dolore con passo lieve, lasciando che l’ironia e la tenerezza facciano il proprio lavoro. La vita conserva le sue stranezze, il suo umorismo involontario, la sua ostinata inclinazione al meraviglioso. E la morte, dentro questo paesaggio, trova finalmente una dimensione abitabile.
Il romanzo arriva oggi, dopo la scomparsa del suo autore, avvenuta nel 2022. Una coincidenza che assume una risonanza ulteriore, poichè le parole arrivano attraverso il tempo, cristallizzate in una condizione immutabile, nate da chi non potrà più modificarle. Da una voce che è rimasta indietro ma che ci guarda da una dimensione privilegiata. Uno sguardo benevolo, colmo di indulgenza per chi resta, confuso dai mille riverberi, dagli specchi deformanti e dalle illusioni del vivere.
Una madre, due superstiti e un viaggio verso il mare
Regina Effe ha appena concluso l’anno scolastico quando affronta con il padre Livio un viaggio verso Campo delle briciole, un luogo carico di memorie, dove dovranno affidare al mare il ricordo della donna che ha cambiato per sempre le loro vite.
La madre di Regina era una creatura anticonvenzionale, una traduttrice brillante, una donna innamorata della letteratura e delle sue figure più tormentate. Studiava poetesse e intellettuali accomunate da destini tragici e morti premature: una costellazione di donne che sembra proiettare la propria luce inquieta sulla sua stessa esistenza.
La sua morte ha tracciato un confine che né Regina, adolescente ribelle in cerca della sua identità, né Livio, schiacciato da un’assenza che appare incolmabile, sanno come percorrere. Tra loro gravita il senso di colpa, il dolore, la rabbia. Macigni che tutti i giorni impediscono loro di vivere la loro condizione con autenticità. I ricordi sono troppo vivi, troppo grandi per consolarli, per donare loro una dimensione in cui la desolazione, il cordoglio, la pena sappiano avvicinarli, ricreando dal caos assoluto un nuovo modo di amare e di vivere. Il lutto possiede una sua geografia, fatta di luoghi da raggiungere, ricordi che affiorano a tradimento e parole che arrivano sempre un momento dopo. Un luogo che entrambi sanno di dover raggiungere prima o poi. Un posto in cui definitivamente si disegneranno nuovi confini, nuove configurazioni. Un nuovo equilibrio che fa solo paura. Che suona la musica dell’abbandono, del dimenticare, del passare oltre e continuare a vivere.
Il viaggio diventa così una piccola odissea familiare. Ci sono il caldo incendiario di giugno, piogge bibliche, contrattempi, incontri improbabili, librai ossessionati dalle liste, locandiere memorabili e personaggi che sembrano sbucati da una favola raccontata da qualcuno con una certa inclinazione al disordine.
La vita, insomma, continua a fare il proprio mestiere: scompigliare i piani, infilare una risata dentro una giornata di lacrime, costringerci a incontrare il grottesco proprio quando avevamo preparato il fazzoletto.
Il lutto e un pesce in tasca
La letteratura pullula di madri morte. Sono assenze monumentali, fantasmi domestici, colpe da espiare, reliquie da custodire. Sono così perfette da sembrare sante olacunose, subdole, tanto da diventare immediatamente un contenitore di colpe, un generatore di traumi.
Massimiliano Timpano sceglie un chiaro scuro, imbocca una strada oliqua per dipingere la sua fgura di madre. La madre di Regina non è santa e non è perfetta, ma è una presenza vivida, palpabile, anche nella sua assenza. Una madre che continua a vivere attraverso le sue passioni, le sue eccentricità, le parole che ha amato e quelle che ha lasciato in eredità. La sua presenza si deposita nelle cose, nei luoghi, nella memoria di chi l’ha conosciuta. Diventa una corrente sotterranea che trascina padre e figlia verso un passato ancora capace di sorprendere.
E’ qui che accade l’inaspettato, poichè il lutto appartiene alla vita, con tutta la sua scomposta vitalità. Chi resta deve imparare a muoversi dentro un paesaggio trasformato, mentre il mondo continua a produrre coincidenze, incontri, inconvenienti e perfino occasioni di felicità. La morte pretende solennità. La vita, per fortuna, ha pessime maniere e continua a interromperla.
Le regine volanti e il mestiere di restare al mondo
Dentro questo viaggio si muove anche la letteratura, presenza concreta e affettiva, compagna di strada e possibile bussola. I versi di Sylvia Plath e delle altre poetesse amate dalla madre di Regina formano una costellazione di voci femminili, una piccola genealogia di donne che hanno attraversato il dolore affidandolo alla scrittura.
La madre ha dedicato il proprio lavoro a donne dalla vita spezzata, figure la cui opera sopravvive al corpo e continua a interrogare chi legge. Adesso è lei stessa a entrare in quella zona misteriosa dove una persona diventa memoria, racconto, impronta.
La letteratura mostra così la sua più intima funzione: custodisce ciò che il tempo trasforma, riporta in superficie le voci sommerse, costruisce passaggi fra chi se n’è andato e chi cerca ancora un modo per restare. C’è qualcosa di profondamente commovente in questo dialogo fra donne lontane, unite dalla scrittura e da una forma di sopravvivenza che passa attraverso le parole. Le poetesse amate dalla madre diventano, per la figlia e per il lettore, presenze da interrogare, compagne di viaggio, presenze che mai prima d’ora sono portatrici di vita, mostrando chiaramente che l’eredità più preziosa di una persona coincide proprio con le domande che continua a suscitare.
Il pesce, Faulkner e quella faccenda complicata chiamata vita
Torniamo a Faulkner. Nella frase infantile, assurda e folgorante di Vardaman la mente cerca un ordine, una logica che la morte ha sconvolto. Timpano raccoglie quella suggestione e la inserisce dentro un romanzo in cui la memoria assume forme imprevedibili e il viaggio diventa una possibilità di ricongiungimento. Il pesce è l’immagine perfetta per raccontare chi abbiamo amato e che continua ad abitare il nostro mondo in una forma diversa. Il pesce, nel titolo, è inoltre un invito ad accogliere l’assurdo, a trattenere l’infanzia, a rendere accettabile il dolore.
Un libro che arriva dopo
L’autore muore e rivive in ciò che ha scritto. La madre di Regina muore e continua a vivere nella memoria di sua figlia. Due assenze che si rispecchiano, due storie che ci parlano della distanza fra il corpo e il ricordo, fra la vita vissuta e quella che riusciamo a raccontare.
Mia madre è un pesce ci lascia con una domanda infantile e vertiginosa: dove vanno a finire le persone che abbiamo amato? Forse diventano acqua, memoria, parole. Forse si nascondono in una frase letta al momento giusto, in un verso che riaffiora dopo anni, in un libro arrivato sulla nostra strada quando il suo autore ha già consegnato al tempo la propria storia. Poi, per un istante, la superficie si increspa. E qualcosa torna a nuotare.
Il grottesco e la poesia, una strana coppia.
La scrittura di Massimiliano Timpano possiede una grazia irriverente.- La sua lingua procede per scarti, illuminazioni e improvvise accensioni, intrecciando l’assurdo alla tenerezza, l’ironia alla malinconia, con una leggerezza che custodisce una profonda consapevolezza dell’umano. Il quotidiano si apre all’imprevisto, le immagini si caricano di significati obliqui, le parole trovano passaggi segreti fra il visibile e l’invisibile. E proprio quando il racconto sembra concedersi una digressione, Timpano lascia affiorare una verità emotiva, una piccola fenditura attraverso cui la vita rivela tutta la propria struggente eccentricità. La sua è una scrittura che sa sorridere davanti all’abisso e riconoscere, persino nelle pieghe più dolorose dell’esistenza, una scintilla di meraviglia.
Perché leggere Mia madre è un pesce di Massimiliano Timpano
Perché la morte, tra queste pagine, perde la sua veste cerimoniale e torna a sedersi accanto alla vita. Perché la poesia sa trasformare il dolore in una lingua abitabile, l’assenza in una presenza segreta, la malinconia in uno sguardo colmo di compassione. Perché Massimiliano Timpano attraversa il territorio fragile del lutto con levità, ironia e un’immaginazione capace di riconoscere il meraviglioso nelle pieghe dell’esistenza.
E poi perché questo romanzo, arrivato ai lettori dopo la scomparsa del suo autore, custodisce una coincidenza che commuove e interroga: mentre la letteratura racconta chi resta e chi parte, le parole di Timpano continuano il loro viaggio, trovando nuovi occhi, nuove vite, nuove risonanze.
Leggetelo per scoprire che anche la morte può avere una voce poetica, che la tenerezza sa convivere con l’assurdo e che certe storie, come certi pesci, conoscono correnti misteriose capaci di attraversare il tempo.
Il romanzo
E’ un caldo giorno di giugno, l’ultimo di scuola prima dell’estate. Regina Effe si lascia alle spalle la classe ormai vuota e s’incammina per incontrare il padre Livio. C’è un breve viaggio che li aspetta. C’è da esaudire un desiderio, consegnare al mare il ricordo della madre di Regina. Il posto scelto è Campo delle briciole, luogo di vacanze circondato da un’aura speciale fin da quando la madre di Regina, da piccola, era sparita per un giorno intero per “andare a stare con i pesci”. Amorevole e anticonvenzionale, traduttrice brillante e piena di vita, nonostante il suo lavoro fosse incentrato sullo studio di poetesse e intellettuali accomunate da una fine tragica e prematura, la madre di Regina ha lasciato un grande vuoto. Livio fa del suo meglio ma Regina è un’adolescente che riesce a volergli bene solo tenendolo a distanza. Forse quel viaggio sarà l’occasione per ritrovarsi e per riuscire ad accostare dolcemente la porta di un passato che ancora li sfinisce. Accompagnati dai versi di Sylvia Plath e delle altre “regine volanti”, padre e figlia giungeranno alla fine del viaggio che avrà le fattezze di un guizzo acquatico e di una risata argentina. O sarà stato solo un sogno?
L’autore
Massimiliano Timpano (Roma, 1979-2022) ha fatto il barista, il magazziniere e per anni il libraio. Ha scritto per “BBC History”. Per Bompiani ha pubblicato: Chiuso per Kindle (insieme con Pier Francesco Leofreddi) e La vita, se altro si dice. Nel 2020 è uscito per Einaudi Ragazzi La brigata mondiale, ispirato alla vita di Ugo Forno. Massimiliano viene a mancare nel febbraio 2022 a causa di un malore improvviso.
- Casa Editrice: 8otto
- Prezzo: E 17,00
- Pagine: 168
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