
Il giardino dei fiori infelici di Nicola Lucchi: quando il male mette radici
Una fiaba nera di povertà, colpa e vendetta. E una donna, Olga, sulla quale un intero villaggio deposita il peso delle proprie vergogne.
Il male cresce nelle case dove la povertà si tramanda insieme ai cognomi, nei luoghi in cui la reputazione vale più della giustizia, nelle comunità che sanno riconoscere un colpevole assai prima di interrogarsi sulle proprie responsabilità. Germoglia nel silenzio, si nutre dell’indifferenza, mette radici nella miseria. Il giardino dei fiori infelici di Nicola Lucchi, pubblicato da Neo Edizioni e vincitore del Premio Nazionale di Narrativa Neo 2025, ci conduce lì, nel terreno oscuro in cui l’ingiustizia prepara il raccolto della violenza.
Una fiaba nera, che si intinge in un gotico nostrale, che germoglia nei luoghi della nostra infanzia, nella terra di confine, nella porta accanto a quella di casa nostra. Un buio che avvolge luoghi insospettabili, dove l’ignoranza è consuetudine, è normalità, e sembra innocua. Una narrazione ancestrale in cui il bosco custodisce segreti e gli uomini, assai più delle creature fantastiche, sanno essere mostruosi. La scrittura si muove con un passo grave, quasi biblico, e accompagna il lettore dentro una vicenda in cui la colpa attraversa le generazioni, cambia volto, si nasconde dietro le convenzioni sociali e reclama il proprio tributo.
La fiaba conosce da sempre la crudeltà. Nei suoi boschi si abbandonano bambini, nelle case si consumano tradimenti, le figure materne assumono sembianze terribili e gli innocenti pagano il prezzo delle colpe altrui. Sotto la superficie delle storie destinate all’infanzia si nasconde un catalogo di paure adulte: la fame, l’abbandono, la perdita, la violenza, la necessità di sopravvivere. La fiaba permette a Lucchi di interrogare l’origine del male attraverso una prospettiva diversa da quella del semplice racconto criminale. Il male nasce da una scelta individuale, dalla ferocia di un gesto, dalla capacità di ferire deliberatamente. Ma può anche germogliare da una lunga successione di umiliazioni, da una comunità che abbandona i propri membri, da un sistema di valori che protegge i forti e consegna i deboli alla vergogna.
Lucchi costruisce un mondo remoto, una vallata alpina che sembra appartenere a un tempo sospeso, eppure conosce benissimo le geometrie del nostro presente. Perché la miseria, il pregiudizio, la violenza esercitata sui più fragili e la necessità di trovare un capro espiatorio sono vecchi quanto il mondo. E il mondo ha conservato una memoria impeccabile per le proprie crudeltà.
La trama: una confessione nel bosco, una comunità sotto processo
Lucas ha ventidue anni quando torna a casa in manette, scortato dai carabinieri. L’accusa riguarda l’uccisione di alcuni bambini. Il verdetto, nella coscienza della comunità, sembra già pronunciato; resta da comprendere il movente. Il ragazzo accetta di raccontare la propria storia a una sola condizione: poter camminare nel bosco insieme a don Raffaele, il sacerdote che ha lasciato il paese molto tempo prima.
Quella passeggiata diventa una discesa nel passato. Un percorso attraverso la storia di una famiglia e di un’intera comunità, dentro una catena di privazioni, esclusioni e violenze che precede Lucas e ne condiziona l’esistenza.
A raccontare è Olga, sua madre. La donna che il villaggio chiama strega. La donna che vede i morti. La donna sulla quale si sono accumulate le accuse, le superstizioni e le paure di chi ha preferito condannare ciò che sfuggiva alla propria comprensione.
La confessione di Lucas assume così la forma di un processo assai più ampio di quello che attende il ragazzo. A essere interrogati sono i rapporti di potere, le convenzioni morali, la responsabilità degli adulti e il modo in cui una società costruisce le proprie vittime. Una domanda risuana tra le pagine: quale parte del male appartiene a chi lo compie, e quale a chi ha preparato il terreno perché potesse attecchire?
Olga, la strega e il corpo che paga per ogni peccato.
Olga è il cuore oscuro del romanzo. Attorno a lei si addensano superstizione, paura, desiderio di punizione. La sua capacità di vedere i morti la colloca fuori dai confini rassicuranti della comunità: possiede uno sguardo che gli altri rifiutano, abita una soglia che gli altri temono.
Il villaggio la chiama strega e la storia delle streghe insegna quanto sia facile, per una comunità impaurita, trasferire su una figura femminile l’origine delle proprie sciagure3. La paura trova un nome, il nome diventa un’accusa, l’accusa prepara la punizione. La donna viene emarginata, esposta al disprezzo, privata della possibilità di abitare il proprio mondo. La sua diversità diventa una colpa pubblica. Il suo corpo, la sua reputazione, la sua stessa esistenza sembrano materia disponibile per la profanazione altrui. La comunità costruisce il mostro e poi si spaventa davanti alla sua immagine.
Olga porta addosso questa contraddizione. È una donna ferita dalla povertà, dall’esclusione e dal giudizio altrui; una madre legata a Lucas da un amore profondo, viscerale, attraversato dalla consapevolezza di una storia familiare che ha generato conseguenze terribili. Il suo sguardo restituisce alla vicenda una complessità che il giudizio pubblico vorrebbe cancellare. Perché una madre può amare il proprio figlio anche quando il mondo lo consegna all’orrore. Può continuare a riconoscere in lui la creatura che ha tenuto fra le braccia, persino quando quella creatura diventa irriconoscibile agli occhi degli altri.
L’amore materno, in questo romanzo, conserva tutta la sua potenza e tutta la sua ambiguità. È una forza che protegge, accompagna, custodisce; può diventare anche il luogo in cui il dolore si avvita su se stesso, alimentando una fedeltà capace di attraversare ogni confine.
La figura della strega ci accompagna da secoli proprio per questo. È il volto che il potere attribuisce alla donna quando desidera disciplinarla, il marchio che le impone quando la sua esistenza disturba l’ordine stabilito. Olga è una strega agli occhi degli altri. Ma Lucchi sembra invitarci* a osservare chi ha bisogno di chiamarla così.
La povertà: il terreno sul quale attecchisce l’ingiustizia
La miseria, in queste pagine, possiede una forza narrativa che supera la semplice condizione economica. È un destino imposto, una forma di isolamento, una privazione che coinvolge il corpo, le possibilità, la dignità.
La povertà di Olga e della sua famiglia si intreccia con l’ostilità della comunità, creando una spirale in cui ogni ferita prepara la successiva. L’emarginazione diventa una condanna che si trasmette nel tempo, mentre il pregiudizio offre agli altri una rassicurante spiegazione delle disgrazie. Nel mondo di Lucchi il male assume una dimensione più inquietante. Le sue radici affondano in un terreno condiviso, mentre i suoi frutti vengono attribuiti a un singolo individuo.
I fantasmi non sono mai stati così buoni.
I fanstasmi sono la condanna di Olga ma anche i fedeli custodi di Lucas. Sono un ingrediente necessario, quel prurito che strazia le carni ma che non smette di farci sanguinare. Come ogni cosa sconosciuta, ci attrae verso quella vertigine che ci spaventa ma che acuisce il desiderio di lanciarsi nel vuoto. Un desiderio proibito che ci rende intraprendenti. Che ci fa osare mentre attendiamo la nostra inappellabile condanna. Una dimensione spettrale ma anche profondamente umana. I bambini appartengono al regno degli innocenti: la loro morte spezza questa immagine e lascia un vuoto che nessuna spiegazione riesce a colmare. La loro immagine apre una voragine nella distinzione rassicurante fra vivi e morti, innocenza e colpa, condanna e compassione.
La scrittura di Lucchi: l’infanzia violata, il buio che mette radici
La scrittura di Nicola Lucchi possiede la precisione di una lama e la forza perturbante delle favole. La sua prosa, incisiva e visiva, procede attraverso immagini che restano impresse e suggestioni capaci di sedimentare ben oltre l’ultima pagina. Il paesaggio montano, il bosco, le case povere e i fiori che danno il nome ai capitoli compongono un universo sospeso, dove il quotidiano scivola nell’incubo e l’orrore assume i contorni familiari delle cose viste da sempre.
Lucchi restituisce al lettore l’idea che l’orrore si celi nelle cose più innocue, nelle abitudini che sono ormai sedimentate, negli atteggiamenti che accettiamo senza porci troppe domande ma che sono, ad uno sguardo più profondo, vere voragini che si aprono sotto i piedi. Ogni vessazione, ogni ingiustizia, qualsiasi giudizio dato con leggerezza può essere una miccia pronta ad incendiare un ambiente ormai saturo di malignità e di pregiudizio. Questa è la vera forza di questo romanzo ed è al tempo stesso la minaccia più sottile che l’uomo tende a se stesso e ai suoi simili. Bravo Lucchi ad estrapolare questo messaggio, assai più perturbante e pericoloso di qualsiasi spettro.*
Lucchi attraversa l’infanzia, sottraendola a ogni rappresentazione consolatoria. I bambini abitano un territorio vulnerabile, esposto alle colpe degli adulti e a una violenza che precede persino la possibilità di comprenderla. Assorbono la paura, apprendono il disprezzo, decifrano i silenzi. Il mondo insegna loro le proprie regole attraverso l’amore che concede e le umiliazioni che infligge.
Il romanzo
Romanzo Vincitore del “Premio Nazionale di Narrativa” Neo Edizioni – 2025 Ha ventidue anni Lucas quando torna a casa in manette, scortato dai carabinieri. L’accusa è già nota, il verdetto già emesso, ma nessuno conosce ancora il movente. Il ragazzo spiegherà perché ha ucciso quei bambini, a una sola condizione: che gli sia concessa una camminata nel bosco insieme a don Raffaele. Il prete se n’è andato dal paese molto tempo prima, e non immagina perché Lucas voglia parlare proprio con lui, ma è un uomo di Dio e non può rifiutare. Ciò che lo aspetta è più di una confessione. È una via crucis. A raccontarla è Olga, la madre del ragazzo. “La strega del villaggio”, così la chiamano. Nelle parole della donna, la storia della sua famiglia si mescola a quella della comunità in cui vive – ed è una storia di povertà, esclusione e violenza. Ma è anche la storia dell’amore che lega un figlio e sua madre. Di cosa può diventare l’amore se affonda le radici nella solitudine e nel dolore. Il giardino dei fiori infelici è un romanzo sulla colpa, sulle conseguenze del silenzio, sull’orrore che germoglia da altro orrore. Un’opera gotica misteriosa. Il racconto di un mondo in cui la disperazione non risparmia nessuno: perché anche le vittime, in una remota vallata alpina, possono diventare carnefici.
L’autore
Nicola Lucchi lavora come sceneggiatore ed è autore di romanzi e saggi. Tra le sue pubblicazioni per ragazzi la trilogia di Daniel Ghost e la dilogia I guardiani della memoria, entrambe edite da Gribaudo e Memorie di un boia che amava i fior, Ediz. Illustrata (Bakemono Lab, 2020). Appassionato di storia di Hollywood, scrive di cinema per varie riviste specializzate ed è autore del volume Il sogno del cinema – La mia vita, un film alla volta, autobiografia del direttore della fotografia Dante Spinotti edita da La Nave di Teseo (2023).
- Casa Editrice: Neo. Edizioni
- Pagine: 180
- Prezzo: E 16,00
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