LE CASE DAI TETTI ROSSI di Alessandro Moscè

Gli invisibili del manicomio erano intramontabili. Avevano una personalità nascosta sotto le nuvole dei pensieri, come le radici delle piante più delicate che andavano protette dal freddo dell’inverno. Rappresentavano un assoluto fuori dal mondo, o erano tutto il mondo. Due facce della stessa medaglia, la scena e il retroscena, l’ossessione per le atrocità subite da bambini, da adolescenti, durante la guerra. O perché nati male, infelici. La fatalità era rivolta ostinatamente contro i matti, che non riuscivano a sfogarsi, ad aprirsi. Il loro groppo in gola veniva avvertito come un demone sinistro. Girava e si fermava sotto il chiasso dei passeri che volavano in gruppo da un albero all’altro, o sotto il garrito dei gabbiani che dal Passetto, dal mare bianco, si allontanavano verso il centro di Ancona, volando sopra il cimitero degli ebrei.
Il vuoto del cielo penetrava più a fondo negli intervalli di buio e ans
ia.

Trama

In occasione della vendita della casa di nonna Altera e nonno Ernesto, Alessandro torna ai tetti rossi, ovvero la grande struttura dell’ex ospedale psichiatrico di Ancona, complesso di palazzine nel verde inaugurato a inizi Novecento e riconvertito dopo la Legge Basaglia del 1978.

Il distacco dalla casa dell’infanzia diventa per lui la soglia di un viaggio nel tempo, nei ricordi di quando ragazzino gironzolava intorno ai cancelli per vedere i matti, gli internati, di quando Ancona e le Marche tutte confinavano tra quelle mura chi non aveva retto alla Seconda guerra mondiale: le ex prostitute, gli ossessivi, i paranoici e semplici sbandati infliggendo loro privazioni e pene corporali. A dare una svolta alla gestione dell’ospedale, sulla falsariga di Basaglia, Alessandro ricorda fu il dottor Lazzari, assistito da medici, da suor Germana e dal giardiniere Arduino, re dei fiori e delle piante medicinali. Oggetto del loro tentativo di un ospedale più umano l’uomo-giraffa, il pirata, Franca che sogna i nazisti, Adele che non ricorda nulla se non Mussolini, Giordano che quando non colleziona bottoni pensa solo al Napoli calcio. Alessandro entra nei loro cuori e, compassionevole, ci descrive gli ospiti del manicomio come senso, spirito, emozione, paura, speranza.Gioia, tristezza, euforia, disperazione. La sfida di una follia curabile si intreccia ai teneri ricordi famigliari, fatti anche di odori e sapori di un mondo perduto, e al campo da calcio su cui lui e Luca, il figlio del giardiniere, sfidarono i matti in una grande partita con squadre miste.

Il racconto poetico e illuminante di un pezzo di storia del Novecento spesso dimenticato, una riflessione emozionante sulla follia, l’integrazione e la libertà.


Recensione

Oltre il muro, al di là della barricata. Nella valle proibita, nei luoghi insidiosi, in cui regna il caos, il degenero. Lo straordinario incanto di corpi senza padrone, di anime errabonde, abbandonate al lusso della follia, al luccichio accecante della libertà. Espressioni, gesti, pensieri. Ossessioni, aberrazioni, voci fuori dal coro, troppo stridule per essere ascoltate, troppo lievi per essere sentite.

Alessandro è poco più che un fiolo negli anni settanta e i tetti rossi svettano vicino alla casa dei nonni, ad Ancona. Il manicomio esercita su di lui un’attrattiva quasi morbosa. E i matti, che sono visti con timore, spavento, ma anche con enorme curiosità mista a sgomento e a compassione. I matti, anime spezzate dagli abusi, dai disagi, dalla povertà. Uomini e donne minati da aberranti virtuosismi della mente, vittime di ossessioni, compulsioni, manie. Uomini e donne piegati dagli elettroshock, dai bagni gelidi, da fantasiose e terribili terapie frutto di assurdi pregiudizi. Intorpiditi, storditi, alienati, annientati.

Eppure il dottor Lazzari, direttore illuminato dei tetti rossi, infrangerà più di una consuetudine medica. Toglierà le barriere divisorie tra uomini e donne, incoraggerà i pazienti a scrivere, dipingere, disegnare. Pretenderà ambienti accoglienti e vorrà conoscere la storia di ogni paziente, per poter comprendere le ragioni del suo disagio. E aprirà le porte del manicomio alla città, organizzando feste di carnevale indimenticabili. Con lui il fido Arduino, virtuoso della botanica, giardiniere sensibile e illuminato, che tratta le piante così come Lazzari tratti i pazienti. Le ammaestra, le addomestica con il suo tocco delicato e la passione che trasuda dalle sue abili dita. Arduino, che costruisce una giungla gentile intorno al manicomio, domando anche le piantine più ostinate, in una sorte di parafrasi della cura medica sul paziente più difficile.

In quegli anni le nuove frontiere della psichiatria incombono sui manicomi.  La legge Basaglia, di lì a poco, chiuderà  i battenti dei manicomi e i matti saranno dati al mondo. Reintegrati nella società ma anche schiacciati dall’indifferenza e dalla segregazione. Ognuno con il suo bagaglio di follia.

Nell’incertezza di quegli anni, ogni matto cercherà una strada da percorrere. E il piccolo Alessandro, insieme a Luca, il figlio di Arduino, rimarranno ad osservarli, sognando di poter parlare con loro, di poter scoprire i loro segreti e di giocare a pallone sul campetto vellutato del manicomio. Ipnotizzati dall’alchimia della diversità, dall’appeal ingovernabile della deformità, della profanazione delle regole, dalla ribellione della mente rispetto all’educazione, alla creanza, alla scriminatura che colloca la normalità da un lato e la pazzia dall’altro. La libertà della follia, un allucinante meraviglia da provare sulla pelle. E l’incomprensibile apprensione degli adulti. Quella di scoprire l’insondabile abisso dietro gli occhi dei matti.

“Le case dei tetti rossi” è un omaggio delicato e struggente agli artisti della mente. Coloro che furono etichettati come pazzi perché eccentrici, spaventati o fuori dall’ordinario. I liberi di mente, i puri di cuore. E coloro che li curarono, che gli si inginocchiarono di fronte per guardarli negli occhi e ascoltare ogni loro parola. Chi volle conoscere la loro storia e provò a gettare un ponte per raggiungerli. Chi credette di guarirli, di rieducarli, di far tornare in loro fiducia e coraggio.

E gli altri, che stavano loro intorno, paralizzati dalla paura della diversità. Per i quali la follia fu un virus contagioso che passava sottopelle con la sola vicinanza. E la società tutta, che per cancellare i matti stabilì che non erano mai esistiti.

Un romanzo che segna un’epoca e descrive con partecipazione e umanità la parabola discendente della follia, prima demonizzata, poi negata. Che narra il coraggio di medici pionieri, che decisero di affacciarsi di fronte al precipizio. Che spalanca il miracolo compiuto da un semplice gesto e da una parola di conforto. Che scoperchia l’abuso e il disagio dentro alla follia. E che cancella il filo sottile che la sottrae alla normalità.


L’autore

Alessandro Moscè è nato ad Ancona nel 1969 e vive a Fabriano. Si occupa di letteratura italiana. È presente in varie antologie e riviste italiane e straniere. I suoi libri di poesia sono tradotti in Francia, Spagna, Romania, Venezuela, Stati Uniti, Argentina e Messico. Ha pubblicato saggi, curato antologie poetiche e romanzi. Si occupa di critica letteraria su vari giornali. Ha ideato il periodico di arte e letteratura Prospettiva e dirige il Premio Nazionale di Narrativa e Poesia “Città di Fabriano”.


  • Casa Editrice: Fandango Libri
  • Genere: narrativa italiana
  • Pagine: 186

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