DIVENIRE (VENTO) di Tiziana Stasi

Lucide spine.
Adagiato su una barca di rose e coralli ripensi alla vita e al suo continuo mutare, noncurante del cielo e delle sue lucide spine. Ritorna, ancora una volta, alla sua amata riva un gabbiano di cristallo, s’alza in volo nel cielo cobalto e scompare in lontananza.

Introduzione

“Divenire (vento)” è la nuova silloge poetica di Tiziana Stasi che col suo calamo incantato è in grado di trascinare il lettore in riflessioni profonde sulla vita. È un caleidoscopico e vertiginoso scenario di immagini, suoni e figure, in cui si alternano il sentimento per la natura, i grandi quesiti universali, l’amore, la vita , la morte e il profondo amore per la propria terra e per il suo amato mare. E poi c’è il vento, una costante della sua poetica. Vento che ha spesso un duplice significato: a volte rappresenta la vita e la gioia e altre la morte e il dolore. Divenire (vento) è l’urlo possente e sublime della natura, è l’infinito mutare di attimi fuggevoli sapientemente trasformati in poesia da un’anima che trabocca di emozioni potenti e di trepidante stupore.


I miei pensieri

La poesia non chiede permesso, né perdono.

Quando ce l’hai dentro non puoi sopirla. Ella trabocca come lava rovente e invade ogni cellula del tuo essere. Tu puoi solo ascoltarla e darle voce. A volte soffri liberandola. A volte invece è gioia e trascendenza quella che ti invade e ti esalta. E le parole occupano ogni spazio. Ti accecano e ti inebriano.

La poesia è un crudele tiranno che puoi solo compiacere. E’ il dolce tiranno che fa della tua vita arte e dell’arte il mezzo per diffondere la luce.


Tiziana Stasi affida al vento le sue sensazioni e il vortice dell’aria ne fa poesia. I suoi versi racchiudono la bellezza soave e prepotente della natura,  la voce imperiosa, irresistibile e ipnotica dei suoi elementi.

Il mare, che trasforma la tempesta in quiete dell’anima, col ritmico battere delle sue onde. Il cielo, un nastro lucido che fa da cappello ai nostri sogni più intimi. E il vento, che soffia costante tra le pagine. Brezza leggera, che solleva e rasserena. Ma anche gorgo che inghiotte e rabbuia.

Il vento è il filo conduttore della silloge poetica di Tiziana. Segna il tempo che scorre, scompiglia i pensieri e li confonde, cancella il passato e ricrea il presente. E l’uomo non può che soccombere davanti alle opere della natura. Può solo estraniarsi dal suo corpo per assaporare pienamente i fiati degli elementi, i suoi profumi, la violenza delle loro manifestazioni.

I versi di Tiziana sono istintivi, genuini, potenti. Il gusto per la bellezza, le parole che tessono musica, l’intensità di un sentire profondo, capace di estrapolare l’incanto da semplici immagini, fanno di questa silloge un viaggio intimo, una canzone dedicata agli affetti dell’autrice ma anche un inno alla propria terra, offesa, trafitta ma dispensatrice di profondo stupore e di incantevole meraviglia.


L’autrice

Tiziana Stasi, scrittrice crotonese, scultore e ceramista, appassionata di arte in ogni sua forma, si dedica in particolar modo alla poesia e da pochi anni ha deciso di condividere i suoi scritti. Ha ricevuto prestigiosi riconoscimenti a livello nazionale tra i quali il premio speciale della giuria per l’opera “Marta” al Premio letterario di Fermo, ed. 2018; à stata finalista al premio Argentario, ed 2018, con la poesia “La trama del tempo”; al Gran Galà internazionale della Poesia, ed 2018, è stata premiata per la poesia “Amal”; al Premio internazionale Autori italiani, ed 2019, si è classificata al secondo posto con la poesia “Vertigine”. I suoi componimenti sono contenuti in numerose antologie poetiche nazionali e nel 2019 ha pubblicato con la CSA Editrice la silloge “Anima a Nudo”. L’artista partecipa a reading letterari e ha anche prestato in più occasioni la sua voce per declamare poesie di autori contemporanei.


  • Casa Editrice: CSA Editrice
  • Genere: poesia
  • Pagine: 78

DELLA STESSA SOSTANZA DEI PADRI di Davide Rocco Colacrai

c’era l’ombra dell’uomo che sarei diventato
l’amore che si era congedato da me
cerchi di sospensione che invecchiavano il cuore
la carenza di felicità
una minestra raccolta nel mio cappello
gli ultimi istanti di una sigaretta sul marciapiede
valigie immobili e vuote
e tutto quel che rimane dopo il dolore e Dio
 
(da “La sottile bellezza dell’imperfezione”)

I versi di Colacrai escono da una penna elegante, che incastona persone, avvenimenti, sensazioni, istituzioni, osservazioni in frasi nelle quali ogni parola è al suo giusto posto, ha il suo giusto peso. Parole capaci di far provare pietà, rabbia, malinconia, desiderio di riscatto, illuminando la realtà di una luce nuova e non comune.


Una silloge sugli uomini. Poesie come frammenti di vite, nate e poi disperse nell’aria. Uomini che hanno calpestato il suolo di questo pianeta, in epoche diverse, lasciando orme profonde oppure lievi tracce, quasi invisibili. Uomini sconosciuti e uomini noti, fatti della stessa sostanza.

Mai come in questa raccolta è chiara la sensazione che ogni vita racchiude in sé un mondo intero. Un mondo sconosciuto e imprevedibile. Che ci scuote nel profondo, perché in queste vite possiamo riconoscerci.

Ho trovato delicatissime le immagini che il poeta ci dà dell’Uomo. Un Uomo che si spoglia delle sue velleità, e che resta nudo a mostrare le sue ombre e i suoi contorni più teneri. Uomini soli, uomini perseguitati. Uomini che inseguono un sogno. Uomini che hanno perduto il loro baricentro.

Uomini senza filtri, che non temono di mostrarsi. Lontanissimi dall’essere eroi, pur vestendone inconsapevolmente i panni.

“Della stessa sostanza dei padri” richiama alla mente l’ineluttabilità della condizione umana. E il dolce amaro che si trae dalla ripetizione degli eventi. Da sentimenti in cui ci riconosciamo, gli stessi che hanno fatto vibrare gli animi dei nostri predecessori.  O che hanno reso memorabili e meravigliose le vite di chi ci ha preceduto su questa terra. Che hanno reso un’esistenza unica e irripetibile oppure che l’hanno scardinata, rendendola un lago di odio o di dolore.

Ne ricaviamo un senso di rasserenante coralità, un balsamo per la nostra anima. E nasce la profonda compassione verso i dolori dell’Uomo. Verso le sue pene che epoca dopo epoca convergono a lambire la nostra vita. Verso le ingiustizie che da sempre attanagliano il mondo. Verso la debolezza, dalla cui asperità sono nati gli acuti più sublimi.

Davide Rocco Colacrai torna con il suo magico cesello, a disegnare virtuose volute dentro chi legge i suoi versi. Innalza la nostra anima, che finalmente può grondare lacrime di sollecita compassione, quella che netta la nostra anima e che eleva il nostro senso del giusto. Che poi, tuttavia, dimentichiamo, perché buia è la nostra natura e oscuri i nostri istinti.

Ma una voce come quella di Colacrai non è mai vana. Al contrario, è necessaria, a darci anche solo un minuto di beatitudine. Un minuto che a volte vale una vita intera.

L’autore

Giurista e Criminologo, dal 2008 Davide Rocco Colacrai partecipa regolarmente a Concorsi Letterari e, sino a oggi, ha ricevuto oltre seicento riconoscimenti, anche internazionali ed europei (tra gli ultimi: il Premio “Luigi Grillo” di Afragola e il Premio “Giulio Enaudi” di Paternò, entrambi vinti per la seconda volta; il Premio “Cinque Terre – Golfo dei Poeti: Sirio Guerrieri”, il “Giugno Locrese”, uno dei più longevi e prestigiosi premi letterari italiani, e il Premio “Città di Livorno”).
Autore di quattro libri: “Frammenti di parole” (GDS, 2010), “SoundtrackS” (David and Matthaus, 2014), “Le trentatré versioni di un’ape di mezzanotte” (Progetto Cultura, 2015) e “Infinitesimalità” (VJ Edizioni, 2016).
Nel tempo libero, insegna e studia recitazione, è autore radiofonico per whiteradio.it, colleziona 45 giri da tutto il mondo (ne possiede duemila), ama leggere, praticare sport all’aria aperta e viaggiare.

  • Casa Editrice: Le Mezzelane
  • Genere: poesia
  • Pagine: 72